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Primo Secolo: Area 52

Un salto all'inferno

Zothique: Il pedone usurpatore

Fine di un famoso donnone

La morte non paga il saldo

Viaggio di nozze all'inferno

Remota chance

La megera accusa Jack

Il super trofeo

PRIMO SECOLO:

AREA 52

di Salvatore Conte (2018-2019)

Le radiazioni sono ovunque, tanto vale provare.

Anzi, se è vero quel che si dice, potranno trovarsi le cure.

Nel Primo Secolo dopo la Rappresaglia Nucleare il vecchio mondo non esiste più. E quello nuovo non esiste ancora. È tuttora in dubbio se vi sarà mai un Secondo Secolo.

Il 76% della popolazione mondiale è affetta da cancro, oltre il 90% è sterile.

Nessuno ha più interesse a lavorare, tutte le grandi organizzazioni - pubbliche e private - sono esplose insieme alle testate nucleari.

L'apatia e la rassegnazione trionfano tra gli uomini.

L'unica occupazione in crescita è quella del negromante.

Tra non molto le persone tornate dal Lete saranno più numerose di quelle in vita: chi è saggio cerca di costruirsi un futuro nella morte.

Il potere è un miraggio più effimero che mai: può essere facilmente raggiunto, vista l'apatia generale, ma è destinato a durare meno del solito; chi è già malato ha poco da vivere; chi ancora sano poco da illudersi.

Il potere è un miraggio più effimero che mai nel Primo Secolo, ma ha sempre il suo fascino e non ha lasciato indifferente una grassa cameriera di Las Vegas.

È il momento di osare per Manola Sanchez.

Nel vecchio mondo sarebbe stata etichettata come una vacca con tanta zinna e poco cervello, ma ha il fisico dalla sua, è ancora immune al cancro, e vuole approfittare della situazione per ottenere potere.

Internet funziona ancora, grazie a una rete di consorzi locali.

Manola Sanchez conta più di 300.000 followers. E lei è intenzionata a sfruttarli nella conquista di un obiettivo top secret.

L'invito non cade nel vuoto.

Si presentano a decine, anche in condizioni disperate, con la flebo al braccio, ma ci sono: nessuno di loro perderebbe la chiamata della bella Manola, ultima esplosione di vita sulla terra morente.

Si parte.

E si arriva facilmente.

Nell'Area 51 non c'è più nessuno.

Il sogno di qualunque attricetta della vecchia Era fu quello di girare un film con Stanley Kubrick.

La Sanchez ha l'occasione di calcare uno dei suoi set più famosi; sempre che non sia stato distrutto.

Anche questa circostanza ha avuto un peso nel suo sogno di gloria: potere e follia vanno spesso insieme.

Nel Primo Secolo gli scenari complottistici della vecchia epoca vengono presi per oro colato, suffragati da continui riscontri.

Il primo compito che Manola assegna ai suoi seguaci è proprio questo: trovare il set di Kubrick.

Per il momento vengono accantonati ritrovamenti ben più significativi: materiale di provenienza aliena, dossier segreti, laboratori misteriosi.

La Sanchez vuole essere la prima donna a sbarcare sulla Luna.

E finalmente il suo sogno si realizza.

Il set c'è!

Al Livello -4. La struttura è molto simile a quella di Dulce.

Sembra intatto, conservato come una grossa reliquia.

        

La Sanchez avrebbe avuto poco cervello, secondo i vecchi stereotipi, eppure anche lei si era chiesta come si potesse arrivare sulla luna con un grosso paralume in alluminio.

«Non è solo una questione tecnologica, Manola», uno dei suoi fan più fidati, un tale Jim, ne approfitta per dire la sua. «Prima della Rappresaglia Nucleare la tecnologia c'era, ma non hanno mai pensato di andarci. Pare, infatti, che l'anima umana non possa rimanere legata al corpo nello spazio aperto; in buona sostanza, la psiche umana non può affrontare una tale aberrazione, e anche se da un punto di vista scientifico si parla di Cinture di Van Allen, il concetto è lo stesso: l'anima è una forma sublime di energia.

In questo senso l'immagine della terra piatta ha un valore simbolico, perché esplicita la fine del nostro mondo con il limite stesso della terra.

I viaggi spaziali, naturalmente, sono possibili, sebbene non attraverso l'approccio pseudo-scientifico dell'uomo moderno».

«Okay, Jim, sei il mio nerd preferito, lo sai, un vero pozzo di scienza, ma ora basta, ho altro a cui pensare», lo interrompe la Sanchez.

Deve, infatti, procedere con il suo piano, senza indugi.

Tutto è pronto, dunque.

Manola Sanchez si fa incoronare, sul suolo lunare, Imperatrice dell'Area 52, in onore delle sue tettone.

«A proposito, Jim: mi ricordi perché si chiamava Area 51?».

«Perché, avendo ospitato il set di Kubrick nel Livello dedicato agli esperimenti di mind control, si intendeva affermare beffardamente l'espansione degli USA nell'universo, a livello di psiche di massa, pur rimanendo con i piedi a terra: lo spazio cosmico (e l'occulto in genere) come 51° Stato dell'Unione».

Adesso la Sanchez ha tempo per dare un'occhiata al resto.

Ma è tutto molto prevedibile, quasi banale.

Armi e cadaveri alieni (tra cui una bella pistola a raggi), misteriose sostanze di laboratorio, elisir di lunga vita a base di sangue umano per alti membri dell'elite, cure codificate per il cancro (da utilizzare solo in casi eccezionali, a beneficio di alti membri dell'elite), elenchi di medici onesti da sopprimere o ricattare, microsim bioniche per il mind control da implementare con il 5G mobile, raccapriccianti esperimenti genetici, celle criogeniche per la conservazione dei corpi di alti membri dell'elite, etc. etc...

Una sorta di Biblioteca d'Alessandria del Vecchio Mondo Massonico.

     

PI-GRECO = 3,1415

73-A = SettantaTre-A = Stanley Kubrick - Area 51

«Come pensi che funzioni?».

«Le pistole sono pistole in tutto il mondo, Lana».

«Questa è di un altro mondo, Dave!»

«È la stessa cosa ti dico: la proveremo su quella troia.

E se non dovesse funzionare, torneremo ai vecchi metodi...

L'ordine dei capi è di eliminarla, lo sai».

«Nessun problema.

Ma voglio leggermi questo dossier...

E soprattutto trovare le cure per salvarmi...».

«Imperatrice... sono scoppiati disordini ai livelli inferiori!».

«Che cosa?!

Chi è stato?».

«C'è molta confusione laggiù.

Pare vi siano degli infiltrati».

«Questa faccenda non mi piace.

Jim, vai a prendere la pistola aliena, meglio prepararsi al peggio.

E raduna i followers più fidati: spazzeremo via tutti gli intrusi».

«Calma, bambola...

E tu, Jim, puoi risparmiarti il viaggio: la pistola è qui».

«Che vuoi fare? Chi sei?».

«Non certo uno di quei cazzoni che pendono dalle tua labbra, principessa dei miei stivali.

Diciamo che io mia moglie siamo un pezzo di vecchio mondo che sopravvive nel Primo Secolo.

Però, evidentemente, non il solo.

Di sotto è scoppiato un bel casino».

«Mettila giù, possiamo trovare un accordo».

«Non sei nelle condizioni di negoziare, bambola.

Quanto a questa, non credo di saperla usare.

Piuttosto, devi preoccuparti di questo...», con l'altra mano si tocca il revolver infilato nei pantaloni.

«Ehi... non vorrai fottermi, spero...».

«Fosse per me... ma il capo ha ordinato di farti fuori».

«Avanti... non dire idiozie... mettila giù, Cristo!».

«Fanculo, bambola!».

SWISHH...

David Mikkel, un tempo noto per la sua agenzia di fact-checking in orbita CIA, preme il grilletto quasi per giocare.

«ARGHH...!!».

I risultati sono devastanti.

Un raggio al calor bianco centra la Sanchez in pancia.

E le lascia un buco netto e rotondo da poterci vedere attraverso!

Niente sangue, comunque: dalla ferita cola un liquido lattiginoso, forse il residuo dei tessuti fusi ad altissima temperatura.

Manola Sanchez è impietrita, la bocca spalancata.

Per prima cosa deve affrontare lo shock emotivo, poi quello termico, che si è propagato a tutto il corpo.

«Cristo!», è lo stesso David a imprecare.

Non si aspettava che la pistola aliena sparasse tanto facilmente, benché l'avesse predetto.

«Io... non volevo...».

«Avanti, Dave... sapevamo che sarebbe finita così», a parlare è sua moglie Lana Kazan, un imponente donnone con tanti anni sulle spalle, ma invecchiato bene; una divorziata recidiva, che si è messa con lui per fottergli pure le mutande.

Divorata da un cancro al colon, si tiene in piedi a fatica. È ancora bella grassa, ma dentro è tutta marcia.

Si è buttata a capofitto dentro questo progetto nella speranza di trovare una cura.

A vederla, però, non si direbbe né tanto vecchia, né così morente.

Intanto, Jim e Mikkel sorreggono la Sanchez e la fanno sedere su una poltrona.

«Bambola... non volevo...».

«Dave! Quante porcate hai fatto?

Ti fai problemi per una puttana?», la moglie cerca, a modo suo, di rincuorarlo.

«Zitta! Sta cercando di respirare...».

«Spiacente, bellezza, ma il peggio deve ancora arrivare.

Hai un grosso buco in pancia, ma se non crepi subito, non rimarrà tale a lungo.

Mi sono letta un dossier molto interessante e voglio rivelarvene il contenuto.

Ebbene, l'effetto di questa pistola aliena è stato testato su dei barboni.

Ed è risultato che il raggio - oltre all'esito immediato, che abbiamo appena visto - induce nella vittima un tumore maligno e fulminante, che si genera proprio nella ferita, certo a causa delle radiazioni letali di cui è composto il raggio stesso.

C'è anche uno schema della progressione tumorale.

La massa cancerogena si sviluppa a velocità impressionante, occupando dapprima il buco lasciato dal raggio, per poi espandersi tutto intorno.

Il decesso avviene al massimo entro una settimana».

«E non ci sono cure?».

«Nel dossier non se ne parla».

«Mi dispiace, bambola. Hai sentito? C'è poco da fare».

«Maledetto idiota... mi hai fottuto...».

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ATTENZIONE!

QUESTA NON È UN'ESERCITAZIONE!

«E adesso che cazzo succede?».

«Quegli stronzi di sotto avranno toccato qualcosa che non dovevano...

Dobbiamo andarcene», Lana sente un brivido freddo percorrerla lungo la schiena.

«Pienamente d'accordo. Di lei che ne facciamo?».

«La base sta per saltare, per tutti sarà morta qui dentro.

A noi, a questo punto, conviene rivenderla a un negromante. La spediamo lontano. Le pagano bene, queste troie. E le ricondizionano altrettanto bene».

«Sempre a pensare al grano, tu!».

«Mi servirà per curarmi, Dave.

Non voglio morire, lo sai. Sono una donna all'antica».

«Certo, cara, certo. Andrà tutto bene. Il tuo Dave ti rimarrà sempre accanto», succube della vecchia megera, ma anche stanco dei suoi capricci.

Tornata alla ribalta col matrimonio giusto, Lana Kazan si illude ancora, come in tanti al mondo; finora si è aggrappata alla stazza, al fisico massiccio per tirare avanti il più possibile, ma ormai è agli sgoccioli, sta cedendo, il tumore l'ha invasa dappertutto.

«Te l'ho promesso, Lana: tu non morirai di cancro».

La potente sessantanovenne lo tiene per le palle con il suo fascino arrogante da bestione di grossa cilindrata.

«È vero: la causa della morte sarà una calibro 38».

È l'ennesimo colpo di scena nell'Area 52, Livello -3!

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QUESTA NON È UN'ESERCITAZIONE!

A fare il suo ingresso sulla scena è la cinese Machika Toy, la Figlia del Drago, avventuriera senza scrupoli e capo di una potente setta segreta.

Sembra malferma sulle gambe, ma nella mano stringe una pistola terrestre.

Completamente rifatta, bellissima ed esotica, giunta alla piena maturità, indossa una tuta nera dal look futuristico, quasi perfetta per l'Area 52.

Terrigna in volto, è segnata dalla devastante malattia che l'ha ormai completamente distrutta.

Il mostro la divora da dentro, si è allargato a tutte le budella; la cinese è ormai in fin di vita, appesa a un ultimo, fragile equilibrio con il suo male interiore, destinato fatalmente a rompersi.

«I miei uomini sono tutti morti, voi farete la stessa fine».

«Ehi! Possiamo accordarci...», Mikkel prende tempo e cerca di capirci qualcosa.

«Non ti eri accorta, bambolina, di quanti cinesi avevi tra i tuoi followers?

Sapevo che la tua ambizione ti avrebbe spinto a combinarne una giusta.

Ma ti sei tirata dietro troppi stronzi... e hai rovinato tutto.

Non ne ho per molto, lo so, ma qualche secondo per ammazzarvi ce l'ho di sicuro».

«Non farlo, ti prego... Lana è mia moglie».

La cinese l'ha puntata con la canna della pistola.

«Ci tieni così tanto a questo vecchio puttanone?».

«È mia moglie!».

«No! È solo una cessa».

«Ti prego... aspetta!

Il cancro mi ha divorato, ce l'ho nello stomaco, ce l'ho nel fegato, ce l'ho nel colon: ho poco da vivere, ma non mi sono arresa, perché Dave mi ama...».

«Davvero commovente, ma se è così, ti faccio un favore...».

«Cagna!».

BANG

«No!».

SWISHH...

Lana inveisce e prova a estrarre la sua Beretta dalla borsetta, ma la pallottola della cinese è più veloce e la raggiunge al cuore, lasciandola sbigottita e senza respiro. Fulminata.

È una botta fatale anche per un donnone come lei, con tanta esperienza e una disperata voglia di vivere.

Tuttavia Mikkel impreca e reagisce.

Ha ancora tra le mani la colt aliena e la usa!

Di nuovo il raggio mortale si sprigiona incandescente, scavando una galleria nell'addome marcio di Machika Toy.

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«Maledizione! Jim, non c'è un minuto da perdere!

Passa con me, ho bisogno del tuo aiuto».

«Ci sto, ma non abbandono Manola».

«Va bene, prendila...», e intanto Mikkel si porta dietro il corpo della moglie, rimasta stecchita. «Forse può ancora essere ricondizionata, per me vale molto.

Aveva un sogno: curarsi il cancro.

E io ho il dossier segreto, Jim.

Ci faremo un mucchio di soldi.

Prendi anche la cinese: è un bel pezzo; un ragazzone come te dovrebbe farcela senza problemi.

L'Underground Highway passa qui accanto, ma dobbiamo muoverci, il tempo rimasto è poco!».

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ATTENZIONE!

QUESTA NON È UN'ESERCITAZIONE!

«Cristo, che botto!», Mikkel parla come se Jim potesse sentirlo.

Il ragazzo sta spingendo a tutto gas uno dei pick-up della base.

L'hanno fatta franca per un soffio.

Lui è rimasto su pianale, insieme ai resti della moglie e delle altre due.

L'Underground Highway è un complesso reticolato sotterraneo che collega tra loro tutte le basi top secret dei vecchi Stati Uniti d'America.

Quasi per caso hanno preso la direzione di Dulce, l'altra base al centro degli scenari complottistici della vecchia Era.

Lungo il percorso ci sono ampi rifornimenti.

Ci arriveranno in poche ore.

Non c'è traffico, non ci sono semafori, curve, pedaggi da pagare, autovelox, né poliziotti troppo solerti: la strada è libera.

Ma passano pochi minuti e Dave sbatte forte sul lunotto.

Jim ferma il mezzo.

«Cristo! Ha dei sussulti!», Mikkel si riferisce alla moglie.

Lana boccheggia con gli occhi vitrei al cielo (si fa per dire), bava di sangue agli angoli della bocca e le braccia che hanno delle contrazioni. Forse si tratta soltanto di spasmi agonici, pressoché involontari.

Jim si mette a cercare e tira fuori un kit di pronto soccorso.

«Il cuore pompa... pompa ancora... il proiettile l'ha sfiorato, ma non distrutto.

E lei vuole vivere, nonostante tutto...».

Mentre David Mikkel è troppo eccitato per capire cosa fare, Jim fornisce ossigeno fresco alla moglie, provando a rimetterla in gioco.

Il nerd prova a stiracchiarla un po'.

Manola, intanto, soffre ma sembra in grado di gestirsi, almeno fin quando il tumore non comincerà a divorarla.

Anche Machika ha dei sussulti e prova a tirare avanti.

Ancora poche ore e tre grossi donnoni, morenti o cadaveri, tenteranno il tutto per tutto, esperimenti proibiti compresi.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

UN SALTO ALL'INFERNO

di Salvatore Conte (2018)

Il destino parla a volte con lingua incomprensibile.

I due banditos discendono il crinale con somma prudenza e costeggiano il ruscello, avvicinandosi al carro sfracellato.

«Controlla dentro».

«Niente, solo cianfrusaglie».

«Aiutami a spostare il carro, voglio tirar fuori questa disgraziata».

«Può essere ancora viva?».

«Lo escludo, ma voglio almeno seppellirla.

Mia nonna diceva che lasciare un corpo di donna insepolto procura guai, e noi ne abbiamo già abbastanza».

«Gringo maldito...».

«Io lo sollevo un po' con questa leva, tu lo trascini con il cavallo».

«Muy bien».

«Forza, adesso!».

L'operazione riesce.

«Ohh...hh...hh...», un lungo sospiro gutturale, trattenuto per molto tempo.

«Cristo!».

«Che c'è?».

«È viva...

Il peso le bloccava il petto, ora riesce a respirare. Le tettone, per sua fortuna, hanno ammorbidito il colpo.

No... non la muovere... è tutta sfondata.
Quei cani che abbiamo visto andar via non hanno nemmeno controllato che fosse crepata del tutto
».
«Forse gli era sembrata senza speranze».
«Questo è sicuro, ma almeno noi la facciamo crepare senza quel peso sullo stomaco.
Prendile le mano e tienile la testa sopra l’acqua.
È una bella bestia, ci metterà un po’. È chiaro che vorrebbe vivere, se potesse
».
«Non è neanche tanto malaccio».
«È una vecchia cessa, ma ancora con del succo da spremere.
Peccato per lei corresse troppo
».
«Scappava da qualcuno?».
«Poco, ma sicuro. Forse proprio da quelli che l’hanno lasciata crepare qui come una cagna».
«In effetti…».
«Smettila, è pur sempre una donna.
E come hai detto tu, non è tanto malaccio…
».
«Respira appena, che faccio?

Quando me lo dai il cambio?».
«Resisti ancora un po’, non è piacevole vederla crepare, ma è fottuta, lo sa anche lei. Non ti farà problemi».
«Okay, okay…
Oddio, sta sputando sangue!
».
«È tutta sfondata, te l’ho detto.
Ma è talmente zoccola da non aver ancora mollato.

Come ti chiami, bellezza?».

«Eva... voi... chi... cazzo... siete...».

«È proprio una trucida.

Siamo Juan e Tuco, due banditos, ma non vogliamo farti la pelle.

Che ti è successo?».

«Andavo forte... poi... non ricordo nulla... forse... ho preso... una pallottola...».

«Nessuna pallottola, bellezza, ma hai fatto un bel salto e una parte del carro ti ha schiacciato.

Hai lo stomaco e le budella distrutte, una pallottola avrebbe fatto meno danni, ci dispiace».

«Ora ricordo... questa... è le vendetta di mio marito... quel buono a nulla... l'ho fatto fuori...

I soldi... c'è una borsa con i soldi... sul carro...».

«Quei due bastardi...

C'erano due gringos sulla scena, prima del nostro arrivo.

Te l'hanno presa loro».

«Sì... Tex Willer... e Kit Carson... due tizzoni d'inferno...».

«Willer e Carson?

Accidenti!

Passano per essere due giustizieri, ma hanno abbandonato una donna morente al suo destino...».

«Morente un corno... io... non voglio... lasciarci la pelle... rivoglio... i miei soldi...», con la bocca impastata di sangue.

«Non agitarti, bellezza.

Non sei messa bene, ma proviamo a tenerti su con un po' di tequila.

Bevi... bevi che ti fa bene... brava...

Di quanto dinero stavi parlando, eh, bellezza?».

«Tanto... tanto dinero...

Juan... non voglio crepare...».

«Io sono Tuco».

«Tuco... non sono da buttare...».

«Questo lo vediamo. Sei una bella bestia».

«Ho paura... Tuco...».

«Non ci vuoi credere, lo so. Però indietro non si può tornare: il volo l'hai fatto e ti abbiamo ritrovato che nemmeno respiravi».

«Che vuoi dire...».

«Che non mi farei illusioni».

«Lo so anch'io... non sento più le gambe... dovrei spararmi... una pallottola in bocca... ma voglio... che quei due... Willer e Carson... vengano con me... all'inferno...

Ammazzateli... e tenetevi i soldi... è il mio regalo... per voi...».

«Una pallottola in bocca sarebbe troppo anche per una vecchia cessa come te, Eva.

Così, almeno, puoi avere ancora qualche sussulto».

«È vero... è bello... spremersi... fino in fondo... avrò tempo... per riposare...».

«Noi rimaniamo qui. Provaci finché te la senti».

«Ma poi... li andate... ad ammazzare...?».

«E va bene... se ci tieni tanto, un favore a una bella cessa come te non possiamo negarlo, vero, Juan?».

«Vero, Tuco.

E così ci fottiamo pure i soldi».

«Tuco... sono tutta bagnata... fammi crepare... all'asciutto...».

«Muy bien, proviamo a spostarti.

Fai piano, Juan...».

L'operazione riesce.

Eva Morgan è trasportata fuori dal piccolo corso d'acqua.

Gli occhi lucidi per la rabbia di doverci lasciare la pelle, prova a non rassegnarsi, ma sente la fine incombere pesante.

«Non voglio trattenervi... andate...».

«Hai bisogno di attenzione, bellezza.

Non ti possiamo lasciar dietro».

«Voi... non siete banditos...».

«Lo siamo, eccome».

«Stammi vicino... Tuco... manca poco...».

Gli occhi al cielo, la bocca spalancata che vomita sangue, lo stomaco e le budella distrutte internamente, per una morte sofferta e difficoltosa.

La vecchia cessa si aggrappa con la forza della disperazione alla mano di Tuco, un bandito messicano che neppure conosce.

Lungi dal rassegnarsi, benché certa di non potersi salvare, prova a trovare un respiro sostenibile, lento, che le possa dare calma e speranza.

È un bello sforzo, ma non sembra del tutto fallito.

«Sei brava, Eva. Ci stai provando. Prova a stare calma e a respirare.

Non c'è mai fretta per crepare.

Se riesci a rimetterti in piedi, li andiamo a fottere insieme quei due bastardi».

«Lasciami provare... Tuco... e stammi vicino...

Un salto all'inferno... l'ho già fatto...

Vediamo... se posso... rimandare... un altro po'... quello... definitivo...», con voce fragile, precaria, dosata, a mantenere un disperato controllo su sé stessa e le ultime energie.

Tuco e Juan si alternano intorno a lei, cercando di trattenerla.

È una vecchia cessa, ma ancora con del grasso da spremere.

E lanciano segnali di fumo per far venire qualche droga e aiutarla a sognare.

Potrebbe tornare lo stesso Willer, e stupirsi di ritrovarla viva, sull'orlo del precipizio, sul punto di saltare.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZOTHIQUE:

IL PEDONE USURPATORE

di Salvatore Conte (2018-2019)

«Allora, ci stai?».

«Non mi va di finire spanzata da un dio come una stronza».
«Senza offesa, però lo sanno tutti che sei una grossa stronza.

La tua ambizione ti divora. Ma se vuoi un trono, te lo devi guadagnare, Kleo».

È una giovane puttanella frustrata, che sogna di farsi regina potente e temuta, nella decadente terra di Zothique.
«Se il prezzo è questo, sto meglio come sto».
«Credevo fossi più ambiziosa».
«Lo sono. Io sono molto ambiziosa!

Ho voglia di potere, ma non per questo mi sento di crepare come una cagna».
«Avrai sempre me accanto, non correrai alcun rischio».
«Cominciamo a ragionare…
Il trono mi attira, specie se la strada è vellutata…

Ma lo voglio tutto per me!

Senza re e comprimari».

«Lo avrai, Kleo.

Parola di Goran!

Con noi ci sarà anche una potente negromante».

«E chi sarebbe?».

«Lelash».

«Quella...?!

È una puttana, non una maga!».

«Un po' l'una, un po' l'altra: a noi interessa la negromante.

Come puttana basti tu».

«Che vuoi dire...?».

«Che tu sei il massimo e neanche una come lei potrebbe eguagliarti».

«Così va meglio, guerriero».

Il terzetto è formato, l'obiettivo sono le Montagne Mykrasiane.

«Prima di arrivare, potrei riascoltare la storia?», la voce di Kleo è sarcastica, quasi irridente, come se non ci credesse nemmeno un po' e avesse accettato l'impresa più per gioco che per interesse.

Gli altri due si guardano.

La parola la prende Lelash.

«Chi non ha giocato a scacchi, almeno una volta nella vita?

È un gioco molto antico, senza dubbio; e tutti lo descrivono come un gioco di strategia militare: due eserciti in guerra tra loro.

Ebbene... pare proprio che non sia così.

Il gioco rappresenta in realtà una teomachia, ovvero una guerra tra divinità per il controllo supremo di tutti i destini e del Fato stesso, sulla scacchiera del tempo.

I Bianchi contro i Neri, il Bene contro il Male, in una lotta che rappresenta l'equilibrio dinamico tra le forze cosmiche.

Antichissime statue lo dimostrano. Le vedremo presto.

Ma intanto vi mostro un disegno.

Benché appartenenti a eoni remotissimi della terra, quando i continenti erano pari alle dita di una mano, si sono misteriosamente conservate intatte dallo scorrere del tempo.

Il Re, infatti, nel gioco degli scacchi, è immortale; non può essere distrutto, ma solo reso inoffensivo; è minacciato dallo scacco, ma niente può ucciderlo; se non ha vie di fuga, è stallo, e la partita deve ricominciare.

Il Re rappresenta dunque il Sommo Dio delle antiche civiltà patriarcali.

La Regina, invece, benché con la sua energia femminile sia la divinità più potente fra tutte, come sapete può essere distrutta.

Negli antichi miti dei nostri avi, molte ere prima di Zothique, quando il sole era biondo, la Dea Tiamat viene uccisa e smembrata in due parti: il Cielo e l'Oceano.

Gli Alfieri sono divinità minori, ma più agili dello stesso Re, perché sono spesso impiegati come messaggeri della suprema volontà divina.

L'Aquila raffigurata nel disegno diventerà il Cavallo con cui oggi giochiamo, ma in comune hanno la qualità di saltare gli altri pezzi, di volare su di essi.

Il Leone, invece, diventerà la Torre, il pezzo più forte dopo la coppia suprema: potente, devastante e in grado di offrire riparo al Re attraverso l'arrocco.

E i pedoni?

Nel disegno non ci sono, non li vedremo sulle Montagne Mykrasiane. Il sito è isolato e insidioso. Non troveremo nessuno accanto alle grandi statue.

I pedoni, infatti, rappresentano i comuni mortali.

Essi muoiono presto nella grande teomachia: sono fragili, esposti, combattono in prima linea e si uccidono tra loro o vengono falciati dagli dei, che muovono il loro destino.

Non mancano, però, casi di eroismo.

Oltre a uccidere qualche dio minore, essi possono - alla fine di una lunga lotta, se fortuna, valore e favore divino li assistono - possono, dicevamo, raggiungere lo status del super-eroe, del super-uomo, del semi-dio. È la promozione del pedone. L'assunzione in cielo del mortale».

«Va bene, Lelash, ora veniamo al dunque», la incalza Kleo.

A questo punto prende la parola Goran, il poderoso guerriero che sembra un pedone giunto a promozione.

«So quello che ti interessa, Kleo.

La collina alle spalle delle statue è il tumulo di un grande re.

Nella sua tomba è nascosto l'oro offerto dai fedeli ai pezzi sacri.

Si dice che una volta l'anno, non si sa in quale momento, le statue prendessero vita e giocassero una partita.

I pellegrini presenti erano costretti a impersonare i pedoni. E quasi tutti morivano dopo le prime mosse.

Ma uno di loro, una volta, arrivò alla promozione e fu fatto re e onorato con il grande tumulo.

Non sappiamo per quale colore giocasse.

Noi, invece, lo sappiamo: noi combatteremo per Thasaidon; per il Re Nero.

Voi due vi piazzerete sulle colonne estreme, così sarete meno esposte.

Io, al centro, con il favore del Sommo Dio, cercherò di sfondare le linee nemiche e di arrivare alla promozione per mettere presto fine alla partita».

«Ma come facciamo a sapere quando comincerà questa partita? Potrebbe mancare quasi un anno...

Non possiamo fregarci l'oro e andarcene?».

«Non sappiamo dove sia l'oro; e poi Thasaidon potrebbe punirci amaramente.

Se invece ci batteremo per lui, di certo ci ricompenserà indicandoci l'ubicazione del tesoro.

Con quella ricchezza saremo i padroni del mondo.

Tu, Kleo, sarai la Regina Nera di Zothique, l'Amante di Thasaidon.

E tu, Lelash, la Maga di Corte, l'Alfiere Nero del loro Regno.

Io, Goran, sarò il Generale di tutto l'esercito, la Torre Nera del Regno».

Se vi sarà da aspettare, aspetteremo».

«Se non sbaglio i pedoni sono sedici.

Gli altri tredici chi saranno?».

«A questo penserò io», è Lelash a rispondere. «Se sarà necessario, richiamerò a una parvenza di vita qualche servitore del re sepolto in loco. Si schiereranno sul campo a seconda di come vissero: vi sono bianchi che servono il nero e neri che servono il bianco, spesso senza nemmeno accorgersene.

I mortali sono semplici pedine in mano agli dei e al Fato, sulla scacchiera del tempo».

Il viaggio prosegue.

La partita li attende.

Gli dei sono sempre pronti.

Goran combatte al centro della mischia come un leone.

Lelash avanza in disparte, quasi ignorata.

Kleo, invece, si ritrova in mezzo a un violento corpo a corpo; combatte e uccide spinta dalla disperazione.

Ma alla 33ma mossa, un pedone bianco affonda la spada nel ventre della bella puttana nera.

Kleo spalanca la bocca, esterefatta!

È la fine!

E Goran non può aiutarla, è troppo lontano!

Ma accade l'impensabile.

Il pedone bianco torna indietro, come se la mossa fosse respinta.

Eppure il dolore è reale, e così anche il sangue caldo che le cola fra le mani.

Ma si affanna subito ad approfittarne, cercando di rimanere in piedi, nonostante lo squarcio profondo che potrebbe averla uccisa.

Kleo tiene la posizione, continuando a combattere con le braccia incrociate sul ventre, a trattenersi le budella che stanno per uscirle di fuori.

Intanto Goran è di parola: avanza furibondo, facendosi largo verso il Re nemico.

Ed è anche grazie a lui che il Sommo Dio bianco finisce intrappolato: non può muoversi, né rimanere fermo.

I pezzi bianchi sono paralizzati come il loro Capo Supremo.

Thasaidon ha vinto!

Goran è sciolto dalla disciplina nera, può muovere più di una casella.

Corre da Kleo, chiamando a sé Lelash.

Se Kleo non perderà le budella sulla scacchiera, Zothique conoscerà la Regina Nera!

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

FINE

DI UN FAMOSO DONNONE

di Salvatore Conte (2018)

Ha ricevuto il compito di fottermi.

È un famoso donnone che lavora per la Banda.

Farà parte del gruppo di fuoco che mi aspetterà davanti al bar, stile agguato ar Negro.

Anzi, sarà la prima a venirmi incontro, cercando di distrarmi.

Tanto è una pregiudicata, negherà tutto, un'inchiesta in più a suo carico ne rafforzerà la fama.

Eccola, infatti.

Dai servizi è arrivata la soffiata giusta.

Se c'è la sua vecchia 127 gialla, con la ruota sul marciapiede, dev'esserci anche lei.
«Ehi, bello... mi offri da bere?».

Non mi sbagliavo.

La Libanese si presenta con un camicione giallo da strappona di lusso, bello largo, che maschera un po' la carne abbondante e flaccida; ha superato i 50, non è più quella di un tempo, il seno le cade giù, la panza si vede, i fianchi sono pesanti: s'è bella imbolsita, ma è sempre 'na bonona, 'na bodrilla, 'na vaccaccia, 'na sorcona.

È da paura, insomma.

È la famosa Leila Frezzi, 'na bellezza che racchiude tutto.

L'aggancio, comunque, è davvero banale.

«Potrei mai rifiutare?».

«Ovvio che no...», lo ammette anche lei.

Un paio di crodini e l'agguato è pronto.

«Mi porti da qualche parte?».

Sì, al cimitero.

«Anche questa non si può rifiutare».

Le apro la porta del bar.

La Frezzi esce per prima; ma anche una sicaria consumata come lei tradisce un po' d'emozione.

POW

POW

POW

Spari fragorosi di rivoltella.

I miei uomini sono entrati in azione.

Sono calati alle spalle di chi voleva colpirmi alle spalle.

«Figlio di puttana!», la Frezzi sbava rabbia, l'agguato è fallito.

Allunga il passo e cerca di raggiungere la sua macchinetta.

Deve avere una pistola nella borsetta, ma si guarda bene dal tirarla fuori.

La lascio andare, ho dato ordine di risparmiarla: forse ci penseranno i suoi a farle la pelle.

Dovrà pregare in ginocchio per tenersi la buccia.

POW

Leila, però, commette un grave errore.

Arrivata alla 127, ormai sicura di potersi guadagnare la fuga, cerca di fottere uno dei miei ragazzi, il quale, tuttavia, non è tanto fesso.

La Frezzi ha estratto la pistola, forse per portarsi a casa un'attenuante.

Ma è stata bruciata da una revolverata al cuore...

Il buco ben marcato sul camicione giallo, stile anni '70.

Si pietrifica, attonita, con un'espressione stregata sul volto; per un attimo penso sia rimasta fulminata; ma la pallottola deve averglielo solo sbucciato, perché la Frezzi - pur muovendosi a scatti, tipo Frankenstein, ha il sangue freddo di infilarsi in macchina e ripartire a tutto gas.

A questo punto, non posso farmela scappare.

Anche se alla guida di una semplice Fiat 127 anni '70, la Frezzi corre veloce come un'indemoniata, infilando le stradine che portano all'interno del litorale, verso Roma.

Mi accorgo che sta crollando quando l'auto rallenta e poi procede a scatti, come non avesse più sensibilità ai piedi.

Probabilmente è scossa da fitte dolorose e contrae le gambe per la disperazione, senza badare più di tanto alla guida.

Però non c'è spazio per superarla, tiene ancora il centro della carreggiata.

SPLASH

La situazione precipita quando una curva a gomito la porta dritta dentro un canale.

Non è molto profondo, la 127 rimane parzialmente a galla.

Accosto e scendo.

Me la ritrovo semisommersa, con le mani aggrappate allo sterzo e la fronte contro il volante, come cercasse di riprendere il controllo, o semplicemente di aggrapparsi alle ultime forze, o ancora di non affondare del tutto.

La tiro fuori e la rimetto in macchina. La mia.

Merce preziosa, ma altamente deperibile.

Tuttavia, la Frezzi vale parecchio anche da morta.

La Libanese, comunque, respira ancora.

Non ho tempo di controllarle il buco, devo sgommare.

Mi ritiro in uno dei miei covi.

E adesso, sì, ho tempo di controllarle il buco.

Affronto il suo sguardo.
Ha gli occhi allucinati.

È la fine di Leila Frezzi.
Non rinuncio comunque a farla parlare.
Le asciugo la bocca, impastata di sangue, e le appoggio un fazzoletto sulla ferita: «Su, avanti... te la caverai…».

«Io... come er Negro...».

La fine di Giuseppucci la conoscono tutti nel giro. Del resto era quella che avevano studiato per me.

«No... lui è corso all'ospedale, tu no.

Dove stavi andando, Leila?».

Il volto della Frezzi è livido, le palpebre le premono sugli occhi…

«Da nessuna... parte...».

Forse è sincera.

«Avanti, premi...».

Voglio che prema le mani sul buco, che si impegni fino alla fine.
«Dimmi chi è il mandante».
«Ho voluto troppo... ma non voglio morire... tienimi con te...
Sarò la tua donna... la tua puttana...».
Tra poco sarai il mio cadavere, Leila.
Come non m'avesse nemmeno ascoltato, ha cominciato un discorso tutto suo e campato in aria.
La sua morte farà rumore.
È Leila Frezzi.
«Ci mettiamo... insieme... ci stai...?», mi afferra il braccio, ha ancora forza.
La bocca spalancata e le palpebre pesanti, tenta di reggere.
«Ci sto.

Chi non ci starebbe?».
È Leila Frezzi.
«Ammazzali tutti... però... o quelli... ammazzano me...».
Si preoccupa per sé stessa, non sapendo di essere già cadavere.
«Li ammazzo tutti, tranne te...», le do il contentino che cerca.

Allora mi porta la mano sulle tette: crede di acquisire potere su di me.

Farebbe qualunque cosa per salvarsi.
La famosa Leila Frezzi è nelle mie mani, anche se ancora non sa di essere rimasta uccisa in un regolamento di conti della mala romana.

«Perché... mi hai fatto... sparare...».

«Avevo ordinato di risparmiarti, Leila.

Ma tu hai voluto giocato pesante, hai tirato fuori la pistola».

«Io... ho voluto troppo...».

«Ormai è fatta, non ci pensare.

Tra poco sarà qui un esperto, un tecnico. Ci penserà lui».

Intanto il clamore si è diffuso ovunque, i giornali incalzano.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA MORTE NON PAGA IL SALDO

di Emiliano Caponi (2014)

RAT!RAT!RAT!

La raffica parte senza pietà, falciando la guardia giurata di turno.

«Tutti a terra!», una voce di donna chiarisce subito cosa sta succedendo. «Al primo che si muove faccio fare la stessa fine!».

«Metti tutto qui dentro, svelto!», anche la seconda voce è femminile e con la mitraglietta Skorpion in pugno indica il borsone già aperto.

«Per l'amor di Dio... non mi spari...», il bancario dalla fronte già sudaticcia implora come un cane davanti a un osso, in fondo fare l'eroe per un mucchio di soldi degli altri non conviene affatto.

«Voi continuate a restare sdraiati con le facce appiccicate al pavimento!», tono duro e deciso, con il classico repertorio di ogni rapina in banca che si rispetti, la prima voce tiene a bada il resto della compagnia con la canna della mitraglietta ancora calda.

«Muoviti!», la donna al bancone non sembra avere molta pazienza.

«Maledizione... una volante della polizia!», una terza voce, sempre di donna, parla fra sé dentro l'abitacolo di una Giulia parcheggiata di fronte alla Banca Nazionale. «Non fermatevi, accidenti... non fermatevi...», l'auto sfila accanto e si accosta lentamente una cinquantina di metri oltre la banca parcheggiando davanti al bar.

Sono le undici di mattina, evidentemente i poliziotti fanno colazione tardi.

«Stramaledetti piedipiatti!», Anna è tentata di entrare e far saltare tutto, ma è troppo tardi, lo capisce vedendo Paola e Roberta uscire di corsa dalla banca.

«Una rapina! Una rapina!», un cliente esce immediatamente dopo di loro. «Fermatele!», forse ha un bel conto corrente e rivuole subito indietro i suoi soldi.

«Su! Dentro, ragazze! C'è anche quella fottuta volante là!», Anna sgassa sull'acceleratore con il piede nevrotico.

RAT!RAT!RAT!

«Ahhh!».

L'uomo di mezza età rotola giù dalla scalinata della banca come un fantoccio di stoffa, macchiando di sangue un gradino dopo l'altro.

«Via! Via!», Paola lascia mano e mitraglietta fuori dal finestrino, mentre la Giulia parte indemoniata griffando l'asfalto con la marca degli pneumatici.

RAT-RAT-RAT!

E spara una seconda raffica, stavolta contro i due agenti richiamati dalle grida all'esterno del bar.

«Ahhh!», il primo viene colpito in pieno petto stramazzando rumorosamente addosso alle sedie di metallo, mentre il secondo poliziotto avvantaggiato dall'essere rimasto un paio di passi dietro al collega, riesce a buttarsi a terra e a far fuoco conto l'auto in corsa.

BANG

BANG

Un paio di colpi di pistola esplodono contro la Giulia, bucandone lateralmente la carrozzeria.

«Li abbiamo fottuti quei bastardi!», Roberta, la seconda donna con la mitraglietta, ora seduta di fianco a Anna, urla eccitata con l'adrenalina che scorre a fiumi nelle vene come l'alcool nelle gole degli ubriachi.

Anche lei, Anna, vorrebbe urlare, ma non ci riesce; uno strano e improvviso sapore metallico le impasta la lingua, mentre una tremenda fitta al fianco sinistro le fa mancare il fiato.

«C'è stata una rapina alla Banca Nazionale! Ci hanno sparato addosso da una Giulia blu», il poliziotto si aggrappa alla radio della volante. «Mandate subito un'ambulanza, il collega è ferito! Fate presto!».

Il traffico cittadino di quest'ora potrebbe rallentare la corsa del mezzo di soccorso, forse questa è la prima cosa che pensa il poliziotto mentre chiude la comunicazione, ma il collega non ha più nessuna fretta di andare all'ospedale: con gli occhi a guardare il cielo sperando di trovarci il Paradiso, ha già sbrigato tutte le pratiche terrene.

Per ultima quella di morire.

La gente esce correndo dalla banca, dal bar e da ogni parte, urlando e mettendosi le mani in faccia come a bendarsi e non guardare questi giorni fatti di rapine al piombo e di attentati al sangue.

Carlo e Giovanni, i due vecchi, restano invece seduti a un tavolo dentro al bar: sono stanchi e non hanno più la forza di vedere un altro morto.

«La guerra era più leale di tutto questo», Giovanni guarda il cornetto spiaccicato sul pavimento, dopo che la paura glielo ha fatto cadere dalle mani. «Lì si sapeva a chi sparare». Carlo rimane zitto, aspettando la conclusione della frase. «Qui invece sparano a tutti».

E tutti, prima o dopo, si prendono una pallottola. Anche Anna.

«Ohhh...», la macchina procede a scatti.

«Cosa c'è, Anna?», Roberta la guarda senza capire. «Pigia su questo maledetto acceleratore, dobbiamo arrivare al garage e cambiare auto prima che le strade si riempiano di piedipiatti!».

«Credo... di essere stata colpita...», Anna si porta una mano al fianco sinistro per poi rimetterla sul volante piena di sangue.

«Maledizione... sei ferita...», si guarda le dita scioccata, mentre ritira la propria mano dal suo trench. «Quel bastardo si è buttato a terra riuscendo a sparare un paio di colpi», ringhia Paola da dietro.

E se l'è presi entrambi Anna.

«Devo accostare... uhhh... non ce la faccio...», il dolore le fa piegare la testa in avanti.

«Gira là, a destra», cento metri e la strada si interseca con una via secondaria. «Così...», Roberta aiuta Anna a curvare e la Giulia si allarga fino a montare con entrambe le ruote di sinistra sul marciapiede opposto: è un senso unico e su quel lato c'è il divieto di sosta, un colpo di fortuna per le tre donne in mezzo a tanti colpi di mitragliette e pistole.

«Sto crepando...», Anna reclina la testa all'indietro portandosi le mani sulla pancia, le pallottole del poliziotto l'hanno sventrata.

«Prendi la borsa e scendi», Roberta ha già una gamba fuori dallo sportello con il tacco a toccare l'asfalto.

«Ma... e lei...?», Paola la guarda smarrita.

«Lei è spacciata», allunga una mano nel borsone e prende un paio di mazzetti di banconote. «Scendi, maledizione!».

«Mi dispiace, Anna...», le sfiora la guancia con il dorso della mano e scende, borsone nella mano sinistra e mitraglietta nella destra, nascosta sotto la larga sahariana beige che la copre fin oltre i fianchi.

«Dispiace anche a me, sorella», Roberta è già scesa e le parla con la testa affacciata nell'abitacolo.

«Andate... male...dizione... io... sono... fottu...ta... ahhh...».

«Tieni...», le mette i due mazzetti di banconote sul sedile, «nel caso ti sbagliassi».

Passo svelto ma senza correre, e le due donne arrivano in fondo alla corta via, per poi attraversare la strada e continuare a camminare su un altro marciapiede.

Uno sguardo avanti e due indietro, le sirene della polizia stanno già facendo casino in lontananza. «Credi si salverà...?», Paola cerca affannosamente di stare dietro al passo e alla durezza di Roberta.

«Penso sia fottuta», i tacchi a picchiettare veloci sopra il marciapiede. «Ma con Anna non si può mai sapere, è un demone fatto donna».

Un paio di isolati e sono al luogo prestabilito.

«Metti il borsone dietro», un'anonima Fiat 128 bianca si ritrova improvvisamente più ricca di una Rolls Royce. «E leviamo alla svelta le tende da qui», Roberta ingrana la marcia, un piccolo sbuffo dal tubo di scappamento e la macchina si infila nel traffico per dirigersi al casolare di periferia dove spartirsi il bottino.

«Ci toccherà anche la parte di Anna», Paola guarda verso il parabrezza vedendoci il volto di lei.

«Dividersi un terzo in più non sarà un grosso sacrificio».

«Era affezionata a quella macchina», ignora il cinismo di Roberta, spostando il discorso sulla Giulia.

«Già, chissà perché...».

«Forse perché è l'unica che non l'ha mai tradita», gira la testa verso di lei cercandone lo sguardo. Una breve pausa. «Non come noi».

La macchina accelera come a fuggire da quell'idea.

«Per questo è giusto che la Giulia sia la sua tomba».

 

La trovano con la testa poggiata contro il volante e le braccia molli lungo i fianchi pesanti.

La bocca spalancata e l'espressione assorta, quasi corrucciata.

«Su, su! Mettetela sulla barella!».

«A me sembra morta...».

«Sei mai rimasto con la batteria a terra? Magari in ospedale trovano il modo di rianimarla... i soldi ce li dobbiamo guadagnare!».

I paramedici sembrano gente onesta.

«Qui dietro ci siamo! Partite! Veloci!».

«Se questo è un anticipo, chissà il saldo...».

«In sala operatoria! Subito! Non c'è un minuto da perdere!»

«Ma che ce la portiamo a fare?».

«Hanno montato da poco delle potenti macchine per fare l'elettroshock: se il cuore riparte, poi non si può mai sapere.

Noi c'abbiamo lavorato su.

Sarebbe ingiusto perdere il saldo...».

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

VIAGGIO DI NOZZE ALL'INFERNO

di Salvatore Conte (2018)

Il ritmo è quello e non cambierà mai.

La caccia prosegue da giorni.

Tuco ha deciso di regolare i conti con Sentenza.

Entrambi hanno perso diversi uomini.

Sentenza è rimasto solo.

Tuco ha ancora con sé uno dei suoi uomini più esperti e affidabili: Conchita Fernandez, che è anche una bella donna.

È la cattiva della banda, perché ci pensa lei a dare il colpo di grazia ai compagni feriti a morte.

E sembra quasi provarci gusto.

L'ultimo l'ha freddato soltanto un'ora fa. Aveva un buco nello stomaco.

Chissà se capitasse a lei cosa ne penserebbe.

«Ehi, Conchita... ne hai fatti fuori parecchi, così...

E se un giorno toccasse a te? Dovrei farlo io?», gliel'ha chiesto anche Tuco, con il suo ghigno sghembo.

«Posso farlo da sola. Non ho paura».

Sentenza, intanto, è rimasto senza cavallo ed è accerchiato.

Ha trovato riparo dietro un costone di roccia, ma può essere attaccato da due lati contemporaneamente.

Per stanarlo, Tuco ha ideato un piano.

Conchita attaccherà a cavallo, mentre lui calerà alle spalle del gringo dall'altura sovrastante.

Eccola...

È partita...

Conchita fa scalpitare e zigzagare il cavallo per alzare più polvere possibile e proteggersi: un vecchio trucco.

BANG
BANG

Giunta a distanza di colt, esplode due colpi.

BANG

E ne riceve uno.

I suoi si infrangono contro la roccia.

«Ahhh..!».

Quello di Sentenza buca la polvere e trova la sua carcassa!

Forse è stato solo fortunato, ma l'ha beccata.

Conchita rimane in sella, ma si lascia scappare un grido tormentato che non lascia adito a dubbi.

È stata colpita.

BANG

Spara un'altra pallottola per coprirsi la ritirata e sprona il cavallo per portarsi in fretta il più lontano possibile.

A questo punto il diversivo funziona al contrario.

Anziché approfittare dell'attacco, Tuco si lascia distrarre dalla sorte della sua fedelissima.

BANG

BANG

E rischia pure di finire impallinato.

Anche lui deve ritirarsi.

La Fernandez inorridisce mentre, ancora in sella, si controlla il buco...

Ce l'ha sullo stomaco!

Stavolta è toccato a lei.

Ora dovrà presentarsi a Tuco in queste condizioni.

Smonta da cavallo, ingobbita in avanti, con ambo le mani pressate sullo stomaco, e guadagna un riparo, mettendosi seduta.

Tuco non si fa attendere.

«Maldita... che hai combinato?».

Le sposta le mani e vede anche lui.

«L'hai ammazzato... almeno?».

«Quel cane a momenti mi ammazzava lui...

Ma è senza cavallo, da lì non si muove, possiamo ancora beccarlo».

E gli viene subito un'idea crudele.

«Ascolta, Conchita...

Mi sei stata fedele per molto tempo.

Ma stavolta ti è andata storta».

«Non penserai di...».

Per tutta risposta, Tuco estrae la colt e le infila la canna in mezzo alle dita pressate sullo stomaco.

«E perché no?

Pensi di essere tanto speciale?».

«Posso ancora... esserti utile...».

«L'hai detto.

E lo sai come?».

«In molti modi...».

Conchita si allarga la camicetta, cercando di guadagnare un po' di tempo.

È una donna molto bella. Ha superato i 50, è indurita da quella sporca vita e ha messo su tanti chili, ma è sempre una gran donna; scaltra, decisa, ambiziosa, ha messo da parte un grosso bottino per rifarsi una vita altrove. Ecco perché non accetta la fine, anche se la conosce...

«So bene che sei la migliore, ma adesso è più urgente un'altra cosa...

Tu ne hai ammazzati tanti così.

Ci si illude fino alla fine, ma poi si scopre che non c'è nulla da fare.

Vuoi illuderti anche tu?

Lo stomaco non perdona.

Ma gli metterò in conto anche questo.

Ascolta...».

È costretta ad accettare per evitare conseguenze peggiori.

«Cerca almeno... di accopparlo subito... o mi riempirà... di piombo...».

«Lo faccio secco subito quel bastardo, parola di Tuco».

L'attacco stavolta è su un unico fronte, ma il messicano può contare su una corazza d'eccezione: il corpo e la carne di Conchita Fernandez.

BANG

BANG

BANG

Lo scambio di colpi è serrato, intramezzato da due grida soffocate di donna.

Stavolta la Sentenza è arrivata per lui.

«Non voleva proprio andar giù questo figlio de puta...».

Tuco è saltato giù al volo.

BANG

BANG

Per finirlo prima che tenti qualche brutto scherzo.

Stavolta la strategia si è rivelata vincente.

Tuco ha regolato i suoi conti con Sentenza.

«Mi dispiace, bellezza, ma tanto eri già andata...».

Si volta verso Conchita, scusandosi con lei, che si è presa un paio di due pallottole fresche in pancia al posto suo, ma si accorge che non c'è, perché si sta allontanando quatta-quatta a cavallo.

Ed è l'unico che gli è rimasto.

Non può farla andar via.

O alla fine ci rimetterebbe la pelle pure lui.

Anche Conchita ha ideato una sua strategia.

E ora cerca di portarsi fuori tiro il più presto possibile.

Deve far presto.

È vero, è fottuta, ma queste due pallottole l'hanno messa stranamente di buon umore, perché poteva andarle molto peggio.

Tuco prende velocemente la mira.

BANG

Un colpo alla schiena per tirarla giù dalla sella.

Conchita allarga le braccia come in croce, è stata colpita, ma riesce a mantenere l'equilibrio, forte della sua stazza imponente.

BANG
BANG

Ormai è fuori tiro.

«Maldita!»

Tanto sei fottutaaa...!!», gli urla dietro a squarciagola, con il suo viscido ghigno.

Conchita ha preso l'ennesima pallottola, ma è salva... per così dire.

Avvista il cavallo mentre procede a passo lento nell'arida prateria, con uno stormo di avvoltoi che ci volteggiano sopra.

Il cavaliere solitario si avvicina.

«Tu sei la donna che sta con la banda di Tuco... si parla molto di te...».

Conchita si è malapena accorta della sua presenza.

«E di certo stavolta le voci non hanno esagerato...

Allora... vediamo un po'... mi sembri ridotta male, ragazza...

Forse ti sei un po' sopravalutata...».

«Come... ti chiami...».

«Mi chiamano il Biondo».

«Anch'io... ho sentito... parlare... di te...».

«Dove sei diretta, bambola?».

«All'inferno... vuoi... accompagnarmi...».

«Se fosse l'unico modo per seguirti...».

«Io... io...», Conchita gli frana addosso.

Ottenuto il placet, forse ha pensato bene di passare all'azione.

Il Biondo cambia cavallo al volo e la tiene in sella.

Raggiungono un riparo e la mette seduta, facendole bere qualcosa di forte.

«Allora... sputa...».

«Tuco... ammazzalo... mi ha sparato... alla schiena...».

«Ha il sangue caldo quello schifoso, ma non spara per niente: cosa gli hai fatto?».

«Abbiamo... fottuto... Sentenza... lo conosci...».

«L'ho incontrato, una volta».

«Sono... rimasta colpita... e lui... Tuco... voleva fottermi... così... sono fuggita... ma lui...».

«Ti ha sparato alla schiena...».

Strabuzza gli occhi, come se le semplici parole la ferissero di nuovo.

«D'accordo. Lo ammazzerò».

Lo incontrano che vaga come un cane randagio.

«Metti giù la pistola, Tuco!», gli grida da lontano il pistolero.

«Ehi, Biondo! È la fortuna che ti manda!», lo riconosce subito.

BANG

Un colpo di winchester gli fa volare il sombrero dalla testa.

Quando un uomo a cavallo con il fucile incontra un uomo a piedi con la pistola...

«Va bene! Va beneee...!», Tuco getta il ferro a terra, tanto il Biondo è fuori tiro.

«Ammazzalo... subito...», gli sussurra Conchita.

«No... preferisco farlo scavare... prima di ammazzarlo...».

«Guarda-guarda...», ride con la sua smorfia obliqua, «è nata una nuova coppia...».

«Avanti, Tuco...

Scavati la fossa...».

«E con che cosa?».

«Con questo...», gli lancia un badile.

«Vorrei tanto sapere cosa ti ha raccontato quella... ehm... bella ragazza...

Non ti farai infinocchiare, spero...

Sai quanti ne ha ammazzati che ancora speravano di tirare avanti?».

«Tu sei il capo, potevi fermarla.

Avanti, non divagare.

Creperai un istante dopo di lei; puoi solo augurarti che tiri avanti un altro po'...».

«Ma certo che lo farà... vero, Conchita? Tu sei un tipo tosto...! Non come quei smidollati...

Senti, muchacha... io non volevo, sai? Pensavo di farti un piacere.

Tu hai sempre detto: quando toccherà a me, non avrò paura di farla finita...

Non è così?».

«Ascolta, Tuco: stai parlando di una donna, di una bella donna.

Sicuramente ti ha raccontato un mucchio di stronzate, ma non per questo si meritava un colpo alla schiena.

Quindi, scava...».

Il tempo passa e la fossa prende forma.

«Tutto bene, Conchita, vero?».

«Razza di idiota...», sibila il Biondo, sottovoce. «Questa sta crepando...», sempre sottovoce.

«Ammazzalo... subito... ti prego... voglio... vederlo... crepare...».

«Non essere cattiva, Conchita.

Prima deve lavorare».

«Biondo... prendimi la mano...

Non... non ci faccio... una bella figura... lo so...

Quello... che ha detto... è vero...

Ne ho... uccisi... tanti... me lo... chiedevano... loro... oppure... erano... alla fine...

Io... pensavo... che a me... non sarebbe... mai... successo...

Sono... bella... so... di esserlo... spesso... mi è andata bene... per questo...».

«Cosa vuoi fare, adesso, Conchita?».

«Non penserai... di...

Non c'è bisogno... sto morendo...

Voglio solo... qualcuno... vicino... e poi... voglio dirti... dove... nascondo... il mio bottino...

Voglio... che... finisca... a te...».

«Ma questa fossa non finisce mai?», la interrompe per mettere un po' di fretta a Tuco.

«Le cose vanno fatte bene, Biondo. Specie se sono le ultime...».

«Bravo... scherzaci su... il piombo ti farà meno male».

«Ho paura... che questa... sarà... la mia tomba... Biondo...

Ma non... non voglio... finirci dentro... con quel lurido verme...».

«Forse ti salvi, Tuco...».

«E perché?».

«Perché al tuo posto ci va Conchita...».

«Ehi... aspetta... non correre...».

«Insomma, deciditi, non faccio il becchino gratis».

«Biondo... faccio... prima... io...», gli frana addosso con le palpebre pesanti.

Conchita sta perdendo il controllo.

«Lo so, ragazza.

Un ultimo sforzo: parlami del tuo oro».

La Fernandez gli sussurra all'orecchio qualcosa, prima di gettare la spugna.

«Grazie, bambola».

Il Biondo trascina il corpo sull'orlo della fossa.

Tuco è ancora dentro, intento a scavare: l'ha fatta bella profonda. Va bene per tutti e due.

«Tu sai dove si trova l'oro di Conchita?».

«Certo che lo so... vuoi saperlo?».

«Lo so già».

«L'hai liquidata per prenderti tutto, vero?».

«Ehi... perché non dividiamo, come ai vecchi tempi?».

«Io non sparo alle donne, Tuco».

BANG

E gli butta sopra il corpo della Fernandez...

Infine una manciata simbolica di terra.

La pistolera nella fossa ha un sussulto di ribrezzo.

«Tuco... ci ha... fregato... tutti e due...».
«Però è un giusto...

Mi ha sparato un colpo solo... quello che io ho sparato a te...».

«Cosa... me ne frega... a me...», esausta, con la bava alla bocca, e anche un po' di terra fresca.

«Se ne sta andando... senti?

Dobbiamo tornare su...

Tornerò a prenderti...

Mal che vada... starai più larga...», anche con un piede nella fossa, non rinuncia al suo ghigno sghembo.

Con un certa fatica, ma Tuco ce la fa.

Ad aspettarlo, però, c'è il Biondo.

Il cavallo è andato via da solo. Ma tornerà presto per bere.

«Tu a piedi, io a cavallo e lei di traverso: quando crepa, se non lo ha già fatto, la consegniamo al primo sceriffo; ha una discreta taglia sulla testa, che sarà aggiunta al suo bottino.

Si divide a metà».

«Ci sto...».

E così due uomini e una donna - il Buono a cavallo, in mezzo; il Brutto a piedi con una mano sulla pancia; davanti, la Cattiva di traverso sulla sella, dietro - formando una piccola colonna, marciano nella prateria desolata, sognando come sempre l'oro o un'impossibile salvezza, a seconda delle priorità.

Stanno comunque tutti meglio del Cattivo, già finito - in buona parte - nella pancia di quegli uccellacci neri che ora danno appuntamento a Conchita Fernandez.

«Tuco... perché... non lo ammazzi...».

Alla prima sosta, Conchita cerca di vendicarsi.

Sta sgranocchiando delle fogliuzze tritate, che tira fuori da un taschino.

«Se non l'ho fatto fino adesso, perché dovrei farlo ora?».

La Fernandez viene frustrata dalla risposta di Tuco.

Una donna con quattro pallottole in corpo perde peso - nel suo caso solo virtualmente - anche se si tratta di una del suo livello.

Non riesce più a manovrare nessuno. Deve rassegnarsi, e concentrarsi solo sulla propria morte.

«A...c...q...u...a...», durante la marcia assolata chiede disperatamente un po' di ristoro.

Il Biondo ferma la colonna e l'accontenta, senza farla scendere da cavallo.

Lei cerca di provocarlo fino all'ultimo: si fa sbrodolare l'acqua lungo il collo, fino al seno.

La camicetta è aperta in profondità, il petto è ansante, palpitante, alla disperata ricerca d'aria.

Le macchie di sangue si sono coagulate: la Fernandez sembra fatta di ferro.

«Ti capisco...», cerca di avviare un discorso pur nella sua precaria posizione, «non sono... più... un buon... partito...

Mi sono... invecchiata... ingrassata... ho la pancia... bucata... ti capisco... non valgo... molto... ormai... ma... non... non lasciarmi... sola... quando... sarà... il momento...».

«Promesso, Conchita.

Rimetti dentro queste».

«Sono tue... se fai... il bravo...».

Il Biondo indugia, e prima di andarsene, le passa una carezza.

«Tuco è costretto a camminare con un buco nella pancia: sei fortunata, bambola».

Forse la strategia comincia a dare qualche risultato.

Conchita mastica altre fogliuzze, ne ha ancora.

La Fernandez a questo punto ci prova.

A trascinarsi finché può.

E a entrare nel triangolo buono.

Tanto più che - se crepa - il suo oro se lo scordano...

Non l'avrebbe lasciato a nessuno.

Piuttosto l'avrebbe portato con sé, all'inferno...

Dal crinale spunta un gruppetto di indiani mescaleros.

Non sembrano avere intenzioni pacifiche.

«Caprone... muoviti... raggiungi quel mucchio di rocce».

È l'unico riparo disponibile.

«Ognuno di noi difenderà un punto.

E niente scherzi o ci perderemo tutti».

Lancia una pistola a Tuco e ne consegna un'altra a Conchita, che rimane basita, dopo aver creduto di non rimanere coinvolta più di tanto nell'imminente scontro.

«Forza, bambola: ci occorre anche il tuo aiuto».

«Basta piombo... sto morendo...», prova a ribellarsi.

«Finché spari, sei viva. E finché uccidi, lo rimani».

«No... io... non voglio morire...».

«Avanti...», il Biondo le punta la pistola contro lo stomaco.

«Non... non lo faresti... mai...».

«Non scommetterci: sarebbe il tuo ultimo sbaglio», sembra deciso.

«Ne ho... fatti... tanti... non ho paura... Biondo...».

È un braccio di ferro.

«Aspetta...», cala la mandibola, fissando la canna: le viene la fottuta paura di perdere la scommessa. «Io... combatterò...

Li ammazzo... tutti...».

«Brava...».

Si stende la camicetta - le dà sicurezza - e si mastica della polvere fungina: nei taschini ha diversa robaccia per provare a tirare avanti.

Ma adesso è indispensabile evitare altro piombo: ucciderebbe una donna morta.

Mentre aspetta il verdetto della sorte, la Fernandez suda caldo - per la paura di perdere gli ultimi brandelli di pelle - e suda freddo - perché la morte la incalza: il buco allo stomaco sarà fatale anche a un bisonte come lei.

Tuco e il Biondo la sfruttano fino alla fine: sparerà ancora bene, per prolungarsi l'agonia.

Sa che è finita, ma anche lei non rinuncia a sfruttare sé stessa: solida e massiccia, temprata da ogni difficoltà, può andare avanti per ore.

BANG
BANG

BANG

I mescaleros partono all'attacco.

Lo scontro è duro.

Tuco abbandona la posizione per aiutare Conchita.

Le ha sparato alla schiena, ma le cose cambiano in fretta nella prateria.

I mescaleros hanno avuto perdite e ottenuto ben poco: il boccone è troppo grosso, se ne vanno.

L'agonia è salva.

Lasciato il disperato riparo, la marcia riprende.

Viene avvistato il ranch del reverendo Mortimer.

Una sosta è d'obbligo.

La moglie di Mortimer si prodiga sia per Conchita - finalmente un letto - sia per Tuco.

«Ehm... la signora...», attacca, imbarazzata, rivolta al Biondo.

«Sì, lo sappiamo, sta crepando».

«Posso mandare mio figlio a chiamare il dottor Smith...», suggerisce, apprensiva.

«Non si disturbi, signora».

Un segaossa metterebbe fine alle sue sofferenze.

Invece la messicana sembra avere nostalgia della vita. Diamole tempo...».

«Ma...! Il dottor Smith non è un segaossa!», protesta vibratamente.

«Va in giro con una borsa, o sbaglio?».

«Certamente...».

«E cosa ci tiene dentro?».

«Suppongo i suoi strumenti».

«Tra cui sega e bisturi».

«È un dottore!».

«Appunto! Glielo dicevo.

Vede, signora Mortimer... quando un uomo col bisturi incontra un uomo con la colt, l'uomo col bisturi è un uomo morto; ma quando l'uomo col bisturi incontra un uomo senza colt, l'uomo senza colt è un uomo morto».

«Io... io non capisco...».

«Tuco... la signora sta per chiamarti il dottore.

Ti estrarrà il proiettile».

«Sei pazzo, Biondo?

Fattela tu una visita.

Io ho più piombo che ossa in corpo...

A meno che il dottore non sia stanco di vivere... perché allora ho io una cura veloce».

«Che le dicevo, signora?».

Se ne va contrariata.

Stavolta il Biondo si presenta al capezzale di Conchita senza bisogno di essere chiamato.

«Lo sai... a cosa... stavo... pensando...».

«A quanto tempo ti rimane».

«No... a quello... non voglio... pensarci...».

«A cosa, allora?».

«Il padrone di casa... è un reverendo...».

«Non spererai di andare in paradiso, bambola...».

«L'inferno... è il mio posto... lo so...

Ma... tu... non sei... migliore... di me...

Perché... non ci sposiamo...».

Stupito, porta il sigaro al labbro, rimanendo perplesso.

«L'oro... sarebbe... davvero tuo... e io... creperei... da signora... conviene... a tutti e due...

Avanti... non abbiamo... molto tempo...

Dovresti... ritenerti... fortunato...».

E si stira la camicetta per farglielo capire meglio.

Anche in fin di vita, Conchita cerca di irretirlo.

«Ti sei mai sposata?».

«Mai...».

«Non darle retta, Biondo...

Si è sposata almeno due volte, l'ultimo l'ha finito lei», Tuco, spaventato dal dottore, è già in piedi e a zonzo per la casa.

«Allora, sei vedova...».

«Non... starlo... a sentire... è solo... invidioso...».

«Dal tuo fisico, però, sembra tu abbia avuto dei figli...».

«Sono... una matrona... che vuoi... ho potere... potenza...», ma ridotta così, non si direbbe.

«È vero che ci provavi gusto, quando li finivi?».

«Un po' sì... ma... erano... già andati...

Mi facevo... toccare... le zinne... mentre... li accoppavo... non... non se ne accorgevano... neppure...».

«Però adesso che tocca a te...».

«Non ho... niente... da toccare...».

«Reverendo Mortimer!».

«Tu, Biondo, vuoi davvero prendere come tua legittima sposa la qui presente Conchita Fernandez?».

Un cenno di assenso con il cappello.

«Sforzati un po', figliolo...», lo stimola sottovoce il reverendo.

«Sì, lo voglio...».

«E tu, Conchita Fernandez, vuoi davvero prendere come tuo legittimo sposo il qui presente Biondo?».

«Sì... lo voglio...».

«Volete voi dunque, Biondo e Conchita, unirvi in matrimonio: nella gioia e nel dolore... nella salute...», colpo di tosse del reverendo a frenare un impeto subitaneo di riso, «e nel piombo... fino a che... fino a quando nemmeno la morte vi separi mai...?», occhiata interrogativa del Biondo.

««Sì»».

In forza dei poteri a me conferiti dalla città di Yuma, nonché di quelli attribuiti dal mio santo ministero, io vi dichiaro marito e moglie!».

BANG

BANG

«Ehi, gente... la notizia si è sparsa in fretta: già si festeggia...!», Tuco - a ghigno sghembo - guarda dalla finestra.

Dopo aver baciato la sposa, il Biondo fa capolino a sua volta.

«Avete visite, reverendo».

«Frank... maledetto...».

«Frank... il negoziatore della Ferrovia?».

«Oh, no... lui è solo un bandito, la Ferrovia fa finta di non saperne niente».

«I binari devono passare qui, reverendo?».

«Sia fatta la volontà di dio, ma paghino il terreno, però».

«Biondo...», Conchita chiama, «non immischiarti... ho paura... stammi vicino...

Ricordati... la luna di miele... e il viaggio... di nozze...

Non abbiamo... molto tempo...».

«Temo, Conchita, che neanche gli inquilini di questa casa ne abbiano molto.

Stringi i denti, ragazza».

«Ehi... Biondo... non mi fai... sparare... stavolta?».

«Stavolta sei mia moglie...».

Apre la mandibola, soddisfatta. Ne ha fregato un altro.

«Reverendo Mortimer...!», è la voce Frank, «prega per la tua anima!».

«Tuco... tu rimani qui.

La bambola potrebbe aggravarsi.

In quel caso chiamami».

«Dovevi accettare l'offerta, Mortimer!».

«E a quanto ammonta quest'offerta...?», il Biondo fa capolino col sigaro.

Un'occhiata interrogativa precede la risposta.

«2.000... 2.000 dollari per questo allevamento di vipere».

«Beh... in fondo non è poi così male, reverendo...».

«Ma ne vale almeno 10.000...!».

«La tua pelle, reverendo, quanto vale?».

«Mah... sono un semplice pastore di anime, non un ricercato... vivo o morto...».

Frank trattiene a stento una risatina.

«Diciamo... almeno 20.000?».

«Se può darsi un valore in dollari a un'anima...».

«Bene, reverendo, accetta un consiglio: prendi tua moglie e tuo figlio e va a incassare i 2.000 dollari.

E ne avrai guadagnati 10.000 in più di quello che chiedevi».

Il reverendo si rassegna e in meno di dieci minuti fa i bagagli e lascia il ranch con la famiglia.

«E tu?», gli occhi di Frank lo scrutano sospettosi.

«Io sono in viaggio di nozze, e ho pagato in anticipo...».

«Tornerò domani, ma se solo vedo la tua ombra, neanche tua moglie ti riconoscerà più».

«Temo succederà comunque...».

«Ehi, Biondo! Ci siamo! Tua moglie... sta andando!», Tuco lo richiama, senza risparmiargli una macabra ironia.

«Che ti avevo detto?».

 

Conchita si è aggravata.

Ha steso la testa all'indietro, la bocca dischiusa, gli occhi annebbiati.

Le braccia abbandonate lungo i fianchi, con i palmi rivolti in alto.

Sembra stia perdendo il controllo.

È dunque il tempo: risuona nell'aria secca il requiem di Conchita...

«Lasciami con lei, controlla che Frank se ne stia andando.

Ehi, baby...».

«B...i...o....n...d...o...», con un rantolo aspirato antetombale. «C'ho... provato...».

«Hai retto parecchio, Conchita...».

«Crepo... da signora...».

«Ho salvato le nozze, il reverendo officiante rischiava di sparire prematuramente...».

«Biondo... baciami...».

Solo uno schiocco veloce per non toglierle gli ultimi respiri: un bacio prolungato l'avrebbe già ammazzata.

Trema di freddo, nonostante la calura opprimente.

È proprio alla fine, si è completamente dissanguata, un freddo gelido la invade.

«Bevi...», le porge al labbro la fiasca del whisky.

«Adesso... ci tieni... a me...».

«Ho sentito parlare spesso di te: Conchita Fernandez, la pistolera cattiva - forte e abbondante come un bisonte - diventata il braccio destro di Tuco, il bandito. Ero curioso di conoscerti. Eri diventata una leggenda».

«Biondo... ero... sicura... di salvarmi...», la bocca spalancata e gli occhi che già vedono l'inferno.

Il pistolero le porta le mani sulla pancia, per farle ritrovare il contatto con la realtà.

«Mi... sono... gestita...».

«Hai usato il fisico, Conchita, la pancia... ma dovevi usare la testa».

«Come... ti chiami...».

«Clint».

«C...l...i...n...t...», assaporando il nome insieme al sangue nella bocca, alla morte e la riflessa possanza femminile, che lei sa esplodere violenta su di lui. «Credi... sarebbe... durata... fra noi...».

«Perché no, di sicuro... Clint & Conchita: funziona...».

Le tiene una mano sulla pancia, insieme alle sue, mentre con l'altra le asciuga il collo.

Gli occhi scartano tra il volto tirato e il seno fibrillante, come se avesse due facce.

Due facce della stessa Fernandez.

Si sta irrigidendo, per cercare disperatamente di superare la crisi e rinviare la fine.

Ha poco sangue in circolo, perciò tirando i freni al massimo cerca di non perdere del tutto il poco rimasto.

Anche il seno adesso sembra imbalsamato.

È come se fosse già nella tomba.

C'è riuscita.

Sembra morta, ma la mandibola si muove.

«È andata, Biondo?».

Tuco non sente più sospiri strozzati dal letto.

«Zitto... ci sta provando...

Non la disturbare.

E Frank?».

«Andato».

«Facciamo una cosa, socio...

Visto che questa baracca finirà bruciata comunque, Frank ce ne sarà grato se cominciamo a smantellarla.

Accendi un falò. Grosso, però.

E poi vediamo se...».

«Se...».

«Ritorna dal viaggio di nozze... grazie a uno stregone di casa all'inferno... che abbia conosciuto il potere del bisonte...».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

REMOTA CHANCE

di Salvatore Conte (2012-2018)

Dopo un mese difficile presso il diner dove ha cominciato a lavorare quale cameriera - sempre oggetto di pesanti apprezzamenti, sempre inseguita da lunghe mani - Romina sta cercando in internet un posto tranquillo per un week-end in solitudine.

È venerdì mattina quando giunge sul posto, dopo aver schivato per un soffio un paio di autovelox.

Si tratta di un piccolo cottage in un remoto villaggio turistico sul Lago Champlain. Ma era proprio quello che cercava.

Il primo giorno lo passa in veranda, a guardare pigramente le scure acque del lago attraversate di tanto in tanto da piccole imbarcazioni.

La sera va a visitare il porticciolo del villaggio e nota che le tariffe per il noleggio sono in fondo abbordabili: un centinaio di dollari al giorno per un 4 metri fuoribordo.

Quindi entra nel piccolo pub e cena a base di pesce. Tra un piatto e l'altro, la formosa cameriera mette a fuoco un anziano signore, seduto al bancone, che sembra ricordarle qualcosa. Ma non capisce bene cosa e finisce col pensare ad altro.

Sabato mattina, la bella latino-americana fa colazione al bar del villaggio e incontra di nuovo il tale della sera prima.

La guarda e sorride, e un brivido freddo le percorre la schiena.

Quindi si organizza e prende in affitto una piccola imbarcazione.

Ha fatto un po' di spesa al piccolo market del villaggio, senza dimenticare una confezione di marshmallow.

Il giovane che noleggia i barchini si offre galantemente di accompagnarla, ma lei preferisce andar sola.

Romina comincia così a girovagare per il lago, in splendida solitudine.

Dopo circa un'ora finalmente avvista un isolotto che le sembra deserto e - per averne conferma - lo circumnaviga completamente.

Non sembra esserci nessuno, infatti.

Decide allora di prendere terra e di spiaggiarsi al pallido sole.

Dopo un po' si stufa e le viene voglia di esplorare la piccola isola.

Cammina spensierata lungo la sponda, ma quando torna indietro non è contenta di notare che un'altra imbarcazione abbia fatto approdo sull'isola.

Pur non vedendo nessuno, si rimette in acqua e decide di spostarsi sul lato opposto, a sufficiente distanza dallo sconosciuto intruso.

Tuttavia, dopo essersi appisolata sulla nuova spiaggetta, Romina si ridesta angosciata con la sensazione di un estraneo che la stia osservando da vicino; la bella ragazza tira un sospiro di sollievo quando capisce trattarsi di un semplice sogno.

Nei paraggi non c'è nessuno, infatti.

Però guardando meglio... delle impronte sulla sabbia...! Fresche e proprio accanto a lei!

Romina Lopez decide allora di andarsene. Raccoglie le sue cose e sale su barchino.

Ma quando sta per avviare il motore, si accorge che la chiave non c'è più!

La cerca dappertutto, però non la trova.

Cerca allora il cellulare, ma non trova neppure quello.

Romina comincia ad avere paura.

Che cosa sta succedendo?

Decide allora di controllare se l'altra barca si trovi ancora dall'altra parte dell'isola.

Ci arriva a piedi e... sì... la barchina è ancora lì dove l'aveva vista. E senza nessuno nei paraggi.

Se sola la chiave d'accensione fosse inserita...

Si avvicina e sale a bordo, ma niente! La chiave non c'è. Il suo possessore è stato più prudente di lei.
«Sta cercando queste?».

La Lopez si volta di scatto e vede un vecchio signore vestito da marinaio che da una mano fa penzolare le sue chiavi e con l'altra impugna il suo cellulare.

La paura cede il posto alla rabbia.

«Ridatemi tutto!».

Ma quello alza le braccia ed elude il tentativo della ragazza.

«Eh no! Si fa a modo mio!

Romina, chiuda gli occhi e apra i palmi delle mani verso l'alto: uno per le chiavi, l'altro per il cellulare».

Sembra voglia accontentarla.

Che cosa le costa giocare un po' con un vecchio?

Romina...?

Ma come fa a sapere come si chiama?

Apre gli occhi e vede la piccola pistola puntata contro il suo addome.

BANG

Troppo tardi per reagire.

Il piccolo proiettile calibro 22 a punta cava irrompe devastante nella pancia di Romina, frammentandosi in numerose schegge, che le strapazzano le budella e raggiungono anche fegato e stomaco.
«ARGGHHH...!!».

La sfortunata cameriera urla disperata il suo dolore e si porta disperata le mani a coprire il grosso buco che si è aperto nel suo addome, incredula di essere stata colpita a sangue freddo e senza motivo.

«Ora può riavere le sue cose.

Sono di parola. Ho solo omesso una .22 a punta cava.

Apra i palmi e le consegnerò chiavi e cellulare.

Romina crolla sulle ginocchia.

Protende una mano verso l'uomo, nella speranza di ottenere il cellulare.

Le chiavi non le servono più, non riuscirebbe mai - in quelle condizioni - a ritornare alla propria imbarcazione.

L'uomo le mette il cellulare nella mano insanguinata e si allontana.

Romina stramazza su un fianco e si rovescia sulla schiena: con una mano si comprime disperatamente l'addome, con l'altra impugna l'apparecchio; le ginocchia alte, per alleviare il lancinante dolore.

Chiamare in fretta i soccorsi è l'unica chance che le rimane.

Intanto il vecchio marinaio ritorna con una sediolina da spiaggia e una borsa.

Accende un fuoco e arrostisce dei marshmallow.

Romina riconosce la borsa: quelli sono i suoi marshmallow...

La sta umiliando fino alla fine, ma in fondo è ancora libera di chiamare aiuto.

Il sangue e il panico, però, rendono difficile l'operazione.

L'uomo, allora, si alza dalla sedia, ripulisce sia il cellulare che la mano di Romina, le smuove con dolcezza i capelli e le dà un bacio sulla guancia: «Buona fortuna».

Rinfrancata, Romina riesce a comporre il 911.

«911: di che emergenza si tratta?».

«Aiuto... mi hanno sparato...!».

«Qual è la sua posizione?».

«Sono... su... una piccola isola.. sul lago...».

«Quale isola?».

«Non lo so...».

«Dove è stata colpita?».

«In pancia... brucia...!».

«Faremo uscire un ricognitore, stia tranquilla».

Ma Romina sa che ci sono decine di isole simili sul Lago Champlain, l'aveva letto sulla guida turistica.

C'è solo una remota chance che i soccorsi la trovino in tempo.

E le viene il dubbio che anche in ospedale potrebbero far poco per lei.

«Pronto? Mi sente?».

La Lopez abbandona il cellulare e con entrambe le mani si stringe disperatamente l'addome, cercando almeno di prolungare l'agonia.

Il vecchio marinaio, mentre la osserva attento, prepara altri due spiedini di marshmallow e li mette a cuocere sul fuoco.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA MEGERA ACCUSA JACK

di Salvatore Conte (2018-2019)

«Dammi una moneta per mangiare, bell'uomo...».

Fa così tutte le sere, alla Bettola dell'Impiccato.

È una vecchia megera, ma riesce ancora ad irretire, è sempre una tentazione.

Sceglie l'avventore meno trasandato, rimasto in un cono d'ombra, e lo struscia con la sua carne sfatta, perché - tuttaltro che avvizzita - è rimasta grassottella anche alla sua età.

Il seno cadente ha perso volume, ma lo mette in mostra lo stesso lungo la camicetta sbottonata fino allo stomaco.

I capelli completamente bianchi, perché non ha denaro per tingerli.

I resti sono quelli di una bella donna.

È la vecchia Anna Frazer, inesausta a 70 anni abbondanti.

Megera per molti, fata per alcuni.

Si dice che porti gli avanzi della cena ai barboni del Tamigi, rischiando pure qualche coltellata.

Adesso poi ci si è messo anche un certo Jack a rendere ancora più pericolose le notti londinesi.

«Tu?!».

L'uomo si è voltato.

SZOCK

STRAAP...

Con gesto secco e fulmineo le immerge un pugnale nello stomaco, fissandola crudelmente negli occhi.

E la sventra.

Ma è uno strappo incompiuto, per certi versi dolce, quasi usasse un occhio di riguardo per la vecchia signora.

E poi quella daga in argento... di valore, lussuosa... gliela lascia dentro come fosse un regalo.

Se solo potesse rivenderla, ci mangerebbe per almeno un anno!

In ogni caso è l'arma giusta per scannare, togliere la vita a una vecchia dama.

La megera spalanca la bocca, attonita, senza un grido.

L'uomo la guarda ancora un attimo e si dilegua.

Forse qualcuno ha visto, ma nella bettola tutti si fanno gli affari propri.

La Frazer, con le mani pressate intorno al pugnale, si va a mettere seduta.

Solo quando la testa le cade sul tavolo, gli altri avventori cominciano a circondarla.

La bella megera dell'Impiccato è stata accoltellata a morte.

Non in una stradina buia, però, come si temeva, ma all'interno della bettola, con tante persone presenti.

La Frazer è un personaggio. La notizia corre nei bassifondi.

«Portiamola da qualcuno...».

«Qualcuno, chi?».

«Non so... un medico spretato, il dottor Frankenstein, ad esempio...

Il mio amico Jim gli porta spesso dei cadaveri... lui riuscirà a conservarla in qualche modo... e noi potremo rivederla...».

Nella locanda vengono messi in fila tre tavoli: la Frazer è distesa sopra, il pugnale lasciato al suo posto per non aggravare la situazione, anche se fa gola a tanti.

La megera non parte fottuta nelle scommesse.

Sta sudando le sette proverbiali camicette per tenersi in gioco, a galla sul Tamigi.

Con uno straccio le tamponano il sangue schiumante, con le mani la toccano e prendono le sue.

Sono tutti intorno a lei.

Si consultano.

Non vengono chiamati né i gendarmi, né la carrozza medica, e tanto meno un prete.

Per i primi non c'è alcuna simpatia fra gli avventori della bettola, la seconda è ritenuta inutile se non dannosa, il terzo fuori luogo.

Alla fine il corpo sarà consegnato al Tamigi.

«Anna... a chi lasci il pugnale?», le chiedono interessati.

«È successo nella mia bettola, pertanto appartiene a me».

La megera, stremata, si sforza di parlare.

«Il pugnale... è... dei... barboni...».

Un sommesso brusio di delusione.

«Hai riconosciuto chi è stato?

Lo ammazzeremo...».

«Sì... è stato... Jack...».

Sorpresa, curiosità, paura.

«Jack...?! Proprio Jack?», la incalza il taverniere.

La Frazer annuisce con gli occhi.

«Sentito? Jack è entrato nella Bettola dell'Impiccato!».

Gli avventori si guardano increduli.

Jack ha colpito in piena luce?

Eppure appare subito chiaro che nessuno dei presenti saprebbe descriverlo e riconoscerlo.

«Anna... come fai a dirlo? Come fai a conoscerlo?».

La megera, però, fissa con occhi vuoti il soffitto della bettola.

La profonda coltellata l'ha sfiancata.

Potrebbe esserci incappata per caso, dopo uno dei suoi colpi.

Potrebbe averlo notato e poi associato al delitto.

E questo spiegherebbe il perché dell'esecuzione.

Non però le circostanze: non sarebbe stato più sicuro farlo al buio?

La Frazer sarebbe uscita dalla bettola nel giro di un'ora o poco più.

Di certo Jack non è un assassino come gli altri.

Al buio va a caccia, individua le prede a caso.

Questa sera, invece, in piena luce, ha tolto di mezzo un testimone, agendo con freddezza, senza il gusto della caccia.

«Che succede qui?».

Anche se indesiderato, un gendarme di pattuglia ha notato qualcosa di strano e si è introdotto nella bettola.

«Allora?».

La megera, con la bocca orrendamente spalancata, è completamente indifferente alle indagini.

Un braccio cade sinistramente a penzoloni dal tavolo.

FIII... FIII...

Il gendarme, tornato sull'uscio, chiama rinforzi con il fischietto d'ordinanza.

Stanno affluendo tanto barboni.

Viene chiamata una carrozza medica e portata via la megera.

Un gendarme graduato è salito a bordo.

E anche se la Frazer sembra già cadavere, prova a interrogarla.

«So che forse non riuscirà a parlare, ma è vero che è stato lui... cioè Jack... Jack lo Squartatore?

Stringa la mia mano se è vero!».

La carrozza medica, che è scoperta, si ferma.

Il gendarme alza gli occhi, perplesso.

«È vero».

SZOCK

Gli lascia appena il tempo di pagare a proprie spese la verità.

Poi, scattando fulmineo, gli attraversa la gola con una lama.

E la carrozza si perde nella nebbia, sempre più lontana dall'ospedale.

Forse le acque del Tamigi stanno per restituire ai loro barboni il corpo di una bella megera. 

«Ti ho ucciso, ma non troppo.
Una megera come te non è facile da spegnere.
Tingerai i capelli, ti cospargerai d’olio, vestirai bene e sbottonato, e rimarrai al mio servizio.
Non sei del tutto decrepita e porti sul volto i segni di una vecchia classe».
Ma Jack ha scelto.

Lei - con la bocca spalancata, agonizzante, ormai cadavere - sente tutto.
E sa che non può deluderlo.
È stata incoronata Regina di Londra.
Non solo non è finita come donna, ma con un colpo di coda ha squartato lo stesso Jack.
E la coltellata mortale la uccide meno.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

IL SUPER TROFEO

di anonimo (2016)

     

     

     

     

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