La missione di
Anna in quel di Malta era ormai conclusa.
Anche stavolta gli ordini erano stati eseguiti.
Sembrava tutto complicato fino a pochi giorni prima, ma l'Agente Medusa non sarebbe stata
classificata come una delle più affidabili freelance al mondo (agenti con licenza
temporanea di uccidere), se i suoi standard
non fossero stati questi.
D'altra
parte, una come la Frezzante
non faceva statistica.
Dissimulata come una tranquilla cameriera
piacevolmente ingrassata, dalla faccia e i modi simpatici, nascondeva in realtà una mente fredda e
analitica, e via-via messasi in luce, era divenuta una sorta di punto fermo nell'esclusivo
giro del targeting globale.
Si narrava nei salotti bene informati che il suo sogno segreto fosse
quello di diventare famosa, importante e temuta come James Bond, l'Agente 007 del
servizio segreto britannico. In ogni caso intendeva sedurlo e dominarlo, in
sostanza fargli da succuba.
Potevano sembrare due progetti folli, ma almeno il secondo non
così campato in aria, a parte il poco tempo rimasto per portarlo a termine.
Nel giro si diceva che Bond avesse messo gli occhi sulle sue
foto, e che fosse rimasto colpito dalla carne prorompente, i camicioni
sbottonati e l'aria da immortale.
Si diceva anche che fosse stanco di cercare Maria per Londra, e
che puntasse un usato sicuro per mettersi a posto per sempre.
Da qui l'interesse per Anna Frezzante, e in
particolare per la sua aria da mignotta di classe, le tette molli e il grasso extra che
conferiva imponenza alla figura e riempiva molto bene i suoi famosi camicioni.
Seduta a gambe incrociate, si accese una sigaretta e si lasciò affondare
nel morbido schienale del divano.
Indossava uno dei suoi tipici camicioni, sbottonato aggressivamente nel solito
modo: le piaceva molto dare
nell'occhio e in testa; e poi farsi credere una banale puttana di lusso la metteva al
coperto e al sicuro.
Tossì convulsamente, sbavando sangue.
Stizzita, smorzò la sigaretta nel posacenere. Ne aveva per
poco, meglio non concedersi certi lussi.
Dopo l'ultima aspirazione, le budella si stavano di nuovo
riempiendo di orrenda ascite grigia.
Ogni due settimane le cavavano dai tre ai quattro litri
di versamento intestinale.
Era allo stadio 3, con l'imminente pericolo di metastasi, che l'avrebbero
portata allo stadio 4, quello terminale.
Presto lo avrebbe verificato con una tac completa.
Eppure lavorava ancora. Un po’ per distrarsi, un po’ per
raccattare più soldi possibile.
Forse lo faceva per mettersi in mostra con James. Avrebbe
certamente saputo della sua missione.
Doveva dimostrargli di non essere finita e di essere
l'unica donna adatta a lui.
Twin Dunes le versò dello scotch. L'ambiziosa, esotica anglo-saudita le era stata imposta dal committente.
«Sei okay?».
«Un po’ stanca, ma sono okay».
«Non ti andrebbe di uscire?».
«No, preferisco dormire.
Buonanotte, dolcezza», la Frezzante si alzò e si ritirò nella sua stanza.
Poco dopo, anche la donna araba si diresse verso la propria
camera.
Non per dormire, però.
Innestò il silenziatore e rimase in attesa sotto le
lenzuola.
Fece passare un’ora buona, poi tornò furtiva nel salotto della lussuosa suite;
le avevano insegnato di rimanere fredda in qualunque circostanza, ma l’idea di
eliminare un obiettivo così importante nel giro le dava letteralmente alla
testa...
Quello che doveva fare lo sapeva.
In fondo le avrebbe fatto un piacere.
Silenziosa e letale, aprì lentamente la porta di Anna…
(FLOP)
(FLOP)
Quindi accese la luce...
E scoprì che aveva eliminato solo un paio di cuscini...!
Delusa, si preparò a ricevere la reazione dell'obiettivo; dopo mezzo
secondo, infatti, si sentì afferrare alla gola: «Brutta puttana… t’ammazzo…!»,
le ringhiò sul collo Anna, facendole mollare la pistola. La mitraglietta
uzi della freelance italiana era sul comodino, con il silenziatore
innestato.
L'araba saudita cercò di divincolarsi.
Ne scaturì una lotta selvaggia, nella quale
sembrò prevalere l’istinto femminile, piuttosto che
l’addestramento tecnico delle due professioniste.
Medusa si trovò di fronte una resistenza imprevista. Benché massiccia ed
esperta, pagava lo scotto della sua malattia.
Entrambe le donne puntavano ad afferrare la uzi: con quella avrebbero chiuso la
partita a proprio favore. Non avrebbero fatto sconti all'avversaria.
Due mani si chiusero ansiose sull’arma, sebbene non appartenessero alla stessa
persona.
(FFFFFFFRRRRRRR)
Una raffica accidentale partì in direzione del letto. Le condizioni dei cuscini
si aggravarono grandemente.
«Bastarda… t’ammazzo come una cagna…», minacciò ancora Anna.
Le pareti insonorizzate della suite attutivano i rumori della lotta.
Twin Dunes non rispondeva alle minacce, si sentiva più forte, non aveva paura.
Poi, d’improvviso, la lotta che imperversava da
diversi minuti si risolse in una frazione di secondo: l'agile saudita si liberò di
Anna e
riuscì ad agguantare la mitraglietta.
La Frezzante si guardò intorno, disperata. Non aveva vie di fuga.
Quindi fissò la canna bombata del silenziatore, puntata contro di lei...
«È finita per me, vero?», domandò secca, ormai rassegnata al peggio.
«Sarà veloce, te lo prometto», rispose fredda Twin Dunes.
«No..! Aspetta...!
Dimmi perché!», la paura negli occhi, e quella curiosità
finale, tutta femminile.
Ma non ci furono né pietà, né risposte.
(FFFFFFFRRRRRRR)
La saudita le scaricò addosso
tutto quello che rimaneva nel serbatoio.
Una bella dose di piombo; per una come Anna ci voleva tutta.
La Frezzante fu scossa dai ripetuti impatti che la bersagliavano,
sussultando a lungo, come fosse rimasta attaccata alla presa della corrente,
nonostante in realtà si trattasse di pallottole, pallottole ad alto
potere di penetrazione; a
causa della sua stazza possente, tuttavia, rimase in piedi per alcuni secondi, indietreggiando di
un paio di passi, con le braccia larghe e scomposte; una specie di ballo
involontario, molto macabro, con gli occhi sbarrati
dallo shock. Finita contro il muro, le gambe cedettero e Medusa scivolò di schiena
lungo la parete, spalmandovi sopra delle terrificanti scie di sangue.
Quindi atterrò sul sedere e così rimase, con la bocca spalancata, gli occhi fuori
dalle orbite e i talloni che sfregavano la moquette, scaricando d'istinto
l'enorme tensione nervosa.
Twin Dunes se la guardò soddisfatta: non poteva ancora
credere di avere eliminato la famosa Anna Frezzante, la fulminante Agente
Medusa!
Rimaneva solo da tagliarle la testa.
Perché il suo obiettivo respirava ancora.
Nonostante le avesse sparato addosso una dozzina di colpi...
Un ghigno nevrotico affiorò sul volto di
Anna: la Frezzante continuava isterica a sfregare il
pavimento, ormai in preda al panico, sapendo che la fine poteva
sorprenderla da un
momento all’altro.
«Anche tu... vuoi James...», sussurrò, col sangue che le colava a fiotti dalla
bocca.
L'araba osservò le ferite, contando nove buchi: nessuna pallottola, però,
l’aveva fulminata, il cuore era illeso, la mente ancora presente; ecco perché respirava.
In
ogni caso ne aveva per poco.
«Il lavoro è lavoro, niente di personale, lo sai...».
Anna affannò convulsamente.
Poi, con una vena di follia nello sguardo, tirò fuori la lingua…
Gli occhi languidi fissavano la sua assassina…
Twin Dunes cominciò a sudare.
Era
quasi pietrificata.
Anna
le piaceva da morire… era una gran donna... e non si era arresa nemmeno di
fronte a un male incurabile...
Sotto un impulso
incontrollabile, ritornò dal bagno con un asciugamano
e tamponò l’addome sanguinolento dell'italiana, bloccandole le gambe: «Stai
calma...».
La saudita non si era sentita così in subbuglio nemmeno durante la lotta di pochi
minuti prima.
Scrisse un messaggio e attese la riposta.
Anna
era come un castello di carte che poteva crollare al primo alito.
L'Agente Twin Dunes toccò il vertice della follia quando si mise a leccare
il sudore freddo di Anna, che - mischiato al sangue - si incuneava nel camicione
sbottonato, fino alle zinne palpitanti...
«Stavolta eri tu l'obiettivo... non tutti gli uomini hanno
perdonato la tua mignottaggine...».
Aveva risposto.
E
morbosamente la fissò mentre gli occhi di Anna guizzavano nel nulla, cercando di
vedere chi l'avesse condannata.
[Autorizzata].
La saudita
alzò gli occhi dal cellulare e pressò con più convinzione l'asciugamano.
Pochi minuti dopo,
un’ambulanza privata trasportava in luogo segreto l'agonizzante
Agente Medusa.
Nel
giro è consentito il riscatto dell'obiettivo, sotto
certe condizioni; un codice di sopravvivenza per
non sfoltire troppo i ranghi della categoria; alla
maniera dell'antico pollice retto.
E
così la
vecchia gladiatrice prendeva tempo e si attaccava all'ossigeno: poi
sarebbe venuto il tumore e infine lui.
Ma
ormai sentiva di essere vicina a fare centro, di essere l'immortale che lui
cercava.
Non tutte le pallottole
vengono per nuocere
di Salvatore Conte (2024)
George arrivò puntuale, ma il socio, Patrick, non apriva.
Insistette ancora, poi lo chiamò al cellulare; infine si avvicinò alla finestra
del soggiorno.
Fu allora che lo vide riverso sul divano, in chiara
difficoltà: ecco perché non rispondeva…
Forzò la finestra ed entrò da lì; prima di occuparsi dell’amico, fece entrare
Sandy, aprendole la porta.
George era infatti
in compagnia della sua donna, una costosa bagascia
da cui s'era fatto prendere la mano; imbolsita rispetto agli anni migliori,
rimaneva pur sempre una gran puttana col fascino della vecchia troia, e lui non poteva farne a meno.
Spendeva molti soldi per mantenerla
sempre in tiro, per lui e per i
suoi amici, se pagavano bene. Aveva puntato forte su di lei.
Patrick si era beccato un’indigestione di piombo caldo ed era messo piuttosto
male; poiché era socio al 50% con George, la faccenda interessava anche lui.
Cercò quindi di metterlo seduto e di farlo parlare.
La cosa
sembrò spazientire la potentissima Sandy, il suo prestigioso puttanone, che non perse l'occasione
per mettersi in mezzo, in maniera alquanto petulante: «Non vedi
che il tuo amico è fottuto? Vuoi fargli compagnia all’inferno, George?
Dobbiamo andarcene via subito, capisci? Questi bastardi potrebbero tornare e
farci fuori. E io non voglio rimanerci secca, capito? Per quanto ancora vuoi
imboccare questo imbecille?».
«Tu, secca?! Chiudi quel cesso di bocca, Sandy... parli proprio tu che senza di me saresti finita in
una fogna...», George cominciava a essere stanco dei
suoi capricci; glielo tirava, però non doveva esagerare.
La donna
lo ignorò: «Ho io la cura che fa per lui, George…».
Con
un'espressione malata, allucinata, sul volto
da vecchia cessa, la cinquantenne estrasse dalla borsetta una calibro
38 e la puntò contro Patrick.
«Non farlo, Sandy», l'ammonì George.
«Perché, altrimenti cosa fai?», rispose stizzita la vecchia bagascia, mentre era
pronta a far fuoco contro Patrick.
Stava premendo il grilletto…
«Altrimenti ti buco la pancia, Sandy».
La donna, sicura del fatto suo, si mostrò indifferente alla minaccia e rimase a fissare Patrick,
mantenendo l’arma puntata contro l’uomo gravemente ferito e seduto precariamente sul
divano.
Un guizzo omicida le balenò sugli occhi.
George comprese da quello sguardo che non si sarebbe fermata… STUMPF
STUMPF
Due pallottole calibro 45 raggiunsero la donna in pieno addome!
Il mignottone cadde sulle ginocchia con lo sguardo allibito: «Mi hai fottuto…».
«Ti avevo avvisato,
Sandy...», fu la fredda risposta di George, che si era ormai
stancato di quella grossa troia.
La
donna
cercò di riorganizzare i pensieri. Si era fatta fregare come una stupida. Era
sicura che George non l’avrebbe toccata, e invece le aveva piazzato addosso due
pallottole.
Il
troione si
sentì perduto, lui sembrava indifferente.
Sandy mollò la calibro 38. George, a quel punto, non avrebbe esitato a sparare ancora, a
freddarla, se necessario.
Quindi
crollò sul fianco e rimase a contorcersi sul pavimento, con entrambe le mani a
tamponare i buchi in pancia.
Un
sinistro rivolo di sangue le colava dal labbro.
«Ben
fatto… George… era una puttana… spremuta... finita...», infierì Patrick.
«Non
era finita...», l'eccessivo livore nei confronti di Sandy lo irritò.
Si controllò.
«Ora
veniamo a te, amico mio. Raccontami tutto, poi andremo all’ospedale».
A fatica,
tra molti stenti, Patrick ricostruì i fatti.
George
rimase a pensare in disparte.
Si era completamente dimenticato di Sandy e solo in quel momento realizzò che la
sua donna aveva smesso di lamentarsi e singhiozzare come una scrofa al macello.
E
che nel
soggiorno non c’era più.
Motivo in
più per sbrigarsi, pensò George…
STUMPF
Si portò
alle spalle del suo socio e lo freddò con un colpo alla testa.
Tanto non
sarebbe sopravvissuto. In fondo aveva ragione Sandy.
Ora
poteva occuparsi di lei.
Non fu
difficile seguire la scia di sangue che s’era lasciata dietro, strisciando sul
pavimento della casa, ventre a terra.
Era
riuscita ad aprire la porta e a uscire all’esterno…
George si
fermò sull’uscio: Sandy era arrivata a pochi metri dalla sua auto, parcheggiata sul
piazzale della villetta.
Lì s’era fermata.
George la osservò dalla porta di casa: era immobile, con la faccia affondata nel
ghiaietto.
Vedendola
sconfitta e ormai cadavere, l’uomo ebbe un sussulto, un moto di rimpianto.
Sandy era ancora un donnone, poteva durare
altri anni; non per niente se l’era messa vicino senza
badare a spese…
Non era ancora finita la sua Sandy. Tuttaltro.
Però c’era
andato giù pesante.
Lei aveva
cercato una via di scampo. Fino all’ultimo. Ma non l’aveva trovata…
George si avvicinò alla sua donna e ne rovesciò il corpo.
Sandy era
supina adesso: il volto stinto in un pallore cadaverico, la bocca socchiusa, le braccia inerti; e due occhi
scuri che lo fissavano con inappellabile
lampo di condanna, quasi a fulminarlo, se solo avessero potuto…
Ancora
non aveva capito se fosse viva o morta. Allungò il braccio, toccandole la carotide:
respirava, ma debolmente, non ne aveva per molto.
George fu
scosso dal rimpianto.
“Mi hai fottuto”, gli aveva detto, un attimo dopo gli spari.
Aveva
capito subito che era finita; anche se c'aveva provato fino all'ultimo.
Il rimpianto cresceva di secondo in secondo, ora che la sua donna stava
crepando.
George
non resistette più. La prese tra le braccia e cercò di scuoterla.
«Sandy...
mi dispiace...», e le fece ingurgitare un cicchetto di whisky.
La
donna
mugolò dei rantoli.
«Okay... non sforzarti, tesoro. Non è ancora finita. Hai sbagliato a provocarmi,
ma ti amo lo stesso. Adesso ti porto da un dottore, dal migliore. Da Jenkins…».
Il dottor
Jenkins era un chirurgo che non faceva troppe domande; ed era anche molto bravo;
ma costava un occhio della testa.
La caricò
in macchina, sul sedile anteriore; quindi si diresse verso la clinica.
Imboccò
una curva verso destra ad alta velocità e il corpo di Sandy gli si afflosciò
addosso. Superata la curva, se la scrollò di dosso senza tanti complimenti: la
testa della donna andò a sbattere contro il finestrino.
«Cristo... reggiti, Sandy! Non farti fottere, troia... io non ci credo che ti
fai fottere!».
Passarono
un paio di minuti e George accostò a destra, portandosi all’interno di un’area
per la sosta, buia e isolata. Si fermò per osservare la sua donna. La clinica di Jenkins
era vicina, ma quanto gli sarebbe costato? Era necessario spendere
tanta grana per quella puttana? Avrebbe più trovato un'altra sorca così?
Alterni
pensieri confliggevano tra loro nella mente sovraeccitata.
Ma ormai
aveva deciso.
«Ascolta,
pupa… il tuo fascino da mignottona mi piace un sacco, lo sai…
Ma temo
che per te sia finita, bellezza».
Rimosso il silenziatore, le
premette la canna della calibro 45 contro il fianco.
Sandy
trasalì atterrita.
«Prima… l’ultima pompa…», ebbe l'intelligenza di
prendere tempo.
«E perché
no? Tu me lo tiri anche da morta, Sandy...».
La
calibro 45
rientrò nel borsello, mentre la pistola di George entrava nella bocca
della donna.
L’uomo si
sentì cullare dalla delizia di quel servizio senza eguali; l’ultimo atto della sua bella
puttana.
Quando
Sandy sentì che il culmine stava per arrivare, si infilò la mano sotto la
camicia… e si sfilò di bocca...
POW
Gli
sguardi si incrociarono…
POW
George si
piegò in avanti, come a cercarle la fica con la bocca.
Improvvisamente una moto di grossa cilindrata con due persone in sella affiancò
l’auto e un’automatica silenziata fece esplodere il finestrino di guida: un
attimo dopo la canna della pistola era all’interno dell’abitacolo.
«Ho
interrotto qualcosa?», lo sconosciuto si presentò così. «Ehi, George, non riesci proprio a staccarti dalla tua bella puttana, vero?».
Il
sicario, che indossava un casco integrale, aprì lo sportello e separò il corpo
di George da quello di Sandy: l’uomo aveva un buco al cuore e un
altro nel basso ventre, per così dire, entrambi prodotti da un’arma di piccolo calibro; la
donna aveva due buchi in pancia e stringeva nella mano una derringer ancora
fumante, forse nascosta tra i rotoli di ciccia della panza.
«Chi ti
ha sparato?».
Sandy era terrorizzata.
«Non
farlo… non ho visto niente… ti prego…», e lasciò andare la derringer, come se fosse ancora carica.
«Ti ho
solo chiesto chi ti ha sparato…», in tono fermo e rassicurante.
Lei
indicò con un flebile movimento del braccio il cadavere di George.
«È per
questo che lo hai ammazzato?».
Annuì.
«Ti
prego… non uccidermi…», col sangue alle labbra, come se non fosse già morta.
Avrebbe
implorato ancora, ma non ne ebbe il tempo.
«Farò
estrarre i tuoi proiettili, e se apparterranno alla pistola di questo infame, allora
sarai salva; ma se mi hai mentito, verrai eliminata...», sentenziò l’uomo con
il casco.
Un attimo
dopo fece capolino il suo compagno di sella, anch’egli travisato: «Di lei
che ne facciamo? Non va liquidata?».
«Non è
necessario. È pulita, la prendiamo noi. È una vecchia troia, ancora importante. Ci farà comodo.
La
clinica di Jenkins è proprio qui dietro; forse è lì che stavano andando, prima
che George decidesse di farla finita.
Anche se... aveva rimosso il silenziatore...»,
l'uomo stava controllando la pistola e il soppressore di rumore rinvenuto nel
borsello. «Sono stati usati da poco, tutti e due... ma adesso sono separati...
Non so se ti interessa, ma forse non voleva finirti,
bellezza; solo ricevere un pompino, prima che fosse troppo tardi...
Comunque, le pallottole che hai in corpo possono ucciderti, ma anche
salvarti…».
«E il
conto di Jenkins chi lo paga?», obiettò il compagno.
«Se lo
pagherà da sola, è un bel pezzo...», fu la tranquilla risposta di Billy Hudson.
Un paio d’ore dopo, due pallottole calibro 45 venivano estratte dal corpo di
Sandy; furono portate a Billy, il quale ne constatò l’eguaglianza con
quelle rimaste inesplose nella pistola del defunto George.
«Per me è assunta, ti sta bene?».
Seguì un'alzata di spalle.
«Però è curioso... se quel bastardo di George non le avesse sparato,
l'avremmo liquidata insieme a lui...».
«Forse sì, forse no, Jack; certo ce l'ha resa più simpatica.
Dal suo punto di vista è stato un anomalo colpo di fortuna.
Lo sai come si dice in questi casi...?».
BOOMERANG CALIBRO 38
di Salvatore Conte (2025)
Avevano
pensato a tutto, fuorché all’essenziale.
E poi lei era piuttosto montata. Si sentiva la più grossa fica
sulla faccia della Terra.
Ma forse lo era.
Spinta alla follia la loro vittima, la follia
stessa stava per tornare all'origine, come un boomerang.
Ormai Monica era impazzita, ma anziché
abbassare la testa, aveva alzato la pistola.
Era una
Kel-Tec calibro
38, con caricatore a molla da sei colpi: una delle più piccole pistole al mondo,
ultra-leggera, ma devastante
a distanza ravvicinata.
Un’arma difensiva, concepita
per le donne.
Era infatti una mano di donna quella che l’impugnava.
Burt era sorpreso, ma non perse la sua sicurezza:
«Tu ora mi
darai quella pistola… Monica…».
Si avvicinò di tre passi, lentamente.
Forse fu proprio quel modo infantile di chiamarla, quello
sminuirla, quel sottovalutarla, che fece definitivamente esplodere la sua ira…
BANG
Burt si irrigidì, sbigottito.
Un attimo dopo crollava in avanti, fulminato.
Era stato raggiunto al cuore.
Lo sguardo di Terry si riempì di terrore.
Ora sarebbe toccato a
lei.
E da cacciatrice, non era abituata a essere preda.
Avvezza a balli da mignottona,
ora avrebbe affrontato il ballo della morte.
Ambiziosa e tracotante, forte
di una bellezza intossicante, Terry si sentiva la numero uno incontrastata, sebbene
avesse sposato un perdente.
«Calmati, Monica… tu non lo farai… abbassa la
pistola... ti prego…».
Ancora ordini, ancora
presunzione, inganno...
Quella
bellezza così arrogante... di fronte a lei... alla canna
della sua pistola... ridotta quasi sul lastrico... alla sua mercé...
E poi quella paura mortale
negli occhi... così piacevole da gustare... una scintilla fatale nella mente
combustile...
Non appena Terry ebbe finito di supplicare, partì
il colpo!
BANG
Venne raggiunta alla spalla, in un punto non
vitale, ma il violento contraccolpo e l'impressionante schizzo di sangue la
fecero sentire morta.
Credeva di essere rimasta
uccisa.
Ma se le avessero detto che
quello era solo un colpo d'assaggio...
Se le avessero detto cosa
poteva fare quella piccola pistola, sparando in una pancia, o una schiena...
La Kel-Tec
era devastante fino a 10 metri, e lei non poteva allontanarsi a più di 5 o 6
metri dalla pistola.
La potente Terry - scossa dal colpo e spinta a
roteare su sé stessa - offrì la schiena a Monica...
BANG
La seconda pallottola la colpì alle reni!
Sussultò violentemente, inarcando la schiena; quindi, con gli occhi stregati dalla paura, tornò a offrire il
petto.
Era terrorizzata, sentiva gli artigli della morte
calare su di lei.
Prima d'ora, si era sempre sentita invincibile.
Terry sapeva che
Monica, a quel punto, non
poteva più fermarsi.
Non ebbe nemmeno il tempo di supplicare.
BANG
Il terzo colpo la raggiunse all’addome!
Era uno stillicidio!
Si inarcò all'indietro contro la parete, tormentata dall'ennesimo proiettile:
era come sentirsi messa in croce. [vai
alla variante Grok]
In quel momento, però, intravide il passaggio e
scattò l’intuizione. Era l’ultima possibilità. Ricordò a sé stessa di essere
invincibile.
Doveva tentare il tutto per tutto: assorbire i colpi, scendere dalla
croce e resuscitare in meno di tre secondi.
Quella porta conduceva al garage… e
Monica era ormai convinta di averla spacciata…
Terry si buttò in quella direzione, con la mano
pressata sull'addome, spinta
dalla forza della disperazione e dalla volontà di rimanere la numero uno...
il buco era vicino al fianco, non l'aveva fulminata... quella troietta non
sapeva sparare... non era riuscita a finirla... stava avendo fortuna... e lei l'avrebbe sfruttata per
salvarsi...
BANG
BANG
Click!
Gli spari furono intempestivi. E i
colpi erano finiti.
Ma Terry, in preda al panico,
continuava a fuggire all'impazzata, quasi rovesciandosi per le scale.
Eccitata allo spasimo,
intravedeva
un'insperata via di scampo: non sarebbe finita come lui.
La moglie di Burt pensava solo a raggiungere la salvezza.
Monica era basita dalla resistenza di quella
puttana: le era sgusciata via come la serpe che era.
Ma non sarebbe andata
lontano. Non valeva nemmeno la pena di inseguirla.
Terry azionò il comando della saracinesca e
schizzò fuori dal garage con l'auto di Burt.
«NON ANDRAI LONTANO, TROIA!», le urlò contro
Monica, mentre la macchina sgommava impazzita.
«Cagna... non mi avrai...», rispose Terry tra sé,
convinta di sfuggire alla morte.
Raggiunse la strada principale e puntò verso la città.
La nebbia le calò sugli
occhi,
il panico la incalzava, spinse a tutta, alla disperata, doveva far presto, le forze la stavano
lasciando.
Intravide
delle luci rosse, spinse ancora per accorciare la distanza e
tamponò bruscamente l'auto che la precedeva.
Quindi aspettò ansiosa che il conducente si avvicinasse per chiederle i
documenti e gli estremi dell’assicurazione; la strada intanto le girava intorno.
«Ma insomma... non mi ha visto?
Allora... cosa fa? Non scende?
Guardi che se non scende, io chiamo la Polizia…».
Stizzito dall'inerzia della controparte, aprì egli stesso la portiera.
Il corpo di Terry si rovesciò di schiena sulla
strada, le braccia allungate all'indietro, le gambe ancora
nell’abitacolo; gli occhi sbarrati, rivolti anch'essi all'indietro, due larghe
macchie di sangue che spiccavano sulla camicetta scollata, una sulla spalla, l’altra sull’addome.
«A...i...u...t...o...»,
mormorò con un filo di voce, pressata dalla morte.
Una scena impressionante.
Si fermarono diverse vetture, intorno al corpo di Terry si formò un capannello di
curiosi.
Fu chiamata un'ambulanza.
Insomma avevano pensato a tutto, fuorché all’essenziale.
La loro stessa macchinazione gli si era ritorta contro.
La regia del destino era
stata implacabile.
E ora la bella Terry stava
giungendo cadavere in ospedale, stroncata da una Kel-Tec
ultra-leggera.
Il
Commissario Merli, dal canto suo, si stava
portando presso il nosocomio per interrogarla, nel caso non arrivasse troppo
morta.
Quando
la vide, le sembrò che da un
momento all'altro le avrebbero appuntato un lenzuolo bianco sulla faccia, vista la
fretta poco convinta con cui la trasportavano in sala di rianimazione.
Il boomerang scagliato contro
Monica, mancato il bersaglio, le stava ritornando in piena faccia.
La salvezza che le era
apparsa possibile, ora le stava sfuggendo di mano...
Doveva spremersi.
Tutta.
Fino in fondo.
«Hai tirato troppo la corda,
ragazza...», le sussurrò d'istinto il Commissario.
Terry emise un rantolo profondo, gutturale, da donnone
massiccio e ostinato qual era. Il suo corpo potente, fasciato da quella
camicetta gialla ormai mezza aperta, tremò violentemente. Il tessuto sottile si
tese sui seni abbondanti mentre lei cercava di respirare, ma il dolore la
schiacciava come un macigno.
Monica, con il braccio fermo e lo sguardo freddo, fece due passi avanti. Non
aveva fretta. Voleva godersi ogni secondo.
«Ancora due, cicciona. Solo per essere sicura di fotterti per bene».
BANG
Il quarto colpo centrò Terry dritto sotto l’ombelico,
affondando nella pancia morbida e prominente. La donna, fanatica e ottusa,
spalancò gli occhi, la bocca aperta in un urlo silenzioso. Un fiore scuro
cominciò a sbocciare sulla camicetta gialla. Le ginocchia si piegarono, ma non
cadde. Si tenne alla parete con una mano, l’altra che istintivamente premeva
sulla ferita calda e pulsante.
«Cazzo… brucia…», ringhiò tra i denti, la voce ancora piena di quella rabbia
stupida e testarda che la rendeva così eccitante da distruggere.
Monica sorrise, quasi dolce.
BANG
Il quinto proiettile le entrò nella pancia un palmo più in
alto del precedente, proprio dove la camicetta si tendeva sul ventre generoso.
Terry sussultò come colpita da una scarica elettrica. Il suo corpo grande e
potente si piegò in avanti, poi rimbalzò di nuovo contro il muro con un tonfo
sordo. Un rivolo caldo le scese lungo la pelle sotto il nuovo buco.
Ora respirava a bocca aperta, ansante, gli occhi lucidi ma ancora accesi da
quella fiamma ottusa di chi non vuole arrendersi neanche mentre viene sventrata.
La pancia era diventata un campo di battaglia: tre buchi
pulsanti, il tessuto giallo macchiato di scuro.
Terry scivolò lentamente lungo la parete, lasciando una striscia rossa sul muro
bianco. Le sue grosse cosce tremavano, la mano premuta inutilmente sulla pancia
devastata.
Monica si avvicinò, abbassò lo sguardo su di lei e le puntò ancora una volta la
pistola al centro dell’addome, proprio dove il dolore era più profondo.
«Ti piace ancora fare la dura, eh, donnone?».
Terry alzò gli occhi, il respiro spezzato, un ghigno sofferente sulle labbra.
«Spara… stronza… se hai il coraggio…».
Monica rimase un istante immobile, la pistola ancora puntata
contro il ventre devastato di Terry. Il sorriso sulle sue labbra si fece più
sottile, quasi divertito.
«Spara… stronza… se hai il coraggio…», ripeté Terry con voce roca, spezzata dal
dolore. La sua grossa pancia si alzava e si abbassava affannosamente, i tre fori
pulsanti che continuavano a sanguinare copiosamente, inzuppando del tutto la
camicetta gialla ormai ridotta a uno straccio appiccicoso. Il tessuto aderiva
alla pelle sudata, mettendo in evidenza ogni curva del suo corpo massiccio: i
seni pesanti che si muovevano col respiro, la pancia prominente e ora
martoriata, le cosce forti che tremavano per lo sforzo di non crollare del
tutto.
Monica inclinò leggermente la testa, come se stesse valutando la richiesta.
Poi premette il grilletto.
Clic.
Niente.
Terry sbatté le palpebre, confusa per un secondo. Il suo cervello ottuso e
fanatico impiegò qualche istante a elaborare quel suono vuoto.
Monica rise piano, una risata bassa e cattiva.
«Sei proprio un donnone stupido, eh?», disse, abbassando la pistola lungo il
fianco. «Sei colpi. Uno a quel coglione di tuo marito, cinque a te...
Finito. Scarica».
Fece un passo avanti e si accovacciò davanti a Terry, che era scivolata seduta
contro il muro, le gambe larghe, la camicetta sbottonata.
Il sangue caldo continuava a colarle tra le dita che premevano
inutilmente sui fori nell’addome.
Monica allungò una mano e diede un colpetto secco proprio sopra l’ombelico di
Terry, dove era entrato il quinto proiettile. La donna massiccia ebbe un
violento sussulto e un gemito gutturale.
«Ahi… cazzo!».
«Vedi? Non serve più sparare», mormorò Monica, avvicinandosi con il viso fino
quasi a sfiorare quello di Terry. «Sei già fottuta. Tre buchi nella pancia…
belli profondi. Scommetto che senti le viscere che bruciano, vero? Quel calore
che sale, quella sensazione di essere tutta aperta dentro».
Terry ansimava, gli occhi lucidi di dolore e rabbia. Cercò di sollevare un
braccio per spingere via Monica, ma era troppo debole. La mano ricadde
mollemente sul ventre ferito.
«Ti… ti ammazzo lo stesso…», ringhiò, ma la voce uscì flebile, più un desiderio
che una vera minaccia.
Monica sorrise e le posò una mano sulla guancia, quasi con tenerezza, mentre con
l’altra premeva due dita su uno dei fori nella pancia, facendola sobbalzare di
nuovo.
«Con cosa? Con la tua forza da donnone ottuso? Guarda come sei ridotta… tutta
aperta, sanguinante, con la camicetta gialla che ti sta diventando rossa. Sei
patetica».
Terry chiuse gli occhi per un momento, respirando a denti stretti. Il suo corpo
potente era scosso da brividi. Il sangue continuava a uscire lentamente,
formando una pozza scura sul pavimento sotto di lei.
Monica si rialzò, guardandola dall’alto con soddisfazione crudele.
«Adesso puoi restare qui a sentire ogni secondo che passa. Senza fretta. Solo
tu, la tua pancia sfondata e il dolore che diventa sempre più caldo e profondo».
Fece una pausa, poi aggiunse con voce bassa: «Vuoi che ti lasci la pistola
scarica come souvenir… o preferisci che ti finisca in un altro modo, cicciona?».
Monica rimase in piedi davanti a lei, la pistola scarica
ancora in mano, guardandola dall’alto con quel misto di soddisfazione e
disprezzo. Terry era un donnone imponente anche da seduto: il corpo massiccio
appoggiato alla parete, le gambe larghe, la camicetta gialla aperta e inzuppata
di sangue che le aderiva come una seconda pelle lucida e oscena.
La donna aveva ancora forza nelle braccia, ma il dolore la stava divorando
dall’interno. Il suo ventre potente, un tempo simbolo della sua presenza
ingombrante e aggressiva, era ora una rovina calda e bagnata.
Monica inclinò la testa, come se stesse riflettendo.
«Sai… forse ho cambiato idea», disse con voce calma, quasi casuale. «Spararti è
stato bello, ma magari non basta. Magari prendo un bel coltello dalla cucina,
uno di quelli grandi da carne, e ti finisco come si deve. Lentamente. Così sento
bene quanto sei dura dentro, donnone».
Fece due passi indietro, come se stesse davvero per andare verso la cucina.
Terry sgranò gli occhi. Il terrore puro le attraversò il viso per la prima
volta, spazzando via parte della rabbia ottusa che l’aveva sostenuta fino a quel
momento. Il suo respiro si fece più rapido, affannoso, e una mano insanguinata
si strinse debolmente sulla pancia martoriata.
«No… ti prego…», gemette, la voce roca e spezzata. «Monica… no… non serve… ti
sei già vendicata… mio marito… è morto, vero? Dimmi che è morto… l’hai
ammazzato, no?».
Cercò di sollevarsi un po’ contro il muro, ma il movimento le provocò una fitta
lancinante e un lamento gutturale le uscì dalla gola.
«Che altro vuoi da me? Eh? La tua vendetta… l’hai avuta… l’hai avuta tutta…»,
continuò, con un tono che cercava di essere supplichevole, ma che d'altra parte
conservava ancora un’ombra di quella testardaggine da donnone stronzo.
«Lasciami… lasciami vivere… posso… posso sistemare le cose… ti prego… non voglio
morire così… non con un coltello nella pancia…».
Monica si fermò, voltandosi lentamente. Un sorriso sottile e crudele le curvò le
labbra mentre osservava la donna massiccia ridotta in quello stato: la camicetta
gialla diventata rossa, i seni pesanti che si alzavano e abbassavano con fatica,
il ventre prominente bucato e lucido di sangue, le cosce forti che tremavano per
lo sforzo di restare cosciente.
«Guarda come piagnucoli adesso», mormorò Monica, avvicinandosi di nuovo. «Poco
fa facevi la dura… “spara stronza”… e adesso mi supplichi? Patetica».
«Ti prego… basta… hai vinto… hai vinto tu…», sussurrò, la voce che tremava. «Mio
marito è morto… io sono finita… che altro vuoi? Dimmelo…».
Terry era ancora seduta contro la parete, il corpo massiccio
che occupava tanto spazio anche nella sconfitta. La camicetta gialla era ormai
un relitto: aperta fino all’ombelico, inzuppata di sangue scuro che colava in
rivoli densi lungo la pancia prominente. I tre fori nell’addome continuavano a
pulsare, ma erano solo la punta dell’iceberg. La spalla destra era rigida e
gonfia, il foro d’entrata ancora sanguinante sotto la stoffa bucata. La schiena,
dove il secondo proiettile l’aveva presa ai reni, mandava fitte lancinanti a
ogni minimo movimento.
Il donnone fanatico e ottuso respirava sempre più a fatica, boccheggiando. Il
suo viso, un tempo arrogante, era pallido e lucido di sudore freddo.
All’improvviso le forze la abbandonarono del tutto.
Senza un gemito, Terry crollò in avanti. La fronte batté contro il pavimento con
un tonfo sordo. Rimase così, in una posizione innaturale e grottesca: il busto
piegato in avanti, la testa appoggiata sul pavimento, il sedere sollevato contro
il muro. Il corpo potente, reso rigido dal dolore e dallo shock, si sosteneva
quasi da solo in quella posa assurda, come una statua rotta. La pancia
martoriata pendeva pesante verso il basso, i tre buchi bene in vista, il sangue
che colava lentamente formando una pozza sempre più larga sotto di lei.
Monica la osservò in silenzio per qualche secondo, la pistola scarica ancora in
mano.
«Terry…?», chiamò piano.
Nessuna risposta coerente. Solo un rantolo basso, animalesco, uscì dalla gola
della donna. La sua mente era annebbiata. Il dolore era diventato un unico
grande fuoco che le bruciava dentro: spalla, reni e soprattutto quella pancia
devastata, dove i proiettili della piccola ma micidiale .38 avevano fatto danni
enormi a distanza ravvicinata.
«Monica…», mormorò infine, la voce ridotta a un soffio impastato, quasi
infantile. «Ti prego… non… non il coltello… voglio… voglio vivere…».
Era poco più di un lamento. La trattativa di prima si era dissolta. Non c’erano
più argomentazioni, né suppliche articolate. Solo paura animale e sofferenza.
Monica si avvicinò lentamente, girandole intorno. Guardò quel corpo imponente
finito così male: la camicetta gialla ridotta a uno straccio insanguinato, i
seni pesanti che pendevano, la pancia bucata che sfiorava quasi il pavimento.
Era uno spettacolo potente e degradante allo stesso tempo.
Monica si accovacciò accanto alla testa di Terry, le scostò i capelli sudati
dalla fronte e le parlò piano, quasi all’orecchio: «Lo so che sei dura. Lo so
che sei un donnone. Ma hai tre palle in pancia, una nella schiena e una nella
spalla. Questa pistola è piccola, ma da vicino spacca tutto. Stai morendo, Terry.
Lentamente. E lo senti, vero?».
Terry emise solo un respiro affannoso, gli occhi semiaperti, lo sguardo
appannato. Non rispose più.
Monica si rialzò e rimase a guardarla per un lungo momento, riflettendo.
Era fatta. Due omicidi. Suo marito era steso a terra con un buco nel cuore che
lo aveva fulminato, e questa qui stava finendo dissanguata.
Doveva decidere in fretta. La vendetta era compiuta, ma adesso
arrivava la parte più pericolosa.
Si passò una mano tra i capelli, guardando il corpo tremante di Terry ancora in
quella posizione assurda, la fronte premuta sul pavimento, la pancia che
continuava a sanguinare.
«Che ne faccio di te, cicciona…», mormorò tra sé.
Monica rimase immobile per quasi un minuto intero, fissando
quella massa di carne potente ridotta a una grottesca scultura di sofferenza.
Terry non si muoveva più. La fronte premuta sul pavimento, il sedere ancora
sollevato contro il battiscopa. Il sangue usciva più lento ora, ma costante,
formando una pozza vischiosa che lambiva le sue ginocchia.
Non era ancora morta. Ma ci stava arrivando.
Monica sentì qualcosa di strano dentro di sé: non rimorso, non esattamente. Era
più una specie di delusione estetica. Aveva immaginato la vendetta con ansia e
ferocia, ma non aveva previsto quanto sarebbe stata banale, alla fine, vedere un
donnone come Terry ridotto a un mucchio di carne che perdeva calore contro il
pavimento, o un uomo fascinoso come Burt steso lungo inerte alla stregua di un
manichino delle vetrine.
Allora fece una cosa che non aveva previsto neanche lei.
Si avvicinò, infilò le mani sotto le ascelle di Terry e, con uno sforzo
notevole, la tirò indietro fino a farla sedere di nuovo contro la parete, ma
questa volta girata di tre quarti.
Poi, con calma metodica, prese una sedia, la posizionò di
fronte a Terry a meno di un metro e si sedette.
Incrociò le gambe.
«Guardami», disse piano.
Terry sollevò a fatica le palpebre. Gli occhi erano velati, lontani. Il respiro
era un rantolo umido.
«Sai qual è la cosa più bella?», continuò Monica. «Che tu non morirai da
guerriera. Morirai da stupida. Come sei sempre stata. Ottusa fino alla fine».
Rimase così, per quasi cinque minuti. Senza parlare. Solo a guardarla spegnersi
lentamente.
Quando il respiro di Terry divenne solo un soffio irregolare, Monica si alzò.
Prese uno strofinaccio dalla cucina, pulì con cura le impronte sulla pistola
scarica e la mise prima nella mano di Burt, poi in quella di Terry, chiudendole
le dita intorno all’arma.
Quindi si chinò un’ultima volta e le sussurrò all’orecchio: «Quando ti
troveranno, penseranno che ti sei difesa da tuo marito, uccidendolo, dopo essere
stata crivellata di colpi».
Si rialzò, diede un’ultima occhiata al donnone morente — ancora seduto contro il
muro, la testa a ciondoloni, la camicetta gialla aperta sul disastro del suo
ventre — e uscì.
La casa rimase in silenzio, rotto solo dal gorgoglio lento del sangue che
continuava a uscire.
Terry non era ancora morta. Non del tutto.
Ma era già sola con quello che restava della sua vita.
Passarono forse dieci, quindici minuti.
La chiave girò nella serratura principale. Rosa, la donna delle pulizie, entrò
borbottando tra sé. Era una donna robusta sulla cinquantina, con il cappotto
ancora addosso e la borsa stretta al petto. Aveva dimenticato il suo medaglione
d’oro — quello con la foto della figlia morta — mentre puliva l'appartamento
quel pomeriggio. Non si fidava di Terry: quel donnone arrogante e poco di buono
era capacissimo di tenerselo o di “dimenticarsene”.
«Signora Terry? Sono io, Rosa… scusi l’ora, ma quel medaglione…».
Le parole le morirono in gola.
La camera era un macello. Il corpo del marito era riverso a terra, un foro al
centro del petto. «Madre de Dios…».
Rosa lasciò cadere la borsa.
Terry era ancora lì, seduta contro la parete, esattamente come l’aveva lasciata
Monica. Il corpo massiccio era crollato di lato, la fronte che sfiorava il
pavimento, il sedere ancora appoggiato al muro in quella posa innaturale e
grottesca.
Ma respirava ancora. Debolmente. Un rantolo umido, intermittente.
Rosa si avvicinò tremando, si inginocchiò accanto a lei e le sollevò la testa
con delicatezza. Il viso di Terry era cereo, gli occhi semiaperti, le labbra
sporche di sangue.
«Signora Terry! Dio mio, che è successo?! Chiamo subito l’ambulanza!».
Terry emise un suono rauco. La sua mano, ancora stretta intorno alla pistola
scarica, ebbe un tremito. Riuscì a girare appena la testa verso Rosa. Gli occhi,
annebbiati dal dolore e dalla morte che si avvicinava, trovarono per un ultimo
istante un barlume di lucidità.
«Mo… Monica…», sussurrò, la voce ridotta a un filo gorgogliante. «È stata…
Monica… ha ammazzato… Burt… e me…».
Rosa sbiancò.
«Ha vinto… quella stronza…», un rivolo di sangue le uscì dall’angolo della
bocca.
Un lungo respiro strozzato. Il corpo potente ebbe un ultimo, grande tremito. La
mano che stringeva la pistola si aprì, l’arma cadde con un tonfo sul pavimento
insanguinato.
Terry rimase immobile, gli occhi aperti ma spenti, la camicetta gialla aperta
sul disastro del suo ventre bucato, il donnone infine sconfitto.
Rosa, con le mani che tremavano, compose il 113.
Rosa era in ginocchio accanto al corpo di Terry, quando le
prime sirene squarciarono il silenzio della notte.
Prima arrivò l’ambulanza, poi quasi subito una volante della Polizia. Le luci
blu lampeggiavano attraverso le finestre, tingendo di colori intermittenti le
pareti della camera e il corpo massiccio di Terry.
Due paramedici entrarono di corsa, seguiti da un agente in divisa.
«Da questa parte!», gridò Rosa con voce rotta, alzandosi a fatica.
Lo spettacolo era impressionante. Terry era ancora nella stessa posizione
grottesca: seduta contro la parete, il busto piegato in avanti, la fronte quasi
appoggiata al pavimento. La camicetta gialla era quasi completamente aperta,
fradicia di sangue ormai in parte coagulato.
Il paramedico si inginocchiò rapidamente, controllò il polso carotideo, poi
sollevò una palpebra di Terry.
«Niente», disse secco. «Arresto cardiaco. È andata».
I tecnici della Scientifica cominciarono a delimitare la
scena. I flash delle macchine fotografiche iniziarono a illuminare il corpo di
Terry da varie angolazioni.
L'ispettore cominciò a interrogare Rosa.
«Signora, ci racconti esattamente cos’è successo. Ha detto al telefono che la
vittima ha fatto un nome prima di morire…».
Rosa annuì, ancora sotto shock, gli occhi fissi sulla figura imponente di Terry
che giaceva lì, sconfitta, esposta, con quella camicetta gialla aperta come una
bandiera insanguinata.
«Ha detto… Monica. Ha detto che è stata Monica… ha ammazzato suo marito e poi
lei…».
Il poliziotto prese nota, mentre un tecnico della Scientifica fotografava da
vicino i fori nel corpo di Terry.
Il donnone non sembrava più così invincibile.
Uno dei paramedici coprì il corpo di Terry con un lenzuolo bianco, ma non prima
che tutti i presenti avessero avuto modo di vedere bene in che stato fosse
ridotta: una donna potente, massiccia, arrogante, ora ridotta a un cadavere
imbottito di piombo.
Fuori, le luci delle sirene continuavano a lampeggiare nel buio.
Il medico legale, il dottor Harlan, arrivò pochi minuti dopo.
Era un uomo sulla cinquantina, magro, con un impermeabile stropicciato.
Appena vide la scena, il suo sguardo si indurì. Scoprì subito
i lenzuoli.
«Ma che diavolo avete combinato qui?», sbottò, guardando i paramedici e gli
agenti. «Chi ha dichiarato questa donna morta? E questo qui?».
Uno dei paramedici, quello più anziano, fece un passo avanti. «Dottore, l'uomo
era morto stecchito. La donna non aveva più polso quando siamo arrivati.
Respirazione assente. Era chiaramente in arresto cardiaco da un po’».
Il dottor Harlan si avvicinò al corpo di Terry, ancora nella sua posizione
contratta e grottesca. Si inginocchiò, ignorando la pozza di sangue che gli
sporcava le scarpe, e controllò personalmente il collo della donna.
Poi scosse la testa, irritato.
«Incompetenti. Ancora non avete imparato che non si dichiara nessuno morto sul
campo senza aver provato tutto? Portatemi subito il defibrillatore
dall’ambulanza. Quello portatile. Muovetevi!».
I paramedici si guardarono perplessi, ma obbedirono in fretta.
Quando arrivò l'apparecchio, il medico prese personalmente le
piastre, le posizionò sul petto della donna e diede l’ordine.
«Tutti indietro».
SCIAFF!
Il corpo massiccio di Terry ebbe un violento sussulto. Il busto si inarcò per un
istante.
Niente.
Harlan regolò la potenza e riprovò.
SCIAFF!
Questa volta il piede destro di Terry, ebbe uno scatto netto, come se avesse
ricevuto una scarica diretta.
«Ecco!», esclamò il dottore con soddisfazione cupa. «Ve l’avevo detto. Non era
ancora andata. Caricatela subito sull’ambulanza. Intubazione, flebo, tutto
quello che avete. La portiamo in ospedale».
Era in condizioni disperate: coma profondo, pressione bassissima, emorragia
interna massiva. Ma era ancora viva.
L’ambulanza partiva a sirene spiegate nella notte.
«Testarda fino alla fine, quella là», borbottò Harlan,
guardando la pozza di sangue rimasta sul pavimento. «Vediamo quanto resiste».
L’ambulanza sfrecciava nella notte con le sirene che
ululavano.
All’interno, il corpo massiccio di Terry era stato legato alla
barella, la camicetta gialla ancora aperta sul ventre devastato. I paramedici
lavoravano freneticamente: flebo, ossigeno, adrenalina.
Terry era in un limbo confuso, sospesa tra coscienza e oblio.
La sua mente ottusa e testarda si aggrappava a pensieri
frammentati.
Sto andando in ospedale… bene… bene… ce la posso fare… sono forte… sono un
donnone… cinque buchi in corpo non bastano per ammazzarmi… quella stronza di
Monica non ce l’ha fatta… mi operano… mi rimettono in sesto… poi torno a casa… e
quella troia pagherà tutto… io non muoio… non io…
Un debole sorriso sofferente le increspò le labbra sporche di sangue. Si
illudeva. Nel profondo lo sapeva, ma la sua natura fanatica e arrogante
rifiutava di arrendersi. Chiuse gli occhi, cullata dal rumore delle sirene,
aggrappandosi a quell’ultima, patetica fantasia di rivincita.
Intanto, il commissario Morelli era già sulla scena di un
altro ritrovamento di cadavere.
Monica era stata trovata morta all'interno della sua villa: il corpo riverso sul
pavimento del soggiorno, la testa spaccata contro lo spigolo tagliente di un
pesante tavolo di legno. Sembrava un tragico incidente domestico.
Ma Morelli non era stupido.
Mentre i tecnici rilevavano le impronte, lui riordinava le idee.
«Allora ricapitoliamo», disse al suo vice, accendendosi una sigaretta. «Terry e
suo marito stavano ricattando Monica da mesi. Soldi, probabilmente. Monica si è
ribellata, è andata da loro armata e ha fatto una strage. Sei colpi. Uno al
marito, fulminante, e cinque a Terry: una vera e propria esecuzione».
Si avvicinò alla finestra, guardando il buio fuori.
«Terry è ancora viva, per miracolo. In coma all’ospedale, condizioni disperate.
I medici dicono che difficilmente passerà la notte. Quel donnone ha preso tanto
piombo da ammazzare un toro, eppure resiste ancora».
Fece una pausa, poi continuò con tono più basso: «Monica invece è morta.
“Incidente”. Testa contro lo spigolo. Strano, no? Troppo comodo».
Il commissario schiacciò il mozzicone.
«Terry era una poco di buono. Arrogante, prepotente, ricattatrice. Ma nessuno
merita di finire così: crivellata di colpi, sanguinante come una scrofa al
macello. Monica ha avuto la sua vendetta, però il prezzo è stato alto».
Scosse la testa.
«Un boomerang sporco di sangue. Tutto torna indietro, alla fine».
Prese il telefono e compose nervosamente il numero dell’ospedale.
Il commissario si fece passare il primario di chirurgia, il
dottor Valletti, che era stato svegliato d’urgenza.
«Mi dica di Terry. Quella della sparatoria. È ancora viva?».
Ci fu un lungo sospiro dall’altra parte.
«Per ora sì. È in coma profondo. Abbiamo operato d’urgenza: tre proiettili
nell’addome hanno fatto danni enormi: intestino perforato, emorragia interna
massiccia; e poi ha un rene compromesso. Ha perso tantissimo sangue. La stiamo
tenendo in vita con le macchine, ma…».
Morelli strinse più forte la cornetta.
«C’è una possibilità? Anche minima?».
Il primario esitò.
«Onestamente, commissario… è un miracolo che sia arrivata viva in sala
operatoria. Una donna normale sarebbe morta sul pavimento. Questa qui ha una
costituzione fisica eccezionale, ma il danno è troppo esteso. Se supera le
prossime dodici ore, forse potremo parlare di una chance su cento. Al momento,
però, è destinata a spegnersi».
Morelli rimase in silenzio per qualche secondo, impressionato nonostante tutto.
«Capisco. Mi tenga aggiornato, dottore. Ogni ora, se necessario».
Riagganciò e si passò una mano sul viso.
«Testarda fino all’ultimo, quella là», disse al suo vice.
Fuori, l’alba stava arrivando.
Una nuova giornata, forse l'ultima, su una storia segnata dal
piombo e dal rancore.
ROMA VIOLENTA
di Salvatore Conte (2024)
Mi
ero andato a infognare con questa costosissima troiona del Libano, che a 50 anni
giocava ancora a fare la sbottonata...
Adesso, però, mi aveva stancato.
Non faceva altro che non fare un cazzo.
E di tutto questo se ne vantava pure, su
Fregnacce Romane, Il Venticello e le altre riviste del nostro popolare
quartiere, senza alcuna paura di farsi ritrarre grassa e imbolsita, ma sempre con la sua camiciona
di jeans a scollatura
profonda, perché convinta di piacere comunque, di essere diventata immortale,
che è il sogno tutte le vecchie troie.
Come se non bastasse, sapeva fare
di
peggio:
Layla mi tradiva. Stava con me solo perché faceva la
sultana - tra viaggi, lussi e spese inutili - con i soldi che la tabaccheria
riusciva ancora a garantire, nonostante lei non ci lavorasse più.
«Allenta la camicia e vieni con me al negozio», le dicevo prima di scendere, perché molti clienti, anche
donne, compravano con più gusto quando c'era lei dietro al banco; secondo me, spesso
tornavano solo per rivederla e farsi dare il resto.
Una volta, un ragazzo
comprò tre pacchetti di sigarette a distanza di un'ora circa l'uno dall'altro.
E tornò anche il giorno dopo. E non credo fosse un fumatore tanto incallito. E
poi ci fu quello che giocò al totocalcio, e che tornò poco dopo per l'enalotto,
e ancora più tardi per altre due colonne al totocalcio. E questo qui tutte le
settimane giocava sempre più forte. Forse sognava di portarsela via. Mi
avrebbe fatto un piacere.
Di sicuro questi clienti
si sarebbero serviti altrove, ma con lei al banco compravano soltanto da me.
Layla era una gallina dalle uova d’oro.
«Sono stanca; e poi ho paura. Non leggi i giornali? Le tabaccherie sono
rapinate più delle banche e io non ho voglia di rimetterci la pelle...
altrimenti me ne rimanevo in Libano...».
Di origini nostrane, parlava italiano meglio di me.
«D'accordo,
riposati.
A stasera, amore...», e mi masturbavo
nel bagno del negozio, al solo
pensiero di ritrovarmi una fica del genere dentro casa.
Prestigiosa, zozza, burrosa,
perfino simpatica delle volte, dotata di una sensualità fulminante, di forme
grassottelle e ben tornite, la cinquantenne Layla Dakmak era ancora il
classico donnone fuori dalla portata dei più.
Però quando seppi che mi tradiva nelle stesse ore in cui ero alla cassa senza di lei, rischiando pure
di finire ammazzato al posto suo, beh... allora... persi la testa.
Lei, in fondo, alla cassa sarebbe stata al
sicuro, perché
alla sbottonata libanese chi mai avrebbe osato sparare?
Io invece dovevo stare attento; mentre lei si faceva sbattere a domicilio.
E io ero stanco di tutto questo.
Non l’avrei fatto personalmente, non ne sarei stato capace, ma l’avrei fatto
fare.
Ci vuole coraggio per uccidere.
D'altra parte, ci voleva coraggio anche nel sopportarla; nel vederla viva e
prepotente intorno a me; e nel sopportare me stesso, succube del suo arbitrio,
sottomesso alla sua
dittatura.
Tuttavia non avevo il coraggio di spingerle un coltellaccio nella
pancia. Mi sarebbe sfuggita. Se la sarebbe cavata.
Avrei potuto usare la rivoltella e con quella crivellarla di colpi.
Non quella denunciata, ovviamente. A Roma se
ne trovavano tante senza numero di matricola. Ma non ero sicuro se - dopo aver
visto il primo sangue - avrei premuto ancora il grilletto; se fossi riuscito a
portare a termine il lavoro, una volta cominciato. Lei che si dispera, lei che
non vuole morire... avrei ceduto, e le avrei chiamato un'ambulanza, rovinandomi
per sempre.
Il lavoro, quindi, l’avrei dato a un immigrato clandestino.
A un indiano.
Gli indiani sono avvezzi
ai coltelli.
E doveva avvenire davanti a me, in una rapina finita male, come ce n'erano
tante. Il mio porto d'armi era collegato alla tabaccheria. In uscita di piacere
non avrei potuto difenderla.
Sì… proprio così... avrei appaltato il lavoro.
La portai al cinema, all’ultimo spettacolo.
Davano un film di Maurizio Merli.
Avevo parcheggiato in una zona poco
illuminata; ero abbastanza certo che non avrei trovato un posto migliore e il
destino mi diede una mano.
All’uscita dalla sala volle bere qualcosa. C’era un bar
ancora aperto.
S'era messa la solita camicia jeans da
vecchia zoccolona, sbottonata senza pudore fino allo stomaco.
Nonostante gli anni addosso, era sempre una gran puttana,
niente da dire.
Il barista lasciò gli occhi dentro la
scollatura.
«Ci vorrebbe davvero
un tipo così... lo sai?
Parlo di quel Commissario...».
«Sì, ho capito.
Fra
le tue cosce o in giro per Roma a mantenere l'ordine?».
Forse per la prima volta sospettò che io
sospettassi.
«Un altro...».
Però non poteva certo sospettare che quelli sarebbero stati i suoi ultimi
bicchierini.
«Perché non vai a prendere la macchina?».
«Non è prudente, se rimani sola a quest'ora».
«Ti aspetto qui nel bar, quando arrivi dai un
colpo di clacson».
«Va bene, va bene...».
Mi aveva fregato.
«Salvatò...!», mi chiamò dalla porta. «Hai ragione... facciamo due passi...».
L'avermi dato ragione, anche se per la prima volta da
mesi, le sarebbe costato caro.
«Certo che è buio qui...».
«Anche prima lo era, no?
Stai tranquilla, amore, ci sono
io».
Proprio in quel momento,
l’indiano uscì fuori dall’ombra, con una calza da donna sul volto, e mi ferì una
mano col coltello.
«Dammi il portafoglio! E tu la borsetta!».
Layla si spaventò e cercò di fuggire.
L’indiano le fu addosso, la spinse contro il muro e affondò il coltello...
Lo vidi colpire... una… due… tre… quattro… cin… impossibile contarle tutte! A
ripetizione! Sembrava non fermarsi più! Era
impazzito!
L’ammazzava! La spanzava!
La sbottonata libanese si stava sgonfiando sotto i miei
occhi.
Aveva finito di ridere alle mie spalle, ora
rimaneva uccisa...
Layla continuava a strillare come una
scrofa squartata. Tutte quelle coltellate
non l'avevano ancora stroncata.
E per quanto m’avesse profondamente oltraggiato, mi si raggelò il sangue… L'indiano la stava sbudellando! Bastardo, falla
finita... è la mia donna quella!
Se non m’ero sbagliato, Layla rimaneva uccisa con 23 coltellate in panza!
Un numero impressionante, che mi diceva qualcosa, anche se non capivo cosa, in
quel momento.
Qualcuna frettolosa, poco più d’una puncicata, qualcun altra a tirar via, tipo ‘na
romanella, ma pur sempre 23 coltellate nella panza della sbottonata libanese, Cristo Santo!
Stavo per urlare basta, ma l’indiano ormai si era fermato, e subito dopo
si dileguò
nella stessa ombra da cui era giunto... con il mio portafoglio... e la borsetta della mia donna... quasi
se la dimenticava, quello stronzo!
La zoccolona era seduta a terra contro il muro, a gambe larghe, la bocca aperta e la lingua
arricciata sotto il palato…
«Layla!», strillai, per farmi sentire.
Era sotto shock, ma reattiva: strinse gli avambracci sulla pancia,
mentre cercava di mettermi a fuoco.
Per un attimo mi fece pena.
Si dimenava ancora, ma era all’ultimo ballo. Doveva saperlo anche lei, perché i
suoi occhi avevano paura, una paura che non le avevo mai visto addosso prima
d'allora.
Aveva bevuto da poco, ecco perché le coltellate non l’avevano ancora stroncata.
Ma sapeva di dover morire.
Mi sembrava di vedere le budella schizzarle fuori dalla pancia. Però forse
era soltanto la mia crudele immaginazione.
In ogni caso il destino della mia donna era segnato.
La troiona, tuttavia, si agitava ancora, cercando disperatamente di piegare la sorte,
con le braccia che si aggrappavano alla vita
che le sfuggiva, serrandosi intorno al ventre.
Molto sexy mentre crepava, senza dubbio.
Recitava bene, come le migliori attrici, ma a differenza di queste non fingeva.
{L'ambulanza… ohhh... l'ambulanza…
hh...}, mormorava con voce gutturale, tra i gemiti.
Nonostante tutto, la sciagurata si voleva salvare.
Anche quell'accusa indignata mi ricordava
qualcosa...
«Ma che dici?».
{Non lo dico… a nessuno… ahhh... però… aiutami…
ohhh...
ho paura... Sal... Sal...}, pronunciò due volte il mio nome, era ancora
lucida e manteneva il controllo di sé.
Era decisa a trovare una via di scampo,
anche in quella situazione estrema.
Quel nome, pronunciato senza rancore,
per due volte, quasi a chiedere scusa, mi commosse.
Qualcuno finalmente sopraggiunse, furono chiamati i soccorsi, ma l'avrei fatto
io stesso.
Mi finsi sotto shock, forse lo
ero davvero.
Se la sbottonata parlava, ero finito.
Ma per ora si limitava a gemere, agonizzante, sbiancata in volto e spaventata; aspettava ansiosa l’ambulanza.
Non capiva che era finita. Oppure non voleva ammettere
che qualcosa fosse più forte di lei.
{Perché…?}, farfugliò, con la lingua arrotolata sotto il palato.
Eppure lei lo sapeva il perché, vecchia puttana…
«Era un pazzo violento, Layla. Ma te la caverai…».
Mi fissò con gli occhi sbarrati: se non era già morta, di certo non ne aveva per molto.
L’ambulanza arrivò a sirene spiegate.
La troia fu subito caricata sulla barella. Però, mentre la portavano via, fu
scossa da spasmi convulsi…
Non fu una bella scena.
Se non era già morta, Layla sarebbe morta lungo il tragitto. L’indiano aveva picchiato duro,
a parte qualche romanella; senza farsi spaventare dal
primo sangue, come sarebbe successo a me.
Comunque i portantini l’avevano caricata come niente fosse.
«Salga, dottò... che su' moje
c'ha fretta...».
Sì, non potevo rimanere lì. Ero non solo il marito, o presunto tale, affranto e sotto
shock, ma io stesso un ferito: fu così che mi infilai nell’autolettiga,
mettendomi vicino a lei, per tenere d'occhio la situazione e accertarmi che non
farfugliasse a sproposito.
Per fortuna, a stento di equivoci, l'attaccarono
subito al respiratore artificiale.
«Come sta?».
«L'hanno spanzata de
brutto... nun se campa più al giorno d'oggi...
Ma ce vo' provà a tutti li costi... nun
molla...
Però se dovemo da sbrigà, dottò... oppure ce
crepa dentro l'ambulanza...
C'ha qualche anno su' moje... ma è bona
forte...».
Le presi la mano, lei la strinse: la mia donna
non voleva morire, accettava qualsiasi aiuto.
“Non lo dico a nessuno”, aveva promesso. Finora era stata di parola.
E forse era troppo
tardi per avere la chance di smentirsi.
Però era strano che non avesse parlato subito.
Una puttana come lei non era certo stanca di vivere.
Ma in fondo doveva aver capito che era inutile arrabbiarsi.
Ormai le coltellate erano arrivate.
Poteva soltanto spremersi per guadagnare un
po' di tempo e non fare la figura di quella che veniva caricata sull'ambulanza
con il lenzuolo in faccia.
Mentre l’ambulanza correva all'impazzata,
Layla mostrava ancora qualche segno di vita: nel morire dissanguata, usava gli occhi, non potendo usare la bocca.
Erano
spalancati, atterriti, e cercavano a tutti i costi di farsi rimpiangere...
Io, però, non intendevo cascarci un'altra volta.
Lei sapeva perché moriva scannata.
Gli occhi perdevano la presa, guardavano gelati il nulla, la mano
si staccava dalla mia...
Ormai non potevano più esserci dubbi: la
sbottonata sarebbe
giunta cadavere.
«È morta?!», domandai al
portantino.
Ma fui lei a rispondere,
riprendendo a stringere. Mi aveva sentito.
Nel suo cuore di troia doveva sapere perché moriva
sbudellata, e forse mi stava chiedendo perdono. Lo apprezzai.
Le strinsi la mano con più
convinzione. L'avevo perdonata, nonostante tutto.
O forse si aggrappava semplicemente all'ultimo
appiglio, nel
tentativo di arrivare almeno in ospedale.
Però mi piaceva questa sua voglia di tirarla
per le lunghe, era una puttana dura a morire.
Io sarei morto al solo pensiero di riceverle,
quelle 23 coltellate...
Intanto, fra questi pensieri, l'ambulanza aveva
inchiodato.
Non
era giunta cadavere.
Anche se era chiaro che non l'avrebbe salvata
nessuno.
L’indiano ci sapeva fare.
Sfiancare una donna come Layla non era facile. Ma lui c'era riuscito.
Mentre era sotto i ferri, il Commissario mi raggiunse e mi interrogò.
Non ebbi difficoltà a rispondere. Mi ero preparato a dovere.
Altro che Maurizio
Merli...
quello mi avrebbe preso a sganassoni al primo sguardo.
Nell’aspettare la fatale notizia, ripensai a quando stavo per accoltellarla io
stesso, al colmo dell’ira.
Aveva minacciato di mollarmi, se non le avessi regalato una pietra di cui s'era
invaghita.
«Tu non potresti mai uccidermi», mi disse, sicura di sé, a un
centimetro dalla lama, con le zinne che gonfiavano la
camicia sbottonata.
E rideva tra i denti, sicura che non mi sarei mai privato di una cagna del suo
genere.
«Se devi farlo, fallo qui:
infilzami, trapassami...», e si buttò sul divano,
aprendo le cosce. «Ammazzami, presto! Voglio
sentirmi morire».
Non “perché” voleva chiedermi, ma “come”.
Come hai fatto a uccidermi?
Questo voleva chiedermi.
Facendoti scannare da un indiano.
Ecco come ho fatto.
Ma la colpa sarebbe stata di una città violenta, non mia, né di un
Commissario incapace.
Il mandante era un’intera città; anzi la capitale; a me non sarebbero mai arrivati.
La zoccolona entrò in coma e vi rimase per diversi giorni.
Il referto narrava proprio di 23 coltellate…! Avevo contato bene.
Infine ricordai il significato di quel numero.
Io, tuttavia, non ebbi la sfortuna di imbattermi in un
novello Marco Antonio che sobillasse la città contro di me.
Al contrario.
La Polizia si dimenticò presto di me: una semplice rapina, finita neanche troppo
male, non interessava a nessuno di quei tempi, non faceva notizia.
Era così contenta che tralasciò di serbarmi il dovuto rancore.
Si limitò a tradirmi di nuovo.
Ma stavolta divideva con me i soldi che succhiava ai suoi amanti.
In fondo così mi dimostrava di farlo solo per denaro.
Mica stupida…
Quando si dedicava a me, mi aspettava con la solita
camicia allentata fino allo stomaco, sguardo da cagna e bocca spalancata, come
se la dovessi accoltellare.
Era tornata e si vantava di mangiare, oltre agli uomini, anche i coltelli.
Prima o poi l’avrebbero ammazzata sul serio.
Intanto però era tornata.
E vedeva il totocalcio in maniera diversa.
«Perché?», mi chiese ancora.
Non risposi subito.
«Perché in questa città i dittatori non vivono
a lungo.
A parte te...».
Io me l'ero giocata e lei con due colonne aveva fatto 13.
LA MORTE CHE
UCCIDE
di Salvatore Conte (2024)
«E
di Anna, che mi dici?».
«L'hanno fatta fuori».
«Sei sicuro? Quella non l'ammazzi al primo
colpo».
«Infatti...
Ma io l'ho vista con i miei
occhi, mentre la trascinavano via a peso morto, ammucchiandola con indifferenza sugli altri
corpi.
Senza dubbio s'è mangiata una raffica e le è rimasta sullo
stomaco...
Non ha avuto scampo».
«L'hanno ammazzata
per ucciderla? Per farle la pelle, insomma? O è stato un incidente?».
«Questo non lo so.
Ma posso informarmi».
«Fallo. Voglio
sapere chi l'ha uccisa e perché.
Potrebbero essere stati gli iraniani, o i cinesi; o anche i
russi.
Anna era scomoda; ma lavorava soprattutto per noi.
E cerca di recuperare il cadavere.
C'è chi pagherà per averlo, era una grossa puttana; e tu avrai la tua parte».
Rod Wallace torna sulla spiaggia dove le fazioni somale hanno
ammucchiato i cadaveri, dopo il sanguinoso regolamento di conti.
Il corpo della guerrigliera italiana, però, non si vede.
Nel pieno della sua potenza, era una grossa cessa molto
ambita.
Mimetica sempre sbottonata e due zinne da favola.
Nessuno aveva mai osato toccarla.
«Il corpo non si
trova, è sparito dal mucchio dei cadaveri, ma ho preso informazioni e so con
quale gruppo si muoveva negli ultimi giorni.
C'è stata una contesa tra fazioni e si sono sparati addosso.
Durante la tregua hanno radunato i corpi sulla spiaggia».
«Chi può aver preso il corpo?».
«Questo ancora non
lo so».
«Datti da fare, Rod».
Ancora domande, ancora rischi, ma alla fine - come sempre -
qualcosa salta fuori.
«Pare che il
cadavere di Anna sia stato recuperato dai suoi uomini, i pochi rimasti,
e portato a bordo del loro battello.
Devo proseguire con l'operazione?».
«Certo.
Compralo, prima che lo buttino in mare,
o lo facciano andare a male...».
«D'accordo, ricevuto».
Le acque si sono calmate.
Rod Wallace sale a bordo dell'imbarcazione utilizzata dalla
famosa trafficante negli ultimi giorni.
«E così tu vuoi
vedere cadavere di nostra signora?
Allora tu aspettare...»,
il bianco dei denti è smagliante.
Wallace rimane interdetto.
«Non ce l'avete voi?
Io pago meglio. Qualcun altro ve l'ha chiesto? I
cinesi?».
«È okay... può passare...», interviene un altro
del gruppo.
Wallace viene condotto sottocoperta.
C'è una guardia davanti alla porta di una
cabina.
Sono tutti negri.
«Rod... vecchio
bastardo...».
«Anna...! Questa sì che è una sorpresa...
T'avevo dato per fottuta...».
«Lo sono...».
«Chi è stato?».
«Non lo so...».
La gran puttana è affondata sulla branda, pallida in
volto, la bocca impastata di sangue, diversi
asciugamani sanguinolenti sulla pancia, e le mani pressate sopra.
Wallace aggiunge d'istinto la sua.
«Senti, Anna... devo comunicare con il contatto».
«Che vogliono...».
«Il tuo cadavere...
E per il momento, gli farò credere di averlo».
«Okay... ma dopo... torna qui... ne ho per poco...
ho paura...».
«Torno subito».
Wallace torna sul ponte e chiama con il
satellitare.
«Allora... hai
recuperato il corpo?».
«Sì, ce l'ho fatta».
«In che condizioni
è?».
«Ottime».
«Bene. Conservalo al
fresco, se ti riesce. E manda qualche foto appena possibile».
Wallace chiude la comunicazione e ritorna dalla
mercenaria.
«Quando ti ho visto portare via, sembravi morta stecchita...».
«Un colpo... ha
sfiorato la spina...
Ero tramortita...».
«La fortuna ti ha protetto, Anna. Te la caverai...».
«Rod... sai usare... la maschera...
dell'ossigeno...?».
«Penso di sì».
«Voglio... farmi un giro...».
«D'accordo».
Wallace l'accontenta subito.
«Va meglio?».
«Un po'...».
«Hai paura?».
«Sì... ho paura...», gli occhi guardano lontano,
«si vede... vero...».
Ma... la morte che uccide... quella... fa paura...».
«E che tipo di morte
sarebbe? La morte uccide sempre, no?».
«No... mi hanno
sparato... e mi hanno ammazzato... ma non sono morta...
La morte che uccide... invece... non puoi fermarla... non ti lascia scampo...».
«E tu hai paura che
stavolta la morte ti uccida, non è vero, Anna?».
«Rod... io... non
sono... una stupida...
Non hai idea... dei buchi... che ho in pancia...»,
la donna abbassa lo sguardo sugli
asciugamani insanguinati. «Ma non sono finita... finché non crepo...».
«Giusto modo di pensare».
«C'è una
complicazione».
«Di che si tratta?».
«Il cadavere è
ancora caldo...».
«Che diavolo significa?».
«Anna è stata
ammazzata, ma non uccisa».
«Senti, Rod... non
ho tempo da perdere, sputa il rospo».
«È quanto mi ha detto lei stessa.
È stata colpita a morte, ha preso una raffica in
pancia, ma non è ancora
crepata».
«Cosa?!
Ma... se non è morta... è stata visitata da un
medico?».
«Non c'è molto da fare, lo sa anche lei, è
preparata».
«Anna non se lo merita, è una combattente.
Mando un elicottero con adrenalina e plasma».
«Non credo ce ne sarà il tempo, comunque tanto
vale provare».
«Tu falle credere di potercela
fare, capito?».
«D'accordo».
«Lo so che hai paura, mi dispiace.
Fatti un goccio di quello buono...», le porta
alle labbra la fiaschetta del whisky.
«Sei carino... con me... Rod...».
«Sei una bella donna, Anna; una di quelle che sembrano
non nascere più».
«Sei bravo... a distrarmi... mentre crepo...».
«Stai calma... i tuoi buchi non saranno facili da gestire... ma una come te ci
può provare...
Il contatto manderà un elicottero con un kit di
emergenza...
Le gambe... te le senti?».
«Sì... ce l'ho...».
«Bene, fatti un altro giro...».
Wallace aggiorna il contatto.
«La maschera dell'ossigeno non basta più.
Che fine ha fatto l'elicottero?».
«Negativo, ci sono problemi. L'elicottero deve raccogliere una priorità
superiore.
Ritorniamo all’obiettivo iniziale: il cadavere
e informazioni sui mandanti».
«D’accordo, procedo».
Wallace torna in cabina.
«L’elicottero ha avuto problemi, arriverà in forte ritardo, mi dispiace, non
dipende da me, lo sai.
Hai idea del perché ti abbiano sparato?».
«Ti sei... risposto... da solo... Rod…».
«Che vuoi dire?».
«Cominciavo… a essere ingombrante… sapevo troppo…
Hanno deciso... di fottermi… e di azzerare... il mio gruppo…».
«Vuoi dire che...?».
Rispondono delle raffiche di mitraglietta da un motoscafo che si
avvicina a forte velocità.
Adesso spari ravvicinati, il nemico è a bordo.
È una donna quella che fa irruzione in cabina,
pistola in pugno.
Punta dritto su Anna e sta per saldarle il
conto.
«Ehi...».
BANG
BANG
Wallace la fa voltare e le mette due palle in corpo.
La riconosce subito.
Si chiama Luciana Paluzzi, un'altra bella
mercenaria, un'ex attrice di film d'azione che c'ha preso gusto.
«Coglione... mi vuoi ammazzare...?».
«Lo sai, tu, cos'è la morte che uccide, Luciana?».
La grossa troia, ingobbita in avanti, lo fissa inebetita.
Gli spari, intanto, si spengono.
Wallace blocca la porta.
«Stronzo...», la sicaria scivola lungo la
parete della cabina, con le braccia strette intorno all'addome.
«Ascolta, Luciana...
Se non vuoi che la morte ti uccida, devi
collaborare.
Noi tre dobbiamo metterci d'accordo.
Ma intanto sono io il capitano di questa
bagnarola».
E mentre la Paluzzi è costretta a pensarci su, Wallace controlla che l'ammazzata non sia rimasta uccisa.
E tira un sospiro di sollievo.
CHI HA UCCISO LA NUMERO 80?
di Salvatore Conte (2024)
Il
pesante corpo della Numero 80 viene trascinato per i talloni fino alla porta
del suo appartamento.
Le braccia della monumentale incarnazione di Frigga, moglie di Odino, si
allargano inerti, allineandosi sopra la testa.
Nonostante il gran fisico, c'è rimasta secca.
«Per favore, Numero 66, facciamo in fretta: il Numero 2 la desidera ancora calda».
«Naturalmente,
Numero 11: con il taxi faremo in un baleno».
La Numero 80 viene caricata lunga sul sedile posteriore, accanto al Numero 66.
Il
taxi riparte e - azionando il clacson - il conducente fa scansare i
concittadini che affollano la via principale del Villaggio.
«Largo,
largo... fate passare, per favore...», con una mano a
gesticolare fuori dall'abitacolo.
L'esecuzione è
avvenuta in pieno giorno.
La Numero 80 è stata liquidata da una coppia di sicari, che le hanno esploso
contro diversi colpi di rivoltella.
«Che volete fare?! Per favore... NO!», le ultime parole, prima di essere raggiunta
dalle pallottole.
I colpi sono stati reiterati, ribaditi, mirati a squagliarle il grasso nella pancia, senza far
danni alla struttura intorno.
La Numero 80 - per qualche istante -
è sembrata rimanere in piedi,
lo sguardo deciso, nonostante i
colpi d'arma da fuoco l'abbiano raggiunta in pieno; poi, però, le
gambe hanno ceduto improvvisamente, come se il pavimento si fosse aperto sotto i suoi
piedi; gli occhi della Numero 80 si sono fissati sul soffitto, la bocca
aperta in un'espressione di assorta meraviglia. È stata sorpresa nella sua
comoda abitazione all'interno del Villaggio.
La bella Numero Ottanta
- chiamata anche Frigga, per la somiglianza, a grandi linee, con la moglie di Odino - con
il suo sguardo penetrante, il sorriso sfuggente, le forme procaci, la tanta... carne e il grasso vellutato che le
riempivano la camiciona sbottonata da grande stronza, aveva reso succubi e
tributari numerosi... concittadini; il Pallone guardiano,
il grande globulo bianco, il Rover, non l'aveva mai intercettata, perché Frigga
non aveva mai cercato di fuggire: il Villaggio le piaceva e stava diventando il
suo Regno. Il
Numero 2 era stato chiamato dal Numero 1, ricevendo precise istruzioni.
Questa la fine della
Numero 80.
Giunta in taxi presso la
prestigiosa Green Dome, sede del Numero Due, viene scaricata e trasportata dentro a braccia.
«Accidenti, quanto
pesa!
È proprio morta, poverina...».
«E in più
c'è tutto il piombo che ha incassato».
I due
vanno diretti in camera da letto.
E vengono congedati
all'istante.
«Finalmente...».
Il Numero 2 si dà subito da fare.
Il corpo è ancora caldo, come voleva, e lui pronto, come sperava.
«Fantastico...».
Affonda i colpi contento.
«Per favore... no... no...», il timbro gutturale.
Il timbro della Numero 80!
«Che cosa...?!», benché eccitato da morirne, il Numero 2 si ferma, impietrito, e
si sfila.
«Non sei ancora morta...?!».
È costretto a finire di mano.
«Quegli
idioti...», ha appena ripreso fiato. Chiama
l'ospedale del Villaggio e chiede un taxi-ambulanza, ossia un taxi con rimorchio
usato per il trasporto di feriti, malati e salme.
C'è
un'autopsia da eseguire.
«Numero 80... se non crepi... ti faccio rimettere a posto...
Ma dovrà rimanere un
nostro segreto... capito?».
Giunta
all'ospedale, la Numero 80 viene trasportata nella sala delle autopsie.
Il Numero 2 se ne
occupa personalmente.
«Teledottore,
eseguire autopsia sulla Numero 80».
Rispondendo alla voce
del Numero 2, diversi bracci meccanici entrano in funzione, agitandosi intorno
al corpo di Frigga.
{Negativo.
Autopsia richiesta in contrasto con protocolli operativi.
Numero 80
non risulta deceduto}, una voce metallica risuona nella sala.
«Teledottore,
calcolare probabilità del decorso medico».
{Probabilità di decesso: 94,0%.
Probabilità di sopravvivenza...}.
«6%,
ovvio»,
il Numero 2 anticipa la risposta.
«Teledottore,
analisi dei colpi fatali».
{Presenza
di ferita d'arma da fuoco in corrispondenza di: stomaco.
Presenza di ferita d'arma da fuoco in corrispondenza di: fegato}.
«Teledottore,
rimani in attesa di istruzioni».
{Ricevuto}.
Il Numero
2 si rivolge alla Numero 80.
«Almeno due colpi
non ti lasciano scampo, hai sentito?».
Frigga annuisce.
«Io...
io... ho paura...».
«Il
Teledottore non sbaglia mai. Sei rimasta uccisa, Numero 80; anche se con un
leggero ritardo sul programma».
«No...
il 6... il 6... Numero 2...».
«Già, è vero...
Teledottore, eseguire
protocollo di valorizzazione delle probabilità di sopravvivenza».
{Ricevuto}.
"La
Numero 80 rimane uccisa": è il titolo principale del Tally Ho, il giornale del
Villaggio in edizione straordinaria.
"Un'esecuzione a colpi di rivoltella. I sicari non le lasciano scampo. Il corpo,
gonfio di piombo, è stato trasportato all'Ospedale per l'autopsia di rito".
Allorché il Numero 6
legge la prima e unica pagina del giornale, chiama un taxi e si fa condurre
all'ospedale.
In molti - in effetti
- devono aver visto, ma nel Villaggio "a still tongue makes
a happy life".
Va diretto in sala
autopsie e incontra chi voleva.
«Che
bisogno c'era, Numero 2!», con la tipica aggressività del suo
predecessore. «Di sicuro lei sa chi l'ha fatta fuori, e perché!».
«Mi meraviglio di lei, Numero 6.
Non è degno di lei prestar fede al Tally Ho...», il
Numero 2 ricambia l'irruenza dell'interlocutore con divertiti toni sibillini.
Il Numero
6 si avvicina al lettino e la osserva.
«La volpe non è
ancora morta. E questa non è un'autopsia.
Tuttavia... se ciò non rimanesse un segreto ben custodito... chi l'ha uccisa
potrebbe riprovarci.
Mi
comprende, Numero 6?».
«Mi
fermerò qui per un po', allora. Mi fingerò malato».
«Molto
bene, Numero 6. Io andrò a organizzare i funerali.
Teledottore, aggiornare le probabilità di sopravvivenza».
{Probabilità di sopravvivenza: 8%}.
«Bene. Proseguire con il protocollo di
valorizzazione delle probabilità di sopravvivenza.
Il Numero
6 è autorizzato a impartire istruzioni in mia vece».
{Ricevuto}.
BIP-BIP-BIP
Suona il
telefono rosso: il Numero 2 lo porta sempre con sé.
È il Numero 1: non può essere nessun altro.
«Tutto
finito, Signore.
Sì,
certamente, Signore... l'operazione è conclusa, i sicari non hanno risparmiato
piombo, l'obiettivo è deceduto quasi sul colpo.
Sissignore. Certamente. Sissignore».
La
comunicazione è conclusa.
Il Numero
2 è perplesso.
«Qui mi
gioco il numero, Numero 6...».
«Chi è il
Numero 1?».
Il capo
del Villaggio lo osserva, abbassa gli occhi, e se ne va.
«Io so
chi è il Numero 1!
Frigga...
chi è stato?», un attimo dopo si rivolge alla donna agonizzante sul lettino
d'ospedale. «Ti hanno fritto, non vedi, non capisci?», i toni non sono gentili.
La Numero 80 ha subito
un'anestesia locale, è in grado di parlare.
«Due
numeri... hanno sparato... diverse volte... ho avuto paura...».
«Ci credo... quali numeri?».
«11...
e 66...
Non mi terrai rancore... per quella volta...».
«No, non
ti preoccupare; acqua passata».
«Io... io...
al
Villaggio... ci sto bene...
A parte il piombo... che ho... sulla pancia...».
«Insieme
a te ci starei bene anch'io...».
«Io... non so se...».
«Altrimenti?».
«Potrei... essere tua... Numero 6...».
«Ci sarà un nuovo Numero 2, Frigga.
E tu dovrai stare molto attenta,
abbottonarti il camicione e passare inosservata.
So che
non sarà facile».
«Forse...
mi serve... un numero... accanto...».
«Il 6, Frigga, il 6».
LO SCERIFFO
di Salvatore Conte (2024)
«Rentcar
ha parlato: grido di aiuto da carro di ferro. Fermato in Gola di Puma».
«Ferro? Credo sia plastica.
Il grido d’aiuto è un Sos automatico?». «Lingua Dritta ha parlato».
«Andiamo a vedere. Prendi i cavalli».
John Vernon è lo Sceriffo della Contea, Luna Tagliente il suo unico vice, due
penne che pendono dall'orecchio.
La strada s'inerpica tortuosa nel deserto; è una semplice pista di sabbia,
delineata più da cactus che da cartelli.
Escursionisti, ciclisti, automobilisti, variamente sprovveduti, sono sempre più
frequenti.
Niente li spaventa, nemmeno i cartelli che segnalano la presenza del puma.
Troppo forte il desiderio di fuggire dal progresso.
«Ci siamo...».
Lo Sceriffo avvista l'auto: ha perso la carreggiata e si è capovolta; una persona è
a terra nei pressi del veicolo.
Smonta da cavallo e scorge il maestoso puma che troneggia sulla cresta di roccia.
Puzza di benzina non ce n'è, può lasciarla dov'è. Lei sente la sua presenza e spalanca gli occhi
chiari.
«Sente dolore, signora?».
«Lei... è un poliziotto... sia ringraziato il cielo».
«Sono lo Sceriffo.
Si sente bene?».
«Io... io... ho bevuto... solo un goccio...
Mi farà l'alcol...test... Sceriffo?».
L'aiuta a tirarsi su, sembra non avere niente di rotto.
«Già, l'alcol-test...
Luna Tagliente, vallo a prendere...».
L'indiana torna con la borraccia.
«Su, beva un goccio, le farà bene...».
«Ma così... mi arresterà... superre... supperro... insomma... rischio di
supperrare... il limite... consentito... dalla legge...».
«Signora, siamo nella Contea di Hot Water.
Qui la legge sono io.
Sono io a decidere se qualcuno ha bevuto o no, e sempre io a decidere se lo
abbia fatto per un valido motivo, oppure no.
Non sarà certo una fottuta macchinetta cinese a deciderlo, non nella mia Contea,
almeno. Non è vero, Luna Tagliente?».
«Sceriffo parla con lingua dritta».
«Sentito?».
«Beh... io... ero un po' giù... Sceriffo... e ho bevuto un goccio... per tirarmi su...
Non avrei dovuto farlo... lo so... ma questo... paesaggio... mi ha fatto perdere la
testa...».
«È un valido motivo, signora».
«AAAHHH...!», la signora ha inquadrato il puma. «Quella bestia... avrebbe potuto
uccidermi...».
«Quel puma l'ha protetta dagli sciacalli».
«Cosa? Ha protetto me? Ma se neanche mi conosce...
E perché l'avrebbe fatto?».
«Un puma tiene fermi mille sciacalli.
Non si fa forte del numero, non conta gli avversari.
È lo Sceriffo di questa regione».
«Però...
Posso sapere perché quella poliziotta... porta delle penne in testa...
come un indiano nei film?», la donna gli sussurra all'orecchio.
«Perché è un'apache, signora».
«Un'apache?!».
«E a me non serviva un apache con un cappello da cow-boy in testa.
Certo, il Governatore ha avuto da ridire, ma io ho deciso così.
E io sono la legge, nella mia Contea.
Luna Tagliente è in gamba, anche se è un muso rosso».
«Lei chiama un suo dipendente “muso rosso”...».
«Signora... per me un negro è un negro, e un muso rosso è un muso rosso.
E poi non è un dipendente, è il Vicesceriffo della Contea.
Luna Tagliente non dipende da nessuno. Se non rigassi dritto, mi scalperebbe in
meno di un minuto.
Per questo l'ho assunta.
E ne cerco un altro.
2.000 dollari al mese.
Ma niente curriculum.
E non mi basta che mi centri una bottiglia da duecento metri.
Lo faccio annusare a Occhi di Giada e mi faccio dire che ne pensa».
«Occhi di Giada... una squaw indiana, suppongo».
«No, un puma femmina.
Ha occhi come i suoi, signora».
Risponde con una smorfia divertita.
«Mi dica... questi puma... non sono pericolosi? Nessuno li caccia?».
«Nella mia Contea, per chi caccia il puma c'è il capestro, signora.
Vivono su questa terra da molto più tempo di noi, sono un'unica cosa con questo
paesaggio, e che io sia dannato se permetterò a un fottuto delinquente di dar
loro fastidio».
«Lingua Dritta ha parlato».
«Lingua Dritta è lei, Sceriffo?».
«I musi rossi mi chiamano così.
Amministro la giustizia nella loro Riserva».
«Allora lei è Sceriffo e anche Giudice».
«C'è forse differenza?».
«Di solito sì. Dunque lei potrebbe non solo arrestarmi, ma anche
condannarmi...».
«Già, dovrei condannarla all'ergastolo, da scontare nella prigione della Contea.
Ma poiché non ravvedo colpe nel suo maldestro comportamento, mi vedo costretto a
rilasciarla».
Sorride.
«Sceriffo... lei è un uomo così autorevole, eppure si fa incantare dagli occhi di una
donna?».
Una lunga pausa.
Un sospiro.
«Sono uno Sceriffo. Niente di più, signora».
«Anna. Mi chiamo Anna Frazer, e vengo da Boston. Non mi ha nemmeno chiesto la
patente».
«Nessuna patente al mondo potrebbe dimostrare che lei sia
una buona guidatrice; perciò non mi serve vederla».
Lo guarda stupita.
«Sceriffo... lei e la sua vice mi avete salvato la vita, questa è la verità.
Mi dispiace aver creato un tale problema.
E le sarei grata se potesse darmi un passaggio con la sua macchina di servizio
alla più vicina agenzia di noleggio auto».
Vernon fa un cenno al suo vice.
«Naturalmente. Non penserà che la lasci qui, no?».
Quando vede i cavalli, la Frazer rimane basita.
Scuote leggermente la testa.
«No... questo no... io non ho confidenza con gli animali...».
«Dietro di me non le accadrà nulla.
Luna Tagliente l'aiuterà a montare».
«Vada piano, la prego».
«Lei si stringa forte».
«Non c'è bisogno di dirmelo...».
Dopo non molto si fermano, è calata l'oscurità.
Luna Tagliente accende il fuoco.
«Come si sente?».
«Sono un po' stanca, ma è stato emozionante cavalcare.
In fondo ero qui per fare qualcosa di diverso.
Sceriffo... questi sono 200 dollari per il carro attrezzi. Sono sufficienti?».
«Li tenga, all'auto penserà il vecchio Jack».
«Il vecchio Jack...».
«Non riuscirei mai a rifilargli un dollaro.
Non mi guardi così.
Si usa così da queste parti.
Chi prende soldi dallo Sceriffo è considerato alla stregua di un usuraio.
È gente che è rimasta molto indietro.
Se la può consolare, non prenderebbe soldi nemmeno da lei».
«E come fa a dirlo?».
«Lo dico perché lo conosco. Jack Stanton è un bravuomo. E se lei avesse un
problema, lui si farebbe in quattro per aiutarla.
Lo Sceriffo deve conoscere tutti.
Qui le persone non hanno codici fiscali. Hanno una reputazione».
«Quell'ascia è molto bella, è sua?
È il tomahawk che mi ha regalato la tribù di Luna Tagliente.
È l'arma dell'ultimo giudizio, perché per un uccidere con un tomahawk non basta
premere un grilletto. Tutta la mano deve volerlo. E anche il braccio.
Insomma, devi volerlo davvero, stai condannando a morte il tuo nemico. È come il
martello dei nostri giudici. Il movimento è secco, coordinato, la decisione è
presa: due culture tanto diverse, gli stessi gesti.
Comunque con questo arnese, il qui presente muso rosso può dividere una
zucca in due parti uguali a cinquanta metri di distanza, sotto la luce della luna.
Una zucca, o una testa. O le due cose insieme.
Forse il suo nome le dice qualcosa, adesso».
«E tutte quelle medaglie sull'uniforme? Cosa rappresentano?».
«Solo cianfrusaglie, le danno a tutti».
«Viso pallido parlare con lingua biforcuta, signora».
Le tira un sassetto.
«Lo sai che non devi contraddirmi, sporco muso rosso».
«Lingua Dritta salvato molte persone, musi rossi, negri, peones.
Ma io paura quando lui arrabbiato».
«Smettila, o spaventerai la signora».
Si gira, la Frazer si è addormentata. Vernon si allontana un po', si trova una roccia e si siede, guardando lontano,
nel buio;
il tomahawk dietro la schiena.
Si volta intercettando un'ombra.
«La disturbo, Sceriffo?».
«John. Mi chiamo John Vernon, e sono di queste parti.
Credevo stesse dormendo...».
«Ho pensato che una notte così andasse passata come sta facendo lei, guardando
lontano...».
«Lei è una donna molto strana, signora Frazer.
Come le ho detto, anzi come lei stessa ha notato, sono uno Sceriffo, niente di
più».
«Come direbbe la sua vice, lei parla con lingua biforcuta...
Non sono più molto giovane, ma so di essere ancora piacente.
C'è qualcosa di male in questo?».
«Davvero niente».
«Non vorrei sbagliarmi, ma la sua solitudine si percepisce lontano un
chilometro.
Lei ama la natura selvaggia, gli animali, le culture diverse dalla sua, lo
spirito che anima tutte le cose.
Non può stupire quindi che a lei manchi qualcosa che racchiuda tutto questo in
un'unica, perfetta espressione.
Forse in città avrei aspettato mesi per fare un discorso così, ma in
questo santuario le parole vengono da sé.
Forse, però, ho parlato troppo».
«Se si parla dritto, non c'è male nelle parole».
In quel momento sembra che dal deserto risuoni l'armonica.
Ma non è un sogno.
Luna Tagliente sta suonando.
Conosce a perfezione il capolavoro di Bob
Dylan, una nota dolente di gioia, che invita a non arrendersi, a stringersi
insieme, a ravvivare il fuoco nel bivacco, in mezzo alla prateria, al centro
delle tenebre.
Basterà questa canzone e la voglia di
cavalcare insieme.
Sugli occhi verdi scivola la rugiada.
A occhio e croce ha più di cinquantanni, ma è ancora nel
pieno di una
stravolgente, raffinatissima bellezza. Come un fiore che a dispetto delle
stagioni
rimane fresco, la Frazer fa sospettare che il tempo
non sia per tutti uguale.
Non è l'alba, è mattino inoltrato quando Anna riapre gli occhi.
«Ma è tardi... state aspettando me... ero molto stanca, scusatemi».
Luna Tagliente le porge una tazza di caffè caldo.
«Perché la sua vice non parla quasi mai?».
«Gli apache non danno importanza alle parole, men che meno alle nostre».
«Anche in quella canzone ci sono poche
parole».
«È vero, tutto il resto lo dice la musica.
Se la sente di tornare in sella, signora Frazer?».
Passa una coppia di ciclisti.
Passa la sabbia sotto gli zoccoli.
Luna Tagliente indica l’orizzonte.
Lo Sceriffo si ferma e prende il cannocchiale.
Un folto gruppo di avvoltoi volteggia sulla prateria, ai limiti del deserto.
«Devo andare a controllare, signora Frazer.
Luna Tagliente la accompagnerà in paese».
«Non credo sia prudente separarsi dal suo
vice. Le sono così d’impaccio qui dietro?».
«Dovrebbe chiederlo al vecchio Black».
«Il vecchio Black...».
Un nitrito risponde.
«Un altro che si farebbe in quattro per aiutarmi,
scommetto».
«Si occupa di
qualcosa nella vita?».
«Sì, di non farmi pestare i piedi».
«Questo sarà utile.
Luna Tagliente, dalle una stella.
Non voglio comuni civili tra i piedi quando lavoro.
Tu, ragazza di campagna, le insegnerai quello
che sai, e tu, Frazer - che vieni dalla città - insegnerai a lei come
sopravvivere nelle condizioni più estreme.
Sei in prova, ragazza, non
dimenticarlo».
E con un colpo di sperone, sferza il vecchio
Black e le reni di Anna, lanciandosi lungo il pendio.
Il bestiame di Wilcox è stato avvelenato, le
solite vecchie storie.
La Frazer ha imparato a cavalcare e a sparare.
È una dura, la città l’ha resa forte.
Quel giorno lo Sceriffo è nella Riserva, Luna
Tagliente a tradurre una detenuta nelle prigioni dello Stato, e Frazer di servizio
in paese.
Quel giorno si spara.
Una banda di narcotrafficanti fa una scorribanda a Hot Water.
Arriva la chiamata d’emergenza, ma la Riserva non è dietro l’angolo.
Lingua Dritta si scusa con i Capi e sferza il vecchio Black.
Sul posto c’è anche il Sindaco, una brava persona; non c'è Anna, ma sempre
meglio di ritrovarla a terra.
Lui, però, si fa raccontare i fatti dal vecchio Jack, che oltre ad essere una
brava persona, ha la semplicità di chi lavora e non frequenta i politici.
«Hanno ammazzato Bill e fatto il colpo. E preso Anna e Amabel, la figlia della
signora Carson.
Erano una ventina, su quattro o cinque pick-up. Hanno sparato con fucili
mitragliatori. Senza lo Sceriffo, nessuno se l’è sentita… beh…», con una
vergogna oggi sconosciuta.
«Non si poteva fare niente, Jack».
Scuote leggermente la testa, non è convinto, qualcosa non gli torna.
«Sono andati in direzione del confine», conclude; mancava solo quello.
Poche informazioni, semplici e chiare, nello stile di una volta.
«Jack, portala al Sindaco».
Anche Luna Tagliente è rientrata, e in quel momento si sfila la stella e la
lancia allo Sceriffo.
«No, tu no.
Perderai il posto.
Questo compito spetta solo a me».
Negli occhi dell’indiana la totale indifferenza a quelle parole.
«Luna Tagliente prendere scalpo o morire».
«Tu non prenderai niente, idiota!».
Quella, però, è già partita per l’Ufficio.
«Anche questa.
E non far muovere nessuno. Non servirebbe a niente.
Di’ alla mamma di Amabel che faremo il possibile».
«Sissignore».
Vorrebbe aggiungere qualcosa, ma quando gira la testa, lo vede a cinquanta
metri, diretto all’Ufficio, dove presumibilmente farà ricorso all’armeria.
«Idiota! Non dovevi sparare!».
«E perché? Chi ce lo ha impedito?
L’abbiamo fatto anche a Rock Spring…».
«Non tutti i posti sono uguali, idiota!
Vi avevo detto che dovevamo prendere i soldi e basta.
Mettere pressione agli sceriffi della zona e
fare uscire fuori chi ci ha fregato a Tres Cruces.
Pedro: tu e i tuoi uomini rimarrete indietro e controllerete la pista».
«Ma capo… i federali ci metteranno giorni a organizzarsi e noi siamo quasi alla
frontiera…».
«Non ci sono solo i federali, imbecille.
Fai come ti dico o t’ammazzo.
E voi state lontano da quelle due, cabrones!
Ci salveranno le chiappe, se qualcosa dovesse andare storto».
«Ma cosa potrebbe andare storto, con questi?», e mostra, sicuro di sé, il fucile
mitragliatore.
Sono prontamente scattate le indagini della
Polizia di Stato sulla rapina che è costata la vita all’impiegato postale di Hot
Water, Bill Walker.
Proprio in questo momento, purtroppo, Sceriffo e Vicesceriffo di Contea
risultano dimissionari.
Se venisse confermata l’ipotesi del rapimento di due donne, interverrà anche
l’FBI. Mentre, qualora le tracce portassero in Messico, scatterebbe subito la
rogatoria internazionale.
Secondo talune indiscrezioni, l'impennata di
rapine registrata negli ultimi mesi sarebbe da ricondurre al colpo presso la
banca di Tres Cruces, in cui la piccola filiale è stata alleggerita di una cifra
enorme, ritenuta provento del narcotraffico.
E passiamo ora…
È la televisione dell’unico saloon di Hot Water.
Gli sguardi bassi.
Non si poteva fare niente.
«Luna Tagliente fatto segnali a gruppo di
idioti, con tavoletta che brilla», è un raro momento di pausa, per far rifiatare
i cavalli e osservare il territorio.
«Hai fatto bene. Due idioti sono già molti.
Mandali via.
Non è più tempo d’ombre rosse.
Siamo quasi in Messico, se quella nuvola di polvere è la loro, ci passeranno
sotto il naso tra non molto: un pick-up che passa sopra le pietre lo devono
ancora inventare.
Si sentiranno al sicuro e si sbronzeranno».
«Lingua Dritta ha parlato».
«Devono avere un covo poco oltre il confine.
Per prima cosa si spartiranno i soldi».
«Lingua Dritta ha parlato».
«Ma noi li aspettiamo alla Gola del Puma, dove un winchester può tenere fermo un
reggimento.
Vamonos».
Cavalca con occhi vuoti.
A stento nota il braccio teso di Luna Tagliente.
«Grande Signora non appare a tutti».
L’aquila volteggia in cima alla gola. Sembra aspettarli. It's getting dark, too dark to see.
That cold black cloud is comin' down.
Il sole è ancora alto, ma intorno a lui si fa ombra.
Il bandito sta per sparare.
Lui ha un solo tentativo.
Punta il fucile.
Non può sbagliare.
BANG
E invece sbaglia.
Lo Sceriffo ha bevuto il veleno da cui non si fa ritorno, che non conosce
antidoto, che gli fa sbagliare cose che per lui sarebbero facili.
Con la coda dell’occhio vede Luna Tagliente tingersi il volto in piena corsa,
sfrenata come soltanto una guerriera apache può essere quando affronta la morte.
Forse è meglio che non sia riuscito a
convincerla.
I pick-up sono quattro.
Il fondo della gola è cosparso di chiodi a quattro punte.
Urla di disappunto si alzano dai veicoli, moltiplicandosi sui ripidi crinali.
Il primo pick-up si ferma non lontano da un saguaro contro cui è stato affisso
un foglio di carta.
Quando le voci si placano, suona l’armonica.
«E questa musica, che cazzo è?», esclama l’autista del capo.
«Non conosci Bob Dylan, idiota!?».
È il segnale per Anna.
Siamo venuti a prenderti.
Le pareti sono quasi a picco, l’eco è ripetuto mille volte, impossibile individuare
l’origine del suono.
«Vallo a prendere», gli indica il foglio.
«Ma…».
«Muoviti…», gli ha già puntato la pistola alla tempia.
E quello - anche se riluttante - va.
«Leggi».
«Tu il dinero, io le donne e chi ha sparato a Bill. E non ci facciamo male. Vai
avanti a piedi e lascia il resto sul posto. Lo Sceriffo di Hot Water.
Ma che cazzo vuol dire?».
«Figlio de puta… anche il giorno in cui doveva stare in mezzo ai musi rossi...
Passa il megafono, muy rapido…
CABRONES, APRITE LE ORECCHIE!
SIAMO SOTTO TIRO, NON FATE CAZZATE!
HO FATTO UN PATTO.
ANDREMO AVANTI A PIEDI, CON TUTTI I SOLDI, E NON SUCCEDERA’ NIENTE.
LASCIATE LE DONNE DOVE SONO.
FUORI, CABRONES!».
Si radunano intorno al pick-up di testa.
«Paco, vieni qui».
«Che c’è, capo…».
«Comincia a correre… da quella parte…», indicandola con un breve cenno della
testa.
«Ma… ma…», e - anche se riluttante - comincia a correre.
BANG
BANG
Fa solo pochi passi e il capo gli spara alla schiena.
«Ecco che succede a chi fa cazzate, cabrones!
Vamonos…».
Se ne vanno.
Sono tanti.
KABOOM
L’esplosione è un semplice avvertimento.
Non tornate indietro.
Non sono solo.
Il capo della banda lo ha capito subito.
Anna è già in groppa a Black.
Non le ha detto nemmeno una parola.
Stava tutto in quello sguardo.
«Prendo questi…
Scusi, mi sente?».
Il gestore dell'emporio rimane incantato sulle telecamere di sorveglianza.
Due cavalli sono entrati nella main street del paese.
Vanno a passo lento.
Hanno battuto sentieri selvaggi.
«Scusi, ma dove va?», il cliente è di passaggio.
Ai lati della main street tutto si ferma.
«Ma chi sono?», domanda il cliente al gestore, dal marciapiede.
«È lo Sceriffo».
«Lo Sceriffo? Io non vedo nessuna stella…».
«Bastasse quella…».
Un vecchio si alza a fatica dalla sedia a dondolo e si porta in mezzo alla
strada. Si regge in piedi con un bastone. Nell’altra mano ha una busta. Forse è
il più anziano del paese.
«Maledetta artrite…».
«Ci vuole altro per metterti ko, Fred».
«Giovanotto… il Sindaco di questo posto mi ha lasciato qui ad aspettarti.
Io non so perché non l’abbia detto a qualcun altro».
«Fanno lavorare sempre gli stessi, Fred».
«Mi ha detto… che hai perduto queste…».
Gli allunga la busta, ma lui non la prende.
«A me farebbe piacere che tornassero al loro posto…
Alla mia età non sai mai quello che può succedere.
John… vecchio demonio… vorrei che tu la riprendessi subito».
La prende.
E se la mette, lanciando l’altra a Luna Tagliente.
«Grazie, Fred.
Cerca di riguardarti, perché non so se ne verranno altri.
Che fine hanno fatto gli uomini come te?».
«L’artrite… se l’è portata via l’artrite… maledetta artrite».
Dietro di loro, il pianto di gioia della signora Carson, che riabbraccia la
figlia.
Una scena d’altri tempi.
Nuovo successo per la Polizia dello Stato, le
cui serrate indagini hanno portato al rilascio delle due donne rapite nella
Contea di Hot Water.
In caso di necessità, rivolgetevi con fiducia al numero di emergenza in sovraimpressione,
attivato per far fronte all'emergenza rapine.
«Diablo! Mi voglio segnare quel numero… in caso di necessità…», esclama ironico il cantinero messicano dell’unico saloon di Hot Water. «Però
hanno una bella fantasia quelli lì,
Sceriffo…».
«Beviamoci sopra, Pancho.
La verità ha sempre sei colpi. E non sbaglia mai».
«Salud!».
Bevono un sorso insieme.
Ci sono tanti messicani in quella terra.
Lo Sceriffo deve conoscere tutti.
Però
non è facile conoscere tutti, nemmeno per uno Sceriffo.
007: Licenza scaduta
di Salvatore Conte (2025)
C'è un grande fiume, ma non
siamo in Africa, né in America: siamo a Londra.
Layla Boyle è la potente boss della Mafia dei Docks, l'anguilla del grande fiume di Britannia, perché non riesce a prenderla
nessuno; ma non certo per il corpo leggero e guizzante, che in effetti è un
vecchio e solido monolito, con due zinne da vacca.
Layla si è fatta le ossa tra canali, banchine e anse del fiume.
La carne, invece, se l’è portata da Beirut.
Nonostante l'età matura, era ancora solida e
potente, prima di andare a sbattere contro un tumore galoppante all'intestino.
L'anglo-libanese, però, non si preoccupa del tempo che le rimane: ciò
che conta è il presente. Ne è passata d'acqua sotto i
ponti, da quando era una giovane puttanella costretta, per vivere, a schivare
autobombe.
Layla è sempre molto ricercata; non solo - per
qualche vago interrogatorio - da Scotland Yard, ma dal Reparto di Oncologia, e
da tanti pezzi da 90, e perfino da 007 in persona, ma soltanto per le zinne e il
burro.
Se oltre a ingrassare, si è allargata tanto,
lo deve a una speciale Licenza, che però sembra giunta a scadenza.
Nelle sue condizioni, non è più in grado di
mantenere gli equilibri richiesti nel mondo sommerso della Mala londinese.
Hanno deciso che passerà tutto a Carter, e che
questi
si metterà in proprio.
Ha provato a farglielo capire con le buone, ma senza successo.
«La libanese deve essere eliminata», l'ordine parte dai
piani alti di un grattacielo
della City.
C'è chi va per le spicce e non ha voglia di
aspettare che le metastasi facciano il loro lavoro.
È la stessa Scotland Yard che provvede alla sua sicurezza, utilizzando il comodo
artificio di un testimone sotto protezione nella residenza adiacente.
Un boss di
un certo livello è inserito nel sistema e nessuno dei pezzi grossi ha
voglia di rivederla all'obitorio, con le zinne sgonfie.
Quella mattina, però, non c’è nessuno.
Conosce a perfezione gli agenti in borghese che controllano la strada.
L’autista, invece, è puntuale.
Non ha timore, deve trattarsi di una semplice carenza di personale.
La portiera se la apre da sola, non vuole sembrare più vecchia di quello che è.
«Fate la carità…», un barbone allunga un malridotto cappello a tuba.
«Pezzente…», sibila sottovoce, voltandogli le spalle.
Quello, però, dal cilindro non tira fuori un coniglio.
«Layla...».
Ascoltando
il suo nome,
le viene istintivo girarsi.
Quello tira fuori un silenziatore.
STUMPF!
STUMPF!
Due colpi nella pancia!
La libanese impietrisce.
E le prepara anche il colpo di grazia in pieno petto, alzando lievemente il tiro.
POW!
POW!
C’è però sempre l’autista, ben armato, che mette un braccio fuori dal finestrino
e spara.
Il barbone ha raccolto qualcosa. Si tratta di piombo. È comunque un metallo.
STUMPF!
Il colpo di grazia lo spara lei: nella borsetta porta un giocattolo che non fa
rumore.
Ed entra in macchina come niente fosse.
«Vai…
Andiamo al covo segreto…
Farò venire un dottore…
Non posso fidarmi di nessuno…
Almeno tu… non sei stato comprato…».
La delusione è cocente.
«Mi dispiace, capo, ma hanno comprato tutti…».
«No! Ti prego!».
È vecchia e malandata, ma alla pelle ci tiene
ancora.
POW!
Un colpo in pieno stomaco.
Rimane basita, bocca spalancata e occhi fuori dalle orbite.
Sa che adesso è finita.
Layla stramazza sul sedile posteriore.
L’autista procede e si ferma nel posto convenuto.
Viene estratta dall’auto e scaricata in un canale.
«Tira su, dai. Io tolgo gli ormeggi».
Il Tamigi è ricco di pesci e di pescatori.
Vi sono anche tante anguille.
Ma questa è molto più grossa del normale.
«Per tutte le baldracche dei Docks, ma che roba è…!».
«Ma questa… è… la libanese...!
Tira giù adagio…».
«Guarda che buchi…
Chi l'avrà ammazzata?».
«Cazzo... la vecchia troia è andata...
E pensare che temevo morisse di cancro...
Guarda che pezzo di fica alla sua età...».
«A me sembra una vecchia bagascia...».
«Ascolta... non è in acqua da molto... proviamo...».
«Proviamo cosa?».
«A farle un massaggio!».
«Non è meglio se…», il pescatore si guarda intorno, la zona è poco frequentata, nessuno si è
accorto di niente; i pochi esseri umani presenti proseguono annoiati nelle loro
attività, sembrano più zombi che persone viventi, non reagirebbero nemmeno se
una bella libanese fosse ripescata dal Tamigi.
Il
compagno ha collegato i piedi della donna alla batteria dell'imbarcazione.
«Solo il circuito ausiliario, capito?
Forza, attacca!».
«Che cosa?».
«Attacca!».
ZUUMMM!!
«Per il Re e San Giorgio!
Respira!».
«Falle sputare tutta l’acqua e portiamola dentro».
«Lo scotch, presto… e l’ovatta…».
«È andata, non lo vedi?».
«Però respira».
«Se le hanno fatto la festa, la faranno anche a noi, non capisci?».
«Se invece si riprende, ci sarà un grosso premio, non credi?
E poi è ancora un pezzo di donna, ce l'hai gli occhi?».
«A chi... devo... mandarlo...», è Layla che sospira, con voce oltretombale.
«Chi... cosa... il premio... io... noi vi stiamo aiutando, signora... non ci aspettiamo niente
in cambio».
L'amico lo guarda stupito.
«Siete... stati... bravi…», sussurra la donna con un filo di voce. «Volevano...
fottermi...», abbassa lo sguardo sui buchi, e lo
rialza più spaventato di prima.
«Non chiamate… nessuno… fate... come... niente... fosse...».
«Come volete».
«Il forte... il forte abbandonato... il Numero
1... andiamo lì...».
«Il Numero 1 del Tamigi... va bene, lo conosciamo, c'è buona pesca
in quella zona.
Fred, accendi il motore. Io rimango con lei».
L'Agente 007 non crede
alla storia della misteriosa scomparsa della signora Layla Boyle, è convinto che Scotland
Yard gli nasconda qualcosa; ha saltato alcuni appuntamenti in ufficio, e un
barbone c'è rimasto secco; ce n'è abbastanza per entrare in azione.
«Fammi bere… non reggo più…», la richiesta di
Layla è pressante.
La donna cerca
disperatamente di protrarre l'inevitabile fine.
«Tirami su le
gambe... presto...», ancora una richiesta, per cercare di
mandare più sangue al cuore. Le prova tutte.
«Scusate, boss… non potremmo trovare brutte sorprese, in questo posto…?».