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Come muore una dea

La Maldita

Il ritorno della Diablera

Willer si fa scudo

Fine di una Messalina

Jack sfida la Bodrillona

Zothique: La prostituta di Oroth

Zothique: Assalto all'Oasi Maledetta

Troppo poco piombo

Hessa e Hanna nel Triangolo delle Bermude

TeLE(A)GONIA

di Salvatore Conte (2014)

12 marzo 2012.
EFFERATO OMICIDIO ALLE PORTE DI ROMA
POLITICO LOCALE BRUTALMENTE SGOZZATO
«Ha letto i giornali, signora Frascata?».
L'interrogatorio informale al quartiere Tuscolano di Roma era cominciato.
«Io non ne so niente. Ci frequentavamo da poco».
«Non mi sembra molto impressionata dalla sua perdita…».
«Io lo chiamavo Antonio: è sicuro che stiamo parlando della stessa persona?».
«Sappiamo che lei frequentava il deceduto, Antinoo Marcelletti, ma ciò non esclude che lei frequentasse anche un Antonio».
«No, deve essere lui. Lo sapevo che aveva un nome strano».
«E non è turbata dalla sua morte?».
«In fondo mi rimane un buon ricordo di lui, no…?», e mostrò allusivamente l'anello con diamante che portava alla mano.
«Quel dito potrebbe essere un ottimo movente e magari anche l'arma del delitto…

Lui lo voleva indietro e lei si è lasciata prendere la mano... per non farsi prendere il dito...».
«Non dica sciocchezze, Commissario.
Io non avevo nulla da restituire, ma solo da incassare…».
«Eh già… di bocca buona il povero Antinoo…
Le conviene collaborare, signora Frascata. Non conosciamo ancora il movente del delitto. Lei rischia di diventare scomoda a qualcuno».
«Cosa…? Io?!
Io conduco una vita riservata, Commissario».
«Riservata... o sbottonata…?».
La Frascata, trafitta dal suo sguardo, allacciò il bottoncino critico della sua avvolgente camicia bianca.

Sembrava un grosso cioccolatino da scartare e far sciogliere in bocca.
«Commissario…», volutamente incerta, in attesa di essere aiutata.
«Commissario Telegono Ingravallo, Squadra Mobile».
«Ah sì… un altro nome strano…

Te-le-go-no…?! Mi scusi, ma non l'ho mai sentito prima», una risatina futile accompagnò la sagace rivelazione.
«Infatti andava di moda una quarantina di secoli fa; mentre il suo, a quanto pare, va di moda sempre...».
«Veramente non lo so... lei trova...?», ridacchiò ancora.
«Lei fa onore al suo nome... lei è l'incarnazione del suo nome...».
«E lei come sa tutte queste cose?».
«Le insegnano all'Accademia di Polizia...

Insomma, lei non crede che il suo nome, addosso a lei, significhi qualcosa?».

«Sì, penso significhi che mi chiamo Anna».
«Capisco, signora Frascata.
Lei si tiene abbottonata soltanto con me…?», in risposta arrivò un sorrisetto di lungo corso.
«Veniamo alle cose serie, dunque. Antinoo Marcelletti era impegnato nella costituzione della nuova Città Metropolitana di Roma Capitale: gliene ha mai parlato?».
«Non capisco di che cosa stia parlando».
«Glielo spiego subito: il Marcelletti appoggiava la linea politica secondo cui la carica di Sindaco Metropolitano di Roma dovrebbe spettare - automaticamente - al Sindaco di Roma-Campidoglio, il comune centrale di Roma, quello che oggi è il Primo Municipio, il centro storico insomma.

Viceversa, un'altra fazione politica sostiene che il Super-Sindaco debba essere eletto in seno a tutti i sindaci della vecchia provincia di Roma, in una sorta di conclave laico.
In quest'ultima ipotesi, potrebbe avvenire, ad esempio, che il Sindaco di Frascati diventi Sindaco Metropolitano di Roma, un po' come se Roma stessa divenisse parte della provincia di Frascati, ovvero della provincia del Tuscolo...».
«Ma che Tuscolo e Tuscolo, Commissario Telegono…
Perché non mi chiama, se ha qualcos'altro da raccontarmi…», e gli consegnò il suo biglietto.
«Mi chiami lei, se le venisse in mente qualcosa di utile per le indagini, signora Frascata...», e ricambiò il biglietto con il suo.
«Ma questa è una frase da telefilm…».
«Non le piacciono?».
«Non li vedo più, sono noiosi», e si umettò lievemente il labbro inferiore.
«Ha ragione. Arrivederla, signora Frascata.

Ah... la sa una cosa...?
Il suo cognome sarebbe perfetto per designare la "Città dei Castelli".
Dovrebbe proporne l'istituzione formale.
Lei ne sarebbe una splendida insegna...».
«Commissario... la chiamo se mi venisse in mente qualcosa di utile per le sue indagini...».
«Certamente... arrivederla a presto, signora Frascata».

12 aprile 2012.
COZZE FATALI PER AMMIRAGLIO A RIPOSO
UNA TRAGICA FATALITÀ?
«Lei ci ricasca per la seconda volta nel giro di un mese, signora Frascata.
E stavolta non può dirmi che lo frequentava da poco, perché stavolta di tratta del suo ex-marito, l'Ammiraglio Ulisse Giannini».
«Infatti non lo frequentavo affatto. Era finita da molto tempo: perché allora mi sarei divorziata? Per l'esattezza, saranno dieci anni che non lo vedevo».
«Beh ormai temo che non lo vedrà più».
«Poco male, non posso dire di aver versato lacrime amare su quella pagina di giornale».

«Lei legge i giornali?».

«Si fa per dire, no?».
«Stiamo facendo analizzare le cozze assassine: l'Ammiraglio era ancora una persona in vista e non mi torna che intorno a lei si sia prodotto il secondo cadavere in appena un mese».
«Non intorno a me, Commissario. Io non ero né con il primo, né con il secondo: intorno a me avevo altro».
«E chi per l'esattezza?».
«Non credo la riguardi».
«Per il momento, forse no. Ma si tenga a disposizione, signora Frascata.
E si guardi le spalle…».

12 maggio 2012.
L'interrogatorio, sempre più informale, faceva tappa dal Brigante Gasperone, ad Ariccia.
«Allora, ci mettiamo insieme o no?», le sussurrò furtivo.
«Ma sei matto? Potrei essere tua madre…», ma fece penzolare fanatica le tette sfatte, malcelate nella profonda scollatura della camicetta, umettando al contempo il labbro inferiore.

Nonostante i suoi 46 anni, non portati benissimo, i chili in eccesso e l'aspetto consumato, rimaneva una donna che piaceva subito, facile, così com'era; volgarmente detta "una sorca".
«Non sono matto… mi piaci... non puoi essermi madre... non sei tanto vecchia... né io tanto giovane...».
«Ma col tuo stipendio... ce la faresti a mantenermi? Io amo le cose belle e costose...».
Era cinica e a lui piaceva anche per questo: avevano superato rapidamente tutte le ipocrisie del caso.
«Accendo un mutuo e ti sistemo dentro Villa Lusi, con vista sul lago; andrà presto all'asta: ti piacerebbe?».
«Sì, ho capito quale. Sarebbe degna di me. E io mi accenderei per te».

Approfittò dell'apertura di credito per un bel bacino, con la mano a muoversi sulla morbida pancetta della Frascata, non potendo né salire, né scendere. Doveva arrestarsi, era in una fraschetta.

«Allora è fatta... intanto continuiamo a vederci, no...? C'è sempre da interrogare...».

«Senza impegno, però. Io non ho solo te, Commissario...».

Si era ritratta, senza temere di apparire sgradevole; voleva fatti per spendersi davvero.
«Cambiamo discorso, signora Frascata...

Ti aggiorno su alcune strane coincidenze che ho rilevato nelle mie indagini.
Ebbene, l'attuale Papa è tedesco è ha assunto il nome di Benedetto XVI».
La procace quarantaseienne lo inquadrava con occhi scettici.
«I Conti di Tuscolo assursero al trono papale nel 1012, 1.000 anni fa, con il nome di Benedetto VIII. Otto è la metà di sedici. Mille è la metà di duemila.
La loro ascesa fu dovuta all'alleanza con il partito imperiale. L'Impero aveva sede in Germania.
Benedetto VIII morì nel 1024, a lui succedette un altro Conte di Tuscolo e poi ancora un altro - nel 1032 - con il nome di Benedetto IX.
Troppe coincidenze per essere vere coincidenze.
Oggi abbiamo un Papa tedesco che ha lo stesso nome del primo Conte di Tuscolo assurto al trono papale perché filo-tedesco, e con il progressivo del nome pari al doppio esatto di quello; inoltre, fra 12 anni, nel 2024, Benedetto XVI potrebbe pontificare in un anno che recherà numero doppio rispetto a quello del suo lontano predecessore Benedetto VIII, Papa nel 1012; oppure potrebbe dimettersi come Benedetto IX, marcando un'altra clamorosa coincidenza.
In teoria un Benedetto XVIII potrebbe pontificare nel 2064, anno che recherà numero doppio rispetto a quello in cui si insediò Benedetto IX, Papa nel 1032».
«Non ho mai sentito una storia tanto noiosa…», commentò irritata la Frascata.
«Allora... ci mettiamo insieme o no?», divagò Ingravallo.
Rispose con una smorfia sibillina. Anche sfatta di cellulite, con quegli occhi nocciola da Baci Perugina e la bocca da succhiatrice, Anna Frascata se la tirava parecchio.

«E poi, vedi... non è strano che Roma e Frascati abbiano gli stessi colori?».

     

«A Roma mi sembra prevalga il grigio, veramente...».

«Ed è Roma che li ha presi da Frascati, non viceversa, come sembrerebbe ovvio».

«A me non sembrerebbe ovvio. Le star più famose spesso copiano dai pesci piccoli».

«Brava, Anna... è proprio così, infatti.

I colori sono quelli dell'oro e della porpora di Elissa, sorella di Anna, fissati insieme, dalle sue stessi mani.

Ed è pure singolare che a Frascati abbia dimora la sede più importante della Banca d'Italia, a Monte Compatri quella dei Servizi Segreti, e così via...

Insomma il cielo degli uomini. Quanto a quello stellato, a Monte Porzio Catone l'Osservatorio italiano, a Castel Gandolfo quello vaticano, a Frascati l'Osservatorio europeo: un po' strano, non trovi? Tutto a Frascata, tutto sul Porpora».

«Non so cosa ci sia tanto da osservare, poi».

«Hai ragione, io la stella più luminosa posso perfino sfiorarla...», e cercò di strappare un bacio.

«Il termine è quello giusto, Commissario: sfiorare, ma non toccare... limitarsi a osservare...», ritraendosi dall'improvvisa sortita.
Ingravallo, vedendo entrare nella grotta l'agente Di Maggio, cambiò registro: «Allora... neanche il vino dei Castelli vi scioglie la lingua, signora Frascata?».
«Commissà… c'è un matto che se vò buttà de sotto, a du passi de qua… sta a parlà de teremoti...».
«Ma che dici, Di Maggio?!
Andiamo. Venga anche lei, signora Frascata».
I tre giunsero tosto al ponte d'Ariccia.
«Ecco… giusto a voi due stavo a cercà…!», esordì il matto.

Ingravallo cercò di capire chi fossero i due, ma non lo interruppe.
«Tutti sapemo com'è morto Antinoo, ma Ulisse 'o sapete com'è morto?
"A Ulisse la morte verrà dolce dal mare, lo coglierà indebolito da bella vecchiaia": 'o sapete chi l'ha detto?
L'ha detto un tale cecato de nome Tiresia…
E mò ve dico 'n'artra cosa a voi due, che me sembrate madre e fijo, 'a madre bonazza a zonzo cor ber fijo…».

«Visto...? Pure i matti lo capiscono...», annotò acida la madre d'Ingravallo, rivolta al figlio.
«Voi v'avete da mette insieme! Questo ve lo raccomanna Diana 'A Riccia, bella e riccia come Circe bella de ciccia», chiosò lo svitato.

«Mica tanto matto...», sussurrò Ingravallo alla Frascata.

York«Ma c'è stato er teremoto, 'o sapete?

Er primo co' 'a Guera de Troia, e qui ce n'avemo una, bella grassa: ammazza...! Er paganesimo bello temperato se annò a fà fotte.

Er secondo co' quer zozzone de Costantino. Dar paganesimo patriarcale ar monoteismo misogino de rito cristiano.

E mò er terzo, er Sacrificio dell'Undici cor Nove, er paganesimo occulto de rito ebbreo. Co' 'n pursante so crollate du tori: quella de Costantino e quella de Pietro, quella de Yorke e quella de Nova Yorke. Da sotto le du tori è uscito l'Euro, l'Eurotowere, 'a nova tore.

C'hanno messo 600 anni pe' fa caming aute... ma alla fine se so dichiarati...!

C'è stato er teremoto, ve sto a dì...!».
Detto ciò, l'ubriaco barcollò e cadde nel vuoto.

D'altra parte, York fu provincia Romana, mentre oggi Roma è provincia Newyorkese.

La storia è impeccabile.
«OH!! Ma è terribile…!», esclamò la Frascata, da pochi passi.
«Commissario... ma quanto è alto il ponte?
Non si è nemmeno sentito il botto!», osservò acutamente la donna, anche lei un po' alticcia.
«È un ponte senza fondo, signora Frascata.
Di Maggio, lo vada a prendere... si faccia aiutare dai vigili...».
«Oh, che schifo... sarà ridotto una poltiglia!».
«Non più di noi, Anna», rispose sottovoce il Commissario.
Poco dopo, dal parapetto del ponte riemersero il matto e l'agente Di Maggio, il primo sotto il braccio del secondo.
«Ma…?!», Anna non capiva.
«È un vecchio trucco circense, signora Frascata.

Il comune d'Ariccia pensa pure ai matti...».
E poi, sussurrando: «Allora... ci mettiamo insieme o no? Lo dice pure er matto…

Guarda che sennò me butto de sotto...».
E lei, spietata, alzò gli occhi al cielo, subordinando ogni impegno ai promessi rogiti notarili.

11 giugno 2012, ore 8.16.
«Commissà… Commissà…! Hanno accoltellato la Frascata!», l'agente Di Maggio fece irruzione nell'ufficio del Commissario Ingravallo.
«Hanno…
Hanno…!!
S'è fatta ammazzare!?», bianco all'istante.
«Pare de sì. La stanno a portà morta all'ospedale: è partita senza né battito né respiro...».
«Ma… com'è possibile...?!».
«L'hanno trovata con un cortello nella schiena, ma prima de arendese deve avé lottato…
Sul posto ce stanno i Carabinieri…».
«Incredibile... s'è fatta ammazzare…», e sprofondò nella poltrona.

11 giugno 2012, ore 17 circa.
«Ma ho già detto tutto ai Carabinieri, stamattina…!», obiettò la portinaia.
«Sia cortese… ci racconti quello che ha visto…».
La vecchia si voltò e iniziò faticosamente a salire le scale.
«Qui abitava l'assassino», disse indicando la porta con i sigilli, sita al primo piano dello stabile.
«Arrunte Pallavicini, detto l'Etrusco. La vittima invece stava sur superattico. Stava da sola, ma c'era 'n certo via-vai… Stavolta 'nvece s'è smossa lei e 'sta cosa alla sora Anna nun ha portato mica bene…
Ma ce doveva avé sette spiriti come li gatti, perché ha aperto la porta e gli è scappata via su pe' le scale. Quel poraccio pe' finilla d'ammazzà s'è dovuto fa artri du piani».
«Ma lei allora ha visto tutto?!».
«No, ho sentito gli strilli stamattina presto, io abito proprio sotto quest'appartamento. Mi sono infilata la vestaglia e sono uscita sulla porta: ho visto l'Etrusco che scendeva giù cor coltello in mano, la camicia sporca de sangue! M'ha visto ed è scappato via».
«E lei allora è salita su a vedere…».
«Io finché nun se decidono ad aggiustà l'ascensore, su nun ce vado, pure se ammazzano tutti gli inquilini, che poi - levato quel bravo ragazzo al terzo piano, se chiama David, detto er Cabalista - nun sarebbe un soldo de danno…».

Il Commissario Telegono stava osservando le macchie di sangue cerchiate col gesso sulle scale.
«Tanto per essere chiari, lei ci ha raccontato tutto quanto il fatto, però ha visto solo l'Etrusco che scappava».
«E scusateme se è poco! Poi il fatto l'hanno ricostruito i colleghi vostri de stamattina: so' poliziotti pure loro, in fonno in fonno, no?
C'era una macchia de sangue all'ingresso dell'appartamento e 'sta processione de macchie fino al terzo piano dove lei stava tutta rannicchiata. Ma nun v'hanno detto niente a voi?».
Intanto erano faticosamente arrivati al secondo piano.
Il Commissario si chinò su una larga chiazza di sangue rappreso, pure contornata dal gesso dei Carabinieri.
Macchie più piccole proseguivano sulle scale.
«Basta così, signora. Molte grazie, proseguiamo da soli.
Che cosa nota, Di Maggio?».
«Dal primo al secondo piano le macchie sono piccole e rade, e molto vicine alla ringhiera. Dal secondo al terzo sembra che abbiano sgozzato un vitello».
«Brillante.
E poi?».
«In effetti, se la Frascata è stata trovata con un coltello nella schiena, come ha fatto la portinaia a vedere un coltello nelle mani dell'Etrusco?».
«Brillante.
C'è altro?».
«Le macchie di sangue sono perfettamente integre: l'Etrusco invece, nel discendere le scale di corsa, avrebbe dovuto calpestarne almeno qualcuna».
«Perfetto».
«Passiamo all'ospedale, capo?».
«No, passiamo in fraschetta, ma prima si faccia mandare dai cugini copia del referto medico, con la descrizione delle ferite».
11 giugno 2012, ore 20 circa.
«Rilegga».
«"Cinque ferite da taglio, di cui una letale. Tutte di direzione e profondità diverse, una sull'avambraccio sinistro, superficiale, un'altra…"».
«Qui ha cercato di proteggersi. È riuscita a proteggersi», lo interruppe il Commissario.
«"Un'altra sulla regione mammellare, le altre due…"».
«Questa è quella grave, quella della pozza al secondo piano; poi ha reagito, si è ripresa, si è tamponata con le mani e si è trascinata fino al terzo».
«"Le altre due sulla regione scapolare. L'ultimo…"».
«Queste sono la seconda e terza ferita, quando si è voltata di spalle per fuggire: forse una ancora all'interno dell'appartamento e l'altra sulle scale».
«"L'ultimo, il colpo letale, vibrato sul dorso, all'altezza dei reni"», l'agente Di Maggio aveva concluso.
«Rileggiamo anche la descrizione dell'arma».
«"L'arma ritrovata infissa sul corpo della Frascata è un lungo coltello a lama bitagliente non compatibile con le altre ferite, che sono state inferte con un'arma a lama monotagliente. In queste ultime, infatti, si ha da una parte un angolo acuto, corrispondente al taglio della lama, dall'altra uno arrotondato corrispondente alla parte non tagliente"».
«Implicazioni. In lingua italiana».
«Anna Frascata è una donna navigata, ma ancora avvenente. Vive sola e di professione fa la casalinga. Di conseguenza frequenta un'umanità maschile assai varia, ma quasi sempre dietro lauto compenso. L'Arrunte forse le procacciava gli amanti giusti. Ma qualcosa tra i due si rompe, forse il cliente si è lamentato di lei, forse lei del cliente, forse comincia a girare anche la droga, sta di fatto che scoppia una lite. L'Arrunte perde la testa e brandisce un coltello da cucina di quelli con il taglio solo da un lato. Lei scappa su per le scale anziché per strada, perché per le scale c'è qualcuno che la potrà difendere. L'Etrusco la insegue e la ferisce, piccole tracce di sangue che salgono dal primo al secondo piano. La raggiunge e le dà un bel colpo, non mortale, si badi bene, ma che le fa perdere molto sangue, infatti sul pianerottolo del secondo piano c'era una larga macchia. A questo punto il Pallavicini scappa terrorizzato, dal secondo al primo piano c'è solo quella sottile linea di macchioline e fortunosamente lui non ne calpesta nessuna. Lei è ancora viva, e si trascina ferita fino al terzo piano dove c'è chi la può salvare: David Sallusti, il Cabalista, magari tante volte respinto, ma sempre innammoratissimo…».
«Lingua italiana, Di Maggio».
«Scusi, Commissà.
Sempre innamorato della bella vicina. Ma David Sallusti ha passato la notte fuori e non è ancora rientrato. Stremata e frustrata, la Frascata crolla a terra sul pianerottolo, ma fino a questo punto la vittima è più spaventata che colpita a fondo.
Il colpo fatale, quello che la spedisce morta all'ospedale, arriva adesso: mentre è riversa a terra, a faccia avanti, cercando di riorganizzare le idee, rialzando speranzosa il capo, sopraggiunge fulmineo l’assassino e le assesta spietatamente il colpo di grazia. Un colpo secco, diretto ai reni, a spezzarla in due e a troncare la sua resistenza, visto che si ostinava a rialzare la testa.
A questo punto la Frascata è stravolta dalla testa ai piedi: come morsa da un cobra, quasi per forza d’inerzia, quasi a scaricare l’estrema rabbia, la vittima annaspa ancora per un paio di gradini, poi viene sorpresa dal grande freddo, si sente inchiodare a terra; ha appena il tempo di capire che è finita, si rattrappisce su sé stessa, cercando di organizzare le ultime forze, e così viene ritrovata.
L’assassino la osserva impassibile: il lavoro è concluso».
«E chi sarebbe l'assassino?».
«Uno dei piani alti».
«Brillante.
Ma incompiuto.
Ho sentito lei, ora sentiamo er Cecato de Frascati».
11/12 giugno 2012, ore 24/0 circa.
Nuovo interrogatorio informale al Grappolo d'Oro di Frascati: all'interno del grottino - condotto dall'ostessa Isabella, occhi di fuoco e tette bene in vista - veniva ascoltato Omero, il vecchio cecato.
«Chi è l'assassino, Omero?».
«Quell'Arrunte è 'n infame, ma nun è Macbeth. Ce vole 'na grandezza pure ner male. 'O ritroveranno domani, morto pe' le fratte de Velletri.
Nun aveva... non aveva previsto tutto quel sangue e la difficoltà di uccidere un corpo solido e in buona salute come quello di Anna Frascata. Lascia il lavoro a metà, la donna ferita non troppo gravemente sulle scale e fugge con il coltello in mano.
Allora il Cinese scende con un coltello a lama doppia, preso di fretta dalla sua cucina ben fornita, e finisce la Frascata con una coltellata selvaggia sul pianerottolo dove è distesa ferita. La guarda un'ultima volta, ormai soddisfatto di averla stesa per sempre e raggomitolata su sé stessa, e se ne risale ai suoi piani».
«Il Cinese?!».
«Lui».
«Di Maggio, passi la soffiata ai cugini.
Perché?».
«Un raptus. Quel corpo ancora solido, quella donna ostinata, prepotente, maliziosa, ambigua, viscerale. A lui non l'aveva mai data. I cinesi non le piacevano. Lui non sopportava più di vederla nel suo stesso palazzo. Aveva pagato Arrunte per farla fuori, o quantomeno per darle una bella lezione, ed era in ansia da risultato. Ha sentito strillare, la mignottona era sfuggita all'agguato, era ferita, ma forse non abbastanza per crepare. A questo punto doveva decidere. Allora è scattato il raptus: il lavoro l'avrebbe finito lui. E ha colpito una sola volta, ma per ammazzarla davvero».
«E io che credevo di aver trovato la mia Penelope...».
«Un mignottone non è una Penelope.
Dimenticala.
È stata colpita a morte.
Tu sei Telegono, ma ti sembrano questi i tempi di Italo?
No.
Non un nuovo figlio. Piuttosto verrà la morte. Non qui, dimora dei supremi, ma altrove ovunque.
Penelope ha mancato l'appuntamento. Non vogliono che tu la incontri.
Ma se può consolarti, la Nuova Torre non arriverà all'età di Anna. Entro il secolo saranno fermati.
Detto questo, addio, Telegono infelice, non chiedermi altro, perché nun ce vedo bene».
«Un'ultima cosa, Omero: che medicina per dimenticarla?».
«La Fides: servi gli Dei e sarai servito».
Era ormai notte fonda quando Telegono Ingravallo rientrò a Roma. Ma non dimenticò di passare per l'ospedale. E ci trovò anche David, il Cabalista. Anche lui non se n'era dimenticato.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

COME MUORE UNA DEA

di Salvatore Conte (2014-2018)

È una di quelle bellezze sontuose, distinte, calligrafiche.

È quel che si dice - o si diceva -  una dea.

E che dea! Forse la stessa Giunone.

Di uomini se ne è mangiati parecchi, ma adesso è lei a essere mangiata, da un tumore che si è allargato inesorabile.

Ormai è solo una questione di tempo.

Nadia Varrone non toccherà i 50, al prossimo compleanno non c'arriva.

Si prepara al grande salto cercando di tirare avanti il più possibile, semplicemente facendo finta di niente, ingannando sé stessa e chi ancora cerca di farsela.

Sorretta da un fisico possente, si illude di andare per le lunghe, smentendo i medici; e sta già preparando la festa del 50°.

Ma a me non mi frega. So che ne ha per poco. E che quando vedrà la morte in faccia, anche lei avrà paura.

Se ancora si regge in piedi è perché non è arrivato al pancreas. Ma manca poco. Quello sarà il colpo di grazia.

I medici non le hanno nascosto nulla. Lei sa tutto nei minimi particolari. Ma non può far altro che aspettare e augurarsi che l'agonia sia lunga. Una come lei lotta fino all'ultimo.

Ora che non le manca molto, mi fa nostalgia pensarci. È da un bel po' che non la incrocio, anche se mi informo sempre su quello che combina.

La ricontatto per proporle un affare. Ha sempre bisogno di soldi, è probabile che - pur controvoglia - sia costretta ad accettare.

Non la trovo affatto male, riesce a mascherare molto bene il mostro che le sta divorando la pancia.

Tuttavia dice di avere qualche problema di salute piuttosto serio.

In effetti si tocca ripetutamente l'addome, anche per farsi compatire.

Le solite astuzie della dea.

So bene di cosa si tratti, ma fingo di stupirmi e di rimanere in ansia.

Nonostante il suo caratteraccio, e il lungo freddo tra noi, vorrei poterla aiutare; ma so che c'è poco da fare, e lo sa anche lei.

Dopo il drink, comincio a entrare in argomento.

«Mi serve un bravo autista, per un colpetto facile-facile».

«Ho qualche acciacco, non sono più quella di un tempo».

«Rimani la numero uno nel giro…», mi guarda diffidente.

«Qual è la mia parte?».

«Un terzo della torta».

«E la torta... quanto è grande?».

«Abbastanza da mangiarci, ma non da rimanerci strozzati…

Non daremo troppo nell’occhio, insomma».

«Ci sto. Ho bisogno di soldi», e si tocca per l’ennesima volta l'addome.

Vuole che le chieda perché.

«Che hai?».

«Ho un tumore. Mi sta uccidendo. Ma sarò pronta per il colpo».

«Non si può fare niente?».

«Niente. Ma io voglio andare avanti».

«Quanto tempo ti hanno dato?».

«Troppo poco, vedrò di allungarmi».

«Niente chemio, o sbaglio?», i capelli sono a posto.

«Niente, o finiva d’ammazzarmi. Ho voglia di campare».

«Devi dirmi per quanto ne hai, Nadia. Questa notizia non me l'aspettavo», mentendo spudoratamente.

«Non dirmi che ti interesso ancora...».

«Sei sempre una bella donna».

«Non lo so, dannazione. Ma voglio arrivare al mio compleanno, anche con le flebo».

«Se non erro, mancano sei mesi...», sempre stata ambiziosa la vecchia Nadia.

«E allora?», mi guarda con aria di sfida.

«Se tu m'avessi chiamato...».

«Che avresti fatto?».

«Ma voglio esserci quando mancherà poco».

«Vuoi vedermi morire?».

«Voglio starti vicino».

«Chi altro c'è nell'affare?».

«Emiliano».

«Perché hai pensato a me?».

«Perché sai guidare e hai un aspetto rassicurante».

«Tu cerchi qualcosa, vero, Carlo?», mi inquisisce.

«Dovresti sapere che sono un professionista e che non mischio mai gli affari con questioni personali», bisogna sempre negare.

«Ci sto solo perché ho bisogno di soldi», fredda fino all'ultimo.

«Sei l'autista della banda, il resto non conta».

Il muro rimane alto e non ci sarà più tempo per provare a sgretolarlo.

Di fronte a noi abbiamo la filiale di Ostia del Banco Laziale.

La Varrone è una super strappona oggi: tutina fucsia con zip allentata sulle zinne grasse.

Lei rimane in macchina, io ed Emiliano entriamo.

Va tutto liscio fino all’uscita.

Rapine ce ne sono tutti i giorni. È routine per gli impiegati. E conviene pure alla banca, che esagera nel denunciare l’ammanco e fa la cresta sull’assicurazione. L’assicurazione, a sua volta, risarcisce con soldi sporchi, rimettendoli in circolo. Senza contare, poi, il business delle guardie giurate.

Insomma, alla fine, è un gioco che conviene a tutti.

Anche se non tutti lo sanno, purtroppo.

C’è sempre chi ignora le regole.

Come quello che ha riconosciuto la Varrone da qualche foto segnaletica rimastagli impressa nel cervello: la super cessa è inconfondibile.

Il poliziotto si avvicina, sta per estrarre.

BANG

La Varrone spara, ha una pistola nella borsetta.

Lo fa secco.

Ma ce n’è un altro: i poliziotti sono sempre in due.

BANG

Nadia non sbaglia un colpo, becca anche il secondo.

BANG

Ma questo non è ancora secco, e le spara contro da terra.

BANG

BANG

Sono io a saldargli il conto.

È andata.

Nadia parte bruciando le gomme.

Fuggiamo verso sud.

Ci aspetta una roulotte, in un campeggio vicino ad Anzio.

«Quei bastardi volevano fregarci…

Brava Nadia!», Emiliano si congratula; ha preso posto dietro, con il sacco dei soldi.

La Varrone, però, non risponde. E non lo guarda. E non guarda nemmeno me.

Continua a guidare con gli occhi fissi sul parabrezza.

C’è qualcosa che non mi quadra.

Ancora un paio di curve a tutta velocità, e poi, all’improvviso, accosta, fermandosi in una piazzola sterrata.

«Uhhh...», Nadia si china sul volante, fino a toccarlo con la fronte.

«Che cazzo ti succede?», forse è il tumore che la morde.

«Quel bastardo... m’ha preso...».

«Che cosa?!».

La tiro su, rimettendola con la schiena contro il sedile, e allungo la testa verso la portiera...

Altro che tumore, s’è presa una pallottola nel fianco. Il proiettile del poliziotto ha bucato la carrozzeria dell'auto, e pure la sua.

«È grave?», Emiliano sporge la testa fra i due sedili.

È allibito. Anche lui ha un debole per Nadia.

Non rispondo alla domanda.

«E adesso che si fa...?», vuole saperlo da me.

«Fa un male cane... ohhh...».

«Ti portiamo da un dottore... stai calma...», la tranquillizzo, asciugandole il sudore con un fazzoletto.

«Carlo… guida tu… brucia… ahhh… brucia da impazzire… uhhh…».

«Guido io, sta' tranquilla», mi scambio di posto con lei.

«Ohhh... fai piano... ohhh...», lo scambio è doloroso, la pallottola le ha scavato la pancia; non è uscita, ma ha fatto molta strada. «Fa un male cane… ahhh… non voglio crepare... prima del tempo...», credeva di avere ancora un po' di strada davanti a sé.

«Che vuol dire?», a Emiliano puzza qualcosa.

Glielo dico.

«Non lo sai che sta crepando di cancro?».

«Cosa? Ma che sta succedendo oggi?

Nadia è condannata?

E quanto le rimane?».

«È alla fine.

Chi lo direbbe, vero? La super strappona maschera bene fino all'ultimo...».

«Dove ce l'ha?».

«All'utero, allargato all'intestino, e quasi arrivato al pancreas».

«Come lo sai... ahhh...», ormai non c'è più tempo per le bugie, Nadia.

«E tu l'hai coinvolta in un colpo? Andava curata...».

«Non si può fare niente. Solo aspettare».

«E adesso?».

Riparto con una sgommata.

Adesso i sei mesi sono diventati sei minuti.

La Varrone si lamenta mentre spingo sull’acceleratore.

«Uhhh... Carlo... mi sento morire... ahhh... fermati...», la super cessa stacca una mano dalla pancia e me l’allunga sul ginocchio.

Entro in una stradina laterale e mi fermo all’ombra degli alberi.

«Cambia le targhe, intanto».

Rimanendo al mio posto, le asciugo il sudore che le cola lungo il collo, e che le finisce nel petto....

La super strappona si agita come un'anguilla.

«Carlo... lo sapevo... di avere... poco tempo... ohhh... ma non... così... poco... ahhh...».

«Nadia, che vuoi fare?».

«Non voglio... crepare... no... no...!», è disperata. «Portami alla roulotte... Carlo... ahhh... provo... a stabilizzarmi... ohhh...».

Metto in moto e riparto.

Anzio è vicina: pur evitando la litoranea, siamo quasi arrivati.

È un campeggio in pineta a pochi chilometri dal mare.

«Eccoci nel nostro nido, amore…», la sollevo di peso dal sedile, simulando un atto galante.

Entrati nella roulotte, chiudiamo bene tutte le tendine e accendiamo la tv.

«Contali».

Mentre mi occupo di lei, Emiliano si occupa di loro.

L'ho messa comoda sul letto a due piazze: stravaccata a gambe aperte, una mano sulla pancia, l’altra larga, schiena sostenuta dai cuscini, quasi fosse rimasta in macchina.

La super cessa è stata di parola, ha cercato di stabilizzarsi e in qualche modo c'è riuscita.

«Non molli mai, vero, Nadia?».

«Ho il fisico.... Carlo... il fisico risponde... hanno detto... poche settimane... ma non mi bastano... ohhh... voglio rientrare in gioco... se il pancreas... rimane pulito... uhhh... mi prendo sei mesi... forse un anno...», si tiene la mano sulla pancia come a controllare ogni mossa falsa della pallottola.

E intanto divaga, le piace illudersi.

«C'è un posto anche per me, Nadia?».

Le asciugo il sudore, dalla fronte e dal collo, e la mano scivola sempre più giù, fin dentro la scollatura...

«È per questo… che mi hai cercato… vero… ohhh...».

Beccato.

«Per questo, sì. Non dirmi che non l'avevi capito...».

«Cristo, Carlo!», è Emiliano, si comporta come se Nadia non esistesse. «Lo sai quanti sono? Sono sette milioni e mezzo!».

«Ecco perché ci hai messo tanto...».

Sono decisamente troppi.

Mi aspettavo un colpetto da due-trecentomila, al massimo un milioncino, sono questi i numeri di una filiale.

Emiliano sprizza gioia da tutti i pori, ma qui la cosa rischia di finir male.

La filiale aveva in custodia i soldi di qualche pesce grosso.

E di chi, se non della Banda?

La conferma arriva dal televideo.

[ 21.55 ]   ULTIM’ORA

Rapina di Ostia: clamorosi sviluppi

Il direttore della banca rapinata questo pomeriggio si è suicidato con un colpo di pistola alla testa nella sua abitazione romana. Lascia la moglie e tre figli.
Quasi nello stesso momento è stato sequestrato un top manager del Banco Laziale, responsabile della divisione Roma Ovest.

Grazie alle telecamere, gli inquirenti hanno appurato la presenza di una donna all'interno del commando criminale. Finora infruttuose le battute della polizia.

L'Organizzazione si è mossa subito.

Stanno pensando a una talpa, uno della rete che ha fatto il furbo, commissionando una rapina troppo tempestiva.

E hanno sequestrato il capo divisione per farlo cantare. L’altro non ha retto alle minacce.

Non credono a una semplice coincidenza, quale in effetti è stata.

Né potrebbero mai credere al mio irragionevole interesse per una dea malata di cancro e giunta alla fine.

[ 23.32 ]   ULTIM’ORA

Rapina di Ostia: morto il manager sequestrato

È stato ritrovato morto il manager del Banco Laziale sequestrato in serata.

Desta molta preoccupazione la scia di sangue che ha fatto seguito alla rapina di questo pomeriggio nella filiale di Ostia del noto istituto bancario, costata la vita a due agenti di polizia.

Ancora senza esito le ricerche dei rapinatori.

Il manager non ha cantato e lo hanno fatto fuori.

L'Organizzazione è incazzata nera.

Sembra la trama di un vecchio film girato dall’ultimo indipendente di Hollywood: Don Siegel, il Leone americano.

Anch’io sono un indipendente, in fondo. L’unica differenza sta nel fatto che la mia Nadine sopporta meglio il piombo. E che io non l'ho lasciata crepare.

Vado nel bagnetto a scaricarmi.

«Massaggi... massaggi rilassanti...», da fuori arriva una voce di donna.

Bussano alla porta.

Tutto si svolge in pochi attimi.

FLOP

FLOP

«NO!», è la voce di Nadia!

FLOP

FLOP

Apro la porta del bagnetto con i pantaloni ancora calati...

BANG

Sparo addosso a una bella bionda armata di pistola.

Barcolla, ma non stramazza.

E cerca di reagire...

BANG

Devo rincarare la dose.

Adesso ha due palle addosso, una per polmone.

E stramazza.

Il suo volto, e soprattutto il suo corpo, non mi sono nuovi: è una biondona molto in carne, stagionata ma ancora in forma.

Almeno fino a un attimo fa.

Quell'imbecille di Emiliano c'è cascato, le ha aperto e ha firmato la sua condanna a morte.

C'hanno già trovato.

Due pallottole sono arrivate a lui.

Le altre due...

Ancor prima di trovare il coraggio di guardare, so già a chi sono andate.

Istintivamente si è fatta scudo con un cuscino, come fosse una corazza: gli occhi vitrei al cielo non si accorgono della mia presenza.

Ci sono piume d'oca sparse dappertutto.

È veramente la fine giusta per la vicaria di Giunone.

«Aiu...ta...mi...», non è Nadia, è la bionda.

Molly. Si chiama Molly. È una sicaria della Banda.

«M'hai... am...maz...zato...».

Temo abbia ragione.

Ma non ho tempo per nessuna delle due.

La mia pistola ha fatto rumore e devo sloggiare di corsa.

Addio, Nadia. Anche stavolta è andata male.

[ 00.47 ]   ULTIM’ORA

Rapina di Ostia: sparatoria in un camping

Sparatoria nei pressi di Anzio, sul litorale romano, nel corso della quale hanno perso la vita i tre rapinatori ricercati per il colpo alla filiale del Banco Laziale.

La donna del commando, identificata in Nadia Varrone - pregiudicata cinquantenne, ex prostituta, malata terminale di cancro - ha raggiunto cadavere l'ospedale, dove è ancora sottoposta a elettroshock; i suoi complici sono morti sul posto.

Rinvenuta per intero la refurtiva, stimata in poco più di 100.000 euro.

Mi sembra un po' di parte. E poi io mi sento ancora bene.

La Banda arriva dappertutto.

Speriamo almeno che i massaggi siano autentici e che servano a qualcosa.

Non si sa mai. La voglia di vivere è una droga molto potente, ti trasforma in zombi ancor prima di morire del tutto.

La nuova legge obbliga gli ospedali a sottoporre ad almeno due ore di elettroschock cardiaco e cerebrale i cadaveri deceduti a bordo di ambulanze, o comunque ancora estremamente caldi.

Per gli altri, si applicano 15 minuti di massaggi sul posto.

Dunque, sono arrivati per primi e hanno portato via Molly, aggiungendo alla scena un cadavere, un pregiudicato ammazzato poco prima, che gli sarebbe servito comunque. Anziché un quarto incomodo, un regolamento di conti interno.

Spero per lei che non sia niente di grave, è solo una professionista, niente di personale.

C'hanno rimesso altri 100.000 euro per la messa in scena, senza contare Molly stessa, che deve valere almeno un paio di milioni.

Saranno incazzati neri.

Con giudici, servizi e stampa dalla loro, nessuna noterà niente di strano.

Quanto a Zombi-Nadia, se riuscisse ad avere un sussulto, l'Organizzazione non avrebbe interesse nel farla fuori.

Prima si farebbe dire tutto su di me.

E lei lo farebbe volentieri.

Dicendo il vero, verrebbe scagionata e potrebbe illudersi ancora, anche se il tumore non le lascerebbe scampo.

L'idea del colpo è stata mia: questo direbbe.

Ma è stata solo una coincidenza.

Tutto è avvenuto, infatti, solo per far colpo su una dea.

E per mantenerla come sull'Olimpo.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA MALDITA

di Salvatore Conte (2016-2018)

     

     

Roberta Ramos si è sollazzata abbastanza, adesso è pronta per un'altra scorribanda.

Il potere che ha raggiunto non le basta; vuole sempre di più.

Possente, selvaggia, diabolica, è considerata indistruttibile.

La chiamano la Maldita.

Nessuno è mai riuscito a sorprenderla, non ha mai incassato piombo, e se anche accadesse, tutti pensano che sarebbe in grado di gestirlo senza troppi problemi.

C'è chi la considera un bisonte sacro, vista la forza devastante che la sua immagine incarna.

Di questo passo potrebbe mettere le mani sull'intero Messico.

E ha già un piano per conquistare Novasol.

Roberta sta usando Lampez per farsi strada, ma prima o poi si libererà anche di lui, prima che lui possa liberarsi di lei.

I due finiranno per scannarsi a vicenda.

Intanto, però, la Ramos si gode i suoi successi.

Soltanto il misterioso Chato ha avuto il coraggio di impensierirla.

Lei e Lampez hanno messo una grossa taglia sulla testa di quel guastafeste. Due feroci delinquenti che mettono una taglia su un cittadino onesto: succede anche questo in Messico.

E alla fine il miraggio dell'oro paga: el Chato è un tale Ubaldo Argentiras, un pezzente idealista che frequenta di nascosto niente meno che la bella figlia del Governatore di Muñoza, il nome è Isidora.

Non appena la Ramos apprende tutto ciò, scatta la trappola: è lei stessa che durante un convegno d'amore tra i due, tramortisce Ubaldo e fa possedere Isidora da un toro imbufalito, che la uccide con il suo micidiale fallo, lungo quanto un bastone da passeggio.

Il padre della ragazza crede che a ucciderla sia stato il suo amante, e così lo tortura a morte.

Ma anche in fin di vita, Ubaldo professa la sua innocenza; e allora il suo aguzzino comincia a capire il proprio errore; vaga impazzito nel deserto e finisce per incontrare proprio Lampez e Roberta.

        

        

Con la presa di Muñoza, Lampez e Roberta sono all'apice della loro potenza.

Il piano adesso è quello di allargare l'Impero.

Ma non tutto fila per il verso giusto.

        

        

        

        

        

È proprio una muchacha, Estella, che fa una sconvolgente rivelazione alla diabolica Ramos: «In un punto remoto della Sierra... è custodito un tesoro, Roberta. Oltre il deserto, a miglia e miglia da qui. È il tesoro che el Rajo accumulò in anni e anni di grassazioni, di rapine».

Estella è stata la donna del bandito, e non ci mette molto a convincere l'avida Ramos.

     

Il presagio di Lampez si rivela tuttaltro che infondato.

La spedizione viene bersagliata dai guai: mancanza d'acqua, clima rovente, misteriose sparizioni di alcuni uomini rimasti isolati dal gruppo, malori, sabotaggi e funeste apparizioni di avvoltoi e spettri.

Non manca davvero nulla. E il peggio deve ancora arrivare.

        

        

In mezzo a questi tragici sospetti, gli incidenti si susseguono, falcidiando gli uomini di Lampez e Roberta. Serpenti velenosi, belve feroci, scorpioni: sembra che tutti gli animali del deserto si siano uniti contro un solo nemico.

I feriti vengono abbandonati al loro destino, gli ultimi superstiti si ammazzano tra loro per accaparrarsi la poca acqua disponibile. La banda di Lampez e Roberta, il loro esercito personale, è ormai polvere. Polvere nel deserto.

La stessa Ramos è ormai impazzita dalla rabbia e dalla paura. Sa di aver fallito, di essere finita, ma non vuole ammetterlo. Si stringerà intorno alla sua colt per scacciare i fantasmi che la opprimono.

La massiccia bonona è fottuta, ma conserva un briciolo di lucidità. È la più dura a crepare.

     

     

     

Ubaldo e Isidora, e i tanti morti senza pace, le vittime invendicate della banda di Lampez e Roberta, reclamano giustizia.

Li hanno attirati qui sotto le spoglie di Luis ed Estella, con il miraggio di un tesoro inesistente...

E ora Lampez e Roberta devono pagare!

Già si predispongono a scannarsi reciprocamente, scambiandosi le fatali accuse, nel disperato tentativo di alleggerire la propria posizione di fronte al consesso dei morti.

     

L'alito della morte soffia su Roberta Ramos!

È venuto il suo turno!

La maledizione dei morti la condanna!

Un freddo gelido la penetra in corpo da capo a piedi e le annuncia la fine!

La fine di tutte le sue ambizioni e di lei stessa, la potente Ramos!

Ora anche Roberta ha paura! La massiccia trentenne non vuole crepare!

        

        

        

        

        

        

        

        

        

La Maldita si ostina a provarci, ma ha riportato una profonda lesione all'utero, e non può andare molto lontano. Un bisonte l'ha incornata con qualcosa di ancora peggiore delle stesse corna.

Non è lungo quanto quello - proverbiale - del toro, ma poco ci manca. Se ne ricavano perfino bastoni da passeggio di quasi un metro. È letteralmente in grado di finire in bocca, rimanendo dentro.

Ma Roberta si tiene in vita con il miraggio della salvezza. Il tesoro non le interessa più, il suo tesoro è diventato l'ultimo pezzo di pelle che si ritrova addosso.

Anche gli spettri hanno smesso di tormentarla, la vendetta è ormai consumata.

Nella sua follia, però, la Ramos insegue ancora una via di scampo.

«I fantasmi... non possono spararmi... e Lampez... è crepato... posso farcela...».

Striscia al riparo di una roccia e nel suo disperato delirio si butta sabbia nella vagina, cercando di tamponare l'emorragia, ignorando però che la ferita mortale è interna.

È sola, farfuglia fra sé, schiumando rabbia.

«Quello stupido fantasma... pensava di uccidermi... ma il bisonte... non ce l'ha come il toro... l'ho sentito... ce l'ha bestiale anche lui... ma non sono ancora crepata... nessuno può fermare Roberta Ramos... ricomincerò tutto da capo... con un'altra banda... un altro socio...».

La folle pistolera, infilzata dal fallo del bisonte fin quasi in bocca, e fiaccata dal deserto e le infernali tribolazioni, è ormai in fin di vita, ma - delirando - non sembra rendersene conto.

La Maldita si aggrappa al fisico, mantenendo in vita l'illusione, meramente fittizia, di raggiungere un villaggio.

«Non finirà così... nessuno può fermarmi... quel cane è crepato... io non farò la stessa fine...», Roberta ripete il suo mantra preferito, quasi fosse una preghiera rivolta al demonio. Vuole ottenere una via di scampo. Insiste fino all'ultimo.

E il diavolo sembra darle ragione, perché all'orizzonte si intravede una nuvola di polvere.

Se non è un altro miraggio, se non è un altro spettro, presto ci saranno visite.

Né l'uno, né l'altro, infatti, ma un disertore in carne e ossa. Uno a cui non va a genio di crepare per le guerre degli altri.

L'intesa è immediata, l'apostolo del demonio si dà da fare.

Alla Ramos basta poco per mantenersi in vita: l'acqua le restituisce più di una speranza.

«Insieme faremo grandi cose... ho molto oro da parte... tireremo su una banda... voglio tornare ad ammazzare... ho sete di sangue... voglio tutto il Messico stavolta...», mormora eccitata con il sangue che le cola dalla fica come avesse il mestruo e la bava alla bocca, vogliosa di salvarsi a tutti i costi.

Ma non riesce più a opporsi al destino, si fa prendere dalla disperazione.

«Ho paura... non voglio crepare... chiama uno stregone... presto...», avvelenata dal panico, con il tipico cambio d'umore di un moribondo.

«Chiamo subito lo stregone.

Il Messico sarà tutto nostro, potente Maldita...».

{Amen... ma adesso sbrigati...}, farfuglia con la lingua arricciata sotto il palato.

Bocca spalancata e occhi vitrei, sventrata, incornata dal dio, conosciuto il bastone divino, insegue il miraggio della salvezza.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

IL RITORNO DELLA DIABLERA

di Salvatore Conte (2011-2018)

È l’anno 1882.
Il cadavere del notaio John Walker, con studio a Phoenix, in Arizona, viene ritrovato orribilmente mutilato del cuore accanto a un idoletto azteco raffigurante il Dio Quetzalcoatl, nella sacra forma del Serpente Piumato.
Alcuni testimoni affermano di aver visto allontanarsi dal luogo del delitto una donna dai capelli bruni.
L’orribile omicidio scatena un putiferio e i cittadini di Phoenix si organizzano per una spedizione punitiva contro i villaggi indios al confine con il Messico.
Lo Sceriffo Jeff Ferguson cerca di riportare la calma nella sua città e intanto sviluppa un’indagine fra gli esponenti eruditi e gli ambienti esoterici della comunità al fine di formulare ipotesi sul movente e la matrice ideologica del delitto.
Attestazioni malevoli indirizzano Ferguson verso un giovane indio, di nome Calixto, ritenuto esponente di una setta azteca votata al Dio Quetzalcoatl.
Interrogato dallo Sceriffo, il giovane nega ogni responsabilità e spiega che la volontà di Quetzalcoatl, il divino Serpente Piumato, è contraria ai sacrifici umani, che sono invece associati ad altre divinità azteche; in particolare, la piccola comunità di fedeli da lui guidata, ha messo al bando il culto del Dio Tezcatlipoca, istigatore di sacrifici umani e degenerato fratello di Quetzalcoatl.
Calixto si impegna ad aiutare lo Sceriffo nelle ricerche degli autori del delitto commesso a Phoenix, ma intanto giunge notizia che anche in Messico sono stati commessi efferati delitti simili a questo, e Ferguson decide di allargare la sua indagine oltre i confini dello Stato, sostenendo di averne il diritto in quanto il delitto Walker è avvenuto sotto la sua giurisdizione.
Calixto fornisce allo Sceriffo Ferguson un riferimento utile alle sue indagini: a Hermosillo, in Messico, potrà incontrare un suo amico, un caballero messicano di nome Pablo Fernandez, simpatizzante del culto azteco di Quetzalcoatl, il quale - a sua volta - è in contatto con una sacerdotessa azteca di nome Mitla, detta la Diablera, attiva nella regione della Sierra Madre Occidentale.
Calixto aggiunge che - secondo notizie da lui ricevute - un nutrito gruppo di indios sta provvedendo al restauro di un buon numero di templi aztechi in tutto il Messico settentrionale.
Lo Sceriffo Ferguson lascia la responsabilità dell’ufficio al suo Vice più anziano e insieme ad alcuni volontari si dirige verso sud, in direzione del confine con il Messico.
Nei pressi di Tucson, il gruppo al comando dello Sceriffo Ferguson viene raggiunto da una coppia di cavalieri, composta da un uomo che porta il distintivo della nota Agenzia Pinkerton e da una donna ben matura, ma ancora avvenente.
La donna è Chana Dobbs, una ricca proprietaria terriera che imbraccia con disinvoltura il winchester, la quale esibisce a Ferguson un documento che la incarica di rappresentare gli interessi della famiglia Walker nelle indagini sull’omicidio del loro congiunto, ovunque siano svolte.
L’uomo è Doug Wilkinson, Agente speciale dell’Agenzia Pinkerton, assunto dalla Dobbs per farsi coadiuvare nel proprio incarico.
Oltrepassato il confine con il Messico, la spedizione punta su Hermosillo.
Contattato Pablo Fernandez, e grazie alle informazioni da questi ricevute, lo Sceriffo Ferguson è in grado di delineare uno scenario sempre più preciso ed inquietante: in undici diverse località messicane, compresa Hermosillo stessa, sono avvenuti altrettanti orrendi omicidi rituali, con le vittime mutilate del cuore e una donna dal lungo mantello scuro avvistata in maniera ricorrente sul luogo del delitto, oltre alla circostanza della costante presenza di idoletti del Dio Quetzalcoatl rinvenuti accanto ai corpi straziati delle vittime, tutte di sesso maschile.
Per il momento viene scartata l’ipotesi di rivolgersi alle autorità messicane.
Ferguson ritiene preferibile contattare la sacerdotessa azteca di nome Mitla, ossia la Diablera, che è in buoni rapporti con Fernandez.
Il gruppo galoppa sulla pista che conduce alla località di Moctezuma, addentrandosi nella Sierra Madre Occidentale.
Lungo il percorso, viene intercettato da una pattuglia di rurales, impegnata, unitamente a molte altre unità, in una battuta su larga scala avente l’obiettivo di individuare il covo di una setta azteca capeggiata da una donna india, ritenuta responsabile di una lunga serie di efferati omicidi.
Tuttavia Ferguson mantiene il più completo riserbo sugli scopi del suo ingresso in Messico e riesce a disimpegnarsi dalle non gradite attenzioni dei rurales messicani.
Il giorno seguente, durante l’attraversamento di una gola, il gruppo viene attaccato.
Ne scaturisce un violento scontro a fuoco, in cui Wilkinson e Fernandez rivelano la loro abilità con le armi; ma anche la Dobbs mostra di sapere usare il winchester.
Nella sparatoria vengono feriti a morte tre volontari di Phoenix; Ferguson e Fernandez si sganciano dall’assedio per cercare di sorprendere alle spalle i cecchini che sparano sul gruppo da posizione favorevole; dopo un lungo e pericoloso aggiramento, e una sparatoria ravvicinata, i due riescono infine a prevalere; nessuno degli assalitori è disposto ad arrendersi e nessuno di questi sopravvive; prima di crollare a terra, ricevono numerosi colpi di pistola.
Gli attaccanti si rivelano essere degli indios; le pupille molto dilatate e l’innaturale aggressività e resistenza mostrate nello scontro, portano a ritenere che abbiano assunto una potente droga prima dell’assalto.
Seppelliti i caduti, il gruppo riprende la marcia all’interno della Sierra Madre, fino a quando - sotto la guida di Pablo Fernandez - non raggiunge una grotta che funge da rifugio e tempio alla temuta Diablera.
Creduta morta tempo prima, dopo l’incursione di due gringos, in realtà si era semplicemente data alla fuga, facendo apparire il proprio cadavere davanti ai loro occhi per disilluderli e sottrarsi alle loro colt.
Tornata con maggiore prudenza alla sua attività, aveva incaricato Fernandez di sondare l’affidabilità dei gringos che avessero fatto domande su di lei.
La grotta è disseminata di teschi, ma della Diablera non vi sono tracce recenti.
Fernandez legge alcune iscrizioni azteche presenti nell’antro e spiega ai suoi compagni che Mitla è una sacerdotessa del culto di Mictlancihuatl, la Regina azteca dell’Oltretomba.
Lo Sceriffo Ferguson decide di ispezionare a fondo la grotta e scopre che da questa si diparte un intricato labirinto di tunnel naturali che sembrano perdersi nel ventre stesso della Sierra.
Il gruppo si divide per ispezionare quanti più cunicoli sia possibile, alla ricerca di un qualunque indizio utile alle indagini e al ritrovamento di Mitla, ed è proprio lo Sceriffo Ferguson, rimasto solo, che - con profondo stupore - si ritrova davanti al corpo inanimato, disteso a terra con gli occhi chiusi, di una bellissima donna india dai lunghi capelli neri.
Passato il primo momento di stupore, Ferguson si china per toccare il corpo a terra, ma appena sfiorato, questo assume la forma di un serpente, i cui occhi si aprono e fissano l’uomo, prima di perdersi nell’oscurità, accompagnati da un fruscio sinistro.
Lo Sceriffo, paralizzato dalla sorpresa, non accenna ad alcuna reazione.
Giunta la sera, Ferguson confida la propria esperienza a Fernandez e Wilkinson; la Dobbs viene informata da quest’ultimo.
Durante la riunione, Pablo Fernandez fornisce altre informazioni: si è venuto a sapere, infatti, che un ricchissimo fazendero messicano sta finanziando il restauro di tutti i templi aztechi della regione; ciò sta avvenendo d’accordo con gli indios locali, di vera o presunta discendenza azteca, che si sono riuniti intorno alla figura di un temuto gran sacerdote del Dio azteco degli abissi infernali, Tezcatlipoca, fratello-nemico di Quetzalcoatl.
Il gran sacerdote si è segretamente proclamato massima guida del risorto popolo azteco, costituendo sotto di lui un collegio sacro composto da dodici sacerdoti aztechi, tutti di sesso maschile, vietando altresì alle donne l’esercizio attivo della religione.
Così, con questo pretesto - continua Fernandez - il gran sacerdote ha proibito a Mitla di frequentare le rovine degli antichi templi aztechi e le ha imposto di rinunciare a ogni ufficio religioso.
Ferguson chiede al messicano di poter visitare uno dei templi in corso di restauro.
Giunti presso uno di questi, un tipico teocalli di forma piramidale, i componenti della spedizione reagiscono con grande stupore alla perfetta opera di restauro, ormai conclusa.
Il gruppo è ricevuto con molta cordialità dal sacerdote azteco preposto al tempio, che è anche uno dei dodici componenti il collegio sacro istituito dal gran sacerdote di Tezcatlipoca.
Il sacerdote cerca di convincere i visitatori che i recenti omicidi sono opera di una setta fuori controllo, devota a Quetzalcoatl, e guidata da una donna che si fa chiamare Mitla; la loro negazione dei sacrifici umani è solo una copertura per distogliere i sospetti da sé, e la strega che li guida intende rivaleggiare con il gran sacerdote di Tezcatlipoca, che è l’unico erede legittimo dei grandi sacerdoti aztechi.
Il religioso nega ogni volontà di complotto da parte della rinata comunità azteca; lo scopo delle opere di restauro è quello di affermare - del tutto pacificamente - i diritti dei discendenti aztechi e ottenere dal Governo messicano il riconoscimento di una speciale autonomia amministrativa e religiosa, sul modello delle riserve indiane istituite negli Stati Uniti d’America.
Il sacerdote cita altresì il facoltoso fazendero messicano Don Pedro Gonzalez, che ha finanziato per motivi filantropici il restauro degli antichi templi aztechi caduti in rovina, quale esempio degli ottimi rapporti che la rinata comunità azteca intrattiene con le personalità più in vista della buona società messicana.
Ferguson rimane intimamente scettico e cerca di farsi condurre all’interno del tempio, ma non riesce a ottenerne l’accesso, sotto il pretesto che questo è riservato al clero azteco.
L’Agente Wilkinson non riesce a mascherare le sue perplessità sulla ricostruzione dei fatti svolta dal sacerdote azteco, ma viene subito zittito dalla bella Dobbs, che mostra interesse a blandire il religioso con parole di favore e acquiescenza.
È così che il gruppo guidato dallo Sceriffo Ferguson - meno Wilkinson e la Dobbs, che si trattengono al tempio, ospiti del sacerdote - fa ritorno alla caverna di Mitla, seguito a distanza da numerosi indios devoti al gran sacerdote di Tezcatlipoca.
Ferguson decide di passare la notte all’interno della grotta, nell’attesa di riprendere le ricerche di Mitla, ma nel cuore della notte stessa, gli indios sferrano un nuovo attacco, assediando la caverna e costringendo quel che rimane della spedizione a una disperata resistenza.
Cadono uccisi gli ultimi aiutanti dello Sceriffo.
Ferguson e Fernandez si ritrovano soli.
Quando tutto sembra perduto, appare nuovamente l’immagine della bellissima donna india dai lunghi capelli scuri, già vista dallo Sceriffo Ferguson, che urla ai due superstiti di seguirla lungo il dedalo di cunicoli interno alla grotta. Lo Sceriffo balza addosso all’immagine, cercando di afferrarla, e in effetti riceve la conferma che si tratta soltanto di un’immagine illusoria, come nella prima occasione. Tuttavia Fernandez lo incita a seguirla mentre si sposta sempre più addentro i cunicoli, praticamente all’inferno; oltretutto non sembrano esserci alternative, visto che gli indios hanno ormai invaso l’ingresso della grotta.
Non appena Ferguson e Fernandez si sono allontanati dall’antro principale della caverna, un tremendo boato ne sconvolge l’entrata, cancellando la minaccia rappresentata dagli indios, ma allo stesso tempo rendendo inutilizzabile quella che è l’unica via d’uscita conosciuta.
L’immagine femminile continua a urlare, con voce che riecheggia tra i cunicoli come proveniente dall’oltretomba, imprecando di seguirla.
E i due uomini, non avendo alternative, seguono la misteriosa apparizione lungo un infinito labirinto di strette gallerie sotterranee, fino a quando non giungono di fronte a una porta di pietra scolpita con simboli aztechi.
Lo Sceriffo Ferguson sta per darsi istintivamente da fare per cercare di aprire la porta, ma viene subito bloccato dal compagno.
«Può essere molto pericoloso…», ammonisce a bassa voce.
È allora l’immagine della donna che mostra allo Sceriffo quali simboli toccare, allo scopo - evidentemente - di aprire la porta.
«Se si sbaglia la sequenza, potrebbe scattare una trappola mortale, Sceriffo; si aprirebbe per noi la porta dell’oltretomba».
Ferguson prende sul serio l’ammonizione del messicano, ma sembra non fidarsi del suggerimento della donna, temendo di far scattare proprio la trappola mortale.
A questo punto interviene Fernandez, che senza esitazioni, esegue le istruzioni della donna.
La porta si apre.
E non è quella dell’oltretomba.
Ferguson è sbigottito e si muove in avanti per varcare la porta, ormai convinto di potersi fidare; così facendo, non presta alcuna attenzione all’immagine della donna, ma nell’attraversarla urta inaspettatamente contro qualcosa di solido, e dopo aver perso l’equilibrio, finisce a terra insieme all’immagine stessa.
«Accidenti, Sceriffo… che approccio…».
Nella frenetica marcia dei due uomini lungo gli oscuri cunicoli, l’autentica Mitla in carne e ossa, prima nascosta nei meandri del dedalo, ha sostituito la propria immagine con sé stessa.

Con le sue illusioni, la Diablera aveva beffato anche il famoso Tex Willer, assetato del suo sangue, facendosi vedere morta.

  

Senza alcuna presentazione, la potente Diablera spiega che quel condotto segreto porta ai sotterranei di un tempio azteco, e che al termine di quella stessa notte, nel preciso momento della nuova alba, i dodici cuori strappati alle dodici vittime sacrificate per volontà del gran sacerdote di Tezcatlipoca, saranno offerti al Dio: tutti e dodici contemporaneamente, un cuore in ciascuno dei dodici templi restaurati con il denaro di Don Pedro Gonzalez, il ricco faccendiere che sfruttando le sue relazioni con alti esponenti del Governo messicano, ha fornito protezione politica alla setta azteca capeggiata dal gran sacerdote, allo scopo di arrivare lui medesimo al potere assoluto.
Giunti sotto il tempio, lo stesso visitato il giorno prima dai due uomini, la Diablera introduce i compagni all’interno.
Addomesticate un paio di sentinelle, Ferguson e Fernandez si travestono da celebranti aztechi, sfruttando maschere e costumi rituali rinvenuti nel tempio.
Così i due uomini possono partecipare da vicino alla cerimonia del sacrificio che si svolge nella sala principale del teocalli; al culmine della stessa, il sacerdote già incontrato fa il suo scenografico ingresso nella sala, attraverso la bocca di un idolo gigante, e annuncia a sua volta la clamorosa presenza del gran sacerdote di Tezcatlipoca, che ha scelto questo tempio quale sacro tra i sacri, primo tempio tra i dodici del rinato impero azteco; è così che fa il suo ingresso, nel delirio generale, anche il gran sacerdote, il cui volto rimane però occultato dalla maschera rituale del Dio infernale Tezcatlipoca; con loro grande sorpresa, oltre al cuore della vittima già defunta, i due uomini apprendono, direttamente dalla voce del gran sacerdote, che sarà offerto al Dio anche un tredicesimo cuore, quello necessario a rendere perfetto il sacrificio, e che questo cuore sarà estratto ancora pulsante dal petto di una ragazza messicana vergine: il pugnale di ossidiana brilla di luce sinistra nella mano del religioso.
Il gran sacerdote aggiunge che l’onnipotente Tezcatlipoca gli ha chiesto di impinguare il sacrificio della vergine con quello di due cani bianchi, un cane maschio e un cane femmina, e che la volontà del Dio sarà presto esaudita.
Un attimo dopo, infatti, fanno il loro ingresso nella grande sala, legati e imbavagliati, proprio l’annunciata ragazza messicana, evidentemente rapita da uno dei villaggi della regione, l’Agente Wilkinson e Chana Dobbs.
A questo punto Ferguson sta per intervenire alla disperata, ma Fernandez lo trattiene.
Qualcosa di clamoroso sta infatti per avvenire.
Un grande Serpente Piumato irrompe sulla scena e si avvicina minaccioso al gran sacerdote. Questi è colto impreparato, il panico lo assale e così decide di fuggire, tirandosi appresso la Dobbs, usandola come scudo.
Scoppiano tumulti tra i devoti in sala. Sembrano formarsi due fazioni.
Il gran sacerdote, nella confusione generale, raggiunge la gigantesca bocca dell’idolo e la oltrepassa, portando con sé la donna bianca; quindi aziona la chiusura, non avvedendosi, o non curandosi del fatto che il sacerdote del tempio sta cercando di seguirlo; quest’ultimo rimane stritolato tra le fauci dell’idolo che si chiudono impietose su di lui; ma è proprio grazie all’involontario sacrificio del sacerdote, che con il proprio corpo ha bloccato il meccanismo di chiusura, che Ferguson e Wilkinson, liberato da Fernandez, riescono a superare la bocca dell’idolo e a inseguire il gran sacerdote nei meandri del tempio.
La Dobbs è ormai solo un peso per il religioso azteco.
«Cagna!», le grida contro.
E la fuga prosegue.
Intanto, nella grande sala, imperversa furibonda la battaglia tra le due fazioni rivali degli indios aztechi, una devota a Tezcatlipoca, l’altra a Quetzalcoatl.
Quando l’esito della lotta è ancora incerto, l’immagine di Mitla appare accanto all’altare sacrificale, unitamente a un lungo serpente piumato, tutto avvinghiato intorno al suo corpo, fino alle spalle; uno dei suoi colpisce il gong presente ai bordi della sala e l’attenzione di tutti i presenti viene subito attratta dall’immagine della sacerdotessa, che con abile e convincente solennità esorta gli astanti a deporre le armi e a giurare fedeltà al Gran Serpente Piumato, l’unico Dio che possa ridare dignità al popolo azteco.
Colpiti dal prodigio del serpente, dall’eloquenza di Mitla e fiaccati dalle circostanze, gli indios devoti al cruento Tezcatlipoca si inginocchiano davanti alla sacerdotessa e giurano fedeltà a Quetzalcoatl.
Frattanto, sotto i piedi della Diablera, nei bui sotterranei del tempio, Ferguson e Wilkinson sono sulle tracce del gran sacerdote.
L’Agente Pinkerton si ritrova addosso la Dobbs. È voltata verso la parete. Sembra non accorgersi della sua presenza. Sembra concentrata su altro. Preoccupata da altro.
«Chana…», la chiama l’Agente, con malcelata confidenza.
Non ottiene risposta e allora la volta verso di sé.
Scopre così che l’avida possidente quasi sessantenne si ritrova il pugnale di ossidiana del gran sacerdote immerso fino al manico nello stomaco.
«Doug…».
«Cristo!».
Le passa subito un braccio dietro la schiena e la mette seduta a terra, con la schiena contro la parete.
«Io proseguo, Wilkinson», gli comunica lo Sceriffo, dando per scontato che l’Agente Pinkerton si sarebbe fermato al capezzale della Dobbs.
«Chana… stai calma…», Wilkinson non lo sente neppure, interamente assorbito dalla donna di fronte a sé.
Le asciuga il labbro e cera di rassicurarla.
«Troveremo un dottore, ma devi stare calma…».
«Doug… sei un idiota… non capisci… che sono… fottuta…».
«Non dire sciocchezze, sei tu l’idiota se pensi questo…», riesce almeno a strapparle un debole sorriso. Non certo una cura definitiva, ma un tampone, quello sì.

Ben presto i pochi superstiti della spedizione partita da Phoenix si ritrovano nella grande sala del tempio.

C'è lo Sceriffo Jeff Ferguson, che è tornato indietro a mani vuote; c'è l'Agente speciale Doug Wilkinson che invece è tornato indietro a mani pienissime; e c'è l'avida, matura bellezza di Chana Dobbs, anche lei a mani vuote e con un coltello di ossidiana piantato nello stomaco.

La Diablera si sta occupando della donna bianca. Il caballero Pablo Fernandez della ragazza rapita.

«Mi è sfuggito», confessa lo Sceriffo a Mitla.

«Lo so, lui conosce il labirinto, tu no».

«Ci sono sospetti su chi si nasconda dietro quella maschera?».

«No, nessun sospetto; solo una certezza.

Dietro quella maschera c'è il volto di Don Pedro Gonzalez, l'uomo che sta finanziando la rinascita della comunità azteca; tanto affascinato dai suoi culti da ergersi a leader supremo...».

Ferguson rimane basito.

«Come ti chiami... ragazza...?», è la Dobbs a domandarlo.

«Mitla».

«Se riesci... a salvarmi la pelle... farò in modo... che... tutto questo... diventi tuo...».

«E come?».

«La famiglia del notaio... ucciso a Phoenix... io la rappresento... questo tempio... dovrà risarcirli... sarà confiscato... ma poi... io... lo lascerò a te... e daremo loro... le briciole... sono ricchi... lo stesso...», non si parla bene con un pugnale rituale nella pancia.

«E va bene. Mi sei simpatica, vecchia donna bianca dalla bellezza che non tramonta. Tanto ti avrei servito lo stesso, l'ho fatto da subito, non te ne sei accorta? Ma non conosco i disegni finali della mia Regina, so solo che non hai molte possibilità», un'ombra di delusione cade sul volto tirato della Dobbs.

«Forza ragazza... la vecchia Dobbs ci prova...», ritrovando il mordente da consumata bagascia di lusso.

Cristallizzata la situazione, lo Sceriffo Ferguson richiede l’intervento delle autorità messicane, che prendono in carico il prosieguo dell’indagine.
Pablo Fernandez rimane accanto a Mitla. Mitla e Wilkinson accanto alla Dobbs, agonizzante e ombra di sé stessa, uccisa o  comunque ferita a morte dal gran sacerdote di Tezcatlipoca, anche se ancora aggrappata - con il fisico, l'esperienza e l'orgoglio di bagascia sessantenne - agli ultimi sussulti di vita.

Lo Sceriffo di Phoenix, Jeff Ferguson, ritornerà da solo.

All'alba si congederà dalla sua compagnia.

Nella sua città sarà con ogni probabilità raggiunto dalla notizia via telegrafo del decesso di Chana Dobbs, fino all'ultimo impegnata a vagheggiare potere e ricchezza, ma che aveva incassato soltanto fatale ossidiana, rimanendone stroncata.

Ma intanto vaga tra i fuochi rituali accesi ai piedi del teocalli, in una notte avvolta nell’aura di sangue e morte che ancora stenta a dissiparsi fra le ombre pesanti della Sierra Madre.

E forse, anche lui stregato da una bagascia che non si arrende, che ci crede fino in fondo, avrebbe atteso la notizia senza allontanarsi troppo.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

WilLer si fa scudo

di Salvatore Conte (2016-2018)

(disegni di Sandro Scascitelli - 2013)

        

        

        

        

Per evitare la pallottola del bandito, Willer si fa scudo del pezzo di donna davanti a lui e Amabel Collins paga con la vita il brutto scherzo del Ranger, rimanendo uccisa a terra.

È lei, infatti, a beccarsi una fucilata nello stomaco: un colpo che non le lascia scampo.

Lo sparo rimbomba nella stanza come un tuono di morte, moltiplicato tre volte.
Grazie al provvidenziale scudo, Willer fa in tempo a piazzare la risposta, dritta al cuore.
Intanto, però, una fucilata che non perdona ha mandato lunga a terra Amabel Collins, che malgrado la stazza è rimasta stroncata dallo shock fatale.
La formosa sagoma ha fatto da scudo a Tex Willer!

     

     

Mentre Willer e Felicia se ne vanno, la Collins si contorce a terra con lo stomaco bucato, senza vedere molto davanti a sé.

Ma vuole tentare.

Assorbito lo shock, riesce a girarsi ventre a terra e comincia a strisciare - con la forza della disperazione - verso la porta.
Non ha obiettivi concreti, ma non può rimanere ferma ad aspettare la morte.
Un’altra, al suo posto, si sarebbe già arresa.

Crede troppo in sé stessa per lasciarsi andare.
Ma ci vuole un piano. E la sua unica possibilità è quella di supplicare il suo nemico.
Non può essere lontano, sarà obbligato ad ascoltarla.
Se la sua vita è finita, complicherà quella di Willer fino all'ultimo respiro.
Amabel Collins tira fuori tutto il fiato che le resta, nella speranza di commuovere il Ranger...

«Aspettami qui, Felicia. Non può averne per molto».

Il Ranger è costretto a rientrare in casa e ad assisterla.
È pur sempre una donna, ed è ferita a morte.
La stende sul letto e le tampona il buco.

La botta è stata forte.

Ha la bocca impastata di sangue.

Trattiene a stento un fiotto.

Lo sputa quando inizia a parlare.
«Ti ho salvato... il culo... stronzo...», è la seconda cosa che gli vomita addosso. «Questa pallottola... era indirizzata a te... sono morta per te...».
«Stai calma… non correre...», la tranquillizza il granduomo.
«Tranquillo... voglio provarci... chiama... subito... un dottore...
Voglio... salvarmi... anch'io...».
«Bevi, intanto...», l'aiuta a mandare giù un po' di whisky.
«Ce l'hai... mai avuta... una donna...?».
Il Ranger si incupisce.
«Ti ha lasciato... vero...?
È morta…?», affannando con occhi allucinati, cercando di non vomitare anche l'anima. «Potresti... metterti... con me...
Io... ho la pelle dura...».
«Non sei male. Ma se anche ce la fai, cosa di cui dubito, ti aspetta la corda».
«No… se mi copri tu... dirai... che... si sono… ammazzati... fra loro...».

«E gli altri che hai ucciso?».

«Gli altri... non li troveranno... mai... mai...!», un ghigno sinistro le increspa le labbra.
«Perché dovrei farlo? Io sono Tex Willer, il Ranger del Texas».
«Andiamo... sei cieco...? Una come me... non la trovi più...
Non sono vecchia... ho l'età giusta per te... ho la carne... e sono una gran puttana… lo sai anche tu...
Chiama un dottore... tappami il buco... e mettiamoci insieme...», la Collins prova a crederci.
Il Ranger scuote la testa e si avvicina alla porta.
«Felicia...! Vieni dentro!
La cosa va per le lunghe...».
La Collins, nonostante tutto, mantiene il controllo.
Ha fisico ed esperienza, due fattori molto importanti in questi casi.
E anche una buona dose di arroganza; occorre anche quella.
«Però non dovrai crearmi problemi», le sussurra Willer, tornando sul loro discorso.
«No... certo… perché dovrei…».
«Bueno.
Ora devi riuscire a non crepare, o l’accordo sarà nullo».
«Tu non preoccuparti… procurami un dottore… e io... ne verrò fuori…».
La Collins è sicura di sé, il fisico la sostiene, l’esperienza le suggerisce di non mollare.

La morte - però - la guata da vicino…

«Quei cani... in fondo al pozzo... mi chiamano... mi aspettano... vogliono... trascinarmi giù... in mezzo a loro... io li sento...!».

«Quanti ne hai uccisi?».

«Tanti... non li ho mai contati... ma erano solo... cani... e porci...

Tu... invece...».
«Ti procuro uno stregone, Amabel. Di più non posso fare.

Domani all’alba lo convocherò qui alzando segnali di fumo in cielo.
Intanto, per superare la notte, mastica questa…».
Willer le fornisce droga in foglie tagliuzzate.
«Sono la tua donna... adesso... questo è ciò che conta...», e mastica nervosamente, sforzandosi di mantenere il controllo, ansiosa di andare avanti, soddisfatta di aver raggiunto l'obiettivo e messo le mani sul famoso Willer.
«Sto di là con la ragazzina, Amabel. Se ti senti qualcosa, chiama. Verrò subito».
Il Ranger esce in veranda con Felicia.
La Collins non supererà la notte e lui tornerà libero.
È una bella donna, ma non ha scampo, e lui lo sa.

Sarà un altro macigno sulla sua coscienza, che si aggiungerà ai tanti di cadaveri di belle donne, morte a causa sua.
«Se è cattiva, perché l'aiuti?», gli domanda la ragazza.
«Perché è una donna, e ha le ore contate».
«Ma è cattiva... e quando morirà, sarò contenta».
«Sei molto dura, Felicia».
«Tex... Tex...!», la Collins lo chiama, la voce è pressante.
Willer è subito al suo capezzale, come promesso.
«Sto male... stammi vicino...».
«Bueno. Rimango qui.
Cerca di stare calma, Amabel...».
«Non mollo... stai tranquillo...
Sono... la tua donna... insieme... staremo bene...», la Collins è ancora convinta di salvarsi, o almeno vuole farlo credere. «Che ti ha detto... quella vipera... voglio saperlo...».
«Niente di importante».
«È più cattiva... di me...», con esperienza stringe le mani sullo stomaco, per mantenersi a galla nel marcio. «Sarebbe capace... di spararmi addosso... e di farla finita... ma tu non vuoi... vero... Tex...», articolando le dita sul buco, per sentire in tempo la morte e gestire la fine, provando ancora a mantenere il controllo.
Tecniche di sopravvivenza.
«Nessuno ti toccherà, Amabel. Né corda, né piombo».
Il tono è deciso, da farla bagnare.
La guarda.

E finalmente cede, non resiste più, le allenta un bottone e le mette una mano sulle tette, dentro la camicetta scollata.
Il granduomo s'è sciolto.
Il Ranger riassapora, dopo molto tempo, il gusto di toccare una bella donna, forse la più potente in circolazione.
«Sono tua... sei fortunato... tiro i freni per te...».
Willer insiste.
«Bravo... fai pure... sei sulla pista giusta...», lei è contenta, perché così non si scolla più; l'ha fregato.
È notte fonda, Willer non può allontanarsi neppure un attimo, perché la Collins potrebbe avere bisogno di lui in qualsiasi momento.
«È quasi l’alba, Amabel. Vado fuori a preparare il falò».
«Felicia... portala con te… quella… è capace… di farmi la pelle…
E torna subito…
Un momento… Tex… ti amo…».
«Anch’io, Amabel…».
Gliel’ha detto.
E non è stato poi così incredibile.
Anche se per poche ore, è stata la sua donna.
Gliel’aveva promesso ed è stato di parola.
La parola di Tex Willer non mente.
Lei quasi arrossisce. Un'assassina, ma pur sempre una donna.
«Ancora non è morta?», gli chiede Felicia.
«No. È una pellaccia».
«A te piace anche se è cattiva?».
«È pur sempre una donna, te l’ho detto, ragazzina.
Amabel pensa che tu la uccideresti.
È così?».
«Forse sì, perché è cattiva. Tu mi daresti una pistola?».
Se la guarda.
«Non dire sciocchezze. È già morta. Quando arriverà la fine, morirà due volte: non ti basta?».
«Mi ha fatto molto male. Vorrei vederla morta subito».
«Allora aveva ragione…».
Il fumo sale alto nel cielo spettrale dell’alba.
Willer può rientrare al capezzale della Collins.
Fatica ancora a credere che si tratti della sua donna. Però gli piace, non può negarlo.
È una donna molto diversa dalla sua Lilith, ma anche molto bella e ostinata: estenuando la sua agonia, respingendo la morte, ha dato un senso alla sua vita.
«Tra poco lo stregone sarà qui, ti giocherai le ultime carte».
«Tex… ci provo… sono la tua donna… non voglio deluderti…».
«Impegnati, allora».
«Tex… ti amo…».
«Anch’io, Amabel…».
Willer sa che il crollo della Collins si avvicina e perciò si mostra gentile, non gli costa molto.

È pur sempre una donna che muore, e l’aver tanto lottato le renderà la fine ancora più amara.
Ma questo è un rischio che lei ha scelto consapevolmente, lusingandosi - nonostante la fucilata nello stomaco - di poter trovare una via di scampo, facendo leva sul fisico, l’esperienza e la cattiveria.
Adesso il Ranger non può allontanarsi nemmeno un attimo. Potrebbe ritrovarla cadavere.
Lo stregone la trova moribonda, non c’è stato un vero e proprio crollo, ma un aggravamento fatale.
La medicina indiana, pur potente, è arrivata un po’ troppo tardi.
La Collins è in fin di vita.
La bocca aperta, gli occhi spenti e un respiro irreale, molto rallentato.
Lo stregone insiste, ma c’è poco da fare.
Willer non riesce più a contattarla, lei non gli risponde più.
«Ti amo, Amabel…».
Finalmente arriva un sussulto a mo’ di risposta.
L’argomento è di quelli che riaccendono un cadavere, e a lei manca poco per diventarlo a tutti gli effetti.
Felicia è contenta e non lo nasconde.
Nonostante tutti i suoi sforzi, la Collins è sul punto di lasciarci la pelle.
La cattiveria della ragazzina comincia a infastidire Willer, che l’affida ai guerrieri indiani che hanno scortato lo stregone.
Il Ranger tiene per la mano la sua donna, che a stento lo percepisce intorno a sé.
«Tex…».
«Amabel… di’ qualcosa…
Avevi il controllo... mi avevi promesso di venirne fuori.
Devi spremere tutto quello che ti rimane, se vuoi tentare ancora...».
Willer sta mentendo. L’uomo della medicina ha detto che la donna bianca non vedrà il tramonto.
«Tex... ora… va meglio... è stato… solo... un brutto momento...», la Collins sembra avere un leggero miglioramento, sicuramente temporaneo.

«C’è molto lavoro da fare, Amabel. Devi spremerti. Lo stregone ti darà altre cose. Ma niente cedimenti. O sarà la fine. Mi hai capito bene?».
«Tex... io… ti amo... sono… la tua donna...».
«Lo so. Ma potresti rimanere uccisa, Amabel. E allora il nostro patto sarebbe annullato».

«Lo so... lo so... amore...», mentre parla, la Collins articola nervosamente le dita sullo stomaco, per mantenersi reattiva e cercare di tenere sotto controllo la sua pericolosa situazione.
Basterebbe un attimo di distrazione e finirebbe nel baratro.
Willer sa già che è morta, ma gli piace come combatte. È la cosa di lei che gli piace di più, e in virtù di ciò comincia a considerarla davvero la sua donna, ossia una donna degna di lui.
Nell'impenetrabile Tex Willer si fa strada una sincera ammirazione per la moribonda Amabel Collins.
La grandonna rimane appesa a un fragile equilibrio, che può spezzarsi in qualunque momento.
Ma c’è una certezza: la donna di Tex non vedrà il tramonto.
«Tex... se non sbaglio… hai tre pard...
Io... sarò il quarto... so sparare... e uccidere...».
«E incassare piombo...
Vedremo se piacerai agli altri».
«Sono... la tua donna... nessuno... potrà fermarci...».
«Bueno, Amabel...
Sarai il quinto pard.

Ma non dovrai esporti troppo.

La scollatura si apre solo per me...».
«Claro... sono... la tua donna...».

Ma le ore passano e la fine matura inesorabile.

Le condizioni di Amabel si aggravano ulteriormente.

Willer è sempre più preoccupato.

La Collins si sta spremendo, ma non serve a molto.

Il baratro è aperto e lei ci sta rotolando dentro.

Occhi appannati e bocca spalancata: ormai le arriva solo un filo d'aria.

«Sei una puttana, ma ti tengo», Willer fa il galante e le prende la mano.

«Tex... ti ho mentito... non riuscirò... a salvarmi...».

«Che dici...».

«Farò la fine... della tua... Lilith...».

«Non dire sciocchezze... o ti ficco un'altra palla in corpo».

«Vacci piano... cowboy...», Amabel si è confessata, voleva vendicarsi, farlo soffrire, e c'è riuscita.

«Amabel... ascolta... lo sapevo anch'io che eri fottuta...», recuperato il sangue freddo, anche Willer si confessa.

«Fottiti... tu... stronzo...».

«Non stiamo più insieme?».

«Ci stiamo... scannando... come... una coppia sposata... vuol dire che... funzioniamo... Tex...».

«Addio, Amabel.

Siamo stati insieme».

Le tampona il buco e le asciuga la fronte e il collo.

E le passa una mano sul seno.

«Ma insomma... quanto ci mette...!», Felicia è sfuggita al controllo dei guerrieri indiani.

«Piccola cagna...!».

L'irriverente uscita della ragazzina ha il potere di incattivire la Collins, che ha una sorta di rigurgito.

«Bastarda... non mi vedrà morire... portala via...».

L'odio può spesso più dell'amore, se amore può chiamarsi quello di Amabel per Willer.

E il tramonto arriva, con la cattiveria ancora in corpo.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

FINE DI UNA MESSALINA

di Salvatore Conte (2016-2018)

IL PRESAGIO

Aveva sognato di ritrovarsi con le budella di fuori.
Un presagio funesto che non l’ha fermata.
Troppa l’ambizione per aver paura di ritrovarsi con le budella in mano.
Troppa la sete di potere per godersi l’acqua pulita che le scorreva nelle interiora sane.

LA FINE

«La falsa matrona Romina Messalina ha preso ferro! E bello lungo...! E due volte! Due!».

L'amministratore del gruppo plebeo "Tutti i cazzi de Roma" strilla per le vie della Città portando la ferale notizia.

«Si può sapere che cazzo stai dicendo? Non si sente niente», un tale lo ferma, il messaggio non arriva, l'orecchio non prende, disturbato dal frastuono dell'Urbe.

«Romina Messalina... la matrona tarocca... dovresti conoscerla...».

«E allora...?».

«L'hanno tolta di mezzo...».

«Che cosa?!».

«È finita nella congiura del fratello. Due pretoriani l'hanno stroncata col ferro; un colpo per uno, per condividere la responsabilità: i consoli del ferro... ti piace?».

«Giove benedetto! Dici sul serio?».

«Lo sanno tutti che lei non c'entrava un cazzo con gli affari del fratello, ma si sa che le donne ci vanno sempre di mezzo... e poi giocare col gladio, a Roma, si sa... è troppo pericoloso...

Non le mancava certo l’ambizione, ma non aveva gli intestini per rischiare tanto, sebbene adesso dicano che li abbia tirati fuori…!», un sorriso sardonico e impietoso, a corollario dell’efferata battuta. «Quello stronzo del fratello, poi, il ferro non l'ha ancora preso. È stato portato a palazzo per essere interrogato. Sono coinvolte decine di personalità».

«La Messalina... è morta subito?».

«No, ha un fisico da bestia, si sta ancora consumando. Prima stava salutando gli amici più intimi. Se ti sbrighi, farai in tempo a salutarla... anche tu...», finisce tra sé, perché l'altro è già partito, sembra calzare i sandali di Mercurio.

Quando la vede, Publio tira un sospiro di sollievo: Romina Messalina non è ancora cadavere.

La prestante matrona è seduta nell'atrio, stretta in mezzo a due serve, che l'aiutano a tenersi dritta, le tamponano il sangue sul labbro e le portano alla bocca del vino per tenerla su; con una mano non lasciano mai la pancia della padrona, premendovi sopra delle bende, cercando di contenere le perdite; sotto di quelle la matrona ha due paia di labbra nuove.

La condanna è stata spietata.

Sorpresa nei sui bagni privati, le hanno affondato il gladio in corpo.

Due volte.

La tunica bianca è inzuppata di sangue fatale, il volto è pallido e teso, conscio della fine, anche se lascia trapelare un sorriso; forse perché la finta matrona è contenta di non esserci rimasta secca sul colpo e di avere il tempo per salutare famigliari e amici.

Statua vivente di Giunone, erede delle famose e venerate matrone latine, pur senza aver generato, Romina Messalina riceve le ultime adulazioni.

Le baciano i piedi, disperandosi per la sua sorte.

«Reverendissima Messalina... ditemi cosa io possa fare per voi...».

«Publio... ci sei anche tu... amico mio...

Scrivi la verità... sono coinvolta anch'io...

Ho chiesto pietà... ma quelli... hanno colpito...», un attimo di pausa e affaticamento, rivive il momento con gli occhi spalancati, come se la colpissero di nuovo. «Non un colpo... ma due...! Avevano paura... dovevano... spartire il delitto... e c'ho rimesso io... io... io un colpo... me lo tenevo...», sussurra la possente Romina, con rimpianto e paura. «Ti basta… per scrivere…?».
«Forse avevano paura che un colpo non bastasse per uccidervi.

Comunque a me basta. Ma voi?
Un carnefice, un’avvelenatrice, non avete chiamato nessuno?».
«Se mi muovo… potrebbero tornare… e poi… a che servirebbe…

Amico mio... fammi andare avanti… non ho molto tempo…», ha fretta; si gestisce, ma sa di essere finita.
Publio lascia spazio agli altri in coda. Sono tanti.
Altri baci sui piedi.
Romina Messalina è venerata come una dea.
«La falsa matrona è sulla Porta di Dite! In suprema cum morte luctatio! Ha preso ferro! Due volte! Due!», l'amministratore del gruppo "Tutti i cazzi de Roma" aggiorna la situazione per le vie della Città, tenendo i seguaci con il fiato sospeso per la tragica sorte della famosa matrona. Sia pure sbudellata dal ferro, ci si chiede se continuerà a lottare e quanto potrà resistere, così prestante come tutti la ricordano: era solita infatti passare tra loro, sempre imponente e ben tenuta, quasi sciolta - per grazia degli dei - dal dovere di invecchiare.
Agli amici di Messalina si aggiungono i curiosi, che vogliono conoscere dal vivo la situazione della moribonda. Non vogliono farsi raggiungere passivamente dalla notizia della sua fine: vogliono in qualche modo partecipare all'evento e ascoltare le grida degli intimi, quando la situazione giungerà al culmine, con la possente matrona che lotterà fino all'ultimo prima di arrendersi e farsi cadavere. Tutti infatti ne conoscono l'ambizione e l'arroganza, che saranno le ultime a essere spente dal gladio.
Si crea fermento, quasi tumulto.
Tutti vogliono vederla, possibilmente da viva e poi, persa la suprema lotta, da cadavere.
Gli amici sono finiti, Messalina ha fatto il suo dovere, loro il proprio; ora sarebbe pericoloso far entrare anche la plebe; i pretoriani tornerebbero per negarle gli ultimi respiri e lei non li vuole buttare via.
Ma la plebe, anche se imbelle, assicura un certo grado di potere, nessuno a Roma l’ha mai sottovalutata, almeno tra i grandi notabili.
È così che Romina Messalina cerca comunque di ottenerne qualche vantaggio, disponendo di farli entrare di nascosto, dal retro, un po’ per volta.
È un azzardo, ma non può semplicemente mandarli via. Forse quell’entusiasmo morboso per una matrona che muore, potrà trasmetterle una scintilla di vita, che a lei sarebbe indispensabile per trascinarsi ancora un po’ su questo mondo.
Anche Publio è rimasto nei paraggi, in attesa di assistere al momento fatale, allorquando Messalina dovrà arrendersi all’incombente destino.
La situazione, tuttavia, non è critica al punto da far presagire un crollo imminente della prestante matrona latina, che riesce ancora a ritardare l’imbarco sul traghetto di Caronte.
Quello la nota sulla sponda e le va incontro, lieto di portarla a bordo, abituato com’è alla solita feccia.
Ma lei, all’ultimo, gli scivola via, e in quei pochi attimi sopraggiungono a decine, da ogni parte del mondo, perché la Porta di Dite è sempre aperta e ha varchi ovunque.
Caronte non la vede più, deve accontentarsi della solita feccia.
La plebe ossequia Romina Messalina, portando omaggi e spendendo sacrifici al suo capezzale. Tutti sono stati perquisiti dal muscoloso schiavo numida, perché la matrona ha i suoi nemici e qualcuno potrebbe approfittarne per abbreviarne le pene.
La morente chiama a sé Publio.
«Ora chiudo le udienze…
Vai da Vatsapio… e digli… che mi sono aggravata…
Oppure… quelli torneranno… a spegnermi…
E poi torna… perché il freddo mi invade… e non terrò… lontano… Caronte… a lungo…».
«La matrona Romina Messalina non ce la fa più! Ha l’occhio fisso all’Olimpo! È persa ormai la suprema lotta! La gran donna, incorrotta dopo sessanta stagioni, indirizza ai suoi intimi gli ultimi sospiri!», Vatsapio diffonde nell’etere capitolino le ultime notizie sulla sorte della moribonda.
Intanto i pretoriani eseguono perquisizioni, arresti e condanne.
Il complotto è definitivamente sventato.
Nel traffico generale, nessuno ha più tempo di chiedersi se Messalina sia stata puntuale con Caronte o no. La condanna è stata eseguita: questo importa.
Non c’è solo Vatsapio nell’Urbe, con il suo gruppo immortale “Tutti i cazzi de Roma”.
C’è pure Pasquino, con i suoi aggiornamenti fulminei, le notizie dell’ultima ora su tutti i muri più in vista della Città.

Dopo le udienze, la matrona si è chiusa nella sua casa, con la gente di Roma fuori dalla porta, ad aspettare il culmine della tragedia.

Ma la plebe è impaziente, vuole notizie, preme, bussa alla porta.

«La matrona è vigile, sta bene, non ha paura», una delle generiche dichiarazioni dei servi, impegnati a calmare gli animi.
Lei è distesa sul letto, gli occhi sbarrati sulla porta (come dovesse aprirsi e inghiottirla), tesa e grave, quasi imbarazzata.
Intorno a lei, il carnefice, l’avvelenatrice e Publio Annio, uno dei suoi segretari, forse il più devoto, che ne raccoglie gli ultimi fiati.

Il carnefice, tenuto sotto controllo, le ha risistemato alla meno peggio le budella, bendandola con una fasciatura rigida: almeno adesso non si vedono più.

L'avvelenatrice ha cercato di stabilizzarla, per farle guadagnare un po' di tempo, quanto non si sa.

Publio prende appunti sulle ultime ore della matrona, le ultime parole, le ultime reazioni: come affronta la fine, insomma, affinché i posteri ne siano informati.

Tutto serve per rendere decorosa la sua morte, come merita una donna di questo genere.

Bisogna cercare di farle vivere tutti i fiati che le rimangono, senza buttare via nemmeno un granello della clessidra: è il modo supremo per rispettare la sua importanza e la sua lotta; anche se non vi sono possibilità di modificare il verdetto della sorte.

Accompagnarla alla fine, alla Porta Fatale, concedendole tutte le divagazioni possibili: questo l'ultimo servizio.

Sessanta stagioni, di cui almeno dieci segrete; due colpi di gladio ben affondati; e ancora tira qualche difficile fiato.

Non c'è altro da fare per la bella matrona. Solo divagare.

«Publio... non allontanarti...», la morente ha paura, è umano.

«Sono qui, non mi muovo».

«Volevo tentare... ancora...

Ma...».

«Ma...?».

«Ma... c'è poco da fare...».

Publio sa che ha ragione, e non risponde.

Nella clessidra scorre la polvere, i granelli sono tutti da una parte.
Romina Messalina, con facile preveggenza, si è aggravata davvero; al punto che Caronte la sta trascinando sulla barca fatale, anche senza obolo; le offre un passaggio.

Scorre l'ultima sabbia nella clessidra, la situazione si fa critica.

Il fiato è sempre più corto, il panico la blocca, Plutone la chiama.
«Publio… sapevamo… che il momento… sarebbe giunto…», sembra che voglia lasciarsi andare, vinta dalla paura.
«È vero, reverendissima matrona, ma non si è mai pronti a lasciare la lotta».
«Ho provato… a rimandare…», quasi a giustificarsi, «ma non… non ce la faccio più…», le palpebre cadono pesanti sugli occhi annebbiati.

«Coraggio, venerata matrona... rinsaldate le forze!», ma quella è ormai sovrastata dal suo destino.
«Ho perso… la suprema lotta… il freddo mi spegne… eppure... ho lottato...», è l'annuncio della resa.

«Siete stanca, ma potete lottare ancora: forza!», la incoraggia il segretario, ma quella nemmeno lo sente, ormai ha quasi fretta di crepare.

«Publio…», sussurra il nome con voce dolente e allarmata, ha la fine scritta sul volto, «il momento… non lo decido... io... è finita… muoio...», la bocca si spalanca…
«MATRONA!», urla il segretario, così forte che tutti possono sentirlo.

«Giunone… aiutami...», biascica gutturale a bocca aperta la prestante matrona; sta crepando, vede la morte, c'è poco da fare per lei, «muoio… a...iuto… mu...o...», non finisce nemmeno, è l’ultimo fiato, la bocca rimane spalancata...

La situazione è precipitata in poco tempo, Messalina ha chiesto aiuto, ma troppo tardi.

La delusione è grande.

«MATRONA!», la chiama ancora, non si è arresa, ha chiesto aiuto, ma si sapeva quello che sarebbe accaduto.
I servi moltiplicano le grida, il panico dilaga tra la folla in attesa.

«Per Plutone!
Che dici, sarà crepata?».
«Per forza, non hai visto che era cotta?
L’hanno sventrata con tre o quattro colpi di gladio, roba da non crederci.
Ha fatto la grande fino all’ultimo e poi è andata a crepare per conto suo, con i servi che ci tranquillizzavano per evitare tumulti, come se noi non sapessimo che si stava consegnando a Plutone».
«Che donna…! Possibile che sia finita?».
«Non senti come strillano i servi?».
«Aspettiamo che esca il cadavere».
«Certo... e chi si muove?».
«Qualcuno dice che i colpi sono stati due…».
«E che differenza farebbe? Se anche fosse, ti sembrerebbero pochi? Hai mai visto un gladio da vicino?
È più alto di un bambino di dieci anni; ed è largo quanto la mano di un adulto.
Si può sopravvivere, se si ha molta fortuna, solo a un colpo e se non è affondato bene, lo sanno tutti.
A lei invece gliel’hanno messo tutto dentro. Se fosse accaduto a un’altra donna, l’avrebbero ritrovata divisa in due parti.
Non so quale demone le abbia retto il gioco fino adesso, ma di certo la cosa è durata fin troppo e adesso è finita; anche se mi sentirò tremare le gambe vedendola passare cadavere.

Sembrava non invecchiare mai, quasi eterna e indistruttibile, così simile a Giunone».
«E invece era una mortale come noi e il gladio l’ha distrutta».
«No, mortale come noi, proprio no».
«Lo so, lo so, lo so bene. Ma pare abbia perso la suprema lotta anche lei».
«Una vera lotta non c’è mai stata, il suo destino era segnato sin dall’inizio, il gladio non perdona, il gladio ha costruito l’Impero e il gladio lo distruggerà».
«Dovevi fare la Sibilla».
«Certe cose, dette da un uomo, non sembrerebbero né credibili, né misteriose.
Le donne... o sono tutto, o sono niente, a Roma».
«Oggi niente, purtroppo per la nostra bella matrona.
Se è morta, si è spenta da infelice: di sicuro non si aspettava di finire così».
«Ma i pretoriani non hanno avuto riguardi, non sempre si ha un Burro tra loro.
Messalina ha pagato caro, forse troppo. Non se lo meritava. Era gentile con noi quando passava, le piaceva essere adulata.
Ormai è finita, comunque. Te l'ho detto. Non ci resta che accompagnarla al sepolcro e aspettarne un’altra, se gli Dei non ci abbandoneranno. E c’è chi dice che lo faranno presto».
«C’è chi dice che saremo noi a farlo».
«E che differenza farebbe?
Si curano di noi, se noi lo vogliamo.
E da quel che si è visto oggi, con l'assassinio di Messalina, non mi sembra che lo vogliamo molto; anche se non c’è limite all’empietà, e almen - oggi - c’è ancor chi pianga, ossia gente come noi».
«Dovevi fare il poeta».
«Non lo si può fare tutto il giorno, quando mi riesce lo faccio: contento?».
«No, io piango».
«Piangiamo insieme, amico mio».

Vatsapio e Pasquino si involano per la Città.
La notizia arriva ovunque in un baleno.

Le voci si spargono, tumultuose, confuse.

Romina Messalina ha lottato con tutte le sue forze, ma è rimasta uccisa.

È spirata, o comunque vicinissima a farlo, tirata sena speranza negli ultimi spasmi di una fatale agonia giunta all'epilogo...

La disperazione dilaga, non c'è più niente di fare, la tragedia è consumata.
Si attende ora di vedere il cadavere.

L’Imperatore non immaginava che la caduta di Messalina avrebbe generato tanto cordoglio.
Un certo timore si insinua a corte.
Gli umori repressi della plebe sono pericolosi.

A Bruto non giovò l’uccisione del padre.

E qui a perire c'è la matrona più famosa di Roma.
I pretoriani vengono spediti a prelevarne il corpo.
Ma non riescono a entrare, quattro di loro sono linciati dalla folla; sono giunti impreparati, con troppa arroganza, nelle anguste vie dell'Urbe, formicolanti di plebei infuriati: anche il gladio è piegato dalla rabbia.
Nella confusione generale, non si riesce nemmeno a verificare la notizia, a capire se è stata esagerata, anticipata, o rispondente a cadavere, che sia pur ancor caldo, sia destinato a freddarsi, a poco a poco, insieme alle ultime, vaghe speranze di intravedere una reazione nella prestante matrona annientata dal gladio.

Di tutto questo approfittano alcuni congiurati, tuttora scampati alla retata, che infiammano la plebe e la spingono verso il palazzo, con il corpo di Messalina al seguito, finalmente tornata visibile.

Caricato su una lettiga, è oggetto di morbosa attenzione; un braccio della sventurata cade a penzoloni dal bordo, è evidente che la bella matrona non ha più il controllo; nonostante tutto, l'avvelenatrice prova ancora a farle inalare dei sali, o chissà quale altro proibito intruglio; spes ultima dea: si spera in una sua reazione, in un sussulto disperato, nella sua voglia di protrarre la lotta; il braccio viene tirato su, per una questione di rispetto.

C’è anche chi cerca di ficcarle in bocca l’obolo per pagarsi Caronte, ma viene fermato.
«Se aspetta un po’, non le farà male».

A deludere le speranze di una ripresa in extremis, quella bocca spalancata e incredula, indiscutibilmente di cadavere, quello di una matrona dalle sessanta stagioni, sempre bella e prestante, che ha chiesto aiuto fino all'ultimo, incapace di arrendersi.

In molti urlano, quando riescono ad avvicinarsi alla lettiga, vedendola schiantata e incapace di reagire.

In loro, infatti, non s'era ancora persa l'ultima speranza.

La lettiga che trasporta il corpo della famosa matrona freddata dal gladio si arresta.
«Popolo di Roma... Romina è morta!

Uccisa dal gladio, sventrata dal ferro!

Dal suo ventre gradito a Giunone... da cui un giorno fortunato uscì un ardito giovane... degno di Cesare e dell'Impero... oggi è uscito un ferro crudele, che l'ha sbudellata!», e la indica platealmente, abbandonata inerte sulla lettiga. «È vero...», fa finta di raccogliere un suggerimento, «Popolo di Roma...! Sono due i ferri! Un'empietà gemella ha colpito Romina Messalina! L'ira di Giunone è sopra le nostre teste!».
Un’orazione non certo raffinata come quella di Marco Antonio, ma pur sempre efficace, diretta alle pulsioni della massa.
Il blocco di comando dei Pretoriani vacilla.
In tali casi è essenziale puntare sul cavallo vincente.
Vengono consultate le Sibille: se cade Romina, cadrà anche Roma; Romina ha partorito Cesare con un cesareo.
Oscuri come sempre gli auspici, di scarso conforto alle pragmatiche decisioni.

Bisogna scegliere con lo stomaco. E col gladio.

Dopo un breve scontro interno ai Pretoriani, viene giustiziato il vecchio Imperatore e acclamato successore il figlio di Messalina.

L'hanno stabilito le sorti del ferro, come tante altre volte a Roma.
La folla è placata. Dalla pancia della matrona è uscito l'Imperatore: prima del ferro... e dopo il ferro... con un doppio parto.
È caduta lei e anche la vecchia Roma.

Ha partorito Cesare a ventre aperto.
C'è fermento intorno al cadavere, giunto in lettiga sul Campidoglio.

L'avvelenatrice ci lavora ancora.

Ha ricomposto la bocca, l'espressione è meno tesa, la sventurata matrona appare meno infelice.

Si cerca di cogliere un sospiro, un baleno negli occhi, un auspicio.

Si spera di annunciare - tramite la rete di Vatsapio e le pasquinate fulminee - che la lotta prosegue.

«CESARE!».

«CESARE!».

«CESARE!».

A breve distanza dal corpo della madre, la folla acclama il nuovo Imperatore.

In molti ancora non sanno se la notizia è stata esagerata, anticipata, o rispondente a cadavere freddo.

Si insiste in vari modi.

Il corpo non è del tutto freddo.

Non si sa ancora, con olimpica certezza, se la notizia è stata esagerata, anticipata, o rispondente a cadavere morto.
Solo Caronte lo sa.
E aspetta.
Lui sa come passare il tempo.
La sua barca è sempre piena.
E trasporta la solita feccia.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

JACK SFIDA LA BODRILLONA

di Salvatore Conte (2016-2018)

Tra Whitechapel e Shadwell, 1888.
Ha lasciato la sua locanda - La Scrofa Bianca - e sta tornando a casa.
È tardi, la nebbia è padrona della notte.
A stento distingue il muro in mattoni del Tobacco Dock.
Il tacchettio degli stivali sul ciottolato risuona grave nell'etere plumbeo: è l’unica nota di vita in una notte lugubre e di luna nera.
Benché velato dalla nebbia, il volto di Chana trapela inconfondibile, magistralmente delineato, con elementi di superba femminilità associati ad altri di marca virile.
Impellicciata a mestiere, la prestante locandiera costeggia a suon di tacchi il lungo perimetro del Tobacco Dock.
Sotto si è tenuta la sbottonatissima camicetta bianca da scrofa con cui serve ai tavoli, ostentando le pesanti tette da Bodrillona, com'è chiamata a WhiteChapel.

Li lascia guardare i suoi clienti, e anche lisciare.

E dai più facoltosi si fa accompagnare nelle sue stesse camere.
A cinquant'anni ormai suonati, nessuno è ancora in grado di trovarle un difetto.

Anche lei - con l'età - si è appesantita, imbolsita, ma sempre sulla falsariga giusta, da Bodrillona.
Dalla nebbia emerge un signore elegante, con cappello a cilindro e mantello nero.
Poteva andarle molto peggio.
Chana, comunque, non avrebbe avuto paura.
C’è chi la definisce una cinghialona, in virtù del fisico massiccio. Difficile metterle le mani addosso contro il suo volere.
Qualcosa le dice che quell’uomo le parlerà.
«Mi scusi, signora...».
Il suo sesto senso aveva ragione.
«Che vuole…», non si fida, il sesto senso continua a lavorare.
«Ha notato, per caso, se l’ingresso al Tobacco Dock è ancora aperto?».
«Veramente… con questa nebbia... non ci ho fatto caso, mi dispiace».
SZOCK

«Anche a me…».
Una mano sulla bocca, l’altra intorno al pugnale.
Un movimento fulminante, che sorprende anche una come lei, abituata ai colpi bassi.
«Sta buona... o ti apro fino all’orecchio...», è lì infatti che le sussurra la severa ammonizione.
Swishh...
Estrae il coltello, lungo e affilato, quasi un bisturi, e la trascina all’interno del Tobacco Dock, attraverso una porticina all’uopo scassinata.
I magazzini del tabacco sono un vero e proprio formicaio, ma le formiche torneranno solo fra qualche ora.
A questo punto, nelle viscere del labirinto, può anche strillare.
Ma non lo fa, è troppo intelligente per farlo.
«Che vuoi farmi? Sei pazzo?», la coltellata, sebbene profonda, l'ha appena scalfita: Chana sta in piedi normalmente, la voce è nitida.
«Io sono Jack, mia cara…», e le mostra allusivamente il lungo pugnale.
«Jack!?».
Solo il nome l’ha già ammazzata.
Adesso sì che Chana ha paura.
E implora, implora una salvezza, che è impossibile pronosticare.
«Ti prego, non farlo... cos'è che cerchi...?».
«Fammi lavorare... o sarà peggio per te.
Io so dove colpirti...
Se ti agiti, è peggio: rischi di farti ammazzare...».
Lo guarda attonita.
E lui prosegue.
«Questo strumento è poco più di un coltellino nella tua pancia da scrofa ingrassata.
Sei una cinghialona, Chana. Non te la passi affatto male. Il tuo soprannome te lo meriti».
«Bodrillona....?

Tu... mi conosci».
«Le altre le ho prese a caso, con te ho scelto».
«Perché...? Perché!», arrabbiata, conscia della fine.
«Dovrai capirlo da sola.
Togliti la pelliccia. O potrei sbagliare».
Le concede il tempo di farlo.
E si concede quello di guardarla.
Infine prosegue.
«Ora ricordati le mie parole», si avvicina.
Potrebbe strillare, ma non servirebbe a niente; solo a innervosirlo.
Potrebbe lottare, ma anche lui ha un fisico massiccio, da aristocratico ben tenuto; ed è un uomo; ed è armato; ed è un assassino; ed è Jack.
Potrebbe guadagnare qualche secondo, forse un minuto, ma lui diventerebbe efferato, sarebbe in qualche modo costretto a sgozzarla, o a squartarla.
No.
Per quanto apparentemente folle, è meglio di stringere i denti e lasciarlo agire. Assecondarlo. Fare quello che ha chiesto: farlo lavorare.
Potrebbe essere un chirurgo alla ricerca di emozioni violente, erotiche, estreme; potrebbe essere una Vergine di Norimberga in carne e ossa; lo scoprirà presto.

SZOCK
Swishh…
SZOCK
Swishh...
SZOCK
Swishh...
Un trittico serrato di coltellate, tutto nella pancia di Chana.
Ed è pronto a colpire ancora...
«No... ti prego... basta... basta…», e si muove di schiena intorno al pilastro di mattoni, quasi alla chetichella, con le gambe ancora sicure; l'azione è surreale, non è una fuga vera e propria, è un tentativo di convincerlo a lasciarla perdere.
«Non ho finito, mi dispiace».
L'agguanta e prosegue il lavoro.

SZOCK
Swishh...
SZOCK
Swishh...
SZOCK
Swishh...
Le coltellate sono profonde, gli occhi di Chana strabuzzano dalle orbite.
Ma la Bodrillona rimane in piedi, ha raccolto la sfida.
E Jack infierisce.
Sempre al ventre.
SZOCK
Swishh...
SZOCK
Swishh...
SZOCK
Stavolta glielo lascia dentro.
«Ti prego... basta...».
«Non toccarlo...», Chana si è portata le mani sul pugnale. «È rischioso toglierlo.
Ci penso io».
Swishh...
La Bodrillona è ancora in piedi, si puntella con la schiena contro il pilastro del magazzino.
«Non fare quella faccia.
Non è ancora il momento di crepare.
Lo vedi?
Te l’ho messo dentro dieci volte, ma stai ancora bene.
Potresti anche tornare a casa sulle tue gambe, come stavi facendo.
Basterebbe però che io ti aprissi un po’ per metterti in difficoltà.
E aprendoti ancora di più, la tua vita andrebbe in fumo... hai colto l'ironia?
Ci lasceresti la pelle, ma non subito.
Una come te tornerebbe a casa anche con le budella in mano.
Ma non è detto che io debba arrivare a tanto, anche se qualche pezzetto sporge già.
Sei la donna più dura a crepare che mi sia capitata finora.
E su questo non avevo molti dubbi.

Dovremmo diventare soci, io e te.
Voglio darti una possibilità che non ho mai concesso a nessuna.
Fanne buon uso.
Ma c’è una precondizione…».
«Quale...».
«Questa».
SZOCK
Le infligge una coltellata in pieno petto, dentro la spaccatura del pesante seno.

Chana spalanca la bocca, attonita.

La Bodrillona è sicura di aver incassato un colpo mortale.

«Rimanere in piedi dopo l'undicesima pugnalata.
E questa è un po' più dura della altre...».
Chana si spreme per mantenere il controllo di sé, nonostante la micidiale gravità della ferita.
Swishh...
La precondizione è soddisfatta.
«Io ho finito.
Ora sta a te lavorare.
Vediamo che fai...
Devi rispettare le mie regole.
Niente ospedale.
E non è una regola restrittiva.
Sono dei macellai.
Lì non avresti scampo.
Anche la povera Emma Smith c'ha lasciato la pelle.
Era stata brava a trascinarsi fino a casa, ma il ricovero al London Hospital le è stato fatale.
La tua locanda è vicina», l'aiuta a rimettersi la pelliccia, «la nebbia ti nasconderà.
Non dovrai chiamare aiuto.
Se chiamerai aiuto, verrò ad aprirti: hai inteso bene?
Giunti a questo punto... sarebbe un vero peccato doverlo fare.
Se qualcuno si accorge di te, tu prosegui.
Ai tuoi racconterai che è stato il tuo amante, ma che tu non intendi denunciarlo, e che non vuoi nessun altro sappia.
Farai chiamare il dottor Watson, troverai il suo biglietto da visita nella tasca: è il miglior medico di Londra - escluso il presente, naturalmente - ed è una persona per bene.
Se non sarai crepata, dovrai tornare a servire ai tuoi tavoli domani sera stessa. Tieniti la pelliccia addosso.
Queste sono le regole.
Non fallire, perché non avresti un'altra possibilità.
Spero che tu riesca.
Perché così diventerai mia socia.
E ora va', sei libera...
Ti accompagno alla porta».
«Sei... uno squarta...tore... gentiluomo... o mi stai... prendendo... in giro...», le gambe non sono più sicure e la voce nemmeno.
«Sono efferato, ma non crudele.
E niente è più crudele di una bugia.
Andiamo, Chana. Da qui devi proseguire da sola.
La mia parola è più sicura della mia mano».
La sagoma massiccia della Bodrillona, leggermente ingobbita, va a confondersi nella nebbia.
«È incredibile... m'ha lasciato... andare... ora... devo farcela... non devo mollare...», sussurra tra sé.
La possente locandiera seguirà le regole, perché così facendo diventerà la socia di Jack, allargando il suo potere.
Sa che non lo prenderanno mai.
E anche lei non deve farsi prendere.
Ma la morte non è certo ottusa e corrotta come Scotland Yard.
Non si può pagarle un depistaggio, non si può confonderla facilmente.
Chana trema.
Avrà molto da sudare, prima di uscirne pulita.
E domani stesso dovrà servire ai tavoli.

Sa che non può fallire, che dovrà esserci e ci sarà; anche a costo di farsi mettere - cadavere - su una sedia a rotelle, facendosi spingere in mezzo ai tavoli con la bava alla bocca e gli occhi vitrei.

La Bodrillona sa che nella sua locanda ci sarà da servire un cliente speciale. Molto esigente.

E che lei non potrà deluderlo.

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Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZOTHIQUE:

LA PROSTITUTA DI OROTH

di Salvatore Conte (2017-2018)

II marito era crepato, e lei s’era presa la sua taverna.
Senza troppe difficoltà.
Donna di taverna lo era sempre stata.
Finalmente adesso era la padrona.

Del destino, però, nessuno è padrone.
Bochra stava male.

Lo nascondeva a tutti e ci riusciva bene, perché era sempre una gran donna, anche con più di quaranta soli sulla fronte.
Ma la malattia che le faceva vomitare sangue era con ogni probabilità mortale. E non avrebbe tardato a presentarle il saldo.
Aveva consultato un curatore di Ummaos, affinché non se ne sapesse nulla a Oroth, ma il responso era stato negativo: il curatore non aveva cure.
Una sera, però, aveva vomitato davanti agli avventori, e ormai - a Oroth - non si parlava d’altro: Bochra stava crepando.

Lei stessa ne prese tragicamente coscienza.

Donna allo stato puro, potente, formosa, prestigiosa, era l'attrazione principale della città portuale di Xylac.

Aveva ricevuto attenzioni anche da personaggi in vista, ma adesso che si temeva una sua rapida fine, aveva perso potere d’acquisto.
Lei, però, continuava a lavorare come niente fosse, servendo ai tavoli e prostituendosi nelle sue stesse camere.

Ciò le dava l'illusione di poter andare avanti, nonostante tutto.
Si diceva, però, ormai, che si cominciassero a vedere - tra gli avventori - anche dei negromanti, evidentemente interessati a proporle soluzioni - per così dire - a lungo termine…
Un cadavere di quel genere faceva gola.
Continuava dunque ad avere i suoi corteggiatori, ma ne era cambiato il tipo.
La potente Bochra, però, non aveva intenzione di crepare tanto presto.
Li faceva servire, senza dar loro soddisfazione.
Il tempo, tuttavia, giocava a favore di questi.
Infatti, un giorno, mentre era al mercato, Bochra si accasciò a terra.
Subito soccorsa, venne trasportata su una lettiga fino alla sua taverna.
Quella sera, dopo molto tempo, disertò i tavoli.
L’assenza non passò inosservata.
Molti avventori se ne andarono a bivaccare altrove.
I consumi calarono vistosamente.
Durante il giorno era un via-vai di visite.
A decine, da tutta la città, venivano a portarle qualche regalino, sperando di vederla e di avere notizie sulle sue condizioni.
«Scusa se te lo chiedo, bella donna: da quanto tempo sei malata?», le chiese un vecchio, al seguito di un avventore abituale.
«Chi sei... non… non ti conosco...», non respirava bene, parlava con affanno, anche per la paura di crollare, che ormai la condizionava.
«Mi chiamo Plin e mi hanno parlato di te».
«Sono mesi… mesi… che tiro avanti…».
«Ma adesso non ce la fai più, vero?».
«Ho paura… che sia finita… vecchio Plin...

Mio marito... vuole portarmi con lui... da Thasaidon... ma io... non mi lascerò prendere...».

«L'hai ucciso?».

«Sì... era un porco...», confessò senza quasi rendersene conto.

«Come?».

«L'ho avvelenato... lentamente... nessuno l'ha scoperto...», la confessione era completa; gli altri, però, sembravano non ascoltare.

«Ma ci sono delle voci in città...».

«Non importa... non ci sono prove... vecchio Plin...

Ma non parliamo di quel porco...
I negromanti… mi hanno promesso la resurrezione… se mi uccido in una certa maniera…», qualcosa nella serena compostezza di quel vecchio la invitava a parlare.
«Quale maniera?».
«Con un coltello magico...
Devo piantarmelo nello stomaco… e aspettare…».
Fissò gli occhi nel vuoto, come se già sentisse il pugnale affondato nella pancia, immersa negli ultimi momenti della sua vita.
«Io aspetterei a farlo, se fossi in te. Tu non vuoi morire».
«Io non voglio crepare… ma quando vedrò la morte in faccia… che altra speranza avrò…?».
«Cerca di non farti ammazzare, intanto.
I negromanti potrebbero metterti fretta…», concluse sinistramente Plin; e fece per andarsene.
«Aspetta... perché non rimani...».
«Sono vecchio...».
«Potresti darmi buoni consigli...

Quando starò meglio... ti servirò gratis per un sole...», come tutti i moribondi aveva dei momenti di euforia.
«Il mio consiglio te l'ho dato.
Tornerò domani».
Tra i suoi seguaci c’erano anche soldati e mercenari.
Bochra chiese ad alcuni di loro di formare una guardia contro i malintenzionati; dispose controlli anche in cucina; e comunque si faceva assaggiare il cibo, l’acqua e il vino.
Tuttavia, le sue condizioni si aggravarono.
C'era molta preoccupazione intorno a lei, quasi panico da parte dei seguaci più devoti.
Sapevano che era una gran donna, dalla fibra robusta e la volontà ferrea, e che non avrebbe mollato tanto facilmente, ma le sue condizioni non promettevano nulla di buono.
La bellona di Oroth fece chiamare uno dei negromanti, Zotor di Ilcar, e cominciò a parlargli.
«Non voglio... morire… per sempre...».
«Se è questo ciò che vuoi, non succederà!», garantì solennemente il mago.
«Quanto tempo ho... ancora...», gli chiese, senza nascondere il terrore che la opprimeva.
«Non molto. Devi prepararti».
«Ma io... non voglio crepare...», protestò schietta.
«Devi farlo, almeno un po', se vuoi vivere per sempre».
«Non sono... ancora pronta... Zotor... ho troppa paura...».
«La morte, quando verrà, non ti darà altro tempo, non ti farà scegliere.
Verrà e basta».
«Lo so... è così... ma io… voglio... provarci ancora...».
Bochra non si era ancora convinta.
Continuava a lottare, anche se non sarebbe servito a niente.
C'era da scommettere che un suo ulteriore aggravamento avrebbe tenuto tutti con il fiato sospeso.
Non era tanto facile dare il colpo finale a un donnone potente come Bochra.
Sarebbe stata una tragedia in piena regola, come quella dei tempi leggendari.
La taverna tornò ad affollarsi anche di sera, anzi i posti non bastavano: l’odore della morte era un potente richiamo.
Sapere che al piano di sopra la bella Bochra lottava per tirare avanti - ma che non ce l’avrebbe fatta ancora per molto - metteva l'argento vivo addosso.
In caso di aggravamento fatale, la notizia sarebbe arrivata subito e avrebbe fatto dilagare un febbricitante panico.
Bochra non poteva opporsi alla morte, alla fine anche una troia come lei avrebbe ceduto, ma non si poteva ancora sapere quando, con esattezza.
C'era chi sperava che fosse presto, per godersi subito lo spettacolo della prostituta di Oroth definitivamente stroncata dalla malattia e le scene di panico dei seguaci; e c'era chi sperava che fosse il più tardi possibile, per godersi altre serate di fremente attesa.
Lei, la diretta interessata, la bellona di Oroth, a sua volta provava una goduria quasi carnale, un'eccitazione mortale, nel sapere di tante persone raccolte nella sua taverna, e anche fuori, in uno stato di febbrile incertezza e delirante devozione.
Sperava di non crepare tanto presto anche per questo: sentirsi ancora importante per Oroth; essere sempre la più potente, la più adorata; la bellona e la prostituta della città.
Una sera si sentì un po' meglio; e allora - con l'ausilio di una sedia mobile - tornò a sorpresa a servire ai tavoli, suscitando enorme stupore e frenesia.
Era pallida e affaticata, ma se la cavò molto bene nel suo vecchio lavoro.
Aveva voluto dimostrare di non essere ancora del tutto fottuta.
Prima a sé stessa, poi ai suoi clienti, e infine ai negromanti.
Bochra ci provava, tentava di prendere le misure alla sua brutta e oscura malattia, anche se sapeva - dentro di sé - di non avere scampo e di illudersi stupidamente, perché spaventata dall'idea di morire.
La prostituta di Oroth non ci stava, e quella sera - se non altro - l'aveva dimostrato a tutti.
La notizia dilagò fulminea per la città: la bellona si era ripresa, forse non era condannata; aveva servito ai tavoli; non sembrava ancora fottuta.
I negromanti ne erano quasi scontenti.
«Non dovresti illuderti, Bochra», le rammentò Zotor. «Questa è una malattia che non scherza, che non lascia scampo».
«Comprendo che tua sia un negromante, amico mio; un grande negromante. E non intendo illudermi, infatti. Ma se mi rimane un po' di liquore, me lo bevo tutto, prima di cedere. Sono la prostituta di questa città», gli rammentò Bochra.
La bellona aveva rialzato la testa dalla tomba prematura in cui molti, a Oroth, l'avevano già sepolta.
Anche i notabili che l’avevano in precedenza adulata, tornarono a farsi vivi, incuriositi.
Volevano sapere.
Volevano sapere se la prostituta fosse davvero in grado di riprendersi.
Volevano sapere se stesse seguendo una qualche cura e chi l'avesse eventualmente impartita.
Bochra, però, tornò ad aggravarsi, gelando l'euforia che era montata incontrollabile nei giorni precedenti.
Non si era più fatta vedere al piano di sotto, sudava freddo, lottava disperata, stava perdendo.
Circolavano adesso voci funeste sul suo conto.
Bochra stava per mollare.
Era pallida, triste, quasi rassegnata.
La bellona tentava ancora, ma stava per arrendersi.
Ogni volta che dal piano di sopra scendeva qualcuno, chi stava sotto chiedeva di lei.
Se dal piano di sopra proveniva uno schiamazzo, si temeva fosse lo sconforto per la fine di Bochra.
La situazione presso gli avventori era ormai esasperante: nella taverna si respirava un'aria satura di morte, si temeva perfino che la bellona fosse già cadavere e che la sua sorte fosse tenuta nascosta.
Quando, intorno a mezzanotte, ci fu un via-vai di curatori e notabili, calò il gelo fra i tavoli.
Bochra era mancata, trapelò questo, ma non era ancora cadavere.
Ci provava ancora, respirava, era tenuta in vita dai curatori, accorsi prontamente per offrirle qualche valido palliativo.
La sua sorte, però, era appesa a un filo.
La notizia dilagò per tutta la città, suscitando clamore: stavolta la bellona non ce la faceva più.
Dopo una lunga lotta, si arrendeva.
Notabili e curatori rimasero nella taverna fino all'alba, insieme alla maggior parte degli avventori, che affrontarono la nottata bevendo alla salute di Bochra.
Il nuovo giorno non la vedeva ancora cadavere.
La gente bivaccava a oltranza nella taverna, e anche fuori.
I servi della prostituta raccoglievano moneta a più non posso.
Ostinatamente attaccata a un brandello di vita, Bochra aveva intorno a sé una moltitudine di persone.
Di tanto in tanto riprendeva conoscenza e sussurrava qualche parola sconclusionata.
Era chiaro comunque che non ci stava a crepare, avrebbe lottato ancora, niente coltello magico nello stomaco, almeno per il momento.
Dal piano di sopra, un seguace faceva gesti, rivolto di sotto: una sorta di cronaca animata dell'agonia di Bochra.
In quel momento, a esempio, richiamava concitato l'attenzione e mimava la prostrazione fatale della bellona.
Un cupo silenzio, carico d'attesa, gravò sulla sala.
Il seguace mimò adesso che la prostituta era riuscita a riprendere aria, liberando il sollievo dei clienti.
In molti si chiedevano che senso avesse guadagnare qualche ora.
Ma per lei un senso c’era.
Il vecchio Plin la stava aiutando.
Occorreva tempo, però.
Forse, senza di lui, sarebbe già morta.
Solo vivendo fino all’ultimo, si poteva sperare, le aveva detto.
E intanto moriva godendo, tenendo tutti inchiodati nella sua taverna.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZOTHIQUE:

ASSALTO ALL'OASI MALEDETTA

di Salvatore Conte (2017-2018)

«Che vuoi, Publius?
Lo sai che non vado con i vivi».
«Non sono qui per scopare, Bochra.
Ti propongo un affare.
Sto mettendo insieme un piccolo esercito e mi serve una stronza come te per comandarlo».

«Chi altri c’è?».
«Il mio amico Birk,
il suo cane, e Minkoha, la potente cortigiana!».

«Uhm... un esercito per fare che?».

«Sei un bestione, Bochra. Nessuno oserà toccarti».

«Veramente osano spesso, per mia fortuna».

«Mi riferisco a mostri, demoni e predoni».

«Rispondi».

«Un esercito per razziare e usurpare l'Oasi Maledetta!».

Rise incontenibile.

«Sapevo che eri strambo, ma fino a questo punto...».
«Tu hai tutto: forza e sete di potere.
Con noi puoi farcela.

Sarai il Generale.

E Minkoha l'Imperatrice».
«Prima insulti e poi blandisci».
«Non ti ho insultato.
Le parole hanno un senso nel loro contesto; altrimenti finiremo per tornare a quei ridicoli vocabolari.
“Stronza” - se riferito a te, e detto da me - ha il valore di “abile, forte e avveduta”».
«E “figlio di puttana” - detto da me e riferito a te - che valore avrebbe?».
«Quello di un complimento, tipo “simpatico sbruffone”, suppongo».
«Per me invece significa “coglione e stronzo”, come da vocabolario antico».
«Suvvia... c’è in ballo tanto oro e tanto potere.
Il Deserto di Nooth-Kemmor è una miniera di tesori: carovane derelitte, tombe, città sepolte…!».
«Nooth-Kemmor…? Ma sei completamente pazzo?».

«L'Oasi si nasconde al suo interno: dicono che si sposti di continuo».
«Una volta gli alberi se ne stavano piantati da qualche parte.

Comunque, se fosse così semplice, lungo la strada per quel deserto si formerebbe una tale fila da arrivare fino a questa necropoli».
«È pieno di predoni, infatti.

Allora, ci stai?».
«E a loro... chi penserà?».
«Istruisci una puttanella».
«“Puttanella”?».
«Vuol dire “inesperta seguace, non all’altezza di una perfetta stronza, ma comunque adeguata al servizio in una necropoli, tenuto conto che anche per i morti non è sempre tempo di vacche grasse”».
«Bastardo… tutte queste parole dentro una sola?».
«Quante cose, quanti principi, quante forze, quanti misteri sono dentro te sola?».
Lo guardò basita.
«Se non troveremo abbastanza oro, ti farò pentire delle tue adulazioni…».
«Accetto la scommessa, sei assunta».

Il deserto di Nooth-Kemmor, nell’estremo nord di Zothique, era immenso.
Caratterizzato da una terra grigio cenere, si diceva infestato da creature di altri mondi, giunte misteriosamente da sopra e da sotto.
Tuttavia, nemmeno la paura di mostri e demoni riusciva a scoraggiare i molti ladroni che lo frequentavano.

La lusinga di leggendarie ricchezze spingeva avventurieri, falliti e predoni - provenienti da ogni regno di Zothique - ad addentrarsi nei suoi orrori.
I quattro temerari procedevano a piedi;
le armi erano costituite da semplici forconi.

Al seguito avevano un paio di muli, carichi di provviste e attrezzature da campo, tenuti a bada da Jack, il molosso di Birk.

Il sole morto di Zothique allungava alla loro destra funebri ombre purpuree.

Stavano infatti dirigendosi verso nord, tagliando in due il deserto.

Publius e il suo amico erano due ragazzi, magri e spiantati. I muli e il carico li avevano rubati da un magazzino.

Bochra era una prostituta delle tombe, sgraziata ma imponente.

Minkoha era una cortigiana esperta e famosa, di natura tasaidica, che tentava il tutto per tutto per raggiungere il potere e usurpare un impero, prima di avvizzire.

Aveva affascinato i due giovani con le sue mostruose tette, frutto di un incantesimo proibito.

Poteva sembrare un piccolo esercito, ma nell'apatia mortifera di Zothique riuscire a organizzare un'impresa era quasi impossibile.

Si addormentarono esausti e il giorno dopo avvistarono un’oasi che la sera prima non avevano notato.

Forse era quella che cercavano: l'Oasi Maledetta.

In molti ne parlavano, ma nessuno l'aveva mai descritta in maniera coerente.

Senza titubanze, decisero di esplorarla.

«Vai avanti tu, però! Con te ci sentiamo al sicuro», Publius strizzò l'occhio all'indirizzo di Birk, rivolgendosi a Bochra.

La vegetazione era del tutto sconosciuta, come piombata su Zothique da chissà quale mondo.
Stranamente, il colore che spiccava era il rosso, accompagnato da un sinistro celeste.
L’ambiente che li circondava era inquietante, putrescente.
Una nebbiolina innaturale strisciava nell'ombra.

Procedevano a ranghi serrati, guardinghi ma allegri, convinti di aver imboccato la strada giusta.

In testa c'era Bochra, col forcone spianato; seguiva Birk con Jack; ancora poi, Minkoha e Publius; infine, i due muli chiudevano la colonna.

Dopo non molto la prostituta arrestò il passo e si confidò con la cortigiana: «Ho l'impressione che ci stiano osservando. Che si fa?».
Montarono il bivacco e si strinsero intorno al fuoco.
Nessuno di loro si sarebbe allontanato dal campo per niente al mondo.

Anche se probabilmente era ancora giorno, la vegetazione era così fitta che sembrava notte.

«Qual è il piano, ragazzi?», Bochra si guardava intorno, come se chiunque potesse ascoltare le sue parole.

«Stanotte faremo dei turni di guardia», la risposta venne da Publius.

«Buona idea, ma come faremo a sapere quando sarà notte?».

«Sarà notte quando ci verrà sonno.

Il campo è sicuro. L’importante è non allontanarsi da soli per nessun motivo. Dobbiamo rimanere compatti».
«Sarebbe assurdo il solo pensarlo
».
«Bene.

Ora ho da farvi un annuncio», Minkoha richiese attenzione.

Non ci voleva molto a dargliela, imponente com'era.

I suoi mostruosi seni sembravano onnipresenti e onnipotenti.

Anche quelli di Bochra erano notevoli, ma l'effetto era diverso: la tasaidica personalità, i tratti esotici del volto, i capelli dorati e fluenti, la sete di potere che la ispirava, il corpo esile asservito completamente allo smisurato petto, rendevano Minkoha un unicum spaventoso e affascinante.

«Prendo ufficialmente possesso di questa oasi e ne divengo Imperatrice.

Publius...», gli passò una corona e si alzò in piedi.

Il colore era scuro e il materiale sconosciuto.

«Somma Minkoha, ti incorono Imperatrice dell'Oasi Maledetta, secondo il tuo potente volere».

Bochra e Birk si inginocchiarono.

«E adesso… per festeggiare... vogliamo dividere, intorno a questo fuoco, il famoso vino di Yoros?».

«Ehi! Come te lo sei procurato?», lo sferzò scettica la succulenta prostituta delle tombe.
«Io e Birk non abbiamo badato a spese per offrirvi il meglio...».

I quattro si lasciarono un po' andare, l’orrore di Nooth-Kemmor incombeva pesante su di loro, e un buon vino era l'unico antidoto alla paura.
«Ehi, gente... è notte...
».

«Come fai a dirlo, Bochra?».

«Mi è venuto sonno...», e rise di gusto.

Poi tornò quasi seria.

«Ragazzi... vedete anche voi... quei punti gialli nella nebbia?».
«Per Thasaidon, hai ragione…».

Anche Jack percepì qualcosa, abbaiando in quella direzione.

«Questa nebbia non si alza mai, sembra parte del luogo, sembra viva...», Publius si era alzato in piedi. «Questo posto somiglia più a una palude che all'oasi di un deserto.
Il campo comunque è sicuro. Nessuno oserà attaccarlo.

Proviamo la formazione a falange!».

Bochra e Birk si scambiarono un'occhiata interrogativa.

Poco dopo, comunque, i tre si allinearono, spalla a spalla, con i forconi protesi in avanti, verso il fitto della nebbia.

«Basta così!

Avranno capito che con noi non è il caso di scherzare», Bochra sciolse i ranghi e ritornò intorno al falò, versandosi un altro goccio.

«Publius...», Minkoha lo chiamò a sé. «Ora ho finalmente il potere e voglio conservarlo. Nessuno dovrà fermarmi. Predisponi un servizio di sicurezza per questa notte. Voglio che nessuno possa avvicinarsi alla mia tenda».

La nebbia, però, che penetrava anche all'interno, innervosiva l'Imperatrice e non la faceva dormire.

«Publius... vieni dentro, devo parlarti.

Ci sono pericoli là fuori?».

«Molti».

«Allora vediamo di dimenticarli...», e si allentò - davanti al giovane - la tunica bianca, già piuttosto succinta.

«Questo lo chiami parlare?».

Gli spinse la testa in mezzo ai seni.

Erano duri, innaturali.

«Queste dicono tutto, la voce non serve».
La notte trascorse senza altri incidenti.
«Sicuri di voler proseguire?

E se invece ce ne andassimo, piuttosto che tuffarci ancora dentro questa melma?», al mattino Bochra esternò ai compagni i suoi dubbi.
«Proseguire o tornare indietro.

Pensi che ci sia qualche differenza?
Questo luogo è incantato, è chiaro. Sembra avere una sua intelligenza, ci sfida e noi dobbiamo accettare la partita».
«Già… una sfida… o una trappola…», Bochra rimaneva perplessa. «Non so davvero perché mi sia lasciata convincere…».
«Andiamo… hai me ai tuoi ordini…», Birk non andava esente dal suo strampalato fascino.

«È tardi per avere dubbi, bella.

L'Oasi non lascia fuggire nessuno, dovresti saperlo.

Dobbiamo sconfiggerla per farlo. E io l'ho fatto, dichiarandomi Imperatrice.

Perciò non fuggiremo».

Un discorso incoerente, distorto, come i grossi seni sul corpo esile.

     

Minkoha era un'imperatrice in piena regola.
Benché portasse più di cinquanta soli sulla fronte, rimaneva perfettamente in tiro; nessun segno di decrepitezza, insomma, e il fascino di chi voleva sempre di più dalla vita e si credeva intangibile anche dal tempo.
La corte di Ummaos le stava ormai stretta: l’oro di Nooth-Kemmor avrebbe finanziato la sua ascesa presso un qualche decrepito regno di Zothique. Lei l’avrebbe rigenerato con la sua possanza femminea.

Con un buon negromante al suo servizio, avrebbe mascherato a lungo la vecchiaia e poi la stessa morte, governando da arzillo cadavere, assorbendo la vita dai sudditi, senza mai cederla del tutto.

Minkoha aveva le idee chiare.

La marcia proseguiva.

Né avanti, né indietro.

L'Oasi si spostava con loro.

Né lo spazio, né il tempo avevano sostanza.
Il terreno era molto irregolare. Pozze di fanghiglia si alternavano a tratti compatti. Una nebbiolina endemica strisciava ovunque. Inquietanti getti di vapore sbuffavano qua e là, senza coerente giustificazione.
Il colore rosso continuava a prevalere. Le forme della vegetazione erano singolari, esotiche, aliene.
Di forme animali, invece, non vi era traccia.
«Un momento…», la cortigiana richiamò l’attenzione dei compagni. «Non vi sembra che questa oasi, se così si può chiamare, dovrebbe essere già finita? Voglio dire… non vi sembrava molto più piccola, ieri, a guardarla da fuori?».
«Mi duole ammetterlo, ma stavolta hai ragione, Minkoha.
D’altra parte, se questa oasi è incantata, potrebbe estendersi all’infinito.
Fermiamoci e decidiamo il da farsi».
«Non eri tu il capo?».
«Sono l’organizzatore».
«Shhh…», Bochra interruppe la solita polemica. «C’è qualcosa…».
Le fronde della vegetazione stormirono.
Apparve una donna.
«Chi sei?», domandò Publius.
«Io sono Lunalia di Xylac [1·2], Regina del Tasuun».

«Lunalia?!
Non è possibile.

Intanto si diceva fosse vecchia e decrepita già molti soli fa; oggi sarebbe una vecchia megera; ma è morta nel crollo di Miraab.
Il Tasuun e la sua corte non esistono più».

Un sorriso ambiguo era dipinto sul volto duro e sofisticato insieme - virile per un verso, da lamia per l'altro - caratterizzato da dettagli unici incastonati in un insieme superbo; fra questi, un mento spiccato, lievemente tagliato in due, alla stregua di un marchio fatale: segno di possanza e di controllo su entrambe le virtù dei sessi.

Una fluente chioma di capelli bianchi - unico sintomo di decrepitezza - le ricadeva sulle spalle ampie.

«Che vuol dire, straniero?
Come ti chiami?».

Nel guardarla gli girò la testa, l'immagine della misteriosa donna sembrò deformarsi e incupirsi d'un colore stridente, come per il resto dell'oasi.

«Sono Publius di Xylac... e questo è il mio gruppo...», si portò una mano alla testa. «Noi... stiamo esplorando il deserto... in cerca di avventure», concluse a disagio.
«Vi sembra un deserto questo?».
«Un deserto...? No, certo che no... ma tutto intorno... c’è il deserto», sempre più confuso.
Lunalia rimase scettica, come si rifiutasse di accettare il punto.
«Tu sei sola? Vuoi unirti a noi?», era lui che chiedeva, o lei stessa che si faceva le domande? «Stavamo tornando al nostro campo. Se vuoi, ci racconterai la tua storia. E noi faremo altrettanto».
«È da molto che sono sola.
Un po’ di compagnia mi darà piacere…», Lunalia sussurrò sinistramente, predisponendosi a seguirli.
Tornare indietro non fu troppo difficile. La vegetazione aveva conservato i segni del loro passaggio.
Il campo era in ordine. I cammelli tranquilli.
Il gruppo si riunì intorno al bivacco.
La sedicente Lunalia era una donna di rara bellezza e imponenza, sicuramente matura, ma non certo decrepita.
«Qui con noi sei al sicuro.
Ora sei libera di raccontarci la tua storia».
L’invito di Publius venne raccolto.

Sin da subito ne era stato colpito, avvampando, come avvampava adesso, nel guardarla e nell’ascoltarla.
«Sono giunta qui, nel deserto di Nooth-Kemmor, scortata dalle mie guardie.
Il tempo è per tutti, o quasi, un nemico inesorabile.
Io, però, non mi sono arresa.
È vero, la vecchiaia mi aveva minato. A Miraab non si parlava che di mia figlia, la principessa Ulua.
Non era giusto.
Ecco perché sono giunta qui, dove ho trovato quello che cercavo: un fungo che mi curasse dalla malattia del tempo...».
«Sei dunque - davvero - la leggendaria Lunalia!

Sì, la tua bellezza non può appartenere che a te!», Minkoha e Bochra si guardarono sconcertate.

«Che pensi di fare ora? Dove sono le tue guardie?», proseguì Publius.
«Le mie guardie sono morte, colpite da strani accidenti. Questa oasi è pericolosa.

La maggior parte è stata uccisa da una malattia emorragica, forse trasmessa da questa dannata nebbia: contiene qualcosa, delle spore velenose, suppongo...

Li ho visti sputare sangue per diversi giorni, non è una fine rapida».

«Tu come hai fatto a rimanerne immune?».

«Non solo io; gli altri soldati sono morti d'altro. Credo dipenda dalla predisposizione fisica, come in tutte le malattie».

«Quindi anche noi saremmo a rischio?».

«Purtroppo temo di sì...», se i serpenti avessero avuto la parola, quella probabilmente sarebbe stata la loro voce.
«Comunque il campo è sicuro, qui non hai nulla da temere».
«Quanto a ciò che intendo fare…», la Regina stava tornando sulla prima domanda, «non so ancora se fuori da questo luogo gli effetti della cura svanirebbero, e non intendo correre il rischio.
Ma adesso… raccontami di te, sembri tu il capo.
Cosa vi ha spinti in questo deserto?».
«Siamo alla caccia di tesori perduti».
«Ne hai appena trovato uno, non sei contento?».
Publius avvampò, non riuscendo a dissimulare le proprie emozioni.
«Ora, però, mi sento un po’ stanca… vi prego di scusarmi... il fungo lenisce gli effetti della vecchiaia, ma le energie rimangono quelle di  una vecchia».
«Birk, puoi costruire un riparo per la nostra ospite?».

Lunalia lo guardò stupita. Chi l'ospite?
Il gigante si diede subito da fare.
Il fuoco rimaneva acceso tutta la notte, attizzato da chi faceva la guardia.
«Che ne dici?», Publius si rivolse a Bochra; il riferimento era chiaro.
«Ho visto come la guardi. Ma stai attento, è peggio di una lamia», la risposta giunse accompagnata da un sorriso di scherno. «Se non ritrovasse più il fungo magico, rimarresti con una regina senza regno e una mummia senza sarcofago...
si muove impacciata come una vecchia, hai visto?».
In quel momento, ripensando anche alla tunica allentata di Minkoha, Publius comprese che troppi sorrisi stavano allungandosi su di lui, nell’oasi maledetta di Nooth-Kemmor...

«Come... sparita...?!».

Al mattino, Lunalia non si trovava più.

«Eravate voi di guardia...», Publius era rivolto a Minkoha e Birk.

«Non hai ancora capito, bello mio, che quella era una strega?», la domanda della cortigiana era in realtà una sentenza difficilmente commutabile. «Non mi sembri più in grado di assumere decisioni sensate, se mai tu lo abbia fatto», Minkoha infierì su di lui con la tipica crudeltà della donna sottovalutata, sebbene del tutto disinteressata.

«E allora...».

«Comanderà Birk, da adesso in poi», propose decisa la cortigiana.

«E va bene...

E questi... adesso...?!».

In quel mentre le fronde della vegetazione intorno al campo rivelarono una sconcertante visione.

Erano circondati da una dozzina di cadaveri in uniforme. Le insegne del Tasuun erano facilmente riconoscibili.

Avanzarono verso il campo con la spada sguainata.

«Guarda se riesci ad addolcirli, Bochra!».

La prostituta delle tombe, iniziata alla negromanzia, oppose le braccia.

«Una mente crudele li controlla. Ha definitivamente spento in loro il desiderio del calore.

Non posso farci niente!».

«E allora combattiamo!», proruppe Birk.

«Ma io non so combattere, Publius!», Minkoha si rivolse all'alchimista.

«Lo sai fare benissimo.

Avanti... provaci anche tu...», e le porse una delle loro armi. «Lo vedi? La loro mente è immersa nel Lete, i movimenti ne sono rallentati; basterà non farsi sorprendere, e li respingeremo...

Comunque tu starai dietro di me, vecchia ruffiana sbrindellata...».

Il combattimento durò poco, si rivelò un semplice assaggio.

I cadaveri delle guardie si ritirarono quasi subito.

Lunalia li aveva avvisati.

Ma la vegetazione, lungo la circonferenza esterna, rimaneva inestricabile.

Erano ospiti indesiderati, senza potersene andare.

Nel pomeriggio un nuovo fatto aggiunse allarme ad allarme.

«Maledizione...».

«Che hai, Minkoha?».

Stava sputando sangue...

La cortigiana era stata colpita dalla maledizione dell'oasi.

Ne parlò a Publius, chiusa nella sua tenda.

«So che mi vuoi... altrimenti non mi avresti chiamato...

Devi trovare un modo per curarmi... oppure lascerò la pelle in questa maledetta oasi...».

«Tu mi piaci molto, Minkoha...

Ma non ti sei mai curata di me.

Troppo ambiziosa per fartela con un alchimista dei quartieri bassi».

«Andiamo, Publius... il gioco di corte ha certe regole... dovresti saperlo...».

«Le conosco, ma voglio di più da te».

«Lo avrai...», e gli affondò la faccia all'interno della profonda scollatura, facendolo sbavare sulle tette molli da vecchia ruffiana di corte. «Voglio vivere e diventare potente...

E tu mi aiuterai...

Se non ti basto io... ho delle ragazze giovani da offrirti...».

«Non mi servono delle puttanelle...».

Publius avviò una serie di esperimenti, girando furtivo per l'oasi alla ricerca di erbe e funghi.

Nei giorni successivi, tuttavia, le condizioni della cortigiana si aggravarono inesorabilmente.

Era bloccata nella sua tenda.

Publius le stava sempre intorno, cercando di confortarla.

I due erano spesso intravisti in pose oscene.

Non la trascurava un attimo.

Lui, sapendola ormai cadavere, ne approfittava finché poteva.

Lei non era nelle condizioni di sottrarsi.

Anche durante i ripetuti attacchi delle guardie di Lunalia, Publius non si muoveva dalla tenda.

La febbre d'amore che lo aveva colpito non era meno letale della malattia che aveva intaccato Minkoha.

Si chiudeva dentro, pronto a reagire, ma non offriva alcun supporto a Birk e Bochra, che erano i soli a combattere.

La possente prostituta delle tombe era per giunta ferita gravemente e lottava con la pancia aperta in più punti.

Benché con la testa nel Lete, rallentate e inespressive, le guardie erano infaticabili.

L'aspetto più maledetto della questione era rappresentato dal fatto che i soldati morti non potevano essere uccisi.

Sebbene colpiti, ritornavano all'attacco.

Se decapitati, combattevano senza testa.

Se privati del braccio, un arto vegetale si sostituiva a quello amputato.

Tutto intorno a loro, la risata malata di Lunalia stormiva le fronde della vegetazione come una brezza tasaidica.

«Mostrati, strega!» la invocava Birk.

Ma quella se ne guardava bene.

Giunto alla fine, anche questo attacco cessò.

Publius uscì dalla tenda.

«È finita?».

«Diccelo tu».

«Minkoha sta molto male, lo sapete; le emorragie sempre più aggressive.

Se non trovo qualcosa per aiutarla, la perderemo presto», e si perse di nuovo nel folto dell'oasi, incurante del pericolo rappresentato dalle guardie di Lunalia.

Bochra entrò nella tenda occupata da Minkoha per vedere come stava.

Anche se ferita molto seriamente, la possente prostituta delle tombe era talmente solida da assorbire i colpi con disinvoltura.

Non era in imminente pericolo di vita, al contrario della cortigiana, che sembrava ormai sul punto di cedere.

«Non biasimarlo... sto morendo... e lui... sta cercando di aiutarmi...

Presto sarà finita... diventerò come una... di quelle guardie... e combatterò... contro di voi...

Lunalia vuole questo... è invidiosa di me... anch'io sono bella... le faccio paura...».

Publius, intanto, era tornato con altre erbe, radici e funghi.

Nonostante i suoi sforzi, però, nel pomeriggio Minkoha subì un ulteriore aggravamento.

Era in fin di vita!

«Non ce l'hai fatta... vero... Publius... non ti faccio gola... abbastanza...», continuava a mostrarsi allentata, ma ormai aveva capito; aveva il sangue alla bocca e non avrebbe superato la notte.

«Non è questo, lo sai!

Ho provato varie miscele, ma inutilmente.

Questa è l'ultima: bevi...».

«Non voglio crepare... Publius... voglio diventare potente... famosa...».

«Va bene, lo sarai...».

Passano le ore, però, e anche l'ultimo filtro non mostra alcun effetto.

«È finita... datele il vostro saluto... e fate presto...».

Birk e Bochra entrano nella tenda di Minkoha.

«Quello stronzo... mi ha mollato... come alchimista... non vale molto...».

«C'ha provato, ha fatto tutto il possibile... tu gli piaci molto, è molto abbattuto».

«Non quanto me...», aveva infatti una aspetto spaventoso: pallida, tirata, sudaticcia. «Bochra... tu sai risvegliare i morti... portate con voi... il mio cadavere... se non ci penserà Lunalia... voglio che a farlo... siate voi... voglio continuare... a vivere... mi sveglierò... dal Lete...».

«Minkoha... io ti sono amica. Finché vivi, devi lottare, come faccio io, o ti darai l'ultimo colpo da sola.

Guarda le mie ferite...».

«Sapevo che eri forte... Bochra...», si ferma un attimo, sopprimendo a stento un conato di vomito, «anche la vecchia Minkoha... non vuole crepare... ma le mie... sono tante... e nascoste... e se lui... se ne è andato... è finita...».

«Io e Birk siamo qui per vederti combattere, Minkoha. Puoi superare la notte, se ci credi. Poi, domani, si vedrà», Bochra faceva di tutto per lusingarla un po', per farle balenare qualche illusione, ma quella aveva ormai mollato, esperta com'era, sapeva di doversi consegnare a Thasaidon.

«Bochra... sei carina con me... tu mi vuoi aiutare... ma io... non so come fare... te lo giuro... sono disperata... vorrei salvarmi... ma ho paura... di...», deve fermarsi per trattenere il vomito, «di illudermi... voi sapete... che non ho speranze...».

Minkoha aveva toccato il punto.

Per quanto si cercasse di confortarla, il suo destino era segnato.

Farle guadagnare qualche ora, continuando con quella spasmodica assistenza, non l'avrebbe salvata.

E lei la stava vivendo come un'angosciosa disillusione.

Quell'inutile attesa la stava sfibrando al pari delle emorragie interne.

D'altra parte non aveva il coraggio di darsi subito la morte; perciò era costretta ad aspettare, e aspettando a lottare.

«Le illusioni a volte diventano realtà», insistette Bochra.

«Bevi questo...», Publius fece irruzione nella tenda.

«Ancora... non ti sei... arreso...».

«Neanche tu mi pare...

Se sono le spore di un fungo a indurre l'emorragia, allora quel che occorre è una soluzione salina, e per fortuna avevo con me il necessario.

Nei vecchi libri è scritto che l'epidemia dei tumori venne infine debellata dal bicarbonato di sodio, poiché i tumori stessi sono funghi interni che provocano - fra l'altro - emorragie mortali».

«Publius!
Vieni fuori!», Lunalia lo chiamava.
Uscì affiancato da Birk, mentre Bochra rimaneva con Minkoha.
«Le tue belle se la passano male…», lo fissò con occhi tasaidici. «Siamo alla stretta finale. Ma tu puoi ancora salvarti. Mi serve compagnia all’oasi…», la risata che seguì le parole era quella di una vecchia.
Le guardie di Lunalia avanzarono per sferrare l’ennesimo attacco.
In quel mentre, la possente Bochra uscì allo scoperto.
Lembi di budella le penzolavano dalle molteplici ferite aperte in pancia. I cadaveri l’avevano colpita più volte, rendendola sempre più simile a loro.
Ma la formidabile stazza della prostituta necrofila le permetteva di rimanere in piedi, temibile e massiccia.
Nessuno sapeva quanto fosse avanzata nell’arte della negromanzia, sperimentata tra le salme del cimitero; non era tuttavia da escludere che avesse cominciato ad applicarla a sé stessa, bevendo dal Lete per governare la propria morte e non perdere del tutto il controllo di sé.
Appariva infatti mortalmente stordita da una parte, vividamente cattiva dall’altra.
E fu grazie a questa che estrasse un pugnale d’argento e lo fiondò contro Lunalia.
SZOCK
La lama si fece strada in profondità, affondando fino al manico nel petto della vecchia regina.
Lunalia abbassò lo sguardo, incredula, portando entrambe le mani sul pugnale.
«Maledetta…», sibilo rabbiosa, quando lo rialzò.
Barcollando incerta sulle proprie gambe, pesantemente ingobbita, avanzò a piccoli passi verso il campo.
Le sue guardie stavano perdendo forza, Birk poteva adesso sbaragliarle senza difficoltà.

Le ultime sbandarono nel folto della macchia, ritirandosi in disordine, come al verificarsi di una disfatta.
«Guarda… che ha fatto… la tua amica…», Lunalia si rivolse a Publius, che era rimasto ad aspettarla.
Continuò a camminare, lasciandosi cadere intorno al bivacco, appoggiandosi di spalla al tronco di una pianta.
Mostrò i palmi delle mani, rimasti premuti contro la ferita: erano quasi puliti.
«Le vecchie… non perdono molto sangue…
Sapete quanti soli… ho visto…?
Ho perso il conto…».
A prescindere da quanti fossero, se li portava decisamente bene, ma era aiutata dal fungo maledetto.

Publius cominciò a vedere delle crepe nel suo volto.

Lunalia si stava sgretolando.

Non credeva ai suoi occhi.

Fu la stessa Lunalia a fornirgli una spiegazione.

«Questo pugnale... mi sta avvelenando... ma non posso strapparmelo... sarebbe peggio... vedresti uscire... un liquido... denso... nero... e maledetto... come la morte...
Il mio regno… Publius... non risorgerà più…», la voce era sempre più chiaramente quella di una vecchia.

Lunalia rimaneva con le mani aggrappate al pugnale.
«Birk… amico… va’ da Minkoha».
Publius rimase accanto alla strega morente.

Bochra si avvicinò con aria minacciosa.
«Cani maledetti... non avrete… il coraggio… di darmi... il colpo di grazia...», annaspando a bocca spalancata.

«Ti sbagli, Lunalia», Bochra le mostrò la punta di un altro pugnale.
«No… mettilo via… vi farò guadagnare… molto oro…
Conosco una pianta… che guarisce…
Vi spiegherò… come… è fatta…», si illudeva di resistere ancora, ma aveva il fiato corto.

«Allora è meglio che ti sbrighi, Lunalia», la incalzò Publius.
«Ascoltate…».
Il margine dell’oasi si era diradato. Il sole purpureo di Zothique filtrava tra le fronde, rosso sul rosso.

«Un altro colpo non serve».

SWISH

Bochra le strappò il pugnale dallo stomaco.

Sorpresa, Lunalia strabuzzò incredula gli occhi.

«Che hai fatto...», nel dirlo, si rovesciò a terra con la bocca spalancata.

Da sotto il corpo si vide defluire un liquido nero, denso e maledetto.

«Perché? Poteva ancora parlare».

«Se c'è qualcosa, lo vedremo presto».

Bochra aveva ragione.

L'oasi si diradò completamente.

Rimanevano solo arbusti secchi, rovi e un piccolo stagno, attorno a cui crescevano centinaia di fughi rossi maculati di bianco.

La strega era rimasta con la bocca nella sabbia.

Fremeva ancora.

Publius non resistette alla tentazione di aiutarla.

E stavolta non v'erano dubbi che fosse una sua decisione.

Non si era ancora sgretolata del tutto.

Capì da solo quello che doveva fare.

Raggiunse lo stagno e raccolse una manciata di funghi.

Voltò supina la strega e glieli polverizzò sulla ferita da cui continuava a colare la materia scura.

Il flusso rallentò fino a stabilizzarsi.

E poco dopo si assistette a un prodigio: il liquido maledetto invertì il flusso, rientrando lentamente nel corpo di Lunalia.

Le profonde rughe comparse sul volto della strega si attenuarono.

«Ci accompagnerai nel nostro viaggio e ci svelerai i misteri di Nooth-Kemmor, Regina del Tasuun».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

TROPPO POCO PIOMBo

di Salvatore Conte (2010-2018)

Gloria aveva un piano: migliorare la sua reputazione eliminando la vecchia Cynthia Franzone. Troppi uomini del suo clan, i Boccanegra, erano caduti vittime del fascino letale di quell’esperta puttana. Gloria le avrebbe saldato il conto.
In effetti era quotata quasi quanto Cynthia nell’ambiente. Ma ora lo scontro finale fra le due seduttrici avrebbe posto fine per sempre al mito della vecchia Franzone e segnato la sua definitiva affermazione.
Il loro primo e ultimo incontro avvenne di notte, in aperta campagna, all’interno di un’anonima area di sosta, malamente illuminata.
Cynthia osservava attenta la giovane e snella bruna, mentre le si faceva vicino. Quell’incontro poteva essere il primo passo verso una tregua tra le famiglie. I clan Boccanegra e Franzone avevano dominato il commercio della cocaina sulla Costa Est per 30 anni. Puttane e pezzi grossi avevano piegato egualmente i loro nasi. Le famiglie avevano provato a schiacciarsi l’un l’altra, ciascuna tentando di conquistare il monopolio su tutta la Costa Est. Ma solo per riempire le strade di cadaveri e arrivare a una condizione di reciproca, pericolosa debolezza.
Quella sera Cynthia doveva consegnare a Gloria due milioni di dollari in cambio di un mese di pura cocaina colombiana.
Se questo accordo avesse funzionato, si sarebbe potuta realizzare un’alleanza completa tra le due famiglie.
Il boss dei Boccanegra, tuttavia, non gradiva affatto l’idea di condividere i suoi agganci colombiani, men che meno con gli odiati Franzone.
Così Gloria era stata incaricata di far fallire l’accordo con ogni mezzo.
Questo significava la morte per Cynthia Franzone e per qualsiasi scagnozzo della sua famiglia.
Cynthia era informata del pericolo. Si era espressa contro l’accordo, ma eseguiva gli ordini per rispetto verso il fratello, Fred Franzone.
La potente bionda era già stata ferita un paio di volte e si riteneva fortunata di aver tagliato il traguardo dei 50.

Sapeva di non poter durare per sempre e dunque non aveva troppa paura di finire come un giorno sarebbe comunque finita.

Presto o tardi avrebbe beccato un proiettile di troppo e l’avrebbe accettato.
La vecchiaia le faceva paura: matura sì, decrepita no.
Nessuna parola fu scambiata. Le due donne sostennero a lungo l’una lo sguardo dell’altra. Gli occhi di Gloria suggerivano un’intensa, anticipata eccitazione.
Cynthia aprì la sua valigetta per dimostrare che la promessa dei Franzone era stata onorata.
Gloria fece altrettanto, rivelando la bianca presenza dei sacchetti di coca.
Ma all'interno della valigetta, sotto la roba, riposava una 45 automatica e silenziata.
La ragazza appoggiò distrattamente il bordo contro il ventre di Cynthia, appena sotto l’ombelico.
Una piccola stringa di plastica trasparente era avvolta intorno all’indice della sua mano.
Doveva solo tirare improvvisamente la mano verso di sé e la pistola avrebbe riempito del suo carico famelico il vulnerabile intestino della Franzone.
Gli occhi di Gloria non avevano mai brillato così intensamente mentre fissavano il formoso petto della rivale, che non si sarebbe più gonfiato sotto la camicetta bianca.
Prima accostò lentamente a sé la mano, poi diede uno scatto improvviso.
FLOP
Cynthia Franzone, il mito vivente, avvertì il soffio metallico del colpo silenziato, prima che un dolore caldo la obbligasse a guardarsi la pancia!
Gloria non stava più nella pelle.
L’aveva fregata.
La sua eccitazione, però, durò poco.
SZOCK
La Franzone, mentre con una mano spingeva di lato la valigetta, con l’altra estrasse fulminea lo stiletto che portava lungo la coscia e lo piantò profondo nel collo della rivale.
La morte fu quasi istantanea.
Nella sfida mortale fra le due pericolose killer dei clan Franzone e Boccanegra, era Cynthia a essere rimasta in piedi.
Gloria era stata eliminata: l’ennesimo cadavere che si aggiungeva alla lunga lista dei morti ammazzati lungo la Costa Est.
Ma anche Cynthia Franzone doveva fare i conti con un problema molto serio: calibro 45, per la precisione.
La bionda stava cercando di capire come organizzarsi.
Aveva più di 50 anni, ma era ancora una donna molto potente: una vecchia gloria molto ben tenuta.
Quella sera il completo nero, pesantemente gonfiato dallo straripante petto, le calzava come un guanto.

Rimaneva un mito.
Con i denti digrignati, per la rabbia e la determinazione, la Franzone caricò in macchina entrambe le valigette, mise in moto e partì a razzo, bruciando le gomme.
Mentre guidava ripeteva tra sé che mai si sarebbe fatta fottere da una pallottola sparata da una stronza.
Voleva salvarsi a tutti i costi.
Avrebbe ucciso chiunque si fosse interposto tra lei e la sua salvezza, compreso il fratello, che forse l’avrebbe fatta liquidare, visto che il buco nell’utero la stava uccidendo.
Aveva i soldi e la droga: aveva tutto.
Agli altri raccontava di non aver paura di crepare, che a tutti capitava prima o poi, ma ora che era toccato a lei, non aveva alcuna intenzione di rimanerci secca, anche se la pallottola era mortale.
Doveva però arrangiarsi senza finire in ospedale.
Le occorreva una spalla, un uomo di cui fidarsi.
Accostò l’auto e fece una chiamata.
Aveva contattato Johnny, uno dei suoi ragazzi.
Lo aspettò nel luogo convenuto.
Il piano di Cynthia era quello di far calmare le acque.
Rischiava una ritorsione sia interna che esterna.
Voleva starsene nascosta, farsi curare e tenersi soldi e droga come strumenti di pressione.
«Cazzo, Cynthia! Ti hanno beccato!», esclamò Johnny, quando la vide tenersi la pancia, con le mani impregnate di sangue.
«Non è niente… ho il controllo... muoviamoci…», ma la voce rauca della donna e il pallore spettrale del volto tradivano la gravità della situazione.
Johnny guidava per raggiungere in tempi brevi un covo segreto e da lì chiamare un buon medico.
Se la vecchia puttana crepava, si sarebbe ritrovato fra le mani quattro milioni di dollari. Se la tirava per le lunghe, avrebbe avuto lei.
Insomma, se non lo pizzicavano, gli era andata bene.
Rimanevano, però, troppi “se” sparsi per la strada.
Cynthia si premeva ambo le mani sull’utero. Le bruciava da morire.
Ma voleva mostrarsi sicura di sé nei confronti di Johnny e così evitava di lamentarsi.
Non gli avrebbe detto niente fino alla fine.
SKREEKKK…
Improvvisamente un’auto che proveniva dal senso opposto di marcia tagliò loro la strada.
«Bastardi!», esclamò inferocito Johnny.
Fu costretto a fermarsi, aprì lo sportello e - proteggendosi dietro la portiera - cominciò a sparare.
La Franzone, benché ferita a morte, fece la stessa cosa sul proprio lato.
Con la forza della disperazione, si tirò su e cominciò a sparare anche lei.
Entrambi i finestrini erano già abbassati, data la serata calda.
E ora sempre più bollente.
Erano in due anche gli avversari.
Johnny riuscì a liquidare il suo dirimpettaio, senza subire danni.
La Franzone non ebbe la stessa fortuna.
«Cynthia!».
Aveva centrato in fronte il suo diretto avversario, ma si era beccata una pallottola nello stomaco, crollando addosso alla portiera, le braccia a penzoloni verso terra.
«Cynthia!», Johnny ripeté l’urlo.
La ributtò dentro e ripartì bruciando le gomme.
La Franzone era viva, ma sotto shock: bocca spalancata, occhi sbarrati e braccia molli lungo i fianchi.
Adesso non aveva più alcuna possibilità.
La gran puttana era spacciata.
Li avevano intercettati, ma la corsa proseguiva.
«Cynthia!», Johnny esplose ancora in quell’urlo ossessivo, ancora più sconvolgente nel chiuso dell’abitacolo.
«Cough… cough…», la Franzone rispose vomitando sangue.
Adesso aveva grossi problemi da gestire.
«Dannata troia, questa pallottola non ci voleva».
Johnny prese a guidare sempre più veloce, incurante di eventuali pattuglie della polizia, e di continuo si voltava a guardare la faccia incredula di Cynthia.
Chiamò il medico direttamente dall’auto, rischiando di finire fuori strada.
«Sta arrivando, stai tranquilla.
Porterà plasma e ossigeno.
Ti sentirai meglio».
Aveva raggiunto il covo e l’aveva stesa sul letto.
Cynthia Franzone era in fin di vita
Rimaneva uccisa da piombo fatale.
Ma si sarebbe consolato con quattro milioni di dollari.
«È andato… tutto… storto…», le palpebre erano pesanti, fluttuavano, era uno
sguardo molto sexy.
«Hai fatto troppe stronzate, Cynthia!», Johnny le sbottò in faccia, scaricando così la sua rabbia.
La Franzone ebbe una convulsione e con la mano destra intrisa di sangue afferrò l’uomo: «Stronzo… di merda… sono arrivata… a 65 anni…», gli stringeva il braccio con forza innaturale, «porta… rispetto…».
«Scusami… scusami, Imperatrice…».
Mollò la presa e vagò con lo sguardo sul soffitto della camera.
La bocca sempre più spalancata annaspava alla ricerca di ossigeno.
«Prova a reggere, il medico sarà qui a momenti».
«Ci… sto… provando… idiota…».
Troppo poco piombo per un mito.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

HESSA e HANNA

NEL TRIANGOLO DELLE BERMUDE

di Salvatore Conte (2018)

Modena, 2 aprile 1945.
«Me l’ha portata troppo tardi, Colonnello.
È invasa dal cancro».
«Come l’Europa…».
«Non escludo possa sopraggiungere la morte già nelle prossime ore».
«Ma… io pensavo… le rimanesse almeno un mese…».
«Se cominciamo subito la mia cura... e se la paziente riesce a resistere il tempo necessario a conseguirne i primi benefici… diciamo che potrebbe sopravvivere qualche settimana, forse alla fine della guerra.
Con il mio farmaco il tumore verrebbe rallentato, quasi fermato, appena prima del colpo di grazia: gli ultimi tre giorni possono diventare tre settimane.
Ma nessuna speranza di salvarla, sia chiaro.
Me l’ha portata troppo tardi».
«Tre settimane non sono poche.
Sarebbero sufficienti per quello che ho in mente...
Iniziamo subito la cura, dottore.
Il marco ha perso potere d’acquisto, ma questo compenserà i vostri sforzi...».

Hessa Von Thurn mostra un lingotto d'oro al medico italiano.
«Via, Colonnello… non vorrà offendermi, spero.
Mi rammarico solo di non poter fare di più per il Maggiore Franzen».
«La porterei volentieri con me, dottore, ma è meglio che qualcuno rimanga; anche se, con i cattocomunismi, temo, non vi troverete a vostro agio».

«So come badare alla feccia, Colonnello.

Piuttosto, debbo arguire che lei sia in partenza?».

«Esattamente, dottore.

Non appena riuscirete a stabilizzare il Maggiore, toglierò il disturbo».

«Nessun disturbo, davvero».

«Vedete... dottore... noi non siamo né la destra, né la sinistra.

Noi siamo la testa...».

«Credo di afferrare il concetto, Colonnello.

Ma mi lasci dire che mi dispiace molto per il Maggiore, avrei preferito seguirla personalmente fino alla fine».

«Non mi rimane difficile crederlo.

In qualche modo, però, vi farò sapere quanto sarà durato il mio ufficiale subalterno, prima di arrendersi...».

«Gliene sono grato.

E tuttavia... ho suggerito a un mio giovane assistente di mettersi a sua disposizione, Colonnello».

«Molto bene.

Hanna deve ricevere il meglio fino alla fine».

Triangolo delle Bermude, 2 maggio 1945.

«È finita, Hanna. Sei sopravvissuta al III Reich».

«E... a questa tempesta...?».

«Non molli, eh?».

«Provo a crederci... fino alla fine...», la faccia spettrale di chi combatte una guerra impossibile da vincere. Dopo Berlino, sta per cadere anche la Franzen. «Ma ricordati... che voglio risvegliarmi... provale tutte...».

«Appena saremo in America, sarai ricoverata in una delle migliori cliniche: e se anche fosse tutto inutile, sarai ibernata e risvegliata dai nostri scienziati».

«Colonnello... il mare è troppo grosso, dobbiamo puntare sulla vicina isola».

«Come si chiama?».

«Ehm... veramente... non è segnata sulle mappe».

«Ne prenderemo possesso noi, allora.

Procedete pure, Capitano».

Il vecchio Capitano Ben Morris ha la fortuna di avvistare una profonda insenatura nell'isola, quasi un porto naturale.

L'imbarcazione è in salvo.

Cessata la tempesta, Hessa Von Thurn rivela il suo piano: «Esploreremo l'isola, prima di andarcene.

Voi, Capitano, rimarrete qui, insieme al nostromo.

Ma occhi bene aperti...

Tutti gli altri sbarcheranno con me».

Detto-fatto, viene calata una lancia.

Il paesaggio è tropicale, incontaminato, per ora nessuna traccia di presenza umana.

L'ex Colonnello Von Thurn, arma in pugno, guida la piccola colonna.

L'avvenente, straripante valchiria è come sempre tirata a lucido nella sua perfetta uniforme.

In fondo, lei non si è ancora arresa.

È seguita da un altro biondo, il giovane e aitante timoniere Luke Halpin.

Viene poi la carrozzina del Maggiore Hanna Franzen, aristocratica, bellissima cinquantenne, invecchiata di vent'anni dalla malattia, che l'ha annientata con la forza devastante di un bombardamento a tappeto.

È spinta dal dottor Luigi Di Brutto, giovane allievo dell'anziano luminare modenese.

Anche lei non si è arresa.

Chiudono la fila l'industriale tedesco ribattezzato Jack Davidson e la moglie Beverly.

«Mi scusi, Colonnello... si può sapere cosa spera di trovare in questo accidente di posto?», la domanda viene dallo pseudo-Davidson, ormai spazientito dalla lunga scarpinata nella giungla.

«Mister Davidson...», il tono è ironico, «non la incuriosisce il fatto che quest'isola non sia riportata su nessuna carta nautica?».

«E perché dovrebbe? Abbiamo perso l'intera Europa... e l'Africa...».

«Vero, ma... le abbiamo perse perché i dettagli sono spesso trascurati.

E poi qui l'unico a potersi lamentare sarebbe il Maggiore Franzen», le asciuga il sudore dal collo.

«Almeno lei se ne sta seduta».

«Ne farebbe volentieri a meno.

Ma parlavamo di dettagli...», Hessa smuove un fascio di liane aggrovigliate tra loro.

«E questa... che roba è...?».

«È una colonna classica.

Forse un'eruzione vulcanica ha riportato alla luce qualcosa di importante, Mister Davidson».

«Senz'altro lo è, Colonnello. Organizzeremo una spedizione non appena arrivati in America».

«Prima, però, effettuerò un sopralluogo.

Il Maggiore Franzen e il Dottor Di Brutto rimarranno con me.

Voi tre, invece, potete rientrare.

Mister Halpin, siete in grado di rifare il percorso al contrario?».

«Penso di sì».

«Hanna, voglio vedere se riusciamo a trovare qualcosa per te.

La spingo io, Dottore».

«Non pensi che... quegli idioti...», la voce affaticata, incerta, il volto spettrale, «possano ripartire... senza di noi...?».

«Solo io conosco dove approdare, mia cara».

I tre entrano nell'antica struttura: sembra un tempio classico.

Ma niente tecnologia, come forse sperava la Von Thurn.

«Hessa...».

«Hanna... cosa c'è...?», si riavvicina.

«Aiutami...», ha una crisi.

La Von Thurn le asciuga pazientemente il collo, facendole sentire la sua presenza.

La Franzen è alla fine.

«Devi stare calma, Hanna. Continuare così e andare avanti».

«Mi sento strana... sto male...», sta perdendo i sensi.

«Dottore!», lo chiama come un soldato del corpo di guardia, imperiosa, quasi rabbiosa.

Il giovane medico apre subito la borsa: tutti i palliativi possibili sono messi in campo.

La Franzen è semi-incosciente: forse è l'avvio dell'agonia fatale.

«Vieni fuori da lì!», un altro ordine, rivolto a una colonna.

È uno zombi, ma Hessa non si scompone minimamente.

Orrori ed esperimenti estremi erano la normalità fino a poche settimane prima.

«Appartieni a questa antica civiltà?», non la sorprende che fossero molto avanti nelle scienze negromantiche.

La creatura annuisce blandamente.

«Che attività svolgevi in vita?».

«Io... guaritore...», la sapienza universale dei morti permette al cadavere vivente di superare la barriera linguistica.

«Allora è l'inferno che la manda, dottore...

Ho bisogno di sapere come curavate il tumore».

«Tumore... malattia rara... noi curare... con seme di albicocca... impossibile sopravvivere».

«Albicocche? Quello stupido frutto?

E dove le trovo, adesso?».

«Colonnello... ieri sera, prima della tempesta, le abbiamo consumate a cena...

Se non erano le ultime...».

«Ha ragione, dottore.

Torneremo subito indietro, insieme al suo collega.

Dottor Zom... avrà presto un altro tempio...».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

la Porta di Dite al cinema

Lainie Kazan sta per incassare 6 pallottole di piombo caldo in "Lust in the Dust":

sono abbastanza per lei?

Scrivi il tuo seguito, se vuoi decidere il suo Fato...

(Le migliori risposte saranno pubblicate)

Oltre a quella di Lainie Kazan, le sensazionali dipartite di Bindu, Femi Benussi, Helene Chanel, Ingrid Pitt, Isela Vega, Jacqueline Scott, Marie Gomez, Nichelle Nichols, Nieves Navarro, Patricia Medina, Rossana Yanni, Sarah Douglas, Scilla Gabel, Shannon Tweed e Stella Stevens, hanno fatto la storia del cinema in questo ambito.
Le attrici citate, tutte sotto utilizzate dall’industria cinematografica, hanno aggiunto qualcosa di speciale a situazioni per altri versi assolutamente in linea con gli standard produttivi e quindi destinate a rimanere banali e insignificanti.
Di seguito sono pubblicate sedici immagini tratte dai rispettivi film, con link alle relative informazioni.

Marie Gomez

"The Professionals"

(1966)

Scilla Gabel

"Il segreto dei Frati Gialli"

(1966)

Helene Chanel

"Cjamango"

(1967)

Patricia Medina

"Latitudine zero"

(1969)

Isela Vega

"El sabor de la venganza"

(1971)

Rossana Yanni

"Un omicidio perfetto a termine di legge"

(1971)

Nieves Navarro

"Tutti i colori del buio"

(1972)

Jacqueline Scott

"Charley Varrick"

(1973)

Nichelle Nichols

"Truck Turner"

(1974)

Femi Benussi

"L'assassino è costretto ad uccidere ancora"

(1975)

Stella Stevens

"Cleopatra Jones and the Casino of Gold"

(1975)

Bindu

"Bandie"

(1978)

Sarah Douglas

"Conan the Destroyer"

(1984)

Ingrid Pitt

"Wild Geese II"

(1985)

Lainie Kazan

"Lust in the Dust"

(1985)

Shannon Tweed

"Possessed by the Night"

(1994)

Per ricordare il loro valore e finalizzare le prospettive lasciate aperte, QueenDido.org invita gli scrittori del genere a far pervenire un contributo letterario.

Ai partecipanti è richiesto di comporre, in base al film prescelto, una narrazione che costituisca una variante al film stesso, a partire dal momento della sensazionale dipartita rappresentata dalla rispettiva attrice.
I migliori contributi saranno pubblicati.

Per inviare i testi: conte@queendido.org

LA SERIE TV "SpaRTACUS"

aDOTTA IL FATTORE

"PORTA DI DITE"

"Spartacus" è una recentissima serie tv di successo, di produzione anglofona.
Tra le note salienti, introduce elementi di conoscenza scientifica del mondo romano, basati su un’ermeneutica sufficientemente affidabile, non esclusivamente demotica, come invece è consueto nelle rappresentazioni anglofone moderne del mondo romano antico, le quali - per generalizzare i fallimenti della propria cultura - tentano di realizzare una chiamata di correo nei confronti del passato di cui si ritengono emanazione.
Tra gli aspetti che contribuiscono a rendere - nel complesso - sufficientemente efficace la penetrazione storica di questa nuova serie tv, vi è l’adesione a quello che può chiamarsi il fattore "Porta di Dite”, ovvero la presa di coscienza, almeno a livello superficiale, dell’importanza che il paganesimo ben temperato (tra Femminino e Mascolino) riconnette alla salvaguardia della donna, anche a prescindere dalla sua inclinazione morale concreta.
Questo tema è stato affrontato da Salvatore Conte in diverse opere letterarie, fra cui “Sulla Porta di Dite” (con Loredana Marano).
Come è stato annunciato nella IV di copertina di questo Ciclo di racconti, “gli autori hanno dichiarato guerra a cliché e stereotipi, letterari e cinematografici, dell’industria di massa”.
Ebbene, la guerra è stata vinta in tempi velocissimi.
Perché “Spartacus” è un prodotto (para) cinematografico dell’industria di massa, di primissimo piano.
E come vedremo fra breve, udite-udite, una donna (molto cattiva) colpita al ventre da un gladio, non solo non muore, ma di questo fatto viene riconosciuto il valore sacrale reso dall’inopinata sopravvivenza della donna stessa.
Tutto ciò è sussurrato da un anonimo consigliere all’orecchio del Pretore che deve deciderne la sorte: ecco, anche questo ci sembra un realistico tributo alla figura di Salvatore Conte, molto imitato - e quasi sempre segretamente - ma anche molto ascoltato.
Vediamo la storia nel dettaglio.
Nell’ultimo episodio della prima stagione divampa la rivolta di Spartaco e dei suoi compagni gladiatori.
La casa del suo padrone viene messa e ferro e fuoco, tutti i patrizi presenti vengono trucidati.
La moglie del padrone, Lucretia, è affrontata dal vice di Spartaco, che - anche per questioni strettamente personali - le affonda il gladio nel ventre:

                   

La donna torna in scena poco dopo, quando crolla al fianco del marito, che sta per essere barbaramente sgozzato da Spartaco in persona:

                   

Negli ultimi fotogrammi è ripresa agonizzante, se non già cadavere, in un bagno di sangue.
E fin qui siamo all’interno del vecchio cliché.

Nel primo episodio della seconda stagione, andato in onda il 27 gennaio 2012, Lucretia ricompare in scena, inopinatamente sopravvissuta all’eccidio.
La moglie del Pretore, il quale dirige la repressione della rivolta, suggerisce al marito di eliminarla, confermandone la morte (perché la donna è a conoscenza di imbarazzanti segreti che la coinvolgono), ma il Pretore, validamente consigliato dal subordinato di cui si accennava sopra, decide di trattarla con riguardo e di sfruttarne il significato simbolico:

                   

                   

La ferita inferta dal gladio, ormai cicatrizzata, viene espressamente evidenziata allo spettatore con grande efficacia drammatica e significanza concettuale:

Il momento più suggestivo e vibrante viene raggiunto allorché Lucretia ricompare agli occhi del suo assassino, mischiato tra la folla del mercato di Capua.
L’aspetto teleologicamente più rilevante è l’inversione di ruoli che viene realizzata attraverso il tentato omicidio e la sopravvivenza della vittima: il vice di Spartaco, per tutta la serie, è un personaggio schematicamente “buono”, animato da solidi principi e da senso dell’onore; Lucretia è al contrario personaggio schematicamente “cattivo”, intriso di vizi morali e colpevole o partecipe di delitti infami, tra cui quello più grave in assoluto: l’assassinio della moglie di Spartaco, concepito e realizzato dal marito, con la sua rassegnata approvazione.
Ebbene, nonostante le premesse rigidamente orientate, l’atto infame di colpire a morte una donna disarmata, a sangue freddo, rimette in discussione gli attributi morali dei due personaggi, e quando questi si incrociano di nuovo, il vice di Spartaco percepisce su di sé l’errore della propria condotta, mentre Lucretia, al contrario, ritorna in scena in luce nuova, mondata dai propri errori:

                   

In aperta citazione di "Didone Liberata", Lucretia si passa la mano sul ventre, come a risentire la ferita aprirsi dentro di sé, in un momento di sublime intensità, sconosciuto alla sensibilità moderna:

Questa inversione giunge con assoluta chiarezza allo spettatore: è il punto di vista della produzione, è l’esito di una guerra vinta e molto veloce.
Salvatore Conte può ben vantarsi di aver riconquistato, con l’arte umanistica del pensiero e la fermezza morale dell’antica Fides, gli eredi dei galli e dei celti, in un tempo ancor più breve del suo cruento predecessore.
È venuto, ha visto, ha vinto.

A memoria dei posteri.

S.C.

(Marzo 2012)

Arena di Capua

Dal passato al presente: forme mutevoli, stesso destino.

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