007: Licenza da Succuba

Non tutte le pallottole vengono per nuocere

Boomerang calibro 38

Roma violenta

La morte che uccide

Chi ha ucciso la Numero 80?

Lo Sceriffo

007: Licenza scaduta

007: LICENZA DA SUCCUBA

di Salvatore Conte (2025)

La missione di Anna in quel di Malta era ormai conclusa.

Anche stavolta gli ordini erano stati eseguiti.

Sembrava tutto complicato fino a pochi giorni prima, ma l'Agente Medusa non sarebbe stata classificata come una delle più affidabili freelance al mondo (agenti con licenza temporanea di uccidere), se i suoi standard non fossero stati questi.

D'altra parte, una come la Frezzante non faceva statistica.

Dissimulata come una tranquilla cameriera piacevolmente ingrassata, dalla faccia e i modi simpatici, nascondeva in realtà una mente fredda e analitica, e via-via messasi in luce, era divenuta una sorta di punto fermo nell'esclusivo giro del targeting globale.

Si narrava nei salotti bene informati che il suo sogno segreto fosse quello di diventare famosa, importante e temuta come James Bond, l'Agente 007 del servizio segreto britannico. In ogni caso intendeva sedurlo e dominarlo, in sostanza fargli da succuba.

Potevano sembrare due progetti folli, ma almeno il secondo non così campato in aria, a parte il poco tempo rimasto per portarlo a termine.

Nel giro si diceva che Bond avesse messo gli occhi sulle sue foto, e che fosse rimasto colpito dalla carne prorompente, i camicioni sbottonati e l'aria da immortale.

Si diceva anche che fosse stanco di cercare Maria per Londra, e che puntasse un usato sicuro per mettersi a posto per sempre.

Da qui l'interesse per Anna Frezzante, e in particolare per la sua aria da mignotta di classe, le tette molli e il grasso extra che conferiva imponenza alla figura e riempiva molto bene i suoi famosi camicioni.

Seduta a gambe incrociate, si accese una sigaretta e si lasciò affondare nel morbido schienale del divano.

Indossava uno dei suoi tipici camicioni, sbottonato aggressivamente nel solito modo: le piaceva molto dare nell'occhio e in testa; e poi farsi credere una banale puttana di lusso la metteva al coperto e al sicuro.

Tossì convulsamente, sbavando sangue.

Stizzita, smorzò la sigaretta nel posacenere. Ne aveva per poco, meglio non concedersi certi lussi.

Dopo l'ultima aspirazione, le budella si stavano di nuovo riempiendo di orrenda ascite grigia.

Ogni due settimane le cavavano dai tre ai quattro litri di versamento intestinale.
Era allo stadio 3, con l'imminente pericolo di metastasi, che l'avrebbero portata allo stadio 4, quello terminale.
Presto lo avrebbe verificato con una tac completa.

Eppure lavorava ancora. Un po’ per distrarsi, un po’ per raccattare più soldi possibile.

Forse lo faceva per mettersi in mostra con James. Avrebbe certamente saputo della sua missione.

Doveva dimostrargli di non essere finita e di essere l'unica donna adatta a lui.
Twin Dunes le versò dello scotch. L'ambiziosa, esotica anglo-saudita le era stata imposta dal committente.

«Sei okay?».
«Un po’ stanca, ma sono okay».
«Non ti andrebbe di uscire?».
«No, preferisco dormire.
Buonanotte, dolcezza», la Frezzante si alzò e si ritirò nella sua stanza.

Poco dopo, anche la donna araba si diresse verso la propria camera.
Non per dormire, però.
Innestò il silenziatore e rimase in attesa sotto le lenzuola.
Fece passare un’ora buona, poi tornò furtiva nel salotto della lussuosa suite; le avevano insegnato di rimanere fredda in qualunque circostanza, ma l’idea di eliminare un obiettivo così importante nel giro le dava letteralmente alla testa...

Quello che doveva fare lo sapeva.

In fondo le avrebbe fatto un piacere.
Silenziosa e letale, aprì lentamente la porta di Anna…
(FLOP)

(FLOP)
Quindi accese la luce...
E scoprì che aveva eliminato solo un paio di cuscini...!

Delusa, si preparò a ricevere la reazione dell'obiettivo; dopo mezzo secondo, infatti, si sentì afferrare alla gola: «Brutta puttana… t’ammazzo…!», le ringhiò sul collo Anna, facendole mollare la pistola.
La mitraglietta uzi della freelance italiana era sul comodino, con il silenziatore innestato.

L'araba saudita cercò di divincolarsi.

Ne scaturì una lotta selvaggia, nella quale sembrò prevalere l’istinto femminile, piuttosto che l’addestramento tecnico delle due professioniste.
Medusa si trovò di fronte una resistenza imprevista. Benché massiccia ed esperta, pagava lo scotto della sua malattia.
Entrambe le donne puntavano ad afferrare la uzi: con quella avrebbero chiuso la partita a proprio favore. Non avrebbero fatto sconti all'avversaria.
Due mani si chiusero ansiose sull’arma, sebbene non appartenessero alla stessa persona.
(FFFFFFFRRRRRRR)
Una raffica accidentale partì in direzione del letto. Le condizioni dei cuscini si aggravarono grandemente.
«Bastarda… t’ammazzo come una cagna…», minacciò ancora Anna.
Le pareti insonorizzate della suite attutivano i rumori della lotta.
Twin Dunes non rispondeva alle minacce, si sentiva più forte, non aveva paura.
Poi, d’improvviso, la lotta che imperversava da diversi minuti si risolse in una frazione di secondo: l'agile saudita si liberò di Anna e riuscì ad agguantare la mitraglietta.

La Frezzante si guardò intorno, disperata. Non aveva vie di fuga.
Quindi fissò la canna bombata del silenziatore, puntata contro di lei...
«È finita per me, vero?», domandò secca, ormai rassegnata al peggio.
«Sarà veloce, te lo prometto», rispose fredda Twin Dunes.

«No..! Aspetta...! Dimmi perché!», la paura negli occhi, e quella curiosità finale, tutta femminile.

Ma non ci furono né pietà, né risposte.
(FFFFFFFRRRRRRR)

La saudita le scaricò addosso tutto quello che rimaneva nel serbatoio.
Una bella dose di piombo; per una come Anna ci voleva tutta.
La Frezzante fu scossa dai ripetuti impatti che la bersagliavano,
sussultando a lungo, come fosse rimasta attaccata alla presa della corrente, nonostante in realtà si trattasse di pallottole, pallottole ad alto potere di penetrazione; a causa della sua stazza possente, tuttavia, rimase in piedi per alcuni secondi, indietreggiando di un paio di passi, con le braccia larghe e scomposte; una specie di ballo involontario, molto macabro, con gli occhi sbarrati dallo shock.
Finita contro il muro, le gambe cedettero e Medusa scivolò di schiena lungo la parete, spalmandovi sopra delle terrificanti scie di sangue.
Quindi atterrò sul sedere e così rimase, con la bocca spalancata, gli occhi fuori dalle orbite e i talloni che sfregavano la moquette, scaricando d'istinto l'enorme tensione nervosa.
Twin Dunes se la guardò soddisfatta: non poteva ancora credere di avere eliminato la famosa Anna Frezzante, la fulminante Agente Medusa!

Rimaneva solo da tagliarle la testa.
Perché il suo obiettivo respirava ancora.
Nonostante le avesse sparato addosso una dozzina di colpi...

Un ghigno nevrotico affiorò sul volto di Anna: la Frezzante continuava isterica a sfregare il pavimento, ormai  in preda al panico, sapendo che la fine poteva sorprenderla da un momento all’altro.

«Anche tu... vuoi James...», sussurrò, col sangue che le colava a fiotti dalla bocca.
L'araba osservò le ferite, contando nove buchi: nessuna pallottola, però, l’aveva fulminata, il cuore era illeso, la mente ancora presente; ecco perché respirava.

In ogni caso ne aveva per poco.
«Il lavoro è lavoro, niente di personale, lo sai...».
Anna affannò convulsamente.
Poi, con una vena di follia nello sguardo, tirò fuori la lingua…
Gli occhi languidi fissavano la sua assassina…
Twin Dunes cominciò a sudare.

Era quasi pietrificata.

Anna le piaceva da morire… era una gran donna... e non si era arresa nemmeno di fronte a un male incurabile...

Sotto un impulso incontrollabile, ritornò dal bagno con un asciugamano e tamponò l’addome sanguinolento dell'italiana, bloccandole le gambe: «Stai calma...».
La saudita non si era sentita così in subbuglio nemmeno durante la lotta di pochi minuti prima.
Scrisse un messaggio e attese la riposta.

Anna era come un castello di carte che poteva crollare al primo alito.

L'Agente Twin Dunes toccò il vertice della follia quando si mise a leccare il sudore freddo di Anna, che - mischiato al sangue - si incuneava nel camicione sbottonato, fino alle zinne palpitanti...

«Stavolta eri tu l'obiettivo... non tutti gli uomini hanno perdonato la tua mignottaggine...».

Aveva risposto.

E morbosamente la fissò mentre gli occhi di Anna guizzavano nel nulla, cercando di vedere chi l'avesse condannata.

[Autorizzata].

La saudita alzò gli occhi dal cellulare e pressò con più convinzione l'asciugamano.

Pochi minuti dopo, un’ambulanza privata trasportava in luogo segreto l'agonizzante Agente Medusa.

Nel giro è consentito il riscatto dell'obiettivo, sotto certe condizioni; un codice di sopravvivenza per non sfoltire troppo i ranghi della categoria; alla maniera dell'antico pollice retto.

E così la vecchia gladiatrice prendeva tempo e si attaccava all'ossigeno: poi sarebbe venuto il tumore e infine lui.

Ma ormai sentiva di essere vicina a fare centro, di essere l'immortale che lui cercava.

Non tutte le pallottole

vengono per nuocere

di Salvatore Conte (2024)

George arrivò puntuale, ma il socio, Patrick, non apriva.
Insistette ancora, poi lo chiamò al cellulare; infine si avvicinò alla finestra del soggiorno.
Fu allora che lo vide riverso sul divano, in chiara difficoltà: ecco perché non rispondeva…
Forzò la finestra ed entrò da lì; prima di occuparsi dell’amico, fece entrare Sandy, aprendole la porta.

George era infatti in compagnia della sua donna, una costosa bagascia da cui s'era fatto prendere la mano; imbolsita rispetto agli anni migliori, rimaneva pur sempre una gran puttana col fascino della vecchia troia, e lui non poteva farne a meno.

Spendeva molti soldi per mantenerla sempre in tiro, per lui e per i suoi amici, se pagavano bene. Aveva puntato forte su di lei.

Patrick si era beccato un’indigestione di piombo caldo ed era messo piuttosto male; poiché era socio al 50% con George, la faccenda interessava anche lui.
Cercò quindi di metterlo seduto e di farlo parlare.

La cosa sembrò spazientire la potentissima Sandy, il suo prestigioso puttanone, che non perse l'occasione per mettersi in mezzo, in maniera alquanto petulante: «Non vedi che il tuo amico è fottuto? Vuoi fargli compagnia all’inferno, George? Dobbiamo andarcene via subito, capisci? Questi bastardi potrebbero tornare e farci fuori. E io non voglio rimanerci secca, capito? Per quanto ancora vuoi imboccare questo imbecille?».
«Tu, secca?! Chiudi quel cesso di bocca, Sandy... parli proprio tu che senza di me saresti finita in una fogna...», George cominciava a essere stanco dei suoi capricci; glielo tirava, però non doveva esagerare.
La donna lo ignorò: «Ho io la cura che fa per lui, George…».

Con un'espressione malata, allucinata, sul volto da vecchia cessa, la cinquantenne estrasse dalla borsetta una calibro 38 e la puntò contro Patrick.
«Non farlo, Sandy», l'ammonì George.
«Perché, altrimenti cosa fai?», rispose stizzita la vecchia bagascia, mentre era pronta a far fuoco contro Patrick.
Stava premendo il grilletto…
«Altrimenti ti buco la pancia, Sandy».
La donna, sicura del fatto suo, si mostrò indifferente alla minaccia e rimase a fissare Patrick, mantenendo l’arma puntata contro l’uomo gravemente ferito e seduto precariamente sul divano.
Un guizzo omicida le balenò sugli occhi.
George comprese da quello sguardo che non si sarebbe fermata…
STUMPF

STUMPF
Due pallottole calibro 45 raggiunsero la donna in pieno addome!

Il mignottone cadde sulle ginocchia con lo sguardo allibito: «Mi hai fottuto…».

«Ti avevo avvisato, Sandy...», fu la fredda risposta di George, che si era ormai stancato di quella grossa troia.

La donna cercò di riorganizzare i pensieri. Si era fatta fregare come una stupida. Era sicura che George non l’avrebbe toccata, e invece le aveva piazzato addosso due pallottole.

Il troione si sentì perduto, lui sembrava indifferente.

Sandy mollò la calibro 38. George, a quel punto, non avrebbe esitato a sparare ancora, a freddarla, se necessario.

Quindi crollò sul fianco e rimase a contorcersi sul pavimento, con entrambe le mani a tamponare i buchi in pancia.

Un sinistro rivolo di sangue le colava dal labbro.

«Ben fatto… George… era una puttana… spremuta... finita...», infierì Patrick.

«Non era finita...», l'eccessivo livore nei confronti di Sandy lo irritò.

Si controllò.

«Ora veniamo a te, amico mio. Raccontami tutto, poi andremo all’ospedale».

A fatica, tra molti stenti, Patrick ricostruì i fatti.

George rimase a pensare in disparte.

Si era completamente dimenticato di Sandy e solo in quel momento realizzò che la sua donna aveva smesso di lamentarsi e singhiozzare come una scrofa al macello.

E che nel soggiorno non c’era più.

Motivo in più per sbrigarsi, pensò George…

STUMPF

Si portò alle spalle del suo socio e lo freddò con un colpo alla testa.

Tanto non sarebbe sopravvissuto. In fondo aveva ragione Sandy.

Ora poteva occuparsi di lei.

Non fu difficile seguire la scia di sangue che s’era lasciata dietro, strisciando sul pavimento della casa, ventre a terra.

Era riuscita ad aprire la porta e a uscire all’esterno…

George si fermò sull’uscio: Sandy era arrivata a pochi metri dalla sua auto, parcheggiata sul piazzale della villetta.

Lì s’era fermata.

George la osservò dalla porta di casa: era immobile, con la faccia affondata nel ghiaietto.

Aveva raccolto le forze e si era illusa di poter trovare una via di scampo: c'era tutta la sua Sandy in quell'azione, disperata e arrogante insieme.

Vedendola sconfitta e ormai cadavere, l’uomo ebbe un sussulto, un moto di rimpianto.

Sandy era ancora un donnone, poteva durare altri anni; non per niente se l’era messa vicino senza badare a spese…

Non era ancora finita la sua Sandy. Tuttaltro.

Però c’era andato giù pesante.

Lei aveva cercato una via di scampo. Fino all’ultimo. Ma non l’aveva trovata…

George si avvicinò alla sua donna e ne rovesciò il corpo.

Sandy era supina adesso: il volto stinto in un pallore cadaverico, la bocca socchiusa, le braccia inerti; e due occhi scuri che lo fissavano con inappellabile lampo di condanna, quasi a fulminarlo, se solo avessero potuto…

Ancora non aveva capito se fosse viva o morta. Allungò il braccio, toccandole la carotide: respirava, ma debolmente, non ne aveva per molto.

George fu scosso dal rimpianto.

“Mi hai fottuto”, gli aveva detto, un attimo dopo gli spari.

Aveva capito subito che era finita; anche se c'aveva provato fino all'ultimo.

Il rimpianto cresceva di secondo in secondo, ora che la sua donna stava crepando.

George non resistette più. La prese tra le braccia e cercò di scuoterla.

«Sandy... mi dispiace...», e le fece ingurgitare un cicchetto di whisky.

La donna mugolò dei rantoli.

«Okay... non sforzarti, tesoro. Non è ancora finita. Hai sbagliato a provocarmi, ma ti amo lo stesso. Adesso ti porto da un dottore, dal migliore. Da Jenkins…».

Il dottor Jenkins era un chirurgo che non faceva troppe domande; ed era anche molto bravo; ma costava un occhio della testa.

La caricò in macchina, sul sedile anteriore; quindi si diresse verso la clinica.

Imboccò una curva verso destra ad alta velocità e il corpo di Sandy gli si afflosciò addosso. Superata la curva, se la scrollò di dosso senza tanti complimenti: la testa della donna andò a sbattere contro il finestrino.

«Cristo... reggiti, Sandy! Non farti fottere, troia... io non ci credo che ti fai fottere!».

Passarono un paio di minuti e George accostò a destra, portandosi all’interno di un’area per la sosta, buia e isolata. Si fermò per osservare la sua donna. La clinica di Jenkins era vicina, ma quanto gli sarebbe costato? Era necessario spendere tanta grana per quella puttana? Avrebbe più trovato un'altra sorca così?

Alterni pensieri confliggevano tra loro nella mente sovraeccitata.

Ma ormai aveva deciso.

«Ascolta, pupa… il tuo fascino da mignottona mi piace un sacco, lo sai…

Ma temo che per te sia finita, bellezza».

Rimosso il silenziatore, le premette la canna della calibro 45 contro il fianco.

Sandy trasalì atterrita.

«Prima… l’ultima pompa…», ebbe l'intelligenza di prendere tempo.

«E perché no? Tu me lo tiri anche da morta, Sandy...».

La  calibro 45 rientrò nel borsello, mentre la pistola di George entrava nella bocca della donna.

L’uomo si sentì cullare dalla delizia di quel servizio senza eguali; l’ultimo atto della sua bella puttana.

Quando Sandy sentì che il culmine stava per arrivare, si infilò la mano sotto la camicia… e si sfilò di bocca...

POW

Gli sguardi si incrociarono…

POW

George si piegò in avanti, come a cercarle la fica con la bocca.

Improvvisamente una moto di grossa cilindrata con due persone in sella affiancò l’auto e un’automatica silenziata fece esplodere il finestrino di guida: un attimo dopo la canna della pistola era all’interno dell’abitacolo.

«Ho interrotto qualcosa?», lo sconosciuto si presentò così. «Ehi, George, non riesci proprio a staccarti dalla tua bella puttana, vero?».

Il sicario, che indossava un casco integrale, aprì lo sportello e separò il corpo di George da quello di Sandy: l’uomo aveva un buco al cuore e un altro nel basso ventre, per così dire, entrambi prodotti da un’arma di piccolo calibro; la donna aveva due buchi in pancia e stringeva nella mano una derringer ancora fumante, forse nascosta tra i rotoli di ciccia della panza.

«Chi ti ha sparato?».

Sandy era terrorizzata.

«Non farlo… non ho visto niente… ti prego…», e lasciò andare la derringer, come se fosse ancora carica.

«Ti ho solo chiesto chi ti ha sparato…», in tono fermo e rassicurante.

Lei indicò con un flebile movimento del braccio il cadavere di George.

«È per questo che lo hai ammazzato?».

Annuì.

«Ti prego… non uccidermi…», col sangue alle labbra, come se non fosse già morta.

Avrebbe implorato ancora, ma non ne ebbe il tempo.

«Farò estrarre i tuoi proiettili, e se apparterranno alla pistola di questo infame, allora sarai salva; ma se mi hai mentito, verrai eliminata...», sentenziò l’uomo con il casco.

Un attimo dopo fece capolino il suo compagno di sella, anch’egli travisato: «Di lei che ne facciamo? Non va liquidata?».

«Non è necessario. È pulita, la prendiamo noi. È una vecchia troia, ancora importante. Ci farà comodo.

La clinica di Jenkins è proprio qui dietro; forse è lì che stavano andando, prima che George decidesse di farla finita.

Anche se... aveva rimosso il silenziatore...», l'uomo stava controllando la pistola e il soppressore di rumore rinvenuto nel borsello. «Sono stati usati da poco, tutti e due... ma adesso sono separati...

Non so se ti interessa, ma forse non voleva finirti, bellezza; solo ricevere un pompino, prima che fosse troppo tardi...

Comunque, le pallottole che hai in corpo possono ucciderti, ma anche salvarti…».

«E il conto di Jenkins chi lo paga?», obiettò il compagno.

«Se lo pagherà da sola, è un bel pezzo...», fu la tranquilla risposta di Billy Hudson.

Un paio d’ore dopo, due pallottole calibro 45 venivano estratte dal corpo di Sandy; furono portate a Billy, il quale ne constatò l’eguaglianza con quelle rimaste inesplose nella pistola del defunto George.
«Per me è assunta, ti sta bene?».
Seguì un'alzata di spalle.
«Però è curioso... se quel bastardo di George non le avesse sparato, l'avremmo liquidata insieme a lui...».

«Forse sì, forse no, Jack; certo ce l'ha resa più simpatica.

Dal suo punto di vista è stato un anomalo colpo di fortuna.

Lo sai come si dice in questi casi...?».

BOOMERANG CALIBRO 38

di Salvatore Conte (2025)

Avevano pensato a tutto, fuorché all’essenziale.

   

   

E poi lei era piuttosto montata. Si sentiva la più grossa fica sulla faccia della Terra.

Ma forse lo era.

Spinta alla follia la loro vittima, la follia stessa stava per tornare all'origine, come un boomerang.

Ormai Monica era impazzita, ma anziché abbassare la testa, aveva alzato la pistola.

Era una Kel-Tec calibro 38, con caricatore a molla da sei colpi: una delle più piccole pistole al mondo, ultra-leggera, ma devastante a distanza ravvicinata.

Un’arma difensiva, concepita per le donne.

Era infatti una mano di donna quella che l’impugnava.

Burt era sorpreso, ma non perse la sua sicurezza: «Tu ora mi darai quella pistola… Monica…».

Si avvicinò di tre passi, lentamente.

Forse fu proprio quel modo infantile di chiamarla, quello sminuirla, quel sottovalutarla, che fece definitivamente esplodere la sua ira…

BANG

Burt si irrigidì, sbigottito.

Un attimo dopo crollava in avanti, fulminato.

Era stato raggiunto al cuore.

Lo sguardo di Terry si riempì di terrore.

Ora sarebbe toccato a lei.

E da cacciatrice, non era abituata a essere preda.

Avvezza a balli da mignottona, ora avrebbe affrontato il ballo della morte.

Ambiziosa e tracotante, forte di una bellezza intossicante, Terry si sentiva la numero uno incontrastata, sebbene avesse sposato un perdente.

«Calmati, Monica… tu non lo farai… abbassa la pistola... ti prego…».

Ancora ordini, ancora presunzione, inganno...

Quella bellezza così arrogante... di fronte a lei... alla canna della sua pistola... ridotta quasi sul lastrico...  alla sua mercé...

E poi quella paura mortale negli occhi... così piacevole da gustare... una scintilla fatale nella mente combustile...

Monica la fissò dura, stava per sparare ancora…

«No, Monica... no!», l'ultimo, disperato tentativo.

Non appena Terry ebbe finito di supplicare, partì il colpo!

BANG

Venne raggiunta alla spalla, in un punto non vitale, ma il violento contraccolpo e l'impressionante schizzo di sangue la fecero sentire morta.

Credeva di essere rimasta uccisa.

Ma se le avessero detto che quello era solo un colpo d'assaggio...

Se le avessero detto cosa poteva fare quella piccola pistola, sparando in una pancia, o una schiena...

La Kel-Tec era devastante fino a 10 metri, e lei non poteva allontanarsi a più di 5 o 6 metri dalla pistola.

La potente Terry - scossa dal colpo e spinta a roteare su sé stessa - offrì la schiena a Monica...

BANG

La seconda pallottola la colpì alle reni!

Sussultò violentemente, inarcando la schiena; quindi, con gli occhi stregati dalla paura, tornò a offrire il petto.

Era terrorizzata, sentiva gli artigli della morte calare su di lei.

Prima d'ora, si era sempre sentita invincibile.

Terry sapeva che Monica, a quel punto, non poteva più fermarsi.

Non ebbe nemmeno il tempo di supplicare.

BANG

Il terzo colpo la raggiunse all’addome!

Era uno stillicidio!

Si inarcò all'indietro contro la parete, tormentata dall'ennesimo proiettile: era come sentirsi messa in croce. [vai alla variante Grok]

In quel momento, però, intravide il passaggio e scattò l’intuizione. Era l’ultima possibilità. Ricordò a sé stessa di essere invincibile.

Doveva tentare il tutto per tutto: assorbire i colpi, scendere dalla croce e resuscitare in meno di tre secondi.

Quella porta conduceva al garage… e Monica era ormai convinta di averla spacciata…

Terry si buttò in quella direzione, con la mano pressata sull'addome, spinta dalla forza della disperazione e dalla volontà di rimanere la numero uno... il buco era vicino al fianco, non l'aveva fulminata... quella troietta non sapeva sparare... non era riuscita a finirla... stava avendo fortuna... e lei l'avrebbe sfruttata per salvarsi...

BANG

BANG

Click!

Gli spari furono intempestivi. E i colpi erano finiti.

Ma Terry, in preda al panico, continuava a fuggire all'impazzata, quasi rovesciandosi per le scale.

Eccitata allo spasimo, intravedeva un'insperata via di scampo: non sarebbe finita come lui.

La moglie di Burt pensava solo a raggiungere la salvezza.

Monica era basita dalla resistenza di quella puttana: le era sgusciata via come la serpe che era.

Ma non sarebbe andata lontano. Non valeva nemmeno la pena di inseguirla.

Terry azionò il comando della saracinesca e schizzò fuori dal garage con l'auto di Burt.

«NON ANDRAI LONTANO, TROIA!», le urlò contro Monica, mentre la macchina sgommava impazzita.

«Cagna... non mi avrai...», rispose Terry tra sé, convinta di sfuggire alla morte.

Raggiunse la strada principale e puntò verso la città.

La nebbia le calò sugli occhi, il panico la incalzava, spinse a tutta, alla disperata, doveva far presto, le forze la stavano lasciando.

Intravide delle luci rosse, spinse ancora per accorciare la distanza e tamponò bruscamente l'auto che la precedeva.

Quindi aspettò ansiosa che il conducente si avvicinasse per chiederle i documenti e gli estremi dell’assicurazione; la strada intanto le girava intorno.

«Ma insomma... non mi ha visto?

Allora... cosa fa? Non scende?

Guardi che se non scende, io chiamo la Polizia…».

Stizzito dall'inerzia della controparte, aprì egli stesso la portiera.

Il corpo di Terry si rovesciò di schiena sulla strada, le braccia allungate all'indietro, le gambe ancora nell’abitacolo; gli occhi sbarrati, rivolti anch'essi all'indietro, due larghe macchie di sangue che spiccavano sulla camicetta scollata, una sulla spalla, l’altra sull’addome.

«A...i...u...t...o...», mormorò con un filo di voce, pressata dalla morte.

Una scena impressionante.

Si fermarono diverse vetture, intorno al corpo di Terry si formò un capannello di curiosi.

Fu chiamata un'ambulanza.

Insomma avevano pensato a tutto, fuorché all’essenziale.

La loro stessa macchinazione gli si era ritorta contro.

La regia del destino era stata implacabile.

E ora la bella Terry stava giungendo cadavere in ospedale, stroncata da una Kel-Tec ultra-leggera.

Il Commissario Merli, dal canto suo, si stava portando presso il nosocomio per interrogarla, nel caso non arrivasse troppo morta.

Quando la vide, le sembrò che da un momento all'altro le avrebbero appuntato un lenzuolo bianco sulla faccia, vista la fretta poco convinta con cui la trasportavano in sala di rianimazione.

Il boomerang scagliato contro Monica, mancato il bersaglio, le stava ritornando in piena faccia.

La salvezza che le era apparsa possibile, ora le stava sfuggendo di mano...

Doveva spremersi.

Tutta.

Fino in fondo.

«Hai tirato troppo la corda, ragazza...», le sussurrò d'istinto il Commissario.

«Ma una come te può ancora farcela, forse...».

VARIANTE GROK

Terry emise un rantolo profondo, gutturale, da donnone massiccio e ostinato qual era. Il suo corpo potente, fasciato da quella camicetta gialla ormai mezza aperta, tremò violentemente. Il tessuto sottile si tese sui seni abbondanti mentre lei cercava di respirare, ma il dolore la schiacciava come un macigno.
Monica, con il braccio fermo e lo sguardo freddo, fece due passi avanti. Non aveva fretta. Voleva godersi ogni secondo.
«Ancora due, cicciona. Solo per essere sicura di fotterti per bene».

BANG

Il quarto colpo centrò Terry dritto sotto l’ombelico, affondando nella pancia morbida e prominente. La donna, fanatica e ottusa, spalancò gli occhi, la bocca aperta in un urlo silenzioso. Un fiore scuro cominciò a sbocciare sulla camicetta gialla. Le ginocchia si piegarono, ma non cadde. Si tenne alla parete con una mano, l’altra che istintivamente premeva sulla ferita calda e pulsante.
«Cazzo… brucia…», ringhiò tra i denti, la voce ancora piena di quella rabbia stupida e testarda che la rendeva così eccitante da distruggere.
Monica sorrise, quasi dolce.

BANG

Il quinto proiettile le entrò nella pancia un palmo più in alto del precedente, proprio dove la camicetta si tendeva sul ventre generoso. Terry sussultò come colpita da una scarica elettrica. Il suo corpo grande e potente si piegò in avanti, poi rimbalzò di nuovo contro il muro con un tonfo sordo. Un rivolo caldo le scese lungo la pelle sotto il nuovo buco.
Ora respirava a bocca aperta, ansante, gli occhi lucidi ma ancora accesi da quella fiamma ottusa di chi non vuole arrendersi neanche mentre viene sventrata.

La pancia era diventata un campo di battaglia: tre buchi pulsanti, il tessuto giallo macchiato di scuro.
Terry scivolò lentamente lungo la parete, lasciando una striscia rossa sul muro bianco. Le sue grosse cosce tremavano, la mano premuta inutilmente sulla pancia devastata.
Monica si avvicinò, abbassò lo sguardo su di lei e le puntò ancora una volta la pistola al centro dell’addome, proprio dove il dolore era più profondo.
«Ti piace ancora fare la dura, eh, donnone?».
Terry alzò gli occhi, il respiro spezzato, un ghigno sofferente sulle labbra.
«Spara… stronza… se hai il coraggio…».

Monica rimase un istante immobile, la pistola ancora puntata contro il ventre devastato di Terry. Il sorriso sulle sue labbra si fece più sottile, quasi divertito.
«Spara… stronza… se hai il coraggio…», ripeté Terry con voce roca, spezzata dal dolore. La sua grossa pancia si alzava e si abbassava affannosamente, i tre fori pulsanti che continuavano a sanguinare copiosamente, inzuppando del tutto la camicetta gialla ormai ridotta a uno straccio appiccicoso. Il tessuto aderiva alla pelle sudata, mettendo in evidenza ogni curva del suo corpo massiccio: i seni pesanti che si muovevano col respiro, la pancia prominente e ora martoriata, le cosce forti che tremavano per lo sforzo di non crollare del tutto.
Monica inclinò leggermente la testa, come se stesse valutando la richiesta.
Poi premette il grilletto.
Clic.
Niente.
Terry sbatté le palpebre, confusa per un secondo. Il suo cervello ottuso e fanatico impiegò qualche istante a elaborare quel suono vuoto.
Monica rise piano, una risata bassa e cattiva.
«Sei proprio un donnone stupido, eh?», disse, abbassando la pistola lungo il fianco. «Sei colpi. Uno a quel coglione di tuo marito, cinque a te...

Finito. Scarica».
Fece un passo avanti e si accovacciò davanti a Terry, che era scivolata seduta contro il muro, le gambe larghe, la camicetta sbottonata.

Il sangue caldo continuava a colarle tra le dita che premevano inutilmente sui fori nell’addome.
Monica allungò una mano e diede un colpetto secco proprio sopra l’ombelico di Terry, dove era entrato il quinto proiettile. La donna massiccia ebbe un violento sussulto e un gemito gutturale.
«Ahi… cazzo!».
«Vedi? Non serve più sparare», mormorò Monica, avvicinandosi con il viso fino quasi a sfiorare quello di Terry. «Sei già fottuta. Tre buchi nella pancia… belli profondi. Scommetto che senti le viscere che bruciano, vero? Quel calore che sale, quella sensazione di essere tutta aperta dentro».
Terry ansimava, gli occhi lucidi di dolore e rabbia. Cercò di sollevare un braccio per spingere via Monica, ma era troppo debole. La mano ricadde mollemente sul ventre ferito.
«Ti… ti ammazzo lo stesso…», ringhiò, ma la voce uscì flebile, più un desiderio che una vera minaccia.
Monica sorrise e le posò una mano sulla guancia, quasi con tenerezza, mentre con l’altra premeva due dita su uno dei fori nella pancia, facendola sobbalzare di nuovo.
«Con cosa? Con la tua forza da donnone ottuso? Guarda come sei ridotta… tutta aperta, sanguinante, con la camicetta gialla che ti sta diventando rossa. Sei patetica».
Terry chiuse gli occhi per un momento, respirando a denti stretti. Il suo corpo potente era scosso da brividi. Il sangue continuava a uscire lentamente, formando una pozza scura sul pavimento sotto di lei.
Monica si rialzò, guardandola dall’alto con soddisfazione crudele.
«Adesso puoi restare qui a sentire ogni secondo che passa. Senza fretta. Solo tu, la tua pancia sfondata e il dolore che diventa sempre più caldo e profondo».
Fece una pausa, poi aggiunse con voce bassa: «Vuoi che ti lasci la pistola scarica come souvenir… o preferisci che ti finisca in un altro modo, cicciona?».

Monica rimase in piedi davanti a lei, la pistola scarica ancora in mano, guardandola dall’alto con quel misto di soddisfazione e disprezzo. Terry era un donnone imponente anche da seduto: il corpo massiccio appoggiato alla parete, le gambe larghe, la camicetta gialla aperta e inzuppata di sangue che le aderiva come una seconda pelle lucida e oscena.
La donna aveva ancora forza nelle braccia, ma il dolore la stava divorando dall’interno. Il suo ventre potente, un tempo simbolo della sua presenza ingombrante e aggressiva, era ora una rovina calda e bagnata.
Monica inclinò la testa, come se stesse riflettendo.
«Sai… forse ho cambiato idea», disse con voce calma, quasi casuale. «Spararti è stato bello, ma magari non basta. Magari prendo un bel coltello dalla cucina, uno di quelli grandi da carne, e ti finisco come si deve. Lentamente. Così sento bene quanto sei dura dentro, donnone».
Fece due passi indietro, come se stesse davvero per andare verso la cucina.
Terry sgranò gli occhi. Il terrore puro le attraversò il viso per la prima volta, spazzando via parte della rabbia ottusa che l’aveva sostenuta fino a quel momento. Il suo respiro si fece più rapido, affannoso, e una mano insanguinata si strinse debolmente sulla pancia martoriata.
«No… ti prego…», gemette, la voce roca e spezzata. «Monica… no… non serve… ti sei già vendicata… mio marito… è morto, vero? Dimmi che è morto… l’hai ammazzato, no?».
Cercò di sollevarsi un po’ contro il muro, ma il movimento le provocò una fitta lancinante e un lamento gutturale le uscì dalla gola.
«Che altro vuoi da me? Eh? La tua vendetta… l’hai avuta… l’hai avuta tutta…», continuò, con un tono che cercava di essere supplichevole, ma che d'altra parte conservava ancora un’ombra di quella testardaggine da donnone stronzo. «Lasciami… lasciami vivere… posso… posso sistemare le cose… ti prego… non voglio morire così… non con un coltello nella pancia…».
Monica si fermò, voltandosi lentamente. Un sorriso sottile e crudele le curvò le labbra mentre osservava la donna massiccia ridotta in quello stato: la camicetta gialla diventata rossa, i seni pesanti che si alzavano e abbassavano con fatica, il ventre prominente bucato e lucido di sangue, le cosce forti che tremavano per lo sforzo di restare cosciente.
«Guarda come piagnucoli adesso», mormorò Monica, avvicinandosi di nuovo. «Poco fa facevi la dura… “spara stronza”… e adesso mi supplichi? Patetica».
«Ti prego… basta… hai vinto… hai vinto tu…», sussurrò, la voce che tremava. «Mio marito è morto… io sono finita… che altro vuoi? Dimmelo…».

Terry era ancora seduta contro la parete, il corpo massiccio che occupava tanto spazio anche nella sconfitta. La camicetta gialla era ormai un relitto: aperta fino all’ombelico, inzuppata di sangue scuro che colava in rivoli densi lungo la pancia prominente. I tre fori nell’addome continuavano a pulsare, ma erano solo la punta dell’iceberg. La spalla destra era rigida e gonfia, il foro d’entrata ancora sanguinante sotto la stoffa bucata. La schiena, dove il secondo proiettile l’aveva presa ai reni, mandava fitte lancinanti a ogni minimo movimento.
Il donnone fanatico e ottuso respirava sempre più a fatica, boccheggiando. Il suo viso, un tempo arrogante, era pallido e lucido di sudore freddo.
All’improvviso le forze la abbandonarono del tutto.
Senza un gemito, Terry crollò in avanti. La fronte batté contro il pavimento con un tonfo sordo. Rimase così, in una posizione innaturale e grottesca: il busto piegato in avanti, la testa appoggiata sul pavimento, il sedere sollevato contro il muro. Il corpo potente, reso rigido dal dolore e dallo shock, si sosteneva quasi da solo in quella posa assurda, come una statua rotta. La pancia martoriata pendeva pesante verso il basso, i tre buchi bene in vista, il sangue che colava lentamente formando una pozza sempre più larga sotto di lei.
Monica la osservò in silenzio per qualche secondo, la pistola scarica ancora in mano.
«Terry…?», chiamò piano.
Nessuna risposta coerente. Solo un rantolo basso, animalesco, uscì dalla gola della donna. La sua mente era annebbiata. Il dolore era diventato un unico grande fuoco che le bruciava dentro: spalla, reni e soprattutto quella pancia devastata, dove i proiettili della piccola ma micidiale .38 avevano fatto danni enormi a distanza ravvicinata.
«Monica…», mormorò infine, la voce ridotta a un soffio impastato, quasi infantile. «Ti prego… non… non il coltello… voglio… voglio vivere…».
Era poco più di un lamento. La trattativa di prima si era dissolta. Non c’erano più argomentazioni, né suppliche articolate. Solo paura animale e sofferenza.
Monica si avvicinò lentamente, girandole intorno. Guardò quel corpo imponente finito così male: la camicetta gialla ridotta a uno straccio insanguinato, i seni pesanti che pendevano, la pancia bucata che sfiorava quasi il pavimento.
Era uno spettacolo potente e degradante allo stesso tempo.
Monica si accovacciò accanto alla testa di Terry, le scostò i capelli sudati dalla fronte e le parlò piano, quasi all’orecchio: «Lo so che sei dura. Lo so che sei un donnone. Ma hai tre palle in pancia, una nella schiena e una nella spalla. Questa pistola è piccola, ma da vicino spacca tutto. Stai morendo, Terry. Lentamente. E lo senti, vero?».
Terry emise solo un respiro affannoso, gli occhi semiaperti, lo sguardo appannato. Non rispose più.
Monica si rialzò e rimase a guardarla per un lungo momento, riflettendo.
Era fatta. Due omicidi. Suo marito era steso a terra con un buco nel cuore che lo aveva fulminato, e questa qui stava finendo dissanguata.

Doveva decidere in fretta. La vendetta era compiuta, ma adesso arrivava la parte più pericolosa.
Si passò una mano tra i capelli, guardando il corpo tremante di Terry ancora in quella posizione assurda, la fronte premuta sul pavimento, la pancia che continuava a sanguinare.
«Che ne faccio di te, cicciona…», mormorò tra sé.

Monica rimase immobile per quasi un minuto intero, fissando quella massa di carne potente ridotta a una grottesca scultura di sofferenza. Terry non si muoveva più. La fronte premuta sul pavimento, il sedere ancora sollevato contro il battiscopa. Il sangue usciva più lento ora, ma costante, formando una pozza vischiosa che lambiva le sue ginocchia.
Non era ancora morta. Ma ci stava arrivando.
Monica sentì qualcosa di strano dentro di sé: non rimorso, non esattamente. Era più una specie di delusione estetica. Aveva immaginato la vendetta con ansia e ferocia, ma non aveva previsto quanto sarebbe stata banale, alla fine, vedere un donnone come Terry ridotto a un mucchio di carne che perdeva calore contro il pavimento, o un uomo fascinoso come Burt steso lungo inerte alla stregua di un manichino delle vetrine.
Allora fece una cosa che non aveva previsto neanche lei.
Si avvicinò, infilò le mani sotto le ascelle di Terry e, con uno sforzo notevole, la tirò indietro fino a farla sedere di nuovo contro la parete, ma questa volta girata di tre quarti.

Poi, con calma metodica, prese una sedia, la posizionò di fronte a Terry a meno di un metro e si sedette.
Incrociò le gambe.
«Guardami», disse piano.
Terry sollevò a fatica le palpebre. Gli occhi erano velati, lontani. Il respiro era un rantolo umido.
«Sai qual è la cosa più bella?», continuò Monica. «Che tu non morirai da guerriera. Morirai da stupida. Come sei sempre stata. Ottusa fino alla fine».
Rimase così, per quasi cinque minuti. Senza parlare. Solo a guardarla spegnersi lentamente.
Quando il respiro di Terry divenne solo un soffio irregolare, Monica si alzò.
Prese uno strofinaccio dalla cucina, pulì con cura le impronte sulla pistola scarica e la mise prima nella mano di Burt, poi in quella di Terry, chiudendole le dita intorno all’arma.
Quindi si chinò un’ultima volta e le sussurrò all’orecchio: «Quando ti troveranno, penseranno che ti sei difesa da tuo marito, uccidendolo, dopo essere stata crivellata di colpi».
Si rialzò, diede un’ultima occhiata al donnone morente — ancora seduto contro il muro, la testa a ciondoloni, la camicetta gialla aperta sul disastro del suo ventre — e uscì.
La casa rimase in silenzio, rotto solo dal gorgoglio lento del sangue che continuava a uscire.
Terry non era ancora morta. Non del tutto.
Ma era già sola con quello che restava della sua vita.

Passarono forse dieci, quindici minuti.
La chiave girò nella serratura principale. Rosa, la donna delle pulizie, entrò borbottando tra sé. Era una donna robusta sulla cinquantina, con il cappotto ancora addosso e la borsa stretta al petto. Aveva dimenticato il suo medaglione d’oro — quello con la foto della figlia morta — mentre puliva l'appartamento quel pomeriggio. Non si fidava di Terry: quel donnone arrogante e poco di buono era capacissimo di tenerselo o di “dimenticarsene”.
«Signora Terry? Sono io, Rosa… scusi l’ora, ma quel medaglione…».
Le parole le morirono in gola.
La camera era un macello. Il corpo del marito era riverso a terra, un foro al centro del petto. «Madre de Dios…».
Rosa lasciò cadere la borsa.
Terry era ancora lì, seduta contro la parete, esattamente come l’aveva lasciata Monica. Il corpo massiccio era crollato di lato, la fronte che sfiorava il pavimento, il sedere ancora appoggiato al muro in quella posa innaturale e grottesca.
Ma respirava ancora. Debolmente. Un rantolo umido, intermittente.
Rosa si avvicinò tremando, si inginocchiò accanto a lei e le sollevò la testa con delicatezza. Il viso di Terry era cereo, gli occhi semiaperti, le labbra sporche di sangue.
«Signora Terry! Dio mio, che è successo?! Chiamo subito l’ambulanza!».
Terry emise un suono rauco. La sua mano, ancora stretta intorno alla pistola scarica, ebbe un tremito. Riuscì a girare appena la testa verso Rosa. Gli occhi, annebbiati dal dolore e dalla morte che si avvicinava, trovarono per un ultimo istante un barlume di lucidità.
«Mo… Monica…», sussurrò, la voce ridotta a un filo gorgogliante. «È stata… Monica… ha ammazzato… Burt… e me…».
Rosa sbiancò.
«Ha vinto… quella stronza…», un rivolo di sangue le uscì dall’angolo della bocca.
Un lungo respiro strozzato. Il corpo potente ebbe un ultimo, grande tremito. La mano che stringeva la pistola si aprì, l’arma cadde con un tonfo sul pavimento insanguinato.
Terry rimase immobile, gli occhi aperti ma spenti, la camicetta gialla aperta sul disastro del suo ventre bucato, il donnone infine sconfitto.
Rosa, con le mani che tremavano, compose il 113.

Rosa era in ginocchio accanto al corpo di Terry, quando le prime sirene squarciarono il silenzio della notte.
Prima arrivò l’ambulanza, poi quasi subito una volante della Polizia. Le luci blu lampeggiavano attraverso le finestre, tingendo di colori intermittenti le pareti della camera e il corpo massiccio di Terry.
Due paramedici entrarono di corsa, seguiti da un agente in divisa.
«Da questa parte!», gridò Rosa con voce rotta, alzandosi a fatica.
Lo spettacolo era impressionante. Terry era ancora nella stessa posizione grottesca: seduta contro la parete, il busto piegato in avanti, la fronte quasi appoggiata al pavimento. La camicetta gialla era quasi completamente aperta, fradicia di sangue ormai in parte coagulato.
Il paramedico si inginocchiò rapidamente, controllò il polso carotideo, poi sollevò una palpebra di Terry.
«Niente», disse secco. «Arresto cardiaco. È andata».

I tecnici della Scientifica cominciarono a delimitare la scena. I flash delle macchine fotografiche iniziarono a illuminare il corpo di Terry da varie angolazioni.
L'ispettore cominciò a interrogare Rosa.
«Signora, ci racconti esattamente cos’è successo. Ha detto al telefono che la vittima ha fatto un nome prima di morire…».
Rosa annuì, ancora sotto shock, gli occhi fissi sulla figura imponente di Terry che giaceva lì, sconfitta, esposta, con quella camicetta gialla aperta come una bandiera insanguinata.
«Ha detto… Monica. Ha detto che è stata Monica… ha ammazzato suo marito e poi lei…».
Il poliziotto prese nota, mentre un tecnico della Scientifica fotografava da vicino i fori nel corpo di Terry.
Il donnone non sembrava più così invincibile.
Uno dei paramedici coprì il corpo di Terry con un lenzuolo bianco, ma non prima che tutti i presenti avessero avuto modo di vedere bene in che stato fosse ridotta: una donna potente, massiccia, arrogante, ora ridotta a un cadavere imbottito di piombo.
Fuori, le luci delle sirene continuavano a lampeggiare nel buio.

Il medico legale, il dottor Harlan, arrivò pochi minuti dopo. Era un uomo sulla cinquantina, magro, con un impermeabile stropicciato.

Appena vide la scena, il suo sguardo si indurì. Scoprì subito i lenzuoli.
«Ma che diavolo avete combinato qui?», sbottò, guardando i paramedici e gli agenti. «Chi ha dichiarato questa donna morta? E questo qui?».
Uno dei paramedici, quello più anziano, fece un passo avanti. «Dottore, l'uomo era morto stecchito. La donna non aveva più polso quando siamo arrivati. Respirazione assente. Era chiaramente in arresto cardiaco da un po’».
Il dottor Harlan si avvicinò al corpo di Terry, ancora nella sua posizione contratta e grottesca. Si inginocchiò, ignorando la pozza di sangue che gli sporcava le scarpe, e controllò personalmente il collo della donna.

Poi scosse la testa, irritato.
«Incompetenti. Ancora non avete imparato che non si dichiara nessuno morto sul campo senza aver provato tutto? Portatemi subito il defibrillatore dall’ambulanza. Quello portatile. Muovetevi!».
I paramedici si guardarono perplessi, ma obbedirono in fretta.

Quando arrivò l'apparecchio, il medico prese personalmente le piastre, le posizionò sul petto della donna e diede l’ordine.
«Tutti indietro».
SCIAFF!
Il corpo massiccio di Terry ebbe un violento sussulto. Il busto si inarcò per un istante.
Niente.
Harlan regolò la potenza e riprovò.
SCIAFF!
Questa volta il piede destro di Terry, ebbe uno scatto netto, come se avesse ricevuto una scarica diretta.
«Ecco!», esclamò il dottore con soddisfazione cupa. «Ve l’avevo detto. Non era ancora andata. Caricatela subito sull’ambulanza. Intubazione, flebo, tutto quello che avete. La portiamo in ospedale».
Era in condizioni disperate: coma profondo, pressione bassissima, emorragia interna massiva. Ma era ancora viva.
L’ambulanza partiva a sirene spiegate nella notte.

«Testarda fino alla fine, quella là», borbottò Harlan, guardando la pozza di sangue rimasta sul pavimento. «Vediamo quanto resiste».

L’ambulanza sfrecciava nella notte con le sirene che ululavano.

All’interno, il corpo massiccio di Terry era stato legato alla barella, la camicetta gialla ancora aperta sul ventre devastato. I paramedici lavoravano freneticamente: flebo, ossigeno, adrenalina.
Terry era in un limbo confuso, sospesa tra coscienza e oblio.

La sua mente ottusa e testarda si aggrappava a pensieri frammentati.
Sto andando in ospedale… bene… bene… ce la posso fare… sono forte… sono un donnone… cinque buchi in corpo non bastano per ammazzarmi… quella stronza di Monica non ce l’ha fatta… mi operano… mi rimettono in sesto… poi torno a casa… e quella troia pagherà tutto… io non muoio… non io…
Un debole sorriso sofferente le increspò le labbra sporche di sangue. Si illudeva. Nel profondo lo sapeva, ma la sua natura fanatica e arrogante rifiutava di arrendersi. Chiuse gli occhi, cullata dal rumore delle sirene, aggrappandosi a quell’ultima, patetica fantasia di rivincita.

Intanto, il commissario Morelli era già sulla scena di un altro ritrovamento di cadavere.
Monica era stata trovata morta all'interno della sua villa: il corpo riverso sul pavimento del soggiorno, la testa spaccata contro lo spigolo tagliente di un pesante tavolo di legno. Sembrava un tragico incidente domestico.

Ma Morelli non era stupido.
Mentre i tecnici rilevavano le impronte, lui riordinava le idee.
«Allora ricapitoliamo», disse al suo vice, accendendosi una sigaretta. «Terry e suo marito stavano ricattando Monica da mesi. Soldi, probabilmente. Monica si è ribellata, è andata da loro armata e ha fatto una strage. Sei colpi. Uno al marito, fulminante, e cinque a Terry: una vera e propria esecuzione».
Si avvicinò alla finestra, guardando il buio fuori.
«Terry è ancora viva, per miracolo. In coma all’ospedale, condizioni disperate. I medici dicono che difficilmente passerà la notte. Quel donnone ha preso tanto piombo da ammazzare un toro, eppure resiste ancora».
Fece una pausa, poi continuò con tono più basso: «Monica invece è morta. “Incidente”. Testa contro lo spigolo. Strano, no? Troppo comodo».
Il commissario schiacciò il mozzicone.
«Terry era una poco di buono. Arrogante, prepotente, ricattatrice. Ma nessuno merita di finire così: crivellata di colpi, sanguinante come una scrofa al macello. Monica ha avuto la sua vendetta, però il prezzo è stato alto».
Scosse la testa.
«Un boomerang sporco di sangue. Tutto torna indietro, alla fine».
Prese il telefono e compose nervosamente il numero dell’ospedale.

Il commissario si fece passare il primario di chirurgia, il dottor Valletti, che era stato svegliato d’urgenza.
«Mi dica di Terry. Quella della sparatoria. È ancora viva?».
Ci fu un lungo sospiro dall’altra parte.
«Per ora sì. È in coma profondo. Abbiamo operato d’urgenza: tre proiettili nell’addome hanno fatto danni enormi: intestino perforato, emorragia interna massiccia; e poi ha un rene compromesso. Ha perso tantissimo sangue. La stiamo tenendo in vita con le macchine, ma…».
Morelli strinse più forte la cornetta.
«C’è una possibilità? Anche minima?».
Il primario esitò.
«Onestamente, commissario… è un miracolo che sia arrivata viva in sala operatoria. Una donna normale sarebbe morta sul pavimento. Questa qui ha una costituzione fisica eccezionale, ma il danno è troppo esteso. Se supera le prossime dodici ore, forse potremo parlare di una chance su cento. Al momento, però, è destinata a spegnersi».
Morelli rimase in silenzio per qualche secondo, impressionato nonostante tutto.
«Capisco. Mi tenga aggiornato, dottore. Ogni ora, se necessario».
Riagganciò e si passò una mano sul viso.
«Testarda fino all’ultimo, quella là», disse al suo vice.

Fuori, l’alba stava arrivando.

Una nuova giornata, forse l'ultima, su una storia segnata dal piombo e dal rancore.

ROMA VIOLENTA

di Salvatore Conte (2024)

         

Mi ero andato a infognare con questa costosissima troiona del Libano, che a 50 anni giocava ancora a fare la sbottonata...

Adesso, però, mi aveva stancato.

Non faceva altro che non fare un cazzo.

E di tutto questo se ne vantava pure, su Fregnacce Romane, Il Venticello e le altre riviste del nostro popolare quartiere, senza alcuna paura di farsi ritrarre grassa e imbolsita, ma sempre con la sua camiciona di jeans a scollatura profonda, perché convinta di piacere comunque, di essere diventata immortale, che è il sogno tutte le vecchie troie.

Come se non bastasse, sapeva fare di peggio: Layla mi tradiva.
Stava con me solo perché faceva la sultana - tra viaggi, lussi e spese inutili - con i soldi che la tabaccheria riusciva ancora a garantire, nonostante lei non ci lavorasse più.

«Allenta la camicia e vieni con me al negozio», le dicevo prima di scendere, perché molti clienti, anche donne, compravano con più gusto quando c'era lei dietro al banco; secondo me, spesso tornavano solo per rivederla e farsi dare il resto.

Una volta, un ragazzo comprò tre pacchetti di sigarette a distanza di un'ora circa l'uno dall'altro. E tornò anche il giorno dopo. E non credo fosse un fumatore tanto incallito. E poi ci fu quello che giocò al totocalcio, e che tornò poco dopo per l'enalotto, e ancora più tardi per altre due colonne al totocalcio. E questo qui tutte le settimane giocava sempre più forte. Forse sognava di portarsela via. Mi avrebbe fatto un piacere.

Di sicuro questi clienti si sarebbero serviti altrove, ma con lei al banco compravano soltanto da me.

Layla era una gallina dalle uova d’oro.
«Sono stanca; e poi ho paura. Non leggi i giornali? Le tabaccherie sono rapinate più delle banche e io non ho voglia di rimetterci la pelle... altrimenti me ne rimanevo in Libano...».

Di origini nostrane, parlava italiano meglio di me.

«D'accordo, riposati.

A stasera, amore...», e mi masturbavo nel bagno del negozio, al solo pensiero di ritrovarmi una fica del genere dentro casa.

Prestigiosa, zozza, burrosa, perfino simpatica delle volte, dotata di una sensualità fulminante, di forme grassottelle e ben tornite, la cinquantenne Layla Dakmak era ancora il classico donnone fuori dalla portata dei più.

Però quando seppi che mi tradiva nelle stesse ore in cui ero alla cassa senza di lei, rischiando pure di finire ammazzato al posto suo, beh... allora... persi la testa.

Lei, in fondo, alla cassa sarebbe stata al sicuro, perché alla sbottonata libanese chi mai avrebbe osato sparare?

Io invece dovevo stare attento; mentre lei si faceva sbattere a domicilio.
E io ero stanco di tutto questo.

Non l’avrei fatto personalmente, non ne sarei stato capace, ma l’avrei fatto fare.

Ci vuole coraggio per uccidere.
D'altra parte, ci voleva coraggio anche nel sopportarla; nel vederla viva e prepotente intorno a me; e nel sopportare me stesso, succube del suo arbitrio, sottomesso alla sua dittatura.

Tuttavia non avevo il coraggio di spingerle un coltellaccio nella pancia. Mi sarebbe sfuggita. Se la sarebbe cavata.

Avrei potuto usare la rivoltella e con quella crivellarla di colpi.

Non quella denunciata, ovviamente. A Roma se ne trovavano tante senza numero di matricola. Ma non ero sicuro se - dopo aver visto il primo sangue - avrei premuto ancora il grilletto; se fossi riuscito a portare a termine il lavoro, una volta cominciato. Lei che si dispera, lei che non vuole morire... avrei ceduto, e le avrei chiamato un'ambulanza, rovinandomi per sempre.
Il lavoro, quindi, l’avrei dato a un immigrato clandestino.
A un indiano.

Gli indiani sono avvezzi ai coltelli.

E doveva avvenire davanti a me, in una rapina finita male, come ce n'erano tante. Il mio porto d'armi era collegato alla tabaccheria. In uscita di piacere non avrei potuto difenderla.
Sì… proprio così... avrei appaltato il lavoro.

La portai al cinema, all’ultimo spettacolo. Davano un film di Maurizio Merli.

Avevo parcheggiato in una zona poco illuminata; ero abbastanza certo che non avrei trovato un posto migliore e il destino mi diede una mano.

All’uscita dalla sala volle bere qualcosa. C’era un bar ancora aperto.

S'era messa la solita camicia jeans da vecchia zoccolona, sbottonata senza pudore fino allo stomaco.

Nonostante gli anni addosso, era sempre una gran puttana, niente da dire.

Il barista lasciò gli occhi dentro la scollatura.

«Ci vorrebbe davvero un tipo così... lo sai?

Parlo di quel Commissario...».

«Sì, ho capito.

Fra le tue cosce o in giro per Roma a mantenere l'ordine?».

Forse per la prima volta sospettò che io sospettassi.

«Un altro...».
Però non poteva certo sospettare che quelli sarebbero stati i suoi ultimi bicchierini.

«Perché non vai a prendere la macchina?».

«Non è prudente, se rimani sola a quest'ora».

«Ti aspetto qui nel bar, quando arrivi dai un colpo di clacson».

«Va bene, va bene...».

Mi aveva fregato.

«Salvatò...!», mi chiamò dalla porta. «Hai ragione... facciamo due passi...».

L'avermi dato ragione, anche se per la prima volta da mesi, le sarebbe costato caro.

«Certo che è buio qui...».

«Anche prima lo era, no?

Stai tranquilla, amore, ci sono io».

Proprio in quel momento, l’indiano uscì fuori dall’ombra, con una calza da donna sul volto, e mi ferì una mano col coltello.
«Dammi il portafoglio! E tu la borsetta!».
Layla si spaventò e cercò di fuggire.
L’indiano le fu addosso, la spinse contro il muro e affondò il coltello...
Lo vidi colpire... una… due… tre… quattro… cin… impossibile contarle tutte! A ripetizione! Sembrava non fermarsi più! Era impazzito!
L’ammazzava! La spanzava!

La sbottonata libanese si stava sgonfiando sotto i miei occhi.

Aveva finito di ridere alle mie spalle, ora rimaneva uccisa...
Layla
continuava a strillare come una scrofa squartata. Tutte quelle coltellate non l'avevano ancora stroncata.
E per quanto m’avesse profondamente oltraggiato, mi si raggelò il sangue…
L'indiano la stava sbudellando! Bastardo, falla finita... è la mia donna quella!
Se non m’ero sbagliato, Layla rimaneva uccisa con 23 coltellate in panza!
Un numero impressionante, che mi diceva qualcosa, anche se non capivo cosa, in quel momento.

Qualcuna frettolosa, poco più d’una puncicata, qualcun altra a tirar via, tipo ‘na romanella, ma pur sempre 23 coltellate nella panza della sbottonata libanese, Cristo Santo!
Stavo per urlare basta, ma l’indiano ormai si era fermato, e subito dopo si dileguò nella stessa ombra da cui era giunto... con il mio portafoglio... e la borsetta della mia donna... quasi se la dimenticava, quello stronzo!

La zoccolona era seduta a terra contro il muro, a gambe larghe, la bocca aperta e la lingua arricciata sotto il palato…
«Layla!», strillai, per farmi sentire.
Era sotto shock, ma reattiva: strinse gli avambracci sulla pancia, mentre cercava di mettermi a fuoco.
Per un attimo mi fece pena.
Si dimenava ancora, ma era all’ultimo ballo. Doveva saperlo anche lei, perché i suoi occhi avevano paura, una paura che non le avevo mai visto addosso prima d'allora.
Aveva bevuto da poco, ecco perché le coltellate non l’avevano ancora stroncata. Ma sapeva di dover morire.
Mi sembrava di vedere le budella schizzarle fuori dalla pancia. Però forse era soltanto la mia crudele immaginazione.
In ogni caso il destino della mia donna era segnato.
La troiona, tuttavia, si agitava ancora, cercando disperatamente di piegare la sorte, con le braccia che si aggrappavano alla vita che le sfuggiva, serrandosi intorno al ventre.

Molto sexy mentre crepava, senza dubbio. Recitava bene, come le migliori attrici, ma a differenza di queste non fingeva.
{L'ambulanza… ohhh... l'ambulanza… hh...}, mormorava con voce gutturale, tra i gemiti.
Nonostante tutto, la sciagurata si voleva salvare.

Vedendomi inerte, inebetito, capì tutto…
{Sei stato... tu… uhhh... vero…? Proprio tu...!}.

Anche quell'accusa indignata mi ricordava qualcosa...
«Ma che dici?».
{Non lo dico… a nessuno… ahhh... però… aiutami… ohhh... ho paura... Sal... Sal...}, pronunciò due volte il mio nome, era ancora lucida e manteneva il controllo di sé.

Era decisa a trovare una via di scampo, anche in quella situazione estrema.

Quel nome, pronunciato senza rancore, per due volte, quasi a chiedere scusa, mi commosse.
Qualcuno finalmente sopraggiunse, furono chiamati i soccorsi, ma l'avrei fatto io stesso.

Mi finsi sotto shock, forse lo ero davvero.
Se la sbottonata parlava, ero finito.
Ma per ora si limitava a gemere, agonizzante, sbiancata in volto e spaventata; aspettava ansiosa l’ambulanza.
Non capiva che era finita. Oppure non voleva ammettere che qualcosa fosse più forte di lei.
{Perché…?}, farfugliò, con la lingua arrotolata sotto il palato.
Eppure lei lo sapeva il perché, vecchia puttana…
«Era un pazzo violento, Layla. Ma te la caverai…».
Mi fissò con gli occhi sbarrati: se non era già morta, di certo non ne aveva per molto.

L’ambulanza arrivò a sirene spiegate.
La troia fu subito caricata sulla barella. Però, mentre la portavano via, fu scossa da spasmi convulsi…
Non fu una bella scena.
Se non era già morta, Layla sarebbe morta lungo il tragitto. L’indiano aveva picchiato duro, a parte qualche romanella; senza farsi spaventare dal primo sangue, come sarebbe successo a me.
Comunque i portantini l’avevano caricata come niente fosse.

«Salga, dottò... che su' moje c'ha fretta...».
Sì, non potevo rimanere lì. Ero non solo il marito, o presunto tale, affranto e sotto shock, ma io stesso un ferito: fu così che mi infilai nell’autolettiga, mettendomi vicino a lei, per tenere d'occhio la situazione e accertarmi che non farfugliasse a sproposito.

Per fortuna, a stento di equivoci, l'attaccarono subito al respiratore artificiale.

«Come sta?».

«L'hanno spanzata de brutto... nun se campa più al giorno d'oggi...

Ma ce vo' provà a tutti li costi... nun molla...

Però se dovemo da sbrigà, dottò... oppure ce crepa dentro l'ambulanza...

C'ha qualche anno su' moje... ma è bona forte...».

Le presi la mano, lei la strinse: la mia donna non voleva morire, accettava qualsiasi aiuto.
“Non lo dico a nessuno”, aveva promesso. Finora era stata di parola.

E forse era troppo tardi per avere la chance di smentirsi.
Però era strano che non avesse parlato subito.
Una puttana come lei non era certo stanca di vivere.
Ma in fondo doveva aver capito che era inutile arrabbiarsi.

Ormai le coltellate erano arrivate.

Poteva soltanto spremersi per guadagnare un po' di tempo e non fare la figura di quella che veniva caricata sull'ambulanza con il lenzuolo in faccia.

Mentre l’ambulanza correva all'impazzata, Layla mostrava ancora qualche segno di vita: nel morire dissanguata, usava gli occhi, non potendo usare la bocca.

Erano spalancati, atterriti, e cercavano a tutti i costi di farsi rimpiangere...
Io, però, non intendevo cascarci un'altra volta.
Lei sapeva perché moriva scannata.

Gli occhi perdevano la presa, guardavano gelati il nulla, la mano si staccava dalla mia...

Ormai non potevano più esserci dubbi: la sbottonata sarebbe giunta cadavere.

«È morta?!», domandai al portantino.

Ma fui lei a rispondere, riprendendo a stringere. Mi aveva sentito.

Nel suo cuore di troia doveva sapere perché moriva sbudellata, e forse mi stava chiedendo perdono. Lo apprezzai.

Le strinsi la mano con più convinzione. L'avevo perdonata, nonostante tutto.

O forse si aggrappava semplicemente all'ultimo appiglio, nel tentativo di arrivare almeno in ospedale.

Però mi piaceva questa sua voglia di tirarla per le lunghe, era una puttana dura a morire.

Io sarei morto al solo pensiero di riceverle, quelle 23 coltellate...

Intanto, fra questi pensieri, l'ambulanza aveva inchiodato.

Non era giunta cadavere.

Anche se era chiaro che non l'avrebbe salvata nessuno.
L’indiano ci sapeva fare.
Sfiancare una donna come Layla non era facile. Ma lui c'era riuscito.
Mentre era sotto i ferri, il Commissario mi raggiunse e mi interrogò.
Non ebbi difficoltà a rispondere. Mi ero preparato a dovere.

Altro che Maurizio Merli... quello mi avrebbe preso a sganassoni al primo sguardo.
Nell’aspettare la fatale notizia, ripensai a quando stavo per accoltellarla io stesso, al colmo dell’ira.
Aveva minacciato di mollarmi, se non le avessi regalato una pietra di cui s'era invaghita.

«Tu non potresti mai uccidermi», mi disse, sicura di sé, a un centimetro dalla lama, con le zinne che gonfiavano la camicia sbottonata.
E rideva tra i denti, sicura che non mi sarei mai privato di una cagna del suo genere.

«Se devi farlo, fallo qui: infilzami, trapassami...», e si buttò sul divano, aprendo le cosce. «Ammazzami, presto! Voglio sentirmi morire».
Non “perché” voleva chiedermi, ma “come”.
Come hai fatto a uccidermi?
Questo voleva chiedermi.
Facendoti scannare da un indiano.
Ecco come ho fatto.
Ma la colpa sarebbe stata di una città violenta, non mia, né di un Commissario incapace.
Il mandante era un’intera città; anzi la capitale; a me non sarebbero mai arrivati.

La zoccolona entrò in coma e vi rimase per diversi giorni.
Il referto narrava proprio di 23 coltellate…! Avevo contato bene.
Infine ricordai il significato di quel numero.

Io, tuttavia, non ebbi la sfortuna di imbattermi in un novello Marco Antonio che sobillasse la città contro di me.

Al contrario.

La Polizia si dimenticò presto di me: una semplice rapina, finita neanche troppo male, non interessava a nessuno di quei tempi, non faceva notizia.
Era così contenta che tralasciò di serbarmi il dovuto rancore.
Si limitò a tradirmi di nuovo.

Ma stavolta divideva con me i soldi che succhiava ai suoi amanti.
In fondo così mi dimostrava di farlo solo per denaro.
Mica stupida…
Quando si dedicava a me, mi aspettava con la solita camicia allentata fino allo stomaco, sguardo da cagna e bocca spalancata, come se la dovessi accoltellare.
Era tornata e si vantava di mangiare, oltre agli uomini, anche i coltelli.
Prima o poi l’avrebbero ammazzata sul serio.
Intanto però era tornata.

E vedeva il totocalcio in maniera diversa.
«Perché?», mi chiese ancora.
Non risposi subito.

«Perché in questa città i dittatori non vivono a lungo.

A parte te...».

Io me l'ero giocata e lei con due colonne aveva fatto 13.

LA MORTE CHE UCCIDE

di Salvatore Conte (2024)

«E di Anna, che mi dici?».

«L'hanno fatta fuori».

«Sei sicuro? Quella non l'ammazzi al primo colpo».

«Infatti...

Ma io l'ho vista con i miei occhi, mentre la trascinavano via a peso morto, ammucchiandola con indifferenza sugli altri corpi.

Senza dubbio s'è mangiata una raffica e le è rimasta sullo stomaco...

Non ha avuto scampo».

«L'hanno ammazzata per ucciderla? Per farle la pelle, insomma? O è stato un incidente?».

«Questo non lo so. Ma posso informarmi».

«Fallo. Voglio sapere chi l'ha uccisa e perché.

Potrebbero essere stati gli iraniani, o i cinesi; o anche i russi.

Anna era scomoda; ma lavorava soprattutto per noi.

E cerca di recuperare il cadavere.

C'è chi pagherà per averlo, era una grossa puttana; e tu avrai la tua parte».

Rod Wallace torna sulla spiaggia dove le fazioni somale hanno ammucchiato i cadaveri, dopo il sanguinoso regolamento di conti.

Il corpo della guerrigliera italiana, però, non si vede.

Nel pieno della sua potenza, era una grossa cessa molto ambita.

Mimetica sempre sbottonata e due zinne da favola.

Nessuno aveva mai osato toccarla.

«Il corpo non si trova, è sparito dal mucchio dei cadaveri, ma ho preso informazioni e so con quale gruppo si muoveva negli ultimi giorni.

C'è stata una contesa tra fazioni e si sono sparati addosso. Durante la tregua hanno radunato i corpi sulla spiaggia».

«Chi può aver preso il corpo?».

«Questo ancora non lo so».

«Datti da fare, Rod».

Ancora domande, ancora rischi, ma alla fine - come sempre - qualcosa salta fuori.

«Pare che il cadavere di Anna sia stato recuperato dai suoi uomini, i pochi rimasti, e portato a bordo del loro battello.

Devo proseguire con l'operazione?».

«Certo.

Compralo, prima che lo buttino in mare, o lo facciano andare a male...».

«D'accordo, ricevuto».

Le acque si sono calmate.

Rod Wallace sale a bordo dell'imbarcazione utilizzata dalla famosa trafficante negli ultimi giorni.

«E così tu vuoi vedere cadavere di nostra signora?

Allora tu aspettare...», il bianco dei denti è smagliante.

Wallace rimane interdetto.

«Non ce l'avete voi?

Io pago meglio. Qualcun altro ve l'ha chiesto? I cinesi?».

«È okay... può passare...», interviene un altro del gruppo.

Wallace viene condotto sottocoperta.

C'è una guardia davanti alla porta di una cabina.

Sono tutti negri.

«Rod... vecchio bastardo...».

«Anna...! Questa sì che è una sorpresa...

T'avevo dato per fottuta...».

«Lo sono...».

«Chi è stato?».

«Non lo so...».

La gran puttana è affondata sulla branda, pallida in volto, la bocca impastata di sangue, diversi asciugamani sanguinolenti sulla pancia, e le mani pressate sopra.

Wallace aggiunge d'istinto la sua.

«Senti, Anna... devo comunicare con il contatto».

«Che vogliono...».

«Il tuo cadavere...

E per il momento, gli farò credere di averlo».

«Okay... ma dopo... torna qui... ne ho per poco... ho paura...».

«Torno subito».

Wallace torna sul ponte e chiama con il satellitare.

«Allora... hai recuperato il corpo?».

«Sì, ce l'ho fatta».

«In che condizioni è?».

«Ottime».

«Bene. Conservalo al fresco, se ti riesce. E manda qualche foto appena possibile».

Wallace chiude la comunicazione e ritorna dalla mercenaria.

«Quando ti ho visto portare via, sembravi morta stecchita...».

«Un colpo... ha sfiorato la spina...

Ero tramortita...».

«La fortuna ti ha protetto, Anna. Te la caverai...».

«Rod... sai usare... la maschera... dell'ossigeno...?».

«Penso di sì».

«Voglio... farmi un giro...».

«D'accordo».

Wallace l'accontenta subito.

«Va meglio?».

«Un po'...».

«Hai paura?».

«Sì... ho paura...», gli occhi guardano lontano, «si vede... vero...».

«Un po'...».

«Io... sono morta... tante volte... Rod...

Ma... la morte che uccide... quella... fa paura...».

«E che tipo di morte sarebbe? La morte uccide sempre, no?».

«No... mi hanno sparato... e mi hanno ammazzato... ma non sono morta...

La morte che uccide... invece... non puoi fermarla... non ti lascia scampo...».

«E tu hai paura che stavolta la morte ti uccida, non è vero, Anna?».

«Rod... io... non sono... una stupida...

Non hai idea... dei buchi... che ho in pancia...», la donna abbassa lo sguardo sugli asciugamani insanguinati. «Ma non sono finita... finché non crepo...».

«Giusto modo di pensare».

«C'è una complicazione».

«Di che si tratta?».

«Il cadavere è ancora caldo...».

«Che diavolo significa?».

«Anna è stata ammazzata, ma non uccisa».

«Senti, Rod... non ho tempo da perdere, sputa il rospo».

«È quanto mi ha detto lei stessa.

È stata colpita a morte, ha preso una raffica in pancia, ma non è ancora crepata».

«Cosa?!

Ma... se non è morta... è stata visitata da un medico?».

«Non c'è molto da fare, lo sa anche lei, è preparata».

«Anna non se lo merita, è una combattente.

Mando un elicottero con adrenalina e plasma».

«Non credo ce ne sarà il tempo, comunque tanto vale provare».

«Tu falle credere di potercela fare, capito?».

«D'accordo».

«Lo so che hai paura, mi dispiace.

Fatti un goccio di quello buono...», le porta alle labbra la fiaschetta del whisky.

«Sei carino... con me... Rod...».

«Sei una bella donna, Anna; una di quelle che sembrano non nascere più».

«Sei bravo... a distrarmi... mentre crepo...».

«Stai calma... i tuoi buchi non saranno facili da gestire... ma una come te ci può provare...

Il contatto manderà un elicottero con un kit di emergenza...

Le gambe... te le senti?».

«Sì... ce l'ho...».

«Bene, fatti un altro giro...».

Wallace aggiorna il contatto.

«La maschera dell'ossigeno non basta più. Che fine ha fatto l'elicottero?».

«Negativo, ci sono problemi. L'elicottero deve raccogliere una priorità superiore.

Ritorniamo all’obiettivo iniziale: il cadavere e informazioni sui mandanti».
«D’accordo, procedo».
Wallace torna in cabina.
«L’elicottero ha avuto problemi, arriverà in forte ritardo, mi dispiace, non dipende da me, lo sai.
Hai idea del perché ti abbiano sparato?».
«Ti sei... risposto... da solo... Rod…».
«Che vuoi dire?».
«Cominciavo… a essere ingombrante… sapevo troppo…
Hanno deciso... di fottermi… e di azzerare... il mio gruppo…».
«Vuoi dire che...?».
Rispondono delle raffiche di mitraglietta da un motoscafo che si avvicina a forte velocità.

Adesso spari ravvicinati, il nemico è a bordo.

È una donna quella che fa irruzione in cabina, pistola in pugno.

Punta dritto su Anna e sta per saldarle il conto.

«Ehi...».
BANG
BANG

Wallace la fa voltare e le mette due palle in corpo.

La riconosce subito.

Si chiama Luciana Paluzzi, un'altra bella mercenaria, un'ex attrice di film d'azione che c'ha preso gusto.

«Coglione... mi vuoi ammazzare...?».

«Lo sai, tu, cos'è la morte che uccide, Luciana?».

La grossa troia, ingobbita in avanti, lo fissa inebetita.
Gli spari, intanto, si spengono.

Wallace blocca la porta.

«Stronzo...», la sicaria scivola lungo la parete della cabina, con le braccia strette intorno all'addome.

«Ascolta, Luciana...

Se non vuoi che la morte ti uccida, devi collaborare.

Noi tre dobbiamo metterci d'accordo.

Ma intanto sono io il capitano di questa bagnarola».

E mentre la Paluzzi è costretta a pensarci su, Wallace controlla che l'ammazzata non sia rimasta uccisa.

E tira un sospiro di sollievo.

CHI HA UCCISO LA NUMERO 80?

di Salvatore Conte (2024)

Il pesante corpo della Numero 80 viene trascinato per i talloni fino alla porta del suo appartamento.
Le braccia della monumentale incarnazione di Frigga, moglie di Odino, si allargano inerti, allineandosi sopra la testa.
Nonostante il gran fisico, c'è rimasta secca.
«Per favore, Numero 66, facciamo in fretta: il Numero 2 la desidera ancora calda».

«Naturalmente, Numero 11: con il taxi faremo in un baleno».
La Numero 80 viene caricata lunga sul sedile posteriore, accanto al Numero 66.

Il taxi riparte e - azionando il clacson - il conducente fa scansare i concittadini che affollano la via principale del Villaggio.

«Largo, largo... fate passare, per favore...», con una mano a gesticolare fuori dall'abitacolo.

L'esecuzione è avvenuta in pieno giorno.
La Numero 80 è stata liquidata da una coppia di sicari, che le hanno esploso contro diversi colpi di rivoltella.
«Che volete fare?! Per favore... NO!», le ultime parole, prima di essere raggiunta dalle pallottole.
I colpi sono stati reiterati, ribaditi, mirati a squagliarle il grasso nella pancia, senza far danni alla struttura intorno.

La Numero 80 - per qualche istante - è sembrata rimanere in piedi, lo sguardo deciso, nonostante i colpi d'arma da fuoco l'abbiano raggiunta in pieno; poi, però, le gambe hanno ceduto improvvisamente, come se il pavimento si fosse aperto sotto i suoi piedi; gli occhi della Numero 80 si sono fissati sul soffitto, la bocca aperta in un'espressione di assorta meraviglia.
È stata sorpresa nella sua comoda abitazione all'interno del Villaggio.
La bella Numero Ottanta -  chiamata anche Frigga, per la somiglianza, a grandi linee, con la moglie di Odino - con il suo sguardo penetrante, il sorriso sfuggente, le forme procaci, la tanta... carne e il grasso vellutato che le riempivano la camiciona sbottonata da grande stronza, aveva reso succubi e tributari numerosi... concittadini; il Pallone guardiano, il grande globulo bianco, il Rover, non l'aveva mai intercettata, perché Frigga non aveva mai cercato di fuggire: il Villaggio le piaceva e stava diventando il suo Regno.
Il Numero 2 era stato chiamato dal Numero 1, ricevendo precise istruzioni.

Questa la fine della Numero 80.
Giunta in taxi presso la prestigiosa Green Dome, sede del Numero Due, viene scaricata e trasportata dentro a braccia.

«Accidenti, quanto pesa!

È proprio morta, poverina...».

«E in più c'è tutto il piombo che ha incassato».

I due vanno diretti in camera da letto.

E vengono congedati all'istante.
«Finalmente...».
Il Numero 2 si dà subito da fare.
Il corpo è ancora caldo, come voleva, e lui pronto, come sperava.
«Fantastico...».
Affonda i colpi contento.
«Per favore... no... no...», il timbro gutturale.
Il timbro della Numero 80!
«Che cosa...?!», benché eccitato da morirne, il Numero 2 si ferma, impietrito, e si sfila. «Non sei ancora morta...?!».
È costretto a finire di mano.

«Quegli idioti...», ha appena ripreso fiato.
Chiama l'ospedale del Villaggio e chiede un taxi-ambulanza, ossia un taxi con rimorchio usato per il trasporto di feriti, malati e salme.

C'è un'autopsia da eseguire.

«Numero 80... se non crepi... ti faccio rimettere a posto...

Ma dovrà rimanere un nostro segreto... capito?».
Giunta all'ospedale, la Numero 80 viene trasportata nella sala delle autopsie.

Il Numero 2 se ne occupa personalmente.

«Teledottore, eseguire autopsia sulla Numero 80».

Rispondendo alla voce del Numero 2, diversi bracci meccanici entrano in funzione, agitandosi intorno al corpo di Frigga.

{Negativo.

Autopsia richiesta in contrasto con protocolli operativi.

Numero 80 non risulta deceduto}, una voce metallica risuona nella sala.

«Teledottore, calcolare probabilità del decorso medico».

{Probabilità di decesso: 94,0%.

Probabilità di sopravvivenza...}.

«6%, ovvio», il Numero 2 anticipa la risposta. «Teledottore, analisi dei colpi fatali».

{Presenza di ferita d'arma da fuoco in corrispondenza di: stomaco.

Presenza di ferita d'arma da fuoco in corrispondenza di: fegato}.

«Teledottore, rimani in attesa di istruzioni».

{Ricevuto}.

Il Numero 2 si rivolge alla Numero 80.

«Almeno due colpi non ti lasciano scampo, hai sentito?».

Frigga annuisce.

«Io... io... ho paura...».

«Il Teledottore non sbaglia mai. Sei rimasta uccisa, Numero 80; anche se con un leggero ritardo sul programma».

«No... il 6... il 6... Numero 2...».

«Già, è vero...

Teledottore, eseguire protocollo di valorizzazione delle probabilità di sopravvivenza».

{Ricevuto}.

"La Numero 80 rimane uccisa": è il titolo principale del Tally Ho, il giornale del Villaggio in edizione straordinaria.

"Un'esecuzione a colpi di rivoltella. I sicari non le lasciano scampo. Il corpo, gonfio di piombo, è stato trasportato all'Ospedale per l'autopsia di rito".

Allorché il Numero 6 legge la prima e unica pagina del giornale, chiama un taxi e si fa condurre all'ospedale.

In molti - in effetti - devono aver visto, ma nel Villaggio "a still tongue makes a happy life".

Va diretto in sala autopsie e incontra chi voleva.

«Che bisogno c'era, Numero 2!», con la tipica aggressività del suo predecessore. «Di sicuro lei sa chi l'ha fatta fuori, e perché!».

«Mi meraviglio di lei, Numero 6.

Non è degno di lei prestar fede al Tally Ho...», il Numero 2 ricambia l'irruenza dell'interlocutore con divertiti toni sibillini.

Il Numero 6 si avvicina al lettino e la osserva.

«La volpe non è ancora morta. E questa non è un'autopsia.

Tuttavia... se ciò non rimanesse un segreto ben custodito... chi l'ha uccisa potrebbe riprovarci.

Mi comprende, Numero 6?».

«Mi fermerò qui per un po', allora. Mi fingerò malato».

«Molto bene, Numero 6. Io andrò a organizzare i funerali.

Teledottore, aggiornare le probabilità di sopravvivenza».

{Probabilità di sopravvivenza: 8%}.

«Bene. Proseguire con il protocollo di valorizzazione delle probabilità di sopravvivenza.

Il Numero 6 è autorizzato a impartire istruzioni in mia vece».

{Ricevuto}.

BIP-BIP-BIP

Suona il telefono rosso: il Numero 2 lo porta sempre con sé.

È il Numero 1: non può essere nessun altro.

«Tutto finito, Signore.

Sì, certamente, Signore... l'operazione è conclusa, i sicari non hanno risparmiato piombo, l'obiettivo è deceduto quasi sul colpo.

Sissignore. Certamente. Sissignore».

La comunicazione è conclusa.

Il Numero 2 è perplesso.

«Qui mi gioco il numero, Numero 6...».

«Chi è il Numero 1?».

Il capo del Villaggio lo osserva, abbassa gli occhi, e se ne va.

«Io so chi è il Numero 1!

Frigga... chi è stato?», un attimo dopo si rivolge alla donna agonizzante sul lettino d'ospedale. «Ti hanno fritto, non vedi, non capisci?», i toni non sono gentili.

La Numero 80 ha subito un'anestesia locale, è in grado di parlare.

«Due numeri... hanno sparato... diverse volte... ho avuto paura...».

«Ci credo... quali numeri?».

«11... e 66...

Non mi terrai rancore... per quella volta...».

«No, non ti preoccupare; acqua passata».

«Io... io... al Villaggio... ci sto bene...

A parte il piombo... che ho... sulla pancia...».

«Insieme a te ci starei bene anch'io...».

«Io... non so se...».

«Altrimenti?».

«Potrei... essere tua... Numero 6...».

«Ci sarà un nuovo Numero 2, Frigga.

E tu dovrai stare molto attenta, abbottonarti il camicione e passare inosservata.

So che non sarà facile».

«Forse... mi serve... un numero... accanto...».

«Il 6, Frigga, il 6».

LO SCERIFFO

di Salvatore Conte (2024)

«Rentcar ha parlato: grido di aiuto da carro di ferro. Fermato in Gola di Puma».
«Ferro? Credo sia plastica.
Il grido d’aiuto è un Sos automatico?».
«Lingua Dritta ha parlato».
«Andiamo a vedere. Prendi i cavalli».
John Vernon è lo Sceriffo della Contea, Luna Tagliente il suo unico vice, due penne che pendono dall'orecchio.
La strada s'inerpica tortuosa nel deserto; è una semplice pista di sabbia, delineata più da cactus che da cartelli.
Escursionisti, ciclisti, automobilisti, variamente sprovveduti, sono sempre più frequenti.
Niente li spaventa, nemmeno i cartelli che segnalano la presenza del puma.
Troppo forte il desiderio di fuggire dal progresso.

«Ci siamo...».
Lo Sceriffo avvista l'auto: ha perso la carreggiata e si è capovolta; una persona è a terra nei pressi del veicolo.
Smonta da cavallo e scorge il maestoso puma che troneggia sulla cresta di roccia.
Puzza di benzina non ce n'è, può lasciarla dov'è.
Lei sente la sua presenza e spalanca gli occhi chiari.
«Sente dolore, signora?».
«Lei... è un poliziotto... sia ringraziato il cielo».

«Sono lo Sceriffo.
Si sente bene?».
«Io... io... ho bevuto... solo un goccio...
Mi farà l'alcol...test... Sceriffo?».
L'aiuta a tirarsi su, sembra non avere niente di rotto.
«Già, l'alcol-test...
Luna Tagliente, vallo a prendere...».
L'indiana torna con la borraccia.
«Su, beva un goccio, le farà bene...».
«Ma così... mi arresterà... superre... supperro... insomma... rischio di supperrare... il limite... consentito... dalla legge...».
«Signora, siamo nella Contea di Hot Water.
Qui la legge sono io.
Sono io a decidere se qualcuno ha bevuto o no, e sempre io a decidere se lo abbia fatto per un valido motivo, oppure no.
Non sarà certo una fottuta macchinetta cinese a deciderlo, non nella mia Contea, almeno. Non è vero, Luna Tagliente?».
«Sceriffo parla con lingua dritta».
«Sentito?».
«Beh... io... ero un po' giù... Sceriffo... e ho bevuto un goccio... per tirarmi su...

Non avrei dovuto farlo... lo so... ma questo... paesaggio... mi ha fatto perdere la testa...».

«È un valido motivo, signora».
«AAAHHH...!», la signora ha inquadrato il puma. «Quella bestia... avrebbe potuto uccidermi...».
«Quel puma l'ha protetta dagli sciacalli».
«Cosa? Ha protetto me? Ma se neanche mi conosce...
E perché l'avrebbe fatto?».
«Un puma tiene fermi mille sciacalli.
Non si fa forte del numero, non conta gli avversari.
È lo Sceriffo di questa regione».
«Però...

Posso sapere perché quella poliziotta... porta delle penne in testa... come un indiano nei film?», la donna gli sussurra all'orecchio.
«Perché è un'apache, signora».
«Un'apache?!».
«E a me non serviva un apache con un cappello da cow-boy in testa.
Certo, il Governatore ha avuto da ridire, ma io ho deciso così.
E io sono la legge, nella mia Contea.
Luna Tagliente è in gamba, anche se è un muso rosso».
«Lei chiama un suo dipendente “muso rosso”...».
«Signora... per me un negro è un negro, e un muso rosso è un muso rosso.
E poi non è un dipendente, è il Vicesceriffo della Contea.
Luna Tagliente non dipende da nessuno. Se non rigassi dritto, mi scalperebbe in meno di un minuto.
Per questo l'ho assunta.
E ne cerco un altro.
2.000 dollari al mese.
Ma niente curriculum.
E non mi basta che mi centri una bottiglia da duecento metri.
Lo faccio annusare a Occhi di Giada e mi faccio dire che ne pensa».
«Occhi di Giada... una squaw indiana, suppongo».
«No, un puma femmina.
Ha occhi come i suoi, signora».

Risponde con una smorfia divertita.
«Mi dica... questi puma... non sono pericolosi? Nessuno li caccia?».
«Nella mia Contea, per chi caccia il puma c'è il capestro, signora.
Vivono su questa terra da molto più tempo di noi, sono un'unica cosa con questo paesaggio, e che io sia dannato se permetterò a un fottuto delinquente di dar loro fastidio».
«Lingua Dritta ha parlato».
«Lingua Dritta è lei, Sceriffo?».
«I musi rossi mi chiamano così.
Amministro la giustizia nella loro Riserva».
«Allora lei è Sceriffo e anche Giudice».
«C'è forse differenza?».
«Di solito sì. Dunque lei potrebbe non solo arrestarmi, ma anche condannarmi...».
«Già, dovrei condannarla all'ergastolo, da scontare nella prigione della Contea.
Ma poiché non ravvedo colpe nel suo maldestro comportamento, mi vedo costretto a rilasciarla».
Sorride.
«Sceriffo... lei è un uomo così autorevole, eppure si fa incantare dagli occhi di una donna?».
Una lunga pausa.

Un sospiro.
«Sono uno Sceriffo. Niente di più, signora».
«Anna. Mi chiamo Anna Frazer, e vengo da Boston. Non mi ha nemmeno chiesto la patente».
«Nessuna patente al mondo potrebbe dimostrare che lei sia una buona guidatrice; perciò non mi serve vederla».
Lo guarda stupita.
«Sceriffo... lei e la sua vice mi avete salvato la vita, questa è la verità.
Mi dispiace aver creato un tale problema.
E le sarei grata se potesse darmi un passaggio con la sua macchina di servizio alla più vicina agenzia di noleggio auto».
Vernon fa un cenno al suo vice.
«Naturalmente. Non penserà che la lasci qui, no?».
Quando vede i cavalli, la Frazer rimane basita.
Scuote leggermente la testa.
«No... questo no... io non ho confidenza con gli animali...».
«Dietro di me non le accadrà nulla.
Luna Tagliente l'aiuterà a montare».
«Vada piano, la prego».
«Lei si stringa forte».
«Non c'è bisogno di dirmelo...».

Dopo non molto si fermano, è calata l'oscurità.
Luna Tagliente accende il fuoco.
«Come si sente?».
«Sono un po' stanca, ma è stato emozionante cavalcare.
In fondo ero qui per fare qualcosa di diverso.
Sceriffo... questi sono 200 dollari per il carro attrezzi. Sono sufficienti?».
«Li tenga, all'auto penserà il vecchio Jack».
«Il vecchio Jack...».
«Non riuscirei mai a rifilargli un dollaro.
Non mi guardi così.
Si usa così da queste parti.
Chi prende soldi dallo Sceriffo è considerato alla stregua di un usuraio.
È gente che è rimasta molto indietro.
Se la può consolare, non prenderebbe soldi nemmeno da lei».
«E come fa a dirlo?».
«Lo dico perché lo conosco. Jack Stanton è un bravuomo. E se lei avesse un problema, lui si farebbe in quattro per aiutarla.
Lo Sceriffo deve conoscere tutti.
Qui le persone non hanno codici fiscali. Hanno una reputazione».
«Quell'ascia è molto bella, è sua?
È il tomahawk che mi ha regalato la tribù di Luna Tagliente.
È l'arma dell'ultimo giudizio, perché per un uccidere con un tomahawk non basta premere un grilletto. Tutta la mano deve volerlo. E anche il braccio.
Insomma, devi volerlo davvero, stai condannando a morte il tuo nemico. È come il martello dei nostri giudici. Il movimento è secco, coordinato, la decisione è presa: due culture tanto diverse, gli stessi gesti.
Comunque con questo arnese, il qui presente muso rosso può dividere una zucca in due parti uguali a cinquanta metri di distanza, sotto la luce della luna. Una zucca, o una testa. O le due cose insieme.
Forse il suo nome le dice qualcosa, adesso».
«E tutte quelle medaglie sull'uniforme? Cosa rappresentano?».
«Solo cianfrusaglie, le danno a tutti».
«Viso pallido parlare con lingua biforcuta, signora».
Le tira un sassetto.
«Lo sai che non devi contraddirmi, sporco muso rosso».
«Lingua Dritta salvato molte persone, musi rossi, negri, peones.

Ma io paura quando lui arrabbiato».
«Smettila, o spaventerai la signora».
Si gira, la Frazer si è addormentata.
Vernon si allontana un po', si trova una roccia e si siede, guardando lontano, nel buio; il tomahawk dietro la schiena.
Si volta intercettando un'ombra.
«La disturbo, Sceriffo?».
«John. Mi chiamo John Vernon, e sono di queste parti.
Credevo stesse dormendo...».
«Ho pensato che una notte così andasse passata come sta facendo lei, guardando lontano...».
«Lei è una donna molto strana, signora Frazer.
Come le ho detto, anzi come lei stessa ha notato, sono uno Sceriffo, niente di più».
«Come direbbe la sua vice, lei parla con lingua biforcuta...
Non sono più molto giovane, ma so di essere ancora piacente.
C'è qualcosa di male in questo?».
«Davvero niente».
«Non vorrei sbagliarmi, ma la sua solitudine si percepisce lontano un chilometro.
Lei ama la natura selvaggia, gli animali, le culture diverse dalla sua, lo spirito che anima tutte le cose.
Non può stupire quindi che a lei manchi qualcosa che racchiuda tutto questo in un'unica, perfetta espressione.
Forse in città avrei aspettato mesi per fare un discorso così, ma in questo santuario le parole vengono da sé.
Forse, però, ho parlato troppo».
«Se si parla dritto, non c'è male nelle parole».
In quel momento
sembra che dal deserto risuoni l'armonica.

Ma non è un sogno.

Luna Tagliente sta suonando.

Conosce a perfezione il capolavoro di Bob Dylan, una nota dolente di gioia, che invita a non arrendersi, a stringersi insieme, a ravvivare il fuoco nel bivacco, in mezzo alla prateria, al centro delle tenebre.

Basterà questa canzone e la voglia di cavalcare insieme.

Sugli occhi verdi scivola la rugiada.

A occhio e croce ha più di cinquantanni, ma è ancora nel pieno di una stravolgente, raffinatissima bellezza. Come un fiore che a dispetto delle stagioni rimane fresco, la Frazer fa sospettare che il tempo non sia per tutti uguale.

Non è l'alba, è mattino inoltrato quando Anna riapre gli occhi.
«Ma è tardi... state aspettando me... ero molto stanca, scusatemi».
Luna Tagliente le porge una tazza di caffè caldo.
«Perché la sua vice non parla quasi mai?».
«Gli apache non danno importanza alle parole, men che meno alle nostre».

«Anche in quella canzone ci sono poche parole».
«È vero, tutto il resto lo dice la musica.
Se la sente di tornare in sella, signora Frazer?».
Passa una coppia di ciclisti.
Passa la sabbia sotto gli zoccoli.
Luna Tagliente indica l’orizzonte.
Lo Sceriffo si ferma e prende il cannocchiale.
Un folto gruppo di avvoltoi volteggia sulla prateria, ai limiti del deserto.
«Devo andare a controllare, signora Frazer.
Luna Tagliente la accompagnerà in paese».

«Non credo sia prudente separarsi dal suo vice. Le sono così d’impaccio qui dietro?».
«Dovrebbe chiederlo al vecchio Black».
«Il vecchio Black...».
Un nitrito risponde.
«Un altro che si farebbe in quattro per aiutarmi, scommetto».

«Si occupa di qualcosa nella vita?».
«Sì, di non farmi pestare i piedi».
«Questo sarà utile.
Luna Tagliente, dalle una stella.
Non voglio comuni civili tra i piedi quando lavoro.

Tu, ragazza di campagna, le insegnerai quello che sai, e tu, Frazer - che vieni dalla città - insegnerai a lei come sopravvivere nelle condizioni più estreme.

Sei in prova, ragazza, non dimenticarlo».

E con un colpo di sperone, sferza il vecchio Black e le reni di Anna, lanciandosi lungo il pendio.

Il bestiame di Wilcox è stato avvelenato, le solite vecchie storie.

La Frazer ha imparato a cavalcare e a sparare. È una dura, la città l’ha resa forte.

Quel giorno lo Sceriffo è nella Riserva, Luna Tagliente a tradurre una detenuta nelle prigioni dello Stato, e Frazer di servizio in paese.
Quel giorno si spara.
Una banda di narcotrafficanti fa una scorribanda a Hot Water.
Arriva la chiamata d’emergenza, ma la Riserva non è dietro l’angolo.
Lingua Dritta si scusa con i Capi e sferza il vecchio Black.
Sul posto c’è anche il Sindaco, una brava persona; non c'è Anna, ma sempre meglio di ritrovarla a terra.
Lui, però, si fa raccontare i fatti dal vecchio Jack, che oltre ad essere una brava persona, ha la semplicità di chi lavora e non frequenta i politici.
«Hanno ammazzato Bill e fatto il colpo. E preso Anna e Amabel, la figlia della signora Carson.
Erano una ventina, su quattro o cinque pick-up. Hanno sparato con fucili mitragliatori. Senza lo Sceriffo, nessuno se l’è sentita… beh…», con una vergogna oggi sconosciuta.
«Non si poteva fare niente, Jack».
Scuote leggermente la testa, non è convinto, qualcosa non gli torna.
«Sono andati in direzione del confine», conclude; mancava solo quello.
Poche informazioni, semplici e chiare, nello stile di una volta.
«Jack, portala al Sindaco».
Anche Luna Tagliente è rientrata, e in quel momento si sfila la stella e la lancia allo Sceriffo.
«No, tu no.
Perderai il posto.
Questo compito spetta solo a me».
Negli occhi dell’indiana la totale indifferenza a quelle parole.
«Luna Tagliente prendere scalpo o morire».
«Tu non prenderai niente, idiota!».
Quella, però, è già partita per l’Ufficio.
«Anche questa.
E non far muovere nessuno. Non servirebbe a niente.
Di’ alla mamma di Amabel che faremo il possibile».
«Sissignore».
Vorrebbe aggiungere qualcosa, ma quando gira la testa, lo vede a cinquanta metri, diretto all’Ufficio, dove presumibilmente farà ricorso all’armeria.

«Idiota! Non dovevi sparare!».
«E perché? Chi ce lo ha impedito?
L’abbiamo fatto anche a Rock Spring…».
«Non tutti i posti sono uguali, idiota!
Vi avevo detto che dovevamo prendere i soldi e basta.

Mettere pressione agli sceriffi della zona e fare uscire fuori chi ci ha fregato a Tres Cruces.
Pedro: tu e i tuoi uomini rimarrete indietro e controllerete la pista».
«Ma capo… i federali ci metteranno giorni a organizzarsi e noi siamo quasi alla frontiera…».
«Non ci sono solo i federali, imbecille.
Fai come ti dico o t’ammazzo.
E voi state lontano da quelle due, cabrones!
Ci salveranno le chiappe, se qualcosa dovesse andare storto».
«Ma cosa potrebbe andare storto, con questi?», e mostra, sicuro di sé, il fucile mitragliatore.

Sono prontamente scattate le indagini della Polizia di Stato sulla rapina che è costata la vita all’impiegato postale di Hot Water, Bill Walker.
Proprio in questo momento, purtroppo, Sceriffo e Vicesceriffo di Contea risultano dimissionari.
Se venisse confermata l’ipotesi del rapimento di due donne, interverrà anche l’FBI. Mentre, qualora le tracce portassero in Messico, scatterebbe subito la rogatoria internazionale.

Secondo talune indiscrezioni, l'impennata di rapine registrata negli ultimi mesi sarebbe da ricondurre al colpo presso la banca di Tres Cruces, in cui la piccola filiale è stata alleggerita di una cifra enorme, ritenuta provento del narcotraffico.
E passiamo ora…

È la televisione dell’unico saloon di Hot Water.
Gli sguardi bassi.
Non si poteva fare niente.

«Luna Tagliente fatto segnali a gruppo di idioti, con tavoletta che brilla», è un raro momento di pausa, per far rifiatare i cavalli e osservare il territorio.
«Hai fatto bene. Due idioti sono già molti.

Mandali via.
Non è più tempo d’ombre rosse.
Siamo quasi in Messico, se quella nuvola di polvere è la loro, ci passeranno sotto il naso tra non molto: un pick-up che passa sopra le pietre lo devono ancora inventare.

Si sentiranno al sicuro e si sbronzeranno».
«Lingua Dritta ha parlato».
«Devono avere un covo poco oltre il confine.
Per prima cosa si spartiranno i soldi».
«Lingua Dritta ha parlato».
«Ma noi li aspettiamo alla Gola del Puma, dove un winchester può tenere fermo un reggimento.
Vamonos».

Cavalca con occhi vuoti.
A stento nota il braccio teso di Luna Tagliente.
«Grande Signora non appare a tutti».
L’aquila volteggia in cima alla gola. Sembra aspettarli.
It's getting dark, too dark to see.
That cold black cloud is comin' down.

Il sole è ancora alto, ma intorno a lui si fa ombra.
Il bandito sta per sparare.
Lui ha un solo tentativo.
Punta il fucile.
Non può sbagliare.
BANG
E invece sbaglia.
Lo Sceriffo ha bevuto il veleno da cui non si fa ritorno, che non conosce antidoto, che gli fa sbagliare cose che per lui sarebbero facili.
Con la coda dell’occhio vede Luna Tagliente tingersi il volto in piena corsa, sfrenata come soltanto una guerriera apache può essere quando affronta la morte.

Forse è meglio che non sia riuscito a convincerla.

I pick-up sono quattro.
Il fondo della gola è cosparso di chiodi a quattro punte.
Urla di disappunto si alzano dai veicoli, moltiplicandosi sui ripidi crinali.
Il primo pick-up si ferma non lontano da un saguaro contro cui è stato affisso un foglio di carta.
Quando le voci si placano, suona l’armonica.
«E questa musica, che cazzo è?», esclama l’autista del capo.
«Non conosci Bob Dylan, idiota!?».
È il segnale per Anna.
Siamo venuti a prenderti.
Le pareti sono quasi a picco, l’eco è ripetuto mille volte, impossibile individuare l’origine del suono.
«Vallo a prendere», gli indica il foglio.
«Ma…».
«Muoviti…», gli ha già puntato la pistola alla tempia.
E quello - anche se riluttante - va.
«Leggi».
«Tu il dinero, io le donne e chi ha sparato a Bill. E non ci facciamo male. Vai avanti a piedi e lascia il resto sul posto. Lo Sceriffo di Hot Water.
Ma che cazzo vuol dire?».
«Figlio de puta… anche il giorno in cui doveva stare in mezzo ai musi rossi...
Passa il megafono, muy rapido…
CABRONES, APRITE LE ORECCHIE!
SIAMO SOTTO TIRO, NON FATE CAZZATE!
HO FATTO UN PATTO.
ANDREMO AVANTI A PIEDI, CON TUTTI I SOLDI, E NON SUCCEDERA’ NIENTE.
LASCIATE LE DONNE DOVE SONO.
FUORI, CABRONES!».
Si radunano intorno al pick-up di testa.
«Paco, vieni qui».
«Che c’è, capo…».
«Comincia a correre… da quella parte…», indicandola con un breve cenno della testa.
«Ma… ma…», e - anche se riluttante - comincia a correre.
BANG
BANG
Fa solo pochi passi e il capo gli spara alla schiena.
«Ecco che succede a chi fa cazzate, cabrones!
Vamonos…».
Se ne vanno.
Sono tanti.
KABOOM
L’esplosione è un semplice avvertimento.
Non tornate indietro.
Non sono solo.
Il capo della banda lo ha capito subito.

Anna è già in groppa a Black.
Non le ha detto nemmeno una parola.
Stava tutto in quello sguardo.

«Prendo questi…

Scusi, mi sente?».
Il gestore dell'emporio rimane incantato sulle telecamere di sorveglianza.
Due cavalli sono entrati nella main street del paese.

Vanno a passo lento.

Hanno battuto sentieri selvaggi.
«Scusi, ma dove va?», il cliente è di passaggio.
Ai lati della main street tutto si ferma.
«Ma chi sono?», domanda il cliente al gestore, dal marciapiede.
«È lo Sceriffo».
«Lo Sceriffo? Io non vedo nessuna stella…».
«Bastasse quella…».
Un vecchio si alza a fatica dalla sedia a dondolo e si porta in mezzo alla strada. Si regge in piedi con un bastone. Nell’altra mano ha una busta. Forse è il più anziano del paese.
«Maledetta artrite…».
«Ci vuole altro per metterti ko, Fred».
«Giovanotto… il Sindaco di questo posto mi ha lasciato qui ad aspettarti.
Io non so perché non l’abbia detto a qualcun altro».
«Fanno lavorare sempre gli stessi, Fred».
«Mi ha detto… che hai perduto queste…».
Gli allunga la busta, ma lui non la prende.
«A me farebbe piacere che tornassero al loro posto…
Alla mia età non sai mai quello che può succedere.
John… vecchio demonio… vorrei che tu la riprendessi subito».
La prende.
E se la mette, lanciando l’altra a Luna Tagliente.
«Grazie, Fred.
Cerca di riguardarti, perché non so se ne verranno altri.
Che fine hanno fatto gli uomini come te?».
«L’artrite… se l’è portata via l’artrite… maledetta artrite».
Dietro di loro, il pianto di gioia della signora Carson, che riabbraccia la figlia.
Una scena d’altri tempi.

Nuovo successo per la Polizia dello Stato, le cui serrate indagini hanno portato al rilascio delle due donne rapite nella Contea di Hot Water.
In caso di necessità, rivolgetevi con fiducia al numero di emergenza in sovraimpressione, attivato per far fronte all'emergenza rapine.

«Diablo! Mi voglio segnare quel numero… in caso di necessità…», esclama ironico il cantinero messicano dell’unico saloon di Hot Water. «Però hanno una bella fantasia quelli lì, Sceriffo…».
«Beviamoci sopra, Pancho.
La verità ha sempre sei colpi. E non sbaglia mai».
«Salud!».
Bevono un sorso insieme.
Ci sono tanti messicani in quella terra.
Lo Sceriffo deve conoscere tutti.

Però non è facile conoscere tutti, nemmeno per uno Sceriffo.

007: Licenza scaduta

di Salvatore Conte (2025)

C'è un grande fiume, ma non siamo in Africa, né in America: siamo a Londra.
Layla Boyle è la potente boss della Mafia dei Docks, l'anguilla del grande fiume di Britannia, perché non riesce a prenderla nessuno; ma non certo per il corpo leggero e guizzante, che in effetti è un vecchio e solido monolito, con due zinne da vacca.

Layla si è fatta le ossa tra canali, banchine e anse del fiume.

La carne, invece, se l’è portata da Beirut.

     

Nonostante l'età matura, era ancora solida e potente, prima di andare a sbattere contro un tumore galoppante all'intestino.

L'anglo-libanese, però, non si preoccupa del tempo che le rimane: ciò che conta è il presente. Ne è passata d'acqua sotto i ponti, da quando era una giovane puttanella costretta, per vivere, a schivare autobombe.

Layla è sempre molto ricercata; non solo - per qualche vago interrogatorio - da Scotland Yard, ma dal Reparto di Oncologia, e da tanti pezzi da 90, e perfino da 007 in persona, ma soltanto per le zinne e il burro.

Se oltre a ingrassare, si è allargata tanto, lo deve a una speciale Licenza, che però sembra giunta a scadenza.

Nelle sue condizioni, non è più in grado di mantenere gli equilibri richiesti nel mondo sommerso della Mala londinese.

Hanno deciso che passerà tutto a Carter, e che questi si metterà in proprio.

Ha provato a farglielo capire con le buone, ma senza successo.

«La libanese deve essere eliminata», l'ordine parte dai piani alti di un grattacielo della City.

C'è chi va per le spicce e non ha voglia di aspettare che le metastasi facciano il loro lavoro.

È la stessa Scotland Yard che provvede alla sua sicurezza, utilizzando il comodo artificio di un testimone sotto protezione nella residenza adiacente.

Un boss di un certo livello è inserito nel sistema e nessuno dei pezzi grossi ha voglia di rivederla all'obitorio, con le zinne sgonfie.
Quella mattina, però, non c’è nessuno.
Conosce a perfezione gli agenti in borghese che controllano la strada.
L’autista, invece, è puntuale.
Non ha timore, deve trattarsi di una semplice carenza di personale.
La portiera se la apre da sola, non vuole sembrare più vecchia di quello che è.
«Fate la carità…», un barbone allunga un malridotto cappello a tuba.
«Pezzente…», sibila sottovoce, voltandogli le spalle.
Quello, però, dal cilindro non tira fuori un coniglio.
«Layla...».

Ascoltando il suo nome, le viene istintivo girarsi.
Quello tira fuori un silenziatore.
STUMPF!

STUMPF!
Due colpi nella pancia!
La libanese impietrisce.
E le prepara anche il colpo di grazia in pieno petto, alzando lievemente il tiro.
POW!
POW!
C’è però sempre l’autista, ben armato, che mette un braccio fuori dal finestrino e spara.
Il barbone ha raccolto qualcosa. Si tratta di piombo. È comunque un metallo.
STUMPF!
Il colpo di grazia lo spara lei: nella borsetta porta un giocattolo che non fa rumore.
Ed entra in macchina come niente fosse.
«Vai…
Andiamo al covo segreto…
Farò venire un dottore…
Non posso fidarmi di nessuno…
Almeno tu… non sei stato comprato…».
La delusione è cocente.
«Mi dispiace, capo, ma hanno comprato tutti…».
«No! Ti prego!».

È vecchia e malandata, ma alla pelle ci tiene ancora.
POW!
Un colpo in pieno stomaco.
Rimane basita, bocca spalancata e occhi fuori dalle orbite.
Sa che adesso è finita.
Layla stramazza sul sedile posteriore.
L’autista procede e si ferma nel posto convenuto.
Viene estratta dall’auto e scaricata in un canale.

«Tira su, dai. Io tolgo gli ormeggi».
Il Tamigi è ricco di pesci e di pescatori.
Vi sono anche tante anguille.
Ma questa è molto più grossa del normale.
«Per tutte le baldracche dei Docks, ma che roba è…!».
«Ma questa… è… la libanese...!
Tira giù adagio…».
«Guarda che buchi…
Chi l'avrà ammazzata?».
«Cazzo... la vecchia troia è andata...

E pensare che temevo morisse di cancro...

Guarda che pezzo di fica alla sua età...».

«A me sembra una vecchia bagascia...».

«Ascolta... non è in acqua da molto... proviamo...».
«Proviamo cosa?».

«A farle un massaggio!».
«Non è meglio se…», il pescatore si guarda intorno, la zona è poco frequentata, nessuno si è accorto di niente; i pochi esseri umani presenti proseguono annoiati nelle loro attività, sembrano più zombi che persone viventi, non reagirebbero nemmeno se una bella libanese fosse ripescata dal Tamigi.

Il compagno ha collegato i piedi della donna alla batteria dell'imbarcazione.
«Solo il circuito ausiliario, capito?

Forza, attacca!».
«Che cosa?».
«Attacca!».
ZUUMMM!!
«Per il Re e San Giorgio!

Respira!».
«Falle sputare tutta l’acqua e portiamola dentro».

«Lo scotch, presto… e l’ovatta…».
«È andata, non lo vedi?».
«Però respira».
«Se le hanno fatto la festa, la faranno anche a noi, non capisci?».
«Se invece si riprende, ci sarà un grosso premio, non credi?
E poi è ancora un pezzo di donna, ce l'hai gli occhi?».
«A chi... devo... mandarlo...», è Layla che sospira, con voce oltretombale.
«Chi... cosa... il premio... io... noi vi stiamo aiutando, signora... non ci aspettiamo niente in cambio».

L'amico lo guarda stupito.
«Siete... stati... bravi…», sussurra la donna con un filo di voce. «Volevano... fottermi...», abbassa lo sguardo sui buchi, e lo rialza più spaventato di prima. «Non chiamate… nessuno… fate... come... niente... fosse...».
«Come volete».

«Il forte... il forte abbandonato... il Numero 1... andiamo lì...».

«Il Numero 1 del Tamigi... va bene, lo conosciamo, c'è buona pesca in quella zona.

Fred, accendi il motore. Io rimango con lei».

L'Agente 007 non crede alla storia della misteriosa scomparsa della signora Layla Boyle, è convinto che Scotland Yard gli nasconda qualcosa; ha saltato alcuni appuntamenti in ufficio, e un barbone c'è rimasto secco; ce n'è abbastanza per entrare in azione.

«Fammi bere… non reggo più…», la richiesta di Layla è pressante.
La donna cerca disperatamente di protrarre l'inevitabile fine.

«Tirami su le gambe... presto...», ancora una richiesta, per cercare di mandare più sangue al cuore. Le prova tutte.
«Scusate, boss… non potremmo trovare brutte sorprese, in questo posto…?».

Sembra non rispondere.

«Speriamo... speriamo belle...», sussurra, infine.

Bill si allontana per qualche istante.

«Ho chiamato il nostro veterinario», dice a Fred. «Tenterà qualcosa. La libanese non merita di crepare così...».

«Sei impazzito? È finita... non lo hai capito? Così passeremo dei guai...

Non se la caverebbe nemmeno all'ospedale.

E come ci arriva John al forte?».

«Lei si fida di noi...

Ricostruirà il suo impero grazie a noi... diventeremo potenti.

John...?

Lo prendiamo noi».

«Quella è solo una vecchia puttana... e forse è già crepata mentre stiamo qui a parlare».

A Bill viene l'atroce dubbio che Fred possa avere ragione.

Torna subito a controllare.

Tutto regolare.

Il veterinario farà la sua visita.

Ma non può certo immaginarsi un pesce tanto grosso.

«Posso aiutarla a tirare avanti, ma non ne ha per molto.

La ferita allo stomaco è mortale.

E poi è malata di cancro: avete visto? Quei gonfiori sulla pancia sono accumuli di ascite, liquido tumorale dei malati terminali».

«Te l'avevo detto, io...», sussurra Fred, nell'orecchio dell'amico.

«A meno che...», Bill, proprio lui, rimane appeso all'amo, «non mi facciate provare un farmaco di mia invenzione, ancora alla fase sperimentale.

Su alcuni pesci ha funzionato».

«Ma... è assurdo...», replica Fred.

«Avanti, John... provaci... la torta è grande e c'è una bella fetta anche per te».

«Non prometto niente, sia chiaro.

Il farmaco, se tutto funzionasse, stabilizzerebbe l'emorragia allo stomaco».

«Molto bene. Puoi farcela, John.

Ti lasciamo con lei».

«Io... io... non voglio crepare... senti... senti che roba...».

Rimasta sola con il veterinario, Layla gli preme la testa contro le zinne.

Lui rimane paralizzato.

Soltanto un muscolo si muove; e cresce...

Anche in fin di vita, la grossa bestia di Beirut colpisce ancora.

Qualcosa, però, non fila per il verso giusto.

Layla si sente mancare!

Spalanca la bocca... cerca di compensare!

Sta rantolando!

La libanese stringe il culo, la situazione le sfugge di mano!

Ma il veterinario è già intervenuto. Ci sa fare.

Layla può rifiatare.

La grossa puttana ha ancora il controllo.

Bisogna avere la scorza dura per sguazzare nelle acque torbide del grande fiume.

«Ehi! Qui c'è un morto!».

«Lo sapevo che saremmo finiti nei guai...».

«E qui un altro...!».

«Sono finiti?».

«Al momento, sì».

Una voce risponde da un angolo buio della fatiscente struttura.

«Adesso torniamo insieme dalla signora».

«Possiamo sapere chi è lei?».

«Bond... James Bond».

«La tua licenza è scaduta, tesoro; la mia, no.

La mia, per tua fortuna, non scade mai.

John ha fatto un buon lavoro, però Carter prende tutto.

In compenso, signora Bond, potresti dedicarti a noi...

Questa diventa casa tua: civico 1 del fiume Tamigi.

Sarebbe una perdita così grave?».

«No... ci guadagno... e anche tu...».