Didone Liberata

L'autentica Didone di Virgilio

Dramma teatrale in quattro Atti

di Salvatore Conte

basato sulla Eneide

di Publio Virgilio Marone,

e su La Didone

di Giovan Francesco Busenello.

Un'opera Manifesto.

Filippo Falciatore - La caccia di Didone ed Enea, particolare (1765, ns. elaborazione grafica)

Welcome to QDido.org,

the new landing of the real Virgil's Dido:

an open, multilingual, cosmopolitan website,

dedicated to Elissa the Jocund, alias Queen Dido (a. 840-750 B.C.),

and to her inexhaustible aspects: historical, social, poetical, spiritual ones, and so on...

Drama included in:

A Bequest Unearthed, Phoenicia
Encyclopedia Phoeniciana

Drama catalogued and reviewed in:

Dido - Didon - Didone
Eine kommentierte Bibliographie zum Dido-Mythos in Literatur und Musik

Website reviewed in:

Il teatro. La voce dell'anima.

Fondazione Teatro La Fenice di Venezia

(per il ritorno della Fenicia dal suo Prospero)

con il Patrocinio di S.E. il Presidente della Repubblica Italiana

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unmasking the august murderer

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Mai mollare, anche se è finita

di Riccardo De Boni e Angie Lorall (2011)

In quei giorni bisognava arrangiarsi come si poteva: dalla Rivoluzione alle rapine, non si poteva trascurare nessuna opportunità.
Non era strano passare da ricercati a eroi nazionali, e di nuovo a ricercati, in breve tempo.
Anche io ero cresciuto tra cactus e fucili, e la vita non era stata facile.

Avevo quindici anni quando diventai un ribelle: ero analfabeta, e non sapevo niente di giustizia, ma quando quel porco di fazendero fece frustare mio padre perché era malato e non lavorava, allora compresi cosa dovessi fare, anche se all’epoca non conoscevo i congiuntivi.
Ma i congiuntivi non fanno buchi in testa. Forse ogni tempo ha la sua grammatica. A me piaceva giocare con le pistole, quelle vere. E quando il tirapiedi con la frusta si prese un attimo di riposo, io gli portai un po’ d’acqua, lui bevette, io gli passai vicino, come niente fosse, e la sua pistola finì nelle mie mani…
Credo che l’ultima cosa che vide fu la canna della sua pistola, puntata contro i suoi occhi. Il porco smise di ridere. Mia madre mi urlava di lasciare la pistola, ma io volevo ammazzarlo. Ancora oggi non capisco cosa mi trattenne dal farlo. Forse pensai a mio padre e a mia madre, non lo so. Gli altri peones della fazenda mi guardavano sconcertati. Il porco tremava. Poi mi prepararono un sacco e uno di loro mi disse, a bassa voce: «Scappa, vai sulle montagne, e chiedi di Ayala».

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Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui (l'archetipo è Marie Gomez in "The Professionals").

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

Il Buono, il Brutto, la Cattiva

di Riccardo De Boni e Angie Lorall (2011)

Un cielo lattiginoso ricopriva l’arida spianata adattata a cimitero, nella quale migliaia di tumuli erano trafitti da una croce fatta con due pezzi di legno. La Morte era la Signora del luogo fino alle colline, che chiudevano, agli umili paesi posti oltre, la vista del cimitero, spettrale nella luce uniforme della terra e della pietra. Una piazza ellittica di terra battuta formava il nucleo centrale della struttura, dal quale si irradiavano a perdita d’occhio le pietose croci; un baraccato di legno fungeva da stazione per i carri e da tetto per i rarissimi visitatori.
Un cimitero dimenticato di poveri soldati spiantati, mandati al macello per ridefinire le forme di sfruttamento dei più umili, era il luogo più sicuro per nascondere un tesoro, ma era anche una trappola senza scampo, e un accesso diretto all’inferno. Lo sapeva bene Sandj la Cattiva, Sandj la persiana, Sandj dai capelli color mogano.
Piantata ai margini dell’ellisse, pronta a dare battaglia, si guardava intorno per scorgere una qualche via di fuga. La posta in gioco era alta e le possibilità ridotte a una su tre. Scaltra, fredda e senza scrupoli, Cattiva, Sandj aveva compreso fin troppo bene che se voleva sopravvivere in un mondo duro e senza regole doveva usare gli uomini a suo vantaggio. “Io ti do, tu mi dai”: formula-base della vita, che lei tentava di semplificare nel “tu mi dai” senza contropartita.

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Una pallottola per Leila

di Riccardo De Boni e Angie Lorall (2011)

Era appena rientrata a casa. E indossava ancora l’avvolgente camicia bianca, sbottonata fino al seno.
Gettò cellulare e chiavi dell’auto sul mobiletto del salotto superiore e si guardò allo specchio: le piaceva guardare il proprio corpo. Un tempo molto bella, ora poteva definirsi piacente. Con qualcosa in più di quando era ventenne. Le forme abbondanti, il seno generoso, il sorriso largo, la bocca sensuale la rendevano desiderabile. Con la mano si lisciò il petto, poi accompagnò le curve fino ai fianchi fermandosi a guardare, compiaciuta, l’immagine riflessa. Doveva dimagrire... Era la solita promessa che non aveva mai messo in atto. Piaceva così com’era, lo sapeva, piaceva anche se la pancia prominente la rendeva tozza. Anche se le cosce grassocce erano attaccate, anche se il seno stava perdendo tonicità.
Si ravvivò i capelli con le mani, lentamente, con fare sapiente, sempre guardandosi. Era il gesto che conquistava, era diventato il segnale della disponibilità, anche se nell'ultimo periodo si era data una calmata, perché piaceva a Wil e poteva esserle utile.

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Cura calibro 38 per Dalila

di Riccardo De Boni (2010)


www.DalilaDiCapri.comPaola stava rimuginando i dettagli del suo ambizioso piano: avrebbe finalmente eliminato, una volte per tutte, la sua più pericolosa rivale. Dalila.
Troppi uomini del suo clan erano caduti vittime del fascino letale di quella donna. Ora era giunto il momento di saldarle il conto.
Paola era quotata quasi quanto Dalila nel giro. Ma ancora le mancava qualcosa per eguagliarla. Una volta eliminata Dalila, ogni paragone sarebbe divenuto superfluo. Ed era per questo che lei non poteva fallire.
Il loro fatale incontro si ebbe di notte, in aperta campagna, all’interno di un’anonima area di sosta, malamente illuminata.
Erano completamente sole.
Dalila osservava attenta Paola, seducente e formosa, mentre questa le veniva incontro, a falcate lunghe ed eleganti, quasi a passo di danza. Aveva una valigetta nella mano.
Quell’incontro era stato concepito per compiere il primo passo verso una tregua fra le famiglie. I due clan rivali si contendevano il monopolio del commercio di cocaina nella contea di Arkham. Le famiglie avevano provato a schiacciarsi, ma solo per riempire la contea di Arkham di cadaveri e toccare a una condizione di pericolosa debolezza.
Da quella notte in poi le cose avrebbero dovuto cambiare: niente più scherzi. Dalila doveva consegnare a Paola un milione di dollari ed in cambio doveva ricevere un mese di pura cocaina colombiana.
Ma la sfrenata ambizione di Paola era la variabile imprevedibile di un accordo perfetto.
Le due donne intanto erano l’una di fronte all’altra. Nessuna parola fu scambiata. Gli sguardi si incrociarono impassibili, eppure densi d’una carica d’energia indefinibile, che soltanto due donne di quel calibro potevano addensare in sé.
- «Hai portato la roba?», Dalila ruppe la tensione.
- «E tu ce l’hai il grano?», Paola rispose a tono.
Dalila estrasse dall’auto una valigetta e la poggiò sul cofano posteriore. Quindi la aprì: le ipnotiche mazzette da 100 dollari irradiarono il loro raggio verde-petrolio sul volto di Paola, che rinunciò a farsi suggestionare, perché per lei la posta in gioco era superiore a qualunque cifra in dollari.
Ed ora era il suo turno: anche Paola poggiò la valigetta sul cofano e la aprì, rivelando il contenuto di preziosa, sfolgorante polvere bianca. Le due valigette erano l’una affiancata all’altra: un milione di dollari in cocaina e un milione di dollari in banconote verdi-petrolio.
- «Vuoi provarla?», Paola aveva ripreso in mano la valigetta con la roba e l’aveva sporta verso Dalila.
La donna dagli occhi verdi fissò perplessa la sua rivale numero una.
Ma era ormai troppo tardi quando gli occhi scuri di Paola tradirono un guizzo maligno…
ZIP
All’interno della valigetta, sotto i sacchetti di cocaina, era stata piazzata una calibro 45, automatica e silenziata. Ed in quel momento, Paola, attraverso un congegno occulto, aveva diretto il suo carico famelico verso il ventre di Dalila.
Il sibilo inconfondibile del colpo silenziato accompagnò il dolore rovente che costrinse Dalila a guardarsi la pancia. Lasciò andare un grugnito morbido e quasi divertito, seguito da un suono un po' più lungo: sembrava un ironico tributo a una mano giocata bene.
Dalila non aveva paura della morte.
E Paola trovò irresistibile quella morbida e appena accennata reazione. Abbandonò la valigetta sul cofano dell’auto, perché ormai Dalila era fuori gioco. Prima era gonfia di eccitazione per la trappola mortale che aveva teso alla sua leggendaria avversaria. Ora quell’eccitazione si mutò in un’eruzione di pura lussuria. Muovendosi verso Dalila, che lentamente moriva, Paola veniva ad esigere un premio ben guadagnato. Spinse la sua coscia fra le gambe di lei e raggiunse in brevissimo tempo l’apice del piacere: aveva fottuto la sua storica nemica e ne pretendeva gli ultimi, più preziosi afflati di potente sensualità femminile.
Ma la rassegnata compostezza di Dalila era solo apparente: profittando dell’estasi della sua avversaria, estrasse dallo stivale un micidiale stiletto e lo piantò fino all’elsa nello stomaco di Paola.
La donna mugolò per lo shock, la sua estasi venne bruscamente troncata, le mani si chiusero sul pugnale, il busto si ingobbì in avanti.
I due corpi si separarono, Dalila afferrò la valigetta di Paola, rimosse il falso fondo ed impugnò avidamente la pistola. Ora aveva lei le carte migliori e le avrebbe giocate.
Guardò sprezzante la sua rivale e la spinse all’inferno.
ZIP
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Due colpi in rapida successione investirono Paola in pieno addome. Cercò di rimanere in piedi ma le gambe cedettero: era fottuta e lo sapeva.
Ma anche Dalila non poteva perdere tempo: caricò, eccitata, entrambe le valigette in auto e decise un piano.
Aveva due milioni di dollari con sé. E un buco nella pancia.
Forse era il momento di uscire da quel casino. Con una buona liquidazione per sé, sottintesa e meritata.
Ma non poteva andare lontano da sola.
Doveva appoggiarsi a qualcuno.
E lei aveva l’uomo giusto. Sarebbe andato tutto liscio.
Ma il sangue che le saliva in bocca e le colava dal labbro, la scosse dai suoi pensieri: doveva muoversi.
Dalila diede un ultimo sguardo a Paola che si contorceva a terra: aveva vinto, inutile infierire, aveva altro a cui pensare adesso.
Dal posto di guida, pronta a ripartire, chiamò Johnny: l’unico di cui poteva fidarsi.
Poi, con i denti digrignati per la determinazione, mise in moto e partì a razzo.
Mentre guidava, ripeteva tra sé che mai si sarebbe fatta fottere da una pallottola sparata da una stronza. Aveva i soldi e la droga: aveva tutto. Rimaneva la numero uno. Non poteva, non doveva mollare. Ma doveva arrangiarsi senza finire in ospedale.
Poco dopo raggiunse il luogo convenuto con Johnny.
- «Cazzo, Dalila, ti hanno beccato!», esclamò l’uomo, quando finalmente la vide.
- «Non è niente, ho il control-lo… Muo-viamoci…», ma la voce rauca della donna tradiva la gravità della situazione.
L’invito, implicitamente rivolto a Johnny, era quello di portarla dal dott. Parker, il medico della mala, uno che in genere non si immischiava nelle faide tra le famiglie.
Johnny caricò Dalila e le valigette sulla propria auto, e chiamò immediatamente Parker. Lui sarebbe stato pronto a riceverli.
Mentre l’uomo guidava, Dalila si contorceva al suo fianco, tenendo entrambe le mani ben premute sull’addome a comprimere la grave ferita infertale da Paola. Le mani di Dalila erano sinistramente impregnate del suo medesimo sangue.
Lui la guardava inquieto, mentre continuava a guidare.
Lei percepiva i suoi sguardi.
- «Ci sono Johnny… Non mi fac-cio fot-tere…», lo rassicurò Dalila, digrignando i denti.
Ma a Johnny sembrò una reazione eccessiva, non credibile.
Ad ogni modo, pochi minuti dopo, i due erano ormai giunti presso la casa-ambulatorio del dott. Parker.
- «So che è conciata male...», disse Johnny con Dalila in braccio, facendosi strada in quell’ambulatorio molto privato, riservato a chi aveva bisogno di farsi curare con molta discrezione.
Parker gli indicò il letto ove adagiare la donna ferita. La riconobbe subito. Dalila era molto nota nel giro e non passava di certo inosservata.
- «Qual è la mia parte?», chiese subito Parker.
- «Quanto vuoi?», rispose freddo Johnny.
- «Un milione di dollari. Dalila è un pezzo grosso», fu l’esosa richiesta del medico.
- «Li avrai», rispose senza esitazioni Johnny, «ma devi rimetterla in sesto, chiaro?».
- «Fammi lavorare, allora», replicò cupo Parker.
Pochi attimi dopo, il dottore rientrò nella stanza con un vassoio sanitario, ricoperto da asciugamani, bende e attrezzi medici.
Si accostò a Dalila e le aprì la camicia. Poi le disse: «Tra poco sentirai male, ma è necessario».
- «Io non ho pau-ra… Fai quel-lo… che devi fa-re…», rispose la donna, con l’usata fierezza.
E Parker non se lo fece ripetere.
BANG
BANG
Da sotto gli asciugamani che ricoprivano il vassoio, Dalila vide esplodere due fiammate in rapida successione. Quelle di una calibro 38. Contemporaneamente si sentì raggiungere da due nuove, fatali pallottole. Abbassò incredula lo sguardo e vide inorridita i buchi scuri che si erano aperti sul seno destro: «Ba-star-do…», sibilò senza fiato fra i denti, rialzando lo sguardo verso il medico.
Il dott. Parker aveva pensato alla cura definitiva per Dalila.
Lei si ritrovò a pensare perché mai si fosse ridotta così. Troppe cose erano andate storte in quella nottata di merda.
Mentre pensava, la testa le cadde all’indietro, sconfitta.
Johnny intanto si era avventato contro Parker. I due erano finiti a terra e stavano lottando strenuamente.
Dalila li guardava con gli occhi dilatati. La mano sinistra, già impregnata di sangue caldo, aveva lasciato l’addome ed ora aveva afferrato il seno, cercando di contenere le nuove ferite, mentre altro sangue le defluiva alla bocca.
BANG
Si sentì uno sparo: l’unico a rialzarsi da terra fu Johnny.
L’uomo si scaraventò subito su Dalila: “Cazzo! Ti sei fatta fregare, Daly!», esclamò costernato ed in preda al panico.
Ma lei era impegnata in altro: guardava verso il soffitto della stanza, con la mano intrisa di sangue che si ostinava ad afferrare il seno.
Johnny era paralizzato: la sua Dalila stava crepando e lui non sapeva cosa fare. Prima che potesse tentare qualcosa, la mano sinistra di Dalila, lentamente, molto lentamente, si staccò dal seno e rimase con il palmo aperto, grondando sangue dalle dita. La bocca della donna era spalancata, con un rivolo di sangue che le colava dal labbro. Gli occhi erano vitrei e dilatati, e riflettevano un’espressione di sottile meraviglia.
Johnny non aveva il coraggio di tastarle la giugulare, ma doveva ammettere che Dalila, stavolta, c’era rimasta secca.
Poteva consolarsi con due milioni di dollari, ma avrebbe preferito portarsi via Dalila e lasciarne uno a Parker.
Decise di chiamare la Polizia, un’ambulanza e la stampa, e così fece: lo squallido ambulatorio di Parker sarebbe venuto alla luce.
Per Dalila era finita, ma l’ultima parola l’avrebbe scritta un medico.
Rimase a guardarla, mentre fissava inerte il soffitto della camera, e la lasciò solo un attimo prima che le sirene della Polizia e dell’ambulanza squarciassero quella falsa quiete notturna.
I suoi verdi occhi di vetro lo inseguirono fino all’alba, allorché le news del primo mattino lo lasciarono pietrificato sul letto del suo nascondiglio.
Da quel momento il suo nascondiglio valeva un milione di dollari in meno.

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L'Incassatrice

di Riccardo De Boni e Angie Lorall (2011)

Il saloon di Hondo, nel Nuovo Messico, si era improvvisamente svuotato.

Risaltava così lo squallore del locale, costruito in fretta per spennare gli illusi in cerca di un sogno, che li riduceva a schiavi e rapinava la loro esistenza.
Non diverso dagli altri saloon cresciuti intorno ai fiumi dell’oro, una baracca in legno a due piani, si affacciava sull’unica strada del paese. Traballante, dava il senso della precarietà del luogo. Le vetrate al piano terra erano coperte della polvere alzata dai cavalli o dal vento del deserto. Agli angoli degli scalini stazionavano fili d'erba secca raccolti a palla: pochi attimi fuggenti prima d'esser di nuovo trascinati via.
L’interno dava l’impressione di un luogo provvisorio, senza ordine: le mercanzie erano buttate alla rinfusa. Whisky, lardo, patate, sottaceti: un terribile odore di alcool, unito alla puzza di rancido e di tabacco, gravava nell’aria. Solo il bancone, in quercia, troneggiava come uno spartiacque fra padrone e avventori.

Ma ora quelle acque si erano improvvisamente ritirate...
Circondata da un paio di scagnozzi, Romina, la messicana, affrontò Bill Watson con la sua abituale spavalderia.

Immobili, inchiodati in una storia eterna, senza divisori, senza difese, uno di fronte all’altra. Duri, senza scrupoli, furbi, calcolatori, tutti e due erano cresciuti nella violenza, fra soprusi e brutalità di ogni genere. Niente li fermava, anche perché conoscevano un unico credo: la pelle. A qualunque costo. Il resto dipendeva dal momento, dall’istinto, da quella ferocia d’animo che li portava a rischiare tutto per tutto.

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Ultima corsa per Janet Varg

di Riccardo De Boni (2011)


Marc, il Boia, doveva farla fuori.
Il capo si era stancato di lei. Troppe iniziative. Troppo potere. Troppo seguito.
Se non la fermava, lei - con la sua esperienza - avrebbe preso il suo posto.
Quando Marc Robson chiamò Janet Varg e disse che voleva incontrarla, la donna si informò. Aveva degli amici nella stanza dei bottoni, amici che non avevano resistito al suo fascino, più che mai insidioso, nonostante i suoi 60 anni tondi e suonati.
Marc sarebbe venuto per ucciderla. Ora ne aveva la certezza.
Ma la Varg non aveva mai rifiutato le sfide. Era venuto il momento della resa dei conti con il suo capo, e lei sarebbe stata al gioco.
Marc fu puntuale. Janet lo fece accomodare; e si versò un Ballantine: «Fai pure da solo», disse all’uomo.
Indossava una semplice maglia bianca, molto leggera, sopra ad un body elastico anch’esso bianco, che le conteneva a stento il generoso petto; capelli biondi cadevano fluenti sulle spalle, incorniciando un volto privo di trucco, se non quello di madre-natura, che era impensabile appartenesse ad una donna sessantenne.
Lo sguardo era deciso, come sempre; tutto in lei era femminile e seducente, come fermo nel tempo, ma arrivato da lontano, maturo, giunto a perfezione; intorno al collo spiccava un ciondolo d’argento, raffigurante una testa di lupo con le fauci pronte a mordere: forse un simbolo della sua famiglia o delle sue origini finniche, ma di sicuro un simbolo di sé.
La poltrona del soggiorno sulla quale era seduta sembrava un trono regale, oppure era lei che sembrava una regina.
Faceva venire in mente le parole di Tacito, come se l’avesse pensate per lei, postuma di venti secoli: «I Sitoni, popolo della Scandinavia, sono in tutto simili ai Suioni, fuorché in un punto; presso i primi, infatti, il governo è nelle mani di una donna: in tanto modo costoro si sottraggono alla servitù, ma restano anche asserviti alla libertà».
In ogni caso era decisamente una bella donna. Al culmine della sua matura potenza. Una che non era abituata a perdere. Una che non aveva mai assaggiato la sconfitta.
«Di che mi devi parlare?».
«Cose importanti, da parte del Capo».
«Inizia pure…».
«Okay, ma dammi il tempo di ammirare il tuo panorama…»; dopo uno sguardo fortemente ambiguo, Marc si accese una sigaretta e cominciò a camminare verso l’ampia finestra del soggiorno, dando le spalle alla donna.
Probabilmente c’era una bella vista da lì, ma anche fosse stato il Grand Canyon al tramonto, poco o nulla sarebbe stato rispetto alla vista che aveva goduto dalla poltroncina sulla quale si era seduto.
Janet Varg, intanto, pensò che non fosse necessario ascoltare le stronzate che Marc stava per dirle.
Lui era di spalle, e lei poteva chiudere i conti senza inutili sceneggiate.
La sua Beretta calibro 9 era a portata di mano sotto il cuscino della poltrona. Non aveva innestato il silenziatore perché lei abitava fuori città. Nessuno avrebbe sentito niente.
Quando Marc tornò a voltarsi verso di lei, vide la canna scura della Beretta che puntava contro di lui.
«Che significa, stronza?!».
«Significa che so tutto, idiota».
«Chi è che ti passa le informazioni? Quel coglione di Johnny che ti giri intorno al dito come fosse uno dei tuoi fottuti anelli?».
«Johnny sarà pure un coglione, ma mi è fedele. Tu no. Tu sei ancora fedele al Capo. Ed il Capo è vecchio, ormai. E’ tempo che una del mio stampo si faccia strada… Ah ah ah…».
«Senti, senti… E tu pensi di essere ancora giovane?
Cosa aspetti, allora, fottutissima stronza? Premi quel grilletto…».
«Hai ragione, Marc. Mi hai stancato…».
La Varg protese il braccio destro in direzione dell’uomo e fece fuoco senza esitazioni.
CLICK
Ma non accadde niente…
CLICK CLICK
Janet ritentò, attonita, ma la Beretta che stringeva in mano era come un amante impotente.
Quando la donna cominciò a capire, Marc aveva già estratto la sua Colt, e dopo averla fissata negli occhi spaventati, le piazzò un colpo nella pancia…
BANG
La donna sobbalzò all’indietro, schiacciandosi contro lo schienale della poltrona.
Un attimo dopo mollava l’inutile Beretta.
Ma per una come lei ci voleva altro. Marc prese la mira ed esplose un secondo colpo…
BANG
Una seconda pallottola la raggiunse allo stomaco.
L’espressione di Janet Varg cambiò radicalmente: gli occhi schizzarono fuori dalle orbite, la bocca si spalancò a cercare aria.
Marc l’aveva fottuta, ed era pronto a regalarle tutto il piombo di cui aveva bisogno per crepare.
Con entrambe le mani, la Varg si tamponò la micidiale ferita nello stomaco, ingobbendosi in avanti. Sentiva un fuoco che la divorava e che l’avrebbe uccisa. Le scarpe strofinavano il tappeto persiano del soggiorno, il respiro era irregolare, ma lei rialzò la testa verso Marc, decisa - con una vena di follia - a incassare quei colpi e tutti gli altri che il sicario le avesse sparato contro.
Voleva dimostrare di essere la numero uno, sempre.
Ma le cose non andavano come lei voleva: un abbondante rivolo di sangue le salì dallo stomaco ed esondò dalla bocca.
A questo punto la Varg doveva tentare l’ultima carta. Gli occhi languidi cercarono di catturare Marc.
L’uomo si avvicinò. La sua Colt si era abbassata. Ormai la bella Janet non era più un pericolo.
«Chi… chi è sta-to a fot-termi…?».
«Non dubiterai di Johnny, vero? Ah ah… No, troppo posseduto. E’ stato Ric che ci ha fatto questo piacere… Ah ah… Dovresti scegliere meglio i tuoi amanti… Oppure controllare che non mettano mano alla tua Beretta…
Ma tu non hai più ispezionato l’arma da quando Ric l’ha caricata con proiettili fasulli… E lo so perché c’è una video-spia che me lo ha detto, ah ah.
Io non lascio nulla al caso. Hai fatto una stronzata, e io ti ho fottuto, stronza».
«Met-ti-ti con… me… Marc… i-in-sie-me… n-non ci… fer-me-rà… nes-suno…».
«Non sei stanca di dire stronzate? Ti ho fatto il servizio e il mio piombo non scherza…».
Janet Varg sapeva che Marc non si sbagliava.
«Ba… ba-star-do… Hai mai sco-pato… una co-me me…?».
«Tu lo sai che io penso solo al lavoro: le donne rallentano i riflessi, e per me i riflessi sono tutto».
Per tutta risposta, Janet Varg prese a toccarsi nelle mutandine, per eccitare sé stessa e soprattutto Marc.
E intanto lo fissava, con i suoi occhi agonizzanti, ansiosi di un qualche segnale positivo.
Era una bella donna, anche ridotta così. E forse la sua voglia di vivere la rendeva ancora più sensuale.
Marc cominciò a pensare che non c’era fretta di saldarle il conto…
Ma senza volerlo, la Varg si afflosciò contro lo schienale della poltrona. Gli occhi roteavano disperati alla ricerca di qualcosa su cui fermarsi. La bocca era spalancata in modo inquietante.
«Te l’avevo detto che il mio piombo non scherza, no? Credo che sia troppo anche per una come te…».
Marc si avvicinò alla donna.
«Ehi, Janet, mi senti? Mi sei piaciuta, lo sai? Proprio una gran figa sexy anche mentre crepi…
Ma ora cos’hai? Sei andata giù, bella puttana fottuta?
Non volevo schiantarti, lo sai? Pensavo digerissi meglio il piombo…».
Janet Varg voleva reagire, ma la ferita allo stomaco la divorava.
«Ti va di giocare ancora, bella stronza?
Ora ti aiuto io…».
Marc spostò la Varg sul divano del soggiorno: lei si afflosciò in avanti, cadendo a bocca aperta sui cuscini; l’uomo si chinò sulla schiena della donna; poi cominciò a toccarle le mutandine…
Il calcolato Marc stava scoprendo le delizie della bionda vichinga dagli occhi marroni.
Lei doveva starci per forza. Era Marc che conduceva il gioco.
Se lei riusciva a farlo godere, cosa non difficile a meno che non fosse completamente impotente, forse lui non l’avrebbe finita, forse l’avrebbe portata da un dottore, forse…
Marc si andava rapidamente eccitando contro il corpo opulento della vichinga, la quale cercava ad ogni costo di non mollare.
Dal canto suo, la donna eccitava sé stessa tenendo in vita l’illusione di trovare una via di scampo anche in quella situazione senza speranza.
Marc esplose ben presto di piacere e si lasciò cadere contro il divano per assaporare il gusto di essere stato l’ultimo a divertirsi con quella stronza.
«E’ ora che io vada, Janet.
Addio…».
Senza aggiungere altro, Marc si alzò e lasciò il soggiorno. Poco dopo il portone principale della villetta si chiuse violentemente.
Janet Varg era rimasta sola. Sola con i suoi pensieri di morte. E con due pallottole in corpo. Ma incredula per essere ancora viva…
Marc, quella schifosa nullità, era andato via. La sua idea aveva funzionato. Ora forse…
Si lasciò scivolare sul tappeto persiano che occupava buona parte del soggiorno; poi si sforzò di ricordare dove aveva lasciato il cellulare; quel maledetto cellulare…
Doveva trovarlo, doveva chiamare qualcuno, doveva sperare in qualcosa: forse un po’ troppo per una nelle sue condizioni, una che strisciava ventre a terra con due calibro 45 nella pancia…
Sì, forse era di là. Nell'ingresso, nell’anticamera del soggiorno. Era lì che l'aveva lasciato. Doveva arrivarci. La Varg sembrava crederci. Col sangue alla bocca che annunciava la sua fine, la donna protese in avanti il braccio destro per guadagnare, a qualsiasi costo, il terreno che la separava dal cellulare; con la bocca bene aperta, e i denti digrignati, al massimo della determinazione.
Ma un brutto imprevisto le sbarrò la strada.
La Colt di Marc, il Boia, era di nuovo puntata in direzione del suo petto.
Un velo di delusione calò sul volto della bella Janet. Poi, prima dell'irreparabile, la mano destra si protese disperata in avanti, staccandosi dal pavimento: «NOO!! Aspet-ta... As-pet-taa...!».
Voleva a tutti i costi evitare lo sparo che le sarebbe stato fatale.
Marc si godeva la scena con un sorriso sardonico sulla faccia da aguzzino. Non aveva mai pensato di lasciarle scampo. Non era mai uscito dalla casa. La lasciò implorare ancora...
«Non vo-glio mo-rire... Marc... Noo…! N-».
Ma la Varg comprese che era finita quando un lampo crudele apparve negli occhi di Marc…
Quell’ultimo “No”, appena abbozzato, le si strozzò in gola.
BANG
Fissandola negli occhi, Marc fece fuoco senza pietà.
Il corpo di Janet Varg sobbalzò ancora. La terza pallottola si aggiunse a quella già nello stomaco.
La donna rimase impietrita, e un attimo dopo l’ennesimo shock, cercò di capire cosa stesse per accaderle.
Marc la guardava soddisfatto: colpita in pieno; e conto saldato.
Il lavoro era ormai finito.
«Ti ho fottuto, Janet», sussurrò il killer; quindi si allontanò in fretta dall’abitazione.
Marc aveva deciso di non perdere tempo con il cadavere. Quando si ha la Squadra Omicidi sul libro-paga del Capo, tutto diviene più facile. Il suo amico Jim, al Daily Telegraph, avrebbe titolato così: “Avvenente impiegata, freddata tra le mura domestiche con tre colpi di pistola”.
Per Janet Varg, intanto, era arrivato il momento che tante volte aveva temuto, quello in cui si perde il controllo della situazione, quando anche la lunga esperienza accumulata negli anni non è utile a risolvere la partita.
Ora lei strisciava nell'Anticamera della Morte.
Marc l’aveva beffata, uccidendola due volte. Lei si era illusa, voleva vivere e aveva creduto alle proprie illusioni.
Il volto di Janet Varg si schiacciò pesante sul pavimento. Le gambe non spingevano più. Si era fermata. Si era arresa.
Ma al culmine della disperazione, il destino le tese una mano insperata: oltre il portone si udì il rumore di un’automobile.
Ormai lei non aveva molto da perdere. Chiunque fosse, andava bene. Perfino lo stesso Marc, anche se fosse tornato con altre pallottole...
Ma per sua fortuna, era proprio Johnny…
Vedendola a terra, aveva frantumato una finestra ed era entrato.
La guardò incredulo: «Non voglio neanche sapere chi è stato. Ti chiamo subito un’ambulanza».
«Io… Io…», la Varg stava cercando di dire qualcosa. Ma era inutile…
Johnny sollevò la donna da terra e la adagiò sul letto. Conosceva la strada.
«Non vuoi che ti chiami un’ambulanza?».
Janet Varg scosse il capo in senso negativo.
Non ci credeva più. Era finita. Era andata storta.
Ma allargò le gambe. Era un invito molto chiaro.
«Io non ho la cura, ma ti resterò vicino, sarò dentro di te, Janet…; se è questo ciò che vuoi…».
Gli occhi sofferenti della Varg lanciarono un segnale di assenso.
Johnny le sfiorò i fianchi generosi e vibranti; poi la palpò tutta, dal collo fino ai monumentali seni; la mano destra scorreva su tutto il formosissimo corpo, mentre la sinistra era premuta sullo stomaco della donna a trattenerne gli ultimi scampoli di vita.
La bella Janet affannava.
I corpi vennero a contatto.
Lei lo fissava con lo sguardo annebbiato.
Lui le asciugò la bocca, baciandola ovunque.
Johnny la strinse a sé. Sentiva che lei era pronta.
Johnny voleva darle tutto sé stesso: per lei sarebbe stata birra, e lei ne aveva bisogno alla svelta.
Con la mano sinistra Johnny non lasciava, nemmeno per un attimo, lo stomaco di Janet: le sentiva, le sentiva immerse dentro, le calibro 45 che la tormentavano.
Con la destra invece la adorava tutta, dalle labbra avide ai capelli d’oro, fino al petto palpitante e folle per l’agonia e l’estasi.
Fu dentro di lei come in un sogno dal sapore d’incubo. Aveva penetrato lei e la Morte nello stesso momento.
Janet lo sentiva dentro di sé. Sembrava dappertutto: nei pensieri, nel corpo, sulle labbra. Non lo aveva mai desiderato tanto.
La Varg si sentiva una Dea, potente e invulnerabile. La nuova birra la faceva sentire sicura di sé, come se potesse incassare tre divoratrici calibro 45, senza rimetterci la pelle. Era piena di sé e di lui.
E non c’era spazio anche per la Morte.
Si amavano ed erano uniti. Le mani di entrambi erano sullo stomaco di lei. Lo sguardo moribondo di Janet verso quello di Johnny.
Insieme esplosero di vita un attimo dopo. Sudore caldo e sudore freddo si mescolarono lungo il collo della bella vichinga dagli occhi scuri.
Il seno palpitava eccitato, come impazzito per l’estasi e la voglia di sfuggire alle pallottole mortali.
Poco dopo si udì l’ossessivo ululare di un’ambulanza.
“Ma…”, fu la domanda che Johnny lesse negli occhi della donna.
«Ho chiamato io l’ambulanza, Janet: pensavi davvero che un’ultima scopata mi sarebbe bastata?
Una come te può ancora farcela.
Io però non ti seguirò.
Ho fatto quel che ho potuto per te.
Nel resto della serata dovrò occuparmi della prima pagina del Daily Telegraph, edizione straordinaria di domani».
L’uomo mollò a lei un bacio da tre giorni di prognosi e un fascio di centoni allo staff medico dell’ambulanza; quindi si dileguò nell’ombra, con il pensiero rivolto alla bella bionda morente.
Forse era arrivato tardi.
Ma almeno sperava che facessero in tempo a caricarla sull’ambulanza.
Forse era arrivato tardi.
Forse l’ultima corsa di Janet Varg stava per iniziare.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

Una pallottola da obitorio

di Riccardo De Boni (2011)

Lavorare per i servizi segreti, per giunta deviati, non è un mestiere tranquillo.
Anche Monica lo sapeva, ma ormai vi era dentro da anni e sapeva di non poterne più uscire se non stesa su una lettiga d’obitorio.
Un’irrevocabile forma di dimissioni che si era impegnata a procrastinare il più tardi possibile.
Lo scambio, quel pomeriggio, sarebbe stato teso, come sempre in questi casi. Niente era scontato, tante le variabili in gioco, e ogni variabile aveva tante facce da sfuggire a semplici calcoli.
Un po’ bisognava essere fatalisti: prima o poi qualcosa sarebbe andato storto, si poteva solo prendere tempo e godersela bene tra una missione e l'altra.
Il microfilm era già nelle tasche di Monica, ma i due scambisti ebbero a lamentarsi sui soldi: dicevano che erano falsi.
Il volto di Monica si oscurò: grane in vista e molto vicine a lei.
Stavolta i soldi erano arrivati sigillati e non poteva escludere che qualcuno dei suoi avesse fatto il furbo, lasciando a lei e al compagno gli oneri dell’inadempimento.
Il diverbio si surriscaldò in fretta, partirono i primi colpi, Monica cercò di raggiungere la porta.
Partì un altro colpo, probabilmente non diretto a lei, ma la raggiunse al fianco.
Ebbe la terribile sensazione di un corpo estraneo che si faceva strada con violenza nei suoi più intimi recessi, ma non si fermò a constatare la ferita. Non c’era tempo di fare nulla. Era ancora in piedi e questo le bastava. Riuscì a superare la porta e ad accedere alle scale. Solo un piano la separava dalla loro auto: se non c’erano complici, poteva ancora raggiungere la macchina.
Nessuno la stava inseguendo, mise in moto e partì a razzo. Se Kamran non era ancora uscito, voleva dire che non ce l’aveva fatta. Ma almeno aveva fermato gli altri. E il microfilm era al sicuro nella sua tasca, anche se questo non poteva consolarla del proprio destino. Mentre guidava, Monica sentiva che un fuoco cieco la stava divorando. E quel che era peggio, Omar non l’avrebbe presa bene. Lui non voleva bene a chi aveva bisogno d’aiuto.
Monica fu tentata di raggiungere un ospedale, lei conosceva le regole, non l’avrebbero aiutata. Ma mollare tutto e tradire, dopo anni di successi, non le andava giù. Li avrebbe convinti a darle una mano.
Intanto aveva raggiunto la base, riusciva ancora a camminare, il suo impermeabile nero oscurava la ferita nel fianco.
Quando Kourosh aprì la porta, lei gli cadde nelle braccia.
Monica fu messa su un letto e Omar diede un’occhiata alla ferita.
La pallottola, di grosso calibro, forse una calibro .45, era entrata dal fianco destro e aveva attraversato intestini e utero fin quasi al fianco sinistro.
«Ce l’hai il microfilm?».
«Fot-tu-ta pallo-tto-la… bru-cia da impa-zzire…».
«Cazzo, Monica, ce l’hai il fottutissimo microfilm… o devo chiamarti Khadijeh?», la sferzò Omar.
«Nel-la ta-sca…».
Gli occhi di Omar si illuminarono. Il microfilm passò nelle sue tasche.
«Hai fatto un ottimo lavoro, ma ti sei fatta fregare, Moni», le disse crudo, fissandola negli occhi.
«Aiuta-mi Omar… non te ne pen-ti-rai…».
«Conosci le regole, Monica».
«Allo-ra… dam-mi un po’ di tem-po… devo pre-pa-rarmi…».
«Se la pallottola te lo lascia… io non te lo tolgo…», la rassicurò cinicamente Omar.
«Ma voglio sapere qual è stato il problema… Cosa è andato storto, Moni?».
La donna lo guardò perplessa…
«Non dirmi che hanno tirato fuori la vecchia storia dei soldi falsi, perché quei soldi li ho controllati io, personalmente, prima di sigillarli, ed erano buoni…».
«No… hanno solo det-to… che ne vole-va-no di più…», Monica aveva poche speranze di cavarsela da quella pallottola, e di sicuro non le avrebbe giovato rimanere soffocata da un cuscino premuto sulla faccia.
«Quanti di più?».
«Altri 100.000…».
«Imbecilli…», sentenziò Omar.
«Io… io non pen-sa-vo… di crepa-re così…».
«Mi dispiace, Monica. Davvero. Hai un grosso buco nel fianco. Conosci le regole…».
«Ma io… io… non puoi fare… un’ec-ce-zione... per me…?», implorò la donna con occhi languidi.
«Hai poco tempo, Moni. Mezzora, forse meno. Devi calmarti... O tutto sarà più difficile».
«Hai ragio-ne… mi calmo… è fi-ni-ta…».
Omar sentì aprire la porta principale; poco dopo fece la sua apparizione Reza.
«Ce l’hai 1.000.000 di dollari?».
«Ho il microfilm, non è la cosa più importan…».

ZIP
Non gli diede neppure il tempo di completare la frase. Un attimo dopo Omar si accasciava a terra come un sacco di merda.
Reza lo aveva freddato con una palla in mezzo agli occhi: «Riportate il microfilm ai venditori, insieme alle mani di Omar. Avranno 500.000 mila dollari per la perdita dei loro uomini. Un buon agente è valutato 250.000 dollari: lo sapevate? Ma non tutti fra voi li valgono. Monica, invece, li valeva tutti», e guardò sconsolato la donna, ansante sul letto, con il sangue alla bocca.
«Chiamo un’ambulanza, capo?», gli chiese Sasan.
«Dubito che servirebbe a qualcosa».
«Ma forse lei…».
«Io credo che lei sappia. La conosco, è troppo intelligente per non aver capito…».
Monica non confermava né smentiva.
Troppo intenta a non crepare.
Reza si sedette accanto a lei.
«Io... ci rimet-to... la pel-le... per quel-lo stron-zo...».

«Ma l'ha pagata cara, Monica».

«Ho fred-do... Reza...».

«Lo so, Moni».

«Reza… ti ricor-di… quan-do… ci abbia-mo prova-to…?».
«Me lo ricordo…», e le scostò i capelli sudati dalla fronte.
«Ero più bella… di ades-so…».
«Sei sempre bella…».
«Ma non ave-vo… una pal-la in cor-po…».
«Questo è vero, purtroppo».
Monica ansimò come se quelle parole le facessero tanto male quanto la pallottola stessa.
«Quanto tem-po… mi rima-ne…?», aveva gli occhi fuori dalle orbite.
«Non lo so, Moni».
«Brucia da im-paz-zire…».
«Devi cercare di stare calma…».
«Lo so… ma...
Reza… è stupido… mori-re… su un’ambu-lanza… vero?».
«Se vuoi provarci, te la faccio chiamare».
Gli occhi di Monica vagarono sul soffitto, in cerca di un buon consiglio.
«Voglio sapere… se è una pallot-to-la… da obi-torio… Reza… tu non sba-gli mai…».
«Vuoi davvero saperlo?».
«Sì… non ho pau-ra…».
Reza le sbottonò l'impermeabile e osservò più accuratamente la ferita.
«Temo che sia una pallottola da obitorio, Monica, ma se vuoi ti chiamo l’ambulanza…».
«No… non sono… una stu-pi-da…

Reza... sono sem-pre… la tua Mo-ni…?».
«Sempre».
«Non sono… sta-ta… fortu-na-ta… lo sai…?».
«È il nostro lavoro. Mi chiamano, Monica. Sasan, pensa tu a lei».
«Non ha nem-meno… il tem-po… di veder-mi cre-pa-re…», si lamentò Monica quando Sasan prese il posto del capo.
«C’è molto da fare…».
«Ma non… per me…».
«Mi dispiace, ma se volete chiamo subito un’ambulanza…».
«Lo so… ma è tar-di… trop-po tar-di… per me…».
«Mi dispiace, davvero, siete una bellissima donna».
«Brucia da im-paz-zi-re… lo sai…? Ma non voglio mo-ri-re… sot-to i ferri… non voglio che un macel-laio… mi squar-ti… come un ma-ia-le…».
«Forse però sarebbe meglio provarci, nessuno vi scambierebbe per un maiale».
«Tu dici…? Co-me ti chia-mi…?».
«Sasan».
«Sa-san… Sa-san… Ma io… non ho… mol-to tem-po…».
«Forse è vero, ma non si può mai dire».
«È una pal-lot-to-la… da obito-rio… ha det-to Reza…».
«Forse la pallottola lo è, ma voi non siete una donna da obitorio».
«Tu dici…?».
«Ne sono abbastanza certo. E vi sto chiamando l’ambulanza…».
«Va bene… Sa-san… ho deci-so di mori-re… da stu-pi-da…».
Sasan la accompagnò all’ospedale. Monica vi giunse in fin di vita.
La pallottola era mortale, il chirurgo lo confermò, uscendo dalla sala operatoria.
Era una pallottola da obitorio.
Sasan chiamò il capo, dicendogli che aveva ragione, ma Reza andava sempre di fretta e attaccò senza chiedere se anche Monica fosse una donna da obitorio.

Sasan dovette richiamare.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

REQUIEM AL PIOMBO PER ELMIRA

di Riccardo De Boni (2011)

Starmene a terra in un angolo, a sentire quel concerto, era umiliante.

E anche molto pericoloso.

Perché ero finito in quella scomoda posizione...

Per una donna, naturalmente. Per Elmira, la pseudo-messicana. Se fossi sopravvissuto, ne avrei fatto un racconto. Era un voto.

Elmira sembrava una messicana, ma non lo era.
Era Elmira e basta. Una delle donne del Loco.
Non solo amanti, ma il nocciolo morbido e letale della banda. In Messico le donne sapevano sparare, anche se Elmira non era messicana.
Dai loro covi segreti nei recessi della Sierra Madre, alle ricche banche di Arizona, Nuovo Messico e Texas, il passo non era così lungo.
Gli sceriffi non costituivano un pericolo: la gran parte puntava dritta alla pensione, la più piccola aveva sbattuto il muso contro pallottole di piombo; le dimissioni erano implicite.
Il più grosso pericolo per la banda del Loco era rappresentato dagli zero oblunghi che continuavano a sovrapporsi sugli avvisi di taglia: da principio erano due, poi tre, quattro, e ora cinque per l’intera banda!
I banchieri non badavano a spese pur di assicurarsi le carcasse dei desperados messicani che imperversavano lungo la frontiera.
Lungo le sponde del Rio Grande non erano ancora approdate le sottigliezze della costa orientale, ove un buon colpo in banca passava per un complice interno, spesso piazzato molto in alto.
Nella polvere della frontiera si sparava e basta: niente sottigliezze.
Come nel bordello di El Paso, dove l’avevo conosciuta, e dove Elmira arrotondava le sue magre quote, tra una rapina e l’altra. Una sera si era sbottonata non solo il camicione e mi raccontò del posto da cui veniva: da ancor più lontano della famosa Mesopotamia!
Fino a quel momento ero convinto che fosse una normale messicana, ma il suo racconto era plausibile e cercai di cogliere, per compiacerla, le sottili differenze che mi faceva notare, con tipica vanità femminile.
Per il gusto comune non era una bella donna, ma a me piaceva così, messicana o mesopotamica, con il suo naso un po’ esagerato, che la invecchiava più della sua età, e i suoi lineamenti ambigui, piuttosto impersonali; era tonda senza essere davvero grassa, e tutto in lei era morbidamente seducente. E poi era molto più intelligente di quanto il suo sguardo bovino lasciasse supporre; non era la solita puttana, le piaceva parlare, e io la lasciavo parlare. Voleva a tutti i costi perdere peso, ma non ci riusciva; da parte mia, la rimproverai di darsi tanta pena: stava bene così, pienotta, senza essere grassa; era un insieme ben composto.
E poi sembrava ancora aspettarsi qualcosa dalla vita e anche questo mi piaceva.
Mi piaceva sul serio, sempre di più, e per una donna così avrei cambiato vita. Era intorno alla quarantina, ma molto solida e prometteva di invecchiare bene.
Dopo averne più volte goduto i servizi, ero sul punto di uscire allo scoperto, quando giunsero al mio orecchio strane voci sul suo conto; qualcuno mormorava che facesse addirittura parte della famigerata banda del Loco.
Al momento mi sembrò una cosa assurda, anche io avevo i miei pregiudizi allora; tuttavia, quando la sera successiva al colpo messo a segno alla El Paso Western Bank, le sue colleghe mi dissero che aveva cambiato città, cominciai a capire che mi ero scopato una delle puttane del Loco.
A quel punto il mio interesse cambiò. Diventava un fatto professionale, anche se l’avrei gestito a modo mio: avrei cercato di risparmiarla, per poi allettarla con una qualche proposta d’affari.
D’altra parte la sua pelle non valeva niente per nessuno. Per il Loco era solo una delle sue puttane, due volte svelte di mano. Per i banchieri era solo un trastullo del capo, per gli sceriffi una cavalla a disposizione del Loco.
La pelle di Elmira non valeva nulla, ma per me sarebbe stata un premio-extra. Sul Rio Grande non si perdeva tempo a inserire zeri sotto un’immagine di donna. Eppure sarebbe stato tempo speso bene, perché le pallottole di donna facevano buchi grandi come quelli degli uomini.
Ma il capo era sempre un uomo e questo era vero. Anche il Loco era infatti un uomo, le donne non avevano spirito di iniziativa nelle imprese criminali, sebbene fossero delle ottime comprimarie, come andavo scoprendo sempre più, man mano che procedevo con le mie indagini.
La faccenda era spinosa e mi accordai con un collega per spartire i soldi in due parti: 50.000 dollari per ciascuno.
Frequentavamo le cantine a sud del Rio Grande e facevamo sciogliere le lingue attraverso un miracoloso sciroppo verde-argento, con etichetta della farmacia George Washington.
Quello che venni a sapere della donna che sembrava corrispondere a Elmira, non era del tutto conforme alla sua attitudine a letto: era descritta come fredda e ambiziosa, una delle più strette complici del Loco.
Che la tenesse stretta non era sorprendente, ma aveva davvero un ruolo nelle folli decisioni del capo banda?
Sorseggiavo tequila nella migliore cantina di Lucero, quando Hamilton si disse convinto di aver fiutato la pista giusta per arrivare al nascondiglio del Loco.
Gli dissi che quella era solo una parte del problema, la più piccola, forse.
Come affrontare una banda di desperados di 20 o 30 elementi, armati fino ai denti, mi sembrava una questione molto più impegnativa.
Ancora non sapevo che la faccenda si sarebbe risolta senza il ricorso a particolari strategie.
La conversazione fu bruscamente interrotta dallo strepito di numerosi cavalli che irrompevano in paese.
Non ci fu il tempo di reagire: un nugolo di desperados, con il fazzoletto sul volto, fece irruzione nella cantina. Hamilton tentò di far cantare la colt, ma venne fulminato.
Io alzai le mani in aria.
Con tutta probabilità era proprio il Loco e le inconfondibili curve della donna al suo fianco me ne diedero la conferma: non poteva che essere Elmira, benché a volto coperto.
Lei non ebbe difficoltà a riconoscermi, i suoi occhi indugiarono su di me per farmelo intendere.
Fui disarmato e sbattuto rudemente da una parte. Ecco come ero finito in quella scomoda posizione. E mi era andata bene. Per fortuna i desperados del Loco non avevano tempo da perdere. Erano in agitazione. Stavano prendendo posizione. Io seguivo le mosse di Elmira.
Qualche minuto dopo divenne chiaro il motivo di tanta apprensione: altri cavalieri fecero irruzione in paese; un concerto di fucili, accompagnato da pistole, risuonò infernale per le strette vie di Lucero.
Da quel che riuscivo a capire, si trattava di rurales. El Loco era stato intercettato e si era rintanato in quello schifo di paese per trovare un riparo di fortuna.
La faccia d’argento di Washington aveva scosso anche i soporiferi rurales. E dovevano essere almeno il doppio dei desperados per spaventare un criminale del genere, forse erano un intero squadrone.
Elmira si dava molto da fare in quel concerto. Da una finestra della cantina, sembrava a suo agio nello spedire rurales all’inferno.
Pareva impossibile che fosse la stessa donna che mi ero tanto sbattuto a El Paso, ma evidentemente era proprio così.
Se i rurales avessero perso la battaglia, per me ci sarebbero stati grossi guai.
Ma i difensori della legge erano ancora numerosi, perché mentre i desperados cadevano, il loro concerto non perdeva colpi.
Nella cantina erano cadute due donne e quattro o cinque uomini.
Rimanevano in piedi il Loco, che nell’enfasi della lotta s’era tolto il fazzoletto, Elmira, ancora incolume, e un paio di desperados.
Fuori, i segnali di resistenza andavano rapidamente diminuendo.
Il Loco era furente.
All’improvviso si portò alle spalle di Elmira e la strattonò fin sulla porta, facendosi scudo della sua ben piazzata figura.
Forse intendeva aprirsi un varco per tentare la fuga.
Fece cenno agli altri due di tentare una sortita.
Non osavo pensare alla sorte che sarebbe toccata a Elmira, e per fortuna non ne ebbi il tempo: i due banditi, appena usciti allo scoperto, furono crivellati di colpi, mentre una fucilata raggiunse el Loco alla spalla, facendolo sobbalzare indietro; Elmira ne approfittò per sgusciare rapida al riparo.
I rurales avevano risparmiato la donna, forse avevano pensato che fosse un ostaggio.
Ma Elmira non se ne giovò per molto.
La rabbia del Loco si abbatté su di lei.
Le puntò contro la pistola e le vomitò il suo disprezzo: «Maledetta cagna, dove credi di fuggire…?», e la fissò con occhi sbarrati, accompagnati da una risata isterica e folle.
Gli occhi di Elmira esprimevano una paura incontrollata. Protendendo le mani in avanti, come a supplicarlo di non farlo, si portò verso il centro della cantina, forse nel tentativo di prendere tempo.
Io ero a terra e disarmato.
Non potevo fare niente per lei.
L’improvviso accentuarsi della risata sardonica del Loco sembrava preludere allo sparo. Anche Elmira lo aveva capito e si sforzò di fermarlo: «No, aspetta!», gridò con tutte le forze, ma il Loco aggiustò la mira con tutta calma, armò il cane e…
BANG
Le piazzò una pallottola nella pancia da pochi passi.
Elmira fu spinta indietro dal colpo e voltò le spalle al capo banda.
BANG
Lui non perse l’occasione di infierire con un proiettile nella schiena.
Il nuovo contraccolpo la fece tornare di fronte: Elmira rimase in piedi, in precario equilibrio, aggrappandosi d’istinto al palo di sostegno che sorgeva al centro della cantina.
Ma non era finita. El Loco manteneva spianata la colt.
BANG
Un’altra pallottola, la terza, la raggiunse al petto. Elmira si avvitò intorno al palo della cantina e tornò a offrire la schiena al suo assassino.
BANG
Il capo dei desperados esplose un nuovo colpo, che raggiunse la sua amante ai reni. Era già condannata, stava infierendo, era ancora infuriato, e non sembrava intenzionato a smettere.
Elmira continuava ad aggrapparsi al palo della cantina, dopo che per effetto del contraccolpo era tornata ad avvitarsi intorno a quel precario sostegno.
Il suo volto era sconvolto, gli occhi guardavano al soffitto, come alla ricerca di una liberazione, ma il suo istinto le chiedeva di non mollare.
Non appena lasciò la presa sul palo, cominciò a vacillare. Sembrava dover franare a terra, ma allargò le gambe e trovò la forza di sostenersi. Non capivo perché lo facesse.
BANG
Fu in quel momento che il Loco, impietoso, le sparò addosso per la quinta volta, aprendole un altro buco da mezzo dollaro, vecchio conio, nella pancia.
Elmira, con gli occhi sbigottiti e sbarrati dalla paura, sorpresa dal destino e tratta in quella fine spietata come in un incubo, barcollò per la cantina a braccia molli, perdendo sangue dalla bocca; nella sua tribolata esecuzione riuscì a lanciarmi uno sguardo obliquo, come fosse stato una corda a lazzo, come  se io fossi stato nella condizione di fare qualcosa per lei. Le donne non si rassegnano mai.
Riusciva ancora a rimanere in piedi e portò entrambe le mani a premere contro l’addome.
Forse quel gesto esasperò la stizza del Loco.
BANG
Quella resistenza non gli piaceva e le piazzò il sesto colpo dritto nello stomaco. Le aveva saldato il conto.
Gli occhi torturati di Elmira schizzarono fuori dalle orbite: sembravano ammettere la fine, il requiem era concluso, svanivano dal suo sguardo perduto gli ultimi barlumi di speranza. El Loco le aveva scaricato addosso la colt. E si era tenuto l'ultima pallottola per ammazzarla.

Nella maggior parte dei casi i requiem di quell'infernale pomeriggio messicano erano stati rapidi, al più toccata e fuga, ma quello di Elmira era durato sei colpi: il requiem più lungo.
L'amante del Loco era rimasta con la bocca spalancata, ancora sbigottita per l'ultima, fatale sorpresa.
Resistette per un lungo attimo, in precario equilibrio, infine crollò in avanti e rotolò floscia sul pavimento, supina, a braccia larghe.
Aveva la bocca piena di sangue e un’espressione indefinibile sul volto. La testa oscillava molle da una parte all’altra, seguendo gli spasmi del corpo, gli occhi si aprivano e chiudevano come in balia di sé stessi.
Il busto si sollevava ancora, respirava.
«Puttana…», il Loco ricaricò la colt, ma non per mettere fine all’agonia dell’amante.
Si avvicinò alla finestra e riprese a sparare.
Dalla parte opposta fece capolino, silenziosa, la canna di un fucile.
BANG
BANG
Il Loco crollò sulla schiena. Sentendosi perduto, ebbe l’istinto di allungarsi strisciando verso l’amante, ridotta in fin di vita come lui.
La testa di Elmira si muoveva a piccoli scatti, gli occhi guardavano il soffitto, quindi non credo che lei potesse vederlo.
BANG
La questione fu chiusa da un ufficiale dei rurales, che si avvicinò al bandito e gli esplose un colpo in bocca.
Con Elmira non fu altrettanto zelante: le donne non meritavano neppure un colpo di grazia.
Gli mostrai la mia licenza da privato cittadino cacciatore di criminali, mi rivolse un sorriso beffardo, e la cosa finì lì.
Portarono fuori i cadaveri degli uomini e ripartirono con la stessa velocità con la quale erano arrivati.
Elmira era come se non fosse mai esistita.
Mi accertai che per le due donne in precedenza crollate a terra non ci fosse più niente da fare, poi mi piegai su Elmira.
Guardava in alto con aria disorientata, incredula, rassegnata.
Nonostante tutto, respirava ancora, ma per quanto ne poteva avere?
Le sollevai leggermente la testa, cercai di farmi riconoscere, ma non ero sicuro che potesse vedermi.
Le gambe erano completamente immobili e le punte degli stivali erano indirizzate a piombo verso il soffitto.
Gli occhi di Elmira sembravano fissi su qualcosa che solo lei poteva vedere.
Tutto era avvenuto in fretta, non avevo potuto fermarlo.
Le asciugai la bocca e le tamponai quelle orrende ferite.
Chiesi tequila all’oste, che nel frattempo era ricomparso dietro il banco.
Questi avanzò con la bottiglia, visibilmente sorpreso dal mio atteggiamento.
«Tu sei un gringo, signore. Perché ti occupi di una messicana?».
«Non è una messicana», e intanto le feci trangugiare un sorso; i residui della tequila si sparsero ai lati del collo.
«Lascia perdere le domande e aiutami a metterla su un letto, e chiama un dottore, c’è un dottore in questo buco di paese?».
«C’è un prete, signore».
Mi infuriai e lo afferrai per il bavero: «La donna preferisce un dottore, forse un prete potrebbe servire a te».
«Ma signore… il monaco della missione è un bravo dottore…».
«Allora fallo chiamare subito…», mollai la presa e gli acconciai il bavero: «Avevo capito male, scusa…».
Il padrone della cantina lanciò delle urla verso un ragazzino e mi mostrò la strada, mentre sollevavo Elmira. Era dannatamente pesante e rigida, compreso il seno senza mezze misure. La adagiai su un pagliericcio marcescente posto in una cameretta attigua. Credo fosse il giaciglio del padrone.
La guardai sconsolato: a stento si poteva arguire che fosse ancora viva.
«E’ davvero bravo questo monaco?».
«E’ bravissimo. Lui l’aiuterà».
«Temo che a Elmira occorra la mano della Vergine di Guadalupe in persona».
Cercai di farle trangugiare un altro sorso di tequila.
Era pallida come se fosse già morta. Forse era anche l’effetto della paura. Sapeva di avere incassato troppo piombo per sopravvivere e la paura di morire la stava soffocando come una settima pallottola.
«Elmira, mi ascolti? Forse non è ancora finita. Sei forte, puoi farcela. Sta arrivando un dottore…», cercai di consolarla, anche se sapevo di mentire.
Lei riuscì a muovere le labbra e a scuotere leggermente il capo. Sembrava rassegnata, o forse non voleva illudersi, era attanagliata dalla paura.
Cambiai tattica: «Mi dispiace che sia finita così, Elmira. Insieme potevamo fare grandi cose: te l’ho mai detto a El Paso?».
Un mormorio soffocato e sconnesso giunse a mo’ di risposta.
Percepiva ancora qualcosa intorno a lei.
Ero sicuro che avesse tanta voglia di sperare, ma non ne aveva più la forza.
Aveva lottato fino all’ultimo contro il Loco, aveva sperato che lui smettesse di accanirsi prima dell’irreparabile, ma ne era uscita troppo tardi e ora sentiva l’ombra della morte che volteggiava su di lei come un avvoltoio, pronto a finirla e a smembrarla.

Quell'avvoltoio avrebbe avuto di che mangiare per giorni. L'ironia mi rendeva più preparato alla tragedia, speravo che anche lei ne avesse ancora, dentro di sé.
«Kit…», riuscì infine a parlare, e a ricordare il mio nome.
«Elmira…», non riuscii a dire niente di meglio.
«Il dottore sarà qui a momenti. Hai trovato piombo, ma sei una donna molto forte. Rimarrò qui se vuoi. Puoi ancora farcela... Non devi lasciarti andare...», facile a dirsi, ma difficile a farsi.
La bocca si estese in tutta la lunghezza. Elmira annaspava per trovare aria. Aveva problemi più urgenti che stare ad ascoltarmi. O forse voleva dirmi che dovevo rimanerle accanto, che non ce la faceva più, o chissà che diavolo ancora.
La sua battaglia era impossibile, ma bisognava combatterla fino all’ultimo.
«Quanto ci mette il monaco? E’ vecchio?», chiesi all’oste, che seguiva tutto con la massima attenzione e incredulità.
Non fece in tempo a rispondere, perché fu anticipato da un giovane, in tonaca marrone, che fece il suo trafelato ingresso nella stanza.
«Ho raccolto tutto il necessario: il messo mi ha detto che si tratta di un caso estremo…», e aprì una borsa con un gran numero di ampollette.
«Molto estremo, fratello, sei volte estremo».
«Preghiamo tutti la Santissima Vergine di Guadalupe, mentre il suo umile devoto cerca d’alleviar le pene a questa povera ragazza…».
Per fortuna, il giovane monaco non la conosceva molto bene.
Elmira non aveva niente da perdere, arrivata a quel punto, e quel bizzarro monaco era forse l’unico pazzo in tutta America a poterla salvare dal suo pazzo assassino.
Non mi rimaneva che lasciarlo fare e pregare la Vergine.
Per una donna così, tenace, ostinata fino in fondo, perfino a morire con sei palle in corpo più una in bocca, io avrei cambiato vita.
Niente più ricercati, niente più taglie.
La mia vita era nelle mani della Santissima Vergine...

Ma non avevo promesso di scrivere così tanto o di rivelare tutto.

Quando leggo storie di altri detesto i finali troppo tristi o troppo lieti e questa è una storia senza mezze misure...

Avevo promesso di cambiar vita, non di fare lo scrittore.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui (l'archetipo è Isela Vega in "El sabor de la venganza").

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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