Didone Liberata

L'autentica Didone di Virgilio

Dramma teatrale in quattro Atti

di Salvatore Conte

basato sulla Eneide

di Publio Virgilio Marone,

e su La Didone

di Giovan Francesco Busenello.

Un'opera Manifesto.

Filippo Falciatore - La caccia di Didone ed Enea, particolare (1765, ns. elaborazione grafica)

Welcome to QDido.org,

the new landing of the real Virgil's Dido:

an open, multilingual, cosmopolitan website,

dedicated to Elissa the Jocund, alias Queen Dido (a. 840-750 B.C.),

and to her inexhaustible aspects: historical, social, poetical, spiritual ones, and so on...

Drama included in:

A Bequest Unearthed, Phoenicia
Encyclopedia Phoeniciana

Drama catalogued and reviewed in:

Dido - Didon - Didone
Eine kommentierte Bibliographie zum Dido-Mythos in Literatur und Musik

Website reviewed in:

Il teatro. La voce dell'anima.

Fondazione Teatro La Fenice di Venezia

(per il ritorno della Fenicia dal suo Prospero)

con il Patrocinio di S.E. il Presidente della Repubblica Italiana

l'Eneide di Virgilio

i Libri di Didone

Traduzione e testo latino a fronte,
con indicazione sperimentale

della natura

della narrazione.

La D. storica

(seguendo Herm)

La D. di Virgilio

(secondo Maleuvre)

La D. di Virgilio

(senza veste)

Nessun legame?

Sign of Dido

INDEX

Destini incrociati

Presunzione fatale

Nuoce gravemente al cancro

Un'indagine troppo personale

Spirale cosmica

Per un dollaro in più

Ordo ab chao

Ordo ab nodo

La Bottana

La pistolera non regge il piombo

Frexa contro Maxentia

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DESTINI INCROCIATI

di Salvatore Conte (2011-2016)

Dalal Abdel Aziz

Questo filmato, ripreso da un mio collega, non racconta tutta la storia.

Ecco perché scrivo questi appunti, per ricordare come è finita, almeno fino al punto in cui mi è permesso arrivare.

Ho previsto un titolo principale, "Destini incrociati", e uno alternativo, "Capre e cavoli d'Arabia", se può sembrare più adatto.

Io sono una semplice guardia carceraria, ma ho assistito a questi fatti.

Il nostro ufficiale ci informò che avremmo scortato una donna di nome Rana - condannata a morte per l’omicidio del marito - a far visita a una certa Leila Mazhamawi, dapprima accusata di adulterio in combutta con la vittima, e poi scagionata. Di quest’ultima si diceva che fosse una prostituta di lusso, con protezioni molto in alto. Rana voleva riconciliarsi con lei, prima dell’esecuzione.

Sulla teatralità della Mazhamawi nel ricevere la condannata non vi è documento più efficace del filmato.

           

Era una donna ancora piena di vita, sebbene avanti con gli anni. Piuttosto grassa, con il doppio mento e le guance paffute, eppure molto bella e ben curata.

Rana, al contrario, era pallida, esile, timorosa.

Ma nascondeva il cuore di una tigre pronta a sventrare la vittima con il suo affilato artiglio.

           

Tutto si svolse velocemente, come avete visto. Una mossa fulminea e imprevedibile. Nessuno aveva pensato a perquisirla. La stessa Mazhamawi era ignara del pericolo e non si aspettava minacce. Anche il marito l’aveva sottovalutata.

Nonostante la feroce coltellata, sferrata sotto i nostri occhi, nessuno intervenne. Era una questione fra donne. E la Mazhamawi era la più robusta, era nella condizione di difendersi.

Ma la fatale sorpresa l’aveva interdetta, inebetita. Riuscì soltanto a dire: «Tu volevi farmi questo…?».

Rana ebbe tutto il tempo di assestarle il colpo di grazia. E menò più forte della prima volta.

Dopo la seconda coltellata era chiaro che la situazione sarebbe precipitata.

Il volto sfigurato e impazzito della Mazhamawi mi suggestionò. L'orrore della rivelazione mi associò a lei.

           

In pochi istanti non era più la donna ancora piacente che aveva intrattenuto Rana. Aveva la lingua accartocciata sotto il palato. Stava impazzendo dalla disperazione. Era stata sorpresa, nel modo peggiore. Non solo capiva di dover morire, ma non aveva tempo per tentare nulla, di fare alcunché.

Benché molto più esile, Rana aveva bruscamente scosso le certezze della Mazhamawi, una donna all’apparenza solida e sicura di sé, soddisfatta di vivere una mezza età ancora avvenente, ma ora irriconoscibile nella maschera terrorizzata che le ricopriva il volto sbigottito.

La Mazhamawi franò a terra con tutto il suo pesante corpo. A quel punto il collega con la camera di garanzia perse il controllo e cominciò a vomitare. Era una recluta. Poi il filmato finì nelle mani dei guru della televisione.

La Mazhamawi era a terra, con lo sguardo sbarrato rivolto verso di noi, in un’estrema e silenziosa richiesta d’aiuto.

           

Era rimasta a bocca spalancata, sbigottita, lontana parente della potente e florida salottiera che era stata fino a poco tempo prima.

Il suo corpo si era irrigidito nell’estremo tentativo di opporsi alle mortali ferite che aveva ricevuto, cercando così di trattenere a sé la vita che sentiva ormai sul punto di spogliarsi delle sue membra.

Era chiaro che la Mazhamawi stava prendendo tempo: voleva capire se poteva ancora aggrapparsi a qualcosa.

Rana lasciò cadere a terra l'arma: il suo lavoro era finito. Si trattava di un coltellaccio artigianale di ossidiana. Un arnese micidiale, dai contorni irregolari, taglienti come rasoi, la punta acuminata e il corpo della lama che si allargava verso il manico. Regalava una morte particolarmente dolorosa e lo si era visto sulla faccia della Mazhamawi.

La lama era insanguinata fin quasi alla rudimentale impugnatura: ciò voleva dire che era affondata per almeno 20-25 centimetri; e tenuto conto che era stata estratta brutalmente per due volte, significava che la Mazhamawi era di fatto sventrata.

Provavo una gran pena per lei. Soltanto due minuti prima era piena di vita e sicura di sé...

Nessuno si era ancora mosso. Io non potevo espormi troppo. La sua testa oscillava molle senza uno scopo apparente; infine si abbatté pesante sul pavimento, schiacciandosi sulla tempia. I rapinanti occhi nocciola sussultavano ancora, ma era chiaramente finita. Non era più la donna che avevo visto prima.

La bella adultera era rimasta uccisa, c'era poco da fare.

«Andiamo… nessuno si metterà a piangere per lei… manderemo un'ambulanza dalla macchina. Se è una prostituta, ce la farà. Le puttane non muoiono mai», l’ufficiale ruppe l’imbarazzato silenzio con le sue perle di saggezza. Era stata una questione fra donne e una troia di mezza età era stata accoltellata a morte. L'ambulanza avrebbe portato via un cadavere. Questo era ciò che tutti si aspettavano.

«Vi raggiungo subito», dissi, mentre gli altri uscivano, insieme a Rana.

Rimasto solo, mi chinai su di lei e le sollevai la testa, prendendola sotto le spalle: la sua mano afferrò il mio braccio, la sua presa era forte, stava cercando qualcosa a cui aggrapparsi.

«Non te l’aspettavi, vero?», fu la prima cosa che mi venne in mente.

La Mazhamawi scosse leggermente il capo. Mi capiva.

La spogliai del velo e lo usai per tamponare le ferite.

«L’ambulanza sarà qui fra poco, ma non ti servirà a molto.

Dì la verità: sei stata a letto con il marito di quella ragazza?».

Anche se pagato poco, il poliziotto aveva preso il sopravvento su di me.

La Mazhamawi sembrò tornare indietro con la mente, ricordi imbarazzanti affioravano alla superficie e si mescolavano alla disperata realtà.

Il suo capo si piegò leggermente in avanti: era una confessione in punto di morte.

Nel mentre, un colpo di clacson dall’esterno. Il capo mi sollecitava. C’erano dei rapporti da stendere, e anche questa volta la verità ne sarebbe rimasta fuori.

Ma prima di tutto il resto, stesa rigida e cadaverica, giunta alle ultime bolle d'aria, c'era Leila Mazhamawi.

I miei compagni se ne sarebbero andati senza di me.

«Lo sai che è finita, vero?».

Quasi a darne conferma, lasciò la presa e allargò le braccia.

Forse fui crudo nel non nasconderle la realtà, ma una donna così sapeva quando il suo momento stava per arrivare.

«Sei molto bella», le dissi, per compensarla.

Mi rispose con un lampo d'orgoglio femminile, che le attraversò fugace gli occhi.

Tornò ad afferrare il mio braccio. Erano gli spasmi dell'agonia.

Quindi si portò entrambe le mani sulle ferite. Era consapevole del suo dissanguamento, non l'avrebbe fermato così, ma era un modo per tirare avanti e tenere unite le ultime forze.

Non riusciva a parlare, ma l'espressione tesa, impegnata del volto stava a significare che intendeva protrarre a oltranza la sua agonia. Se non poteva sopravvivere, avrebbe perlomeno guadagnato tempo. Per fare cosa, credo lo sapesse solo lei, ma non mi sentivo di dissuaderla, né di biasimare le sue remote speranze.

Non voleva perdere così tutto quello che aveva costruito, era chiaro. Avrebbe avuto ancora anni di potere davanti a sé, se non avesse ricevuto quelle coltellate d'ossidiana.

Mentre agitava il bacino e mormorava affanni sconnessi, cominciai a sentire le sirene dell’ambulanza. Il suo sguardo vitreo emanò un luccichio e la bocca si spalancò a dismisura. La stava aspettando.

Andai a riceverli sul pianerottolo: erano di una lentezza sconcertante. Il mio ufficiale superiore doveva averli tranquillizzati sulla sorte della vittima…

In effetti sembrava già morta quando la caricarono sull’ambulanza.

Le sirene, però, tornarono a ululare: era partita.

Ripensai a quegli occhi... chissà quanti uomini avevano stregato.

Come l’avrebbe presa l’amante eccellente che l’aveva salvata dalla lapidazione?

Dall’ufficio chiamai l’ospedale: mi aspettavo la conferma del decesso.

Invece la Mazhamawi era in coma profondo, ma ancora viva. Era riuscita ad arrivare in ospedale. Anche se non l’avrebbero operata. Non era in condizione di affrontare un intervento. Era dissanguata.

Al suo capezzale non c’era nessuno, nemmeno l’amante eccellente.

Decisi di andare da lei.

I medici, dopo le trasfusioni, cercavano di risvegliarla per farle affrontare l'agonia in condizioni vigili; sarebbe vissuta un po' più a lungo, senza sopravvivere.

Le scariche di adrenalina ebbero effetto e la Mazhamawi farfugliò alcune parole confuse, risvegliandosi…

Non so come, ma mi riconobbe; mi prese la mano per farmelo capire.

E sapeva anche che i suoi occhi mi avevano stregato…

E che non avrei parlato…

Ma si sbagliava, perché se avessi parlato, forse avrei salvato la vita a Rana.

D’altra parte, le coltellate della ragazza le stavano risparmiando la lapidazione.

Respirava in maniera irregolare, a tratti molto velocemente: sembrava esaltata dall’idea di essere ancora viva, anche se i medici le avevano tenuto nascosto che per lei era solo una questione di tempo.

Il corpo solido e la forza di volontà l’avevano sostenuta fino a quel momento, ma i medici mi avevano confidato di non avere dubbi: quelle ferite, larghe e profonde, condannavano anche una come lei; i suoi intestini erano ridotti a una poltiglia, il coltellaccio di ossidiana aveva fatto il suo sporco lavoro.

Stavolta però non dissi nulla; la Mazhamawi era più che ottimista e aveva pochi dubbi sulla sua salvezza, ma credo volesse solo mostrare sicurezza e autocontrollo, mentendo a sé stessa.

Fu molto più sincera quando rimpianse amaramente la seconda ferita. Quella era stata colpa sua, mi disse. Avrebbe dovuto staccarsi da Rana. Subito! Ma era paralizzata dalla sorpresa, mi spiegò, come a giustificarsi. Quell'errore fatale la tormentò a lungo.

I rimpianti, però, erano inutili. La sua sorte era segnata.

Sopraggiunse perfino un giornalista a intervistarla, in quello che era destinato a diventare il suo canto del cigno.

Quando la Mazhamawi cominciò a capire che le cose volgevano al peggio e che non la operavano perché c'era poco da fare, mi supplicò di aiutarla, mi disse che sarebbe diventata la mia donna, come fosse il premio più ambito al mondo.

Io la riportai alla realtà, dicendole che non potevo fare nulla per lei.

Allora mi insultò e mi mando via. Era isterica, diceva che non sarebbe morta.

Sulla porta, mi supplicò di farle almeno un ultimo favore: avrei dovuto contattare per suo conto una persona influente. Voleva cambiare ospedale, avere il meglio.

Annotai quel nome e la lasciai al suo destino. Prima di scomparire, la guardai un'ultima volta. Non poteva averne ancora per molto.

Il giorno dopo lessi la sua intervista sul giornale. Non si parlava del suo decesso, ma l’edizione aveva chiuso presto.

Dichiarava di credere nella vita e, a 45 anni, di avere ancora tanti progetti per il futuro.

Non chiamai l’ospedale. L'avrei appreso dai giornali. Ma anche il giorno seguente, non vi era notizia del suo decesso.

Probabilmente il suo caso aveva perso attualità.

La morte di una donna come lei non faceva notizia.

Ora avrei parlato e salvato la vita a Rana, la cui esecuzione era stata momentaneamente differita.

Non avevo prove, ma sotto giuramento la mia versione dei fatti sarebbe stata credibile.

D’altra parte, almeno una delle due donne avrebbe dovuto morire sin dal momento in cui il marito di Rana era stato ucciso. O per omicidio non giustificabile, o per adulterio.

Solo l’amante eccellente della Mazhamawi avrebbe potuto salvare l’una e l’altra, omicida e adultera -  ovvero capra e cavoli, come dicono gli italiani - ma non si sarebbe mai esposto fino a questo punto. Non poteva mostrare un interesse diretto. Al più avrebbe potuto brigare per una grazia, anzi due, in nome di un umile servitore dello Stato, con impeccabile stato di servizio e integerrima abnegazione nel testimoniare la verità; e così salvare la sua donna, non ancora moglie, incorsa per leggerezza in grave peccato, ma pronta a riparare con un matrimonio legittimo e a votarsi ad assoluta fedeltà.

Se anche la Mazhamawi fosse sopravvissuta a quelle dannate coltellate, quest’ultima clausola sarebbe rimasta sulla carta; ma non è forse meglio un fiore di carta che una bella donna senza vita?

Lascio questi appunti nella casa di famiglia, insieme al filmato, perché sto per cambiare città.

Ora la storia è completa.

Purché venga letta nella stessa maniera in cui è stata scritta.

Anche il lettore è un po' capra e un po' cavolo, in fondo.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PRESUNZIONE FATALE

di Salvatore Conte (2011-2017)

«Puoi considerarlo fatto».

Michelle Dakmak aveva accettato l'incarico.

Imbolsita, ma sempre molto bella, la quarantottenne franco-libanese era un'esperta tanto di uomini quanto di omicidi.

Fino a quel giorno non aveva mai fallito.

Ma c'è sempre una prima volta.

BANG

BANG
I due proiettili, sparati in rapida successione, raggiunsero la Dakmak in pieno petto, in mezzo alle tette da puttana.
Il corpo del donnone si inarcò all’indietro - ricadendo pesante sul cofano anteriore di un’Alfasud  impolverata - rimanendovi stravolto, con le braccia distese - larghe e disperate - gli stinchi a penzoloni nel vuoto e le tette a premere puntute contro l'attillata maglietta bianca.
Sull'indumento spiccarono due chiazze rossastre.

L'aveva schiantata, la partita era chiusa.

Almeno per ora.
Scott si avvicinò alla Dakmak.

Sapeva chi era.

La sicaria si agitava disperata con le braccia larghe, ma non poteva muoversi da lì.

Era bloccata su quel cofano polveroso. Un rivolo di sangue defluiva dal labbro. I due colpi d’arma da fuoco, sparati nel petto, non le avevano lasciato scampo. Si avvicinò ancora. Arrivato a stretto contatto, la guardò negli occhi: le pupille erano annebbiate, tragicamente languide. Stava morendo, respirava a fatica. Lui non aveva motivi né per finirla - era stato business - né per chiamarle un’ambulanza -  meglio dimenticarla: gran donna, ma senza un futuro.

In ogni caso, non sarebbe andata lontano.
La guardò consumarsi ancora per qualche secondo.

Sul volto tirato portava un’espressione esterrefatta, sbigottita, per una fine che giungeva fulminea e totalmente imprevista, nemmeno contemplata dalla superba mente.
Lei uccisa come una qualunque…
E intanto le due macchie rosse si erano allargate e confuse tra loro.
La possente franco-libanese sembrava un grosso pesce scaraventato su una spiaggia assolata da un pescatore crudele.
Le sirene della polizia cominciarono a ululare in lontananza.
Scott si voltò e scomparve tra i passanti.

All'arrivo della polizia, la Dakmak era pressoché immobile: era come se fosse rimasta avvitata al cofano dell’auto dalle due pallottole esplose contro di lei.
Il donnone moribondo steso a braccia larghe era solo una misera controfigura della Dakmak arrogante e sfrontata che aveva freddamente eliminato i due contatti di Scott Glendall a Berlino Ovest.
L'ambulanza arrivò sul posto quando la Dakmak era ormai cadavere; in pochi concitati minuti venne intubata e portata via.

L’ambulanza procedeva a sirene spiegate, anche se il donnone era praticamente deceduto.

Scott attendeva la fatale conferma.

«Colpi d'arma da fuoco alla periferia di Berlino: una donna trasportata all'ospedale in fin di vita», il lancio del TG serale. «E ora colleghiamoci con l’Ospedale Centrale…».
«Dunque... non si conosce ancora l’identità della donna rimasta mortalmente ferita al petto da due colpi d’arma da fuoco. Quarantotto anni circa, è giunta esanime in ospedale ed è stata portata subito in Rianimazione e poi in Terapia Intensiva. Fonti cliniche parlano di condizioni disperate. Se vi saranno novità a riguardo, chiederemo di nuovo la linea. Per il momento è tutto dall'Ospedale Centrale di Berlino Ovest. A voi, Studio».
La notizia che la bella Dakmak c’era rimasta praticamente secca non tardò a circolare nel suo giro. Lei era stata l’amante di alcuni uomini molto potenti.
Scott ricevette un paio di chiamate piuttosto dure: anche se si erano scontrati, perché l’aveva fottuta? Perché aveva sparato per ucciderla, mandandola a morire in ospedale?
Insomma Scott Glendall era finito sotto accusa perché aveva fritto Michelle Dakmak, quarantottenne molto procace con amanti eccellenti, oltre che spietata sicaria.
La franco-libanese era in effetti convinta che le sue forme succulente l’avrebbero protetta.

Ma questo errore di presunzione si era rivelato fatale.
«Quando sparo, sparo per uccidere», spiegò Glendall, «anche se davanti alla canna c’è una come Michelle Dakmak».
Eppure il capo non si rassegnava: chiese a Scott di andare subito all’ospedale per prendere informazioni di prima mano sul donnone e capire quanto davvero le rimanesse.
Glendall non poteva rifiutarsi.
«Quell’idiota di Scott ha fottuto la Dakmak! Due colpi in mezzo alle tette...», il capo si stava sfogando con un suo collega. «Ora quella puttana sta crepando all’ospedale, non c’è più niente da fare».
«Cazzo… la Dakmak era una tosta…».
«Infatti... però lei non se l’aspettava, ne sono convinto. Michelle era troppo sicura di sé e quel cane l’ha ammazzata».
«Dispiace davvero che Scott ci sia andato giù così pesante...».
«L’ha ammazzata, capisci? Le ha sgonfiato le tette…

E comunque... anche con due polmoni bucati... è riuscita ad arrivare in ospedale…».
«Il decesso è arrivato?».
«Le notizie sono confuse, non è ancora ufficiale; ma se non è crepata, è questione di poco».
A notte fonda arrivò la chiamata di Glendall.
«È uscita adesso. Le hanno ridotto i polmoni. Non potrà più correre, né agitarsi troppo…».
«Sei uno stronzo, Scott. Ce la farà?».
«Se volete saperlo, capo, dovrete aspettare un paio d’ore. Le parlerò. Non mi fido di quello che dicono i dottori. Devo guardarla negli occhi».
Era quasi l’alba quando la Dakmak riprese conoscenza.
«Sono i capi che mi mandano, Michelle; niente di personale, lo sai».
Lo squadrò risentita, ma la stanchezza ebbe la meglio sul rancore.
«Dovrai ritirarti, ma la pelle è salva, no?».
La Dakmak non riuscì a confermare.

«Posso dire ai vecchi che non hai intenzione di crepare?».
«Nessuna...», rispose debolmente, senza troppa convinzione, con una brutta luce negli occhi scavati dallo sforzo.

Era l'ombra della donna che aveva cercato di fare la festa a Scott.

Era stata colpita duro. Era stata colpita a morte.

Glendall la osservava mentre lei cercava di capire quante possibilità avesse, con gli occhi latenti rivolti al soffitto.

Non sembrò trovarne molte.

«Scott...», lo chiamò.

«Parla...».

La Dakmak scosse lievemente la testa, con occhi interrogatori.

Voleva la conferma da lui.

La fissò, scuotendo lievemente la testa.

La ebbe.

«Però puoi tentare. E se ne esci, sarà senza rancore... anzi...», e non mancò il tipico sguardo allusivo. «Addio, Michelle».

Poco dopo l’alba, al capo giunse un’altra chiamata.
«Mi ha guardato con troppo odio per essere già morta.
Con un po' di fortuna, fra tre o quattro settimane potrebbe ritornarvi utile. Ma dovrete andare alla moviola... evitando di spremerla troppo.

Per vederla ho allungato dieci pezzi».
«Li riavrai.

Addio, Scott».
Le gelide parole del capo chiusero la breve comunicazione.
Scott Glendall fu ritrovato morto quattro settimane più tardi.
Ai più non interessò di conoscere il perché.

Ma qualcuno intuì che - con ogni probabilità - la presunzione di eliminare Michelle Dakmak gli era risultata fatale.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui (l'archetipo è Ingrid Pitt in "Wild Geese 2").

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

NUOCE GRAVEMENTE AL CANCRO

di Salvatore Conte (2011-2016)

«Oh! L’ha fatto davvero!».
«S’è ficcata il coltello nella panza!».
«S’è fottuta!».
«Cristo!».
«Mi sono ammazzata…», confessò il donnone con la faccia schiacciata sul materasso.
Un cancro maligno l'aveva inchiodata sul letto; gli ultimi 300 giorni erano stati una lotta disperata; e quella sera, in preda alla follia e a una cupa disperazione, aveva chiuso i giochi in anticipo sul cancro stesso.
Adesso era giunta a un passo dalla Porta Fatale.
Divorata oscuramente da un tumore fatale, infiltratosi nei suoi più intimi recessi, aveva ceduto alle lusinghe di una morte rapida.
Sandy Stark era un potente donnone tra i cinquanta e i sessanta, bello, imbottito nei punti giusti, e con il fuoco della sua terra d'origine, la Persia.
Malgrado la sua feroce resistenza - come Leonida alle Termopili, era infatti una persiana dissidente - si era dovuta piegare - piegandosi sul ferro - all’implacabile tumore, infliggendosi da sola il colpo di grazia con la fedele riproduzione di un antico pugnale persiano, acquistato su amazon.
Fino alla fine, però, si era circondata dei suoi migliori amici, veri e propri discepoli.
Per quella sera speciale aveva convocato i quattro preferiti.
«Lo sapevamo che avrebbe potuto farlo… vero…?», Mark guardò gli altri in cerca di conferme.
«E adesso… che facciamo…?», Matthew titubava.
«A me fa pena, dobbiamo starle vicino mentre crepa… non ci vorrà molto, a meno che non accada un miracolo… », Luke era fatalista.
«Amici… la nostra bella Sandy è andata… l’ha scelto lei… si è aperta la pancia per far uscire il male… ormai è libera dal peso che la opprimeva… e a noi non rimane che salutarla…», la versione di John era sempre la più elaborata.
«Basta con queste stronzate…», sibilò Sandy, dimenandosi sul letto, con le mani sotto il corpo. «Basta così…», ripeté la Stark, «sono fottuta… è quello che volevo…», e si rovesciò supina a braccia larghe, in segno di resa, crocefissa sul letto, con il pugnale ben piantato nella pancia, sangue alla bocca e occhi allucinati.
Per l’occasione aveva scelto una blusa semitrasparente di un bellissimo colore viola, molto funebre, destinato a intonarsi perfettamente con le labbra cianotiche di una morente.
Tutto il resto era un luccicchio d'oro e argento: orecchini, collana, anelli, bracciali, orologio.
D'oro anche i capelli, d'un pallore argenteo il volto scolorito dalla morte incombente.
Tutto d'argento il pugnale stesso.
E tutta d'oro lei: Sandy Stark.
L'iraniana di Toronto si ritrovava addosso l’ultimo pezzetto di vita.
«Mark… vieni qui…
Sono una stupida… lo sai... vero...?».
«Sei una donna molto bella, Sandy, e noi ti amiamo», rispose con semplicità il ragazzo.
«Ma ora è finita... lo sai…?».
«Hai fatto tutto da sola, Sandy. Non è colpa nostra», si giustificò Matthew.
«Il cancro ti stava divorando… non avevi scelta…», anche Luke portò argomenti.
«Sei stata la numero uno in vita e sei di nuovo la numero uno nella morte», John aveva un’ampiezza di pensiero che gli altri, evidentemente, non avevano.
«È vero… ma crepare non è facile… non lo sarà nemmeno per voi…».
Mark, impietosito, le asciugò il labbro, che sbavava sangue.
Il confronto con i suoi ragazzi aveva dato a Sandy qualche nuova lusinga, il contatto con quella gioventù piena di vita era contagioso, e lei era ancora lucida e in grado di respirare, specialmente se si manteneva calma.
Rimaneva una bella ultracinquantenne, pressoché unica nel suo genere, solida, potente, imponente, dal piglio virile e la tempra da imperatrice.
I rimpianti e le lusinghe stavano avendo la meglio sulla tenebrosa volontà di farla finita.
D’improvviso - mentre con occhi allucinati fissava il soffitto della camera - portò ambo le mani sul ventre, intorno alla lama affondata in corpo.
Stava tentando qualcosa. Forse di ricompattarsi.
I ragazzi la osservavano incuriositi.
Era pallida e tirata in volto, ma ancora vitale come un’anguilla nell’acqua torbida.
«Da oltre nove mesi ha un tumore nell’utero grosso come un feto maledetto; avrebbe già dovuto partorire la sua stessa morte e poiché in ritardo si è aperta la pancia…».
«Però non molla…».
«È Sandy Stark».
«Non vi illudete, ragazzi. Quando la nostra Sandy avrà finito l’adrenalina, la vedremo annaspare e non sarà piacevole…».
Mark, intanto, le asciugava il sudore freddo che dal collo le colava verso la spaccatura del petto; quindi unì la sua mano a quelle di lei, ferme intorno al ferro.
«Hai ancora birra, Sandy?».
«Non farmi domande... Mark... non ho risposte…», il donnone lo fissò con un'espressione sconsolata impressa sul volto.
«Non allentare i freni, allora… d’accordo?», insistette il giovane.
Sandy sospirò dolente.
«Sto tirando le cuoia... Mark... sono fottuta… capisci…», la paura negli occhi, che la consumava al pari di tutto il resto.
«Sei sicura di non volerci provare ancora?».
«E come…».
«Chiamo subito un'ambulanza, va bene?».
«No... niente macellai... voglio il mio medico... Thomas... sul cellulare... è l'unico Thomas... fate presto... sto crepando...».
«Un momento, ragazzi… a che serve illuderla?».
«Non lo so, ma penso che sia come in un rapporto interrotto: se lei dice “no”, bisogna smettere; e nel caso nostro, dobbiamo aiutarla».
«Per me ciò che dice Sandy è Vangelo».
Il donnone, intanto, era in difficoltà.
Era rimasto a bocca spalancata, in attesa.
In attesa di capire se potesse illudersi un altro po'.
Quella faccia non era sfuggita ai suoi ragazzi, tutti intorno a lei, aspettandone trepidanti la fine.
Dalla Stark giunsero alcuni sospiri gutturali...
Sembrava proprio che stesse crepando.
«Sandy... il dottore sta arrivando…».
E così fu, infatti.
In un paio di minuti squillò il campanello.
Il medico venne, vide e visitò.
«Hai fatto una grossa cazzata, Sandy…».
«La colpa è tua… mi hai lasciato morire… senza speranze…».
«Anche stanotte ero sveglio per studiare una soluzione.
E forse l’ho trovata.
Ma tu hai avuto questa bella idea…».
«Parlami... della soluzione…».
«Ce n'è più di una, in effetti. Se si rompe l’argine imposto dalle case farmaceutiche, non ci si ferma più.
Tutto il mondo produce cure anticancro.

In Italia ci sono Di Bella e Simoncini; a Cuba c'è lo scorpione blu di Madre Natura; nell'intero mondo c'è la marijuana... ecco perché è proibita... non certo per tutelare i drogati... ma per occultarne i benefici sui malati...
Non chiedermi perché soltanto ora.
Tantissimi medici sono ingannati tutti i giorni dai loro medesimi colleghi.
E quando lo scoprono, troppo spesso si aggiungono agli ingannatori.
Si fa carriera solo appoggiando gli interessi delle case farmaceutiche.
E io l’ho capito grazie a te».
«Hai soluzioni... anche per il ferro...?».
Gli sguardi si incrociarono.
«Allora... proviamoci...».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

UN'INDAGINE TROPPO PERSONALE

Salvatore Conte (2011-2017)

TUT...

TUT...

Era sul letto, con la mano sulla cornetta del telefono.
C’erano piume d’oca dappertutto e puzza di polvere da sparo come in un poligono di tiro.
Leila Johnson era sul letto.

Immobile come la lancetta oraria del suo orologio da polso.

Sopra di lei c'era un cuscino segnato da una P rossa; all’interno della semiellisse c’era un foro.
Gli occhi, almeno, battevano i minuti.

Nulla, però, segnava i secondi.

La Johnson era in orario con la morte.

Passai in bagno e raccolsi un paio di asciugamani; con questi tamponai i buchi sanguinolenti che aveva sulla tunichetta grigio-marrone, color corteccia; due sullo stomaco, uno più in basso, sull'utero.

Tre buchi micidiali al tronco.
Fui tentato di risparmiarle il viaggio.

Ma il telefono funzionava. Lei stessa aveva cercato di utilizzarlo.

L’assassino l'aveva spacciata, ma non era un professionista. La sua vittima agonizzava.
Trovai dello scotch e la feci bere.

Non servì a molto.

Stava schiattando...

Ecco qua, Leila! Hai ancora dei bei resti, che più di una ragazza di vent'anni potrebbe invidiarti, ma sono resti, ormai. Hai giocato una partita pericolosa, un gioco che conosco appena, ma gli avvenimenti ti hanno scavalcato, un ingranaggio oliato male ti è scoppiato in faccia...

L'olio non serviva più; perciò riprovai con lo scotch.
Qualcosa, finalmente, con molta pena, sembrò rimettersi in moto.

Le lancette dei secondi ingranarono la marcia.
«Jack… tu... sei qui...».
«Leila... chi è stato?».
«Clara... Clara Nox...».
«Perché?».
«Vendetta…

Le portai via... un uomo...».

Il senso della P era confermato.
«Ma tu le hai aperto la porta... no?».

«Non pensavo che…

Abbiamo discusso… poi è impazzita…

Mi ha puntato... la pistola addosso...

Mi ha fatto... stendere... sul letto...».
La sua mano mi cercava.
Gliela presi.
La tenevo.
«E ha sparato...!», spalancò la bocca, ancora incredula. «Due volte…!».

Ebbe un sussulto.

Due sussulti.
«Ma non le bastava…
Ha preso il cuscino...

Ha messo il dito... nella piaga...

Ha disegnato una P…

Me l'ha poggiato... sulla pancia...
E poi... ha sparato ancora…!
M'ha... ammazzato... Jack...!», con un attimo di ritardo spalancò gli occhi verso di me, terrorizzata dal significato delle sue stesse parole.

Era spaventata soprattutto dalla terza pallottola, sparata a bruciapelo, con l'intenzione di non lasciarle scampo.

Una vendetta all'ultimo sangue.
«Ho visto l’inferno...
Ho sentito... la morte....
Ora... io... non credo... più a nulla… Jack...».
«Devi credere a te stessa, Leila.

P come Potente».
«Ho freddo… sto morendo...
Dammi un bacio… Jack...».
Aveva le labbra fredde.
«Devi credere in te, Leila. Sempre. Anche quando fa molto freddo».
«Jack… io… t'avevo messo... gli occhi addosso…».
«Davvero? Se mi avessi messo gli occhi addosso - a cena, magari - tutto questo non sarebbe accaduto…
Ma guardiamo l'altra faccia della medaglia…
Se io non t'avessi messo gli occhi addosso, se fossi stato eccessivamente professionale nel condurre questa fottuta indagine, se non mi fossi ammalato per il tuo rifiuto, t’avrebbero trovato soltanto domani, bella fredda.
Ora invece stai per andare in ospedale, dove ti rimetteranno in sesto.

Te la caverai e tornerai in sella alle tue attività.

P come Potente».
«Non sei bravo... a mentire… Jack...».
«E se anche fosse? Non è me che devi smentire, ma quella baldracca.

Leila Johnson delude Clara Nox e va a curarsi in ospedale...».
Mentre stringeva la mia mano, accennò a un pallido sorriso.
«Non si può... morire... ridendo… Jack...».
«E ridi, allora...».
Nell’agonia, però, si guarda in faccia la realtà.

«C’ho messo... vent'anni... per costruire tutto… e quella cagna... in tre secondi... distrugge tutto… mi spara in corpo... e m’ammazza sul mio letto…
Dammi un bacio… Jack...».
Aveva le labbra gelide.
Al terzo bacio sarebbe morta.
Ma non le avrei mai dato la soddisfazione di spirare dopo un bacio.
«Dimmi perché Clara Nox l’ha fatto… chi era quest'uomo?».
In questi casi bisogna tenerli impegnati, farli parlare.
«Io ero più bella…».
«Forse di lei… ma non di te, adesso».

Non so se afferrò la mia battuta. Era troppo intenta a crepare.
«Ero più bella… e le portai via John… aveva i soldi... e tanto potere...». P come Puttana. «Clara... non me l’ha... perdonato…
Dammi un bacio… Jack...», me lo chiese con occhi smarriti, come fosse una questione di vita o di morte.

Strinsi di più la mano.
La tenevo…
«Leila… non avere fretta…

Lasciamo qualcosa in sospeso. Per domani...».
In quel momento le sirene dell’ambulanza ulularono in lontananza, facendosi subito più marcate.

Ma non so se la Johnson, stravolta com'era, le sentì avvicinarsi.

«Leila... le senti? Sono sirene come te…

Tra poco respirerai ossigeno fresco e ti sentirai meglio».
Tremava come una foglia d’autunno.
Ma un filo sottile la teneva attaccata alla vita.
La squadra medica entrò nella stanza e l'attaccarono subito al respiratore.
Guardai di nuovo l’orologio: erano passati tredici minuti molto lunghi...

«Mi devi una bacio, Leila. Te lo ricordi?

Sarebbe stato l'ultimo per te, ora potrebbe essere l'ultimo per me».

«Quello è un bacio maledetto. Lasciamolo in sospeso...

Fuori da qui te ne darò uno nuovo. E forse non sarà l'ultimo...».

Dopo il processo, ottenemmo il dissequestro dei reperti di prova: il cuscino con la P indelebile, gli asciugamani incrostati di sangue coagulato, il vestito bucato tre volte.
E poi c’era la scena del delitto: il letto di morte, il telefono, le piume d’oca…
Una sorta di museo molto personale.

Ancora oggi quella camera è rimasta così.

È tutto come in quella notte fatale.

Quando vi entriamo, Leila guarda l'orologio e prende il tempo.

Fare l’amore su quel letto è come scopare tre volte.
Rivivere il brivido tragico di quei tredici minuti infernali è da morire...
Leila si sforza sempre di ricordare le parole che ci siamo scambiati.
Ma le sembra di essere un’altra persona.

Quella prima è morta in tredici minuti ed è rinata da sé stessa, più potente di prima.

Perciò io, che sono ancora il vecchio Jack, le ho regalato questo racconto.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

SPIRALE COSMICA

di Salvatore Conte (2011-2017)

Non mi aspettavo di incontrare una donna così.
Quando scese dal treno, non pensavo fosse lei.
La immaginavo diversa.
Ci scambiavamo visioni dei nostri incubi da mesi, pensavo di incontrare una donna depressa, fragile, filiforme.
Invece, quello che mi trovai di fronte, alla stazione, era un donnone vitale, solido, possente, dalla bellezza sconvolgente.
Arrivava da Miami e aveva scritto di chiamarsi Leila Johnson.

Chiare origini mediorientali, grandi occhi nocciola -  fulminanti, letali - un viso scolpito dalla mano destra di dio, seni pesanti.

Dichiarava, senza dover mentire, 44 anni.

Sognai subito una storia con lei, sebbene stessi correndo come un treno.

Il look era frivolo, ma improntato al posto: quello di una ballerina d'operetta, in voga un tempo da queste parti.

Leila Johnson emanava forza e vitalità, con l'inarrivabile bellezza di un'imperatrice senza tempo, a suo agio oggi, su una scala mobile, come sui gradini di un tempio.
Appena entrata in casa, si accomodò su una poltrona, stringendo i braccioli fra le mani. Sembrava prendere possesso delle strutture, come una sovrana sul trono.
Abitavo da solo nella casa di famiglia: una bella villa a tre piani, quasi in centro, ad Arkham City, nel Massachusetts; una delle ultime case “old-fashioned” della città.
La Johnson ne rimase impressionata.
Mi disse che sarebbe stato il nostro quartier generale.
Le mostrai infine la sua camera.

Si sentiva stanca, anche se a me non pareva, e così mi salutò, con un sorriso ammiccante che mi lasciò stordito per diverso tempo.

Ma dopo appena un’ora, mi chiamò, dicendomi che non riusciva a dormire.
Si sentiva inquieta.
Volle fare un giro notturno per Arkham City.
La scarrozzai in lungo e in largo, ma non c’era molto da vedere.
Stavamo costeggiando Dexter Field, lungo Parade Street, quando fece cenno di fermarmi.
Accostai l’auto e attesi le sue mosse.
Aprì lo sportello e si diresse all’interno del parco, senza aspettarmi.
Era una notte buia. In giro non c’era nessuno.
Le corsi dietro.
Giunta al centro del campo, si fermò, guardandosi intorno.
L’ombra era fitta. Inquietante.
Non so cosa fosse, ma l’avevo visto nei miei incubi.
Sbucò all’improvviso, silenzioso, oscuro, ripugnante.
«È uno Star Spawn, stai lontano…», sussurrò Leila, come se lo stesse aspettando.
Ero interdetto. Il mostro era troppo brutto per essere vero. Lei troppo bella.
Le due creature si fronteggiarono.
Leila era disarmata come me, ma sembrava sapere il fatto suo. La bestia cosmica era tutta zanne e artigli, e uccideva con il solo sguardo deforme.
Urlare non aveva senso. Non potevo fare niente.
Gli attimi si dilatavano all'infinito.
Lo stallo fu interrotto dal mostro.
SZOCK
Lo Star Spawn balzò fulmineo in avanti e infilzò Leila Johnson con la zanna dorsale…!
Fu un colpo tremendo, era come se l’avesse incornata un rinoceronte.
SWISH
Dopo aver colpito, il mostro si ritrasse.
La Johnson si portò gli avambracci in pancia, rimanendo stoicamente in piedi.
Mi avvicinai per sostenerla, ma lei mi ignorò.
Lo Star Spawn, intanto, crollò sulle ginocchia deformi. Eppure nessuno l’aveva colpito. Io e Leila eravamo disarmati.
Anche la Johnson, però, cominciava a cedere.
Finì anche lei sulle ginocchia.
Ma al mostro andò peggio, perché finì a terra con tutto il muso e gli orrendi tentacoli cefalici. Eppure nessuno l’aveva colpito.
Leila lo seguì poco dopo, accasciandosi in avanti.
ll rigurgito delle stelle ebbe dei sussulti, sembrava prossimo a morire.
Anche il donnone stava agonizzando, e io non potevo fare proprio niente.
L’avanzo spaziale ebbe un colpo di coda. La agitò vorticosamente, fino a sprigionare uno strano fluido di color cangiante. Quando questo saturò l’aria circostante, si ebbe un’accecante esplosione di luce.
Allorché fui in grado di vedere qualcosa, Leila Johnson e lo Star Spawn stavano fronteggiandosi, in piedi, come poco tempo prima.
Stavolta, però, il mostro spaziale indietreggiò, sbattendo le ali orrende e issandosi in volo verso le stelle.
«Ha capito, se n’è andato», disse Leila.
Abbassò gli occhi sul ventre e lo sfiorò con la mano.
Era integro.
«Torniamo al quartier generale, Howard».
Ci svegliammo tardissimo. In attesa di altri incubi, ci dedicavamo agli ozi.
Non ebbi il coraggio di chiederle spiegazioni. Il capo era lei. Mi fidavo.
Fu lei stessa a mostrarmi un’immagine tratta da internet: una spirale su un campo di grano.
Fui attratto dal suo ventre.
Lo accarezzai in tutta la sua morbida rotondità.
Era integro.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PER UN DOLLARO IN PIÙ

di Salvatore Conte (2016-2017)

Non potrà andare avanti per molto.
Probabilmente non ha neppure una meta.
Ma se mi avvicinassi subito, di sicuro mi scaccerebbe.
Devo aspettare che si indebolisca ancora.
Sembro ragionare come un avvoltoio, ormai.
Anche loro volteggiano in attesa; io procedo a cavallo, ma è l’unica differenza.
Come tutte le donne troppo simili a una dea, è ingestibile da parte di un uomo.
Queste donne finiscono quasi sempre per rimanere sole.
Un uomo non vivrebbe bene con loro.
Non potrebbe discutere, se non rassegnandosi a soccombere.
Di cosa le minaccerebbe?
Io ti lascio…?
Sarebbe ridicolo.
Dovendole regalare un vestito o un gioiello, con che coraggio gliene acquisterebbe uno?
Non riuscire a raggiungerle è assolutamente normale, nessun rimpianto per un uomo comune.
Ma se la fortuna si beffasse di noi, permettendoci di raggiungerle?
Non sarebbe poi impossibile rinunciarvi?
Già uno sguardo raggela il sangue, già uno è troppo da subire.
Come non ripensare ai grandi miti del nostro passato: a Medusa, per esempio.
Chana non mi sembra molto diversa.
Guardala in faccia e rimarrai pietrificato.
Non è forse quello che è successo a me, da quando è entrata nella banda?
Non ho più avuto una vita mia; le mie energie le ha risucchiate lei, a volte letteralmente.
Nel mito, Perseo la cerca per tagliarle la testa e proteggere così tanti altri uomini; però - anche a riuscirci - sarebbe chiaramente un gesto dettato dalla paura; evitare le debolezze per essere più forti.
E poi, per andare dove?
Ci tagliamo il braccio, quando ci fa male?
Non è una soluzione.
Dobbiamo capire, guarire, conservare e migliorare: così andremo avanti.
Le nostre debolezze ci torneranno utili un giorno; forse all’inferno.
Per me sarebbe facile tagliarle la testa.
Una fucilata nella schiena e me la tolgo di mezzo; con tanto di premio: 3.334 dollari, per la precisione. Quel dollaro in più, l’abbiamo dato a lei, perché è una donna.
Eravamo in quattro, ma Bill non ce l’ha fatta.
Dovevano essere 2.500 dollari per uno: il sacco con i quattrini era stato sigillato e catalogato, e conteneva appunto 10.000 dollari esatti.
Il direttore di banca era una persona onesta; peccato che con noi abbia fatto il furbo.
La parte di Bill è stata suddivisa fra i tre superstiti, inclusa Chana, che però s’è beccata una pallottola nello stomaco.
Ma guai a dirle che era fottuta…!
Ha voluto la sua parte, come niente fosse, e se n’è andata per i fatti suoi, come me e Rod.
No, io non sono Perseo. I dollari mi servono per vivere, lei per morire.
Se non finiremo come granelli di sabbia nel deserto, ciò che abbiamo capito in questa vita ci servirà. Quindi è inutile ignorare i problemi.
Se queste donne sono tanto simili a una dea, è fortemente improbabile che ci libereremo di loro. Tanto vale farci subito un'esperienza.
Non le vado appresso per i suoi dollari. La seguo per cercare di aiutarla; lo farò quando sarà abbastanza debole da non potersi opporre.
Uncinerò il suo orgoglio e glielo strapperò di dosso al momento debito.
E mi occuperò di lei anche quando sarà cadavere. Il suo corpo non dovrà marcire.
C’è la possibilità che la faccia finita da sola, ma scommetto che la sua ambizione glielo impedirà.

È difficile che si sia del tutto rassegnata a scomparire.
Ecco…
Ha smontato.
Non ce la fa più.
Si è seduta a crepare comoda.
È il momento di parlarle, tanto sono già pietrificato.
«Chana…! Sono Jack…!», mi annuncio, perché altrimenti mi sparerebbe.
«Che vuoi…? Ci eravamo salutati…
Vuoi fottermi… i soldi…?».
«Lo sai che non sono qui per i dollari».
È pallida come un fantasma, un rivolo di sangue le cola dal labbro.
Bella e bionda come una dea, massiccia come un bisonte, scollata fino al buco nello stomaco: è Chana...

«Lo so…», un sorrisetto, «ti stavo aspettando… Jack…».
«Allora non hai niente in contrario se mando dei segnali agli stregoni di questo territorio…».
«Per fare cosa…».
«Hanno delle droghe potentissime. E anche dei veleni. Possono tenerti in vita per un po’, possono tentare qualcosa. Niente che un segaossa possa nemmeno immaginare».
«Sei il solito idiota… non vedi che sto crepando…».
«Hai ancora un po’ di tempo, dovresti usarlo…».
«Ma guarda un po’ che bella riunione di famiglia…
I 10.000 ci sono tutti, adesso…
Abbiamo avuto la stessa idea, Jack.
Pensavo ti piacesse… e invece sei venuto a saldarle il conto e a prelevare i suoi dollari…».
«Ti sbagli, Rod. Non sono un avvoltoio del tuo tipo».
«A me sembrano tutti neri.
Molla la colt, avanti.
E senza scherzi».
«Spostati… ci penso io…», sussurra Chana, seduta a terra con lo schiena contro un costone di roccia; mi trovo sulla linea di tiro tra lei e Rod.
«No… non ti farò ammazzare…».
«Sono fottuta… idiota…».
BANG
BANG
Mi lascio cadere di lato, mantenendo coperta Chana.
Mi colpisce al braccio sinistro, ma io sparo con il destro.
E l’ho beccato!
Mi avvicino.
È ancora vivo.
«Hai voluto troppo, Rod.
Non è facile tagliarle la testa…».
«Che cosa… aspetta…».
BANG
Gli apro un buco nella fronte.
Non avrebbe capito nemmeno mettendoci tutto il resto del giorno.
Torno da lei.
«Ho sistemato Rod. Così intanto quelle bestiacce avranno da mangiare…».
«Hai avuto fortuna…».
«Sì, la fortuna degli idioti».
«Bene… adesso vattene… lasciami in pace…».
«Ascolta, Chana…
Se non ci creperai secca, gli avvoltoi ti strapperanno la pelle da dosso quando sarai ancora viva…».
«Vattene… o ti sparo…», mi punta la colt contro, ha ancora birra.
«Spara… avanti… così rimarrò qui per sempre, accanto a te…».
«E va bene… hai ragione…», si punta la colt contro il fianco.
«D’accordo… calma… hai vinto tu.
Me ne vado… me ne vado».
E sparisco davvero.
Non è ancora abbastanza debole.
Ma intanto vado a recuperare il cavallo di Rod: i dollari devono essere nella bisaccia.
Manca solo una parte per rimettere insieme i 10.000…
Naturalmente rimango nei paraggi.
Come gli avvoltoi che volteggiano sopra di lei.
Quelli non sono mai sazi.
Presto o tardi, se non ci rimane secca stecchita, avrà bisogno di aiuto.
Finirà le pallottole, non riuscirà più a ricaricare, e la vista troppo ravvicinata di quegli uccellacci famelici le darà il voltastomaco; oltre ad avercelo bucato.
«Jack…!», mi chiama, infatti.
È il mio momento.
Dà per scontato che io sia rimasto nei pressi.
Non le chiedo nessun parere, faccio di testa mia e basta.
Tanto le pallottole le ha finite, ed è lenta e impacciata nei movimenti: se prova a piantarsi un coltello in pancia, farò in tempo a intervenire.
Raccolgo sterpaglie secche e qualche ramo marcescente.
Con la coperta da bivacco interrompo il fumo secondo certi intervalli.
Lo stregone più vicino non si farà attendere troppo.

Ma forse per lei sarà troppo tardi.

«Jack... mio dio... sto crepando... in fretta...», si è appoggiata con la tempia al costone di roccia, rimanendo seduta a terra; il busto è inclinato da un lato, il petto affossato sulla pancia, sembra non respirare più.

«Pensavi di sentirti meglio con il passare del tempo, Chana?».

«Abbi rispetto... sto morendo... io... speravo... di durare... di più...».

«Sei durata finché hai potuto. Non puoi rimproverarti nulla.

Ho chiamato uno stregone. Se riesci a reggere ancora un po', farà qualcosa per te».

«Non dipende... da me... sto crepando...», adesso ha paura, vede la morte negli occhi.

E si fa soffocare dalla disperazione.

Non dev'essere facile per una bella donna lasciarci la pelle.

«Non ci credo. Non ti sei mai arresa. Non puoi cominciare oggi.

Avanti, Chana...», mi accuccio accanto a lei e le tampono lo stomaco con il fazzoletto, dandole qualche illusione in più.

È il mio momento.

Mantiene la bocca spalancata per respirare il più possibile.

Sta morendo.

Se non la tenessi dritta, crollerebbe faccia a terra.

«Idiota...», quel simpatico insulto le serve per sentirsi viva e normale anche in questi momenti.

Premo con più forza sullo stomaco: ogni scintilla di energia è preziosa adesso; manca davvero poco, può cedere da un momento all'altro, in meno di mezzora sarà tutto finito.

I buchi nello stomaco non lasciano scampo: ti logorano un po' per volta, fino a quando capisci che è finita, che non puoi più ribellarti.

La morte di Chana non fa eccezione.

Anche se pensava di durare di più, a suo dire.

«Augh, grande stregone», lo saluto con la mano alzata e il palmo aperto.

È arrivato.
Un tempo, se non sbaglio, anche i bianchi salutavano così.
«Saluto a te, viso pallido».
Dopo le presentazioni, gli chiedo che può fare.
«Darò a lei veleno dello scorpione, ma io non sapere quanto morire».
«Grande stregone… perdona la mia lingua, ma non ti ho chiesto di ucciderla. Sta già morendo».
«Io detto quanto, quanto… morire.
Conosco tua lingua, viso pallido».
«D’accordo, amico dalla pelle rossa.
Ti manca qualche rotella come me.
Procedi.
Tanto lei è fottuta.
Fottuta… lo capisci?».
«Io capire, amico che saluti con mano aperta.
Tu pensare che donna bianca fottuta. Morta.
Per questo chiamato me.
Ma io tutte rotelle a posto. Tu anche tutte rotelle a posto.
Visi pallidi con giacca bianca, loro no rotelle a posto.
Tu avere sangue, loro tagliare.

Tu avere male, loro tagliare e bruciare.
Come chiami tu giacche bianche?».
«Chi? I segaossa?».
«Segaossa… sì. Io già sentito. Loro no rotelle.
Manitù condannato loro a pazzia».
«Penso tu abbia ragione.
Questo è il momento di dimostrarlo.
Se riesci a non farla crepare - ma devi sbrigarti - avrai la metà dei nostri soldi: 5.000 dollari americani».
«Sei pazzo…?», Chana ha sentito.
«Io no cercare dollari, io cercare scorpione dalla grande medicina.
Io avere uno con me.
Dollari non curano ferite.
Dollari non danno pace a corpo.
Donna bianca molto bella e molto forte.
Bella come squaw di Manitù e forte come guerriero rosso.
Io curare senza dollari, io curare con scorpione.
Donna bianca, Bisonte Bucato, sarà nostra sakem, se Manitù così decide».
Ci mancherebbe solo questo.
È più pazzo di quanto credessi, ma anche più intelligente del nostro Presidente.
L’ha pietrificato pure mezza morta, con le palpebre pesanti.
Ma gli indiani non tagliano teste, almeno se non dai loro fastidio.
Sanno distinguere tra i bianchi, mentre noi non sappiamo distinguere tra loro.
Hanno accettato le loro debolezze, sanno che perderanno tutte le guerre contro i visi pallidi.
E sanno anche che all’inferno non si cambiano dollari.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ORDO AB CHAO

di Salvatore Conte (2016-2017)

«Te la senti?», le avevano chiesto nell'ultimo summit.

Lei era stata punta nell'orgoglio.

Un tumore al colon l'aveva fatta invecchiare dieci anni; lei considerata - a ragione - la Bonona della Banda, che prima del cancro dimostrava dieci anni in meno; alla fine aveva ripreso la sua età naturale, tra i cinquanta e i sessanta.

La diagnosi l'aveva sorpresa allo stadio 3 della scala tanto cara agli americani: tumore molto avanzato, localizzato all'interno dell'organo colpito (non ancora metastatizzato, ma prossimo a dilagare nell'organismo attraverso i linfonodi). Non operabile, era arrivato allo stadio 4, quello che non lascia più scampo, caratterizzato da molteplici metastasi e dalla devastazione ormai completa dell'organo originariamente attaccato.

     

Da qui a mollare un lavoro, però, ce ne passava.

Non mancava molto, ma non si era arresa, non avrebbe mollato fino alla fine.

Non sarebbe stata lei.

La musica di Gianna Franzone suonava ancora.

«Sicuro che non sia stata colpita?», domanda er Puzzola.

«Sicuro. Controllare è stato piacevole», risponde l'Americano.

«E allora proprio oggi doveva decidersi a crepare?

È andata avanti per mesi, no?».

«Infatti. Ma oggi pare abbia deciso di fermarsi».

«È un peccato, ma dobbiamo farcene una ragione.

Non si può fare niente».

«Niente. Ha rifiutato persino la chemio».

«Le avrebbe rovinato i capelli, ha fatto bene».

I compagni di Gianna prendono atto della situazione.

La Bonona perde sangue dalla bocca.

Il colpo è riuscito, nessuno s'è fatto un graffio - a parte la guardia che c'è rimasta secca - ma lo sforzo, l'impegno o la fatalità l'hanno mandata in crisi.

Il tumore l'ha invasa e adesso le sta dando l'ultima spallata...

La Franzone ha un'emorragia interna, che potrebbe risultare fatale.

L'hanno distesa sul letto del covo, pallida e sconcertata.

Avrebbe perlomeno voluto godersi il colpo appena messo a segno.

E invece il sangue le è salito in bocca. Le budella hanno fatto boom, come se l'avesse bucate una pallottola.

E ora attende di capire - ansiosa, stordita - se l'emorragia le darà tregua, o se dovrà arrendersi e uscire di scena, senza altri rimandi.

È chiaro che sarebbe un rinvio piuttosto breve, ma a lei farebbe comodo, lo si capisce dagli occhi spaventati.

«Sono arrivata... ragazzi...

Volevo farmi... qualche altra settimana...

Ma la vecchia Gianna... stavolta... è proprio arrivata...», con la morte scritta in faccia e la delusione di perdere un paio di settimane.

«Non sei vecchia», la consola er Puzzola.

«Ho retto però... più di quello che... dicevano i medici...».

«Hai lottato, Gianna. Non hai mollato», stavolta è l'Americano a lusingarla.

La Bonona ci sta lasciando la pelle.

E anche se era risaputo, c'è agitazione tra i suoi compagni.

E qualche opinione difforme.

«Potremmo lasciarla davanti a un ospedale. Prima che sia troppo tardi...».

«Per farle guadagnare pochi giorni? No, ormai è andata. Non la salva più nessuno».

«Potremmo perlomeno iniettarle quel farmaco contro le emorragie... come si chiama?

Soma... soma e qualcosa».

«Soma... tostatina».

«Sì, quella... dicono che curi il cancro, anche».

«Sì, come no».

«Allora...? Andiamo a prenderla?».

«Troppi rischi. E poi potrebbe non funzionare».

«Saada, tu non parli mai. Vuoi dire qualcosa?».

«Sì...

Che cazzo di amici, siete?

Stendere uno sbirro è un conto, ma lei è una di noi.

Sta crepando, Cristo! È una donna.

Se le facciamo tirare le cuoia, ci porterà addosso un mucchio di guai».

«Potevi dirlo subito che saresti andata tu a prendere la soma...».

La Libanese ci va davvero.

E torna con la medicina.

Il farmacista gli ha chiesto la prescrizione medica, lei ha risposto con una banconota da cento: una ricetta che non si può rifiutare, va bene per ogni malato e cura anche il farmacista.

«Come sta?».

«Ha balbettato qualcosa, mezza svenuta. Ne ha per poco».

Saada va da lei ed esegue l'iniezione.

«Che cos'è...? Non voglio crepare...», le palpebre pesanti, «sapevo... di essere finita... ma non... così presto...».

«Presto? Hai superato di sei mesi la prognosi più ottimistica...

Questa roba ti aiuterà, Gianna.

Forse non è ancora finita».

«Speravo... di avere... più tempo... di godermi... il colpo... almeno...».

«La sorte è sempre beffarda, Gianna».

«Sì... hai ragione...».

«Mi hanno detto che sei quasi svenuta. E che stavi parlando da sola...».

«È vero...».

«Raccontami tutto».

«Ho sognato qualcosa... qualcosa di brutto...».

«Avanti... raccontalo, può essere importante».

«Saada... promettimi... che mi aiuterai...».

«L'ho già fatto... ti sentirai meglio; adesso ti attacco anche alla flebo».

«Sono una vigliacca... mi trascino... per guadagnare... un po' di tempo... ma so... di essere fottuta...».

«Ti capisco. Provi a trascinarti: è normale per una come te.

Gianna... parlami del tuo sogno...».

«Ero a terra... pancia all'aria... un enorme... coso... è venuto verso di me...».

«Che coso, Gianna?».

«Un compasso... ecco... non mi veniva... gigante... si spostava da solo... come se camminasse... mi ha trafitto... con la punta... in pancia... e poi... ha cominciato... a disegnare... un cerchio... trascinandomi con lui... usando il mio sangue... per scrivere...».

«Fermati un attimo, calmati», le asciuga la fronte, imperlata di sudore.

Poi la esorta a proseguire.

«Finalmente... si stacca da me... e sprofonda... lasciando un buco... al centro...

Io... mi giro... a pancia sotto... e cerco... di uscire... dal cerchio... ma non ci riesco...

Il  cerchio... si stringe... sempre più... con me dentro...

E la buca... si avvicina...

Come... se non bastasse... un uomo... senza faccia... con due righelli... al posto delle braccia... mi prende... per le gambe... e mi trascina... verso il buco...

Poi... mi riprendo... il sogno svanisce... appena in tempo...

E vedo altro...

Una cosa strana...

Mai vista...

Sulla terra... terra nuda... vedo... alcune parole... scritte... con pezzi di legno... no... radici... sono radici di grosse piante...

È latino... la terra è in discesa... le parole... si leggono bene... come su una parete...».

«Va meglio ora, vero? Parli più sciolta.

Non ricordi qualcuna di quelle parole in latino?».

«Forse una... Caesar...».

«Caesar...

Ora riposa un po', devo pensare».

Quando torna da lei, Saada espone la sua interpretazione.

«Caesar potresti essere tu. Lo dice la tua forma possente.

La parola, infatti, non ha un corrispettivo femminile. Dux femina, scrive Virgilio.

Conosco un po' di latino.

Ma chi è che parla?

Lo capiamo in relazione alla prima parte del sogno.

Forse è la natura che parla, l'ordine naturale delle cose, che vede in te la sua rappresentazione.

Viceversa, nella prima parte del sogno, sono evidenti i simboli della massoneria: la squadra e il compasso, un potere senza volto, l'odio per la natura.

La filosofia generale della massoneria è racchiusa nella massima "Ordo ab Chao": un paradosso concettuale che sfrutta la genialità della lingua latina.

La massoneria semina la confusione per ottenere, attraverso l'alchimia sociale delle forze contrapposte, un ordine sostenibile in cui la massoneria stessa si sostituisca alla natura.

Per realizzare tutto ciò, l'ordine naturale delle cose deve essere sovvertito, in modo da pervenire al suo esatto contrario, nell'ambito del quale gli stessi massoni dettino le nuove leggi del cosmo.

Ed è un programma in avanzata fase di realizzazione».

«Anche la mia morte...», la Franzone torna alla realtà.

«Infatti...

Come vedi, c'è un nesso tra le due cose».

«Le cure contro il cancro vengono impedite e il cancro stesso favorito. Il terrore colpisce popoli senza più fede: non sanno neppure che la natura provvede a tutto.

Potevi essere curata, Gianna».

«Ma ora... è tardi... vero...», con un lampo di speranza negli occhi.

«Hai capito troppo tardi chi veramente sei.

Caesar ab Natura».

E le accosta il silenziatore allo stomaco.

Gianna strabuzza gli occhi.

«Che vuol dire?».

«Sono io l'uomo con i righelli...

Hai dimenticato i capelli lunghi...».

«NO! Johnny!», la Franzone grida disperata.

Ma è troppo tardi.

FLOP

«Puttana...».

La Libanese ha premuto il grilletto!

Ha sparato in corpo alla Bonona! A bruciapelo!

«Gianna...», Johnny, l'Americano, entra nella camera.

«Buono... l'ha ordinato il capo.

Ormai era troppo fragile, poteva tradire.

Pensava solo a salvarsi.

Doveva essere la sua ultima missione, e lo è stata».

«Voglio rimanere un attimo con lei».

«D'accordo».

È rimasta con la bocca spalancata, gli occhi fissi al soffitto, e un'espressione sconvolta sulla faccia.

Un grosso buco sanguinolento si è aperto sulla magliettina beige.

Gianna manda ancora dei rantoli.

Johnny le prende la mano e le sfiora il labbro, per prendersi l'ultimo sospiro della Bonona.

Aveva pensato che sarebbe accaduto all'ospedale, nel giro di un mese al massimo: i sintomi del suo crollo si stavano succedendo; e poi il tumore stava arrivando al pancreas.

Gli aveva promesso che sarebbe rimasto con lei, a vegliarla nelle sue ultime ore.

E invece l'hanno liquidata subito.

La musica di Gianna non suona più.

Saada l'ha freddata. Voleva prenderne il posto. E il titolo di Bonona.

Anche lei è una bella donna.

Ma Gianna aveva qualcosa di diverso, che la rendeva speciale, superiore, anche minata gravemente dal tumore.

In punto di morte la Franzone ha un sussulto: solleva la mano e gli spinge la testa sul buco.

{Bevi...}, sussurra rantolando, quasi incomprensibile.

È un gesto strano, istintivo, estremo.

Gianna lo marca a fuoco con la sua voglia di vivere e la sua disperazione.

E Johnny beve davvero.

Qualcosa scatta in lui.

Come in colui che ha assunto una droga molto potente.

Si ricorda che nel covo c'è una maschera dell'ossigeno, proprio per questo tipo di evenienze.

Gliela schiaffa in faccia, senza neanche sapere se può farne ancora uso.

«Johnny... hai finito con l'estrema unzione?», è la voce di Saada.

La Bonona entra nella camera con la pistola spianata, sa che è un po' fragile e che aveva un debole per Gianna.

Non lo vede.

«Avanti... non fare il cretino. Non puoi metterti contro il capo, lo sai».

«Ehi, Johnny... che cazzo combini?», questa è la voce del Puzzola. Non si lava troppo spesso e d'estate si sente.

FLOP

FLOP

FLOP

Una scarica di colpi.

Un silenziatore ha fatto capolino dal lungo più inaspettato; in corrispondenza della mano morta di Gianna...

L'Americano della Magliana si è fatto strumento di vendetta per la Bonona, quella autentica.

Ha colpito alla cieca, da sotto il letto, ma ha sparato tanti di quei colpi che è riuscito a fotterli, tutti e due; gli ultimi li ha sparati con cognizione di causa, per finirli.

La danza della morte di Saada, lei che è libanese per davvero, è stata particolarmente interessante.

Adesso torreggia sul suo corpo agonizzante.

«Parli sempre del capo, Saada.

Ma tu sai chi sia?

Non sappiamo niente di lui.

Mi sembra strano, però, che un capo così potente abbia ordinato l'esecuzione di Gianna».

«Era solo... una puttana...».

«Io penso che l'ordine te lo sia inventato tu, Saada.

Eri invidiosa di lei e non ti andava di aspettare che il tumore finisse il lavoro.

A cose fatte, il famoso capo avrebbe apprezzato il gesto. O forse no.

Lo sapremo presto.

Anzi, lo saprò solo io.

Sta di fatto che tu hai sparato a un membro dell'organizzazione, con la complicità del Puzzola.

E che io vi ho giustiziato».

«La maschera... ti prego...», Saada lo supplica.

«Quella è di Gianna, anche se non le serve più.

E lei vuole portarti con sé».

«Maledetto... anche io... sono bella...».

«Ma non quanto lei. Non hai niente di Gianna Franzone, Saada...».

«Ti prego... non voglio crepare...».

«Il tuo è un tumore fulminante, Saada».

E torna da Gianna, succhiando ancora dal buco: una voragine da cui esce di tutto.

Gli occhi sono vitrei e fissi.

Il titolo è vacante.

Anche se l'ambulanza corre veloce e sta per arrivare sul posto.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ORDO AB NODO

di Apuleio (2016)

Tutto era cominciato in una vecchia taverna inglese.

L'accordo era stato sancito: avrebbero sfidato la morte insieme.

Ma niente di personale. Solo business.

Lei era Jane Frexhi, una bella donna sulla cinquantina.

Lui, Richard Courtney, un conte senza più una sterlina.

Li univa la voglia di rivalsa, nient'altro.

Lei, a dispetto della sua faraonica bellezza, era ancora alla ricerca del vero amore.

Un'esperienza esotica, estrema, le avrebbe forse dato le emozioni che cercava e non aveva trovato presso nessun uomo.

Paradossalmente, pur sconfitta dalla vita, la Frexhi appariva invincibile per natura; nel suo potere inespresso, incarnava un imperscrutabile  mistero.

Si valorizzava con una semplice camicetta rosa quarzo, un po' larga, portata fuori dai pantaloni, naturalmente sbottonata - in maniera sapiente - fino allo stomaco: sotto niente reggipetto, la spaccatura bene in vista, i seni un po' molli, ma invitanti.

L'insieme era perfetto, massiccio, imponente: esprimeva al massimo livello l'idea di una donna senza limiti.

Il collo ben piantato sul tronco, il volto scolpito come nel marmo pario, i capelli che sembravano formare un diadema d'oro, gli occhi di colore indefinibile, trasparente, che riprendevano le morbide venature del quarzo rosa - lo stesso del suo tipico camicione - l'avorio con riflessi purpurei della pelle.

Chissà perché, con una o due taglie in più pensava di mascherare i chili in eccesso, la cellulite galoppante.

Solo in questo era moderna: aveva il pudore della carne abbondante, non immaginando che una volta le donne piacevano così.

Il rosa quarzo, uno speciale rosa pallido, etereo e sensuale, era associato nell'antichità alla più pura espressione della femminilità; e addosso a lei si capiva bene perché.

La cosa è arrivata - pur distrattamente - fino ai giorni nostri; anche se il rosa moderno è un rosa medio-scuro generico, non contestualizzato, che poco ha a che vedere con il rosa quarzo dei tempi andati.

Veniva dal passato, ma non conosceva la sua storia, aveva ceduto alla modernità.

E ciò aveva prodotto il suo fallimento.

Lui, invece, non conosceva il presente, non accettava la caduta della sua casata, non sapeva muoversi tra i suoi dissimili.

Non era bravo con la squadra e il compasso.

Se la cavava meglio con il tirso e il sistro.

Nostalgico dei fasti andati, avrebbe combattuto sapendo di perdere.

All'inizio era sembrata una follia.

Ma adesso sembra che il vecchio professore abbia avuto ragione.

Nessuno voleva dargli retta; anche lui non è bravo con la squadra e il compasso.

Però i geroglifici... quelli li sa capire bene.

E si è portato appresso una scettica e un visionario, forse per raggiungere la giusta alchimia.

E tuttavia, adesso che l'ingresso della tomba è stato scoperto, adesso che si è materializzato fra le sabbie del deserto, anche lei ha la febbre...

Le torce elettriche spianate nel buio, i tre avanzano nella tomba del Faraone.

Si scende, ma non di molto, l'inclinazione del pavimento in pietra è simbolica.

Il sarcofago del Faraone emerge alla fine del corridoio.

È posizionato in linea verticale, contro una sorta di catafalco costruito in rilievo rispetto alla parete di fondo; non si trova al centro della stessa, ma defilato sulla parte destra.

Sulla parte sinistra, infatti, c'è un altro sarcofago, aperto e vuoto; rimasto nell'indefinita attesa di un destinatario.

Insomma il Faraone doveva essere morto single.

Al centro della parete di fondo, tra i due sarcofaghi, posto su un piedistallo dedicato, le torce inquadrano un oggetto dorato, grande quanto il palmo di una mano.

E tutto intorno, brillanti meraviglie, ancora luccicanti nonostante la polvere dei millenni.

«È fantastico!», esclama estasiato il professore.

Courtney, tanto per cominciare, analizza il piccolo oggetto posto in evidenza sul piedistallo.

Un lampo maligno attraversa gli occhi dell'uomo.

«È oro, capisci?», dice alla donna.
«Cosa? Fai vedere...».
Quando lei allunga la mano, lui gliela stringe, insieme al talismano.
«Senti...? Sembra caldo».
«Non dire idiozie, fammi vedere...
Non sembra oro...».
«Sei sicura?».
«Che cosa rappresenta?».
«Il Nodo di Iside.
Anche se non è fatto d'oro, ha un valore inestimabile.
Mettitelo in tasca...», sussurra in tono furtivo.
«Okay», e se lo infila nei jeans, sotto il camicione rosa quarzo portato rigorosamente fuori dai pantaloni.

Si reputa troppo ingrassata e occulta le forme indossando una taglia in più. Il bel seno, però quello non lo nasconde. Tre o quattro bottoni allentati sono la norma per la bella Jane.

«Un momento... cosa state facendo?», il professore ha notato il movimento. «Non dovevate toccarlo...».

«Andiamo, professore... non è nemmeno d'oro...

Io sono qui per risolvere alcuni problemi economici, lo sa.

E comunque, ditemi... sono curiosa... cosa rappresentava quell'oggetto?».

«È un talismano, signora; non un oggetto. È il Nodo di Iside, il nodo che nessuno - non il tempo, non un dio, non un mortale - può sciogliere, né recidere.

Il Nodo è indissolubile. Non è d'oro, perché ha natura non venale.

Può assumere diversi attributi, ma in questo contesto indica chiaramente l'aspirazione del Faraone: legare a sé, per sempre, indissolubilmente, la sua donna fatale.

Egli - come vediamo - morì senza riuscire, ma la ricerca non può ancora dirsi finita...».

«Professore... ne parla come se fosse ancora vivo...».

«Egli, è ovvio, credeva nell'eternità dell'anima.

Ne parlo, dunque, secondo il suo punto di vista.

E comunque... dal Nodo di Iside deriva la concezione moderna di anello nuziale.

Infatti questo esemplare - e dopo lo tirerete fuori - può stare nel palmo di una mano.

Io penso che gli sposi lo stringessero insieme, mano nella mano, affidando a Iside la protezione indissolubile del loro amore, poiché ella amò Osiride anche nella morte...».

«Maledetto imbecille...», la Frexhi lo fulmina con gli occhi. «Ne sai più del professore...».
«La famosa formula: "L'uomo non separi ciò che Dio ha unito", è l'ennesimo scempio di questa antica civiltà, troppo avanzata per noi miserabili cani moderni...», la rabbia lo trasfigura, mentre scandisce le ultime parole a mascella serrata. «Noi non toccheremo nulla, lasceremo tutto com'è. Avanti, rimettete a posto il talismano».

«Dice sul serio, professore?», la Frexhi sta per perdere la pazienza.

Lo sfida con la scollatura della camicetta che freme per la febbre dell'oro.

«Mi dispiace, signora, ma non siamo qui per farci i comodi nostri».

«Non avrei voluto farlo, professore, ma lei mi costringe.

Immaginavo che lei fosse un po' toccato e mi sono premunita...», la bella donna tira fuori da sotto il camicione, dalla tasca dei jeans, una rivoltella.

«Avanti, Ric, metti insieme un po' di questa roba e facciamo il primo viaggio».

Courtney riempie lo zaino.

«E di lui che ne facciamo?».

Con il cono di luce della torcia, la Frexhi gli indica il sarcofago aperto.

«Sono spiacente per la mummia, ma dovrà accontentarsi...», un sorrisetto gelido fra le labbra.

«Non dirai sul serio...», obietta il conte.

«Avanti... fallo, o vi lascio tutti e due qui dentro, per sempre...

E chiudi bene.

Intanto, porto fuori questo».

La Frexhi si carica lo zaino sulle spalle e si avvia verso l'uscita, dove li aspetta la loro jeep.

È un attimo.

KREEEK

THUD

Anzi, due attimi. Alle spalle di Courtney.

La Frexhi non ha nemmeno il tempo di urlare.

«Cristo!», il conte squattrinato illumina il fondo della buca. «Il Nodo non è durato nemmeno cinque minuti, altro che indissolubile!», con un tragico sarcasmo cerca di reagire alla scellerata visione...

«Sono spiacente, Courtney, la signora è fottuta.

Se l'è cercata.
Queste trappole non perdonano.
Dobbiamo stare attenti anche noi».

«Ma... ha fatto lo stesso percorso dell'andata...», ancora sotto shock.

«Sì, ma vede Courtney... all'andata non avevate ancora toccato il Nodo...

Non appartiene a voi, ecco perché non ha funzionato.

Evidentemente, spostandolo dalla sua sede, avete innescato la trappola.

Una trovata intelligente da parte del Faraone.

Sciocca da parte vostra...».
«Il cadavere si muove! Professore...!», esclama eccitato il conte.

«Sì, in effetti è stata relativamente fortunata nel cadere. Solo una punta l'ha trapassata. Una su dodici.

Ma le ha massacrato gli intestini ed è comunque sufficiente a ucciderla.

Non ci perda tempo, Courtney...».
«Io vado giù. Lei tenga ferma la scala, ce n'è una qui», e la cala nella fossa.
«D'accordo, ma si sbrighi.

E riporti su lo zaino».

«Non c'è n'è bisogno.

Lasciamo tutto così.

Se ne riparlerà fra due o tremila anni...».

«E questi chi sono?» domanda incredulo il professore.

La tomba del Faraone si affolla.

I nuovi profanatori sono una quarantacinquenne mediorientale, con uzi sottobraccio, e due gorilla armati fino ai denti.

«Non li vede, professore?

La squadra e il compasso triangolati uno sull'altra, a disegnare una Stella di Davide stilizzata...».
«Complimenti... se l'intelligenza fosse commutabile in dollari, lei sarebbe ricco», sentenzia la bella libanese.
«Se lo fosse la bellezza, lei sarebbe ricchissima...», la replica del conte.

«Imbecille...», sussurra la Frexhi, che ancora ci sente benissimo, dal fondo della buca.

A lei, però, nessuno la sente.

«Con chi ho il piacere di...».

«Può chiamarmi Elzi», lo interrompe la libanese. «Sa anche per cosa sta la "G"?».

«Per Golem».
«Accidenti... impressionante.

E se dovesse spiegare in tre parole la storia recente del suo Paese, qualunque esso sia?».

«Ordo ab chao».

«Icastico...

Ma ora veniamo a noi, signori.

Questa scoperta non rientra nei nostri programmi; spiacenti.

Tuttavia, se terrete la bocca chiusa, non sarete eliminati.

Vi sorveglieremo, come abbiamo fatto finora.

Vi abbiamo dato corda, non vi ritenevamo pericolosi, e invece siete andati a meta».

«Forse c'è una donna ancora viva là sotto: che ne sarà di lei?».

«Una donna qui sotto c'è di sicuro, ma viva proprio non credo...».

E si dispone a falciarla con la mitraglietta uzi.

«Ehi! Un momento! Non vi ha fatto niente!», Courtney si mette di mezzo. «Ha solo bisogno di un po' di soldi, come me. Non possiamo tirarla fuori?».

«Lei ci chiede un po' troppo, lord Courtney.

È evidente che non può sopravvivere, tirandola fuori ci creerà solo dei problemi. Qui invece farà compagnia al Faraone.

Fra duemila anni il mistero farà scintille: il mistero dello scheletro in camicia rosa del ventunesimo secolo...

Una sfortunata saccheggiatrice di tombe rimasta uccisa dalla maledizione del Faraone... e da una bella raffica di uzi», lo scansa e si prepara a freddarla, visto che continua ad agitarsi.

BANG!BANG!

La Frexhi, però, con insospettabile prontezza, benché inchiodata a terra, è ancora in grado di reagire.

La Frexhi spara!

La libanese viene centrata allo stomaco.

«Figlia... di puttana...», impreca la quarantacinquenne, crollando sulle ginocchia.

Potrebbe far partire una raffica, ma Jane Frexhi la tiene sotto mira.

È chiaro che, dopo uno scambio di colpi, sarebbe la cinquantenne ad avere la peggio.

Ma è la mediorientale a rischiare di più, la Frexhi ha poco da perdere, Elzi può ancora tentare.

«Calmi...», la libanese si rivolge ai suoi uomini. «È una combattente come noi... non ci sta a crepare...

La tireremo fuori... resterà con le budella in mano... sarà lei a pregarci di farla finita...».

Mentre la donna parla, il professore si defila leggermente.

Ha notato qualcosa e preferisce tenersi in disparte.

Anche adesso è un attimo.

CRACK

CRASH

Anzi, due attimi.

Un'ombra è scivolata alle spalle dei quattro, intenti a a guardare nella buca.

È il Faraone.

Con forza innaturale, sovrumana, alimentata dall'inferno, ha staccato la testa dal collo a una delle guardie e l'ha sbattuta contro l'altra, come in una schiacciata sotto canestro.

«Che cazzo...», impreca la libanese.

«Non lo faccia!», le urla contro il professore, quando le vede puntare la mitraglietta contro la mummia. «La farebbe solo arrabbiare. Stia ferma, a lei non farà niente».

Ed è così, la mediorientale non reagisce e la mummia si ferma, rimanendo in attesa, come tornata cadavere, esauritosi il furore.

L'attenzione è catturata dal tramestio che sale dalla buca.

La Frexhi sta uscendo dalla sordida trappola...

Courtney si affretta ad aiutarla, ma lei lo tiene a distanza, puntandogli contro la rivoltella.

«Non sono ancora finita... non fare scherzi... o ti faccio fuori... Ric...
La mummia è dalla mia parte...», ha ancora la forza di sorridere. «Tu molla la mitraglia... puttana...».

La cinquantenne si tiene la pancia con l'avambraccio sinistro.

Il camicione rosa, sbottonato aggressivamente fino allo stomaco, è imbrattato di sangue.

«Ma come hai fatto...», le chiede Ric, stupito e ammirato in egual misura.

«Il tuo talismano funziona... anzi il suo...», guardando la mummia.

«Cosa credi di fare, Jane?

Hai bisogno di un dottore... subito...».

«Io me ne vado da qui... voi ci rimanete dentro...», la Frexhi - pur a fatica - muove qualche passo in direzione dell'uscita.

La mummia entra in azione, la supera e le sbarra la strada.

E non si fa aggirare, facendo da muro.

«Questa poi...!», esclama Courtney. «E adesso che facciamo, Jane? Lo denunciamo per stalking?

Quella non ti fa passare.

Ha tutto l'interesse che tu rimanga qui con lui, Jane.

Viva o morta, per lui non fa troppa differenza.

Credo sia innamorato di te».

«Io... gli crepo in faccia... se non si muove...
Dannazione... Ric... hai ragione...», torna verso di lui e gli crolla addosso, sfinita. «Ric... ti crepo in faccia...».

Lui le prende la rivoltella, tenendo d'occhio gli altri due, mentre la fa sedere contro la parete laterale della tomba.

«Non ti sei nemmeno spaventata? Quella caduta improvvisa avrebbe terrorizzato chiunque...», il conte è ancora incredulo.

«Io... chiunque... ne ho viste tante... la vita... è peggio... di tutto questo...».

«Professore... faccia qualcosa».

«Non posso fare niente, Courtney.

Lui ha scelto. È suo diritto, questa è la sua tomba. L'amuleto che avete rubato è suo. Le potenze infernali lo proteggono, perché il diritto è suo.

Noi abbiamo profanato la sua tomba e lui ha scelto la signora Frexhi per sposa, da quanto vedo.

Andrà a riempire, mettendolo a dura prova, il sarcofago rimasto vuoto».

«E io...? Non conto niente... io...?», la Frexhi non ci sta.

Si cerca qualcosa nella tasca.

Tira fuori il Nodo di Iside.

«Ce l'ho io... e decido io...

Stringilo... Ric... insieme a me...».

«L'abbiamo già fatto...», esita il conte.

«Avanti... dobbiamo rifarlo... adesso lui è sveglio... dobbiamo... dargli una lezione...».

GROWR

La mummia ringhia minacciosa.

Ma è troppo tardi.

Courtney stringe il Nodo.

Un urlo disumano rimbomba nella tomba.

Sembra che non finisca più.

Si trasforma in un rombo vero e proprio.

Il pavimento trema e la volta comincia a cedere.

Sembra arrivare il terremoto.

Il professore cerca di fuggire, ma la mummia gli sbarra la strada, ributtandolo indietro.

«Forse a noi non farà nulla. Diamo una mano a Elzi, non possiamo lasciarla qui...».

«Stronzo...».

I tre guadagnano l'uscita appena in tempo.

Dietro di loro tutto crolla.

La tomba rimarrà tale per sempre.

«Dunque funziona davvero, per Iside!», esclama Courtney, una volta al sicuro.

PAK

Gli arriva uno schiaffo della Frexhi, con la mano impiastrata di sangue.

«La prima volta... mi hai ingannato... non valeva... la seconda... l'ho fatto... per liberarmi... della mummia...».

«E la terza...? Se non lo fai, ci lasci la pelle, Jane. Perché io rimarrò vivo e ti terrò con me.

Altrimenti...».

«Bastardo... se pensi di ricattarmi... come il Faraone...

Se devo crepare...  ti crepo in faccia...».

«Lo so... lo so... penso di sapere come sei fatta.

Se non è bastato un Faraone a metterti sotto, non ci riuscirò certo io.

L'amuleto puoi tenertelo, ti rifarai delle spese.

Io terrò il mio sarcofago nuziale aperto, ma non sarà per te...», Courtney si volta allusivamente verso la bella libanese che si tiene lo stomaco con entrambe le mani, cercando disperatamente di tamponare i buchi; l'aiuta anche lui. «E adesso ti porto al campo dei tuareg: penso sappiano come trattare le tue budella e spero rattoppino anche Elzi».

«Credevo... m'avresti sbavato addosso... mentre crepo...».

«Ti preferisco viva e ostile, piuttosto che dentro un sarcofago», e si muove verso la jeep.

«Ric... aspetta... vieni qui...».

Lui si siede accanto a lei, la schiena contro la parete di roccia ancora tremante.

Con la mano gli preme la testa sul petto palpitante, dentro la scollatura del camicione.

«Adesso... hai Iside dalla tua... bastardo...

Muoviti... però... perché non voglio crepare...

Tenterò... il tutto per tutto... al campo dei tuareg...

E se non riesco... ti crepo in faccia... Ric...».

«Ordo ab nodo, Jane».

E il terremoto cessa del tutto e i pochi uccelli del deserto riprendono a cantare.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA BOTTANA

di Salvatore Conte (2017)

La chiamano così, ma non è una puttana vera e propria.
Se la fa con il padrino, quando lui la chiama.
Si chiama Gianna Vaccarella, nomen omen.
“È piena di grazia”, avrebbe scritto un evangelista.
Solida, abbondante, morbida, si valorizza con una semplice camicetta beige - che lascia intravedere la spaccatura del seno da milf sicula, qui detta appunto "bottana" - e un paio di jeans strappati - da cui sprizza carne - che le conservano addosso il nome alternativo di "strappona".
Le piace sfidare la grigia perversione della periferia.
I veri uomini devono cederle il passo. Anche il padrino l’ha fatto, in fondo.
La logica vorrebbe che a una puttana corrispondesse - se non altro - un puttaniere.
Invece il padrino è per tutti un uomo di mondo, quanto lei - senza attenuanti - una bottana.
Da quando Enea mise piede in Sicilia, fuggendo da Cartagine, le belle donne tutte bottane sono...
Il Troiano, oltretutto, conferì loro un sinonimo piuttosto nostalgico.
Va da sé che nessun folle prenderebbe a coltellate il padrino.

Ma della bottana le vecchie del quartiere dicono che finirà a schifio.

Gianna cammina tranquilla, sta andando a trovare un'amica.

Lui esce fuori all'improvviso, le sbarra la strada, la spinge contro il muro, le fa vedere il coltellaccio.

Lei, però, non grida, non chiama aiuto.

«No! Se lo fai, m'ammazzi...!», cerca di farlo ragionare.

Ma quello ha deciso di farla fuori.

E affonda i colpi!

SZOCK
«Questo è per te, bottana!».

La Vaccarella spalanca gli occhi e la bocca.

Ha incassato la prima coltellata!

SZOCK
«È ancora tuo, bottana!».

La seconda le sventra l'utero!
A Gianna non va liscia come al padrino.
La sua sensuale bellezza fa invidia a tutti, a donne e uomini, e qualcuno ha preso l’iniziativa.
Vorrebbe essere lui il padrino, ma non potendolo essere, si sfoga così.
Ha usato un grosso coltellaccio da cucina, affondato in corpo con la rabbia della follia.
Per fortuna non infierisce, due colpi sono sufficienti a farlo sfogare.
Gianna rimane in piedi, lui se ne va.
Nessuno ha visto, né sentito.
Le imposte si chiudono.
La Vaccarella raggiunge la casa della sua amica.
«Gianna! Cos’hai?!».
«Non è niente…».
Le vuole bene e non esita a farla sedere sulla poltrona in vecchio stile siciliano, anche se la macchierà di sangue.
«Chi è stato?».
«Non è niente… te l’ho detto…».
«Non vuoi chiamare un dottore?».
«No… non serve…
Gli è scappato… non voleva farlo…».
«Ho una bottiglia in frigo, devi bere qualcosa di forte».
Quando Carmela torna, ritrova l’amica con i palmi delle mani rivolti in alto, fuori dai braccioli, sprofondata sulla poltrona in modo allarmante.
Il ferraccio ha lavorato.
«Gianna…».
Le fa trangugiare di corsa la bottiglia di Marsala: una buona parte sbrodola lungo il collo e finisce nella spaccatura.
«La bottana ammazzata fu!», si sente urlare da fuori.
«Minchione…».
È la Vaccarella che sussurra in risposta.
Ha ripreso un po’ di controllo, cerca di riassestarsi sulla poltrona.
«Su... bevi ancora…», l’amica ne approfitta per infonderle altro calore.
«Buono…
È stato solo un momento… non mi faccio ammazzare... come dicono loro…», la Vaccarella reagisce, il Marsala - corposo come lei - l’ha corroborata; non ci sta, anche se l’hanno sventrata.
«Ora però è meglio chiamare un’ambulanza…».
«No… saranno loro a chiamare… se crepo… non sarò più la bottana…».
«Che vuol dire, non capisco...».
«Voglio crepare su questa poltrona… non mi muovo da qui…».
«Chi c’è dietro?».
«È una vecchia storia…
Mi vogliono fottere…
Ma quel ragazzo… non voleva uccidermi… non capiva…».
«Vuoi dire che non voleva ucciderti con due coltellate nella pancia?».
«Avrebbe potuto... continuare…», è pallida e il petto si alza a ritmo irregolare, come se per respirare la Vaccarella dovesse arrangiarsi alla meno peggio.
Per quanto potrà andare avanti?
E se entrasse definitivamente in crisi?
Gianna Vaccarela rimarrebbe uccisa su quella poltrona, morta ammazzata.
Carmela, sebbene a malincuore, lo dà ormai per scontato.
L’ultimo segnale di potenza rimane la bella scollatura.
«Chiudimi…
Dovranno ritrovarmi… abbottonata… fino al collo…», mormora con occhi allucinati la spigliata cinquantenne.
Il coltellaccio, anche se non c'è più, sta lavorando, e lei lo sa.
«Come vuoi, come vuoi...».

«Nella bara... voglio finirci così... abbottonata... capito...».
«Capito... capito...».

«Adesso... apri la porta... e grida anche tu... l'hanno ammazzata... venite a vedere...
E vedrai... come vengono...».
«Se è questo ciò che vuoi... lo faccio.
L'hanno ammazzata! Correte!
Hanno ammazzato Gianna Vaccarella, la più bella donna di Trapani!
Venite a vedere!
L'hanno ammazzata a coltellate!
A schifio finì!».
In due minuti, mezza città è lì.
Ci sono tutti meno la polizia, che interviene solo previo consenso del padrino, il quale ha mandato qualcuno a osservare la scena.
«È ancora viva!».
Le voci vengono rilanciate di bocca in bocca, spesso arricchite dalla fantasia popolare.
Però la prima notizia diventa sempre più attuale, con il passare dei minuti.
Carmela le soffia aria in gola per aiutarla a respirare.
«Bottane sono...», dice un vecchio, che è riuscito a entrare.
«Ma no... la bedda sta crepando... e l'altra le passa un po’ d’aria».
«Si può sapere quanto ci mette a crepare?».
«Mica sei obbligato ad aspettare...».
«Ma che razza di bottana è... abbottonata come una vedova in lutto...».
«Perché non chiamano un dottore...».
I commenti sono alquanto variegati.
La Vaccarella crepa attorniata dalla gente della sua città: chi piange, chi ride, ma nessuno del tutto indifferente.

Stravaccata sulla vecchia poltrona, si tiene la pancia con le mani, la bocca quasi spalancata, lo sguardo confuso, perso nel vuoto.

Carmela le fa bere, di tanto in tanto, un goccio di Marsala, che si mischia al sangue che le sale in gola. Cerca di farle guadagnare altro tempo, nell’attesa che succeda qualcosa; anche lei è molto confusa.
«Qualcuno sa se è morta?».
«Perché non la sbottoniamo un po’?
Non capisco perché debba crepare come non è vissuta...
Bottana fu!».
«Perché non esce fuori chi l’ha ammazzata?».
Chi piange, chi ride.
Tra chi piange c’è un ragazzo.
«Dai... era solo una bottana...», lo consola un altro; e vede che estrae un coltellaccio sporco di sangue. «Se l’hai fatto tu, hai fatto bene».
Il ragazzo si avvicina con il coltello in mano.
«E tu che vuoi fare? La vuoi uccidere un'altra volta?», Carmela si interpone, non senza coraggio.
«Fallo venire... non ho paura...», mormora Gianna.
«Mi riconosci?», le chiede il ragazzo.
«So che non volevi farlo... so che non sei qui... per finirmi...».
«Questo è per te!».

SZOCK
Un’esclamata meraviglia si propaga tra i presenti.
Il ragazzo si è piegato sul ferro, fino in fondo.
Adesso è ridotto peggio della Vaccarella, forse crepa prima di lei.
«Io... non t'ho chiesto... niente...», sussurra la bottana, mentre si sbottona come ai bei tempi, scoprendo la spaccatura del seno, e anche di più.
«Lo so... l’ho deciso... io...», e guardando quello spettacolo, ci crepa secco.
«Turidduzzu la bottana ammazzò!».
«Turidduzzu a schifio finì!».
Il quadro si consolida.
La polizia ne è rimasta fuori. Il padrino pure.
La gente comincia a sfollare, come in una partita già decisa.
Se la vogliono ricordare sbottonata.
La Vaccarella si stringe ai braccioli della poltrona come un pilota che sta per schiantarsi nella giungla dopo che i motori sono andati.

C'è un'ambulanza che aspetta fuori.

Ma il tempo è poco.

Si è fatto tardi.

Carmela piange sulle ginocchia dell'amica.

Gianna guarda fisso il soffitto.

L'espressione è incredula.

Dev'essere atterrata.

La bottana non finì abbottonata.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA PISTOLERA NON REGGE IL PIOMBO

di Salvatore Conte (2017)

È il più classico scontro all'ultima pallottola tra pistoleri, in uno squallido villaggio di frontiera.
Sul piatto l'immancabile pugno d'oro.
In mancanza d'altro, si punta la pelle.
Il buono di turno è Jack Wilker, un bounty-killer quasi senza macchia.
Di brutti e cattivi ce ne sono a volontà.
Ma c'è anche una bella puttana pistolera fuori dallo schema: Leila Warren.

È una cinquantenne in carne: naso arrotondato, labbra sottili, collo gonfio, ma tutto con un senso ben definito.
Bella e cattiva, pensa che Wilker non le sparerà contro.
Ragionamento quasi giusto, se non fosse lei a volergli sparare.
Così, mentre lui - tipico giustiziere solitario - è alle prese con gli ultimi cattivi da abbattere, lei cerca di approfittarne.
Prima si fa riconoscere, contando su un occhio di riguardo.
E poi...
BANG
BANG
BANG
Il buono fa fuori non solo i brutti e cattivi, gli ultimi due rimasti, ma anche la bella e cattiva, che ha portato la mano alla fondina per fregarlo.
Un bel buco centrale si apre sulla casacchina grigia, gonfiata morbidamente dalla carne abbondante.
«Urghh…!».
Sorpresa dal colpo, la Warren schizza sulla punta dei piedi, premendosi le mani sullo stomaco.

La bandoliera delle munizioni, portata a tracolla, che le protegge il cuore, non ha potuto fare niente.
Si guarda rapidamente intorno e - a piccoli passi trascinati - si sposta verso il vicino carretto a due ruote, con il piano di carico inclinato.
La Warren vi si abbandona sopra, a pancia sotto, con le mani pressate sul buco.
Ha evitato così di finire nella polvere.
Non può nascondere, però, la paura: è stata colpita allo stomaco. La stazza imponente le ha permesso di rimanere in piedi - o quasi - ma il buco fa paura.
Tutti gli altri sono liquidati, Wilker l’avvicina.
Sa di averla fottuta.
«Stavolta hai preteso troppo da te stessa...
Avanti, fa' vedere».
La gira di fianco, controllando che le mani non scivolino troppo in basso; ha ancora la pistola nella fondina, infatti.
Ma la lezione le è servita. Il problema è che non sempre si ha il tempo di utilizzare la propria esperienza. Perciò giova riflettere: è improbabile che uno stupido arrivi alla vecchiaia, nel Far West.
Viene, vede e vince la sua attenzione, confermandole tutto con gli occhi: ha lo stomaco bucato e il verme fatale che già si lusinga d’ingrassare.
«Non voglio crepare...», protesta la pistolera.
«Dovevi pensarci prima: hai tentato di estrarre...».
Sta tremando.
«Ti faccio bere qualcosa...», le porta la fiaschetta del whisky al labbro; ne ha bisogno.
«Non mi lascerai morire... vero...».
«Cristo, Leila... t'ho bucato lo stomaco!».
«L'ho visto anch'io... ma non mi faccio fottere...».
«E va bene.
Aspettami qui.
Premi forte sul buco», la rimette a pancia sotto, sfilandole la colt dalla fondina.
Organizza un conestoga e ci carica sopra i corpi dei banditi.
Poi mette a cassetta Leila e parte per la prima città a incassare le taglie.
«Questa puzza di cadavere... non è una bella compagnia...».
Parli proprio tu…
Il suo pensiero Jack se lo tiene per sé.
«Vuoi che rinunci al profumo dei dollari per un po’ di puzza?».
«Non mi metterai dietro... con quelle carogne... spero...», ma lei, forse perché sta morendo, sembra capirlo come l'avesse ascoltato.
«Certo che no. Ti lascerò qui, accanto a me. Tu non puzzi.

La tua carogna vale 5.000 dollari: non penserai che te li regali...».
«Sei un bastardo... peccato non averti sparato…».
A tratti trema, poi riprende il controllo.
Ne ha tanta di cattiveria - sembra tuttuno con la sua ciccia - e la usa così, per non lasciarsi andare.
«Questa città... ha anche un dottore...».
«Un segaossa, forse; ma temo che non serva a molto».
«Io voglio arrivarci...».
«Come vuoi. Io ti ci porto».
«Bravo… ma non penserai… di cambiarmi in dollari...».
«Mi fai così stupido?
Dirò che hai tradito i tuoi compagni per evitare la forca e sei passata dalla mia parte».
«No… troppo rischioso… mi fingerò morta… e tu minaccerai il segaossa…».
«Ehi, bambola… io non sono un fuorilegge».
«Sei un bastardo… però...».
«Tu vedi di non fingere troppo bene…».
Lungo la pista, la cattiveria della pistolera comincia a sgonfiarsi.
Ha la testa piegata sul petto, le palpebre pesanti, il seno affossato sulle ginocchia, che si porta giù anche la bandoliera.
Wilker è stufo di avere a cassetta un cadavere, sia pur prestante e inodore.
Ferma il carro e tira giù la bella puttana.
La mette seduta contro la ruota.
«Leila...», le scuote le guance.
«Jack... siamo arrivati...».
«Forse tu...».
«Aiutami...», la voce pressante.
«Credi non lo farei?
O che ti abbia sparato per divertimento?
Stavi per estrarre e fare fuoco».
«Jack... ho paura... sto crepando...».
«Ma non vuoi morire, lo so».

Accenna a spogliarla della bandoliera, per farla respirare meglio.

«No... mi protegge...

Perché… ti sei fermato...
Vuoi finirmi... vero...».
«Non dire cazzate...».
«Allora... ce la posso fare...».
«Non ho detto questo».
«Se mi ci metto... posso reggere... un bel po'...».
«Se sei sicura, fallo».
Il viaggio riprende.
La rimette a cassetta e sprona al piccolo trotto i due ronzini.
«Forza, belli... la mia compagna comincia a puzzare...», Leila barcolla da seduta, ingobbita in avanti.
BANG
Il cappello di Wilker salta dalla testa e finisce in mezzo ai cadaveri.
Per poco non ci finisce anche lui.
«Stai fermo... non fare come me... se voleva ammazzarci... l'avrebbe già fatto...», la Warren ha ancora un po' di tempo per utilizzare la sua esperienza.
Dal vecchio, imponente saguaro a bordo pista, fa capolino niente meno che Sandy Stark... sempre in tiro, stretta nella sua fiammante casacca rosso porpora.
La Stark di anni ne ha quasi 60, è una vecchia carogna dalla faccia d’angelo.
Il winchester che ha sparato è suo ed è ancora puntato contro Wilker.
Avanza attenta, a passi brevi, per essere sempre pronta a sparare.
Parla solo quando è abbastanza vicina.
«Questo carro cambia direzione. Ti porti appresso un mucchio di dollari, ma da questa parte lo sceriffo non è un mio amico.
Hai pizzicato anche una bella troia... vedo...

Questa in un saloon fa più soldi della sua taglia».
«Questo porco… m’ha fottuto…».
«Fa' vedere...».
La Warren allarga le mani dal buco.
«Ti sei fatta fregare, ragazza…».
«No... non può essere...».
«Anche se una puttana del tuo calibro potrebbe ancora dire la sua».
«Ha bisogno di un dottore... siamo quasi arrivati...».
«Tu, zitto! Se non sbaglio ha detto che le hai sparato tu.

Adesso, con due sole dita, tiri fuori la ferraglia e la getti a terra.
In città ti lascerò il cadavere di questa stronza: vale pur sempre qualcosa, ci coprirai le spese.
Probabilmente lo sceriffo ti terrà dentro un paio di giorni per molestie a una vecchia signora; dopo non mi troverai più, e non ti conviene cercarmi, perché la prossima volta ti lascerei solo il tuo cadavere.
Sempre che non mi venga la tentazione di vendicarla subito... è pur sempre una donna.
Ti ha giocato un brutto scherzo, vero, baby?».
«Sandy... non farmi crepare... fa un male boia...», nel giro ci si conosce.
«Mi dispiace, piccola. Non dev'essere piacevole sentirsi un buco nel pancino. Ma nonna Sandy vuole che tu stringa i denti, altrimenti te ne fa un altro: in fronte...
E tu, muoviti con quella ferraglia.
Anche la pistola di questa troia...
E il fucile...».
Un fischio al suo cavallo e il conestoga cambia direzione.
Per la Warren il dottore diventa un miraggio.

Si abbandona addosso a Wilker e stringe i denti.

Ormai sembrano una coppia vissuta.

Ma la pace nel deserto non dura molto.

«Jack...! Sto morendo...!», Leila sente la fine e si aggrappa al pistolero con la forza della disperazione.

«Dalle da bere, è isterica», Sandy interviene con esperienza. «Sei stato cattivo con lei, Wilker. Non si spara alle belle ragazze».

La Warren si è calmata, il momento non è ancora arrivato.

Il fisico la tiene in gioco.

Ma c'è subito qualcos'altro.

E lo chiamano deserto.

«Ombre rosse... le hai viste?», il cavallo della Stark si accosta a cassetta.
«Rosso apache, Sandy.
Forse avevi dimenticato che questo è il loro territorio...».
«Non potevi ricordarmelo?
Niente tomahawk, hanno fucili... li vedi...?».
«Ci vedi bene, per essere una nonnetta. Però la memoria comincia a far difetto...».
«A me non farebbero niente, ma l'idea di fare la squaw non mi attira.
Avanti... armati, cowboy, se vuoi salvare la parrucca».
Le restituisce un'occhiata interrogativa.
«Imbecille... ai morti le pistole non servono più, no?
Passa una colt anche a quella stronza.
Scommetto che sa ancora sparare.
Se salviamo la pelle, si divide in tre parti.
Ci stai, cowboy?».
«Perché no? Guadagno quota... e salvo la parrucca...».
«Ferma un attimo...».
La Stark smonta e si accovaccia tra i cadaveri.
«Fa' venire dietro anche lei, così è troppo esposta».
«Ehi! E io?».
«La parrucca te la devi guadagnare, cowboy».
«Avessi almeno il mio winchester...».
«Hanno i fucili, ma non sanno sparare come noi.
Non siamo ancora fottuti.
Andiamo, sprona!

E tu, bambola... se non ti fai ammazzare, guadagnerai un po' di tempo... ma non illuderti troppo... non voglio sentirti frignare, quando arriverà il tuo momento...», non si capisce mai quando la nonna scherza o fa sul serio, forse perché non c'è differenza.
Gli apache sono una dozzina.
Lanciano il grido di battaglia e calano dalle colline dividendosi in due gruppi.
Accorciano velocemente la distanza, sfrenati, incontenibili, una cosa sola con i loro cavalli.
BANG
BANG
Partono i primi colpi di Sandy.
E le prime ombre si allungano a terra, anche se il sole è ancora alto.
Sparano anche gli indiani, i winchester sono buoni, la mira no.
Non è l'arma dei loro antenati, e si vede.
SWISH
Il tomahawk è l'arma della nazione indiana, e si vede.
Lo vede da vicino anche Sandy.
Finisce su un cadavere, affettandolo in due.
Se devi fermare un bisonte con un solo colpo, allora non fidarti del tuo winchester: usa un tomahawk indiano, se ti riesce. E anche il re della prateria piegherà la testa.
Gli antenati si ispirarono forse all'imperatore del deserto nel disegnare quell'arma: la potenza, il silenzio e l'agilità del puma stanno dentro quel gesto, tomahawk e braccio diventano una cosa sola, in un guerriero indiano.

La morte giunge silenziosa, la scure rossa non fa rumore, afferra la preda e la squarta come fa il puma quando spicca il salto sulla vittima designata.
BANG
Quella dei visi pallidi ne fa tanto.
«Forza, dannate troie, sparate!».
La Stark li sta tirando giù uno per uno. E anche Leila se la cava ancora bene.
«Sandy!», la Warren fa appena in tempo a chiamarla.
Un apache le è quasi giunto alle spalle.
SWISH
BANG
Si gira al volo, lo tira giù, ma si ritrova col tomahawk nelle budella!
«Sandy! Vaffanculo!», l'urlo di Wilker.
È crollata di schiena sugli altri cadaveri, il tomahawk sepolto dentro, le braccia larghe, gli occhi verdi che lo fissano vuoti.
La vecchia cagna è andata. Ma ha combattuto bene.
«Leila! Spara!».
No, così non può andare.

Molla le redini e passa dietro, sul pianale di carico.
Mentre i ronzini proseguono la corsa, ormai stremati, lui imbraccia il winchester di Sandy.
BANG
BANG
Ne tira giù altri due.
Gli altri ne hanno abbastanza, si staccano.
Per convincerli a non avere ripensamenti, Wilker buttà giù dal carro un paio di corpi. Saranno scalpati.
È il loro premio, l'hanno pagato caro, non torneranno al campo a mani vuote.
Torna a cassetta e riprende il controllo dei ronzini.
Li fa rallentare, ma non fermare, perché non sono ancora al sicuro.
«Baby... aiutami...», la Stark ha un sussulto.
«Non lo toccare, lascialo dentro!», Wilker ammonisce la Warren: il tomahawk non va toccato da dove si trova. Ormai è una cosa sola con Sandy.
Finalmente sono fuori dal territorio apache. La città non è lontana.
Tira le redini e passa dietro.
Leila si arrangia per il momento. Sandy è il problema più urgente, adesso.
«Sei stata brava, nonna. Quelli erano guerrieri».
«La tua quota... sale ancora...».
«Non ci giurerei. Da una vecchia troia come te c'è da aspettarsi di tutto».
La Stark, quasi a smentirlo, allunga il collo all'indietro.

È alla fine, il tomahawk l'ha spaccata in due.
«Sandy! Coraggio, spremiti...».
«Non ce la fa... è ridotta peggio di me...».
«Baby...», con la testa piegata di lato, un rivolo di sangue dal labbro, «sto crepando... ho paura...», allunga la mano verso l'altra, che gliela prende: sono unite dalla stessa sorte.
La Stark trema convulsamente. Per la vecchia cagna del deserto è finita.
«Sandy... hai voluto troppo... come me...
Ma hai vinto tu... li hai fregati... quei bastardi...».
«Non ho vinto...».
E rimane a bocca spalancata, con gli occhi fissi, rantolando sommessamente.
«Presto… soffiale in gola…», Wilker esorta la Warren, che di aria ne ha poca di più.
Scatta la solidarietà fra donne di frontiera: Leila le soffia in bocca, prova a farle guadagnare un po’ di tempo.
«Dannate troie!».
Jack Wilker è esasperato.
Comincia a tirar giù dal carro tutti i cadaveri.
«Che cazzo fai…», biascica la Warren.
«Non distrarti, o ci giochiamo la nonna».
«Jack… siamo fottute… tutte e due... io... non ce la faccio più...».
«Che cazzo stai dicendo!».
«Baby… moriremo... insieme...».
«Io... non voglio crepare... Sandy…».
«Non illuderti... te l'ho detto…».
«La prossima volta... risparmierò l'aria...».

«Bambola... non ti ho... ucciso io...».

«Crepa... vecchia...», e si gira dall'altra parte, innervosita a morte.
Non si è nemmeno resa conto che ora ha tanto spazio intorno a sé.
Chi conosce, meglio di chiunque altro, le ferite con cui il puma infuriato strazia la carne?
Ha radunato un po’ di sterpaglie e aggiunto qualche pezzo del carro.
Il fumo si alza nel cielo limpido.
Lo stregone apache giunge sul posto accompagnato da un solo guerriero.
Mentre il vecchio si dà da fare, l’altro scalpa i cadaveri.
I fuorilegge si sono spinti in territorio apache e sono stati scotennati.
Alla fine tutti ci guadagnano qualcosa, eccetto chi c’ha rimesso la pelle: i bravi coloni del Far West non hanno più da temere una dozzina di pendagli da forca; i bravi apache hanno conquistato una dozzina di scalpi; e un bounty-killer, quasi senza macchia, vanta un pesante credito nei confronti di due vecchie troie.
Sullo sfondo, il profilo del puma si staglia contro la luna piena.
Una cosa sola con il deserto.

Meglio non sfidarlo mai.

Potrebbe uccidere per tutto il giorno, e per tutta la notte, perché nessuno potrebbe fermarlo.

È lui l'imperatore.

Ma non uccide più del necessario, per non uccidere sé stesso.

Non lui ha privato le grandi praterie del loro re, massima offesa a Manitù, che disegnò liscia e immensa la terra affinché tremasse - da un orizzonte all’altro - al passaggio delle sue creature, una cosa sola con quelle.
Il Grande Spirito avrà lo scalpo di chi ha usato male la scure che fa tanto rumore.
Gli uomini si affannano, ma sotto il cielo del deserto l’imperatore rimane lui.
Gli apache lo sanno da molto tempo.
Altri lo scopriranno, prima o poi; grondando sangue dalla fronte.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

FREXA contro Maxentia

di Salvatore Conte (2017)

È da parecchi anni che la famigerata Frexa fa la balorda nei vicoli di Roma.
Adesso però ha finito. Sa troppe cose. E fa i soldi ricattando.
Qualcuno ha deciso di farla sparire.
A cinquant’anni si è gonfiata, imbolsita - meno Venere, più Giunone - ma è pur sempre una strafica.
Indossa una tunica rosa quarzo, malamente sborchiata fino allo stomaco, per mettere in mostra le poppe.
A lei piace così: le sue tuniche sono discinte, sempre con le borchiette allentate.
«Ave, Frexa!».
Appena alza gli occhi, lo sconosciuto la sbatte contro il muro.
SZOCK
SZOCK
E le apre la pancia!
Due colpi di gladio: uno per ucciderla, l’altro per finirla, nel buio di un vicolo.

È uno spreco, una poppea del genere non compare spesso; prima o poi, però, finiscono tutte così.
Forte come un toro, si trascina - ancora in piedi - dal compare, un pretoriano di dubbia fama, un balordo come lei.
«Frexa!».
Esperto di gladio, riconosce subito i colpi che l’hanno uccisa - entrambi in pancia - impressi a sangue sulla tunica rosa; le borchiette d’argento allentate fino allo stomaco, le poppe vittime innocenti dell’assassinio; sempre la più zozza delle balorde di Roma, la sborchiata Frexa.
Si rimette le mani sui grossi tagli e prosegue fino alla sella curule, voluta dal socio per sognare un po’ di gloria.
Qui giunta, ci sale a cavallo e si piega pesante in avanti, rischiando di ritrovarsi per terra.
«Per tutte le cloache, chi cazzo è stato? Quanti erano?».
«Uno… uno solo… mi ha sorpreso… non l’avevo… mai visto…
Marco… chiama un carnefice… presto…!».
«Devi prepararti, Frexa...
Conosci la legge del gladio. Te l’ho insegnata io».
«Che dici… Marco… non… non ti piaccio più…».
«Al contrario. Sei sempre la più zozza balorda di Roma.
Però hanno deciso di eliminarti. Perché parli troppo. E chiedi troppo denaro per non parlare».
«Abbiamo… sempre… diviso…».
«È vero. Ma tu ne troveresti facilmente un altro. Mentre io no.
È per questo che hanno ucciso te».
«Prendimi le poppe... sto crepando...», cerca di commuoverlo.
Il pretoriano si avvicina e le infila le mani nella tunica sborchiata.
«Sono maledette e balorde come te...».
«Marco... scopri... chi è stato...».
«A che servirebbe?».
«A vendicarmi…».
«È questo che vuoi davvero?».
«Sì… lo voglio…».
«Allora sarai tu stessa a farlo».
«Che dici…», le braccia strette in vita, la bocca aperta e affannata, gli occhi sbarrati e impauriti: è sola contro il destino.
Marco continua a godersi le sue poppe, non è mai stanco di lei.
«Mi fai impazzire. Mi hai sempre preso per il tirso».
«Tiralo fuori…».
«Ma ce la fai…?».
«Avanti…».
La posizione è perfetta.
Dalla sella curule, Frexa amministra la sua legge: quella della più balorda puttana di Roma.
Gli schizzi la colpiscono in faccia: se li gode, li lecca, è il suo ultimo servizio, seme e sangue l’accompagneranno agli inferi.
«Voglio chiamare Zargos, il negromante persiano.
Una parte di te rimarrà con gli dei superni, comprendi?
Inviolabile dagli uomini, conscia dei fati, otterrai da te stessa la tua vendetta…».
Un bagliore sinistro, un lampo di terrore e speranza, si accende negli occhi dolenti di Frexa…
«Zargos…», mormora trasognata.
«Proprio lui. Vedo che l’idea ti alletta.
Bene, non perdiamo tempo. Non ne hai molto».
«Lo so... lo so...», rabbiosa e impaurita, con la bocca aperta e lo sguardo perso nel vuoto.
«Zargos ti calmerà, Frexa», e rimette le mani dentro la tunica, avido, febbrile.
«Se... non rimane... altro...», affannata, sconvolta.
«È l'unico modo per rimanere insieme. Col mio Tirso ti farò dimenticare il Lete».
Ma la grossa puttana non sembra tanto convinta, nonostante i due colpi di gladio che l'hanno scannata.
Marco chiama una lettiga.
Frexa viene trasportata nella casa del negromante.
Non potrà rifiutare il suo servizio a una guardia pretoriana.
Il rito viene allestito immediatamente.

Intorno al giaciglio, ove è posta la sfortunata balorda, è segnato un cerchio. L’energia vitale della moritura, almeno in parte, rimarrà latente all’interno della figura.
Il cerchio è interrotto in un solo punto: da qui uscirà la non morta per andare incontro a nuova vita.
«Tu la aspetterai qui. E la accompagnerai fuori».
«Perché proprio lì?».
«È là dove sorge l’alba, durante l’equinozio».

Il negromante le allaccia al collo una spirale di rame.
È il simbolo del ciclo vitale, della rigenerazione perpetua.
La spirale magica assorbirà l’energia vitale di Frexa, una parte di questa sarà sottratta all’Averno.
«Non deve perderla per nessun motivo», è la severa ammonizione di Zargos.

La moritura, intanto, si agita sul letto, ormai agli sgoccioli.

«Addio… Marco…».
«Non è un addio, Frexa. Come Proserpina, tu sarai divisa tra Dite e Cerere».

Al suo capezzale, Zargos recita le arcane formule della propria terra.
Una parte di Frexa non dovrà precipitare nel Dozakh, se la gran balorda vuole rimanere protagonista fra i vicoli di Roma.

È tutto pronto, Zargos le fa trangugiare una pozione, un veleno sottile misto al seme e al sangue del pretoriano, che ha esploso il tirso davanti a lei e si è ferito il braccio: sarà la sua guida tra i mortali.

{Marco... sono fottuta... non voglio morire... non così... ho paura...}, Frexa biascica le parole come una vecchia rincitrullita, benché stia crepando piuttosto giovane; e fa ancora resistenza, non ci sta.

Ma il doppio gladio si fa sentire anche in un corpo massiccio e ben conservato come il suo.

La pozione, poi, la stordisce come una droga, per convincerla a morire.

«Tra poco non avrai più tanti pensieri e staremo insieme per sempre».

{Non pensavo... tu mi amassi...}.

«Sei una grossa puttana. Non ci avresti creduto».

Lentamente Frexa scivola nell'abisso, beve dal Lete, apprende ciò che rimane oscuro ai mortali.

«Tu, Frexa! Tu sei libera da ogni affanno! Alzati e sazia la tua vendetta da te stessa! Che la tua Dea, Diana Utrix, sia con te, Frexa!», Zargos la istruisce a dovere, secondo i dettami del pretoriano.

La balorda si alza dal giaciglio e si avvia senza titubanze verso l'uscita.

Gli occhi dilatati, come fosse buio pesto intorno a lei, la tunica allentata fino allo stomaco mostra il sangue addensato delle ferite mortali, le poppe quasi scoperte sono ferme come il marmo d'una bella statua.

Marco è impressionato.

Zargos c'è riuscito: la sua fama è meritata.

«Va', seguila. Avrà bisogno del tuo gladio».

Frexa si muove tra i vicoli di Roma, la notte la favorisce.

Giunge infine alla porta di una bella casa.

Marco forza la serratura e la fa entrare.

«Gudrosh! Ho sentito un rumore, vai a vedere», una voce femminile si rivolge allo schiavo.
Nonostante l'ora tarda, la donna è ancora in piedi.
Sta festeggiando.
La morte di una balorda.
Quando se la vede davanti, in quello stato, rimane allibita.
«Tu!».
Gelosia, invidia tra donne sotto il dominio di Venere.
La mastodontica Maxentia è una liberta ambiziosa, giovane, bella, dotata di tutto. Non sopportava che Frexa riuscisse ancora a contrastarne il dominio tra i vicoli oscuri di Roma.
La balorda cinquantenne avanza con il gladio in pugno, due grosse chiazze di sangue rappreso sulla tunica rosa, ampiamente allentata, indicano i colpi fatali. Eppure avanza.
Marco osserva di nascosto, tenendo buono lo schiavo.
Maxentia si allarma, ma non sa cosa fare.
La candida tunica bianca, tesa dalle forme titaniche, sborchiata come quella di Frexa, è gonfiata dal petto palpitante.
«Gudrosh!».
Lo schiavo non risponde, Frexa l’ha chiusa in un angolo, la fissa con occhi assenti, ma la volontà è ferrea, ben presente.
«No! Che vuoi fare? Io non volevo! Te lo giuro, non volevo!».
Nel mentre il panico le fa dire cose stupide, Maxentia tira fuori il suo pugnale.
SZOCK
Il colpo è fermo, implacabile, vibrato con forza soprannaturale.
Il gladio di Marco distrugge lo stomaco di Maxentia.
La ventottenne vede la fine, ha un lampo d’orgoglio.
SZOCK
Ora che il gladio è dentro di lei, può colpire a sua volta.
Lo immerge fino al manico nel ventre di Frexa.
Forse è inutile, se è ritornata dall’inferno, ma la giovane balorda non rinuncia.
Gli occhi della bella cinquantenne, non senza sorpresa, strabuzzano disperati, come se il colpo fosse arrivato anche all’inferno.
Frexa non sembra insensibile al dolore.
Per un attimo le due donne rimangono reciprocamente infilzate.
Poi si staccano: Maxentia scivola di schiena lungo il muro, il gladio in corpo, e finisce seduta a terra, la testa china sul gigantesco petto; Frexa si volta e cammina con il pugnale affondato nello stomaco, le braccia lungo il corpo, come se il ferro fosse ormai parte di lei.
{Marco…}, la voce amorfa, oltretombale.
«Sono qui».
{Fa male… non voglio morire…}.
«Il ricordo latente della tua condizione umana ti fa sentire un dolore che non c’è più, Frexa».
Il pretoriano si avvicina alla mastodontica ventottenne per recuperare il gladio.
Lo schiavo ha compreso che è meglio per lui non intromettersi.
«No… ti prego… lascialo dentro… voglio vivere…».
Maxentia non molla.
È più forte di un toro, vuole provarci, sfiderà la legge del gladio.
Frexa, intanto, è scivolata lungo il muro opposto della camera, i palmi delle mani all’aria, assumendo una posizione simile a quella della donna più giovane.
Le due rivali si fronteggiano passivamente, ciascuna col suo ferro in corpo.
Marco si trova in mezzo.
Dalla mastodontica balorda giunge una risata beffarda, tra rivoli di sangue.
«E tu… tu… non hai ancora capito…».
Vedere la morte è vedere molte cose prima nascoste.
O troppo presto dimenticate.
Marco ha un brivido lungo la schiena.
Il suo sguardo corre sulla spirale di rame.

E si fissa su questa, rimanendone quasi ipnotizzato.
Si stacca solo per andare sul pugnale affondato nello stomaco.
Si china su Frexa e con il dito sotto il mento le solleva il capo.
La risatina beffarda e isterica di Maxentia lo colpisce alle spalle.
«Gudrosh!
Chiama subito un carnefice.
Digli di fare presto».

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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«Tros Tyriusque

mihi nullo

discrimine agetur»

V. (I, 574)

«Teucri e Tiri

senza divario

avran leggi

e governo»

Bacchielli

«Beneath my

royal sway

Trojan and Tyrian equal grace

will find»

Williams

«Troyens et Tyriens,

je ne ferai

aucune différence»

Boxus - Poucet

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Latest update: 21/09/2017