La Signorona della Guerra

007: Licenza di non uccidere

The Sinking Lady

Goldrake: Requiem per una Direttrice corrotta

La vecchia sorcona e il funerale dei topi

LA SIGNORONA DELLA GUERRA

di Salvatore Conte (2024)

Non ci sono soltanto i Signori della Guerra.

In Congo c'è una Signora, anzi una Signorona della Guerra - con evidente allusione all'indubbia prestanza -  e si chiama Anna Frazer.

Da semplice casalinga sexy dalle forme perfette, si è trasformata in pochi anni in una cessa ambiziosa e supponente.
Ingrassata come una scrofa, ha tirato fuori tutta la sua innata puttanaggine, imparando a usare i camicioni sbottonati fino allo stomaco, e ha fatto presa perfino sull'Agente 007, che l'ha chiesta in moglie per mettersi a posto una volta per tutte.

Addestrata dalla Spectre e assegnata alla Divisione C (Contro-spionaggio), è di stanza in Congo per coprire i traffici sporchi delle grandi compagnie.

Anna ha con sé, quale luogotenente, una vecchia pornostar in pensione, la famosa Kelly Madison.

Le due, insieme, se la tirano parecchio.

E i loro uomini ci scherzano sopra.

La curiosità maggiore dei maschi riguarda la loro capacità di assorbimento, le qualità da incassatrici, come si dice nell'ambiente dei mercenari.

«Per me è una buona incassatrice, non dico che sia una corazzata, ma - quantomeno - non crolla come una puttana qualunque, al primo o secondo colpo», una delle tante opinioni sussurrate intorno al bivacco, con riguardo ad Anna.

«Kelly ha il diavolo dentro, per me sa incassare molto bene».

L'occasione per verificare i pronostici della truppa arriva presto.

La giungla è un brutto posto, non c'è rispetto per nessuno, nemmeno per due belle puttane come Anna Frazer e Kelly Madison.

Il clima è teso, il ritmo è frenetico.

Un plotone nemico ha attaccato la miniera abusiva.

Anna reagisce prontamente, alla testa dei suoi uomini, le zinne ballonzolanti all'interno del camicione, la voglia di fare buona impressione sul suo ammiratore segreto: James Bond.

Ma il fuoco si indirizza su di lei.

Vogliono fotterla.

Con tre-quattro colpi al bersaglio grosso cominciano a rallentarla...

E con un altro ben piazzato la mettono col culo a terra.

Anna rimane isolata dal resto dei uomini, chi era vicino a lei è crepato, Kelly guida un'altra squadra.
La Frazer annaspa: ha paura. Almeno un paio di colpi l'hanno sfondata.

Anna ha paura di essere fottuta, ma non vuole nemmeno pensarci.

Matthew Tusk esce allo scoperto. Ormai ce l'ha in pugno.

Un signorino della guerra, per certi versi. Ma forte e palestrato, con gusti ambivalenti.

«Ehi... Matty... che ti sei messo in testa...? Di fottermi...? Lo sai che sono la moglie... di James Bond...?».

Lei è appoggiata con la schiena a un tronco d'albero, le braccia incrociate sulla pancia.

Lui è spuntato fuori con il mitra spianato.
«Ascolta, Anna... hai bisogno di cure. Dimmi dove si trova il carico di litio pronto a partire e ti tampono per bene tutte le ferite. Ho della morfina con me: ti sentirai subito meglio...».

«Il gioco... lo comandi tu... Mat...», affanna. «Quelle batterie... all'inferno...».

Anna Frazer parla. E di corsa.

Lui, intanto, le infila le mani nel camicione allentato e le strizza le zinne pulsanti voglia di vivere.

Quando ha finito di parlare, le tampona i buchi come promesso e le fa una siringa di morfina, ma molto leggera.

«Così durerai di più...».

«Che vuoi fare... adesso...?», gli chiede.
«Ti faccio vedere», si allenta i pantaloni e se la prende.

Lei ci sta. Resistere servirebbe a poco. Ma soprattutto vuole convincerlo a non freddarla.

Anna non è mai stata molto umile nella sua vita.

Si sente sempre una gran fica ed è convinta di potersi ancora salvare.

Lo lascia fare, per accreditarsi presso di lui.

Intanto Kelly dovrebbe essere sulle sue tracce, se non è costretta sulla difensiva.
L'obiettivo è quello di strappargli una chiamata d'emergenza all'elicottero nero.

Si tratta di un'eliambulanza mercenaria, anonima, che svolge questo servizio, dietro lauto pagamento, a qualunque milizia lo richieda.

«E va bene, Anna... ho capito quello che hai in mente». Esce e depone il telefono satellitare a qualche metro di distanza. «Chiamati l'elicottero», la voce è fredda, ma la Signorona della Guerra intravede la salvezza: è questo ciò che conta per lei.

La Frazer comincia a strisciare come una grossa biscia verso l'apparecchio.

Per una nelle sue condizioni non è facile coprire quei metri.

Mat si gode tranquillo la scena: la scia si sangue che le fa da ombra, mentre struscia e ancheggia.

Improvvisamente lo schermo del telefono si illumina, ma non è facile per lei - con gli occhi appannati dalla morte - leggere cosa dica.

Mat si avvicina velocemente, un occhio sull'apparecchio per controllare chi stia chiamando.
E risponde.

«Sì, è fottuta, stecchita».

E chiude.

«Mi dispiace, Anna, ma come forse avrai capito, il mio committente mi ha ricordato gli impegni assunti.

Hai fatto troppa strada, ultimamente. E qualcuno ha deciso di fermarti».

«Aspetta... digli che...».

La fissa divertito.

La sua agonia lo eccita.
«Tu mi ami... Mat... non puoi farlo...».

Tusk si siede dietro di lei, così può farla sdraiare sul petto.
L'uomo si accende una sigaretta.
«Cosa vuoi che faccia, Anna?».
«Non uccidermi... possiamo metterci insieme...».

«Sono un professionista e ho un contratto da rispettare...».

«Ma le mie zinne... ti piacciono... lo so...».

«Sono eccezionali, Anna, anche se hai la tua età», e infatti le strizza per bene. «Ma devo farlo, capisci?

In ogni caso, non ti rimarrebbe molto tempo.

Hai lo stomaco spappolato e te ne andresti in meno di mezzora...».

«No... io non voglio morire... cough.... ti prego... posso ancora provarci...

Mat... non farlo... cough... io sono tua...», Anna è colta dal panico, vorrebbe salvarsi a tutti i costi.

«Sei una bella tentazione, Anna. Ma la senti questa tosse?

Stai morendo...

Adesso vedi di crepare con un briciolo di dignità, mi hai stancato».
Tusk fa scorrere la sua pistola sul fianco di Anna, premendo la canna appena sotto la mammella.
«No... aspetta...! Non farlo...!

Se spari... cough... m'ammazzi...

Fai il bravo...», Anna cerca delicatamente di spostare la canna della pistola dal fianco.
Ma l'uomo gliela preme addosso con ancora maggior forza, è irremovibile.

«Non ti rovino le zinne, Anna...».
Poi il boato.

Mat si rialza di colpo, rovesciandola a terra.
«P...e...r...c...h...é....», ansima, con gli occhi ormai fissi.
«M...u...o...i...o...», sussurra Anna, rimanendo a bocca spalancata.

Sa che la sta ascoltando.

Ma lui, con gesto trionfante e rabbioso, le strappa dal collo una delle piastrine gemelle di riconoscimento.

È la prova per il committente, lo scalpo di latta della Signorona.

Sta per allontanarsi, quando gli rimbomba in testa quel "muoio" così sensuale. Gli ha messo addosso una strana frenesia.

La curiosità quasi lo uccide più delle pallottole che Anna stessa avrebbe voluto piazzargli addosso.

Torna indietro e torreggia sopra di lei.

Non si era sbagliato.

Lo sguardo è ghiacciato e la bocca spalancata per la mortale sorpresa, ma nonostante il colpo a bruciapelo che le ha distrutto gli organi interni, la Signorona è ancora aggrappata alla vita.

Costernato, incredulo e improvvisamente in ansia per la sorte di Anna, si cala i pantaloni e in pochi secondi schizza fuori tutta la sua frenesia.

«Alla fine hai vinto tu...», la bacia sul collo e in bocca, succhiando il sangue che le sale in gola. «Riesci a parlare? Chiamo l'elicottero, Anna...».

E lo fa sul serio.

«Ti prego, parla... di' qualcosa...».

Tusk sa benissimo che quando l'elicottero arriverà, troverà cadavere la Signorona, ma stavolta è lui che vuole illudersi, con le mani premute sui buchi e il massaggio cardiaco già eseguito due volte.

Anna non è più riuscita a parlare.

La sua ultima parola è stata "muoio": una triste ammissione per la vecchia troia sbottonata che piaceva a James Bond, anche se ancora sta provando a smentirsi.

«Con me imparerai a tenere i bottoni chiusi», le sussurra all'orecchio Matthew Tusk, prima di iniziare il terzo massaggio cardiaco, appena dopo un preoccupante rantolo della Signorona.

007: LICENZA DI NON UCCIDERE

di Salvatore Conte (2024)

Il bambino, bendato, estrae la carte.
Una dal mazzo rosso per lei, l'altra da quello blu per lui.
L'arbitro le fa volare sulla scena.
La carta rossa rimane coperta, quella blu mostra il Jack di Cuori.
Il bambino, non più bendato, va a scoprirla.
È la Donna di Picche!
Lei tira per prima.
«Sei fottuto, Bill...

Anna Frentzen adesso ti fotte... hai qualcosa da dire?».

«Puttana... ti faccio esplodere al primo colpo...».
Le battute fanno parte dello spettacolo.
Le telecamere ingrandiscono, i microfoni amplificano.
Si umetta il labbro, lo guarda negli occhi e preme il grilletto...!
CLICK!

Delusione tra i suoi tifosi.
Adesso tocca a lui.

Preme per bene la canna del grosso revolver contro lo stomaco di lei: praticamente in mezzo alle tette penzolanti, la camicia sbottonata in maniera aggressiva, come sempre.
L'arbitro verifica attentamente la regolarità del puntamento.

Se parte il colpo, per lei è finita, non troverebbe scampo, neanche con tutto lo staff medico pronto a intervenire.
«Mi dispiace, Anna... te l'avevo detto...».
«Vaffanculo, stronzo... premi e falla finita...».
Un sordo clamore si alza dagli spalti.
Anna Frentzen potrebbe rimanere uccisa! Sarebbe un evento clamoroso!

A nulla servirebbero gli immediati soccorsi, pronti a bordo scena con maschera dell'ossigeno, tamponi e plasma.

È scontato che la Frentzen avrebbe subito dalla sua parte un collezionista che alzerebbe il braccio - come in una battuta all'asta - per pagarle le spese mediche.
CLICK!
Un clamore liberatorio si diffonde sulla scena.
Senza Stomaco va avanti.
Si riparte con le carte.
Il gioco va per le lunghe.
Gli spettatori sono in apnea da molti minuti.
POW!
Lo schienale di gioco da bianco diventa rosso.
«Puttana...».
È l'ultima parola scelta da Bill.

Nessuno alza il braccio per lui.
Sei primi e 23 secondi, il suo tempo al momento del rantolo finale.
Non male, ma poteva fare meglio. D'altra parte, non potrà riprovarci.

Anna lancia uno sguardo verso un'ombra sugli spalti.

E si strofina languida lo stomaco.

TRE MESI DOPO

«È il momento di osare, mie care...

Controllate che tutto sia in regola, non voglio errori.

Tra poco avrà inizio l'Operazione Atlantide!».

Karl Stromberg ha le idee chiare e per realizzarle si è affidato alla Spectre, che gli ha fornito due tra le sue migliori Agenti: Greta Thorne e Anna Frentzen, della Divisione T (Terrorismo).

Quest'ultima - fisico da super puttana e lavoro da segretaria come copertura - è anche Campionessa di Senza Stomaco, un gioco letale rivolto ai ricchi vip dell'elite mondiale.

Dalla sua immensa petroliera, che è in grado - letteralmente - di fagocitare i sommergibili nucleari delle grandi potenze mondiali, l'illuminato Stromberg sta per accendere una guerra atomica.

L'unico in grado di opporsi è come sempre l'Agente Britannico, con licenza di uccidere, 007.

Ha già trovato il modo di salire a bordo della Liparus e comincia a creare scompiglio tra gli uomini di Stromberg.

E in bocca a un cadavere ha lasciato un biglietto.

Morto che parla: James è a bordo

«Allora è lui l'intruso...

Anna, pensaci tu. E non commettere errori.

Greta, tu rafforza la sicurezza in sala controllo».

Stromberg impartisce gli ordini alle Agenti della Spectre.

Come terzo lavoro Anna distrugge il mondo

«Stronzo...».

L'Agente Speciale della Spectre ha letto il biglietto.

«Dobbiamo trovarlo, forza...».

La Frentzen avanza guardinga lungo gli immensi corridoi della petroliera, preceduta dai suoi uomini; se James Bond fosse davvero sulla nave, sarebbe un pericolo mortale per tutti loro, lei compresa.

Un brivido gelido le corre lungo la schiena. Se è lui, è un avversario letale. Potrebbe decidere di farla fuori, anche se ha un certo debole per le belle donne e viene a vedere le sue partite a Senza Stomaco.

«Ehi... James... sono convinta che tu mi senta...

So che vieni a vedermi, quando mi gioco la pelle...

Fai il tifo per me, o speri di vedermi crepare?

Se il mondo ci sarà ancora, il mese prossimo difenderò il titolo di Campionessa e incasserò sei milioni di dollari.

Io e te ci rispettiamo, vero, James?

Tu non spareresti a una donna come me, vero?

Se spari, tu spari per uccidere.

Chissà come mi sentirei con una tua pallottola addosso...

Farei subito un check…

Tu sai cos'è un check, James?

No, penso di no, uno come te non lo sa.

Il check è quando controlli quanto ti manca da vivere, e il tuo sguardo si perde per un attimo nel vuoto, mentre aspetti ansioso la risposta.

Perché uno se la sente in quei momenti…

Io rimarrei molto delusa nel sapere di avere poco da vivere. Farei di tutto per salvarmi.

E a una come me, nessuno dice no...».

Mentre prosegue la perlustrazione, la Frentzen continua a parlare, stirandosi addosso la camicia sbottonata aggressivamente fino allo stomaco, da spudorata vacca, rivolgendosi a James Bond come se lui potesse ascoltarla e vederla.

«Guarda quanta carne ho per te... James...!

Ti piacerebbe provarla?
Avanti... fatti trovare...

Stromberg ti metterà in gabbia... niente di più...

Sei troppo famoso per essere liquidato...

E io? Pensi che io potrei fare una brutta fine?
Una come me non la trovi più... non penserai di spararmi addosso, vero?
Magari in mezzo alle tette...
Ne saresti capace, James?
Io, Anna Frentzen, rimarrei uccisa per mano del famoso James Bond...

Però come cadavere mi troveresti un po' troppo fredda... non è vero, James?».

Intanto, però, sulla sua strada trova un altro miliziano morto.

«No, James... da te questo non me l'aspettavo...
Ammazzare un altro dei miei uomini...

Vuoi liquidare anche me, vero?

Perché invece non troviamo un accordo?».

STUMP!

Un sibilo metallico e un altro cadavere.

«Okay, James...

I miei uomini si ritirano.

Io verrò avanti a mani alzate e tu farai lo stesso.
E parleremo fra noi due... okay?
Sto avanzando, James...
Sono sicura che mi vedi e che mi sbirci le tette...
Tu non sparerai a sangue freddo contro di me, vero, James?
Me la rischio, lo so, ma a me una pallottola nello stomaco mi fa bagnare...
Sarebbe eccitante crepare fra le tue braccia...
Tu ti fermeresti accanto a me, mentre muoio, vero?
Bisogna pensarci a queste cose.
Il nostro è un mestiere pericoloso.

Adesso abbasso le braccia, James.

Ma non ho armi in mano, lo vedi, no?
Sono ancora una strafiga, James. E te ne sei accorto anche tu...
Ti confesso che sentirmi sotto il tuo tiro mi fa bagnare…

La sai una cosa? Mi hanno proposto lo Shanghai Lady Remix...
È una versione più raffinata di Senza Stomaco.
Da dieci metri si ha qualche possibilità di salvarsi; a me piacerebbe essere soccorsa e avere la vaga illusione di potermi stabilizzare...
Allora te lo spiego, come lo hanno spiegato a me...».

     

     

     

«Ci si mette dietro un vetro per riprodurre la famosa scena.
Il vetro è blindato, eccetto nella parte che corrisponde a stomaco e addome.
Qui il gioco richiede una certa precisione.
Per simulare la fine di Elsa, o di Arthur, chi viene colpito deve strisciare fino a un modellino d'ambulanza per avere diritto ai soccorsi, nel caso trovi un collezionista.

Conosci il concetto di collezionista? Magari lo sei tu stesso, e nessuno lo sa.

Il collezionista è un tale ricco che va a caccia di belle donne, però particolari, con qualcosa di speciale, e allora le sponsorizza in qualche maniera; perché le cose belle sono poche e vanno conservate.
Rita Hayworth era bellissima e mi somiglia molto.

   

È un bel  progetto, comunque, interessante come Senza Stomaco.
Verrai a vedermi? Potrei rimanere uccisa... Anna Frentzen uccisa come Elsa Bannister...

Nessuno sa come sarà la propria morte, ma a me piacerebbe stirarmela un po', con un bell'uomo che mi tenga la mano.

Un colpo nello stomaco, all'utero, nelle budella: quello sarebbe un colpo giusto per me.
Te lo ricorderai, James? Perché prima o poi potrebbe capitare di spararci addosso...
In genere rimangono al massimo una decina di minuti da vivere, ma si può restare freddati sul colpo, se non si reagisce allo shock.

Chissà come me la caverò, quando toccherà a me...
Ce n'è uno, però, che si è addirittura salvato.
Come abbia fatto non lo so.
A Senza Stomaco si gioca con una calibro 357 magnum: nessuno scampo è possibile.
Solo quel tizio se l'è cavata, ma è stato un caso eccezionale.
Io farò bagnare tutti i collezionisti: nessuno di loro vuole la mia morte.
Ormai sono famosa, James... e sono corteggiata da pezzi molto grossi.

Sono ancora una bella ragazza, in fondo.
Di sicuro proverebbero a salvarmi, ma ci sarebbe poco da fare.
Anna Frentzen verrebbe portata via cadavere, con un lenzuolo sulla faccia.
Una scena tragica, che tu non vuoi anticipare, vero, James?
Se mi ammazzi subito, ti perdi la scena della bella Anna senza stomaco, che boccheggia morente in mezzo a una folla di vip rimasti con il fiato in sospeso per lei.

Sarebbe stupido, James.

Perché ora sono certa che tu sia davvero tu...

Un altro mi avrebbe già liquidata.

Solo il grande James Bond può riconoscere una donna altrettanto grande...», e si umetta il labbro, convinta di aver fatto colpo e di essersi salvata la pelle.

L'Anna Frentzen Show durerà più di dieci minuti

«Sì, James... lotterò fino all'ultimo... perché io... non voglio morire...», e si strofina lo stomaco.

Forti boati in successione introducono l'ultimo messaggio.

Iceberg a poppa: si salvi chi può?

No: solo le tette che possono!

«Caro... mi fai bagnare...», sussurra tra sé la gran puttana.

«Se devo andare a fondo, voglio farlo alla maniera di Rita Hayworth...», sussurra Anna, con le tette ormai in salvo...

Il dialogo silenzioso ha funzionato.

THE SINKING LADY

di Salvatore Conte (2024)

«Che cosa cerca esattamente, mister Reed?».

«E me lo chiede, signora?

Risposte a questo gran casino...

Lei non è preoccupata?».

«Perché dovrei?

Forse le cose andavano meglio, prima?».

A mister Reed manca la risposta.

A lei, niente.

«Te la regalo, ma non montarti la testa».

«Grazie, capo. È stupenda».

«Lui la usava per le esecuzioni.

E tu farai altrettanto».

Oakmont affonda.

Ma chi rimane cerca di adeguarsi in fretta.

Venezia non è forse la città più invidiata al mondo?

Il potere è potere, sulla terraferma o sull'acqua.

E se qualche rivale batte in ritirata, tanto meglio.

È così che la pensa Joe Denton.

Anzi, bisogna approfittarne.

La polizia non ha tempo per i soliti controlli.

E se la città adesso rende meno, bisogna aumentare la quota di controllo: dal 50% al 100%...

«Anna... ci sei?», Fred la chiama a gran voce.

«Che succede?».

Arriva tosta e aggressiva, con un tommy-gun sottobraccio, sicura del fatto suo, sicura che nessuno oserebbe spararle addosso, la camicia sempre sbottonata fino allo stomaco, le tette bene in vista: è Anna Frentzen, la gran fica di Oakmont.

Impiegata di successo all'archivio dei giornali, ma soprattutto segretaria e amante di Joe Denton, uno dei due boss della città.

Forse non più avvenente come qualche anno prima, ma pur sempre la Frentzen...

«Ci hanno attaccato...!

Joe è morto... sono morti tutti...».

Nessuna reazione.

«Sei sicuro?».

Annuisce.

«Tu sai questo cosa significa, Fred?».

«Che sono morti tutti...».

Tanti muscoli, ma poco cervello.

«Che tra poco saremo morti anche io e te.

Perché Walker verrà qui ad aprire la cassaforte.

Ma c'è qualcosa che noi possiamo fare...

Aprirla, svuotarla e tagliare la corda...

Sei con me, Fred?

Sono io il capo, adesso.

Ricostruiremo la banda», lo fissa seria, attendendosi la sua sudditanza; in alternativa, lancia un occhio al tommy-gun, pronta a usarlo, se necessario.

«Non abbiamo altra scelta, Anna.

Ma io e te...».

«Niente vincoli, Fred. Sono una donna libera. Vedremo.

Voglio sapere che intendi fare, non abbiamo molto tempo...».

«Va bene, boss...», e le bacia la canna del tommy-gun, come si usa in queste circostanze.

La Frentzen non perde altro tempo.

Apre la cassaforte e mette in una borsa le mazzette dei dollari.

È il tesoro della banda.

RAT-RAT-RAT

Fred rientra nella stanza crivellato di colpi.

La Frentzen capisce all'istante: «Dannazione, sono già qui...».

«Anna, non voglio ammazzarti!

Vieni giù con le mani in alto.

Oppure vengo a prenderti!

E allora potresti beccarti qualche pallottola!

Sarebbe un peccato lasciarti qui cadavere!

Un peccato per tutta la città!».

«Ascolta, Fred... mi dispiace, ma ormai sei fottuto.

Devi farmi un favore, o ci rimetto la pelle anch'io...

Me ne vado dal cornicione, alla peggio mi faccio un tuffo.

Tu, però, devi cercare di trattenerli, okay?

Addio, Fred... e grazie...», lo bacia veloce sul labbro e fa per andarsene, puntando la finestra.

È sicura, troppo sicura di sé...

Fred è in agonia, steso su una poltrona nello studio di Joe Denton.

«Anna...!».

Si volta, senza sospettare nulla.

«Tu... verrai con me...».

«No...!», adesso ha capito.

POW

Un colpo di revolver nello stomaco, quasi in mezzo alle tette!

Lo sguardo ghiacciato, scivola lungo la parete e finisce col culo a terra, lasciando un'orrenda scia di sangue sul muro...

È una vista che fa rabbrividire!

È assurdo, ma non ci sono dubbi...

È la fine di Anna Frentzen!

«Anna... che combini?

Sto venendo a prenderti!».

Poco dopo se la ritrova con la bocca spalancata, il corpo che restituisce dei sussulti quasi meccanici, gli occhi sbarrati.

La scena del delitto è chiara, Fred è crepato, ha sparato sulla Frentzen insieme all'ultimo rantolo; lei voleva portarsi via i soldi.

Lui la voleva per sé, come tutti; e non potendola più avere, se l'è portata dietro; all'inferno; e ha usato un rivoltella speciale per farlo: Walker riconosce subito la calibro 38 con il calcio in madreperla appartenuta ad Al Capone, e se la infila nella tasca; da ora diventerà famosa per altro; poi si sposta verso Anna e torreggia sul donnone, cercando di dominarsi.

Gli sembra assurdo pensarlo, ma Anna Frentzen è rimasta uccisa.

Chiamare un motoscafo-ambulanza servirà a poco.

Si abbassa e le prende la mano.

«Un asciugamano, presto...», dice ai suoi uomini. «Se il telefono funziona, chiamate un'ambulanza... specificate che si tratta di Anna Frentzen e che ha molta fretta...».

Non serve a molto, ma le tampona lo stomaco e le blocca le cosce a terra, perché si scuotono convulsamente.

«John... volevo... il mio impero...

Tu... tu... non avresti... mai... sparato...

John... io... non so... come fare... nhh... non... nhhh... non voglio... morire... John...».

«Ho chiamato l'ambulanza, sarà qui a momenti...».

«Capo... l'acqua sta salendo... e anche piuttosto in fretta...».

«È la marea, idiota!

Fatemi sentire cos'ha da dire».

Lei vorrebbe tentare; ma il tempo stringe.

«John... l'ambulanza...».

«Adesso arriva, Anna...».

«John... nhh... voglio... salvarmi...».

«Ti salverai».

«John... io... nhhh... io... ho paura...».

«Devi stare calma, Anna. O perderai il controllo».

Splut!

La Frentzen vomita un grosso fiotto di sangue...

«John...», biascica ancora il suo nome. «J...o...h...», e lo ripete, molto più lentamente, come una conferma; l'ultima lettera, però, le si strozza in gola; la Frentzen rimane a bocca aperta, a fissare non si sa cosa.

Walker le passa la mano davanti agli occhi.

E smette di premerle l'asciugamano contro lo stomaco bucato.

Si rialza e annuncia ai suoi: «Anna Frentzen è morta, ragazzi.

Ha lottato per qualche minuto, non voleva arrendersi, ma non ce l'ha fatta».

Ormai l'avevano capito, ma giunge comunque un brusio di stupore.

«Si è beccata una brutta pallottola, non poteva salvarsi.

Meglio per lei se non c'ha messo molto, inutile farsi sbudellare in ospedale, in questi casi.

Comunque non siamo stati noi. Hanno fatto tutto fra loro. Uno dei ragazzi di Denton ha sparato contro la Frentzen.

Scommetto che volete vederla.

Fatelo, ma senza toccarla, né perdere tempo.

Un'occhiata e via, perché dobbiamo andarcene».

L'acqua lambisce il prestigioso cadavere.

«Grandissima puttana... spettacolare vederla crepata...».

«Stavolta le ha girato tutto contro...».

«Però dallo sguardo pareva convinta di potersi salvare: sembra ancora non capire quello che le è successo...».

Sono i commenti della banda.

«L'ambulanza è arrivata, capo».

«Ditegli che la Frentzen non ha più tanta fretta. Basta una lettiga da obitorio. E che lascino questo maiale alle piovre».

Uno degli infermieri controlla gli occhi della donna, poi insieme all'altro la carica sulla barella e le stende addosso - fino in faccia - un lenzuolo mortuario, che si adagia funesto sulle grosse forme dello spettacolare cadavere, e si macchia subito di lordura rossastra nella zona dello stomaco.

Mentre la caricano sul piccolo motoscafo-ambulanza, un braccio si stacca dal corpo e rimane a penzolare macabro dal bordo della lettiga.

Sembra il saluto di Anna Frentzen a quella platea silenziosa che la vede sfilare via cadavere, senza il brivido di una disperata corsa in ospedale, con la notizia fatale dilatata di un'oretta, tra smentite e conferme.

Qui non ci sono rinvii: la Frentzen ha il lenzuolo sulla faccia...

L'ambulanza riparte senza urgenza, diretta all'obitorio di Oakmont.

«E così la famosa Anna Frentzen è rimasta uccisa?».

«Sì, caricata morta sull'ambulanza... con un grosso buco nello stomaco...

Voleva scappare con i soldi di Denton.

La super puttana di Oakmont adesso riceve visite all'obitorio».

«Strano che una del genere si sia fatta fregare così».

«Nessuno è perfetto.

Ha tirato troppo la corda.

Ma era ancora viva quando è arrivato il capo.

Non voleva proprio crepare, stando a quanto mi hanno raccontato.
Nonostante lo stomaco spalmato sulla parete... c'ha provato fino all'ultimo, sperando di arrivare almeno in ospedale.

Era disperata, ansiosa, le cosce rimbalzavano sul pavimento.

Ma non è durata a lungo: è salita morta sull'ambulanza.

Anna Frentzen è affondata... insieme a questa città...

Stavolta ha trovato qualcuno che ha avuto il coraggio di spararle addosso, e che l'ha centrata...».

«Un peccato per Oakmont, ti confesso che quando andavo all'archivio dei giornali mi bagnavo tutto nel vederla... sempre sbottonata fino allo stomaco... che mignottona...».

«Non posso certo darti torto... era una gran puttana; sempre in giro allentata, senza reggiseno, con le tette molli a penzoloni...

Ma si è montata la testa e l'ha pagata cara».

«Ehi...!».

RAT-RAT-RAT

«Che c'è?».

«Un tentacolo...».

«Maledette bestiacce.

Teniamo gli occhi aperti...».

«Tu hai capito perché siamo qui?».

«Certo che l'ho capito.

Questo era il quartier generale di Denton: i suoi uomini sono quasi tutti morti, compreso lui e la Frentzen, ma qualcuno potrebbe ancora farsi vivo...

Il capo vuole essere sicuro che nessuno riprenda in mano le redini della banda».

«È rimasto poco, comunque. Lo stabile è mezzo sommerso».

«Tutta la città è mezza sommersa...».

«Ehi...!».

«Ancora?».

«Ma...!?

Ma quello non è il cadavere della Frentzen?».

«Cristo Dio! Hai ragione, è lei...

Che è successo all'ambulanza?

La corrente la sta portando in giro, allentata come sempre...».

«Perché non la tiriamo su?».
«E che ce ne facciamo?».
«Era una grossa troia, potrebbe interessare a qualche collezionista...».
«D'accordo. Può valere un mucchio di dollari anche da morta».
«Ehi! Giù le zampe!».

RAT-RAT-RAT

«Dannate bestiacce...».

«Che fai?! Stai attento, l'hai colpita?».

«Che importanza ha? Comunque adesso controlliamo...

Si è infilata nella finestra di sotto... andiamo a prenderla».

«Ha solo il buco nello stomaco... non l'ho presa, ho sparato alla piovra, altrimenti se la portava via».

«Povera mignotta... ridotta così non sembra più tanto invincibile...».

«Le piovre devono aver attaccato l'ambulanza.

Quei mostri sono dannatamente pericolosi!

Da dove escono fuori? Perché il Sindaco non fa qualcosa?

Prima eravamo noi i mostri della città e ci combatteva con tutti i suoi agenti... ma adesso? Perché non combatte i nuovi mostri?».

«Quella è roba da Guardia Nazionale, ma di Oakmont non frega niente a nessuno, e forse è meglio per noi. Quando l'acqua si ritirerà, andranno via anche le piovre; a meno che non imparino a camminare...».

«Ascolta... non ti sembra che la Frentzen abbia un colorito un po' troppo... diciamo verdognolo...?».

«Per forza... è caduta in acqua.

Tutto quello che accade in acqua diventa verdognolo...».

«Ne sei sicuro?

Forse dopo tre o quattro giorni, ma qui non è passato molto tempo».

«Che vuoi che ti dica? Faccio il gangster, non il biologo marino».

«Cough!».

«Ti è tornata la tosse, Bill? Questa dannata umidità ti entra nelle ossa».

«No, perché?».

«Hai tossito...».

«Non ho tossito».

«Ti dico che hai tossito.

Ma non è una colpa. Può capitare».

«Cough! Cough!».

«Ecco... capita...».

Bill e Jim rimangono a bocca aperta.

Anna Frentzen ha tossito...!

«Oddio... la Frentzen...».

«Signora Frentzen... stia calma...».

«Cerchiamo noi di stare calmi...

Che succede? Non era morta?».

«Non lo so, io non c'ero.

So solo che quando voglio essere sicuro, io gli sparo un colpo di grazia in testa».

«Credo che ci sia un nesso con questo strano colorito verdastro...

Quelle piovre sono strane, nessuno le conosce.

Quando hanno attaccato l'ambulanza, i loro tentacoli devono aver afferrato la Frentzen; guarda questi grossi segni sul braccio...

Forse le hanno iniettato qualcosa... qualcosa che l'ha stimolata al punto di rianimarla...».

«Sì, ma che facciamo adesso? Respira appena... e il buco nello stomaco è rimasto...».

«Deciderà il capo cosa fare».

«D'accordo, cerchiamo di stare calmi...».

«Jim...!».

«Che altro c'è, adesso?».

«Chi cazzo è quello?

Sta puntando verso di noi».

«È un investigatore privato, un certo Charles Reed, un tipo strano; fa strane domande in giro, crede che tutto questo sia opera di una setta... che avrebbe risvegliato un certo Dagon... un pesce più grosso del nostro capo, uno che fa le scarpe di cemento a tutti».

«Un ficcanaso, insomma...

Ci penso io».

«Va bene, ma senza far rumore, okay?

Abbiamo cose più importanti da gestire, adesso...».

«Mi chiamo Charles Reed e sto indagando sull'omicidio di Anna Frentzen.

La polizia di Oakmont mi ha delegato le indagini, poiché non hanno abbastanza uomini.

In seguito a un regolamento di conti tra le bande Denton e Walker, è emerso che la donna sia rimasta uccisa in questo stabile. Faceva l'impiegata all'archivio dei giornali.

La moto-ambulanza su cui viaggiava il suo cadavere è stata attaccata da alcune piovre, che hanno trascinato in acqua il corpo. Gli infermieri sono giunti all'ospedale in stato di shock.

Di tutto questo lei sa qualcosa?

Perché si trova qui, su una scena del crimine?

E perché ha con sé un'arma a ripetizione?».

«Mi dispiace, detective; ma non ne so proprio niente; questo giocattolo mi serve per difendermi e non vedo scene del crimine: in genere mettono dei nastri colorati, gialli se non sbaglio».

«La nomino assistente alle indagini.

Mi aiuterà nella mia ispezione.

Pare che la Frentzen sia rimasta uccisa da un colpo d'arma da fuoco che l'ha raggiunta allo stomaco.

Io voglio sapere chi le ha sparato e perché.

54 anni, origini italiane, divorziata, molto chiacchierata in città, definita "l'amante del boss", con riferimento a Denton.

Il padre è stato avvertito con un telegramma.

Arriverà a Oakmont domani, per conoscere tutti i dettagli sulla morte della figlia.

Ecco... qui sulla parete c'è una grossa macchia di sangue... la vede?

La Frentzen è stata colpita in questo punto: un proiettile molto potente l'ha trapassata.

Eccolo qui conficcato nella parete, infatti... si direbbe una calibro 38.

La donna dev'essere morta sul posto, perché non ci sono altre scie di sangue, pur considerando la marea.

Questo asciugamano... è intriso di sangue...

Qualcuno ha cercato di aiutare la signora Frentzen.

Le hanno tamponato lo stomaco, ma non c'è stato niente da fare.

Possiamo desumere che non sia stata un'esecuzione ordinata dall'alto, ma un delitto incidentale, di cui al momento ci sfugge il movente.

Domani il padre vorrà vedere il posto dove la figlia ha trovato la morte».

«Sapevo che prima o poi avrebbe fatto questa fine, era molto ambiziosa...

Ma era anche una brava donna, mia figlia...

Di certo non meritava tutto questo: possibile, detective, che non ci sia stato modo di salvarla?».

«Qualcuno deve averci provato, perché sopra questo divano è stato rinvenuto un asciugamano intriso di sangue; purtroppo, però, quando è arrivata l'ambulanza, sua figlia era già morta.

Il colpo ricevuto non le ha lasciato scampo: una calibro 38 sparata da non più di quattro metri che l'ha raggiunta in pieno stomaco.

È stata soccorsa immediatamente, non è morta da sola, le hanno tamponato la ferita, ma c'era poco da fare».

«Non è da Anna arrendersi», reagisce il padre. «Di sicuro ha lottato, non è morta sul colpo».

«Certamente... avrà tentato fino all'ultimo di salire viva sulla moto-ambulanza, ma non c'è riuscita, mi dispiace».

«Ehi, Charles... vieni qui... dobbiamo parlare...», l'invito viene da John Walker in persona.

È uno di quegli inviti che è meglio non rifiutare.

«Papà... ohh... rimani... vicino a me...».

«Sì, bambina mia... stai tranquilla... non ti succederà niente...

Me lo sentivo che non t'eri arresa... fagli vedere chi sei....».

Occhi sbarrati rivolti al soffitto della camera, volto che riflette sinistri bagliori verdognoli, bocca aperta che rivela uno strano stupore.

E la camiciona sbottonata impiastrata di sangue coagulato. Lei non ci rinuncia mai.

C’è scetticismo intorno ad Anna Frentzen, e non può essere altrimenti.

Si teme che la situazione possa precipitare da un momento all’altro.

Una marea infernale ha riportato a galla la Frentzen, ma le sue condizioni rimangono disperate.

Walker viene costantemente aggiornato via telefono, il padre non la lascia un momento.

Poi ci sono Bill e Joe, e l’anziana infermiera che caritatevolmente asciuga il sudore freddo della Frentzen, come si trattasse di una statua di cera che rischia di sciogliersi.

E c'è anche Charles Reed, ormai sul libro-paga di Walker.

Si è deciso di non portarla in ospedale: il caso è troppo anomalo.

Gli effetti prodotti dall'abbraccio del tentacolo sono imprevedibili: i protocolli ordinari potrebbero aggravare la situazione.

«Su, Anna…», le dice il boss, come se per la Frentzen fosse una cosa da niente l'aver lasciato mezzo stomaco nello studio di Joe Denton.

Walker le ha messo a disposizione ossigeno e plasma. Il medico di fiducia della banda la visita due volte al giorno.

Il boss non bada a spese pur di allungare l’agonia della super puttana di Oakmont, anche se l'obitorio pare solo rinviato.

Anna ha paura, ma non invoca l’ospedale, perché non vuole morire sotto i ferri.

«John… io ci provo…», ci tiene a dire, rivolta al boss.

«Se vai in crisi, c’è pronto l’ossigeno. Non devi preoccuparti».

Walker non vuole demoralizzarla con le previsioni del medico.

«Io… ohh... non rimarrò… uccisa…».

«No… te la caverai…».

La asseconda.

Ma ai suoi uomini dice la verità.

Nessun futuro per Anna Frentzen. Finirà dove era diretta.

Oakmont dovrà fare a meno di lei e trovarsi un’altra super puttana con la camicia sbottonata fino allo stomaco e le tette penzolanti.

«Anna... non stai tirando troppo la corda... con il boss...?».

«No, papà... lui è in pena per me... ohh... oh... dev'essere mio...

Lui... deve sposare me... oh... non quella zozza... ohh... che gli sta vicino...

Layla Boyle... è una mignotta... ohh... lo sanno tutti...».

«Anch'io sono in pena per te, figlia mia...», e le infila una mano nella camicia sbottonata, come un padre non dovrebbe.
«Ma tu... non hai potere... papà...».
«Anna... hai un grosso buco nello stomaco... non vorrei che tu... rimanessi uccisa, figlia mia...».
«No... non deve accadere...

No... non voglio... morire... oh...
Tu... recita la tua parte... e bada... ohh... che... non mi mettano... altro piombo... in corpo... oh... al resto... ci pensa Anna...».
«Va bene, ma adesso risparmia il fiato e le zinne, figlia mia... ne avrai bisogno...».

«È morta?», la domanda ricorrente tra gli uomini di Walker.

C’è molta attesa, molta apprensione per la sorte di Anna.

Li tiene tutti, o quasi, con il fiato sospeso.

«Quanto manca?».

Si cerca a tutti i costi di capire.

«Se il padre non la lascia un attimo, vuol dire che la fine è imminente».

«Io pensavo che sarebbe morta per una scarica di tommy-gun, insieme al suo boss, a letto».

«No, un colpo solo, ma ben piazzato. Le ha fatto schizzare lo stomaco sulla parete. Niente di romantico. Uno dei suoi che, morendo, se l’è portata dietro».

«Una fine da stupida, per certi versi. Una fine non degna di Anna Frentzen».

«Non ci si può scrivere la parte da soli. Siamo attori, non sceneggiatori, sul palcoscenico del nostro destino: dobbiamo accettare la parte, anche se non ci piace.

Lei non pensava certo di morire così, dopo una lunga agonia, vedova di Denton, facendo tirare il collo al padre».

«Ma secondo te, la Frentzen si sta spremendo?».

«Certo. Le sta provando tutte. Non vuole morire, è ambiziosa.

Ma troverà la strada sbarrata».

«La sua voglia di salvarsi quanto può incidere?».

«Fino adesso, tanto; alla fine, però, dovrà arrendersi, come tutti.

Con lo stomaco sfondato, e continue emorragie, non si può vivere».

«Però al momento la situazione è sotto controllo…».

«Diciamo di sì, in qualche modo si sa gestire. Ha una fottuta paura di morire.

Tornata a sorpresa in gioco, non si farà eliminare tanto facilmente, ha fatto esperienza, non perderà un'occasione così grande di impressionare il suo pubblico...».

«Stai diventando ottimista…».

«Anna Frentzen la conoscono tutti: non è facile toglierla di mezzo.

È una che non si arrende mai.

Altrimenti a 54 anni non sarebbe la più grossa fica di Oakmont.

Si è fatta sorprendere una volta, non credo ci caschi ancora, alla sua pelle ci tiene, la vecchia troia...».

«Ora la fai troppo facile…».

«Sono realista. Il boss la tiene sotto stretto controllo.

Al suo capezzale ha un ottimo medico, un’esperta infermiera e il devoto padre, con apparecchiature e medicine: una macchina da guerra per tenere a galla Anna Frentzen, mentre la città affonda...».

«Hai dimenticato lo strambo investigatore che ha studiato quei mostri... e che sospetta un atto doloso da parte di una certa setta di Dagon...

Tanta attenzione per questa gran puttana, poca per Oakmont: come si spiega?».

«La Frentzen non si spiega: si impone da sé.

Non ce ne sono come lei.

Se ne accorgono tutti, quando la vedono.

C'è tanta preoccupazione intorno a lei.

Diverrebbe addirittura panico, se circolasse la notizia della sua morte...

Per Oakmont sarebbe la fine definitiva...».

«Anna Frentzen ha l'acqua fino al collo, come questa maledetta città...

E se non sta attenta, rischia di affondare in un mare di merda...».

GOLDRAKE: REQUIEM

PeR UNA DIRettrice CORROTTA

di Salvatore Conte (2024)

La Direttrice faceva quello che voleva nel suo carcere.

Ma adesso la musica è cambiata, perché Madame Brutal ha assunto il potere assoluto all'interno del penitenziario brasiliano diretto dalla grande cessa della sua amica Dolores.

«Spiacente per lei, ma...», Goldrake replica a Sheila, la spia infiltrata nel carcere, «c'è una rivolta in corso, e se la trovano i carcerati, la faranno a pezzi...».

   

«La Direttrice sta morendo...!», urla una guardia nella confusione generale.

«L'avevo detto...

Madame Brutal le ha fatto esplodere lo stomaco, qui davanti a me.

È strisciata fuori come una grossa serpe, voleva salvarsi a tutti i costi, era preoccupatissima, ma temo che - per quanto fosse una donna potente e invidiata - per lei sia finita.

L'ha presa in pieno stomaco, sono sicura. A caldo è riuscita a reagire, ma non poteva fare molta strada.

D'altronde, anche se mi ha aiutato, era una Direttrice corrotta.

Forse è meglio che sia finita così».

«Lo penso anch'io...

Però se riesci a cavarle qualcosa, prima che crepi, è meglio...».

«Okay, ci provo...». Sheila intercetta subito una guardia: «Dove si trova la Direttrice?».

«La stanno portando in infermeria... strillano tutti come matti... ma secondo me ormai è morta...».

«Devo parlarle, prima che sia troppo tardi... portami da lei...».

«Io... io... volevo... ghh... raggiungere il potere... hhh... attraverso... Madame Brutal...

Non giudicarmi... Sheila... hhh... ghh... era... la mia ultima... possibilità... uhhh... non sono più... tanto giovane... ohhh... ormai... uhh... faccio schifo... mi sono gonfiata... ahh... ma un tempo... ohh... ero bona... ghh... hh... da morire...», la Direttrice - tra un mancamento e un rantolo - vuole parlare a tutti i costi.

Fatica enormemente a tenersi legata alla vita, ma cerca di andare avanti, non vuole crepare.

«Sei bona pure adesso... di questo non devi preoccuparti...

Ascolta... sta arrivando un elicottero per portarti in ospedale, Dolores...

Risparmia il fiato, non te ne rimane molto».

«Lo so... io... io... ghh... sto morendo... come una cagna... hhh...».

«Quella psicopatica di Madame Brutal ha sparato per ucciderti; mi dispiace, Dolores.

Il danno che ha fatto è enorme.

Non te lo meritavi; hai sbagliato, è vero, ma hai pagato un prezzo troppo alto...».

«Sì, è vero! Perdere Dolores è un danno enorme, ecco perché sono qui...!».

«Madame Brutal...?!».

RAT-RAT-RAT

«Addio, Sheila.

Tu verrai con me, Dolores, sul mio elicottero.

Non puoi fallire, vecchia puttana... lavorerai per me...», e con una mano le preme dolcemente lo stomaco, aiutandola a tamponarsi.

La Direttrice sente un po' di vita in corpo.

«Ghh...», e risponde con un rantolo alle cure di Madame Brutal.

Dunque, infine, ancora una volta, Goldrake è beffato!

LA VECCHIA SORCONA

E IL FUNERALE DEI TOPI

di Bram Stoker e Salvatore Conte (1896-2024)

   

     

Lasciata Parigi per la strada di Orléans, ci si trova in una zona aspra e inospitale, detta Montrouge.

Se ci si allontana di poco dalla strada, le cose peggiorano enormemente: a destra e a sinistra, dinanzi e alle spalle, da ogni parte si ergono alti cumuli di immondizie e rifiuti accumulatisi col passare degli anni.

D'altronde le immondizie sono immondizie in tutto il mondo, e tutti i mucchi di immondizie si assomigliano.

Perciò questi dintorni di Parigi non sono molto diversi da alcune zone suburbane di Londra.
In quel periodo soggiornai a lungo nella capitale di Francia: ero molto innamorato di una ragazza che, pur ricambiando la mia passione, ubbidiva ai desideri dei genitori, cui aveva promesso di non vedermi e non tenersi in corrispondenza con me per il periodo di un anno.

Io stesso mi ero visto costretto ad accettare tali condizioni nella speranza di carpire, infine, il sospirato benestare.
Per tutto il periodo di prova avevo promesso di rimanere lontano dall'Inghilterra e di non scrivere alla mia diletta fino allo scadere dell'anno.

Come tutti i turisti, esaurii i luoghi di maggiore interesse nel corso del mio primo mese di soggiorno; durante il secondo mese mi impegnai nella ricerca di nuovi spunti di divertimento.
Avendo fatto diverse puntate nei sobborghi più conosciuti, cominciai a prendere in considerazione una zona incognita (almeno per le guide ufficiali), in quel deserto sociale che si stendeva tra i vari punti di attrazione.

Di conseguenza, cominciai a organizzare sistematicamente le mie ricerche, e ogni giorno ricominciavo la mia esplorazione là dove il giorno prima l'avevo interrotta.
Con l'andar del tempo, i miei vagabondaggi mi condussero nei paraggi di Montrouge.

In un tardo pomeriggio della fine di settembre varcai le porte della città dei rifiuti.

Il posto, infatti, sembrava il domicilio riconosciuto di un certo numero di chiffoniers, e nella formazione dei cumuli di immondizie ai lati della strada si notava una certa sistematicità.
Passai dunque tra questi cumuli, che sembravano posti lì a guardia, ben deciso ad addentrarmi e a seguire quella pista di rifiuti fino in fondo.
Per tutto il cammino mi parve di scorgere dietro ai mucchi di immondizie alcune sagome in continuo movimento: evidentemente spiavano con interesse l'avvento di un estraneo in un simile posto.

Giunsi infine in quello che si sarebbe detto il quartiere centrale della città: si trattava di un certo numero di baracche vicine tra loro, tirate su alla buona.

Dopo un po' la stradina principale si allargò in uno spiazzo, su cui si affacciava un edificio diroccato.

Nei pressi dell'ingresso stava seduta una vecchia tutto sommato graziosa, nonostante gli anni e la pancia.

Era vestita molto meglio degli straccioni che si vedevano in giro; perciò mi avvicinai per chiederle dove mi avrebbe portato quella strada, qualora avessi scelto di proseguire.

Penso avesse non meno di 65 anni, ma portati abbastanza bene.

Quando la Bastiglia cadeva, questa vecchia doveva essere una giovane ragazza. E tuttavia appariva ancora solida nel fisico, anche troppo; e il volto, incorniciato da fluenti capelli biondi e ravvivato da un leggero trucco, esprimeva una certa classe.

Forse faceva ancora la puttana, perché indossava un camicione rosso, spiccato e ammiccante, gonfiato bene da zinne tuttora possenti.

Sembrava una grossa oliva spremuta per la terza o quarta volta, ma ancora in grado di fare olio.

Come mi vide, si alzò e attaccò subito a chiacchierare; sembrava stesse lì ad aspettarmi, nonostante lo sguardo apparentemente svagato.

«Vieni dentro, giovane... e ti risponderò».

Mi fece accomodare all'interno della vecchia costruzione diroccata; sullo sfondo del locale si intravedevano decine di topi, intenti a sguazzare tra le masserizie fatiscenti.

«Alla fine della strada, usciti dal villaggio, inizia la palude».

Avevo ricevuto conferma di essere giunto al centro della città.

Mi balenò dunque l'idea che quel posto, fulcro del regno dei rifiuti, fosse senz'altro il più adatto per raccogliere notizie sulla storia degli straccivendoli parigini, anche perché le informazioni sarebbero scaturite dalle labbra di una donna, che per il suo aspetto importante, sembrava in qualche modo la Regina di Montrouge in persona.

Le posi alcune domande e la vecchia mi fornì risposte molto interessanti.
Era stata una di quelle rivoluzionarie che giorno dopo giorno erano rimaste sedute davanti alla ghigliottina; e poi era stata segnalata alle autorità per la sua violenza durante la Rivoluzione, e posta sotto controllo fino ad allora.

Tuttavia non mi sembrava tanto vecchia da aver potuto ricoprire un ruolo attivo in quegli anni fatidici, sebbene l'aria da terrorista non le mancasse affatto.
«Oh, ma m'sieur, oggi non sono più un pericolo... sono troppo vecchia...».
Quelle chiacchiere non mi dispiacevano affatto; la megera era molto cortese e inoltre la conversazione con qualcuno che aveva partecipato attivamente alla presa della Bastiglia era talmente interessante che rimasi seduto e riprendemmo a parlare.

Mentre stavamo conversando, si avvicinò un vecchio.
«Ecco Pierre», disse lei. «Ora m'sieur potrà ascoltare tutte le storie che vorrà, perché Pierre è stato dappertutto: dalla Bastiglia a Waterloo».

Il vecchio prese uno sgabello e ci tuffammo nel mare dei ricordi.

Durante la pause, Pierre si strusciava addosso alla donna, come ne fosse completamente succube.

E con la coda dell'occhio sembrava controllare se fosse riuscito a suscitare la mia invidia.

Per la verità, c'era riuscito in pieno...

Mi trovavo dunque seduto al tavolaccio della vecchia bagascia ad ascoltare storie; lo spazio intorno era ingombro delle più strane cianfrusaglie e del relativo corredo di topi.
E se ciò non fosse stato abbastanza orripilante, più inquietante ancora era quel coltellaccio da macellaio - appeso alla parete - dal ferro macchiato qua e là di sangue rappreso...

Eppure non ero eccessivamente preoccupato. Il racconto dei due vecchi era così affascinante che stavo ad ascoltarli senza più badare al tempo che passava, finché calò la sera.

A un certo punto, avvertii un senso di disagio; non saprei spiegare esattamente il perché, ma sta di fatto che fui preso da una sensazione sgradevole. Cominciai a riflettere sul luogo in cui mi trovavo, su quello che mi circondava e su come avrei potuto reagire nel caso fossi stato aggredito.

«Sta' calmo e fai finta di nulla», mi consigliò la prudenza; così mantenei la mia flemma britannica e non lasciai trapelare alcuna emozione, ben sapendo di avere quattro occhi fissi su di me.

Quattro occhi umani... ma in realtà molti di più scintillavano verso di me dagli angoli bui del locale.

Dio mio, che pensiero tremendo! La piazzetta e l'edificio in cui mi trovavo potevano essere accerchiati da un nugolo di delinquenti. Potevo trovarmi nel bel mezzo di una banda di disperati, creata da mezzo secolo e passa di rivoluzioni.
Il senso del pericolo acutizzò il mio spirito d'osservazione, e divenni istintivamente più guardingo. Notai, ad esempio, che lo sguardo della vecchia tornava a fissarsi con insistenza sulle mie mani, che di tanto in tanto poggiavo sul tavolo; seguendolo, scoprii il motivo di tanta insistenza: gli anelli. Alla mano sinistra portavo un sigillo, e alla destra un diamante, entrambi di notevole valore.
Pensai che se mi trovavo in pericolo, la prima mossa doveva essere quella di allontanare ogni sospetto. Così, dirottai la conversazione sulla raccolta dei rifiuti, sulle fogne e su quel che vi si poteva trovare; insomma, pian piano arrivai a parlare di gioielli. Poi, cogliendo al volo la prima occasione, chiesi alla vecchia se se ne intendesse. Rispose di sì, un poco. Tesi la mano destra e mostrandole il diamante chiesi cosa ne pensasse.
Rispose, chinandosi in avanti, che ormai la vista la tradiva.
«Prego», dissi io con la maggior disinvoltura possibile. «Lo vedrete meglio così», e mi sfilai l'anello, porgendoglielo.
Come lo ebbe in mano, una luce sinistra si accese sul volto imbolsito e dal sottomento gonfio da vecchia bagascia; e mi lanciò rapida uno sguardo acuto, quasi il lampeggiare della folgore.
Restò un momento china sull'anello, celando il viso, fingendo di stimarlo.
Il vecchio, intanto, lasciava vagare lo sguardo, armeggiando nelle tasche da cui trasse una presa di tabacco e una pipa che cominciò a caricare.
Approfittando del vantaggio che quella pausa mi concedeva e del fatto di non avere per il momento quegli occhi fissi su di me, volsi uno sguardo attento intorno, nella luce incerta, sui mucchi di cianfrusaglie, sul terribile coltellaccio sporco di sangue e sul sinistro lampeggiare degli occhi dei ratti, visibile ovunque, nella semioscurità.

E dalle finestre rotte filtravano ombre... e sussurri...
Ora avevo valutato il pericolo in tutta la sua vastità: ero circondato e tenuto sotto sorveglianza da una banda di disperati.
Non riuscivo neppure a immaginare quanti ve ne potessero essere, intorno a me, in attesa del momento giusto per colpire. Sapevo, è vero, di essere robusto, ma anche loro non lo ignoravano.
Intuivo di aver guadagnato un certo vantaggio negli ultimi secondi, perché se non altro avevo ottenuto piena coscienza del pericolo.
«Adesso», pensai, «è il momento di mettere alla prova il mio coraggio».
La donna sollevò il capo e commentò con voce soddisfatta: «Un anello stupendo, molto bello davvero!

Povera me... ora sono vecchia e logora... ma un tempo anch'io possedevo anelli così... tanti, anche... e bracciali, e orecchini...», la megera si stirò addosso il camicione, gonfiando il petto, da vecchia sorcona; senza paura, come avesse ancora trentanni; la lingua fece capolino dal labbro; tutto questo forse perché un paio di volte le avevo infilato gli occhi nella scollatura. «Avevo mezza Parigi ai miei piedi».

In effetti non era difficile da credere.

«La classe non invecchia... non dovete commiserarvi, tuttaltro...

Come vi chiamate?», il mio complimento era sincero; e poi mi conveniva essere gentile.

«Layla, m'sieur... Layla...

Voi siete molto gentile, m'sieur... ma ora... quei tipi... se non sono morti... si sono scordati di me.

Mi hanno dimenticato.

Che dico... non sanno neppure se sono ancora viva!».

Concluse con macabra ironia, rivendicando l'età venerabile.

«Viva... e ancora importante, imponente...», la lusingai volentieri.
Poi devo confessare che mi stupì, perché mi ridiede l'anello con un certo garbo.
Pierre la fissò con improvvisa curiosità. Si levò a metà sullo sgabello.
«Fate vedere un po'...», disse, rivolto a me, con voce roca.
Stavo per accontentarlo, quando la vecchia intervenne: «No, non dateglielo. Pierre perde tutto: è fatto così.

È un anello talmente bello...».
«Oh, al diavolo!», proruppe l'uomo.
E la donna, con un tono più alto del necessario, replicò: «Aspettate! Vi voglio raccontare la storia di un anello...
Infatti... una volta persi un anello... un bel diamante, un tempo di proprietà di una regina, che mi era stato donato da un esattore delle tasse, il quale - in seguito - da me respinto, si tagliò la gola.
Pensai di essere stata derubata e mi feci sentire con quelli della mia banda, ma senza nessun esito. Allora la polizia eseguì un sopralluogo e si pensò che fosse finito giù per la fogna. Discendemmo: andai anch'io, con i miei bei vestiti, perché non mi fidavo di loro.

Ho imparato tante cose sulle fogne, da quel giorno; e sui topi, anche!

Non scorderò mai quel posto vivo di occhi lucenti, un'intera parete che si ergeva là dove finiva l'alone delle nostre torce...

Infine, arrivammo sotto la mia casa.
Frugammo... e lì, in mezzo alla porcheria, ritrovammo il mio anello.
Ci stavamo dirigendo verso l'uscita, ma l'avventura non era ancora finita.
All'imbocco della fognatura ci si fece incontro un altro esercito di topi: di razza umana, questa volta.
Spiegarono ai poliziotti che uno di loro era finito lì e non era tornato in superficie; vi era entrato da poco e non poteva essere andato molto lontano. Gli chiesero di dar loro una mano a cercarlo. Ritornammo quindi sui nostri passi.
Tentarono di impedirmi di seguirli, ma non ci riuscirono.
Era un divertimento che non volevo lasciarmi scappare; e poi, non avevo forse ritrovato il mio anello? Comunque, non dovemmo camminare molto: ben presto ci finimmo contro. C'era poca acqua, e il fondale della fogna era ingombro di mattoni, detriti e altre porcherie.

Doveva aver lottato, anche dopo aver perduto la torcia, ma erano in troppi per lui. E non se l'erano certo presa comoda!

Le ossa erano ancora tiepide, ma completamente spolpate. Si erano divorati perfino i loro morti; accanto alle ossa umane si potevano distinguere infatti piccoli scheletri di topo».
«Non avete avuto paura?», le chiesi.
«Paura?», fece lei con una risata. «Paura io? Diglielo, Pierre...!
Certo, allora ero più giovane e incosciente, ma in quell'orrenda fogna con il muro degli occhi famelici che si spostava di continuo seguendo la luce delle fiaccole, non mi sentivo certo a mio agio.

Volevo, però, che gli uomini mi stessero dietro, abitudine che ho conservato. Mi piace stare in testa: tutto quello che chiedo è che mi si diano opportunità e mezzi...», parlava da regina.

Si stirò addosso il camicione di velluto, osservandomi per constatare la mia reazione.

Cercai di non deluderla.

«Insomma, l'avevano divorato!
Fecero sparire dalla faccia della terra qualsiasi traccia, tranne le sue ossa...».
Con queste parole concluse il discorso, fissandomi duramente.

Mi teneva in pugno.

Fra le righe di quella storia cruenta, si potevano leggere le parole d'ordine indirizzate ai suoi complici.

State calmi, sembrava dire, attendete il momento giusto. Darò io il segnale. Non ci sfuggirà. Gli sarà inutile gridare e i topi faranno il resto!
«Ma m'sieur... voi forse avete freddo...

La vecchia Layla può scaldarvi meglio di quanto pensiate...», e trascinò lo sgabello verso di me, quasi cadendomi addosso.

Le passai un braccio attorno i fianchi pesanti: la carne era molle, ma la sensualità da vecchia troia era lungi dall'essere morta.

«Stavate per cadere...».

«Addosso a voi, m'sieur, non mi sarei certo fatta male...».

«Nemmeno io, d'altronde, madame...».
Stavo flirtando con una vecchia megera che poteva essere mia nonna, una lurida bagascia di fogna consumata dagli anni e dall'ansia di apparire ancora desiderabile.

Stavo dimenticando il pericolo che mi circondava.

Tornai padrone di me stesso, intuendo che il momento dell'azione si stava avvicinando.
Non ero armato, ma presi una decisione su ciò che avrei potuto fare.

Al primo movimento avrei afferrato il coltellaccio da macellaio che si trovava appeso alla parete, e mi sarei buttato fuori passando per la finestra; se non altro, avrei venduto cara la pelle.

Buon Dio, non c'era più...!

Tutto l'orrore della situazione parve sopraffarmi. Ma il pensiero più triste era quanto avrebbe sofferto la mia cara Alice, se le cose, come sembrava, si fossero messe al peggio.
La vecchia continuava a fissarmi come fa il gatto col topo.

«M'sieur... m'sieur... la vecchia Layla vale forse il vostro anello?».

«Certo che lo valete, madame...».

«Ma l'anello unisce, m'sieur... per sempre...

Voi non avete paura della mia età?».

«Paura io?», facendole il verso. «Perché dovrei? Voi siete una signora senza età, Layla...», la cosa buffa era che lo pensavo sinceramente.

«M'sieur... voi mi lusingate, ma dovrete mostrare coraggio per avermi...».

Il discorso, benché estremo, aveva un suo filo.

«Io... non sono finita...», scandì le parole per farmi afferrare il concetto: lei non era finita, malgrado l'età avanzata; io, invece, rischiavo di fare una brutta fine, nonostante la giovane età. «Io posso essere vostra... m'sieur...», la vecchia sorcona metteva in palio sé stessa, trascinandomi la mano sulle zinne gonfie.

Mi piaceva, la desideravo, non potevo più esitare.

Lasciai a malincuore quel morbido contatto e mi gettai alle sue spalle, saltando fuori dalla finestra.

La mia azione improvvisa sorprese tutti, visto che nessuno mi sbarrò la strada; molto presto, però, cominciarono a inseguirmi, ben sapendo che non sapevo minimamente dove andare.

Avevo ritrovato la strada che mi aveva condotto fino allo spiazzo dove avevo incontrato la vecchia sorcona, e la percorsi in direzione della palude.

Dopo un certo tratto, mi fermai per riprendere fiato e studiare la situazione.

E fu allora che la vidi!

Era lei, nel suo camicione rosso!

Layla!

In tutta la sua orrenda bellezza!

Si muoveva su una piccola imbarcazione, tenendomi d'occhio da una certa distanza, traendo vantaggio dalla tortuosità del mio sentiero, che si inoltrava nella palude di Montrouge.

Ripresi a camminare, ma con passo incerto, perché non vedevo quasi nulla e rischiavo di finire in acqua.

Ero inseguito da numerosi uomini, ombre che si muovevano lente quanto me.
Ero in pericolo di vita, la mia salvezza dipendeva dalla rapidità con cui avrei agito, eppure l'unica cosa cui riuscissi a pensare era la tenacia e la potenza di quella donna, che sembrava ancora nei suoi tempi migliori.

Ora sì me la potevo immaginare mentre prendeva la Bastiglia!

Il terreno si faceva sempre più accidentato e ogni volta inciampavo, cadevo, mi rialzavo e riprendevo a correre, per qualche breve tratto, con l'angoscia della preda braccata.

Però non pensavo più ad Alice.

Quella palude, quella città putrefatta, quei rifiuti, mi avevano contaminato.

Vidi un muro davanti a me, e con la paura addosso che mi metteva le ali, riuscii a scavalcarlo.

«Altolà!».
Udii il risuonare dei moschetti, scorsi l'acciaio balenare davanti ai miei occhi.

Istintivamente mi fermai, anche se alle spalle potevo sentire i passi dei miei inseguitori.
Una, due parole, e dal cancello si riversò, o almeno così mi parve, un fiume di rosso e di blu, allorché le sentinelle uscirono fuori. Il posto si animò di luce, dei bagliori delle baionette, del clangore del metallo, di alte voci di comando.

Mentre cadevo in avanti, completamente esausto, un soldato mi prese al volo. Guardai indietro e vidi la massa confusa di forme scure, incluso un punto rosso, sparire nel buio della notte...
Devo essere svenuto.

Quando rinvenni mi trovavo nel corpo di guardia, mi diedero del brandy e dopo pochi minuti ero in grado di raccontare quello che era successo.

Quindi fece la sua apparizione un commissario di polizia che sembrò materializzarsi dal nulla, come è tipico dei poliziotti parigini.
Ascoltò con attenzione quel che dicevo e quindi si consultò animatamente con gli ufficiali della guarnigione. A quanto mi parve, non andavano molto d'accordo; tuttavia alla fine il commissario mi chiese se me la sentivo di seguirli.
«Dove?», chiesi, alzandomi.
«Fino alla città dei rifiuti.

È ora di farla finita con quella vecchia cagna!».

«Ci proverò», risposi.

«È imprudente suscitare incidenti, commissario!».

Layla doveva aver suggestionato anche il comandante della guarnigione, visto che si mostrava riluttante a sostenere l'iniziativa del poliziotto.
«Non ci sarà alcun incidente, glielo garantisco. A me interessa la vecchia».

Allora il commissario aveva un interesse in comune con me, sebbene per motivi opposti.

Così uscimmo dalla guardiola, traversammo un passaggio a volta e fui di nuovo nella notte.

Quasi mi pentii di aver raccontato tutto, non immaginavo che le avrebbero dato la caccia così presto, i ruoli si erano invertiti in fretta.

Il plotone entrò in città senza incontrare resistenza.

Della vecchia, però, nessuna traccia.
Fu dato ordine agli uomini di perquisire le baracche e rastrellare i dintorni.

Dopo non molto, un soldato chiamò ad alta voce.

Lo spettacolo era raccapricciante: a terra vi era lo scheletro di un uomo; tra le ossa baluginava la lama di un coltello.

Riconobbi quegli stracci e infilando la mano nella tasche, ne ebbi conferma: mostrai la pipa al commissario.

«Questo scheletro appartiene a un certo Pierre: era amico della vecchia».

«Sì, lo conosciamo.

La megera deve essersi liberata di lui.

Come potete notare, di topi qui ce ne sono parecchi, e noterete anche...», l'uomo aveva appoggiato una mano sul teschio, «che hanno perso davvero poco tempo: le ossa sono ancora calde!

Il funerale dei topi è rapido!».

Con ogni probabilità era proprio andata così.

Layla non aveva esitato a eliminare Pierre, pur di coprirsi la fuga.

Era ancora lucida e solida come durante l'assalto alla Bastiglia. Le piaceva uccidere, ma non rimanere uccisa. Metteva la sua vita davanti a tutto; ed era abile nell'uscirne incolume.

«Ora dobbiamo trovare la vecchia!», esclamò il commissario.

I soldati interrogavano gli straccioni, perquisivano le baracche, rastrellavano la zona, ma senza troppa convinzione. La vecchia sorcona doveva avere degli alleati nella guarnigione.

Cominciai a riflettere: dove poteva nascondersi Layla?

Forse aveva un covo segreto, con qualche lusso, dove si sentiva la Regina di Montrouge, la Regina degli straccioni di Francia...

E Pierre doveva conoscere quel posto...

Ripensai al putrido acquitrino in cui mi ero cacciato.

Doveva essere alimentato, fra l'altro, da un canale di scolo proveniente dalla città di Parigi.

Forse Layla era risalita su una barchetta, diretta stavolta all'imbocco delle fogne parigine, al cui interno non avrebbe avuto difficoltà a dileguarsi.

Il suo racconto lasciava immaginare questo.

Fingendo di partecipare alla ricerca, che in effetti portavo avanti per mio conto, mi informai su ciò che mi interessava e infine mi sfilai dal resto della compagnia, andandomi ad appostare intorno all'imbocco fognario.

Layla era anziana, non poteva remare velocemente, né avrebbe rischiato di farsi tradire, perciò forse ero riuscito a precederla.

Il camicione rosso emerse dall'oscurità.

Saltai fuori prima che raggiungesse l'imbocco e la bloccai subito.

Era seduta su una barchetta a basso pescaggio, perfetta per un canale fognario.

Layla non fu particolarmente stupita di vedermi.

«Ho visto come mi guardavate... m'sieur...

Vi piacciono le vecchie?».

«Quelle belle come voi, madame...».

Mi sfilai l'anello, attesi la sua mano e lo passai intorno al suo anulare.

«È ora che ti sistemi, Layla».

«Ma m'sieur... non conosco nemmeno il vostro nome...».

«Abraham... Abraham Stoker...

Con un mantello addosso, nessuno ti chiederà l'età.
Io farò crescere la barba e sembreremo un coppia normale, prenderemo in giro tutti...».
«Ma m'sieur... io non sono eterna come voi pensate...».
«Con me lo diventerai...».

Non mi feci più vivo con Alice.

Da allora sto bene con la mia donna, Layla Stoker; l'ho fatta pure lavorare; ma solo per i pezzi grossi; piace sempre; il suo camicione sbottonato e la pancia grassa, bella gonfia, da vecchia sorcona, sono trappole per topi; spendono tanti soldi per averla.

Non mi sono mai troppo preoccupato dei suoi anni, anche se adesso sono diventati veramente tanti; e comincio ad avere paura.

Ma non sono sazio; e nemmeno lei.

Festeggiamo il nostro decennale con questo racconto e tiriamo avanti; forse la farò smettere di lavorare, anche se la cercano in tanti.