Didone Liberata

L'autentica Didone di Virgilio

Dramma teatrale in quattro Atti

di Salvatore Conte

basato sulla Eneide

di Publio Virgilio Marone,

e su La Didone

di Giovan Francesco Busenello.

Un'opera Manifesto.

Filippo Falciatore - La caccia di Didone ed Enea, particolare (1765, ns. elaborazione grafica)

Welcome to QDido.org,

the new landing of the real Virgil's Dido:

an open, multilingual, cosmopolitan website,

dedicated to Elissa the Jocund, alias Queen Dido (a. 840-750 B.C.),

and to her inexhaustible aspects: historical, social, poetical, spiritual ones, and so on...

Drama included in:

A Bequest Unearthed, Phoenicia
Encyclopedia Phoeniciana

Drama catalogued and reviewed in:

Dido - Didon - Didone
Eine kommentierte Bibliographie zum Dido-Mythos in Literatur und Musik

Website reviewed in:

Il teatro. La voce dell'anima.

Fondazione Teatro La Fenice di Venezia

(per il ritorno della Fenicia dal suo Prospero)

con il Patrocinio di S.E. il Presidente della Repubblica Italiana

l'Eneide di Virgilio

i Libri di Didone

Traduzione e testo latino a fronte,
con indicazione sperimentale

della natura

della narrazione.

La D. storica

(seguendo Herm)

La D. di Virgilio

(secondo Maleuvre)

La D. di Virgilio

(senza veste)

Nessun legame?

Sign of Dido

INDEX

Destini incrociati

Presunzione fatale

Nuoce gravemente al cancro

Un'indagine troppo personale

Spirale cosmica

Per un dollaro in più

Ordo ab chao

Ordo ab nodo

La bottana

La pistolera non regge il piombo

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DESTINI INCROCIATI

di Salvatore Conte (2011-2016)

Dalal Abdel Aziz

Questo filmato, ripreso da un mio collega, non racconta tutta la storia.

Ecco perché scrivo questi appunti, per ricordare come è finita, almeno fino al punto in cui mi è permesso arrivare.

Ho previsto un titolo principale, "Destini incrociati", e uno alternativo, "Capre e cavoli d'Arabia", se può sembrare più adatto.

Io sono una semplice guardia carceraria, ma ho assistito a questi fatti.

Il nostro ufficiale ci informò che avremmo scortato una donna di nome Rana - condannata a morte per l’omicidio del marito - a far visita a una certa Leila Mazhamawi, dapprima accusata di adulterio in combutta con la vittima, e poi scagionata. Di quest’ultima si diceva che fosse una prostituta di lusso, con protezioni molto in alto. Rana voleva riconciliarsi con lei, prima dell’esecuzione.

Sulla teatralità della Mazhamawi nel ricevere la condannata non vi è documento più efficace del filmato.

           

Era una donna ancora piena di vita, sebbene avanti con gli anni. Piuttosto grassa, con il doppio mento e le guance paffute, eppure molto bella e ben curata.

Rana, al contrario, era pallida, esile, timorosa.

Ma nascondeva il cuore di una tigre pronta a sventrare la vittima con il suo affilato artiglio.

           

Tutto si svolse velocemente, come avete visto. Una mossa fulminea e imprevedibile. Nessuno aveva pensato a perquisirla. La stessa Mazhamawi era ignara del pericolo e non si aspettava minacce. Anche il marito l’aveva sottovalutata.

Nonostante la feroce coltellata, sferrata sotto i nostri occhi, nessuno intervenne. Era una questione fra donne. E la Mazhamawi era la più robusta, era nella condizione di difendersi.

Ma la fatale sorpresa l’aveva interdetta, inebetita. Riuscì soltanto a dire: «Tu volevi farmi questo…?».

Rana ebbe tutto il tempo di assestarle il colpo di grazia. E menò più forte della prima volta.

Dopo la seconda coltellata era chiaro che la situazione sarebbe precipitata.

Il volto sfigurato e impazzito della Mazhamawi mi suggestionò. L'orrore della rivelazione mi associò a lei.

           

In pochi istanti non era più la donna ancora piacente che aveva intrattenuto Rana. Aveva la lingua accartocciata sotto il palato. Stava impazzendo dalla disperazione. Era stata sorpresa, nel modo peggiore. Non solo capiva di dover morire, ma non aveva tempo per tentare nulla, di fare alcunché.

Benché molto più esile, Rana aveva bruscamente scosso le certezze della Mazhamawi, una donna all’apparenza solida e sicura di sé, soddisfatta di vivere una mezza età ancora avvenente, ma ora irriconoscibile nella maschera terrorizzata che le ricopriva il volto sbigottito.

La Mazhamawi franò a terra con tutto il suo pesante corpo. A quel punto il collega con la camera di garanzia perse il controllo e cominciò a vomitare. Era una recluta. Poi il filmato finì nelle mani dei guru della televisione.

La Mazhamawi era a terra, con lo sguardo sbarrato rivolto verso di noi, in un’estrema e silenziosa richiesta d’aiuto.

           

Era rimasta a bocca spalancata, sbigottita, lontana parente della potente e florida salottiera che era stata fino a poco tempo prima.

Il suo corpo si era irrigidito nell’estremo tentativo di opporsi alle mortali ferite che aveva ricevuto, cercando così di trattenere a sé la vita che sentiva ormai sul punto di spogliarsi delle sue membra.

Era chiaro che la Mazhamawi stava prendendo tempo: voleva capire se poteva ancora aggrapparsi a qualcosa.

Rana lasciò cadere a terra l'arma: il suo lavoro era finito. Si trattava di un coltellaccio artigianale di ossidiana. Un arnese micidiale, dai contorni irregolari, taglienti come rasoi, la punta acuminata e il corpo della lama che si allargava verso il manico. Regalava una morte particolarmente dolorosa e lo si era visto sulla faccia della Mazhamawi.

La lama era insanguinata fin quasi alla rudimentale impugnatura: ciò voleva dire che era affondata per almeno 20-25 centimetri; e tenuto conto che era stata estratta brutalmente per due volte, significava che la Mazhamawi era di fatto sventrata.

Provavo una gran pena per lei. Soltanto due minuti prima era piena di vita e sicura di sé...

Nessuno si era ancora mosso. Io non potevo espormi troppo. La sua testa oscillava molle senza uno scopo apparente; infine si abbatté pesante sul pavimento, schiacciandosi sulla tempia. I rapinanti occhi nocciola sussultavano ancora, ma era chiaramente finita. Non era più la donna che avevo visto prima.

La bella adultera era rimasta uccisa, c'era poco da fare.

«Andiamo… nessuno si metterà a piangere per lei… manderemo un'ambulanza dalla macchina. Se è una prostituta, ce la farà. Le puttane non muoiono mai», l’ufficiale ruppe l’imbarazzato silenzio con le sue perle di saggezza. Era stata una questione fra donne e una troia di mezza età era stata accoltellata a morte. L'ambulanza avrebbe portato via un cadavere. Questo era ciò che tutti si aspettavano.

«Vi raggiungo subito», dissi, mentre gli altri uscivano, insieme a Rana.

Rimasto solo, mi chinai su di lei e le sollevai la testa, prendendola sotto le spalle: la sua mano afferrò il mio braccio, la sua presa era forte, stava cercando qualcosa a cui aggrapparsi.

«Non te l’aspettavi, vero?», fu la prima cosa che mi venne in mente.

La Mazhamawi scosse leggermente il capo. Mi capiva.

La spogliai del velo e lo usai per tamponare le ferite.

«L’ambulanza sarà qui fra poco, ma non ti servirà a molto.

Dì la verità: sei stata a letto con il marito di quella ragazza?».

Anche se pagato poco, il poliziotto aveva preso il sopravvento su di me.

La Mazhamawi sembrò tornare indietro con la mente, ricordi imbarazzanti affioravano alla superficie e si mescolavano alla disperata realtà.

Il suo capo si piegò leggermente in avanti: era una confessione in punto di morte.

Nel mentre, un colpo di clacson dall’esterno. Il capo mi sollecitava. C’erano dei rapporti da stendere, e anche questa volta la verità ne sarebbe rimasta fuori.

Ma prima di tutto il resto, stesa rigida e cadaverica, giunta alle ultime bolle d'aria, c'era Leila Mazhamawi.

I miei compagni se ne sarebbero andati senza di me.

«Lo sai che è finita, vero?».

Quasi a darne conferma, lasciò la presa e allargò le braccia.

Forse fui crudo nel non nasconderle la realtà, ma una donna così sapeva quando il suo momento stava per arrivare.

«Sei molto bella», le dissi, per compensarla.

Mi rispose con un lampo d'orgoglio femminile, che le attraversò fugace gli occhi.

Tornò ad afferrare il mio braccio. Erano gli spasmi dell'agonia.

Quindi si portò entrambe le mani sulle ferite. Era consapevole del suo dissanguamento, non l'avrebbe fermato così, ma era un modo per tirare avanti e tenere unite le ultime forze.

Non riusciva a parlare, ma l'espressione tesa, impegnata del volto stava a significare che intendeva protrarre a oltranza la sua agonia. Se non poteva sopravvivere, avrebbe perlomeno guadagnato tempo. Per fare cosa, credo lo sapesse solo lei, ma non mi sentivo di dissuaderla, né di biasimare le sue remote speranze.

Non voleva perdere così tutto quello che aveva costruito, era chiaro. Avrebbe avuto ancora anni di potere davanti a sé, se non avesse ricevuto quelle coltellate d'ossidiana.

Mentre agitava il bacino e mormorava affanni sconnessi, cominciai a sentire le sirene dell’ambulanza. Il suo sguardo vitreo emanò un luccichio e la bocca si spalancò a dismisura. La stava aspettando.

Andai a riceverli sul pianerottolo: erano di una lentezza sconcertante. Il mio ufficiale superiore doveva averli tranquillizzati sulla sorte della vittima…

In effetti sembrava già morta quando la caricarono sull’ambulanza.

Le sirene, però, tornarono a ululare: era partita.

Ripensai a quegli occhi... chissà quanti uomini avevano stregato.

Come l’avrebbe presa l’amante eccellente che l’aveva salvata dalla lapidazione?

Dall’ufficio chiamai l’ospedale: mi aspettavo la conferma del decesso.

Invece la Mazhamawi era in coma profondo, ma ancora viva. Era riuscita ad arrivare in ospedale. Anche se non l’avrebbero operata. Non era in condizione di affrontare un intervento. Era dissanguata.

Al suo capezzale non c’era nessuno, nemmeno l’amante eccellente.

Decisi di andare da lei.

I medici, dopo le trasfusioni, cercavano di risvegliarla per farle affrontare l'agonia in condizioni vigili; sarebbe vissuta un po' più a lungo, senza sopravvivere.

Le scariche di adrenalina ebbero effetto e la Mazhamawi farfugliò alcune parole confuse, risvegliandosi…

Non so come, ma mi riconobbe; mi prese la mano per farmelo capire.

E sapeva anche che i suoi occhi mi avevano stregato…

E che non avrei parlato…

Ma si sbagliava, perché se avessi parlato, forse avrei salvato la vita a Rana.

D’altra parte, le coltellate della ragazza le stavano risparmiando la lapidazione.

Respirava in maniera irregolare, a tratti molto velocemente: sembrava esaltata dall’idea di essere ancora viva, anche se i medici le avevano tenuto nascosto che per lei era solo una questione di tempo.

Il corpo solido e la forza di volontà l’avevano sostenuta fino a quel momento, ma i medici mi avevano confidato di non avere dubbi: quelle ferite, larghe e profonde, condannavano anche una come lei; i suoi intestini erano ridotti a una poltiglia, il coltellaccio di ossidiana aveva fatto il suo sporco lavoro.

Stavolta però non dissi nulla; la Mazhamawi era più che ottimista e aveva pochi dubbi sulla sua salvezza, ma credo volesse solo mostrare sicurezza e autocontrollo, mentendo a sé stessa.

Fu molto più sincera quando rimpianse amaramente la seconda ferita. Quella era stata colpa sua, mi disse. Avrebbe dovuto staccarsi da Rana. Subito! Ma era paralizzata dalla sorpresa, mi spiegò, come a giustificarsi. Quell'errore fatale la tormentò a lungo.

I rimpianti, però, erano inutili. La sua sorte era segnata.

Sopraggiunse perfino un giornalista a intervistarla, in quello che era destinato a diventare il suo canto del cigno.

Quando la Mazhamawi cominciò a capire che le cose volgevano al peggio e che non la operavano perché c'era poco da fare, mi supplicò di aiutarla, mi disse che sarebbe diventata la mia donna, come fosse il premio più ambito al mondo.

Io la riportai alla realtà, dicendole che non potevo fare nulla per lei.

Allora mi insultò e mi mando via. Era isterica, diceva che non sarebbe morta.

Sulla porta, mi supplicò di farle almeno un ultimo favore: avrei dovuto contattare per suo conto una persona influente. Voleva cambiare ospedale, avere il meglio.

Annotai quel nome e la lasciai al suo destino. Prima di scomparire, la guardai un'ultima volta. Non poteva averne ancora per molto.

Il giorno dopo lessi la sua intervista sul giornale. Non si parlava del suo decesso, ma l’edizione aveva chiuso presto.

Dichiarava di credere nella vita e, a 45 anni, di avere ancora tanti progetti per il futuro.

Non chiamai l’ospedale. L'avrei appreso dai giornali. Ma anche il giorno seguente, non vi era notizia del suo decesso.

Probabilmente il suo caso aveva perso attualità.

La morte di una donna come lei non faceva notizia.

Ora avrei parlato e salvato la vita a Rana, la cui esecuzione era stata momentaneamente differita.

Non avevo prove, ma sotto giuramento la mia versione dei fatti sarebbe stata credibile.

D’altra parte, almeno una delle due donne avrebbe dovuto morire sin dal momento in cui il marito di Rana era stato ucciso. O per omicidio non giustificabile, o per adulterio.

Solo l’amante eccellente della Mazhamawi avrebbe potuto salvare l’una e l’altra, omicida e adultera -  ovvero capra e cavoli, come dicono gli italiani - ma non si sarebbe mai esposto fino a questo punto. Non poteva mostrare un interesse diretto. Al più avrebbe potuto brigare per una grazia, anzi due, in nome di un umile servitore dello Stato, con impeccabile stato di servizio e integerrima abnegazione nel testimoniare la verità; e così salvare la sua donna, non ancora moglie, incorsa per leggerezza in grave peccato, ma pronta a riparare con un matrimonio legittimo e a votarsi ad assoluta fedeltà.

Se anche la Mazhamawi fosse sopravvissuta a quelle dannate coltellate, quest’ultima clausola sarebbe rimasta sulla carta; ma non è forse meglio un fiore di carta che una bella donna senza vita?

Lascio questi appunti nella casa di famiglia, insieme al filmato, perché sto per cambiare città.

Ora la storia è completa.

Purché venga letta nella stessa maniera in cui è stata scritta.

Anche il lettore è un po' capra e un po' cavolo, in fondo.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PRESUNZIONE FATALE

di Salvatore Conte (2011-2017)

«Puoi considerarlo fatto».

Michelle Dakmak aveva accettato l'incarico.

Imbolsita, ma sempre molto bella, la quarantottenne franco-libanese era un'esperta tanto di uomini quanto di omicidi.

Fino a quel giorno non aveva mai fallito.

Ma c'è sempre una prima volta.

BANG

BANG
I due proiettili, sparati in rapida successione, raggiunsero la Dakmak in pieno petto, in mezzo alle tette da puttana.
Il corpo del donnone si inarcò all’indietro - ricadendo pesante sul cofano anteriore di un’Alfasud  impolverata - rimanendovi stravolto, con le braccia distese - larghe e disperate - gli stinchi a penzoloni nel vuoto e le tette a premere puntute contro l'attillata maglietta bianca.
Sull'indumento spiccarono due chiazze rossastre.

L'aveva schiantata, la partita era chiusa.

Almeno per ora.
Scott si avvicinò alla Dakmak.

Sapeva chi era.

La sicaria si agitava disperata con le braccia larghe, ma non poteva muoversi da lì.

Era bloccata su quel cofano polveroso. Un rivolo di sangue defluiva dal labbro. I due colpi d’arma da fuoco, sparati nel petto, non le avevano lasciato scampo. Si avvicinò ancora. Arrivato a stretto contatto, la guardò negli occhi: le pupille erano annebbiate, tragicamente languide. Stava morendo, respirava a fatica. Lui non aveva motivi né per finirla - era stato business - né per chiamarle un’ambulanza -  meglio dimenticarla: gran donna, ma senza un futuro.

In ogni caso, non sarebbe andata lontano.
La guardò consumarsi ancora per qualche secondo.

Sul volto tirato portava un’espressione esterrefatta, sbigottita, per una fine che giungeva fulminea e totalmente imprevista, nemmeno contemplata dalla superba mente.
Lei uccisa come una qualunque…
E intanto le due macchie rosse si erano allargate e confuse tra loro.
La possente franco-libanese sembrava un grosso pesce scaraventato su una spiaggia assolata da un pescatore crudele.
Le sirene della polizia cominciarono a ululare in lontananza.
Scott si voltò e scomparve tra i passanti.

All'arrivo della polizia, la Dakmak era pressoché immobile: era come se fosse rimasta avvitata al cofano dell’auto dalle due pallottole esplose contro di lei.
Il donnone moribondo steso a braccia larghe era solo una misera controfigura della Dakmak arrogante e sfrontata che aveva freddamente eliminato i due contatti di Scott Glendall a Berlino Ovest.
L'ambulanza arrivò sul posto quando la Dakmak era ormai cadavere; in pochi concitati minuti venne intubata e portata via.

L’ambulanza procedeva a sirene spiegate, anche se il donnone era praticamente deceduto.

Scott attendeva la fatale conferma.

«Colpi d'arma da fuoco alla periferia di Berlino: una donna trasportata all'ospedale in fin di vita», il lancio del TG serale. «E ora colleghiamoci con l’Ospedale Centrale…».
«Dunque... non si conosce ancora l’identità della donna rimasta mortalmente ferita al petto da due colpi d’arma da fuoco. Quarantotto anni circa, è giunta esanime in ospedale ed è stata portata subito in Rianimazione e poi in Terapia Intensiva. Fonti cliniche parlano di condizioni disperate. Se vi saranno novità a riguardo, chiederemo di nuovo la linea. Per il momento è tutto dall'Ospedale Centrale di Berlino Ovest. A voi, Studio».
La notizia che la bella Dakmak c’era rimasta praticamente secca non tardò a circolare nel suo giro. Lei era stata l’amante di alcuni uomini molto potenti.
Scott ricevette un paio di chiamate piuttosto dure: anche se si erano scontrati, perché l’aveva fottuta? Perché aveva sparato per ucciderla, mandandola a morire in ospedale?
Insomma Scott Glendall era finito sotto accusa perché aveva fritto Michelle Dakmak, quarantottenne molto procace con amanti eccellenti, oltre che spietata sicaria.
La franco-libanese era in effetti convinta che le sue forme succulente l’avrebbero protetta.

Ma questo errore di presunzione si era rivelato fatale.
«Quando sparo, sparo per uccidere», spiegò Glendall, «anche se davanti alla canna c’è una come Michelle Dakmak».
Eppure il capo non si rassegnava: chiese a Scott di andare subito all’ospedale per prendere informazioni di prima mano sul donnone e capire quanto davvero le rimanesse.
Glendall non poteva rifiutarsi.
«Quell’idiota di Scott ha fottuto la Dakmak! Due colpi in mezzo alle tette...», il capo si stava sfogando con un suo collega. «Ora quella puttana sta crepando all’ospedale, non c’è più niente da fare».
«Cazzo… la Dakmak era una tosta…».
«Infatti... però lei non se l’aspettava, ne sono convinto. Michelle era troppo sicura di sé e quel cane l’ha ammazzata».
«Dispiace davvero che Scott ci sia andato giù così pesante...».
«L’ha ammazzata, capisci? Le ha sgonfiato le tette…

E comunque... anche con due polmoni bucati... è riuscita ad arrivare in ospedale…».
«Il decesso è arrivato?».
«Le notizie sono confuse, non è ancora ufficiale; ma se non è crepata, è questione di poco».
A notte fonda arrivò la chiamata di Glendall.
«È uscita adesso. Le hanno ridotto i polmoni. Non potrà più correre, né agitarsi troppo…».
«Sei uno stronzo, Scott. Ce la farà?».
«Se volete saperlo, capo, dovrete aspettare un paio d’ore. Le parlerò. Non mi fido di quello che dicono i dottori. Devo guardarla negli occhi».
Era quasi l’alba quando la Dakmak riprese conoscenza.
«Sono i capi che mi mandano, Michelle; niente di personale, lo sai».
Lo squadrò risentita, ma la stanchezza ebbe la meglio sul rancore.
«Dovrai ritirarti, ma la pelle è salva, no?».
La Dakmak non riuscì a confermare.

«Posso dire ai vecchi che non hai intenzione di crepare?».
«Nessuna...», rispose debolmente, senza troppa convinzione, con una brutta luce negli occhi scavati dallo sforzo.

Era l'ombra della donna che aveva cercato di fare la festa a Scott.

Era stata colpita duro. Era stata colpita a morte.

Glendall la osservava mentre lei cercava di capire quante possibilità avesse, con gli occhi latenti rivolti al soffitto.

Non sembrò trovarne molte.

«Scott...», lo chiamò.

«Parla...».

La Dakmak scosse lievemente la testa, con occhi interrogatori.

Voleva la conferma da lui.

La fissò, scuotendo lievemente la testa.

La ebbe.

«Però puoi tentare. E se ne esci, sarà senza rancore... anzi...», e non mancò il tipico sguardo allusivo. «Addio, Michelle».

Poco dopo l’alba, al capo giunse un’altra chiamata.
«Mi ha guardato con troppo odio per essere già morta.
Con un po' di fortuna, fra tre o quattro settimane potrebbe ritornarvi utile. Ma dovrete andare alla moviola... evitando di spremerla troppo.

Per vederla ho allungato dieci pezzi».
«Li riavrai.

Addio, Scott».
Le gelide parole del capo chiusero la breve comunicazione.
Scott Glendall fu ritrovato morto quattro settimane più tardi.
Ai più non interessò di conoscere il perché.

Ma qualcuno intuì che - con ogni probabilità - la presunzione di eliminare Michelle Dakmak gli era risultata fatale.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui (l'archetipo è Ingrid Pitt in "Wild Geese 2").

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

NUOCE GRAVEMENTE AL CANCRO

di Salvatore Conte (2011-2016)

«Oh! L’ha fatto davvero!».
«S’è ficcata il coltello nella panza!».
«S’è fottuta!».
«Cristo!».
«Mi sono ammazzata…», confessò il donnone con la faccia schiacciata sul materasso.
Un cancro maligno l'aveva inchiodata sul letto; gli ultimi 300 giorni erano stati una lotta disperata; e quella sera, in preda alla follia e a una cupa disperazione, aveva chiuso i giochi in anticipo sul cancro stesso.
Adesso era giunta a un passo dalla Porta Fatale.
Divorata oscuramente da un tumore fatale, infiltratosi nei suoi più intimi recessi, aveva ceduto alle lusinghe di una morte rapida.
Sandy Stark era un potente donnone tra i cinquanta e i sessanta, bello, imbottito nei punti giusti, e con il fuoco della sua terra d'origine, la Persia.
Malgrado la sua feroce resistenza - come Leonida alle Termopili, era infatti una persiana dissidente - si era dovuta piegare - piegandosi sul ferro - all’implacabile tumore, infliggendosi da sola il colpo di grazia con la fedele riproduzione di un antico pugnale persiano, acquistato su amazon.
Fino alla fine, però, si era circondata dei suoi migliori amici, veri e propri discepoli.
Per quella sera speciale aveva convocato i quattro preferiti.
«Lo sapevamo che avrebbe potuto farlo… vero…?», Mark guardò gli altri in cerca di conferme.
«E adesso… che facciamo…?», Matthew titubava.
«A me fa pena, dobbiamo starle vicino mentre crepa… non ci vorrà molto, a meno che non accada un miracolo… », Luke era fatalista.
«Amici… la nostra bella Sandy è andata… l’ha scelto lei… si è aperta la pancia per far uscire il male… ormai è libera dal peso che la opprimeva… e a noi non rimane che salutarla…», la versione di John era sempre la più elaborata.
«Basta con queste stronzate…», sibilò Sandy, dimenandosi sul letto, con le mani sotto il corpo. «Basta così…», ripeté la Stark, «sono fottuta… è quello che volevo…», e si rovesciò supina a braccia larghe, in segno di resa, crocefissa sul letto, con il pugnale ben piantato nella pancia, sangue alla bocca e occhi allucinati.
Per l’occasione aveva scelto una blusa semitrasparente di un bellissimo colore viola, molto funebre, destinato a intonarsi perfettamente con le labbra cianotiche di una morente.
Tutto il resto era un luccicchio d'oro e argento: orecchini, collana, anelli, bracciali, orologio.
D'oro anche i capelli, d'un pallore argenteo il volto scolorito dalla morte incombente.
Tutto d'argento il pugnale stesso.
E tutta d'oro lei: Sandy Stark.
L'iraniana di Toronto si ritrovava addosso l’ultimo pezzetto di vita.
«Mark… vieni qui…
Sono una stupida… lo sai... vero...?».
«Sei una donna molto bella, Sandy, e noi ti amiamo», rispose con semplicità il ragazzo.
«Ma ora è finita... lo sai…?».
«Hai fatto tutto da sola, Sandy. Non è colpa nostra», si giustificò Matthew.
«Il cancro ti stava divorando… non avevi scelta…», anche Luke portò argomenti.
«Sei stata la numero uno in vita e sei di nuovo la numero uno nella morte», John aveva un’ampiezza di pensiero che gli altri, evidentemente, non avevano.
«È vero… ma crepare non è facile… non lo sarà nemmeno per voi…».
Mark, impietosito, le asciugò il labbro, che sbavava sangue.
Il confronto con i suoi ragazzi aveva dato a Sandy qualche nuova lusinga, il contatto con quella gioventù piena di vita era contagioso, e lei era ancora lucida e in grado di respirare, specialmente se si manteneva calma.
Rimaneva una bella ultracinquantenne, pressoché unica nel suo genere, solida, potente, imponente, dal piglio virile e la tempra da imperatrice.
I rimpianti e le lusinghe stavano avendo la meglio sulla tenebrosa volontà di farla finita.
D’improvviso - mentre con occhi allucinati fissava il soffitto della camera - portò ambo le mani sul ventre, intorno alla lama affondata in corpo.
Stava tentando qualcosa. Forse di ricompattarsi.
I ragazzi la osservavano incuriositi.
Era pallida e tirata in volto, ma ancora vitale come un’anguilla nell’acqua torbida.
«Da oltre nove mesi ha un tumore nell’utero grosso come un feto maledetto; avrebbe già dovuto partorire la sua stessa morte e poiché in ritardo si è aperta la pancia…».
«Però non molla…».
«È Sandy Stark».
«Non vi illudete, ragazzi. Quando la nostra Sandy avrà finito l’adrenalina, la vedremo annaspare e non sarà piacevole…».
Mark, intanto, le asciugava il sudore freddo che dal collo le colava verso la spaccatura del petto; quindi unì la sua mano a quelle di lei, ferme intorno al ferro.
«Hai ancora birra, Sandy?».
«Non farmi domande... Mark... non ho risposte…», il donnone lo fissò con un'espressione sconsolata impressa sul volto.
«Non allentare i freni, allora… d’accordo?», insistette il giovane.
Sandy sospirò dolente.
«Sto tirando le cuoia... Mark... sono fottuta… capisci…», la paura negli occhi, che la consumava al pari di tutto il resto.
«Sei sicura di non volerci provare ancora?».
«E come…».
«Chiamo subito un'ambulanza, va bene?».
«No... niente macellai... voglio il mio medico... Thomas... sul cellulare... è l'unico Thomas... fate presto... sto crepando...».
«Un momento, ragazzi… a che serve illuderla?».
«Non lo so, ma penso che sia come in un rapporto interrotto: se lei dice “no”, bisogna smettere; e nel caso nostro, dobbiamo aiutarla».
«Per me ciò che dice Sandy è Vangelo».
Il donnone, intanto, era in difficoltà.
Era rimasto a bocca spalancata, in attesa.
In attesa di capire se potesse illudersi un altro po'.
Quella faccia non era sfuggita ai suoi ragazzi, tutti intorno a lei, aspettandone trepidanti la fine.
Dalla Stark giunsero alcuni sospiri gutturali...
Sembrava proprio che stesse crepando.
«Sandy... il dottore sta arrivando…».
E così fu, infatti.
In un paio di minuti squillò il campanello.
Il medico venne, vide e visitò.
«Hai fatto una grossa cazzata, Sandy…».
«La colpa è tua… mi hai lasciato morire… senza speranze…».
«Anche stanotte ero sveglio per studiare una soluzione.
E forse l’ho trovata.
Ma tu hai avuto questa bella idea…».
«Parlami... della soluzione…».
«Ce n'è più di una, in effetti. Se si rompe l’argine imposto dalle case farmaceutiche, non ci si ferma più.
Tutto il mondo produce cure anticancro.

In Italia ci sono Di Bella e Simoncini; a Cuba c'è lo scorpione blu di Madre Natura; nell'intero mondo c'è la marijuana... ecco perché è proibita... non certo per tutelare i drogati... ma per occultarne i benefici sui malati...
Non chiedermi perché soltanto ora.
Tantissimi medici sono ingannati tutti i giorni dai loro medesimi colleghi.
E quando lo scoprono, troppo spesso si aggiungono agli ingannatori.
Si fa carriera solo appoggiando gli interessi delle case farmaceutiche.
E io l’ho capito grazie a te».
«Hai soluzioni... anche per il ferro...?».
Gli sguardi si incrociarono.
«Allora... proviamoci...».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

UN'INDAGINE TROPPO PERSONALE

Salvatore Conte (2011-2017)

TUT...

TUT...

TUT...

Era sul letto, con la mano sulla cornetta del telefono.
C’erano piume d’oca dappertutto e puzza di polvere da sparo come in un poligono.
Leila Frazer era sul letto.

Immobile come la lancetta oraria del suo orologio da polso.

Poggiato sull’addome aveva un cuscino segnato da una grande X rossa; all’incrocio della X c’era un foro.
Gli occhi, almeno, battevano i minuti.

Nulla, però, segnava i secondi.

La Frazer era in orario con la morte.

Passai in bagno e raccolsi un paio di asciugamani; con questi tamponai i buchi sanguinolenti che aveva sul vestito rosso: due sullo stomaco, uno più in basso, sull'utero.

Tre buchi micidiali.
Nonostante tutto, chiamai un’ambulanza. Il telefono funzionava. Lei stessa aveva cercato di utilizzarlo.

L’assassino l'aveva spacciata, ma non era un professionista. La sua vittima agonizzava.
Trovai dello scotch e la feci bere.

Non servì a molto.

Stava schiattando, e anche piuttosto in fretta.

Ecco qua, Leila! Hai ancora dei bei resti, che più di una ragazza di vent'anni potrebbe invidiarti, ma sono solo resti, ormai. Hai giocato una partita pericolosa, un gioco che conosco appena, ma gli avvenimenti ti hanno scavalcato, un ingranaggio oliato male ti è scoppiato in faccia...

L'olio era ormai inutile, perciò riprovai con lo scotch.
Qualcosa, finalmente, sembrò rimettersi in moto.

Le lancette dei secondi ingranarono la marcia.
«Jack… tu... sei qui...».
«Chi è stato?».
«Anna... Anna Frazer...».
«Perché?».
«Vendetta…».
«Le hai aperto la porta... Leila...».

«Non pensavo che… abbiamo discusso…

Poi è impazzita… mi ha puntato la pistola addosso... mi ha fatto mettere sul letto...».
La sua mano mi cercava.
Gliela presi.
La tenevo.
«Ha sparato... due... due volte…».

Ebbe un sussulto.

Due sussulti.
«Ma non ero morta…
Io... io ce l’avrei fatta… Jack...
Ma lei... è venuta vicino…
Ha messo... il dito sulla piaga…
Ha disegnato una X…
E ha... sparato ancora…!
Mi ha... finito…!

Ha chiuso... i conti...

M'ha... ammazzato... Jack...!».

Spalancò gli occhi verso di me, terrorizzata dal significato delle sue stesse parole, come se le avesse comprese appieno soltanto dopo averle pronunciate.

Era spaventata soprattutto dalla terza pallottola, sparata a bruciapelo, con l'intenzione di non lasciarle scampo.

Una vendetta all'ultimo sangue.
«Ho visto l’inferno...
Ho sentito... la morte....
Ora... ora... io... non credo... più a nulla… Jack...».
«Devi credere a te stessa, Leila».
«Ho freddo… ho freddo... sto morendo...
Dammi un bacio… Jack...».
Aveva le labbra fredde.
«Devi credere in te, Leila. Sempre. Anche quando fa molto freddo».
«Jack… io… t'avevo messo... gli occhi addosso…».
«Davvero? Se mi avessi messo gli occhi addosso - a cena, magari - tutto questo non sarebbe accaduto…
Ma guardiamo l'altra faccia della medaglia…
Se io non t'avessi messo gli occhi, se fossi stato eccessivamente professionale nel condurre questa fottuta indagine, se non mi fossi ammalato per il tuo rifiuto, t’avrebbero trovato soltanto domani, bella fredda.
Ora invece stai per andare in ospedale, dove ti rimetteranno in sesto.

Te la caverai e tornerai in sella alle tue attività».
«Non sei bravo... a mentire… Jack».
«E se anche fosse? Non è me che devi smentire, ma quella puttana.

Leila Frazer delude Anna Frazer e va a curarsi in ospedale...».
Mentre stringeva la mia mano, accennò a un pallido sorriso.
«Non si può morire... ridendo… Jack».
«E allora ridi, no?».
Nell’agonia, però, si guarda in faccia la realtà.

«C’ho messo... vent'anni... per costruire tutto… e quella puttana... in tre secondi... distrugge tutto… mi spara in corpo... e m’ammazza sul mio letto…
Dammi un bacio… Jack».
Aveva le labbra gelide.
Al terzo bacio sarebbe morta.
Ma io non le avrei mai dato la soddisfazione di spirare dopo un bacio.
«Dimmi perché Anna Frazer l’ha fatto…».
In questi casi bisogna tenerli impegnati, farli parlare.
«Io ero più bella…».
«Forse di lei… ma non di te, adesso».

Non so se afferrò la mia battuta. Era troppo intenta a crepare.
«Ero più bella… e le portai via John…
Lei... non me l’ha... perdonato…
Dammi un bacio… Jack...
Dammi…».
Sospirò qualcosa con occhi smarriti.
Strinsi di più la mano.
La tenevo…
«Leila… non avere fretta…

Lasciamo qualcosa in sospeso. Per domani...».
In quel momento le sirene dell’ambulanza risuonarono in lontananza.
E si avvicinavano.

Ma lei era stravolta.
«Le senti, Leila? Sono sirene come te…

Tra poco respirerai ossigeno fresco e ti sentirai meglio».
Tremava come una foglia d’autunno.
Ma un filo sottile la teneva attaccata alla vita.
La squadra medica entrò nella stanza e senza tanti complimenti l'attaccarono al respiratore.
Guardai l’orologio: erano passati dodici minuti molto lunghi, soprattutto per lei, ma lunghi anche per me...

«Mi devi una bacio, Leila. Te lo ricordi?

Sarebbe stato l'ultimo per te, ora potrebbe essere l'ultimo per me».

«Quello è un bacio maledetto. Lasciamolo in sospeso...

Fuori da qui te ne darò uno nuovo. E forse non sarà l'ultimo...».

Dopo il processo, ottenemmo il dissequestro dei reperti di prova: il cuscino con la X indelebile, gli asciugamani zuppi di sangue coagulato, il vestito bucato tre volte.
E poi c’erano il letto di morte, il telefono, l'orologio da polso, le piume d’oca…
Una sorta di museo molto personale.

Ancora oggi, quella camera è rimasta così.

È tutto come in quella notte fatale.

Quando vi entriamo, la Frazer guarda l'orologio e prende il tempo.

Fare l’amore su quel letto è come scopare due volte in una sola.
Rivivere il brivido tragico di quei dodici minuti infernali è da morire...
Leila si sforza sempre di ricordare le parole che ci eravamo scambiati.
Ma le sembra di essere un’altra persona.

Morta in dodici minuti e rinata da sé stessa.

Io quelle parole me le ricordo bene, ma le dico solo a voi.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

SPIRALE COSMICA

di Salvatore Conte (2011-2017)

Non mi aspettavo di incontrare una donna così.
Quando scese dal treno, non pensavo fosse lei.
La immaginavo diversa.
Ci scambiavamo visioni dei nostri incubi da mesi, pensavo di incontrare una donna depressa, fragile, filiforme.
Invece, quello che mi trovai di fronte, alla stazione, era un donnone vitale, solido, possente, dalla bellezza sconvolgente.
Arrivava da Toronto e aveva scritto di chiamarsi Sandy Stark.

Origini iraniane, bionda, occhi assassini, seni pesanti.

Dichiarava 45 anni, ma sia pure molto ben dissimulata, doveva aver abbondantemente superato i 50 ed essere in vista dei 60.

Il collo un po' spellato e le mani vissute, tradivano un'età che confinava con la vecchiaia.

Il volto era gonfio, tirato, polposo in maniera innaturale: di sicuro si era sottoposta a trattamenti estetici.

Del resto, era praticamente ricoperta d'oro e d'argento, e i soldi non sembravano un problema.

Era una vecchia molto ben mantenuta, ma pur sempre una donna ormai anziana.

Aveva trent'anni più di me, eppure mi piaceva da morire.

Sognai subito una storia con lei, malgrado la differenza d'età, e addirittura di sposarla.

D'altronde a me dicevano che sembravo vecchio quanto un quarantenne.

Quindi, sebbene ci fossero trent'anni di differenza, eravamo coetanei d'aspetto.

Avremmo potuto passeggiare insieme, senza sembrare madre e figlio.

Ma stavo correndo come un treno.

Il look era improntato all'esotico contrasto tra viola e oro: viola era la blusa semitrasparente a scollatura profonda, oro tutto il resto.

Sandy Stark emanava forza e vitalità, con l'inarrivabile bellezza di un'imperatrice senza tempo, a suo agio oggi, su una scala mobile, come sulla terrazza di una ziqqurat.
Appena entrata in casa si accomodò su una poltrona, stringendo i braccioli fra le mani. Sembrava prendere possesso delle sue prerogative, quale una sovrana sul trono.
Abitavo da solo nella casa di famiglia: una bella struttura a tre piani, quasi in centro, ad Arkham City, nel Massachusetts; una delle ultime case “old-fashioned” della città.
La Stark ne rimase impressionata.
Mi disse che sarebbe stato il nostro quartier generale.
Le mostrai infine la sua camera.

Aveva già mangiato, era stanca, e così mi salutò, con un sorriso ammiccante che mi lasciò stordito per diverso tempo.

Dopo appena un’ora -  io ancora stordito - tornò in azione: mi chiamò, dicendomi che non riusciva a dormire.
Era inquieta.
Volle fare un giro notturno per Arkham City.
La scarrozzai in lungo e in largo, ma non c’era molto da vedere.
Stavamo costeggiando Dexter Field lungo Parade Street, quando fece cenno di fermarmi.
Accostai l’auto al margine della strada e attesi le sue mosse.
Aprì lo sportello e si diresse all’interno del parco, senza aspettarmi.
Era una notte buia. In giro non c’era nessuno.
Le corsi dietro.
Giunta al centro del campo, si fermò, guardandosi intorno.
L’ombra era fitta. Inquietante.
Non so cosa fosse, ma l’avevo visto nei miei incubi.
Sbucò all’improvviso, silenzioso, oscuro, ripugnante.
«È uno Star Spawn, stai lontano…», sussurrò Sandy, come se lo stesse aspettando.
Ero interdetto. Il mostro era troppo brutto per essere vero. Lei troppo corposa per essere lì, accanto a me.
Le due creature si fronteggiarono.
Sandy era disarmata come me, ma sembrava conoscere il fatto suo. La bestia cosmica era tutta zanne e artigli, e sembrava uccidere con il solo sguardo deforme.
Urlare non aveva senso. Non potevo fare niente.
Gli attimi si dilatavano all'infinito, ma forse, ripensandoci, rimasero attimi.
Lo stallo fu interrotto dal mostro.
SZOCK
Lo Star Spawn balzò fulmineo in avanti e infilzò Sandy Stark con la zanna dorsale…
Fu un colpo tremendo, era come se l’avesse incornata un rinoceronte.
Terribile.
SWISH
Dopo aver colpito, il mostro si ritrasse.
La Stark si portò gli avambracci in pancia, rimanendo stoicamente in piedi.
Mi avvicinai per sostenerla, ma lei mi ignorò.
Lo Star Spawn, intanto, crollò sulle ginocchia deformi. Eppure nessuno l’aveva colpito. Io e Sandy eravamo disarmati.
Anche la Stark, però, cominciava a cedere.
Finì anche lei sulle ginocchia.
Ma al mostro andò peggio, perché finì a terra con tutto il muso e gli orrendi tentacoli cefalici. Eppure nessuno l’aveva colpito.
Sandy lo seguì poco dopo, accasciandosi in avanti.
ll mostro stellare ebbe dei sussulti, sembrava prossimo a morire.
Anche il donnone stava agonizzando, ma io non potevo fare niente per lei.
L’avanzo spaziale ebbe un colpo di coda. La agitò vorticosamente, fino a sprigionare uno strano fluido di color cangiante. Quando questo saturò l’aria circostante, si ebbe un’accecante esplosione di luce.
Allorché fui in grado di vedere qualcosa, Sandy Stark e lo Star Spawn stavano fronteggiandosi, in piedi, l’una opposta all’altro, come poco tempo prima.
Stavolta, però, il mostro spaziale indietreggiò, sbattendo le ali orrende e issandosi in volo verso le stelle.
«Ha capito, se n’è andato», disse Sandy.
Abbassò gli occhi sul ventre e lo sfiorò con la mano.
Era integro.
«Torniamo al quartier generale, Howard».
Ci svegliammo tardissimo. In attesa di altri incubi, ci dedicavamo agli ozi.
Non ebbi il coraggio di chiederle spiegazioni. Il capo era lei. Mi fidavo.
Fu lei stessa a mostrarmi un’immagine colta da internet: una spirale su un campo di grano.
Fui attratto dal suo ventre.
Lo toccai in tutta la sua rotondità.
Era integro.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PER UN DOLLARO IN PIÙ

di Salvatore Conte (2016-2017)

Non potrà andare avanti per molto.
Probabilmente non ha neppure una meta.
Ma se mi avvicinassi subito, di sicuro mi scaccerebbe.
Devo aspettare che si indebolisca ancora.
Sembro ragionare come un avvoltoio, ormai.
Anche loro volteggiano in attesa; io procedo a cavallo, ma è l’unica differenza.
Come tutte le donne più simili a dee che a esseri mortali, è ingestibile da parte di un uomo.
Queste grandi donne finiscono quasi sempre per rimanere sole.
Didone, Zenobia, Elisabetta… e tante altre.
Non sono solo un bandito, non sono un ignorante completo.
Didone, Zenobia, Elisabetta e tante altre, tra cui Leila Frexhi…
Un uomo non vivrebbe bene con loro.
Non potrebbe discutere, se non rassegnandosi a soccombere.
Di cosa le minaccerebbe?
“Io ti lascio…”?
Sarebbe ridicolo.
Dovendole regalare un vestito o un gioiello, con che coraggio gliene acquisterebbe uno?
Accompagnandole in giro, chi lo degnerebbe di uno sguardo, o se non altro di una fugace attenzione?
E poi… l’argomento forse più significativo: non riuscire a raggiungerle è assolutamente normale, nessun rimpianto per un uomo comune.
Ma se la fortuna si beffasse di noi, permettendoci di raggiungerle?
Non sarebbe poi impossibile rinunciarvi?
Già uno sguardo raggela il sangue, già uno è troppo da subire.
Come non ripensare ai grandi miti del nostro passato: a Medusa, per esempio.
Leila non mi sembra molto diversa da lei.
Guardala in faccia e rimarrai pietrificato, senza vita.
Non è forse quello che è successo a me, da quando è entrata nella banda?
Non ho più avuto una vita mia; le mie energie le ha risucchiate lei, a volte letteralmente.
Nel mito, Perseo la cerca per tagliarle la testa e proteggere così tanti altri uomini; però - anche a riuscirci - sarebbe chiaramente un gesto di paura; evitare le debolezze per essere più forti.
E poi, per andare dove?
Ci tagliamo il braccio, quando ci fa male?
Non è una soluzione.
Dobbiamo capire, guarire, conservare e migliorare: così andremo avanti.
Le nostre debolezze ci torneranno utili un giorno; forse all’inferno.
Per me sarebbe facile tagliarle la testa.
Una fucilata nella schiena e me la tolgo di mezzo; con tanto di premio: 3.334 dollari, per la precisione. Quel dollaro in più, l’abbiamo dato a lei, perché è una donna.
Eravamo in quattro, ma Bill non ce l’ha fatta.
Dovevano essere 2.500 dollari per uno: il sacco con i quattrini era stato chiuso e catalogato, e conteneva appunto 10.000 dollari esatti.
Il direttore di banca era una persona onesta; peccato che con noi abbia fatto il furbo.
La parte di Bill è stata suddivisa fra i tre superstiti, inclusa Leila, che però s’è beccata una pallottola nello stomaco.
Ma guai a dirle che era fottuta…!
Ha voluto la sua parte, come niente fosse, e se n’è andata per i fatti suoi, come me e Rod.
No, io non sono Perseo. I dollari mi servono per vivere, lei per morire.
Se non finiremo come granelli di sabbia nel deserto, ciò che abbiamo capito in questa vita ci servirà. Quindi è inutile ignorare i problemi.
Se queste donne sono tanto simili a dee, è fortemente improbabile che ci libereremo di loro. Tanto vale averne a che fare subito.
Non le vado appresso per i 3.334 dollari. La seguo per cercare di aiutarla; lo farò quando sarà abbastanza debole da non potersi opporre.
Uncinerò il suo orgoglio e glielo strapperò di dosso al momento debito.
E mi occuperò di lei anche quando sarà cadavere. Il suo corpo non dovrà marcire.
C’è la possibilità che la faccia finita da sola, ma scommetto che la sua ambizione glielo impedirà. È difficile che si sia del tutto rassegnata a scomparire.
Ecco…
Ha smontato.
Non ce la fa più.
Si è seduta a crepare comoda.
È il momento di parlarle, tanto sono già pietrificato.
«Leila…! Sono Jack…!», mi annuncio, perché altrimenti mi sparerebbe.
«Che vuoi…? Ci eravamo salutati…
Vuoi fottermi… i soldi…?».
«Lo sai che non sono qui per i soldi. Bastassero i miei 3.333 dollari a convincerti, te l’avrei già consegnati».
È pallida come un fantasma. Il suo…
Un rivolo di sangue le cola dal labbro.
La chiazza di sangue sulla camicetta bianca si è in parte raggrumata; altro sangue è ancora fresco, invece. Non doveva continuare a cavalcare.
Il volto scolpito come quello di una dea greca, massiccia come un bisonte, sbottonata fino al buco nello stomaco: una donna, un uomo e una divinità insieme. Leila Frexhi, da sola, è una Trinità; altro che Medusa.
«Lo so…», un sorrisetto, «ti stavo aspettando… Jack…».
«Allora non hai niente in contrario se mando dei segnali agli stregoni di questo territorio…».
«Per fare cosa…».
«Hanno delle droghe potentissime. E anche dei veleni. Possono tenerti in vita per un po’, possono tentare qualcosa. Niente che un segaossa possa nemmeno immaginare».
«Sei il solito idiota… non vedi che sto crepando…».
«Hai ancora un po’ di tempo, dovresti usarlo…».
«Ma guarda un po’ che bella riunione di famiglia…
I 10.000 ci sono tutti, adesso…
Abbiamo avuto la stessa idea, Jack.
Pensavo ti piacesse… e invece sei venuto a saldarle il conto e a prelevare i suoi 3.334 dollari…».
«Ti sbagli, Rod. Non sono un avvoltoio del tuo tipo».
«A me sembrano tutti neri.
Molla la colt, avanti.
E senza scherzi».
«Spostati… ci penso io…», sussurra Leila, seduta a terra con lo schiena contro un costone di roccia; mi trovo sulla linea di tiro tra lei e Rod.
«No… non ti farò ammazzare…».
«Sono fottuta… idiota…».
BANG
BANG
Mi lascio cadere di lato, mantenendo coperta Leila.
Mi colpisce al braccio sinistro, ma io sparo con il destro.
E l’ho beccato!
Mi avvicino.
È ancora vivo.
«Hai voluto troppo, Rod.
Non è facile tagliarle la testa…».
«Che cosa… aspetta…».
BANG
Gli apro un buco nella fronte.
Non avrebbe capito nemmeno mettendoci tutto il restante giorno.
Torno da lei.
«Ho sistemato Rod. Così intanto quelle bestiacce avranno da mangiare…».
«Hai avuto fortuna…».
«Sì, la fortuna degli idioti».
«Bene… adesso vattene… lasciami in pace…».
«Ascolta, Leila…
Se non ci creperai secca, gli avvoltoi ti strapperanno la pelle da dosso ancora da viva…».
«Vattene… o ti sparo…», mi punta la colt contro, ha ancora birra.
«Spara… avanti… così rimarrò qui per sempre, accanto a te…».
«E va bene… hai ragione…», si punta la colt contro il fianco.
«D’accordo… calma… hai vinto tu.
Me ne vado… me ne vado».
E sparisco davvero.
Non è ancora abbastanza debole.
Ma intanto vado a recuperare il cavallo di Rod: i dollari devono essere nella bisaccia.
Manca solo una parte per rimettere insieme i 10.000…
Naturalmente rimango nei paraggi.
Come gli avvoltoi che volteggiano sopra di lei.
Quelli preferiscono lei a Rod, val la pena di aspettare: è proprio vero, allora, che quelle bestiacce non sono tutte uguali.
Presto o tardi, se non ci rimane secca stecchita, avrà bisogno di aiuto.
Finirà le pallottole, non riuscirà più a ricaricare, e la vista troppo ravvicinata di quegli uccellacci famelici le darà il voltastomaco bucato.
«Jack…!», mi chiama, infatti.
È il mio momento.
Dà per scontato che io sia rimasto nei pressi.
Non le chiedo nessun parere, faccio di testa mia e basta.
Tanto le pallottole le ha finite, ed è lenta e impacciata nei movimenti: se prova a piantarsi un coltello in pancia, farò in tempo a intervenire.
Raccolgo sterpaglie secche e qualche ramo marcescente.
Con la coperta da bivacco interrompo il fumo secondo certi intervalli.
Lo stregone più vicino non si farà attendere troppo.

Ma forse per lei sarà troppo tardi.

«Jack... mio dio... sto crepando... in fretta...», si è appoggiata con la tempia al costone di roccia, rimanendo seduta a terra; il busto è inclinato da un lato, il petto affossato sulla pancia, sembra non respirare più.

«Pensavi di sentirti meglio, Leila?».

«Abbi rispetto... sto morendo... io... speravo... di durare...».

«Sei durata finché hai potuto. Non puoi rimproverarti nulla.

Ho chiamato uno stregone. Se riesci a reggere ancora un po', farà qualcosa per te».

«Non dipende... da me... sto crepando...».

«Non ci credo. Non ti sei mai arresa. Non puoi cominciare oggi».

«Augh, grande stregone», lo saluto con la mano alzata e il palmo aperto.

È arrivato.
Un tempo, se non sbaglio, anche i bianchi salutavano così.
Strano.
Noi l’abbiamo dimenticato.
«Saluto a te, viso pallido».
Dopo le presentazioni, gli chiedo che può fare.
«Darò a lei veleno dello scorpione, ma io non sapere quanto morire».
«Grande stregone… perdona la mia lingua, ma non ti ho chiesto di ucciderla. Sta già morendo».
«Io detto quanto, quanto… morire.
Conosco tua lingua, viso pallido».
«Sei sicuro? Se si muore, si muore. Solo il quando, quando… è incerto».
«Tu sbagliare, amico.
Con veleno di mio scorpione, il quanto… è incerto, il quando… è sicuro».
«D’accordo, amico dalla pelle rossa.
Come me, sei completamente pazzo.
Procedi.
Tanto lei è fottuta.
Fottuta… lo capisci?».
«Io capire, amico che saluti con mano aperta.
Tu pensare che donna bianca fottuta. Morta.
Per questo chiamato me.
Ma io no pazzo. Tu no pazzo.
Pazzi visi pallidi con giacca bianca.
Tu avere sangue, loro tagliare.
Come chiami tu?».
«Chi? I segaossa?».
«Segaossa… sì. Io già sentito. Loro pazzi.
Manitù condannato loro a pazzia».
«Penso tu abbia ragione.
Questo è il momento di dimostrarlo.
Se riesci a non farla crepare, avrai la metà dei nostri soldi: 5.000 dollari americani».
«Sei pazzo…?», Leila ha sentito.
«Io no cercare dollari, io cercare scorpione della grande medicina.
Io avere uno con me.
Dollari non curano ferite.
Dollari non danno pace a corpo.
Donna bianca molto bella e molto forte.
Bella come squaw di Manitù e forte come guerriero rosso.
Io curare senza dollari, io curare con scorpione.
Donna bianca, Bisonte di Luna, sarà nostra sakem, se Manitù così decide».
Ci mancherebbe solo questo.
È più pazzo di quanto credessi, ma anche più intelligente del nostro Presidente.
L’ha pietrificato pure mezza morta, con le palpebre pesanti.
Ma gli indiani non tagliano teste, almeno se non dai loro fastidio.
Sanno distinguere tra i bianchi, mentre noi non sappiamo distinguere tra loro.
Hanno accettato le loro debolezze, sanno che perderanno tutte le guerre contro l’uomo bianco.
Eppure sono più vicini a dio di noi.
Guarda come conosce quello scorpione…
E quel che è peggio, sembrano sapere che…
All’inferno non si cambiano dollari.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ORDO AB CHAO

di Salvatore Conte (2016)

«È stata ferita?».

«No».

«E allora proprio stasera doveva decidersi a crepare?

È andata avanti per mesi, no?».

«Infatti. Ma stasera pare abbia deciso di fermarsi».

«È un peccato, ma dobbiamo farcene una ragione.

Non si può fare niente per lei».

«No. Ha rifiutato persino la chemio».

«Le avrebbe rovinato i capelli, ha fatto bene».

I compagni di Jane prendono atto della situazione.

La bonona della banda - cinquant'anni che sembrano quaranta - perde sangue dalla bocca.

Il colpo è riuscito, nessuno s'è fatto un graffio - a parte Jimmy che c'è rimasto secco - ma lo sforzo, l'impegno o la fatalità l'hanno mandata in crisi.

Il tumore allo stomaco si fa sentire.

La Frexhi ha un'emorragia interna, evidentemente.

L'hanno distesa sul letto, pallida e sconcertata.

Per quanto rassegnata, avrebbe perlomeno voluto godersi il colpo appena messo a segno.

E invece il sangue le è salito in bocca. Lo stomaco ha fatto boom, come se l'avesse bucato una pallottola.

E ora attende di capire - ansiosa, stordita - se l'emorragia si arresterà, o se è destinata a crepare.

È chiaro che sarebbe un rinvio di pochi giorni, ma a lei farebbe comodo, lo si capisce dagli occhi spaventati.

La bonona ci sta lasciando la pelle.

E anche se era risaputo, c'è agitazione tra i suoi compagni.

E qualche opinione difforme.

«Potremmo lasciarla davanti a un ospedale. Prima che sia troppo tardi...».

«No, ormai è fottuta. Non la salva più nessuno. Jane è andata...».

«Potremmo perlomeno iniettarle quel farmaco contro le emorragie... come si chiama? So... so e qualcosa».

«Somatostatina, somaro...».

«Sì, quella... dicono che curi il cancro, anche».

«Sì, come no».

«Allora...? Andiamo a prenderla?».

«Troppi rischi. E poi potrebbe non funzionare».

«Bill, tu non parli mai. Vuoi dire qualcosa?».

«Sì...

Che cazzo di amici, siete?

Stendere uno sbirro è un conto, ma lei è una di noi.

Sta crepando, Cristo! È una donna.

Se le facciamo tirare le cuoia, ci porterà addosso un mucchio di guai».

«Potevi dirlo subito che saresti andato tu a prendere la so... so e qualcosa».

Bill parte davvero.

E ritorna con la medicina.

Il farmacista gli ha chiesto la prescrizione medica; lui ha risposto "eccola".

Una banconota da cento dollari è una ricetta che non si può rifiutare, va bene per ogni malato e cura anche il farmacista.

«Come sta?».

«Ha balbettato qualcosa, mezza svenuta. Ne ha per poco».

Va da lei.

«Che cos'è... Bill...? Non voglio crepare...», le palpebre pesanti, «sapevo... di essere finita... ma... voglio... lottare ancora...».

«Questa roba ti aiuterà, Jane.

Forse non è ancora finita».

«Speravo... di avere più tempo... di godermi il colpo... almeno...».

«Non sei ancora fottuta, Jane. Almeno spero».

La bonona è dannatamente sexy anche in punto di morte.

Con la sua tipica camicetta rosa quarzo, un po' larga, portata fuori dai pantaloni.

E naturalmente sbottonata, quasi scamiciata; in maniera sapiente.

Fino allo stomaco, senza reggiseno, con la spaccatura bene in vista, i seni un po' molli, ma invitanti.

L'insieme è perfetto, massiccio, possente: esprime al massimo livello l'idea di una donna senza limiti.

Una super bonona nel linguaggio corrente.

Il collo ben piantato sul tronco, il volto scolpito come nel marmo pario, i capelli che sembrano formare un diadema d'oro, gli occhi di colore indefinibile, trasparente, che riprendono le morbide venature del quarzo rosa, lo stesso del suo tipico camicione, l'avorio con riflessi purpurei della pelle.

Chissà perché, con una o due taglie in più pensa di mascherare i chili in eccesso, la cellulite galoppante.

In fondo è una donna all'antica: ha ancora il pudore della carne abbondante.

Non sa forse che agli uomini, ai veri uomini, piacerebbe comunque?

Ma - e questo è vero - con il suo stile piace ancora di più.

Sempre ai veri uomini, però.

Il rosa quarzo, uno speciale rosa pallido, etereo e sensuale, era associato nell'antichità alla più pura espressione della femminilità; e addosso a lei si capisce bene perché.

La cosa è arrivata - pur distrattamente, come tutto - fino ai giorni nostri; anche se il rosa moderno è un rosa medio-scuro generico non contestualizzato, che poco ha a che vedere con il rosa quarzo dei tempi andati.

«Mi hanno detto che sei quasi svenuta. E che stavi parlando da sola...».

«Sì... è vero...».

«Raccontami tutto».

«Ho sognato qualcosa... qualcosa di brutto...».

«Avanti... raccontalo, può essere importante».

«Bill... promettimi... che mi aiuterai...».

«L'ho già fatto... ti sentirai meglio; adesso ti attacco anche la flebo.

Se ti accontenti di qualche giorno in più, forse vivrai».

«Sono pazza... dovrei mollare... ma li voglio... non voglio morire...».

«Ti capisco. Provi a trascinarti: è normale per una come te».

«Sono una vigliacca... mi trascino... per guadagnare... un po' di tempo... ma so... di essere fottuta...».

«Jane... parlami del tuo sogno...».

«Ero a terra... pancia all'aria... un enorme... coso... è venuto verso di me...».

«Che coso, Jane?».

«Un compasso... ecco... non mi veniva... gigante... si spostava da solo... come se camminasse... mi ha trafitto... con la punta... nello stomaco... e poi... ha cominciato... a disegnare... un cerchio... trascinandomi con lui... usando il mio sangue... per scrivere...».

«Fermati un attimo, calmati», le asciuga la fronte, imperlata di sudore.

Quando la vede riprendersi, la esorta a proseguire.

«Finalmente... si stacca da me... e sprofonda... lasciando un buco... al centro...

Io... mi giro... a pancia sotto... e cerco di uscire... dal cerchio... ma non ci riesco...

Il  cerchio si stringe... sempre più... con me dentro...

Mi spinge verso il buco...

Ci sto finendo dentro...

Come se non bastasse... un uomo... senza faccia... con due grossi righelli... al posto delle braccia... mi trascina verso il buco...

Poi mi riprendo... il sogno svanisce... appena in tempo...

E vedo altro...

Una cosa strana...

Mai vista...

Sulla terra... terra nuda... vedo tante parole... scritte con tronchetti... rami... pezzi di legno... è latino... anche se non lo conosco... so che è latino...

La terra è in discesa... le parole si leggono bene... come su una parete...».

«Va meglio ora, vero? Parli più sciolta».

«Speriamo di non crepare...».

«È tutto?».

«Sì».

«Non ricordi nessuna di quelle parole in latino?».

«Forse... una... Caesar...».

«Caesar...

Ora riposa un po', devo pensare».

Quando ritorna da lei, le espone la sua interpretazione.

«Caesar potresti essere tu. Lo dice la tua forma possente, massima.

La parola non ha infatti un corrispettivo femminile. Dux femina, scrive Virgilio.

Conosco un po' di latino.

Ma chi è che parla?

Lo capiamo in relazione alla prima parte del sogno.

Forse è la Natura che parla, l'ordine naturale delle cose, che vede in te la sua rappresentazione massima e ti parla nella lingua che unisce gli uomini agli Dei.

Viceversa, nella prima parte del sogno, sono evidenti i simboli della massoneria: la squadra e il compasso, un potere senza volto, l'odio per le donne belle e formose che incarnano il potere della Massima Dea.

La filosofia generale della massoneria è racchiusa nella massima "Ordo ab Chao": un paradosso concettuale che sfrutta la genialità della lingua latina.

In sostanza, la massoneria semina il nulla e la confusione per ottenere, attraverso l'alchimia sociale delle forze contrapposte e disperse, un ordine sostenibile in cui la massoneria stessa si sostituisce a Dio.

Per realizzare tutto ciò è essenziale operare contro Natura, l'ordine naturale delle cose deve essere sovvertito, per pervenire al suo esatto contrario, nell'ambito del quale gli stessi massoni dettino le nuove leggi del cosmo.

Può sembrare folle, forse lo è, ma è un programma in avanzata fase di realizzazione».

«Anche la mia morte... sembra...», la Frexhi lo riporta alla realtà immediata.

«Come vedi, c'è un nesso tra le due cose».

«Le cure contro il cancro vengono impedite e il cancro stesso favorito e disseminato. Panico e terrore colpiscono popoli senza più fede, non sanno neppure che la Natura provvede a tutto.

Due mesi fa, più o meno, ti proposi di curarti proprio con la somatostatina, quella che hai assunto stasera, che ha origini naturali, perché già presente nel nostro organismo».

«Lo sai che sono fottuta... l'hanno detto tutti i medici...».

«Spero che dopo questo sogno tu possa cominciare a capire chi veramente sei.

Caesar ab Natura».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ORDO AB NODO

di Apuleio (2016)

Tutto era cominciato in una vecchia taverna inglese.

L'accordo era stato sancito: avrebbero sfidato la morte insieme.

Ma niente di personale. Solo business.

Lei era Jane Frexhi, una bella donna sulla cinquantina.

Lui Richard Courtney, un conte senza più una sterlina.

Li univa la voglia di rivalsa, nient'altro.

Lei, a dispetto della sua faraonica bellezza, era ancora alla ricerca del vero amore.

Un'esperienza esotica, estrema, le avrebbe forse dato le emozioni che cercava e non aveva trovato presso nessun uomo.

Paradossalmente, pur sconfitta dalla vita, la Frexhi appariva invincibile per natura; nel suo potere inespresso, incarnava un imperscrutabile  mistero.

Lui non accettava la caduta della sua casata.

Non era bravo con la squadra e il compasso.

Se la cavava meglio con il tirso e il sistro.

Nostalgico dei fasti andati, avrebbe combattuto sapendo di perdere.

All'inizio era sembrata una follia.

Ma adesso sembra che il vecchio professore abbia avuto ragione.

Nessuno voleva dargli retta; anche lui non è bravo con la squadra e il compasso.

Però i geroglifici... quelli li sa capire bene.

E si è portato appresso una scettica e un visionario, forse per raggiungere la giusta alchimia.

E tuttavia, adesso che l'ingresso della tomba è stato scoperto, adesso che si è materializzato fra le sabbie del deserto, anche lei ha la febbre...

Le torce elettriche spianate nel buio, i tre avanzano nella tomba del Faraone.

Si scende, ma non di molto, l'inclinazione del pavimento in pietra è simbolica.

Il sarcofago del Faraone emerge alla fine del corridoio.

È posizionato in linea verticale, contro una sorta di catafalco costruito in rilievo rispetto alla parete di fondo; non si trova al centro della stessa, ma defilato sulla parte destra.

Sulla parte sinistra, infatti, c'è un altro sarcofago, aperto e vuoto; rimasto nell'indefinita attesa di un destinatario.

Insomma il Faraone doveva essere morto single.

Al centro della parete di fondo, tra i due sarcofaghi, posto su un piedistallo dedicato, le torce inquadrano un oggetto dorato, grande quanto il palmo di una mano.

E tutto intorno, brillanti meraviglie, ancora luccicanti nonostante la polvere dei millenni.

«È fantastico!», esclama estasiato il professore.

Courtney, tanto per cominciare, analizza il piccolo oggetto posto in evidenza sul piedistallo.

Un lampo maligno attraversa gli occhi dell'uomo.

«È oro, capisci?», dice alla donna.
«Cosa? Fai vedere...».
Quando lei allunga la mano, lui gliela stringe, insieme al talismano.
«Senti...? Sembra caldo».
«Non dire idiozie, fammi vedere...
Non sembra oro...».
«Sei sicura?».
«Che cosa rappresenta?».
«Il Nodo di Iside.
Anche se non è fatto d'oro, ha un valore inestimabile.
Mettitelo in tasca...», sussurra in tono furtivo.
«Okay», e se lo infila nei jeans, sotto il camicione rosa quarzo portato rigorosamente fuori dai pantaloni.

Si reputa troppo ingrassata e occulta le forme indossando una taglia in più. Il bel seno, però quello non lo nasconde. Tre o quattro bottoni allentati sono la norma per la bella Jane.

«Un momento... cosa state facendo?», il professore ha notato il movimento. «Non dovevate toccarlo...».

«Andiamo, professore... non è nemmeno d'oro...

Io sono qui per risolvere alcuni problemi economici, lo sa.

E comunque, ditemi... sono curiosa... cosa rappresentava quell'oggetto?».

«È un talismano, signora; non un oggetto. È il Nodo di Iside, il nodo che nessuno - non il tempo, non un dio, non un mortale - può sciogliere, né recidere.

Il Nodo è indissolubile. Non è d'oro, perché ha natura non venale.

Può assumere diversi attributi, ma in questo contesto indica chiaramente l'aspirazione del Faraone: legare a sé, per sempre, indissolubilmente, la sua donna fatale.

Egli - come vediamo - morì senza riuscire, ma la ricerca non può ancora dirsi finita...».

«Professore... ne parla come se fosse ancora vivo...».

«Egli, è ovvio, credeva nell'eternità dell'anima.

Ne parlo, dunque, secondo il suo punto di vista.

E comunque... dal Nodo di Iside deriva la concezione moderna di anello nuziale.

Infatti questo esemplare - e dopo lo tirerete fuori - può stare nel palmo di una mano.

Io penso che gli sposi lo stringessero insieme, mano nella mano, affidando a Iside la protezione indissolubile del loro amore, poiché ella amò Osiride anche nella morte...».

«Maledetto imbecille...», la Frexhi lo fulmina con gli occhi. «Ne sai più del professore...».
«La famosa formula: "L'uomo non separi ciò che Dio ha unito", è l'ennesimo scempio di questa antica civiltà, troppo avanzata per noi miserabili cani moderni...», la rabbia lo trasfigura, mentre scandisce le ultime parole a mascella serrata. «Noi non toccheremo nulla, lasceremo tutto com'è. Avanti, rimettete a posto il talismano».

«Dice sul serio, professore?», la Frexhi sta per perdere la pazienza.

Lo sfida con la scollatura della camicetta che freme per la febbre dell'oro.

«Mi dispiace, signora, ma non siamo qui per farci i comodi nostri».

«Non avrei voluto farlo, professore, ma lei mi costringe.

Immaginavo che lei fosse un po' toccato e mi sono premunita...», la bella donna tira fuori da sotto il camicione, dalla tasca dei jeans, una rivoltella.

«Avanti, Ric, metti insieme un po' di questa roba e facciamo il primo viaggio».

Courtney riempie lo zaino.

«E di lui che ne facciamo?».

Con il cono di luce della torcia, la Frexhi gli indica il sarcofago aperto.

«Sono spiacente per la mummia, ma dovrà accontentarsi...», un sorrisetto gelido fra le labbra.

«Non dirai sul serio...», obietta il conte.

«Avanti... fallo, o vi lascio tutti e due qui dentro, per sempre...

E chiudi bene.

Intanto, porto fuori questo».

La Frexhi si carica lo zaino sulle spalle e si avvia verso l'uscita, dove li aspetta la loro jeep.

È un attimo.

KREEEK

THUD

Anzi, due attimi. Alle spalle di Courtney.

La Frexhi non ha nemmeno il tempo di urlare.

«Cristo!», il conte squattrinato illumina il fondo della buca. «Il Nodo non è durato nemmeno cinque minuti, altro che indissolubile!», con un tragico sarcasmo cerca di reagire alla scellerata visione...

«Sono spiacente, Courtney, la signora è fottuta.

Se l'è cercata.
Queste trappole non perdonano.
Dobbiamo stare attenti anche noi».

«Ma... ha fatto lo stesso percorso dell'andata...», ancora sotto shock.

«Sì, ma vede Courtney... all'andata non avevate ancora toccato il Nodo...

Non appartiene a voi, ecco perché non ha funzionato.

Evidentemente, spostandolo dalla sua sede, avete innescato la trappola.

Una trovata intelligente da parte del Faraone.

Sciocca da parte vostra...».
«Il cadavere si muove! Professore...!», esclama eccitato il conte.

«Sì, in effetti è stata relativamente fortunata nel cadere. Solo una punta l'ha trapassata. Una su dodici.

Ma le ha massacrato gli intestini ed è comunque sufficiente a ucciderla.

Non ci perda tempo, Courtney...».
«Io vado giù. Lei tenga ferma la scala, ce n'è una qui», e la cala nella fossa.
«D'accordo, ma si sbrighi.

E riporti su lo zaino».

«Non c'è n'è bisogno.

Lasciamo tutto così.

Se ne riparlerà fra due o tremila anni...».

«E questi chi sono?» domanda incredulo il professore.

La tomba del Faraone si affolla.

I nuovi profanatori sono una quarantacinquenne mediorientale, imbottita di carne, con uzi sottobraccio, e due gorilla armati fino ai denti.

«Non li vede, professore?

La squadra e il compasso triangolati uno sull'altra, a disegnare una Stella di Davide stilizzata...».
«Complimenti... se l'intelligenza fosse commutabile in dollari, lei sarebbe ricco», sentenzia la bella iraniana.
«Se lo fosse la bellezza, lei sarebbe ricchissima...», la replica del conte.

«Imbecille...», sussurra la Frexhi, che ancora ci sente benissimo, dal fondo della buca.

A lei, però, nessuno la sente.

«Con chi ho il piacere di...».

«Può chiamarmi Shardana Bahari», lo interrompe la finta bionda iraniana. «Sa anche per cosa sta la "G"?».

«Per Golem».
«Accidenti... impressionante.

E se dovesse spiegare in tre parole la storia recente del suo Paese, qualunque esso sia?».

«Ordo ab chao».

«Icastico...

Ma ora veniamo a noi, signori.

Questa scoperta non rientra nei nostri programmi; spiacenti.

Tuttavia, se terrete la bocca chiusa, non sarete eliminati.

Vi sorveglieremo, come abbiamo fatto finora.

Vi abbiamo dato corda, non vi ritenevamo pericolosi, e invece siete andati a meta».

«Forse c'è una donna ancora viva là sotto: che ne sarà di lei?».

«Una donna qui sotto c'è di sicuro, ma viva proprio non credo...».

E si dispone a falciarla con la mitraglietta uzi.

«Ehi! Un momento! Non vi ha fatto niente!», Courtney si mette di mezzo. «Ha solo bisogno di un po' di soldi, come me. Non possiamo tirarla fuori?».

«Lei ci chiede un po' troppo, lord Courtney.

È evidente che non può sopravvivere, tirandola fuori ci creerà solo dei problemi. Qui invece farà compagnia al Faraone.

Fra duemila anni il mistero farà scintille: il mistero dello scheletro in camicia rosa del ventunesimo secolo...

Una sfortunata saccheggiatrice di tombe rimasta uccisa dalla maledizione del Faraone... e da una bella raffica di uzi...», lo scansa e si prepara a freddarla, visto che continua ad agitarsi.

BANG

La Frexhi, però, con insospettabile prontezza, benché inchiodata a terra, è ancora in grado di reagire.

La Frexhi spara!

L'iraniana viene centrata allo stomaco.

«Figlia... di puttana...!», impreca la quarantacinquenne, crollando sulle ginocchia.

Potrebbe far partire una raffica, ma Jane Frexhi la tiene sotto mira.

È chiaro che dopo uno scambio di colpi, sarebbe la cinquantenne ad avere la peggio.

Ma è la mediorientale a rischiare di più, la Frexhi ha poco da perdere, la Bahari - forse - può ancora tentare qualcosa.

«Calmi...», si rivolge ai suoi uomini. «È una combattente come noi... non ci sta a crepare... ma così renderà tutto più difficile...

La tireremo fuori... e resterà con le budella in mano... allora sarà lei a pregarci di farla finita...».

Mentre l'iraniana parla, il professore si defila leggermente.

Ha notato qualcosa e preferisce tenersi in disparte.

Anche adesso è un attimo.

CRACK

PLAAC

Anzi, due attimi.

Un'ombra è scivolata alle spalle dei quattro, intenti a a guardare nella buca.

È il Faraone.

Con forza innaturale, sovrumana, alimentata dall'inferno, ha staccato la testa dal collo a una delle guardie e l'ha sbattuta contro l'altra, come in una schiacciata sotto canestro.

«Ma che cazzo...!?», impreca la donna.

«Non lo faccia!», le urla il professore, quando le vede puntare la mitraglietta contro la mummia. «La farebbe solo arrabbiare. Stia ferma, a lei non farà niente».

Ed è così, la mediorientale non reagisce e la mummia si ferma, rimanendo in attesa, come tornata cadavere, esauritosi il furore.

L'attenzione è catturata dal tramestio che sale dalla buca.

La Frexhi sta uscendo dalla sordida trappola...

Courtney si affretta ad aiutarla, ma lei lo tiene a distanza, puntandogli contro la rivoltella.

«Non sono ancora finita... non fare scherzi... o ti faccio fuori... Ric...
La mummia è dalla mia parte...», ha ancora la forza di sorridere. «Tu molla la mitraglia... puttana...».

La cinquantenne si tiene la pancia con l'avambraccio sinistro.

Il camicione rosa, sbottonato aggressivamente fino allo stomaco, è imbrattato di sangue.

«Ma come hai fatto...», le chiede Ric, stupito e ammirato in egual misura.

«Il tuo talismano funziona... anzi il suo...», guardando la mummia.

«Cosa credi di fare, Jane?

Hai bisogno di un dottore... subito...».

«Io me ne vado da qui... voi ci rimanete dentro...», la Frexhi - pur a fatica - muove qualche passo in direzione dell'uscita.

La mummia entra in azione, la supera e le sbarra la strada.

E non si fa aggirare, facendo da muro.

«Questa poi...!», esclama Courtney. «E adesso che facciamo, Jane? Lo denunciamo per stalking?

Quella non ti fa passare.

Ha tutto l'interesse che tu rimanga qui con lui, Jane.

Viva o morta, per lui non fa troppa differenza.

Credo sia innamorato di te».

«Io... gli crepo in faccia... se non si muove...
Dannazione... Ric... hai ragione...», torna verso di lui e gli crolla addosso, sfinita. «Ric... sbavami addosso... mentre crepo...».

Lui le prende la rivoltella, tenendo d'occhio gli altri due, mentre la fa sedere contro la parete laterale della tomba.

«Non ti sei nemmeno spaventata, Jane? Quella caduta improvvisa avrebbe terrorizzato chiunque...», il conte è ancora incredulo.

«Io... chiunque...? Ne ho viste tante... la vita... è peggio... di tutto questo...».

«Professore... faccia qualcosa».

«Non posso fare niente, Courtney.

Lui ha scelto. È suo diritto, questa è la sua tomba. L'amuleto che avete rubato è suo. Le potenze infernali lo proteggono, perché il diritto è suo.

Noi abbiamo profanato la sua tomba e lui ha scelto la signora Frexhi per sposa, da quanto vedo.

Andrà a riempire, mettendolo a dura prova, il sarcofago rimasto vuoto».

«E io...? Non conto niente... io...?», la Frexhi non ci sta.

Si cerca qualcosa nella tasca.

Tira fuori il Nodo di Iside.

«Ce l'ho io... e decido io...

Stringilo... Ric... insieme a me...».

«L'abbiamo già fatto...», esita il conte.

«Avanti... dobbiamo rifarlo... adesso lui è sveglio... dobbiamo... dargli una lezione...».

GROWR

La mummia ringhia minacciosa.

Ma è troppo tardi.

Courtney stringe il Nodo.

Un urlo disumano rimbomba nella tomba.

Sembra che non finisca più.

Si trasforma in un rombo vero e proprio.

Il pavimento trema e la volta comincia a cedere.

Sembra arrivare il terremoto.

Il professore cerca di fuggire, ma la mummia gli sbarra la strada, ributtandolo indietro.

«Forse a noi non farà nulla. Diamo una mano alla Bahari, non possiamo lasciarla qui...».

«Stronzo...».

I tre guadagnano l'uscita appena in tempo.

Dietro di loro tutto crolla.

La tomba rimarrà tale per sempre.

«Dunque funziona davvero, per Iside!», esclama Courtney, una volta al sicuro.

PAK

Gli arriva uno schiaffo della Frexhi, con la mano impiastrata di sangue.

«La prima volta... mi hai ingannato... non valeva... la seconda... l'ho fatto... per liberarmi... della mummia...».

«E la terza...? Se non lo fai, ci lasci la pelle, Jane. Perché io rimarrò vivo e ti terrò con me.

Altrimenti...».

«Bastardo... se pensi di ricattarmi... come il Faraone...

Se devo crepare...  ti crepo in faccia...».

«Lo so... lo so... penso di sapere come sei fatta.

Se non è bastato un Faraone a metterti sotto, non ci riuscirò certo io.

L'amuleto puoi tenertelo, ti rifarai delle spese.

Io terrò il mio sarcofago nuziale aperto, ma non sarà per te...», Courtney si volta allusivamente verso la bella iraniana che si tiene lo stomaco con entrambe le mani, cercando disperatamente di tamponare il buco; l'aiuta anche lui. «E adesso ti porto al campo dei tuareg: penso sappiano come trattare le tue budella e spero rattoppino anche Shardana».

«Credevo... m'avresti sbavato addosso... mentre crepo...».

«Ti preferisco viva e ostile, piuttosto che dentro un sarcofago», e si muove verso la jeep.

«Ric... aspetta... vieni qui...».

Lui si siede accanto a lei, la schiena contro la parete di roccia ancora tremante.

Con la mano gli preme la testa sul petto palpitante, dentro la scollatura del camicione.

«Adesso... hai Iside dalla tua... bastardo...

Muoviti... però... perché non voglio crepare...

Tenterò... il tutto per tutto... al campo dei tuareg...

E se non riesco... ti crepo in faccia... Ric...».

«Ordo ab nodo, Jane».

E il terremoto cessa del tutto e i pochi uccelli del deserto riprendono a cantare.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA BOTTANA

di Salvatore Conte (2017)

La chiamano così, ma non è una puttana vera e propria.
Se la fa con il padrino, quando lui la chiama.
Si chiama Gianna Vaccarella, nomen omen.
“È piena di grazia”, avrebbe scritto un evangelista.
Solida, abbondante, morbida, si valorizza con una semplice camicetta bianca e un bustino di paillettes, che lasciano intravedere la spaccatura del seno da milf sicula, qui detta appunto bottana.
Le piace sfidare la grigia perversione della periferia.
I veri uomini devono cederle il passo. Anche il padrino l’ha fatto, in fondo.
La logica vorrebbe che a una puttana corrispondesse - se non altro - un puttaniere.
Invece il padrino è per tutti un uomo di mondo (niente affatto un puttaniere), quanto lei - senza attenuanti - una bottana.
Da quando Enea mise piede in Sicilia, fuggendo da Cartagine, le belle donne tutte bottane sono...
Il Troiano, oltretutto, conferì loro un sinonimo piuttosto nostalgico.
Va da sé che nessun folle prenderebbe a coltellate il padrino.

Ma della bottana le vecchie del quartiere dicono che finirà a schifio, morta ammazzata.

Gianna cammina tranquilla.

Lui esce fuori all'improvviso, le sbarra la strada, la spinge contro il muro, le fa vedere il coltellaccio, sembra pronto a usarlo.

Lei, però, non grida, non chiama aiuto.

«No! Così m'ammazzi...!», cerca di farlo ragionare.

Ma quello ha deciso di farla fuori.

E affonda i colpi!

SZOCK
«Questa è per te, bottana!».

La Vaccarella spalanca gli occhi e la bocca.

Ha incassato la prima coltellata!

SZOCK
«E questa pure, bottana!».

Un'altra brutta coltellata nell'utero!
A Gianna non va liscia come al padrino.
La sua sensuale bellezza fa invidia a donne e uomini, e qualcuno di questi ha preso l’iniziativa.
Vorrebbe essere lui il padrino, ma non potendolo essere, si sfoga così.
Ha usato un grosso coltellaccio da cucina, affondato in corpo con la rabbia della follia.
Per fortuna due colpi sono sufficienti a farlo sfogare.
Gianna rimane in piedi, lui se ne va.
Nessuno ha visto, né sentito.
Le imposte si chiudono.
La Vaccarella raggiunge la casa della sua amica; era quasi arrivata.
«Gianna! Cos’hai?!».
«Non è niente…».
Le vuole bene e non esita a farla sedere sulla poltrona in vecchio stile siciliano, anche se la macchierà di sangue.
«Chi è stato?».
«Non è niente… te l’ho detto…».
«Non vuoi chiamare un dottore?».
«No… non serve…
Gli è scappato… non voleva farlo…».
«Ho una bottiglia in frigo, devi bere qualcosa di forte».
Quando Carmela torna, ritrova l’amica con i palmi delle mani rivolti in alto, fuori dai braccioli, prostrata sulla poltrona in modo innaturale.
Il ferraccio ha lavorato.
«Gianna…».
Le fa trangugiare di corsa la bottiglia di Marsala: una buona parte sbrodola lungo il collo e finisce nella spaccatura.
«La bottana ammazzata fu!», si sente urlare da fuori.
«Minchione…».
È la Vaccarella che sussurra in risposta.
Ha ripreso un po’ di controllo su sé stessa, cerca di riassestarsi sulla poltrona.
«Su... bevi ancora…», l’amica ne approfitta per infonderle altro calore.
«Buono…
È stato solo un momento… non mi faccio ammazzare così…», la Vaccarella reagisce, il Marsala - corposo come lei - l’ha corroborata; non ci sta, anche se l’hanno spanzata di brutto.
«Ora però è meglio chiamare un’ambulanza…».
«No… saranno loro a chiamare… se crepo… non sarò più la bottana…».
«Che vuol dire, non capisco...».
«Voglio crepare su questa poltrona… non mi muovo da qui…».
«Chi c’è dietro?».
«È una vecchia storia…
Mi vogliono fottere…
Ma quel ragazzo… non voleva uccidermi… non capiva…».
«Vuoi dire che non voleva ucciderti con due coltellate nella pancia?».
«Non sono… mica morta…», tuttavia è pallida, provata, e il petto si alza a ritmo irregolare, come se per respirare la Vaccarella dovesse arrangiarsi alla meno peggio.
Per quanto potrà andare avanti?
E se entrasse definitivamente in crisi?
Gianna Vaccarela rimarrebbe uccisa su quella poltrona, morta ammazzata, spanzata da due brutte coltellate.
Carmela, sebbene a malincuore, lo dà ormai per scontato.
L’ultimo segnale di potenza rimane la bella scollatura.
«Chiudimi…
Dovranno ritrovarmi… abbottonata… fino al collo…», mormora la quarantenne con occhi allucinati,  incupiti dalla sorte avversa.
Il coltellaccio, anche se non si vede, sta lavorando.
«Come vuoi, come vuoi...».
«Adesso... apri la porta... e grida anche tu... l'hanno ammazzata... sti fetosi... venite a vedere... venite...
E vedrai... come vengono...».
«Se è questo ciò che vuoi... lo faccio.
L'hanno ammazzata! Correte!
Hanno ammazzato Gianna Vaccarella, la più bella donna di Trapani!
Fetosi!
Venite a vedere!
L'hanno ammazzata a coltellate!
A schifio finì!».
In due minuti, mezzo quartiere è lì.
Ci sono tutti meno la polizia, che interviene previo consenso del padrino, il quale ha mandato qualcuno a vedere.
«È ancora viva!».
Le voci vengono rilanciate di bocca in bocca, spesso arricchite dalla fantasia popolare.
Intanto, Gianna trema.
Carmela le soffia aria in gola per aiutarla a respirare.
«Bottane sono...», dice un vecchio.
«Ma no... la bedda sta crepando... e l'altra le passa un po’ d’aria».
«Si può sapere quanto ci mette a crepare?».
«Mica sei obbligato ad aspettare...».
«Ma che razza di bottana è... abbottonata come una vedova in lutto...».
«Perché non chiamano un dottore...».
I commenti sono molteplici.
La Vaccarella crepa attorniata dalla gente del quartiere: chi piange, chi ride, ma nessuno indifferente. Seduta storta sulla vecchia poltrona, si tiene la pancia con le mani, il seno coperto, la bocca quasi spalancata, lo sguardo confuso perso nel vuoto. Carmela le fa bere, di tanto in tanto, un goccio di Marsala, che si mischia al sangue che le arriva in gola. Cerca di farle guadagnare altro tempo, nell’attesa che succeda qualcosa; anche lei è molto confusa.
«Qualcuno sa se è morta?».
«Perché non la sbottoniamo un po’?
Non capisco perché debba crepare come non è mai vissuta...
Bottana fu!».
«La bottana abbottonata finì!».
«Perché non esce fuori chi l’ha ammazzata, intanto?».
Le domande, come si vede, sono tante.
Chi piange, chi ride.
Tra chi piange c’è un ragazzo.
«Dai... che è solo una bottana...», lo consola un altro; e vede che estrae un coltellaccio sporco di sangue. «Se l’hai fatto tu, hai fatto bene. Ma non serve altro. È questione di poco, non ce la fa più».
Il ragazzo si avvicina con il coltello in mano.
«Che fai, fetoso!», lo apostrofa Carmela. «È morta, non lo vedi?».
«Fallo fare... non ho paura...», mormora Gianna, che in realtà respira ancora.
«Mi riconosci?», le chiede il ragazzo.
«Certo... ci vedo ancora... so che... non volevi farlo... so che... non vuoi finirmi...».
«Questo è per te!».
Un’esclamata meraviglia si propaga tra i presenti.
Il ragazzo si è piegato sul ferro, fino in fondo.
Adesso è ridotto peggio della Vaccarella, forse crepa prima di lei.
«Io... non te l’ho chiesto...», sussurra la bottana, mentre si sbottona come ai bei tempi, scoprendo la spaccatura del seno.
«Lo so... l’ho deciso... io...», e su quello sguardo e su queste parole ci crepa secco.
«Turidduzzu la bottana ammazzò!».
«Turidduzzu a schifio finì!».
Il quadro si consolida.
La polizia ne è rimasta fuori. Il padrino pure.
La gente comincia a sfollare, come in una partita già decisa.
Se la vogliono ricordare sbottonata.
La Vaccarella è ai tempi supplementari, ma i rigori non se li aspetta nessuno.

Di lei - se ce ne sarà ancora il tempo - se ne occuperà il medico condotto.
La bottana per nulla abbottonata finì.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA PISTOLERA NON REGGE IL PIOMBO

di Salvatore Conte (2017)

È il più classico scontro all'ultima pallottola tra pistoleri, in uno squallido villaggio di frontiera.
Sul piatto l'immancabile pugno d'oro.
In mancanza d'altro, si punta la pelle.
Il buono di turno è Jack Wilker, un bounty-killer quasi senza macchia.
Di brutti e cattivi ce ne sono a volontà.
Ma un brutto in particolare no, anzi. C'è una bella puttana pistolera fuori dallo schema: Luciana Sturridge.
È una cinquantenne in carne: naso arrotondato, labbra sottili, collo gonfio, ma tutto con un senso ben definito.
Bella e cattiva, pensa che Wilker non le sparerà contro.
Ragionamento quasi giusto, se non fosse lei a volergli sparare.
Così, mentre lui - tipico giustiziere solitario - è alle prese con gli ultimi cattivi da abbattere, lei cerca di approfittarne.
Prima si fa riconoscere, contando su un occhio di riguardo.
E poi...
BANG
BANG
BANG
Il buono fa fuori non solo i brutti e cattivi, gli ultimi due rimasti, ma anche la bella e cattiva, che ha portato la mano alla fondina per fregarlo.
Un bel buco centrale si apre sulla casacchina grigia, gonfiata morbidamente dalle carni abbondanti.
«Urghh…!».
Sorpresa dal colpo - con un grugnito sordo e occhi d’inferno - la Sturridge schizza sulla punta dei piedi, premendosi le mani sullo stomaco.
Si guarda rapidamente intorno e - a piccoli passi trascinati - si sposta verso il vicino carretto a due ruote, con il piano di carico inclinato.
La Sturridge vi si abbandona sopra, a pancia sotto, con le mani pressate sul buco.
Ha evitato così di finire nella polvere.
Non può nascondere, però, la paura: è stata colpita allo stomaco. La stazza formidabile le ha permesso di rimanere in piedi - o quasi - ma il buco fa paura.
Tutti gli altri sono liquidati, Wilker l’avvicina.
Sa di averla fottuta.
«Stavolta hai preteso troppo da te stessa...
Avanti, fa vedere».
La gira di fianco, controllando che le mani non scivolino troppo in basso; ha ancora la pistola nella fondina, infatti.
Ma la lezione le è servita. Il problema è che non sempre si ha il tempo di utilizzare la propria esperienza. Perciò giova riflettere, come è improbabile che uno stupido arrivi alla vecchiaia.
Viene, vede e vince la sua attenzione, confermandole tutto con gli occhi: ha lo stomaco bucato e il verme fatale che già si lusinga d’ingrassare.
«Non voglio crepare...», protesta la pistolera.
«Dovevi pensarci prima: hai tentato di estrarre...».
Sta tremando.
«Ti faccio bere qualcosa...», le porta la fiaschetta del whisky al labbro; ne ha bisogno.
«Non mi lascerai morire... vero...».
«Cristo, Luciana... t'ho bucato lo stomaco!».
«L'ho visto anch'io... ma non mi faccio fottere...».
«E va bene.
Aspettami qui.
Premi forte sul buco», la rimette a pancia sotto, sfilandole la colt dalla fondina.
Organizza un conestoga e ci carica sopra i corpi dei banditi.
Poi mette a cassetta Luciana e parte per la prima città a incassare le taglie.
«Questa puzza di cadavere... non è una bella compagnia...».
Parli proprio tu…
Ma il suo pensiero Jack se lo tiene per sé.
«Vuoi che rinunci al profumo dei dollari per un po’ di puzza?».
«Non mi metterai dietro... con quelle carogne... spero...», ma lei, forse perché sta morendo, sembra carpirlo come l'avesse ascoltato.
«Certo che no. Ti lascerò qui, accanto a me. Tu non puzzi.

La tua carogna vale 5.000 dollari: non penserai che te li regali...».
«Sei un bastardo... peccato non averti sparato…».
A tratti tremava, poi riprendeva il controllo.
Lottava per non farsi sopraffare. Ne aveva tanta di cattiveria - sembrava tuttuno con la sua ciccia - e la usava così.
«Questa città... ha anche un dottore...».
«Un segaossa, forse; ma temo che non servirà a molto».
«Io voglio arrivarci...», si sbrigò a dire.
«Come vuoi. Io ti ci porto».
«Bravo… ma non penserai… di cambiarmi in dollari...».
«Mi fai così stupido?
Dirò che hai tradito i tuoi compagni per evitare la forca».
«No… troppo rischioso… mi fingerò morta… e minacceremo il segaossa…».
«Ehi, bambola… io non sono un fuorilegge».
«Ma sei un bastardo…».
«E tu vedi di non fingere troppo bene…».
Lungo la pista, la cattiveria della pistolera comincia a sgonfiarsi.
Ha la testa piegata sul petto, le palpebre pesanti, il seno affossato sulle ginocchia.
È ancora viva, o almeno così sembra, ma quasi incosciente.
Wilker si stufa di avere a cassetta un cadavere, sia pure prestante e inodore.
Ferma il carro e tira giù la pistolera.
La mette seduta contro la ruota.
«Luciana...», le scuote le guance.
«Jack... siamo arrivati...».
«Forse tu...».
«Aiutami...», la voce pressante ed estenuata.
«Credi non lo farei?
O che ti abbia sparato per divertimento?
Stavi per estrarre e fare fuoco».
«Jack... ho paura... sto crepando...».
«Ma non vuoi morire, lo so».
«Perché… ti sei fermato...
Vuoi finirmi... vero...
Avanti... fallo...».
«Non dire cazzate...».
«Allora... ce la posso fare...».
«Non ho detto questo».
«Se mi ci metto... posso reggere... un bel po'...».
«Se sei sicura, fallo».
Le asciuga il sudore che sta per insinuarsi all’interno della spaccatura, tra una zinna e l’altra…
«Perché… non vai… più giù…», lo incoraggia la Sturridge. «Se ci pensavi prima…».
«Mi facevo ammazzare…
Avanti, Luciana… il viaggio riprende… ma cerca di farmi compagnia».
La rimette a cassetta e sprona al passo i due ronzini.
«Forza... bello... la tua compagna... non ha... tutto il giorno... comincia a puzzare...», Luciana barcollava da seduta, ingobbita in avanti.
BANG
Il cappello di Wilker gli salta dalla testa e finisce in mezzo ai cadaveri.
Per poco non ci finisce anche lui.
«Stai fermo... non fare come me... se voleva ammazzarci... l'avrebbe già fatto...», la Sturridge ha ancora un po' di tempo per utilizzare la sua esperienza.
Dal vecchio, imponente saguaro a bordo pista fa capolino niente meno che Sandy Stark... sempre in tiro, giammai fiaccata dall'età, stretta nella sua fiammante casacca rosso porpora.
La Stark di anni ne ha quasi 60, è una vecchia carogna dalla faccia d’angelo.
Il winchester che ha appena sparato è suo ed è ancora puntato contro Wilker.
Avanza attenta, a passi brevi, per essere sempre pronta a sparare.
Parla solo quando è abbastanza vicina.
«Questo carro cambia direzione. Ti porti appresso un mucchio di dollari, ma da questa parte lo sceriffo non è un mio amico.
Vedo che hai appresso anche una bella troia...».
«Questo porco… m’ha fottuto…».
«Fa' vedere...».
La Sturridge allarga le mani dalla ferita.
«Sei a pezzi, ragazza… quasi mi dispiace perdere una rivale come te».
«Ehi… non sono… ancora… crepata…».
«Ma non ti ci vorrà molto, baby…», in fondo la Stark ha 10 anni di più e nel Vecchio West ogni anno conta; la bella Sandy mena gran vanto di essere arrivata sulla soglia dei 60, e per giunta così bene. «Anche se una puttana del tuo calibro potrebbe ancora dire la sua».
«Ha bisogno di un dottore... siamo quasi arrivati...».
«Tu, zitto! Se non sbaglio ha detto che le hai sparato tu.
Adesso, con due sole dita, tiri fuori la ferraglia e la getti a terra.
In città ti lascerò il cadavere di questa stronza: vale pur sempre qualcosa, ci coprirai le spese.
Probabilmente lo sceriffo ti terrà dentro un paio di giorni per molestie a una vecchia signora; dopo non mi troverai più, e non ti conviene cercarmi, perché la prossima volta ti lascerei solo il tuo cadavere.
Sempre che non mi venga la tentazione di vendicarla subito... è pur sempre una donna.
Ti ha giocato un brutto scherzo, vero, baby?».
«Sandy... non farmi crepare... fa un male boia...», nel giro ci si conosce.
«Mi dispiace, piccola. Non dev'essere piacevole sentirsi un buco nel pancino. Ma nonna Sandy vuole che tu stringa i denti, altrimenti te ne fa un altro: in fronte...
E tu, muoviti con quella ferraglia.
Anche la pistola di questa troia...
E il fucile...».
Un fischio al suo cavallo e il conestoga cambia direzione.
Per la Sturridge il dottore diventa un miraggio.
Si va avanti.
Ma la pace del deserto non dura molto.
«Ombre rosse... le hai viste?», il cavallo della Stark si accosta a cassetta.
«Rosso apache, Sandy.
Forse avevi dimenticato che questo è il loro territorio...».
«Non potevi ricordarmelo?
Niente tomahawk, hanno fucili... li vedi...?».
«Ci vedi bene, per essere una nonnetta. Ma la memoria comincia a far difetto...».
«A me non farebbero niente, ma l'idea di fare la squaw non mi attira.
Avanti... armati, cowboy, se vuoi salvare la parrucca».
Le restituisce un'occhiata interrogativa.
«Imbecille... ai banditi le pistole non servono più, no?
Passa una colt anche a quella stronza.
Scommetto che sa ancora sparare.
Se salviamo la pelle, si divide in tre parti.
Ci stai, cowboy?».
«Perché no? Guadagno quota... e salvo la parrucca...».
«Ferma un attimo...».
La Stark smonta e si accovaccia tra i cadaveri.
«Fa' venire dietro anche lei, così è troppo esposta».
«Ehi! E io?».
«La parrucca te la devi guadagnare, cowboy».
«Avessi almeno il mio winchester...».
«Hanno i fucili, ma non sanno sparare come noi.
Non siamo ancora fottuti.
Andiamo, sprona!».
Gli apache sono una dozzina.
Lanciano il grido di battaglia e calano dalle colline dividendosi su due file.
Accorciano velocemente la distanza, sfrenati, incontenibili, una cosa sola con i loro cavalli.
BANG
BANG
Partono i primi colpi di Sandy.
E le prime ombre si allungano a terra, anche se il sole è ancora alto.
Sparano anche gli indiani, i winchester sono buoni, la mira no.
Non è l'arma dei loro antenati, e si vede.
SWISH
Il tomahawk è l'arma della nazione indiana, e si vede.
Lo vede da vicino anche Sandy.
Finisce su un cadavere, affettandolo quasi in due.
Se devi fermare un bisonte con un solo colpo, allora non fidarti del tuo winchester: usa un tomahawk indiano, se ti riesce. E anche il re della prateria piegherà la testa.
Gli antenati si ispirarono forse all'imperatore del deserto nel disegnare quell'arma: la potenza, il silenzio e l'agilità del puma stanno dentro quel gesto, tomahawk e braccio diventano una cosa sola, in un guerriero indiano.

La morte giunge silenziosa, la scure rossa non fa rumore, afferra la preda e la squarta come fa il puma quando spicca il salto sulla vittima designata.
BANG
Quella dei visi pallidi ne fa tanto.
«Forza, dannate troie, sparate!».
La Stark li sta tirando giù uno per uno. E anche Luciana se la cava ancora bene.
«Sandy!», la Sturridge fa appena in tempo a chiamarla.
Un apache le è quasi giunto alle spalle.
SWISH
BANG
Si gira al volo, lo tira giù, ma si ritrova col tomahawk nelle budella!
«SANDY! Vaffanculo!», l'urlo di Wilker.
È crollata di schiena sugli altri cadaveri, il tomahawk sepolto dentro, le braccia larghe, gli occhi arrotolati all'indietro che lo fissano vuoti.
La vecchia cagna è andata. Ma ha combattuto bene.
«Luciana dalle un'occhiata! E spara!».
Un attimo dopo ci ripensa. Così non basta.
Molla le redini e passa dietro, sul pianale di carico.
Mentre i ronzini proseguono la corsa, ormai stremati, lui imbraccia il winchester di Sandy.
BANG
BANG
Ne tira giù altri due.
Gli altri ne hanno abbastanza, si staccano.
Il puma ha lasciato il segno, ma deve leccarsi le ferite.
Per convincerli a non avere ripensamenti, Wilker buttà giù dal carro un paio di corpi. Saranno scalpati.
È il loro premio, la preda del puma.
L'hanno pagato caro, non torneranno al campo a mani vuote.
Torna a cassetta e riprende il controllo dei ronzini.
Li fa rallentare, però non fermare, perché non sono ancora al sicuro.
«Baby... aiutami... la nonna... non vuole... crepare...», la Stark raccoglie le forze, Luciana è riuscita a scuoterla.
«Non lo toccare, lascialo dentro!», Wilker ammonisce la Sturridge: il tomahawk non va toccato da dove si trova. Ormai è una cosa sola con Sandy. Vuole farla morire con onore, come ha meritato.
Finalmente sono fuori dal territorio apache. La città non è lontana.
Tira le redini e passa dietro.
Luciana si arrangia per il momento. Sandy è il problema più urgente, adesso.
«Sei stata brava, quelli erano guerrieri».
«La tua quota... sale ancora...».
«Non ci giurerei. Da una vecchia troia come te c'è da aspettarsi di tutto».
La Stark, rantolando, quasi a smentirlo, allunga il collo all'indietro.
«Sandy! Coraggio, spremiti...».
«Lasciala stare... non ce la fa... non la vedi... è ridotta peggio di me...».
«Baby...», con la testa piegata di lato, un rivolo di sangue dal labbro, «sto crepando... ho paura...», allunga la mano verso l'altra, che gliela prende, come stesse meglio di lei.
La Stark trema convulsamente. Per la vecchia cagna del deserto è finita.
«Sandy... hai voluto troppo... come me...
Ma hai vinto... li hai fregati... quei bastardi...».
«No... non ho vinto...».
E rimane a bocca spalancata, con gli occhi fissi, rantolando sommessamente.
«Presto… soffiale dentro…», Wilker esorta la Sturridge, che di aria ne ha poca di più.
Scatta comunque la solidarietà tra donne della frontiera: Luciana le soffia in bocca, si prova a farle guadagnare un po’ di tempo.
«Vaffanculo, dannate troie!».
Jack Wilker è ormai esasperato.
Comincia a tirar giù dal carro tutti i cadaveri.
«Che cazzo fai…», biascica la Sturridge.
«Tu non distrarti, o ci giochiamo la nonna».
«Jack… Sandy è fottuta…».
«Che cazzo dici!», butta l’occhio in quella direzione e controlla che sia ancora agonizzante. «Lo so anch’io, vecchia puttana! Ma non la molliamo».
«Baby… come stai…».
«Non parlare… Sandy… sono distrutta… ma tu stai peggio…».
«Tu sei giovane…».
«Tu non sei vecchia…».
E la Stark ripiomba in un sonnolento rantolio.
«Jack… dammi una mano… non ce la fa più…».
«Sta’ zitta e fammi pensare».
Ma ha già deciso.
Chi conosce, meglio di chiunque altro, le ferite con cui il puma infuriato strazia la carne?
Ha radunato un po’ di sterpaglie e rami secchi.
Il fumo si alza nel cielo limpido.
Lo stregone apache giunge sul posto accompagnato da un solo guerriero.
Mentre il vecchio si dà da fare, l’altro scalpa i cadaveri.
Riprendere i corpi non servirebbe a niente, perché la taglia spetta a chi uccide o cattura.
I fuorilegge si sono spinti in territorio apache e sono stati scalpati: questa è la verità apparente.
Alla fine, comunque, tutti ci guadagnano qualcosa, eccetto chi c’ha rimesso la pelle: i bravi coloni del Vecchio West non hanno più da temere una dozzina di pendagli da forca; i bravi apache hanno conquistato una dozzina di scalpi; e un bounty-killer, quasi senza macchia, vanta un pesante credito nei confronti di due vecchie troie.
Sullo sfondo di tutto questo, il profilo del puma si staglia contro la luna piena.
Meglio non sfidarlo, si può perdere anche vincendo.

Non può essere controllato, non può essere combattuto.

Rispetta l'uomo perché un tempo l'uomo lo rispettava.

Ma anche adesso che i bianchi hanno invaso le sue terre, il puma continua a ignorarli, per evitare - per quanto improbabile - di bere sangue innocente.
Non uccide per piacere, non uccide per distruggere; non lui ha privato le grandi praterie del loro re, massima offesa a Manitù, che disegnò liscia e immensa la terra affinché tremasse da un orizzonte all’altro, una cosa sola con le sue creature.
E il Grande Spirito avrà lo scalpo di chi ha usato male la scure che fa tanto rumore.
Gli uomini si affannano, ma sotto il cielo del deserto l’imperatore rimane lui.
Gli apache lo sanno da molto tempo.
Altri lo scopriranno, prima o poi; grondando sangue dalla fronte.

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Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

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Latest update: 06/05/2017

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