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Porta di Dite AXV

Corsa disperata

Una pallottola da obitorio

La caduta

Requiem al piombo in sei pallottole

La dura legge del piombo

Zothique: L'impalata

Route 666

La bella sbottonata nel fosso

Anna Frazer è rimasta uccisa!

Bagno tombale

L'assassinata è ancora viva

cORSA DISPERATA

di Salvatore Conte (2011-2017)

Marc doveva farla fuori.

Il Capo si era stancato di lei. Aveva fatto la cresta sugli incassi per l'ennesima volta. E l'ultima.

Quando Marc Robson chiamò Margot Bherenyce e le disse che voleva parlarle, la ragazza si informò. Aveva degli amici nella stanza dei bottoni, amici che non avevano resistito all'impatto delle sue tette.

Marc sarebbe venuto per ucciderla. Ora ne aveva la certezza.

Era venuto il momento della resa dei conti con il suo Capo, e lei sarebbe stata al gioco.

Marc fu puntuale. La ragazza lo fece accomodare - l'incontro era a casa sua - e si stappò una lattina di birra ghiacciata - senza usare bicchieri - passandone un'altra all'ospite.

Aveva ancora addosso la tutina rossa, a inserti neri - aperta fino fino allo stomaco - con cui faceva l'animatrice presso un lussuoso albergo della zona.

E dove spacciava la merce.

Margot era una ragazza allegra, dionisiaca, prorompente; le tette grasse erano il suo pezzo migliore.

Le mancava, per così dire, soltanto il tirso, semmai con una lattina di birra al posto della pigna.

Ma dietro quella figura morbida, sensuale e accattivante, si nascondeva un'assassina, e non una baccante.

Oltre a spacciare, aveva eliminato diversi rivali, a richiesta del Capo.

Lo si intuiva dallo sguardo, insidioso e vampiresco; tutto in lei, comunque, era una summa di femminilità e potere seduttivo, come se tali attributi provenissero da lontano, radicati nella paziente esperienza dei tempi, giunti a perfetta maturazione.

E oggi il suo Tito non le sarebbe più sfuggito.

La poltrona del soggiorno, sotto la sua imponente figura, sembrava un trono.

Lei, però, era tuttaltro che una regina. Era semplicemente una ragazza ambiziosa e assetata di potere.

«Di che mi devi parlare?».

«Cose importanti, da parte del Capo».

«Inizia pure…».

«Okay, ma dammi il tempo di ammirare il panorama…», dopo uno sguardo fortemente allusivo, Marc si accese una sigaretta e cominciò a camminare verso l’ampia finestra del soggiorno, dando le spalle alla ragazza.

C’era una bella vista da lì, ma anche fosse consistita nel Grand Canyon al tramonto, valeva poco rispetto a quella che aveva goduto dalla poltroncina.

La Bherenyce, intanto, pensò che non fosse necessario ascoltare le stronzate che Marc stava per spararle.

Lui era di spalle e lei poteva saldargli il conto senza inutili sceneggiate.

La sua Beretta calibro 9, adeguatamente silenziata, era a portata di mano sotto il cuscino della poltrona.

Quando Marc tornò a voltarsi verso la ragazza, vide la prolunga della canna puntata contro di lui.

«Che significa, stronza?!».

«Significa che so tutto, idiota».

«Chi è che ti passa le informazioni? Quel coglione di Johnny?».

«Johnny sarà pure un coglione, ma mi è fedele. Tu, no. Tu sei ancora fedele al Capo. E il Capo è vecchio, ormai. È tempo che i giovani si facciano avanti…».

«Senti, senti… giovani come te, per esempio?

Che aspetti, allora, fottutissima stronza? Premi quel grilletto…».

«Hai ragione, Marc. Mi hai stancato…».

La Bherenyce protese il braccio in direzione dell’uomo e fece fuoco senza esitazioni.

FLOP

Marc, però, rimase in piedi. Niente sangue, nessuna reazione…

FLOP

FLOP

La Bherenyce sparò ancora, visibilmente irritata.

Quando la ragazza cominciò a capire, Marc aveva già estratto la pistola.

E dopo averla fissata negli occhi, le piazzò un colpo nella pancia!

FLOP

Margot sobbalzò all’indietro, schiacciandosi contro lo schienale della poltrona.

«Bravo... ci sai fare...».

Per una come lei ci voleva dell'altro.

FLOP

La seconda pallottola la raggiunse allo stomaco.

L’espressione della Bherenyce cambiò radicalmente: gli occhi schizzarono fuori dalle orbite, la bocca si spalancò a cercare aria.

Marc l’aveva fottuta.

Tuttavia, l'imponente ragazzona - animata da una vena di follia - voleva sfidarlo ancora.

Lo fissò, umettandosi il labbro, facendogli credere di avere ancora il controllo.

FLOP

Non funzionò.

Marc aveva infierito con un altro colpo allo stomaco.

Stavolta Magot fu colta dal panico.

Un grosso fiotto di sangue le salì in gola, facendole mancare il respiro; strabuzzò allarmata gli intensi occhi marroni, e alla fine, piegandosi in avanti, riuscì a sputarlo fuori.

Marc sorrise divertito.

Poteva bastare, per il momento.

Abbassò la pistola e si avvicinò alla ragazza.

«Chi è stato… a fottermi…?».

«Non dubiterai di Johnny, vero? No… lui è un tuo schiavo. È stato Ric… dovresti scegliere meglio i tuoi amanti… o almeno controllare che non mettano mano alla tua Beretta… ma temo che non avrai abbastanza tempo per imparare.

Non hai più controllato l’arma da quando Ric l’ha caricata con proiettili fasulli… e lo so perché c’è una spia che vede tutto… anche oggi che volevi fottermi, ti sei limitata a innestare il silenziatore.

Decisamente troppo poco.

Io, invece, non lascio nulla al caso. Hai fatto una stronzata, e io ti ho fottuto, Margot».

«Mettiti con me… Marc… insieme… non ci fermerà nessuno…».

«Non sei stanca di dire stronzate? Ti ho fatto il servizio, il mio piombo non scherza…».

La Bherenyce lo sapeva bene.

«Bastardo… hai mai scopato… una come me…?».

«Dovresti sapere che sono un professionista: le donne rallentano i riflessi, e per me i riflessi sono tutto».

Per tutta risposta, la Bherenyce prese a palparsi il seno.

Era sempre bella e la sua voglia di vivere la rendeva ancora più sensuale.

Marc cominciò a pensare che non c’era fretta di saldarle il conto…

Senza volerlo, però, la ragazza si afflosciò contro lo schienale della poltrona. Gli occhi imbambolati roteavano alla ricerca di qualcosa su cui fermarsi. La bocca era spalancata in modo inquietante.

«Te l’ho detto che il mio piombo non scherza, no?

Ehi, Margot… mi senti? Mi sei piaciuta, sai?

Proprio una gran troia, anche mentre crepi…

Ma ora che c’è? Ti va storta? Pensavo lo reggessi meglio il piombo...».

Margot avrebbe voluto reagire, ma i buchi la stavano divorando.
«Ti va di giocare ancora un po'...?».
Marc spostò la Bherenyce sul divano: imbambolata, la ragazza si afflosciò su un fianco, cadendo a bocca aperta sulla seduta. L’uomo le fu addosso e cominciò a tastarle il seno…
Il calcolato Marc stava scoprendo le delizie di Margot.
Lei doveva starci per forza. Era Robson che conduceva il gioco.
Se riusciva a farlo godere, forse l’avrebbe portata da un dottore…
Marc si andava rapidamente eccitando contro il morbido corpo della Bherenyce, la quale cercava a ogni costo di non mollare, tenendo in vita l’illusione di trovare una via di scampo, anche in quella situazione disperata.
Il killer esplose di piacere, rilassandosi contro il divano per assaporare appieno il gusto di essere stato l’ultimo a divertirsi con quella stronza.
«È ora che io vada, Margot.
Addio…».
Senza aggiungere altro, Marc si alzò e lasciò il soggiorno. Poco dopo il portone si richiuse sonoramente.
La Bherenyce era rimasta sola: con tre pallottole in corpo, ma incredula di essere ancora viva…
Marc Robson, quella schifosa nullità, era andato via. La sua idea aveva funzionato. Ora doveva pensare a salvarsi…
Si lasciò scivolare sulla moquette, sforzandosi di ricordare dove avesse lasciato il cellulare.

Quel maledetto cellulare…
Doveva trovarlo, doveva chiamare qualcuno.

Sì, era di là. All'ingresso. Era lì che l'aveva lasciato. Doveva arrivarci. Margot sembrava crederci. Col sangue alla bocca, la ragazza protese in avanti il braccio destro per coprire, strisciando, il terreno che la separava dal cellulare.
Un brutto imprevisto, però, le sbarrò la strada sul più bello.
La pistola di Marc Robson era di nuovo puntata contro di lei...
L'ombra della delusione oscurò il volto di Margot.

Poi, prima dell'irreparabile, la mano destra si protese disperata nell'aria, staccandosi dal pavimento: «No! Aspetta...!».
Marc si godeva la scena con un sorriso sardonico sulla faccia da aguzzino. Non aveva mai pensato di lasciarle scampo. Non era mai uscito dall'abitazione.

La lasciò implorare...
«Non voglio morire... Marc... no!».
Un lampo crudele guizzò negli occhi del sicario…
FLOP
Robson fece fuoco per la quarta volta.
Il corpo della Bherenyce sobbalzò ancora. La pallottola la raggiunse al petto, attraversando il polmone.

La testa della ragazza ricadde pesante sulla moquette.

Marc Robson la guardò soddisfatto: conto saldato e lavoro finito.
«Ti ho fottuto, Margot», sussurrò il killer; quindi si allontanò con tutta calma.
Il suo amico Jim, al Daily Telegraph, avrebbe titolato così: “Avvenente animatrice d'albergo freddata tra le mura domestiche con quattro colpi di pistola”.

Margot non lo sentì nemmeno entrare.

Johnny la rivoltò supina.

Lei lo fissò incredula con lo sguardo annebbiato.
Il pesante seno palpitò eccitato.
Poco dopo si udì l’ossessivo ululare di un’ambulanza.
Le mollò un lungo bacio, che era anche una grossa bolla d'ossigeno, lasciando sulla moquette una mazzetta per lo staff medico.

L'ambulanza ripartì a sirene spiegate.

Margot Bherenyce tentava l'ultima corsa.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

Una pallottola

da obitorio

di Salvatore Conte (2011-2017)

Lavorare per i servizi segreti, per giunta deviati, non è un mestiere tranquillo.
Anche Najada lo sapeva, ma ormai vi era dentro da anni e sapeva di non poterne più uscire se non sdraiata su una lettiga d’obitorio: un’irrevocabile forma di dimissioni che si era impegnata a procrastinare il più a lungo possibile.
Lo scambio, quella sera, sarebbe stato teso, come sempre in questi casi. Niente era scontato, tante le variabili in gioco, impossibile fare calcoli.
Insomma, bisognava essere fatalisti: prima o poi qualcosa sarebbe andato storto, si poteva solo prendere tempo e godersela alla grande tra una missione e l'altra.
Il microfilm era già nelle tasche di Najada, ma i due scambisti ebbero a lamentarsi dei soldi: dicevano che erano falsi.
Il volto dell'iraniana si oscurò: grane in vista e molto vicine a lei.
Stavolta i soldi erano arrivati sigillati e non poteva escludere che qualcuno dei suoi avesse fatto il furbo, lasciando a lei e al compagno gli oneri dell’inadempimento.
Il diverbio si surriscaldò in fretta, partirono i primi colpi, Najada cercò di raggiungere la porta, l'importante era portar via il microfilm.

Ma qualcuno non era d'accordo.
Una pallottola la raggiunse al fianco!
Ebbe la terribile sensazione di un corpo estraneo che si era fatto strada con violenza nei suoi più intimi recessi, ma non si fermò a constatare la ferita. Non c’era tempo di fare nulla. Era ancora in piedi e questo le bastava. Riuscì a superare la porta senza altri danni e a intravedere le scale dell'alberghetto. Solo un piano la separava dalla sua Alfetta: doveva tentare il tutto per tutto.
Corse giù senza voltarsi indietro.
Era una bella spia e fino a quel momento la sua bellezza l'aveva sempre protetta.
Nessuno la stava inseguendo, mise in moto e partì a razzo, il rombo del potente motore le trasmetteva sicurezza. Se Kamran non era uscito dietro di lei, voleva dire che non ce l’aveva fatta. Però era riuscito a fare da tappo. E il microfilm era al sicuro nella sua tasca. Il bilancio dell'operazione non sarebbe stato così negativo, se non si fosse messa di traverso quella maledetta pallottola.
Mentre guidava Najada sentiva che un cieco fuoco la stava divorando. E quel che era peggio, Omar non l’avrebbe presa bene. Lui non voleva bene a chi aveva bisogno d’aiuto.
Fu tentata di raggiungere un ospedale: lei conosceva le regole, non l’avrebbero aiutata, se non a crepare. Ma mollare tutto e tradire, dopo anni di successi, non le andava giù. Li avrebbe convinti a darle una mano.
Intanto, però, la benzina stava finendo.
Accostò l'auto in un posto tranquillo e cercò di raccogliere le forze.

Sarebbe rimasta uccisa, non poteva illudersi.
C'era appena il tempo per un piacevole diversivo.

Lei amava quell'auto.
Mise a folle, si spostò fra i due sedili e senza toccare la frizione, con un preliminare minimo, si impalò da sola sulla leva del cambio.
Ce l'aveva larga, voleva godere fino alla morte e ci stava riuscendo in pieno.
Era la potente Najada, nome in codice Anahita.

«La macchina è dentro questo vicolo».
«Vai...».
I suoi erano arrivati, attirati dal segnale di localizzazione.
Omar capì subito la situazione e tenne lontano i compagni.
«Ci penso io».
Najada era dentro l'Alfetta e l'Alfetta era dentro Najada: simbiosi perfetta.
«Vuoi rimanere così tutta la serata?».
«Omar... sono fottuta...».
«Lo vedo, Najada, lo vedo...
Ti disturba dirmi come è andata?
Allora... ce l’hai il microfilm?».
«Stupida pallottola… è entrata sul fianco… lo vedi...?».
«Cazzo, Najada, ce l’hai il fottutissimo microfilm… o ti sei fatta ammazzare per niente?».
«Nella tasca…».
«E Kamran?».
«Non ce l'ha fatta...».
«E brava Najada... prima di crepare hai pensato di consolarti...
Spingi più a fondo... lasciati andare... e vedrai che il cambio dell'Alfetta ti arriva in gola...».
Omar la abbrancò per le spalle e la spinse giù...
«Lasciami... che fai... così m'ammazzi...!», Najada reagì spaventata, il cambio dell'Alfetta era un bell'arnese...
«Che hai da perdere, Najada? Goditela... cambia marcia, su...».

Omar insisteva, voleva farla finita.
Ma fu lui a stufarsi per primo: la estrasse dal toro meccanico e la abbandonò sul sedile del passeggero.
Najada si accorse di perdere sangue anche dal buco principale.
L'Alfetta ingranò la retromarcia e in pochi minuti fu raggiunto il covo.
Anahita fu posta agonizzante su un letto.
Stava boccheggiando, con la faccia stravolta dall’angoscia e gli occhi sbarrati - ma ancor vitali - come stesse vedendo qualcosa di interessante.
Forse stava rivedendo la sua vita in rapide immagini.
Il perispirito si stava districando dal corpo grossolano; per conseguenza, i dati residenti nel cervello della focosa cinquantenne venivano trasferiti all’intelletto puro, in una sorta di back-up accelerato prima del crash fatale dell’hard-disk biologico.
«Aiutami... Omar… sto crepando…», la bella spia, decisa a non mollare, aveva sospeso il back-up.
«Conosci le regole, Anahita.
E visto che riesci a parlare, adesso voglio sapere cosa è andato storto...».
«I soldi...», Najada lo guardò negli occhi…
«Non dirmi che hanno tirato fuori la vecchia storia dei soldi falsi, perché quei soldi li ho controllati io - personalmente - prima di sigillarli, ed erano buoni…».
«No… hanno solo detto… che ne volevano... di più…», Najada era già con due pedali e mezzo all'inferno, e di sicuro non le avrebbe giovato rimanere soffocata da un cuscino premuto sulla faccia.
«Quanti di più?».
«Altri 500.000…».
«Bastardi…».
«Io… io... ho bisogno... di aiuto... Omar…».
«Mi dispiace, Najada. Davvero. Hai un grosso buco nel fianco. Conosci le regole…».
«Ma io…».
In quel mentre Omar sentì aprire la porta; Reza fece la sua apparizione.
«Ce l’hai un milione di dollari?».
«Ho il microfilm, non è la cosa più importan…».
FLOP
Non gli diede neppure il tempo di completare la frase. Un attimo dopo Omar si accasciava a terra come un sacco di merda.
Reza lo aveva freddato con una palla in mezzo agli occhi: «Riportate il microfilm ai venditori, insieme alle mani di Omar. Avranno 500.000 dollari per la perdita dei loro uomini. Un buon agente è valutato 250.000 dollari. Ma non tutti fra voi li valgono. Najada, invece, li valeva tutti», e guardò la bella cinquantenne riversa sul letto, tesa, esasperata dall'agonia, con il sangue alla bocca e i freni tirati al massimo, per mantenere un minimo di controllo su di sé.
«Non si può fare un'eccezione per lei, capo? Per esempio, lasciarla davanti a un ospedale...», fu Sasan a parlare.

«Dubito che servirebbe a qualcosa».
«Ma forse lei…».
«Lo sa anche lei».
Najada non confermava né smentiva.
Troppo intenta a non crepare.
Reza si sedette accanto a lei.
«Io... ci rimetto... la pelle... per quello stronzo...».
«L'ha pagata cara, Najada».
«Reza… ti ricordi… quando… ci abbiamo provato…?».
«Me lo ricordo…», e le scostò i capelli sudati dalla fronte.
«Ero... più bella… di adesso…».
«Sei sempre bella…».
«Ma... non avevo… una palla... in corpo…».
«Questo è vero, purtroppo».
«Quanto... tempo… mi rimane…?».
«Non lo so. Devi cercare di stare calma».
«Reza… è così stupido… morire… all'ospedale...?».
«Non lo so; come morire è una scelta personale».
«Voglio... sapere… da te... se è... una pallottola… da obitorio… controlla…».
L'iraniano osservò accuratamente la ferita.
«Temo proprio che sia una pallottola da obitorio, Najada; mi dispiace.
Sasan, pensa tu a lei».
«Non ha... nemmeno… il tempo… di vedermi... crepare…», si lamentò Anahita, quando Sasan prese il posto del capo.
«Ha molto da fare…».
«Come no... lo conosco...».

«Però non ha escluso di portarti all'ospedale: perché non ci provi?».

«Non voglio morire… sotto i ferri… non voglio... che un macellaio… mi squarti… come un maiale…».
«Forse sarebbe meglio provarci, nessuno ti scambierebbe per un maiale».
«È... una pallottola… da obitorio… ha detto... Reza…».
«Forse la pallottola lo è; tu, però, non sei una donna da obitorio».
«Tu... dici…».
«Con la tua Alfetta potremmo essere all'ospedale in tre minuti…».
«Va bene… Sasan… ho deciso... di morire… da stupida…».
La pallottola era mortale, il referto lo confermò.
Era una pallottola da obitorio.
Sasan chiamò il capo, dicendogli che aveva ragione, ma Reza andava sempre di fretta e riattaccò senza chiedere se anche Najada lo fosse.
Sasan dovette richiamarlo.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA CADUTA

di Salvatore Conte (2012-2018)

Francia, 1789.
Nella città bretone di Saint-Malo si diffondeva il virus della Rivoluzione.
Una parte della popolazione era da sempre gelosa della propria autonomia, rivendicata e ottenuta sin dal secolo XIII, con il diritto di nomina dei magistrati municipali.
Ma l’altra parte, quella delusa e frustrata, era ansiosa di novità, qualunque genere di novità.
E aveva individuato l’incarnazione più che concreta dei principi rivoluzionari: Mylène Velba.

Una procace, lardellosa lavandaia sulla quarantina, dedita ormai più all'alcol e alla prostituzione che alla bottega, frequentatrice di bassifondi e canaglie, truffatrice, avvezza a vivere di espedienti, ma con smanie di grandezza e la capacità di esercitare sugli adepti della setta rivoluzionaria un fascino sinistro e ambiguo, quasi ipnotico.
Massiccia, imponente, prorompente, spesso ubriaca con i capelli scuri arruffati sulla fronte, ma ferocemente decisa a emergere, si aggirava per le strade di Saint-Malo con una blusa bianca, ampiamente scollata, e afflosciata dall’urto del pesante seno: Liberté, Égalité, Décolleté.
Sottovalutata dall’establishment cittadino, Mylène Velba sfruttava la sua apparente innocuità organizzando una rete sempre più vasta di aspiranti rivoluzionari.
Smodatamente ambiziosa, aveva deciso che il primo passo che avrebbe mosso per scalare i gradini del potere, e arrivare fino a Parigi, sarebbe stato quello di imporsi nella propria città e di cambiarle il nome e l’orientamento sessuale. Da Sindaca a Deputata Nazionale, l’ascesa sarebbe stata rapida.
Dodici dei suoi giurati fedelissimi la appuntarono, in gran segreto, dei gradi di Marescialla in Capo dell’Esercito Popolare Rivoluzionario di Sainte-Mylène, nuovo nome della città a partire dal 1789, o comunque da quell'anno, qualora anche il calendario fosse stato rivoluzionato.
Il piano prevedeva l’assalto, in punta di forcone, alla piccola guarnigione della città. Contando sull’effetto-sorpresa, si sarebbe razziata l’armeria dei realisti; dopodiché, tutti uniti, si sarebbe marciato fino al Municipio, con Mylène in testa.
Ma la resistenza della piccola guarnigione cittadina fu superiore a quanto previsto: si combatteva corpo a corpo, baionette contro forconi.
Mylène Velba cercava di non esporsi troppo, ma il marasma era tale da non consentire margini di sicurezza assoluti.
Il destino era in agguato, spesso si avvantaggia della confusione.
La Velba cercò di nascondersi in uno stanzino, dove però si era già rifugiato un soldato della guarnigione. Era giovane, spaventato.
«Non vo…», ma quello non la fece nemmeno parlare: la paura lo aveva reso folle. Il soldatino affondò la baionetta nella pancia della rivoluzionaria, proprio attraverso la coccarda tricolore, quasi fosse stata presa a bersaglio, almeno a livello inconscio, visto che il ragazzo era inebetito dal panico.

«Uuuhh…!», l’urlo strozzato di Mylène, gli occhi sbarrati, la paura che la sferzò come un vento gelido.

Per un attimo i loro occhi si incrociarono: lui l'aveva riconosciuta, lei vedeva Parigi allontanarsi.
Subito dopo il lealista estrasse la baionetta dal ventre molle della donna e cercò disperatamente di trovare scampo, ma venne soverchiato dagli uomini della Velba e trucidato sul posto.
«Non è niente… avanti…», si affrettò a dire Mylène, sapendo di mentire a sé stessa e agli altri.
La feroce battaglia volse infine all’epilogo: i forconi avevano vinto e si erano trasformati in baionette.
La massa applaudiva ai lati delle strade, mentre le squadracce rivoluzionarie marciavano verso il Municipio.
Mylène Velba era trasportata in barella, aggiungendo alla tragedia di Francia un elemento scenico di grande efficacia drammatica. Le mani rattrappite che uncinavano l'aria, la blusa insanguinata, la coccarda ormai ridotta a un monocolore rosso: sembrava essersi immolata sull'Altare della Rivoluzione. E in fondo lo era stata.
Il partito degli incerti cominciava a propendere per il nuovo che avanzava.
Quello degli opportunisti prendeva atto che il vento della storia stava cambiando.
Il Municipio era deserto, i consiglieri in carica assenti, nessuno oppose resistenza.
Era il trionfo di Mylène Velba, guastato da una brutta ferita, che però ne esaltava, oltre i suoi stessi meriti, l’eroismo rivoluzionario.
Incoronata Sindaco della rivoluzionata città di Sainte-Milene, Mylène Velba troneggiava imbambolata, lo sguardo annebbiato, sul seggio più alto del consiglio cittadino, con ambo le mani pressate sullo stomaco.
Un’immagine autenticamente rivoluzionaria, che incarnava in pieno l'epica violenza di quei giorni.

Per riuscire a farla stare seduta, l'avevano imbottita di alcol, il suo amato alcol.
Ma la prima riunione della giunta rivoluzionaria venne presto interrotta dalla ferale notizia di un imminente contrattacco delle forze lealiste.
Uno squadrone di cavalleria era giunto inaspettato a Saint-Malo.
La folla tornò nelle proprie case.
Gli incerti recuperarono i loro dubbi.
Gli opportunisti aggiornarono le previsioni del tempo.
Il Municipio era sotto assedio.
I realisti cominciarono a penetrare al suo interno.
La Velba non aveva vie di fuga. Era fragile, non poteva muoversi, non poteva fuggire, veniva abbandonata dai suoi stessi uomini.
Fu costretta ad attendere il destino al proprio posto, quello di Sindaco.

Benché fosse già agonizzante, fu deciso di fucilarla, per non correre rischi e per rendere la punizione esemplare.

E venne fucilata su quello stesso seggio.

Un attimo prima della fine - con dodici carabine puntate contro, disposte in due file da sei - ebbe un sussulto e gridò: «NO!», con tutte le forze rimaste, guardando disperata negli occhi i suoi carnefici.

Chissà... forse sperava che quell'urlo potesse disturbare la concentrazione di qualcuno dei fucilieri.
Fu falciata, infatti, da diverse pallottole, ma forse non dall'intera dozzina: qualcuna sembrò mancare all'appello.

Niente "Viva la Rivoluzione": un urlo ben poco eroico, dunque, ma la realtà è quasi sempre altro rispetto alla retorica delle cose; l'uomo, per sua natura, non può fare a meno di adulterare sé stesso; la realtà è spesso tutta un'altra cosa, specie quella di una puttana di questo genere.

Rimase sospesa a schiena dritta per un attimo che sembrò infinito…

Approfittò di quell'attimo per guardare ancora negli occhi i giovani fucilieri.

Uno sguardo strano. Non di odio. Ma quasi di perdono. E perfino di ringraziamento.
Poi - dopo un estenuante rantolo - si afflosciò su sé stessa, piegando la testa sul petto.
Il comandante del plotone d’esecuzione si avvicinò e le sollevò il capo, afferrandolo per i capelli: gli occhi della rivoluzionaria erano schizzati fuori dalle orbite, impossibile incrociarne lo sguardo.

L’ufficiale lasciò la presa e la testa tornò inerte al suo posto, piegata sul petto.
Il colpo di grazia non serviva a nulla.
L’annuncio che la rivoluzionaria Mylène Velba era stato giustiziata, fu dato, però, con troppa fretta.
Gli animi erano accesi e l’intempestiva notizia scatenò l’ira dei cittadini, che insorsero in massa, sobillati dai rivoluzionari superstiti.

Probabilmente ci si aspettava che l'esecuzione della Velba, ferita a morte in battaglia, venisse sospesa e la rivoluzionaria lasciata morire delle sue ferite.
Il Municipio fu circondato dalla folla e con il solo vantaggio del numero gli insorti tornarono fulmineamente a occupare la sala del consiglio, abbandonata dai realisti in ritirata.
L’attenzione fu subito rivolta al corpo della Velba, rimasto di sasso sul seggio del Sindaco.
«Eccola…!
L’hanno fucilata sul posto…», constatò il primo rivoluzionario che le giunse vicino.
«Però hanno omesso di spararle il colpo di grazia. La testa è asciutta», osservò il secondo. «Forse hanno commesso un errore, proviamo a chiamare un dottore…».
«Ma… non ci sono speranze… non può che essere morta».
«Sei forse un disfattista, compagno cittadino? Dobbiamo provare… forse non è completamente morta».
Il dottore fu chiamato.
Intanto, però, all’interno del Municipio, veniva allestita la camera ardente: tutti i cittadini di Sainte-Milene avrebbero potuto vedere per l’ultima volta il loro primo Sindaco.
«Il dottore dovrebbe muoversi, dannazione… ma dov’è finito?».
«Forse ha avuto paura, un medico non sa mai da che parte stare…».
«Eccolo… finalmente…
Dottore… non l’abbiamo ancora toccata…».
Il medico le ficcò due dita in gola, brutalmente.
Dal corpo della Velba eruttò un grumo di sangue.
Subito la curiosità dilagò per la sala: era stato uno spasmo involontario, uno spasmo estremo, o uno spasmo e basta?

L'atmosfera si fece pesante.

Fu la volta dei sali.

La lingua della donna scattò come una molla sotto il palato.

Gli occhi al cielo, alla ricerca di un raggio di luce; le mani rattrappite a morte, a grattare l'aria come fosse una parete di roccia.

Era viva. Sebbene più morta che viva. Non completamente morta.
L’esame del medico fu pesante: «A parte la ferita d'arma bianca, che le sarebbe comunque fatale, due pallottole sono mortali: vedete qui che interessano fegato e stomaco; le altre, invece, non sono immediatamente letali: ne constatiamo una qui, al fianco, entrata quasi di striscio, e poi, ancora, ne rileviamo una contro la spalla e una sul braccio».

Più che una diagnosi, un'autopsia.

«Insomma ne mancano sette», concluse il rivoluzionario.

Più di mezza dozzina di soldatini mancavano all'appello.

«Sette... di cosa?», il medico non aveva capito.

«Egregio dottore, il servilismo militare ha una sua graduazione, come tutto del resto.

Anche la vista dicono abbia una sua graduazione; in ogni caso, non tutti ci vedono bene.

Non tutti sparano bene, non tutti hanno voglia di sparare a sangue freddo».
Notando l'incertezza del medico, il rivoluzionario fornì una spiegazione esplicita: «Di solito i plotoni di esecuzione sono composti da dodici fucili, dottore».

Poi si rivolse al compagno: «Sentito? Soltanto due pallottole mortali…».
«E ti sembrano poche?».
«Per una come lei, sì…
Si può ancora fare qualcosa, lo sento».
Ma il medico non era dello stesso avviso: cure compassionevoli e mezzora di vita al massimo.
«Non c’è più niente da fare, sono spiacente», la sua sentenza finale.
La Velba, però, tornata a respirare, stava assorbendo lo shock: gli occhi erano tornati nelle orbite e - nonostante tutto - guardavano eccitati il mondo.

Certamente non pensava di risvegliarsi viva e poteva inoltre sentirsi soddisfatta di aver impressionato più della metà del plotone di esecuzione, inducendo diversi fucili a sbagliare la mira.

Insomma, da un punto di vista democratico, aveva vinto. Aveva ipnotizzato anche gli elettori più estremi, era il Sindaco di tutti.

In fondo non aveva ancora ceduto l’ultimo respiro: quei giovani, estremi elettori le avevano concesso una piccola possibilità, un difficile mandato, e lei - per quanto piccola o difficile - l'avrebbe afferrata oppure portato a termine. A tutti i costi.
Intanto la gente di Sainte-Milene sfilava, con alterni umori, ai piedi della rivoluzionaria morente, rimasta aggrappata al seggio del Sindaco: chi la incoraggiava, chi rimaneva intimorito nel vederla in fin di vita; Mylène Velba era una maschera di cera su cui aleggiava un'ombra oscura: si teneva in vita grazie a una forza quasi sovrumana e forse allo smodato compiacimento di godere del proprio trionfo, benché effimero.

Sembrava indemoniata, era feroce e faceva quasi paura.
A tratti si sforzava di sorridere, appalesando euforia per essere rimasta in gioco a sfidare la sorte, dopo una baionetta davvero ben piazzata e un plotone d’esecuzione.
«Mesmer! C’è Mesmer qui a Saint-Ma… qui a Sainte-Milene…!», l’annuncio improvviso, dall'ingresso della sala.
«Che significa?».
«È appena sbarcato dalle Americhe… una pattuglia popolare lo sta portando qui».
Franz Anton Mesmer, un po’ come tutti, non immaginava che la situazione precipitasse tanto in fretta.
Per lui, però, cambiava poco: osservava gli eventi mondani da migliaia di chilometri di distanza, le illusioni della massa non lo riguardavano. Per lui si trattava soltanto di una visita urgente.
Il miglior medico al mondo contro la peggior paziente al mondo.
«Ora ho bisogno del massimo silenzio, cittadine e cittadini: schiamazzi improvvisi possono danneggiare l’inferma».
Si piegò sulla Velba, il pendolo che oscillava, i suoi occhi dietro al pendolo.
«Anima della Rivoluzione... rientra... rimani... riposa...

Tu stai bene qui, Mylène. Con noi. Con me. Tu non partirai.

Se parti, il freddo ti ucciderà per sempre. Tu stai bene qui, fa caldo fra di noi, fa caldo qui con me.
Tu stai bene qui, Mylène. Tu non partirai.
Tu stai bene qui, Mylène. Tu non partirai.
Tu stai bene qui, Mylène. Tu non partirai, Anima della Rivoluzione».
Si rivolse infine ai suoi uomini: «Evitate i rumori, non deve risvegliarsi».
«Ma… ce la farà…?».
«Non ho detto che ce la farà. Ma possiamo guadagnare un po’ di tempo, intanto.
Rendere la caduta un po’ più lenta e attutire il colpo».
Franz Anton Mesmer si trattenne a Sainte-Milene per altri tre giorni.
A Parigi lo attendevano alcuni appuntamenti importanti, ma - ormai mesmerizzato - decise di rinviarli e di riprendere il mare per tornare a casa attraverso la via più lunga.
Sebbene non si occupasse di masse, le masse avrebbe potuto occuparsi di lui.
Per la sua caduta c’era ancora tempo.
Tutti volevano sapere che ne era stato di Mylène Velba.
Il suo corpo, però, non venne più ritrovato.
La Rivoluzione, soffocata dal piombo e dalle baionette, era stata svenduta e Mesmer aveva comprato sottocosto, al prezzo di un'esperienza ormai senza speranze.
La Rivoluzione andava ricucita ed esportata, trasferita sul Lago di Costanza.
Ma non era per tutti.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

REQUIEM AL PIOMBO

IN SEI PALLOTTOLE

di Salvatore Conte (2011-2018)

Starmene a terra in un angolo a sentire quel concerto era umiliante.

E anche molto pericoloso.

Perché ero finito in quella scomoda posizione?

Per una donna, naturalmente. Per Lola. Se fossi sopravvissuto, ne avrei fatto un racconto. Era un voto.

Lola era la favorita del Puerco, una vaccaccia vestita dal cinturone a tracolla più che da tutto il resto.

Dai covi segreti nei recessi della Sierra Madre alle ricche banche di Arizona, Nuovo Messico e Texas, il passo non era così lungo.
Gli sceriffi non costituivano un pericolo: la gran parte puntava dritta alla pensione, quella piccola sbatteva il muso contro delle pallottole e le dimissioni erano implicite.
Il maggior pericolo per la banda del Puerco era rappresentato dal fiorire degli zeri sugli avvisi di taglia: al principio erano due, poi tre, quattro, e ora cinque per l’intero mucchio!
I banchieri non badavano a spese pur di assicurarsi le carcasse dei desperados che imperversavano lungo la frontiera.
Sulle sponde del Rio Grande non erano ancora approdate le sottigliezze della Costa Orientale, ove un buon colpo in banca passava per un complice interno, spesso piazzato molto in alto.
Nella polvere della frontiera si sparava e basta: niente sottigliezze.
Come nel bordello di El Paso, dove l’avevo conosciuta, e dove Lola arrotondava le sue quote, tra una rapina e l’altra.
Era molto più intelligente di quanto le sue fattezze bovine lasciassero supporre; non era la solita puttana.
Dopo averne più volte goduto i servizi, ero sul punto di uscire allo scoperto, quando giunsero al mio orecchio strane voci sul suo conto; qualcuno mormorava che facesse addirittura parte della famigerata banda del Puerco.

Al momento mi sembrò una cosa assurda; tuttavia, quando le sue colleghe mi informarono - la sera successiva al colpo messo a segno alla El Paso Western Bank - che aveva cambiato città, cominciai a capire che mi ero scopato una delle puttane del Puerco.
A quel punto il mio interesse cambiò. Diventava un fatto professionale, anche se l’avrei gestito a modo mio.

Avrei cercato di risparmiarla, se fosse stato possibile; e poi l'avrei presa per il collo: o me o la corda; niente sottigliezze.

La pelle di Lola non valeva nulla per i banchieri, ma per me sarebbe stato il premio principale.

   

La faccenda era spinosa e mi accordai con un collega per spartire i soldi in due parti: 50.000 dollari a testa.
Frequentavamo le cantine a sud del Rio Grande e facevamo sciogliere la lingua attraverso un miracoloso sciroppo verde-argento della farmacia George Washington.
Stavo sorseggiando tequila nella migliore cantina di Lucero, quando il problema di trovare il Puerco fu risolto.

La bevuta fu disturbata dallo strepito di numerosi cavalli che irrompevano in paese.
Non ci fu molto tempo per reagire: un nugolo di bandoleros, con il fazzoletto sul volto, fece irruzione nella cantina. Hamilton tentò di far cantare la colt, ma venne fulminato.
Io alzai le mani in aria.
Era il Puerco che aveva trovato noi e le inconfondibili curve della donna al suo fianco me ne diedero la conferma: non poteva non essere Lola, benché a volto coperto.

Indossava la solita blusa scollata, gonfiata meravigliosamente bene dal pesante seno. Non aveva molta fantasia, aveva aggiunto solamente il sombrero, la bandoliera e il cinturone. Faceva la puttana e la pistolera senza cambiarsi nemmeno l'abito. Chissà cosa sapeva fare meglio. Forse l'avrei scoperto.
Anche lei non ebbe difficoltà a riconoscermi, i suoi occhi indugiarono su di me per farmelo intendere.
Fui disarmato e sbattuto rudemente da una parte.

Ecco come ero finito in quella scomoda posizione. E mi era andata bene. Per fortuna i desperados del Puerco non avevano capito chi fossi.

Solo Lola lo sapeva.

Non le avevo detto niente, ma si era sicuramente informata sul suo cliente fisso.

Le puttane sanno sempre tutto.

Per il momento, comunque, non mi tradì.

Nella polvere della frontiera conveniva sempre tenersi qualche pallottola da parte.

Sapeva che non le avrei sparato per primo: per lei non ero una minaccia.

El Puerco, da parte sua, aveva altro a cui pensare. Stava dando ordini alla banda. Si preparava a qualcosa.
Qualche minuto dopo altri cavalli fecero irruzione in paese: un concerto di fucili, accompagnato da pistole calibro 45, rimbombò infernale per le strette vie di Lucero.
Da quel che riuscivo a capire, si trattava di rurales. Il Puerco era stato intercettato e si era rintanato in quello schifo di paese per difendersi meglio.
La faccia d’argento di Washington aveva scosso anche i soporiferi rurales. E dovevano essere almeno il doppio dei bandoleros per spaventare un criminale del genere, forse erano un intero squadrone.
Anche Lola, da una finestra della cantina, si dava da fare.
Pareva strano che fosse la stessa donna che mi ero tanto sbattuto a El Paso, ma evidentemente era così: anche il posteriore corrispondeva.
Se i rurales avessero perso la battaglia, per me sarebbero stati grossi guai.

Se pure non m'avesse tradito, le attenzioni del Puerco si sarebbero spostate su di me: due gringos bene armati non erano tanto comuni in un posto come Lucero.
Per fortuna i difensori della legge erano ancora numerosi, perché mentre i banditi cadevano, la loro musica non perdeva colpi.
Rimanevano in piedi il Puerco, Lola e un altro paio di desperados.
Il Capo era furente.
All’improvviso si portò alle spalle di Lola, la abbrancò e la trascinò fino alla porta, facendosi scudo della sua figura femminile.

Era pur sempre una donna, infatti.

Le tolse il sombrero, per far vedere i capelli.
Forse intendeva aprirsi un varco per tentare la fuga.
Fece cenno agli altri due di provare una sortita.
I due banditi, appena usciti allo scoperto, furono crivellati di colpi, mentre una fucilata raggiunse il Puerco alla spalla, facendolo sobbalzare indietro; Lola ne approfittò per mettersi al riparo.
Ma la rabbia del Puerco stava per esplodere.
Le puntò contro la pistola e le vomitò addosso il suo rancore: «Scrofa puzzolente, anche tu sei condannata…», e la fissò con occhi sbarrati, accompagnati da una risata ingorda e bestiale.

Sembrava un maiale.
Gli occhi di Lola erano increduli.

«Aspetta...», protendendo le mani in avanti, si portò verso il centro della cantina, forse nel tentativo di prendere tempo. «Non voglio arrendermi... combatteremo insieme... fino alla fine...», anzi voleva dimostrargli di non approfittarsi della situazione.

Si era allontanata dalla porta e dalle finestre.

Ben giocata, Lola.

Ma quello ormai aveva deciso.

L'aiuto della sua puttana non avrebbe cambiato le cose.

Era in trappola.
Voleva portarla con sé; lo capivo molto bene, d'altronde.

Altrimenti si sarebbe salvata.

I desperados c'avrebbero giocato un po' e l'avrebbero mollata.

In Messico c'era ancora un certo timore reverenziale per le donne.

Si evitava di ammazzarle, in genere.

Ancora quella risata da porco...

Lei sapeva molto bene cosa voleva dire.

«No... tu non lo farai...

No! Non voglio morire!

No! Aspetta...!»
Io ero a terra e disarmato.
Non potevo fare niente per lei.
L’improvviso spegnersi dell'aberrante risata sembrò preludere allo sparo.

BANG

Il Puerco le piazzò una pallottola nella pancia.

Incassato il colpo, la messicana - d'istinto - voltò le spalle al bandito.
BANG
Quello non perse l’occasione di infierire con un proiettile nelle reni.
Lola inarcò la schiena e allargò le braccia; sfiorò quasi per caso il palo di sostegno che sorgeva al centro della cantina, e vi si aggrappò con la forza della disperazione, ruotando su sé stessa.
Non era finita. Il Puerco manteneva spianata la colt.
BANG
Un’altra pallottola, la terza, la raggiunse al petto, sotto la spalla destra.

Lola si avvitò intorno al palo della cantina e tornò a offrire la schiena al suo assassino.
BANG
Il Puerco esplose il quarto colpo, ancora nelle reni della puttana-pistolera.

Stava infierendo e non sembrava intenzionato a smettere.
Lola continuava a rimanere in piedi, aggrappata al palo della cantina, come il naufrago a un rottame della nave.
BANG
Impietoso, il Puerco le sparò addosso per la quinta volta, aprendole un altro buco nella pancia.

Si stava divertendo.
Lola perdeva sangue dalla bocca, gli occhi sbigottiti e sbarrati dalla paura; tratta in quella fine spietata come in un incubo, mi lanciò uno sguardo implorante, pur sapendo che non ero nella condizione di poter fare qualcosa per lei. Le donne non si rassegnano mai.
Nonostante tutto, forte della sua stazza, aiutata dal sostegno del palo, riusciva ancora a rimanere in piedi.

Forse quella circostanza esasperò il rancore del Puerco.
BANG
Quella resistenza non gli piaceva e così le piazzò il sesto colpo dritto nello stomaco.

Le aveva saldato il conto.
Gli occhi delusi di Lola schizzarono fuori dalle orbite: sembrò ammettere la fine, il requiem era concluso.

Il Puerco le aveva scaricato addosso tutto il tamburo.

Nella maggior parte dei casi i requiem di quell'infernale pomeriggio messicano erano stati rapidi, al più toccata e fuga, ma quello di Lola era durato sei colpi: il requiem più lungo.

La sua stazza le consentiva di incassare piombo meglio di parecchi uomini. Ma anche la sua lussuria di puttana c'entrava qualcosa: si piaceva, sapeva di piacere e non voleva saperne di crepare.

Finora l'aveva sempre fatta franca, e anche quel giorno, fino a un certo momento del pomeriggio, le era andata bene. Perciò si era ormai convinta di essere praticamente invulnerabile, troppo piacente per essere uccisa.
La messicana che si credeva di fatto quasi intoccabile, era rimasta con la bocca spalancata, ancora sbigottita per l'ultima sorpresa calibro 45.

Stavolta era troppo anche per lei.

Le ginocchia cedettero.

Franò pesante in avanti e rotolò floscia sul pavimento, finendo supina a braccia larghe.
Aveva la bocca piena di sangue e un’espressione indefinibile sul volto; la testa oscillava molle da una parte all’altra, seguendo gli spasmi del corpo.
«Puttana…», il Puerco ricaricò la colt, si avvicinò alla finestra e riprese a sparare.
Poco dopo, dalla parte opposta, fece capolino la canna di un fucile.
BANG
BANG

Toccata e fuga.
Il Puerco crollò sulla schiena.

Sentendosi perduto, ebbe l’istinto di allungarsi, strisciando, verso Lola.

«Chiquita… moriremo insieme...».

«Perché... lo hai fatto...», biascicò Lola.

«Perché amore... è morte...», rispose il bandito.

«Io... non ti ho... mai amato... maledetto porco...», alla fine le carte erano sul tavolo.

Anche le pallottole di Lola facevano male.

«Tu sei mia...».

L'aveva quasi raggiunta.

BANG

La questione fu chiusa da un ufficiale dei rurales, che bloccò il bandito e gli esplose un colpo in bocca.

Gli mostrai la mia licenza di privato cittadino cacciatore di criminali, mi rivolse un sorriso beffardo, e la cosa finì così.

Intanto i suoi uomini cominciarono a portar via i cadaveri dei banditi.

Avevano afferrato per gli stivali anche Lola, benché sembrasse ancora in vita.

«Solo un attimo, per favore...», bloccai i soldati. «Capitano... l'intera banda vale 100.000 dollari; la donna quanto può valere?».

Un altro sorriso beffardo.

«Te la regalo, yankee... almeno tornerai con qualcosa...».

Fece un cenno e disimpegnò i soldati che tenevano per gli stivali la messicana.

I rurales sarebbero ripartiti subiti.
Per Hamilton non c'era nulla da fare.

Cercai di far bere un goccio a Lola.

«Non... te l'aspettavi... vero...».

«Non parlare».

«Ti piacevo... vero...».

«Mi piaci anche adesso, Lola.

È il tuo vero nome?».

«Lola... Ramos... Kit...».

Sentire il mio nome fu come un colpo allo stomaco.

«Kit Watson».

«Tu sei un gringo, signore. Perché ti occupi di una messicana?», l’oste era ricomparso dietro il banco.
«Lascia perdere le domande e chiama un dottore; c’è un dottore in questo buco di paese?».
«C’è un prete, signore».
Lo afferrai per il bavero: «Il prete potrebbe servire a te».
«Ma signore… il monaco della missione è un bravo dottore…».

Sorrisi.

«Fallo chiamare subito, allora…», mollai la presa e gli acconciai il bavero. «Avevo capito male, scusa…».
Il padrone della cantina lanciò delle urla verso un ragazzino.

«Intanto mettiamola comoda... va bene, gringo?».

Mi fece strada verso una cameretta, dove l'adagiai su una branda marcescente; di sicuro non c'era niente di meglio.
«È davvero bravo questo monaco?».
«È bravissimo».

«Porta una bottiglia di tequila».

«Subito, signore».

«Ehi...», gli passai una moneta.

«Niente dinero, gringo», lo disse con un certa durezza; l'aria da buontempone era scomparsa dalla faccia.

Nel toglierle la bandoliera, notai qualcosa di strano.

«Questa poi...»

Poteva essere importante.

La feci bere.

Intanto controllavo sulla blusa.

«Che fai... tu non sei... un porco...».

Non aveva capito.

«Un paio di colpi te li sei risparmiati.

Non te ne sei nemmeno accorta».

«Che dici...».

Li ha fermati la bandoliera.

«Stai... mentendo...».

«Ecco... uno qui... e l'altro qui...

Datti da fare, Lola.

Ma quanto ci mette il monaco? È tanto vecchio?», domandai all’oste, che si era riavvicinato.

Non fece in tempo a rispondere, perché l'attenzione si spostò su un giovane, in tonaca marrone, che fece il suo trafelato ingresso nella stanza.
«Sono venuto di corsa, il messo mi ha detto che si tratta di un caso grave…», e incrociò gli occhi di Lola, deglutendo.

Aprì una borsa con dentro un gran numero di ampollette.
«Puoi fare qualcosa, fratello?».
«Vediamo... vediamo...

Preghiamo tutti la Santissima Vergine di Guadalupe, mentre il suo umile devoto cerca di portare conforto a questa povera ragazza…».

Il giovane monaco non la conosceva molto bene.

«Che tipo di conforto, fratello?», tirai fuori la colt e gliela puntai nel fianco.
«Il conforto della medicina, fratello... come puoi vedere... pur se il caso rimane grave... come annunciato...», armeggiò con le ampollette, era intelligente, aveva capito il sottinteso.

«Niente scherzi, e niente cazzate da prete, o la tua missione finisce qui, claro?

Cerca di tenerla su, non le serve molto, ha il fisico».

«Lo vedo, Fratello. Lo vedo...».

Lola non aveva niente da perdere, arrivata a quel punto, e quel bizzarro monaco era la sua ultima pallottola.

Non mi rimaneva che lasciarlo fare e pregare la Vergine.

Sono dunque sopravvissuto e ho rispettato il mio voto. Ho raccontato questa storia.

Manca il finale, è vero.

Ma questa è un'altra storia, e non sarò io a raccontarla.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA DURA LEGGE DEL PIOMBO

di Salvatore Conte (2013-2018)

Lola Ramos, l’ex favorita del Puerco, dopo aver salvato la pelle grazie agli sforzi di Kit Watson, si era messa in proprio e aveva iniziato a collezionare avvisi di taglia.

Era singolare che in Arizona una donna messicana fosse a capo di una banda di fuorilegge; ma la Ramos c’era riuscita.

Imponente, massiccia, provocante, Lola utilizzava le sue forme procaci, quasi animalesche, per ottenere favori ed evitare il peggio nelle situazioni di pericolo.
Quel giorno, però, tutto questo non era bastato.

Quel giorno la procace Lola aveva mangiato piombo…

Una sola pallottola, ma letale, allo stomaco, in un regolamento di conti con la banda di Freddie Johnson.

La sua bandoliera, stavolta, l'aveva tradita.

La pallottola aveva centrato lo spazio tra una cartuccia e l'altra, centrando anche lo stomaco.

Una sola calibro 45 poteva sembrare, in fondo, poco cosa, se paragonata alle sei che le sparò contro il Puerco, quando cercò di portarla con sé all'inferno.

In quell'occasione ne mangiò quattro, due furono fermate dalla sua fedele bandoliera, inclusa quella diretta allo stomaco.

La Ramos aveva capito subito la differenza.

Tolti i colpi di tosse che le ricordavano di avere un polmone malconcio, il piombo del Puerco non aveva lasciato tracce, era riuscita ad assorbirlo.

Stavolta sarebbe stato diverso.

Tra i pistoleri della frontiera valeva un detto: lo stomaco non perdona.

Fatti prendere dappertutto, ma non allo stomaco.

Era la dura legge del piombo.

Inutile lottare o cercare un dottore, la morte arrivava comunque, inesorabile.

In certi casi conveniva rassegnarsi, o farla finita.

Un pallore mortale si era già impadronito della sua pelle olivastra.

Adesso Lola voleva solo tornare alla fazenda e crepare comoda sul proprio letto.

Aveva un po' di tempo, ma non poteva sprecarlo.

Si era messa a cavallo, scortata da alcuni dei suoi, e aveva lasciato gli altri a scannarsi con i rivali.

La fretta, però, le aveva suggerito una scorciatoia molto pericolosa.

Gli apache erano molto gelosi dei propri territori.

Un grosso gruppo a cavallo, formato da una ventina di guerrieri, aveva intercettato la piccola pattuglia di banditi, capeggiata dalla Ramos.

Gli indiani si gettarono subito all’attacco dei malcapitati; erano dotati di moderni winchester di contrabbando, anche se avevano poca esperienza nell'usarli.

Per Lola fu un altro colpo: non si sentiva bene, aveva un terribile mal di pancia e avrebbe fatto volentieri a meno di quest'altro inconveniente.

Ciò nonostante dovette rassegnarsi all’idea di trovare in fretta un punto sufficientemente difendibile.

Aveva preso una scorciatoia per arrivare prima alla fazenda, non all'inferno.

Una collinetta con speroni di roccia protundenti dal terreno era l’unico obiettivo raggiungibile prima della collisione con gli indiani.

I suoi presero posizione. Lei stava attenta a non esporsi.

Quel contegno smaccatamente furbo esasperò uno dei suoi tagliagole, un certo Emiliano.

«Ehi, Lola… vuoi salvarti solo tu?».

«Chiudi la bocca... idiota... sto morendo... ho un buco allo stomaco...», glielo mostrò, scostando la bandoliera.

«Potevi dirlo...

Per quanto ne hai?».

«Forse un'ora...».

Emiliano riprese a sparare, anche se non c’erano molti dubbi che alla fine avrebbero prevalso gli apache.

Ma quando tutto sembrava ormai perduto…

PEEE-PEREPEE…
PEEE-PEREPEE…
Uno squillo insistito di tromba risuonò nelle menti degli assediati…

Gli uomini della Ramos, usciti dallo scontro con la banda di Freddie Johnson, non avevano in realtà alcuna tromba con loro, ma alla carica sembravano davvero il Settimo Cavalleggeri.

Gli apache ripiegarono.

Ora i banditi erano tutti intorno al loro Capo, Lola Ramos, la donna con 50.000 dollari di taglia sulla testa.

L'avevano imbottita di tequila.

Anche se si era opposta, avevano chiamato il medico di Tucson, abile col bisturi quanto facile ai dollari.

Sapevano che era sopravvissuta a sei pallottole, volevano la conferma che fosse finita. Poi avrebbe scelto il successore.

Intanto, come trasportata dal vento, a Tucson si era diffusa la notizia secondo cui Lola Ramos, la pericolosa bandita messicana, aveva trovato la morte in uno scontro a fuoco con la banda rivale di Freddie Johnson.

Il clamore fu notevole e la ricerca dei particolari divenne subito ossessiva, coinvolgendo i principali giornali dello Stato.

La notizia giunse anche all’orecchio di Kit Watson, il bounty-killer che l'aveva prima conosciuta come prostituta a El Paso e poi ritrovata in Messico al seguito del Puerco. E che l'aveva salvata da morte certa.

Quantunque fosse stato scaricato senza tanti riguardi, non l'aveva ancora dimenticata.

Anche lui voleva saperne di più.

«Allora… Jack…», Jack Milligan, il medico di Tucson, era arrivato alla fazenda. «Questi cani... hanno voluto... farti perdere tempo... tanto vale... che me lo dici…».

«Mille anni all’inferno e tornerai come nuova…

Ti fascio il buco prima di andarmene».

Era la dura legge del piombo.

La conoscevano anche i dottori.

I suoi uomini, al piano di sotto, si interrogavano sul da farsi.

Mentre il dibattito si scaldava, per un Jack che usciva c’era un Kit che entrava.

Cacciava i 50.000 dollari della taglia, nient'altro.

Stavolta li avrebbe incassati tutti, con gli interessi.
Entrò di soppiatto, chiudendosi la porta alle spalle.

La Ramos trasalì, come avesse visto in anticipo il diavolo.

«Capiti… a proposito… Kit…

Sto cercando… l’ultima pallottola… e sarai tu… a darmela…

Tu… Kit… l’uomo… del mio destino…

Amore... è morte... disse... el Puerco... te lo ricordi...».

«Mi ricordo anche quello che gli hai risposto.

Non contarci sulla pallottola, ti consegnerò allo sceriffo nelle condizioni in cui sei».

A sorpresa, però, la Ramos gli puntò contro la colt, sempre pronta alla mano. Era nascosta sotto il lenzuolo.

«Estrai… oppure… t’ammazzo come un cane... ».

«Se ti sparo, i tuoi uomini mi faranno a pezzi…».

«È solo una scusa...

Senza di me… non sono niente…».

«Almeno cerca di difenderti…».

Il paradosso la fece sorridere.

«Lo farò…», tornando seria e guardandolo intensamente negli occhi.

Forse sarebbe stato... amore è morte...

Sembrava il momento culminante di un duello fatale.

Ma lei abbassò la colt.

«Sei uno stronzo...», e si morse a sangue il labbro.

Forse una recita, forse no.

Ma chi sta per morire raramente recita.

L'aveva conquistata proprio alla fine.

Alla sua maniera.

E lei, alla sua maniera, aveva detto sì.

BANG BANG BANG

BANG BANG BANG

BANG BANG BANG

Se al piano di sopra trionfava un magnifico stallo, da quello di sotto si scatenò una sarabanda di colpi.

Watson rivolse un’occhiata interrogativa a Lola.

«Si stanno... scannando tra loro… per dividersi... il mio impero…».

Dopo non molto, infatti, uno strepito di cavalli lanciati al galoppo rimbombò dall’esterno.
«Se ne stanno andando», annunciò Watson dalla finestra della camera. «Sono una mezza dozzina».

«Ne avevo... molti di più… andranno... a prendersi il bottino... è qui vicino... e saranno... ancora di meno...».

«Già... dovrei andarci anch'io, se qualcosa non mi trattenesse qui».

«Potevamo... essere invincibili… insieme…».

«Andando in giro ad ammazzare gente?».

«Non è quello… che fai... anche tu…?».

«Ne abbiamo già parlato. Vado a fumare, Lola…

Questa la prendo io», si era lentamente avvicinato e ora le portava via la colt.

«Kit...!».

Non fece in tempo a bruciarlo con lo sguardo, perché se n'era già andato.

BANG

Dopo un po' risuonò uno sparo.

Watson ritornò trafelato da Lola.

Aveva un'altra pistola e l'aveva fatta finita.

«Sento puzza di bruciato… che hai fumato…», aveva una colt fumante nella mano, ma non sembrava essersi colpita. «Ne avevo un'altra... imbecille...», gli aveva dimostrato che avrebbe potuto farlo, se avesse voluto.

«Hanno già risposto. Tra poco saranno qui».

Lo bruciò con gli occhi.

Gli apache erano una dozzina.

Lo stregone cominciò subito a lavorare.

Lola era quasi andata.

Intanto il capo dei guerrieri di scorta esibì a Kit Watson una mezza dozzina di scalpi freschi, ancora sanguinolenti: li teneva tutti in una mano, per i capelli.

Uno dei suoi, invece, svuotò un sacco sul tavolino della camera, rimanendo in attesa di ordini: era un bel malloppo.

Il capo alzò la mano che reggeva gli scalpi e con un cenno degli occhi indicò prima la donna e poi l’uomo bianco.

Il guerriero apache divise il malloppo in otto parti, sei erano infatti gli scalpi nella mano del suo capo.

Quindi fece cenno a Watson di avvicinarsi, affinché contasse egli stesso, ma il viso pallido alzò la mano a palmo aperto.

Allora l’indiano reintrodusse nel sacco sei parti del malloppo.

Watson, delle due rimaste sul tavolo, ne portò una allo stregone, ma questi rispose così: «Niente dinero, gringo», come l'oste nella cantina di Lucero.

Sembrava leggergli nella mente.

«Gli stregoni bianchi guariscono in cambio di oro», insistette Watson.

«Loro essere stregoni, io uomo della medicina, viso pallido», e si voltò verso Lola, per finire il suo lavoro. «Avvoltoio andare via, quando pasto troppo difficile».

Watson, in un primo momento, non riuscì a dare un senso a quelle parole.

Poi ripensò a Doc Milligan, che aveva seguito fino alla fazenda.

La dura legge del piombo fece un'altra vittima.

Una croce alla fazenda ricordava Lola Ramos.

Due figure si ritrovarono a pregare.

«La tua banda non esiste più.

E neanche del tuo bottino c’è rimasto molto».

«Quella che hai visto era solo una piccola parte, idiota…

E poi avresti me, che da sola valgo molto più di 50.000 dollari…».

Questa invece è la dura legge di Lola Ramos.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZOTHIQUE:

L'IMPALATA

di Salvatore Conte (2017-2018)

Nonostante tutto, Cynthia insiste.

Anche se c’è poco da fare.
Si è beccata un fallo d’acciaio dallo sperma di piombo.
FLOP
Uno sparo doppiamente silenziato.
La pallottola le è finita quasi in gola.
Però la bella vacca sospira ancora.
Viene tenuta ferma, non deve muoversi, se non vuole buttarsi via subito.
Due devoti le asciugano a turno il sangue che le cola dal labbro, e la confortano.
«Potevi rimanere uccisa sul colpo».
«Invece respiri».
E parla, anche.
«Non puoi morire».
L’hanno trovata così… vicina alla vasca da bagno, sfondata, in fin di vita.
Avevano un appuntamento con lei.
La porta era aperta.
L’assassino era appena uscito.

Le ha fatto fare l'ultimo bagno, poi l'ha uccisa in questo modo barbaro.

Cynthia - la bella vacca bionda - è ormai cadavere, massacrata da una pallottola sparata dall’interno, da sotto a sopra.
Dopo una delle sue feste, l’hanno seguita fino a casa e le hanno tirato uno scherzetto fatale.
Impalata col piombo.
Fuori è ancora lei, ma dentro è tutta rotta.

È disperata, sa che è finita.
Cercano di calmarla, è inutile farla agitare.

Deve tentare l'ultima corsa all'ospedale.

Anche se è difficile che l'ambulanza arrivi in tempo.
Erano in tre, a volto coperto.
Non ci sono molti indizi.
Cynthia giace immobile, impalata, attenta a guadagnare qualche minuto.
È una maschera di cera.
È finita come una strega dei tempi oscuri.
L’agonia poteva durare ore, anche giorni, se non venivano compromessi gli organi vitali. E chi era bravo a impalare, riusciva a evitarlo, così da garantire al pubblico estenuanti e spettacolari agonie, concedendo alla vittima il tempo di suscitare compassione.
Una come Cynthia avrebbe forse ottenuto - dopo un paio di giorni - di essere deposta; tolta da quella scomoda posizione; ma con grande e meticolosa attenzione, perché sviscerarne il palo - giunti a quel punto - ne avrebbe accelerato la morte.
Il primo passo sarebbe stato quello di metterla in posizione orizzontale, con tutto il palo ancora conficcato dentro.
Quindi bisognava sviscerarlo centimetro dopo centimetro, dandole ogni volta il tempo di assestarsi, per evitare che le emorragie interne dilagassero e la uccidessero sul colpo.
Il suo destino era segnato, ma procedere con queste cautele poteva farle guadagnare qualche ora.
Giunti alla fine, non si butta via niente.
Proprio come adesso, nei giorni dell'unica terra, nei bagni reali di Avandas, dove Cizna, la Regina impalata, lotta per guadagnare altro tempo, mal rassegnata a cedere.

È stata colpita da una congiura di palazzo; nel modo peggiore; ma secondo precisi rituali.

Impalata nel suo bagno con un'asta appuntita di legno, da sotto a sopra, con il bastone fatto fuoriuscire dal torso, appena sotto la spalla destra.

Non può fuggire, muoversi, cadere.

Ma almeno si è poggiata seduta sul bordo del suo bagno di marmo.

Chi rimane fedele alla vittima, o comunque chi se ne fa impietosire, ha il diritto di assisterla con acqua e cibo, senza però toccarne le ferite; e può anche incoraggiarla.

Non mancano infatti i messaggi di solidarietà lasciati ai suoi piedi (ma non si può chiamarla Regina):

Non lasciarti andare, Cizna!
Noi crediamo in te!
Tenta fino all'ultimo, ti prego!

I magistrati controllavano da vicino che l'antico rituale sia rispettato.
L'asta è stata infilata con grande maestria, secondo precisi calcoli anatomici.
L'operazione, se eseguita correttamente, consente alla vittima di sopravvivere per ore, se non addirittura per giorni.
Lo shock è comunque enorme e di per sé letale: solo chi è dotato di un'estrema forza di volontà e di profonda durezza può riuscire a sopportarlo.
La deposta Regina è tra questi pochissimi.
Vuole giocarsi le sue ultime possibilità, non si predispone a morire.
Nessun altra donna a Dooza Thom oserebbe tanto.
Ma lei è speciale, una potenza, quasi indistruttibile.
E soprattutto è una vera strega.
Mormora infatti tra sé le formule arcane della tradizione, invocando la protezione di oscuri demoni, che avrebbe ricompensato appena liberata e ristabilita.

Dopo due lunghi giorni di agonia, ha ormai impietosito mezza Avandas.
I più devoti le passano da bere porgendole un boccale alle labbra.
Se la vittima non si arrende, al tramonto del terzo giorno ottiene la grazia.

Il palo è stato introdotto con grande perizia: il cuore di Cizna è illeso e il polmone è stato appena sfiorato.
La deposta Regina è ancora in grado di lottare.
Potrebbe lasciarsi morire e farla finita, ma lei preferisce così.
Conosce la possanza e avvenenza del suo corpo, e vuole sfruttarle.
E i fatti le danno ragione, perché si fa trovare viva all'agognato tramonto.
Circondata dai suoi più stretti devoti, le stanno sviscerando il palo.
Molto lentamente. Con lentezza esasperata.
Poi - secondo gli usi - sarà portata a consumare la sua agonia in un luogo a ciò preposto.
Ma per vederla cedere, bisognerà pagare caro.
L'oro finirà nelle casse della città.
Può reggere ancora diverse ore, cuore e polmoni funzionano, lo spettacolo sarà lungo e costoso, per chi non potrà farne a meno.
Nessuno tra i congiurati pensa che la cosa possa diventare un fastidio.
Anche se sa lottare, Cizna è fottuta.
La Regina impalata non è più un problema.
Vederla morire con tanta difficoltà ha riacceso una certa devozione, ma è poca cosa rispetto alle brillanti prospettive che si aprono per Dooza Thom dopo la sua caduta.
Una nuova prosperità, da troppo tempo attesa, pioverà su Avandas e l'intero Regno.
Da adesso in poi lo governerà una casta di massoni. Così si fanno chiamare. Si dice che già un tempo governarono su molti regni.
Il popolo sarà consultato spesso. Avrà i suoi rappresentanti. Parteciperà alle decisioni più importanti.
I vecchi della città, però, sono perplessi. Sanno come vanno a finire certe cose.
Pur con tutti i suoi abusi, Cizna rendeva orgogliosi di appartenere a Dooza Thom.
Era una Regina famosa su tutta la terra di Zothique.
«Se fossi in voi, non mi lusingherei tanto», ammonisce un vecchio saggio, rivolto a un gruppo di giovani, che festeggiano la nuova reggenza massonica. «Non vorrei doveste rimpiangere le vessazioni di Cizna, la giustizia sommaria e le tasse esorbitanti. Prima vedevate chi comandava; ora potrete dire Ia stessa cosa? Io sono vecchio, ho poco da dare, ma voi siete giovani, avete molte tasse da pagare, e potrete sapere se oggi avete festeggiato con giudizio solo fra qualche anno».
Le parole del saggio, sebbene appena sussurrate, sembrano rimbombare tra le mura della città.
Sui giovani cala un'innaturale inquietudine.
Quelle parole sembrano un'ipoteca sul loro futuro.
Qualcuno di loro, magari con una scusa, si sfila dal gruppo.
Intanto Cizna è stata trasportata nella camera d'aspetto, dove i condannati per impalamento attendono la fine, una volta che gli è stato sviscerato il palo.
Le cronache della città annotano tutti i casi.
La camera è molto grande; in effetti è un teatro coperto con tribune a semicerchio.
Sulla scena c’è il morituro da impalamento, disteso su un ampio letto.
Al capezzale della deposta Regina sono giunti maghi, curatori, incantatori e streghe.
Ne sono ammessi dodici per volta, sei per ciascun lato del giaciglio.
I sostituti attendono il loro turno ai piedi del letto.
Prendono il posto di chi è congedato, secondo un cenno del morituro.
Questi può rimettersi in coda, se crede.
I dodici cercano di farle guadagnare un po' di tempo. E di non farsi scartare. Ne va del loro prestigio, specie in un’occasione come questa.
Le condizioni di Cizna si vanno via-via aggravando.
La fine è pericolosamente vicina.
Nel suo sguardo imperioso si è fatta strada la paura.
Anche lei deve cedere.
Tutti sono ormai pronti.
Dilaga la notizia per la città.
Cizna non riesce più a gestire la situazione.
Arriva altra gente. Si cerca di capire quanto davvero manchi, o se - addirittura - sia già cadavere.
L'idea comincia a serpeggiare, perché vengono avvistati diversi negromanti.
Il morituro può chiedere di vivere oltre la morte.
E Cizna, si dice, ne ha tre intorno a lei.
L'ansia di notizie sempre aggiornate, e possibilmente anticipate, diventa sempre più febbrile da parte dei tanti che non possono permettersi di accedere alla camera d'aspetto.
Deve uscire un portavoce dei devoti per comunicare alla folla che la cittadina Cizna - è infatti vietato chiamarla Regina - è viva ed è impegnata a lottare.
Al momento dell'aggravamento fatale, verrà sventolato un drappo bianco.
Gli altri impalati, intanto, sono tutti morti.
Vengono deposti a terra già cadaveri.
Cizna è l’unica a strisciare ancora per Zothique con uno straccio di pelle addosso.
C’è chi dice che vivrà nella sua stessa tomba, cibandosi dei vermi che si illuderanno di spolparla.
L’attesa si fa spasmodica, logorante.
Gli spettatori si fanno portare il cibo sulle tribune, perché la situazione potrebbe precipitare da un momento all'altro.
Si rassegnano ad assentarsi solo per i bisogni indifferibili.

Ma c'è perfino chi non rinuncia per nulla al mondo.
In mezzo a tutto questo, su Dooza Thom muove un terzo incomodo: l’ambizione di Ustaim, che mira a riunificare sotto di sé l'intera regione nord-orientale di Zothique.
Approfittando del cambio di regime, i mercenari di Aramoam attaccano sia per terra che per mare.
Erano pronti a intervenire e lo stanno facendo.
Si riunisce d’urgenza il collegio dei massoni.
Nonostante l’emergenza, però, l’attenzione della città rimane catalizzata sulla sorte di Cizna.
Cominciano a sbiadire - come fossero già passati diversi soli - le lamentele popolari sull'aumento delle tasse e la riduzione dei giochi.
Di fronte a una minaccia esterna, la Regina avrebbe trattato un accordo, magari pagando un tributo.
I massoni ordinano il reclutamento generale. La plebaglia va alla guerra.
E tuttavia, poiché nessuno li conosce, non si capisce dove siano e se prenderanno parte alla difesa della città.
Mancano, inoltre, i più esperti comandanti.
Chi è finito impalato, chi si è nascosto, chi è fuggito, chi non combatterebbe se non per Cizna.
La guerra incombe, ma Avandas è impreparata.
Bisognerebbe portarla sugli spalti e farla vedere ai nemici.
Ma è ridotta troppo male.
E potrebbe arrendersi presto. Anche lei è sotto assedio.
I devoti all’esterno temono di veder sventolare da un momento all’altro il drappo bianco, che ne segnalerebbe la fine.
Chi si trova - a caro prezzo - all’interno della camera d’aspetto, non trae auspici migliori dall’osservarla direttamente.
È bianca come uno spettro, impalata come fosse infilzata a un tronco acuminato, ferma immobile come fosse tuttora impalata.
Solo le mani si muovono leggermente, strofinando tragicamente sulle lenzuola del giaciglio.
È l’ultimo segnale di una lotta non appariscente, ma molto dura.
Intorno a lei si stagliano diverse figure, tutte impegnate in gesti rituali e operazioni di vario genere.
Tanta scienza non la salverà dalla fine, ma servirà a farle guadagnare altro tempo.
«Combattete… cani…», mormora Cizna, tra uno spasmo e l'altro.
L’hanno avvertita che la città è sotto assedio.
Un evento che potrebbe giocare a suo favore.
Ma lei, invece che accontentarsi di aspettare e di essere vendicata, suggerisce di combattere; circostanza che potrebbe favorire i suoi nemici massoni, salvandoli dall’assedio.
È per questo che i suoi devoti non capiscono, almeno all’inizio.
L’agonia ne ha alterato la lucidità.
Però quando i mercenari di Ustaim cominciano a penetrare in città, gridando alla vittoria senza incontrare resistenza, e trovano folla solo nei pressi della camera d’aspetto, allora si capisce che la cittadina Cizna non è una cittadina qualunque.
Il potere sulla città è ancora suo.
Si organizzano barricate e gruppi armati.
Mentre lei muore, qualcuno morirà per lei.
Un destino amaro per Avandas, ma pur sempre migliore di una schiavitù miserabile.
Asservirsi a Cizna non è la stessa cosa che asservirsi ad altri, massoni o mercenari che siano.
Almeno quattro volte a giro - quando il sole rosso fissa la storia nei cieli, più in qualche occasione speciale - si offriva a tutti, plebaglia compresa.
Senza contare che è la più grossa puttana di Zothique.
E una così ce l’ha solo Dooza Thom.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ROUTE 666

di Salvatore Conte (2017-2018)

«Forza… dobbiamo muoverci…».

«Ma dove… lo sai che sto male… non ce la faccio…».

«Andiamo… non fare la stronza… se rimani qui, ti ritrovi con qualcosa di peggio nella pancia».

«Peggio di quello che ho?».

«Esattamente».

«Che vuoi dire…».

«Che ci stanno cercando.

Dobbiamo sgommare, e subito». Bravo, Jack, il termine è indovinato. «E non dimenticare la pistola: se occorre, dovrai darmi una mano».

«Capito».

Neppure il cancro le ha tolto il vizio di allentarsi la camicetta.

Ma il pensiero di morire la tormenta.

Vorrebbe trascinarsi ancora.

Una valigia al volo e si carica la morona in auto.

«Hai preso i pannolini?».

«Certo...».

Quando ha saputo di non averne per molto, si è appoggiata a uno dei suoi clienti più affezionati, per ricevere un po' di conforto.

Romina Lopez, brillante cameriera d'albergo, s’è vista diagnosticare un tumore al colon giunto fulmineamente allo stadio 4 e metastatizzato al polmone.

Poco da fare, insomma.

Pare le sia risultata fatale la prolungata attività notturna presso la fabbrica di un altro affezionato cliente: l'esposizione ai vapori tossici nel pieno dell'impegno fisico, cioè quando si inala a pieni polmoni, è di fatto micidiale. Le maratone convocate dall'industria della morte sono infatti organizzate nei centri metropolitani più inquinati.

A vederla, comunque, è ancora una strafiga, è marcia dentro ma non fuori.

Sta tirando avanti più a lungo del previsto.

Adesso, però, la resa dei conti è vicina.

La Lopez vive nell'incubo di una metastasi al pancreas, che metterebbe fine ai giochi; in ogni caso, la situazione volge al peggio: talvolta espelle all'improvviso, talaltra va incontro a dolorosi blocchi intestinali.

La bella Romina è arrivata alla stretta finale.

L'intestino non funziona più e lei non può andare avanti per molto; però non accetta la sentenza e - aggrappandosi alla forza della disperazione - tenta fino all'ultimo di portarsi avanti.

Vuole strappare altre settimane, mesi se ci riesce; non vuole cedere.

Non ha nessun piano o strategia, prova a tirare avanti e basta, anche se guadagnare altro tempo le rimane sempre più difficile.

È giunta alla fine: lo sa lei, lo sa il suo compagno, lo sanno pure i tanti followers, che tiene regolarmente informati.

Le piace sapere che oltre 66.000 utenti stiano lì a sbavare sulla sua scollatura e a chiedere notizie su una moribonda che neanche conoscono.

Per pagarle le ultime visite, da luminari del calibro di Veronian, Jack - oltre il suo 10% - si è tenuto i 600.000 dollari dello spaccio di droga dell'ultimo mese, destinati ai fornitori colombiani.

E con certa gente sgarri simili si pagano cari.

Inizia il viaggio.

Puntano a perdersi lungo la vecchia Route 66, la Strada-Madre d’America.

Romina ha già i suoi problemi. Jack vuole evitarle un’indigestione di piombo.

Hanno con sé un bel po' di soldi. Potrebbero nascondersi e aspettare che la situazione precipiti senza pressioni esterne.

Non si sa con precisione quando avverrà.

Ma potrebbe essere prestissimo. Romina ha retto anche troppo.

Basterebbero un'emorragia fulminante o un blocco intestinale per affossarla. Potrebbero essere veloci come una revolverata.

Oppure tentare il tutto per tutto in Svizzera: farla operare d'urgenza - spolparla - a polmone e intestini, per guadagnare un paio di mesi.

«Non mi sento bene, Jack. Trova un posto e fermati», la voce è sofferente.

«Qui intorno non c’è un cazzo.

Lo sai dove siamo?». Una pausa retorica. «Siamo a Two Guns.

E non c’è rimasto assolutamente niente. È una ghost town, infatti».

«Quella cos’è, allora?».

«Una vecchia pompa della benzina».

«Fermati lì...».

«Si può sapere che hai?».

«Sto male… te l’ho detto… cosa pretendi…».

«Dimmi che hai!».

«Mi fa male la pancia… ho bisogno di andare... dammi una pillola…».

Romina si è bloccata. E il farmaco non riesce a stapparla.

La cosa è dannatamente seria.

Il tumore l’ha invasa, ma il malato non si rassegna mai, spera sempre di avere altro tempo.

E poi lei, a parte le crisi d'ansia, è quella di sempre: bella e stronza.

Alla fine, però, la tensione della fuga, i trambusti del viaggio, il tempo che scorre, sono tutti elementi che giocano a suo svantaggio.

Basta poco per aggravare un quadro critico come il suo.

«Ti porto in ospedale, bellona».

«No... aspetta... forse... qualcosa si muove...».

La conferma presenta il suo lato sgradevole, ma è meglio così.

Si sistemano all'interno della vecchia stazione di servizio.

E cala la sera.

La Lopez ha avuto paura: un campanello d’allarme ha squillato forte dentro la sua testa.

Vuole almeno crepare con tutti i comfort.

«Ascolta… Jack… loro cercano te... non me...», c'è un lampo di lucida follia negli occhi della morona.

Il giovanotto non ha nemmeno il tempo di pensare al peggio che vede la canna della pistola puntare contro di lui.

Romina ha deciso di fregarlo.

Si fa consegnare il revolver.

«Addio, bello.

Non ti ammazzo… ma non cercare di seguirmi».

BANG

Uno sparo che non fa rumore, in un posto come quello.

Non lo ammazza, ma gli fa saltare un ginocchio.

E adesso via... verso l'ultimo capitolo della sua vita.
Proseguirà da sola. Può farcela. Si troverà un ottimo medico per le sue ultime settimane, sperando non finiscano subito.

Prende la valigetta con i soldi e se ne va.
BANG
BANG
I colpi esplodono improvvisi nell'oscurità del deserto.
Romina è raggiunta dal piombo (!), barcolla ma rimane in piedi, e mantiene la presa sulla valigetta.
La voglia di vivere è tale che la spinge ad andare avanti.
BANG

BANG
Spara due colpi alla cieca, solo per prendere tempo. Non vede nessuno, infatti. Ma qualcuno c'è, perché le hanno sparato.
Si infila dentro la macchina e parte a razzo, bruciando le gomme.
BANG
BANG
Ancora spari, un’esplosione di vetri.
Due luci nel buio la seguono. Le sono alle costole.
Deve affrontarli, non può sperare di fuggire.
Ha preso piombo fatale, se lo sente tragicamente addosso. Deve arrendersi.
Sbanda e finisce contro una costruzione diroccata.
Lo sportello di guida si apre e lei finisce con il busto fuori dall'abitacolo; le gambe ancora dentro.
La valigetta è finita sul terreno e si è anche aperta.
«Ne aveva di birra in corpo questa puttana...».
«Beh, adesso l'ha finita...».
Lo dicono un paio di grossi buchi nella pancia.
Il recupero crediti dell'organizzazione è piuttosto efficiente.
Romina giace supina a terra, con le gambe dentro l'automobile e la camicetta allentata fino allo stomaco.
Sul volto, un'espressione esterrefatta: quella di chi è rimasto fottuto.
«Un po' di soldi ci sono, e c'è anche della roba... do una contata al volo...».

«D'accordo, ma muoviti; dobbiamo torchiare il ragazzo».
Quando si uccide, però, è meglio non distrarsi; bisogna prima chiudere la fossa, perché altrimenti qualcuno può caderci dentro.
BANG

POW

Dalla borsetta escono due pistole.
Un colpo per ciascuno.
Romina ha sparato con due pistole contemporaneamente...
E ha sparato a Two Guns.
I sicari cadono.
Non hanno la stessa capacità di assorbimento.
Ma si muovono ancora. Troppo.
BANG

POW
Adesso non si muovono più. Nemmeno un po’.

È contenta e al tempo stesso disperata.

Sente la fine.

Non sa più cosa fare, non ha la forza per fare niente.

L'unica cosa certa è che non vuole crepare.

Intravede qualcuno.

Forse sta delirando.

Improvvisamente le torna un po' di spirito.
«Sei già qui...? Non ti fa male… il ginocchio...?».
Con fare rassegnato, senza presentare recriminazioni, Jack la carica in auto e si pone alla guida.
Per sua fortuna la gamba sinistra non serve a molto sulla Route 66.
«Hai preso i soldi...
», con l'acqua alla gola si preoccupa dei soldi. «Ti ho giocato... un brutto scherzo… lo so… ma non voglio crepare…

No... non voglio morire...».
Jack non risponde.
Solo quando la bionda gli frana addosso, in tutta la sua montagna di carne, accosta l'auto, e la rimette contro il sedile.
Ha due grossi buchi nella pancia, oltre a tutto il resto.
Jack deve ammettere che Romina è rimasta uccisa nello scontro a fuoco con i sicari.
«Non va tutto male… il mal di pancia… è passato…».
Sembra incredibile, ma in effetti dai buchi cola un muco marrone.
Più testarda di un mulo, forte come un bisonte, la bella cinquantenne non si rassegna, si aggrappa a tutto.
«So a cosa stai pensando... che sono fottuta... ma io non voglio crepare... ho lottato tanto… in questi mesi... non mi sono mai arresa...».
«Malgrado tutto, mi hai salvato, Romina».
«Dove mi porti... adesso...».
«All'ospedale».

«No... non così... prendi il revolver...».
«Che vuoi fare? Spararmi all'altro ginocchio?».
«Lascia una pallottola... e infilalo... in mezzo alle tette...».
«Una spagnola alla russa... sei impazzita?».
«Da mesi... la mia vita... è una fuga dalla morte...
Vediamo... se la morte… ha deciso... di prendermi...».

«Se il colpo parte, sei finita...».

«Lo so...».
Il gioco la eccita. Romina cerca adrenalina.

Ma in fondo ci crede ancora. Non vuole crepare.

Il suo ragazzo fa ruotare il tamburo.
Ha un'espressione folle mentre aspetta che Jack prema il grilletto.

Sta dritta contro lo schienale, con le braccia tese lungo i fianchi, preparandosi al peggio e a resistere comunque...
«Sei pronta?».

«Adesso... adesso...!».
CLICK
È andata bene.
Anche perché Jack non ha lasciato nemmeno un proiettile.
Chissà se Romina lo aveva capito.

L'espressione, però, non è allegra.

La Lopez spalanca la bocca e strabuzza gli occhi, come se - in fondo - il revolver avesse sparato.

Chissà se Jack lo aveva capito.
Romina è rimasta esterrefatta.
Forse pensava di guadagnare altro tempo.
E di salvarsi ancora una volta.
Soltanto una probabilità su sei di crepare; per lei, la Bella della Route 66.
E invece le probabilità erano molte di più, praticamente tutte, sei su sei.
Bocca aperta, occhi fuori dalle orbite.
E un rivolo sensuale dal labbro.
La prestante cinquantenne è sempre un gran spettacolo.
Jack si abbandona sul sedile.
Si sente morto come lei.
Il buio lo avvolge.
Spuntano due luci e neppure se ne accorge.
Un'autovettura lo affianca.
Se sono altri uomini dell'organizzazione, lui è bello che fottuto.
Inutile tentare qualsiasi reazione. Anche perché il revolver è scarico.
Scende un tale, dà un'occhiata e si porta sul lato del passeggero.
Apre la portiera e solo adesso Jack nota che lo sconosciuto ha una siringa in mano e la sta accostando al braccio di Romina.
«E tu chi cazzo sei?».
«Sono uno stalker. Stalker 911.
Tu invece dovresti essere quello stronzo del ragazzo...
Sì, lo so, è stupido parlare così a un uomo che ha in mano un revolver, ma io ho la testa bruciata, amico».
«Tanto è scarico. Insomma che cazzo stai facendo? È crepata!».
«Non del tutto, spero. Questa la terrà in vita un altro po'. È una scarica di adrenalina che farebbe rimettere in piedi una mummia rinsecchita. E qui, in fondo, la decomposizione non è così avanzata», ha letteralmente la bava alla bocca. «Sono uno stalker, è vero, ma anche un medico radiato dall'albo.
Torno subito».
Va in macchina a prendere un po' di roba.
«Insomma, ti dispiacerebbe darmi qualche spiegazione?».
«Non ci arrivi da solo?», e intanto lavora alacremente intorno al cadavere.
«No, scusami tanto, ma non ci arrivo proprio...».
«Lei lo fa intendere spesso che sei un po' ritardato.
Io sono semplicemente uno dei suoi 300.000 followers. È una gran fica, dovresti saperlo.

Sono mesi che la incoraggiamo a non mollare, da quando ha rivelato di essersi ammalata di cancro.
Doveva essere già crepata, ma ha retto ben oltre le previsioni.
Nell'imminenza di una crisi fatale, le abbiamo chiesto di sapere tutto in tempo reale.
Io stesso le ho proposto la mia app.
Sottopelle la nostra bionda porta un microchip che misura i suoi indici vitali.
Sul suo profilo è scattato l'allarme rosso. I followers sono in preda al panico.

La foto-profilo ha dieci anni e tanti chili in meno, una morte da tumore in meno e una bella patinatura dorata, ma anche l'originale è sempre di tutto rispetto.
Oltre a questo, naturalmente, può essere facilmente localizzata».
«Naturalmente...

Tutto ciò è pazzesco!».
«Da bravo stalker vi stavo seguendo e sono intervenuto».
«Che le stai facendo?».
«Questa è una semplice flebo di bicarbonato: serve a stabilizzare il cancro e a evitare crisi acute.
Da quest'altro braccio, invece, le sto iniettando un plasma di derivazione vegetale, una resina compatibile; si solidifica in corrispondenza dei buchi, come fa una pianta quando viene potata.
Con lo stimolatore preventivo - accendi il motore e collega questo all'accendisigari - si sostiene il cuore.
Non poteva mancare la tradizionale maschera dell'ossigeno, anche i polmoni infatti vanno aiutati: questo è l'unico strumento utile che avrebbe usato un'ambulanza del 911».
«Ma...!».
«Il tempo di stabilizzarla, poi potrai proseguire. Io ti seguirò con la mia auto.
Ma ti conviene rimanere sulla vecchia 66. La bionda è mezza crepata, il suo ka è sparso qua intorno, piuttosto confuso: diamole il tempo di recuperare i pezzi.
Ti conviene tornare alla pompa.

Faremo sparire i corpi nella cisterna, che dici?».

«Ci sto, ma... dopo tornerai tra i followers, okay...?».

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA BELLA SBOTTONATA NEL FOSSO

di Salvatore Conte (2017-2018)

«La Porta di Roma, uno dei posti più belli del mondo, quello che inebriò Enea e lo spinse a proseguire».

«Ma che cazzo dici?».

«Stai attenta, Anna, sorella di Didone: guardati dagli Eneadi».

«Tutte queste cazzate per una pisciata?

La prossima volta andiamo al bar».

Ma il discorso prosegue in macchina.

«Mai in nessun luogo l'idea di grandezza e sacralità ebbe una realizzazione così eloquente.

A poco o nulla vale la miseria moderna. Gli Dei di Roma esprimono il loro disegno sotto i nostri occhi».

«Stiamo lavorando, Johnny».

«Solo un cieco non vede.

Tempo giungerà che nel corpo liquido del Dio il popolo di Roma offrirà sacrifici di espiazione.

E allora non più biondo - ma rosso - sarà ricordato nella memoria degli uomini».

«Non ti seguo più».

«E molto rosso passerà lungo la curva del destino, quando sarà compiuta la volontà degli Dei.

I fraudolenti periranno sulla croce e la mano destra sarà pec e firma digitale».

«Puoi fare una pausa, Cristo!? Giusto per incassare questi fottuti testoni che ci devono».

La Frexi scende dall'auto infilandosi la beretta nei pantaloni, sotto il camicione rosa pallido; il calcio si intravede chiaramente, insieme alla panza gonfia.

La Bonona cerca di rimanere sulla breccia, ma è in pieno declino.

50 anni e tanti chili in più hanno tradito anche lei.

Soltanto che - anziché scomparire - si è fatta ancora più bona.

Non annoia mai e la camicetta sbottonata è sempre perfetta su di lei.

Nel quartiere la conoscono e rispettano tutti.

Durante un regolamento di conti, in zona Magliana, si è presa una pallottola nello stomaco.

Però sta seduta su una poltroncina come nulla fosse, in attesa che gli altri finiscano di discutere.

La villetta è usata come covo.

Siccome non la cagano proprio, pensierosi della rappresaglia da organizzare, la Frexi pensa bene di guadagnarsi una via di scampo.

Salirà di nascosto sulla sua auto auto e raggiungerà l'ospedale.

«E Anna? Dove cazzo è finita?».

L'assenza di una bestia da un quintale scarso non passa inosservata.

Non al Negro, almeno.

Mentre gli altri continuano, compreso Johnny, lui si sfila e va a controllare.

Conosce la Bonona.

Vuole salvarsi.

Ma se uno della Banda ha paura e ricorre all'ospedale, allora non merita rispetto.

È detto anche lui er Negro, ma è diverso da quello vecchio, che andò a crepare proprio in ospedale.

E la pizzica, infatti, mentre si avvicina ingobbita all'auto.

«Anna!

Conosci le regole...».

«No...!

NO!», urla, spaventata, mentre si volta.

POW

POW

Due revolverate in pancia.

La bocca che si spalanca, il corpo massiccio che sussulta, le gambe che si fanno molli.

Frana su sé stessa, striscia d'impulso per un paio di metri, scarica la disperazione e si blocca.

Adesso il Negro sa che la Bonona non andrà a morire in ospedale. Si è tolto il dubbio.

Torna dai compagni.

«Che cazzo è successo? Dov'è Anna?».

Il silenzio del Negro è eloquente.

Johnny e la Mongola vanno a vedere.

Degli spari non devono preoccuparsi.

Qui la polizia non entra.
«112, parlate pure».

«Abbiamo sentito due forti spari da una villa qui vicino».

«Mi dà l'indirizzo?

Bene, stiamo controllando, rimanga in linea.

Esercitazioni di polizia, signora; normale attività d'istituto, in luogo riservato; la preghiamo di non allarmarsi».

«Ah... meno male. Però che paura!».

«Grazie per aver chiamato e non si preoccupi».

Le coperture sono tali che nessuno ne parlerebbe mai.
Una festa privata con scoppio di petardi, esercitazioni, le riprese di un film: tutto, fuorché un briciolo di verità.

Ma dei buchi che hanno fatto, sì.

«Portiamola dentro».

I due si dirigono al piano di sopra.

La carcassa di Anna Frexi pesa.

«Cerca dell'ovatta e prendi degli asciugamani».

La Mongola, che in realtà è cinese e più bona di Anna stessa, tampona i buchi della Frexi.

«Stalle accanto, non ne ha per molto

Avviso io il capo».

Quando ha finito, torna di sotto a concludere il vertice.

E intanto la Mongola telefona.
Il capo non lo intercetta nessuno.
Le coperture sono tali che nessuno ne parlerebbe mai.
«Mezzora, al massimo un'ora, chi può dirlo».
«Sarò lì tra poco».
Il capo è una persona gentile. E poi quando si parla della Bonona scattano tutti.

La trova stravaccata sul letto matrimoniale, con gli occhi vitrei puntati contro il soffitto della camera, la bocca spalancata che cerca di succhiare aria e le braccia larghe e rassegnate di chi ha incassato troppo piombo.

«Accidenti... c'è rimasta proprio secca!

Le armi che l'hanno uccisa sono almeno due...

Bisognerà vendicarla».

Il capo osserva attento i buchi, Johnny e la Mongola hanno omesso di raccontargli i particolari, il Negro pure.

«Anna... mi senti?».

«Capo...», lo riconosce dalla voce. «Acqua…».

Tutte le bestie hanno sete mentre muoiono.

«Anna Frexi... stai combattendo da un’ora e mezza: la partita non è ancora finita?».
«Eh…?», non ha capito bene, è indebolita, vulnerabile. «Gioco… gioco ancora…», afferra in extremis il concetto.

E per dimostrarglielo - con le dita tremanti e sanguinolente - si passa una mano sulla patata...

La Bonona c'è.

E pensa a vendicarsi, in fin di vita, sussurrando al capo, mentre lui passa la sua.

L'aspettativa di vita del Negro si riduce drasticamente.

Gustato il Frexi show, il boss si tira in disparte, rimanendo a guardarla dalla distanza.
«Di lei che ne facciamo?

Solito fosso?

Però...! La bella sbottonata nel fosso...», l'Andersen della Magliana è il guardaspalle del capo.
«Smettila di fare l'idiota.

È la fine di Anna Frexi, la fine di una gran donna.

Merita il Tevere».
«D'accordo, capo.

Provvedo subito».

La Bonona, ormai incosciente, viene caricata in auto e affidata a due scagnozzi con precise istruzioni.

Il carro funebre scende a livello del fiume biondo: una stradina sterrata attraversa il canneto tiberino.

I due scagnozzi, con il cadavere ancora caldo della Bonona, salgono su un piccolo motoscafo e si dirigono a valle.

Le istruzioni sono precise.

Per i grandi della Banda c'è una sepoltura speciale.

In mezzo al Tevere.

Insieme ai grandi. Anzi al posto loro.

Chissà se gli archeologi del futuro si stupiranno della differenza d'età di alcune salme.

Quelli del presente devono muoversi con cautela, o rischiano un brutto incidente d'auto.

E anche gli scrittori di fantasia, almeno quelli senza licenza.

Sul molo intravedono la bestia di Cacciavite, l'imbalsamatore della Banda.

Li sta aspettando puntuale di fronte all'Isola, con il cofano aperto: mentre aspetta regola i carburatori. È difficile, d'altronde, fare tardi con un GT 2000 anni '70: più facile che si bruci l'asfalto.

Lo traghettano e si avviano alla necropoli.

È l'Isola dei Morti voluta da Traiano.

Ma la modernità ha dissacrato anche questo sito.

Nemmeno la Fossa Traiana ha potuto cingere il loro riposo.

Johnny direbbe che sul conto da pagare ci sarà anche questo.

Il corpo della Frexi viene trasportato su una carrozzella per disabili: occhiali scuri e cappello da signora completano il look; un asciugamano a coprire i buchi.

Ma anche così raccoglie sguardi e curiosità morbosa.

Decidono allora di abbottonarle il camicione fino al colletto; er Puzzola le asciuga il labbro che cola sangue; la faccia cadaverica rimane quella.

Gli inservienti chiudono al pubblico una parte della necropoli: lavori urgenti di consolidamento delle strutture; e soprattutto di consolidamento all'interno della Banda.

«Ha ancora degli spasmi questa puttana... è assurdo!».

«Ora la calmo io...», Cacciavite sta preparando una siringa: servirà a solidificarle il sangue.

Lo chiamano così perché provvede da sé, con l'omonimo arnese, alla manutenzione del suo GT.

Però anche nell'imbalsamazione la precisione e la perizia sono importanti. In fondo la sua Alfa Romeo è una mummia immortale che irride le auto mortali sulle strade di Roma.

Basta il rombo e una sgommata e le altre chinano la testa.

Se qualcuno insiste, dopo due o tre curve il GT 2000 fa il vuoto: la potenza è tutto se c'è anche il controllo. Opera d'arte, oggetto di culto e bestia.

Un po' come faceva la Frexi con le sgallettate di oggi: classe d'altri tempi comanda sempre.

«Buttala».

«Johnny! Che cazzo ci fai qui?», la voce è der Trippa.

«Conoscete la storia di Orfeo?».

«Ehi, un momento... metti giù la pistola», interviene er Puzzola.

«Adesso ve la racconto io: voi tre lasciate il cadavere dov'è e ve ne tornate alla base.

Alla sepoltura ci penso io».

«Vaffanculo, stronzo!», er Trippa s'incazza.

POW

POW

POW

Gli spari fioccano sull'Isola dei Morti.

Er Puzzola frana sulla Frexi, Cacciavite se la svigna, Johnny crolla sulle ginocchia.

Er Trippa ha vinto il piatto.

«Hai fatto lo stronzo, Johnny!

E ora sei fottuto...

Ma non riposerai con questa troia.

Finirai in un fosso, come meriti.

Addio...».

POW

«Mi ha sempre fatto... incazzare... chi mi chiama troia...».

Euridice ha avuto un sussulto.

Con la rivoltella der Puzzola, finita nelle sue mani, ha dato il fatto suo ar Trippa.

«Anna... sei talmene bona... che rischiamo di svegliare tutti... su quest'isola...», Johnny è stato colpito all'addome: un solo colpo e sembra già moribondo, a dispetto della Bonona, che si tiene in corpo tre colpi da diverso tempo, di cui almeno uno mortale.

«E meno male che avevo capito dove stavi andando...».

Colpo di scena: è la Mongola.

Si avvicina alla Bonona, le toglie gli occhiali scuri e le allenta la camicetta come piace a lei.

Le mani pressate sulla pancia, un pallore languido sul volto e gli occhi di chi si aspetta il peggio e scava disperato una trincea da dove sparare gli ultimi colpi.

«Mongola... chiama... un normale cassamortaro...», non rinuncia a fare la stronza anche in fin di vita.
La Frexi ansima gutturale.
Ha una cera pessima.

Sta per cedere.
Si spreme al massimo per trattenere la parte leggera che preme per uscire da quella pesante.

È esausta.
La prima è costretta a uscire perché la seconda è in condizioni critiche.
La seconda riesce a mantenere un ultimo, precario equilibrio, solo grazie al calore della prima.

Se non ci fosse quello…
Tecnicamente è già morta, insomma.
La mente della Frexi agisce sulla prima con veemente disperazione, così da tenerla aggrappata alle spoglie.

«Per te ci vuole il dottor Morton, Anna; altro che Cacciavite, quest'Orfeo bucato o un principe azzurro qualsiasi.

Se reggi un'altra mezzoretta, ti inietterà un liquido speciale, ad alta densità, che porterà in stasi il tuo organismo, normalizzando il flusso sanguigno, nonostante le emorragie.
A eccezione di un’ora al giorno, rimarrai cosciente ma immobilizzata.
Riacquisterai una parziale capacità di movimento soltanto in quell’ora, grazie a un impulso elettrico dosato.
Tutto questo durerà fino a quando il tuo stomaco, e la tua panza, non consumeranno più un filo d'olio… per così dire...».

La Bonona la guarda basita, nonostante le palpebre pesanti, pressate dalla morte.

«Avanti, Johnny, tirati su. Dobbiamo andarcene.

O rimarrai qui per sempre.

Ma senza Anna. Lei viene con me».

La cinese sa come rimetterlo in moto.

La sua Giulia li aspetta sul molo.

Tutto cambia il tempo, favole e miti inclusi.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ANNA FRAZER È RIMASTA UCCISA!

di Salvatore Conte (2017-2018)

La famosa pistolera se la tira parecchio.
D’altronde, con i suoi argomenti, c’è poco da scherzare.
Bella, massiccia, grasso sotto controllo nonostante i cinquant’anni sulla groppa, carne morbida nei punti giusti.

La scena è da manuale.
C’è lo Sceriffo di Tucson, Alan Jones; c’è Pedro Sanchez, 15.000 dollari di taglia; e c’è lei, Anna Frazer, 4.000 dollari di taglia.

Il Buono, il Brutto e la Bella.
Non che lei sia tanto piccola, ma si sa che le taglie femminili sono ridotte.
Tutti contro tutti.

La tensione è al culmine.
BANG

BANG
La colt che è rimasta muta è quella di Anna!
Dopo averne seccati tanti, stavolta è proprio lei, la mitica Frazer, a incassare un bel confetto nello stomaco!
Non se l’aspettava proprio… e il buco è grosso!
Impegnata a seccare lo Sceriffo, ha sottovalutato il rivale messicano, come quest’ultimo la stella di latta.
Benché piantata pesante sugli stivali, l’impatto del colpo la fa ruotare su sé stessa: lo Sceriffo non può godersi la bella faccia incredula.
La Frazer perde la presa sulla colt e crolla sulle ginocchia!
Si guarda intorno con lo sguardo allucinato - bocca aperta e mascella sporgente - e stramazza in avanti!
Colta dal panico, prende a strisciare ventre a terra senza uno scopo apparente.
Ha paura, vuole tenersi impegnata.
È rabbiosa, sa che il colpo la ucciderà, ma non vuole cedere subito.
Riesce a macinare una decina di metri prima di fermarsi.
Spalanca la bocca, ha il fiato corto.
Stavolta è rimasta fottuta.
«Sceriffo…», lo vede, lo chiama, prova a rimanere in gioco.
Mentre aspetta una risposta, si porta anche la seconda mano sotto il corpo, a tamponarsi il buco.
Prende tempo.
«Ehi, Sceriffo!».
Qualcun altro lo chiama: sulla scena sono spuntati tre uomini di Sanchez.

Mentre i capi risolvevano il loro triello, i gregari se la vedevano fra loro.

E stavolta i comprimari vogliono l’ultima parola.
«Mai visto 3.000 dollari venirmi incontro».
«Hai finito di fare il gradasso, Sceriffo.
Noi valiamo molto di più».
«Lo vediamo subito…».
La scena madre ha uno strascico.
Anzi due.
La Frazer, con il fiato corto, ritorna strisciando verso la pistola.
Dovendo morire, vuole portarsi qualcuno appresso.
La voglia di uccidere è più forte dell’istinto di sopravvivenza.
Uccidere la fa sentire viva, come potesse impadronirsi di ciò che perisce.

E ora ne ha un disperato bisogno. La sua folle speranza è questa.
Un altro buco chiuderebbe definitivamente i giochi, ma lei non ha paura di rischiare il tutto per tutto, pur di crepare da vincente.
Con occhi allucinati - mentre i quattro rimasti in piedi si fronteggiano minacciosi - raggiunge la colt e la impugna...
La volontà di uccidere la restituisce alla vita.
È contenta, il fiato sospeso, la mascella abbassata.
Ci prova, vuole uccidere, ma senza incassare altro piombo. Non vuole cedere. Vuole prima tentarle tutte.
È convinta che il buco nello stomaco le lascerà ancora un po’ di tempo.
BANG

BANG

BANG

BANG
BANG

BANG
Stavolta, per farsi bella con lo Sceriffo, ha puntato contro un messicano, ma quello - prima di crepare - è riuscito a vendicarsi!

Jones lo crivella di colpi, ma è troppo tardi: Anna Frazer è stata colpita di nuovo!

L’impatto la fa rovesciare pancia all’aria...
Gli occhi sbarrati dalla delusione. E dal terrore.
Questa volta s’è giocata tutto!
La seconda pallottola l’ha raggiunta al
petto, bucandole il polmone!

La terza, al fegato!
Sperava di tirarla per le lunghe. Ora deve spremersi per guadagnare pochi minuti.
«Il tuo aiuto non serviva.
Non valevano molto».
Lo Sceriffo torreggia sulla mitica Frazer.
«Gli ho… timbrato… la carcassa…».
«E lui la tua…», risponde cinico Jones. «Con te fanno 29.000 dollari».
Mentre la famosa pistolera raschia la polvere con le dita, lo Sceriffo carica le taglie.

Si sono ammazzati fra loro, gli ultimi tre erano i gregari di Sanchez.
Il carretto è quasi stipato.
Manca solo lei.

Senza tanti riguardi, Jones afferra la Frazer per gli stivali e la trascina sul terreno. Le braccia si allungano parallele dietro la testa, gli occhi al cielo, la bocca aperta, due chiazze brune sulla casacca scollata: la fine di una bella pistolera.
Giunto al carro, l’ammucchia sopra gli altri, monta a cassetta e parte.
Per un po’ non succede niente.
«A...l...a...n…».
Jones si volta appena, ha già capito.
«Qui… c’è puzza… di cadavere…».
La famosa Anna Frazer, bava alla bocca e due grossi buchi nella carcassa, non si sente ancora parte della categoria.
Lo Sceriffo ferma il carretto, la tira su dal mucchio e la mette seduta a cassetta.
«Tamponami… i buchi… sii gentile… non ci riesco…», ma intanto gonfia il petto, pompando le tette: prova a stuzzicarlo.
Jones si scioglie il fazzoletto, lo strappa in due parti e gliele applica sui buchi.

«Tieni premuto», le porta le mani sopra. «Te la tolgo questa?», le sfiora la cartucciera portata a tracolla, come tutti i bandoleros.

«No... lasciala... mi ha... sempre protetto... fino a oggi...».

Già... oggi è rimasta fregata: un buco sotto, uno sopra.
Ma come la molla per riprendere le redini, la Frazer si accartoccia su sé stessa, la testa piegata sul petto.
La faccia bianca come quelle dietro, gli occhi spaventati di chi si aspetta il peggio da un momento all'altro.

Non può lasciarla così, franerebbe in avanti.
Jones le passa una corda intorno alla vita e la lega a uno dei cadaveri: farà da contrappeso.
«Io… fottuta…», mormora dopo un po’.
Lui non interferisce, sa che deve sfogarsi, prima di crepare.
«Fottuta... fottuta…».

È rabbiosa, la vita le sfugge, ma lei vuole lottare ancora.
Ha serrato le mascelle, come a non lasciarsi scappare l'ultimo respiro.

Non ha futuro, ma la Donna di Picche vuole rimanere in gioco ancora un po'; se ci riesce... se il banco le fa credito...

«Due botte... così... sono... tanta roba... per una vecchia... come me...».

«Due botte così sono tanta roba per chiunque».

«Non sei... mai... carino... con me...

Poi... quando crepo... ci rimani male...».

«Ti conviene risparmiare il fiato, se vuoi vivere un altro po'...».

«Anche da morta... valgo più di... 4.000 dollari...

Ti conviene... impagliarmi... eh-eh...», ride da sola, sputando sangue.

«Preferisco incassare, se non ti dispiace».
«Alan... davvero... devo... crepare...», ancora incredula della sua sorte. «Ti prego... aiutami…!», isterica, con la morte che le mozzica il sedere.
«Ti serve una pallottola?».
«Cafone… tequila… per la signora…», stringe i denti, ferita anche nell'orgoglio.

«E va bene...».
L’ha convinto. Il carro è fermo.
Si fa sbrodolare, con esperta sapienza, un po’ di liquore sul petto, che si infila inesorabile nello scollo della casacca, attirando la curiosità di Jones.

Se ne accorge, c'è cascato.
«Io e te… in un altro… momento…».
«Non ti arrendi mai, vero Anna?».

Fa ancora le bizze.
«Io…», non sa che dire. «Io… non voglio crepare…», si stringe le braccia sull'addome.
«Sei rimasta uccisa, non lo capisci?».
«Cafone… non si dicono... certe cose... a una signora...», e accenna a cadergli addosso, senza più forze, gli occhi rivoltati per aria, trattenuta solo dal contrappeso.
Anna Frazer è rimasta uccisa!
Jones cerca di fare qualcosa, prima che sia troppo tardi.

C'è cascato davvero.

Le fa ingurgitare altra tequila.

«Anna... puoi sentirmi...?».
La famosa pistolera - benché colpita due volte a morte, nel giorno più sfortunato della sua lunga carriera - mette a fuoco - nella nebbia - la stella di latta.
E biascica qualcosa, appena comprensibile.
{Speravo… di andare avanti…}, gli occhi attraversano Jones e fissano la morte.

Forse sono le sue ultime parole, il banco non fa più credito.
«Anna…!», alla fine arriva un po’ di compassione.

ZACK

Taglia la corda e se la fa franare addosso.

{Alan… è tardi... A...l...a...n...!}, mormora impazzita, rimanendo con la bocca spalancata: sta morendo, cerca disperatamente di trovare gli ultimi respiri, scuotendosi col busto.
«Forza, Anna, respira...!», alla fine vorrebbe salvarla, ma è davvero troppo tardi. «Anna!», Jones grida il nome della mitica pistolera, liquidata con due pallottole fatali.

Sta morendo sulla sua spalla.
«Anna!», cerca ancora di scuoterla.
{Alan… è tardi…}, biascica le parole come una vecchia rincitrullita; ma ha solo cinquant’anni.

Alza gli occhi su di lui, gli sguardi quasi si toccano, lui si sente addosso i suoi ultimi, faticosi respiri, e la sua disperata voglia di vivere e di illudersi fino all'ultima carta.

Il banco, però, non fa sconti, va a vedere il bluff di Anna.

Può vantare un tris d'assi, ci vorrebbe una scala di donna per fregarlo.
«Il piombo è pesante, ma non è finita, Anna».

Lo fissa incredula.

Stavolta c'è cascata lei.
«Ti porto da un dottore.
No, da uno stregone.

Ne conosco uno... che fa miracoli.
Vive qua intorno. Faremo presto», l'abbranca - per non perdersela - e sprona i cavalli.

Il carro si è messo a correre nella prateria desolata.

E rischia di ribaltarsi, mettendo nel conto anche lo Sceriffo, anche se la sua carcassa non vale un cent.

THUD

THUD

Jones si è perso un paio di cadaveri.

Ogni tanto la Frazer alza gli occhi sulla pista, come se coltivasse ancora una speranza.

C'è cascata davvero.
Ma per il resto è assente, conscia della fine, di essere rimasta uccisa da due pallottole maledette.
Jones la guarda spesso, sa che ha poco tempo.

A causa dei sussulti, i seni pesanti di Anna Frazer ballonzolano impazziti, senza freni, nella loro ultima corsa!

«Forza, Anna, che vai bene così! Anche i morti là dietro si stanno agitando...».

Non arriva nessuna reazione.

«Manca poco, Anna!».

Ma per lei manca ancor meno.

Quando torna a guardarla, gli occhi della famosa pistolera sono fissi nel vuoto!
Sul volto un’espressione agghiacciata!
Sulla bocca un languido rigurgito di sangue!
Anna Frazer è rimasta uccisa!
Ma una parte di lei sussulta ancora.

Jones non si ferma.

Anche se ormai balla con il morto.

BANG

BANG

Si annuncia con la colt ed entra a tutta velocità nel pueblo abbandonato.

«Diablo!

Avete fretta, Sceriffo!»

«Ce l'ha lei», indica al brujo la famosa pistolera.

Le sta buttando in gola altra tequila.

Come la pianta che sembra definitivamente secca, ma che rialza le foglie dopo un po' d'acqua, Anna reagisce sbattendo le palpebre.

«Usa tutti gli intrugli che hai. Ma fai presto! Non ce la fa più!».

«Non mi avete mai chiesto cose facili, ma questa le supera tutte!

Devo sistemare anche quelli dietro?», chiede polemicamente lo stregone, mentre corre a prendere qualcosa.

«A quelli ho pensato io!».

Quando il brujo ritorna, Jones indica i cadaveri: «Ce ne sono un paio lungo la pista: manda qualche bifolco a riprenderli, prima che gli avvoltoi li rendano irriconoscibili.

Ci rifarete tutto il pueblo».

«Quelli possono aspettare, questa no».

La mitica Anna Frazer non balla più!

I morti possono tornare a dormire.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

BAGNO TOMBALE

di Salvatore Conte (2017)

«Ma che cazzo?!».

SCREEKKK...

«Venga... l'aiuto...

Ma cosa le è successo?

Le metto addosso la mia giacca...

La porto subito all'ospedale, non si preoccupi».

«No... scrivi... Waterloo... Avenue...

Ma fai presto...».

«Come vuole, signora, spero che lei sappia cosa stia facendo».

«20...».

«20, cosa?

Il civico, il numero civico, certo, mi scusi.

Sa... non capita tutti i giorni di... beh.

Dirò che una signora mi ha chiesto di accompagnarla a questo indirizzo.

Va bene, così?».

«Non ho molto tempo...».

«Sì, certo. Naturalmente. Mi do una mossa».

«Hai sentito? Hanno sparato in corpo a Chana!».

«Ma che mi dici?».

«Tre raffiche di mitra!

Tre!».

«Tre?!

Non può essere...».

«Stava facendo il bagno all'aperto, nella vasca termale, all'interno della sua villetta.

Ci sono volute tre raffiche belle pesanti per mandarla giù».

«Per forza: Chana è un bisonte!

Se non l'hanno centrata al cuore, deve aver lottato...».

«Cerca di avere pazienza e ascolta.

L'hanno avvolta, nuda com'era, in un telo di plastica, caricata nel cofano e trasportata alla villa del boss.

Dicono che fosse ancora viva, quando è arrivata al cospetto del capo».

«Incredibile...».

«Era un bisonte, l'hai detto tu stesso.

Il boss ha diffuso un comunicato ufficiale: ha contato diciotto pallottole in corpo, di cui - confermate dal medico - addirittura due al fegato e tre allo stomaco.

Eppure, voleva ancora salvarsi».

«Quanto c'ha messo a crepare?».

«Fosse stato per lei...

Stava ancora lottando.

Ma il boss le ha sparato in corpo altri due colpi!

Poi l'hanno avvolta di nuovo nel telo e mollata in una discarica abusiva.

Presto ritroveranno il corpo».

«Chana fottuta! Da non crederci...

S'è fatta ammazzare...

Non c'è stato nulla da fare, per quel bestione... troppe pallottole...

È un colpo, non me l'aspettavo...».

«Nemmeno io, se è per questo.

Te la ricordi che vacca bestiale alle feste del boss?».

«Me la ricordo, eccome.

Ero costretto a chiudermi in bagno e a tirarmi una sega, quando la vedevo.

Ecco perché non capisco».

«È facile fare una mossa sbagliata, ricordiamolo anche noi...».

«Il boss è infuriato, Mike.

Il corpo di Chana non si trova».

«Ma come è possibile?».

«La discarica è abusiva, ma abbastanza frequentata.

Ovvio che non si tratta di brave persone, ma almeno una telefonata anonima l'avrebbero fatta».

«E quindi?».

«Forse un qualche necrofilo si è preso il corpo».

«Chiamalo pazzo...!

Comunque se non c'è il corpo, non c'è il delitto: perché il capo dovrebbe prendersela?».

«Al boss non frega niente delle indagini, lui è coperto.

Ma voleva dare un avvertimento.

Bella vacca ritrovata in discarica con venti pallottole addosso: vuoi mettere?

Adesso invece gli amici penseranno che abbia semplicemente cambiato aria.

Perciò vuole ritrovare il corpo.

E ha sguinzagliato i suoi uomini, compreso me e te».

«Da dove partiamo?».

«Dalla discarica».

«Questo è sangue...

Parte dai margini della discarica e arriva fino alla strada principale.

Tutto ciò è molto strano».

«Il maniaco l'ha trascinata, prima di caricarla in auto».

«Ci sono due cose che non tornano: Chana è stata abbandonata con l'involucro di plastica ancora addosso ed è strano che il maniaco non se ne sia servito a sua volta; ma soprattutto è strano che abbia corso il rischio di farsi notare: la strada qui sopra è piuttosto trafficata».

«Che cosa ne deduci?».

«Che qualcosa puzza.

Sembra come...

Lo so, è difficile da credere.

È come se Chana fosse sgusciata via dal telo di plastica... e avesse strisciato fino alla strada, per fermare un'auto di passaggio: la scia di sangue, in questa maniera, avrebbe un senso».

«Vuoi dire che poteva essere viva con venti pallottole in corpo? E dopo essere stata avvolta in un telo di plastica?».

«Non dimenticare che Chana non è una donna normale. È un bestione, un bisonte. E questi teli da trasporto, in genere, non vengono chiusi ermeticamente. D'altronde sappiamo che al primo viaggio è sopravvissuta.

Una vaccona come lei, se si mette in testa di non mollare, può reggere abbastanza a lungo da tentare l'impresa...».

«Già... un bisonte... ma non erano estinti? Supponiamo che - grazie alla forza della disperazione - sia arrivata fino alla strada. Poi cos'ha cercato di fare?».

«Un'auto l'ha vista e si è fermata.

Non poteva farsi portare in ospedale.

Il boss l'avrebbe terminata facilmente.

Quindi... ha chiesto di essere portata da qualcuno che lei conosce e di cui si fida».

«A me il citofono ha suonato, hai ragione...

Era il vicino che si lamentava del mio cane, però. Non una bella vacca con venti pallottole addosso...».

«Non fare l'idiota.

Due anni fa Chana ha scoperto di avere un tumore all'utero: una brutta storia.

Però, non si sa come, è sopravvissuta fino a oggi, senza mai farsi ricoverare».

«Peraltro in buona salute...».

«Andiamo a casa sua...».

«Waterloo Avenue #20: curioso, è lo stesso numero di pallottole che si è ritrovata addosso.

Ed è anche la sua Waterloo...».

«Ma qui dice che è un veterinario...».

«Ti risulta che Chana avesse animali?

Passiamo a prendere il tuo cane e andiamo».

«Un veterinario per un bisonte... è perfetto!».

«Il suo cane gode ottima salute, signore.

Raramente ho ricevuto un padrone tanto premuroso».

«Vede, dottore... noi vorremmo che anche lei godesse ottima salute per almeno altri cinque minuti...».

Il medico sgrana gli occhi.

«Adesso lei manderà via gli altri clienti, offrendo loro una visita gratuita, e poi farà quattro chiacchiere con noi. Pensi alla sua salute, adesso, dottore».

«Come volete, temo di non avere scelta».

«Bene, è stato convincente.

Adesso vorremmo sapere come mai una nostra amica, che non ha né cani né gatti, si ritrova il suo biglietto per tutta casa».

La faccia del veterinario è una conferma esplicita.

«È deceduta? Vorremmo vedere il corpo, se non le dispiace».

«Temo di non avere scelta.

Seguitemi».

«Per tutte le corna dei bisonti d'America prima di Colombo!».

«Bingo!».

Chana giace sul lettino, in mezzo a una selva di portaflebo come alberelli e apparecchiature mediche come cespugli.

Sembra abbastanza deceduta.

Ma il bisonte è vivo.

Indossa una camicia bianca del dottore, magistralmente gonfiata dalle zinne da vacca.

È sempre lei, fino all’ultimo.

«Quanto le rimane?».

«Non molto.

Anche se vorrebbe salvarsi».

«E se la portassimo in ospedale?».

«Diventerebbe la principale causa di morte».

«Il rancore per i suoi vecchi colleghi le offusca il giudizio, dottore?».

Il medico lo fissa con aria perplessa.

«Lei è stato radiato dall'albo per le sue cure sperimentali.

E così si è riciclato tra i veterinari, senza perdere il vizio...».

«Non discuto più da parecchio tempo.

Se avete un'arma, potete fare come credete.

E se pensate di allungarle la vita portandola in ospedale, fate pure...».

«Che si fa, Mike?».

«Non vorrai riportarla al capo, spero.

Chana è una bella donna, non ce ne sono tante così.

Chi è che non commette degli errori, dopotutto?».

«Ti ho chiesto se possiamo fidarci di un medico radiato dall'albo».

«Ma scusa... ha preso venti pallottole e non è ancora crepata del tutto.

Questo tizio ci sa fare, si vede. Se prendeva la mazzetta, nessuno lo avrebbe radiato».

«Giusto.

Dottore, vorremmo farle qualche domanda», indica Chana.

«D'accordo.

Ma solo pochi minuti, per favore».

«Promesso».

La libera da qualche impaccio ed è pronta.

«Che errore hai commesso?

Quanto gli hai fregato?».

{Venti...}, parla con difficoltà, ha la lingua inceppata, il medico l'ha bombardata per tenerla a galla.

«E per 20.000 dollari ti ha fatto il servizio?

Tu ne vali di più».

{Venti... milioni...}.

I due si guardano basiti.

{Possiamo... dividere...}.

«Ma allora...», la cosa lo fa morire dal ridere, «il capo ti ha sparato gli ultimi due colpi... non per ucciderti... ma per fartela pagare... è fantastico...», sembra trasognato, ha perfino dimenticato l'offerta di Chana.

La rabbia le fa sciogliere la lingua, è carica come un bisonte.

«Sto morendo... non capisci... senza quei due colpi... avrei potuto salvarmi...», chiude piangendo lacrime asciutte; le brucia da morire sentire la fine addosso, un qualcosa che le scava dentro e che non può controllare.

«Hai ragione, Chana. Scusami. E cerca di riguardarti.

Un'ultima cosa...

Torneresti indietro?».

«No... muoio senza rimpianti... ho rischiato... ho pagato...».

«Me l'immaginavo, Chana.

Avresti potuto morire sul colpo, lo sai, vero?

Il cuore, la testa, l'aorta: neanche una come te avrebbe potuto farci niente».

«Lo so... ma non è successo... e allora... c'ho provato...», con la delusione che le attanaglia la voce; adesso ha capito di aver lottato per allungare un'illusione.

«Ma lui ti avrebbe comunque sparato addosso altri due colpi: io lo trovo fantastico».

«Io... macabro... per due milioni... mi sono strozzata... mi sono giocata la pelle...», Chana ha afferrato il concetto, è una ragazza sveglia.

«A proposito di quei soldi, Chana...».

«Li ho cambiati... con settemila bitcoins... le chiavi... sono nel caveau di una banca... un direttore che mi scopo... intoccabile...».

«Hai pensato a tutto, Chana. Sei la ragazza che tutti vorrebbero sposare.

Se ripenso a quello che hai fatto...

Devi esserti spremuta tutta per trascinarti fino alla strada... avrei pagato per esserci», la stuzzica ancora.

«Dovevo... riuscirci... a tutti i costi... oppure... sarei rimasta lì... per sempre...».

«Mai temuto di non farcela?».

«Mai... avevo... ancora birra... e tanta voglia...».

«Lo rifaresti?».

«Sì... mi eccitava da morire... darlo in culo... a quello stronzo...».

«Anche adesso ti senti eccitata?».

Con la mano stringe forte il lenzuolo.

«Adesso... ho paura...», ha capito che è stato tutto inutile.

Chana cerca disperatamente di agguantare la salvezza, ma stavolta non c'arriva, le sfugge, anche se le dà la beffarda, tragica illusione di esserle arrivata vicino.

Sono le ultime parole di Chana.

Ha giocato un po' con lei, ne valeva la pena; non la rivedrà viva, tutto tornerà al suo posto, il corpo nella discarica, dopo che un necrofilo ci ha giocato un po'.

«Togliamo il disturbo, dottore. Buon lavoro.

E naturalmente... acqua in bocca...

Ah, un'ultima cosa», lo prende sottobraccio e parla sottovoce, allungandogli un bigliettino, «quando arriverà il momento, ci chiami... passeremo a salutarla e a ritirare il corpo...

Per lei ci sarà una bella mancia, dottore».

Sulla porta lo chiama.

«Fred... ripassa... non ne ho per molto... voglio qualcuno... vicino a me...».

«Sistemo alcune cose e torno. Tu fatti trovare viva».

«Quanto ci metti...».

«Un paio d'ore. Pensi di averle?».

{Sbrigati... Fred... mi sento strana...}, è tornata a farfugliare.

«Tornerò in meno di due ore, Chana».

E sarà per vederla affogare tra i rimpianti, per assistere alla sua fine; una fine di cui nessuno saprà niente.

La salvezza sembrava a portata di mano.

Il mistero del cadavere scomparso rimane appeso alla flebo.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

L'ASSASSINATA

È ANCORA VIVA

di Giorgio Scerbanenco (1967-2017)

Strisciando centimetro per centimetro, continuando a pensare in romanesco: nun vojo mica morì, Antonia Faenza, impiegata alla Nato, raggiunse il guardrail e vi si aggrappò con le mani striate di sangue che le colava dalle ferite. Il killer l’aveva spogliata e le aveva svuotato addosso due caricatori di mitraglietta. Passò un camion carico di barbabietole e quando l’uomo al volante vide quello scempio bloccò i freni di colpo. Poi, con le sue robuste braccia, avvolse la donna in una coperta e corse verso Bologna, all’ospedale di Sant’Orsola. «Voglio arrivare prima che muoia...».

     

A un certo momento capì che stava morendo, sentiva il sangue che le usciva dalla bocca raffreddarsi subito, coagularsi, quasi ancora prima di arrivare sui secchi fili d’erba brinati di gelo, tra i quali era distesa.
Io non voglio morire, pensò. Lo pensò in romanesco, nun vojo mica morì, stava arrivando anche Natale, avevano combinato di andare, lei e Riccardetto, a Milano e poi sul Breuil, erano due che sapevano sciare, soldi per la gita lei ne aveva da regalare.
Un po’ perdendo sangue dalle ferite al collo, un po’ rabbrividendo, quel poco che poteva rabbrividire date le pochissime forze ormai alla fine, strisciò tra la bruna erba rigida di gelo, i lunghi capelli neri sciolti che s’impigliavano appunto in quell’erba, segnando del suo sangue quell’erba, verso le luci delle auto che in quella gelida notte di dicembre fiorivano sulla strada.
Strisciando centimetro per centimetro, continuando a pensare che non voleva morire, continuando a pensare a Riccardetto che a Natale l’avrebbe portata a sciare al Breuil, raggiunse il guardrail, vi si aggrappò, le mani striate di rosso del suo sangue e, pensando che non voleva morire, tentò di scavalcare il guardrail e di buttarsi oltre. Ma non ci riuscì, stava morendo e non aveva le forze necessarie.
Una prima macchina schizzò via, in quell’ora balorda prima dell’alba invernale, il guidatore vide distintamente le mani gocciolanti sangue, come appese al guardrail bianco, e il fascio di lunghi capelli neri che fluivano, ondeggiavano, sotto il soffio del vento polare, spazzando il nevischio della strada, ma alle cinque del mattino di un giorno oltre metà dicembre quel guidatore pensò che era più saggio fingere di non avere visto nulla. Dopo quasi un minuto passò un camion con rimorchio, trasportavano barbabietole da zucchero dal basso Ferrarese a Milano. L’uomo al volante era annoiato dal russare del suo compagno nella cuccetta alle sue spalle, ma aveva quarant’anni, una moglie che aveva tre anni più di lui e i suoi rapporti con lei erano freddissimi, e quattro figli, tre femmine e, finalmente, il quarto era stato un maschio, ed era uomo prudente e attento e, anche, nonostante il suo aspetto forzuto e grossolano, molto sensibile, e appena vide quelle mani gocciolanti sangue, quelle braccia nude, al di sopra del guardrail, quella massa di capelli neri che spazzavano la strada frustati dal vento, tutto illuminato bestialmente dalla violenza dei fari del suo camion, appena capì che si trattava di un essere umano, una donna, bloccò il camion di colpo davanti al guardrail, e il suo amico, per la frenata brusca, batté la testa contro la parete della cuccetta, si svegliò e disse: «Cornuto».
Ma lui al volante disse quasi piangendo: «Oh, Piero, guarda quella poveretta».
Scesero e le andarono vicino. Sembravano due attori allo studio Mi 3 della tv, illuminati dai fari del camion, che guardavano nel nevischio che imbeveva tutta l’aria, lei che non voleva morire, che voleva andare con Riccardetto a sciare al Breuil, aggrappata al guardrail con le sue ultime forze.
«Ma è nuda», disse il camionista forzuto.
L’altro disse, guardando quella che un tempo era stata una bella donna di ventitré anni, e lo disse senza sapere di dirlo: «Mamma, mamma».
«È nuda», ripeté il forzuto, lui aveva i mutandoni di lana e aveva freddo e immaginò che cosa doveva essere il freddo che quella provava tutta nuda.
«È viva?», disse l’altro camionista.
«La mano, guarda la mano», disse il forzuto, aveva gli occhi gonfi di lacrime, gli erano sempre piaciute le donne nude, ma adesso no.
La mano di lei, la destra, spinta dall’energia dell’ultima stilla di sangue che aveva nelle vene, grondante di sangue, si afferrava al terribilmente gelido metallo del guardrail, mentre lei pensava, in quell’ultimo sforzo, nun vojo mica morì, nun vojo mica morì, in romanesco, perché era una ex sciacquapiatti in una trattoria di via Ottaviano, prima di fare la bella impiegatina all’Eur, negli uffici della Nato, nun vojo mica morì, e la mano, la destra, si agitava nel nevischio mentre i neri capelli, a un più brusco colpo di vento, quasi si raddrizzarono, le stettero irti sul capo, e il camionista forzuto disse all’altro: «Io la piglio su, tu porta una coperta». Con le sue robuste braccia, sotto la luce dei fari del camion, come stesse provando una scena di film, in quell’alba di mezzo dicembre sulla strada vuota, sollevò quella che continuava a pensare nun vojo morì, e che era stata fino a poco prima una giovane e graziosa ragazza, e che era adesso un’agonizzante, la sollevò e la tenne in braccio, così nuda e sanguinolenta, come teneva in braccio le sue bambine, i capelli di lei neri che per il vento violento e ghiacciato gli sbattevano sul viso.
«Oh, poveretta, oh, poveretta».
Arrivò il suo amico con la copertina che aveva preso dalla cuccetta, l’avvolsero in quella copertina.
«Svelto, svelto».
Non passava nessun’altra macchina, era davvero l’ora più buia, si macchiarono tutti e due di sangue per depositarla nella cuccetta nell’abitacolo di guida.
«Coprila bene, oh, poveretta, poveretta».
«Non ho più niente, solo quella copertina».
Il forzuto disse: «Aspetta, la paglia sopra le bietole, sta morendo anche di freddo, prendiamo la paglia».
La coprirono di paglia, come se la imballassero, una bella bambola da imballare, avevano tutti e due un po’ di vomito e un po’ di lacrime in gola.
«Meglio portarla a Bologna».
Il grosso autotrasporto schizzò via sullo stradone vuoto, con il forzuto che guidava e quello esile che teneva quell’imballo di paglia.
«Respira», disse l’esile.
«La portiamo al Sant’Orsola, a Bologna».
«Sì, respira, respira ancora, ma perde sangue, dal collo, oh, mamma, guarda». Le mani erano intrise di sangue, la paglia era rossa, anche i lunghi capelli neri erano accesi da molte gocciole di sangue. «Però non devi correre così, non voglio ammazzarmi io per salvare lei».
Il forzuto che guidava continuò a spingere l’acceleratore, Bologna era a meno di venti chilometri. «Fra un minuto è morta, vorrei arrivare prima che morisse», ma sapeva di dire una sciocchezza, perché non si possono fare venti chilometri in un minuto, a meno di non essere la Gemini dodici, però lui tentava.
«Povera ragazza, tutto questo sangue, guarda», disse quello che teneva ferma, imballata nella paglia delle barbabietole, l’infelice creatura nella cuccetta dell’abitacolo perché le scosse del grosso camion, lanciato a centodieci all’ora, non la buttassero giù.
«Respira?», disse quello che guidava.
«Non lo so, aspetta», disse l’altro, avvicinò la bocca alla bocca di lei fluente sangue e sentì oltre il caldo del sangue il caldo del respiro.
«Respira», disse, «respira», ed ebbe un conato di vomito, «ma che cosa le hanno fatto?».
«Respira?», disse il forzuto che guidava.
«Ma sì, te l’ho detto, respira», le mise una mano sul petto, sotto la paglia, per sentire anche il battito del cuore, oltre il sollevamento del torace nel respirare, e il cuore batteva, e mai avrebbe pensato di poter toccare così a nudo una donna e così sconvolto. «Respira, le batte il cuore», ma il sangue colava anche lì, sulla sua mano e a lui questo dava allo stomaco. «Mamma, mamma», disse, contorcendosi, «ma che cosa le hanno fatto?».
Arrivarono a Bologna con la sirena ululante, entrarono in via Matteotti, uno straccio pressappoco bianco che il forzuto aveva messo fuori della cabina di guida, sotto una neve secca, petrigna, che sbatteva contro il parabrezza come fosse grandine, svoltarono subito a sinistra in viale Masini e arrivarono in piazza Mascarella.
«È viva?», disse quello che guidava.
L’altro, che teneva la ragazza, appoggiò l’orecchio alla bocca di lei. «Non lo so, non sento quasi più niente».
Quello che guidava schiacciò allora ancora di più l’acceleratore, l’enorme camion con rimorchio, una vera balena della strada, attraversò Porta San Donato, si buttò per viale Filopanti come fosse una macchina da corsa, poi voltò a sinistra in via Massarenti.

«Eccolo lì, l’ospedale di Sant’Orsola», disse quello che guidava, fissando la lampadina rossa davanti all’ingresso dell’ospedale, e bloccò poi di colpo. «È viva?».
«Non lo so», disse l’altro, «il respiro non lo sento più», mise la mano sotto lo strato di paglia, sotto la copertina, toccò il petto nudo, per sentire il cuore, con un aspro senso di vomito in gola. «Mi sembra che il cuore batta, non sento molto bene, però».
I due autisti, tenendola bene avvolta nella coperta e nella paglia, nella rabbiosa nevicata che rendeva l’aria un punteggio di aghi di neve taglienti, la presero in braccio, trasportandola fuori dal camion, e suonando il campanello, bestemmiando, urlando, fecero accorrere l’infermiere di turno, che disse subito che non c’era posto, che dovevano andare al Traumatologico di via Boldrini, e allora quello forzuto che si teneva sulle braccia quell’involto di paglia odorosa di acido di barbabietole con dentro un alcunché che forse era vivo e forse no, gli disse di aprire il cancello se no lo sfondava con il camion, e disse: «Questa donna sta morendo, apri, brutto figlio di», e disse il termine più energico, «se no ti mastico».
Forse, più che dagli insulti e le minacce, l’infermiere dietro il cancello fu colpito da quell’essere umano avvolto nella paglia, tenuto in braccio come una bambina dal grosso camionista, immersi nel nevischio. Aprì il cancello.
«Vai piano con le parole», disse però facendoli entrare.
«Scusa», disse il grosso che teneva in braccio la ragazza come fosse la sua bambina, «ma chiama subito il dottore, forse è già morta».
Due dottori si buttarono giù dalla brandina sulla quale dormivano e scesero nella sala di pronto soccorso e svolsero la giovane donna dalla paglia e dalla coperta e osservarono per qualche decina di secondi cercando di rendersi conto di che cosa avevano davanti. In apparenza si trattava di un essere umano di sesso femminile, ma, come capirono dopo qualche altra decina di secondi, doveva essere stata colpita da una lunga scarica di mitra, perché era tutta sforacchiata, in tutto il corpo, perfino alle gambe, uno stinco spezzato da una delle pallottole della raffica e che veniva fuori dalla pelle. Inoltre sarebbe dovuta essere morta, più di una dozzina di proiettili le avevano attraversato il corpo e gli organi più vitali: invece non era morta, il polso batteva, sentì il medico anziano. «Plasma», disse, ma la suora lo aveva già pensato da sé e stava già chiamando al telefono l’infermiera dell’emoteca.
«Ma non aveva più sangue», disse il medico anziano.
«Non ce la facciamo», disse il medico più giovane, che era pessimista.
La suora, con grandi batuffoli di ovatta fradici di disinfettante, puliva quel povero corpo bucato.
«Bisogna levarle i proiettili che ha dentro, guarda questo», il medico anziano indicò, vicino all’ombelico, il proiettile penetrato di striscio e che aveva bruciato al di sopra dell’ombelico un tratto di pelle per quattro o cinque centimetri, quindi era stato fermato dall’elasticità della pelle grassa addominale e si era incastrato solo a metà nel tessuto epidermico: guardando da vicino, sotto la violenta luce che pioveva sul lettino, si poteva anche leggere sul piombino la nota iniziale C, che vuol dire Cecoslovacchia.
«Fosse solo questo», disse il medico più giovane, «i proiettili si levano, ma l’assideramento non lo levi più, guardale le unghie dei piedi». Era giovane, ma aveva passione per il suo lavoro.
Il medico anziano guardò: le unghie dei piedi della ragazza erano viola, proprio viola, come le violette che nelle grandi città, in primavera, delle vecchie signore vi offrono con cortese insistenza.
«Suora, chiami l’anestesista e faccia preparare la sala operatoria».
«Sì, dottore, ma faccia chiamare anche la polizia», disse la suora. I medici, specialmente se giovani, come uno di quei due, erano dei poeti che dimenticavano tutte le cose pratiche. Con una donna impallinata come quella, ci voleva la questura, solo che loro se ne sarebbero dimenticati se lei non glielo avesse detto.
Per quanto riguarda la sala operatoria, riuscirono a estrarle tre pallottole tutte con la classica C, quella sopra l’ombelico, una che scoprirono proprio per caso nell’ascella sinistra, e un’altra che si era incassata sotto il lobo dell’orecchio sinistro, e l’anestesista che regolava la valvola dell’ossigeno e assisteva disse: «Non riesco a capire come fa a essere viva».
Gonfia di plasma, avvolta in una termocoperta, venne messa sul lettino sotto la tenda a ossigeno. E allora, al soffio vivificatore dell’ossigeno, lei cominciò ad agitare le labbra, ma non ne veniva alcun suono, non vi era forza biologica perché lei potesse produrre dei suoni con la voce, però pensava, sentiva, riconfortata dal plasma sentiva benissimo di essere viva e continuava a pensare: nun vojo mica morì, e continuava a pensare di sciare, vedeva tanta neve, tanta, al Breuil e Riccardetto sciava accanto a lei e le gridava, sciando per la lunga, estatica distesa bianca, nella gioia del sole di montagna: «Forza, bella, i calzoni te stanno un po’ stretti, ma a me me piaci assai, mamma mia come sei morbida».
E lei mosse le labbra e gli rispose anche se non le venne alcun suono: «Brutto sudicione, pensi sempre la stessa cosa».
«E che voj che ha da pensà un omo?».
Il medico anziano disse: «Durerà per mezz’ora, facciamoci fare un caffè».
«Per me solo qualche minuto, guarda», il medico più giovane indicò l’ago dello pneumometro, oscillava piano, stancamente, davvero alla fine.
Nell’infermeria, dove la suora del turno di notte stava preparando le iniezioni del mattino, non era ancora mattino, anche se erano passate le sette: dalle finestre veniva solo buio e i vetri erano bianchicci di nevischio, sul piccolo fornello a gas c’era una grossa caffettiera di falso rame.
«È quasi pronto», disse la suora.
Il medico più giovane si accese una sigaretta. «Scusi, suora, ha un po’ di latte freddo?», quello che non capiva era come quella ragazza potesse essere ancora viva. Probabilmente era questione di minuti.

«Sì, dottore», disse la suora, sorvegliò la caffettiera che cominciava a fumare. «È arrivata anche la polizia, ci sono i due camionisti che aspettano», se non pensava lei a questi particolari i medici, che avevano un po’ del tonto, non si ricordavano di niente.
E, per quanto riguarda la polizia, i due agenti della questura di Bologna seppero subito che non potevano sapere niente, escluso pochi particolari. La ragazza era nuda perché i suoi assassini volevano togliere alla polizia ogni possibile traccia per riconoscere la sua identità. Era stata colpita da almeno un paio di raffiche di dodici colpi ciascuna di mitraglietta di fabbricazione ceca: e questo era tutto. Non sapevano chi era e non avevano nessun indizio per saperlo. I due camionisti dissero che l’avevano trovata sulla strada tra Ferrara e Bologna, dopo Malalbergo, e non sapevano niente altro.
Alle otto, quando qualche cosa che rassomigliava alla luce schiarì la finestra della stanza dove lei stava nell’involucro della tenda a ossigeno, senza sapere se era giorno o notte, sentendo soltanto la mano di Riccardetto che le passava sul petto e lei diceva, senza voce, solo nella sua mente: «Ma senti, tu devi piantalla», alle otto, ecco, arrivò il fotografo del servizio controspionaggio, e anche se la suora gli diceva: «Ma la lasci stare, poverina», fece un intero rullo a colpi di flash, e a ogni lampo di flash lei sussultava, come quando Riccardetto le passava la mano sul petto. «Ma senti, Riccardetto, tu devi piantalla», perché per piacerle le piaceva, ma non si può mica dalla mattina alla sera.
E dopo le fotografie, la suora guardò l’ago dello pneumometro e vide che stava come fermandosi. È andata, pensò.

Bologna è piena di caffè, i bolognesi si trattano bene e quel caffè era uno dei più nobili della città, era pieno di ombre e di buoni odori di chiuso, nobili odori di caffè, di segatura, di caramelleria, e un poco anche di cantina, e fuori la neve era già alta più di tre centimetri, e il caffè era vuoto, escluso quei due, nell’angolo più buio, che parlavano a voce così bassa che era come se non parlassero.
«All’ospedale di Sant’Orsola».
«Viva?».
«Viva».
«Non è possibile». Quello che parlava abbassò ancora di più la voce. «Ho svuotato due caricatori addosso a lei».
«Invece è viva, e tu sei un cretino. Prima di lasciarla dovevi vedere se era morta o no».
«Non ci credo. Non può essere viva».
«È viva. All’ospedale di Sant’Orsola, stanza 11. E adesso io ti spiego che cosa può succedere. Forse lei non può parlare, e allora non ha ancora detto i nostri nomi, e quegli altri, e tutta la storia. E siccome la polizia non ha nessun indizio, neppure una calza, per sapere chi è, non sa ancora chi è. Questa è l’ipotesi più ottimista, mi capisci, deficiente?».
«Sì, capisco».
«Però, anche in questo caso, sai che cosa fanno? Lei non è in grado di parlare, non ne ha la forza, e loro, la polizia, non sanno chi è, ma sai che cosa fanno?».
«Sì, lo so: la fotografia».
«Bravo, ecco: la fotografia di lei. Poi la fanno pubblicare dai giornali e dalle riviste, per sapere chi è. A me importa poco che alla fine scoprano chi è, perché alla fine lo scopriranno, quello che voglio è che non parli. È evidente che finora non ha parlato, se no saremmo già al chiuso, ma se è una di quelle gatte con sette anime che non muore mai, è questione di ore, ma parlerà, e allora saltiamo noi e tutto il giro», nel vago odore di caramelleria, in quel buissimo angolo, in quella buissima mattinata, l’uomo abbassò ancora la voce. «Vai subito al Sant’Orsola, e finiscila: non deve parlare. Se parla sei morto, non solo tu, anch’io e molti altri».
L’altro ascoltava a capo basso, e poi scosse il capo, sempre tenendolo abbassato.
«Ancora viva». Scosse nuovamente il capo. «Impossibile. Due caricatori 7,65 bastano per uccidere un elefante».
«Eppure è sempre viva, e appena apre bocca noi siamo finiti». Si alzò. E sempre a voce bassissima disse: «Stanza 11, ospedale Sant’Orsola, questa volta non sbagliare. Devi finirla, e subito, ci saranno un paio di poliziotti vicino al letto, che aspettano che riprenda coscienza e possa parlare, per chiederle chi è, e sapere tutto. Vai prima che parli». Aggiunse: «Deficiente».
Si alzò anche quello che era stato chiamato deficiente. Non aveva mai sentito dire che uno potesse sopravvivere con ventiquattro pallottole in corpo, e la ragazza se le era beccate tutte o quasi, e poi era stata nuda sull’erba gelata per ore, ed era ancora viva. «Stanza 11», disse. «Sant’Orsola».
«Sì, e ho detto subito, prima che parli».
«Subito». L’uomo, o ometto, perché era piccolo, uscì dal caffè nella gelida mattina di dicembre, si buttò dentro l’auto e avviò, masticando furore. Ancora viva. Era assurdo, eppure era viva, lì, all’ospedale di Sant’Orsola, alla stanza 11. Bene: fra pochi minuti non sarebbe stata più viva, a lui non piaceva sbagliare due volte.
Entrò fumando di rabbia, perché pur così piccolo era molto rabbioso, nell’autorimessa vicino all’albergo dove alloggiava, si fece fare il pieno, anche se non ne aveva bisogno, poi disse al giovanotto mettendogli in mano un paio di biglietti da mille: «Hai una tuta da prestarmi?».
Il ragazzo aveva delle lunghe basette, e lo guardò proprio come uno che non ha capito niente.
«Voglio una tuta», disse il piccolo, «e una borsa di attrezzi, e queste sono altre ventimila lire. Cerca di capire».
Le ventimila fecero capire tutto al giovane basettone. Le mise in una tasca della sua tuta e disse: «Vado a vedere».
Tornò quasi subito, con in mano una tuta celeste e una grossa borsa con dentro il trapano, varie chiavi inglesi, i cacciaviti.
«Domani ti riporto tutto».
«Sì, va bene», il ragazzo si passò una mano sulla basetta sinistra, conosceva l’uomo e sapeva che bisognava ubbidire. «Va bene».
Il piccolo scattò via con la macchina e in piazza Aldrovandi fermò, si tolse la giacca e si mise la tuta, piuttosto oleosa e puzzolente, poi rimise in moto, percorse via San Vitale, entrò in via Massarenti e si fermò davanti all’ingresso dell’ospedale. Scese dalla piccola auto, si mise a tracolla la borsa degli attrezzi, ed entrò.
Quando volete entrare liberamente in qualsiasi posto, ospedale, cinema, teatro, segreteria del ministro della Difesa, archivio segreto del Sim, servizio informazioni militari, mettetevi una tuta e una borsa nera a tracolla, e andate dove avete bisogno di andare e se qualcuno vi ferma dite: «Sono l’idraulico, mi avete chiamato ieri», potete dire anche che siete l’elettricista, o il tapparellista, le porte si spalancano davanti a voi e potete entrare dove volete. Un operaio in tuta blu che viene ad accomodarvi il rubinetto nessuno ha il coraggio di rimandarlo indietro o di fermarlo.
E il piccolo, in quella tuta un po’ larga e lunga per lui, e questo, però, lo rendeva perfino più credibile come operaio vittima dell’avidità sociale, e più simpatico, attraversò il largo atrio, domandò a una suora che vide vicino a uno dei lunghi corridoi dove era la stanza numero 11, e s’inoltrò nel lungo corridoio che la suora gli indicò, facendo ondeggiare nella camminata la nera borsa in cui oltre agli attrezzi che conteneva aveva messo la mitraglietta. Questa volta la gatta dalle sette anime sarebbe morta davvero, non gli importava neppure di andare in galera, tanto i suoi capi lo avrebbero tirato fuori, e con la borsa ondeggiante guardava i numeri sulle porte, quattro, cinque, sei, sette. E l’11 era il suo numero, pensò preparandosi ad aprire la borsa degli attrezzi per levarne la mitraglietta.
Lungo il corridoio vi erano delle panche. Su queste panche erano seduti quelli che i medici chiamano pazienti e che attendevano di essere visitati dai vari specialisti, passavano anche alcune suore con le loro non minigonne fruscianti per terra, passò anche un chirurgo che si tolse camminando la mascherina davanti al viso per accendersi la sigaretta, e il piccolo idraulico, elettricista o tapparellista percorse la metà del lungo corridoio e si fermò davanti alla porta della stanza numero 11. Abbassò la maniglia, la porta si aprì e lui entrò. Entrò nella stanza di lei che stava pensando a Riccardetto, pensava che stava facendo le valigie, che Riccardetto aveva sistemato gli sci sull’auto, pensava, nel suo stupore dolorante di corpo umano devastato, alla neve della piazzetta davanti all’albergo Gran Baita, che non era bianca, ma aveva un leggero colore celeste, quella neve, come fosse cielo. E ogni tanto pensava, anche: io nun vojo mica morì, e quando l’uomo, il piccolo uomo in tuta entrò, lei non lo vide nemmeno, perché non vedeva nulla, distesa sul lettino, il lettino avvolto nella plastica della tenda a ossigeno, senza vista, senza udito, sola nella stanza coi suoi sogni d’amore con Riccardetto, oh, lui, che la stringeva e le incombeva addosso, un caldissimo peso di piacere, e allora l’uomo in tuta la guardò, aprì la borsa degli attrezzi, e tirò fuori la mitraglietta.
Nessuno può fermare un idraulico, un elettricista, un tapparellista, ma fuori, nel corridoio, su una delle panche dove erano seduti i pazienti in attesa degli specialisti, era seduto anche un poliziotto, uno dei più duri agenti della questura di Bologna, uno che non si fidava neppure degli idraulici, che era lì apposta per quel lavoro, il numero uno del servizio di controspionaggio e che si alzò dalla panca e scattò nella stanza prima che il preteso operaio avesse tirato fuori l’arma dalla borsa degli attrezzi.
«Buono, buono, buono», gli disse, afferrandolo per i capelli e schiacciandogli la faccia contro il muro, finché il naso di quello non si ruppe, colando sangue rosso sulla parete giallina. E poi qualche pugno alla nuca finché il piccolo scivolò miseramente a terra.
Il poliziotto lo sollevò e lo mise nella poltroncina vicino alla finestra, ungendosi le mani dell’unto della tuta, mentre lei, sul lettino, chiusa nell’involucro di plastica trasparente della tenda a ossigeno, stringeva i denti, il poliziotto li sentì scricchiolare, pensando che non voleva morire, e che voleva sentirsi vicino Riccardetto, così vicino da non distinguere il proprio corpo da quello di lui, in quella stanza alla Gran Baita del Breuil, e poi al mattino sciare nel sole e nel vento, e farsi arrostire dal sole tutto il giorno e la sera ancora amore. E non voleva morire.
Intorno al suo letto c’erano quattro persone: un brigadiere, un agente in divisa, uno in borghese con un registratore al collo e un microfono che teneva vicino alle labbra di lei, e il dottore che carezzava la fronte di lei e le diceva: «Se non se la sente di parlare, non parli».
Lei mosse il capo. Ora capiva, vedeva, sentiva, era farcita di proiettili, ma era sempre viva, era ancora viva. Mosse il capo per dire di sì, che parlava.
«Il nome», disse il brigadiere, «il suo nome, signorina», era curvo vicino all’orecchio di lei, le soffiava nell’orecchio la sua domanda.
«Antonia», fu un soffio.
«Antonia, e poi?», disse il brigadiere.
«Antonia Faenza».
«Chi la voleva uccidere?».
Chi l’aveva ridotta così?
Lei ora capiva, vedeva, sentiva. «Lavoro alla Nato», disse, «sono impiegata alla Nato».
Il medico disse: «Basta, ha due o tre proiettili nei polmoni».
E lei invece soffiò, faticosamente: «No, dottore, devo parlare», e parlò, ansimando, davanti al microfono del registratore, disse tutti i nomi che sapeva, tutti gli indirizzi, i numeri di telefono, ansimando davanti al microfono, l’avevano pagata bene, quella gente pagava sempre bene, si facevano consegnare le copie di tutti i documenti che lei come impiegata alla Nato poteva conoscere, la pagavano tanto bene che lei poteva portarsi il suo Riccardetto al Breuil, però lei un giorno non aveva più voluto fare quel lavoro.
«Ah, ecco», disse il brigadiere, mentre l’agente in borghese teneva sempre il microfono del registratore davanti alla bocca di lei. Antonia Faenza, ragazzaccia romana capitata in un giro di cose davvero più grandi di lei. «Ecco perché hanno cercato di ammazzarla, perché non voleva più lavorare per loro». Fece una carezza sui capelli neri di lei. «Li piglieremo tutti, ti vendicheremo».
Lei sorrise, felice. «Non voglio morire», disse in italiano, non in romanesco. Il medico giovane, nella tasca del camice bianco, strinse la mano sinistra, a pugno, per controllarsi, mentre con la destra carezzò lei sulla fronte, la vivezza di quegli occhi castani gli disse, clinicamente, che non sarebbe morta. «Non deve avere nessuna paura, è tutto passato».
«È tutto passato», disse il brigadiere, mentre l’agente spegneva il registratore. Ora che lei aveva parlato li avrebbero presi tutti, lo spionaggio ha bisogno anche di morti che parlano.
E lei disse, infatti, muovendo il capo in segno negativo: «Non è tutto passato. Io sono morta. È tutto finito».
Il medico disse: «Sei viva. E resterai viva». Tirò la chiusura della tenda a ossigeno.
E sotto la vampata di ossigeno vivificante lei ricominciò a sentirsi viva, vide Riccardetto che le si avvicinava e le metteva una mano sulla spalla e le diceva: «Oh, bella fata bruna», ghignando, forse sarebbero andati davvero alla Gran Baita, a sciare, «oh, bella fata bruna, oh, bella fata bruna, oh, bella fata bruna».

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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