Welcome to QDido.org, the new landing of the real Virgil's Dido: an open, multilingual, cosmopolitan website, dedicated to Elissa the Jocund, alias Queen Dido (a. 840-750 B.C.), and to her inexhaustible aspects: historical, social, poetical, spiritual ones, and so on... This website is co-directed by distinguished Latin scholar Prof. Loredana Marano and by Dr. Salvatore Conte (VS:SV, CLE). Questo sito è condiretto dalla chiarissima Latinista Prof.ssa Loredana Marano e dal Dott. Salvatore Conte. Drama published in:
A Bequest Unearthed, Phoenicia Drama catalogued and reviewed in:
Dido - Didon - Didone Website reviewed in: Il teatro. La voce dell'anima. Fondazione Teatro La Fenice di Venezia (per il ritorno della Fenicia dal suo Prospero) con il Patrocinio di S.E. il Presidente della Repubblica Italiana A Madame Karin and all the Friends of Elissa Your power has refounded the Circle of Byrsa Our Manifest is the Letter of Elissa to Aeneas
Another Woman in chains
Stop the new hypocrite show Turn off TV Turn off the Olympic Games of Cruelty and Hypocrisy
All the Mayors of the World should have to show maxi images of Aung San Suu Kyi and Ingrid Betancourt but just one could do it on the Capitol, where Minerva does seat. Thank you, Veltroni. For a real Roman, every woman in danger is a Roman woman. Quaecumque mulier in periculo est, viro vere Romano Romana est. BUT WORDS ARE NOT ENOUGH INGRID BETANCOURT IS GOING TO BE SACRIFICED TO THE EVIL GOD OF WESTERN WORLD BUT KILLING HER MEANS THAT THEY ARE KILLING THEMSELVES TOGETHER HER HER MURDERERS HAVE NO FUTURE IN ANY WORLD: NO ASYLUM, NO MERCY, NO BURIAL THEY ARE SEPARATED, FOR EVER DIVIDED, FROM HUMANKIND: NO ONE WILL HEAR THEIR ENTREATIES GROUND WILL FEEL SHAME TO BE TOUCHED BY THEIR TEARS
11/9/2007 18/3/2008
|
|
Il complotto Campi nei dintorni di Mantova. Ai tempi d’oggi. (Entra Carneade, in abiti moderni. Indugia. Vaga incerto sulla scena. Torna ad indugiare) Carneade: Oh Cantor di Roma, e Sommo Vate dell’Umanità tutta… Tu che travalicasti il gran mare e le alte cime, per giungere ai popoli del tuo tempo, ed i millenni, per giungere fino a noi… Lascia ora che il destino segua un corso nuovo. Possessor de la chiave de l’anima nostra, estortor di sentimenti… Non biasimare la mia meschina penna, perché non son Vate, e nemmen Poeta. E non fermare la mia mano, perché son convinto che tu l’approvi. Or dunque, Gran Virgilio, Sommo Vate, che vieni a noi da molto lontano… Io, Carneade, dalla tua Mantova, ti invoco: lascia a me di complottare contro il Fato, e non dolerti di rispondere ad un carneade dell’epoca mia. Ma non usare i tuoi toni, e declina sul mio piano, Divin Poeta. (Entra Virgilio, col capo laureato. Carneade s’inchina) Virgilio: Non sono io, il padron del Fato, sedicente Carneade. E l’opera mia è la vita mia, in dono e sacrificio a l’Umanità tutta. Ivi compreso Carneade di Cirene, e gli altri tutti che seguirono numerosi. Ricorda piuttosto al tuo tempo che non ho scritto una volta per tutte, ma tutte le volte in una sola. Non ho scritto una volta per tutte. Eppure ho scritto una volta per sempre.
Jean-Auguste-Dominique Ingres - Virgilio recita l'Eneide ad Augusto (1812) Carneade: Maestro, non ho voce per ricordar nulla ad alcuno. Onori non ti mancano. Ed i miei tempi possiedono invero molto da leggere e ancor più da guardare. Perché allora darsi pena per leggere più di quanto sia scritto? Eppure è sulla lingua che tu forgiasti che i miei tempi hanno plasmato le loro. Virgilio: Non indugiare in vani lamenti, Carneade. Ché già molte vane parole sono state sparse intorno alle mie. Non dolerti quindi né del molto né del nuovo. Gli uomini di giudizio scelgono da sé stessi qual cosa leggere e qual cosa guardare. E molte le anime che ancor vibrano sulle mie parole. Or con esse io son qui a sostener le tue. Dunque ti domando: che brami cantare nell’opera tua?. Carneade: Io canto dell’infelice Elissa, da Tiro giunta esule sulle coste d’Africa. (L’espressione di Virgilio si fa particolarmente intensa; poi il Vate solleva il velo sul trono di Didone e su alcuni elementi architettonici in stile classico, già all’uopo presenti in scena; infine consegna una tunica antica a Carneade, che la indossa prontamente) Cartagine. Ai tempi antichi del suo primo sviluppo. Virgilio: Sì grande Regina vuoi tu cantare? Ardita è l’impresa che ti imponi, Carneade. Lascia allora che siano i miei verbi ad allestir la scena…. Carneade: Questo non è lecito, Maestro: dei miei errori dev’esser tessuta la trama. Un’unica pregiata smagliatura vorrò concedermi, e tu ne riconoscerai il punto. Virgilio: Ma qual complotto tu trami, Carneade?. Carneade: Or che complotto sarebbe se ti fosse tosto svelato? Ed oltre al complotto di Busenello, io assommo la colpa della mia arte meschina. Virgilio: Il virtuoso Giovan Francesco, gran lume dei tuoi tempi. Verso cui in molti hanno rivolto doglianze per mio conto. Tuttavia egli seppe guardare oltre la superficie immobile delle cose. Carneade: Allor tu m’incalzi, Vate. Ed io punteggio la mia trama. Virgilio: Ed io non m’allontano che alla vista. (Virgilio esce. Carneade s’inchina) Carneade: Dove sei illustre Busenello? Io ti invoco, Maestro. Raggiungi, se ti è gradito, dalla tua Venezia questo luogo, ché a te più nessun limite di spazio è imposto. E non dolerti di rispondere ad un carneade dell’epoca mia, ma usa con lui i suoi medesimi verbi. (Entra Busenello. Carneade s’inchina) Busenello: Già m’interessavo al tuo nascente complotto, Carneade, ma ne disconosco i congiurati. Sarà ancora il mio saggio Iarba, il migliore tra questi?. Carneade: Or dunque pazienti il tuo genio, che pur istigò in me l’idea del complotto. Perché anch’io scrivo, tuttavia meschino, per schifare al par tuo. Ma per vie complesse io procedo, e non per accasamenti. E dei buoni uffici di Mercurio, io non mi curo. Piuttosto concedi le tue sapienti parole in favore degli intenti miei, io a te per ciò ben grato, con profferta di scuse per il mio dir sfrontato. Busenello: E sia così, allora. Perché sicuro non sarò io a biasimarti pel tuo complotto. Purché esso abbia buona causa… …nondimeno t’informo, Carneade. E a tal riguardo, non fui io forse a dire… (Sembra sforzarsi di richiamare qualcosa alla mente; infine ostenta la propria citazione) Non possono i Poeti à questi dì Rappresentar le favole à lor modo, Chi hà fisso questo chiodo, Del vero studio il bel sentier smarì. (Muta atteggiamento) Or desideri che io affreschi meglio la scena?. Carneade: Allor debbo io rinnovarti quanto opposto al nostro comun Maestro: dei miei errori dev’esser tessuta la trama. Mi fregerò dei tuoi illuminati verbi, con tua licenza, per due uniche volte, e tu saprai riconoscere quando. Busenello: Dunque io prendo congedo, Carneade; eppur non m’allontano che alla vista. (Busenello esce. Carneade s’inchina) Carneade: Or vi dirò di chi andrem presto ad incontrare… La storia sussurra, la leggenda decanta, e noi assumiamo, che la Fenicia Elissa, del Re Belo di Tiro, fu bellissima figlia. Ed il regio padre, al ricco e saggio Sicheo, solo a lui secondo a Tiro, volle lei proporre. Matrimonio felice ne scaturì, giacché l’impetuosa Elissa, per amor ricambiato, acconsentì alla propizia unione. Ma venne l’ultimo giorno per l’ottimo Re Belo, e il di lui crudele figlio, Pigmalione, reclamò la Corona. Presto due fazioni sorsero a Tiro, e fu per ciò che Pigmalione fece assassinare l’influente cognato. Per brama di potere e sete di ricchezza. E costui s’apprestava a completar l’iniqua opera col sangue fraterno della giovanissima vedova, quando Sicheo tornò in sogno dall’amata sposa, ancor ignara del crudele misfatto, per esortarla a lasciar Tiro, ammonendola sulle losche trame del fratello. Allora poi Elissa, con omerica astuzia, trasse in salvo la propria fazione, e con essa prese il largo. Anna, Cadmo, Licorida, e Simonide, che presto incontreremo, furono nella sua fazione. Chi per devozione, chi per posizione, ma furono nella fazione. Da quel momento, la Regina senza Regno percorse viaggi e condusse imprese degni d’un gran poema. Finché Elissa non giunse sulle sponde fatali di Libia. Ed ivi, con geometrica astuzia, ritagliò un’ellisse all’eccelsa Cartagine. (Indica i pregiati elementi architettonici intorno a sé) Da questo memorabile fatto, si ebbe il Teorema di Didone, non meno ingegnoso di quello pitagorico. (Si sposta sulla scena) Ma il giovane Regno è ben presto insidiato dai Signori d’Africa: il Getulo Iarba, figlio di Giove (anche se ciò non è dir molto), è il più ostinato tra questi, i quali bramano possedere e fiorente città e florida Regina; Didone, il nuovo appellativo. E così s’arriva ai tempi della nostra scena. Ecco dunque, sul morir dell’estate, che qui giunge, per via delle bizzarrie dei flutti, del Fato, e delle Muse, il Grande Enea di Troia, insigne per pietà e potenza d’armi, scampato e al fuoco e all’acqua, anch’egli profugo, e derelitto sulle coste di Libia. Egli riceve dalla Regina Didone, e soccorso, e ospitalità, e cittadinanza. E così tutti gli esuli troiani. Francesco Solimena - Didone riceve Enea (1720, Londra, National Gallery) Perché “da' Teucri a' Tiri nulla scelta farò, nullo divario”, afferma l’altissima Regina. (Si sposta sulla scena)
Grande è il fascino dell’Eroe troiano, grande la sua Fama, portentosi i racconti delle sue imprese. Pierre Narcisse Guérin - Enea narra la propria storia a Didone (1819, Bordeaux, Musée des Beaux-Arts) Come sciagurato è il suo destino, medesima l’intima perdita, eguale la sofferenza. Così nella vedova Didone, ancor piagata dalla perdita dell’amato sposo, benché da lungo tempo sola col proprio gelido cuore, così risorge violenta l’antica fiamma. Qual nella prima gioventù. Qual per Sicheo. Ma le umane vicende, pur se costanti, non sono mai le stesse, e per una Regina, incaute sono le azioni che suggerisce il cuore. Perché un Grande Eroe non è avvezzo a respinger Trofei. Ed invero splendido è l’ultimo tra questi. E taccio degli oscuri sortilegi con cui l’ospite nemico s’è propiziato il suo Trofeo. Così è compiuta l’imperfetta unione della declinante Regina col sorgente Re. Così la sozza Dea, la Fama mostruosa ad esser lindi, così ne porta l’annuncio per ogni dove. Essa non concede rime alla poesia, ma sol voce alla fatal colpa della vedovanza tradita, e sol fiato alle cupe bramosie dei sensi afflitti. Ché amor non fu lecito chiamar, e amor lecito ancor meno. Che la sozza Dea abbia per aspetto un Mostro, perché è così che la dipinge il Sommo Vate, oppur che essa alberghi ombrosa nel disonesto cuore degli uomini, ebbene altro non è che questione d’estetica pura. Eppur tuttavia quella Dea è invero immortale, al pari dei verbi del Maestro. Perché immutabile è il cuore dei mortali. E grande è l’ira del deluso Iarba; Re di celesti ascendenze e terrene bramosie… Ecco dunque che il breve idillio della Regina volge al termine, e con esso le fortune di Cartagine. (Gli elementi architettonici in stile classico, posti intorno al trono, vengono fatti franare) William Turner - Il declino dell'Impero Cartaginese (1817, Londra, Tate Gallery) Foschi presagi di sventura si addensano sul coronato capo, e le bionde chiome. Il dolce idillio di Elissa volge al termine, e il suo cuore ansioso or pone domande incerte a chi tal ansia condivide ed eguaglia… (Indica con lo sguardo la parte opposta della scena, ed esce)
| ||||||||||||
| |||||||||||||