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Sulla Porta di Dite

Collana dark in costante punto di morte

È per questo motivo che a tutti, ma proprio a tutti (purché geniali), è esteso il fatale invito a partecipare (prima che sia troppo tardi), perché più si avvicina la morte, più si sente la vita.

Se sei un'attrice, una dark lady, o semplicemente "un donnone", e vuoi interpretare un racconto della Collana, o se vuoi scriverlo (prima che sia troppo tardi):

conte@queendido.org

la lettura è vietata ai minori di anni 90

avviso importante: il narratore non riflette il punto di vista dei rispettivi autori,

il narratore ha un proprio punto di vista, che - talvolta - può essere quello di Dite.

AVVERTENZA ULTERIORE

I fatti narrati in questi racconti sono di pura fantasia, frutto dell’immaginazione e della libera espressione artistica degli autori. Ogni riferimento a eventi realmente accaduti, a persone realmente esistite o esistenti, e a luoghi reali, è puramente casuale. Eventuali somiglianze o impliciti riferimenti con fatti o avvenimenti reali, o con persone, associazioni, organizzazioni, movimenti o partiti realmente esistenti, sono puramente casuali e non intenzionali, o, se intenzionali, da intendersi solamente quale fonte di suggestione e ispirazione per un’opera di fantasia, dovendosi escludere, perentoriamente, ogni eventuale identificazione oggettiva e soggettiva, come da presente espressa statuizione, e men che meno qualsiasi intento offensivo, denigratorio o sovversivo nei confronti dei singoli individui, gruppi o associazioni di persone, o della società in generale. In ogni caso, anche rispetto ai personaggi di fantasia, in specie quelli femminili, i racconti della presente Collana rappresentano un tributo alla loro bellezza, carisma, personalità; gli eventuali aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico; la devozione ai personaggi femminili in questione, da parte degli autori, è implicita e assoluta.

la Raccolta a Stampa

     

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L'ultima ora della Bodrilla

Piombo d'inferno a Tucson

Zothique: L'ultima amazzone

Zothique: Sciacalli

Zothique: L'Impero di Risha

Zothique: La regina puttana di Sha-Karag

Le sgualdrine di Eddie

La Bodrilla sbudellata nel bosco

Bagno caldo, doccia fredda

Primo Secolo: Morte sul Congo

Primo Secolo: Amistad Express

L'UltimA Ora DELLA bodrilla

di Salvatore Conte (2011-2017)

La Bodrilla non mollava la presa. Era convinta di avere la meglio, grazie al suo fisico possente.
Il diverbio con Hilary era scoppiato improvviso, in questi casi la droga gioca brutti scherzi.

Si erano conosciute tre mesi prima. Lei, Chiquita Muñoz, la cameriera spacciatrice di un lussuoso albergo di Mexico City; l'altra, una turista americana.

Chiquita si pensava una big, e per certi versi lo era davvero. Ma solo nel fisico. Girava per le camere con la camicia d'ordinanza ampiamente sbottonata, per irretire i clienti e farseli amici, e ci riusciva quasi sempre.

Era una morona trentenne, con un petto gigantesco e una stazza impressionante; con lei l'opulenza della terra madre messicana aveva decisamente esagerato.

Nonostante il sovrappeso, vi era un'armonia complessiva nelle sue forme possenti; lo sguardo metteva allegria e i fluenti capelli corvini, sparpagliati sulle spalle, sembravano sottili tentacoli pronti a ghermire la preda.

Per raccogliere tutto questo in una parola, era detta la Bodrilla, un simpatico termine italiano, anzi romanesco - affibbiatole da un turista innamorato - e ormai assurto a patrimonio universale, un po' come il nipponico Godzilla, con cui marca un'assonanza tuttaltro che casuale.

D'altra parte, anche Chiquita sembrava venire da un passato ancestrale ed era certamente in grado di schiacciare con grande facilità un uomo tanto incauto da finirle sotto i piedi.

Forse un'altra donna non avrebbe digerito tanto volentieri l'ambiguo soprannome, ma lei se lo era tenuto, non la spaventava.
Entrambe stringevano il calcio della rivoltella, cercando di orientare la canna verso l’altra, in una lotta scomposta, come nella più classica delle scene d’azione.

Sullo sfondo la radio sparava alto un pezzo dei Beatles, che sembrava il Bodrilla theme.
Le due donne si fissavano negli occhi, con durezza e cattiveria.
«Molla la pistola, stupida, o ti farai male…!», minacciò Chiquita.

«Fanculo, troia, sarai tu a farti male…!», replicò secca Hilary.
La pistola scomparve nel grembo delle due donne, nessuna voleva cedere, Chiquita era di per sé più forte, Hilary era animata dalla forza innaturale di chi si trovava in astinenza. I corpi lottavano avvinghiati.
BANG
Era esploso un colpo...
Gli occhi delle due donne si fissarono, scambiandosi un’espressione interdetta: l’una di incredulità, l’altra di terrore.
I corpi, infine, dopo il lungo istante, si staccarono.
«Cristo… m'hai fottuta…», gli occhi sconcertati di Chiquita si puntarono su Hilary. Uno sguardo recriminatorio e disperato insieme.

Era esploso un colpo e se l'era beccato la Bodrilla!
«Io… io... non volevo…», si giustificò l'americana; il revolver le cadde dalle mani e finì a terra.
Chiquita si piegò in due, portandosi le mani sullo stomaco.
In pochi attimi, franò sulle ginocchia e stramazzò a terra, rovesciandosi supina con le braccia molli, staccate dai fianchi.

Grande e grossa, eppure vulnerabile come tutti. Anzi i corpi pesanti rotolano bene in discesa, e lei era diretta all'inferno.
La bocca balbettò ancora per un po’, mentre gli occhi si fissavano vuoti e disperati sul nulla.

Tutto era avvenuto molto in fretta.
«Cazzo, l’ho ammazzata…», mormorò fra sé Hilary.
Provò subito una certa pena per la bella cameriera: non voleva freddarla, ma solo darle una lezione. Si accostò al corpo esanime, per constatare se fosse finita davvero.
La messicana guardava lontano, le pupille erano fisse e dilatate, l'espressione inebetita di chi è colto da una fine imprevista e non ha avuto il tempo di prepararsi.
La bocca era rimasta semiaperta, con un vistoso rivolo di sangue che colava languido dal labbro.
Non c'era più nulla da fare.
Hilary divenne terribilmente ansiosa.

A lei quella troiona lardellosa piaceva da morire... se solo non le avesse chiesto altri soldi...

Adesso, poi, era più languida del solito. Non poteva mollare così. La Bodrilla era una che non mollava mai.
Hilary rimase a fissarla negli occhi, gli occhi vitrei di Chiquita Muñoz, freddata da una calibro 38, che l’aveva uccisa quasi sul colpo.

Improvvisamente si chiese come mai nessuno fosse ancora intervenuto.

D'altra parte la radio era alta; i Beatles e il frastuono caotico della città avevano fatto il resto.

E poi la massa corporea della messicana aveva attutito il rumore dello sparo.

Colse l'occasione per correre verso la porta ed espose all'esterno il classico "do not disturb".

Anche se la cameriera era ormai dentro.

Batteva la fiacca più del solito e non avrebbe più disturbato nessuno.

Quindi tornò a fissare Chiquita. L'eccitante frenesia del momento le aveva fatto dimenticare la voglia di bucarsi.
«Perché non reagisci, troia... una come te non si rassegna mai… io lo so… ti credevi tanto forte... tanto fica... la cameriera più bona di Mexico City...», Hilary apprezzava lo slang cosmopolita.

Lo sguardo perso nel vuoto, carico di indicibile paura, la bocca rimasta dischiusa, cristallizzata in un’espressione di incredula rassegnazione, la chiazza di sangue sulla camicia bianca abilmente sbottonata, il contrasto tra la massa possente del corpo e il colpo secco che l'aveva stroncata senza lasciarle scampo, tutto questo rendeva la fatale postura della Bodrilla la visione più tragicamente sensuale su cui Hilary avesse mai posto gli occhi.
L'americana non riuscì più a trattenersi e si gettò impetuosa sul cadavere della cameriera, palpeggiandone gli enormi seni lardellosi e baciandone le labbra impastate di sangue, ancora calde.

«Tu non puoi morire così, bastarda d'una messicana...», recriminò furiosa l'americana, che provò a soffiare aria nella gola di Chiquita e poi a pomparne selvaggiamente il petto. «Forza, forza… non volevo fotterti…».
Quindi, con rabbia, la colpì al cuore con la mano piatta: una, due, tre volte.

Una.

Due.

Tre volte.
Un rantolio sommesso sembrò vagheggiare nell’aria.
Hilary era esterrefatta.
Guardò nelle pupille di Chiquita alla ricerca di un fremito. Ma non trovò nulla.
Delusa, si ritrasse dal corpo inerte e si sprofondò nella poltrona antistante.
Sudava.
Non solo per l'impegno. Si era eccitata al contatto con la Bodrilla.

La fine di Chiquita le aveva perfino fatto dimenticare la voglia di bucarsi.
Era stizzita nel vederla cadavere, con gli occhi fissi al cielo e l’espressione attonita degli ultimi momenti di vita, rimasta scolpita sul volto sbiancato.
Eppure le era sembrato di udire un grugnito rauco provenire da quel corpo esanime, pochi attimi prima.
Doveva insistere. Doveva insistere, si ripeteva Hilary. Erano passati tre-quattro minuti, non di più, da quando Chiquita aveva sbarrato gli occhi. E la cronaca insegnava che un corpo esanime poteva riprendere conoscenza a distanza di ore.
Hilary si avventò di nuovo sulla Bodrilla e le soffiò in gola più aria possibile.
Oltre a ciò, le pompò il petto, cercando di smuovere la respirazione.

E poi di nuovo tre colpi al cuore.

Uno.

Due.

Tre.
Gli occhi dell'imbolsita messicana, però, rimanevano fissi al soffitto della camera.
Hilary era delusa. Era proprio la sua ultima ora.
«Stupida troia... sei crepata... sei crepata…», ripeté istericamente, piena di rabbia.
Sull'onda di quelle parole, l'americana la strattonò violentemente, afferrandola per la camicia con entrambe le mani: «Che fine ha fatto la stronza che voleva spillarmi altri soldi…? Che fine ha fatto...?».

Quando Hilary mollò d’improvviso la presa, la testa di Chiquita cadde di sasso all’indietro, sulla moquette del pavimento. Forse a causa del contraccolpo, un grumo di sangue eruttò dalla bocca della Bodrilla, seguito - in una frazione di secondo - da un grugnito animalesco.
Hilary era incredula. Si piegò di nuovo sulla messicana e le schiaffeggiò le guance per sollecitarla a mutare quell’angosciante sguardo vitreo.
Un timido riflesso nelle pupille della Bodrilla fece palpitare il cuore della turista americana: forse non era ancora finita. Eccitata, provò a parlarle: «Chiquita... mi senti? Non volevo fotterti… lo giuro!».
«Mhh… mmhhh…».

Era Chiquita...

Era proprio lei. Stavolta non c’erano dubbi. Stava gemendo.

Gli occhi ancora vaghi e confusi, ma con un timido riflesso di vita.
Hilary raggiunse l’apice dell’eccitazione.
Rimase a guardarla trepidante mentre articolava a fatica la bocca; una bava sanguinolenta riprese a colarle dal labbro.

Completamente assorbita da quella visione irripetibile, non si accorse che la porta si apriva.

Era entrato un uomo e le stava spianando contro un revolver.

«Che cosa è successo qui, chiese freddamente.

Era il boss di Chiquita. Stava controllando il suo lavoro e aveva il passepartout dell'albergo.

«Che le hai fatto? L'hai ammazzata?!».
Paradossalmente, la prima risposta giunse dalla Bodrilla.
Gli occhi della messicana, dopo penoso sforzo, agganciarono lo sguardo del suo capo: «Non voglio morire…», mormorò blanda, più che mai languida e sensuale anche in viaggio per l’inferno.
Si era affrettata a dire quello che le premeva di più.
«Allora, cos’è questo casino? Chi le ha sparato?», insistette Pedro.
Sollevò da terra Chiquita e la depose sul letto, osservandone con attenzione il buco.
«Quella scema… mi ha sparato…», mormorò la messicana.
«Non dovevi farti fregare, Chiquita», le replicò secco.

«Pedro... aiutami…».

«Mi dispiace, bella mia…», afferrò un cuscino e glielo piazzò sulla faccia.

E cominciò a soffocarla!

Poi avrebbe pensato alla drogata.

La Bodrilla si dimenava, era ancora possente.

Ma Pedro insisteva, l'avrebbe tolta di mezzo a ogni costo, sapeva troppo; e senza usare il revolver.

La Muñoz stava allargando le braccia e stirando i piedi in dentro!

Ne aveva per poco.

Il boss l'aveva liquidata.
BANG
BANG
Pedro crollò sul cuscino.
La calibro 38 impugnata da Hilary era ancora fumante.
CRASH
In quel momento fece irruzione la polizia.

Il baccano dei Beatles non era stato sufficiente.
Istintivamente Hilary si voltò verso gli agenti, aveva ancora la pistola in pugno.
POW POW POW POW POW POW
L'americana fu crivellata di colpi e crollò a terra, stecchita.

[ 19.13 ]   ULTIM’ORA

Città del Messico, continua l'ondata di violenza

In un albergo di Mexico City, un trafficante di droga e una turista americana hanno perso la vita in una sparatoria con le forze speciali della Polizia.

Una cameriera dell'albergo, pregiudicata per droga, è rimasta ferita a morte ed è stata trasportata in fin di vita all'ospedale.

La capitale messicana è scossa da diversi mesi da un incontenibile ondata di violenza, spesso riconducibile al traffico di droga.

Il turista innamorato non aveva dimenticato le condizioni in cui ritrovava la camera.

Un giorno modificò il cartellino dell'albergo, cancellando "do not" e aggiungendo "me, please".

Chiquita chiese a una collega di rifargli la stanza.

Per una volta la ebbe pulita, ma per il resto ritrovò subito la voglia di uscire.

Sarà che gli innamorati sono strani, ma quando lesse il televideo gli venne il dubbio che la Bodrilla stesse rischiando il posto.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PIOMBO D'INFERNO A TUCSON

di Salvatore Conte (2011-2018)

Janet Franzen aveva solo 25 anni ed era orfana di padre, ma insieme alla madre e a una mezza dozzina di vaccari si era impossessata di Tucson. Il posto di sceriffo era vacante.

La sua taglia, però, aveva raggiunto i quattro zeri e la platea dei cacciatori si era allargata.
Kleo Madison, vedova Franzen, usava la figlia per soddisfare la propria sete di potere; e adesso che uno spietato bounty-killer si era intestardito a darle la caccia, era più che mai decisa a farle da mamma, con le sue malie tutte femminili.
Per ridurlo a più miti consigli, Kleo si era messa sulle tracce del cacciatore di taglie, flirtando un po' con lui.
Ma non era riuscita a convincerlo.

Kleo Madison decise allora di farlo fuori.
Quella sera stessa, nel saloon principale, davanti a tutti.
Mentre lei avrebbe irretito John Walker, i suoi uomini l’avrebbero sistemato una volta per tutte.

«Mettiamoci insieme, John… voglio un compagno forte accanto a me...

Non dirmi che non ti piaccio…», e si protese in avanti, quasi sfiorandolo con le labbra, più che mai bella e sensuale.

Era l'ultima possibilità che gli concedeva.

Kleo Madison era un pezzo raro: sui 50, ma ben conservata, formosa e affascinante.

Fredda, autoritaria, con i grossi seni - non certo troppo sodi - che si muovevano dentro la camicetta come una pendola vista da un ubriaco.

Alle sfide decisive si presentava con un paio di bottoni allentati, per allargare la scollatura e mettere in soggezione il pistolero o lo sceriffo di turno.
Era quasi impossibile che cercassero di colpirla: nel West erano poche le donne che sapevano sparare e quelle poche creavano imbarazzo.

C'era quindi la possibilità di approfittarne e l’ascesa della figlia, infatti, era dipesa anche da questo fattore.

«Non che tu non mi piaccia, Kleo...

Ma per mantenere un pezzo di donna come te, ci vogliono soldi, molti soldi...

E tua figlia è arrivata a valere 10.000 dollari: una bella somma, almeno per me…

Tu, invece, sei stata più prudente, sei rimasta nell'ombra, nessuno va in giro con la tua faccia in tasca, a meno che non sia pazzo di te...».

«John... io e te, insieme... valiamo molto più di 10.000 dollari...».
L’uomo, però, aveva mangiato la foglia e si guardava intorno con la coda degli occhi, presagendo la trappola.

«Ma tu da sola quanto vali?», fu la sferzante domanda di John Walker.
La Madison lo fulminò con gli occhi, gli voltò le spalle e lasciò il tavolo, facendo scattare il segnale convenuto: le ultime trattative erano fallite, bisognava sistemare l’affare a colpi di piombo.
Dai tavoli limitrofi, due banditi si mossero per aprire il fuoco...
BANG
BANG
Non riuscirono, però, a sparare: le colt che avevano cantato - una per mano - erano quelle del bounty-killer!

BANG

CRASH
Un terzo uomo precipitò dalla balaustra del piano superiore, schiantandosi su un tavolo.
Anche lui era stato troppo lento.
Kleo, comunque, non si diede per vinta: stavolta fu lei a estrarre, approfittando della confusione.
BANG
Walker non le fece sconti.

Se l’aspettava, la madre di Janet girava armata e lui le piazzò una palla in corpo prima che a farlo fosse lei.

Una macchia scura - all'altezza del fegato - imbrattò la camicetta a quadri.
Kleo Madison, colpita a morte e gelata dal terrore, si avvitò su sé stessa e dopo aver vanamente cercato di afferrarsi a un tavolo, finì lunga a terra.

Aveva sistemato anche lei.

«Chiamate un dottore!».

Le concesse solo questo.
Walker si avviò verso i tornelli.

Era stato un bel repulisti, ma ora lo attendevano 10.000 dollari e non voleva farli aspettare troppo.
Uno scricchiolio del pavimento e uno strano brusio sollevatosi fra gli avventori gli fecero formicolare la mano…
BANG
BANG
Si voltò di scatto e anticipò la Madison, che da terra, non ancora sazia di piombo, stava per colpirlo alla schiena: gli occhi della pistolera si sbarrarono increduli, mentre si rovesciava sulla schiena!
Le pallottole di John Walker l’avevano raggiunta in pancia.

Adesso era sazia di piombo.
Walker rimase a fissarla: perché non si era fermata?

Un braccio di Kleo era steso lungo all’indietro, in posizione innaturale, disarticolata; il corpo si dibatteva inquieto, come prigioniero di una grossa ragnatela.

«Cristo!».
Il bounty-killer tornò indietro, verso la Madison; intorno a lui la gente defluiva in gran fretta.

Quattro morti erano tanti, anche per una città di frontiera come Tucson.
Walker si chinò su di lei: «Kleo... dannazione...», le sciolse il foulard rosso allacciato al collo e lo usò per tamponarle i buchi; quindi le accostò la fiaschetta del whisky alle labbra, sollevandole leggermente il capo da terra; infine le riabbassò il braccio, attaccandolo al corpo.
Gli occhi di Kleo erano spalancati di incredulità e rabbia.

Ma c'era anche dell'altro in fondo agli occhi chiari: proprio adesso l'aveva fottuto?

L'avesse capito prima, si sarebbe fatta sparare a salve da qualcuno.

Era come se le pallottole che avrebbe voluto indirizzargli fossero infine giunte a segno.
Scosse il bacino come un serpente che si contorce per darsi slancio.
«Sapevo... di piacerti... ma non... fino... a questo punto...», si giocava a carte scoperte, non c'era più tempo per bluffare.

«Ti porto su, Kleo...», la sollevò da terra, trasportandola al piano superiore.

Il segaossa scosse subito la testa.

«Sono solo dei dannati menagrami, dovresti saperlo».

Kleo, ansimando, si girò a pancia sotto.

Sapeva il che dottore aveva ragione, ma voleva spuntare un po' di tempo.

Scalciava con gli stivali sul terminale del letto; gli speroni facevano scintille pizzicando l'ottone.
Un bel pezzo di John Walker l'avrebbe seguita all'inferno.

Non era illeso, l'avrebbe pagata cara.

Intanto, per le strade di Tucson circolava molta apprensione.

La sorte di Kleo Madison, la bella pistolera bionda, teneva la città con il fiato sospeso.

Alla notizia del suo mortale ferimento, serrati conciliaboli si erano diffusi lungo tutta la Main Street.

Si attendeva con ansia febbrile qualsiasi novità sulle sue condizioni: i più, conoscendola, si aspettavano una certa resistenza, poi l'aggravamento e la concitazione finale, condita con qualche disperata invocazione dei sodali più intimi, all'approssimarsi dei momenti culminanti.
Walker e la Madison si guardavano senza dirsi altro.
Lei aveva cercato di ucciderlo.
Lui l’aveva uccisa.

Lei era una carogna con un proprio senso della giustizia.

Lui un bandito travisato da giustiziere.

Alla fine qualcosa era scattato.

Kleo gli fece vedere la lingua, John le succhiò le labbra impastate di sangue, con la mano che scattò sul seno ansante.

A questo punto lei si aspettò le sue scuse.

«Mi dispiace, Kleo. Io non volevo farlo».

Giunsero puntuali.

L'aveva ingabbiato. Troppo tardi, certo. Ma c'era riuscita.

«Non volevi... eliminarmi... lo so...

Ma l'hai... fatto...

Adesso... però... ti voglio con me... fino alla fine...

Non devi giudicarmi... ho fatto molti soldi… ma non bastavano mai… volevo di più... non potevo fermarmi... è vero... ci sono io... dietro mia figlia... lei è niente... senza di me...».

«Non ti giudico. Anch'io sono qui per soldi.

Ma c'è una cosa che devo chiederti».

«Spara...», l'animo non era ancora fiaccato.

«C’eri anche tu con Janet, a Moctezuma, due settimane fa?».
«Moctezuma... non ci sono... mai stata...».

«Ne sei certa?».

«John... non ci sono... mai... stata...».
«Ha detto il vero, non c'era», una figura femminile apparve silenziosamente sulla scena.

La donna si avvicinò.

«Ci sei andato pesante… », riferendosi alle condizioni di Kleo.
«Ho dovuto difendermi dai suoi morsi».
«Dovresti sapere che le vipere attaccano solo se disturbate».
«Chi sei…», domandò la Madison.
«Sono Mitla.
Lei non c’era a Moctezuma. La sua presenza non sarebbe passata inosservata. È una bella donna, più massiccia della figlia.

Quindi non è compito mio toglierle la vita.

Ma ci hai pensato tu, da quel che vedo…».
«È stato un incidente. Non ho visto bene dove mettevo i piedi.

Non puoi fare niente per lei?».
«Le darò un’occhiata mentre tu ti terrai occupato con la giovane serpentella. Sta arrivando…».
Il bounty-killer annuì e si avviò alla porta.
Quando fu uscito, Mitla si accostò alla pistolera: «Quell’uomo ti guarda con occhi strani: te ne sei accorta?».
«Chi sei…», domandò ancora Kleo.
«Sono Mitla, l’ultima Sacerdotessa.
Tu sai perché tua figlia si è recata nella Sonora, due settimane fa?».
«Una partita… di cavalli…».
«Giunta con i suoi nel villaggio di Moctezuma, ha fatto violentare e uccidere la ragazza che serviva nella cantina».
«Janet…».
«Sì, Janet», la guardò dura, mentre le sbottonava la camicetta.

Le medicò le ferite con degli unguenti che portava alla cinta.

La Madison la lasciò fare, non aveva molto da perdere.
Infine, le fece bere una pozione, molto amara, amara come la Morte.
«Mitla… aiutami… sto morendo…», sussurrò la pistolera.
«Ti sto già aiutando, Kleo».
Il corpo della Madison si stava irrigidendo. La donna cercò di reagire, scuotendo lievemente il capo, ma servì a poco. Con gli occhi comunicò la sua disperazione a Mitla, nell’estremo tentativo di prolungare la vita. Kleo non riusciva a parlare, la lingua era asciutta.
BANG
BANG
BANG
Al piano di sotto, intanto, era cominciato il concerto.
BANG
Un ultimo sparo sanzionò il requiem.
Mitla riconobbe il musicista.
Poco dopo gli stivali di John Walker rimbombarono sulla soglia.

«Kleo...!», la Madison aveva gli occhi sbarrati.

«Calmati... e ascolta...
Il tuo piombo fa grossi buchi, John. Il mio veleno, però, fa molto peggio.

Il cuore pulsa una volta ogni largo giro d'uccello: quel tanto che basta.

Il resto lo fanno i freni della tua donna, tirati al massimo», concluse Mitla.
Walker era interdetto.

«Non la muovere e non chiamare stregoni bianchi.

Tornerò domani.

E forse pure lei».

«Se anche tornasse, non avrebbe più una figlia, e sarei io ad averla uccisa».

«Ti prenderebbe lo stesso. Ha bisogno di te e molto da farsi perdonare. È madre ma ama soprattutto sé stessa. Credo sappia che la vita va pagata con la morte. Le vipere sono a contatto con l'inferno».

«Tornerai a Moctezuma con 10.000 dollari, Mitla.

Anche tu sei a contatto con l'inferno».

«Domani lo sapremo...».

Detto questo, la strega lo lasciò solo con i rimasugli di Kleo, mentre fuori la gente - ossessionata dalla fine della Madison - premeva per sapere, entrare e vedere il cadavere della gran donna.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZOTHIQUE:

L'ULTIMA AMAZZONE

di Salvatore Conte (2010-2016)

Altri due guerrieri, entrambi in carne e ossa, erano pronti a combattere, i Giochi di Miraab non conoscevano soste.

La sessione dedicata agli scheletri gladiatori si era già conclusa, ma presto sarebbero cominciati i combattimenti misti, quelli più attesi.
Il Tasuun festeggiava la Regina Xantlicha - più bella che mai, grazie ai suoi artifici - versando sangue sull'arena.

Quaranta soli di regno - di cui gli ultimi trentatre da “self-widowed” - non erano pochi, specie in quei tempi.

In bilico tra bianco e nero, era più nera che bianca.

Corrotta e capricciosa che fosse - si spargeva polvere d'oro sulla pelle per ostentare il suo potere - aveva dato stabilità al Regno, quasi arrestandone il declino.
E aveva promesso di estenderlo in ogni direzione, per tutta la terra di Zothique, e anche sotto.
Alcuni schiavi entrarono nell'Arena per portare via i corpi di Livith e Alexa, che si erano colpite a vicenda, rimanendo uccise. Per il momento non avrebbero combattuto più.
Un seguace di Alexa, un giovane che aveva visto tutte le sue sfide, aveva lasciato gli spalti e si era unito a loro. Il suo nome era Publokh.
«Prendo io questo cadavere», disse, «incluso il tridente», l'amazzone, infatti, aveva interpretato il ruolo del retiarius, secondo le antichissime tradizioni gladiatorie sopravvissute a Miraab e beneficiate dalla Regina Xantlicha; Alexa sembrava morta, o comunque destinata a morire.

Publokh corroborò le sue pretese con un lancio di monete.
Gli schiavi si avventarono sull’arena come cani intorno ad avanzi di cibo.
Publokh fece trasportare la guerriera presso il Tempio di Yuckla - appena fuori la città, lungo la pista del sud - e l’affidò al Sacerdote.
Alexa mostrava ancora segnali di vita, benché trafitta a morte nel duello contro l’altra amazzone.
«Sommo Iapix, voglio che tu ne eviti la morte», ma quello, osservate le ferite, trasse un responso sfavorevole, scuotendo decisamente la testa.
«Portala da un negromante, ti sarà più utile lui».
«Quanto vuoi per provarci?», chiese il giovane.
«Cinque monete d'oro, ma solo per farle guadagnare una manciata di tempo».
Senza battere ciglio, Publokh mise mano alla borsa ed estrasse il denaro.
«Ecco l’offerta al tuo dio».
Il Sacerdote annuì soddisfatto e cominciò a lavorare.
Poco dopo, però, due donne entrarono improvvisamente nella stanza del Tempio. Erano amazzoni. La più grossa si chiamava Raghna, l'altra Bitrish.

Estrassero entrambe il gladio.
«Il corpo spetta a noi», disse Raghna.
«È ancora viva», replicò il giovane.
«Bada a te, ragazzo: potresti varcare le Porte di Thasaidon prima di lei…
Non può sopravvivere, è inutile accanirsi.
La porteremo a morire tra le sue compagne, come si conviene a un’amazzone».
«Quali compagne? Le amazzoni sono finite, ormai. E poi queste cure mi sono costate cinque monete d’oro e voi dovrete aspettare…», Publokh agitò minaccioso il tridente di Alexa, per nulla intimorito dall’inferiorità numerica.

Le due amazzoni si ritrovavano nei panni del secutor, tradizionale avversario del retiarius, che sull'arena cerca il corpo a corpo senza farsi sorprendere dal lungo tridente: il pesce combatte con i denti, il pescatore deve mantenere le distanze o è destinato a perdere.
Raghna lanciò uno sguardo alla compagna. Spinse avanti Bitrish per saggiare l'abilità del ragazzo.
La secutrix affondò subito il colpo, ma Publokh scartò agile su un fianco.
Il giovane combatteva e allo stesso tempo guardava verso Alexa, per verificare se fosse ancora viva. Era immobile. Iapix aveva lasciato la stanza, temendo per la propria vita.
Raghna realizzò che il ragazzo era distratto e pensò che fosse il momento giusto per entrare in gioco.

Lungi dal contenersi il seno - mastodontico, come la sua arroganza - ne aveva fatto un'arma supplementare.

La secutrix - ostentando la sua avvenenza, stirandosi addosso la tunica bianca - cercò di colpire a morte Publokh.
Il giovane, però, si ritrasse in tempo, rispondendo con il lungo tridente.
SZOCK
Raghna fu trafitta al ventre.
Gli occhi e la bocca della bella amazzone si spalancarono di terrore, più per la sorpresa di scoprirsi perdente che per il colpo in sé.
Publokh non ebbe alcuna pietà.
Consapevole che per finire una guerriera possente come quella bisognava andare fino in fondo, le strappò il tridente dalla pancia, devastandole budella e organi interni.
Raghna aveva pagato a caro prezzo la sua presunzione.
Cadde in ginocchio incrociando le braccia sul ventre lacerato, con il clangore del gladio sulla pietra del pavimento che rimbombava lugubre.
Scosse lievemente la testa, tacendo parole implicite: non ci posso credere, questo ragazzo mi ha strappato la vita; quindi si accasciò a terra, con la bocca spalancata a baciare la pietra fredda.
Un attimo di smarrimento e poi la rabbia le istillò un’illusione.
Sarebbe stata l’ultima a morire, avrebbe tentato il giovane fino all’ultimo respiro.
Raghna cominciò a strisciare verso Publokh, ancora in lotta con Bitrish: «Ragazzo… anch’io sto morendo… perché non mi aiuti… come quella cagna di Alexa…», lo provocò l’amazzone a terra, respirando pesantemente.
La bella guerriera - corpulenta e carica di rabbia inesausta - stava strisciando a denti digrignati, con la forza della disperazione, cercando di ottenere la commiserazione del giovane, che probabilmente non avrebbe infierito su una donna tragicamente ferita.
In quel mentre Bitrish provò l’affondo, ma ancora una volta il ragazzo fu più agile…
SZOCK
L’amazzone venne trafitta e si accasciò a terra proprio accanto alla sua compagna.
«Raghna… muori con me... non strisciare... ai piedi di un uomo...», e le sbarrò la strada con il corpo.
«Io... non sono... ancora morta… tu sei morta…!».
SZOCK
Resa folle dalla paura di non avere più scampo, accoltellò la compagna al collo, uccidendola sul colpo.
«Sono io... l’ultima amazzone…», disse Raghna, quasi farneticando, col sangue tra i denti e le braccia sotto il ventre per non farsi scappare le budella; e riprese subito a strisciare verso l’uomo, aggirando il corpo esanime di Bitrish.
Il giovane, vinta la sfida, si gettò ansioso su Alexa.
Ma non ci volle molto per capire che era finita. Fissò gli occhi vuoti dell’amazzone e sentì svuotare anche sé stesso.
In quel momento si dimenticò di tutto il resto, ma quando Raghna raggiunse i suoi piedi, dovette affrontare la disperazione dell’ultima amazzone rimasta.
«Come ti chiami… ragazzo…? Voglio sapere… chi ha ucciso… l’ultima amazzone…».
«L’ultima amazzone a essere uccisa è stata la tua compagna e sei stata tu a farlo.
Se vuoi essere tu l’ultima, devo colpirti di nuovo».
«Sei abile con le parole… ma io sto già morendo… e non ho fretta di crepare… aiutami… ti prego… non ne ho per molto…».
«Non parli da amazzone. E hai negato le cure ad Alexa».
«Ti parlo da donna che muore… e che tu hai ucciso… mentre non sono io… ad aver ucciso Alexa…».
«Hai ucciso la tua compagna, però».
«Era già morta… e poi si è messa di mezzo… e non doveva…».
«Anche tu sei morta e anche tu ti sei messa di mezzo, tra me e Alexa».
«Sei bravo… sia con il tridente… che con le parole… come ti chiami… ragazzo…?».
«Tu come ti chiami?».
«Raghna… e sono l’ultima amazzone… a respirare... sulla faccia di Zothique…».
«Io mi chiamo Publokh.
Davvero sei l’ultima?».
«Davvero…».
«Usi le parole meglio del gladio, Raghna. E sei bella, molto bella. Hai eccitato la mia crudeltà con la tua bellezza. Ma non mi è di conforto vederti morire».
Raghna gli strinse la mano intorno alla caviglia.
«Chiamerò il Sacerdote, ammesso che non sia fuggito troppo lontano.
Tuttavia, non farti illusioni...

Sei sicura di voler soffrire fino alla fine? Non sarà piacevole».
«Sono sicura… ma tu... non andare via… ti prego… assisti alla mia fine… non ci vorrà molto… sento gli araldi di Thasaidon... intorno a me… e questa pietra... che sta per inghiottirmi… me la sono voluta… non me l’aspettavo… ti ho sottovalutato… è per questo… che ho bisogno… di un po’ di tempo… per sbollire la rabbia… e accettare la mia fine… non ero pronta… non me l’aspettavo… e ora ho paura… Publokh…», concluse con occhi spiritati.
«Si dice che una donna che muoia con una grande rabbia repressa in corpo si trasformi in una lamia…».
«È vero… la Regina ne ha incontrata una… in quel caso... fu una rabbia d’amore…».
«Sì, ricordo quella storia.
Sarai ricordata come l’ultima amazzone: ti va bene? Basta questo a sbollire la tua rabbia?».
«Non lo so… forse… ma tu... non farmi togliere... il tempo… ne ho già così poco…».
«Capisco cosa intendi dire… non ti fidi di questa serpe e forse hai ragione, forse ha perfino spento Alexa per non perdere tempo con lei.
Ma io lo ucciderò!
Dimmi, piuttosto: non è morta con rabbia anche la tua compagna? Uccisa - come te - da un ragazzo e finita da una sorella…».
«La rabbia... dipende dalla passione… c’è chi è morto dalla nascita… come potrebbe morire ancora… o soffrirne…?».
«È però un male se tanta passione trasforma una donna in un mostro, non è vero?».
«Ascolta… Publokh… conosco una strega… si chiama Locuza… portami da lei…».
«Va bene, Raghna. Ti porterò da lei e assisterò alla tua fine. E dopo tre giorni verrò a cercarti nella tomba, armato di un pugnale incantato.
«Mi uccideresti ancora…?».
«Non lo so. Lo vedremo».
«Intanto… grazie… Publokh… la saggezza è rara nei giovani…
Ma fai presto… il tempo è poco…».
Raghna era ancora a terra, gemeva e si contorceva furiosamente con entrambe le mani premute sull’addome squartato, visibilmente ansiosa - se non altro - di crepare in una posizione più comoda di quella.
«Iapix!».
Nessuna risposta.
«Quel serpente è fuggito.
Vado a prenderti del vino, qui ce n'è molto, ti darà un po' di calore».
Publokh alleggerì l'altare del dio per scaldare l'amazzone.
Infatti le offerte a Yuckla erano a base di vino.
«E adesso vado a prendere un passante».
Detto-fatto, Publokh acquistò la collaborazione di uno sconosciuto.
Dopo aver baciato le labbra ancora calde di Alexa, con quello e la stessa barella su cui era giunta l'amazzone morente, trasportò Raghna in una modesta casupola alla periferia di Miraab, secondo le indicazioni ricevute dalla stessa amazzone. Per non attirare troppo l’attenzione, il giovane si era premunito di coprire la donna con un lenzuolo nero rinvenuto nel Tempio.
Congedato l’occasionale collaboratore, la trasportò a braccia in una stanza sotterranea.
Qui Locuza cominciò a preparare dei filtri, senza neanche esaminare la morente, come già sapesse del suo arrivo e dei suoi accidenti.
Raghna fu deposta sul grande letto indicato dalla strega; il giaciglio era impregnato di sangue, come avesse sprofondato ai sette inferni chissà quante altre vittime.
Nel guardarla struggersi, preparandosi alla fine, a Publokh sembrava di riempire un po' di quel grande vuoto lasciato da Alexa.
«Publokh... stammi vicino... non manca molto...».
«È un po' che lo dici...».
«Ti annoia...?».
«No, io non ho fretta. So cosa ti ho fatto e un po' mi affascina che l'ultima amazzone - benché scannata come una bestia - stia lì a reggersi le budella, cercando di guadagnare un po' di tempo; in fondo sarebbe stato facile piegarsi su un pugnale e farla finita».
«Il tuo cuore è freddo verso di me... Publokh... mi fai morire senza un tuo sospiro... dimentica Alexa e ama me ora... io che muoio per mano tua... affonda i tuoi baci nel mio petto... sono o non sono bella...?».
«Sei bellissima. Ma le amazzoni non amano gli uomini».
«È falso... gli uomini lo hanno inventato... le amazzoni amano chi vogliono... purché abbia valore...».
Il giovane rimase basito.
Publokh si chiuse in un silenzio attonito, mentre intorno a lui si sentivano solo i sospiri affannati dell'amazzone e gli sfrigolii infernali amministrati dalla strega.
Quindi si sedette sul letto e cominciò ad asciugare il sudore freddo che colava lungo il collo di Raghna, mentre gli occhi fissavano trepidanti la bocca quasi spalancata e i respiri difficoltosi; la mano scivolò presto più giù, fino ad allargarsi sui seni; il desiderio montò vibrante e in un attimo tutto il vuoto si riempì, fino a traboccare.
«Forse sei già una lamia, Raghna», e le baciò il collo, senza soffocarle la bocca.
«Chissà... ragazzo... forse in fondo c'è il meglio di me... ecco perché non mi sono piegata su un pugnale... ora sei mio... Publokh... e morirai con me...».
L'animo del giovane era sballottolato tra paura ed esaltazione.
Presto il vuoto sarebbe diventato ancora più grande, l'esaltazione sarebbe finita e lui si sarebbe spento.
«Dannata puttana, mascherata da amazzone: che cosa vuoi da me?», reagì così, perdendo gran parte della sua lucidità, mentre con gesto carezzevole, in aperto contrasto con le sue parole ringhiose, le asciugava la fronte e le scorreva delicatamente i fluenti capelli scuri; come se in lui convivessero due distinte personalità, quasi ignare l'una dell'altra.
«Che cosa stai aspettando da Locuza?», le domandò ancora.
«Stupido maschio…», Raghna allargò le mani e gli sbatté in faccia le budella sconquassate, quasi vomitate dal ventre. «Mi calmerà… e mi darà un po’ di tempo… ma non molto…».
«E va bene, sono uno stupido.
Uno stupido ad averti ammazzato!», in un crescendo di rabbia e frustrazione.
«Locuza... gli faremo vedere… come muore un’amazzone… l’ultima amazzone...», disse ieraticamente Raghna, nel mentre la strega si appressava al letto.
La vecchia incartapecorita aveva ancora forza e aiutò la morente a tirarsi su, seduta contro la spalliera, ammorbidita dai cuscini.
L’amazzone fu spogliata completamente, le gambe divaricate e le braccia allargate dal ventre. La stanza era riscaldata da strani fuochi senza fumo accesi su tripodi di bronzo e rame. I riflessi incorporei delle fiamme contribuivano all’atmosfera surreale di quell’anticamera infernale.
Locuza la fece bere da un otre. Buona parte del liquido si perse ai lati della bocca e colò lungo il petto fino alla pancia, mescolandosi a perfezione con il sangue.
Publokh, curioso e reso imprudente dalla follia, assaggiò direttamente dalle labbra di Raghna; la strega lo lasciò fare.
Tolto il sangue, ciò che rimaneva era vino; vino rosso.
Poi Locuza la fece bere da un altro otre.
Di nuovo parte del liquido traboccò e colò fino al ventre.
Anche in questo caso Publokh volle assaggiare.
Tolto il sangue, non si sentiva che sangue; era sangue.
Infine, Locuza sversò il contenuto dell’otre sulla testa di Raghna.
Dal capo alle cosce, l’amazzone era fradicia di sangue; c’era anche del vino in mezzo, ma si confondeva benissimo.
Alla fine dello strano rito, la strega chiese al giovane di estrarre il gladio, quello che l’aveva uccisa, precisò, e lo dispose sul letto, tra le gambe della vittima, con la punta rivolta contro il tronco dell’amazzone.
Con la bocca impastata di sangue e un sorriso folle sul volto, Raghna guardò il ragazzo: «Publokh... spingi il gladio… dentro di me...».
Il giovane rimase stupito e turbato insieme.
«Come…? Perché…?
Non sarò io a farlo, mi è bastato ucciderti una volta».
«Avanti… o lo farò da sola…».
Per mostrargli che non scherzava, si piegò in avanti e portò l’arma contro sé stessa, accostando al ventre l’affilata punta.
Si guardarono negli occhi.
Lei sembrava decisa a morire.
«No…! Aspetta…», proruppe il giovane.
E prima che la donna si piegasse di peso sul ferro, Publokh entrò in azione: con una mano si riprese il gladio, strappandoglielo dalle mani, nel mentre con l’altra le spinse indietro il busto per non farla cadere sulla lama.
«No! Tu non sei contenta di farlo, tu non sei in pace con te stessa, non è il momento di farlo».
«Publokh... stupido maschio...».
«Publokh... cosa vuoi? Tu l'hai uccisa, tu decidi», intervenne finalmente Locuza, perentoria, sicura del fatto suo.
«Ma io... io...», stordito, la vide franare su un fianco, con le budella sinistramente esposte.
«È... è...», balbettava incerto, timoroso di verificare in proprio.
«Sta morendo, ragazzo. Devi deciderti».
Paonazzo in volto, esasperato dall'affollarsi di furiosi e incontrollabili sentimenti, finalmente esplose: «Aiutala, per Thasaidon! È l'ultima amazzone, ficcale dentro quelle budella schifose! Ti pagherò!».
«Stupido maschio...», lo apostrofò senza nemmeno guardarlo, nel mentre accostava qualcosa alle nari di Raghna. «Su, bambina, su! Tira su!», e l'amazzone - istintivamente - con le ultime forze, inalò la polvere di Locuza, la polvere che sospende il destino.
«Bravo».
Il giovane scosse la testa, rinunciando a comprendere gli sbalzi d'umore della strega.
«È... è...».
«Non del tutto, almeno per ora.
Torna alla terza mezzanotte, se vuoi correre il rischio.
Altrimenti usa i tuoi soldi per una puttana.
Non ti squarterà vivo».
«Fra tre giorni?».
«Alla terza mezzanotte».
Ritrovata una certa lucidità, estrasse il pugnale, si tagliò il palmo sinistro e lasciò cadere il sangue sul collo riverso di lei; sangue su sangue.
«Quale guerriera è più grande di colei che non si piega sul gladio?», rivolto il suo auspicio con la destra aperta, si congedò dalla strega chinando il capo.
Quella, però, lo bloccò - con innaturale agilità - prima che risalisse la scala.
«Vieni qui, ragazzo. O questa storia potrebbe non finire mai».
Gli fasciò la ferita con bende imbevute in un liquido verdastro.
«Ma bada a te, quando tornerai, perché nemmeno io so cosa troverai».
«Fides fortunam auget», ritrovato un po' di coraggio, se ne andò pensieroso.
Aggirandosi irrequieto per le vie di Miraab, Publokh si meravigliò di non provare dolore alla mano ferita.

Quando sorse la luna, pallida e funerea, specchio di un sole morente, il giovane la scrutò intensamente, cercando di coglierne i presagi.
Le nuvole della notte la cingevano, senza mai coprirla del tutto.
La brezza si alzava a tratti, le possenti fronde dei cedri stormivano lievi.
La mano pulsava, senza recare dolore.
Si chiese che senso avesse tornare nell'antro della strega.

L'ultima amazzone stava ancora combattendo.
Avrebbe combattuto anche lui.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZOTHIQUE:

SCIACALLI

di Salvatore Conte (2012-2017)

Il  borgo di Cith -  nell'estremo oriente di Cincor - lungi dall'accrescersi, era ormai morente.

Lontano dalle ultime rotte di comunicazione che percorrevano Zothique, incavato nelle profonde gole dei Monti Mykrasian, era sempre più spopolato.
In quell’epoca, in cui si aveva la chiara percezione di una fine incombente, nessuno aveva più voglia di fare progetti a lunga scadenza, costruire case, cercare gloria, o guardare alla posterità.

E tantomeno abitare luoghi destinati alla morte.

Ci si stringeva nelle ultime città rimaste.
Plampkha, la sguattera guerriera, entrò nella taverna e sparse voce; cercava un ingaggio, perché non c’è epoca che non abbia i suoi avventurieri, almeno per risultati a breve termine.

L'imponente ragazzona, nel tempo libero, tirava fuori la mazza ferrata e si dava da fare; i giocatori di carte la chiamavano la Regina di Bastoni.
Ben presto, però, la frenesia che proveniva dalla strada, ove si teneva il mercato, la spinse a tornare all’esterno.
Stavano portando via - su una lettiga - la bella Minkoha, strega e prostituta di Cith.
Era stata accoltellata, e la lama era ancora dentro, nello stomaco, fino al manico.
Le braccia abbandonate a penzoloni fuori dalla barella, i grossi seni puntuti contro la lucida tunica di pelle nera.

Era stata sorpresa tra la piccola folla del mercato.

E ora veniva trasportata presso l’abitazione di Galeor, poeta e alchimista di Cith.
Decine di persone rimasero in attesa all’esterno. Minkoha era popolare nella cittadina.
Intanto la Sceriffa di Cith, l'esperta Baltea, stava ricostruendo l’accaduto.
Minkoha era conosciuta per la sua sfrenata ambizione.
La bella strega si accompagnava da un po' di tempo a un uomo dalla nota mancanza di scrupoli.

Restava il fatto, comunque, che Minkoha era stata portata via dal mercato con un coltellaccio affondato per intero nella pancia, e ciò aveva lasciato interdetta la plebaglia di Cith.
Adesso tutti volevano sapere chi l’aveva scannata e perché.
La Sceriffa, più imponente della stessa prostituta, stava ricostruendo le ultime ore di Minkoha.
Sebbene indurita dal suo sporco lavoro, anche Baltea era un donnone.

Avida, decisa, provocante, sognava di affrancarsi una volta per tutte da quella vita infame, consumata lungo le fetide viuzze di Cith.
Con istinto puramente femminile, realizzò subito che Minkoha era stata sventrata perché implicata in qualche affare illecito e potenzialmente redditizio.
I testimoni riferivano scrupolosi le circostanze dell’accoltellamento.
Un colpo preciso e mortale, in pieno stomaco, opera - evidentemente - di un sicario professionista.
Una figura corpulenta, avvolta in un mantello e travisata da un cappuccio ben calzato, si era avvicinata alla strega; poco dopo, tra la folla del mercato, si era udita una feroce esclamazione: CAGNA, seguita da un vibrato NO e un grido straziato di donna; la formosa strega era stata sorpresa e sventrata con un coltellaccio; ma doveva aspettarsi qualche minaccia, se aveva opposto quel disperato NO; l’assassino era sgusciato via, mentre Minkoha era rimasta come impalata per alcuni istanti, con le mani chiuse d’istinto intorno al coltellaccio, rimasto piantato dentro; quindi era stata soccorsa dai passanti, che l'avevano distesa a terra: gli occhi al cielo, gelati dalla sorpresa; poco dopo era giunta una lettiga, anche se era sembrato subito chiaro che sarebbe morta.
La Sceriffa mise sotto torchio l’uomo che l'accompagnava al momento dell’accoltellamento: lo stesso delle ultime settimane.
«Non so nient’altro, ve lo giuro.
Non ho la più vaga idea del perché quella stronza si sia fatta ammazzare».
«Quella “stronza”, come la chiami tu, pezzo di merda, stava camminando al tuo fianco, quando l’hanno sventrata…».
«E allora…? Che potevo fare?».
«Perché ti frequentava?».
«Sono un bel tipo e anche sveglio, forse per questo».
«Tanto sveglio non si direbbe, visto che l’hanno ammazzata sotto i tuoi occhi…
Perché non hai cercato di difenderla?».
«E come potevo fare? Quello era un armadio e io ero disarmato… avrebbe ucciso anche me…».
«Come vi siete conosciuti?».
«In una taverna. Ed era nato un piacevole diversivo. Ma niente di più».
«Minkoha era piuttosto popolare in città, è stata colpita in pieno giorno, e qualcuno dovrà pagare.

Tu rischi la Culla di Iodam, bello».
«In pieno giorno? È sempre pomeriggio a Zothique, Sceriffa…».
«Sulla Culla perderai il tuo spirito…
Portatelo in cella e sorvegliatelo a vista», ordinò ai suoi uomini.
«Ehi, un momento… che storia è questa? Io non ho fatto nulla…».
Nel frattempo la costernazione dilagava fra la gente radunata sotto la casa dell’alchimista.
Nessuno accettava l’idea che Minkoha fosse rimasta uccisa. Si sperava che la scaltra prostituta avesse un sussulto, e che comunque fosse rianimata, anche con il ricorso alla negromanzia, qualora necessario.
Gli astanti si interrogavano con morbosa curiosità su quelle braccia a penzoloni: segno inequivocabile della fine o inevitabile conseguenza dello shock?
A un tratto, l'alchimista li chiamò all'interno, anche se non tutti, ovviamente, riuscirono a entrare.
C'era tanta voglia di avere notizie fresche di Minkoha e di vegliare il suo cadavere, e i più tenaci si fecero strada a spintoni.
La massiccia Plampkha non ebbe difficoltà a introdursi.
«Basta così!», sancì Galeor.
E richiuse la porta.
Il coltellaccio era ancora dentro e intorno alla lama era stato applicato un unguento verde; il volto della strega era funestamente pallido, con un sensuale rivolo di sangue che le colava dalla bocca aperta.
L'ampia sala era tutto un cumulo di strani oggetti.
L’alchimista spiegò che aveva richiesto un vitello.
Minkoha era distesa sopra un catafalco di pietra.
Tre corpi cilindrici in ferro erano collocati a triangolo intorno alla strega.
Gonfia di carne in tutti i punti più adatti, tanto puttana quanto strega, Minkoha giaceva pallida di morte con un coltellaccio infame che non le lasciava scampo.
Il vitello venne sgozzato dallo stesso alchimista, ai piedi della donna.
Intanto, fuori dall'abitazione, serpeggiavano apprensione e malcontento.
In molti sostenevano che Minkoha fosse ormai cadavere, che per lei non ci fosse più nulla da fare, e che per tenerla a Cith bisognasse sottrarla ai vapori del Lete.
L’alchimista andò incontro alla folla rimasta fuori, che lungi dallo stancarsi di aspettare, aveva moltiplicato la propria curiosità.
«Calma, calma…
Primo: conservare a questo mondo l’energia vitale ormai sbandata dal proprio corpo.
Secondo: allettare con l’ambrosia degli immortali, di cui lo spirito mai perde il gusto.
Terzo: ricomporre il corpo.
Quinto: Fortuna invicta semper est, secondo un’antichissima lingua, non troppo diversa dalla nostra, che veniva parlata quando il sole era ancora giallo».
«Ehi… non si è sentito il quattro…!», protestò un tale.
«Essere una fottuta bestia come Minkoha».
Detto questo, l’alchimista se ne andò senza rispondere ad alcuna domanda.
Perciò si erano rivolti a lui: poche parole, molto studio.
Forse non avevano afferrato tutto, ma l’essenziale, quello sì.
Altrove Baltea stava torturando Spun, il compagno della sventrata.
Sentiva nell’aria il profumo dell’oro e ciò le metteva la febbre addosso.
Il dondolio della Culla gli sciolse tosto la lingua.
Lo finì con un veleno che non lasciava tracce, sciolto nell’acqua.
Il cuore aveva ceduto, ma l’accusato aveva ormai confessato: era stato proprio lui a ingaggiare un sicario per eliminare la sua amante, che ormai sapeva troppe cose a riguardo dei suoi sporchi affari.
E ciò era perfino vero.

«Brava…», disse la grossa ombra all’altra.
«E tu chi sei?».
«Qualcuno mi conosce come la Regina di Bastoni, ma soprattutto sono la tua socia in affari».
«Davvero? Non sapevo di averne».
«Conosci tutta la favola o solo l’essenziale?».
«Conosco questo…», e pescò a mani aperte nel grasso bottino d’oro e gioielli, sparso sul letto di Spun, che risplendeva nel buio.
«E allora te la voglio raccontare, così faremo amicizia, intanto…».
«Ne dubito».
«C’era una volta... una bella carovana di mercanti…
Era diretta chissà dove, ma fu sorpresa dai Ghorii, brutti e cattivi.
Nessuno si salvò, tantomeno i cadaveri.
Ai Ghorii, infatti, lo sapevano anche i bambini, piaceva tanto-tanto la carne.
Perle, ori e gioielli, invece, gli rimanevano sullo stomaco.
Sbagliato: uno che si salvò c’era.
Per un colpo di fortuna era rimasto indietro e allora si salvò.
Fu così che a quest'uomo fortunato venne in mente di papparsi ciò che i Ghorii avevano lasciato.
Voleva vivere felice e contento per il resto dei suoi giorni…
E fu così che si divertì con una bella vacca di nome Minkoha.
Purtroppo, però, questa non è una favola a lieto fine, come si raccontavano quando il sole era giallo.
La sua fortuna finì quando incontrò una donnaccia più assassina di lui.
Intanto la vacca finì scannata. È infatti difficile, a questo mondo, fare una bella fine.
Pur tuttavia, mentre lottava per non crepare - ma chi muore dopo aver sperato, muore due volte - Minkoha vuotò il sacco.
E con le mani nello stesso sacco, una sua amica trovò un’altra grossa vacca…
Ti è piaciuta la favola?», concluse beffarda la mastodontica Plampkha.
«Per niente», replicò seria Baltea.
«Il sacco non è abbastanza grande per tutte e due?».

La Sceriffa rise sardonica.
«No, per te ce ne vorrà uno molto più grande…», e si avventò contro Plampkha con la lancia abbassata, scattando come una vipera.

La Regina di Bastoni afferrò un arpione per balenottere lacustri e restituì colpo su colpo.
Le due corpulente figure lottavano alla morte, scambiandosi occhiate assassine e affondi micidiali.

Le assi marcescenti del pavimento scricchiolarono sinistramente sotto il loro peso, torturate dal continuo incedere della lotta.
SZOCK
«Arghh…!».
Alla fine, però, una delle due ebbe ragione dell’altra.

Una delle due spiccò un involontario tuffo nel Lete.
Occhi di donna strabuzzarono nella semioscurità della stanza.

STRAP

Il rumore atroce delle budella strappate dall'arpione in uscita.

Baltea era precipitata nel Lete con rumoroso tonfo, anche se non aveva sentito niente, anche se ancora non lo sapeva, e neppure lo immaginava, avida della vita com'era.
«Avresti fatto meglio ad accettare la mia proposta…».
«Accetto… adesso…».
La guardò divertita.
«E va bene…
Ma dovrai cavartela da sola».
E quella, mentre Plampkha rimetteva tutto nel sacco, si assestò davvero sulle proprie gambe, con le budella che quasi le cascavano per terra.

La Regina di Bastoni, ma anche di Spade, fissò per un attimo la poltiglia sanguinolenta che fuoriusciva dalla pancia della Sceriffa.

L'aveva uccisa sotto un accesso di rabbia, quasi senza rendersene conto.
«Me le faccio ricucire da Galeor… mi accompagni…?».

In quel momento le suscitò compassione: voleva salvarsi e pensava di poterci riuscire.
Plampkha le coprì le spalle col mantello.
«Una sceriffa è una socia importante», gliel'avrebbe fatto capire un po' per volta.
Fu così che Plampkha e Baltea lasciarono insieme il fatiscente alloggio di Spun, dove nessuno avrebbe mai pensato di trovare un sacco pieno di perle e gioielli.
Camminarono lungo le oscure vie della città, una appesantita dall’oro, l’altra dal ferro.
Dal giorno alla notte, era sempre l’ora degli sciacalli a Zothique.

LA FINE DI BALTEA

Combatteva da ore con le budella in mano, sostenuta dal fisico e dalla disperazione.

Anche l'alchimista aveva gettato la spugna.
«Non pensavo... di rimanere così...», si lamentava tra i rimpianti.

«La situazione è sfuggita di mano, Baltea», gliel'aveva spiegato cento volte.

«Mi passi l'acqua...», aveva paura.
A Cith la conoscevano tutti.
Aveva superato i cinquanta soli in fronte, ma non aveva niente da invidiare alle donne più giovani.
Il volto ricordava le statue dei tempi mitici, il corpo - sebbene un po’ allentato dall’età e spremuto da una vita difficile - era sempre imponente: procace e massiccio.

     

Baltea era insomma una statua vivente.

Non era facile per lei farsene una ragione, accettare la fine, dopo che aveva finalmente assaporato la ricchezza.
Plampkha era rimasta a vegliarla, il loro era stato un duello leale, non c’erano motivi di rancore, anzi era nata una società, sia pure destinata a non durare.
Quando i popolani di Cith non la videro in servizio, arcigna e repressiva nel controllo delle botteghe e dei mendicanti, scattò subito il passaparola per avere sue notizie.
Ben presto si seppe che anche lei era stata ricoverata agonizzante presso Galeor.
Durante un controllo notturno, un criminale l’aveva sorpresa e trafitta a morte con un grosso arpione, sventrandola brutalmente e di fatto uccidendola.
L’incidente era occorso a poche ore di distanza dall’attentato a Minkoha e dalla morte in carcere del suo infido compagno.
Lei stessa l’aveva interrogato.
Qualcuno sospettava un collegamento, che infatti c’era.
Di nuovo si creò un capannello di curiosi sotto la casa dell’alchimista.
I cinque numeri li conoscevano.

Non c'erano dubbi sul quarto, ma il terzo dava molta ansia.
Perdere Baltea sarebbe stato un duro colpo.
Era corrotta, avida, inflessibile, eppure - anche non volendo - portava con sé un raggio di quel sole biondo di cui parlavano le cronache.
Sembrava venire da un altro tempo.

Dove camminava cresceva l'erba, la fronte illuminava il giorno, i grossi seni riportavano un'ancestrale allegria.
E così il rancore rimaneva sopito, in qualche modo le si perdonava tutto; meglio farsi taglieggiare da lei piuttosto che da altri, il pensiero implicito e sottinteso.
Ora assediavano la casa di Galeor per avere sue notizie.
«Plampkha… non credevo… di avere così paura…

Mi passi l'acqua...».
Baltea stava per scomparire dalla scena, tra molti rimpianti.

Plampkha, che l'assisteva con pazienza, cercava di distrarla.

Le passò una mano dentro la camicetta allentata, affondandola sul pesante seno.

La Sceriffa rispose con un sussulto: riusciva ancora a gestire la situazione, malgrado l'impietoso sbudellamento perpetrato ai suoi danni.

Non tutti lo preferiscono in certe situazioni, ma Baltea avrebbe fatto qualunque cosa per guadagnare tempo.

Plampkha, d'altronde, non avrebbe voluto ucciderla; ma quando combatteva, la Regina di Bastoni non faceva sconti a nessuno, neanche se si trattava di una bella vacca.

«Alcune popolane vorrebbero assolutamente parlarti, Baltea».

«Che vogliono...».

«Temono per la tua sorte, sanno che la situazione è difficile».

«Non mi fido di loro... non farle entrare... sono stata severa... in questi anni...».

«Temi una vendetta?».

«Non voglio sorprese...

Plampkha... cosa ne pensi... della negromanzia...».

«Capisco cosa intendi; in molti ci provano oggi, si accontentano di una vita dimessa, piuttosto che scomparire del tutto».

«Non ne ho per molto... lo so...!», stizzita, aveva preso coscienza della sua sorte. «Mi devo organizzare...

Ho combinato un bel guaio... devo rimediare... in qualche modo...».

Plampkha si consultò con Galeor, che convocò un esperto negromante, per esaudire l'ultimo desiderio della Sceriffa.

Le spiegò che l'avrebbe strangolata dolcemente con una sciarpa di seta e che lei non doveva opporre resistenza.

Baltea assentì distrattamente, non era più lucida, le emorragie l'avevano sfiancata.

Plampkha sospese l'operazione.

Se Baltea non si fosse espressa convintamente, non l'avrebbe permesso.

Si sarebbe sicuramente aggrappata alla sciarpa, sentendola tirare.

Il tempo, d'altra parte, stringeva.

Tanto valeva aspettare e richiamarla dal Lete dopo la morte.

Si perdeva qualcosa, ma riusciva lo stesso.

Il negromante si stufò di aspettare e se ne andò.

La folla in strada era inferocita, perché non riceveva abbastanza notizie.

Vedendolo uscire si arrabbiò ancora di più: che ci faceva lì?

Prima era entrato di nascosto, ora l'avevano riconosciuto.

Fu circondato e minacciato.

Spiegò loro che non aveva fatto niente, che ci aveva ripensato, che preferiva aspettare.

Anche se in verità era troppo stordita per prendere decisioni.

I popolani volevano vederla a tutti i costi, sapevano che stava per spirare.

Plampkha le prese una mano tra le sue, la situazione poteva ormai precipitare da un momento all'altro e non voleva abbandonarla a sé stessa.

Fece entrare un po' di popolani, purché stessero zitti e non l'avvicinassero troppo.

«Il coltello è entrato molto in profondità e ha bevuto il suo sangue», si giustificò Galeor, che non poteva fare di più.

«E Minkoha...?», gli chiesero.

«Ce la farà. È stata fortunata.

Fortuna invicta semper est».

Gli occhi della Sceriffa vagavano spaventati sul soffitto della camera.

La bocca semiaperta, in un'espressione stanca e sconcertata.

Un rivolo di sangue le colava da labbro.

C'era una palpabile apprensione tra i presenti. La situazione non era migliore di quella che avevano immaginato.

Baltea piaceva sempre da morire.

Ma ormai era giunta alla stretta finale.

La sua avidità l'aveva tradita.

Avrebbe potuto dividere il malloppo, ma non si era accontentata; aveva riso in faccia a Plampkha; e adesso ne pagava le conseguenze.

La tragedia di Baltea era già scritta.

E sarebbe rimasta nella memoria di Cith.

Allungò la testa all'indietro e allargò sfinita il braccio sinistro, che cadde a penzoloni fuori dal letto.

Baltea boccheggiava, disperata.

I popolani si incollarono al letto.

Sembrava assorta in qualche remoto pensiero.

Aveva cercato di afferrare la salvezza, ma le era sfuggita; nonostante le fosse sembrata vicina, a portata di mano.

Strinse forte la mano di Plampkha, era l'ultima cosa che potesse fare.

«Così! Tira i freni!», le urlò l'amazzone, per farsi sentire bene.

I popolani di Cith lanciarono grida a quelli rimasti fuori.

Era il momento!

Si contorse sul letto come una biscia.

«Nooo...», provò a dire.

Ma rimase con la bocca spalancata e gli occhi fissi sul nulla, indagata dalla ferrea amazzone, stroncata - malgrado un'ostinata resistenza di diverse ore - dalla possente pugnalata di Plampkha.

L'amazzone provò a tirare la mano, ma ormai era flaccida, come le sue tette. Anche i freni erano andati.

Provò anche a prenderle il seno, come fatto in precedenza, ma non giunsero risposte spiritose.

La notizia corse in un attimo per tutta la città: la bella Baltea, Sceriffa di Cith, aveva trovato la morte, dopo la pugnalata fatale della notte precedente.

Aveva provato fino all'ultimo ad agguantare la salvezza, rifiutando anche la negromanzia preventiva, ma alla fine era uscita di scena.

Minkoha, già in piedi, con l'aiuto di Galeor si chinò sul corpo e le soffiò in gola, cercando di rianimarla; l'aveva vendicata, dopotutto.

Per Baltea ci sarebbe voluto l'alito della Fortuna.

Nell'incubo della morte sognava ancora di apparecchiarsi la salvezza: ah... sì... va bene... arriva aria...

Ancora spasmi e sussulti dal corpo di Baltea, con la mano che cercava quella di Minkoha.

I freni tirati.

E gli sciacalli a guardare da lontano.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZOTHIQUE:

L'IMPERO DI RISHA

di Salvatore Conte (2016-2018)

Da lungo tempo era insorta un'incomprensibile ostilità tra due meschini villaggi di Yoros.
Erano situati alle pendici dei Monti Ymorth, nella regione a nord-est della capitale Faraad.
Sul fuoco di questa villica rivalità, aveva soffiato una donna di ambiguo valore, corpulenta e ambiziosa, di nome Risha.
Oscura lavandaia, giovane ma già grassa, sempre sbottonata e allentata, si era fatta strada in fretta, forte delle sue malie.

Arrotondando in vario modo, aveva acquisito il possesso di una bella casa nel bosco che divideva i due villaggi in lotta - Lask e Melk - da cui dirigeva un manipolo di giovani lavativi, sognando di diventare sempre più importante.
Bella, imponente e abile, armata di tempra virile, aveva acquisito i favori di Lask; quasi per riflesso, era odiata a Melk.
Infatti, in quei luoghi desolati -  scarsamente visitati e lontani dalle rotte commerciali - una donna come lei, bella, languida e in carne, con appena trenta soli sugli occhi, era considerata o una sorta di regina o una sorta di lamia.
La sua ambizione era quella di usurpare la corona di Yoros.

E per far questo istigava gli abitanti di Lask contro quelli di Melk, affinché poi - una volta impostasi su entrambi - potesse proclamarsi regina.
L'aria cupa di quei territori e la tensione fra i due borghi erano state inasprite da un'ulteriore sciagura: un feroce orso aveva preso ad assalire i viandanti solitari, lungo l'unica, tortuosa pista che collegava tra loro Lask e Melk.
Il tipo di ferite e le tracce lasciate sul terreno erano infatti senza dubbio riconducibili a un orso, non raro su quelle montagne, ma evidentemente molto aggressivo.
L’anomalia era rappresentata dal fatto che l’orso non ci cibava delle vittime.
Pareva agire sulla base di un puro istinto predatorio e assassino.
Si notò anche che le vittime erano quasi esclusivamente abitanti di Melk o stranieri ivi diretti.
Fu per questo che alcuni bifolchi di quel villaggio proposero di organizzare battute di caccia per stanare la belva.

Tuttavia la paura, fino a quel momento, scoraggiò ogni iniziativa.

        

        

        

Era dunque Risha a uccidere, spinta da una bestiale follia e dall'odio verso i villici di Melk.

Ora, però, si trovava alla loro mercé, sfinita da calci, bastonate e soprattutto brutali colpi di mannaia (!), forcone (!), falcetto (!) e punte varie (!), che l'avevano tumefatta, squartata, sventrata, sbudellata e infilzata; oltre a ciò - ancora aggrappata alla vita - per finirla e umiliarla - senza pietà né ripensamenti per quella che comunque era una giovane donna colpita a morte - l'avevano legata per i piedi a un cavallo, trainandola come una carogna lungo la squallida pista.

L'avrebbero portata fino a Lask, dove sarebbe giunta cadavere.

Risha conosceva già la fine della sua tragedia; però non voleva arrendersi, voleva lottare; voleva trascinarne qualcuno con sé, da Thasaidon.

Un paletto appuntito le aveva sfiorato il cuore, ma non l'aveva trafitto. L'affondo di un falcetto le aveva sfiorato la gola, senza però raggiungerla. Sarebbe bastato poco per ucciderla sul colpo, la fortuna non l'aveva abbandonata del tutto. La sua poderosa stazza la proteggeva, conservandole una parvenza di vita; era una fortezza che al momento neppure la morte riusciva a espugnare.

La donna teneva alta la testa e confidava nella complicità dell'oscurità e delle brusche curve che obbligavano il cavallo a rallentare.

Lungo una di queste, presso il ciglio, riuscì ad afferrare un grosso ramo frondoso, caduto da poco.

Con tasaidica furbizia, se lo passò sotto la schiena, per proteggere il corpo dall'attrito sul terreno, cercando di salvare il salvabile. Aveva capito che la stavano portando a Lask. Se riusciva ad arrivarci viva, sarebbe spirata fra le braccia dei suoi uomini.

L'orgoglio di vivere ancora le metteva la febbre addosso.

Fu così, infatti, che giunse al villaggio dove era molto popolare.

Il villico in groppa al cavallo non ci badò nemmeno, la puttana di Risha non aveva alcuna possibilità. L'umiliazione era completa.

Tagliò di netto la corda e se ne ritornò indietro.

Lo strepito del cavallo destò dal sonno gli abitanti di Lask.

Subito accorsero intorno al corpo martoriato di Risha, con grida di allarme e disperazione.

Si accorsero con stupore che respirava ancora e cercava di parlare.

«Ven...di...ca...te...mi...».

I villici di Lask non sapevano che lei stessa era stata l'orso furioso che uccideva i viandanti nel bosco.

Perciò pensarono subito a un atto premeditato di Melk.

D'altra parte, Melk stesso aveva dato per scontato che lei agisse per conto di Lask.

Alla fine, Risha aveva raggiunto il suo scopo.

La rabbia dilagò come un'alluvione di follia.

I più accesi, vistola perduta, la caricarono su un carro, mettendola seduta a cassetta.

Avrebbe guidato lei stessa, anche cadavere, l'assalto a Melk.

Non ci fu nemmeno il tempo di ricomporle le budella.

L'unica accortezza fu di vestirla come piaceva a lei e a tutto il villaggio di Lask: con una camicetta bianca, attillata, lasciata ampiamente sbottonata, così che il gigantesco seno la gonfiasse potente, rimanendo sempre bene in vista.

Era un segno di potenza che Melk non aveva accettato, ma che ora li avrebbe distrutti.

Infine fu legata saldamente contro lo schienale del carro, con una corda che le passava obliqua sul petto.

Era pronta a combattere la sua ultima battaglia.

La sua vista esaltò gli animi.

Era sempre bella e il pallore dell'agonia la rendeva ancora più intensa e struggente.

Come prevedibile, vedendo la loro regina ormai cadavere, i popolani si scatenarono, infuriando al seguito del carro lanciato sulla pista per Melk.
Lo scontro fu cruento. L’odio covato da molti soli trovò sanguinosa esplosione.
Gli abitanti di Melk erano increduli di ritrovare Risha ancora aggrappata alla vita.
Benché ridotta a una montagna di carne sanguinolenta, si era riscossa e comandava esplicitamente i suoi con sibilanti ordini amplificati dai suoi araldi.

La sua guardia personale impediva a chiunque di avvicinarsi, prevenendo altri colpi e soprattutto quello di grazia, al cuore o alla gola.
Ottenuta la vittoria, il villaggio di Melk fu bruciato, i pochi superstiti costretti alla fuga.
Rientrata trionfante a Lask, Risha fu portata a morire in una casa del popolo.

Tuttavia, anche sul letto di morte, benché stravolta dallo sforzo, continuò a dare ordini.
«Ora che abbiamo vinto... è nato un nuovo regno...
Mandate a chiamare uno stregone... ora avete una regina...

E formate subito un esercito...».
Parole senza dubbio deliranti. Per lei ci voleva un negromante, lo sapevano tutti.
Era tenuta in vita dal suo fisico poderoso e dalla gioventù e forse da Thasaidon stesso, commosso dalla sua sorte, ma non aveva alcuna speranza di rimanerci ancora per molto.
Il linciaggio subito, le micidiali ferite riportate, avrebbero stroncato da un pezzo qualunque persona normale.
Mentre circolava la più aperta rassegnazione, e tutti erano in attesa del momento culminante, lei continuava a parlare.

«Uomini di Lask... non voglio crepare... la vostra regina non muore... per me non è ancora finita… io penso di farcela…», Risha cercava di infondere coraggio a quelli che ormai - dopo lo storico trionfo - considerava di diritto suoi sudditi.
Il petto grassoccio le era diventato sempre più pesante, alzandosi ormai con grande stento.
Ma nei suoi occhi c’era una ferrea determinazione che sfidava la morte.
La notizia, intanto, giunse rapida all’orecchio del Re di Yoros: l’ambiziosa, folle Risha, la grassa lavandaia di Lask, era stata trucidata dagli abitanti di Melk.
Ovviamente non la temeva, sapeva che quella sarebbe stata la sua fine, e perciò non era mai intervenuto.
Ma quando gli giunse voce che la donna, sia pure in punto di morte, si era proclamata Regina, cominciò a incuriosirsi.
Se fosse sopravvissuta, le avrebbe mandato contro il suo esercito e l’avrebbe spazzata via.
Risha, da parte sua, nonostante la morte impressa in faccia, stava già ordinando ai suoi uomini di conquistare i villaggi vicini e di prepararsi a sconfiggere il Re.
Non mancava chi ci credeva.
Tuttavia l'illusione non durò molto.

Quando Risha, avvicinandosi alla fine, andò definitivamente in crisi, cadendo con il capo all’indietro, gli occhi vuoti e fissi al cielo, dilagò il panico.

Era pallida come un cadavere, gli occhi marmorizzati, le labbra viola.
Pur inevitabile, il momento fatale coglieva tutti impreparati.

Si diffuse la voce incontrollata che Risha fosse spirata.

Ma non era del tutto vero. Non ancora, almeno.
Dietro gli occhi vitrei, riusciva ancora a respirare.

Era tenuta in vita dalla sua ferrea volontà e dagli occulti rimedi dello stregone, giunto dalle montagne circostanti.
Una disperata speranza tornò ad aleggiare sul villaggio di Lask.
Qualcuno ci credeva.
Era troppo forte per crepare.

Provò ancora a parlare, a dare nuovi ordini.

«Non sono finita...», si ostinava a dire. «E se anche crepo... mi mangio il verme...».
Risha... la donna-scrofa capace di divorare i vermi della sua stessa tomba...

Mentre lei moriva, nasceva il suo mito.

La spaventosa agonia di Risha teneva tutti col fiato sospeso: sia i suoi seguaci che i suoi nemici.

I primi sapevano di non valere nulla senza di lei, i secondi di non poterla sottovalutare.

Risha cercava in tutte le maniere di differire la morte.

Se avesse trovato il modo di farla franca, giovane e bella com'era, avrebbe potuto regnare per almeno cinquanta soli.

Ma le terribili ferite erano mortali, lei lo sapeva: avrebbe fatto meglio a prepararsi, piuttosto che cullare stupide illusioni.

Con i loro forconi, i villici infuriati l'avevano sbudellata, senza lasciarle scampo.

Non c'erano chirurghi, se non a Faraad, e lo stregone delle montagne non poteva fare molto di più.

La sua vendetta, però, intanto, l'aveva ottenuta.

E il Re di Yoros non dormiva sonni tranquilli, chiedendo di continuo rassicurazioni sulla morte della donna-scrofa di Lask.

I suoi l'alimentavano con cibi semplici, liquidi, assimilabili direttamente dallo stomaco, visto che le budella non c'erano praticamente più, o meglio non erano al loro posto.

«Il verme... è buono... l'ho quasi finito... poi... mi mangerò... il Re di Yoros...».

E c'era anche chi ci credeva.

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Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZOTHIQUE:

LA REGINA PUTTANA DI SHA-KARAG

di Salvatore Conte (2017-2018)

A forza di fare la puttana era divenuta regina.
Si era lavorata con cura i notabili di Sha-Karag, li aveva convinti a dichiarare l’indipendenza dalla capitale di Ustaim, Aramoam, e poi si era accordata con il capo della milizia popolare.
Corrotto un famoso indovino, si era fatta riconoscere quale nobile discendente di un’antica dinastia di regnanti.

La città era divenuta indipendente, la città era la capitale di un nuovo Regno, Lelash - la puttana maledetta - era la Regina di Sha-Karag.
Qualche notabile si era adattato al cambiamento, altri erano stati liquidati col ferro.
Ma la risposta di Aramoam - benché impacciata, rallentata dalla corruzione - non era mancata.
L’assedio durava ormai da tempo.
Sha-Karag era sul punto di crollare.
Lelash aveva preparato la fuga.
Quando il capo della milizia cadde, capì che non poteva più aspettare.
Utilizzando un vecchio passaggio segreto, della cui esistenza aveva appreso dal famoso indovino, intendeva portarsi fuori città, per poi fuggire verso Miraab, dove avrebbe chiesto asilo alla Regina Xantlicha.

Vista l'ampiezza del passaggio, una vecchia cloaca in disuso, Lelash non aveva rinunciato alla sua lettiga.

   

Era scortata da un manipolo di guardie, tutte sessualmente devote.

Un mulo trasportava un pesante carico d’oro e gemme preziose.

All’uscita del condotto, però, si rese conto che il passaggio non era poi tanto segreto.
Chi si fa corrompere non è mai una garanzia.
«Uccideteli!», ordinò Lelash, richiudendo la tendina della lettiga.

Gli assalitori non erano molti. La Regina si illuse di poter avere partita vinta, di salvare sia la pelle che l'oro.

Ma quando la tendina si aprì senza il suo permesso, capì che non tutto filava per il verso giusto.

«No! Che fai...?».

Un mercenario nemico la minacciava senza ritegno con una daga d'argento.
SZOCK

Provò a bloccargli il braccio, ma quello le assestò un colpo fatale, spingendo a fondo la lama nel ventre molle.

Lelash trattenne il fiato, attonita.
Era stata uccisa nella sua lettiga.

«Idiota… così m'ammazzi...».

Le era rimasto un linguaggio da puttana.

SWISH

Dopo l’estrazione, Lelash crollò sulla schiena.

«Ho fottuto la puttana!», urlò il mercenario, esibendo la daga grondante sangue.

Le poche guardie superstiti, ormai demoralizzate, furono rapidamente sopraffatte e massacrate.

Uno degli schiavi al seguito espose il petto al mercenario che aveva giustiziato Lelash: voleva morire con la stessa daga.

SZOCK

Quello capì subito e lo accontentò.

«Padrona...».

Era un antico gesto di devozione.

Lo schiavo, agonizzante, crollò addosso alla lettiga.

«Idiota...», mormorò la Regina morente; per lei era inconcepibile buttarsi via così.

Era rimasta una puttana.

I mercenari di Aramoam si volatilizzarono con il mulo; in fondo il loro lavoro l’avevano fatto.

Gli schiavi non sapevano cosa fare.

Si guardarono.

Nel dubbio, fecero quello che facevano di solito: trasportare la lettiga della Regina.

Come se niente fosse, tornarono in città dalla porta principale.

Sha-Karag era caduta insieme a Lelash.
Non si fermarono fino alla piazza centrale.
La curiosità impazzava: chi c'era dentro?

Una folla disordinata si ammassò intorno alla lettiga.

Il comandante di Aramoam raggiunse il posto.

Aprì le tendine e trovò la Regina accasciata a pancia sotto, sventrata e annegata nel proprio sangue.

Lasciò aperto e andò a organizzare gli uomini.

La notizia dilagò in un attimo.

La massa premeva sulla lettiga per vedere la Regina da vicino.

Aveva ancora degli spasmi.

Ma nessuno aveva il coraggio di toccarla.
«Chiamate un curatore!».
«Uccidetela! Fatela finita!».
Gli animi erano divisi.
Il generale che aveva riconquistato la città lasciava fare: accontentare la massa gli avrebbe giovato.
A un tratto, la gran puttana - con sforzo disperato - tentò di parlare.

«Zitti! Zitti!».
Un brusio carico di tensione serpeggiò tra la folla.

«Bastardi...», tremava. «Sono morta... per darvi potere...», ansimava gutturale, in fin di vita.

Non le uscì altro.

Gli occhi spenti si stavano fissando sul nulla.

Quella visione funesta sembrò agghiacciare la folla.

Si fecero strada due popolane, animate da sentimenti opposti.

«È fottuta, è fottuta!», gridò una di quelle, mentre l'altra si chinava sul corpo, intenta a portare conforto alla morente, tamponandole il sudore reddo dell'agonia.
«Un curatore, un curatore!», un urlo ruppe il ghiaccio e divenne presto un coro.

Era pur sempre la Regina ed era finita scannata. Un colpo profondo, per ucciderla senza lasciarle scampo.

Era la puttana che li aveva spremuti fino all'ultima moneta, ma la crudeltà dell'esecuzione aveva passato il limite: Lelash era un bella donna, una vera Regina sotto questo aspetto, e intravederla con le budella di fuori aveva impressionato la folla.
«Sono un curatore», un tale rispose all’appello.
Nessuno si oppose, lui si avvicinò e per cominciare la voltò supina.
Un brusio costernato dilagò tra la folla.
La ferita apparve in tutto il suo devastante orrore.

Sconcerto e rimpianto si facevano sempre più palpabili.
Un estenuato mugolio riportò tutti alla realtà.
«Zitti! La Regina vuole parlare!», intimò a gran voce la popolana compassionevole, rimasta a fianco del curatore.
«Sono fottuta… un idiota… m’ha fottuto… ma ho amato… il popolo… di Sha-Kalag… l’ho sentito mio… e lo amo ancora…».
La popolana replicava ad alta voce le flebili parole della gran puttana.
«E voglio che voi… difendete la città… fino alla morte…».
C’era chi non vide muoversi le labbra, c’era chi non capiva lo stile spiccio della Regina; d’altronde era una puttana e l’altra una popolana.
Ma una febbre perniciosa infiammò subitamente gli animi.
Anche nel più vile degli uomini è instillato dagli dei l’orgoglio.
E quando esplode, i suoi effetti sono devastanti, come nel vulcano da lungo tempo dormiente.
La rabbia del volgo eruttò incontenibile, travolgendo tutto al suo passaggio.
I mercenari di Aramoam fuggirono senza opporre resistenza.
Il loro generale, invece, rimase in città.
Il posto di capo della milizia era vacante.
Fu portato al capezzale della gran puttana, ove si incise il braccio, facendole sgocciolare il sangue sulla bocca aperta e ansimante.
Giurò quindi fedeltà alla Città e alla Regina.
Il sole fiammeggiava purpureo sopra Sha-Kalag.
Ma non era ancora il tramonto.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LE SGUALDRINE DI EDDIE

di Salvatore Conte (2010-2018)

Lo sto fissando dritto negli occhi...
È Eddie Fits, un farabutto che non tralascia neppure la tratta di giovani esseri umani.
Questa sera sono venuto a trovarlo nel suo losco night abusivo, attaccato ai docks, per proporgli un buon affare: la sua vita in cambio di Chloe, una bambina di 12 anni che devo riportare ai genitori.
Mi guardo intorno e studio un piano. Sono nel suo ufficio, sul retro del locale, nei bassifondi del porto.

E so che in uno dei container in attesa sul molo è nascosta la ragazzina. Deve dirmi quale.
Alla mia sinistra - seduta su uno sgabello - c’è il braccio destro del boss: Romina Lopez, la Bruna.

Cubana, è la sua sgualdrina di punta; già sformata benché ancora giovane, ma con un gran petto e occhi infuocati, si tiene una glock con silenziatore tra le cosce, a mo' di fallo, e un cappello da poliziotto in testa; alcolizzata, eroinomane, psicopatica, se non la uccido io stasera, difficile comunque che arrivi a 30 anni.

Alla mia destra - appoggiata alla scrivania di Fits - c'è il braccio sinistro del boss: Romina Lopez, la Bionda.

Turca, greve, è un mega puttanone da paura; la camicetta bianca è talmente allentata da farle scoppiare fuori le bombe; ne approfitta per tenersi un bel fucile a pompa spalmato sulle tettone, con l'aria di avere una gran voglia di usarlo contro di me.

Gran puttane tutte e due.

Difficile scegliere chi ammazzare per prima.

Quasi di spalle, a guardia della porta, c’è uno scagnozzo con il revolver infilato nei pantaloni.
«Allora, hai deciso?», lo incalzo.
«Deciso cosa?», sembra divertirsi.
«La bambina per la tua vita».

Comincia a ridere.
«A Mr. Jameson è andato in pappa il cervello…», la Godrich fa il verso al boss.

«Mr. Jameson è proprio un cazzone…», la Lopez pure.
La risata di Eddie Fits non accenna a smorzarsi.
È il momento migliore per agire.
Si aspettano una mia replica e non li deluderò.
Sanno che ho un revolver nella tasca della giacca.
Ma non sanno che sono abbastanza pazzo da usarlo.
POW
Il primo colpo nelle palle del boss, con un gesto minimo, passando sotto la scrivania.
Chana spiana il fucile di fronte a me, pronta a colpire...
POW
Il secondo colpo è per lei, nello stomaco, dal basso verso l’alto, con il revolver ancora nella tasca.
Mentre barcolla, esterrefatta, in un attimo l’abbranco - non senza galanteria - portandomi alle sue spalle.
Senza sfilarle il fucile, la oriento verso la porta.

BAM

Lo scagnozzo viene sbalzato contro la parete dalla violenza del colpo.

È rimasta solo la bruna, ma devo cercare di non ammazzarla subito, perché è la numero due dell'organizzazione e di sicuro sa dove sia tenuta la bambina.

Ma la Lopez non sembra preoccuparsi troppo della bionda che mi fa da scudo, anzi... sembra intenzionata a regolare qualche vecchio conto.

«No!», la Godrich fa bene a preoccuparsi.

FLOP

Perché la bruna fa fuoco, bucando per la seconda volta la pancia di Chana: la morbida ciccia della bionda assorbe il colpo e mi lascia illeso.

POW

Romina, però, mi costringe a spararle.

Un colpo all'addome - la ristretta porzione visibile, non ricoperta dalle tettone, grasse e cedenti, che le spiovono sul ventre - può bastare: avrà tempo di parlare.

È tutto finito.

La sgualdrina bruna di Eddie fits spalanca la bocca e incrocia le braccia sulla pancia: il colpo è arrivato, e anche una bestia come lei l'ha sentito.

L'ufficio è isolato, i regolamenti di conti frequenti: nessuno verrà a ficcanasare.

Avrebbero dovuto prendermi sul serio.

Ora, prima di morire, qualcuno dovrà parlare.
Metto la bionda sul divano e comincio da Romina, che si è accasciata sulla scrivania, mandando il culo in fuori, nell'evidente tentativo di provocarmi.

«Sei impazzito... potevamo metterci d'accordo...».

«C'ho provato».

«Forse mi hai ucciso...».

«Forse farai in tempo ad arrivare in ospedale, se mi dici quello che voglio sapere».

«Non voglio... finire dentro... senza le coperture di Eddie...».

«Penserò anche a quelle, se mi dici...».

«Quello che vuoi sapere...».

«Ecco, brava».

«Avvicinati...

La bambina... si trova... nel container... numero...».
Sembra confessare, ma uno strano lampo negli occhi mi mette in allarme.
Romina fa scattare il braccio verso di me, con velocità insospettabile. La blocco appena in tempo.
Impugna un affilato tagliacarte. Era diretto verso la mia gola.
La drogata ha una forza mostruosa. Mi guarda con odio. Vuole vendicarsi.
Devo impegnarmi per vincere il braccio di ferro.
Ma a questo punto non le concedo scampo.
Sfruttando la sua stessa forza, accompagno il movimento contro di lei.
Il tagliacarte affonda nel fianco lardelloso della sgualdrina!

Sul manico è scolpita una maschera africana.

È tanta roba anche per una come lei.

Romina accusa il colpo e strabuzza gli occhi.
«No…», sospira sommessa.
Ho un attimo di compassione per lei, la rabbia è già svanita.

«Mi dispiace, te la sei voluta».

«No... non finirà così...».

La cubana tiene la bocca spalancata, in cerca d'aria, per assestarsi.

«Non te lo toccare, o sarà peggio: te lo toglieranno all'ospedale».

Annuisce con un breve cenno del capo, il volto tirato, un rivolo di sangue dal labbro.

È una bella ragazza, peccato sia una zozza drogata del genere.

È il momento di provare con Chana.

Ma stavolta senza perdere tempo.

Anche la numero tre deve conoscere il posto.

Aggrappandosi all'esperienza e al fisico possente, si sta gestendo le due pallottole in pancia.
La prendo in braccio - sia pure a fatica - esco sul retro e la carico in macchina.

«Avanti… portami dalla bambina, adesso.
È qui intorno, vero?».
«Eddie… mi ucciderà…», come se fosse ancora vivo.
«Non credo proprio, gli ho fatto saltare le palle.
Non ucciderà più nessuno.
Ma sarò io a farlo, se non ti decidi a parlare».
«Okay…».
«Ci sono guardiani?».
«No… non c’è nessuno… vai al molo 13...».

La biondona riga dritto, ho già in macchina la ragazzina.
«Ti chiamo un’ambulanza, Chana. Te la sei guadagnata».

SKREEK...
Con uno spaventoso strepito di pneumatici, irrompe sulla scena un ingombrante imprevisto.
Un’auto affianca la mia e inchioda i freni.

La tengo sotto mira con il mio revolver.
Dal finestrino aperto si intravede il silenziatore di una pistola puntato contro di me!

È Romina!

Stavolta l'ammazzo!

POW

FLOP

CRASH

L'anticipo di un niente, il suo colpo parte per la tangente e manda in frantumi il suo stesso parabrezza.

Una pallottola nel fianco le raffredda i bollenti spiriti.

Mentre mi avvicino, il petto va giù pesante.

Stavolta la drogata è fottuta sul serio.

Ha ancora il fermacarte in pancia, sacrificata a chissà quale dio.

Tiene gli occhi fissi sul parabrezza mancante, ma respira ancora.
Poiché ha dimostrato, se non altro, di essere una guerriera, le reclino un po’ il sedile, la faccio morire comoda.
«Hai perso... ma sei una combattente, Romina…».
«Baciami…».
Ci siamo, sembra proprio un vecchio copione.

«Niente coltelli?».

È troppo tesa per sorridere.

Sta aspettando il bacio.

È in fin di vita.

Niente da fare, le vecchie scene vanno cambiate.

«Bacia questa», le appoggio alle labbra la fiaschetta del whisky; un classico anche questo, ma sempre efficace; soprattutto con un'alcolizzata.

Le ambulanze diventano due, andrà a morire in ospedale.
Riporto la piccola ai suoi genitori e me ne ritorno a casa con un bacio pericoloso rimasto in gola.
Alla fine ha ottenuto la sua vendetta.

All'incrocio sterzo bruciando le gomme, dirigendomi in tutta fretta all'ospedale, sapendo di non avere molto tempo - se non già troppo tardi - per convincere una sgualdrina a fottere la morte.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA BODRILLA SBUDELLATA NEL BOSCO

di Salvatore Conte (2017)

Risha Berdicev è una grossa puttana dal nome e la possanza non certo comuni.
Mi sono rivolto a lei perché è una cameriera tutto-fare: sesso, droga e rock 'n' roll; in pratica, un disinvolto puttanone sbottonato.
Pesa quanto una balena, ma riesce a gestire la stazza.
È bella, insomma, nonostante tanto grasso. È una bodrilla, come si dice in questi casi.
Finirà sicuramente male, abbandonata in qualche discarica con molte coltellate addosso, ma per adesso è ancora operativa.
Gira per l’albergo tutta allentata, con i mastodontici seni che premono pesanti contro la camicetta d'ordinanza.
Buzzicona, stacca-bottoni, tette da reggere con le mani: apprezzo il linguaggio popolare, è sincero e immediato.
A parte il fatto che mi piace, me ne sono servito per agganciare l'obiettivo.
La bella puttana, però, anche a lavoro finito, "mi tira un fregaccio" e faccio fatica a separarmene. Ci sto facendo un pensierino. Potrei usarla anche in altre missioni. Una così, un centravanti di sfondamento, serve sempre.

Oppure potrei tenerla come puttana personale, e basta.
Comunque lei lo ha capito e mi viene dietro.
Sa che ho i soldi e ci prova con me, sapendo di potermi fregare senza troppe difficoltà.

Devo stare attento.
«Sei una bella puttana, ma domani parto. È lavoro».
«Andiamo… posso staccare un po’ e seguirti… ti piacerebbe?».
«Il mio lavoro è un po’ particolare, Risha».
«Andiamo… anche io sono particolare…».

«È vero, ma non posso fare eccezioni.

Però... fra qualche giorno... mi farò risentire».

«Sì, come no...».

«Non hai fiducia in te stessa?».

«Eccome se ne ho».

«E allora?».

«Allora non è detto che abbia fiducia in uno stronzo del tuo calibro...

Ma ricordati che una come me non la trovi più», si umetta il labbro e si passa piano-piano - da bagascia - una mano sul ventre molle...

Per tutta risposta l'abbranco e mi premo addosso l'enorme seno.

È tutta allentata, come sempre.

Ma quanti se ne fa ogni giorno?

«Quanti te ne sei fatti oggi?», faccio prima a chiederlo.

«Non dirmi che sei geloso...».

«Tu mi piaci, Risha...».

«Ma davvero? Non si direbbe, visto che parti».

«Ti ho detto che mi farò risentire e ti porterò via con me...».

«Non ci credo».

«Suvvia... rimarrai stupita, allora.

Io tornerò, bella».

«Lo vedremo, bello.

Ma se non lo farai, non mi metterò certo a piangere...».

«Adesso non fare la stronza».

«Okay... okay...».

E ci lasciamo bene, con un bacio estenuato che qualcosa vuol dire, che non finisce più.

«Ci tengo a te, bella puttana».

«Anch'io, stronzo».

E la prendo in piedi, senza lasciarle scampo.

A missione ormai conclusa, mi avvisano che avrei ritrovato il corpo di Risha nel bosco attiguo all'albergo.

Una vendetta. O una trappola. O entrambe le cose.

Mi aspettavo di ritrovarla cadavere.

Invece respira ancora... anche se è fottuta.

È seduta a terra, nella sua camicetta d'ordinanza, imbavagliata e legata contro il tronco di un albero.

L’hanno aperta dall'ombelico allo stomaco.
Il coltellaccio da cucina è ancora dentro.

Sicuramente è dell'albergo, hanno inscenato un delitto pseudo-passionale.

Glielo lascio dentro, meglio non toccarlo, guadagnerà qualche minuto.

Ha gli intestini quasi di fuori, ma non è ancora crepata.
Inutile chiamare l’ambulanza.

Risha non va più da nessuna parte.
Il momento in cui farà una brutta fine è già arrivato.

Vediamo almeno se ha qualcosa da dire.
La sciolgo e la mantengo con la schiena contro il tronco.
«John... sei qui... non volevo… finisse così…».
«Nemmeno io, Risha.
Siamo stati bene insieme.
Non guardare…».
Mi tolgo la giacca e le copro la pancia sventrata.
«Bevi qualcosa...».
Le accosto la fiaschetta del whisky alle labbra, ma è talmente disperata da non capire più nulla, è assente, guarda lontano.
«Risha…».
«John… sono solo... una puttana…», con le labbra viola, bianca come uno spettro, «ma non volevo... finire così…», ha ribadito il concetto, non ha altro dire mentre crepa, gli enormi seni affossati sulle ginocchia e praticamente immobili.
«Risha… non mi hai mai parlato della tua famiglia… c’è qualcuno che devo avvisare?».
«No… vivo sola… muoio sola…».
«Ci sono io…».
«Ma è finita... John…», la morte negli occhi e tanta disperazione da affogarla.
Il titolo è già pronto: "Avvenente cameriera d’albergo, sbudellata da ignoto assassino, spira tra le braccia del suo amante".
Comincia a tremare.
Provo di nuovo a farla bere: la scalderà un po’, forse.
«Risha… parli... ma non sai cosa dire...».
«Anche tu… io… non voglio crepare… aiutami…», e mi frana addosso, cercando un ultimo appiglio.
Ne ha combinate tante in vita sua; ma adesso si caga sotto.

Si credeva invincibile, con il suo fisico massiccio e possente, ma non sapeva che l’avrebbero sbudellata dall'ombelico allo stomaco.
Un’altra sarebbe già morta, ma anche lei morirà.

E più lotta, più muore disperata.
«Devi calmarti, Risha. Non posso fare niente.
Però ti dico che mi piacevi. Tanto. Davvero».
«Anche tu… e non solo per i soldi…
Ci saremmo… messi… insieme… che dici…».
«Penso di sì.
Al diavolo il mio fottuto lavoro, una come te non me la facevo scappare».

«E adesso... ti piaccio ancora...».

È stata assassinata con la camicetta d'ordinanza, allentata come sempre, stragonfiata dai mastodontici seni.

«Sei sempre la più bella, ancora più bella».

«Te lo ricordi... quel bacio...

Ridammelo...».

BANG
BANG

Le labbra fredde, il cuore caldo.

Con una bella iniezione le cose andranno meglio.

La prendo in braccio, con sforzo enorme.

È stato molto più semplice liquidare i due sicari.

Adesso il suo principe azzurro può portarla all'ospedale.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

BAGNO CALDO, DOCCIA FREDDA

di Salvatore Conte (2012-2017)

Non vedeva l’ora di fare un bagno caldo.
Ha tanta fretta che si butta dentro la vasca con tutta la camicetta bianca ancora addosso.
Però un bagno così caldo non può davvero immaginarselo.

     

Kelly Maddox, l’incommensurabile biondona baciata dalla sorte, è sorpresa nella vasca da bagno da uno spietato killer.
È una doccia fredda.
E parte il primo colpo…!
Nella grossa tetta!

     

Ma non basta: il killer punta ancora.
Parte anche un secondo colpo…!
Nell’altra tetta!
E bruciano… bruciano tanto…

     

Non c'è ancora tregua per Kelly: il killer non è soddisfatto.
Arriva altro piombo... e brucia da impazzire!

      

La Maddox si agita come un'anguilla, ma ormai la vasca si è tinta di rosso...

Lo vede anche lei.

      

Le pallottole fanno tutte male, ma quella in pancia, nell'utero, è insopportabile...

      

Kelly comincia a rilassarsi.
Ha i polmoni bucati, il tragico bagno sta per compiersi...

      

Le forze scemano.
Le mani allacciate sul ventre sono l'ultima resistenza di una bella fica morente...

      

Ma anche queste se ne vanno, purtroppo per Kelly.
Prima la sinistra... che si sgancia dall’altra e sprofonda in acqua…

      

Poi la destra… che va alla deriva come la stessa Maddox...

      

Ma le sorprese non sono finite: con un colpo di coda, Kelly si scuote e riporta le mani sull'estrema linea di difesa…!
Ci sta provando!

     

Il killer, che era rimasto a osservarla, a questo punto si infuria. Il piombo non gli manca.
Si avvicina di nuovo e le vomita addosso altre due pallottole in rapida successione...!
Nello stomaco!
La biondona dai seni pesanti e la camicetta sempre sbottonata, anche nella vasca da bagno, vomita qualsiasi cosa, gli occhi si incrociano impazziti.
Sei preoccupata da morire, vero Kelly?
La Porta di Dite è sempre aperta, ma adesso - per te - può dirsi più che spalancata!

      

La Maddox sta per affogare nel suo stesso sangue, ma il killer non ha ancora udito l'ultimo rantolo e la testa della biondona rimane sopra la linea dell'acqua...

      

Benché per lei sia chiaramente finita, il killer non è soddisfatto...
Si avvicina ancora e spara!
Spara sulla povera Kelly!
Nel fianco!
Per liquidarla!
Per toglierle gli ultimi affannosi respiri!
E con questo fanno sei!
Il bel corpo della Maddox, ormai completamente alla deriva, reagisce con violenti spasmi, increspando le acque.
Come se non bastasse, per evitare sorprese, il killer lo rovescia a faccia sotto...!

      

La povera Kelly Maddox è morta ammazzata nel suo stesso sangue.
Il killer adesso è soddisfatto.
Aspetta per scaramanzia una trentina di secondi, e si avvia alla porta...
Però non fa in tempo a raggiungerla, perché un inopinato sciabordio lo richiama all’interno del bagno!

      

Scossa da un estremo spasmo, la biondona è riemersa dall'acqua!

      

La ritrova con la nuca appoggiata al bordo, gli occhi vaghi, le braccia abbandonate, e tanta merda di sangue che le è uscita dalla bocca.

Ancora non capisce se è stata la pressione dell’acqua a rovesciarla faccia in su.

Ma sembra cosciente.

Il killer non sa più cosa fare per sopprimerla, non ha più il coraggio di infierire.

È superstizioso, l’inferno non la vuole.

E lui non ama contraddire il demonio.

D'altra parte, la biondona non ha scampo.

La troveranno dissanguata nella sua vasca, imbottita di piombo.

Alla bella Maddox vuole concedere un ultimo atto di galanteria.

Le ricompone alla meglio la camicetta, le allaccia le mani sul ventre, e le soffia aria in gola.

È un codice della malavita, riservato alle belle donne.

Hai sofferto abbastanza, Kelly. Può bastare. La doccia fredda è finita.

Ti basta, Kelly?

Per provarci ancora?

Dal colore della tua faccia si direbbe che è troppo tardi, ma a una come te - che tiene per le palle il diavolo - conviene provarci.

Lui sa che non te lo farai ripetere.

Adesso può andare.

Forse partirà anche una telefonata.

Per vedere se il committente vuole ripensarci, spiegata la situazione.

«Le ho messo dentro sei pallottole!

Tre o quattro sono mortali!

E la testa sott'acqua...

Ma tira ancora avanti, è qui, in fin di vita.

Il nostro codice prevede che...».

E poi un'altra per capire se si fa in tempo a mandare qualcuno.

Ma se la lascia sola, sa che verrà ritrovata cadavere.

È costretto a rimanere.

Quando vede che le mani si allentano, va su di lei a rimetterle insieme, fino a quando non reagisce.

Lo sforzo della Maddox è sovrumano, ma fa di tutto per tenersi una parvenza di vita addosso, lusingata dal bonus concessole dal killer.

Non chiede niente. Sa già tutto.

Perché è stata uccisa e perché ora si cerca ora di farla sognare un po'.

Sa anche, però, che possibilità vere non ce ne sono.

Il killer ha avuto la mano pesante, nonostante la sua galanteria. E neanche una come lei può farcela.

Ma almeno crepa sperando in qualcosa.

La doccia è meno fredda.

E se il diavolo, perché no, ci mettesse lo zampino...

Di certo Kelly Maddox non rinuncia al bonus.

Spalanca la bocca e cerca aria.

Morirà solo così.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PRIMO SECOLO:

MORTE SUL CONGO

di Salvatore Conte (2017-2018)

Nessuno è mai veramente vissuto nel Primo Secolo.

Non i romani, non i cristiani.

Roma non si è fatta in un giorno, all'inizio non era così importante, ci sono voluti secoli affinché avesse un primo secolo, col senno di poi.

Cristo è divenuto importante nel quarto secolo dalla sua invenzione e ha avuto un primo secolo solo nel sesto.

Oggi, invece, dopo quello che è successo, siamo davvero nel Primo Secolo.

Nel Ventunesimo Secolo dall'invenzione di Cristo e nel Ventottesimo dalla nascita mitica di Roma, il conflitto mediorientale è degenerato in una rappresaglia nucleare tra le grandi potenze mondiali.
Pur se durata meno di un’ora, e subito seguita da una tregua, negoziata dai rispettivi leader nascosti nei rispettivi bunker atomici, lo scambio di missili nucleari ha avuto ripercussioni che sono andate ben al di là degli effetti materiali.
I maggiori sistemi politici ed economici e le principali organizzazioni si sono dissolti.
L’oggetto stesso del contendere, quello che ha scatenato le rappresaglie - ossia ottenere il controllo su un mondo sostanzialmente stabile - è venuto radicalmente meno.
In nessuna epoca umana, infatti, si è mai realizzato uno stravolgimento così repentino.
Le religioni monoteiste, considerate la causa principale della crisi globale, sono entrate in forte declino.
La stessa datazione universale, riferita a Cristo, è stata ufficialmente abbandonata dall’ONU, con voto pressoché unanime.
Al suo posto è stata introdotta una datazione riferita alla rappresaglia nucleare.
Benché la popolazione mondiale non abbia subito una significativa riduzione, gli orientamenti culturali apocalittici hanno preso il sopravvento, portando alla condanna di tutte le elaborazioni moderne.
I principali leader monoteisti, e i loro sacerdoti, sono stati giustiziati quali diffusori di discordia.
I regimi politici superstiti, sempre più precari, sono costretti a seguire i nuovi orientamenti, scaricando i vecchi referenti religiosi.
In ciascuna regione della Terra rifioriscono i culti tradizionali, portando a nuove aggregazioni politiche.
La negromanzia, stimolata dalla diffusa percezione della morte, consegue uno status impensabile anche in altre epoche, divenendo la branca più importante della medicina.
La tutela giuridica dell’essere umano vivente viene ridotta al minimo, quella di cadaveri, animali e piante portata al massimo, invertendo la concezione moderna.
È considerata legittima difesa l’azione di chi uccide gestori e addetti di un’azienda chimica per proteggere l’ambiente naturale.
Per chi uccide gli animali sacri, ad esempio lupi, puma, elefanti, c’è la pena di morte.
Viceversa non è un delitto grave uccidere un essere umano, poiché questi è considerato una minaccia implicita per l’ambiente che lo circonda.
Fa eccezione la donna, la cui tutela è assimilata a quella in vigore per l’ambiente naturale.
D’altra parte, le nuove strutture statali sono fortemente instabili e senza potere effettivo. Gli individui si organizzano in piccole comunità, confederate con altre dello stesso tipo, anche lontanissime tra loro, attraverso internet, che è rimasto in piedi, gestito da consorzi misti.
Si è posto un limite alle armi moderne, perché distruggono l’ambiente e degradano l'onore del combattente, che non assiste da vicino alle conseguenze delle proprie azioni.
Sono considerate lecite soltanto le armi bianche, pistole, fucili e mitra.

Sono messe al bando tutte le armi di distruzione indiscriminata; in sostanza, tutte le bombe, missili e cannoni.
Chi produce armi vietate può essere giustiziato sul posto.
Nessuna fede è più riposta nelle parole moderne.
Coloro che rivestono una carica pubblica devono indossare maschere di illustri uomini del passato remoto: essi possono esprimersi soltanto leggendo le parole dei gloriosi antenati, e per nessuna ragione possono aggiungere qualcosa di proprio.
Si afferma una nuova figura inquisitoria: il Magistrato della Vendetta, ossia il Vendicatore.
Persegue sommariamente tutti gli individui collusi, a vario titolo, con le filosofie moderne.
Applica pene crudeli e simboliche.
Ad esempio, chi uccide un lupo, viene fatto sbranare dai lupi.
Chi sega il tronco di un albero, viene segato all’altezza del tronco.
Chi fomenta la discordia, viene squartato da quattro cavalli.
Chi ordisce frode, e ha la sventura di riuscire, viene giustiziato alla maniera di Annibale, con una corda allacciata tra collo e caviglie: tradisce così anche sé stesso, dopo aver tradito la mano destra; chi ha la fortuna di fallire, soggiace alla roulette russa e all’arbitrio della sorte.

I massoni sono impalati sulla punta di un grosso compasso.

È in mezzo a tutto questo che naviga - tra i molti altri - un certo Mark Robson.
Il contesto è cambiato, i vecchi commerci no.
Sul fiume Congo passa un po’ di tutto, è più che mai acqua di nessuno.

La bandiera della Repubblica sventola per mera nostalgia.
Robson - ex operativo CIA - si è organizzato un suo giro su una sgangherata barcaccia, la Congo Star.

L’Africa Nera non è stata coinvolta direttamente dalla rappresaglia nucleare, ma le nubi radioattive l’hanno raggiunta in un secondo momento.
Da un lato, i casi di tumore hanno avuto un’impennata; dall’altro, la messa al bando dei medici professionisti - secondo la dottrina incontrovertibile di Catone e Plinio - ha permesso l’impiego di svariate terapie.

Robson non è stato colpito, ma la sua socia, Minkoha Toy, ex pornostar coreana, si è ammalata di brutto; un aggressivo tumore maligno si è allargato per i suoi intestini; una bomba a orologeria sta per esploderle in mezzo alle budella; l'ascite le è finita in bocca.

Invecchiata, ma non finita, scavata e dimagrita dal cancro, eccetto che nelle tettone siliconate, la coreana prova a rimanere operativa, anche se la situazione si sta facendo critica.
Deve stare attenta, perché - a dispetto della sua innata vitalità - la fine è vicina.

     

     

     

     

Minkoha non si rassegna, vuole tentare ancora, salvarsi a tutti i costi, ma non nasconde di aver paura; il tumore può darle il colpo di grazia raggiungendo il pancreas; ed è per questo che - con un ecografo portatile - si controlla due volte a settimana.

Detesta la prospettiva di finire nelle grinfie di qualche negromante, ultima spiaggia per tenersi addosso una parvenza di vita.
Gli altri membri della banda sono un negro - parola rivalutata dalla diffusione della negromanzia - e un cadavere animato.
Il negro è un possente indigeno di nome Botor, il cadavere è quello di Fred Wilker, un vecchio amico di Robson, ucciso dal cancro e ricondizionato da una brava negromante di Kinshasa.
«Oggi sei nera, che hai?».
«Non ho buone sensazioni, ho paura, Mark».
«Una come te non la butta giù nessuno».
«Il cancro non perdona. Fred è crepato».
«Sshhh… potrebbe sentirti… hanno bisogno di credersi vivi.

Non aveva la tua energia, Minkoha.
Le ultime ecografie ci dicono che il tumore ha rallentato.
Devi gestirlo, certo. Ma puoi riuscirci».
«Io non sto per niente tranquilla, Mark
», ansiosa, quasi nel panico. «Il tumore può trasmettersi al pancreas. E allora sarebbe la fine, anche per una come me...», scandendo polemica le ultime parole.
«Oggi tutti convivono con un cancro, Minkoha. Prima o poi verrà anche a me.

Siamo nel Primo Secolo.

Dobbiamo farci forza insieme, non possiamo fuggire da nessuna parte».
La loro è una società d'affari, con un pizzico si sentimento. Ognuno si riserva di andare con chi vuole, senza disdegnare la compagnia più ovvia.
D’altronde, lei è un pezzo di donna e lui un cazzone imbufalito.
Le abbranca leggero i fianchi smagriti, smuovendola dolcemente verso di sé (meglio non pretendere o s’impenna).
Uno sguardo sdegnoso in risposta.

Ci sta.

La Congo Star sta rientrando a Kinshasa, dove assumerà un nuovo incarico.
Nella solita taverna del porto, mentre la banda aspetta il contatto, si fa vivo il trafficante cinese entrato in fissa con Minkoha.
Le ha proposto di entrare in società con lui, o quantomeno di diventare sua moglie.
Quando uno è fissato, è fissato.
Lee Chan non perde occasione per ritentare.
Subito avvisato dai suoi informatori dell’attracco in porto della coreana, si rifà sotto.
Lo stalking nel Primo Secolo è stato abolito. Si può perseguitare a piacimento, purché non si diventi violenti.
La risposta, però, è sempre la stessa: no.
L’orgoglio femminile, quello è rimasto.
Prima o poi la piegherà, questa la sua illusione.
Ma sarebbe più facile cambiare il corso del Congo e farlo diventare dritto.
«Posso almeno sapere come stai?», riferendosi evidentemente al cancro, che la smagrisce sempre più; ormai si vedono solo le tette, rischia di perdersele.
«Tiro avanti».

«Dicono tutti così», un po' di veleno in coda.

«Fatti anche tu un controllo, potrebbe esserti utile...».

Minkoha è sempre combattiva, anche se adesso è vulnerabile, e deve stare attenta.
Respinto l'ennesimo assalto del cinese, la riunione entra nel vivo.

Il contatto presenta Chana Godrich, una biondona lardellosa strizzata in una camicetta che è poco più di un succinto corpetto.

Robson la conosce per sentito dire: è una specie di ballerina che - dopo aver caricato troppi chili - si è riciclata come mercenaria-sexy, sfruttando il fisico e l'esperienza fatta accanto ai gangsters di Las Vegas.

Deve raggiungere l’interno. Probabilmente servirà ad esaltare gli uomini di qualche capo-tribù, mandandoli a morire per lui.
Chana è una montagna di carne con pesanti seni, molli ma naturali. Se ha un tumore, è di sicuro allo stato iniziale.
La Godrich è in compagnia di un cadavere, Bill Watson, che le fa da autista; la sua jeep sarà imbarcata sulla Congo Star.
La missione si presenta tuttaltro che semplice.
L’alto corso del Congo è pieno zeppo di insidie, instabile, ostile.
Ma è anche l’unica via per arrivare nelle regioni interne.
Saranno pagati alla consegna, nel luogo convenuto.

Nel Primo Secolo non esistono monete ufficiali. Tuttavia alle tribù dell’interno non fanno difetto oggetti preziosi di vario tipo. C’è la possibilità di fare un bel colpo. Di solito rispettano i patti e pagano bene.
Robson, prima di partire, decide di aggregare Locusta, la negromante bianca che ha ricondizionato con successo Wilker.
Oltre che brava, è una bella fica; ciò non guasta mai e aumenta la concorrenza.
Può essere utile sia per ricondizionare Minkoha, nel caso le cose precipitassero, sia per aggregare qualche cadavere lungo il viaggio e farne obbedienti gregari.
Nel Primo Secolo l'industria delle pompe funebri è finita male, come tante altre.
I cadaveri, data la diffusione della negromanzia, sono molto richiesti e raramente vengono sepolti o rimangono tali.
I cimiteri stessi sono diventati giacimenti di materie prime.
I morti di cancro, poi, che sono la maggior parte, si prestano a un efficace ricondizionamento, perché avendo sostenuto una lunga agonia, sono trapassati con il rimpianto della vita e riescono più degli altri a scuotersi dal torpore del Lete.

Sulla Congo Star si imbarcano in sette, dunque.
Il viaggio è lungo, i chilometri sono tanti.
La notte si getta l’ancora a breve distanza dalla riva e si fa la guardia a turno.
Le acque del Congo non sono tranquille, e nemmeno le sponde.

I morti potrebbero vegliare tutta la notte, ma non devono rammentarsene.
«Tu molto bella».
«Bella o tettona?», Minkoha risponde a Watson, che sia pur morto, non ha perso interesse nella vita.
«Bella con tette belle.

Tu stata mai con uomo venuto da Lete», il linguaggio dei cadaveri è semplice, come quello parlato da uno straniero; in effetti, nella tomba si parla il silenzio, il Lete cancella tutto, i morti ricordano poco della loro vecchia lingua e non hanno più la mente per apprenderla di nuovo.
«No, questo ancora mi manca. Ma non comincerò con te, okay?», e si sposta; Minkoka Toy è venuta fuori.
«Okay…», ripete il cadavere, perplesso, senza ricordarne il significato. «Tu presto come me, poi riparlare», mormora poi, vendicativo come il cinese; i morti sentono la morte.
Minkoha non ci ha ancora riflettuto.

Ma quando Locusta le fa notare che non bisogna essere scortesi con i cadaveri, perché sanno cose agli altri ignote e sono apprezzati anche per questo, allora torna subito da lui.

Preferisce chiederlo a un estraneo, piuttosto che a Wilker.

«Scusa se sono stata un po' brusca...», lo riaggancia così.

E gli chiede ciò che la ossessiona.
«Io sapere tuo destino, ma non dire. Così legge oltre Grande Fiume».
«Ora sei tornato da quest'altra parte, Bill.

Voglio solo sapere se sono fottuta, e quanto manca».
«Fottuta...», per un attimo si allarma, poi capisce che non ha capito.
«Spacciata, condannata, senza via di scampo.
Destinata a morire».
«Tu chiedere tuo destino. Io detto non potere».
«Ascolta... io... posso essere carina con te... se mi vieni incontro...», lo blandisce, cercando di vincere la ripugnanza per gli occhi inespressivi e il marcio di tomba.
Il sangue dei cadaveri animati circola con estrema lentezza, è praticamente solido.

Ciò li rende lenti nei movimenti, ma sicuri di sé.

Watson si avvicina, le va incontro.

Sembra non abbia capito niente.

E invece...
«Io paura per te. Mia sentenza non bella».
«Sentenza? Che sentenza?!
Come ti permetti?», la coreana perde le staffe, il suo sangue circola ancora veloce.
Va da Robson e si mette a frignare.
Anche un donnone del suo stampo, scaltro e quasi indistruttibile, ha dei momenti di fragilità.
Mark la consola: pure i morti possono sbagliare. Vedono con più chiarezza dei vivi, ma non abbastanza da dissipare la fitta caligine della sorte.
Dentro di sé, però, a parte le belle parole, comincia a pensare che la sua società con la bella coreana stia per volgere al termine.
Dovrà cercarsi una nuova socia e ha già in mente qualcosa.
Il viaggio prosegue con Minkoha imbronciata, attaccata all'ecografo, Locusta che passa del tempo con Wilker per controllarne i progressi e la Godrich che fa prendere il sole alle tettone.

«Hai qualche dolore, Chana?», la negromante ha notato che si tocca lo stomaco.

«Niente... solo una sensazione», sembra quasi infastidita dalla domanda. «Non farci caso».

Ma una maga come Locusta non sottovaluta niente.

La fissa e trae il responso: in quel punto Chana si beccherà una brutta pallottola.

Potrebbe costarle la vita.

La Star incrocia il Lulonga, affluente di sinistra del Congo, e fa rotta per risalirlo.
L’obiettivo è ormai vicino: un piccolo porto fluviale, dove la Godrich è attesa dagli uomini della tribù.
I negri sono una decina.
Robson si fa prima consegnare la paga, poi fa sbarcare la jeep.
Mancano solo i saluti.
Ma non è così semplice.

BANG
RAT-RAT-RAT

BANG
«Cani neri, il Congo è nostro!».
L’accento è francofono: nel tutti contro tutti del Primo Secolo, i belgi vogliono riprendersi il Congo.
I negri rispondono, e anche Robson, che prende le parti della bella montagna di carne.
I colpi volano.
Wilker e Watson possono esporsi più degli altri: il loro sangue è così denso che non colerebbe dalle ferite; gli unici punti - per così dire vitali - sono il cuore e il cervello.
C'è molta confusione, ci si attesta dietro le casse e i barili dell’area portuale, e si spara all'impazzata.

«Io devo curarmi, non prendere piombo per una troia», mormora tra sé la coreana.

Minkoha ingrana la retromarcia e cerca di arrivare alla Congo Star per mettersi al riparo.

Salta dentro e si sente quasi al sicuro.

BANG

BANG

Un belga ha abbordato la barca a nuoto e si è ritrovato faccia a faccia con Minkoha.

E prima di essere centrato in fronte dalla procace coreana, le ha sparato un colpo in pancia!

La bellona strabuzza gli occhi, incredula, e - sentendosi mancare per lo shock - barcolla malferma, prima di stramazzare in avanti.
Botor è il primo ad arrivarle vicino.

La raccoglie e la trasporta sotto coperta.

Da lì a poco lo scontro ha termine.
I belgi si ritirano.

Botor chiama subito Robson.

La coreana annaspa disperata, con la bocca spalancata e la lingua di fuori.

È ancora sotto schok.

Lui le mette un ventilatore a pale in faccia, per smuoverle l'aria.

Si riprende leggermente.
«Faglielo sapere... al cinese… che sto morendo...», la richiesta di Minkoha a Robson.
Cerca di attrarre più compassione possibile intorno a lei, adesso che si sente perduta.
«Quell'idiota si precipiterebbe qui».
«A modo suo… mi vuole bene…».
«Come vuoi...
Forse ci sarà utile».

E le fa vedere i messaggi su IChat, la chat globale del Primo Secolo.
«Lo vedi?
Vuole avere notizie continue».
«Leggimi… i messaggi del cinese…».
La eccita sapere che quello sbava sempre di più per lei, anche ridotta cadavere, e che è in fibrillante apprensione per la sua sorte, forse più di Robson…
«Devo rispondere qualcosa?».
«No… fallo soffrire...», Minkoha Toy viene sempre fuori. «Passa l'incarico a Botor… non voglio che a farlo sia Fred… o dovrò chiedere io al cinese… come mi sentirò fra un po'…».
Volto pallido, bocca spalancata e lingua di fuori, palpebre pesanti, un rivolo di sangue misto ad ascite che le cola dal labbro, e il collo innaturalmente sbiancato, con la mano che si strofina sul lenzuolo.
«Tu hai paura, Minkoha».
«Tu… non ce l'avresti…?».
«Se fossi in te, no.
Una come Minkoha Toy non si fa fregare».
«Smettila... di dire cazzate... mi hai fatto ammazzare... per quella puttana...».
«Non dire fesserie: se fossi rimasta con gli altri, non ti sarebbe successo niente.

Ma tu hai avuto paura... ormai non ragioni più».
«Sono ancora io... la numero uno... sul Grande Fiume...

Mi rimpiangerai... Mark...».
Robson lo sa bene.
«Ne riparleremo quando starai meglio».
Botor dà il cambio a Robson, che sale sul ponte.
L'ex operativo CIA viene avvicinato dalla Godrich, che non ha ancora lasciato il porto.
«Sembri preoccupato.
Non dirmi che la cinesina ti tira così tanto...».

«Non è cinese, e tantomeno una cinesina».

«Lo era, prima di rifarsi le tette.

Le mie sono okay..», e gliele fa sentire, spingendolo col petto. «Un duro come te potrebbe farmi comodo. Sono io che comando qui: te ne sei accorto?».

In effetti Chana Godrich non è una semplice mercenaria-sexy.
I negri della tribù la riveriscono come loro Regina.
«Se sei dei nostri, ci rivedremo a Basankusu, quando l’attaccheremo. Fatti notare.
Avrai la tua fetta di potere, ti farò controllare i commerci.
Intanto... ti ho inserito nel gruppo "Congo Queen" di IChat.
Attiva le notifiche per sapere quando attaccheremo.
Voglio espandermi rapidamente lungo tutto il corso del fiume che sta sopra l’equatore, da Mbandaka a Kisangani, con capitale a Basankusu: 1.000 chilometri mi bastano, per adesso.
Chi non accetterà il mio comando sarà schiacciato, bianco o negro che sia».
Sembra il delirio di una pazza, ma nel Primo Secolo i vecchi equilibri sono saltati e tutto diventa possibile, con la giusta intraprendenza.
Non si può escludere che la Godrich possa riuscire.
Probabilmente ha un esercito di cadaveri a disposizione, nel folto della giungla.
I negri hanno scelto lei per essere guidati alla vittoria e gustare di nuovo la vita.
«Mark!», Botor lo chiama in maniera perentoria.
Ci sono cattive notizie, è chiaro.
Minkoha non ce la fa più, respira a fatica e ha una crisi di panico.
«Chiama Locusta, presto!».
«No… non voglio…», la coreana si oppone, quando vede la negromante.

Sa che è venuta per lei.

«Calmati, Minkoha. Non vedo altre soluzioni».
«Ascolta, bella donna del Grande Fiume…», è la voce di Locusta. «Una come te, molto potente, non ci sta, lo capisco. Vuole tentare fino all'ultimo. Perciò voglio ipnotizzarti: per aiutarti a tirare avanti. Non ti sto ricondizionando. Non berrai l’acqua del Lete, per il momento».
«Mark…».
«Puoi fidarti».
La negromante le infonde un torpore terreno, la induce in uno stato intermedio tra la veglia e il sonno: veglia passiva o sonno cosciente.
Avviene anche allo stadio naturale, quando sappiamo di non essere addormentati, eppure beneficiamo in una certa misura del riposo, e ci alziamo, poi, non troppo stanchi: in questo stato i pensieri coscienti si mischiano a quelli incontrollati; per altri versi siamo quasi svegli, ma non in grado di compiere azioni, né di pensare lucidamente.
«Per quanto può reggere?», le chiede Robson.
«Non si può dire. È al confine tra i mondi, troppe le variabili in gioco.
Però ha dalla sua parte sé stessa: la disperazione di una donna di razza, che non vuole cedere».
«Lo dicevo io...

Può bastare, quindi?».
«Non credo».
«E tra noi?».
«Cosa?».
«Può bastare tra noi quest’incontro?».
«Hai fretta di sostituirla?».
«Questa grossa puttana è finita.
Si è invecchiata troppo, è marcia di cancro fino alle ossa e l’hanno pure bucata.
Te la senti di prendere il suo posto?
Avrai potere e ti fornirò salme per il tuo esercito di morti».
«D’accordo. La daremo al cinese. Se ne occuperà lui.
Gli scoppierà in faccia».
«Sei terribile, Locusta».
«È finita, l’hai detto tu stesso.
È stata una gran donna, però.

Le tette rifatte le hanno dato forza».
«Quelle non invecchiano mai, se le ritroverà».
Amen.

Le notifiche sono attive, si parte.

Si riprende il Lulonga in direzione Basankusu.
Un attacco congiunto, dal fiume e dall’interno, desterà molta impressione. Forse non sarà nemmeno necessario sparare.
Tanto più che il cinese, con tutte le sue imbarcazioni, sarà costretto a unirsi all’attacco.

Il dialogo a distanza tra Minkoha-proxy e Lee Chan prosegue serrato.
«Perché, che faresti?».
«Non lo so, ma voglio saperlo».
«Fai presto o rimarrò uccisa».
«Okay, okay… sto arrivando, baci».
Robson continua a mandargli messaggi dall’account IChat della coreana.
Se gli crepa in faccia sul più bello, quando sta pensando di aver guadagnato terreno e di poter andare a meta,  per il cinese non rimarranno che le Livingstone Falls.
A lui dirà che le condizioni di Minkoha si sono improvvisamente aggravate e che è stata messa sotto stasi controllata per dilatarne la fine.

Intendeva raggiungere Basankusu, ma poi è scoppiato il finimondo.
Se farà in tempo, il cinese la porterà a Mbandaka e le metterà a disposizione tutti i mezzi possibili.
D’altronde, non ci sono più né ospedali né carceri nel Primo Secolo.
I malati vengono curati a casa, da famigliari o esperti non professionisti.
È severamente vietato eseguire mutilazioni o asportare organi.
L’integrità del corpo torna a essere sacra, tanto più che diventa importante per il successo del ricondizionamento oltretombale.

Per chiudere drasticamente con il passato, è punito con la morte chi presta cure, anche efficaci, dietro promessa o versamento di utilità economiche.
Le carceri non ci sono più, perché le pene non sono detentive.
Ammonizioni, azioni riparatorie ed esecuzioni capitali, semplici o definitive.
La massima pena non è più la condanna a morte, sic et simpliciter, ma la condanna a morte con divieto di ricondizionamento, garantito dallo smembramento del corpo.
Ma niente di ciò che è più importante è cambiato nel Primo Secolo.
Donne come Minkoha dettano ancora legge.
Robson, infatti, non resiste.
Chiede notizie al cinese…
La morte della coreana corre su IChat.
Le parti si sono invertite.
Chi recita adesso il Minkoha-proxy?
«Non riesci a dimenticarla, vero?», gli chiede Locusta, non troppo sorpresa.
«Tu che pensi? È crepata?».
«Se non lo è, non ne ha per molto, te l’ho detto.
E poi c’è sempre il cancro, che non le lascerà scampo.

Dopo uno scossone del genere, attaccherà di sicuro il pancreas, uccidendola in pochi giorni.

Quando arriva al pancreas, lo sai, è fulminante...

Inoltre l'età era quella di una baldracca, ormai.

Non penso tu debba avere rimpianti, Mark».
Robson guarda il Congo e sorride amaro.
Non sa se crederci.

E l’amaro è quello.

L'ex operativo CIA sente che sta lottando con tutte le sue ultime forze.

«Io vado da Lee e me la riprendo».

«Il cinese non te la ridarà nemmeno morta.

E poi c'è Chana che ha chiesto di te: è stata ferita gravemente nella battaglia. Ha preso una brutta pallottola nello stomaco».

Ma Robson ha scelto.

E la Congo Star corre sul Grande Fiume.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PRIMO SECOLO:

AMISTAD EXPRESS

di Salvatore Conte (2017-2018)

Dopo l’ultima avventura sul Congo, l'ex operativo CIA Mark Robson ha deciso di rimpatriare.

Ha quindi costretto il suo malridotto cargo ad attraversare l’Atlantico per raggiungere la foce del Rio Grande, ribattezzandolo Amistad Express, come il grande lago di cui il Rio Bravo è tributario.

Attraverso IChat si è accordato con una potente ranchera del Texas, una certa Lola Ramos, che con i suoi uomini controlla una sponda dell’Amistad; è una giovane vacca dal sangue caliente, almeno a giudicare dalle foto.

Locusta, la sua socia negromante, può fornirle i cadaveri di cui ha bisogno, da pescare soprattutto nei cimiteri del Vecchio West.

Nel Primo Secolo l’America è il continente che è cambiato di più, tornando un po’ sé stesso.

Lo shock della Rappresaglia Nucleare tra grandi potenze ha cambiato il mondo.

L’accordo segreto per limitarsi a uno scambio di bombe tattiche è sfuggito di mano, la rappresaglia - sia pur fulminea - è stata devastante.

I fumi radioattivi hanno coperto l’intero pianeta, nessuna zona è andata esente da contaminazioni.

Un senso diffuso di morte ha ammantato il mondo, la negromanzia è divenuta la principale disciplina scientifica.

Non avendo più molto da perdere, la massa globale si è sollevata, scrollandosi di dosso le autorità costituite.

Un po’ per i limiti imposti dalle nuove norme convenzionali, che vietano l’uso di qualsiasi tipo di bomba, un po’ per il rifiuto della modernità e la riscoperta delle tradizioni, la vecchia colt 45 detta ancora legge, specie in Texas.

D'altra parte, gli stregoni indianinativi, che hanno sempre avuto confidenza con i misteri della morte, hanno assunto un ruolo di grande importanza, dopo la diffusione della negromanzia su scala mondiale.

Inoltre, appartenendo a popoli che hanno sofferto genocidio, possono vantare enormi riserve di morti incazzati.

Ucciderli non è servito a niente. Anzi ha peggiorato le cose.

Nel Primo Secolo le banche e le strutture pubbliche non esistono più.

I gruppi organizzati hanno come obiettivo il dominio del territorio.

Robson risale il fiume fino al lago, trasferisce la barca e la ormeggia presso il porticciolo di Box Canyon, sulla sponda nord, dove incontra di persona la Ramos.

È davvero una giovane vacca dal sangue caliente: le foto erano oneste.

«Qui se non si diventa amici, si diventa nemici», spiega la messicana.

Regna infatti sul Lago dell’Amicizia, l’intero Texas vuol dire la stessa cosa.

La bella Lola - sfruttando il caos non preordinato seguito alla Rappresaglia Nucleare - è riuscita facilmente ad imporsi; d'altronde, nel Primo Secolo, la sessualità femminile è divenuta immensamente carismatica, quasi indispensabile, in quanto necessaria a compensare l’aura tenebrosa di morte che aleggia ovunque.

Il Primo Secolo per Lola Ramos è stato un buon affare.

Se si eccettua, naturalmente, il tumore all'utero che la consuma da mesi.

Ha scritto a Robson che riesce a tirare avanti, e vedendola - malgrado un pallore funesto in faccia - si può dire che non abbia esagerato.

Il mostro è però in agguato, pronto ad esplodere e a scatenare un parto malato e orripilante che può sorprenderla ormai da un giorno all'altro.

D’altronde, nel Primo Secolo dalla Rappresaglia Nucleare, oltre il 90% della popolazione mondiale è affetto da cancro.

Lola Ramos è un donnone che non vuole mollare la presa.

Balla ancora la vaccona messicana, in bilico sul precipizio della morte, nemica fatale e invincibile, che lei, però, riesce tuttora a controllare.

Nel Primo Secolo si vive alla giornata: la prospettiva di avere altri tre mesi a disposizione è considerata un successo.

«Ehi, Lola…».

«Che vuoi, Robson…».

«Questo è un ecografo portatile, e so come usarlo.

Mi sembra opportuno controllare il tumore.

Non vorrei che la nostra società si sfaldasse subito…».

«Perché no?

Verifichiamo che il pancreas sia pulito».

«Che problemi ti dà?».

«Giramenti di testa, vomito, emorragie, il solito…».

«È bello grosso… dovresti star peggio di come stai…».

«Perché, come sto?».

«Stai bene, Lola… stai molto bene…

Il pancreas è pulito.

Se fossi un medico della vecchia era, ti darei altri tre mesi, salvo complicazioni».

«Ma non lo sei, perciò stai zitto».

Nel Primo Secolo il tumore è talmente comune da essere considerato come uno stato influenzale: tutti o quasi sono obbligati a conviverci, perciò l’impatto psicologico della malattia è meno devastante.

La morte incombe su tutto, fa meno paura di una volta, anche se i malati, come sempre, lottano fino all’ultimo, cercando di sfuggire al loro destino.

Se una volta i più previdenti si preparavano la tomba, oggi si sceglie un negromante di fiducia e si paga un’assicurazione sulla morte: all’atto del decesso i famigliari non potranno opporsi al ritorno dal Lete.

Le suocere sono ormai immortali, neanche la morte scioglie i matrimoni, nessuno uccide più per l’eredità, in pochi lavorano per vivere, il curriculum mortis dev’essere sempre aggiornato e attraente, se si vuole trovare un’occupazione a eternità indeterminata.

«Appena avrò gli uomini che mi hai promesso, ci daremo da fare: voglio il controllo dell’intero lago…», lo avverte la Ramos.

«E la storia dell’amicizia, che fine ha fatto?».

«Quella?

Te l'ho raccontata: chi non mi sarà amico, mi sarà nemico».

Nella squadra di Robson ci sono sempre Botor, il possente congolese non più indigeno, il vecchio amico Fred, deceduto dopo una lunga malattia, la bella negromante Locusta, che fa rivivere i morti e morire i vivi, e naturalmente la sua maledetta ossessione: la coreana Minkoha Toy, ex pornostar con le tette rifatte e un male incurabile, fuori controllo, che la sta uccidendo dopo averla immobilizzata in una cabina dell'Amistad Express.

Ha capito di amarla quando l'aveva ormai persa.

L'ha così strappata al cinese Lee Chan e ne ha dilatato la morte, aiutandola a tirare avanti e a sopravvivere a una pallottola in pancia.

Adesso, però, sembra arrivata alla stretta finale: Robson passa molto tempo con lei, cercando di farle intravedere qualche possibilità. La cura in tutti i modi, imboccandola con frutta fresca, alimentando insieme a lei la sua malata ossessione.

E quando non c'è lui, c'è Botor. Minkoha non rimane mai sola con il suo mostro.

La prima missione di Robson è coronata dal successo: la Ramos si sente in remissione.

L'ex operativo CIA le ha messo a disposizione, oltre a comuni cadaveri di vecchi pistoleri, una strepitosa testa calda: il Generale Custer!

«Non era un colonnello?».

«Ha fatto carriera nella morte».

«Spiegami una cosa... sei arrivato fino a West Point, Robson?».

«Non ce n’è stato bisogno.

Da quelle parti riposa un semplice caporale: hanno preso uno scheletro a caso e gli hanno messo addosso i gradi da generale.

Locusta ha invocato i Mani di Custer e lui stesso ci ha rivelato il luogo della sua sepoltura».

«Preziosa questa tua socia... ma ricordati che il peso ha la sua importanza...».

L'allusione alle proprie tette, rispetto a quelle della negromante, è esplicita e rafforzata da un breve gesto.

«George… non sappiamo con esattezza quanti nemici troveremo sull’altra sponda del lago.

Tu non farti fregare un’altra volta, claro?».

«Anche tu?!

Bada, ragazza. Io sapevo bene quanti musi rossi avrei trovato!

Avete scritto un mucchio di stronzate!

Se quei codardi dei miei colleghi avessero colto l’occasione, li avremmo spazzati via.

Volevo tenerli impegnati per un po’ e ci sono riuscito!

Nonostante fossimo uno contro cinquanta!».

«Non scaldarti tanto, gringo. Avrai presto l'occasione per riscrivere la storia».

Nel Primo Secolo i ritorni dal Lete vengono spesso accompagnati da trattamenti rigenerativi, importanti specialmente per i cadaveri femminili, nel corso dei quali vengono impiegati geni potenziati di lucertola.

La cosmesi mortuale ha di gran lunga superato, per importanza, quella tradizionale.

L’età attorno alla quale si assesta il cadavere è quella della più compiuta maturità, anche se non raggiunta in vita, oppure abbondantemente oltrepassata; ciò avviene allo stesso modo di una comune canna, che sia pure sbattuta dal vento - da una parte o dall’altra - ritrova sempre la sua posizione ideale, nello stato di quiete.

«Sei pronto, dunque?».

L’attacco è imminente.

L’obiettivo è Playa Tlaloc, sulla riva sud, quella che nella vecchia epoca era la sponda messicana.

La Ramos sbarcherà un centinaio di uomini, tra cavaderi e viventi, e coglierà di sorpresa la banda del Puerco.

L’Amistad Express sarà l’ammiraglia della flottiglia e avrà l’onore di vederla a bordo.

«Lo sono sempre…».

«Bene, lo vedremo».

«Uno scorpione azzurro… sono molto richiesti.

Ti tratti bene, Lola…».

La bella vacca messicana si fa pungere senza battere ciglio.

«Credi che voglia crepare?

Ma non è quel che si dice uno stallone.

Non ce n’è per tutti.

Schizza il suo sperma solo una volta al giorno.

E serve tutto a me… me lo succhio io…», lo fissa con occhi malati, nella chiara volontà di soggiogarlo. «Quanto mi rimane, secondo te?», sbloccandosi.

«Dipende tutto dal pancreas. Se rimane pulito, puoi lottare ancora».

«Altrimenti...».

«Altrimenti è finita in pochi giorni...».

«Anche per una come me?».

Si avvicina, ma non la guarda con compassione.

«No, certo... una come te... anche se il tumore è molto grosso…  e arriva al pancreas... ma mai grosso... quanto me lo fai venire tu, Lola…», i grossi seni le spiovono penduli, gonfiando bene la blusa attillata.

È una gran puttana.

«Sporcaccione».

«L’importante è tirare avanti, lo sai come funziona.

È un problema che hanno tutti».

«Tu, no…».

Si tocca per scaramanzia nelle parti intime.

«Ormai manca poco... lo sento... è grosso, mi ha invaso, sto morendo... attaccherà anche il pancreas... e rimarrò fulminata...

Sono nervosa... ho bisogno di scaricarmi…», lo guarda allusivamente e si avvicina anche lei.

«Una come te non può essere spaventata da un banale tumore», le stringe i fianchi e si fa strusciare dalle grosse zinne.

«Mi piace sentire paura, non me ne vergogno.

Mi eccita, come tante altre cose…

Ascolta, Mark... non mi rimane molto... ma non è detto che sia finita...», sembra alludere alla negromanzia. «Tu mi capisci, vero?

Io e te, insieme, possiamo dominare il mondo... per sempre...».

«Tu tieni a bada il tumore; al resto penso io, Lola...», e abbassa il capo - in mezzo ai seni - in segno di sottomissione.

C'è riuscita, l'ha soggiogato.

La gran vacca messicana non perde un colpo.

Adesso è il turno del Generale.

«Ti offendi se ti chiamo zombi?».

«Mi chiamo George Armstrong Custer… e non sento nostalgia del Lete… sono più vivo di tanti vivi».

A parte la temperatura più fredda e un leggero lezzo di tomba, quando il processo di rigenerazione dei tessuti si completa, i morti ben tenuti non sono molto diversi dai vivi.

Rimanere morti, però, non è così facile come può credersi.

Anche per loro non mancano le insidie.

A parte il vecchio rimedio del sangue - che li attira e conserva su questa terra, ma che è sempre difficile da trovare - gli è necessario rimanere costantemente attaccati alla nuova vita, o la nostalgia del Lete può prendere il sopravvento in qualunque momento.

Perciò i morti non si frequentano volentieri tra loro e stringono spesso matrimoni misti.

Devono mangiare anche se non ne hanno bisogno, giocare, ridere e mantenersi impegnati.

Ma soprattutto devono scopare ossessivamente, trovandosi uno stallone da cavalcare o una vacca da mungere.

Sta di fatto che Custer la guarda fisso.

In genere farlo con un morto non è percepito come un tradimento dal partner vivente, perché questa funzione dello scopare - umanitaria, sociale e taumaturgica - rende l'atto più un dovere che un piacere, un po’ come ai tempi della prostituzione sacra.

«Sei pronto a darmi una grande vittoria, George?».

«Ho voglia di rifarmi».

«A ovest potrai vendicarti sugli indiani, ma intanto ti rifarai su una banda di fottuti messicani, claro?

Attento, però, ai ricorsi della storia: non farti accerchiare, non sottovalutare il nemico…».

«Allora non hai capito, bambina: io non li ho sottovalutati!

Sapevo quanti erano!».

«Non scaldarti tanto, George. Ricordati che sei morto.

Non me ne frega un cazzo della tua reputazione.

Distruggili e basta. O provvederò io a seppellirti per sempre», e lo minaccia, intingendo la mano in un catino d’acqua nera.

È acqua del Lete, ossia acqua infernale, densa, oscura, melmosa.

È acqua dell'Amistad in cui Locusta ha sciolto gli umori maledetti dell’Averno.

Innocua per un vivo, ma mortale per un cadavere.

«Va bene, va bene… avrai il tuo impero… ma stai attenta al tuo tumore…», restituisce subito la minaccia, insinuandole il dubbio di aver attinto al potere profetico dei morti, benché sia una pratica vietata nell’etica dei cadaveri: mai rivelare a un vivo il suo destino.

«Tu pensa a loro, io penserò a lui.

Ah… George…».

«Sì…?».

«Hai un verme sul collo».

«Oh… grazie… Imperatrice».

I cadaveri, anche se riavutisi dal sonno leteo, sono attaccati dai vermi come i vivi dalle zanzare.

L’ora dello sbarco è giunta.

La Ramos sembra Washington sul Delaware, con Custer al comando del Settimo Cadaverici.

Fregare la banda del Puerco, però, non è tanto semplice.

E se ne accorgono subito.

La novella Washington non trova la strada spianata dai fratelli massoni.

Le vedette hanno dato l’allarme in tempo: l’armata di Lola Ramos viene ricevuta da una fragorosa grandinata di piombo.

«Lurido maiale!», urla stizzita la vacca messicana, dall’Amistad Express.

«Cagna rabbiosa!», risponde subito il bandito, dalle dune che circondano la spiaggia.

El Puerco ha il controllo di tutti i villaggi a sud del Lago Amistad e sogna di espandersi a nord.

Si aspettava un attacco improvvisato e vuole trasformarlo in una carneficina.

Custer ha già fatto una brutta fine.

E non vuole ricascarci.

«Tutti avanti!».

Il Settimo Cadaverici va alla carica.

«Fottiamo quel bastardo!», anche l'ambiziosa vaccaccia - con i grossi seni ballonzolanti nella morbida blusa - lancia i suoi uomini all'attacco.

Francisco Ramos vuole sempre più potere.

E ha fretta.

Sa di avere poco tempo, e vuole incoronarsi Imperatrice dei Due Golfi il prima possibile.

Ma il Puerco sa dove colpire.

BANG
BANG

Due spari fra tanti.

«ARGHH…!!».

Un urlo strozzato di donna; di vacca, per la precisione.

Raggiunta al cuore e al fegato, barcolla obliqua per due o tre passi.

I compagni la raggiungono e la spingono a terra.

Ma anche Custer cade.

Forse un colpo alla testa, o al cuore.

Tutto sembra girare storto per la Ramos.

BANG

Stavolta, però, il Generale si è fatto prudente e ha preso la mira.

Morendo s'impara.

Il Puerco crolla in avanti con un terzo occhio nella fronte, ma è talmente grasso che la testa rimane sollevata da terra.

Ciò che non si aspettava era un attacco improvvisato di cadaveri.

I suoi uomini si disperdono in fretta.

La strada è spianata.

Adesso sono tutti intorno alla Ramos.

Respira ancora, perché il cuore è stato sfiorato, ma è in fin di vita.

«Sei stato bravo... George...

Anche tu hai dato una bella spinta, Francy.

Se ci fossi stata tu, al posto di quei cazzoni di Benteen e Reno, col cavolo che avrebbero scritto tutte queste cazzate su di me».

«Hai riscritto la storia... George...».

«A proposito di storie, Lola, vorrei dare un finale non troppo tragico alla tua.

O hai dimenticato la faccenda dei Due Golfi?».

Gli occhi della puttanissima vacca s'infiammano.

«C'è una cosa... da fare prima... Robson...

Portami... a Seminole Canyon...

Anche se è zona indiana... c'è un bravo stregone... da quelle parti...

Siamo amici...».

L'Amistad Express torna subito in azione.

A bordo ci sono due cadaveri di donna ancora caldi.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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