Didone Liberata

L'autentica Didone di Virgilio

Dramma teatrale in quattro Atti

di Salvatore Conte

basato sulla Eneide

di Publio Virgilio Marone,

e su La Didone

di Giovan Francesco Busenello.

Un'opera Manifesto.

Filippo Falciatore - La caccia di Didone ed Enea, particolare (1765, ns. elaborazione grafica)

Welcome to QDido.org,

the new landing of the real Virgil's Dido:

an open, multilingual, cosmopolitan website,

dedicated to Elissa the Jocund, alias Queen Dido (a. 840-750 B.C.),

and to her inexhaustible aspects: historical, social, poetical, spiritual ones, and so on...

Drama included in:

A Bequest Unearthed, Phoenicia
Encyclopedia Phoeniciana

Drama catalogued and reviewed in:

Dido - Didon - Didone
Eine kommentierte Bibliographie zum Dido-Mythos in Literatur und Musik

Website reviewed in:

Il teatro. La voce dell'anima.

Fondazione Teatro La Fenice di Venezia

(per il ritorno della Fenicia dal suo Prospero)

con il Patrocinio di S.E. il Presidente della Repubblica Italiana

Sulla Porta di Dite (V)

Home
Back
Didone Liberata
DL - Abstract
DL - Préface
DL - Compte Rendu
DL - Atti e Scene
DL - 1.1F
DL - 1.4F
DL - 4.6F
Dido sine veste
Virgil's Dido
Ovid's Dido
Altisidora infera
La Didone
D. Delirante
Contre-Enquête
Contro-Inchiesta
Point de Rupture
A. incriminado
Virgil's Murder
Le prix de l'honneur
Psittacus occidit
Il Corrier della Sera
La Saga di Enea
Libro Primo
Silio Italico
Didone storica
Fonti
Dido coins
Solky
Didone non è morta
Dido Forum 1
Dido Forum 2
Dido Forum 3
Didography 1
Didography 2
Elisseae
Dido Links
Didoleak
AgrippinA
Augustae
The Doubt
Un pupo per Agrippina
MANSIT  IAM  FIDES
Cornelio Agrippa
Anneide
Zoraida kiss
'A Barunissa di Carini
Odyssey Dawn
BB
Misoginia a fumetti
Mazonian War 2
Meminisse Iuvabit
Gesù e le Donne
Serici Silices
Nova Humanitas

La D. storica

(seguendo Herm)

La D. di Virgilio

(secondo Maleuvre)

La D. di Virgilio

(senza veste)

Nessun legame?

Sign of Dido

QDido.org

is on 1st page of

searching for "Virgil's Dido"

INDEX

unmasking the august murderer

unmasking the august murderer

unmasking the august murderer

unmasking the august murderer

unmasking the august murderer

unmasking the august murderer

unmasking the august murderer

unmasking the august murderer

[ first door ]   [ second door ]   [ third door ]   [ fourth door ]

UNA PALLOTTOLA PER BETTY

di Emiliano Caponi (2011)

SONO GIA' SVEGLIO E GUARDO IL SOFFITTO SENZA VEDERLO PERCHE' LA STANZA E' ANCORA BUIA, AVREI DOVUTO SVEGLIARMI FRA UN PAIO DI ORE MA NON RIESCO PIU' A DORMIRE E TANTO VALE CHE MI ALZI E MI PREPARI UN CAFFE' BOLLENTE: OGGI SARA' UNA GIORNATA IMPEGNATIVA E DOVRO' ESSERE AL MASSIMO DELLE MIE CAPACITA' E PRONTO A TUTTO.

KELLY, UNO DEI DELINQUENTI PIU' POTENTI E PERICOLOSI DELLA CITTA' HA BISOGNO DI UN BEL PO' DI ROBA BUONA E SI E' RIVOLTO A ME PER PROCURARSELA.

NEL POMERIGGIO INCONTRERO' IN UN MOTEL DI PERIFERIA UN PAIO DI SUOI SCAGNOZZI: TRE CHILI DI COCAINA PER LORO E UNA VALIGETTA PIENA DI BIGLIETTONI PER ME, LO SCAMBIO MI PARE EQUO.

BEVO DUE TAZZE DI CAFFE' E MI SENTO NERVOSO MA SO CHE  NON E' PER L'INCONTRO CON GLI UOMINI DI KELLY, E' DA TROPPO TEMPO  CHE BAZZICO  QUESTI AMBIENTI E CERTA GENTE, ORMAI   HO FATTO IL CALLO A TUTTO, IL NERVOSISMO E' DOVUTO DAL SAPERE CHE ALL'INCONTRO CI SARA' ANCHE BETTY.

GIA' BETTY, UNA MIA VECCHIA FIAMMA CHE MI SCOPAVO AI TEMPI DOVE  SPENDEVO TUTTO IN BOTTIGLIE DI VODKA E NIGHT.

KELLY NON MI AVEVA DATO MOLTO TEMPO PER METTERE INSIEME LA ROBA

“ VOGLIO 3 CHILI DI ROBA E DI QUELLA BUONA ENTRO 48 ORE”

COSI' AVEVO COMPOSTO UN VECCHIO NUMERO DI TELEFONO CHE RICORDAVO ANCORA A MEMORIA NONOSTANTE NON AVESSI PIU' L'ABITUDINE A FARLO E AVEVO TELEFONATO A BETTY CHE DA STRIPDANCER DI NIGHT NE AVEVA FATTA DI STRADA ED ERA DIVENTATA LA DONNA DI TALLINI, IL PIU' GROSSO SPACCIATORE DELLA COSTA OVEST.

“MI DEVI PROCURARE 2 CHILI DI ROBA ENTRO DOMANI, UN CHILO CE L'HO GIA'”

“CI PROVO, IN NOME DELLA NOSTRA VECCHIA  AMICIZIA

LA SERA STESSA MI AVEVA RICHIAMATO DICENDOMI CHE ERA TUTTO SISTEMATO E CHE VOLEVA IL 30 PER CENTO DELL'AFFARE

“VA BENE” NON HO SCELTA

“E SARO' PRESENTE ANCH'IO ALLO SCAMBIO, SAI COM'E'...”

“VA BENE” CONTINUO A NON AVERE SCELTA.

SONO LE  3 DI POMERIGGIO IN PUNTO  E MI TROVO GIA' SUL MARCIAPIEDE DAVANTI AL MOTEL E LEI ARRIVA PUNTUALE.

SCENDE DALL'AUTO, E'  SOLA CON LA SUA VALIGIA PIENA DI POLVERE  E MI VIENE INCONTRO CAMMINANDO FEMMINILE SUI SUOI TACCHI A SPILLO.

“CIAO JOHN...”

“CIAO BETTY....”

“TI TROVO BENE, COME SEMPRE D'ALTRA PARTE”

“ANCHE TE BETTY TI TROVO IN GRAN FORMA.....”

“ SEI SEMPRE IL SOLITO ADULATORE, MA ORMAI NON MI FREGHI PIU'....”

MA STAVOLTA NON AVEVO NESSUNA INTENZIONE DI FREGARLA, ERA VERAMENTE BELLA DA LEVARE IL FIATO: 40 ANNI PORTATI SPLENDIDAMENTE, BEL  VISO, CAPELLI NERI  APPENA SOTTO LE SPALLE, OCCHI SCURI E PROFONDI  CHE TI PENETRANO NELL'ANIMA E UN CORPO  DA SBALLO VESTITO CON UNA GONNA NERA E UNA CAMICETTA BIANCA CHE RISALTAVA UN SENO CHE DEFINIRE PROSPEROSO E' FIN TROPPO RIDUTTIVO.

LA CAMICETTA  APERTA FINO AL TERZO BOTTONE  LASCIA VEDERE LE MISURE  ESAGERATE  E LE MORBIDEZZE DELLE SUE TETTE ROTONDE E GONFIE COME  DUE  PALLONI E GUARDANDOLA MI CHIEDO COME DIAVOLO FA QUELLA POVERA CAMICETTA A RESISTERE SENZA  STRAPPARSI.

“SEI PRONTA BETTY?”

“ SONO PRONTA COME SE DOVESSI FARE UNA BELLA SCOPATA....” E MI SORRIDE CON QUEL SORRISO CHE PENSAVO DI AVERE DIMENTICATO MA CHE INVECE RICORDAVO BENE

MALEDETTA BETTY, SEI SEMPRE LA SOLITA...

ENTRIAMO INSIEME NELLA CAMERA 18 DEL MOTEL E DOPO UNA DECINA DI MINUTI GLI UOMINI DI KELLY  BUSSANO ALLA PORTA: ENTRA PRIMA QUELLO CON LA VALIGETTA, UN TIPO SMILZO CON GLI OCCHIALI SCURI E DIETRO L'ALTRO, PIU' TOZZO E DA COME SI GUARDA ATTORNO, PIU' MALFIDATO.

“CE L'AVETE LA ROBA?”

“CERTO, ECCOLA QUI”

E BETTY  APRE LA VALIGETTA APPONGIADOLA SUL LETTO

“ORA TOCCA A VOI” INTERVENGO IO

METTONO LA LORO VALIGETTA SUL LETTO, DI FRONTE ALL'ALTRA, E LO SMILZO L'APRE: E' PIENA DI BIGLIETTONI. BENE.

RING RING

SQUILLA UN TELEFONO, E' QUELLO DEL TIPO TOZZO.

“SI CAPO...LA ROBA E' QUI DAVANTI A ME: TUTTO OK”

UN ATTIMO DI SILENZIO, DALL'ALTRA PARTE C'E' KELLY E LUI ASCOLTA COME DEVE FARE UN CANE FEDELE QUAL E'.

“VA BENE CAPO, COME VUOLE LEI...”

E COME UN CANE FEDELE DEVE ANCHE AGIRE

FA UN CENNO ALLO SMILZO E SI GIRA DI SCATTO VERSO DI ME

LO SMILZO HA GIA' MESSO LA MANO SOTTO LA GIACCA: PROBABILMENTE KELLY NON SI ACCONTENTA DEI 3 CHILI DI ROBA MA VUOLE TUTTO

“ATTENTO JOHN!” E' LA VOCE DI BETTY

IL TIPO TOZZO HA UNA COLT FRA LE MANI MA IO SONO SEMPRE STATO VELOCE E PRONTO A TUTTO

BANG! BANG! L'UOMO DI KELLY MI CADE QUASI ADDOSSO CON LE MIE DUE  PALLOTTOLE NELLO STOMACO.

BANG! BANG! E VEDO BETTY CON LA PISTOLA STRETTA FRA LE MANI E LA CANNA CHE FUMA: BRAVA BABY, MI RICORDAVO BENE CHE ERI SVELTA E CHE CI SAPEVI FARE CON LE MANI.

BANG! UN ALTRO COLPO E ADESSO IL CONTO NON TORNA PIU':

TRE COLPI, NO ACCIDENTI, ORA IL CONTO NON TORNA AFFATTO.

LO SMILZO DOPO CHE SI ERA BECCATO 2 PALLOTTOLE E' RIUSCITO A PREMERE IL GRILLETTO PRIMA DI CASCARE ALL'INDIETRO STECCHITO.

AHHH.....” UN LAMENTO FEMMINILE SI RIVOLGE VERSO DI ME

IL TERZO COLPO, QUELLO CHE NON TORNA, SE L'E' PRESO BETTY.

SONO STATA COLPITA....”

E SI  PORTA UNA MANO NELLA SCOLLATURA MENTRE L'ALTRA MANO  CERCA QUALCOSA PER APPOGGIARSI TROVANDOLO NEL RIPIANO DI MARMO DI UN MOBILE.

MI INFILO LA PISTOLA NELLA FONDINA E SONO DA LEI

STAI CALMA” E SOSTITUENDOMI AL MOBILE LE PASSO UN BRACCIO DIETRO LA VITA E LASCIO CHE SI SORREGGA A ME

FAMMI SDRAIARE SUL LETTO....UHHHH....MI FA UN MALE CANE.....”

E MI  GUARDA MORDENDOSI IL LABBRO INFERIORE: LA PALLOTTOLA CHE SI E' BECCATA SI FA GIA' SENTIRE

LA SDRAIO SUL LETTO PIU' PIANO CHE POSSO E LE METTO DIETRO LA TESTA DUE CUSCINI IN MODO CHE STIA QUASI SEDUTA E PENSO A QUANTE ALTRE VOLTE L'HO SDRAIATA SU UN  LETTO...MA QUESTA VOLTA  A DIFFERENZA DI TUTTE LE ALTRE VOLTE NON STIAMO PER FARE L'AMORE, QUESTA VOLTA BETTY E' LI' DAVANTI A ME PERCHE'  UN UOMO DI KELLY  PRIMA DI CREPARE SI E' VOLUTO LEVARE LO SFIZIO DI SPARARLE NEL SENO

QUEL BASTARDO MI HA BECCATA IN PIENO UNA TETTA.....”

E CON UNA SMORFIA SI GUARDA NELLA SCOLLATURA

TE LA CAVERAI BETTY”  E SBOTTONANDOLE IL RESTO DELLA CAMICETTA VEDO MEGLIO LA FERITA: LA PALLOTTOLA L'HA COLPITA NEL SENO DESTRO E LE E' ENTRATA NELLA PARTE LASCIATA SCOPERTA DALLA SCOLLATURA, QUELLA  PIU' ROTONDA E PROSPEROSA, QUASI NEL PUNTO DOVE SI TOCCANO I SENI.

OHH....FAI PIANO...MI BRUCIA DA MORIRE...”

LE TOLGO  LA CAMICETTA DALLA PARTE DOVE E' FERITA E CON TUTTA LA DELICATEZZA CHE CONOSCO PRENDO IL LACCINO DEL REGGISENO DI PIZZO NERO E GLIELO SFILO DALLA SPALLA FACENDOLO PASSARE SOTTO IL BRACCIO

“UHHHH.....”

 LE PRENDO IL SENO FERITO ATTENTO A NON SFIORARLO DOVE C’E’ LA FERITA E LO TIRO FUORI DAL  REGGISENO LIBERANDOLO DALLA SUA STRETTA.

E’ CALDO, FORSE PERCHE’ DENTRO C’E’ UNA PALLOTTOLA ROVENTE

OHHHH.....MI FAI MALE.....” SI LAMENTA

OGNI SCUSA E' BUONA PER TOCCARMI LE  TETTE.... “

LE SORRIDO E SCUOTO LA TESTA MA  FORSE HA RAGIONE: LA TETTA SOSTENUTA DAL REGGISENO MESSO SOTTO LE COSTOLE SEMBRA SE POSSIBILE ANCORA PIU’ GONFIA  E MORBIDA.

E’ DIFFICILE NON AVERE LA VOGLIA DI TOCCARLA.

VOLEVANO FREGARCI QUEI BASTARDI....”

GIA', MA SONO RIMASTI FREGATI LORO”

.....SONO RIMASTA FREGATA ANCH'IO JOHN......QUEL BASTARDO E' RIUSCITO A SPARARMI....”

MA TE A DIFFERENZA DI LORO NON CREPERAI, TI PORTO DA UN DOTTORE E TORNERAI COME NUOVA”

DIMMI UNA COSA......”E MI GUARDA PRENDENDO UN RESPIRO CHE LE COSTA UNA FITTA DI DOLORE

DIMMI BETTY....”

ANCHE CON UNA PALLOTTOLA DENTRO....IL MIO E' SEMPRE IL PIU' BEL SENO CHE...CHE  C'E' IN GIRO.....VERO...?”

SI.....SEI SEMPRE LA PIU' ECCITANTE TETTONA FIGLIA DI PUTTANA CHE CONOSCO...” E LE PASSO UNA MANO NEI CAPELLI

ANCHE FERITA...?ANCHE COSI'....?”

ANCHE COSI'”

E STAVOLTA MI GUARDA COSI' SENSUALE CHE MI FA VENIRE VOGLIA DI SCOPARMELA SUBITO ANCHE SE  PIU' CHE DI  UNA SCOPATA ORA AVREBBE BISOGNO DI UN DOTTORE.

GIA' UN DOTTORE E GUARDANDOLE LA FERITA PENSO CHE ANCHE LUI  AVREBBE DIFFICOLTA' A TROVARLE  QUELLA PALLOTTOLA CHE PARE   AFFONDATA E   PERSA IN TUTTA QUELLA MORBIDA ABBONDANZA.

.....IL MIO CAPEZZOLO.....FINALMENTE E' USCITO FUORI.....” SI GUARDA E MI ACCENNA UN SORRISO

INFATTI QUANDO ERA LA MIA DONNA E FACEVAMO L'AMORE LA PRENDEVO IN GIRO PERCHE' I SUOI CAPEZZOLI NON SI VEDEVANO MAI,  SEMPRE RITIRATI E PIATTI

ORA INVECE IL CAPEZZOLO  ERA TURGIDO E DURO FORSE PERCHE' A SUO MODO ECCITATO DA QUELLA PRESENZA ESTRANEA NEL CORPO DI BETTY E ANCHE L'AUREOLA CHE LA PALLOTTOLA HA SOLO SFIORATO CONFICCANDOSI UN PAIO DI CENTIMETRI PIU' A LATO SEMBRA PIU' LARGA E ROSA DEL SOLITO.

SONO GRAVE VERO...?”

TE LA CAVERAI BETTY, TORNERAI COME NUOVA...TE L'HO GIA' DETTO”

LO SO....MA SO ANCHE CHE  SEI UN GRAN BUGIARDO....LO SEI SEMPRE STATO....UHHHHH...”

UN' ALTRA FITTA E GIRANDO  LA TESTA DI LATO INCRESPA ANCORA LE LABBRA CARNOSE: LA PALLOTTOLA BRUCIA

PRENDO UN FAZZOLETTO E LE TAMPONO IL FILO DI SANGUE  CHE LE SCENDE DALLA FERITA E POI GLIELO APPOGGIO SUL SENO COPRENDOLE  IL PICCOLO FORELLINO LASCIATO DALLO SPARO.

SI.....COSI'...TIENIMI LA  MANO SULLA FERITA...”QUASI MI SUPPLICA

MI SEMBRA CHE COSI' FACCIA MENO MALE..... “ E DICENDOLO RILASSA IL VISO E SI PORTA ENTRAMBE LE MANI SUI FIANCHI STRINGENDOSELI  E ALLUNGA LE GAMBE STIRANDOSI LE DITA DEI PIEDI COME FACEVA OGNI VOLTA CHE STAVA PER INCOMINCIARE A GODERE.

DIMMI LA VERITA'....HAI VOGLIA DI SCOPARMI....”

SEI FERITA, DEVO PORTARTI DA UN DOTTORE...”

LASCIA PERDERE IL DOTTORE....HAI DETTO CHE ME LA CAVERO'...”

TE LA CAVERAI, MA HAI BISOGNO DI UN DOTTORE CHE TI LEVI QUESTA PALLOTTOLA DI DOSSO”

PRIMA HO BISOGNO DI ESSERE SCOPATA DA TE....”

SI PASSA LA LINGUA SULLE LABBRA E PRENDE UN RESPIRO VOLUTAMENTE LUNGO CHE LE ALZA SENSUALMENTE IL PETTO

ALLUNGA LA MANO E LA METTE IN MEZZO AI MIEI PANTALONI

E A QUANTO SENTO ANCHE TE SEI D'ACCORDO...”

LA GUARDO, E' MALEDETTAMENTE BELLA:  DAL VISO CHE SOFFERENTE PER LA FERITA PARE ANCORA PIU' SENSUALE FINO AI PIEDI CHE LIBERATI DAI TACCHI A SPILLO PER ESSERE STATA SDRAIATA SUL LETTO SI MUOVONO VOGLIOSI SULLA COPERTA CON LE DITA SMALTATE DI ROSSO PRONTE A  CONTORCERSI DAL GODIMENTO

TIRAMI GIU' LA GONNA...”

GLIELA TIRO GIU' FINO ALLE GINOCCHIA, ORMAI NON  MI OPPONGO PIU'.

LEI APRE LE GAMBE, E' PRONTA.

LE SONO SOPRA E LA  REGGO PER I FIANCHI FACENDO ATTENZIONE A NON TOCCARLA DOV'E' FERITA

...SI......COSI'......."

OHHHH....” CON LA MANO DESTRA SI TIENE IL SENO FERITO E CON LA SINISTRA  SI PALPEGGIA L'ALTRA TETTA PER GODERE DI PIU'

OHHHH...” E CONTINUA A GEMERE E IO MI ECCITO SEMPRE DI PIU' ANCHE SE NON SO SE SONO GEMITI DI GODIMENTO O DI DOLORE PER LA PALLOTTOLA CHE HA DENTRO E  CHE MAGARI STA FACENDOLA CREPARE SUL SERIO.

OHHHH.....” LEI CONTINUA A GEMERE E GUARDANDOLE LE UNGHIE  CHE SI CONFICCA NEI FIANCHI E LE DITA DEI PIEDI CHE SI APRONO E SI CHIUDONO PIANO CAPISCO CHE NON STA AFFATTO CREPANDO.....

OHHHH....JOHN...SI....NON FERMARTI....”

NON MI FERMO  BETTY....”

E CONTINUO A MUOVERMI SOPRA DI LEI PENSANDO CHE COME IL PARADISO, O L'INFERNO, QUESTA VOLTA ANCHE IL DOTTORE PUO' ATTENDERE......

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

Commento di Salvatore Conte

Dopo alcune imitazioni strumentali, prodotte da ambienti riconducibili alla setta segreta dei “Coltivatori di morte” (un network vicino all’elite globale che ha messo sotto osservazione il presente sito e il suo creatore), è pervenuto alla redazione di QueenDido.org un racconto intrinsecamente genuino nel suo spessore emotivo e letterario.
Quando di un racconto si rimpiange l’eccessiva brevità, pur ritenendola perfetta, vuol dire che è veramente bello.
Pur aderendo al genere come cornice di riferimento, l’autore ha saputo interpretarlo con piena originalità e autonomia di stile. Ha trovato cioè nel genere una tela per dipingere, pur avendo il quadro già pronto dentro di sé.
Brillante l’impiego delle esclamazioni di dolore, piuttosto debole in De Boni e Lorall. Significativa la delicatezza dei contatti nei confronti della protagonista dolorante, elemento quasi assente in De Boni e Lorall.
Assolutamente nuova la localizzazione della ferita fatale, che per la prima volta interessa il seno, circostanza mai registrata nella pur copiosa produzione di De Boni (anche se largamente diffusa nel fetish di massa, ma Caponi se ne discosta per morbido spessore dei contenuti, sempre agitati e nobilitati da note di frizzante humour e sagace ironia).
Pregevoli i dettagli anatomici e la metafora del corpo (in primis i capezzoli), permeata di psicologia femminile dall'accento toscano, ma anche le declinazioni dei movimenti più sottili e significativi, fuori da componenti meramente erotiche, fini a sé stesse.
Piena l’adesione al finale-tipo del genere (aperto e - nella specie - con indice di morte molto favorevole alla protagonista), ma originale nel contenuto; in questo caso l’autore ha utilizzato un riferimento esterno, evocando un noto film americano e prendendone in prestito il nome della protagonista.

La camicetta aperta al terzo bottone, fino alla spaccatura, più o meno occultata, diviene sempre più la veste elettiva del sacerdozio diffuso della donna moderna: ignorata da religioni e culture istituzionali (Università), la donna moderna trasforma i materiali più semplici eleggendoli a proprio tratto distintivo.
Non siamo in grado di dire se l'autore si sia presentato sotto pseudonimo.
Per passione e densità di scrittura, non si colloca affatto lontano da Kevin Hochs, brillante autore del recente "Sturmvogel", che ha prodotto una Yelena vibrante, incolume da ferite ma soggetta a gravi rischi di morte, soprattutto per cause esterne alla storia (ovvero per la presunzione letteraria di morte, che è l'aspettativa convenzionale del lettore-tipo moderno, rispetto alla quale Hochs opera una netta rottura).
Vale forse il caso di sottolineare che vanno considerate parte del genere anche storie in cui la protagonista non è oggetto di rischio di morte da ferite narrativamente consumate (cfr. Saada in "Agente Doug Jameson, la dottrina asiatica è tua", di De Boni).

Riteniamo in conclusione che se Caponi o Testoni, o comunque si chiami e a qualunque sesso appartenga, continuerà nella sua frequentazione del genere e se non verrà troppo disturbato dalle prevedibili interferenze della setta dei "Coltivatori di morte", porterà il genere a nuovi brillanti esiti e imprevedibili sviluppi.

IL KILLER

di Emiliano Caponi (2011)

IL TEMPORALE E'  ARRIVATO INCAZZATO DAL MARE, E PASSATO SOPRA LA CITTA' SVELTO COME UNA SCOPATA CON UNA PUTTANA DA  MARCIAPIEDE SI STA GIA' PERDENDO SULLA HIGHWAY CHE ORMAI ABITUATA A TIPI COME LUI LO PORTERA' IN UN'ALTRA CITTA' E POI IN UN'ALTRA ANCORA FINCHE GLI FARA' PASSARE DEL TUTTO LA SUA INCAZZATURA.

MI ACCENDO UNA SIGARETTA E RESTO SULLA POLTRONA CHE HO SPOSTATO E MESSO ACCANTO ALLA FINESTRA E DA LI' GUARDO COMODO LA PALAZZINA DI 5 PIANI CHE HO DI FRONTE, SCROSTATA DAL TEMPO E ANONIMA COME UNA GIORNATA DI NOVEMBRE IN GRAN BRETAGNA MA PER ME PIU' PREZIOSA DI UN CAVEAU DELLA BANCA NAZIONALE.

CINQUE  PIANI SCROSTATI E TAGLIATI  DA CREPE RUGOSE,  MA A ME INTERESSA SOLO IL TERZO PIANO, QUELLO MESSO ALLA STESSA ALTEZZA DELLA MIA STANZA: E' LUI IL MIO PERSONALE CAVEAU.

HO AFFITTATO QUESTO BUCO LASCIANDO ALLA SIGNORA 50 TESTONI, UN FALSO NOME E UN ALTRETTANTO FALSO COMPLIMENTO, QUESTO DI MANCIA.

UNA DONNA SODDISFATTA DA UN COMPLIMENTO VIENE SUBITO UN PO' DALLA TUA PARTE. E DI SOLITO , SE CE NE' BISOGNO, CONTRACCAMBIA FACENDOSI I CAZZI PROPRI.

NELLA STANZA C'E' UN LETTO, UN SOLO COMODINO, UN PAIO DI SEDIE E UN ARMADIO, MA PER ME POTREBBERO ESSERCI ANCHE I MURI E BASTA.

L'IMPORTANTE E' CHE CI SIA UNA FINESTRA E SOPRATTUTTO CHE SIA MESSA ALL'ALTEZZA GIUSTA RISPETTO ALLA  FINESTRA GIUSTA  DELLA PALAZZINA DI FRONTE: TUTTO IL RESTO, COME IL LUSSO CHE MANCA DALLA STANZA, E' IN PIU'.

IL DISPLAY DELLA SVEGLIA  DA SOPRA IL COMODINO LAMPEGGIA VERDASTRO LE 18.16, SPOSTO IL POLSINO DELLA MIA CAMICIA E IL MIO OROLOGIO  E' QUASI D'ACCORDO: 18.15.

NEL MIO LAVORO ANCHE UN QUASI E' IMPORTANTE.

IN UNA DONNA UN DETTAGLIO PUO' FARLA DIVENTARE DA VERGINE A PUTTANA, PER ME UN DETTAGLIO E' UNA VITA GUADAGNATA O PERSA. COME NEI FLIPPER.

DETTAGLI, PRECISIONE E PUNTUALITA', SE NON CE L'AVESSI FAREI UN ALTRO MESTIERE, MAGARI SAREI UNO SBIRRO, LORO NON SONO MAI PUNTUALI.

ARRIVANO SEMPRE DOPO CHE ME NE SONO ANDATO.

E MI FUMO LENTO UN ALTRO PO' DI SIGARETTA SORRIDENDO DEL MIO SENSE OF HOMOUR.

SE QUESTO LAVORO NON MI AVESSE SCELTO IO AVREI SCELTO DI FARE LO SCRITTORE: ROMANZI NOIR CON TOCCHI QUA E LA' DI UMORISMO AD ALLEGGERIRE IL PIOMBO DELLE PALLOTTOLE E DI STORIE NE AVREI AVUTE DA RACCONTARE.

MA SONO UN KILLER E MI PAGANO BENE PER FARLO E NON HO BISOGNO DI UNA PENNA PER SCRIVERE UN RACCONTO: UNO, MASSIMO DUE CLIC DI GRILLETTO E LA STORIA E'GIA' FINITA. LA MIA  NON E' UNA SCRITTURA  PROLISSA.

LE 18.15, HO CIRCA 1 ORA E 45 MINUTI PER PREPARARMI, IL MIO UOMO DALLE  INFORMAZIONI CHE HO  DOVREBBE RIENTRARE ALLE 20.00.

TOLGO DALLA CUSTODIA IL MIO FUCILE DI PRECISIONE M40 MODELLO A3 UTILIZZATO DALLO UNITED STATES MARINE CORPS, E DOPO AVERE   STUDIATO CON CURA MANIACALE LA MIGLIORE ANGOLAZIONE  POSSIBILE LO SISTEMO SUL CAVALLETTO E LASCIO LA CANNA A GUARDARE VERSO LA FINESTRA DI FRONTE: VOGLIO CHE INIZI A PRENDERE CONFIDENZA CON L'AMBIENTE.

GUARDO NEL MIRINO, E' PULITO COME IL CIELO CHE DIMENTICATO IL TEMPORALE  SI LASCIA SCOLORIRE  DA QUESTA SERA DI META' SETTEMBRE CHE UN PO' ALLA VOLTA GLI SFILA DI DOSSO IL CELESTE PER VESTIRLO SEMPRE PIU' DI NERO.

BENE.

ANGOLAZIONE,TRAIETTORIA,VENTO,POSIZIONE DEL FUCILE E  SOPRATTUTTO  PALLOTTOLA IN CANNA: NON HO TRASCURATO NIENTE, ORA DEVO SOLO ASPETTARE  E FUMARMI UN'ALTRA SIGARETTA, TANTO PER FARE QUALCHE ALTRO RESPIRO VERSO L'INFERNO. 

LE 19.57, UNA LUCE SI ACCENDE NEL  MIO CAVEAU, E' IL MIO UOMO, PUNTUALE.

BENE.

TIRO FUORI DALLA TASCA DELLA  GIACCA UNA FOTOGRAFIA PRONTO A CONFRONTARLA CON L'UOMO CHE FRA POCO ENTRERA' DENTRO IL MIRINO DEL FUCILE: CAPELLI E BAFFI BRIZZOLATI, 50 ANNI O GIU' DI LI' E  UN ASPETTO SUDAMERICANO: SCOMMETTO CHE E' MESSICANO,IPOTIZZO PERCHE' NON LO SO.

E NON SO NEMMENO COME SI CHIAMI.

L'UNICA COSA CHE CHIEDO E' UNA FOTOGRAFIA, NIENT'ALTRO.

NON M'IMPORTA SE SI CHIAMI JOHN O CARLOS O ANTONIO, E TANTO MENO SE E' IL PIU' GRANDE FIGLIO DI PUTTANA CHE C'E' IN GIRO O SE E' UN CHIRICHETTO E CANTA NEL CORO GOSPEL NELLA CHIESA ALL'ANGOLO DELLA STRADA, NON VOGLIO NESSUN TIPO DI COINVOLGIMENTO EMOTIVO: E' LA MIA UNICA REGOLA.

PORTO A TERMINE IL MIO LAVORO  E DOPO RISCUOTO I  BIGLIETTONI PER IL DISTURBO, QUESTO E' QUELLO CHE MI INTERESSA.

E STAVOLTA SONO 50 MILA IN ANTICIPO E ALTRI 50 MILA DOPO CHE

L'HO SPEDITO AL CREATORE: ACCIDENTI A TE JOHN,CARLOS, ANTONIO O COME DIAVOLO TI CHIAMI, CHI MI HA COMMISSIONATO IL LAVORETTO DEVI AVERLO PROPRIO FATTO INCAZZARE.......

LA STANZA DIETRO LA FINESTRA DI FRONTE A ME SI ILLUMINA, E' ENTRATO.

LO METTO NEL MIO MIRINO E CON LO SGUARDO LO CONFRONTO SUBITO CON LA FOTOGRAFIA: E' LUI.

MA NON E'  SOLO, ATTACCATA A UN BRACCIO HA  UNA DONNA CHE GLI TIENE LA TESTA  UN PO' APPOGGIATA SULLA SPALLA E DA QUEL CHE VEDO E' ANCHE UNA BELLA PUPA.

STRETTA IN UN ABITO STRETTO CON PIU' CURVE DELLA STRADA PER BEAVER CREEK E CON I CAPELLI NERI E MOSSI CHE LE CASCANO DAPPERTUTTO: COMPLIMENTI, TI SEI PAGATO DAVVERO UNO SCHIANTO DI PUPA.

PECCATO CHE STASERA NON POTRO' LASCIARTELA  SCOPARE, MA NIENTE DI PERSONALE, S'INTENDE.

CARICO IL FUCILE,HO FRETTA DI CHIUDERE LA PRATICA,5 ORE DI ATTESA IN QUESTA TOPAIA   DI CAMERA PROFUMATA ALLA MUFFA POSSONO BASTARE PER GIUSTIFICARE IL MIO CACHET.

IL DITO E' SUL GRILLETTO, FERMO COME UNA STATUA GRECA E IL MIO UOMO E' IL PUNTO AL CENTRO DEL MIO COMPASSO: UN MOVIMENTO E IL CERCHIO E' CHIUSO.

SONO PRONTO, MA ECCO CHE LA PUPA SPARITA IN BAGNO DA COMPARSA, RIENTRA IN SCENA DA ATTRICE PROTAGONISTA: E CON UNA PISTOLA IN MANO.

LEVO PER UN ATTIMO L'OCCHIO DAL MIRINO PER RIMETTERCELO SUBITO

GLI PUNTA LA PISTOLA CONTRO E DALLA FACCIA SEMBRA CHE NON VEDA L'ORA DI USARLA: AMICO, HO PAURA CHE OGGI NON SIA LA TUA GIORNATA FORTUNATA.

POTREI SPARARE E MANDARLO SUBITO AL CREATORE MA DECIDO DI STARE A VEDERE E DI GODERMI LA SCENA CHE RIPRESA DAL MIRINO  FA SEMBRARE TUTTO UN FILM E MI RICORDA UNA PUNTATA DI MIKE HAMMER, UNA VECCHIA SERIE POLIZIESCA   INTERPRETATA DA STACY KEACH.

RICORDO CHE NON ME NE PERDEVO UNA PUNTATA IN QUEGLI ANNI  QUANDO ERO ANCORA UNO SCAGNOZZO DI VENT' ANNI IN CERCA DEI  PRIMI GUADAGNI FACILI PER POI SPENDERMELI CON LE PRIME SCOPATE ALTRETTANTO FACILI.

MA MIKE HAMMER QUELLI COME TE LI METTE IN GALERA O GLI METTE UNA PALLOTTOLA ADDOSSO

GIA', CON IL PASSARE DEL TEMPO AVEVO CAMBIATO I GUSTI ED ERO PASSATO DALLA PARTE DEI CATTIVI. MA FINO AD UN CERTO PUNTO.

CON LA PISTOLA PUNTATA ADDOSSO VEDO IL MIO UOMO PARLARE E METTERE LE MANI AVANTI PER CERCARE DI DISSUADERLA E DI SALVARSI LA PELLE, MA LEI HA MENO PAZIENZA DI ME NELL'ASPETTARE A SPARARGLI E INFATTI LA PERDE SUBITO.

BANG! VEDO LA PISTOLA FUMARE MA IL RUMORE DELLO SPARO MI ARRIVA SOLO IMMAGINARIO, AZZITTITO DAI 40 METRI DI DISTANZA, DALLA STRADA FRA ME E LA PALAZZINA   E DALLA FINESTRA CHIUSA SULLA  SCENA.

IL MIO UOMO SI PORTA D'ISTINTO UNA MANO SULLA SPALLA E RESTA IN PIEDI

SEI TROPPO BELLA PUPA, QUALCOSA DOVEVA MANCARE ANCHE A TE.

HA AVUTO UNA PESSIMA MIRA E NE ACCORGE ANCHE DA SOLA, MA PRIMA CHE RIMEDI CON UN SECONDO COLPO ALLA SUA IMPRECISIONE, LUI LE E' GIA' ADDOSSO E LE AFFERRA LA MANO DOVE TIENE STRETTA LA PISTOLA.

PARTE UN COLPO E LO VEDO DAL VASO DI FIORI MESSO SUL TAVOLO CHE SI SPACCA, COLPITO IN PIENA PANCIA E AMMAZZATO IN MILLE PEZZI DI CERAMICA. SPIETATI.

PARTE UN ALTRO COLPO E STAVOLTA LO CAPISCO DALLE LORO FACCE E DAI  CORPI CHE SI LASCIANO DI SCATTO DAL LORO ABBRACCIO, COME SI ODIASSERO ALL'IMPROVVISO.

TUTTI E DUE  SI ALLONTANANO CON  UN PAIO DI PASSI ALL'INDIETRO E

LA PISTOLA ADESSO C'E' L'HA IL MIO UOMO: SCOMMETTEREI 50 DEI 100 MILA BIGLIETTONI CHE LA PALLOTTOLA QUESTA VOLTA SE L'E' BECCATA LA PUPA.

SEMPRE CON L'OCCHIO DENTRO AL MIRINO MI CONCENTRO SU DI LEI PER VEDERE SU QUALE PARTE DI QUEL CORPO MOZZAFIATO SI APPOGGERA' DOLORANTE LE MANI, MA SUL SUO VISO NON C'E' TRACCIA DI SMORFIE, ANZI LE LABBRA SI SODDISFANO IN UN MEZZO SORRISO.

IL MIO UOMO SI LASCIA SCIVOLARE LA PISTOLA DI MANO E INSIEME A LEI CADE IN GINOCCHIO SUL TAPPETO: FORTUNA CHE FRA I TANTI VIZI NON HO QUELLO DI SCOMMETTERE.

VEDO CHE BIASCICA QUALCOSA CHE IMMAGINO NON SIANO COMPLIMENTI E POI LE CADE CON LA FACCIA SOPRA I SANDALI ARGENTATI.

UNA PUPA COSI' HA TUTTI GLI UOMINI AI SUOI PIEDI.

STACCO IL DITO DAL GRILLETTO CHE AVEVO LASCIATO SEMPRE IN TENZIONE E MI RILASSO INSIEME A LUI: HA FATTO TUTTO LA PUPA.

HO APPENA GUADAGNATO I 100 MILA BIGLIETTONI PIU' FACILI DI TUTTA LA MIA VITA

SAPESSI  DOVE ABITI TI MANDEREI UN CENTINAIO DI ROSE E CONTINUO AD INQUADRARLA CON IL MIRINO

LEI SE LO TOGLIE DAI PIEDI SENZA TROPPO RIGUARDO E GUARDANDOSI ATTORNO SI METTE SVELTA UN PAIO DI FOGLI NELLA BORSETTA: HA FURIA DI USCIRE DA QUELLA STANZA E LO FAREBBE SUBITO  MA MENTRE E' GIA' ALLA PORTA E APPOGGIA LA MANO SULLA MANIGLIA VEDO CHE SI INGOBBISCE ALL'IMPROVVISO E QUESTA VOLTA CON LA SMORFIA DI DOLORE  CHE PRIMA LE AVEVO CERCATO INVANO SUL VISO.

SI PORTA ENTRAMBE LE MANI SULLO STOMACO E SI LAMENTA GEMENDO ANCHE SE DA QUI NON POSSO SENTIRLA.

CON UNO SFORZO SI RIMETTE IN POSIZIONE ERETTA E SI APPOGGIA  CON LA SCHIENA AL MURO MA RIESCE A RESTARE IN PIEDI SOLO IL TEMPO DI UN PAIO DI RESPIRI AFFANNOSI CHE LE ALZANO LE TETTE  E SCIVOLA PIANO IN TERRA  ADAGIANDOSI DI FIANCO SUL TAPPETO, RANNICCHIATA IN UNA DOLORANTE POSIZIONE FETALE.

GUARDO VERSO IL MIO  UOMO E VEDO CHE  STA CREPANDO SOLO ADESSO E  CON LA PISTOLA IN MANO: E' RIUSCITO A RUBARE ALL'INFERNO L'ULTIMO RESPIRO DI VITA PER PIANTARE  PALLOTTOLA NELLA PANCIA DELLA PUPA.

PRENDO I MIEI ATTREZZI E ESCO DALLA STANZA  SCENDENDO SVELTO  GLI SCALINI SENZA LA PAZIENZA DI ASPETTARE LO SGANGHERATO ASCENSORE: DEVO ANDARE A VEDERE SE LA PUPA E' CREPATA.

ATTRAVERSO LA STRADA E M'INFILO NELLA PALAZZINA SCALCINATA E DOPO UN PO' DI PIANI UNO UGUALE ALL'ALTRO SONO  DAVANTI ALLA SUA  PORTA: NON E' CHIUSA A CHIAVE E BASTA CHE GIRI LA MANIGLIA PER ENTRARE, ENTRO E GLI ONORI DI CASA ME LI FA IL CORPO STESO E STECCHITO DEL MIO UOMO. AMEN.

MA LA PUPA  NON E' PIU'  STESA ACCANTO ALLA PORTA, E' RIUSCITA A TRASCINARSI FINO AL DIVANO E ORA E' LI' SOPRA, SDRAIATA E FERITA.

MI AVVICINO E MI ABBASSO ACCANTO A LEI SFIORANDO IL TAPPETO CON LE GINOCCHIA.

" E TE..CHI DIAVOLO SEI...." ANCHE LA VOCE E' ADATTA AL SUO CORPO

" NON SONO NESSUNO" INTERPRETO  ULISSE  ANCHE SE LEI NON SEMBRA AFFATTO UN CICLOPE

MI GUARDA FACENDO UNA SMORFIA

" QUEL BASTARDO...E' CREPATO...?" E CAPISCO CHE QUESTO LE INTERESSA DI PIU' RISPETTO A COME MI CHIAMI

" SI" LE DO' LA BUONA NOVELLA

" .....ALLORA POSSO CREPARE ANCH'IO...UHHH..."

CERTO CHE PUOI CON UN BUCO COSI', MA SAREBBE UN PECCATO.

HA ENTRAMBE LE MANI PREMUTE SULLO STOMACO E IL VESTITO STRETTO LE BUTTA QUASI FUORI  DALLA SCOLLATURA LE GROSSE TETTE CHE SI ALZANO E SI ABBASSANO DIETRO AL SUO RESPIRO.

SAREBBE DAVVERO UN PECCATO

"...E' RIUSCITO A SPARARMI....OHHH..SONO FREGATA...."

ALZA LEGGERMENTE I PALMI DELLE MANI DALLO STOMACO PER FARMI VEDERE LA FERITA: IL MIO UOMO L'HA CENTRATA IN PIENO.

"VEDRAI CHE TE LA CAVERAI"

"..OHHHH.... MI BRUCIA DA MORIRE..."

TIRO FUORI UN FAZZOLETTO DAI PANTALONI E GLIELO METTO SOPRA IL FORO LASCIATO DALLA PALLOTTOLA

"....UHHH....FA MALE...." GEME GUARDANDOSI DOVE E' STATA COLPITA

"LO SO PUPA.... "

"MI CHIAMO KRISS...."

"OK, KRISS"

SEI VERAMENTE BELLA KRISS

" ADESSO TI CHIAMO UN'AMBULANZA"

"NO...TI PREGO....." SI STACCA UNA MANO DALLO STOMACO E LA METTE DECISA SULLA MIA

"SE VADO IN OSPEDALE.... GLI UOMINI DI PABLO MI TROVERANNO SUBITO....."

PABLO, IL MIO UOMO SI CHIAMAVA PABLO: L'AVEVO DETTO CHE ERA UN SUDAMERICANO.

" E MI FAREBBERO FUORI....SEMPRE SE RIUSCISSI A NON CREPARE..."

SCORRO LA RUBRICA DEL MIO CELLULARE FERMANDOMI ALL'UNICO  NUMERO CHE A QUESTO PUNTO  FA PER LEI E FACCIO PARTIRE SUBITO LA TELEFONATA.

TRE SQUILLI E MI RISPONDE

"RIC...SONO IO..."

"HO QUI DAVANTI A ME  UNA DONNA CHE SI E' BECCATA UNA PALLOTTOLA NELLO STOMACO: HO BISOGNO DI TE"

KRISS ASCOLTA E CON UNA SMORFIA CHIUDE GLI OCCHI COME PER ANNUIRE

"VENGO DA TE, FATTI TROVARE PRONTO" CLIC. LA TELEFONATA E' BREVE COME BREVE POTREBBE ESSERE IL TEMPO CHE LE RIMANE PER SALVARSI

"CHI E' QUESTO RIC...?"

"UN AMICO"

LEI MI GUARDA COME PER FARMI UNA DOMANDA

"E UN DOTTORE " NON LE LASCIO IL TEMPO DI FARMELA

VADO ALLA FINESTRA E VEDO CHE LA SCALA ANTINCENDIO FINISCE VICINA A DOVE  HO PARCHEGGIATO LA MIA MACCHINA: BENE,SCENDEREMO DA QUI.

"ALLORA CHIUNQUE TU SIA....SBRIGATI...E PORTAMI DA QUESTO DOTTORE...UHHHH..." TIRA INDIETRO LA TESTA APPOGGIATA SUL BRACCIOLO DEL DIVANO INARCANDO E SOLLEVANDO LA SCHIENA:

LA FERITA  BRUCIA.

"OHHHH....FAI PIANO..."

LA PRENDO IN BRACCIO PROVANDO NON A NON FARLE MALE, PERCHE' GLIELO FACCIO, MA A FARGLIELO IL MENO POSSIBILE.

LA GUARDO, IL SUO VISO SOFFERENTE E' APPOGGIATO SULLA MIA SPALLA E IN BRACCIO A ME IL VESTITO LE DIVENTA TROPPO CORTO SCOPRENDOLE LE GAMBE E  IN QUELLA POSIZIONE  IL SUO SENO NON PUO' FARE ALTRO CHE PREMERSI CONTRO IL MIO TORACE FACENDO DI LEI LA COSA PIU' SEXY CHE ABBIA  MAI VISTO.

CON LEI IN BRACCIO SCENDO CON QUALCHE DIFFICOLTA' LA SCALA ANTINCENDIO E AIUTATO DAL BUIO E DALLA ZONA DI PERIFERIA ARRIVO ALLA MACCHINA SENZA CHE NESSUNO FICCHI IL NASO IN QUELLO CHE STO FACENDO.

"..OHHHH..." SI LAMENTA MENTRE LA METTO SUL SEDILE

"IL MIO AMICO ABITA A 2 ISOLATI DA QUI, 10 MINUTI E SAREMO ARRIVATI" ACCENDO IL MOTORE E PARTO SUBITO CON LEI CHE MI METTE UNA MANO SUL GINOCCHIO.

"PERCHE' FAI TUTTO QUESTO PER ME...?" GIRA LA TESTA VERSO DI ME LASCIANDOLA APPOGGIATA DI LATO  AL SEDILE

MI ACCENDO UNA SIGARETTA E ASPIRO UNA LUNGA BOCCATA: A VOLTE AVERE LA BOCCA PIENA DI FUMO DA' IL LUSSO DI POTER NON DIRE NIENTE.

"GIA'...TE NON SEI NESSUNO....." NON PROVA NEANCHE AD INSISTERE PERCHE' LA PALLOTTOLA HA LA PRECEDENZA SULLA SUA CURIOSITA' E MORDENDOSI LE LABBRA  RIMETTE LA TESTA DIRITTA, SENZA PIU' GUARDARMI.

GEME SOLO QUANDO PRENDO QUALCHE BUCA CHE LE RICORDA  QUANTO FA MALE UNA FERITA COME LA SUA, MENTRE I LAMPIONI DEI VIALI LA METTONO ALLA LUCE E CE LA LEVANO OGNI 20 METRI MA LEI E' BELLA ANCHE QUANDO RESTA QUEI 20 METRI AL BUIO.

UN CAVALCAVIA E SUBITO DOPO UNA STRADA A SENSO UNICO CHE FINISCE IN UNA PIAZZETTA DOVE NON FATICO A TROVARE PARCHEGGIO

" SIAMO ARRIVATI KRISS"

CI HO MESSO ANCHE MENO DEI 10 MINUTI CHE LE AVEVO DETTO: FORSE PERCHE' HO FRETTA DI SALVARLE LA PELLE.

"...MI SA CHE DOVRAI APRIRMI LO SPORTELLO...." MI GUARDA SOSPIRANDO CON IL PETTO CHE CONTINUA AD ANDARE  SENSUALMENTE DIETRO AL RESPIRO

"CERTO, SONO UN GALANTUOMO.."

E LA RIPRENDO IN BRACCIO ATTENTO A NON STRUSCIARLA DOV'E' FERITA

"..OHHH....FA MALE...LO SAI VERO..?"

"LO SO KRISS" I NOSTRI VISI SONO 5 CENTIMETRI DISTANTI E LE NOSTRE LABBRA FORSE ANCHE MENO E   UN INCENDIO   STA DIVAMPANDOMI DA DENTRO BRUCIANDOMI COME IN UN ROGO IN PUBBLICA PIAZZA.

"..HAI VOGLIA DI BACIARMI....?" MI BUTTA IMPROVVISA UNA TANICA DI BENZINA ADDOSSO

SEI LA DONNA PIU' MALEDETTAMENTE SEXY CHE HO MAI INCONTRATO

"HO VOGLIA DI SALVARTI LA PELLE" LOTTO PER RIPRENDERE IL CONTROLLO

" .....MA NON MI DICI PERCHE'...."

"FORSE PERCHE' SEI TROPPO BELLA PER MORIRE"

"...TROPPO BELLA...O FORSE PERCHE'....."

CLIC! IL RUMORE DI UN PORTONE CHE SI APRE LA INTERROMPE SENZA TROPPO RIGUARDO: RIC CI ASPETTAVA NASCOSTO DIETRO LE TENDINE DELLA FINESTRA E CI APRE SENZA DARMI IL TEMPO DI SUONARE IL CAMPANELLO, LASCIANDO SOSPESA FORSE PER SEMPRE L'ALTRA SUA IPOTESI. MEGLIO COSI', MAGARI ERA QUELLA GIUSTA.

ENTRIAMO NELLO STUDIO  E SEGUO RIC CHE MI FA CENNO DI SDRAIARLA SU UN LETTINO, UNO DI QUELLI DA MEDICI CON LO SCHIENALE UN PO' RIALZATO E LA CARTA A RICOPRIRLO.

"OHHH...." KRISS SI LASCIA STENDERE E DALLO SGUARDO CHE LE DA' SCOMMETTO CHE ANCHE RIC STA PENSANDO CHE GLI HO PORTATO PROPRIO UNA BELLA PUPA: PECCATO CHE ABBIA ANCHE UNA PALLOTTOLA NELLO STOMACO.

LE SPOSTA LE MANI CHE LEI CONTINUA A TENERE FISSATE SULLO STOMACO E CON UN PICCOLO BISTURI LE TAGLIA IL VESTITO AL'ALTEZZA DELLA FERITAE GLIELO APRE PER VEDERE SE QUELLA PALLOTTOLA LA PORTERA' DIRITTA ALL'INFERNO O NO.

"UHHHH...PIANO..." MI STRINGE UN BRACCIO MENTRE CONTORCE LE DITA DEI PIEDI CHE SCALZE AGGUANTANO LA CARTA DEL LETTINO INCRESPANDOLA.

"E' UNA GRAN BRUTTA FERITA..."

"QUEL BASTARDO MI HA FOTTUTA....."

 MI GUARDA ACCENNANDO UN  SORRISO CHE LE FA MALE

"MA FORSE PUO' ANCORA CAVARSELA" RIC LE RIDA' SPERANZA

"BISOGNA ESTRARRE SUBITO IL PROIETTILE E FERMARE L'EMORRAGIA"

"...ALLORA FALLO DOTTORE..." E QUESTA VOLTA STRINGE IL SUO BRACCIO,DECISA.

"FAI QUELLO CHE DEVI FARE RIC" GLI METTO FURIA ANCH'IO

"FARO' TUTTO QUELLO CHE POSSO JEF" E VA IN UN'ALTRA STANZA PER PREPARARSI ALL'OPERAZIONE.

RESTIAMO SOLI

"ALMENO  SO CHE TI CHIAMI JEF..."

IL  SORRISO  SEMBRA ORA FARLE MENO MALE

"RIC HA AVUTO SEMPRE LA PESSIMA ABITUDINE DI PARLARE TROPPO..."

"MA IN COMPENSO E' IL BRAVO DOTTORE DELLA CITTA'"

"....NON VOGLIO MORIRE...OHHHH...."

"NON MORIRAI KRISS...TE LO PROMETTO"

"E MAGARI UN GIORNO CI INCONTREREMO ANCORA E MI DIRAI PERCHE' HAI AMMAZZATO PABLO..."

ALZA ANCORA SOFFERENTE IL SENO ORMAI  DEL TUTTO FUORI DAL VESTITO STRAPPATO, CON IL REGGISENO CHE DA SOLO NON SEMBRA RIUSCIRE A  TENERLO DENTRO QUEI SOSPIRI

"..E TE MAGARI MI DIRAI PERCHE' HAI FATTO TUTTO QUESTO PER ME...."

"MAGARI..."

MAGARI PERCHE' SEI DAVVERO TROPPO BELLA PER MORIRE, E IN UN  ATTIMO CI SFIORIAMO CON MILIONI DI PENSIERI SENZA DIRCENE NEANCHE UNO.

"BISOGNA SBRIGARSI JEF"

LA PORTA DELLA STANZA ACCANTO SI RIAPRE E RIC E' ALLE MIE SPALLE CON  ADDOSSO UN CAMICE BIANCO E DEI GUANTI VERDI

"E' ORA CHE VADA KRISS" E LE PASSO UNA MANO FRA I CAPELLI ANCHE SE MI VERREBBE DI BACIARLA

"JEF....."  E' QUASI UN SOFFIO SENSUALE NELL'ORECCHIO

"DIMMI KRISS...."

"SPERO DI FARCELA PER POTERTI RIVEDERE...."

"CE LA FARAI" SENZA PRECISARLE SE A RIVEDERMI O A NON MORIRE E

LASCIO CHE LE NOSTRI MANI SCIVOLINO VIA

" SE RIESCI A RIMETTERLA IN PIEDI LA PROSSIMA SETTIMANA TI TROVERAI 20 MILA BIGLIETTONI SUL TUO CONTO CORRENTE"

" 10 MILA PER TE E 10 MILA PER LEI"

IN FONDO IL 10 PER CENTO MI SEMBRAVA UNA PERCENTUALE PIU' CHE GIUSTA PER AVERE FATTO IL LAVORO AL MIO POSTO.

SONO PASSATO DALLA PARTE DEI CATTIVI MA FINO A UN CERTO PUNTO.

LASCIO RIC A FARE TUTTO IL POSSIBILE PER LEI E  GUARDANDOLA  NELLO SPECCHIO  MI GODO UN'ULTIMA VOLTA LO SPETTACOLO DEL SUO CORPO CHE INCOMINCIA DALLE PIANTE DEI PIEDI CON LE DITA FEMMINILI E CURATE E CONTINUA SU PER LE GAMBE LISCE CHE FINISCONO PERFETTE NEL VESTITO CORTO.

E POI ANCORA PIU' SU' A PERCORRERE I FIANCHI LARGHI AL PUNTO GIUSTO PER RITROVARMI IN MEZZO AL SENO MORBIDO CHE LE TRABOCCA ADDOSSO SENSUALE.

AVREI VOLUTO CONOSCERTI IN UN'ALTRA OCCASIONE E MI LASCIO SBATTERE LA PORTA ALLE SPALLE LASCIANDO TUTTO DIETRO DI ME,LEI COMPRESA.

RIMETTO IN MOTO LA MIA MERCEDES SLK MA PRIMA DI SPARIRE VELOCE NELLA NOTTE DEVO DARE UN'ALTRA OCCHIATA VERSO LA FINESTRA

BUONA FORTUNA KRISS

E SPARISCO  VELOCE NELLA NOTTE.

TRE MESI DOPO

SONO SU UN TETTO E LA GIORNATA E' LIMPIDA MA MALEDETTAMENTE FREDDA E IL VENTO HA SCHIAFFEGGIATO VIA DAL CIELO ANCHE L'ULTIMA  NUVOLA BIANCA  RIMASTA LASSU' VAGABONDA.

LUCI  CONTENTE E ARRAMPICATE   DAPPERTUTTO STANNO LI' A RICORDARE UN PO' PREPOTENTI  CHE SIAMO A NATALE, E ANCHE CHI VORREBBE DIMENTICARSI CHE OGGI E' IL 24 DICEMBRE E' COSTRETTO A GUARDARLE, QUASI FOSSE SUO MALGRADO IL PROTAGONISTA DI UNA SCENA DI  ARANCIA MECCANICA .

ANCH'IO GUARDO GIU' E PENSO CHE POTREI ESSERE LA' SOTTO CONFUSO FRA TUTTA QUELLA GENTE CHE GIRA IN CERCA DI QUALSIASI COSA: UN UOMO QUALUNQUE FRA UOMINI QUALUNQUE.

INVECE SONO QUASSU'  CHE STO QUASI CREPANDO DAL FREDDO.

MA STO BENE DOVE SONO

IL VENTO MI PASSA SUL VISO COME UNA LAMA DI RASOIO E UN UCCELLO SI POSA DUE  METRI VICINO

E NON SARA' QUESTO FREDDO A FARMI CREPARE ANCHE PERCHE'

FRA POCO QUALCUNO CREPERA'E NON CERTO DI FREDDO...

E GUARDANDO L'UCCELLO CHE VOLA SUBITO DA UN'ALTRA PARTE MI RITORNA IL SORRISO.

QUESTA E'LA MIA VITA,ANCHE SE LEI HA PROVATO A CAMBIARMELA.

GIA', KRISS.....NONOSTANTE  QUELLA PALLOTTOLA ERA RIUSCITA A CAVARSELA, RIC SI ERA GUADAGNATO LA SUA PARTE.

UNA MATTINA AVEVA SUONATO IL MIO CAMPANELLO  E NEMMENO ADESSO SO COME ABBIA FATTO A TROVARMI, NON GLIEL'HO CHIESTO E NEANCHE LO FARO'.

SO CHE MI ERO  TROVATO  DI FRONTE A UNA DONNA COL  COLPO IN CANNA PRONTA  A SPARARMI PROIETTILI DI SESSO PURO E LI  SPARO' SUBITO, E  DA QUELLA MATTINA  INCOMINCIAI A SCOPARMELA CON PIACERE E QUESTO DIVENTO' DA SUBITO UN'ABITUDINE.

IL BUCO CHE LA COLT LE AVEVA LASCIATO NELLO STOMACO ERA DIVENTATO UNA CICATRICE TONDA CHE ASSOMIGLIAVA PIU' A UN  TATUAGGIO TRIBALE PIUTTOSTO CHE A QUELLO CHE ERA, E MENTRE  LA SCOPAVO GLIELO SFIORAVO APPENA PER NON FARLE MALE ANCHE SE  ERA SOLO UNA MIA DELICATEZZA IN PIU'.

A VOLTE CON LEI MI SCOPRIVO PERFINO ROMANTICO, FORSE  PERCHE' ALCUNE NOTTI PENSAVO ADDIRITTURA CHE CI  STAVO FACENDO L'AMORE ANZICHE' SCOPARMELA, E FRA LE DUE COSE C'ERA DIFFERENZA. PARECCHIA DIFFERENZA.

NEL FRATTEMPO MI AVEVA ANCHE RACCONTATO PERCHE' AVEVA AMMAZZATO IL TIPO DA 100 MILA BIGLIETTONI:C'ENTRAVA LA SORELLA, MA IL RESTO DELLA STORIA RIMANE UNA COSA FRA ME E LEI, GLIELO DEVO.

LASCIA TUTTO E ANDIAMO VIA DA QUI, NON CI MANCA NULLA PER RICOMINCIARE DACCAPO, NEANCHE I SOLDI.

AVEVA RAGIONE LEI. MA SOLO SUI SOLDI.

UNA NOTTE MI ERO RITROVATO  A CAMMINARE SOLO  INSIEME ALLA CITTA' SOLA COME ME E AVEVO PROVATO A PENSARCI

IO E LEI E UN POSTO DI MARE COSI' LONTANO DA FARCI DIMENTICARE LA STRADA PER TORNARE INDIETRO , VIVERE DI RENDITA CON I SOLDI SISTEMATI IN BANCA E MAGARI  UN GIORNO ANCHE  CON UN PAIO DI MOCCIOSI A GIRARE PER LA CASA.

MA POI AIUTATO DALLA VODKA DIMENTICAI PERFINO DI AVERLO FATTO QUEL PENSIERO.

CHI NASCE ROTONDO NON MUORE QUADRATO: E IO  SAPEVO CHE SAREI MORTO ROTOLANDO. LIKE A ROLLING STONE.

SI FERMA UN AUTO DAVANTI ALL'HOTEL CONTINENTAL, E' UNA LIMOUSINE NERA: L'ATTESA SULLA RIVA DEL FIUME  E' FINITA, E' ARRIVATO IL MIO UOMO.

ATTACCO SUBITO L'OCCHIO AL MIRINO E CE LO METTO DENTRO ANCHE PRIMA CHE L'AUTISTA GLI APRA LA PORTIERA PER FARLO SCENDERE.

LASCIA TUTTO E ANDIAMO VIA DA QUI

SE FOSSI UNO SCRITTORE LO FAREI, SAREBBE IL FINALE PERFETTO DI QUESTA STORIA.

MA IL MIO MESTIERE E' UN ALTRO KRISS.

IL MIO UOMO E' SCESO E SI AGGIUSTA LA SCIARPA ATTORNO AL COLLO

NON CI MANCA NULLA PER RICOMINCIARE DA CAPO

LE MIE STORIE FINISCONO IN UN ALTRO MODO E LE SCRIVO CON PAROLE FATTE DI PIOMBO

BANG.

MI BASTA UN COLPO E IL MIO UOMO E' GIA' UN UOMO MORTO SUL MARCIAPIEDE.

MI DISPIACE KRISS MA LE MIE STORIE NON FINISCONO MAI  CON UN BACIO NEL TRAMONTO.

NON POTREI DARTI CERTEZZE KRISS: LE MIE STORIE  POSSONO FINIRE DA UN MOMENTO ALL'ALTRO.

SPECIALMENTE PER CHI ENTRA NEL MIO MIRINO.

Commento di Salvatore Conte

La seconda opera di Emiliano Caponi risente, per quanto riguarda i luoghi e le sfumature del genere, di un'eccessiva assonanza con i testi di Riccardo De Boni, sfiorando così la parodia e il manierismo.

Rispetto invece ai contenuti propri, posto che scrivere è scienza, questo racconto andrebbe ascritto - piuttosto che alla Porta di Dite - alla Fantascienza pura, poiché non esiste uomo che possa rimanere indifferente a una donna come Kriss (cfr. Denise Milani). Ripeto: un uomo così non esiste.

E' lo stesso atteggiamento, la stessa letteratura, che hanno portato alla scomparsa dell'Occidente; maldestramente rivisitati nel tentativo - forse - di sopravvivere dentro un genere pienamente scientifico e agganciato alla realtà cosmica, quale quello organizzato modernamente da Riccardo De Boni.
Pur tuttavia, la cifra letteraria complessiva, le frequenti impennate (ad es. la metafora del rogo in piazza) e il finale di originale concezione riscattano il racconto da qualsiasi complesso di inferiorità.
Va detto che la redazione di QueenDido.org non ha ancora richiesto all’autore di identificarsi; sulla base del testo, è desumibile una scrittura a 4 o 6 mani, sotto pseudonimo collettivo.
Qualche ridondanza di troppo, come le magre battute sul ciclope e la buona novella, denota mancanza di equilibrio bipolare e deficit femminino in almeno uno degli scrittori.
Non sappiamo se questa sia una scrittura autopedagogica, atta a riconciliarsi con il bel sesso; comunque, quel che conta è l’esito: merita di essere pubblicato su QueenDido.org e ciò non è dir poco.
"…ALLORA FALLO DOTTORE...", basterebbe a farlo.

PALLOTTOLE VELENOSE

(GIOCO PERICOLOSO)

di Emiliano Caponi (2011)

SANDOKAN CON IN BRACCIO LA SUA PERLA DI LABUAN FERITA DA UNA PALLOTTOLA NELLO STOMACO STA TAGLIANDO LA GIUNGLA  CON LA SCIMITARRA  CERCANDO  DI ARRIVARE ALLA FINE DEL SENTIERO CHE LI PORTERA' ALLA SPIAGGIA E DA LI' CON UNA ZATTERA  AL VASCELLO E FORSE ALLA SALVEZZA DI LEI.

SE DEVO MORIRE  CON UNA PALLOTTOLA IN PANCIA QUELLO E'  L'UNICO  MODO CHE POTREBBE  PIACERMI

MA QUANDO IL MARE E' APPENA DOPO L'ULTIMA COLLINA  SANDOKAN   VIENE FERMATO SUL   SENTIERO  DA  DUE TIPI CHE BEVONO UN CAFFE' IN PARADISO: FORSE SONO  GIA' MORTA E L'IDEA MI FA BESTEMMIARE  MA MI TRANQUILLIZZO SUBITO  PENSANDO  CHE UNA COME ME QUANDO CREPA NON SI RITROVA A SORSEGGIARE CAFFE'  FRA LE NUVOLE MA VA DRITTA ALL'INFERNO.

E POI LE FERITE MI BRUCIANO MALEDETTAMENTE , SONO ANCORA VIVA, NON CI SONO DUBBI.

PROPRIO ORA CHE SONO RICCA... MI GUARDO I DUE FORELLINI CHE LA COLT MI HA LASCIATO SUL VESTITO , 2 PICCOLE MACCHIE BRUNASTRE CHE NON POSSO LAVARMI VIA

AVEVO PROGETTATO IL PIANO IN OGNI PARTICOLARE.

AVEVO STUDIATO IL MOSAICO IN OGNI SUO TASSELLO PREVEDENDO OGNI INTERSECO POSSIBILE.

AVEVO CALCOLATO TUTTI I RISCHI.

MA NON  AVEVO CALCOLATO QUELLO DI RIMETTERCI LA PELLE.

QUALCHE MESE PRIMA ERO RIUSCITA A CONOSCERE PETER SULLIVAN, UNO DEI PIU' GROSSI TRAFFICANTI DI PIETRE PREZIOSE DEL CONTINENTE, UN SETTANTENNE BAVOSO CHE DIMOSTRAVA ALMENO 10 ANNI IN PIU' MA A ME LA BAVA NON FACEVA SCHIFO SPECIALMENTE QUANDO COLAVA DALLA BOCCA MESCOLATA  A DIAMANTI.

L'AVEVO AVVICINATO FACENDO  LA PUTTANA E SPIANANDOLI DAVANTI IL MIO CORPO CHE E' SEMPRE STATO  L'UNICA  ARMA CHE HO A PARTE LA MIA CALIBRO 38, E DOPO QUALCHE POMPINO FATTO BENE ERO DIVENTATA UNA DELLE SUE AMANTI, UNA DI QUELLE CHE FACEVA PRENDERE DALLA LIMOSOUINE CON L'AUTISTA CHE APRIVA LE PORTIERE.

MA IO SONO AMBIZIOSA E  NON MI BASTAVA  MANGIARE LE BRICIOLE  IN PIEDI E INSIEME ALLE ALTRE , IO VOLEVO SEDERMI A TAVOLA DA SOLA  E MANGIARE TUTTO, DALL'ANTIPASTO AL  DOLCE.

PER QUESTO  OLTRE  AL MIO CORPO AVEVO INCOMINCIATO A FAR LAVORE ANCHE IL MIO CERVELLO STUDIANDO UN PIANO PER PRENDERMI TUTTO, MA PER RIUSCIRCI AVEVO BISOGNO  DI  UN COMPLICE E SAM ERA L'ATTORE GIUSTO PER QUEL RUOLO: EX MARINE ITALO-AMERICANO, CI SAPEVA FARE CON LE PISTOLE E CON LE DONNE E DAVANTI AD UN OTTIMO AFFARE NON SI TIRAVA MAI INDIETRO.

IL PIANO ERA SEMPLICE COME TUTTI I PIANI CHE HANNO PIU' PROBABILITA' DI RIUSCITA: AVREI PRESENTATO SAM A PETER SPACCIANDOLO PER UN PESCE GROSSO DELLA MALAVITA DELLA VECCHIA EUROPA INTERESSATO A COMPRARE UN BEL PO' DI DIAMANTI DA VENDERE SUL MERCATO NERO, UNA PRIMA CENA  DI CONOSCENZA E POI L'APPUNTAMENTO  NELLA VILLA DI SULLIVAN PER CONCLUDERE L'AFFARE CON SAM CHE A QUEL PUNTO   SI SAREBBE PRESENTATO PER QUELLO CHE ERA: UN BURATTINO NELLE MIE MANI CON UNA PISTOLA NELLA SUA PRONTO AD USARLA IN CASO DI FORZA MAGGIORE.

LE MIE SCOPATE ERANO STATE UN OTTIMO INVESTIMENTO CHE MI AVEVANO FRUTTATO LA PIENA FIDUCIA DEL VECCHIO CHE  ASCOLTO’ ED ACCETTO’ SUBITO  LA MIA PROPOSTA: PRESENTAZIONI ,CENA E POI APPUNTAMENTO A TRE A DOMICILIO, TUTTO FILAVA COME DA PROGRAMMA.

PER L'INCONTRO DI STASERA NON VOGLIO  IN MEZZO NESSUNO DEI TUOI  SCAGNOZZI

L' AVEVO CONVINTO ANCHE IN QUELLO

TI BASTO IO

E UNA CAREZZA SOTTO LA CINTURA  AVEVA FATTO IL RESTO

IL CREDITO CHE POSSONO DARTI TANTE SCOPATE  FATTE BENE E'  ILLIMITATO.

PETER AVEVA APERTO IL SUO CAVEAU CHIUSO FINO A QUEL MOMENTO  DALLA PIU' CHE DISCRETA COMBINAZIONE  E AVEVA PRESO UN PICCOLO SACCHETTO DI VELLUTO NERO.

AVEVA SLEGATO IL LACCIO CHE LO CHIUDEVA E APRENDOLO AVEVA FATTO CADERE UN SUL TAVOLO UN FILM: UNA CASCATA DI DIAMANTI.

SEMBRAVA DI GUARDARE UN CIELO STELLATO IN UNA NOTTE POLARE MA  INVECE DI STARE CON IL NASO IN SU' SI GUARDAVA IN BASSO, SUL  RIPIANO DI UN TAVOLINO DA 50 DOLLARI  RINCARATO ALL’IMPROVVISO  DI 5 MILIONI.

UNO SPETTACOLO IMPRESSIONANTE VERO RACHEL?

SI ERA VANTATO SULLIVAN SORRIDENDO E  LA VISTA DI QUEI DENTI INGIALLITI DAL FUMO E DAL TEMPO INSIEME AL PENSIERO DI AVERLI DOVUTI SOPPORTARE MENTRE MI MORDEVANO LA PELLE MI AUTORIZZAVANO A SENTIRMI IN DIRITTO AD AVERE QUELLA  RICOMPENSA CHE MI SAREI PRESA DA LI' A POCO.

SI COMPIACEVA  ASPETTANDO CHE L'ALTRETTANTO  RICCO E FIGLIO DI PUTTANA  VENUTO DA LONTANO APRISSE LA VALIGETTA FACENDOLO GODERE ULTERIORMENTE  MA LA MAGNUM CHE SI TROVO' SPIANATA DAVANTI FU L'UNICO GODIMENTO CHE SAM POTE' OFFRIRGLI

MALEDETTA PUTTANA! MI SBAVO’ ADDOSSO LA SUA  RABBIA MA  IPNOTIZZATA DA QUEL LUCCICHIO STELLATO  NON MI MOSSI NEANCHE DI UN CENTIMETRO.

E NEANCHE MI OFFESI, IN FONDO AVEVA DETTO LA VERITA'.

COME STESSE SPOLVERANDO SAM  LEVO' I DIAMANTI DAL TAVOLO E LI RACCOLSE  IN UN PAIO DI PUGNI CHE APRI' E SVUOTO' DENTRO LA VALIGETTA

SIAMO MALEDETTAMENTE RICCHI!

CI GUARDAMMO IMMAGINANDOCI GIA' LONTANI E SPERDUTI NELLE LUSSURIE DELL'ESISTENZA, E A SULLIVAN BASTO’ QUELL’ATTIMO DI SOGNI DISTRAENTI PER SCATTARE COME UNA MOLLA ROTTA E SALTARE ADDOSSO A SAM.

C'ERANO QUASI TRENT'ANNI DI DIFFERENZA MA  LOTTARONO SUL TAPPETO SENZA CHE SI NOTASSERO  E IO RIMASI LI' SPETTATRICE CON POSTO IN PIEDI IN PRIMA FILA FINCHE' IL GONG DI UNO SPARO MISE FINE ALL'INCONTRO.

SAM VENNE VERSO DI ME E MI ABBRACCIO’ FACENDOMI SMETTERE DI TREMARE   MENTRE SULLIVAN RIMASE A TERRA E DA LI' NON SI RIALZO' NEANCHE  DOPO IL CONTO DEI 10 SECONDI.

OTTO...NOVE.....DIECI: K.O. MORTALE CON BUCO IN PANCIA.

IL MIO PIANO NON PREVEDEVA   CI SCAPPASSE IL MORTO MA ESSENDO IL MORTO SULLIVAN NON CI MISI MOLTO A PERDONARMI QUELLA PREVISIONE SBAGLIATA.

IN FONDO AVEVA FATTO LA FINE CHE SI MERITAVA E NON C'ERA TEMPO NE' VOGLIA DI PIANGERLO, I SUOI CANI NON CI AVREBBERO MESSO MOLTO PRIMA DI FIUTARE CHE IL LORO PADRONE NON AVREBBE POTUTO PIU' SFAMARLI: BISOGNAVA ANDARSENE IN FRETTA PORTANDO VIA  ANCHE I NOSTRI ODORI.

SALIMMO SULLA CORVETTE NERA E CI DIRIGEMMO SU' PER LE COLLINE DOVE SAM AVEVA UN APPARTAMENTO CHE GUARDAVA TUTTA LA CITTA': LASSU'   IL VENTO AVREBBE CONFUSO I NASI DEI SEGUCI MANDANDOLI AD ANNUSARE DA TUTT'ALTRA PARTE.

SAM CON MODI DA EX-MARINE AVREBBE VOLUTO SCOPARMI SUBITO MA PRIMA SI DOVEVA BRINDARE A QUEL CIELO STELLATO CHE ORA CI ILLUMINAVA DAL RIPIANO DEL TAVOLINO DI VETRO MESSO AL CENTRO DELLA SALA DEL SUO APPARTAMENTO ARREDATO COL  GUSTO DI UN UOMO CHE VIVE DA SOLO.

PRESI DUE CALICI DI CRISTALLO ED UNA BOTTIGLIA DI CHAMPAGNE DOM PERIGNON BRUT ENOTEQUE MENTRE LUI PER PENSARE MOMENTANEAMENTE A QUALCOS'ALTRO CHE NON FOSSE SCOPARMI SI  ACCESE LA TELEVISIONE

BRAVO SAM, GUARDA SANDOKAN

LA BATTAGLIA FRA I TIGROTTI DI MOMPRACEM  E GLI INGLESI LO DISTRASSE E VERSANDO LO CHAMPAGNE POTEI INSAPORIRE IL SUO CALICE  CON UN PO' DI CIANURO SENZA CHE SE NE ACCORGESSE: GUARDARE TROPPA TELEVISONE E' UN VIZIO CHE A VOLTE PUO’ FARE PIU’ MALE  CHE FUMARSI 2 PACCHETTI DI SIGARETTE AL GIORNO.

BRINDIAMO ALLA NOSTRA NUOVA VITA!

E CON UN SOLO GESTO SI INTRECCIANO  BICCHIERI E DESTINI

MALEDETTA PUTTANA.....COSA HAI MESSO NEL BICCHIERE..?

IL CIANURO NON FA GIRI DI PAROLE, VA SUBITO AL DUNQUE

MALEDETTA PUTTANA, ME LO AVEVANO DETTO 2 UOMINI NEL GIRO DI QUALCHE ORA MA ANCHE STAVOLTA NON MI ERO OFFESA, ERA  LA  SEMPRE LA VERITA'.

E TANTO MENO MI ERO PREOCCUPATA  SE A DIRMELO ERA UN UOMO MORTO: NON POTRA' ANDARE A DIRLO IN GIRO, LA MIA REPUTAZIONE E' SALVA.

SE SOLO NE AVESSI MAI AVUTA UNA.

CROLLO' SUL TAPPETO E DA LI' SI OSTINAVA  A DARMI ANCORA DELLA POCO DI BUONO, MENTRE IO LO  GUARDAVO CREPARE SEDUTA SUL BORDO DELLA POLTRONA, CON LE GAMBE ACCAVALLATE E SCOSCIATE APPOSTA  PER DARGLI RAGIONE E PER FARLI VEDERE PER L'ULTIMA VOLTA QUALCOSA DI BELLO.

MI DISPIACE SAM E TIRAI UNA BOCCATA DI SIGARETTA

HO PASSATO UNA VITA A MANGIARE LE BRICIOLE CHE CASCAVANO DALLA TOVAGLIA:

ORA VOGLIO MANGIARE TUTTA LA TORTA

MA QUEL FOTTUTO EX-MARINE  INVECE DI ESSERE GIA' CREPATO RIALZO' LA FACCIA DAL TAPPETO E MI PUNTO' CONTRO UNA PISTOLA

IO LO GUARDAI E  GLI RISI IN FACCIA: SAM SEI GIA' MORTO E UN UOMO MORTO NON PUO' SPARARE.

E POI NON SPARERESTI ALLA TUA RACHEL

UN LAMPO GIALLO E SUBITO  UNA FITTA DI FUOCO  ALLO STOMACO

MI ERO SBAGLIATA

UN ALTRO LAMPO GIALLO E UN'ALTRA FITTA DI FUOCO  ALLO STOMACO

MI ERO DOPPIAMENTE SBAGLIATA

PORTO ENTRAMBE LE MANI SULLE FERITE  E MI PIEGO IN AVANTI CON LA TESTA IN GIU' PER POI RIALZARLA DI SCATTO E SCUOTO I CAPELLI  RENDENDOMI  CONTO TUTTO INSIEME CHE SAM MI HA APPENA SPARATO DUE VOLTE.

MI SCAPPA UN LAMENTO, E CON IL VISO CHE RISENTE GIA' DELLE PALLOTTOLE CHE MI SONO BECCATA SCIVOLO LENTAMENTE DALLA POLTRONA MA PRIMA DI RITROVARMI ANCH'IO SUL TAPPETO MI FERMO A RIPRENDERE FIATO E MI APPOGGIO CON IL SENO CONTRO IL MANICOTTO CHE ME LO SPINGE FUORI DAL VESTITO IN UN MODO CHE AVREBBE ECCITATO SAM ANCHE SE ORA NON PUO’ PIU’ ECCITARSI.

O FORSE SI'? FORSE E' ANCORA VIVO?

DEVO SAPERLO.

DEVO VEDERLO.

INCOMINCIO A TRASCINARMI SUL TAPPETO CON LA FORZA DISPERATA DI UNA TIGRE FERITA CHE VUOLE ANDARE A VEDERE SE IL CACCIATORE E' GIA' MORTO O SE STA MORENDO INSIEME A LEI.

SAM E' 2 METRI VICINO MA  SEMBRANO 2 CHILOMETRI: LA MORTE ACCORCIA IL TEMPO MA ALLUNGA LE DISTANZE.

SPINGO CON I PIEDI , CON LE GAMBE, CON I GOMITI,CON IL SENO, CON TUTTO IL CORPO, SPINGO CON TUTTO QUELLO CHE MI RIMANE E TUTTO QUELLO CHE MI RIMANE  MI SEMBRA ANCHE TROPPO AVENDO 2 PALLOTTOLE DENTRO DI ME.

CENTIMETRO DOPO CENTIMETRO, CHILOMETRO DOPO CHILOMETRO, FITTA DOPO FITTA, ARRIVO ACCANTO A SAM E FREGANDOMENE DELLE PALLOTTOLE CON LA FORZA DI UN SOLO BRACCIO LO RIGIRO DA SOTTO A SOPRA  E LO METTO A FACCIA IN SU' IN MODO DA POTERLO VEDERE.

SAM,BASTARDO.....E MI METTO SOPRA IL SUO VISO MA I SUOI OCCHI FISSATI VERSO L'ALTO VEDONO GIA' L'ALDILA':IL CIANURO E' PIU' SVELTO DI 2 PALLOTTOLE.

Many thanks to Ms. Dalila Di CapriAPPOGGIO LA TESTA SUL SUO PETTO CHE NON SI ALZA E ABBASSA PIU' E RESTANDO RANNICCHIATA PER ILLUDERMI CHE LE FERITE MI FACCIANO MENO MALE GUARDO IL MOBILETTO SPOSTATO QUALCHE METRO PIU' A DESTRA: SOPRA C'E' UN TELEFONO.

FORSE MI RESTA ANCORA UN PO' DI TEMPO PER STRISCIARE FINO A LI' E CHIAMARE UN'AMBULANZA, FORSE POSSO ANCORA CAVARMELA.

PUNTO I GOMITI IN TERRA E CON IL DOLORE DEI 2 BUCHI IN PANCIA CHE NON MI LASCIA IN PACE RICOMINCIO A TRASCINARMI SUL TAPPETO MA MI FERMO QUASI SUBITO

E SE MUOIO  MENTRE TENTO DI ARRIVARE AL TELEFONO?

UN DUBBIO MI ENTRA DENTRO FACENDOMI PIU’ MALE DELLE PALLOTTOLE

NON VOGLIO MORIRE DA SOLA SU UN PAVIMENTO

MI RIBUTTO SOPRA DI LUI E METTO VIOLENTA LA MIA BOCCA SOPRA LA SUA E INCOMINCIO A BACIARLO CON COSI' TANTA PASSIONE  DA NON FARLO RESPIRARE.

PECCATO PERO' CHE CI ABBIA GIA' PENSATO DA SE'.

LO BACIO E LO BACIO ANCORA E ANCORA MENTRE TUTTO ATTORNO SI FA SEMPRE PIU' BUIO E L'UNICO CHIARORE CHE ANCORA RIESCO A INTRAVEDERE E' QUELLO DELLO SCHERMO DEL TELEVISORE RIMASTO ACCESO.

INTANTO I DUE TIPI CHE BEVEVANO CAFFE' IN PARADISO SONO SPARITI DI NUOVO FRA LE NUVOLE PRONTI A RITORNARE  MA SOLO E SEMPRE A PAGAMENTO ED E' RITORNATO SANDOKAN.

NON CE L'HA FATTA A RAGGIUNGERE LA SPIAGGIA, SI E' FERMATO  QUALCHE CENTINAIO DI METRI PRIMA E APPOGGIANDO LA PERLA DI LABUAN CONTRO LA CORTECCIA DI UN ALBERO SE L'E' VISTA MORIRE COSI', DAVANTI A LUI.

Many thanks to Ms. Dalila Di CapriCHISSA' CHE FINALE HA PREVISTO PER ME IL REGISTA DELLA MIA STORIA

E CONTINUO A BACIARLO FREGANDOMENE DELLA RISPOSTA.

Commento di Salvatore Conte

Imitando Riccardo De Boni, Emiliano Caponi continua a logorare le certezze dell'immaginario borghese; forse perché, insieme all'uomo borghese in quanto tale, schiacciato dalle classi estreme, debbono necessariamente morire anche le sue fantasie e inibizioni.

Many thanks to Ms. Dalila Di CapriLa scelta di Rachel è il tratto distintivo di questo intrigante racconto: nella scelta del proprio destino, in quella diffidenza per un telefono troppe volte rimasto una chimera per le donne mortalmente ferite dai cliché borghesi, in questa scelta di succhiare le ultime energie rimaste nel corpo del suo assassino, di prendere tempo e di non fidarsi né di un Sandokan troppo rassegnato, né di un regista troppo sbrigativo, ma di rimettersi alle cure di un lettore paziente e post moderno, sta tutta la differenza della nuova eroina modellata da De Boni e ben imitata da Caponi.

NON DESIDERARE LA DONNA D'ALTRI

di Emiliano Caponi (2011)

E' mezzanotte, l'ora delle streghe.

Il moro vecchio ha battuto la sua mazza contro la campana e il moro giovane ha fatto  lo stesso con i soliti due minuti di ritardo, il presente che rintocca  dopo il passato, e' cosi' da sempre, come la marea che va  e viene o come i baci degli innamorati sui ponti, come la nebbia che arrivata dalla laguna si infila dappertutto, lungo i canali e fra calli e campielli confondendo uomini e cose, portandosi via la realta' e lasciando i sogni a chi sa ancora sognarli: antiche abitudini di Venezia,vecchie piu' delle sue maschere e delle sue gondole.

Una figura attraversa il ponte di Rialto, la si immagina dal rumore dei tacchi lasciato sui masegni finche' un buco nella nebbia  la scopre per un attimo rivelandola.

Un mantello di velluto purpureo e la moretta, la maschera nera, a rimpiattarle il viso.

A passi svelti discende dall'altro lato e l'invisibile rifa' subito sua  la figura ma prima lascia ad un lampione un altro indizio del suo passaggio, un altro colore, il rosso sangue che ha appiccicato alle mani.

E' mezzanotte, l'ora delle streghe. E delle assassine.

Giacomo Casanova quella mattina si era svegliato presto e aveva allungato la mano fra le coperte alla ricerca di lei ma lei si era gia' alzata,forse per andare a guardare Venezia  dal balcone della stanza accanto  o magari  per andare via senza nemmeno salutare: non si sarebbe  sorpreso, conosceva bene le sue maniere.

Lei era la signora Anna Frazer vedova Grimani, nata serva e diventata nobildonna veneziana attraverso i 3 ruoli che  donne come lei  interpretavano alla perfezione da secoli: prima puttana,poi moglie e infine appunto vedova del marchese Matteo Grimani, un appartenente dell'aristocratica e nobile famiglia veneziana proprietaria del teatro di San Samuele.

Una battuta di caccia e un colpo sparato verso la parte  sbagliata con il marchese che cade dal cavallo, morto  al posto della bestia: fatalita' o cospirazione, l'accaduto fu dibattuto annoiatamente nei saloni nobili per alcuni giorni senza pero' arrivare a nessuna certezza definitiva, con la nobildonna Anna Frazer ora vedova Grimani che se ne fece presto una ragione.

Nel testamento il marchese le aveva lasciato un  palazzo, due tenute e parte del teatro: le ragioni in fondo erano anche piu' di una.

Casanova scese dal letto a baldacchino e ancora assonnato si infilo' una vestaglia e attraverso' il corto corridoio che lo porto' nella stanza accanto , ma il piccolo salotto era pieno di tutto all'infuori che di lei e la finestra che si affacciava sul balcone era ancora chiusa: Anna Frazer se n'era andata.

Apri’ le persiane lasciando entrare l’alba e torno’  in camera  ma prima di vestirsi si verso' mezzo bicchiere di un liquore  che aveva riportato  dal suo ultimo viaggio in Boemia bevendolo ritto davanti al letto

A rivederci a questa sera

E sorrise guardando le coperte sfatte e attorcigliate dalla passione dei loro corpi.

Giacomo Casanova era un avventuriero veneziano,uno scrittore e poeta e anche filosofo, ma soprattutto era un seduttore.

Anna Frazer era invece  solo una  popolana diventata nobile ma altrettanto seduttrice, aiutata dal suo imponente fisico contadino  cosi' diverso da quelli esili e raffinati  delle altre nobildonne che frequentavano gli stessi salotti, e anche adesso che quel  fisico cresciuto nelle campagne romane   aveva 45 anni e almeno 10 chili in piu',riusciva a portarsi dietro molti degli sguardi e dei pensieri proibiti altrui.

Lei era per lui una delle tante amanti, e lui era per lei uno dei tanti passatempi: questa era la loro liaison.

Forse per Casanova lei era anche qualcosa di piu', la preferita fra le amanti, ma non glielo aveva mai detto, la conosceva e sapeva che alla Frazer non sarebbe bastato essere la preferita, lei voleva essere l'unica.

Sapeva che era meglio camminare piano stando attento a non fare scrocchiare i rami sotto i piedi: la bestia che se ne stava addormentata si sarebbe potuta svegliare.

E avrebbe ucciso.

Quella stessa mattina Casanova ricevette due inviti per la serata: il primo era da parte del conte Bragadin che lo invitava a partecipare al Gran  ballo  che si sarebbe svolto nella sala principale del suo palazzo, l'altro invece proveniva da un'organizzazione e lo voleva partecipe  ad un convegno dove si sarebbe discusso dei pericoli delle rivoluzioni che il '700 stava cospirando e delle pessimistiche previsioni sul futuro della Repubblica di Venezia.

Decise per  il ballo in maschera e sapere gia' anticipatamente dalla  stessa Anna che lei sarebbe stata fra le nobildonne presenti l'aiuto' senza dubbio nella scelta.

Una scalinata in marmo bianco arrivava lucida fino alle porte d'ingresso del salone  e gia' dagli archi sopra,  affrescati con raffigurazioni dai colori  tenui che andavano dal rosa antico, passando per l'azzurro zaffiro e il giallo ocra, si notava un'assoluta eleganza che Casanova ammiro' nella sua completezza appena gli si spalanco'  davanti l'ultima porta, quella che si apriva nel salone da ballo gia' affollato della Venezia che contava.

La sola grandezza del salone sarebbe bastata a distinguerlo  da tutti gli altri: alto quasi come due piani e lungo come almeno quattro corridoi messi in fila, e poi affreschi a soffitto da guardare con la testa indietro e il naso all'insu', colonne pitturate e pareti abbellite da arazzi di differenti forme e colori, vetrate alte e nobili  a guardare sul Canal Grande e  lampadari di cristallo a far luce su tutta quella bellezza con un pianoforte a coda sistemato in un angolo e ancora elegantemente silenzioso.

Il conte Bragadin l'aveva arredato a suo gusto e lo sfarzo per alcuni eccessivo di quel salone era stata una sua consapevole  scelta.

Procul este profani, aveva fatto incidere  su un'architrave all'ingresso.

Chi non aveva le capacita' di apprezzare il suo palazzo poteva restare fuori. Anzi doveva.

Quella scritta non avrebbe certo riguardato Casanova che gia' conversava amabilmente con il nobile di turno, altrettanto elegante rispetto all'ambiente che lo circondava con la sua giacca di velluto nero aperta davanti a lasciare vedere il gilet ricamato e i pantaloni corti al ginocchio confezionati con stoffe preziose in accordo col colore della giacca

"Messer Casanova" si senti' sfiorare su una spalla e voltandosi vide una donna con il volto nascosto dietro una moretta ma il corpo abbondante di lei rivelo' subito la sua identita' ben piu' chiaramente di quanto  la maschera fosse riuscita  a nascondere.

"Signora Grimani.."

"Quale piacere vedere anche lei al ballo" e si inchino' sfiorandole la mano con un finto bacio come da galateo

"Vedova Grimani, Messere"

" Perdoni la mia gaffe"

"Accetti il mio invito per un ballo insieme alle mie scuse"

"Scuse accettate" e si lascio' prendere la mano da Casanova che la porto' al centro del salone e delle danze.

Indossava pomposa un'andrienne grigia ricamata con fiori purpurei  che le cascava  dritta fino al pavimento aderendo al busto in modo da lasciare in vista la profonda scollatura e da qui il pesante seno traboccava  come un' abbondante schiuma uscita dai bordi di una vasca da bagno troppo piccola.

Dietro, una larga falda a pieghe scendeva fluttuante dalle spalle senza aderirle in vita, allargandosi mollemente in amplissimo strascico.

Una donna ha due abiti:uno lo porta e l'altro lo trascina.

E Anna Frazer mentre ballava oltre ai due abiti si portava e trascinava dietro di sé anche le solite occhiate proibite, ma c'era abituata. E le piacevano.

"Potevi almeno salutarmi prima di andartene"

"Sai come sono fatta"

"Lo so. E comunque  non perdi occasione di ricordarmelo" Continuarono a volteggiare sulle note di un valzer  e volteggio dopo volteggio Casanova incrocio' piu' volte lo sguardo di una donna seduta ad un tavolo sistemato vicino al pianoforte

" Sono stanca" il sudore le aveva inumidito il seno fino quasi a rischiare di staccarle il finto neo di raso appiccato sopra

"Accompagnami a sedere" e si diresse proprio verso quel tavolo: la casualita' aveva aiutato sfacciatamente Casanova

"Mi permetto di presentarle due miei carissimi amici"

Anna si occupo' dei convenevoli

"Il Barone  Giustinian e la sua  gentile consorte"

Allungarono a turno la mano

"Giacomo Casanova"

Bacio' la prima e strinse deciso la seconda e brindarono con sorrisi e liquori senza sapere che  fra i  calici intrecciati  stava brindando insieme a loro anche il destino che rideva gia' di quell'incontro.

Cosi' fra risate e pettegolezzi e cospirazioni che  in occasioni come quelle non mancavano mai,i  balli andarono avanti fino quasi all'alba e si conclusero solamente dopo i dovuti  complimenti al conte Bragadin, e fra tutti gli arrivederci quello a piu' breve scadenza se lo dettero con lo sguardo proprio Casanova e Francesca, la bella e giovane consorte del Barone Giustinian.

Un imprevisto viaggio d'affari del Barone anticipo' la data di quella scadenza e appena una settimana dopo nel letto di lei  oltre agli sguardi stavolta si scambiarono anche i corpi: la Baronessa Francesca Giustinian era entrata ufficialmente nel circolo delle amanti di Casanova.

E il destino brindo' al suo nuovo passo in avanti.

Le settimane successive trascorsero fra scambi di nomi,  di ruoli e sopratutto fra scambi di letti con Anna che inizio' a comportarsi in modo sempre piu' aggressivo fino  una notte  a cavalcarlo con rabbia quasi furiosa, facendogli sentire apposta il suo opulento peso sopra di lui e mettendogli piu' volte il grosso seno sulla faccia.

quasi a soffocarlo, senza l'intenzione di farlo godere ma piuttosto di ucciderlo.

"Cosa c'e' Anna?" Casanova se ne accorse, ma lei soffio' sul candelabro e girandosi dall'altra parte del letto  finse di dormire.

Ma stava piangendo.

Casanova non si azzardo' a dirle niente ma trovo' strano  che piangesse, e  per lui.

Se anche avesse saputo che  Francesca Giustinian era diventata sua amante che importanza poteva avere?

Anna sapeva qual era il gioco e quali erano le regole, magari avrebbe voluto cambiarle ma le aveva sempre accettate.

Era strano piangesse, non l'aveva mai fatto.

"Casanova! Giacomo Casanova!" una voce arrivo' forte dalla strada fino dentro le stanze.

Casanova si avvicino' alla finestra e guardo' fra stecche delle persiane gia' chiuse

"Casanova ho un messaggio per te!"

Apri' la finestra e guardo' di sotto ma non riusci' a vedere nessuno, l'inverno aveva gia' portato il buio e la nebbia pensava a nascondere il resto

"Chi e' la' sotto?"

"Ho un messaggio per te Casanova"

"Scendi a prendertelo"

"Dimmi,chi mi manda il messaggio?"

"Io non conosco nomi" la voce si stava allontanando

" Io sono il messaggero"

Casanova scese e vide una pergamena incastrata in un batacchio del portone, la prese e la lesse li', circondato dalle nebbie e forse dai fantasmi di Venezia.

Ti aspetto stasera alle ore 11.30 in Calle del Paradiso.

Con amore Francesca.

Dunque era lei! Tutta quella commedia per un appuntamento!

Quasi si adirò ma il pensiero della bellezza della baronessa lo calmò subito e non gli restò che risalire in casa e aprire gli armadi per scegliere con quale vestito presentarsi all'appuntamento.

Arrivò puntuale in Calle del Paradiso ma lei non c'era, l'aspetto' camminando avanti e indietro tirando spesso fuori dal taschino l'orologio ma la Baronessa non si fece vedere.

Casanova infreddolito e ora sì adirato, stava per incamminarsi verso casa quando all'improvviso sentì dei rumori di tacchi

"Francesca!"

Nella nebbia riuscì ad intravedere due figure, sembravano  attaccate e gli stavano andando incontro come  camminassero una dietro all'altra

"Francesca sei tu?" ripete' verso le due figure che ormai erano a pochi metri da lui.

Fu in quel momento che si staccarono di colpo, e mentre la figura che stava dietro si buttò dentro una porta che si affacciava sulla Calle, la figura che era davanti sbucò dalla nebbia e gli ando' con impeto addosso.

Si ritrovo' viso contro viso con quella figura e ora neanche la nebbia poteva più mascherarla

" Francesca!"  ebbe un sussulto di orrore

Era la Baronessa! E aveva un pugnale nel petto, piantato dentro fino all'altezza del  manico d'avorio.

La figura che era scomparsa dietro una porta laterale gliel'aveva spinta addosso. Morta!

"Francesca...Dio mio...." la sdraiò in terra inginocchiandosi accanto

"Chi ti ha fatto questo...? Chi mai ha potuto...?" e l'accarezzo' passandole una mano fra i capelli ma lei non poté rispondergli, i suoi occhi guardavano fissi la morte con l'espressione di terrore di chi aveva guardato il proprio assassino prima di essere pugnalata.

"Ah! Se solo sapessi leggere negli occhi dei morti!"

"Adesso amore mio leggerei il nome del tuo assassino"

e pianse stringendola a se.

Da qualche campanile vicino rintocco' mezzanotte e Casanova ebbe la sensazione ma solo accennata del dolore che si dissolse subito in un universo di immobile,silenzioso,cieco buio assoluto: una mano di pietra  l'aveva appena colpito alle spalle.

Rimase svenuto per qualche minuto o forse piu', ma ormai il tempo come la vita e la morte per lui non avevano piu'nessuna importanza

"Alzati assassino!" ancora sdraiato si prese una pedata nello stomaco prima che quattro mani lo alzassero di peso e senza nessun riguardo.

Non riusciva a capire cosa gli stesse succendo perche' era ancora intontito e perche' tutto stava succedendo troppo in fretta.

"Cammina bastardo!" gli misero le mani dietro la schiena facendolo camminare a spintoni: erano due guardie e lo avrebbero portato ai Piombi.

Calle del Paradiso, l'assassino non avrebbe potuto scegliere nome migliore per spedire una nobildonna all'inferno.

Il mattino dopo  Casanova capi' drammaticamente tutto

"Giacomo Casanova l'accusiamo di aver assassinato

la nobildonna Francesca Gheri , Baronessa Giustinian"

Adesso era tutto drammaticamente chiaro: prima qualcuno gli aveva fatto recapitare  un messaggio dove Francesca Giustinian gli dava appuntamento in Calle del Paradiso, poi gli aveva spinto la Baronessa addosso gia' morta e infine dopo averlo stordito aveva levato il pugnale dal petto di lei e glielo aveva stretto  in mano.

E prima di scomparire nella nebbia aveva inviato un altro messaggero con un altro biglietto,stavolta diretto alle guardie

"Andate in Calle del Paradiso e troverete l'assassinata e il suo assassino"

"Qualcuno mi ha incastrato" picchio' un pugno contro le mura umide dei Piombi

Penso' alla vendetta di un marito tradito ma le possibilita',anche solo mentalmente, di arrivare al colpevole erano ridotte considerato il vasto numero dei cornuti candidati.

D'altra parte era Casanova, il grande seduttore, e questo era il prezzo da pagare.

Anna Frazer riusci’ ad ottenere il lasciapassare per entrare ai Piombi solamente  dopo due settimane

“Casanova Giacomo c’e’ una visita per te” gli annuncio’ il carceriere  dalle grate della celletta

“Ed e’ anche una bella donna” apri’ la porta e lo condusse nel corridoio ammuffito che dopo un gomito a destra  lo porto' alla stanza dove l'avrebbe incontrata.

"Ciao Anna" si sedette sullo sgabello di legno mentre lei  gia' seduta in tutta la sua imponenza lascio' che passandole accanto la guardia  le guardasse il grosso seno abbellito e contornato dai pizzi del vestito a larghe falde.

"Ciao Giacomo"

"Qualcuno mi ha incastrato Anna..."

"Lo so Giacomo"

"Ti supplico Anna...aiutami a scoprire chi e' stato a tendermi questa maledetta trappola"

"Sono qui per questo"

"Sapevo che potevo contare su di te" le avrebbe preso le mani fra le sue e l'avrebbe tirata a se baciandola, ma la guardia rimasta ritta a cavallo della porta vigilava su tutto.

"Sono qui per dirti chi e' stato" lo guardo' dritta negli occhi

"Anna!Sai dunque chi e' stato...?? si eccito' quasi sottovoce stringendo i pugni

"Conosci il significato dei nei Giacomo...?

"Ma...cosa stai dicendo Anna....?" l' espressione divento' incerta

"Di solito ne  portavo uno di raso appiccicato al petto,ricordi vero?"

"Ma adesso come vedi gli ho cambiato posizione" e si abbasso' lo sguardo sul seno

" Adesso lo porto appiccicato all'angola della bocca"  giro' il viso di poco a destra a confermarlo

"Ma cosa stai dicendo Anna..?" ripete' sul punto di adirarsi

" Sai Giacomo chi si appiccica i nei agli angoli della bocca?"

Casanova scosse  la testa

"Lo sai o no?"

"Non lo so per Dio! Non lo so!"

"L'assassino"

La stanza cadde nel silenzio piu' assoluto.

"Ma....cosa vuoi dire..." riusci' a balbettare Casanova

"Voglio dire che chi ti ha incastrato e' qui davanti a te"

Il viso gli si scolori' in un pallore quasi mortale, simile a quello che lui stesso aveva visto sul viso di Francesca Giustinian quando se l'era trovata fra le braccia pugnalata

"Tu....."

"Io sono l'assassina" lo fisso' gelida e senza nessuna emozione

" Non potevo lasciarti avere anche Francesca"

"Lei no"

Casanova senti' salire un'incontrollabile desiderio di ucciderla ma non potendo farlo tento' di riscuotersi

"Maledetta assassina...."

"Sapevi che non eri l'unica puttana che mi portavo fra le lenzuola...."

"....cosa ti importava se mi portavo a letto una Baronessa in piu'...?"

"Io l'amavo Giacomo" lo sguardo di Anna si stacco' dagli occhi di Casanova e si fisso' contro il muro, perso all'improvviso in un ricordo

"..l'amavi...?"

"..per l'amor del cielo....cosa vuol dire Anna...?" quasi la supplico'

" Ci amavamo...."

" E presto saremmo partite insieme per Parigi"

"Verso la nostra nuova vita" i suoi  occhi parevano vedere tutto quello che stava dicendo

Casanova si prese il viso fra le mani, riusci' a fare solo quello.

"Ma poi te hai rovinato tutto"

"Ho dovuto farlo Giacomo. Ho dovuto,non avevo piu' scelta"

E la disperazione e la solitudine si impossessarono nello stesso momento di entrambi.

"Il tempo e' scaduto signora" la guardia le ando' incontro staccandosi dalla porta

"Devo andare"

"Maledetta puttana!" ebbe un sussulto, uno scatto di nervi

"Buono! Non si tratta cosi' una signora" la guardia lo strattono' con forza mettendogli le mani dietro la schiena.

"Ti uccidero' appena usciro' da qui"

"Anche fosse fra cent'anni" lo disse sottovoce per non prendersi un'altra botta ma lei senti' lo stesso e rise pensando a quanto Casanova si sbagliasse sia nei tempi sia nei modi rispetto a quello che le aveva appena sibilato.

Le basto' un cenno e un'altra guardia l'accompagno' fuori da quella stanza, da quei corridoi,da quelle mura,fuori dai Piombi. Come sempre non si era accontentata, aveva voluto stravincere.

Dapprima amante e poi rivale in amore, dopodiche' vittima e carnefice, infine carceriera e ora passepartout per la sua fuga:

Casanova era gia' libero ma Anna Frazer aveva  appena trionfato su di lui.

Pur non rincontrandosi piu' da oggi lei era divenuta il  suo destino creditore.

E questo Casanova avrebbe dovuto ricordarlo e temerlo  fino alla fine dei suoi giorni.

Anna Frazer usci' e davanti si trovo' una giornata di sole che la costrinse a stringere gli occhi e si incammino' per Piazza San Marco consapevole del suo potere, inebriata da una sensazione di appagante onnipotenza.

Arrivo' sul bordo dei canali dai riflessi argentati e fece un cenno ad un gondoliere che l'aiuto' a salire sulla gondola mentre lei lo prego' di partire subito e di  fare il piu' in fretta possibile,prima raggiungeva l'altra sponda e piu' lo avrebbe pagato.

Si mise a remare con forza e Anna dette un ultimo sguardo verso  il suo passato per poi rigirarsi subito dall'altra parte dove l'attendeva gia' il suo presente vestito di sfarzosa eleganza.

Nel frattempo a Venezia la Torre dell'Orologio batteva la sua ora con Il moro vecchio che le aveva portato via Casanova e soprattutto Francesca, seguito dal moro giovane che battendo le 10 le riporto' Anna Frazer.

E lei stessa, ora, era tutto quello che le restava veramente.

LA LOCANDA DEL DIAVOLO

di Riccardo De Boni ed Emiliano Caponi (2011)

Tyburn, Inghilterra, 1° luglio 1681.

«A morte! A morte!».

Un'unica voce, urlata dalla folla senza prendere fiato, faceva da sottofondo  all'orrore che stava per manifestarsi in una delle sue interpretazioni più sanguinarie.

«Impiccate il traditore!».

«Alla forca! Alla forca!», e gli uomini più vicini gli sputarono contro, ebbri oramai del loro desiderio di morte.

«Stringi bene il cappio!», si preoccupò, sveltendo le operazioni, l'uomo dalla faccia umiliata dalla cicatrice.

Il boia passò una mano lungo la corda e la tirò ancora, controllando che il nodo che incravattava il disgraziato fosse intrecciato e chiuso a dovere.

«Tutto a posto, signore».

L'orrore era pronto e adesso si sarebbe manifestato.

«Oliver Plunkett, Arcivescovo di Armagh e Primate d'Irlanda, per alto tradimento ti sto condannando a morte».

Una voce si levò forte, facendosi udire sopra tutte le altre: l'uomo dalla cicatrice si era appena proclamato Dio, decidendo per Lui.

La corda stretta intorno al collo non gli impediva ancora di rispondere, ma tacque volutamente, continuando  a muovere le labbra con gli occhi rivolti verso il cielo.

«Procedi, boia!», e la forca - formata da un triangolo orizzontale di legno sostenuto da tre gambe - si ritrovò a reggere l'ennesimo disgraziato corpo, che senza più appoggio terreno rimase sospeso nell'etere, fluttuando avanti e indietro come un pendolo di un orologio che stava per battere la sua ultima ora.

Tic-Toc. Il tempo è breve quando è la morte a pretenderlo.

L'Arcivescovo si fece subito di stoffa, con le gambe e le braccia ciondolanti senza più sangue vivo a muoverle e gli occhi rimasti aperti a fissare non più il cielo, ma la terra umida che si sarebbe per lui aperta in un infimo senza fondo.

«Toglietegli le viscere!».

«Che il traditore sia squartato!».

L'orrore sa essere un pozzo senza fine, del sasso che cade dentro a volte non si ode neanche il rumore dell'impatto.

E fu eviscerato e fu squartato e chi non partecipò, guardò, godendo dello spettacolo.

Lui era confuso tra la gente, come da millenni, uomo avvolto in un mantello nero in mezzo ad altri uomini avvolti in altrettanti mantelli neri.

L'Unico tra i tanti.

A poco a poco il gruppo di persone si dissolse e Lui si diresse verso il villaggio per trovare una locanda dove brindare a sé stesso.

La riconobbe in un locale fatto di legno ammarcito dal tempo, entrò e sedendosi a un tavolo d'angolo incominciò a guardarsi intorno: come l'orrore, anche lui non aveva ancora udito il rumore del sasso che cade sul fondo.

Dette rapide occhiate, ma subito capì che quelle facce sedute ai tavoli o rimaste in piedi davanti al bancone erano più marce del legno della locanda.

Nessuno era adatto a Lui.

«Cosa posso servirle, signore?», si avvicinò la locandiera.

Alzò lo sguardo su di lei e la fermò lì, in piedi davanti a Lui, per guardarla bene.

Lei rimase ferma per il tempo che Lui capisse.

«Come ti chiami, bella locandiera?», aveva già capito.

«Anna, signore», riparlò per suo volere.

«Portami un whisky, Anna Frazer», aveva già deciso.

«Ma... come fa a sapere...».

«È inciso con il coltello su tutto il tavolo», la bloccò subito.

«E anche sul legno delle pareti, devi avere un sacco di ammiratori qui».

Arrossì fino al prosperoso seno.

«Ma te li meriti tutti.

Adesso portami il mio whisky».

«Subito, signore», e tornò confusa verso il bancone.

Lei ancora non poteva saperlo, ma Lui l'aveva appena scelta.

Tyburn, Inghilterra, 21 marzo 1699.

Le aveva fatto tante promesse, le aveva promesso onori e ricchezze e un futuro da Regina. E l'aveva  impressionata con prodigi strabilianti.

Ma ora che gli anni si erano fatti 60, davvero tanti, Lui aveva cominciato a stufarsi e lei si era accorta che faceva ancora la locandiera.

Quella sera, alle 11, appena chiusa la locanda, decise di affrontarlo.

Gli rinfacciò che per Lui aveva rifiutato la corte di uomini colti e raffinati, innamorati davvero di lei, ma non altrettanto bravi a illuderla con belle parole e fumose promesse.

«Sei il padre della Menzogna!», sbottò al culmine.

Lui capì di aver perso la sua influenza su di lei, ma non se ne rammaricò più di tanto: ormai si era fatta vecchia.

La lasciò sfogare e la lusingò con altre promesse.

La cosa finì così.

La sera successiva, la locanda era piena come sempre.

Anna Frazer, sebbene avesse varcato la soglia dei 60, rimaneva la principale attrazione di tutto il villaggio e dell’intera Contea; anzi, il fatto che nessun altra riuscisse a sostituirla, nonostante fosse ormai da tempo che la sua bellezza stesse lentamente sfiorendo, le assegnava un’aura di eternità, che non passava inosservata neanche tra i più umili avventori della locanda.

Le liti fra ubriachi e giocatori d’azzardo, nonché fra giocatori d’azzardo ubriachi, non erano affatto rare all’interno della taverna di Tyburn gestita da Anna Frazer, la locandiera più procace del Middlesex.

Fu così che all’inizio lei stessa non se ne preoccupò. Ma quando l’atmosfera cominciò a scaldarsi troppo, decise di intervenire con la sua imperiosa figura, che di solito acquietava gli animi in brevissimo tempo.

«Basta così, ragazzi...!», intimò la Frazer, sicura del fatto suo.

Ma gli animi erano accesi.

«Io t’ammazzo, baro!», esclamò uno dei riottosi, minacciando l’altro con un coltello.

E alle parole fece presto seguire i fatti, lanciandosi in avanti, a testa bassa, contro l’avventore accusato di barare. Questi si scansò appena in tempo, il coltello proseguì la corsa… e si impiantò nel ventre molle di Anna Frazer…!

Un urlo di donna risuonò nella locanda.

Lui lo udì da fuori.

Un asso di picche svolazzò nell’aria viziosa.

L’ubriaco era incredulo quanto la locandiera.

Entrambi si fissavano, sconcertati e attoniti.

L'avventore estrasse il coltello dalle interiora di lei senza quasi accorgersene, lo lasciò cadere a terra, inorridito, e si diresse verso l’uscita, folle di paura per quanto aveva appena commesso.

Nessuno fece in tempo a sbarrargli la strada; l'altro, invece, quello che si era sottratto al colpo, fu immobilizzato.

«Non è niente, non è niente…», tranquillizzò tutti la Frazer, che cercava soprattutto di tranquillizzare sé stessa.

I più vicini la sorressero e accompagnarono al tavolo più vicino, mentre altri andarono a chiamare il dottore. Altri ancora cercarono con lo sguardo l’ombroso compagno della Frazer, ma quella sera Lui non si vedeva da nessuna parte.

La locandiera perdeva molto sangue e fu distesa sul tavolo, con un cuscino sotto la testa.

Con gli occhi persi e sotto shock, Anna Frazer era intenta a guardare il soffitto della propria locanda.

La maggior parte degli avventori aveva compreso la gravità della situazione e si portava le mani alla testa in segno di sconforto.

E quelli che rientravano non portavano buone notizie: il dottore non si trovava da nessuna parte.

«Che facciamo, allora?!», disse uno dei tanti.

La porta della locanda si aprì di nuovo.

Apparve uno straniero.

«Ho sentito dire che c’è bisogno di un dottore.

È qui il malato?».

«Se per voi un coltello nella pancia è una malattia, la malata è qui, straniero».

Ma non tutti si fidavano.

«Chi ci dice che siete un dottore? Da dove venite?».

I rinnovati lamenti della Frazer catalizzarono l’attenzione generale.

«Avanti, non abbiamo altra scelta: vuoi far morire la locandiera più succosa d’Inghilterra? Meriteresti la forca!», sussurrò minaccioso un tale all’avventore scettico.

Questi si fece da parte e lo straniero poté visitare la donna.

Anna Frazer aveva perduto moltissimo sangue ed era pallida come un lenzuolo di lino candido.

«Whisky e bende, presto!», esclamò lo straniero.

Il whisky non fu difficile da trovare, le bende furono messe insieme.

Non si riusciva a capire come la Frazer fosse ancora viva, dopo aver perduto tutto quel sangue.

Lo straniero aveva sostituito non si sapeva più quante bende, ma la ferita continuava a buttare sangue e Anna Frazer si limitava a balbettare qualcosa di sconnesso, con gli occhi lucidi e oppressi da un’ombra nera.

Nonostante lo straniero continuasse a mantenere premute le mani sul ventre della Frazer, come se fosse ancora possibile aiutarla, nella locanda dilagava la più aperta rassegnazione.

Tyburn avrebbe perso l’unica occasione di felicità e sarebbe passata alla storia soltanto per il suo albero maledetto.

«Tutta colpa tua, maledetto!», il presunto baro che si era sottratto al colpo fatale era oggetto del fuorioso risentimento di coloro che rimpiangevano la Frazer.

Venne picchiato a sangue. Gli fu agitato contro il coltello che era riuscito a evitare, ancora sporco del sangue della locandiera.

«Portatelo qui», chiese lo straniero, che non toglieva le mani dal ventre della donna.

«Voglio saperlo da te: hai barato?».

«Lo sanno tutti che è un baro...! Ammazziamolo!», propose uno dei presenti.

«È vero, qualche volta mi capita di barare, ma questa sera non ho barato! Lo giuro!

Io voglio bene ad Anna: quando mi beccano, io restituisco tutto. Lo sapete! Anche Anna lo sa!».

Lo straniero raccolse le occhiate dei presenti, anche se non ne aveva bisogno.

«Lasciatelo andare, non è lui il baro».

Ma scelse di rimanere.

A differenza di altri, che vinti dall’angoscia, affranti dagli occhi spenti di Anna, cominciarono a defluire dalla locanda.

Fra le strade buie del villaggio serpeggiò ben presto un’opprimente tristezza, alimentata dalle voci funeste di chi aveva assistito impotente al dissanguamento di Anna Frazer.

Le voci giunsero anche all’orecchio di colui che - ubriaco - l’aveva colpita con il suo coltello.

«È così grave? È così grave…?

È morta…?», ripeteva ai passanti.

Sconquassato da un duplice rimpianto, uno per la morte della locandiera e l’altro per esserne stato la causa, l’involontario assassino di Anna Frazer vagava sconcertato per il villaggio, fin quando giunse davanti alla forca che era stata montata “in onore” di William Chaloner, un volgare falsario a cui era stato fatale l’aver ingannato perfino la forza di gravità.

E allora l’assassino fu preso da subitaneo, incontrollabile impulso: vi salì sopra e strinsé da sé il nodo fatale. Infine azionò la leva della botola e si gettò nel buco con la corda al collo.

Le cronache non lo ricordano, perché si disse che fu un caso di suicidio.

In mezzo a questi fatti, intanto, nell’attonita locanda era finalmente cessata l’emorragia che aveva svenato la Frazer.

La donna conservava ancora un flebile respiro, nonostante che il tavolaccio sulla quale era distesa fosse pregno del suo sangue come il ceppo di un boia.

Superato il momento fatale, lo straniero affidò al dottore del villaggio la bella locandiera, non dimenticando altresì di far portar via il tavolo, reclamandolo per sé, quale giusto diritto per aver offerto le prime cure alla donna.

Ristabilitasi, quasi ringiovanita, Anna Frazer lasciò per sempre la locanda e si trasferì a Firenze, dove ne aprì un'altra, per la gioia di tutto il Granducato.

Si disse che anche il tavolo arrivò in Italia, forse a Venezia, e che fu usato per prodigiosi esperimenti: se colui che vi sedeva intorno era un essere indegno, questi sprofondava direttamente all’inferno; così si diceva.

Di questi fatti non rimangono che tracce sottili e formose, che la nostra penna si è incaricata di raccogliere per voi, viziosi avventori di ogni epoca e luogo.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui [omissis].

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

di Riccardo De Boni (2011)

Da tempo la “Morte Rossa” devastava il paese. Mai epidemia era stata più fatale, o più spaventosa. Il sangue era la sua manifestazione e il suo suggello, il rosso e l'orrore del sangue. Essa appariva con dolori acuti, uno stordimento improvviso, poi un sanguinare diffuso dai pori, infine sopravveniva la dissoluzione. Le macchie scarlatte sul corpo e soprattutto sul volto delle vittime rappresentavano il marchio della pestilenza, che precludeva ai colpiti ogni aiuto e ogni comprensione da parte dei propri simili. 

Ma il Duca Vincenzo non se ne preoccupava. Egli era protetto dal suo solido castello, arroccato su impervi sprofondi.

Avrebbe aspettato che la Morte Rossa fosse emigrata altrove. Nel castello aveva a disposizione scorte alimentari per diversi anni a venire; e in fondo quello era un assedio come un altro.

Il suo castello era inespugnabile e lo avrebbe protetto.

Soltanto la noia lo minacciava.

I lunghi mesi di isolamento lo stavano logorando.

E non lo appagava più nemmeno la compagnia della cospicua Baronessa inglese di cui si era perdutamente invaghito e che aveva iniziato ai riti. Benché Lady Anna Frazer si apprestasse a raggiungere il grado più alto della sua iniziazione, il Duca rimpiangeva gli sconci della sua Corte.

E fu così che si risolse a indire un grandioso ballo in maschera, invitandovi tutti i nobili del suo Ducato. Tutti quelli scampati alla Morte Rossa.

D’altra parte, i sintomi del morbo erano fulminanti. L’attacco, il progredire e la conclusione del male si risolvevano nello spazio di mezz’ora. E pertanto la probabilità di invitare al castello un portatore sano era ridotta al minimo.

Per maggior sicurezza, il Duca fece spogliare e visitare tutti gli invitati, prima di ammetterli entro le mura.

Dai bastioni della sua roccaforte non lesinava sguardi alle nudità talora imbarazzanti dei suoi cortigiani.

Anche l’opulenta Anna Frazer indugiava lasciva accanto al suo Maestro.

La festa sarebbe cominciata presto.

L’evento forniva alla Baronessa l’occasione di celebrare il culmine della propria iniziazione.

Fu per questo che anticipò il rito finale.

Lady Anna Frazer si ritirò nella stanza nera e rossa; nera come la morte, rossa come il sangue. Era quella che occupava l’estremità occidentale di un’ala del castello suddivisa in sette grandi stanze, ciascuna separata dall’altra da una svolta a gomito senza porte.

La luce delle torce filtrava dalle finestre che davano sui corridoi laterali. L’unica stanza priva di finestre era quella nera e rossa, nella quale la luce era fornita da minerali fosforescenti di origine sconosciuta. L’unico accesso alle sette stanze era posto in quella più a oriente e comunicava con un vasto androne circolare, in cui figurava - all’estremità diametralmente opposta - un gigantesco orologio a pendolo. Ciascuna stanza era dominata da un diverso colore, ma soltanto una era nera e soltanto una era rossa: l’ultima delle sette.

Era in questa stanza che si era ritirata Anna Frazer, distesa su basamento di granito ricoperto di velluto nero.

Il rito finale stava per compiersi.

La fronte della Baronessa era imperlata di sudore freddo.

Le forme cospicue si dibattevano in penosa attesa.

Il Sacerdote azteco alzò il pugnale di ossidiana e guardò negli occhi la donna.

La Frazer urlò ancor prima di essere colpita.

Il pugnale cadde. Il Sacerdote vibrò il colpo nel petto della Baronessa. Il coltello rimase affondato dentro di lei. Gli occhi erano attoniti.

L’orologio risuonò sinistro nell’androne, tuonando cupo dieci volte.

Il Sacerdote estrasse il pugnale di ossidiana dal petto di Anna Frazer. Il sangue sgorgò dalla ferita. Gli occhi si fecero vitrei in breve tempo.

«Mia cara…!», esclamò il Duca, accogliendo fra le braccia l’amata Baronessa.

Alle spalle di lui, il monotono corso della pendola misurava il fluire del tempo minuto, secondo la percezione degli uomini.

La Frazer tremava ancora.

«Ho visto la Morte. Ho vissuto I terrori. Sono morta per sempre in questi».

«Non li hai vissuti tutti», la corresse il Duca.

«Io sono sopravvissuta al mio stesso sacrificio», confermò, fiera di sé, la Baronessa.

«C’è di più, mia cara».

«Insieme, sulla Terra, noi saremo come marito e moglie.

E quando Lui ci chiamerà, lo saremo anche di più all’Inferno».

La baciò, ammirandone l’ampia scollatura nell’aristocratica veste.

«Io ho assaporato le bellezze del terrore… capisci?», continuò, ancora eccitata, la Frazer.

«Ascolta… mia cara.

Lo scorrere del tempo…

Il battito del cuore…

Il passo dell’assassino…», la voce del Duca diventava sempre più grave.

Lo sguardo di Anna Frazer tradì un crescente allarme.

SOCK

Vincenzo spinse il pugnale fino al manico.

Il rito era compiuto.

Perché solo il Maestro conosce l’ultima parte.

L’incredulità dipinse sé stessa sul volto della Frazer.

Non provava dolore, ma semplice pura incredulità.

Si chiese per un attimo se fosse ancora sotto l’effetto della droga, ma tutto era terribilmente reale, la lama del pugnale affondata nel suo stomaco, il sangue che macchiava la veste, il ghigno beffardo dell’ospite fattosi nemico, il pendolo che non perdeva un colpo…

Soprattutto il pendolo: il tempo non esisteva nei viaggi della mente, mentre al contrario in quella sala incombeva su tutto con i suoi monotoni prolassi.

Nella testa di Anna Frazer si fece strada il terrore di chi ha finito gli incubi e incorre nella squallida realtà delle cose: era stata colpita… ed era stata colpita a morte!

Ingobbendosi in avanti, strinse il pugnale con entrambe le mani, sforzandosi di rimanere in piedi.

Seppe subito cosa fare.

Troppo orgogliosa per morire ai piedi di Vincenzo, l’ospite fattosi nemico.

Si voltò lentamente, attenta a non perdere il precario equilibrio.

E mosse passi incerti verso l’ingresso delle sette stanze.

«Sì…! Scappa…! Fuggi…! Vai pure incontro al tuo sposo…! Ah ah ah…!», la schernì il Duca.

Intanto affluivano i nobili baldorianti, ebbri del banchetto, tutti in maschera, richiamati dai dieci rintocchi dell’orologio.

«Vi prego, amici miei…», li ammansì il Duca.

«Non rattristatevi per Anna.

Noi dovremmo piuttosto rallegrarci per lei.

Perché Anna sta correndo incontro al suo Maestro…».

La Baronessa scomparve dietro la porta che immetteva nelle sette stanze.

«Ora, dunque… Che la festa abbia inizio!».

«Signore, che cosa festeggiamo?», domandò uno degli invitati.

«Il ritorno al celibato del vostro Duca… ah ah ah…!», la feroce risata di Vincenzo attraversò la grande sala circolare.

I musici aprirono le danze.

Tutto era permesso, fuorché il rosso.

L’unico senza maschera era il Duca.

Mentre la baldoria impazzava, la Baronessa Frazer si trascinava passo dopo passo, con un pugnale immerso fino al manico nello stomaco, attraverso le sette stanze, procedendo dalla prima all’ultima, da oriente a occidente.

Temette di non farcela, ma giunse infine nella stanza nera e rossa e - ormai dissolta - si lasciò cadere ai piedi del basamento di granito ricoperto di velluto.

Per aspettare il culmine dell’agonia, o per pregare, oppure per imprecare, forse per tutto questo insieme. Ma con un pugnale piantato nello stomaco, che non le lasciava scampo e che la Baronessa si guardava bene dall’estrarre fuori da sé.

L’orologio interruppe i musici con undici monotoni rintocchi.

Una breve pausa che non indusse i baldorianti ad alcuna riflessione che si protraesse oltre gli undici secondi.

Tutto proseguì come prima.

Tutto, fuorché una cosa.

Per la prima volta fu notato un invitato che aveva scelto un costume di colore rosso. Era molto alto e benché destasse immediata curiosità, sotto il suo cappuccio non si riusciva a distinguere alcun volto.

«Chi osa?», proruppe minaccioso il Duca.

Non ci fu alcuna risposta.

Nella grande sala circolare, improvvisamente avvolta dal silenzio, il solo monotono battito del pendolo assicurava il protrarsi della realtà.

«Mostra il tuo volto, cane!», ringhiò Vincenzo.

Ma non ci fu alcuna risposta.

L’ospite irriverente attraversò indisturbato la sala e scomparve dietro la porta che immetteva nell’ala del castello suddivisa in sette stanze di diverso colore.

La rabbia del Duca raggiunse il culmine: «Che cosa state aspettando!? Fatelo a pezzi! Chiunque egli sia!».

I cortigiani afferrarono le armi alle pareti e inseguirono la preda, forti del loro numero.

Ma i primi caddero nella prima stanza.

E i secondi nella seconda.

Fino alle soglie dell’ultima.

I nobili del Ducato, benché istruiti alle armi e resi audaci dal numero, non riuscivano a prevalere.

Si lanciavano alla carica a testa bassa, ma giunti al cospetto dell’ospite vestito di rosso, un improvviso e mortale terrore dissolveva la loro forza, rendendoli nudi come vermi.

L’ospite in rosso calava allora la spada sulle loro teste e la Morte Rossa si impadroniva fulminea dei cortigiani di Vincenzo, come fosse la spada stessa a comunicare il fatale contagio.

Tuttavia, chi ancora non aveva approcciato il crudele ospite, non comprendeva il motivo di tanta indecisione e confidava di prevalere, ottenendone il favore del Duca.

Ma giunti alle soglie dell’ultima stanza, anche coloro che ancora non avevano attaccato l’ospite cedettero al panico. Cominciarono quindi a ritirarsi, sebbene la strada verso oriente fosse loro sbarrata dal Duca stesso, che li esortava minaccioso a rinnovare la carica.

Gli ultimi infelici baldorianti caddero chi sotto la spada dell’ospite mascherato di rosso, chi sotto quella dell’ospite senza maschera.

Quando la strage fu compiuta, il Duca gettò la spada insanguinata ai piedi dell’incappucciato.

«Soltanto ora mi riconosci, Vincenzo?».

Prima che potesse giungere una risposta, si udì un rantolo provenire dalla stanza attigua, quella nera e rossa, in cui nessuno tra i baldorianti era entrato.

«Chi è?».

«Maestro, non conosci forse ogni destino di noi miseri mortali?».

«Voglio saperlo da te.

Chi è?».

«È vostra moglie».

«E allora tu chi sei?».

«Io sono il vostro umile servitore, Maestro».

L’ospite in rosso allungò il braccio verso una balestra appesa alla parete, la armò e la puntò contro il Duca.

Attese che il terrore lo dissolse ancor prima della freccia.

«Io decido quando arrivare, uomo».

E il dardo gli trapassò la gola, comunicandogli la Morte Rossa.

L’ospite tornò verso la sala del pendolo. Era deserta.

L’orologio aveva rallentato la sua corsa.

Continuava a muoversi per forza d’inerzia, ma sembrava destinato a fermarsi.

Il suo meccanismo si era guastato, oppure la spinta originaria stava esaurendo i suoi effetti.

Si era quasi fermato.

Forse era già fermo.

Un piccolo movimento è invisibile a chi è piccolo.

Ma niente può essere più piccolo del battito di un cuore.

Perché tanto più grande è la distanza, tanto più piccolo è il movimento.

L’ospite sfiorò la pendola e se andò, senza farsi notare, nella stessa maniera in cui era arrivato.

Soltanto ore dopo fu visibile a tutti che la pendola non era in realtà ferma.

E ci vollero giorni, forse settimane, perfino mesi, prima che la pendola riprendesse a scorrere da una parte all’altra della sala e tornasse a marcare il tempo dall’alba al tramonto.

Alla fine, però, la Duchessa Anna Frazer ereditò il dominio e il castello; e nessuno, nessuno in tutto il Regno, osò discutere i termini della successione.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui [omissis].

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

NON C'E' SCAMPO NELLA GIUNGLA

di Riccardo De Boni (2011)

Durante il viaggio d’andata erano sembrati quattro amici inseparabili.

Ma adesso che l’oro luccicava davanti a loro - finalmente - nessun uomo sano di mente avrebbe giurato sulla loro amicizia.

Per quell’oro avevano torturato a sangue un povero vecchio, colpevole soltanto di conoscere l’ubicazione di uno straordinario tesoro, sepolto nella giungla amazzonica da secoli.

Una tipica situazione da film d’avventura, che però per loro quattro era divenuta un’affascinante quanto pericolosa realtà.

«Di lui che ne facciamo?», domandò Bill, alludendo al vecchio.

BANG

BANG

«Ecco che cosa ne facciamo…», Fred non perdeva tempo. L’oro c’era e la strada ormai la conoscevano: l’anziano indios non serviva più.

Si avventò sull’oro e lo divise in quattro parti.

«Buttate il ciarpame e riempitevi gli zaini con questo: siamo ricchi!»; Fred era il capo, per certi versi.

Si avviarono sulla strada del ritorno, ma il buio li sorprese quando la piroga era ancora lontana.

Montarono il campo e accesero un fuoco.

Intorno alle fiamme, la giungla sembrava cambiare continuamente forma, proiettando lunghe ombre, viscide e oscure.

Nonostante la piena riuscita dell’impresa, sull’accampamento incombeva un’atmosfera pesante.

Un’uccello notturno, forse una civetta, emanò il suo lugubre richiamo.

«Che cos’è?».

«È solo una civetta, Anna».

«Non mi piace, Fred».

«Di che hai paura? Sei ricca, Anna.

E poi abbiamo queste, non vedi…?», Fred aveva allungato la mano sulla mitraglietta automatica.

La donna si aprì un altro bottone nella camicia verde-petrolio, macchiata in più punti dal sudore della giornata. Se avvertiva il pericolo, lo affrontava a tette di fuori.

Torbida e lasciva, costituiva un pericolo mortale.

Lo sapevano bene tutti e tre i suoi compagni d’avventura. L’unica differenza tra loro stava nel grado di rischio che erano disposti ad accettare pur di scoparsela.

Quella notte arrise a Bill.

Non ci furono inconvenienti fino all’alba e il quartetto potè rimettersi in marcia.

Lo guidava Fred Wallace, il Duro, veterano del Vietnam, seguito da Bill Collins, l’Esperto, piazzista d’armi; in terza posizione procedeva Anna Frazer, la Sbottonata, quarantatreenne impiegata bancaria di Boston; chiudeva la fila Jack Sullivan, il Ragioniere, capo ufficio della Frazer a Boston; all’ultimo posto, non poteva lanciare sguardi sulla camicia sbottonata, ma poteva rifarsi con una vista privilegiata sullo stracolmo fondoschiena da vacca, che la Frazer trascinava per la giungla amazzonica con scoperto orgoglio ed esperto incedere.

ZIF

«Fred, hai sentito?», domandò Bill al primo della fila.

Ma dopo aver alzato gli occhi sul compagno, non ebbe più bisogno di una risposta: una freccia aveva appena trapassato la gola di Fred.

TAT-TAT-TAT

Bill fece subito partire una raffica.

«Sparate!», ordinò agli altri.

TAT-TAT-TAT

Anche la mitraglietta della Frazer sputò piombo nel mucchio.

Jack preferì schiacciarsi contro un albero.

«Ma che cazzo succede, Bill?», domandò la donna.

«Hanno fottuto Fred: ecco che cazzo succede!».

L’ex militare rantolava a terra. Era un freccia indios, non c’erano dubbi. Soltanto quei selvaggi potevano utilizzare armi tanto primitive.

«Che facciamo?», chiese Anna, con la fronte imperlata di sudore.

«Se ci fermiamo, siamo perduti: mandiamo avanti Jack a mitra spianato e noi lo seguiamo, okay?».

«E perché dovrebbe accettare?».

Rispose con un’occhiata allusiva.

Ma in qualche modo ebbe ragione: Jack si lanciò in avanti vomitando piombo all’impazzata. Bill e Anna lo seguivano appaiati, tenendosi bassi il più possibile.

ZIF

Collins lanciò un’imprecazione. Una freccia gli aveva trapassato il polpaccio. Dovette fermarsi.

«Aiutami, Anna…!», ma la donna non aveva nemmeno rallentato la corsa.

Lo guardò da lontano.

«Mi dispiace, Bill, ne ho abbastanza di te…», sussurrò fra sé.
E la Frazer rise… rise… eccitata da un crescente senso di onnipotenza.

Rise e si voltò, per riprendere la corsa verso la salvezza e la ricchezza.
Ma il senso di quelle parole era giunto a Bill con la stessa chiarezza di un telegramma.
«Maledetta… anche tu… mi segurai presto…».

Fu anche tentato di spararle addosso, ma aveva necessità di risparmiare piombo.
Mentre correva, Anna Frazer sentì un brivido gelido correrle lungo la schiena.
Ma non se preoccupò più di un minuto secondo: aveva l’oro, era quello che contava.
Mitraglietta in pugno, era decisa a farsi strada a qualunque costo, anche a costo di spianare a terra l'intera giungla amazzonica.

Fu Sullivan ad accorgersi che qualcosa non andava: «Dov’è Bill?».

«È ferito, Cristo! Ma non possiamo fermarci, lo capisci, vero?».

«Questo lo dici tu: stenditi a terra e aspettami qui».

«Tu sei pazzo, Jack!».

«Non fare cazzate, Anna!».

«Fanculo, idiota. Recupera l’oro e raggiungimi…», e dopo uno sguardo di sfida, riprese a correre lungo lo stretto sentiero che portava alla piroga lasciata ad aspettarli sulle sponde del fiume.

TAT-TAT-TAT

Mentre Jack tornava indietro, le raffiche esplose da Anna gli giungevano sempre più lontane.

Ma il suo incontro fu di poche parole: Collins giaceva prostrato contro il tronco di un albero con una lancia nel petto. Non c’era più nulla da fare.

Sullivan lasciò perdere la doppia porzione d’oro e il mitra del compagno: l’oro che aveva era già abbastanza pesante e più che il piombo ormai soltanto la fortuna poteva salvarlo. Molto più interessante era il suo telefono satellitare, ma Bill aveva detto che in quella zona non si riusciva a triangolare il segnale e in ogni caso lui non aveva confidenza con quel tipo di aggeggi. Collins doveva aver provato per l'ultima volta. Davvero l'ultima.

Jack mollò anche la sua mitraglietta e tornò a correre verso la piroga, all’inseguimento di Anna, anche perché l’avrebbe di certo lasciato lì.

TAT-TAT-TAT

L’aveva quasi raggiunta.

La Sbottonata aveva rallentato il passo, stanca per la lunga corsa.

Era sbucata in un piccola radura e ormai si sentiva al sicuro. Da un po' non si udivano rumori particolari e alla piroga non doveva mancare molto.
Un guizzo di soddisfazione balenò nella giungla lanciato dal verde-acquamarina dei suoi occhi.
Ma appena un secondo più tardi, quello sguardo assassino si riempì di sciagurata sorpresa…
SOCK

La lancia, dalla devastante punta di ossidiana, si impiantò profonda nelle sue interiora. Era spuntata come dal nulla.
La sorpresa fu totale, il senso di frustrazione enorme.

«AARGHH!!».

Un urlo straziato si levò dalla bocca contorta di Anna Frazer e si propagò nella giungla.

Un’espressione allibita si dipinse sul volto impallidito della donna.
Tuttavia, la Sbottonata non intendeva darsi per vinta.
TAT-TAT-TAT

TAT-TAT-TAT

TAT-TAT-TAT

La sua reazione fu tanto violenta quanto scomposta.

Ingobbita in avanti, a denti digrignati, prese a sparare all’impazzata in tutte le direzioni.

Era un mostro di ferocia, anche con sé stessa.

Più di una furono le urla di dolore degli indios. La Frazer li aveva spediti all’inferno, forse ad aspettarla.

Quanti altri ce n’erano, nascosti in quel verde opprimente?

Anna Frazer non si arrendeva.

Lo stesso Sullivan fu costretto a buttarsi a terra per non incappare nelle sue pallottole.

Doveva aver subito un attacco: non c’erano altre spiegazioni.

Lei intanto si era portata al riparo di un grosso albero.

Intendeva proseguire a ogni costo, ma comprese che così non poteva andare: doveva estrarre la lancia...
Si lasciò scivolare lungo il tronco dell'albero.

Non sopportava la vista di quell'arma piantata nella sua pancia.

Senza farsi domande sulle conseguenze, senza darsi il tempo di pensare a cosa andasse incontro, ebbe fretta di svellere la lancia, contando di riprendere la fuga.

«ARGHH!».
Non riuscì a trattenere un urlo di liberazione: la lancia era fuori. Ma ora il sangue correva libero fuori dagli argini: si tamponò l’enorme buco con tutto quello che aveva a disposizione, ma lo shock era enorme: si sentì trasportare via da una corrente vorticosa…
Avrebbe voluto rialzarsi e riprendere il cammino, ma le cose andavano peggio di quanto pensasse.
Se non reagiva, era spacciata.

Si apprestò all’ultima resistenza, tenendo il mitra sul grembo, pronta a reagire ad altri attacchi degli indios, con l’adrenalina a mille.

«Anna! Mi senti? Sono Jack! Non sparare!»; anche se era imprudente farsi sentire dagli indios, Jack Sullivan aveva le sue buone ragioni per temere il “fuoco amico”: Anna aveva il grilletto facile e doveva essere in preda al panico.

Ma quando finalmente la rivide, non si trovava nella posizione che lui si aspettava: era seduta contro un albero, con la faccia stravolta.

E anche il grado di allerta non fu quello che era lecito attendersi: la Frazer si lasciò avvicinare senza accennare ad alcuna reazione; soltanto all’ultimo sembrò accorgersi dell’arrivo del compagno.

«Anna…! Ma cosa…?», le parole uscirono dalla bocca di Jack senza preavviso.

Superata l’iniziale sorpresa, non ebbe più dubbi: quella lancia insanguinata poco prima doveva trovarsi nella pancia della Frazer. Era fregata.

«Cristo! Te l’avevo detto… Sei una dannata testona…!», non trovò niente di meglio da dire che recriminare.

«Ti sembra il momento di…».

La guardò dall’alto in basso: stavolta era finita. Finita sul serio.

Avrebbe dovuto abbandonarla e andarsene, come stava per fare lei.

Ma questo era troppo. Non poteva farlo. Lo sapeva.

«L’oro… l’hai preso l’oro…?».

«Sei solo una troia, Anna», rispose inviperito.

Le tolse lo zaino e lo aggiunse al suo; poi la sollevò fra le braccia e cominciò a camminare il più veloce possibile.

«E ora prega, troia…».

La piroga doveva essere nelle vicinanze, ormai.

ZIF

ZIF

«Cazzo!».

Due frecce si erano conficcate negli zaini. L’oro aveva protetto Sullivan.

«Stavolta avevi ragione: sei veramente una troia…», commentò il Ragioniere, quando capì cosa lo avesse salvato.

E la piroga c’era. Stranamente sembrava che gli indios non l’avessero toccata.

Forse davano per certo di riuscire a interrompere la fuga degli intrusi molto prima che questi potessero raggiungere l’imbracazione; forse era semplicemente il senso estremo di un gioco perverso e mortale.

In ogni caso, le rabbiose raffiche di mitra della Frazer dovevano aver sfrondato non poco, era proprio il caso di dirlo, le fila degli agguerriti indios.

Stava di fatto che Sullivan riuscì a salire a bordo con la Frazer; con un remo staccò la piroga dalla sponda, accese il motore e raggiunse deciso il centro del fiume, mentre una pioggia di lance e frecce saettava dalla riva.

Ma ormai i due fuggitivi erano fuori portata.

Regolò il motore al minimo e bloccò il timone, per essere libero di assistere la Frazer.

La sistemò sul fondo della barca e cercò di arrangiare una fasciatura decente.

«Fottuti bastardi… ma ce l’abbiamo fatta…

Non guardarmi così… Jack…

Ho la pelle dura… lo sai…».

Sullivan la lasciava parlare, ma dopo nemmeno un quarto d’ora la provocante impiegata di Boston cambiò atteggiamento.

«Jack… Jack… aiutami…».

«Come tu hai aiutato Bill?».

«Non fare lo stupido…

Ci mettiamo insieme stavolta…

L’hai sempre voluto…».

«E se mi prendessi tutto, Anna?».

«Tu non puoi farlo… io sono ancora la migliore…».

«Ma sei ridotta male. Io non so se…».

«Smettila…», e per riaffermare il suo potere, gli prese le mani e se le infilò nel petto, all’interno della camicia sbottonata.

Il gioco durò poco.

La testa della Frazer si allungò all’indietro, mentre la bocca si spalancava senza dire niente.

«Anna… non fare la troia…», Sullivan cercava di esorcizzare l’imbarazzante situazione.

La Sbottonata sibilò respiri affannosi, al limite dei rantoli, cercando con gli occhi allarmati quelli del compagno di fuga, chiedendogli se quella fosse la fine.

Sullivan scosse la testa. Forse era semplicemente un “non lo so”, ma per lei ebbe il sapore di un “ancora no”.

Fatto fu che la Frazer si riprese un poco.

«Jack… ho bisogno di un dottore…».

«Lo so, Anna. Sto pensando a qualcosa.

E tutto questo per lasciarti metà dell’oro e vederti andar via con chissà quale bellinbusto…».

«Avanti… stavolta sarà diverso…».

«Le troie come te non cambiano mai.

Dovevamo fare un colpo insieme, spartire e rivederci in banca, protetti dai nostri ruoli, in attesa di un qualcosa che non sarebbe mai venuto.

E invece, eccoci qui, su una barca, in due, a parlare dell’impossibile».

«Sei uno stronzo… Jack…

Tu hai paura di me…».

«Forse è vero: ti sembra tanto strano?

Da sola, hai fatto fuori più indios di un veterano del Vietnam e di un trafficante d’armi».

«Ma ora sto crepando…».

Il respiro accelerò.

«Lo so… Jack… è finita…».

Era tirata al massimo.

«Solo tu ti godrai l’oro…».

Nonostante la fasciatura, la camicia verde-petrolio era zuppa di sangue.

Per la Frazer era finita sul serio.

Le sfiorò il labbro con un dito.

Teneva la bocca spalancata per cercare di tirare avanti un altro po’.

Poi fu colta dal panico.

«Non voglio morire… Jack…!

Jack…!

Perché…?

Perché io…?».

«Anche Bill e Fred non ce l'hanno fatta, Anna.

Ti credi tanto speciale?».

Ma forse quella della Frazer era soltanto una domanda retorica.

Sullivan assisteva senza poter fare niente.

La donna si stava dissanguando.

VROOM

Il rombo di un motore sopra le loro teste. 

Un idrovolante li stava sorvolando, e dopo aver virato, ora accennava ad ammarare nelle acque del grande fiume.

Forse Bill era riuscito a chiamare i soccorsi, pensando che sarebbero serviti a lui.

Invece sarebbero serviti ad Anna Frazer.

«Ci hanno trovato, Anna!

Ma Bill non aveva detto che il satellitare non funzionava?».

«Non hai ancora capito che era solo un bastardo...?».

Anche stavolta rischiava di avere ragione.

«Sei un idiota... Jack...».

Se era ancora così agguerrita, rischiava pure di salvarsi.

Sullivan si portò verso l'idrovolante. Erano gli amici di Bill.

«Il viaggio vi costerà la metà di qualunque cosa abbiate trovato».

Jack Sullivan accettò senza esitazioni.

La Frazer avrebbe pagato le sue cure con il suo oro.

Così sarebbe rimasta senza niente.

L’unico modo che le sarebbe rimasto per mettere le mani su quell’oro, sarebbe stato quello di mettere le mani su di lui.

E questo non gli sarebbe affatto dispiaciuto.

Forse da quei ruoli si poteva fuggire.

Chissà…

Esistono limiti, superati i quali tutto può essere ridiscusso.

Jack Sullivan sperava di averli varcati.

Ma era soprattutto Anna Frazer ad averli superati.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui [omissis].

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

Tre grossi problemi

e una brutta soluzione

per Anna, la Sbottonata

di Riccardo De Boni (2011)

Lo scontro a fuoco imperversava.
Ma Anna Frazer non aveva paura.
Era sicura di sé, spavalda, inattaccabile.
A metà strada tra i 40 e i 50, indossava una camicia vellutata arancio-bruno, attillata al busto e sbottonata al punto giusto, affinché se ne volesse sapere di più.
I suoi uomini si scontravano con quelli di Pedro, il bandito messicano che voleva allargarsi anche a nord di El Paso.
Quando la vide sbucare dalla polvere, a pochi passi da lui, non esitò nemmeno un attimo, furioso di rabbia…
BANG
BANG
BANG
La Frazer fu raggiunta per ben tre volte dal piombo del messicano: all’addome e in pieno stomaco.
Non le aveva dato il tempo di accorgersi di niente.
Impietrita, abbassò gli occhi sul petto: tre macchie brune segnalavano tre grossi problemi…
Era stata fottuta.
Rialzò gli occhi alla ricerca del suo carnefice e fu costretta a incontrare il ghigno beffardo di Pedro.
Era stata imprudente. Soltanto in questo momento lo capiva. E lui non l’aveva perdonata.
Ma prima di perdere il controllo, la Sbottonata ebbe un colpo di coda: si infilò nella nuvola di polvere sollevata dai cavalli imbizzarriti e riuscì a mettersi in sella, lanciandosi verso El Paso con la chiara intenzione di raggiungere un dottore prima che fosse troppo tardi.
Quel bastardo di Pedro non le aveva dato il tempo di reagire, di capire, di proteggersi.
Era troppo presto per una valutazione ragionata, ma ciò che la preoccupava era soprattutto un forte bruciore allo stomaco…
Soltanto uno dei suoi, il vigilante Jack Wilker, notò la sua fuga.
E le andò dietro non appena riuscì a farlo.
La sparatoria, intanto, si protraeva nella confusione generale: nessuna delle due parti riusciva a prevalere sull’altra.
La Frazer non riusciva più a rimanere aggrappata al cavallo. Le ferite bruciavano.
Alla fine dovette arrendersi, franando a terra.
Strisciò a fatica verso un roccione e si tirò seduta contro la costa del masso.
Avevo lo sguardo annebbiato e sangue alla bocca.
Sentì arrivare un cavallo.
Era quello di Jack Wilker.
L’uomo la riportò in sella e insieme proseguirono verso El Paso.
Percorse un paio di miglia, la Frazer cominciò a lamentarsi con insistenza.
«Fermati…».
«È meglio proseguire…».
«Fermati…».
Era decisa.
Jack fu costretto a fermarsi.
La mise seduta contro una roccia, in una posizione simile a quella in cui l’aveva trovata.
«Cosa vuoi fare, Anna?».
«Crepare.
È faticoso… lo sai…?».
«Penso che dovresti arrivare a El Paso. Poi si vedrà».
«Non c’è tempo per El Paso…».
«Come vuoi…», e si allontanò di qualche passo.
Lei mugugnava qualcosa, respirando a fatica.
Proprio in quel frangente, a Pedro venne in mente di cercare il cadavere della Frazer, sicuro com’era di averla spacciata.
Ma non lo trovò.
Qualcuno l’aveva portato via?
In ogni caso, aveva dovuto farlo.
Lo ripeté più volte a sé stesso.
Troppo pericolosa, troppo infida.
Ma voleva saperne di più. Non resisteva.
Si chiamò fuori dalla mischia e provò a battere la pista per El Paso.
I suoi, intanto, alimentavano la pugna.
C’erano tracce fresche di due cavalli.
Voleva saperne di più…
«Jack… vieni qui… ti prego…», la Frazer aveva fretta, il tempo per lei valeva più dell'oro.
La guardò senza parlare.
«Ho un buco nello stomaco… lo vedi…?», recriminava la donna.
«Lo vedo. Non dovevi esporti. C’eravamo noi».
«Portami in città… Jack… fai presto…».
Anna Frazer aveva paura e la paura aveva prevalso sulla rassegnazione.
Giunto in città, Pedro cominciò a chiedere in giro.
L’arrivo della Frazer non era passato inosservato.
Si diresse verso l’infermeria.
Quasi stentava a credere che non fosse ancora morta, se davvero non lo era.
Si portò sul retro e osservò di nascosto dalle finestre.
Benché scaltro come un serpente e avvezzo a ogni sorta di crimine, non poté evitare un salto al cuore quando la vide: era distesa su un letto, il volto pallido, le punte degli stivali dritte a piombo verso il soffitto della camera.
Era viva, ma ancora per poco.
Al suo capezzale c’era uno dei suoi vigilantes, l’aveva riconosciuto.
Il dottore invece non c’era: probabilmente l’aveva già visitata, senza trovar molto da fare.
Il messicano decise di non perdere altro tempo e di fare irruzione.
Tornò davanti, passò indisturbato per l’ingresso e fece capolino nella camera dell’infermeria che ospitava Anna Frazer.
«Ma che bella coppia…!», e sghignazzò con la colt spianata. «Come sta la malata? Un’indigestione di piombo?», e scoppiò in una fragorosa risata.
Wilker era allibito. La Frazer aveva altri problemi per la testa, grossi e urgenti, ma certo non poteva non condividere lo stupore del suo vigilante: quel porco di Pedro l’aveva inseguita fin lì…!
E forse lo aveva fatto per finirla…!
«Spostati!», ringhiò Pedro all’indirizzo di Wilker, sventagliandogli contro la colt. «Voglio vedere come sta la bella Frazer: ho sempre avuto un debole per lei…».
«Mi hai fottuto Pedro… Sei venuto a finire il lavoro…?».
«E perché mai? Anzi, volevo scusarmi con te… Di solito non sparo alle belle donne… Ma sai… con una come te è meglio mettere le cose in chiaro…», e rise ancora. «Ti ha visto il dottore? Che ha detto?».
Si preoccupava quasi sul serio.
La camicia arancio-bruno della donna era lorda di sangue in tre punti diversi, sullo stomaco e sull’addome.
«Ha detto che… che…», in quel momento Wilker approfittò dell’esitazione della Frazer che aveva distratto Pedro: con un scatto improvviso afferrò il braccio con il quale impugnava la pistola, cercando di disarmarlo.
I due si contesero il controllo della pistola, lottando strenuamente.
BANG
Era partito un colpo.
Per qualche attimo i due uomini proseguirono nella lotta.
Poi, improvvisamente, si fermarono.
Una macchia rossa era apparsa sulla camicia di Anna Frazer.
Un’altra macchia rossa.
Sul fianco. All’altezza dell’addome.
Decisamente non era la sua giornata fortunata.
La pallottola l’aveva raggiunta da breve distanza e probabilmente si era fatta strada da un fianco all’altro, lungo tutte le interiora.
La faccia della Frazer era impietrita e guardava il soffitto, incredula e rabbiosa.
Adesso era davvero finita.
«Stronzo! Guarda cosa hai fatto!», imprecò il messicano.
«Poteva ancora farcela, bastardo!», replicò l’altro.
La pistola, alla fine, saltò via dalle mani di entrambi.
«Stupidi… bastardi…», era la Frazer a parlare, con voce flebile.
Ormai aveva perso anche l’ultima battaglia e poteva permettersi il lusso di esternare il proprio rancore.
«Hai ragione, Anna. Perdonaci», disse Wilker.
«Fanculo, piuttosto! Dove cazzo è il dottore? Non è un’infermeria questa?».
Proprio in quel momento fece il suo ingresso nella camera: lo sparo lo aveva richiamato.
«Che cosa avete fatto? Siete pazzi? Curate i moribondi col piombo?
Andate fuori di qui!», urlò isterico, senza rendersi conto del pericolo a cui si esponeva.
Pedro mosse un paio di passi all’indietro, portandosi via Wilker e la sua colt, lanciando quest’ultima a terra, più o meno accanto alla sua, in modo da non avere sorprese.
Il dottore si limitò a fornire alla Frazer qualche altro palliativo e lasciò la camera.
Lei sembrava una maschera di cera, pallida e immobile. Eppure era ancora viva.
«Andate via… non voglio che… mi guardate mentre crepo…»; la Frazer si voltò dall’altra parte, sofferente e apparentemente rassegnata.
Nonostante l’ultima terribile pallottola, riusciva ancora a parlare, sia pur biascicando.
«È una donna di ferro, riuscirà a stabilizzare anche gli effetti della quarta pallottola….
Ne sono certo…», Wilker non aveva timore di ostentare la sua fiducia nei confronti della Sbottonata.
«Forse sì, forse no. Ma è meglio se la aiutiamo. Qui ci vuole qualcuno delle mie parti. Ti propongo una tregua, gringo: il tempo di dare una mano alla tua padrona. Poi torneremo a spararci. Ci stai?».
«Che cosa proponi?».
«Vai a telegrafare a Phoenix, Saloon della Pantere solitarie: Pablo è richiesto dal suo più grande amico con tutto il necessario.
Vai!».
«Non mi fido di te, cane messicano».
«Fallo…», intervenne la Frazer, che sembrava non aver nemmeno ascoltato.
«È vero che riuscirai a stabilizzare anche l’ultima pallottola, Anna?», Jack approfittò per chiederglielo.
«Ci voglio provare… me la stiro un altro po'... ma basta piombo…», la sua richiesta era più che legittima.
«Mi dispiace per quanto è successo…», si giustificò con poco senso del ridicolo il vigilante.
«Vai… vai...».
«Vado».
Rimasto solo con la Frazer, Pedro le sbottonò la camicia fino all’ombelico e le piazzò una mano tra le tette palpitanti.
«Speri ancora di farcela, vero? Dimmi la verità… Una come te ci prova sempre, non è così?
Io dico che riesci a stabilizzare anche il poker di piombo».
La Frazer scosse il capo. Era sempre più dura tirare avanti.
Ma Pedro, in fondo, aveva ragione.
Una come lei ci prova sempre.
E alla fine arrivò anche Pablo.
L’infermeria era buona come indirizzo.
Ma del dottore era meglio non fidarsi.
Forse era in società con il becchino. Di sicuro gli portava molta occupazione.
Per Pablo ci fu un grosso lavoro da fare.
Doveva rivedere da capo una brutta soluzione a tre grossi problemi.
Non capiva nulla di matematica, ma conosceva molte altre cose di vitale importanza.
E alla fine ebbe ragione la sua ignoranza.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui [omissis].

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

more tales:

Alterius non sit qui meus esse potest

Binario morto

Come Anna, la Sbottonata, crepò, e parecchio, senza volerlo nemmeno un po’

La Dilettante

Donna Lombarda

Grandine di piombo per Anna Frazer

La morte sputa piombo

Roma violenta

Senza fretta

Tragedia all'ombra del Faraone

LA SERIE TV "SpaRTACUS"

aDOTTA IL FATTORE

"DE BONI - PORTA DI DITE"

"Spartacus" è una recentissima serie tv di successo, di produzione anglofona.
Tra le note salienti, introduce elementi di conoscenza scientifica del mondo romano, basati su un’ermeneutica sufficientemente affidabile, non esclusivamente demotica, come invece è consueto nelle rappresentazioni anglofone moderne del mondo romano antico, le quali - per generalizzare i fallimenti della propria cultura - tentano di realizzare una chiamata di correo nei confronti del passato di cui si ritengono emanazione.
Tra gli aspetti che contribuiscono a rendere - nel complesso - sufficientemente efficace la penetrazione storica di questa nuova serie tv, vi è l’adesione a quello che può chiamarsi il “Fattore De Boni - Porta di Dite”, ovvero la presa di coscienza, almeno a livello superficiale, dell’importanza che il paganesimo ben temperato (tra Femminino e Mascolino) riconnette alla salvaguardia della donna, anche a prescindere dalla sua inclinazione morale concreta.
Questo tema è stato affrontato da De Boni in diverse opere letterarie, fra tutte “Sulla Porta di Dite” (con Loredana Marano).
Come è stato annunciato nella IV di copertina di questo Ciclo di racconti, “gli autori hanno dichiarato guerra a cliché e stereotipi, letterari e cinematografici, dell’industria di massa”.
Ebbene, la guerra è stata vinta in tempi velocissimi.
Perché “Spartacus” è un prodotto (para) cinematografico dell’industria di massa, di primissimo piano.
E come vedremo fra breve, udite-udite, una donna (molto cattiva) colpita al ventre da un gladio, non solo non muore, ma di questo fatto viene riconosciuto il valore sacrale reso dall’inopinata sopravvivenza della donna stessa.
Tutto ciò è sussurrato da un anonimo consigliere all’orecchio del Pretore che deve deciderne la sorte: ecco, anche questo ci sembra un realistico tributo alla figura di Riccardo De Boni, molto imitato - e quasi sempre segretamente - ma anche molto ascoltato.
Vediamo la storia nel dettaglio.
Nell’ultimo episodio della prima stagione divampa la rivolta di Spartaco e dei suoi compagni gladiatori.
La casa del suo padrone viene messa e ferro e fuoco, tutti i patrizi presenti vengono trucidati.
La moglie del padrone, Lucretia, è affrontata dal vice di Spartaco, che - anche per questioni strettamente personali - le affonda il gladio nel ventre:

                   

La donna torna in scena poco dopo, quando crolla al fianco del marito, che sta per essere barbaramente sgozzato da Spartaco in persona:

                   

Negli ultimi fotogrammi è ripresa agonizzante, se non già cadavere, in un bagno di sangue.
E fin qui siamo all’interno del vecchio cliché.

Nel primo episodio della seconda stagione, andato in onda il 27 gennaio 2012, Lucretia ricompare in scena, inopinatamente sopravvissuta all’eccidio.
La moglie del Pretore, il quale dirige la repressione della rivolta, suggerisce al marito di eliminarla, confermandone la morte (perché la donna è a conoscenza di imbarazzanti segreti che la coinvolgono), ma il Pretore, validamente consigliato dal subordinato di cui si accennava sopra, decide di trattarla con riguardo e di sfruttarne il significato simbolico:

                   

                                       

La ferita inferta dal gladio, ormai cicatrizzata, viene espressamente evidenziata allo spettatore con grande efficacia drammatica e significanza concettuale:

Il momento più suggestivo e vibrante viene raggiunto allorché Lucretia ricompare agli occhi del suo assassino, mischiato tra la folla del mercato di Capua.
L’aspetto teleologicamente più rilevante è l’inversione di ruoli che viene realizzata attraverso il tentato omicidio e la sopravvivenza della vittima: il vice di Spartaco, per tutta la serie, è un personaggio schematicamente “buono”, animato da solidi principi e da senso dell’onore; Lucretia è al contrario personaggio schematicamente “cattivo”, intriso di vizi morali e colpevole o partecipe di delitti infami, tra cui quello più grave in assoluto: l’assassinio della moglie di Spartaco, concepito e realizzato dal marito, con la sua rassegnata approvazione.
Ebbene, nonostante le premesse rigidamente orientate, l’atto infame di colpire a morte una donna disarmata, a sangue freddo, rimette in discussione gli attributi morali dei due personaggi, e quando questi si incrociano di nuovo, il vice di Spartaco percepisce su di sé l’errore della propria condotta, mentre Lucretia, al contrario, ritorna in scena in luce nuova, mondata dai propri errori:

                   

In aperta citazione di "Didone Liberata", Lucretia si passa la mano sul ventre, come a risentire la ferita aprirsi dentro di sé, in un momento di sublime intensità, sconosciuto alla sensibilità moderna:

Questa inversione giunge con assoluta chiarezza allo spettatore: è il punto di vista della produzione, è l’esito di una guerra vinta e molto veloce.
Riccardo De Boni può ben vantarsi di aver riconquistato, con l’arte umanistica del pensiero e la fermezza morale dell’antica Fides, gli eredi dei galli e dei celti, in un tempo ancor più breve del suo cruento predecessore.
È venuto, ha visto, ha vinto.

A memoria dei posteri.

Salvatore Conte

(Marzo 2012)

Arena di Capua

Dal passato al presente: forme mutevoli, stesso destino.

[ AH ]      [ Misoginia a Fumetti ]      [ Super Kandy ]      [ SWL ]

Home
Back
Didone Liberata
DL - Abstract
DL - Préface
DL - Compte Rendu
DL - Atti e Scene
DL - 1.1F
DL - 1.4F
DL - 4.6F
Dido sine veste
Virgil's Dido
Ovid's Dido
Altisidora infera
La Didone
D. Delirante
Contre-Enquête
Contro-Inchiesta
Point de Rupture
A. incriminado
Virgil's Murder
Le prix de l'honneur
Psittacus occidit
Il Corrier della Sera
La Saga di Enea
Libro Primo
Silio Italico
Didone storica
Fonti
Dido coins
Solky
Didone non è morta
Dido Forum 1
Dido Forum 2
Dido Forum 3
Didography 1
Didography 2
Elisseae
Dido Links
Didoleak
AgrippinA
Augustae
The Doubt
Un pupo per Agrippina
MANSIT  IAM  FIDES
Cornelio Agrippa
Anneide
Zoraida kiss
'A Barunissa di Carini
Odyssey Dawn
BB
Misoginia a fumetti
Mazonian War 2
Meminisse Iuvabit
Gesù e le Donne
Serici Silices
Nova Humanitas

«Tros Tyriusque

mihi nullo

discrimine agetur»

V. (I, 574)

«Teucri e Tiri

senza divario

avran leggi

e governo»

Bacchielli

«Beneath my

royal sway

Trojan and Tyrian equal grace

will find»

Williams

«Troyens et Tyriens,

je ne ferai

aucune différence»

Boxus - Poucet

l'Eneide di Virgilio

i Libri di Didone

Traduzione e testo latino a fronte,
con indicazione sperimentale

della natura

della narrazione.

Comments and contributions
are welcome:
Latest update: 20/04/2012
web counter code
Copyright © 2003-2012
All rights reserved

Locations of visitors to this page

Search QueenDido.org :

«Non ignara mali miseris

succurrere disco»

V. (I, 630)

«Esperta del dolore, ho appreso a

soccorrere gli infelici»

Canali

«O, I am wise in sorrow, and I help

all suffering souls!»

Williams

«Sans ignorer le malheur, j'apprends à venir en aide aux malheureux»

Boxus - Poucet

QueenDido.org
is a web project created in 2003
by Dott. Salvatore Conte.
Listed into Virgil's Dido
webresources of:
Northern Virginia
Community College
KIRKE