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Porta di Dite AXV

Resa dei conti per 00N

Non tutte le pallottole vengono per nuocere

Troppo in fondo

Boomerang rosso sangue

Roma violenta

La morte che uccide

Chi ha ucciso la Numero 80?

Lo Sceriffo

L'Anguilla del grande fiume

Mad Nurse

Djanga ritorna

RESA DEI CONTI PER 00N

di Salvatore Conte (2011-2017)

La missione di Najada in quel di Malta era ormai conclusa. Anche stavolta gli ordini erano stati eseguiti. Sembrava tutto complicato fino a pochi giorni prima, ma 00N non sarebbe stata classificata come uno dei più affidabili freelance al mondo, se i suoi standard non fossero stati questi.

Proveniente dai ranghi delle Forze Quds di Teheran - a cui era stata ammessa in via eccezionale proprio per le sue rare attitudini, individuata personalmente da Qassem Soleimani - si era messa in proprio e via-via era divenuta una sorta di leggenda nell'esclusivo giro del targeting globale.
Seduta a gambe incrociate, si accese una sigaretta e si lasciò affondare nel morbido schienale del divano.
Indossava una semplice sahariana sportiva: non amava dare nell'occhio, era sufficiente la sua esotica bellezza, eredità di tempi remoti; penetranti occhi occhi verdi erano celati dietro un paio di occhialoni scuri; le labbra sembravano disegnate dal Botticelli; il corpo da Tiziano; ma erano gli dei partici ad averla partorita nei loro sogni.

Stava invecchiando - era sopra i 50 - ma divinamente bene.

Restia ad accettare la pensione, voleva rimanere in ballo.
Anita le versò dello scotch. La trentenne polacca
- un'amazzone palestrata, con tanta carne addosso - le era stata imposta dal committente.
«Sei okay?».
«Un po’ stanca, ma sono okay».
«Non ti andrebbe di uscire?».
«No, preferisco dormire presto.
Buonanotte, dolcezza», l'iraniana si alzò e si ritirò nella propria stanza.

Lei e la polacca occupavano una suite.
Poco dopo anche Anita si diresse verso la sua camera.
Non per dormire, però.
Innestò il silenziatore e rimase in attesa sotto le lenzuola.
Fece passare un’ora buona, poi tornò furtiva nel salotto della suite; le avevano insegnato di rimanere fredda in qualunque circostanza, ma l’idea di eliminare un obiettivo così famoso nel suo giro le dava letteralmente alla testa: le tempie le ronzavano, una goccia di sudore si staccò dalla fronte e ricadde sul petto, bagnando la maglietta mimetica, gonfiata dagli imponenti seni.
Quello che doveva fare lo sapeva.
Silenziosa e letale, aprì lentamente la porta di Najada…
FLOP

FLOP
Quindi accese la luce...
E scoprì che aveva eliminato solo un paio di cuscini...!

Ma come...?
Delusa, si preparò a ricevere la reazione dell'iraniana, e dopo mezzo secondo, infatti, si sentì afferrare alla gola: «Brutta puttana… t’ammazzo…!», le ringhiò sul collo Najada, facendole mollare la pistola.
La mitraglietta uzi della freelance iraniana era sul comodino, con il silenziatore innestato.
Anita cercò di divincolarsi.

Ne seguì una lotta selvaggia, nella quale sembrò prevalere l’orgoglio femminile, piuttosto che l’addestramento tecnico delle due professioniste.
00N si trovò di fronte una resistenza imprevista. Benché forte ed esperta, doveva fare i conti con lo strapotere fisico della polacca.
Entrambe le donne puntavano ad afferrare la uzi: con quella avrebbero chiuso la partita a proprio favore.
Due mani si chiusero ansiose sull’arma, ma non appartenevano alla stessa persona.
(FFFFFFFRRRRRRR)
Una raffica accidentale partì in direzione del letto. Le condizioni dei cuscini si aggravarono.
«Bastarda… t’ammazzo come una cagna…», minacciò ancora Najada.
Le pareti insonorizzate della suite attutivano i rumori della lotta.
Anita non rispondeva alle minacce, si sentiva più forte, non aveva paura.
Poi, d’improvviso, la lotta che imperversava da diversi minuti si risolse in una frazione di secondo: Anita si liberò di Najada e riuscì ad agguantare la mitraglietta.

L'iraniana si guardò intorno, disperata. Non aveva vie di fuga.
Quindi fissò la canna bombata della uzi, puntata contro di lei...
«È finita per me, vero?», domandò secca Najada, ormai pronta al peggio.
«Sarà veloce, te lo prometto», rispose fredda la polacca.

«No..! Aspetta...!».

Ma non ci fu pietà.
(FFFFFFFRRRRRRR)

Anita le scaricò addosso tutto quello che rimaneva nel serbatoio.
Una bella dose di piombo; per una come Najada ci voleva tutta.
L'iraniana fu scossa dai ripetuti impatti che la bersagliavano e a causa di questi rimase in piedi per i primi lunghi secondi, indietreggiando di un paio di passi, con le braccia larghe e scomposte. Una specie di ballo involontario, molto macabro, da tarantolata,
con gli occhi sbarrati dallo shock, esterrefatti per la crudele condanna; sussultò a lungo, come fosse rimasta attaccata alla presa della corrente.
Ma si trattava di pallottole. Pallottole ad alto potere di penetrazione.

Finita contro il muro, le gambe cedettero e 00N scivolò di schiena lungo la parete, lasciandovi spalmata una terrificante scia di sangue.
Quindi atterrò sul sedere e lì rimase, con la bocca spalancata, gli occhi verdi fuori dalle orbite e le gambe che sfregavano la moquette per la reazione nervosa.
Anita se la guardò soddisfatta: non poteva ancora credere di avere eliminato la famosa Najada, nome in codice 00N!
Poi, come destandosi da un sogno a occhi aperti, realizzò che il suo obiettivo respirava ancora.
Come poteva essere?
Le aveva sparato addosso una dozzina di colpi, ne era sicura.
Recuperò la sua pistola e si avvicino all'iraniana.
Un ghigno nevrotico affiorò sul volto di 00N: Najada continuava a sfregare il pavimento in preda all'isteria della fine, che sapeva poterla sorprendere da un momento all’altro.

«M'hai ammazzato... brava...», mormorò a fatica.
La polacca osservò le ferite, individuando nove buchi: nessuna pallottola, però, l’aveva fulminata, il cuore era illeso; ecco perché respirava.

In ogni caso ne aveva per poco.
«Il lavoro è lavoro, niente di personale, bella.
Ora decidi: vuoi farti l’ultima sigaretta, o la facciamo finita subito?».
Najada affannò convulsamente.
Poi, con una vena di follia nello sguardo, tirò fuori la lingua…
Gli occhi languidi fissavano Anita, in attesa…
La polacca rimase perplessa.
Cosa voleva?
«Allora, hai deciso?».
Ma Najada non cambiò atteggiamento.
La lingua continuava ad aspettare…
Anita cominciò a sudare. Najada le piaceva da morire…

Sotto un impulso incontrollabile, ritornò dal bagno con un asciugamano e tamponò l’addome sanguinolento dell'iraniana, bloccando le gambe: «Stai calma...».
Le labbra moderne di Anita si congiunsero a quelle di Najada.
La polacca non si era sentita così in subbuglio nemmeno durante la lotta di pochi minuti prima.
Scrisse un messaggio e attese la riposta.

"Perché non la facciamo finita?", sembrò chiederle - con gli occhi - la potente iraniana, intontita dalle molteplici emorragie.

Najada era come un castello di carte che poteva crollare al primo alito.

La polacca, con il sangue dell'iraniana ancora in bocca, scosse il capo: "Ancora no".

Pochi minuti dopo un’ambulanza trasportava all'ospedale l'agonizzante Najada, nome in codice 00N.
Ad attenderla, viva o morta,
ci sarebbero stati i pezzi grossi.

00A aveva chiesto l'ultimo omaggio alla vecchia guerriera e così sarebbe stato.

Autorizzata.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

Non tutte le pallottole

vengono per nuocere

di Salvatore Conte (2011-2018)

George arrivò puntuale, ma il suo socio, Patrick, non apriva.
Insistette ancora, poi lo chiamò al cellulare; infine si avvicinò alla finestra del soggiorno.
Fu allora che lo vide riverso sul divano, in chiara difficoltà: ecco perché non rispondeva…
Forzò la finestra ed entrò da lì; prima di occuparsi dell’amico, fece entrare anche Sandy, dalla porta principale.

George era infatti in compagnia della sua donna, una costosa bagascia da cui s'era fatto prendere la mano.

     

Patrick si era beccato un’indigestione di piombo caldo ed era messo piuttosto male; poiché era socio al 50% con George, la faccenda interessava anche lui.
Cercò quindi di metterlo seduto e di farlo parlare.

La cosa sembrò spazientire la sua donna - un puttanone che sfiorava i 60, ma ancora combattivo - che non perse l'occasione di mettersi in mezzo, alquanto petulante: «Non vedi che il tuo amico è fottuto? Vuoi fargli compagnia all’inferno, George? Dobbiamo andarcene via subito, capisci? Questi bastardi potrebbero tornare e farci fuori. E io non voglio rimanerci secca, capito? Per quanto ancora vuoi imboccare questo imbecille?».
«Chiudi quel cesso di bocca», se l'era messa vicino perché era una fica combattiva, restia alla pensione, ma cominciava a essere stanco dei suoi capricci; se la teneva perché glielo tirava, ma non doveva esagerare.
Sandy Stark lo ignorò: «Ho io la cura che fa per lui, George…».

Con un'espressione malata e allucinata sul volto consumato, l'esperta sessantenne estrasse dalla borsetta la sua calibro 38 e la puntò contro Patrick.
«Non farlo, Sandy», l'ammonì George.
«Perché, altrimenti cosa fai?», rispose stizzita la bagascia, mentre era pronta a far fuoco contro Patrick.
Stava premendo il grilletto…
«Altrimenti ti buco la pancia, Sandy».
La Stark si mostrò indifferente alla minaccia e rimase a fissare Patrick, mantenendo l’arma puntata contro l’uomo gravemente ferito e seduto precariamente sul divano.
Un guizzo omicida balenò dagli occhi verdi.
George comprese da quello sguardo che non si sarebbe fermata…
BANG

BANG
Due pallottole calibro 45 raggiunsero la Stark in pieno addome!

Il mignottone cadde sulle ginocchia con lo sguardo allibito: «Come hai potuto... mi hai fottuto…!».
«Ti avevo avvisato, Sandy...», fu la fredda risposta di George, che si era ormai stancato di quella troia decrepita.

La Stark cercò di riorganizzare i pensieri. Si era fatta fregare come una stupida. Era sicura che George non l’avrebbe toccata, e invece le aveva piazzato addosso due pallottole.

Il troione si sentì perduto. Lui sembrava indifferente.

La Stark mollò la calibro 38. George non avrebbe esitato a spararle ancora, a freddarla, se necessario.

Quindi crollò sul fianco e rimase a contorcersi sul pavimento, con entrambe le mani a tamponare i buchi in pancia.

Un sinistro rivolo di sangue le colava dal labbro.

«Ben fatto… George… era una puttana…», infierì Patrick.

«Ora veniamo a te, amico mio. Raccontami tutto, poi andremo all’ospedale».

A fatica, tra molti stenti, Patrick ricostruì i fatti.

George rimase a pensare in disparte.

Si era completamente dimenticato di Sandy e solo in quel momento si rese conto che la sua donna aveva smesso di lamentarsi e singhiozzare come una scrofa al macello.

E nel soggiorno non c’era più.

Motivo in più per sbrigarsi, pensò George…

BANG

Si portò alle spalle del suo socio e lo freddò con un colpo alla testa.

Tanto non sarebbe sopravvissuto. In fondo aveva ragione Sandy.

Ora poteva occuparsi di lei.

Non fu difficile seguire la scia di sangue che s’era lasciata dietro, strisciando sul pavimento della casa, ventre a terra.

Era perfino riuscita a varcare la porta e uscire all’esterno…

George si fermò sull’uscio: Sandy era arrivata a pochi metri dalla sua auto, in sosta sul piazzale della villetta.

Ma lì s’era fermata.

George la osservò dalla porta di casa: era immobile, con la faccia affondata nel ghiaietto.

Aveva raccolto le forze e si era illusa di poter trovare una via di scampo: c'era tutta la sua Sandy in quell'azione, disperata e arrogante insieme.

Vedendola sconfitta e ormai cadavere, l’uomo ebbe un sussulto, un moto di rimpianto. La Stark - benché ormai vecchia - era ancora un donnone, poteva durare qualche altro anno; non per niente se l’era messa vicino senza badare a spese…

Avrebbe dovuto finire la sua carriera con lui, poi - raschiato il fondo del barile - sui 65, o chissà sui 70, l'avrebbe tolta di mezzo per non vederla trascinarsi in giro, frustrata, ombra di sé stessa.

Adesso, però, non era ancora finita la sua Sandy. Tuttaltro.

C’era andato giù troppo pesante.

Lei aveva cercato una via di scampo. Fino all’ultimo. Ma non l’aveva trovata…

George si avvicinò alla sua donna e ne rovesciò il corpo.

Sandy era supina adesso: il volto stinto in un pallore cadaverico, la bocca socchiusa, i capelli riflessati sparsi sulla faccia, le braccia inerti; e due occhi verdi che lo fissavano con inappellabile lampo di condanna, quasi a fulminarlo, se solo avessero potuto…

Ancora non aveva capito se fosse viva o morta. Si allungò, toccandole la carotide: respirava, ma debolmente, non ne aveva per molto.

George fu scosso dal rimpianto.

“Come hai potuto, mi hai fottuto”, gli aveva detto, un attimo dopo gli spari.

Aveva capito subito che era finita; anche se c'aveva provato fino all'ultimo.

Il rimpianto cresceva di secondo in secondo, ora che la sua donna era finita.

George non resistette più. La prese tra le braccia e cercò di scuoterla.

«Sandy... mi dispiace...», e le fece ingurgitare un cicchetto di whisky.

La Stark mugolò dall'oltretomba della sua disperazione.

«Okay... non sforzarti, tesoro. Non è ancora finita. Hai sbagliato a provocarmi, ma ti amo lo stesso. Adesso ti porto da un dottore, dal migliore. Da Jenkins…».

Il dottor Jenkins era un chirurgo che non faceva troppe domande; ed era anche molto bravo; ma costava un occhio della testa.

La caricò in macchina, sul sedile anteriore; quindi si diresse verso la clinica.

Imboccò una curva verso destra ad alta velocità e il corpo di Sandy gli si afflosciò addosso. Superata la curva, se la scrollò di dosso senza tanti complimenti: la testa della Stark andò quasi a finire contro il finestrino.

«Cristo... reggiti, Sandy! Non farti fottere, troia... io non ci credo che ti fai fottere!».

Passarono un paio di minuti e George accostò a destra, portandosi all’interno di un’area per la sosta, buia e isolata. Si fermò a osservare la sua donna. La clinica di Jenkins era dietro l’angolo, ma quanto gli sarebbe costato? Era necessario spendere tanta grana per quella puttana?

Alterni pensieri confliggevano tra loro nella mente sovraeccitata.

La suoneria del cellulare lo distolse: una chiamata anonima, solo un paio di squilli, George non rispose.

Ormai aveva deciso.

«Ascolta, pupa… il tuo fascino da mignottona mi piace un sacco, lo sai…

Ma temo che per te sia finita, bellezza».

E le premette la canna della calibro 45 contro il fianco.

Sandy trasalì atterrita.

«Prima… l’ultima pompa…».

«E perché no? Tu me lo tiri anche da morta, Sandy...».

La  calibro 45 rientrò nella fondina ascellare mentre la pistola di George entrava nella bocca della Stark.

L’uomo si sentì cullare dalla delizia di quel servizio senza eguali; l’ultimo atto della sua bella puttana.

Quando Sandy sentì che il culmine stava per arrivare, si infilò la mano nella tasca del jeans…

Bang

Gli sguardi si incrociarono…

Bang

Sandy crollò sul sedile.

George si piegò sulle sue cosce, come a cercarle la fica.

Improvvisamente una moto di grossa cilindrata con due persone in sella affiancò l’auto e un’automatica silenziata fece esplodere il finestrino di guida: un attimo dopo la canna della pistola era all’interno dell’abitacolo.

«Ho interrotto qualcosa?», lo sconosciuto si presentò così. «Ehi, George, non riesci proprio a staccarti dalla tua bella puttana, vero?».

Il sicario, che indossava un casco integrale, aprì lo sportello e separò il corpo di George da quello di Sandy: l’uomo aveva un buco al cuore e un altro nel basso ventre, entrambi prodotti da un’arma di piccolo calibro; la donna aveva due buchi in pancia e stringeva nella mano una derringer ancora fumante.

«Chi ti ha sparato?».

La Stark era terrorizzata.

«Non farlo… non ho visto niente… ti prego…», e lasciò cadere la derringer, come se fosse ancora carica.

«Ti ho solo chiesto chi ti ha sparato…», in tono fermo e rassicurante.

Lei indicò con gli occhi il cadavere di George.

«È per questo che lo hai ammazzato?».

Annuì.

«Ti prego… non uccidermi…», col sangue alle labbra, come se non fosse già morta.

Avrebbe implorato ancora, ma non ne ebbe il tempo.

«Farò estrarre i tuoi proiettili, e se apparterranno alla pistola di questo infame, allora sarai salva; ma se mi hai mentito, verrai eliminata...», sentenziò l’uomo con il casco.

Un attimo dopo fece capolino il suo compagno di sella, anch’egli travisato: «E della donna che ne facciamo? Non va liquidata?».

«Non è necessario. È pulita, la prendiamo noi.

La clinica di Jenkins è proprio qui dietro; forse è lì che stavano andando, prima che George decidesse di farla finita.

Ma dobbiamo muoverci. Occulta il cadavere e raggiungimi in clinica.

Hai capito, bella? Le pallottole che hai in corpo possono ucciderti, ma anche salvarti…».

«E il conto di Jenkins chi lo paga?», obiettò il compagno.

«Se lo pagherà da sola, è un bel pezzo...», fu la tranquilla risposta di Billy Hudson, socio dell’azienda a cui la “George & Patrick” aveva fatto concorrenza sleale.

Un paio d’ore dopo, due pallottole calibro 45 venivano estratte dal corpo di Sandy Stark; furono portate a Billy, il quale ne constatò l’eguaglianza con quelle rimaste inesplose nella pistola del defunto George.
«Per me è assunta, ti sta bene?».
Seguì un'alzata di spalle.
«Però è curioso... se quel bastardo di George non le avesse sparato, l'avremmo liquidata insieme a lui...».

«Forse sì, forse no, Jack; certo ce l'ha resa più simpatica.

Dal suo punto di vista è stato un curioso colpo di fortuna.

Lo sai come si dice in questi casi...?».

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

Troppo in fondo

di Salvatore Conte (2011-2018)

Claudia Messalina non mancava di coraggio. Fallito il complotto che l’avrebbe fatta Imperatrice, vistasi perduta, non esitò ad afferrare il gladio.

La sua villa era sotto assedio. Nessuna speranza. I suoi ultimi uomini andavano verso la sconfitta. Quasi tutti i servi erano fuggiti. Fabio Massimo era ormai sulla soglia.
Si agitò furiosa per qualche momento. Ma sapeva che doveva farlo. O l’avrebbe fatto qualcun altro, a lei in odio.
Claudia Messalina si piegò sulle ginocchia e si accostò il gladio al ventre. Poi, senza pensare troppo alle conseguenze, accecata dal furore di un atto glorioso, se lo piantò nella pancia, immergendolo sempre più in fondo, spingendolo rabbiosamente dentro di sé, fin quasi all’impugnatura.
Compiuto il gesto fatale, Claudia Messalina cadde in avanti con la bocca spalancata e la sinistra voce d’un gemito soffocato. Il peso del suo massiccio corpo fece incuneare il gladio ancora più a fondo, fino a che l’elsa non fu a contatto con il ventre, e non si sentì trapassata fino alla schiena.

L'aveva incubato tutto, come le grandi dell'antichità.

Gli occhi rotearono impazziti, consci della fine. Le mani continuavano a stringere il gladio fatale, bagnate dal sangue schiumante. I seni procaci, estremi segni di potenza, gonfiati al massimo nella tensione della fine, agitavano inquieti la tunica chiara, con lo scollo aperto, che s’era lordata della fatale ferita.
Fu così che la trovò Fabio Massimo, quando varcò la soglia della sua stanza: combattuta fra la vita e la morte, il gladio affondato nel ventre, la tunica inzuppata di sangue spumante, il volto stinto, stretto in un’angoscia mortale.
Claudia Messalina si accorse della sua presenza, ma preferì non guardarlo: non voleva sollecitare né commiserazione, né furore. Non voleva ricevere altri colpi, non da altri, non da lui. Sarebbe morta di propria mano. Così aveva deciso.
Fabio Massimo, dal canto suo, rimase stizzito a guardarla: si era tolta la vita da sola.
Ai servi che chiedevano umilmente di ottenere il corpo, ordinò di aspettare fuori.
Intanto Claudia Messalina decise di strapparsi il ferro dalle viscere.
E lo fece.
Ancora forte del suo fisico possente, la bella patrizia divelse il gladio dalle sue interiora, con uno sguardo furioso sul volto.
Quindi stramazzò sul pavimento, comprimendosi la ferita e gli intestini, spumanti di sangue, con entrambe le mani.
Fabio Massimo aveva subito un altro colpo.

Il suo gladio era rimasto asciutto.
La notizia corse in un lampo. La sfrenata Claudia Messalina aveva scontato le sue colpe. Si era colpita col ferro, di propria mano. Una folla di curiosi si avventò verso la sua villa. Non mancavano i suoi numerosi sostenitori, che erano costretti a mascherare la propria angoscia. Si chiedevano particolari macabri, si cercavano notizie di prima mano, si chiedeva chi l’avesse vista uccidersi. E soprattutto, tutti volevano vederne il corpo.
Fabio Massimo, intanto, era costretto ad assistere: Claudia Messalina si era trascinata verso il suo letto, lasciando dietro di sé una scia di sangue.
Il Prefetto del Pretorio la osservava attento mentre arrancava con lo sguardo annebbiato, la bocca spalancata, il petto formoso schiacciato a terra, le mani sotto il ventre, e le gambe che cercavano di puntellarsi per spingere avanti il corpo.
Forse Claudia Messalina voleva morire sul proprio letto, se fosse riuscita a raggiungerlo.

La cosa cominciava ad annoiarlo.
Fabio Massimo la abbandonò al suo destino e lasciò la villa.

Era finita.
L’avrebbe comunicato personalmente al Principe.
Finalmente i pochi servi rimasti fedeli poterono entrare nelle stanze della loro padrona. La sollevarono da terra per deporla sul letto. Furono portate bende e acqua fresca per lavare e freddare la ferita. E sali per tenerla cosciente. Ma la ferita era larga e implacabile, gli occhi pieni di sofferenza, il volto pallido di morte.
Uno dei servi andò alla ricerca dell’arma fatale: ben presto vide in terra un gladio bagnato di sangue fino all’impugnatura. Ora non c’erano più dubbi: la padrona non poteva sopravvivere.
Intanto il petto di Claudia Messalina palpitava alla ricerca di aria, gli occhi guardavano bui il soffitto della stanza.
Solo una mano era rimasta sulla ferita. L’altra strofinava il lino del letto, in un soffocato gesto di imprecazione e smarrimento.
I servi rinnovarono gli sforzi per bloccare il sangue, ma la ferita era implacabile. Il volto di Claudia Messalina era sfigurato dalla fine imminente. Stava cercando di capire quanto ancora le rimanesse da vivere.

Intanto, agitando nervosamente il corpo, cercava di non scoraggiare i tentativi dei servi, i quali continuavano a tamponarle la ferita e a cambiare le bende.
Era una lotta impari quella di Claudia Messalina, il destino la sovrastava. Ma lei amava la lotta, e quei seni che si gonfiavano ansiosi sotto la tunica chiara, davano a chi li guardava una certa speranza, o almeno un’estrema illusione.
Claudia Messalina chiese da bere. Doveva bere per scaldarsi. Era un vecchio rimedio. Anche Marco Antonio prolungò l’agonia in questa maniera. Subito arrivò del vino.
Mentre si consumava sul proprio letto, i suoi pensieri si rincorrevano. Speranza e rassegnazione si alternavano, beffarda l'una, crudele l'altra.

Vedeva i servi alternarsi su di lei, con facce torbide che la osservavano come fosse già morta.
Si affrettò a bere altro vino, per protrarre l'estrema lotta.
Lei era Claudia Messalina, neanche Bacco poteva farglielo dimenticare.
Ma la folla incalzava.
Voleva vederla, viva o morta.
I servi si consultarono fra loro e decisero di portarla via, senza neppure che le venisse chiesto.
La villa era collegata, attraverso un passaggio segreto, al porto.

Quelli che rimasero diedero alle fiamme il corpo di una donna morta nei tumulti.
Quando le lingue di fuoco si alzarono, gridarono “Claudia Messalina!” e piegarono la testa.

Uno di loro, per somma devozione, si lanciò egli stesso tra le fiamme. Gli altri avrebbero rischiato la morte.

La folla accorse nel cortile e serpeggiò la notizia che la congiurata fosse salita sul rogo come le grandi dell'antichità.
In realtà, in quel momento Claudia Messalina si trovava a bordo di una triremi, pronta a salpare da Anzio.
La Romana era agli estremi, circondata dai servi e dal rimpianto.
Perché tanta furia, Claudia Messalina? Perché tanto in fondo?
Quando intravedeva l'Ombra di Dite, cercava altro vino, ma il gioco era ormai agli sgoccioli.
Aveva la bocca spalancata come un pesce fuori dall’acqua.
Il braccio le cadde inerte fuori dal letto.
I servi inorridirono.
«Cartagine! Cartagine in vista!», gridò uno di loro.

Ma gli altri erano intorno a Claudia Messalina e non potevano gioirne: «Perché così in fondo, Domina?», chiese uno di questi, quasi con risentimento.
Da Claudia Messalina non giunse alcun cenno di risposta.
I servi le versarono vino in bocca.

«Presto! Ha bisogno di aria, di vedere la Superba Karthago!».

I pesanti drappeggi furono dipanati: Claudia Messalina era rivolta verso la più potente Città del Mondo, prima di Roma.

La Città di Elissa.

Anche se la Collina di Byrsa non c'era più, il suo Carro stazionava sulla punta più alta dei cedri sidonii, ormai millenari.

Cartagine era in vista.
Ma gli occhi di Claudia Messalina non vedevano più.

Quelli dei servi spaziavano tristi sul mare.

Il gladio era andato troppo in fondo.

Videro un punto nero, molto veloce, avvicinarsi da Cartagine.
In pochi attimi, oltre la comprensione umana, quasi liberando una scia di fuoco nell’aria, il falco raggiunse in picchiata la poppa della nave, appollaiandosi sul baldacchino che ricopriva la sventurata Claudia Messalina.
Dopo tre sbattiti d’ala, il falco riprese il volo.

Il vento, che lo inseguiva vanamente, sembrò sussurrare il nome della Regina.

Non tutti potevano sentirlo.
«Perché così in fondo, Domina?», ripeté meccanicamente il servo, quasi fra sé.
«Perché… è la distanza… da Cartagine…», rispose Claudia Messalina, tra la meraviglia dei presenti.

E si sporse dal letto per vederla.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

BOOMERANG ROSSO SANGUE

di Salvatore Conte (2011-2018)

Avevano pensato a tutto, fuorché all’essenziale.

Spinta alla follia la loro vittima, la follia stessa stava per tornare all'origine, come un boomerang.

Ormai Monica era impazzita, ma anziché abbassare la testa, aveva alzato la pistola.

Era una Kel-Tec P-3AT, calibro 38, ultra-leggera, una delle più piccole pistole al mondo, ma devastante a distanza ravvicinata. Un’arma difensiva, concepita per le donne.

Era infatti una mano di donna quella che l’impugnava.

Burt era sorpreso, ma non perse la sua sicurezza: «Tu ora mi darai quella pistola… Monica…».

Si avvicinò di tre passi, lentamente.

Forse fu proprio quel modo infantile di chiamarla, quello sminuirla, quel sottovalutarla che fece definitivamente esplodere la sua ira…

BANG

Burt si irrigidì, sbigottito.

Un attimo dopo crollava in avanti, fulminato.

Era stato raggiunto al cuore.

Lo sguardo di Terry si riempì di terrore. Ora sarebbe toccato a lei.

Ambiziosa e tracotante, forte di una bellezza intossicante, si sentiva la numero uno incontrastata.

Bella e formosa, era effettivamente un pezzo unico e molto ambito, sebbene anche questa volta si fosse lavorata un perdente.

«Calmati, Monica… tu non lo farai… abbassa la pistola... ti prego…».

Ancora ordini, ancora presunzione, inganno...

Quella bellezza così arrogante... di fronte a lei... alla canna della sua pistola... ridotta quasi sul lastrico...  alla sua mercé...

E poi quella paura mortale negli occhi... così piacevole da gustare... una scintilla fatale nella mente combustile...

Monica la fissò dura, stava per sparare ancora…

«No, Monica... no!», l'ultimo, disperato tentativo.

Non appena Terry ebbe finito di supplicare, partì il colpo!

BANG

Venne raggiunta alla spalla, in un punto non vitale, ma il violento contraccolpo e l'impressionante schizzo di sangue la fecero sentire morta.

Credeva di essere rimasta uccisa.

Ma se le avessero detto che quello era solo un colpo d'assaggio...

Se le avessero detto cosa poteva fare quella piccola pistola, sparando in una pancia o in una schiena...

La Kel-Tec era devastante fino a 10 metri.

La potente Terry - scossa dal colpo e spinta a roteare su sé stessa - offrì la schiena a Monica...

BANG

La seconda pallottola la colpì alle reni!

Sussultò violentemente, inarcando la schiena; quindi, con gli occhi stregati dalla paura, tornò a offrire il petto.

Era terrorizzata, sentiva gli artigli della morte calare su di lei. Prima d'ora, si era sempre sentita invincibile.

Terry sapeva che Monica, a quel punto, non poteva più fermarsi.

Non ebbe nemmeno il tempo per supplicare.

BANG

Il terzo colpo la raggiunse all’addome!

Era uno stillicidio!

Si inarcò all'indietro contro la parete, tormentata dall'ennesimo proiettile: era come sentirsi messa in croce.

In quel momento, però, intravide il passaggio e scattò l’intuizione. Era l’ultima possibilità. Ricordò a sé stessa di essere un'invincibile. Doveva tentare il tutto per tutto: scendere dalla croce e resuscitare a vista.

Quella porta conduceva al garage… e Monica era ormai convinta di averla spacciata…

Terry si buttò in quella direzione, con la mano pressata sull'addome, spinta dalla forza della disperazione e dalla volontà di rimanere potente come sempre...

BANG

BANG

Click!

Gli spari furono intempestivi. E i colpi erano finiti.

Terry barcollava andante.

Eccitata allo spasimo, intravedeva un'insperata via di scampo.

Non sarebbe finita come lui.

L'amante di Burt aveva incassato pallottole fatali, ma si rifiutava di crederlo.

Pensava solo a raggiungere la salvezza.

Monica era basita dalla resistenza di quella puttana: le era sgusciata via come la serpe che era.

Ma non sarebbe andata lontano. Non valeva nemmeno la pena di inseguirla.

Terry azionò il comando della saracinesca e schizzò fuori dal garage con l'auto di Burt.

«NON ANDRAI LONTANA, TROIA!», le urlò contro Monica, mentre la macchina sgommava impazzita.

«Cagna... non mi avrai...», rispose Terry tra sé, convinta di sfuggire alla morte.

Raggiunse la strada principale e puntò verso la città.

La nebbia le calò sugli occhi, fu colta dal panico, accelerò ancora, doveva far presto, le forze la stavano lasciando.

Intravide delle luci rosse, spinse sul gas per accorciare la distanza e tamponò bruscamente l'auto che la precedeva.

Quindi aspettò ansiosa che il conducente si avvicinasse per chiederle i documenti e gli estremi dell’assicurazione; la strada intanto le girava intorno.

«Ma insomma... non mi ha visto?

Allora... cosa fa? Non scende?

Guardi che se non scende, io chiamo la Polizia…».

Stizzito dall'inerzia della controparte, aprì egli stesso la portiera.

Il corpo di Terry si rovesciò di schiena sulla strada, le braccia allungate all'indietro, le gambe ancora nell’abitacolo; gli occhi sbarrati, rivolti anch'essi all'indietro, due larghe macchie di sangue che spiccavano sulla veste chiara, una sulla spalla, l’altra sull’addome.

«No...», mormorò con un filo di voce, angustiata dalla morte.

Una scena impressionante.

Si fermarono diverse vetture, intorno al corpo di Terry si formò un capannello di curiosi.

Fu chiamata un'ambulanza.

Insomma avevano pensato a tutto, fuorché all’essenziale.

La loro stessa macchinazione gli si era ritorta contro.

La regia del destino era stata implacabile.

E ora la bella Terry stava giungendo cadavere in ospedale, stroncata da una Kel-Tec ultra-leggera calibro 38.

La Commissaria Ianni, dal canto suo, stava arrivando al nosocomio per interrogarla, qualora avesse ripreso conoscenza.

Chissà perché, ma la poliziotta - quando la vide - si sentì particolarmente coinvolta in quel caso.

Le sembrava di aver preso lei quelle pallottole.

E si chiedeva se fosse crepata.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ROMA VIOLENTA

di Salvatore Conte (2012-2015)

Mi ero andato a infognare con questa costosa troia libanese, Hanna Massamawi, adesso quarantottenne, che si era messa a fare la Califfa a mie spese.
Ormai non faceva altro che mangiare, bere e comprare scarpe; e quel che era peggio, mi tradiva.
Stava con me solo perché faceva la bella vita, con i soldi che la tabaccheria riusciva ancora a garantire, nonostante lei non ci lavorasse più.

«Allenta la camicetta e vieni con me al negozio», le dicevo prima di scendere, perché molti clienti, anche donne, compravano con più gusto quando c'era lei dietro al banco; secondo me spesso tornavano solo per rivederla e farsi dare il resto. Una volta, un ragazzo comprò tre pacchetti di sigarette a distanza di un'ora circa l'uno dall'altro. E tornò anche il giorno dopo. E non credo fosse un fumatore tanto accanito. E poi ci fu quello che giocò al totocalcio, e che tornò poco dopo per l'enalotto, e ancora più tardi per altre due colonne al totocalcio. E questo qui tutte le settimane giocava sempre più forte. Forse sognava di portarsela via. Di sicuro questi clienti si sarebbero serviti altrove, là dove fosse loro capitato in giro per Roma, ma con lei al banco, compravano soltanto da me. Hanna era una gallina dalle uova d’oro.
«Sono stanca e poi ho paura. Non li leggi i giornali? Le tabaccherie sono rapinate più delle banche e io non ho voglia di rimetterci la pelle... Non sono venuta fin qui per farmi ammazzare, altrimenti sarei rimasta a casa mia...», certo che il Libano era quasi peggio di Roma a quei tempi.

Però i soldi facili le piacevano, eccome.

E si metteva in poltrona a leggere Novella 2000 con la bottiglia vicino.

«D'accordo, riposati. A stasera, amore...», e mi masturbavo al solo pensiero di ritrovarmi una fica del genere dentro casa.

Morbida, burrosa, abbondante, il classico donnone fuori dalla portata dei più.

Dotata di una sensualità selvaggia e di forme grasse, ben tornite, a volte mi sembrava una cagna, altre una vacca.

Concetti che ritenevo banali, fino a quando non mi capitò di leggere, poco prima della chiusura, una commedia di Aristofane: "Santia: Perdio, che razza di mostro vedo! - Dioniso: Com'è? - Santia: Tremendo: di tutte le forme, diventa. Prima una vacca, adesso un mulo: poi una ragazza, bellissima! - Dioniso: Dove è? Mi butto subito! - Santia: Non è più donna, è diventata una... cagna! - Dioniso: Allora è Empusa!".

Empusa?

"Le Empuse assumono l’aspetto di cagne, di vacche o di belle fanciulle, e in quest’ultima forma giacciono con gli uomini la notte o durante la siesta pomeridiana e succhiano le loro forze vitali portandoli alla morte", trovai scritto in un libro di Robert Graves.

Insomma una come Hanna era conosciuta da tempo immemorabile: una vampira succhia-sangue a tutti gli effetti, da mandare in tilt perfino Dioniso.

Possibile che Aristofane la sapesse così lunga? E io che la consideravo una semplice troia!

Vivevo con un'empusa dagli occhi fiammeggianti e lo scoprivo soltanto adesso...
Però quando seppi che mi tradiva nelle stesse ore in cui ero alla cassa senza di lei, rischiando pure di venire ammazzato al suo posto, beh... allora... persi la testa.

Lei, in fondo, alla cassa sarebbe stata al sicuro, perché a una fica così chi avrebbe osato sparare? Io invece dovevo stare attento.

Ma lei preferiva farsi sbattere a domicilio.
E io ero stanco di tutto questo.
Non l’avrei fatto personalmente, non ne sarei stato capace, ma l’avrei fatto fare.
Ci vuole coraggio per uccidere. E ci vuole coraggio per non uccidere. Ci vuole coraggio sempre.
E io non avevo più il coraggio di sopportarla, di pensarla viva e prepotente intorno a me, di vedermi succube del suo arbitrio, ubbidiente alla sua dittatura. Ma non avevo nemmeno il coraggio di spingerle un coltellaccio nella pancia. Mi sarebbe sfuggita. Se la sarebbe cavata.
Avrei potuto usare la rivoltella e con quella crivellarla di colpi. Non quella denunciata, ovviamente. A Roma se ne trovavano anche senza numero di matricola. Ma non ero sicuro se - dopo il primo sangue - avrei premuto ancora il grilletto; se fossi riuscito a portare a termine il lavoro, una volta cominciato.
Il lavoro, quindi, l’avrei dato a un immigrato clandestino.
A un indiano.

Gli indiani sono facili ai coltelli.
E doveva avvenire davanti a me, in una rapina finita male, come ce n'erano tante. Il mio porto d'armi era limitato alla tabaccheria. In uscita di piacere non avrei potuto difenderla.
Sì… era questo che dovevo appaltare…

La portai al cinema, all’ultimo spettacolo. Davano un film di Maurizio Merli.

Avevo parcheggiato al buio.

All’uscita dalla sala volle bere qualcosa. C’era un bar aperto.

S'era messa una magliettina rosa bene attillata che la faceva sembrare un grosso, succulento confetto. Sotto, dei pantaloni a tubo, grigio-blu, molto aderenti e sexy.

Il barista lasciò gli occhi dentro la scollatura della maglietta.

«Ci vorrebbe davvero un tipo così... lo sai?

Parlo di quel Commissario...».

«Sì, ho capito. Fra le tue cosce o in giro per Roma a mantenere l'ordine?».

Forse per la prima volta sospettò che io sospettassi.
Però non poteva certo sospettare che quella sarebbe stata la sua ultima bevuta.
Al termine del doppio whisky, ci avviammo verso l’auto.

«È buio qui...».

«Anche prima lo era, no? Stai tranquilla, amore, ci sono io».

Proprio in quel momento, l’indiano uscì fuori dall’ombra, con una calza da donna sul volto, e mi ferì una mano col coltello.
«Dammi il portafoglio! E tu, la borsa!».
Hanna si spaventò e cercò di fuggire.
L’indiano le fu addosso, la spinse contro il muro e affondò il coltello.
Lo vidi colpire una… due… tre… quattro… cin… impossibile contarle tutte! A ripetizione, con violenza, in profondità! Sembrava non fermarsi più! Era impazzito!
L’ammazzava! La spanzava!
Lei continuava a strillare come una gallina squartata. Tutte quelle coltellate non l'avevano ancora stroncata.
Per quanto m’avesse profondamente oltraggiato, mi raggelò il sangue…
L'indiano la stava sbudellando!
Se non m’ero sbagliato, Hanna rimaneva uccisa con 23 coltellate nella panza!
Un numero impressionante, che mi diceva qualcosa, anche se non capivo cosa, in quel momento.
Qualcuna frettolosa, poco più d’una puncicata, qualcun altra a tirar via, tipo ‘na romanella, ma pur sempre 23 coltellate nella panza di Hanna, Cristo!
Stavo per urlare “basta”, ma l’indiano ormai si era fermato e subito dopo si dileguò nella stessa ombra da cui era giunto... con il mio portafoglio... e la borsetta della mia donna... quasi se la dimenticava, quello stronzo!
L’aveva massacrata, era morta e sepolta, ma singhiozzava ancora.
Era seduta a terra contro il muro, a gambe larghe, la bocca spalancata e la lingua arricciata sotto il palato…
«Hanna!», strillai, per farmi sentire.
Era sotto shock, ma reattiva; strinse gli avambracci sulla pancia, mentre cercava di mettermi a fuoco.
Per un attimo mi fece pena.
Si dimenava ancora, ma era all’ultimo ballo. Doveva saperlo anche lei, perché i suoi occhi avevano paura, una paura che non le avevo mai visto addosso prima d’allora.
Aveva bevuto da poco, ecco perché le coltellate non l’avevano ancora fiaccata. Ma sapeva di dover morire.
Mi sembrava perfino di vedere le sue interiora schizzare fuori dalla pancia. Ma forse era soltanto la mia crudele immaginazione.
In ogni caso il destino della mia donna era segnato.
La sbudellata, tuttavia, si agitava ancora, cercando disperatamente di piegare la sorte, con le braccia che si aggrappavano alla vita che le sfuggiva, serrandosi intorno alla pancia.
«Ambulanza… ambulanza…», chiedeva con voce gutturale.
Nonostante tutto, la sciagurata si voleva salvare.
Vedendomi inerte, inebetito, capì tutto…
«Sei... stato... tu… vero…? Proprio… tu…!».
«Ma cosa dici?».
«Non lo dico… a nessuno… ma sei stato tu… disgraziato… aiutami…», era ancora lucida e manteneva il controllo di sé. Era decisa a trovare una via di scampo anche in quella situazione estrema.
Qualcuno finalmente accorse, furono chiamati i soccorsi. Io mi finsi sotto shock, forse lo ero davvero.
Se la Califfa parlava, ero fregato.
Ma per ora si limitava a gemere, agonizzante, sbiancata in volto; aspettava ansiosa l’ambulanza.
Non capiva che era finita. Oppure, come molte altre volte, non voleva ammettere che qualcosa fosse più forte di lei.
«Perché…?», farfugliò, con la lingua arrotolata sotto il palato.
Era bella anche così, cazzo.
Eppure lei lo sapeva il perché, vecchia puttana…
«Era un pazzo violento, Hanna. Ma te la caverai…».
Mi fissò con gli occhi sbarrati, se non era andata, non ne aveva per molto.
L’ambulanza arrivò a sirene spiegate.
La troia fu subito caricata sulla barella. Però, mentre la portavano via, aveva gli occhi fissi al cielo buio…
Non fu una bella scena.
Hanna era andata. L’indiano aveva picchiato duro, senza farsi spaventare dal primo sangue, come sarebbe successo a me.
Comunque i portantini l’avevano caricata come niente fosse.
Forse il decesso sarebbe stato constatato all’ospedale.

«Salga, dottò... che su' moje c'ha fretta...».
Sì, non potevo rimanere lì. Ero non solo il presunto marito affranto e sotto shock, ma anche io stesso un ferito: fu così che mi infilai nell’autolettiga, mettendomi vicino a lei, per tenere d'occhio la situazione e accertarmi che non rinvenisse e soprattutto che non parlasse a sproposito.
Per fortuna, a stento di equivoci, la attaccarono subito al respiratore artificiale dell’ambulanza.
“Non lo dico a nessuno”, aveva promesso. Finora era stata di parola. Ed era troppo tardi per avere la chance di smentirsi.
Mi incuriosiva davvero il fatto che non avesse parlato, nemmeno quando ancora avrebbe potuto, quando, cioè, erano giunti i primi soccorsi.
Una puttana come lei non era certo stanca di vivere.
Ma in fondo doveva aver capito che era inutile arrabbiarsi.
L’alcol le aveva schiarito il cervello, quel poco che aveva in testa alle tette.
Mentre l’ambulanza correva all'impazzata, mostrava ancora qualche segno di vita: Hanna si contorceva nella sua agonia e usava gli occhi, non potendo usare la bocca. Erano spalancati, atterriti, e soprattutto cercavano di farsi rimpiangere...
Ma io non intendevo cascarci.
Per quanto fosse presuntuosa, sapeva perché moriva scannata.
Eppure li usava, era più forte di lei.
E colpivano.
Doveva sbrigarsi, però.
Perché diventava sempre più incolore.

Le mani, a palmi alzati, tremavano come avesse l'alzheimer.

Ormai non potevano più esserci dubbi: sarebbe giunta cadavere.

Il portantino, però, mi guardava. Forse gli sembrava strano che io non le prendessi la mano. Ma io me ne vergognavo troppo. A tutto c'è un limite. L'avevo fatta scannare, in fin dei conti.

Pur tuttavia, al fine di stornare da me quella futile curiosità, ebbene le presi infine la mano nella mia.

Era gelida.

Hanna era fregata. S'era fatta ammazzare, pur controvoglia.

Però era ancora in grado di sentirmi, perché a sua volta riusciva flebilmente a stringere. In fondo sapeva perché moriva sbudellata e mi stava chiedendo perdono. Lo apprezzai. Anche dalle sue parti c'era una lunga tradizione di coltelli in questi casi. In patria non avrebbe ricevuto un trattamento migliore. Le strinsi la mano con più convinzione. L'avevo perdonata, nonostante tutto. E poi mi piaceva quella sua voglia di tirarla alle lunghe, era una puttana dura a morire. Io sarei morto al solo pensiero di ricevere 23 coltellate...! Peccato, però, che la vedessi stinta in faccia come da uno schermo in bianco e nero. La mia donna sarebbe giunta cadavere. E forse era meglio anche per me. Era meglio voltare pagina e non pensarci più. Almeno ci eravamo lasciati bene.

Intanto, fra questi pensieri, l'ambulanza aveva rallentato. Pure il traffico si metteva contro Hanna.

E invece eravamo giunti.

Non era giunta cadavere, dunque.

Anche se era chiaro, però, che non la salvava più nessuno.
L’indiano ci sapeva fare.
Sfiancare una donna come l'Empusa non era facile. Ma lui c'era riuscito.

Certo... se non avesse avuto la mano così pesante...

Forse la mia donna non si sarebbe lasciata fregare, ma ormai era inutile starci a pensare. La Califfa aveva avuto il fatto suo. Adesso era un cadavere in barella.
I portantini la trasportarono nelle viscere dell’ospedale, parlando tranquillamente fra loro.
Lei era una malata come tanti, in fondo. Non si erano accorti che quella era la mia donna, il più grosso donnone mai giunto a Roma dalle Guerre Puniche.
Mentre era sotto i ferri, il Commissario mi raggiunse e mi interrogò.
Non ebbi difficoltà a rispondere. Mi ero preparato a dovere. Altro che Betti... quello mi avrebbe preso a sganassoni al primo dubbio.
Nell’aspettare la ferale notizia, ripensai a quando stavo per accoltellarla io stesso, al colmo dell’ira.
Aveva minacciato di mollarmi se non le avessi regalato una pietra di cui s'era invaghita.

«Tu non potresti mai uccidermi», mi disse, sicura di sé, a un centimetro dal filo della lama, con le zinne impettite che gonfiavano la camicetta.
E rideva, tra i denti, sicura che non mi sarei mai privato di una cagna del suo genere.

«Se devi farlo, fallo qui: infilzami...», e si buttò sul divano, calandosi i pantaloni e mostrando le cosce da vacca.

«Mettimelo dentro, presto!».
Più invecchiava e più voleva sentirsi giovane.
Più ingrassava e più amava indossare capi aderenti e attillati.
Più beveva e più si sentiva sobria.
Più uomini possedeva e più ne cercava.
Non “perché” voleva chiedermi, ma “come”.
“Come hai fatto a uccidermi?”.
Questo voleva chiedermi.
Facendoti scannare da un indiano.
Ecco come ho fatto.
Ad ogni modo, la colpa sarebbe stata di una città violenta, non mia, né di un Commissario incapace.
Il mandante era un’intera città; anzi un'intera capitale; a me non sarebbero mai arrivati.
Le colpe collettive facevano comodo a tutti.
La vacca entrò in coma e vi rimase per diversi giorni.
Il referto narrava di 23 coltellate…! Avevo contato bene.
Ormai poteva tradirmi solo con un portantino necrofilo.
Ricordai anche il significato di quel numero.

O Cassio e Bruto erano anche loro di sangue indiano, oppure era questa città che chiedeva sangue e spingeva congiurati e assassini a esagerare.
No, l'indiano soltanto aveva esagerato. Loro avevano colpito una volta ciascuno, per condividere la responsabilità di un immane delitto e al tempo stesso rivendicarne il merito.

Ma anche Hanna era una troia esagerata.
La Polizia si dimenticò presto di me: una semplice rapina finita neanche troppo male, non interessava a nessuno in questa città.
Era così contenta che tralasciò di serbarmi il dovuto rancore.
Si limitò a tradirmi di nuovo.
Ma stavolta divideva con me i soldi che succhiava ai suoi amanti.
In fondo così mi dimostrava di farlo solo per denaro.
Mica stupida…
Quando si dedicava a me, mi aspettava con pantaloni di pelle nera strizzati addosso alle cosce da vacca, camicetta di jeans scolorito sbottonata fino allo stomaco, catenazzo d’oro - molto indigeno - a pendolo sulla zinne, giacca di pelle nera, ed espressione da cagna in faccia…
Hanna era un'empusa mangiatrice di uomini.
Era tornata e si vantava di mangiare anche i coltelli.
Prima o poi l’avrebbero ammazzata davvero.
Ma intanto era tornata.
«Perché?», mi chiese ancora.
Non risposi.
La presi e basta.
Non c’era altro modo di prenderla.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA MORTE CHE UCCIDE

di Salvatore Conte (2016-2018)

«E di Jane Frexhi, la bella mercenaria, che mi dici?».

«L'hanno fatta fuori».

«Sei sicuro? Quella non l'ammazzi al primo colpo».

«L'ho vista con i miei occhi quando la trascinavano per i talloni, ammucchiandola vicino agli altri corpi.

Aveva addosso diversi colpi, la camicetta sbottonata come al solito.

Non ha avuto scampo».

«L'hanno ammazzata per ucciderla? Per farla fuori, insomma? O è stato un incidente?».

«Questo non lo so. Ma posso informarmi».

«Fallo. Voglio sapere chi l'ha uccisa e con quanti colpi mortali.

Potrebbero essere stati gli iraniani, o i cinesi; o anche i russi. La Frexhi era scomoda. E lavorava per noi.

Fai vedere il corpo a un medico legale, ma senza eseguire l'autopsia, e recupera il cadavere.

C'è chi pagherà per averlo e tu avrai la tua parte».

Rod Wallace torna sulla spiaggia dove le fazioni somale hanno ammucchiato i cadaveri, dopo il sanguinoso regolamento di conti.

Ma il corpo della bionda, in mezzo agli altri, non si vede; e non sarebbe difficile da riconoscere.

Cinquant'anni portati senza problemi, seno pesante, camicetta sbottonata fino allo stomaco come uniforme.

«Il corpo non si trova, è sparito dal mucchio dei cadaveri, ma ho preso informazioni e so con quale gruppo si muoveva la Frexhi negli ultimi tempi.

C'è stata una contesa tra fazioni e si sono sparati addosso. Durante la tregua hanno radunato i corpi sulla spiaggia.

La Frexhi, dopo aver perso diversi uomini, è stata circondata ed eliminata con una raffica di uzi: ha preso sette-otto pallottole in corpo, forse una l'ha raggiunta al cuore, perché mi hanno detto che è rimasta stecchita».

«Chi può avere preso il corpo?».

«Questo ancora non lo so».

«Datti da fare, Rod».

Ancora domande, ancora rischi, ma alla fine - come sempre - qualcosa salta fuori.

«Pare che il cadavere della Frexhi sia stato recuperato dai suoi uomini, i pochi superstiti, e portato a bordo del loro battello.

Devo proseguire con l'operazione?».

«Certo.

Compralo, prima che lo buttino in mare».

«D'accordo, ricevuto».

Le acque si sono calmate. Rod Wallace sale a bordo della nave un tempo comandata da Jane Frexhi.

«E così tu vuoi vedere cadavere di nostra signora?

Allora aspetta...», il bianco dei denti è smagliante.

Wallace rimane interdetto.

«Non ce l'avete voi?

Io pago meglio. Qualcun altro ve l'ha chiesto? I cinesi?».

«È okay... può passare...», interviene un altro del gruppo.

«Accompagnalo tu dal cadavere, ma tienilo d'occhio...».

Wallace entra in una cabina sottocoperta.

«Rod... vecchio bastardo...».

«Jane...! Questa sì che è una sorpresa...

T'avevo dato per fottuta...».

«Non ci manca molto... anche loro lo credevano...».

«Loro chi?».

«Non l'ho... ancora capito...

Ma qualcuno... ha voluto fottermi...

Sta andando... tutto storto...

Il mio mare... non è più... blu... è strano... è rosso... come... il mio sangue....», sembra quasi vederlo.

«Senti, Jane... devo comunicare con il contatto».

«Che vogliono...?».

«Il tuo cadavere.

E per il momento glielo farò credere».

«Okay... ma dopo torna qui... sto male... Rod...».

«Torno subito».

Wallace torna sul ponte e chiama con il satellitare.

«Allora... hai recuperato il corpo?».

«Sì, ce l'ho fatta».

«In che condizioni è?».

«Ottime».

«Bene. Conservalo al fresco, se ti riesce. E manda qualche foto appena possibile.

Quanti colpi mortali?».

«Due o tre, ma non al cuore».

Wallace chiude la comunicazione senza fornire ulteriori dettagli e ritorna dalla Frexhi.

La flebo al braccio l'unico sostegno.

«Quando ti ho visto passare, trascinata per i talloni, sembravi morta stecchita...».

«Una pallottola... credo... ha preso la spina...

Ero tramortita... e... non ho più... le gambe... Rod...».

«La tua barca è all'ancora. Non ti fai portare da nessuna parte?».

«È tutto lontano... e pericoloso... voglio crepare in pace...».

«Ma... pensi di cavartela lo stesso...? Ci stai provando?».

«Rod... sai usare... una maschera... dell'ossigeno...?».

«Penso di sì».

«Allora... fattela dare... ne ho bisogno...».

«D'accordo. Vado a prenderla».

Wallace ritorna poco dopo e organizza l'attrezzatura.

«È pronta... quando vuoi, ti fai un giro».

«Mi servirà... ma non adesso...».

«Hai paura, Jane?».

«Sì, ho paura...», gli occhi incupiti, «si vede... vero...?».

«Un po'...».

«Sono già morta... Rod... ma la morte che uccide... è quella che mi fa paura...».

«E che tipo di morte sarebbe? La morte uccide sempre, no?».

«No... m'hanno sparato... e m'hanno ammazzato... ma non sono morta...

La morte che uccide... non ti lascia scampo... arriva... e ti stronca...».

«E tu hai paura che non manchi molto, vero, Jane?».

«Non sono... una stupida... Rod...

Li vedi anche tu...?», la Frexhi abbassa lo sguardo sulla camicetta impregnata di sangue. «Stomaco... fegato... utero... ma non sono finita... finché non crepo...

Rod... adesso... fammi riposare...».

Wallace ne approfitta per comunicare.

«C'è una complicazione».

«Di che si tratta?».

«Il cadavere è ancora caldo...».

«Che diavolo significa?».

«La Frexhi è stata ammazzata, ma non uccisa».

«Senti, Rod... non ho tempo da perdere, sputa il rospo».

«È quanto mi ha detto lei stessa.

È stata colpita a morte, ha preso una raffica di uzi in pancia, ma non è ancora crepata».

«Cosa?!».

«La morte che uccide non è ancora arrivata».

«Ma... se non è morta... è stata visitata da un medico?».

«Non c'è molto da fare, lo sa anche lei, è preparata».

«La Frexhi non se lo merita, è una combattente.

Mando un elicottero con adrenalina e plasma».

«Non credo ce ne sarà il tempo, comunque tanto vale provare».

«Tu stalle vicino e falle credere di potercela fare, capito?

Lei è una combattente, ci proverà».

«D'accordo».

Wallace torna sottocoperta.

«Jane... come va?».

«Male...».

«Fatti un goccio di quello buono...», le porta alle labbra la fiaschetta del whisky.

«Sei carino... con me... Rod...».

«Tu sciogli tutti, Jane...

Sei una bella donna, una di quelle che sembrano non nascere più».

«Sei bravo... a distrarmi... mentre crepo...

Ma io... non voglio morire...

Ho dei soldi... da parte... se mi aiuti... li avrai...».

«Non c'è bisogno di soldi, Jane...

Devi cercare di stare calma... hai preso pallottole difficili da gestire... ma con una come te non si può mai dire...

E poi... ho una sorpresa per te, Jane.

Il contatto manderà un elicottero con un kit di soccorso medico...».

«Se non crepo... finirò in carrozzina... tu... ti metteresti... con una donna... in carrozzina...?».

«Se sei tu, sì.

Fatti un giro adesso».

Wallace aggiorna il contatto.

«Col piombo addosso è invecchiata di vent'anni; sembra una settantenne.

Flebo e maschera dell'ossigeno non bastano più. Che fine ha fatto l'elicottero?».

«Sta arrivando, tienila buona».

L'operativo torna al capezzale della Frexhi.

«Questo cazzo… di elicottero… quando arriva… io sto crepando… Rod…».
«Hai ragione, Jane, vado a sollecitarlo».

Wallace si affida di nuovo al suo telefono satellitare motorola.
«La Frexhi è cotta, urge l’elicottero con kit medico».
«Negativo, ci sono problemi. L'elicottero deve raccogliere una priorità superiore. Ritorniamo all’obiettivo iniziale: il cadavere e informazioni sui mandanti».
«D’accordo, procedo».
Wallace torna in cabina.
«L’elicottero ha avuto problemi, arriverà in forte ritardo, mi dispiace, non dipende da me, lo sai.
Hai idea del perché ti abbiano sparato, Jane?».
«Ti sei… risposto… da solo... Rod…».
«Che vuoi dire?».
«Cominciavo… a essere ingombrante… sapevo troppo… e avevo… un certo seguito… fra i negri…».
«Negri…?».
«Io li chiamo così… a loro piace… non è ipocrita… ed esprime forza…
Hanno deciso… di fottermi… e di azzerare… il mio gruppo… hai capito… adesso…?

Rod... la morte che uccide... non perdona nessuno...

Sono finita... ma non gli darò... soddisfazione...

Tu... farai scomparire... il mio cadavere... gli rimarrà il dubbio...».
«Jane... chi è stato a fregarti?».
«Davvero... non capisci...?

La maschera… presto…», ha bisogno di ossigeno.
Sta succhiando quando si scatena l’attacco.

Raffiche di mitraglietta da un motoscafo che si avvicina a forte velocità.

Spari ravvicinati, il nemico è a bordo.

È una donna quella che fa irruzione in cabina, pistola in pugno.

Punta dritto sulla Frexhi e sta per saldarle il conto.
BANG
BANG

Wallace le ha messo due palle in corpo.

La riconosce subito.

Si chiama Kelly Maddox, ed è un'esperta di targeting.

«Coglione... mi hai fottuto...».

L'ha colpita a morte e lei l'ha capito.

«Pensavo lavorassimo insieme, Kelly.

Lo sai, tu, cos'è la morte che uccide?».

Ridotta inaspettatamente in fin di vita, la Maddox lo fissa inebetita.
Gli spari, intanto, si spengono.
Non si sentono più né rumori, né voci.

«Jane... adesso ho capito...».

«Falle sputare tutto...».

Sta morendo...

Anzi la morte la sta uccidendo.

Ho un'idea...».

Wallace prende in prestito l'ossigeno della Frexhi e glielo passa.
«Non ci dirà niente che ormai non sappiamo.

Ma è pur sempre una collega.

Jane... ho l'impressione di essere il nuovo capitano di questa bagnarola.

Ti fa paura farti visitare da un medico cinese?».
«Per sentirmi dire… in cinese… che la morte uccide…».
«C'è un loro peschereccio da queste parti».

«Va bene… ma sbrigati… sto... alla canna… del gas…».
Un elicottero è in arrivo davvero stavolta.

Si tenta il tutto per tutto.
Prima che le ammazzate rimangano uccise.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

CHI HA UCCISO LA NUMERO 80?

di Salvatore Conte (2016-2017)

Il pesante corpo della Numero 80 viene trascinato per i talloni fino alla porta del suo appartamento.
Le braccia della monumentale incarnazione di Freyja o Frigga, moglie di Odino, si allargano inerti, allineandosi sopra la testa.
Nonostante il gran fisico, c'è rimasta secca.
«Per favore, Numero 66, facciamo in fretta: il Numero 2 la desidera ancora calda».

«Naturalmente, Numero 11: con il taxi faremo in un baleno».
La Numero 80 viene caricata lunga sui sedili posteriori, con le braccia e le gambe a penzoloni, fuori dalla sagoma del veicolo.

Il taxi riparte e - azionando il clacson - il Numero 66, alla guida, fa scansare i concittadini che affollano la via principale del Villaggio.

«Largo, largo... fate passare, per favore...», con una mano a gesticolare fuori dall'abitacolo.

L'esecuzione è avvenuta in pieno giorno.
La Numero 80 è stata liquidata da una coppia di sicari, che le hanno esploso contro diversi colpi di rivoltella.
«Che volete fare?! Per favore... NO!», le ultime parole, prima di essere raggiunta dalle pallottole.
POW!POW!

POW!POW!

POW!POW!
I colpi sono ripetuti, insistiti, mirati a squagliarle il grasso nella pancia, senza far danni alla struttura intorno.

La Numero 80 - per qualche istante - sembra rimanere in piedi, lo sguardo deciso, nonostante i colpi d'arma da fuoco l'abbiano raggiunta in pieno; poi, però, le gambe cedono improvvisamente, come se il pavimento si aprisse sotto i suoi piedi; gli occhi della Numero 80 si orientano fissi al soffitto, la bocca aperta in un'espressione di tragica meraviglia.
È stata sorpresa nella sua bella abitazione all'interno del Villaggio, la città ideale di Sir Clough Williams-Ellis, il paradiso perduto, un incompreso lamento sulla fine dell’Occidente, in affitto al Numero 1 dal 1967.
La bella cinquantenne -  chiamata anche Freyja o Frigga, per la somiglianza alla moglie di Odino, raffigurata in statua nel Villaggio - con lo sguardo penetrante, il sorriso sfuggente, le forme procaci, la tanta carne e il grasso vellutato che la gonfiavano in maniera ineffabile, aveva reso succubi e tributari numerosi concittadini; il Pallone guardiano, il grande globulo bianco, il Rover, non l'aveva mai intercettata, perché Frigga non aveva mai cercato di fuggire: il Villaggio le piaceva e stava diventando il suo Regno; aveva da poco festeggiato il Solstizio d'estate, come si faceva un tempo, proprio da quelle parti.
Il Numero 2 era stato chiamato dal Numero 1, ricevendo precise istruzioni.

Questa la fine della Numero 80.
Giunta in taxi all'abitazione originaria - ante avanzamento - del Numero 2 (e non presso la prestigiosa Green Dome), viene scaricata e trasportata dentro a braccia.

«Accidenti, quanto pesa!».

«E in più c'è tutto il piombo che ha incassato».

I due vanno diretti in camera da letto.

E vengono congedati all'istante.
«Finalmente...».
Il Numero 2 si dà subito da fare.
Il corpo è ancora caldo, come voleva, e lui pronto, come sperava.
«Fantastico...».
Affonda i colpi contento.
«Per favore... no... no...», il timbro gutturale, oltretombale.
Il timbro della Numero 80!
«Che cosa...?!», benché eccitato da morirne, il Numero 2 si ferma, impietrito, e si sfila. «Non sei ancora morta...?!».
È costretto a finire di mano.

«Quegli idioti...», ha appena ripreso fiato.
Chiama l'ospedale del Villaggio e chiede un taxi-ambulanza, ossia un taxi con rimorchio usato per il trasporto di feriti, malati e salme. C'è un'autopsia da eseguire.

«Numero 80... se non crepi... ti faccio rimettere a posto...

Ma dovrà rimanere un nostro segreto... capito?».
«Volevano uccidermi...».
Giunta all'ospedale, la Numero 80 viene trasportata nella sala delle autopsie.

Il Numero 2 se ne occupa personalmente.

«Teledottore, eseguire autopsia sulla Numero 80».

Rispondendo alla voce del Numero 2, diversi bracci meccanici entrano in funzione, agitandosi intorno al corpo della Numero 80, steso sul lettino con gli occhi sbarrati: sembrano le spire di un serpente.

{Negativo. Autopsia richiesta in contrasto con protocolli operativi. Numero 80 non risulta deceduta}, una voce metallica risuona nella sala.

«Teledottore, calcolare probabilità del decorso medico».

{Probabilità di decesso: 98,0%.

Probabilità di sopravvivenza...}.

«2%, ovvio», il Numero 2 anticipa la risposta.

{Negativo.

Probabilità di sopravvivenza: 1,8%.

Probabilità di sospensione vitale: 0,2%}.

«Teledottore, analisi dei colpi fatali».

{Presenza di ferita d'arma da fuoco in corrispondenza di: stomaco.

Presenza di ferita d'arma da fuoco in corrispondenza di: fegato}.

«Teledottore, rimani in attesa di istruzioni».

{Ricevuto}.

Il Numero 2 si rivolge alla Numero 80.

«Almeno due colpi non ti lasciano scampo! Hai sentito?».

Frigga annuisce, sconvolta.

«Io... non pensavo... io...».

«Il Teledottore non sbaglia mai. Sei rimasta uccisa, Numero 80».

«Numero 2... aspetta...  Numero 2... Numero 2...», continua a chiamarlo per numero, sa che ha reso succube anche lui (ne ha avuto recente conferma), la paura della fine sul volto, la paura di chi ha ricevuto la propria sentenza.
«C'è solo una possibilità, Numero 80... anzi una virgola ottanta.

Non vuoi tentare la fortuna?».

Frigga annuisce, disperata.

«Teledottore, eseguire protocollo di valorizzazione delle probabilità di sopravvivenza».

{Ricevuto}.

"La Numero 80 rimane uccisa": è il titolo principale del Tally Ho, il giornale del Villaggio in edizione straordinaria.

"Un agguato a colpi di rivoltella. I sicari non le lasciano scampo. Il corpo, gonfio di piombo oltre che di grasso, è stato trasportato all'Ospedale per la regolarizzazione del decesso e l'autopsia di rito".

Allorché il Numero 6 legge la prima e unica pagina del giornale, chiama un taxi e si fa condurre all'ospedale.

In molti - in effetti - hanno visto, ma nel Villaggio, e probabilmente ovunque, "a still tongue makes a happy life", ossia "una lingua immobile rende serena la vita".

Va diretto in sala autospie e coglie il serpente metallico intento a operare sulla Numero 80.

«Che bisogno c'era, Numero 2!», con la tipica aggressività degna del suo predecessore. «Di sicuro lei sa chi l'ha fatta fuori, come e perché!».

«Mi meraviglio di lei, Numero 6. Non c'è forse bisogno di aiutarla, pur se le rimane poco da vivere?», ricambiando l'irruenza dell'interlocutore con divertiti toni sibillini.

Il Numero 6 si avvicina al lettino e la osserva.

«Non è ancora morta. E questa non è un'autopsia.

Tuttavia... se ciò non rimanesse un segreto ben custodito... chi l'ha uccisa potrebbe riprovarci.

Mi comprende, Numero 6?».

«Mi fermerò qui per un po', allora. Mi fingerò malato».

«Molto bene, Numero 6. Io andrò a organizzare i funerali.

Teledottore, proseguire con il protocollo di valorizzazione delle probabilità di sopravvivenza.

Il Numero 6 è autorizzato a impartire istruzioni in mia vece».

{Ricevuto}.

BIP-BIP-BIP

Suona il telefono rosso: il Numero 2 porta sempre con sé.

È il Numero 1.

«Tutto finito, Signore.

Sì, certamente, Signore... l'operazione è conclusa, i sicari non hanno risparmiato piombo, l'obiettivo è deceduto quasi sul colpo.

Sissignore. Certamente. Sissignore».

La comunicazione è conclusa.

Il Numero 2 è perplesso.

«Qui mi gioco il mio numero, Numero 6. E anche di più...».

«Chi è il Numero 1?».

Il capo del Villaggio lo osserva, abbassa gli occhi, e se ne va.

«Io so chi è il Numero 1!

Frigga... chi è stato?», un attimo dopo si rivolge alla donna agonizzante sul lettino d'ospedale.

Ha subito un'anestesia locale, è in grado di parlare.

«Due numeri... hanno sparato... diverse volte... sono rimasta uccisa...».

«Non è ancora detto».

«Non mi terrai rancore... per quella volta...».

«No, non ti preoccupare».

«Toglimi una curiosità... perché ti sei dimesso...».

«Non mi sono dimesso.

Prendevo in giro il Numero 1.

Come lui prende in giro voi».

«Però... al Villaggio... si sta bene...».

«Io ci starei bene solo con te...».

«Chissà.. chissà...».

«Dovrai cambiare numero. Sarai la Numero 74, è vacante».

Gli domanda perché con gli occhi.

«74+6=80. Con me torneresti te stessa, Frigga.

Non mi interessa chi eri, ma chi sarai...».

«Chi sarò... un cadavere...».

«Ci sarà un nuovo Numero 2. D'altronde i globuli rossi non vivono più di quattro mesi.

E tu dovrai stare molto attenta, abbottonarti la camicetta e passare inosservata.

So che non sarà facile».

«Forse... mi serve... un addendo...».

«Se non rimani uccisa, avrai quello che ti serve».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LO SCERIFFO

di Salvatore Conte (2017)

«Rentcar ha parlato: grido di aiuto da carro di ferro. Fermato in Gola di Puma».
«Ferro? Credo sia plastica.
Il grido d’aiuto è un Sos automatico?».
«Lingua Dritta ha parlato».
«Andiamo a vedere. Prendi i cavalli».
John Wallace è lo Sceriffo della Contea, Ombra Tagliente il suo unico vice, tre penne al posto del cappello.
In quest'angolo sperduto d'America anche i bianchi vivono nelle Riserve.
I vecchi nemici sono quelli di cui hanno più nostalgia. Tutto il resto non c'è più.
Gli hanno chiesto la resa incondizionata, di consegnare i fucili e arrendersi.
Pensavano di aver vinto, ma sono stati sconfitti.
Presto ci sarà chi si prenderà cura di loro. Potranno chiamare un numero d'emergenza e saranno salvati.
Hanno eletto John Wallace perché gli ha promesso di non aver tempo per loro. Un uomo col fucile può salvarsi da solo. Lui dovrà pensare a chi non ce l'ha.
Quando verranno a portarglielo via, combatteranno l'ultima battaglia e poi scompariranno, come quei musi rossi di cui non avevano capito tante cose.
La grande nazione indiana s'è guadagnata il loro rispetto, e adesso vedi spesso un viso pallido e un muso rosso camminare insieme; il primo può imparare tante cose; come perdere mantenendo la propria gloria, per esempio.
La strada s'inerpica tortuosa nel deserto; è una semplice pista di sabbia, delineata più da cactus che da cartelli.
Escursionisti, ciclisti, automobilisti, variamente sprovveduti, sono sempre più frequenti.
Niente li spaventa, nemmeno i cartelli che segnalano la presenza del puma.
Troppo forte il desiderio di fuggire dal progresso.

«Ci siamo...».
Lo Sceriffo avvista l'auto: ha sbandato in curva e si è capovolta; una persona è a terra nei pressi del veicolo.
Smonta da cavallo e scorge il meastoso puma che troneggia sulla cresta di roccia.
Puzza di benzina non ce n'è, può lasciarla dov'è.
Lei sente la sua presenza e spalanca gli occhi verdi.

Wallace tira un sospiro.
«Sente dolore, signora?».
«Lei... è un poliziotto... sia ringraziato il cielo».
«Sono lo Sceriffo.
Si sente bene?».
«Io... io... ho bevuto solo un goccio...
Mi farà l'alcol-test, Sceriffo?».
L'aiuta a tirarsi su, sembra non aver niente di rotto.
«Già, l'alcol-test...
Ombra Tagliente, vallo a prendere...».
L'indiano torna con la borraccia.
«Su, beva un goccio, le farà bene; poi vedremo come regge l'alcol...».
«Ma così mi arresterà... supererò il limite consentito dalla legge...».
«Signora, siamo nella Contea di Hot Water.
Qui la legge sono io.
Sono io a decidere se qualcuno ha bevuto o no, e sempre io a decidere se ha bevuto potendolo fare o no.
Non sarà certo una fottuta macchina cinese a stabilirlo, non nella mia Contea, almeno. Non è vero, Ombra Tagliente?».
«Sceriffo parla con lingua dritta».
«Sentito?».
«Beh... io ero un po' giù, Sceriffo... e ho bevuto un goccio per tirarmi su.
Non avrei dovuto farlo, lo so, ma questo paesaggio mi ha fatto perdere la testa».
«È un motivo valido, signora.
Per Bacco e per Manitou... lei è una donna... non è un delitto avere delle emozioni... whisky e winchester hanno fatto insieme questo Paese: vogliamo dimenticarlo?».
«AAAHHH...!», la signora ha inquadrato il puma. «Quella bestia... avrebbe potuto uccidermi...».
«Quel puma l'ha protetta dagli sciacalli».
«Cosa? Ha protetto me? Ma se neanche mi conosce...
E perché l'avrebbe fatto?».
«Glielo chiederemo...
Un puma tiene fermi mille sciacalli.
Non si fa forte del numero, non conta gli avversari.
È come uno Sceriffo d'altri tempi».
«Cambiando discorso, può dirmi chi è quello?».
«È il mio vice».
«E perché porta delle penne in testa come un indiano nei film?».
«Perché è un apache, signora».
«Un apache?!».
«Non si senta in colpa per loro, qualcuno è rimasto.
A me non serviva un apache con un cappello da cow-boy in testa.
Certo, il Governatore ha avuto da ridire, ma io ho deciso così.
E qui c'è gente pronta a combattere l'ultima battaglia. Finché non avranno il coraggio di vincerla, io sono la legge.
Il muso rosso è in gamba, questo è ciò che conta».
«Lei chiama un suo dipendente “muso rosso”...».
«Signora... per me un negro è un negro, e un muso rosso è un muso rosso.
E non è un dipendente, è il Vicesceriffo della Contea.
Ombra Tagliente non dipende da nessuno. Se non rigassi dritto, mi scalperebbe in meno di un minuto.
Per questo l'ho assunto.
E ne cerco un altro.
2.000 dollari al mese.
Ma niente curriculum.
E non mi basta che mi centri una bottiglia da duecento metri.
Lo faccio annusare a occhi di giada e mi faccio dire che ne pensa».
«Occhi di giada... una squaw indiana, suppongo».
«No, un puma femmina.
Ha occhi come i suoi, signora».

Risponde con una smorfia divertita.
«Mi dica... questi puma... non sono pericolosi? Nessuno li caccia?».
«Nella mia Contea, per chi caccia il puma c'è il capestro, signora.
Vivono su questa terra da molto più tempo di noi, sono un'unica cosa con questo paesaggio, e che io sia dannato se permetterò a un fottuto delinquente di dar loro fastidio».
«Lingua Dritta ha parlato».
«Lingua Dritta è lei, Sceriffo?».
«I musi rossi mi chiamano così.
Amministro la giustizia nella loro Riserva».
«Allora lei è Sceriffo e anche Giudice».
«C'è forse differenza?».
«Di solito sì. Dunque lei potrebbe non solo arrestarmi, ma anche condannarmi...».
«Già, dovrei condannarla all'ergastolo, da scontare nella prigione della Contea.
Ma poiché non ravvedo colpe nel suo maldestro comportamento, mi vedo costretto a rilasciarla».
Sorride.
«Sceriffo... lei è un uomo così forte, eppure si fa incantare dagli occhi di una donna?».
Una lunga pausa.

Un sospiro.
«Sono uno Sceriffo. Non un uomo forte, signora».
«Sandy. Mi chiamo Sandy Stark, e vengo da Boston. Non mi ha nemmeno chiesto la patente».
«Nessuna patente al mondo potrebbe dimostrare, in questo momento, che lei sia una buona guidatrice; perciò non mi serve vederla».
Lo guarda, stupita.
«Sceriffo... lei e il suo vice mi avete salvato la vita, questa è la verità.
Mi dispiace aver creato un tale problema.
E le sarei grata se potesse darmi un passaggio con la sua macchina di servizio alla più vicina agenzia di noleggio auto».
Wallace fa un cenno al suo vice.
«Naturalmente. Non penserà che la lasci qui, no?».
Quando vede i cavalli, la Stark rimane basita.
Scuote leggermente la testa.
«No... questo no... io non ho confidenza con gli animali...».
«Dietro di me non le accadrà nulla.
Ombra Tagliente l'aiuterà a montare».
«Vada piano, la prego».
«Lei si stringa forte».
«Non c'è bisogno di dirmelo...».
Dopo non molto si fermano, è calata l'oscurità.
Ombra Tagliente accende il fuoco.
«Come si sente?».
Un silenzio imbarazzato.
«Sono un po' stanca, ma è stato emozionante cavalcare.
In fondo ero qui per fare qualcosa di diverso.
Sceriffo... questi sono 200 dollari per il carro attrezzi. Sono sufficienti?».
«Li tenga, all'auto penserà il vecchio Jack».
«Il vecchio Jack...».
«Non riuscirei mai a rifilargli un dollaro.
Non mi guardi così.
Si usa così da queste parti.
Chi prende soldi dallo Sceriffo è considerato alla stregua di un usuraio.
È gente che è rimasta molto indietro.
Se la può consolare, non prenderebbe soldi nemmeno da lei».
«E come fa a dirlo?».
«Lo dico perché lo conosco. Jack Stanton è un bravuomo. E se lei avesse un problema, lui si farebbe in quattro per aiutarla.
Lo Sceriffo deve conoscere tutti.
Qui le persone non hanno codici fiscali. Hanno una reputazione».
«Quell'ascia è molto bella, è sua?
È il tomahawk che mi ha regalato la tribù di Ombra Tagliente.
È l'arma dell'ultimo giudizio, perché per un uccidere con un tomahawk non basta premere un grilletto. Tutta la mano deve volerlo. E anche il braccio.
Insomma, devi volerlo davvero, stai condannando a morte il tuo nemico. È come il martello dei nostri giudici. Il movimento è secco, coordinato, la decisione è presa: due culture tanto diverse, gli stessi gesti.
Comunque con questo arnese, il qui presente Ombra Tagliente può dividere una testa in due parti uguali a cento metri di distanza, sotto la luce della luna.
Forse il suo nome le dice qualcosa, adesso».
«E tutte quelle medaglie sull'uniforme? Cosa rappresentano?».
«Solo cianfrusaglie, le danno a tutti».
«Viso pallido parlare con lingua biforcuta, signora».
Gli tira un sassetto.
«Lo sai che non devi contraddirmi, sporco muso rosso».
«Lingua Dritta salvato molte persone, musi rossi, negri, peones.
Non guardare pelle, lui Sceriffo per tutti, ma se tu non rispetti sua legge, lui non portare da giudice. Io paura quando lui arrabbiato».
«Smettila, o spaventerai la signora».
Si gira, Sandy si è addormentata.
Wallace si allontana un po', si trova una roccia e si siede, guardando lontano; il tomahawk dietro la schiena.
Si volta intercettando un'ombra.
«La disturbo, Sceriffo?».
«John. Mi chiamo John Wallace, e sono di queste parti.
Credevo stesse dormendo...».
«Ho pensato che una notte così andasse passata come sta facendo lei, guardando lontano...».
«Lei è una donna molto strana, signora Stark.
Come le ho detto, anzi come lei stessa ha notato, sono uno Sceriffo, non un uomo forte».
«Come dice il suo vice, lei parla con lingua biforcuta...
Eppure la chiamano Lingua Dritta.
E così lei è forte con tutti, tranne che con una bella donna.
Non sono più molto giovane, ma so di essere ancora piacente.
C'è qualcosa di male in questo?».
«Davvero niente».
«Non vorrei sbagliarmi, ma la sua solitudine si percepisce lontano un miglio, come un urlo silente.
Lei ama la natura selvaggia, gli animali, le culture diverse dalla sua, lo spirito che anima tutte le cose.
Non può stupire quindi che a lei manchi qualcosa che racchiuda tutto questo in un'unica, perfetta espressione.
Forse in città avrei aspettato mesi, anni per fare un discorso così, ma in questo santuario le parole vengono da sé.
Scusami, John, se ho parlato troppo».
«Se si parla dritto, non c'è male nelle parole.
Ma l'incidente è stato troppo grave.
Forse tu ti sei ripresa, io no».
Sandy ammutolisce per l'emozionante, inequivocabile complimento.
Passa un lungo silenzio. Entrambi guardano lontano.
«Ci sono battaglie che durano molte vite. E che non si vincono mai».
«Quali, ad esempio».
Ma lui non risponde.
«Lei parla come uno sciamano indiano, Sceriffo».
«Non sono diversi da quello che eravamo noi, una volta».
«La lascio ai suoi pensieri, Sceriffo. Io non sono così complicata.
Credo di essere sempre la stessa...».

E si infila gli auricolari.
La musica dello smartphone filtra ovattata nel silenzio del deserto.
Impossibile non riconoscerla.
«È una canzone che parla di morte, ma sembra un inno alla vita.
È pervasa da nostalgia e speranza, realismo e sogno.
È bellissima, ogni volta mi fa tremare».
Tre minuti dopo gli passa l’apparecchio e gli auricolari, come se gli appartenessero.
E si allontana, tornando a dormire.

E le sembra che dal deserto suoni l'armonica.

Non è un sogno. Ombra Tagliente sta suonando per lei.

Conosce a perfezione il capolavoro di Bob Dylan.

Knockin' on heaven's door...

Sugli occhi verde corre la rugiada.

A occhio e croce ha quasi sessant'anni, ma è ancora nella maturità di una stravolgente, raffinatissima bellezza. Come il fiore che a dispetto dell'autunno rimane fresco mentre gli altri avvizziscono, la Stark fa sospettare che il tempo non sia per tutti uguale.
Non è l'alba, è mattino inoltrato quando Sandy riapre gli occhi verdi.
«Ma è tardi... state aspettando me... ero molto stanca, scusatemi».
Ombra Tagliente le porge una tazza di caffè caldo.
«Perché il suo vice non parla quasi mai?».
«Gli apache non danno importanza alle parole, men che meno alle nostre».

«Anche in quella canzone ci sono poche parole».
«È vero, tutto il resto lo dice la musica.
Se la sente di tornare in sella, signora Stark?».
Passa una coppia di ciclisti.
Passa la sabbia sotto gli zoccoli.
Ombra Tagliente indica l’orizzonte.
Lo Sceriffo si ferma e prende il cannocchiale.
Un folto gruppo di avvoltoi volteggia sulla prateria, ai limiti del deserto.
«Devo andare a controllare, signora Stark.
Ombra Tagliente la accompagnerà in paese».
«Se corre così, non vincerà mai la sua battaglia», la reazione è pronta, quasi preparata.

Ma anche Ombra Tagliente è pronto. Suona ancora dal deserto l'armonica. Una nota dolente di gioia, che invita a non arrendersi, a stringersi insieme, a ravvivare il fuoco nel bivacco, in mezzo alla prateria, al centro delle tenebre. Basterà una canzone e la voglia di cavalcare insieme.

Quando le note di Bob Dylan sfumano, attacca lei.

«Non credo sia prudente separarsi dal suo vice. Le sono così d’impaccio qui dietro?».
«Dovrebbe chiedere al vecchio Black».
«Il vecchio Black...».
Un nitrito le risponde.
«Un altro che si farebbe in quattro per aiutarmi, scommetto».

«Si occupa di qualcosa nella vita?».
«Sì, di non farmi pestare i piedi».
«Questo sarà utile.
Ombra Tagliente, dalle una stella.
Non voglio civili tra i piedi quando lavoro.

Tu, ragazzo di campagna, le insegnerai quello che sai, e tu, Stark - che vieni dalla città - insegnerai a lui come sopravvivere nelle condizioni più estreme.

Sei in prova, ragazza, non dimenticarlo».

E con un colpo di sperone, sferza il vecchio Black e le reni di Sandy, lanciandosi lungo il pendio.

Il bestiame di Wilcox è stato avvelenato, un po’ come tutto, ormai.
Non fa eccezione Sandy Stark, che ha bevuto il veleno da cui non si fa ritorno, che non conosce antidoto.
Sole di Notte ha imparato a cavalcare e a sparare. È una dura, la città l’ha resa forte. Il resto sono dettagli.
Lo stregone apache le ha regalato la cintura della medicina.
Perché i cavalli le sono soggiogati e la pistola la parifica al sesso dell’uomo.
Ma senza medicina non avrà mai potere.

Quel giorno lo Sceriffo è nella Riserva, Ombra Tagliente a tradurre un detenuto nelle prigioni dello Stato, e Stark di servizio in paese.
Quel giorno si spara.
Una banda di narcotrafficanti fa una scorribanda a Hot Water.
Le informazioni sono giuste.
Arriva la chiamata d’emergenza, ma la Riserva non è dietro l’angolo.
Lingua Dritta si scusa con i Capi e sferza il vecchio Black.
Quando non vede Sandy tra la folla, non ha nemmeno la forza di parlare.
Sempre meglio che vederla a terra, si dice.
C’è anche il Sindaco, una brava persona.
Lui, però, si fa raccontare i fatti dal vecchio Jack, che oltre ad essere una brava persona, ha la semplicità di chi lavora e non frequenta i politici.
«Hanno ammazzato Bill e fatto il colpo. E preso Sandy e Amabel, la figlia della signora Carson.
Erano una ventina, su quattro o cinque pick-up. Hanno sparato con fucili mitragliatori. Senza lo Sceriffo, nessuno se l’è sentita… beh…», con una vergogna oggi sconosciuta.
«Non si poteva fare niente, Jack».
Scuote leggermente la testa, non è convinto, qualcosa non gli torna.
«Sono andati in direzione del confine», conclude così, mancava solo quello.
«Erano messicani, Jack?».
«Io non li chiamerei così».
Poche informazioni, semplici e chiare, nello stile di una volta.
Negli occhi lo sguardo che fu di Annibale al Trasimeno e a Canne, di Ulisse davanti ai Proci.
Ma ancora più disumano, perché in quell’epoca non sorgeva da un sentimento tanto alieno.
«Jack, portala al Sindaco».
Anche Ombra Tagliente è rientrato, e in quel momento si sfila la stella e la lancia allo Sceriffo.
«No, tu no.
Perderai il posto.
Questo compito spetta solo a me».
Negli occhi dell’indiano la totale indifferenza a quelle parole.
«Ombra Tagliente prendere scalpo o morire».
«Tu non prenderai niente, idiota!».
Quello, però, è già partito per l’Ufficio.
«Anche questa.
E non far muovere nessuno. Non servirebbe a niente.
Di’ alla mamma di Amabel che faremo il possibile».
«Sissignore».
Vorrebbe aggiungere qualcosa, ma quando gira la testa, lo vede a cinquanta metri, diretto all’Ufficio, dove presumibilmente farà ricorso all’armeria.

«Idiota! Non dovevi sparare!».
«E perché? Chi ce lo ha impedito?
L’abbiamo fatto anche a Rock Spring…».
«Non tutti i posti sono uguali, idiota!
Vi avevo detto che dovevamo prendere i soldi e basta.
Pedro: tu e i tuoi uomini rimarrete indietro e controllerete la pista».
«Ma capo… i federali ci metteranno giorni a organizzarsi e noi siamo quasi alla frontiera…».
«Non ci sono solo i federali, imbecille.
Fai come ti dico o t’ammazzo.
E voi state lontano da quelle due, cabrones!
Ci salveranno le chiappe, se qualcosa dovesse andare storto».
«Ma cosa potrebbe andare storto, con questi?», e mostra, sicuro di sé, il fucile mitragliatore.

“Sono prontamente scattate le indagini della Polizia di Stato sulla rapina che è costata la vita all’impiegato postale di Hot Water, Bill Walker.
Proprio in questo momento, purtroppo, Sceriffo e Vicesceriffo di Contea risultano dimissionari.
Se venisse confermata l’ipotesi del rapimento di due donne, interverrà anche l’FBI. Mentre, qualora le tracce portassero in Messico, scatterebbe subito la rogatoria internazionale.
E passiamo ora…”.
È la televisione dell’unico saloon di Hot Water.
Gli sguardi bassi.
Non si poteva fare niente.

«Ombra Tagliente fatto segnali a gruppo di idioti», è un raro momento di pausa, per far rifiatare i cavalli.
«Hai fatto bene. Due idioti sono già molti».
Non è più tempo d’ombre rosse.
Le ombre sono sempre più cupe.
«Ma non si allontanino troppo.
Se non avremo fortuna, voglio che riportino a casa le donne».
«Loro sapere.
Ma capire, non capire.
Guerrieri non aspettano».
«Lo so, dannazione. Lo so.
Ma non voglio perderne ancora.
Basta.
Basta così».
Lo sguardo si sposta.
«Siamo in Messico, si sentono al sicuro, hanno già rallentato, si sbronzeranno».
«Lingua Dritta ha parlato».
«Stanno andando verso la Sierra.
Devono avere un covo.
Spartiranno i soldi lassù.
Ci saranno prima di notte».
«Lingua Dritta ha parlato».
«Li aspetteremo alle Gole della Morte, salendo per il fianco della Grande Madre».
«Ombra Tagliente incontrerà i Grandi Capi senza vergogna».
«Ombra Tagliente serve a me.
Vamonos».

Cavalca con occhi vuoti.
A stento nota il braccio teso di Ombra Tagliente.
«Grande Signora non appare a tutti».
L’aquila volteggia in cima alla Sierra. Sembra aspettarli.
Ma lui è un non vivente.
Si chiede se abbia fatto la scelta giusta, se non fosse stato meglio tentare il tutto per tutto in un altro modo.
Si chiede se Sole di Notte sia ancora viva.
It's getting dark, too dark to see.
That cold black cloud is comin' down.
Il sole è ancora alto, ma intorno a lui si fa ombra.
Il bandito sta per sparare.
Lui ha un solo tentativo.
Punta il fucile.
Non può sbagliare.
BANG
E invece sbaglia.
Lo Sceriffo ha bevuto il veleno da cui non si fa ritorno, che non conosce antidoto, che gli fa sbagliare cose che per lui sarebbero facili.
Il gelo della morte lo pervade come se il suo spirito tramontasse con Sole di Notte.
Il veleno del dio lo consuma da dentro.
Con la coda dell’occhio vede Ombra Tagliente disegnarsi il volto in piena corsa, sfrenato come soltanto un guerriero apache può essere quando affronta la morte.
Combatte per loro, per Sole di Notte, e per lui.
E anche lui deve farlo.

I pick-up sono quattro, sul terzo ci sono le donne.
Il fondo della gola è cosparso di chiodi a tre punte.
Urla di disappunto si alzano dai veicoli, moltiplicandosi sui ripidi crinali.
Il primo pick-up si ferma non lontano da un saguaro contro cui è stato affisso un foglio di carta.
Quando le voci si placano, suona l’armonica.
«E questa musica, che cazzo è?», chiede l’autista del capo.
«Non conosci Bob Dylan, idiota!?».
È il segnale per Sandy.
Siamo venuti a prenderti.
Le pareti sono a picco, l’eco è ripetuto mille volte, impossibile individuare l’origine del suono.
«Vallo a prendere», gli indica il foglio.
«Ma…».
«Muoviti…», gli ha già puntato la pistola alla tempia.
E quello, pur riluttante, va.
«Leggi».
«Tu il dinero, io le donne e chi ha sparato a Bill. E non ci facciamo male. Vai avanti a piedi e lascia il resto sul posto.
Ma che cazzo vuol dire?».
«Figlio de puta…
Passa il megafono, muy rapido…
E mangiati quel coso!
CABRONES, APRITE LE ORECCHIE!
SIAMO SOTTO TIRO, NON FATE CAZZATE!
HO FATTO UN PATTO.
ANDREMO AVANTI A PIEDI, CON TUTTI I SOLDI, E NON SUCCEDERA’ NIENTE.
LASCIATE LE DONNE DOVE SONO.
FUORI, CABRONES!».
Si radunano intorno al primo pick-up.
«Paco, vieni qui».
«Che c’è, capo…».
«Comincia a correre… da quella parte…», indicandola con un breve cenno della testa.
«Ma… ma…», e - pur riluttante - comincia a correre.
BANG
BANG
Fa solo pochi passi e il capo gli spara alla schiena.
«Ecco che succede a chi non m’ascolta, cabrones!
Vamonos…».
Se ne vanno.
Sono tanti.
KABOOM
Fossero stati altri tempi, non uno si sarebbe salvato.
Ma stavolta l’esplosione è un semplice avvertimento.
Non tornate indietro.
Non sono del tutto solo.
Il capo della banda lo ha capito in tempo.
Li fa camminare un po’, poi si sgancia.
Sandy è già in groppa a Black.
Non aspetta.
Lo va a prendere.
Il vecchio Black si impenna davanti al suo padrone, partecipe di ciò che sente intorno a sé.
È la forza di fronte a cui anche un dio s’inchina.
Scena d’altri tempi, o di tempi nuovi, è una scena che sta tutta in uno sguardo.
Non si dicono nemmeno una parola.
Sta tutto in quello sguardo.

«Prendo questi…».
Il gestore dello store rimane incantato sulle telecamere di sorveglianza, esterne al negozio.
Due cavalli sono entrati nella main street del paese. Vanno a passo lento. Trasportano carichi preziosi. Hanno battuto sentieri selvaggi.
«Scusi, ma dove va?», il cliente è di passaggio.
Ai lati della main street tutto si ferma.
«Sa chi sono?», domanda il cliente al gestore, dal marciapiede.
«È lo Sceriffo».
«Non porta la stella…».
«Bastasse quella…».
Un vecchio si alza a fatica dalla sedia a dondolo e si porta in mezzo alla strada. Si regge in piedi con un bastone. Nell’altra mano ha una busta. Forse è il più anziano del paese.
«Maledetta artrite…».
«Ci vuol altro per metterti ko».
«Giovanotto… il Sindaco di questo posto mi ha lasciato qui ad aspettarti.
Io non so perché non l’abbia detto a qualcun altro».
«Fanno lavorare sempre gli stessi, Fred».
«Mi ha detto… che hai perduto queste…».
Gli allunga la busta, ma lui non la prende.
«A me farebbe piacere che tornassero al loro posto…
Alla mia età non sai mai quello che succede.
John… vecchio demonio… vorrei che tu la riprendessi subito».
La prende.
E se la mette, lanciando l’altra a Ombra Tagliente.
«Grazie, Fred.
Cerca di riguardarti, perché non ne verranno altri.
Che fine ha fatto la tua razza?».
«L’artrite… se l’è portata via l’artrite… maledetta artrite».
«Credo sia stato qualcos’altro».
Dietro di loro, il pianto di gioia della signora Carson, che riabbraccia la figlia.
Una scena d’altri tempi.

“Nuovo successo per la Polizia dello Stato, le cui serrate indagini hanno portato al rilascio delle due donne rapite nella Contea di Hot Water.
In caso di necessità, rivolgetevi al numero di emergenza in sovraimpressione.
Oltre confine, intanto, proseguono i regolamenti di conti tra bande di narcotrafficanti; si è registrato perfino l’uso di dinamite e un cadavere è stato rinvenuto orribilmente scalpato, cioè privo della cotenna”.
«Diablo! Mi voglio segnare quel numero… in caso di necessità…», dice il cantinero messicano dell’unico saloon di Hot Water. «Qualche notizia, però, Sceriffo, non sembra del tutto inventata…».
«Beviamoci sopra, Pancho.
La verità ha sempre sei colpi. E non sbaglia mai.
E qui sarà sempre così».
«Salud!».
Bevono un sorso insieme.
Ci sono fior di messicani in quella terra. Gente d’onore, laboriosa, onesta.
Lo Sceriffo deve conoscere tutti.
«Perché io sono la legge».

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

L'ANGUILLA

DEL GRANDE FIUME

di Salvatore Conte (2017-2018)

C'è un grande fiume, ma non siamo in Africa: siamo a Londra.
“Docks are down” è la frase in codice per quando la tireranno giù, perché prima o poi capita a tutti, anche alle più belle. La mania di copiare porta a soluzioni poco originali; a portata di meningi c'è il famoso "London Bridge is down": perché sforzarsi?
È l'Anguilla del grande fiume di Britannia, perché non riesce a prenderla nessuno; non certo per il corpo leggero e guizzante, che in effetti è più un solido monolito.
Atossa Frazer è il potente boss della Mafia londinese dei Docks, con master all’estero presso la Banda della Magliana.
Si è fatta le ossa tra canali, banchine e anse del fiume; la carne, invece, se l’è portata dalla terra d’origine, dove tutto è molto rotondo e cresce il doppio del normale.
Anche per Traiano il boccone fu troppo grosso: ancora nessuno ha capito come fare. Forse il segreto sta nel fatto che le donne, anche se non si vedono, sono le più vicine al cielo?

Di origine persiane, uno strano destino l'accomuna alla grande antenata di cui perpetua il nome: la Frazer è divorata da un cancro all'utero. Le sta provando tutte, ma con scarsi risultati: i capelli bianchi e la carnagione pallida sono l'esito della sua frustrazione. È talmente bella, però, che non riescono a imbruttirla.

Si consola col fatto che la sua potente antenata - figlia di Ciro, moglie di Dario, madre di Serse - riuscì a farla franca, salutando la vita molto anziana. Dovrà anche lei trovare il modo, oppure rassegnarsi, cosa che ancora non le riesce bene, nonostante la fine sia ormai vicina.

Ma si guarda allo specchio e ritrova fiducia: è solida, potente, invidiata, desiderata.

Nasconde la polvere sotto il tappeto e va avanti: non sarà un po' d'ascite nel ventre a stroncarla, l'importante è che non arrivi al pancreas.
In vista di un suo ritorno in cima alla ziqqurat, Atossa Frazer guizza tra i Docks di Londra come un’anguilla nell’acqua torbida.
Si sa, però, che i Docks sono peggio dell’Africa Nera.
La Frazer ha qualcosa in comune anche con l'anguilla elettrica, che caccia le prede stordendole con le sue scosse; con la differenza, però, che per stordire il nemico - al posto degli organi addominali elettrici - usa il pesante seno in fase calante, tuttora comunque perfetto per attirare sguardi e prede fra le insinuanti pieghe della scollatura.
Un grosso pesce nato nell'Araxes, rinato nel Tamigi, migrato sul Tevere, e poi ritornato a casa. Una lunga risalita, propria più dei salmoni che delle anguille, ma si sa che per restare a galla nel mare magnum della malavita, bisogna adattare la pelle a ogni situazione. Giusto per non lasciarcela.
Dal Manzanarre al Reno, se il Manzoni fosse nato qualche decennio più tardi avrebbe intitolato la sua celebre ode, anziché 5 maggio, “6 giugno 1966”, data di nascita della Frazer.
«Atossa deve essere eliminata», quella della morte, invece, l'hanno appena decisa all'ultimo piano di un grattacielo londinese: una sentenza inappellabile, in prosa e senza poesia.

Non si fidano nemmeno di un cancro all'utero.

È la stessa Scotland Yard che provvede alla sua sicurezza, utilizzando il comodo artificio di un testimone sotto protezione nella residenza adiacente.
Quella mattina, però, stranamente, non c’è nessuno.
Conosce a perfezione gli agenti in borghese che controllano la strada.
L’autista, invece, è puntuale.
Non ha paura, deve trattarsi di una semplice carenza di personale.
Apre il portoncino e scende le scalette.
La portiera se la apre da sola, non si sente affatto vecchia.

Il look è la perfetta sintesi tra stile british e possanza partica.

I capelli sono grigi, ma non la invecchiano: tagliati a caschetto, la rendono elegante e distinta.

Il volto è quello di una statua classica, perfetto nell'armonia tra connotati decisi, virili, e morbida grazia femminile.

Il collo è solido, ben piantato su una figura in chiaro sovrappeso, tuttavia molto ben distribuito.

Indossa il suo tipico trench nero, con scollatura sempre invidiabile, nonostante il seno molle.

Di sottovesti e reggipetto non c'è traccia.
«Fate la carità…», un barbone allunga il cappello.
«Pezzente…», sottovoce, voltandogli le spalle, senza che l’altro possa sentire.
Quello, però, dal cilindro non tira fuori un coniglio.
«Atossa...», le viene istintivo girarsi, il suo non è certo un nome comune.
Quello tira fuori un silenziatore. Innestato e macabro.
FLOP
FLOP
Due colpi nella pancia!
La Frazer impietrisce.
E le prepara anche il colpo di grazia al cuore, alzando lievemente il tiro.
POW
POW
C’è però sempre l’autista, ben armato, che mette un braccio fuori dal finestrino e spara.
Il barbone ha raccolto qualcosa. Si tratta di piombo. È comunque un metallo.
FLOP
Il colpo di grazia lo spara lei: in borsetta porta un giocattolo che non fa rumore.
Ed entra in macchina come niente fosse.
«Vai…
Andiamo al covo segreto…
Farò venire un dottore…
Non posso fidarmi di nessuno…
Almeno tu… non sei stato comprato…».
La delusione è cocente.
«Mi dispiace, capo, ma hanno comprato tutti…».
«No! Ti prego!».
POW
Un colpo in pieno stomaco.
Rimane basita, bocca spalancata e occhi fuori dalle orbite.
Sa che adesso è finita.
Atossa stramazza sul sedile posteriore a faccia avanti.

L’autista procede e si ferma nel posto convenuto.
Viene estratta dall’auto e scaricata in un canale.
“Docks are down”: il messaggio in codice arriva ai piani alti.

«Tira su, dai. Io tolgo gli ormeggi».
Il Tamigi è ricco di pesci e di pescatori.
Vi sono anche tante anguille.
Ma questa è molto più grossa del normale.
«Per tutte le baldracche dei Docks, ma che roba è…!».
«Ma questa… è… l'Anguilla...!
Tira giù adagio…».
«Guarda che buchi…
Chi l'avrà ammazzata?».
«Di certo non il tumore...

Ascolta... non è in acqua da moltissimo... proviamo...».
«Proviamo cosa?».

«Forse ha bevuto… dai, massaggia!».
«Non è meglio se…», si guarda intorno, la zona è poco frequentata, nessuno si è accorto di niente; i pochi esseri umani presenti proseguono annoiati nelle loro attività, sembrano più zombi che persone viventi, non reagirebbero nemmeno se i Docks crollassero o se l'Anguilla fosse ripescata dal Tamigi.
«Dai, non c’è tempo!
Io intanto le attacco i piedi alla batteria della barca».
«Che cosa?».
«Un elettroshock all'Anguilla: curioso, vero?».
ZUMMM
«Oh! Per San Giorgio! Respira!».
«Falle sputare tutta l’acqua e portiamola dentro».

«Lo scotch, presto… e l’ovatta…».
«È andata, non lo vedi?».
«Però respira».
«Se le hanno fatto la festa, la faranno anche a noi, non capisci?».
«Se invece si riprende, ci darà un grosso premio, non credi?
E poi è la più bella donna di Londra, ce l'hai gli occhi?».
«A chi... devo... mandarlo...», con voce oltretombale.
«Che cosa... il premio... io... noi vi stiamo aiutando, non ci aspettiamo niente in cambio».

L'amico lo guarda stupito.
«Siete... stati... bravi…», con un filo di voce. «Volevano... fottermi...», abbassa lo sguardo sui buchi, e lo rialza più spaventata di prima. «Non chiamate… nessuno… fate... come... niente... fosse...».
«Come volete.

Per non dare nell’occhio, noi proseguiamo con il nostro solito giro.
Fred, accendi il motore. Io rimango con lei».
«Prima... di crepare… vi dirò… dove tengo… il malloppo…».
«Veramente...».
«Zitto... Dowells Street… a Greenwich…».

Mentre si confessa, Atossa Frazer trema.

«Abbottonami... non sono... una puttana...».
Bill le chiude il trench e la copre per farla scaldare, rinunciando a malincuore a quella visione da sogno.

«Perdonatemi... è vera la storia che avete un cancro... e che  non sono riusciti a fermarlo?».

«È tutto vero... scoperto tardi... aggressivo... fuori controllo... mi rimaneva poco... ma non pensavo... così poco...».

«Noi vi pagheremo tutte le cure...», senza rendersi bene conto di quello che va dicendo.
«Ascolta... c’è un canale morto… sotto la torretta viola… un anfratto…
Andate giù… in due… con la muta… è pieno di anguille…
Dentro l’anfratto… un box d'acciaio…».
«Faremo finta di dover riparare una falla».
«Ma io... voglio... qualcuno... intorno a me... mentre crepo…».
«Manderò solo Fred, allora».
«Da soli... è difficile…».
«Ce la farà.
Vado a dargli la rotta. Torno subito».

«Allora?», gli chiede il compagno.
«Che vuoi… sta tirando avanti».

«È vero che ha anche un cancro? Gliel'hai chiesto?».

«Ce l'ha ed è allo stato terminale».

«E allora, che la curiamo a fare?».
«Non dire sciocchezze: se riesce a superare le pallottole, ha ancora un po' di vita davanti.

A volte, se si è fortunati, col cancro si riesce a tirare avanti per mesi.

E poi ci sta portando all'oro...».

«Fammi bere… non reggo più…», al suo ritorno, la richiesta è pressante.
La Frazer si contorce sulla cuccetta del piccolo peschereccio come la grossa anguilla che è, cercando disperatamente di protrarre l'inevitabile fine, come smaniasse se non altro di finire qualcosa, prima di crepare del tutto.
«Pescatori… potere... pallottole... Atossa muore...», sussurra farneticante, nel delirio dell’agonia.
«Sì, noi siamo pescatori.
Scusate, boss… non potremmo trovare brutte sorprese, in questo posto…?».
«Anguille… Atossa... hanno eliminato... Atossa...», spaventata e incredula di ritrovarsi così, in fin di vita, nonostante l'insperato ripescaggio.
«I vostri uomini… non conoscono il nascondiglio?».
«Uomini... due uomini… sono morti… uccisi dall'Anguilla... Atossa... adesso... tocca a lei... maledetti... mi vogliono... morta... andate via...», agita la mano come a scacciare delle ombre.

Bill si allontana per qualche istante.

«Ho chiamato il nostro veterinario», dice a Fred. «Tenterà qualcosa. L'Anguilla non merita di crepare così...».

«Sei impazzito? È finita... non lo hai capito? Così ci farai scoprire...

Non se la caverebbe nemmeno all'ospedale».

«Lei si fida di noi...

Ricostruirà il suo impero grazie a noi... diventeremo potenti».

«No! Diventeremo cibo per vermi...

Quella è solo una puttana e forse è già crepata mentre stiamo qui a parlare».

A Bill viene l'atroce dubbio che Fred possa avere ragione.

Torna subito a controllare.

Tutto regolare.

Il veterinario li aspetta a Dowells Street.

Ma non può certo immaginare un pesce tanto grosso.

«Posso aiutarla a tirare avanti, ma non ne ha per molto.

La ferita allo stomaco è mortale».

«Te l'avevo detto io...».

«A meno che...», Bill, proprio lui, rimane appeso all'amo. «Non mi facciate provare con un farmaco di mia invenzione, ancora alla fase sperimentale.

Su alcuni pesci ha funzionato».

«Ma... è assurdo...», replica Fred.

«Avanti, John... la torta è grande e c'è una bella fetta anche per te».

«Non prometto niente, sia chiaro.

Il farmaco, se tutto funzionasse, stabilizzerebbe l'emorragia allo stomaco».

«Molto bene. Puoi farcela, John.

Intanto noi avremo da fare.

Tu rimani con lei».

«Non voglio crepare... senti... senti che roba...».

Rimasta sola con il veterinario, Atossa si allenta il trench, gli prende la testa e se la preme contro il seno.

Lui rimane paralizzato.

Soltanto un muscolo si muove; e cresce...

Anche in fin di vita, l'anguilla elettrica colpisce ancora!

Si gioca le ultime carte così: divorandosi un veterinario già ben disposto nei suoi confronti.

Un premio anticipato è un incentivo a lavorar bene.

Al tumore penserà poi. Lo stomaco è più urgente dell'utero.

Qualcosa, però, non fila per il verso giusto.

La Frazer si sente mancare!

Spalanca la bocca... cerca di compensare!

Sta rantolando!

Atossa stringe il culo, la situazione le sfugge di mano!

Ma il veterinario è già intervenuto. Ci sa fare.

Atossa può rifiatare.

«Veterinario... vita... vendetta...».

L'Anguilla ha ancora il controllo.

E continua a sguazzare nelle acque torbide della morte.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

MAD NURSE

di Salvatore Conte (2017-2018)

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT
Impugnando spavaldamente il suo thompson con una sola mano, Romina prorompe furiosa nel soggiorno.
«Bastardi, avete fottuto i miei ragazzi!», esclama, nel vederli morti stecchiti sul pavimento.
I suoi luogotenenti, infatti, sono stati seccati, si sono fatti sorprendere.

Il festino a base di sesso e droga è andato a puttane.
Qualcuno ha individuato il covo segreto: una villetta in aperta campagna, circondata da un piccolo bosco.
Rimane l’osso più duro, con tanta polpa intorno:
la poliziotta tanto corrotta quanto sbottonata, che ha messo su la sua organizzazione.
RAT-RAT-RAT
Una raffica di frustrazione alla cieca, dalla finestra.

È un regolamento di conti a colpi di tommy gun.

Romina Lopez - l'insospettabile, premurosa infermiera che in realtà è il boss della banda più spietata di Chicago dopo quella di Al Capone - per il momento è salva, perché poco prima si trovava nella sua stanza a sniffare.

Ma c'è da pensare che l'obiettivo finale sia proprio lei.
Le finestre sono tutte aperte, la serata è calda.

Romina scarta con gli occhi da una all'altra, pronta a reagire.

Un'ombra...

RAT-RAT-RAT
Qualcuno cerca di sorprendere la bella morona, ma è Romina la più svelta: una raffica raggiunge al petto quel qualcuno, facendolo stramazzare fuori dal campo visivo della Lopez; l'intruso esce letteralmente di scena.
Dietro di lui, però, ne appare subito un altro.

RAT-RAT-RAT
RAT-RAT-RAT
La Lopez non ci pensa due volte e vomita piombo a raffica; anche lei, però, incassa!

È uno scambio di colpi reciproco!

L'altro crolla, lei rimane in piedi.

È la più forte e lo dimostra ancora una volta.

Però, imbottita di coca com'è, a stento si è resa conto delle pallottole, anche mortali, che le hanno sparato in corpo!

11 proiettili - infatti - l’hanno raggiunta in pancia e al petto!

Si intravedono i titoli!

  

La morona comincia ad accusare qualche fastidio.

Comunque, pur barcollante, riesce a raggiungere la sua auto.

Non è una vettura normale, perché è speciale come lei.

Ingobbita in avanti, le braccia incrociate sul ventre, apre lo sportello e mette il culo sulla sua vecchia Cadillac verde, uguale a quella di Al Capone.

Un po' le dispiace ungerla col proprio sangue, ma così la renderà ancora più preziosa.

Prima di mettersi alla guida lancia un SOS ai suoi, presso il covo centrale.

E fa bene, perché così trova il cancello aperto.

Arriva con l'auto che procede a scatti, Mad Nurse è bella che fritta.

Viene subito tirata fuori e stesa su un materasso.
Romina ha gli occhi che guardano vaghi il soffitto, incorniciati da un funereo alone scuro; il volto pallido, sbiancato; la lingua arricciata sotto il palato; un rivolo gemello di sangue nero che le cola dalla bocca.
Qualcosa - forse la sua rabbia, di sicuro la cocaina - l’ha tenuta in vita, ma la birra sta finendo.
«Jim… e Fred… sono crepati... secchi…».
Sembra quasi un modo per prendere le distanze, per dire “io ancora no”, me la stiro, mi so gestire.
«Ma i sicari... li ho ammazzati… tutti e due…», gli è costato caro farmi la pelle, insomma.
«Chiamiamo un dottore, capo?».
Per un attimo si lascia lusingare dall’idea. Ma non vuole illudersi.
Sa che servirebbe a poco, anche se la tentazione di provarci è forte.

Ha fretta, vuole salvarsi, sente la vita sfuggirle.
«Chi... potrebbe venire…?», la voce è ansiosa.
«Watson o Jackson, in genere non fanno problemi; sapendo che si tratta del capo, faranno a gara per esserci».
«Chiamateli tutti e due… subito…», ha una dannata fretta, la voglia di provarci è tanta, la foga di vivere la travolge.
Arrivano dei tamponi, una coperta e la bottiglia del whisky.
Si mormora che sarebbe ora di scegliere a chi lasciare la banda, ma lei non si è ancora decisa a parlarne.
«Sono rimasta... in piedi…», sono morta, ma non caduta, sembra dire.
I medici, intanto, sono arrivati.
Watson molla subito, per lui c’è poco da fare.
Jackson le mette in faccia la maschera dell’ossigeno e le inietta una siringa.
Spiega trattarsi di un condensatore differenziale di sua invenzione, che aumenta la densità del sangue, fino a renderlo quasi solido a contatto con l'aria.
In questa maniera le emorragie vengono otturate, senza pregiudicare il mantenimento delle funzioni vitali minime.
Basta poi aspettare la naturale ricomposizione delle ferite, senza bisogno di interventi chirurgici.
Naturalmente Jackson applica il protocollo solo quando ne vale davvero la pena.
Romina Lopez è morta.
Ma non ancora caduta.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

DJANGA RITORNA

di Salvatore Conte (2018)

A Windy Rock il male è tornato.

Stavolta Djanga dovrà estirparlo per sempre.

Il male ha assunto le forme sofisticate di una matura pistolera piuttosto famosa in Arizona: Jane Frexhi.

Sfruttando il suo oscuro prestigio, ha preso il controllo del paese, viene servita e riverita come una regina, e ha assunto una certa Lola Ramos, una pistolera-puttana, per tenere a bada un piccolo gruppo di tagliagole che si occupa di estorcere denaro agli abitanti del villaggio, ai malcapitati visitatori e ai pochi minatori che cercano di ravvivare le vecchie cave abbandonate.

La Frexhi, però, non ha ancora fatto i conti con Djanga, richiamata a Windy Rock da quella parte di paese che non ci sta a farsi spremere dai raffinati soprusi della bella cinquantenne dal grilletto facile.

Lo scontro è inevitabile.

Entrambe giocano col fisico: Djanga è possente dalla testa ai piedi, la sua camicetta sbottonata è gonfiata alla perfezione dal seno massiccio; Jane ci mette la classe e la maturità da matrona.

In più la Frexhi può contare su Lola Ramos, messicana come Djanga.

Ciascuna delle tre ha i suoi paladini tra i villici e i minatori.

Si organizzano scomesse: lo scontro ci sarà, e sarà duro.

Liquidati senza troppe difficoltà i rozzi sgherri di Lola, Djanga sfida la Frexhi e la sua vice.

Tutto il paese è ai lati della main street.

Già presenti sul posto: il segaossa, il prete e l'undertaker.

BANG

BANG

BANG

«Jane...!».

«Uhhh...!».

«Lola...!».

Stavolta Djanga ha avuto il fatto suo: ha sparato per prima, colpendo Lola in pancia, ma mentre scartava rapida sulla Frexhi, per sistemare anche lei, ha ricevuto il colpo di Jane, che si era buttata furbescamente a terra.

La super messicana, raggiunta allo stomaco, crolla sulle ginocchia con un gemito sordo, portandosi entrambe le mani a comprimere il buco.

È grande e grossa, ma il colpo l'ha sentito. E ha mollato subito il ferro per evitare guai peggiori.

La folla si accalca intorno a Lola, che è rimasta in piedi, ma necessita di sostegno.

Chi chiama il dottore, chi il prete, chi il becchino: ciascuno ha la propria idea.

Intanto Jane si concentra su Djanga.

È rimasta impietrita nella sua posizione: piegata sulle ginocchia a faccia pendula, con le mani a reggersi lo stomaco e a nascondere accuratamente il fiore rosso sbocciato sulla camicetta bianca.

«Hai beccato la mia ragazza, ma te l'ho fatta pagare, e questo è solo l'anticipo.

Hai finito di fare la gradassa».

«Lola è grave, la stiamo trasportando in infermeria», un suo paladino la informa prontamente.

«Se mi dicono che è crepata, ti apro un buco in fronte e la facciamo finita subito.

La tua vita è appesa a un filo, Djanga!

Ma se non ci rimani secca... e ti comporti bene... entrerai a far parte della banda Frexhi...».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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