EFFERATO OMICIDIO ALLE PORTE DI ROMA
POLITICO LOCALE BRUTALMENTE SGOZZATO
«Ha letto i giornali, signora Frascata?».
L'interrogatorio informale al quartiere Tuscolano di Roma era cominciato.
«Io non ne so niente. Ci frequentavamo da poco».
«Non mi sembra molto impressionata dalla sua perdita…».
«Io lo chiamavo Antonio: è sicuro che stiamo parlando della stessa persona?».
«Sappiamo che lei frequentava il deceduto, Antinoo Marcelletti, ma ciò non
esclude che lei frequentasse anche un Antonio».
«No, deve essere lui. Lo sapevo che aveva un nome strano».
«E non è turbata dalla sua morte?».
«In fondo mi rimane un buon ricordo di lui, no…?», e mostrò allusivamente
l'anello con diamante che portava alla mano.
«Quel dito potrebbe essere un ottimo movente e magari anche l'arma del
delitto…
Lui lo voleva indietro e lei si è lasciata prendere la mano...
per non farsi prendere il dito...».
«Non dica sciocchezze, Commissario.
Io non avevo nulla da restituire, ma solo da incassare…».
«Eh già… di bocca buona il povero Antinoo…
Le conviene collaborare, signora
Frascata. Non conosciamo ancora il movente del
delitto. Lei rischia di diventare scomoda a qualcuno».
«Cosa…? Io?!
Io conduco una vita riservata, Commissario».
«Riservata... o sbottonata…?».
La
Frascata, trafitta dallo sguardo, allacciò il bottoncino critico della
sua avvolgente camicetta bianca.
Sembrava un grosso cioccolatino da scartare e sciogliere
in bocca.
«Commissario…», volutamente incerta, in attesa di essere aiutata.
«Commissario Telegono Ingravallo, Squadra Mobile».
«Ah sì… un altro nome strano…
Te-le-go-no…?! Mi scusi, ma non l'ho mai sentito prima», una
risatina futile accompagnò la sagace rivelazione.
«Infatti andava di moda una quarantina di secoli fa; mentre il suo, a quanto pare,
va di moda sempre...».
«Veramente non lo so... lei trova...?», ridacchiò ancora.
«Lei fa onore al suo nome... lei è l'incarnazione del suo nome... sorella di Didone... amante di Enea...».
«E lei come sa tutte queste cose?».
«Le insegnano all'Accademia di Polizia...
Insomma, lei non crede che il suo nome, addosso a lei,
significhi qualcosa?».
«Sì, penso significhi che mi chiamo Anna».
«Capisco, signora Frascata.
Lei si tiene abbottonata soltanto con me…?», in risposta arrivò un sorrisetto di
lungo corso.
«Veniamo alle cose serie, dunque. Antinoo Marcelletti era impegnato nella
costituzione della nuova Città Metropolitana di Roma Capitale: gliene ha mai
parlato?».
«Non capisco di che cosa stia parlando».
«Glielo spiego subito: il Marcelletti appoggiava la linea politica secondo cui
la carica di Sindaco Metropolitano di Roma dovrebbe spettare - automaticamente -
al Sindaco di Roma-Campidoglio, il comune centrale di Roma, quello che oggi è il
Primo Municipio, il centro storico insomma.
Viceversa, un'altra fazione politica sostiene che il Super-Sindaco debba essere
eletto in seno a tutti i sindaci della vecchia Provincia di Roma, in una sorta di conclave laico.
In quest'ultima ipotesi, potrebbe avvenire, ad esempio, che il Sindaco di
Frascati diventi il Sindaco Metropolitano di Roma, un po' come se Roma stessa
divenisse parte della provincia di Frascati, ovvero della provincia del Tuscolo...».
«Ma che Tuscolo e Tuscolo, Commissario Telegono…
Perché non mi chiama, se ha qualcos'altro da raccontarmi…», e gli consegnò il
suo biglietto.
«Mi chiami lei, se le venisse in mente qualcosa di utile per le indagini, signora
Frascata...», e ricambiò il biglietto con il suo.
«Ma questa è una frase da telefilm…».
«Non le piacciono?».
«Non li vedo più, sono noiosi», e si umettò lievemente il labbro inferiore.
«Ha ragione. Arrivederla, signora Frascata.
Ah... la sa una cosa...?
Il mio nome, Telegono, e quello del suo ragazzo, Antinoo, sono
collegati tra loro dalla figura di Ulisse...».
«Non era il mio ragazzo...
Commissario... la chiamo se mi venisse in mente qualcosa di utile per le sue
indagini...».
«Certamente... arrivederla a presto, signora Frascata».
12 aprile 2012
COZZE FATALI PER AMMIRAGLIO A RIPOSO
UNA TRAGICA FATALITÀ?
«Lei ci ricasca per la seconda volta nel giro di un mese, signora Frascata.
E stavolta non può dirmi che lo frequentasse da poco, perché stavolta si tratta
del suo ex-marito, l'Ammiraglio Ulisse Giannini.
In più è emerso il collegamento che io stesso avevo ipotizzato
alla sua (non trascurabile) presenza».
«Infatti non lo frequentavo affatto. Era finita da molto tempo: perché allora mi
sarei divorziata? Per l'esattezza, saranno dieci anni che non lo vedevo».
«Beh, ormai temo che non lo vedrà più».
«Poco male, non posso dire di aver versato lacrime amare su quella pagina di
giornale».
«Lei legge i giornali?».
«Si fa per dire, no?».
«Stiamo facendo analizzare le cozze assassine: l'Ammiraglio era ancora una
persona in vista e non mi torna che intorno a lei si sia prodotto il secondo
cadavere in appena un mese».
«Non intorno a me, Commissario. Io non ero né con il primo, né con il secondo:
intorno a me avevo altro».
«E chi per l'esattezza?».
«Non credo la riguardi».
«Per il momento, forse no. Ma si tenga a disposizione, signora Frascata.
E si guardi le spalle…».
28
aprile 2012
L'interrogatorio, sempre più informale, faceva tappa dal Brigante Gasperone, ad
Ariccia.
«Allora, ci mettiamo insieme o no?», le sussurrò furtivo.
«Ma sei matto? Se non tua madre, potrei sembrare tua zia…».
«Però dell'Ammiraglio sembravi la figlia...», replicò sagace
lui, mentre lei faceva penzolare fanatica le tette sfatte, malcelate nella profonda
scollatura della camicetta, umettando al contempo il labbro inferiore.
Nonostante i suoi 46 anni, non portati benissimo, i chili in
eccesso e l'aspetto consumato, rimaneva una donna che piaceva subito, anche il
più distratto doveva arrendersi e rivedere i suoi termini di paragone; volgarmente,
questo tipo di donna era detta una sorca... un pesante apprezzamento che celava
un titolo onorifico, nella doppiezza del linguaggio popolare.
«Non sono matto… mi piaci... non puoi essermi madre... non sei tanto vecchia...
né io tanto giovane...
Ma l'Ammiraglio poteva essere tuo padre...».
«Con il tuo stipendio, però... ce la faresti a mantenermi? Io amo le cose belle e
costose... lui mi passava gli assegni... adesso ho finito...».
Era cinica e a lui piaceva anche per questo: avevano superato rapidamente tutte
le ipocrisie del caso.
«Accendo un mutuo e ti sistemo dentro Villa Lusi,
con vista sul lago; andrà presto all'asta: ti piacerebbe?».
«Sì, ho capito... bella... imponente...
Sarebbe degna di me. E tu anche».
Approfittò dell'apertura di credito per un bel bacino, con la
mano a muoversi sulla morbida pancetta della Frascata, non potendo né salire, né
scendere. Doveva arrestarsi, il colmo per un Commissario; era in una fraschetta.
«Allora è fatta... intanto
continuiamo a vederci, no...? C'è sempre da interrogare...».
«Senza impegno, però. Io non ho solo te, Commissario...».
Si era ritratta, senza temere di apparire sgradevole; voleva
fatti per spendersi davvero.
«Cambiamo discorso, signora Frascata...
Ti aggiorno su alcune strane coincidenze che ho rilevato nelle mie
indagini.
Ebbene, l'attuale Papa è tedesco è ha assunto il nome di Benedetto XVI».
La procace quarantaseienne lo inquadrava con occhi scettici.
«I Conti di Tuscolo assursero al trono papale nel 1012, 1.000 anni fa, con il
nome di Benedetto VIII. Otto è la metà di sedici. Mille è la metà di duemila.
La loro ascesa fu dovuta all'alleanza con il partito imperiale. L'Impero aveva
sede in Germania.
Troppe coincidenze per essere vere coincidenze.
Oggi abbiamo un Papa tedesco che ha lo stesso nome del primo Conte di Tuscolo
assurto al trono papale perché filo-tedesco, e con il progressivo del nome pari
al doppio esatto di quello.
Se per assurdo dovesse dimettersi poi... si ripeterebbe il
caso di Benedetto IX, un altro Conte di Tuscolo...».
«Aspetta...
Lo sai cosa mi sembrano questi...
caro...», in modo carezzevole, prendendogli per un attimo la mano, quasi
scusandosi con lui per i modi bruschi di prima. «A me sembrano
algoritmi... ho il diploma di perito... l'ho
preso al Fermi di Frascati», ammiccando con quegli occhi nocciola da Baci
Perugina.
La
Frascata aveva dalla sua l'estrema praticità di una donna pienamente realizzata.
«Algoritmi...?».
Ingravallo era basito.
«Il caffè lo metti su in un certo modo, è sempre quello.
Il computer fa sempre le stesse
cose, non ti può stupire come una bella donna...
La storia è ripetitiva, prevedibile e noiosa: tre attributi
tipici di un computer...», e per manifestare il più netto contrasto, si tirò su
una zinna con la mano a coppa.
Ci mancò poco che il cameriere non dovesse raccogliergli il
labbro da terra.
Ingravallo, vedendo entrare nella grotta l'agente Di Maggio,
fece appena in tempo a cambiare registro: «Allora... neanche il vino dei Castelli
le scioglie la lingua,
signora Frascata?».
«Commissà… c'è un matto che se vò buttà de sotto, a du passi de qua… sta a parlà
de cozze, boh...».
«Ma che dici, Di Maggio?!
Andiamo. Venga anche lei, signora Frascata».
I tre giunsero tosto al ponte d'Ariccia.
«Ecco… giusto a voi due stavo a cercà…!», esordì il matto.
Ingravallo preferì non
interromperlo.
«Tutti sapemo com'è morto Antinoo, rompeva il cazzo a 'na bella fija... sì, a 'na
bella fija de 'na mignotta... ma Ulisse... 'o sapete com'è morto Ulisse?
Nun ve state tanto a preoccupà, ve dico: quando sarà er momento, avoja... co du
cozze bone da morì, er sor Ulisse se leverà er pensiero, ve dico...
Ve dico, sì... ma 'o sapete chi l'ha detto?
L'ha detto un tale cecato de nome Tiresia…
E mò ve dico 'n'artra cosa a voi due, che me sembrate madre e fijo, 'a madre
bonazza a zonzo cor fijo…».
«Sentito...?»,
sussurrò la madre d'Ingravallo, nell'orecchio del figlio.
«Voi du artri v'avete da mette insieme! Questo ve lo raccomanna Diana 'a Riccia, bella e
riccia come Circe bella de ciccia» chiosò lo svitato. «Oh! Qui stamo a casa sua,
nun la fate incazzà!».
«Sentito...?»,
Ingravallo si prese la rivincita.
«Ma che ve ce vo 'n'argoritmo pe davve 'n bacio? Ma 'ndo cazzo
semo arivati, oh!».
«Dobbiamo accontentarlo, o farà qualche pazzia...», sussurrò
il Commissario alla Frascata, in tono quasi professionale, procurandosi al
contempo di stringerla a sé.
«Ah! Si è buttato!», era però destino che il Commissario non
riuscisse né a baciare la Frascata, né a distogliere il folle.
L'ubriaco barcollò e cadde nel vuoto.
Anna lanciò un grido.
«Commissà... ma quanto è alto il ponte?
Non si è manco sentito er botto...», osservò Di Maggio.
«È un ponte senza fondo...
Di Maggio, mi faccia il piacere... lo vada a prendere... si faccia aiutare dai vigili...».
«Che schifo... sarà ridotto una poltiglia...».
«Non più di noi, Anna», rispose sottovoce il Commissario.
Poco dopo, dal parapetto del ponte riemersero il matto e l'agente Di Maggio, il
primo sotto il braccio del secondo.
«È un vecchio trucco circense.
Ma non sempre funziona...
Allora... ci mettiamo insieme o no? Lo dice pure er matto…
Guarda che sennò me butto de sotto...».
La risata di Anna valeva un mezzo sì.
11 maggio 2012, ore 10
«Commissà… Commissà…! Hanno accoltellato la Frascata!», l'agente Di Maggio fece
irruzione nell'ufficio del Commissario Ingravallo.
«Hanno…
Hanno…
S'è fatta ammazzare!?», bianco all'istante.
«Pare de sì. La stanno a portà morta all'ospedale: è partita rigida, però
nessuno se vo' prende 'a responsabilità...».
«Ma…».
«L'hanno trovata con un cortello nella schiena, ma prima de arendese, deve avé
lottato…
Sul posto ce stanno i Carabinieri…».
«Almeno quello...», accasciandosi sulla scrivania, come se la coltellata
l'avesse presa lui.
11 maggio 2012, ore 13
«Ci sono troppe coincidenze, Di Maggio...
E se l'assassino fosse un algoritmo?».
11 maggio 2012, ore 16
«Ma
insomma... ho già detto tutto ai Carabinieri, stamattina…!», obiettò la portinaia.
«Sia cortese… ci racconti quello che ha visto…».
La vecchia si voltò e iniziò faticosamente a salire le scale.
«Qui abitava l'assassino», disse indicando la porta con i sigilli, sita al primo
piano dello stabile.
«Arrunte Pallavicini, detto l'Etrusco. La vittima invece stava ar quinto.
Stava da sola, ma c'era 'n certo via-vai… stavolta 'nvece s'è smossa lei e 'sta
cosa alla sora Anna nun ha portato mica bene…
Lo sanno tutti come annava in giro... un camicione bianco da
donna importante... cor collo alto... sembrava 'na papessa... du bottoni chiusi
in panza... e basta! Niente sotto, niente sopra... du bottoni! Ve potete
immaginà le zinne...
Ma la mignotta nun voleva morì! Ce doveva avé sette spiriti come
li gatti, perché ha aperto la porta e gli è
scappata via su pe' le scale. Quel poraccio pe' finilla d'ammazzà s'è dovuto fa
du piani».
«Ma lei allora ha visto tutto?!».
«No, ho sentito gli strilli: ho
visto l'Etrusco che scendeva giù cor coltello in mano e la camicia sporca de
sangue! M'ha visto ed è scappato via».
«E lei allora è salita su a vedere…».
«Io finché nun se decidono ad aggiustà l'ascensore, su nun ce vado, pure se
ammazzano tutti gli inquilini, che poi nun sarebbe un soldo de danno…».
Il Commissario Ingravallo stava osservando le macchie di sangue
cerchiate col gesso sulle scale.
«Perché la vittima non è fuggita dabbasso, anziché salire le
scale?».
«Po esse che c'era qualcuno che scendeva, ma che poi s'è
cagato sotto...».
«Tanto per essere chiari, lei ci ha raccontato tutto quanto il fatto, però ha
visto solo l'Etrusco che scappava».
«E scusateme se è poco! Poi il fatto l'hanno ricostruito i colleghi vostri de
stamattina: so' poliziotti pure loro, in fonno in fonno, no?
C'era una macchia de sangue all'ingresso dell'appartamento e 'sta processione de
macchie fino al terzo piano, dove lei stava tutta rannicchiata. Ma nun v'hanno
detto niente a voi?».
Intanto erano faticosamente arrivati al secondo piano.
Il Commissario si chinò su una larga chiazza di sangue rappreso, pure contornata
dal gesso dei Carabinieri.
Macchie più piccole proseguivano sulle scale.
«Basta così, signora. Molte grazie, proseguiamo da soli.
Che cosa nota, Di Maggio?».
Ingravallo, attraverso il meccanico linguaggio professionale,
cercava di gestire lo stato di shock.
«Dal primo al secondo piano le macchie so piccole e scajonate... e molto vicine alla
ringhiera.
Dal secondo al terzo, sembra che abbiano sgozzato un vitello,
Commissà!».
«Brillante.
E poi?».
«In effetti... se la Frascata è stata trovata con un cortello nella schiena... come
ha fatto la portinaia a vedé un cortello nelle mani dell'Etrusco?».
«Brillante.
C'è altro?».
«Le macchie di sangue so belle sane: l'Etrusco invece, nello scenne le scale de corsa, avrebbe dovuto calpestanne almeno qualcuna...».
«Perfetto».
«Passiamo all'ospedale, Commissà?».
«No, passiamo in fraschetta.
Ma prima in ufficio».
11 maggio 2012, ore 20
«Rilegga».
«Cinque ferite da taglio, di cui una letale. Tutte di direzione e profondità
diverse, una sull'avambraccio sinistro, superficiale, un'altra…».
«Qui ha cercato di proteggersi. È riuscita a proteggersi», precisò il
Commissario.
«Un'altra sulla regione mammellare, le altre due…».
«Questa è quella grave, quella della pozza al secondo piano; poi ha reagito, si
è ripresa, si è tamponata con la mano e si è trascinata fino al terzo».
«Le altre due sulla regione scapolare. L'ultimo…».
«Queste sono la seconda e terza ferita, quando si è voltata di spalle per
fuggire: forse una ancora all'interno dell'appartamento e l'altra sulle scale».
«L'ultimo, il colpo letale, vibrato sul dorso, all'altezza dei reni», l'agente
Di Maggio aveva concluso.
«Quando leggi, leggi bene».
«Grazie, Commissà».
«Rileggiamo anche la descrizione dell'arma».
«L'arma ritrovata infissa sul corpo della Frascata è un lungo coltello a lama
bitagliente compatibile con una sola delle ferite aperte; le altre tre sono state inferte con
un'arma a lama monotagliente. In queste ultime, infatti, si ha da una parte un
angolo acuto, corrispondente al taglio della lama, dall'altra uno arrotondato
corrispondente alla parte non tagliente».
«Abbiamo sentito i cugini, ora sentiamo er Cecato de Frascati».
11/12 maggio 2012, ore 24/0
Nuovo interrogatorio informale al Grappolo d'Oro di Frascati: all'interno del
grottino, veniva ascoltato Omero, il vecchio cecato.
«Chi è l'assassino, Omero?».
«Quell'Arrunte è 'n infame, ma nun è Macbeth. Ce vole 'na grandezza pure ner
male. 'O ritroveranno morto pe' le fratte de Velletri.
Nun aveva previsto tutto quer sangue... e la difficoltà de sfonnà 'na zozza come
'sta Frascata, che se voleva salvà a tutti i costi...
Però ce deve stà quarcuno che conosce bene 'sta stronza,
perché nun s'è fidato... lei pensava de salvasse a cosce de fori e d'arivà de
sotto alle scale... ma poi s'è vista arivà sotto n'artro cortello... ha ripreso
a core a tutta callara... pe de sopra... ma quell'artro era più pratico,
Commissà... l'ha fatta core un po'... e poi l'ha sfonnata de brutto... 'a
mignottona se voleva salvà... ma ha fatto l'urtimi du gradini e l'ha s'è
stirata... è rimasta co 'e cosce de fori... che zozza...».
Di tanto in tanto, Ingravallo versava grappoli nel bicchiere.
«Detto questo, Commissà... si ho sbajato quarcosa... è perché
nun ce vedo
bene».
ACCOLTELLATA A MORTE L'EX MOGLIE
DELL'AMMIRAGLIO GIANNINI
MA LUI HA UN ALIBI DI FERRO
«Speriamo che l'algoritmo stia al gioco, Di Maggio.
Sta a noi contagiarlo con una buona dose di follia».
13 maggio 2012, ore 9
«Commissà, pensi che roba... i Carabinieri hanno arrestato er
fijo de l'ex marito de la Frascata... me so fatto manna tutto er faxe...
insomma... come si dice...».
«Telemaco Giannini».
«Sì, quello... allora non serviva...
Comunque pe falla breve è emerso che è lui l'assassino... insomma... come si
dice...».
«Lasci perdere, Di Maggio, proseguo io.
L'Ammiraglio Giannini aveva di fatto diseredato il figlio, tramite l'ex moglie:
in sede di divorzio, aveva ottenuto di versare assegni meno pesanti, offrendole
a compensazione, con effetto dopo la sua morte, le proprietà di famiglia, tenuto
conto della differenza di età importante tra i due.
Il figlio ha covato rancore a lungo e quando ha saputo che il padre aveva pochi
mesi di vita, si è deciso ad agire.
Per coprire l'omicidio principale e liberarsi della Frascata, ha confuso le
acque con elementi rituali ed esoterici assolutamente irrilevanti. Ad esempio
gli omicidi cadenzati il 12 di ogni mese dell'anno 2012.
La Frascata ha reagito con tutte le sue forze, ma è arrivata in ospedale perché
così aveva deciso lui, affinché morisse il giorno dopo, cioè il 12 maggio, dopo
una lunga e sofferta agonia, quasi telecomandata dall'assassino. Ciò avrebbe
impressionato molto gli investigatori e l'opinione pubblica, dirottando
l'indagine verso ambienti satanisti, esoterici, o massonici.
La stessa Frascata, pure avesse ripreso conoscenza, non avrebbe potuto
lanciargli accuse, infatti non sospettava nulla e girava senza apprensione.
Il suo era un piano ben congegnato.
Telemaco Giannini e l'algoritmo mandante non hanno commesso alcun errore».
«Algoche... Commissà...?
Ma allora cosa l'ha tradito?».
«L'algoritmo custode della signora, forse.
Forse Telegono, il fondatore di Frascati?
Non ci sono coincidenze, Di Maggio.
Un bacio può modificare la sequenza.
E anche una buona dose di follia.
Di Maggio... ma quant'è bona la Frascata...?!».
LA MALDITA
di Salvatore Conte (2024)
Chiquita Mendez si è sollazzata abbastanza, adesso è pronta per un'altra scorribanda.
Il potere che ha
raggiunto non le basta; vuole sempre di più.
Possente, selvaggia,
diabolica, è considerata indistruttibile.
La chiamano la Maldita.
Nessuno è mai riuscito
a sorprenderla, non ha mai incassato piombo, e se anche accadesse, tutti pensano
che sarebbe in grado di gestirlo senza problemi.
Di questo passo
potrebbe mettere le mani sull'intero Messico.
E ha già un piano per
conquistare Novasol.
Chiquita sta usando Lampez per farsi strada, ma prima o poi si libererà anche di lui, prima che lui
tenti di liberarsi di lei.
I due finiranno per
scannarsi a vicenda.
Intanto, però, la
Mendez si gode i suoi successi.
Soltanto il misterioso
Chato ha avuto il coraggio di impensierirla.
Lei e Lampez hanno
messo una grossa taglia sulla testa di quel guastafeste. Due feroci delinquenti
che mettono una taglia su un cittadino onesto: succede anche questo in Messico.
E alla fine il
miraggio dell'oro paga: el Chato è un tale Ubaldo Argentiras, un pezzente
idealista che frequenta di nascosto niente meno che la bella figlia del
Governatore di Muñoza; il nome è Isidora.
Non appena la
Mendez
apprende tutto ciò, scatta la trappola: è lei stessa che durante un convegno
d'amore tra i due, tramortisce Ubaldo e fa possedere Isidora da un toro imbufalito,
che la uccide con il suo micidiale fallo, lungo quanto un bastone da passeggio.
Il padre della ragazza
crede che a ucciderla sia stato il suo amante, e così lo tortura a morte.
Ma anche in fin di vita, Ubaldo professa la sua innocenza; e
allora il suo aguzzino comincia a capire il proprio errore; vaga impazzito
nel deserto e finisce per incontrare proprio Lampez e Chiquita.
Con la presa del Governatorato di Muñoza, Lampez e
Chiquita sono all'apice della loro potenza.
Il piano adesso è
quello di allargare l'Impero.
Ma non tutto fila per il verso giusto.
È proprio una muchacha, Estella, che fa una
sconvolgente rivelazione alla diabolica Mendez:
«In un punto
remoto della Sierra... è custodito un tesoro, Chiquita. Oltre il deserto, a
miglia e miglia da qui. È il tesoro che el Rajo accumulò in anni e anni di
grassazioni, di rapine».
Estella è stata la donna del bandito, e non ci
mette molto a convincere l'avida Mendez.
I timori di Lampez si rivelano tuttaltro che infondati.
La spedizione viene bersagliata dai guai: mancanza d'acqua,
clima rovente, misteriose sparizioni di alcuni uomini rimasti isolati dal
gruppo, malori, sabotaggi e funeste apparizioni di avvoltoi e spettri.
Non manca davvero nulla. E il peggio deve ancora arrivare.
In mezzo a questi tragici sospetti, gli incidenti si
susseguono, falcidiando gli uomini di Lampez e Chiquita. Serpenti velenosi, belve
feroci, scorpioni: sembra che tutti gli animali del deserto si siano uniti contro
un solo nemico.
I feriti vengono abbandonati al loro destino, gli ultimi
superstiti si ammazzano tra loro per accaparrarsi la poca acqua disponibile. La
banda di Lampez e Chiquita, il loro esercito personale, è ormai polvere. Polvere
nel deserto.
La stessa Mendez è ormai impazzita dalla rabbia e dalla paura.
Sa di aver fallito, di essere finita, ma non vuole ammetterlo. Si stringerà
intorno alla sua colt per scacciare i fantasmi che la opprimono e le minacce di
morte.
La massiccia bonona è fottuta, sembra invecchiata di 10 anni, ma conserva un briciolo di lucidità. È
la più dura a crepare, insensibile a tutto, interessata solo a salvarsi.
Ubaldo e Isidora, e i tanti morti senza pace, le vittime
invendicate della banda di Lampez e Chiquita: tutti costoro reclamano giustizia.
Li hanno attirati qui sotto le spoglie di Luis ed Estella, con
il miraggio di un tesoro inesistente...
E ora Lampez e Chiquita devono pagare!
Già si predispongono a scannarsi reciprocamente, scambiandosi
le fatali accuse, nel disperato tentativo di alleggerire la propria posizione di
fronte al consesso dei morti.
L'alito della morte soffia su Chiquita Mendez!
È venuto il suo turno!
La maledizione dei morti la condanna!
Un freddo gelido la penetra in corpo da capo a piedi e le annuncia la
fine!
La fine di tutte le sue ambizioni e di lei stessa, la potente
Maldita!
Ora anche Chiquita ha paura!
La massiccia bonona - dalle zinne pesanti e le camicie
sbottonate - non vuole crepare!
È ora di dimostrare se veramente sia
indistruttibile!
La Maldita
si ostina a provarci, ma ha riportato una profonda lesione all'utero, e non può andare molto lontano.
Un bisonte l'ha incornata
con qualcosa di ancora peggiore delle stesse corna.
Non è lungo quanto quello - proverbiale - del toro, ma poco ci
manca. Se ne ricavano perfino bastoni da passeggio di quasi un metro.
È letteralmente in grado di finire in bocca, rimanendo
dentro.
Ma Chiquita si tiene in vita con il miraggio
della salvezza; forse è davvero indistruttibile.
Il tesoro non le interessa più, il suo tesoro è diventato
l'ultimo pezzo di pelle che si ritrova addosso.
Anche gli spettri hanno smesso di tormentarla, la vendetta è ormai
consumata.
Nella sua follia, però, la Mendez insegue una via di
scampo.
«I fantasmi... non possono
spararmi... Lampez... è crepato...
sono l'ultima... sono invincibile...».
Striscia al riparo di una roccia e nel suo disperato delirio si
butta sabbia nella vagina, cercando di tamponare l'emorragia, trascurando però che
la ferita è interna.
È sola, farfuglia fra sé,
schiumando rabbia.
«Quella troia fantasma... pensava
di uccidermi... ma il bisonte... non ce l'ha come il toro...
non ha spinto tutto... nessuno può fermare Chiquita Mendez... ricomincerò
da capo... con un'altra banda... un altro socio...».
La
Maldita si aggrappa al fisico, mantenendo in vita
l'illusione, meramente fittizia, di raggiungere un villaggio.
«Non
finirà così... nessuno può fermarmi... quel cane è crepato... io non farò la
stessa fine...», Chiquita ripete il suo mantra preferito, quasi fosse una
preghiera rivolta al demonio.
Vuole ottenere una via di scampo. Insiste fino
all'ultimo.
E il
diavolo sembra darle ragione, perché all'orizzonte si intravede una nuvola di
polvere.
Se non è
un altro miraggio, se non è un altro spettro, presto ci saranno visite.
Né l'uno,
né l'altro, infatti, ma un disertore in carne e ossa. Uno a cui non va a genio di crepare
per le guerre degli altri.
L'intesa
è immediata, l'apostolo del demonio si dà da fare.
Alla
Mendez basta poco per mantenersi in vita: l'acqua le restituisce più di una
speranza.
«Insieme
faremo grandi cose... ho molto oro da parte... tireremo su una banda... voglio
tornare ad ammazzare... ho sete di sangue... voglio tutto il Messico...
stavolta...», mormora eccitata, con il sangue che le cola
dalla vagina come avesse il mestruo, e la bava alla bocca, vogliosa di salvarsi
a tutti i costi.
«Il
Messico sarà tutto nostro, potente Maldita...».
Chiquita Mendez annuisce appagata.
TEX: IL QUINTO PARD
di Salvatore Conte
(2024)
Per evitare la pallottola del bandito, Willer si fa scudo del
pezzo di donna davanti a lui e Amabel Collins, alias Janet Frexi, paga con la vita il brutto
tiro
del Ranger, rimanendo uccisa a terra.
È lei,
infatti, a beccarsi una fucilata nello stomaco: un colpo che non le lascia
scampo.
Lo sparo rimbomba nella stanza come un tuono di
morte, moltiplicato tre volte.
Grazie al provvidenziale scudo, Willer fa in tempo a piazzare la risposta,
dritta al cuore.
Intanto, però, una maledetta fucilata ha mandato lunga a terra Janet Frexi, che malgrado la stazza
pare rimasta stroncata.
La formosa sagoma ha fatto da scudo a Tex Willer!
Assorbito lo shock, Janet si gira ventre a terra e
comincia a strisciare verso la porta.
Non ha obiettivi concreti, ma non può rimanere ferma ad aspettare la morte.
Un’altra, al suo posto, si sarebbe già arresa.
La sua unica possibilità è quella di supplicare il suo nemico.
È uscito in veranda con la piccola serpe, sarà obbligato ad ascoltarla.
Se la sua vita è finita, complicherà quella di Willer fino all'ultimo respiro.
Janet Frexi tira fuori tutto il fiato che le resta, nella speranza di
commuovere il Ranger...
«Aspettami qui,
Felicia. Non può averne per molto».
Il Ranger è costretto a rientrare in casa e ad assisterla.
È pur sempre una donna, ed è ferita a morte.
La stende sul letto e le tampona il buco.
La botta è stata
forte.
«Per tua sfortuna... non sono ancora crepata... cough...
Io...
ti ho salvato il culo... stronzo...
Questa
cazzo di pallottola... cough... era indirizzata a te... sono morta per te...».
«Stai calma… non correre...», la tranquillizza il granduomo.
«Tranquillo... voglio provarci... cough... cough... chiama... subito... un dottore...».
«Bevi, intanto...», l'aiuta a mandare giù un po' di whisky.
«Ce l'hai... mai avuta... cough... una donna...?».
Il Ranger si incupisce.
«Ti ha lasciato... vero...?
È morta…?», affannando con occhi allucinati. «Potresti... metterti... con me...
cough... cough... io... ho la pelle dura...».
«Non sei male, donna.
Ma se anche ce la fai, cosa di cui dubito, ti aspetta la corda».
«No… se mi copri tu... cough... dirai... che... si sono… ammazzati... fra loro...
cough... cough...».
«E
gli altri che hai ucciso?».
«Gli
altri... non li troveranno... mai...», un ghigno
sinistro le increspa le labbra.
«Perché dovrei farlo? Io sono Tex Willer, il Ranger del Texas».
«Andiamo... sei cieco...? Cough... una come me... non la trovi più... cough...
cough...».
Willer
è intrigato: ha voglia di vivere, potenza e l'età giusta per lui.
Il Ranger si avvicina alla porta.
«Felicia...! Vieni dentro!
La cosa va per le lunghe...».
La Frexi, nonostante tutto, mantiene il controllo.
Ha fisico ed esperienza, due fattori molto importanti in questi casi.
E anche una buona dose di arroganza; occorre anche quella.
«Però non dovrai crearmi problemi», le sussurra Willer, tornando sul loro
discorso.
«No... certo… perché dovrei…».
«Bueno.
Ora devi riuscire a non crepare, o l’accordo sarà nullo».
«Tu non preoccuparti… procurami un dottore… cough... cough... e ne verrò fuori…».
Janet è sicura di sé, il fisico la sostiene, l’esperienza le suggerisce di
non mollare.
Però
il buco è grosso e le certezze cominciano a sfaldarsi.
«Quei cani... in fondo al pozzo... mi chiamano... cough... mi aspettano...
cough... vogliono... trascinarmi
giù... in mezzo a loro... cough... cough... io li sento...!».
«Non
farti suggestionare, cara...», e le pianta una mano sulle zinne, prendendosi
subito un anticipo. «Sei brava con queste camicie...
Domani all’alba convocherò qui
uno stregone, alzando segnali
di fumo in cielo.
Intanto, per superare la notte, mastica questa…».
Willer le fornisce droga in foglie tagliuzzate.
«Sono la tua donna... Tex... cough... questo è ciò che conta...
Il
mio vero nome... è Janet...», e mastica
nervosamente, sforzandosi di mantenere il controllo, ansiosa di andare avanti,
soddisfatta di aver raggiunto l'obiettivo e messo le
mani sul famoso Willer.
«Sto di là con la ragazzina, Janet. Se ti senti qualcosa, chiama. Verrò
subito».
Il Ranger esce in veranda con Felicia.
«Se è cattiva, perché l'aiuti?», gli domanda la ragazza.
«Perché è una bella donna, e ha le ore contate».
«Ma è cattiva... e quando morirà, sarò contenta».
«Sei molto dura, Felicia».
«Tex... Tex...!», Janet lo chiama, la voce è pressante.
Willer è subito al suo capezzale.
«Sto male... stammi vicino...».
«Bueno. Rimango qui.
Cerca di stare calma, Janet...».
«Non mollo... stai tranquillo... cough... cough...
Sono... la tua donna... insieme... staremo bene...», la Frexi è ancora
convinta di salvarsi, o almeno vuole farlo credere. «Che ti ha detto... quella
vipera... cough... voglio saperlo...».
«Niente di importante».
«È cattiva...», con esperienza preme le mani sullo stomaco. «Sarebbe capace... di spararmi... e di
farla finita... cough... cough...».
«Nessuno ti toccherà, Janet. Né corda, né piombo».
Il tono è deciso, da farla bagnare.
E le
spreme le zinne.
«Sono tua... sei fortunato... cough... tiro i freni per te...».
«È quasi l’alba,
Janet. Vado fuori a preparare il falò».
«Felicia... portala con te… quella… cough... è capace… di farmi la pelle…».
«Ancora non è morta?», gli chiede la ragazzina.
«No. È una pellaccia».
«A te piace anche se è cattiva?».
«È pur sempre una donna, te l’ho detto, Felicia.
Janet pensa che tu la uccideresti.
È così?».
«Sì, perché è cattiva. Tu mi daresti la tua pistola?».
Se la guarda.
«Non dire sciocchezze. È già morta».
«Mi ha fatto molto male. Vorrei vederla morta subito».
Il fumo sale alto nel cielo spettrale dell’alba.
Willer può tornare al capezzale di Janet. Fatica ancora a credere che si tratti della sua donna. Però gli piace, non può
negarlo.
È una donna diversa dalla sua Lilith, ma anche molto bella e ostinata:
estenuando la sua agonia, respingendo la
morte, ha dato un senso alla sua vita.
«Tra poco lo stregone sarà qui, ti giocherai le tue carte».
Aquila della Notte ringrazia l'uomo della medicina che ha risposto alla sua
convocazione.
Ha
fatto un buon lavoro.
E
per sdebitarsi gli fa un regalo, visto che è scortato da due guerrieri.
«Prendila. È tua».
«Aquila della Notte sempre generoso...».
«Avevi ragione su quella serpe...».
«Tutte le mie vittime... erano degli infami...
Tex... se non sbaglio… hai tre pard...
Io... sarò il quinto... so sparare... e uccidere...».
«E incassare...
Bueno, Janet...
Sarai il quinto pard».
FINE
DI UNA MESSALINA
di Salvatore Conte (2024)
IL PRESAGIO
Aveva sognato di ritrovarsi con le budella di
fuori.
Un presagio funesto che non l’ha fermata.
Troppa l’ambizione, troppa la sete di potere; fino alle ginocchia nel fango
della corruzione, per ottenerlo.
LA FINE
«La
potente Frexa Messalina ha preso ferro!
Ferro bello lungo...!
E per due
volte!
Due volte ferro bello lungo!».
L'amministratore del gruppo plebeo "Tutti i cazzi de Roma" strilla per le vie della
Città portando la fatale notizia.
«Si può
sapere che cazzo stai dicendo? Non si sente niente», un tale lo ferma, il
messaggio non arriva, l'orecchio non prende, disturbato dal frastuono dell'Urbe.
«Frexa Messalina... la grossa mignottona... dovresti conoscerla...».
«Certo... e
allora...?».
«L'hanno
tolta di mezzo...».
«Che
cosa?!».
«È
finita nella congiura del fratello. Due pretoriani l'hanno stroncata col ferro; un
colpo per uno, per dividersi responsabilità e meriti: i consoli del ferro... ti
piace?».
«Giove
benedetto! Dici sul serio?».
«Lo
sanno tutti che lei non c'entrava un cazzo con gli affari del fratello, ma le
donne ci vanno sempre di mezzo... e poi giocare col gladio, a Roma, si sa... è
troppo pericoloso...
Non le
mancava certo l’ambizione, ma non aveva gli intestini per rischiare tanto,
sebbene adesso dicano che li abbia tirati fuori…!», un sorriso sardonico e
impietoso, a corollario dell’efferata battuta. «Quello stronzo del fratello, poi, il ferro non l'ha ancora preso. È stato portato a palazzo per
essere interrogato. Sono coinvolte decine di personalità».
«Ma
la
zozza... Messalina... è morta sul colpo?».
«No, ha
un fisico da bestia, si sta
ancora consumando. Pare stia salutando gli amici più intimi. Se ti
sbrighi, fai in tempo a salutarla anche tu...», finisce tra sé, perché
l'altro è già partito, sembra calzare i sandali di Mercurio.
Quando la vede, Publio tira un sospiro di sollievo: Frexa Messalina non è ancora cadavere.
La
prestante matrona è seduta nell'atrio, stretta in mezzo a due serve, che
l'aiutano a tenersi dritta, le tamponano il sangue sul labbro e le portano alla
bocca del vino per tenerla su; la mano di una terza serva non lascia mai la pancia della
padrona, premendo sopra un cumulo di bende sanguinolente; sotto
di quelle la matrona ha due paia di labbra nuove.
La
condanna è stata spietata.
Sorpresa nelle sue stanze, le hanno affondato il gladio in corpo.
Il volto è pallido, conscio della fine; e pur tuttavia lascia affiorare un
sorriso; forse perché la mignottona è contenta di non esserci rimasta secca sul
colpo e di avere il tempo per salutare famigliari, amici e amanti; in prima fila
ci sono i figli e l'ex marito.
Frexa
Messalina riceve le ultime adulazioni.
Le
baciano i piedi, disperandosi per la sua sorte.
«Reverendissima
Messalina... ditemi cosa io possa fare per voi...».
«Publio... ci sei anche tu... amico mio... cough...
Scrivi
la verità... sono coinvolta anch'io... cough-cough...
Ho
chiesto pietà... ma quelli... hanno colpito...», un attimo di pausa e
di affaticamento, Frexa rivive il momento con gli occhi spalancati, come se la colpissero
di nuovo. «Non un colpo... ma due... cough... avevano paura... dovevano... spartire il
delitto... cough... e c'ho rimesso io... io... io... un colpo... me lo tenevo...
sono sicura... cough-cough...», sussurra
la possente Frexa, con mortale rimpianto. «Ti basta…?».
«Forse avevano paura che un colpo non bastasse per uccidervi.
Comunque a me basta. Ma voi?
Un chirurgo, un’avvelenatrice, non avete chiamato nessuno?».
«Se mi muovo… potrebbero tornare… cough... e poi… a che servirebbe…
Addio Publio... fai passare...», ha fretta, sa di
essere finita.
Il giovane storiografo lascia spazio agli altri in coda. Sono tanti.
Altri baci sui piedi.
Frexa Messalina è venerata come una dea.
«La potente matrona è sulla Porta di Dite! È impegnata nell'estrema lotta!
Ha preso ferro! Due volte ha preso ferro!»,
l'amministratore del gruppo "Tutti i cazzi de Roma" aggiorna la situazione per
le vie della Città, tenendo i seguaci con
il fiato sospeso per la tragica sorte della famosa mignottona.
Sia pure sbudellata
dal ferro, ci si chiede se continuerà a lottare e quanto potrà resistere,
prestante e massiccia com'è.
Tutta Roma se la ricorda: era solita infatti passare
in mezzo alla gente, sempre
imponente e ben tenuta, quasi sciolta - per grazia degli dei - dal dovere di
invecchiare; indossava la sua tipica tunica gialla, con i borchioncini centrali
allentati fino allo stomaco.
Agli amici di Messalina si aggiungono i curiosi, che vogliono conoscere dal vivo
la situazione della moribonda. Non vogliono farsi raggiungere passivamente dalla
notizia della sua fine: vogliono in qualche modo partecipare all'evento e
ascoltare le grida degli intimi, quando la situazione giungerà al culmine, con
la possente matrona che lotterà fino all'ultimo prima di arrendersi. Tutti infatti ne conoscono l'ambizione e l'arroganza, che saranno le
ultime a essere spente dal gladio.
Si crea fermento, quasi tumulto.
Tutti vogliono vederla, prima da viva, e poi, persa l'estrema lotta, in forma di
cadavere.
Gli amici sono finiti, Messalina ha fatto il suo dovere, loro il proprio; ora
sarebbe pericoloso far entrare anche la plebe; i pretoriani potrebbero tornare
per infierire.
Tuttavia, la plebe, anche se imbelle, assicura un certo grado di potere, e
nessuno a Roma l’ha mai sottovalutata.
È così che Frexa Messalina cerca comunque di ricavarne qualche vantaggio, disponendo di
farli entrare di nascosto, dal retro, un po’ per volta.
È un azzardo, ma non può mandarli via.
Forse quel tipo di entusiasmo
morboso per una famosa matrona che muore, potrà trasmetterle una scintilla di vita, che
a lei è indispensabile per trascinarsi ancora avanti. Anche Publio è rimasto nei paraggi, in attesa di assistere al momento fatale,
allorquando Messalina dovrà arrendersi all’incombente destino.
La situazione, tuttavia, non è critica al punto di far presagire un crollo
imminente della prestante mignottona, guardata a vista da Caronte.
Il traghettatore stigio non vede l'ora di portarla a bordo, abituato com’è alla
solita feccia; le sconterebbe anche l'obolo: passaggio gratis per una sorca come
la sua. Ma lei
ancora non si decide, e così è costretto a portare via la solita feccia:
giungono di continuo, a decine,
da ogni parte del mondo, perché la Porta di Dite è sempre aperta e ha varchi
ovunque.
La plebe ossequia Frexa Messalina, portando omaggi e spendendo sacrifici al suo
capezzale.
La morente, notata la presenza di Publio, lo chiama a sé.
«Ora... chiudo le udienze… cough... tu vai da Vatsapio… e digli… che mi sono aggravata…
cough... e poi torna… perché il freddo mi invade… cough-cough... lo scarafaggio
stigio... mi rode le budella…».
«La famosa matrona, Frexa Messalina, non ce la fa più! Ha l’occhio fisso all’Olimpo! È persa
ormai l'estrema lotta! La gran mignotta, incorrotta dopo oltre cinquanta stagioni, indirizza
ai suoi intimi gli ultimi sospiri!», Vatsapio
diffonde nell’etere capitolino le ultime notizie sulla sorte della moribonda.
Intanto i pretoriani eseguono perquisizioni, arresti e condanne.
Il complotto è definitivamente sventato.
Rimane in sospeso un solo fatto...
Non c’è solo Vatsapio nell’Urbe, con il suo gruppo immorale “Tutti i cazzi de
Roma”.
C’è pure Pasquino, con i suoi aggiornamenti fulminei, le notizie dell’ultima ora
su tutti i muri più in vista della Città.
Terminate le udienze, la matrona si è chiusa nella sua casa, con la gente di Roma fuori dalla porta,
ad aspettare il culmine della tragedia.
Ma la plebe è impaziente, vuole notizie, preme,
bussa alla porta.
«La matrona è vigile, sta bene, non ha paura»,
una delle generiche dichiarazioni dei servi, impegnati a calmare gli animi.
Lei è affondata nel letto, tesa, quasi imbarazzata.
Intorno a Frexa, il chirurgo, l’avvelenatrice e Publio Annio, con funzione di
segretario, per raccogliere gli ultimi fiati.
Il petto si solleva pesante, nello sguardo c'è
paura.
«Publio… mi sento strana...
Publio... io... muoio...», la bocca si spalanca…
«MATRONA!», urla il segretario, così forte da farsi sentire da tutti.
Ma la bocca di Frexa è rimasta spalancata...
La situazione è precipitata.
La delusione è grande.
«MATRONA!», Publio la chiama ancora.
I servi moltiplicano l'allarme, il panico dilaga tra la folla in attesa.
«Per Plutone!
Che dici, sarà crepata?».
«Per forza, l'hanno sventrata, non hai visto com'era cotta?
Ha fatto la grande fino all’ultimo e poi è andata a crepare per conto suo, con i
servi che ci tranquillizzavano per evitare tumulti, come se noi non sapessimo
che si stava consegnando a Plutone».
«Che donna…! Possibile che sia finita?».
«Non senti come strillano i servi?».
«Aspettiamo che esca il cadavere, o che ci facciano entrare».
«Certo... e chi si muove?».
«I colpi sono stati due… forse sperava di salvarsi...».
«E ti sembrano pochi? Hai mai visto
un gladio da vicino?
È più alto di un bambino di dieci anni; ed è largo quanto la mano di un adulto.
Si può sopravvivere, se si ha molta fortuna, solo a un colpo e se non è
affondato bene, lo sanno tutti.
A lei invece gliel’hanno messo tutto dentro, due volte.
Fosse accaduto a un’altra donna,
l’avrebbero ritrovata divisa in due...
Il gladio ha costruito l’Impero, il gladio lo
distruggerà».
«Dovevi fare la Sibilla».
«Certe cose, dette da un uomo, non sembrerebbero né credibili, né misteriose.
Le donne... o sono tutto, o sono niente, a Roma».
«Oggi niente, purtroppo, per la nostra bella matrona sborchiata.
Era gentile
quando passava tra la folla, le piaceva essere adulata.
Adesso non può che mostrare il suo cadavere...».
Vatsapio e Pasquino si involano per la Città.
La notizia arriva ovunque in un baleno.
Le voci si spargono, tumultuose, confuse,
febbrili.
Frexa Messalina ha lottato con tutte le sue forze,
ma è rimasta uccisa.
Stretta negli ultimi spasmi, è spirata al culmine
di una fatale agonia.
La disperazione dilaga, non c'è più niente di
fare, la tragedia è consumata.
Si attende ora di vedere il cadavere.
L’Imperatore non immaginava che la caduta di
Messalina avrebbe generato tanto
cordoglio.
Un certo timore si insinua a corte.
Gli umori repressi della plebe sono pericolosi.
A Bruto non giovò l’uccisione del padre.
E qui a perire c'è la matrona più famosa di Roma.
I pretoriani vengono spediti a prelevarne il corpo.
Ma non riescono a entrare, quattro di loro sono linciati dalla folla; sono
giunti impreparati, con troppa arroganza, nelle anguste vie dell'Urbe,
formicolanti di plebei infuriati: anche il gladio è piegato dalla rabbia.
Nella confusione generale, non si riesce nemmeno a verificare la notizia, a capire se
contenga una lieve esagerazione o un ravvicinato vaticinio, o se
corrisponda a un cadavere sborchiato, che sia pur ancor caldo, sia destinato a freddarsi, a
poco a poco, insieme alle ultime, vaghe speranze di intravedere una reazione
nella prestante matrona consumata dal gladio.
Di tutto questo approfittano alcuni congiurati scampati alla retata,
i quali infiammano la plebe e la spingono verso il palazzo, con il corpo
sbottonato di Messalina al seguito.
La borchia contro il gladio.
Caricato su una
lettiga, è oggetto di morbosa attenzione;
un braccio della sventurata cade a penzoloni dal bordo, è evidente che non c'è
più niente in cui sperare.
La plebe, carica di rabbia, assedia il palazzo.
E in questo mentre, la lettiga che trasporta il corpo della famosa
matrona si arresta.
«Popolo di Roma... Frexa Messalina è morta!
Uccisa dal gladio, sventrata dal ferro!», il
congiurato la
indica platealmente, abbandonata inerte sulla lettiga. «L'ira
di Giunone è sopra le nostre teste!».
Un’orazione non certo raffinata come quella di Marco Antonio, ma pur sempre efficace, diretta
alle pulsioni della massa.
Il blocco di comando della Guardia Pretoriana vacilla.
In tali casi è essenziale puntare sulla quadriga vincente.
Vengono consultate d'urgenza le Sibille: se cadono le borchie di Frexa, cadranno
gli scudi di Roma.
Oscuri come sempre gli auspici, di scarso conforto alle pragmatiche decisioni
del momento contingente.
Bisogna scegliere con lo stomaco. E affondare col gladio.
Dopo un serrato confronto interno ai pretoriani, viene giustiziato il vecchio
Imperatore e acclamato successore il fratello di Messalina.
L'hanno stabilito le sorti del ferro, come tante
altre volte a Roma.
La folla è placata. Dalla pancia della matrona è uscito un Imperatore!
C'è fermento intorno all'importante cadavere, giunto in lettiga sul Campidoglio.
L'avvelenatrice ci sta lavorando.
Ha ricomposto la bocca, l'espressione è meno
tesa, la sventurata matrona appare meno rigida.
««CESARE!»».
A breve distanza dal corpo della sorella, la folla
acclama il nuovo Imperatore.
«Un rantolo!», urla un plebeo.
««AUGUSTA!»».
La rete di Vatsapio e le Pasquinate dell'ultima ora
annunciano che la lotta prosegue.
"Il veleno nella coda" è lo strillo d'apertura.
Caronte aspetta.
La sua barca è sempre piena.
E trasporta la solita feccia.
JACK
SFIDA LA VECCHIA PUTTANA
di Salvatore Conte (2024)
Tra Whitechapel e Shadwell, 1888.
Ha lasciato la sua locanda - la Scrofa Bianca - e sta tornando a casa.
È tardi, la nebbia è padrona della notte.
A stento distingue il muro in mattoni del Tobacco Dock.
Il tacchettio degli stivali sul ciottolato risuona grave nell'etere plumbeo: è l’unica nota di vita in una notte lugubre e
di luna nera.
Benché velato dalla nebbia, il volto della vecchia Chana trapela inconfondibile,
noto e prestigioso nei due malfamati quartieri.
Qualche dettaglio usurato tradisce il peso dei 50 anni sul groppone, ma per il
resto c'è tanta roba, tanto da guardare, tanto da squartare.
Impellicciata a mestiere, l'esperta locandiera - avanti con gli anni, ma non
decrepita - costeggia a suon di tacchi il lungo
perimetro del Tobacco Dock.
Chana
è possente e presuntuosa, si considera senza rivali in tutta Londra.
Ma forse tutti i torti non li ha.
Ha sempre tanta carne addosso e ai suoi clienti lascia
fare quasi tutto... che si divertano... purché paghino...
A cinquantanni è diventata ancora più potente, nessuno è in grado di trovarle un difetto.
Senza dubbio si è appesantita e imbolsita, ma sempre
sulla falsariga giusta: quando c'è il sole riunisce i clienti migliori in una
villa di Greenwich, e fa soldi a palate.
La Scrofa Bianca è sempre piena.
E lei non riesce a nascondere la propria ossessione: conoscere
ogni dettaglio sugli omicidi di Jack; ai clienti più fedeli non esita a mostrare
la sua collezione di articoli.
Ma per sé stessa non ha paura: ha fatto molti soldi, vive in
una bella casa, vanta amici influenti e si considera un'intoccabile.
Dalla nebbia emerge un signore elegante, con cappello a cilindro e mantello
nero.
Poteva andarle molto peggio.
Chana, comunque, non avrebbe avuto paura.
C’è chi la definisce una cinghialona, in virtù del fisico massiccio. Difficile metterle le mani
addosso contro il suo volere.
Qualcosa le dice che quell’uomo le parlerà. «Mi scusi, signora...».
Il suo sesto senso aveva ragione.
«Che vuole…», non si fida, il sesto senso continua a lavorare.
«Ha notato, per caso, se l’ingresso al Tobacco Dock è ancora aperto?».
«Veramente… con questa nebbia... non ci ho fatto caso, mi dispiace».
SZOCK
«Anche a me…».
Una mano sulla bocca, l’altra intorno al pugnale.
Un movimento fulminante, che sorprende anche una come lei, abituata ai colpi
bassi.
«Sta buona... o ti apro fino all’orecchio...», è lì infatti che le sussurra la
severa ammonizione.
Swishh...
Estrae il coltello, lungo e affilato, quasi un bisturi, e la trascina
all’interno del Tobacco Dock, attraverso una porticina all’uopo scassinata.
I magazzini del tabacco sono un vero e proprio formicaio, ma le formiche
torneranno solo fra qualche ora.
A questo punto, nelle viscere del labirinto, può anche strillare.
Ma non lo fa, è troppo intelligente per farlo.
«Che vuoi farmi? Sei pazzo?», la coltellata, sebbene profonda, l'ha appena
scalfita: Chana sta in piedi normalmente, la voce è nitida.
«Io
sono Jack, mia cara…», e le mostra allusivamente il lungo pugnale.
«Jack!?». Solo il nome l’ha già ammazzata.
Adesso sì che Chana ha paura.
Ma anche eccitazione per essere stata scelta, forse è questo
che voleva, in fondo.
Però implora... implora una salvezza, che sembra impossibile pronosticare.
«Ti prego, non farlo... cos'è che cerchi...?».
«Fammi lavorare... o sarà peggio per te.
Io so dove colpirti...
Se ti agiti, è peggio: rischi di farti ammazzare...».
Lo guarda attonita.
«Ma io sono Chana...! Non ti dice niente
il mio nome?».
«Mi dice molto infatti».
E procede...
«Questo strumento è poco più di un coltellino nella tua pancia da scrofa.
Sei una cinghialona, Chana. Non te la passi affatto male. Il tuo soprannome te
lo meriti».
«Tu... mi conosci... e sai che io... volevo conoscere te...».
«Le altre le ho prese a caso, con te ho scelto».
«Perché... perché...», spaventata dalla sua sicurezza.
«Lo capirai da sola.
Togliti la pelliccia. O potrei sbagliare».
Le concede il tempo di farlo da sé.
Lui quello di guardarla.
Infine procede.
«Ora ricordati le mie parole», si avvicina.
Potrebbe strillare, ma non servirebbe a niente; solo a innervosirlo.
Potrebbe lottare, ma anche lui ha un fisico massiccio, da aristocratico ben
tenuto; ed è un uomo; ed è armato; ed è un assassino; ed è Jack.
Potrebbe guadagnare qualche secondo, forse un minuto, ma lui diventerebbe
efferato, sarebbe in qualche modo costretto a sgozzarla, o a squartarla.
No.
Per quanto apparentemente folle, è meglio stringere i denti e lasciarlo
agire. Assecondarlo. Fare quello che ha chiesto: lasciarlo lavorare.
Potrebbe essere un chirurgo alla ricerca di emozioni violente, erotiche,
estreme; potrebbe essere una Vergine di Norimberga in carne
e ossa; lo scoprirà presto.
SZOCK
Swishh…
SZOCK
Swishh...
SZOCK
Swishh...
Un trittico serrato di coltellate, tutto nella pancia di Chana.
Ed è pronto a colpire ancora...
«No... ti prego... basta... basta…», e si muove di schiena intorno al pilastro
di
mattoni, quasi alla chetichella, con le gambe ancora sicure; l'azione è
surreale, non è una fuga vera e propria, è un tentativo di convincerlo a
lasciarla perdere.
«Non ho finito, mi dispiace».
L'agguanta e prosegue il lavoro.
SZOCK
Swishh...
SZOCK
Swishh...
SZOCK
Swishh...
Le coltellate sono profonde, gli occhi di Chana strabuzzano dalle orbite.
Ma la vecchia puttana rimane in piedi, ha raccolto la sfida.
E Jack infierisce.
Sempre al ventre.
SZOCK
Swishh...
SZOCK
Swishh...
SZOCK
Stavolta glielo lascia dentro.
«Ti prego... basta...».
«Non toccarlo...», Chana si è portata le mani sul pugnale.
«È rischioso toglierlo.
Ci penso io».
Swishh...
La vecchia puttana è ancora in piedi, si puntella con la schiena contro il pilastro del
magazzino.
«Non fare quella faccia.
Non è ancora il momento di crepare.
Lo vedi?
Te l’ho messo dentro dieci volte, ma stai ancora bene.
Potresti anche tornare a casa sulle tue gambe, come stavi facendo.
Basterebbe però che io ti aprissi un po’ per metterti in difficoltà.
E aprendoti ancora di più, la tua vita andrebbe in fumo... hai colto l'ironia?
Ci lasceresti la pelle, ma non subito.
Una come te tornerebbe a casa anche con le budella in mano.
Ma non è detto che io debba arrivare a tanto, anche se qualche pezzetto sporge
già.
Sei la donna più stronza e dura a crepare che mi sia capitata finora.
E su questo non avevo molti dubbi.
Dovremmo diventare soci, io e te.
Voglio darti una possibilità che non ho mai concesso a nessun altra.
Fanne buon uso.
Ma c’è una precondizione…».
«Quale...».
«Questa».
SZOCK Le infligge l'ennesima coltellata,
entrando dal fianco, fino a sfiorarle la spina dorsale.
Chana spalanca la bocca, attonita, quasi indignata.
La vecchia puttana teme di aver incassato un colpo mortale.
«Rimanere in piedi dopo l'undicesima pugnalata.
E questa è un po' più dura delle altre...».
Chana si spreme per mantenere il controllo di sé, nonostante abbia una gran
voglia di crollare a terra.
Swishh...
La precondizione è soddisfatta.
«Io ho finito.
Ora sta a te lavorare.
Vediamo che sai fare...
Ma devi rispettare le mie regole.
Niente ospedale, intanto.
E non è una regola restrittiva.
Sono dei macellai.
Lì non avresti scampo.
Anche la povera Emma Smith c'ha lasciato la pelle.
Era stata brava a trascinarsi fino a casa, ma il ricovero al London Hospital le
è stato fatale.
La tua locanda è vicina, è lì che devi tornare», l'aiuta a rimettersi la pelliccia
e gliela chiude.
«La nebbia ti nasconderà.
Non dovrai chiamare aiuto.
Se chiamerai aiuto, verrò ad aprirti: hai inteso bene?
Giunti a questo punto... sarebbe un vero peccato doverlo fare.
Se qualcuno si accorge di te, tu prosegui.
Ai tuoi dipendenti racconterai che è stato il tuo amante, ma che non vuoi
denunciarlo e nemmeno che si sappia niente in giro, oppure la polizia ci
lavorerà di fantasia e la locanda verrà chiusa.
Farai chiamare il dottor Watson, troverai il suo biglietto da visita nella
tasca: è il miglior medico di Londra - escluso il presente, naturalmente - ed è
una persona per bene; le due cose sono raramente collegate tra loro.
Se non sarai crepata, dovrai tornare a servire ai tuoi tavoli entro tre giorni,
perché io ci sarò e dovrai servire anche me.
Queste sono le regole.
Non fallire, perché non avresti un'altra possibilità.
Spero che tu riesca.
Perché così diventeresti mia socia.
E ora va', sei libera...
Ti accompagno alla porta...».
«Sei... uno squarta...tore... gentiluomo... o mi stai... prendendo... in giro...»,
le gambe non sono più sicure e la voce nemmeno.
«Sono efferato, ma non crudele.
E niente è più crudele di una bugia.
Andiamo, Chana. Da qui devi proseguire da sola.
La mia parola è più sicura della mia mano».
La sagoma massiccia della vecchia puttana, leggermente ingobbita, va a confondersi nella
nebbia.
«È incredibile... m'ha lasciato... andare... ora... devo farcela... non devo
mollare...», sussurra tra sé, nel tentativo di darsi forza.
L'esperta locandiera seguirà le regole, perché così facendo diventerà la socia
di Jack, allargando a dismisura il suo potere.
Sa che non lo prenderanno mai.
E anche lei non deve farsi prendere.
Ma la morte non è certo ottusa e corrotta come Scotland Yard.
Non si può passarle una mazzetta, non basta montare un depistaggio, non si può
confonderla tanto facilmente.
Chana trema.
Avrà molto da sudare, prima di uscirne pulita.
E fra tre giorni dovrà servire ai tavoli.
Sa che non può fallire, che dovrà esserci e ci sarà; anche a
costo di farsi mettere - cadavere - su una sedia a rotelle, e di farsi spingere
in mezzo ai tavoli con la bava alla bocca e gli occhi vitrei.
La vecchia puttana sa che alla Scrofa Bianca ci sarà da servire un cliente
speciale. Molto esigente.
E che lei non potrà deluderlo.
ZOTHIQUE:
LA PROSTITUTA DI OROTH
di Salvatore Conte (2024)
II
marito era crepato, e lei s’era presa la sua taverna.
Senza troppe difficoltà.
Donna di taverna lo era sempre stata.
Finalmente adesso era la padrona.
Del destino, però, nessuno è padrone.
La famosa Jolly Whore stava male.
La sua camicia sbottonata girava - impressa su una carta
speciale del mazzo - per tutte le taverne di Zothique.
Kelly Maddy lo nascondeva
a tutti e ci riusciva bene, perché non voleva scatenare il panico.
Però la malattia che le faceva vomitare sangue era con ogni probabilità
mortale. E non avrebbe tardato a presentarle il conto.
Intanto si era spaventosamente smagrita in
volto.
Aveva consultato un curatore di Ummaos, affinché non se ne sapesse nulla a Oroth,
ma il responso era stato negativo: il curatore non aveva cure.
Una sera, però, aveva vomitato davanti agli avventori, e ormai in città non si parlava d’altro:
la potentissima Kelly Maddy, famosa in tutto il continente di Zothique, stava crepando.
Lei stessa ne prese tragicamente coscienza.
Donna allo stato puro, imponente, formosa, prestigiosa, era l'attrazione principale della città portuale
sita nel Regno di Xylac.
Aveva ricevuto attenzioni anche da personaggi in vista, ma adesso che si temeva
una sua rapida fine, aveva perso potere d’acquisto.
Lei, però, continuava a lavorare come niente fosse, servendo ai tavoli e
prostituendosi nelle sue stesse camere.
Ciò le dava l'illusione di poter andare
avanti, nonostante tutto.
Si diceva, però, che ormai si cominciassero a vedere - tra gli avventori - anche dei
negromanti, evidentemente interessati a proporle soluzioni - per così dire - a
lungo termine…
Un cadavere di quel genere faceva gola.
Continuava dunque ad avere i suoi corteggiatori, ma ne era cambiato il tipo.
La potente
Kelly, però, non aveva intenzione di crepare tanto presto.
Li faceva servire, senza dar loro soddisfazione.
Il tempo, tuttavia, giocava a favore di questi.
Infatti, un giorno, mentre era al mercato, Kelly
si accasciò a terra.
Subito soccorsa, venne trasportata su una lettiga fino alla sua taverna.
Quella sera, dopo molto tempo, disertò i tavoli.
L’assenza non passò inosservata.
Molti avventori se ne andarono a bivaccare altrove.
I consumi calarono vistosamente.
Durante il giorno era un via-vai di visite; Kelly aveva deciso di non farsi
ricoverare presso l'Infermeria Generale della città.
A decine, da tutta Oroth, venivano a portarle qualche regalino, sperando di
vederla e di avere notizie sulle sue condizioni.
«Scusa se te lo chiedo, bella donna: da quanto tempo sei malata?», le chiese un
vecchio, al seguito di un avventore abituale.
«Chi sei... non… non ti conosco...», Kelly non respirava bene, parlava con affanno.
«Mi chiamo Plin e mi hanno parlato di te».
«Sono mesi… mesi… che tiro avanti…».
«Ma adesso non ce la fai più, vero?».
«Ho paura… vecchio Plin...
Mio marito... vuole portarmi con lui... da Thasaidon... ma
io... non mi lascerò prendere...».
«L'hai ucciso?».
«Sì... era un porco...»,
confessò senza quasi rendersene conto.
«Come?».
«L'ho avvelenato... lentamente...
nessuno l'ha scoperto...», la confessione era completa; gli
altri, però, sembravano non ascoltare.
«Però ci sono delle voci in città...».
«Non importa... non ci sono prove...
vecchio Plin...
Ma non parliamo di quel porco...
I negromanti… mi hanno promesso la resurrezione… se mi uccido in una certa
maniera…», qualcosa nella serena compostezza di quel vecchio la invitava a
parlare.
«Quale maniera?».
«Con un coltello magico...
Devo piantarmelo nello stomaco… e aspettare…».
Fissò gli occhi nel vuoto, come se già sentisse il pugnale affondato nella
pancia, immersa negli ultimi momenti della sua vita.
«Io aspetterei a farlo, se fossi in te. Tu non vuoi morire».
«Io non voglio crepare… ma quando vedrò la morte in faccia… che altra
possibilità
avrò…?».
«Cerca di non farti ammazzare, intanto.
I negromanti potrebbero metterti fretta…», concluse sinistramente Plin; e fece
per andarsene.
«Aspetta... perché non rimani...».
«Sono vecchio...».
«Potresti darmi buoni consigli...
Quando starò meglio... ti servirò gratis... per
un lungo giro del sole...», come tutti i moribondi aveva dei momenti di euforia.
«Il mio consiglio te l'ho dato.
Tornerò domani».
Tra i seguaci di Jolly Whore c’erano anche soldati e mercenari.
Kelly chiese ad alcuni di loro di formare una guardia contro i malintenzionati;
dispose controlli anche in cucina; e comunque si faceva assaggiare il cibo,
l’acqua e il vino.
Tuttavia, le sue condizioni si aggravarono. C'era molta preoccupazione intorno a lei, quasi panico da parte dei seguaci più
devoti.
Sapevano che era una gran donna, dalla fibra robusta e la volontà ferrea, e che
non avrebbe mollato tanto facilmente, ma le sue condizioni non promettevano
nulla di buono.
La gran puttana di Oroth fece chiamare uno dei negromanti, Zotor di Ilcar, e cominciò
a parlargli.
«Non voglio... morire… per sempre...».
«Se è questo ciò che vuoi, non succederà!», garantì solennemente il mago.
«Quanto tempo ho... ancora...», gli chiese, senza nascondere il terrore che la
opprimeva.
«Non molto. Devi prepararti».
«Ma io... non voglio crepare...», protestò schietta.
«Devi farlo, almeno un po', se vuoi vivere per sempre».
«Non sono... ancora pronta... Zotor... ho troppa paura...».
«La morte, quando verrà, non ti darà altro tempo, non ti farà scegliere.
Verrà e basta».
«Lo so... è così... ma io… voglio... provarci ancora...».
Kelly non si era ancora convinta.
Continuava a lottare, anche se non sarebbe servito a niente.
C'era da scommettere che un suo ulteriore aggravamento avrebbe tenuto tutti con
il fiato sospeso.
Non era tanto facile dare il colpo finale a un donnone potente come lei.
Sarebbe stata una tragedia in piena regola, come quella dei tempi leggendari.
La taverna tornò ad affollarsi, anzi i posti non bastavano:
l’odore della morte era un potente richiamo.
Sapere che al piano di sopra l'arrogante Kelly Maddy lottava per tirare avanti, metteva l'argento vivo addosso.
In caso di aggravamento fatale, la notizia sarebbe arrivata subito e avrebbe
fatto dilagare un febbricitante panico.
Jolly Whore non poteva opporsi alla morte, alla fine anche una troia come lei avrebbe
ceduto, ma non si poteva ancora sapere quando, con esattezza.
C'era chi sperava che fosse presto, per godersi subito lo spettacolo della
prostituta di Oroth definitivamente stroncata dalla malattia e le scene di
panico dei seguaci; e c'era chi sperava che fosse il più tardi possibile, per
godersi altre serate di fremente attesa.
Lei, la diretta interessata, la zoccola di Oroth, a sua volta provava una
goduria quasi carnale, un'eccitazione mortale, nel sapere di tante persone
raccolte nella sua taverna, e anche fuori, in uno stato di febbrile incertezza e
delirante devozione.
Sperava di non crepare tanto presto anche per questo: sentirsi ancora importante; la più potente, la più adorata; la
zoccola e la
prostituta della città.
Una sera si sentì un po' meglio; e allora - con l'ausilio di una sedia mobile -
tornò a sorpresa a servire ai tavoli, suscitando enorme stupore e frenesia.
Era pallida e affaticata, ma se la cavò molto bene nel suo vecchio lavoro.
Aveva voluto dimostrare di non essere ancora del tutto fottuta.
Prima a sé stessa, poi ai suoi clienti, e infine ai negromanti.
Kelly ci provava, tentava di prendere le misure alla sua brutta e oscura
malattia, anche se sapeva - dentro di sé - di non avere scampo e di illudersi
stupidamente, solo perché spaventata dall'idea di morire.
La prostituta di Oroth non ci stava, e quella sera - se non altro - l'aveva
dimostrato a tutti.
La notizia dilagò fulminea per la città: la grande zoccola si era ripresa, forse non
era condannata; aveva servito ai tavoli; non sembrava fottuta.
I negromanti ne erano quasi scontenti.
«Non dovresti illuderti, Kelly», le rammentò Zotor. «Questa è una malattia che
non scherza, che non lascia scampo».
«Comprendo che tua sia un negromante, amico mio; un grande negromante. E non
intendo illudermi, infatti. Ma se mi rimane un po' di liquore, me lo bevo tutto,
prima di cedere. Sono la prostituta di questa città», gli rammentò Kelly.
La troia aveva rialzato la testa dalla tomba prematura in cui molti, a Oroth,
l'avevano già sepolta.
Anche i notabili che l’avevano in precedenza adulata, tornarono a farsi vivi,
incuriositi.
Volevano sapere.
Volevano sapere se la prostituta fosse davvero in grado di riprendersi.
Volevano sapere se stesse seguendo una qualche cura e chi l'avesse eventualmente
impartita.
Kelly, però, tornò ad aggravarsi, gelando l'euforia che era montata
incontrollabile nei giorni precedenti.
Non si era più fatta vedere in sala, sudava freddo, lottava disperata,
stava perdendo.
Circolavano adesso voci funeste sul suo conto.
Kelly stava per mollare.
Era pallida, triste, quasi rassegnata.
Ogni volta che dal piano di sopra scendeva qualcuno, chi stava sotto chiedeva di
lei.
Se dal piano di sopra proveniva uno schiamazzo, si temeva fosse lo sconforto per
la fine di Jolly Whore.
La situazione presso gli avventori era ormai esasperante: nella taverna si
respirava un'aria satura di morte, si temeva perfino che la mignotta fosse già
cadavere e che la sua sorte fosse tenuta nascosta.
Quando, intorno a mezzanotte, ci fu un via-vai di curatori e notabili, calò il
gelo fra i tavoli.
Kelly era mancata, trapelò questo, ma non era ancora cadavere.
Ci provava ancora, respirava, era tenuta in vita dai curatori, accorsi
prontamente per offrirle qualche valido palliativo.
La sua sorte, però, era appesa a un filo.
La notizia dilagò per tutta la città, suscitando clamore: stavolta la bella
puttana
non ce la faceva più.
Dopo una lunga lotta, si arrendeva.
Notabili e curatori rimasero nella taverna fino all'alba, insieme alla maggior
parte degli avventori, che affrontarono la nottata bevendo alla salute di Kelly.
Il nuovo giorno non la vedeva ancora cadavere.
La gente bivaccava a oltranza nella taverna, e anche fuori.
Venivano anche da altre città, dove si era pensato a una burla
fino all'ultimo.
I servi della prostituta raccoglievano monete a più non posso.
Ostinatamente attaccata a un brandello di vita, Kelly aveva intorno a sé una
moltitudine di persone.
Di tanto in tanto riprendeva conoscenza e sussurrava qualche parola
sconclusionata.
Era chiaro comunque che non ci stava a crepare, avrebbe lottato ancora, niente
coltello magico nello stomaco, almeno per il momento.
Dal piano di sopra, un seguace faceva gesti, rivolto di sotto: una sorta di
cronaca mimata dell'agonia di Kelly.
In quel momento, a esempio, richiamava concitato l'attenzione e mimava la
prostrazione fatale della puttana.
Un cupo silenzio, carico d'attesa, gravò sulla sala.
Il seguace mimò adesso che la prostituta era riuscita a riprendere aria,
liberando il sollievo dei clienti.
In molti si chiedevano che senso avesse guadagnare qualche ora.
Ma per lei un senso c’era.
Il vecchio Plin la stava aiutando.
Forse, senza di lui, sarebbe già morta.
Solo vivendo fino all’ultimo, si poteva sperare, le aveva detto.
E intanto moriva godendo, tenendo tutti inchiodati.
ZOTHIQUE:
ASSALTO ALL'OASI MALEDETTA
di Salvatore Conte (2024)
«Non
ho voglia di crepare, Stirba.
Ci sono andata vicina parecchie volte, e non voglio ricascarci.
Preferisco godermi la vecchiaia, sono ancora
in tiro».
«Proprio per questo, Baltea...
La tua potenza sarà preziosa,
il piano è perfetto e saremo ricchi.
Sarebbe da stupidi perdere un'occasione
simile».
«Può anche darsi che tu abbia ragione, e non ti nascondo che
la prospettiva di sistemarmi per il resto della vita mi alletti.
Però...
Porterò con me un paio di succubi... non sono dei guerrieri,
ma mi faranno da scudo; al resto dovrai pensarci tu».
Stirba annuisce.
E si prepara.
«Io ho detto sì a nome di tutti e
due, Birk».
«A volte Baltea sembra non
reggersi in piedi. Sei sicuro che ce la faccia?».
«Scherzi?
Ha qualche acciacco, ma la sua
ambizione è quella di sempre; e si fida soltanto di noi».
«Beh, allora...
Anche se rischieremo la pelle, sempre meglio di
star qui a non combinare niente!».
«L'hai detto, amico mio!
Le zinne di Baltea valgono qualsiasi rischio!».
Il
piano era senza dubbio ben congegnato e si era andato formando quasi da sé.
Stirba conosceva bene il tratto di deserto, tra Yoros e il Tasuun, infestato dai
Ghorii. Infatti aveva trovato un modo per ammansirli:
gli consegnava cadaveri prelevati dai cimiteri di Zothique. Ne erano ghiotti.
In
cambio riceveva qualche ora di libertà, per setacciare il deserto alla ricerca
dei tesori perduti dalle carovane attaccate e massacrate dai Ghorii stessi.
Non aveva raccolto molto, finora, ma Stirba era convinta di fare il colpo
grosso, prima o poi.
Però l'importante guerriera aveva bisogno di una complice come Baltea, perché il suo
talento lascivo da prostituta di lusso
l'avrebbe protetta da controlli e perquisizioni, che per lei erano un rischio
più letale degli stessi Ghorii. C'era infatti il supplizio per i trafficanti di
cadaveri, sia a Yoros che nel Tasuun, e quasi ovunque a Zothique.
Stirba stessa era una bella donna, oltre una valente guerriera, ma il potere di
Baltea era tale da far perdere letteralmente il senno alle guardie.
La prima parte del piano era filata liscia.
Un paio di ispezioni erano state ammorbidite dalle zinne di
Baltea, ormai famosa in tutto il continente di Zothique.
Ma la seconda si stava rivelando perfino migliore.
La banda dei 4 ebbe la fortuna di capitare tra i Ghorii a
distanza di poche ore dal loro ultimo massacro.
Gli avvoltoi indicavano chiaramente la direzione da prendere.
Il raccolto fu impressionante...
C'era talmente tanto oro che a stento riuscirono a caricarlo,
benché avessero un carro a disposizione!
«Non ricordavo che ci fosse un'oasi da queste parti...», disse
Stirba, sulla via del ritorno, quasi al tramonto.
Il sole morto di Zothique allungava su di loro funebri ombre purpuree.
«Che importanza ha? I cavalli hanno bisogno di riposo e acqua, l'oro
pesa...», fu la risposta di Baltea. «E poi è quasi buio, passeremo qui la notte...
Non va bene?».
«Va bene, va bene...», ma il tono di Stirba era perplesso.
Penetrati nell'oasi, forse a causa dell'oscurità incombente,
il gruppetto si ritrovò immerso in un ambiente alquanto insolito e per certi
versi inquietante.
La vegetazione era anomala, e il colore che spiccava maggiormente
- forse per un gioco di luci provocato dal tramonto - era il rosso, accompagnato da un sinistro
celeste.
Dalle pozze d'acqua si diffondeva una nebbiolina luminosa.
L'oasi offriva comunque un valido riparo,
pertanto i 4 montarono il campo e si abbandonarono a un sonno ristoratore.
Al mattino, Baltea si confidò con Stirba:
«Ho
l'impressione che ci stiano osservando...».
«Anch'io...».
«Ed è un po' troppo buio per essere giorno, non trovi?».
La luce filtrava da spazi angusti, come se la vegetazione,
già fitta, si fosse infoltita in una sola notte.
«Questa storia non mi piace, Baltea.
Andiamocene».
Però il carro non riusciva più a passare attraverso la fitta
vegetazione, e di certo non potevano abbandonare l'oro.
Stirba avanzò a piedi, ma anche così
non riusciva a procedere oltre!
Rovi e liane, improvvisamente cresciute, le sbarravano il
passo.
Usò la spada, ma servì a poco: la macchia riprendeva il
sopravvento, quasi immediatamente.
«Deve trattarsi di un sortilegio...
Dobbiamo esplorare l'oasi: forse c'è qualcuno o qualcosa al
suo interno...».
Separandosi controvoglia dall'oro, i 4
si addentrarono nell'oasi.
Il terreno era molto irregolare. Pozze di
fanghiglia ribollente si alternavano a tratti compatti. Una nebbiolina endemica
strisciava ovunque. Inquietanti getti di vapore sbuffavano qua e là, senza
causa apparente.
Il colore rosso continuava a prevalere. Le forme della vegetazione erano
singolari, esotiche, aliene.
Di forme animali, invece, non vi era traccia.
«Stirba, questa oasi sembra non finire mai...».
«È vero...
ma allora... che camminiamo a
fare?», rispose la guerriera.
«Camminiamo in attesa di qualche evento», auspicò Baltea.
«Shhh… c’è qualcosa…».
Le fronde della vegetazione stormirono.
Apparve una donna.
L'evento.
«Chi sei?», le domandò Stirba.
«Sono Lunalia
di Xylac, Regina del Tasuun».
«Lunalia?!
Non è possibile.
La Regina è morta nel crollo di Miraab, molto
tempo fa».
«Ti dico che sono la Regina Lunalia, guerriera».
In ogni caso era bellissima, sotto ogni
aspetto.
La stessa Baltea reggeva a stento il
confronto.
Per un attimo la misteriosa figura fissò
Birk e Slim.
Nel guardarla, girò la testa a entrambi.
«Noi... stiamo esplorando il deserto... in
cerca di tesori», uno strano impulso lo spinse a parlare.
«Ti sembra un deserto questo?».
«Un deserto...? No, certo che no... ma tutto intorno... c’è il deserto.
O almeno
c'era...», sembrava confuso. «Tu sei sola? Vuoi unirti a noi?».
Era lui che chiedeva, o
lei stessa che si faceva le domande?
«È da molto che sono sola.
Un po’ di compagnia mi darà piacere…», gli occhi freddi di Lunalia brillarono
sinistramente.
Adesso erano in cinque.
Il
gruppo si riunì intorno al bivacco.
«Con noi sei al sicuro, Lunalia.
Se vuoi, puoi raccontarci la tua storia».
L’invito di Stirba venne subito raccolto.
«Sono giunta sino a qui dopo il crollo di Miraab, scortata da poche guardie.
Il tempo è per tutti un nemico inesorabile.
Io, però, non mi sono arresa.
È vero, la senilità mi aveva minato. A Miraab non si parlava che di mia figlia,
la principessa Ulua.
Non era giusto.
Io non mi sono mai arresa nella mia vita.
Tutti i re di Zothique mi hanno conteso. Non
potevo scomparire nel nulla.
Ecco perché sono giunta sino a qui, dove ho trovato quello che
cercavo: un fungo che curasse la mia malattia...», una risata malata chiosò
l'argomento.
«Che pensi di fare ora? Dove sono le
tue guardie?», domandò Stirba.
«Le mie guardie sono morte, uccise dalla malattia».
«Che malattia?».
«Quella da cui io sono guarita». Il fuoco del bivacco sembrò spegnersi di
colpo. «Quanto a ciò che intendo fare… intendo curarmi
per sempre...
Ma adesso… raccontatemi di voi.
Cosa vi ha spinti in questo deserto?».
«Siamo alla caccia di tesori perduti».
«Vi auguro di riuscire nelle vostre imprese.
Ora, però, mi sento un po’ stanca… vi prego di scusarmi... il fungo lenisce gli effetti della
malattia, ma lascia tanta stanchezza...».
Lunalia si ritirò nella tenda messa a sua
disposizione.
I suoi movimenti erano goffi e incerti, come
quelli di una persona molto anziana, benché apparisse più giovane di Baltea.
Il mattino, se così poteva chiamarsi, portò un nuovo evento.
I cinque dell'Oasi Maledetta si ritrovarono circondati da una
decina di cadaveri in
uniforme, putridi e bagnaticci. Le insegne del Tasuun erano facilmente riconoscibili.
Avanzarono verso il campo con la spada sguainata.
Solo Stirba era all'altezza di affrontarli.
Pensò per un attimo di utilizzare il fuoco, ma
quello si spense subito dopo il suo pensiero.
In quel mentre, la risata malata di Lunalia
sembrò
stormire le fronde della vegetazione come una brezza thasaidica.
«Uccidila!», ordinò secca a una delle guardie, puntando Baltea
con gli occhi.
La donna rivolse un rapido sguardo ai suoi succubi, senza aspettarsi
alcun aiuto, perché sapeva che ormai avevano ceduto all'influsso della strega.
D'altra parte, lei stessa abusava di questo potere da una
vita.
Stirba era circondata.
SZOCK
Però si sbagliava.
Lo capì quando vide, incredula, la daga di Birk
immersa nella pancia di Lunalia; e quella di Slim pronta a difenderla.
La Regina mugolò un lamento innaturale, un terribile stridio
fatto di rabbia e rancore.
«Maledetta...», sibilò disperata,
rivolta a Baltea.
I succubi della donna, infatti, erano sotto il suo
influsso; però aveva sottovalutato il loro attaccamento alla padrona.
Le guardie adesso erano
paralizzate, cosa del resto normale per dei cadaveri.
Il fuoco del bivacco aveva
ripreso vigore.
Le fronde dell’Oasi cominciarono
a diradarsi.
Il sole purpureo di Zothique filtrava abbondante.
Stirba usò la fiamma per bruciare una delle guardie, come esempio per gli altri cadaveri, che
lentamente, molto lentamente, ritornarono nel fitto della macchia.
Lunalia crollò sulle ginocchia.
E strisciò disperata verso il
fuoco, quasi a cercare un'ultima fonte di calore.
La vegetazione si diradò
completamente.
Rimanevano solo arbusti secchi,
rovi, qualche pozza e un piccolo stagno, attorno a cui crescevano centinaia di funghi rossi
maculati di bianco, e sul quale galleggiavano numerose carogne.
«Quando... ne aveva bisogno... ohh... facevo uccidere... i malcapitati...
ahh... che
giungevano qui... per fare una sosta... Ne bevevo il sangue... per mantenermi addosso...
ah-ahh... la vita...
La putrescenza... dei cadaveri... uhh... alimenta... il fungo
maledetto...».
Slim le tamponava la ferita, mentre Lunalia agonizzava,
confessando i suoi crimini.
«Il fungo... guarisce dal tempo...
ohh... e
cresce... vicino ai cadaveri...»; poi perse i sensi, e
rimase a bocca spalancata, in fin di vita.
«Che ne facciamo di lei?», domandò Stirba.
«Carichiamola insieme all'oro, è pur sempre la Regina del
Tasuun, nessuno potrà negarlo», suggerì Baltea. «E ci proteggerà da qualunque
ispezione».
«Sta morendo, però...».
«Non ci giurerei, Stirba».
«Porteremo con noi una certa quantità di funghi, perché se
torna a farsi decrepita, ci servirà a poco».
«Ottima idea; se si riprende, ci dirà come usarli; e verranno
buoni anche per me, mia cara...».
«Tu non ne hai alcun bisogno», la rassicurarono i succubi.
«Meglio tenersi pronti, ragazzi...».
E
diede soddisfazione a entrambi, se l'erano guadagnata.
ANNA NEL TRIANGOLO MALEDETTO
di Salvatore Conte (2024)
Modena,
2 aprile 1945.
«Me l’ha portata troppo tardi, Colonnello.
È invasa dal cancro».
«Come l’Europa…».
«Non escludo possa sopraggiungere la morte già nei
prossimi giorni».
«Ma… io pensavo… le rimanesse almeno un mese…».
«Mi dispiace, ma è arrivato al pancreas.
Però se cominciassimo subito la mia cura... e se la paziente riuscisse a
resistere per il tempo necessario a conseguirne i primi benefici… diciamo che potrebbe sopravvivere
qualche settimana, forse alla fine della guerra.
Con il mio farmaco il tumore verrebbe rallentato, quasi fermato, appena prima
del colpo di grazia: gli ultimi tre giorni possono
diventare tre settimane.
Ma nessuna speranza di salvarla, sia chiaro.
Me l’ha portata troppo tardi».
«Tre settimane non sono poche.
Sarebbero
sufficienti per quello che ho in mente...
Inizi subito la cura, dottore. Il marco ha perso potere d’acquisto, ma questo compenserà i
suoi sforzi...».
Il Colonnello Von Thurn elargisce un lingotto d'oro al
medico italiano.
«Via, Colonnello… non vorrà offendermi, spero.
Mi rammarico solo di non poter fare di più per il Maggiore
Frentzen.
Tuttavia posso raccomandarle il mio giovane
assistente: si metterà a sua completa disposizione, Colonnello».
«Molto bene.
Anna deve ricevere il meglio fino alla fine».
Triangolo delle Bermude,
2 maggio 1945.
«È finita, Anna. Sei sopravvissuta al III Reich».
Il Maggiore Frentzen è una maschera di cera; stretta intorno a sé stessa,
le prova tutte prima di mollare.
«Non cedi, vero?».
«Voglio crederci... fino alla fine...», la faccia
spettrale di chi combatte una guerra impossibile da vincere; è ridotta su una
carrozzella, ma si sforza di sorridere.
Dopo
Berlino, sta per cadere anche Anna.
«Colonnello...
è sicuro di trovare qualcosa da queste parti?
I radar non segnalano nulla, le mappe nemmeno».
«Non c' stato tempo per studiare a fondo le
apparecchiature, ma le useremo lo stesso; eseguiremo un bombardamento a
tappeto».
Il Colonnello Von Thurn continua a rivolgersi ad
Anna, ignorando il capitano della nave che lo sta conducendo in America.
«Colonnello!
C'è qualcosa!».
«È un'isola, capitano.
Abbiamo perso la guerra, non la scienza».
Viene
calata una lancia; Von Thurn, la Frentzen e l'assistente del dottor Di Brutto
sbarcano sull'isola; nessun altro.
Il paesaggio è tropicale, incontaminato, per ora
nessuna traccia di presenza umana; la giungla non è troppo fitta, la piccola
colonna può procedere senza troppe difficoltà.
L'avvenente
puttanone nazista è come sempre sbottonato con studiata indifferenza. Lei non si è
ancora arresa.
«Tu! Vieni fuori di lì!», il Colonnello ha
avvertito la presenza di qualcuno, nascosto tra le fronde.
È uno zombi, ma l'ufficiale tedesco non si scompone
minimamente.
«Appartieni a questa civiltà?».
La creatura annuisce blandamente.
«Che attività svolgevi?».
«Io... guaritore...», il cadavere vivente parla
in latino.