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Una pallottola per Betty

Il killer

Pallottole avvelenate

Piombo pesante
La Locanda del Diavolo

Ricordati di santificare le feste

Non c'è scampo nella giungla

Tre grossi problemi e una brutta soluzione

La segretaria fa tardi in ufficio

Zothique: Bochra rimane uccisa

Djanga

UNA PALLOTTOLA PER BETTY

di Emiliano Caponi (2011)

Sono già sveglio e guardo il soffitto senza vederlo, perché la stanza è ancora buia, avrei dovuto svegliarmi fra un paio di ore, ma non riesco più a dormire e tanto vale che mi alzi e mi prepari un caffè bollente: oggi sarà una giornata impegnativa e dovrò essere al massimo delle mie capacità e pronto a tutto.
Kelly, uno dei delinquenti più potenti e pericolosi della città, ha bisogno di un bel po' di roba buona e si è rivolto a me per procurarsela.
Nel pomeriggio incontrerò in un motel di periferia un paio di suoi scagnozzi: tre chili di cocaina per loro e una valigetta piena di bigliettoni per me, lo scambio mi pare equo.
Bevo due tazze di caffè e mi sento nervoso, ma so che non è per l'incontro con gli uomini di Kelly, è da troppo tempo che bazzico questi ambienti e certa gente, ormai ho fatto il callo a tutto, il nervosismo è dovuto dal sapere che all'incontro ci sarà anche Betty.
Già, Betty, una mia vecchia fiamma che mi scopavo ai tempi dove spendevo tutto in bottiglie di vodka e night.
Kelly non mi aveva dato molto tempo per mettere insieme la roba.
«Voglio 3 chili di roba e di quella buona entro 48 ore».
Così avevo composto un vecchio numero di telefono, che ricordavo ancora a memoria nonostante non avessi più l'abitudine a farlo, e avevo telefonato a Betty, che da stripdancer di night ne aveva fatta di strada ed era diventata la donna di Tallini, il più grosso spacciatore della costa ovest.
«Mi devi procurare 2 chili di roba entro domani, un chilo ce l'ho già».
«Ci provo, in nome della nostra vecchia amicizia...».
La sera stessa mi aveva richiamato dicendomi che era tutto sistemato e che voleva il 30 per cento dell'affare.
«Va bene», non ho scelta.
«E sarò presente anch'io allo scambio, sai com'è...».
«Va bene», continuo a non avere scelta.

Sono le 3 di pomeriggio in punto e mi trovo già sul marciapiede davanti al motel e lei arriva puntuale.

Scende dall'auto, è sola con la sua valigia piena di polvere e mi viene incontro camminando femminile sui suoi tacchi a spillo.

«Ciao John...».

«Ciao Betty...».

«Ti trovo bene, come sempre d'altra parte».

«Anche te Betty ti trovo in gran forma...».

«Sei sempre il solito adulatore, ma ormai non mi freghi più…».

Ma stavolta non avevo nessuna intenzione di fregarla, era veramente bella da levare il fiato: 45 anni portati splendidamente, bel viso, capelli biondi a caschetto, occhi grigi e profondi che ti penetrano nell'anima, e un corpo da sballo vestito da una semplice tuta e una camicetta a scacchi, lasciata abbondantemente scollata, con vista privilegiata su un seno che definire prosperoso è fin troppo riduttivo.

La camicetta di Betty, aperta fino al terzo-quarto bottone, lascia intravedere le misure esagerate e le morbidezze delle sue tette rotonde e gonfie come due palloni, e guardandola, mi chiedo come diavolo faccia quella povera camicetta a resistere senza strapparsi.

«Sei pronta, Betty?».

«Sono pronta come se dovessi fare una bella scopata...», e mi sorride con quel sorriso che pensavo di avere dimenticato, ma che invece ricordavo bene.

Maledetta Betty, sei sempre la solita...

Entriamo insieme nella camera 18 del motel e dopo una decina di minuti gli uomini di Kelly bussano alla porta: entra prima quello con la valigetta, un tipo smilzo con gli occhiali scuri, e dietro l'altro, più tozzo e da come si guarda attorno, più malfidato.

«Ce l'avete la roba?».

«Certo, eccola qui».

E Betty apre la valigetta appoggiandola sul letto.

«Ora tocca a voi», intervengo io.

Mettono la loro valigetta sul letto, di fronte all'altra, e lo smilzo l'apre: è piena di bigliettoni. Bene.

RING RING

Squilla un telefono, è quello del tipo tozzo.

«Sì capo... la roba è qui davanti a me: tutto OK».

Un attimo di silenzio, dall'altra parte c'è Kelly e lui ascolta come deve fare un cane fedele qual è.

«Va bene capo, come vuole lei...».

E come un cane fedele deve anche agire.

Fa un cenno allo smilzo e si gira di scatto verso di me.

Lo smilzo ha già messo la mano sotto la giacca: probabilmente Kelly non si accontenta dei 3 chili di roba ma vuole tutto.

«Attento John!», è la voce di Betty.

Il tipo tozzo ha una colt fra le mani, ma io sono sempre stato veloce e pronto a tutto.

BANG BANG

L'uomo di Kelly mi cade quasi addosso con le mie due pallottole nello stomaco.

BANG BANG

E vedo Betty con la pistola stretta fra le mani e la canna che fuma: brava baby, mi ricordavo bene che eri svelta e che ci sapevi fare con le mani…

BANG

Un altro colpo e adesso il conto non torna più: tre colpi, no accidenti, ora il conto non torna affatto.

Lo smilzo dopo che si era beccato 2 pallottole è riuscito a premere il grilletto prima di cascare all'indietro stecchito.

«Ahhh...», un lamento femminile si rivolge verso di me.

Il terzo colpo, quello che non torna, se l'è preso Betty.

«Sono stata colpita...».

E si porta una mano nella scollatura, mentre l'altra mano cerca qualcosa per appoggiarsi trovandolo nel ripiano di marmo di un mobile.

Mi infilo la pistola nella fondina e sono da lei.

«Stai calma», e sostituendomi al mobile le passo un braccio dietro la vita e lascio che si sorregga a me.

«Fammi sdraiare sul letto… uhhh… mi fa un male cane…».

E mi guarda mordendosi il labbro inferiore: la pallottola che si è beccata si fa già sentire.

La sdraio sul letto più piano che posso e le metto dietro la testa due cuscini in modo che stia quasi seduta e penso a quante altre volte l'ho sdraiata su un letto... ma questa volta a differenza di tutte le altre volte non stiamo per fare l'amore, questa volta Betty è lì davanti a me perché un uomo di Kelly prima di crepare si è voluto levare lo sfizio di spararle nel seno.

«Quel bastardo mi ha beccato in pieno una tetta…».

E con una smorfia si guarda nella scollatura.

«Te la caverai Betty», e sbottonandole il resto della camicetta vedo meglio la ferita: la pallottola l'ha colpita nel seno destro e le è entrata nella parte lasciata scoperta dalla scollatura, quella più rotonda e prosperosa, quasi nel punto dove si toccano i seni.

«Ohh... fai piano... mi brucia da morire...».

Le tolgo la camicetta dalla parte dove è ferita e con tutta la delicatezza che conosco prendo il laccino del reggiseno di pizzo nero e glielo sfilo dalla spalla facendolo passare sotto il braccio.

«Uhhh...».

Le prendo il seno ferito, attento a non sfiorarlo dove c’è la ferita, e lo tiro fuori dal reggiseno liberandolo dalla sua stretta.

È caldo, forse perché dentro c’è una pallottola rovente.

«Ohhh… mi fai male…», si lamenta.

«Ogni scusa è buona per toccarmi le tette…».

Le sorrido e scuoto la testa, ma forse ha ragione: la tetta sostenuta dal reggiseno messo sotto le costole sembra, se possibile, ancora più gonfia e morbida.

È difficile non avere la voglia di toccarla.

«Volevano fregarci quei bastardi...».

«Già, ma sono rimasti fregati loro».

«Sono rimasta fregata anch'io John… quel bastardo è riuscito a spararmi…».

«Ma te a differenza di loro non creperai, ti porto da un dottore e tornerai come nuova».

«Dimmi una cosa…», e mi guarda prendendo un respiro che le costa una fitta di dolore.

«Dimmi Betty...».

«Anche con una pallottola dentro... il mio è sempre il più bel seno che... che c'è in giro... vero…?».

«Sì… sei sempre la più eccitante tettona figlia di puttana che conosco...», e le passo una mano nei capelli.

«Anche ferita...? Anche così...?».

«Anche così».

E stavolta mi guarda così sensuale che mi fa venire voglia di scoparmela subito, anche se più che di una scopata ora avrebbe bisogno di un dottore.

Già, un dottore, e guardandole la ferita penso che anche lui avrebbe difficoltà a trovarle quella pallottola che pare affondata e persa in tutta quella morbida abbondanza.

«Il mio capezzolo... finalmente è uscito fuori...», si guarda e mi accenna un sorriso.

Infatti quando era la mia donna e facevamo l'amore, la prendevo in giro perché i suoi capezzoli non si vedevano mai, sempre ritirati e piatti.

Ora invece il capezzolo era turgido e duro, forse perché a suo modo eccitato da quella presenza estranea nel corpo di Betty, e anche l'aureola, che la pallottola ha solo sfiorato conficcandosi un paio di centimetri più a lato, sembra più larga e rosa del solito.

«Sono grave vero...?».

«Te la caverai Betty, tornerai come nuova… te l'ho già detto».

«Lo so... ma so anche che sei un gran bugiardo... lo sei sempre stato... uhhh...».

Un'altra fitta e girando la testa di lato increspa ancora le labbra carnose: la pallottola brucia.

Prendo un fazzoletto e le tampono il filo di sangue che le scende dalla ferita e poi glielo appoggio sul seno coprendole il piccolo forellino lasciato dallo sparo.

«Sì... così... tienimi la mano sulla ferita…», quasi mi supplica.

«Mi sembra che così faccia meno male…», e dicendolo rilassa il viso e si porta entrambe le mani sui fianchi stringendoseli e allunga le gambe stirandosi le dita dei piedi, come faceva ogni volta che stava per incominciare a godere.

«Dimmi la verità… hai voglia di scoparmi...».

«Sei ferita, devo portarti da un dottore...».

«Lascia perdere il dottore... hai detto che me la caverò…».

«Te la caverai, ma hai bisogno di un dottore che ti levi questa pallottola di dosso».

«Prima ho bisogno di essere scopata da te…».

Si passa la lingua sulle labbra e prende un respiro volutamente lungo che le alza sensualmente il petto.

Allunga la mano e la mette in mezzo ai miei pantaloni.

«E a quanto sento anche te sei d'accordo...».

La guardo, è maledettamente bella: dal viso che sofferente per la ferita pare ancora più sensuale, fino ai piedi che liberati dai tacchi a spillo per essere stata sdraiata sul letto si muovono vogliosi sulla coperta con le dita smaltate di rosso pronte a contorcersi dal godimento.

«Tirami giù la gonna...».

Gliela tiro giù fino alle ginocchia, ormai non mi oppongo più.

Lei apre le gambe, è pronta.

Le sono sopra e la reggo per i fianchi facendo attenzione a non toccarla dov'è ferita.

«Sì… così...».

«Ohhh...», con la mano destra si tiene il seno ferito e con la sinistra si palpeggia l'altra tetta per godere di più.

«Ohhh...», e continua a gemere e io mi eccito sempre di più, anche se non so se sono gemiti di godimento o di dolore per la pallottola che ha dentro e che magari sta facendola crepare sul serio.

«Ohhh...», lei continua a gemere e guardandole le unghie che si conficca nei fianchi e le dita dei piedi che si aprono e si chiudono piano, capisco che non sta affatto crepando...

«Ohhh... John... sì... non fermarti…».

«Non mi fermo Betty...».

E continuo a muovermi sopra di lei pensando che come il paradiso, o l'inferno, questa volta anche il dottore può attendere…

Qualche tempo dopo

Che rumore fa il tamburo di una pistola mentre gira con una sola pallottola dentro?

Il rumore di una probabilità su sei.

Appoggio alla tempia la canna della pistola, è fredda come sempre, come tutte le puttane che mi porto a casa scopandole anche due alla volta.

Taclack, rien ne va plus, les jeux sont faits.

La pallina rimbalza frenetica fra la vita e la morte fermandosi dove vuole il destino.

Rosso o nero? A volte è solo una questione di colori.

Si dice che l'esposizione al rosso acceleri i battiti cardiaci, non sarebbe questo il caso, però.

Clic.

Invece esce il colore della negazione assoluta, il nero.

E mi nega la soddisfazione di uno sparo alla testa.

Il cacciatore ha sparato a salve, e butto giù un bicchiere di vodka per la delusione, sono tornato alle vecchie consolazioni.

If I close my eyes forever, prima o poi tutti bisogna chiudere gli occhi per sempre, lo dicono anche quella gran figa di Lita e quel fottuto bastardo di Ozzy, e poi morire è indubbiamente più facile che vivere per tutti, figuriamoci per un demone come me. L'inferno è il posto giusto per me, il giaciglio dove potermi sdraiare in eterno, la mia calda casa di riposo.

È per questo che ogni tanto lo cerco e mi fascio la fronte giocando a fare  De Niro, ma evidentemente non sono fortunato al gioco. E nemmeno in amore. Sono un'eccezione, come sempre.

Accidenti a lei. La mia sfortuna in entrambe le cose.

Come l'altra volta è ritornata con una telefonata, uno squillo nella notte, l'ora la sceglie in base al suo fuso orario, come tutto il resto.

1 anno, 9 mesi, 7 giorni, 1 ora.

È dovuta trascorrere la mia data di nascita prima che si rifacesse viva, precisa al minuto secondo.

Mi è bastato soffermarmi sull'orario in cui mi è arrivata la sua chiamata e fare qualche rapido calcolo. In fondo sono sempre il cabalista.

Un minuto e mezzo della sua voce e l'illusione di averla scordata si è rivelata per quello che era sempre stata.  Un'illusione.

UEEE

UEEE

«Ti avevo detto di non chiamare nessun dottore...

Non volevo nessuna... uhhh... ambulanza...».

Mi guarda trovando anche la forza per incazzarsi nonostante abbia dentro una pallottola e il mio uccello.

«Non ho chiamato nessuno... e questa non è un'ambulanza... queste sono le sirene della polizia, Betty...».

Gli spari sono sempre un grande richiamo per i curiosi e qualcuno che non si è fatto i cazzi suoi adesso mi costringe a togliere il mio dalla sua passera.

«Ahhh...», uscire a volte fa più male che entrare, specialmente se a uscire non è la pallottola che ha dentro, ben piantata e persa nella morbida abbondanza della sua tetta.

Mi tiro su i pantaloni e mi rimetto la camicia senza stare a perdere tempo nell'abbottonarla.

«Mi lasci qui...?», il proiettile la costringe a restare a letto, una mano sul seno a tappare il buco e l'altra protesa verso di me. «Senza nemmeno finire...?», e struscia le gambe aperte su e giù lungo le coperte.

«Finiremo la prossima volta...», mi abbasso e le stringo la mano, quella per me.

«Se ci sarà una prossima volta...», il suo dubbio è più che legittimo.

«Ci sarà Betty... te lo prometto», anche se le mie promesse spesso hanno i tatuaggi dei marinai.

«Allora vuol dire che sto crepando... baciami John... ohhh...», alza il viso per arrivare alle mie labbra, ma una fitta la riporta subito con la testa sul cuscino.

«Stai giù... vengo io...», un bacio che sa di saliva e pallottole, di voglia di finire la scopata lasciata a metà, di buchi naturali bagnati e di buchi posticci insanguinati.

«Devo andare...», mi stacco a fatica dalle sue labbra, le sirene sono arrivate sotto l'edificio.

«Addio John...».

«Ci vedremo ancora, Betty...», esco dalla stanza senza più voltarmi, perché se lo facessi il suo corpo mi costringerebbe a tornare indietro e riprendere a scoparla esattamente dal punto dove eravamo rimasti. Forse, come me, è un demone anche lei.

Due demoni rifiutati dall'inferno. Finora.

I poliziotti sono già sulle scale, restano solo i tetti, come i gatti.

E come le gatte, a lei resterebbero ancora sei vite, nel caso questa la scalasse nella camera del motel.

Rivedersi sarà matematico, Betty.

1971, il numero di una data di nascita e di una telefonata, i conti tornano, la matematica non è mai un'opinone.

E domani ti rivedrò, anch'io ogni tanto riesco a mantenere le promesse.

Il sole è troppo per essere un giorno di metà marzo, e mi costringe a mettermi la giacca sulla spalla, mentre fumo una sigaretta appoggiato alla mia SLK.

Ho parcheggiato all'inizio del molo come da indicazioni, di fronte ai container e al fetore di marcio, e guardando i visi che vanno e vengono, mi viene il sospetto che quello sia puzzo umano e non di pesce stantio.

Finché un'ombra di profumo che mi arriva alle spalle copre tutto.

«Betty... ci rivediamo... questa volta l'ho mantenuta la promessa», la metto subito sull'ironia.

«Non hai mantenuto un bel niente, John...», ma non funziona. «Mi hai lasciata su quel letto con una pallottola addosso. Se era grazie a te, c'ero crepata in quel motel», il mio humor con lei non ha mai funzionato, alle parole ha sempre preferito fatti concreti. E soprattutto duri.

«E allora grazie a chi non sei crepata?», sono geloso, voglio sapere chi l'ha salvata al posto mio.

«Non grazie a chi... ma a cosa...», si sposta la giacca e lascia vedere quello che c'è sotto, una maglia girocollo nera che sembra quasi esplodere sotto la spinta del suo seno e che la costringe a uscire dai jeans attillati, scoprendole un paio di centimetri di pancia.

«Grazie alla misura delle mie tette.

Soprattutto di questa...», e si sfiora la destra, quella dove s'era beccata la pallottola sparata da un uomo di Kelly, il vecchio boss che non ha avuto l'opportunità di invecchiare, curiosi scherzi del destino che possono capitare solamente nel nostro ambiente.

Quella sera infatti gli andò molto peggio rispetto a Betty. Ma d'altra parte lui non aveva due tette come giubbotto antiproiettile.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

IL KILLER

di Emiliano Caponi (2011)

Il temporale è arrivato incazzato dal mare, e passato sopra la città, svelto come una scopata con una puttana da marciapiede, si sta già perdendo sulla highway che ormai abituata a tipi come lui lo porterà in un'altra città e poi in un'altra ancora, finché gli farà passare del tutto la sua incazzatura.

Mi accendo una sigaretta e resto sulla poltrona che ho spostato e messo accanto alla finestra e da lì guardo comodo la palazzina di 5 piani che ho di fronte, scrostata dal tempo e anonima come una giornata di novembre in Gran Bretagna, ma per me più preziosa di un caveau della Banca Nazionale.

Cinque piani scrostati e tagliati da crepe rugose, ma a me interessa solo il terzo piano, quello messo alla stessa altezza della mia stanza: è lui il mio personale caveau.

Ho affittato questo buco lasciando alla signora 50 testoni, un falso nome e un altrettanto falso complimento, questo di mancia.

Una donna soddisfatta da un complimento viene subito un po’ dalla tua parte. E di solito, se ce n’è bisogno, contraccambia facendosi i cazzi propri.

Nella stanza c'è un letto, un solo comodino, un paio di sedie e un armadio, ma per me potrebbero esserci anche i muri e basta.

L'importante è che ci sia una finestra e soprattutto che sia messa all'altezza giusta rispetto alla finestra giusta della palazzina di fronte: tutto il resto, come il lusso che manca dalla stanza, è in più.

Il display della sveglia da sopra il comodino lampeggia verdastro le 18.16, sposto il polsino della mia camicia e il mio orologio è quasi d'accordo: 18.15.

Nel mio lavoro anche un quasi è importante.

In una donna un dettaglio può farla diventare da vergine a puttana, per me un dettaglio è una vita guadagnata o persa. Come nei flipper.

Dettagli, precisione e puntualità, se non ce l'avessi farei un altro mestiere, magari sarei uno sbirro, loro non sono mai puntuali.

Arrivano sempre dopo che me ne sono andato.

E mi fumo lento un altro po’ di sigaretta sorridendo del mio sense of humor.

Se questo lavoro non mi avesse sceltoio avrei scelto di fare lo scrittore: romanzi noir con tocchi qua e là di umorismo ad alleggerire il piombo delle pallottole e di storie ne avrei avute da raccontare.

Ma sono un killer e mi pagano bene per farlo e non ho bisogno di una penna per scrivere un racconto: uno, massimo due clic di grilletto e la storia è già finita. La mia non è una scrittura prolissa.

Le 18.15, ho circa 1 ora e 45 minuti per prepararmi, il mio uomo, dalle informazioni che ho, dovrebbe rientrare alle 20.00.

Tolgo dalla custodia il mio fucile di precisione m40 modello a3 utilizzato dallo United States Marine Corps, e dopo avere  studiato con cura maniacale la migliore angolazione  possibile, lo sistemo sul cavalletto e lascio la canna a guardare verso la finestra di fronte: voglio che inizi a prendere confidenza con l’ambiente.

Guardo nel mirino, è pulito come il cielo che dimenticato il temporale si lascia scolorire da questa sera di metà settembre, che un po’ alla volta gli sfila di dosso il celeste per vestirlo sempre più di nero.

Bene.

Angolazione, traiettoria, vento, posizione del fucile e soprattutto pallottola in canna: non ho trascurato niente, ora devo solo aspettare e fumarmi un'altra sigaretta, tanto per fare qualche altro respiro verso l'inferno.

Le 19.57, una luce si accende nel mio caveau, è il mio uomo, puntuale.

Bene.

Tiro fuori dalla tasca della giacca una fotografia, pronto a confrontarla con l'uomo che fra poco entrerà dentro il mirino del fucile: capelli e baffi brizzolati, 50 anni o giù di lì e un aspetto sudamericano: scommetto che è messicano, ipotizzo, perché non lo so.

E non so nemmeno come si chiami.

L'unica cosa che chiedo è una fotografia, nient'altro.

Non m'importa se si chiami John o Carlos o Antonio, e tanto meno se è il più grande figlio di puttana che c'è in giro o se è un chierichetto e canta nel coro gospel nella chiesa all'angolo della strada, non voglio nessun tipo di coinvolgimento emotivo: è la mia unica regola.

Porto a termine il mio lavoro e dopo riscuoto i bigliettoni per il disturbo, questo è quello che mi interessa.

E stavolta sono 50 mila in anticipo e altri 50 mila dopo che l'ho spedito al Creatore: accidenti a te John, Carlos, Antonio o come diavolo ti chiami, chi mi ha commissionato il lavoretto devi averlo proprio fatto incazzare...

La stanza dietro la finestra di fronte a me si illumina, è entrato.

Lo metto nel mio mirino e con lo sguardo lo confronto subito con la fotografia: è lui.

Ma non è solo, attaccata a un braccio ha una donna che gli tiene la testa un po' appoggiata sulla spalla e da quel che vedo è anche una bella pupa.

Stretta in un abito stretto, con più curve della strada per Beaver Creek e con i capelli neri e mossi che le cascano dappertutto: complimenti, ti sei pagato davvero uno schianto di pupa.

Peccato che stasera non potrò lasciartela scopare, ma niente di personale, s'intende.

Carico il fucile, ho fretta di chiudere la pratica, 5 ore di attesa in questa topaia  di camera profumata alla muffa possono bastare per giustificare il mio cachet.

Il dito è sul grilletto, fermo come una statua greca e il mio uomo è il punto al centro del mio compasso: un movimento e il cerchio è chiuso.

Sono pronto, ma ecco che la pupa sparita in bagno da comparsa, rientra in scena da attrice protagonista: e con una pistola in mano.

Levo per un attimo l'occhio dal mirino per rimettercelo subito.

Gli punta la pistola contro e dalla faccia sembra che non veda l'ora di usarla: amico, ho paura che oggi non sia la tua giornata fortunata.

Potrei sparare e mandarlo subito al Creatore, ma decido di stare a vedere e di godermi la scena, che ripresa dal mirino fa sembrare tutto un film e mi ricorda una puntata di Mike Hammer, una vecchia serie poliziesca interpretata da Stacy Keach.

Ricordo che non me ne perdevo una puntata in quegli anni, quando ero ancora uno scagnozzo di vent’anni in cerca dei primi guadagni facili per poi spendermeli con le prime scopate altrettanto facili.

Ma Mike Hammer quelli come te li mette in galera o gli mette una pallottola addosso.

Già, con il passare del tempo avevo cambiato i gusti ed ero passato dalla parte dei cattivi. Ma fino ad un certo punto.

Con la pistola puntata addosso vedo il mio uomo parlare e mettere le mani avanti per cercare di dissuaderla e di salvarsi la pelle, ma lei ha meno pazienza di me nell'aspettare a sparargli e infatti la perde subito.

“BANG”.

Vedo la pistola fumare, ma il rumore dello sparo mi arriva solo immaginario, azzittito dai 40 metri di distanza, dalla strada fra me e la palazzina e dalla finestra chiusa sulla scena.

Il mio uomo si porta d'istinto una mano sulla spalla e resta in piedi.

Sei troppo bella pupa, qualcosa doveva mancare anche a te.

Ha avuto una pessima mira e se ne accorge anche da sola, ma prima che rimedi con un secondo colpo alla sua imprecisione, lui le è già addosso e le afferra la mano dove tiene stretta la pistola.

Parte un colpo e lo vedo dal vaso di fiori messo sul tavolo che si spacca, colpito in piena pancia e ammazzato in mille pezzi di ceramica. Spietati.

Parte un altro colpo e stavolta lo capisco dalle loro facce e dai corpi che si lasciano di scatto dal loro abbraccio, come si odiassero all'improvviso.

Tutti e due si allontanano con un paio di passi all'indietro e la pistola adesso c'è l'ha il mio uomo: scommetterei 50 dei 100 mila bigliettoni che la pallottola questa volta se l'è beccata la pupa.

Sempre con l'occhio dentro al mirino mi concentro su di lei per vedere su quale parte di quel corpo mozzafiato si appoggerà dolorante le mani, ma sul suo viso non c'è traccia di smorfie, anzi le labbra si soddisfano in un mezzo sorriso.

Il mio uomo si lascia scivolare la pistola di mano e insieme a lei cade in ginocchio sul tappeto: fortuna che fra i tanti vizi non ho quello di scommettere.

Vedo che biascica qualcosa che immagino non siano complimenti e poi le cade con la faccia sopra i sandali argentati.

Una pupa così ha tutti gli uomini ai suoi piedi.

Stacco il dito dal grilletto, che avevo lasciato sempre in tensione, e mi rilasso insieme a lui: ha fatto tutto la pupa.

Ho appena guadagnato i 100 mila bigliettoni più facili di tutta la mia vita.

Sapessi dove abiti ti manderei un centinaio di rose e continuo ad inquadrarla con il mirino.

Lei se lo toglie dai piedi senza troppo riguardo e guardandosi attorno si mette svelta un paio di fogli nella borsetta: ha furia di uscire da quella stanza e lo farebbe subito, ma mentre è già alla porta e appoggia la mano sulla maniglia, vedo che si ingobbisce all'improvviso e questa volta con la smorfia di dolore che prima le avevo cercato invano sul viso.

Si porta entrambe le mani sullo stomaco e si lamenta gemendo, anche se da qui non posso sentirla.

Con uno sforzo si rimette in posizione eretta e si appoggia con la schiena al muro, ma riesce a restare in piedi solo il tempo di un paio di respiri affannosi che le alzano le tette e scivola piano in terra adagiandosi di fianco sul tappeto, rannicchiata in una dolorante posizione fetale.

Guardo verso il mio uomo e vedo che sta crepando solo adesso e con la pistola in mano: è riuscito a rubare all’inferno l'ultimo respiro di vita per piantare una pallottola nella pancia della pupa.

Prendo i miei attrezzi ed esco dalla stanza scendendo svelto gli scalini senza la pazienza di aspettare lo sgangherato ascensore: devo andare a vedere se la pupa è crepata.

Attraverso la strada e m’infilo nella palazzina scalcinata e dopo un po’ di piani, uno uguale all'altro, sono davanti alla sua porta: non è chiusa a chiave e basta che giri la maniglia per entrare, entro e gli onori di casa me li fa il corpo steso e stecchito del mio uomo. Amen.

Ma la pupa non è più stesa accanto alla porta, è riuscita a trascinarsi fino al divano e ora è lì sopra, sdraiata e ferita.

Mi avvicino e mi abbasso accanto a lei sfiorando il tappeto con le ginocchia.

«E te… chi diavolo sei...», anche la voce è adatta al suo corpo.

«Non sono nessuno», interpreto Ulisse anche se lei non sembra affatto un ciclope.

Mi guarda facendo una smorfia.

«Quel bastardo... è crepato...?», e capisco che questo le interessa di più rispetto a come mi chiami.

«Sì», le do la buona novella.

«Allora… posso crepare anch'io… uhhh...».

Certo che puoi con un buco così, ma sarebbe un peccato.

Ha entrambe le mani premute sullo stomaco e il vestito stretto le butta quasi fuori dalla scollatura le grosse tette che si alzano e si abbassano dietro al suo respiro.

Sarebbe davvero un peccato.

«È riuscito a spararmi… ohhh… sono fregata...».

Alza leggermente i palmi delle mani dallo stomaco per farmi vedere la ferita: il mio uomo l'ha centrata in pieno.

«Vedrai che te la caverai».

«Ohhh... mi brucia da morire…».

Tiro fuori un fazzoletto dai pantaloni e glielo metto sopra il foro lasciato dalla pallottola.

«Uhhh... fa male…», geme guardandosi dove è stata colpita.

«Lo so pupa...».

«Mi chiamo Kriss...».

«OK, Kriss».

Sei veramente bella Kriss.

«Adesso ti chiamo un'ambulanza».

«No... ti prego...», si stacca una mano dallo stomaco e la mette decisa sulla mia.

«Se vado in ospedale… gli uomini di Pablo mi troveranno subito...».

Pablo, il mio uomo si chiamava Pablo: l'avevo detto che era un sudamericano.

«E mi farebbero fuori... sempre se riuscissi a non crepare…».

Scorro la rubrica del mio cellulare fermandomi all'unico numero che a questo punto fa per lei e faccio partire subito la telefonata.

Tre squilli e mi risponde.

«Ric... sono io...».

«Ho qui davanti a me una donna che si è beccata una pallottola nello stomaco: ho bisogno di te».

Kriss ascolta e con una smorfia chiude gli occhi come per annuire.

«Vengo da te, fatti trovare pronto», clic. La telefonata è breve come breve potrebbe essere il tempo che le rimane per salvarsi.

«Chi è questo Ric...?».

«Un amico».

Lei mi guarda come per farmi una domanda.

«È un dottore», non le lascio il tempo di farmela.

Vado alla finestra e vedo che la scala antincendio finisce vicina a dove ho parcheggiato la mia macchina: bene, scenderemo da qui.

«Allora chiunque tu sia… sbrigati... e portami da questo dottore... uhhh...», tira indietro la testa appoggiata sul bracciolo del divano inarcando e sollevando la schiena: la ferita brucia.

«Ohhh... fai piano…».

La prendo in braccio provando non a non farle male, perché glielo faccio, ma a farglielo il meno possibile.

La guardo, il suo viso sofferente è appoggiato sulla mia spalla e in braccio a me il vestito le diventa troppo corto scoprendole le gambe e in quella posizione il suo seno non può fare altro che premersi contro il mio torace facendo di lei la cosa più sexy che abbia mai visto.

Con lei in braccio scendo con qualche difficoltà la scala antincendio e aiutato dal buio e dalla zona di periferia arrivo alla macchina senza che nessuno ficchi il naso in quello che sto facendo.

«Ohhh...», si lamenta mentre la metto sul sedile.

«Il mio amico abita a 2 isolati da qui, 10 minuti e saremo arrivati», accendo il motore e parto subito con lei che mi mette una mano sul ginocchio.

«Perché fai tutto questo per me...?», gira la testa verso di me lasciandola appoggiata di lato al sedile.

Mi accendo una sigaretta e aspiro una lunga boccata: a volte avere la bocca piena di fumo dà il lusso di poter non dire niente.

«Già... te non sei nessuno...», non prova neanche ad insistere, perché la pallottola ha la precedenza sulla sua curiosità e mordendosi le labbra rimette la testa diritta, senza più guardarmi.

Geme solo quando prendo qualche buca, che le ricorda quanto fa male una ferita come la sua, mentre i lampioni dei viali la mettono alla luce e ce la levano ogni 20 metri, ma lei è bella anche quando resta quei 20 metri al buio.

Un cavalcavia e subito dopo una strada a senso unico che finisce in una piazzetta, dove non fatico a trovare parcheggio.

«Siamo arrivati Kriss».

Ci ho messo anche meno dei 10 minuti che le avevo detto: forse perché ho fretta di salvarle la pelle.

«Mi sa che dovrai aprirmi lo sportello...», mi guarda sospirando con il petto che continua ad andare sensualmente dietro al respiro.

«Certo, sono un galantuomo…».

E la riprendo in braccio attento a non strusciarla dov'è ferita.

«Ohhh... fa male… lo sai vero…?».

«Lo so Kriss», i nostri visi sono 5 centimetri distanti e le nostre labbra forse anche meno e un incendio sta divampandomi da dentro bruciandomi come in un rogo in pubblica piazza.

«Hai voglia di baciarmi...?», mi butta improvvisa una tanica di benzina addosso.

Sei la donna più maledettamente sexy che ho mai incontrato.

«Ho voglia di salvarti la pelle», lotto per riprendere il controllo.

«Ma… non mi dici perché…».

«Forse perché sei troppo bella per morire».

«Troppo bella... o forse perché...».

Clic! Il rumore di un portone che si apre la interrompe senza troppo riguardo: Ric ci aspettava nascosto dietro le tendine della finestra e ci apre senza darmi il tempo di suonare il campanello, lasciando sospesa forse per sempre l'altra sua ipotesi. Meglio così, magari era quella giusta.

Entriamo nello studio e seguo Ric che mi fa cenno di sdraiarla su un lettino, uno di quelli da medici con lo schienale un po' rialzato e la carta a ricoprirlo.

«Ohhh...», Kriss si lascia stendere e dallo sguardo che le da scommetto che anche Ric sta pensando che gli ho portato proprio una bella pupa: peccato che abbia anche una pallottola nello stomaco.

Le sposta le mani che lei continua a tenere fissate sullo stomaco e con un piccolo bisturi le taglia il vestito all'altezza della ferita e glielo apre per vedere se quella pallottola la porterà diritta all'inferno o no.

«Uhhh... piano...», mi stringe un braccio mentre contorce le dita dei piedi che scalze agguantano la carta del lettino increspandola.

«È una gran brutta ferita...».

«Quel bastardo mi ha fottuta...».

Mi guarda accennando un sorriso che le fa male.

«Ma forse può ancora cavarsela», Ric le ridà speranza.

«Bisogna estrarre subito il proiettile e fermare l'emorragia».

«Allora fallo... dottore...», e questa volta stringe il suo braccio, decisa.

«Fai quello che devi fare, Ric», gli metto furia anch'io.

«Farò tutto quello che posso, Jef», e va in un'altra stanza per prepararsi all'operazione.

Restiamo soli.

«Almeno so che ti chiami Jef...».

Il sorriso sembra ora farle meno male.

«Ric ha avuto sempre la pessima abitudine di parlare troppo...

Ma in compenso è il più bravo dottore della città».

«Non voglio morire... ohhh...».

«Non morirai Kriss... te lo prometto.

E magari un giorno ci incontreremo ancora e mi dirai perché hai ammazzato Pablo...».

Alza ancora sofferente il seno, ormai del tutto fuori dal vestito strappato, con il reggiseno che da solo non sembra riuscire a tenerlo dentro quei sospiri.

«E te magari mi dirai perché hai fatto tutto questo per me...».

«Magari...».

Magari perché sei davvero troppo bella per morire, e in un attimo ci sfioriamo con milioni di pensieri senza dircene neanche uno.

«Bisogna sbrigarsi Jef».

La porta della stanza accanto si riapre e Ric è alle mie spalle con addosso un camice bianco e dei guanti verdi.

«È ora che vada Kriss», e le passo una mano fra i capelli, anche se mi verrebbe di baciarla.

«Jef...», è quasi un soffio sensuale nell'orecchio.

«Dimmi Kriss...».

«Spero di farcela per poterti rivedere…».

«Ce la farai», senza precisarle se a rivedermi o a non morire e lascio che le nostri mani scivolino via.

«Se riesci a rimetterla in piedi, la prossima settimana ti troverai 20 mila bigliettoni sul tuo conto corrente.

10 mila per te e 10 mila per lei».

In fondo il 10 per cento mi sembrava una percentuale più che giusta per avere fatto il lavoro al mio posto.

Sono passato dalla parte dei cattivi, ma fino a un certo punto.

Lascio Ric a fare tutto il possibile per lei e guardandola nello specchio mi godo un'ultima volta lo spettacolo del suo corpo, che incomincia dalle piante dei piedi, con le dita femminili e curate, e continua su per le gambe lisce, che finiscono perfette nel vestito corto.

E poi ancora più su, a percorrere i fianchi larghi al punto giusto, per ritrovarmi in mezzo al seno morbido, che le trabocca addosso sensuale.

Avrei voluto conoscerti in un'altra occasione e mi lascio sbattere la porta alle spalle lasciando tutto dietro di me, lei compresa.

Rimetto in moto la mia Mercedes SLK, ma prima di sparire veloce nella notte devo dare un'altra occhiata verso la finestra.

Buona fortuna Kriss.

E sparisco veloce nella notte.

Tre mesi dopo

Sono su un tetto e la giornata è limpida, ma maledettamente fredda, e il vento ha schiaffeggiato via dal cielo anche l'ultima nuvola bianca rimasta lassù vagabonda.

Luci contente e arrampicate dappertutto stanno lì a ricordare un po' prepotenti che siamo a Natale, e anche chi vorrebbe dimenticarsi che oggi è il 24 dicembre è costretto a guardarle, quasi fosse suo malgrado il protagonista di una scena di Arancia Meccanica.

Anch'io guardo giù e penso che potrei essere là sotto, confuso fra tutta quella gente che gira in cerca di qualsiasi cosa: un uomo qualunque fra uomini qualunque.

Invece sono quassù che sto quasi crepando dal freddo.

Ma sto bene dove sono.

Il vento mi passa sul viso come una lama di rasoio e un uccello si posa due metri vicino.

E non sarà questo freddo a farmi crepare, anche perché fra poco qualcuno creperà e non certo di freddo...

E guardando l'uccello che vola subito da un'altra parte, mi ritorna il sorriso.

Questa è la mia vita, anche se lei ha provato a cambiarmela.

Già, Kriss... nonostante quella pallottola era riuscita a cavarsela, Ric si era guadagnato la sua parte.

Una mattina aveva suonato il mio campanello e nemmeno adesso so come abbia fatto a trovarmi, non gliel'ho chiesto e neanche lo farò.

So che mi ero trovato di fronte a una donna col colpo in canna, pronta a spararmi proiettili di sesso puro e li sparò subito, e da quella mattina incominciai a scoparmela con piacere e questo diventò da subito un'abitudine.

Il buco che la colt le aveva lasciato nello stomaco era diventato una cicatrice tonda, che assomigliava più a un tatuaggio tribale piuttosto che a quello che era, e mentre la scopavo glielo sfioravo appena per non farle male, anche se era solo una mia delicatezza in più.

A volte con lei mi scoprivo perfino romantico, forse perché alcune notti pensavo addirittura che ci stavo facendo l'amore, anziché scoparmela, e fra le due cose c'era differenza. Parecchia differenza.

Nel frattempo mi aveva anche raccontato perché aveva ammazzato il tipo da 100 mila bigliettoni: c'entrava la sorella, ma il resto della storia rimane una cosa fra me e lei, glielo devo.

Lascia tutto e andiamo via da qui, non ci manca nulla per ricominciare daccapo, neanche i soldi.

Aveva ragione lei. Ma solo sui soldi.

Una notte mi ero ritrovato a camminare solo insieme alla città, sola come me, e avevo provato a pensarci.

Io e lei e un posto di mare così lontano da farci dimenticare la strada per tornare indietro, vivere di rendita con i soldi sistemati in banca e magari un giorno anche con un paio di mocciosi a girare per la casa.

Ma poi, aiutato dalla vodka, dimenticai perfino di averlo fatto quel pensiero.

Chi nasce rotondo non muore quadrato: e io sapevo che sarei morto rotolando. Like a rolling stone.

Si ferma un’auto davanti all'Hotel Continental, è una limousine nera: l'attesa sulla riva del fiume è finita, è arrivato il mio uomo.

Attacco subito l'occhio al mirino e ce lo metto dentro anche prima che l'autista gli apra la portiera per farlo scendere.

Lascia tutto e andiamo via da qui.

Se fossi uno scrittore lo farei, sarebbe il finale perfetto di questa storia.

Ma il mio mestiere è un altro, Kriss.

Il mio uomo è sceso e si aggiusta la sciarpa attorno al collo.

Non ci manca nulla per ricominciare da capo.

Le mie storie finiscono in un altro modo e le scrivo con parole fatte di piombo.

BANG

Mi basta un colpo e il mio uomo è già un uomo morto sul marciapiede.

Mi dispiace Kriss, ma le mie storie non finiscono mai con un bacio nel tramonto.

Non potrei darti certezze Kriss: le mie storie possono finire da un momento all'altro.

Specialmente per chi entra nel mio mirino.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PALLOTTOLE AVVELENATE

di Emiliano Caponi (2011)

Sandokan, con in braccio la Perla di Labuan, ferita da una pallottola nello stomaco, sta tagliando la giungla con la scimitarra cercando di arrivare alla fine del sentiero che li porterà alla spiaggia e da lì con una zattera al vascello e forse alla salvezza di lei.

Se devo morire con una pallottola in pancia, quello è l'unico modo che potrebbe piacermi.

Ma quando il mare è appena dopo l'ultima collina, Sandokan viene fermato sul sentiero da due tipi che bevono un caffè in paradiso: forse sono già morta e l'idea mi fa bestemmiare, ma mi tranquillizzo subito pensando che una come me quando crepa non si ritrova a sorseggiare caffè fra le nuvole, ma va dritta all'inferno.

E poi le ferite mi bruciano maledettamente, sono ancora viva, non ci sono dubbi.

Proprio ora che sono ricca...

Mi guardo i due forellini che la colt mi ha lasciato sul vestito, due piccole macchie brunastre che non posso lavarmi via.

Avevo progettato il piano in ogni particolare.

Avevo studiato il mosaico in ogni suo tassello prevedendo ogni interseco possibile.

Avevo calcolato tutti i rischi.

Ma non quello di rimetterci la pelle.

Qualche mese prima ero riuscita a conoscere Peter Sullivan, uno dei più grossi trafficanti di pietre preziose del continente, un settantenne bavoso che dimostrava almeno dieci anni in più, ma a me la bava non faceva schifo, specialmente quando colava dalla bocca mescolata a diamanti.

L'avevo avvicinato facendo la puttana e spianandogli davanti il mio corpo, che è sempre stato l'unica arma che ho, a parte la mia calibro 38, e dopo qualche pompino fatto bene ero diventata una delle sue amanti, una di quelle che faceva prendere dalla limousine con l'autista che apriva le portiere.

Ma io sono ambiziosa e non mi bastava mangiare le briciole in piedi e insieme alle altre, io volevo sedermi a tavola da sola e mangiare tutto, dall'antipasto al dolce.

Per questo, oltre  al mio corpo, avevo cominciato a far lavorare anche il mio cervello, studiando un piano per prendermi tutto, ma per riuscirci avevo bisogno di un complice e Sam era l'attore giusto per quel ruolo: ex marine italo-americano, ci sapeva fare con le pistole e con le donne e davanti a un ottimo affare non si tirava mai indietro.

Il piano era semplice come tutti i piani che hanno più probabilità di riuscita: avrei presentato Sam a Peter spacciandolo per un pesce grosso della malavita, interessato a comprare un bel po' di diamanti da vendere sul mercato nero; una prima cena di conoscenza e poi l'appuntamento nella villa di Sullivan per concludere l'affare, con Sam che a quel punto si sarebbe presentato per quello che era: un burattino nelle mie mani con una pistola nella sua, pronto a usarla in caso di forza maggiore.

Le mie scopate erano state un ottimo investimento che mi avevano fruttato la piena fiducia del vecchio che ascoltò ed accettò subito la mia proposta: presentazioni, cena e poi appuntamento a tre a domicilio, tutto filava come da programma.

Per l'incontro di stasera non voglio in mezzo nessuno dei tuoi  scagnozzi.

L' avevo convinto anche in quello.

Ti basto io.

E una carezza sotto la cintura aveva fatto il resto.

Il credito che possono darti tante scopate fatte bene è illimitato.

Peter aveva aperto il suo caveau chiuso fino a quel momento dalla più che discreta combinazione e aveva preso un piccolo sacchetto di velluto nero.

Aveva slegato il laccio che lo chiudeva e aprendolo aveva fatto cadere sul tavolo un film: una cascata di diamanti.

Sembrava di guardare un cielo stellato in una notte polare, ma invece di stare con il naso in su, si guardava in basso, sul ripiano di un tavolino da 50 dollari, rincarato all’improvviso di 5 milioni.

Uno spettacolo impressionante, vero, Rachel?

Si era vantato Sullivan, sorridendo, e la vista di quei denti ingialliti dal fumo e dal tempo, insieme al pensiero di averli dovuti sopportare mentre mi mordevano la pelle, mi autorizzava a sentirmi in diritto ad avere quella ricompensa, che mi sarei presa da lì a poco.

Si compiaceva aspettando che l'altrettanto ricco e figlio di puttana venuto da lontano aprisse la valigetta facendolo godere ulteriormente, ma la magnum che si trovò spianata davanti fu l'unico godimento che Sam poté offrirgli.

Maledetta puttana!

Mi sbavò addosso la sua rabbia, ma ipnotizzata da quel luccichio stellato non mi mossi neanche di un centimetro.

E neanche mi offesi, in fondo aveva detto la verità.

Come stesse spolverando, Sam levò i diamanti dal tavolo e li raccolse in un paio di pugni che aprì e svuotò dentro la valigetta.

Siamo maledettamente ricchi!

Ci guardammo immaginandoci già lontani e sperduti nelle lussurie dell'esistenza, e a Sullivan bastò quell’attimo di sogni distraenti per scattare come una molla rotta e saltare addosso a Sam.

C'erano quasi trent'anni di differenza, ma lottarono sul tappeto senza che si notassero e io rimasi lì spettatrice con posto in piedi in prima fila, finché il gong di uno sparo mise fine all’incontro.

Sam venne verso di me e mi abbracciò facendomi smettere di tremare, mentre Sullivan rimase a terra e da lì non si rialzò neanche dopo il conto dei 10 secondi.

Otto... nove... dieci: K.O. mortale con buco in pancia.

Il mio piano non prevedeva ci scappasse il morto, ma essendo il morto Sullivan non ci misi molto a perdonarmi quella previsione sbagliata.

In fondo aveva fatto la fine che si meritava e non c'era tempo né voglia di piangerlo, i suoi cani non ci avrebbero messo molto prima di fiutare che il loro padrone non avrebbe potuto più sfamarli: bisognava andarsene in fretta portando via anche i nostri odori.

Salimmo sulla corvette nera e ci dirigemmo su per le colline dove Sam aveva un appartamento che guardava tutta la città: lassù il vento avrebbe confuso i nasi dei segugi mandandoli ad annusare da tutt'altra parte.

Sam con modi da ex-marine avrebbe voluto scoparmi subito, ma prima si doveva brindare a quel cielo stellato, che ora ci illuminava dal ripiano del tavolino di vetro messo al centro della sala del suo appartamento, arredato col gusto di un uomo che vive da solo.

Presi due calici di cristallo e una bottiglia di champagne Dom Perignon Brut Enoteque mentre lui per pensare momentaneamente a qualcos'altro che non fosse scoparmi, si accese la televisione.

Bravo Sam, guarda Sandokan.

La battaglia fra i tigrotti di Mompracem e gli inglesi lo distrasse e versando lo champagne potei insaporire il suo calice con un po' di cianuro senza che se ne accorgesse: guardare troppa televisione è un vizio che a volte può fare più male che fumarsi 2 pacchetti di sigarette al giorno.

Brindiamo alla nostra nuova vita!

E con un solo gesto si intrecciano bicchieri e destini.

Maledetta puttana... cosa hai messo nel bicchiere…?

Il cianuro non fa giri di parole, va subito al dunque.

Maledetta puttana, me lo avevano detto 2 uomini nel giro di qualche ora, ma anche stavolta non mi ero offesa, era sempre la verità.

E tanto meno mi ero preoccupata, se a dirmelo era un uomo morto: non potrà andare a dirlo in giro, la mia reputazione è salva.

Se solo ne avessi mai avuta una.

Crollò sul tappeto e da lì si ostinava a darmi ancora della poco di buono, mentre io lo guardavo crepare seduta sul bordo della poltrona, con le gambe accavallate e scosciate apposta per dargli ragione e per fargli vedere per l'ultima volta qualcosa di bello.

Mi dispiace Sam, e tirai una boccata di sigaretta.

Ho passato una vita a mangiare le briciole che cascavano dalla tovaglia.

Ora voglio mangiare tutta la torta.

Ma quel fottuto ex-marine invece di essere già crepato rialzò la faccia dal tappeto e mi puntò contro una pistola.

Io lo guardai e gli risi in faccia: Sam sei già morto e un uomo morto non può sparare.

E poi non spareresti alla tua Rachel.

Un lampo giallo e subito una fitta di fuoco allo stomaco.

Mi ero sbagliata.

Un altro lampo giallo e un'altra fitta di fuoco allo stomaco.

Mi ero doppiamente sbagliata.

Porto entrambe le mani sulle ferite e mi piego in avanti con la testa in giù per poi rialzarla di scatto e scuoto i capelli rendendomi conto tutto insieme che Sam mi ha appena sparato due volte.

Mi scappa un lamento, e con il viso che risente già delle pallottole che mi sono beccata, scivolo lentamente dalla poltrona, ma prima di ritrovarmi anch'io sul tappeto, mi fermo a riprendere fiato e mi appoggio con il seno contro il manicotto, che me lo spinge fuori dal vestito in un modo che avrebbe eccitato Sam, anche se ora non può più eccitarsi.

O forse sì? Forse è ancora vivo?

Devo saperlo.

Devo vederlo.

Incomincio a trascinarmi sul tappeto con la forza disperata di una tigre ferita che vuole andare a vedere se il cacciatore è già morto o se sta morendo insieme a lei.

Sam è 2 metri vicino, ma sembrano 2 chilometri: la morte accorcia il tempo, ma allunga le distanze.

Spingo con i piedi, con le gambe, con i gomiti, con il seno, con tutto il corpo, spingo con tutto quello che mi rimane e tutto quello che mi rimane mi sembra anche troppo avendo 2 pallottole dentro di me.

Centimetro dopo centimetro, chilometro dopo chilometro, fitta dopo fitta, arrivo accanto a Sam e fregandomene delle pallottole, con la forza di un solo braccio, lo rigiro da sotto a sopra e lo metto a faccia in su in modo da poterlo vedere.

Sam, bastardo... e mi metto sopra il suo viso, ma i suoi occhi fissati verso l'alto vedono già l'aldilà: il cianuro è più svelto di 2 pallottole.

Appoggio la testa sul suo petto, che non si alza e abbassa più, e restando rannicchiata per illudermi che le ferite mi facciano meno male, guardo il mobiletto spostato qualche metro più a destra: sopra c'è un telefono.

Forse mi resta ancora un po' di tempo per strisciare fino a lì e chiamare un'ambulanza, forse posso ancora cavarmela.

Punto i gomiti in terra e con il dolore dei 2 buchi in pancia che non mi lascia in pace, ricomincio a trascinarmi sul tappeto, ma mi fermo quasi subito.

E se muoio mentre tento di arrivare al telefono?

Un dubbio mi entra dentro facendomi più male delle pallottole.

Non voglio morire da sola su un pavimento.

Mi ributto sopra di lui e metto violenta la mia bocca sopra la sua e incomincio a baciarlo con così tanta passione da non farlo respirare.

Peccato però che ci abbia già pensato da sé.

Lo bacio e lo bacio ancora e ancora, mentre tutto attorno si fa sempre più buio e l'unico chiarore che ancora riesco a intravedere è quello dello schermo del televisore rimasto acceso.

Intanto i due tipi che bevevano caffè in paradiso sono spariti di nuovo fra le nuvole, pronti a ritornare ma solo e sempre a pagamento, ed è ritornato Sandokan.

Non ce l'ha fatta a raggiungere la spiaggia, si è fermato qualche centinaio di metri prima e appoggiando la Perla di Labuan contro la corteccia di un albero, se l'è vista morire così, davanti a lui.

Chissà che finale ha previsto per me il regista della mia storia.

E continuo a baciarlo fregandomene della risposta.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PIOMBO PESANTE

di Salvatore Conte (2013-2018)

Finisce quasi sempre così tra banditi.

Si ammazzano fra loro.

La banda del Puerco si era riunita per dividere: paradosso criminale.

Ma qualcuno era stato seguito.

Fu così che all'appuntamento si presentò pure la banda della spietata Anna Dobbs!

BANG BANG BANG

BANG BANG BANG

BANG BANG BANG

Una bella grandinata di piombo sulla Sierra Madre.

«Cabrones! Vi avevo detto di lasciarne qualcuno vivo!

Adesso chi ci dirà dove sono i dollari?».

«Anna... questa è ancora viva...», gli occhi della Dobbs si illuminarono.

«Manola! Mi sembrava che fossi tu! Come stai, bella?

Ti rimetterai in sesto», la conosceva.

Era scivolata lungo la parete esterna della casupola bianca, finendo seduta a terra.

La pallottola, anche se si intuiva appena, l’aveva praticamente ammazzata.

Ce l'aveva sullo stomaco.

Una sola, in un corpo tanto grande, ma fatale.

La testa ciondolava sul petto, con gli occhi storditi e uno sbrodolio sanguinolento dalla bocca; eppure il buco mortale non si vedeva neppure.

La linea del petto - la spaccatura - era quasi netta, pulita, dritta: i seni spingevano l'uno sull'altro; c'era solo una piccola bruciacchiatura.

Si poteva soltanto intuire che una pallottola si fosse infilata là in mezzo, tra i giganteschi seni, dentro la scollatura della provocante camicetta bianca tesa allo spasimo; e che l'avesse raggiunta in pieno stomaco, tramortendola come un cazzotto di piombo.

Manola Gutierrez era rimasta inchiodata alla parete.
Aveva raccolto piombo pesante.
E nonostante il fisico possente, ci sarebbe rimasta secca.
«Avanti, portatela dentro», ordinò la Dobbs.

Nel pueblo abbandonato rimaneva una vecchia branda.

Gli uomini di Anna provarono a tirarle fuori qualcosa, prima che fosse troppo tardi.
Lei, però, non sembrava in grado di capirli. Lo sguardo inebetito, le pupille schizzate all’inferno.
Era un cadavere vivente.
«È andata, dannazione... ».
Era la sua ora. Lo si capiva facilmente.
Gli occhi erano latenti, inespressivi, la bocca spalancata allo spasimo. Aveva poco da vivere.
Gorgoglii, rantoli, e quelle braccia larghe, a penzoloni oltre i margini del letto, in segno di scoramento e resa. Ormai era fatta, l'avevano fregata.
Quello che aveva addosso era piombo pesante.
Però non affrettava i tempi, cercando di convogliare aria nei polmoni, fintanto che le era possibile.
Era soddisfatta di non essere ancora crepata, a volte basta poco per essere contenti.

«Toglietevi di mezzo.

Con una bella ragazza ci vuole gentilezza...

Non è vero, Manola?».

La Dobbs le riportò le braccia al corpo.

«Tu adesso mi dici dov'è il malloppo e io faccio chiamare il vecchio del villaggio.

Sono bravi, lo sai? Fanno miracoli».

«Prima... il vecchio...», era ancora lucida, sapeva che doveva conservare il segreto, se non voleva affrettare la fine.

«Spargete voce, andate a prenderlo: c'è sempre un vecchio - in questi villaggi - che cura i peones».

I suoi uomini - gli unici due rimasti, a parte di cadaveri - tornarono presto.

Il vecchio c'era davvero.

Visibilmente intimorito, cominciò a medicarla con i suoi unguenti.

«Manola… io sono stata di parola...

Sta andando tutto bene... presto ti sentirai meglio...», la morbida voce di Anna era insinuante, l'avviluppava come le spire di un serpente. «Ma tu, intanto, devi aiutarci».
Discorsi incoerenti.
Anche per una donna dalla testa ormai vuota.

«Devi dirmi dove sono i soldi. Divideremo in quattro. Lascerò la tua parte qui», cominciava a irrigidirsi, a perdere la pazienza. «Avanti… parla, Manola!».
Qualche fremito gutturale.
Poi, faticosamente, qualche sillaba…
«Non… voglio… crepare...».
Aveva parlato.
«Infatti non morirai, Manola... ma adesso dimmi dove avete nascosto i dollari, o ti faccio un buco in fronte!», Anna aveva perso la pazienza.
«Io… io… non… io…».
Mormorii incoerenti. Dal labbro di una ragazza bucata da piombo pesante e che vedeva la morte in faccia.
«Non vuoi crepare, Manola. Lo abbiamo capito.
Hai solo un problema, bellezza: una calibro 45 in mezzo alle tette…
Allora... ti decidi a parlare?!».
La ragazza boccheggiava, con gli occhi carichi di terrore.
«Io l’ammazzo, questa troia!».
«È già morta, Juanito. Non puoi farle niente».

Gli occhi della Dobbs lampeggiarono. Aveva avuto un'idea.

Tirò il rustico guaritore in disparte e gli puntò la colt alla gola.

«Ascoltami bene, vecchio.

Devi dargli una droga che le sciolga la lingua, claro?

So che le conosci tutte. Voglio la migliore».

«Claro, signora».

Il vecchio si mise a rovistare nella sua borsa.

«Mettetevi il cappuccio... e accendete delle candele... spalmatevi del sangue addosso... creeremo una scena infernale... penserà di essere già morta e di trovarsi di fronte all’ultimo giudizio...», sussurrò ai suoi.
A un cenno del vecchio, Anna diede il via alla scena.

Pablo e Juanito si avvicinarono al letto con fare tronfio: erano gli estremi giudici,  forse ignorando che giammai Minosse divide il suo ufficio con altri.

«Manola Gutierrez! Confessa i tuoi peccati! E restituisci i soldi ai loro proprietari! Dove li hai nascosti?».
La loro attenzione era attratta dalle labbra tremolanti della ragazza.
E non dalla borsa del vecchio.
BANG
BANG
I banditi crollarono a terra.

Si voltò verso la Dobbs e la fissò dura.

«NO! Aspetta!», gridò la donna.

Il vecchio aspettò un cenno di Manola.

BANG

Un colpo nello stomaco della Dobbs!

Anna strabuzzò gli occhi e spalancò la bocca.

Sembrò crollare a terra, ma cercò di guadagnare la porta... ebbe uno slancio...

BANG

Il vecchio era astuto e non si fece sorprendere.

Le piazzò una pallottola nella schiena, alle reni!

Sullo slancio, Anna riuscì comunque a varcare la porta e a girare l'angolo.

Il vecchio rinunciò a inseguirla.

La Dobbs barcollò alla ricerca di un cavallo.

«Emiliano...», i peones più vicini la sentirono mormorare un nome.

L'aveva quasi raggiunto, ma quello - all'ultimo - si allontano con un nitrito infastidito.

La fortuna l'aveva abbandonata.

Anna si guardò intorno con occhi allucinati.

Inciampò in un cadavere e franò a terra.

Riconobbe lo sguardo vitreo del Puerco.

Era inciampata proprio nel suo cadavere.

Sembrava riderle in faccia.

L'aveva maledetta.

Attanagliata dalla paura, estrasse la colt.

BANG
Gli fece schizzare il cervello, per essere sicura che fosse morto e non vedere più quegli occhi.

Sangue e materia gli colarono sulla fronte e divenne una maschera irriconoscibile.

Poi cominciò a strisciare verso l'abbeveratoio degli asini: aveva una sete del diavolo e non si sarebbe fatta scrupoli, non ne aveva mai avuti, né avrebbe chiesto aiuto a quei luridi peones.

«Maledetto...», ce l'aveva con il vecchio o con il Puerco?

Spingeva sulle gambe con la paura di non arrivare all'acqua.

Non era più una ragazzina la bella Anna: anche se portati addosso con disinvoltura, ne aveva quasi 50...

Nell'aggrapparsi al muretto per tirarsi su e bere, accadde una una cosa strana: una pietra si spostò e rivelò un buco.

Anna ci infilò la mano dentro: in un altro momento sarebbe stata molto più prudente.

Un sorriso illuminò il suo volto funereo...

Non si accontentò di bere, ma si immerse nell'abbeveratoio.

Mentre l'acqua si colorava di rosso, lei cercava di colorarla di verde.

I dollari erano tanti, poteva riuscirci.

Quando un asino si avvicinava per bere, riusciva anche a mangiare, il colore era quello.

Si era rinfrescata e aveva bevuto.

Ora poteva crepare.

Pallida come un cadavere, si stava diluendo nell'acqua.

Era deformata, distrutta.

«Emiliano...», di nuovo quel nome.

E spuntò un cavallo.

Lo stesso che prima si era allontanato.

D'altronde tutte le creature - pistolere, asini e cavalli - vanno all'acqua, prima i poi.

Gli mise dei dollari in bocca e se lo fece amico.

Funzionava come con i caproni.

Provò a tirarsi su, morire a cavallo era tutta un'altra cosa.

Il muretto dell'abbeveratoio la aiutò, il cavallo si predispose docile.

Naturalmente non rinunciò a tenersi qualche dollaro: circa un terzo di quelli rimasti.

Se li infilò dappertutto. Il seno si avvicinò a quello di Manola.

Incurvata sul collo dell'animale, diede un colpo di speroni.

«Vai... bello... portami... da... Emiliano...».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA LOCANDA DEL DIAVOLO

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2011-2017)

Tyburn, Inghilterra, 1° luglio 1681.

«A morte! A morte!».
Un'unica voce, urlata dalla folla senza prendere fiato, faceva da sottofondo all'orrore che stava per manifestarsi in una delle sue interpretazioni più sanguinarie.
«Impiccate il traditore!».
«Alla forca! Alla forca!», e gli uomini più vicini gli sputarono contro, ebbri oramai del loro desiderio di morte.
«Stringi bene il cappio!», si preoccupò, sveltendo le operazioni, l'uomo con la faccia umiliata dalla cicatrice.
Il boia passò una mano lungo la corda e la tirò ancora, controllando che il nodo che incravattava il disgraziato fosse intrecciato e chiuso a dovere.
«Tutto a posto, signore».
L'orrore era pronto e adesso si sarebbe manifestato.
«Oliver Plunkett, Arcivescovo di Armagh e Primate d'Irlanda, per alto tradimento ti sto condannando a morte».
Una voce si levò forte, facendosi udire sopra tutte le altre: l'uomo dalla cicatrice si era appena proclamato Dio, decidendo per Lui.
La corda stretta intorno al collo non gli impediva ancora di rispondere, ma tacque volutamente, continuando a muovere le labbra con gli occhi rivolti verso il cielo.
«Procedi, boia!», e la forca - formata da un triangolo orizzontale di legno sostenuto da tre gambe - si ritrovò a reggere l'ennesimo disgraziato corpo, che senza più appoggio terreno rimase sospeso nell'etere, fluttuando avanti e indietro come un pendolo di un orologio che stava per battere la sua ultima ora.
Tic-Toc. Il tempo è breve quando è la morte a pretenderlo.
L'Arcivescovo si fece subito di stoffa, con le gambe e le braccia ciondolanti senza più sangue vivo a muoverle e gli occhi rimasti aperti a fissare non più il cielo, ma la terra umida che si sarebbe per lui aperta in un infimo senza fondo.
«Toglietegli le viscere!».
«Che il traditore sia squartato!».
L'orrore sa essere un pozzo senza fine, del sasso che cade dentro a volte non si ode neanche il rumore dell'impatto.
E fu squartato e fu sviscerato, e chi non partecipò, guardò, godendo dello spettacolo.
Lui era confuso tra la gente, come da millenni, uomo avvolto in un mantello nero in mezzo ad altri uomini avvolti in altrettanti mantelli neri.
L'Unico tra i tanti.
A poco a poco il gruppo di persone si dissolse e Lui si diresse verso il villaggio per trovare una locanda dove brindare a sé stesso.
La riconobbe in un locale che il tempo e l’incuria avevano reso marcescente; entrò e sedendosi a un tavolo d'angolo cominciò a guardarsi intorno: come l'orrore, anche lui non aveva ancora udito il rumore del sasso che cade sul fondo.
Dette rapide occhiate, ma subito capì che quelle facce sedute ai tavoli o rimaste in piedi davanti al bancone erano più marce del legno di quella putrida locanda.
Nessuno era adatto a Lui.
«Cosa posso servirle, signore?», si avvicinò la giovane locandiera.
Alzò lo sguardo su di lei e la fermò lì, in piedi davanti a Lui, per guardarla bene.
Lei rimase ferma per il tempo che Lui capisse.
«Come ti chiami, bella locandiera?», aveva già capito.
«Come dice, signore?», riparlò per suo volere.
«Portami un whisky, Chana», aveva già deciso.
«Ma... come fa a sapere...».
«È inciso con il coltello su tutto il tavolo», la bloccò subito.
«E anche sul legno delle pareti, devi avere un sacco di ammiratori qui».
Arrossì fino allo straripante seno.
«E te li meriti tutti.
Adesso portami il mio whisky».
«Subito, signore», e tornò confusa verso il bancone.
Lei ancora non poteva saperlo, ma Lui l'aveva appena scelta.

Tyburn, Inghilterra, 21 marzo 1699.

Le aveva fatto tante promesse, le aveva promesso onori e ricchezze e un futuro da Regina. E l'aveva impressionata con prodigi strabilianti.
Ma ora che gli anni si erano fatti tanti, quasi 50, Lui aveva cominciato a stufarsi e lei si era accorta che faceva ancora la locandiera.

Quella sera, alle 11, appena chiusa la locanda, decise di affrontarlo.
Gli rinfacciò che per Lui aveva rifiutato la corte di uomini colti e raffinati, innamorati davvero di lei, ma non altrettanto bravi a illuderla con belle parole e fumose promesse.
«Sei il padre della Menzogna!», sbottò al culmine.
Lui capì di aver perso la sua influenza su di lei, ma non se ne rammaricò più di tanto: stava marcendo come la sua locanda, il tempo l’avrebbe superata in fretta e ormai somigliava più a una vacca che a una donna; bella, burrosa e bovina, ma destinata a passare senza lasciare tracce.
La lasciò sfogare e la lusingò con altre promesse.
La cosa finì così.
La sera successiva, la locanda era piena come sempre.
La bella Chana - sebbene avesse ormai toccato i 50, non certo portati con leggerezza - rimaneva la principale attrazione di tutto il villaggio e dell’intera contea; anzi, il fatto che nessun altra riuscisse ancora a sostituirla, nonostante si fosse imbolsita e allargata, le attribuiva un’aura da invincibile anche presso i più umili avventori della locanda.
Le liti fra ubriachi e giocatori d’azzardo non erano affatto rare all’interno della taverna di Tyburn gestita da Chana Godrich, la locandiera più procace del Middlesex.
Fu così che all’inizio lei stessa non se ne preoccupò. Ma quando l’atmosfera cominciò a scaldarsi troppo, decise di intervenire con la sua imponente figura, che di solito acquietava gli animi in brevissimo tempo.
«Basta così, ragazzi...!», intimò la locandiera, sicura del fatto suo.

Quella sera era più zozza del solito: indossava una camicetta bianca con i bottoni allentati fino all'ombelico; le consumate tette da vacca cinquantenne stavano per scoppiarle fuori; faceva schifo.

Gli animi, però, erano accesi, troppo accesi.
«Io t’ammazzo, baro!», esclamò uno dei riottosi, minacciando l’altro con un coltello da macellaio.
E alle parole fece presto seguire i fatti, lanciandosi in avanti, a testa bassa, contro l’avventore accusato di barare. Questi si scansò appena in tempo, il coltellaccio proseguì la corsa… e si piantò profondo nel ventre molle di Chana…!
Un urlo di donna risuonò nella locanda.
Lui lo udì da fuori.
Un asso di picche svolazzò nell’aria viziosa.
L’ubriaco era incredulo quanto la locandiera.
Si fissavano l'un l'altra, sconcertati e attoniti.
L'avventore estrasse il coltellaccio dalle budella della locandiera, senza quasi rendersene conto; quindi lo lasciò cadere a terra, inorridito, con vari grumi di sangue e filamenti di carne rimasti attaccati alla lama, e si diresse verso l’uscita, folle di paura per quanto aveva commesso.
Nessuno fece in tempo a sbarrargli la strada; l'altro, invece, quello che si era sottratto al colpo, fu immobilizzato.
«Non è niente, non è niente…», tranquillizzò tutti Chana, che cercava soprattutto di tranquillizzare sé stessa.
Piegata in due, raggiunse da sola la sedia più vicina.

«È stato Lui... mi ha fatto fuori...», mormorò la locandiera, senza farsi sentire.

Aveva finalmente aperto gli occhi.
Alcuni dei presenti andarono a chiamare il dottore, altri cercarono con lo sguardo l’ombroso compagno della locandiera, ma quella sera Lui non si vedeva da nessuna parte.
Chana perdeva molto sangue; era stata sventrata; le budella potevano schizzarle fuori da un momento all’altro; il panico serpeggiava tra gli avventori della locanda.
La locandiera non avrebbe superato la notte, ma la situazione poteva precipitare molto prima.
Afferrandola con cautela, la distesero sul tavolo più vicino, con un cuscino sotto la testa.
Con gli occhi sbarrati dalla paura, Chana era intenta a guardare il soffitto della propria locanda, mentre con le mani si stringeva il ventre, nel tentativo di resistere.
La maggior parte degli avventori aveva compreso la gravità della situazione e si portava le mani alla testa in segno di sconforto.
E quelli che rientravano non portavano buone notizie: il dottore non si trovava da nessuna parte.
«Che si fa, adesso?», disse uno dei tanti.
La porta della locanda si aprì di nuovo.
Apparve uno straniero.
«Ho sentito dire che c’è bisogno di un dottore.
È qui il malato?».
«Se per voi una coltellata nella pancia è una malattia, allora la malata è qui, straniero».
Non tutti, però, erano disposti a fidarsi del nuovo arrivato.
«Chi ci dice che siete un dottore? Da dove venite?».
In mezzo a quelle domande, gli spasmi agonici di Chana catalizzarono l’attenzione generale.
«Smettila… non abbiamo altra scelta: sta morendo, non vedi?», ribatté un tale.
Lo straniero poté quindi visitare la donna.
Chana aveva perduto molto sangue ed era pallida, anche per la paura, come un lenzuolo di lino appena lavato.
«Whisky e bende, presto!», esclamò lo straniero.
Il whisky non fu difficile da trovare, le bende furono messe insieme.
La bella locandiera aveva le viscere di fuori e perdeva sangue come fosse stata macellata.
Non si contavano più le bende utilizzate dallo straniero, eppure l’immonda ferita continuava a buttare sangue; il procace petto di Chana si alzava sempre più a fatica e si riabbassava sempre più pesante; gli occhi spenti e oppressi da un’ombra oscura.
Nonostante lo straniero continuasse a imporre le mani sul ventre squartato della locandiera, come se fosse ancora possibile aiutarla, nella locanda dilagava la più aperta rassegnazione.
Tyburn avrebbe perso l’unica attrazione e sarebbe passata alla storia soltanto per il suo albero maledetto.
«Tutta colpa tua, infame!», il presunto baro che si era sottratto al colpo fatale era oggetto del furioso risentimento di coloro che rimpiangevano la bella Chana.
Venne picchiato a sangue.

Gli fu agitato contro il coltellaccio che era riuscito a evitare, ancora impregnato del sangue di Chana.
«Portatelo qui», intimò lo straniero, che non toglieva le mani dal ventre della donna. «Voglio saperlo dalle tue labbra: hai barato?».
«Lo sanno tutti che è un baro! Ammazziamolo!», inveì uno dei presenti.
«È vero, qualche volta mi capita di barare, ma questa sera non ho barato! Lo giuro!
Io voglio bene a Chana: quando mi beccano, io restituisco tutto. Lo sapete! Anche Chana lo sa! Una parte dei soldi li davo a lei!».
Lo straniero raccolse le occhiate dei presenti, anche se non ne aveva bisogno.
«Lasciatelo andare, non è lui il baro».
Quello, però, scelse di rimanere; a differenza di altri, che vinti dall’angoscia, affranti dagli occhi spenti di Chana, cominciarono a defluire dalla locanda.
Fra le strade buie del villaggio serpeggiava un’opprimente tristezza, alimentata dalle voci funeste di chi aveva assistito impotente al fatale dissanguamento di Chana.
Le voci giunsero anche all’orecchio di colui che - ubriaco - l’aveva colpita con il suo coltellaccio.
«È così grave? Davvero è così grave…? È morta…? Sta morendo?», ripeteva ai passanti.
Sconquassato da un duplice rimpianto, uno per la morte della locandiera e l’altro per esserne stato la causa, l’involontario assassino di Chana vagò sconcertato per il villaggio, fin quando non giunse davanti alla forca che era stata montata “in onore” di William Chaloner, un volgare falsario a cui era stato fatale l’aver ingannato perfino la forza di gravità, ovvero il famoso Isaac Newton (lo scienziato dei salotti buoni, ma anche vendicativo agente della massoneria), e infatti dalla forza di gravità sarebbe stato ucciso.
In quel preciso momento l’assassino fu preso da un irrefrenabile impulso: vi salì sopra e strinse da sé il nodo fatale. Quindi azionò la leva della botola e si gettò nel buco con la corda al collo.
La storia non lo ricorda, perché - in fondo - si trattò di un semplice suicidio causato dal rimorso.
In mezzo a questi fatti, intanto, nell’attonita locanda era finalmente cessata l’emorragia che aveva svenato la locandiera.
Chana conservava un flebile respiro, nonostante il tavolaccio sul quale era distesa fosse pregno del suo sangue come il ceppo di un boia.
Superato il momento fatale, lo straniero affidò la bella locandiera al dottore del villaggio, non dimenticando altresì di far portar via il tavolaccio, reclamandolo per sé, quale giusto premio per aver offerto le prime cure alla donna.
Una volta ristabilitasi, Chana lasciò per sempre la locanda di Tyburn, iniziandosi alle arti magiche e divenendo in poco tempo una potente maga.
Anche il tavolaccio lasciò l’Inghilterra, approdando in Italia, forse a Venezia; pare venne usato per prodigiosi esperimenti: se un uomo empio vi sedeva attorno, ebbene sprofondava direttamente all’inferno.
Di questi fatti non rimangono che tracce sottili; e la nostra penna si è incaricata di raccoglierle per voi, viziosi avventori di ogni epoca e luogo.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

di Salvatore Conte (2011-2017)

Da tempo la “Morte Rossa” devastava il paese. Mai epidemia era stata più fatale, o più spaventosa. Il sangue era la sua manifestazione e il suo suggello, il rosso e l'orrore del sangue. Essa appariva con dolori acuti, uno stordimento improvviso, poi un sanguinare diffuso dai pori, infine sopravveniva la dissoluzione. Le macchie scarlatte sul corpo e soprattutto sul volto delle vittime rappresentavano il marchio della pestilenza, che precludeva ai colpiti ogni aiuto e ogni comprensione da parte dei propri simili.

Pur tuttavia, il Duca Vincenzo non se ne preoccupava. Egli era protetto dal suo solido castello, arroccato su impervi sprofondi.

Avrebbe aspettato che la Morte Rossa fosse emigrata altrove. Nel castello aveva a disposizione scorte alimentari per diversi anni a venire; e in fondo quello era un assedio come un altro.

Il suo castello era inespugnabile. Il suo castello lo avrebbe protetto.

Soltanto la noia lo minacciava.

I lunghi mesi di isolamento lo stavano logorando.

E non lo appagava nemmeno più la splendida compagnia della cospicua Baronessa di cui si era invaghito e che aveva iniziato ai riti. Benché Lady Giuliana si apprestasse a raggiungere il grado più alto della sua iniziazione, il Duca rimpiangeva gli sconci della sua Corte.

E fu così che si risolse a indire un grandioso ballo in maschera, invitandovi tutti i nobili del suo Ducato. Tutti quelli scampati alla Morte Rossa.

D’altra parte, i sintomi del morbo erano fulminanti. L’attacco, il progredire e la conclusione del male si risolvevano nello spazio di mezz’ora. E pertanto la probabilità di invitare al castello un portatore sano era ridotta al minimo.

Per maggior sicurezza, il Duca fece spogliare e visitare tutti gli invitati, prima di ammetterli entro le mura.

Dai bastioni della sua roccaforte non lesinava sguardi alle nudità talora imbarazzanti dei suoi cortigiani.

Anche l’opulenta Giuliana indugiava lasciva accanto al suo Maestro.

La festa sarebbe cominciata presto.

L’evento forniva alla Baronessa l’occasione di celebrare il culmine della propria iniziazione.

Fu per questo che anticipò il rito finale.

Lady Giuliana si ritirò nella stanza nera e rossa; nera come la morte, rossa come il sangue. Era quella che occupava l’estremità occidentale di un’ala del castello suddivisa in sette grandi stanze, ciascuna separata dall’altra da una svolta a gomito senza porte.

La luce delle torce filtrava dalle finestre che davano sui corridoi laterali. L’unica stanza priva di finestre era quella nera e rossa, nella quale la luce era fornita da minerali fosforescenti di origine sconosciuta. L’unico accesso alle sette stanze era posto in quella più a oriente e comunicava con un vasto androne circolare, in cui figurava - all’estremità diametralmente opposta - un gigantesco orologio a pendolo. Ciascuna stanza era dominata da un diverso colore, ma soltanto una era nera e soltanto una era rossa: l’ultima delle sette.

Era in questa stanza che si era ritirata Giuliana, vestita di una leggera veste nera, permeata dai riflessi rossi della stanza, immersa in un'aura d'incubo, ove tutto appariva diverso, deformato, sfuggente.

Era distesa su basamento di granito ricoperto di velluto nero.

Il rito finale stava per compiersi.

La fronte della Baronessa era imperlata di sudore freddo.

Le forme cospicue si dibattevano in penosa attesa.

Il Sacerdote azteco alzò il pugnale di ossidiana e guardò negli occhi la donna.

Giuliana urlò ancor prima di essere colpita.

Il pugnale cadde. Il Sacerdote vibrò il colpo nel petto della Baronessa. Il coltello rimase affondato dentro di lei. Gli occhi erano attoniti.

L’orologio risuonò sinistro nell’androne, tuonando cupo dieci volte.

Il Sacerdote estrasse il pugnale di ossidiana dal petto di Giuliana. Il sangue sgorgò dalla ferita. Gli occhi si fecero vitrei in breve tempo.

«Mia cara…!», esclamò il Duca, accogliendo fra le braccia l’amata Baronessa.

Alle spalle di lui, il monotono corso della pendola misurava il fluire del tempo corrente, secondo la percezione degli uomini.

Lady Giuliana tremava ancora.

«Ho visto la Morte. Ho vissuto I terrori. Sono morta per sempre in questi».

«Non li hai vissuti tutti», la corresse il Duca.

«Io sono sopravvissuta al mio stesso sacrificio», confermò, fiera di sé, la Baronessa.

«C’è di più, mia cara.

«Insieme, sulla Terra, noi saremo come marito e moglie.

E quando Lui ci chiamerà, lo saremo anche di più all’Inferno».

La baciò in fronte.

«Io ho assaporato le bellezze del terrore… capisci?», continuò, ancora eccitata, la Baronessa.

«Ascolta… mia cara.

Lo scorrere del tempo…

Il battito del cuore…

Il passo dell’assassino…», la voce del Duca diventava sempre più grave.

Lo sguardo di Giuliana tradì un crescente allarme.

SZOCK

Vincenzo spinse il pugnale fino al manico, dentro lo stomaco.

Il rito era compiuto.

Perché solo il Maestro conosce l’ultima parte.

L’incredulità dipinse sé stessa sul volto di Giuliana.

Non provava dolore, ma semplice pura incredulità.

Si chiese per un attimo se fosse ancora sotto l’effetto della droga, ma tutto era terribilmente reale, la lama del pugnale affondata nel suo stomaco, il sangue caldo che macchiava le mani e la veste, il ghigno beffardo dell’ospite fattosi nemico, il pendolo che non perdeva un colpo…

Soprattutto il pendolo: il tempo non esisteva nei viaggi della mente, mentre al contrario in quella sala incombeva su tutto con i suoi monotoni prolassi.

Nella testa di Giuliana si fece strada il terrore di chi ha finito gli incubi e incorre nella squallida realtà delle cose: era stata colpita… ed era stata colpita a morte!

Ingobbendosi in avanti, strinse il pugnale con entrambe le mani, sforzandosi di rimanere in piedi.

Seppe subito cosa fare.

Troppo orgogliosa per morire ai piedi di Vincenzo, l’ospite fattosi nemico.

Si voltò lentamente, attenta a non perdere il precario equilibrio.

E mosse passi incerti verso l’ingresso delle sette stanze.

«Sì…! Scappa…! Fuggi…! Vai pure incontro al tuo sposo…! Ah ah ah…!», la schernì il Duca.

Intanto affluivano i nobili baldorianti, ebbri del banchetto, tutti in maschera, richiamati dai dieci rintocchi dell’orologio.

«Vi prego, amici miei…», li ammansì il Duca.

«Non rattristatevi per Giuliana.

Noi dovremmo piuttosto rallegrarci per lei.

Perché Giuliana sta correndo incontro al suo Maestro…».

La Baronessa scomparve dietro la porta che immetteva nelle sette stanze.

«Ora, dunque… che la festa abbia inizio!».

«Signore, che cosa festeggiamo?», domandò uno degli invitati.

«Il ritorno al celibato del vostro Duca… ah ah ah…!», la feroce risata di Vincenzo attraversò la grande sala circolare.

I musici aprirono le danze.

Tutto era permesso, fuorché il rosso.

L’unico senza maschera era il Duca.

Mentre la baldoria impazzava, la Baronessa si trascinava passo dopo passo, con un pugnale immerso fino al manico nello stomaco, attraverso le sette stanze, procedendo dalla prima all’ultima, da oriente a occidente.

Temette di non farcela, ma giunse infine nella stanza e nera e rossa e - ormai dissolta - si lasciò cadere ai piedi del basamento di granito ricoperto di velluto.

Per aspettare il culmine dell’agonia, o per pregare, oppure per imprecare, forse per tutto questo insieme. Ma con un pugnale piantato nello stomaco, che non le lasciava scampo e che la Baronessa si guardava bene dall’estrarre fuori da sé.

L’orologio interruppe i musici con undici monotoni rintocchi.

Una breve pausa che non indusse i baldorianti ad alcuna riflessione.

Tutto proseguì come prima.

Tutto, a eccezione di un particolare.

Per la prima volta fu notato un invitato che aveva scelto un costume di colore rosso. Era molto alto e benché destasse immediata curiosità, sotto il suo cappuccio non si riusciva a distinguere alcun volto.

«Chi osa?», proruppe minaccioso il Duca.

Non ci fu alcuna risposta.

Nella grande sala circolare, improvvisamente avvolta dal silenzio, il solo monotono battito del pendolo assicurava il protrarsi della realtà.

«Mostra il tuo volto, cane!», ringhiò Vincenzo.

Ma non ci fu alcuna risposta.

L’ospite irriverente attraversò indisturbato la sala e scomparve dietro la porta che immetteva nell’ala del castello suddivisa in sette stanze di diverso colore.

La rabbia del Duca raggiunse il culmine: «Che cosa state aspettando!? Fatelo a pezzi! Chiunque egli sia!».

I cortigiani afferrarono le armi alle pareti e inseguirono la preda, forti del loro numero.

Ma i primi caddero nella prima stanza.

E i secondi nella seconda.

Fino alle soglie dell’ultima.

I nobili del Ducato, benché istruiti alle armi e resi audaci dal numero, non riuscivano a prevalere.

Si lanciavano alla carica a testa bassa, ma giunti al cospetto dell’ospite vestito di rosso, un improvviso e mortale terrore dissolveva la loro forza, rendendoli nudi come vermi.

L’ospite in rosso calava allora la spada sulle loro teste e la Morte Rossa si impadroniva fulminea dei cortigiani di Vincenzo, come fosse la spada stessa a comunicare il fatale contagio.

Tuttavia, chi ancora non aveva approcciato il crudele ospite, non comprendeva il motivo di tanta indecisione e confidava di prevalere, per poi vantarsene con il Duca.

Ma giunti alle soglie dell’ultima stanza, anche coloro che non avevano ancora attaccato l’ospite cedettero al panico. Cominciarono quindi a ritirarsi, sebbene la strada verso oriente fosse loro sbarrata dal Duca stesso, che li esortava minaccioso a rinnovare la carica.

Gli ultimi infelici baldorianti caddero chi sotto la spada dell’ospite mascherato di rosso, chi sotto quella dell’ospite senza maschera.

Quando la strage fu compiuta, il Duca gettò la spada insanguinata ai piedi dell’incappucciato.

«Soltanto ora mi riconosci, Vincenzo?».

Prima che potesse giungere una risposta, si udì un rantolo provenire dalla stanza attigua, quella nera e rossa, in cui nessuno tra i baldorianti era entrato.

«Chi è?».

«Maestro, non conoscete forse ogni destino di noi miseri mortali?».

«Voglio saperlo da te».

«È vostra moglie».

«E allora tu chi sei?».

«Io sono il vostro umile servitore, Maestro».

L’ospite in rosso allungò il braccio verso una balestra appesa alla parete, la armò e la puntò contro il Duca.

Attese che il terrore lo dissolse ancor prima della freccia.

«Io... decido... quando-dove-come arrivare, uomo».

E il dardo gli trapassò la gola, comunicandogli la Morte Rossa.

L’ospite tornò verso la sala del pendolo. Era deserta.

L’orologio aveva rallentato la sua corsa.

Continuava a muoversi per forza d’inerzia, ma sembrava destinato a fermarsi.

Il suo meccanismo si era guastato, oppure la spinta originaria stava esaurendo i suoi effetti.

Si era quasi fermato.

Forse era già fermo.

Un piccolo movimento è invisibile a chi è molto piccolo.

Ma niente può essere più piccolo del battito di un cuore.

Perché tanto più grande è la distanza, tanto più piccolo è il movimento.

L’ospite sfiorò la pendola e se andò, senza farsi notare, nella stessa maniera in cui era arrivato.

Soltanto molte ore dopo fu visibile a tutti che la pendola non era in realtà ferma.

E ci vollero giorni, forse settimane, perfino mesi, prima che la pendola riprendesse a scorrere da una parte all’altra della sala e tornasse a marcare il tempo dall’alba al tramonto.

Alla fine, però, la Duchessa Giuliana ereditò il castello; e nessuno, nessuno in tutto il Regno, osò discutere i termini della successione.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

NON C'È SCAMPO NELLA GIUNGLA

di Salvatore Conte (2011-2018)

Durante il viaggio d’andata erano sembrati quattro amici inseparabili.

Ma adesso che l’oro luccicava davanti a loro - finalmente - nessun uomo sano di mente avrebbe giurato sulla loro amicizia.

Per quell’oro avevano torturato a sangue un povero vecchio, colpevole soltanto di conoscere l’ubicazione di uno straordinario tesoro, sepolto da secoli nella giungla amazzonica.

Una tipica situazione da film d’avventura, che per loro quattro era divenuta realtà.

«Di lui che ne facciamo?», domandò Bill, alludendo al vecchio.

BANG

BANG

«Ecco cosa…», Fred non perdeva tempo. L’oro c’era e la strada ormai la conoscevano: il vecchio non serviva più.

Si avventò sul tesoro e lo divise in quattro parti.

«Buttate il ciarpame e riempitevi gli zaini con questo: siamo ricchi!», Fred - per certi versi - era il capo.

Si avviarono sulla strada del ritorno, ma il buio li sorprese quando la piroga era ancora lontana.

Montarono il campo e accesero un fuoco.

Intorno alle fiamme, la giungla sembrava mutare continuamente forma, proiettando ombre quasi assurde, incoerenti, viscide, come a voler minacciare gli indesiderati ospiti.

Nonostante la piena riuscita dell’impresa, sull’accampamento incombeva un’atmosfera cupa.

Un uccello notturno emanò il suo lugubre richiamo.

«Che cos’è?».

«È solo una civetta, Leila».

«Già... forse...».

«Se anche fosse una pantera, o un qualsiasi guastafeste... noi abbiamo queste...», Fred allungò la mano sulla mitraglietta.

La falsa bionda si stirò la canotta arancione. Se avvertiva il pericolo, lo affrontava a tette in fuori, forte della sua quinta.

Avida, ambiziosa e torbida di cervello, la cinquantenne Leila Dobbs - con tanta bella ciccia addosso - costituiva una pericolosa incognita.

Lo sapevano bene tutti e tre i suoi compagni d’avventura. L’unica differenza tra loro stava nel grado di rischio che erano disposti ad accettare pur di scoparsela: dal lasciarci la pelle al sostenere qualche graffio.

Non ci furono inconvenienti fino all’alba e il quartetto poté rimettersi in marcia.

Lo guidava Fred Wallace, il Duro, veterano di Afghanistan e Siria, seguito da Bill Collins, l’Esperto, trafficante d’armi; in terza posizione procedeva Leila Dobbs, il Donnone, specializzata in targeting sessuale; chiudeva la fila Jack Sullivan, il Ragioniere, esperto di riciclaggio: all’ultimo posto del gruppetto, poteva godersi in esclusiva il fondoschiena da vacca che la succulenta Leila trascinava per la giungla amazzonica con malcelato orgoglio ed esperto incedere.

ZIF

«Fred, hai sentito?», domandò Bill.

Dopo aver alzato gli occhi sul compagno barcollante, non ebbe più bisogno di una risposta: una freccia gli aveva trapassato la gola!

RAT-RAT-RAT

Collins fece partire una raffica alla cieca.

«Che cazzo succede?», era Leila.

«Sparate!», ordinò Bill.

RAT-RAT-RAT

Anche la mitraglietta della Dobbs sputò piombo nel mucchio.

Sullivan preferì schiacciarsi contro un albero.

«Ma che cazzo significa, Bill?», ruggì il potente donnone.

«Hanno fottuto Fred: ecco che cazzo significa!».

L’ex militare rantolava a terra. Era una freccia indiana, non c’erano molti dubbi.

Soltanto quei selvaggi potevano utilizzare armi tanto primitive.

«Che facciamo?», domandò la Dobbs, con la fronte imperlata di sudore.

«Se ci fermiamo, siamo perduti: mandiamo avanti Jack a mitra spianato e noi lo seguiamo, okay?», a bassa voce.

«E perché dovrebbe accettare?».

«Perché glielo chiederai tu…».

«E lo zaino di Fred?».

«Torneremo a prenderlo in seguito, le mani ci servono per sparare».

Leila si rassegnò a malincuore.

«Jack… Fred è andato; se vai avanti tu, ti copro io».

«Okay. Okay».

Bill aveva ragione: Sullivan si lanciò in avanti, vomitando piombo all’impazzata. Collins e la Dobbs lo seguivano appaiati, tenendosi il più possibile bassi.

ZIF

Bill lanciò un’imprecazione. Una freccia gli aveva trapassato la gamba. Doveva fermarsi.

«Aiutami, Leila…!», ma la Dobbs non aveva nemmeno rallentato la corsa, rimanendo alle costole di Sullivan.

Si limitò a guardarlo di sfuggita.

«Mi dispiace, Bill, ma non mi servi più…», sussurrò a sé stessa, trattenendo a stento una risata.

La Dobbs, infatti, non voleva lasciarci la pelle e per riuscirci doveva rimanere agganciata all’unico compagno che poteva ancora riportarla alla piroga.

Tuttavia Collins non la prese bene.

«Maledetta… anche tu… mi seguirai presto…».

Fu anche tentato di spararle addosso, ma aveva necessità di risparmiare piombo.

Mentre correva dietro Sullivan, Leila Dobbs sentì un brivido gelido lungo la schiena.

Ma il potente donnone non se ne preoccupò più di tanto: aveva l’oro sulle spalle, era quello che contava.

Mitraglietta sottobraccio, era decisa a farsi strada a qualunque costo, anche a costo di spianare l'intera giungla amazzonica.

Fu Sullivan a rendersi conto che il compagno era rimasto indietro: «Dove cazzo è Bill?».

«Si è fatto fregare… ma noi non possiamo fermarci, lo capisci, vero?».

«Questo lo dici tu: stenditi a terra e aspettami qui».

«Tu sei pazzo, Jack!».

«Non muoverti da lì, Leila…!», era già partito.

Per un attimo fu indecisa sul da farsi.

Sullivan le offriva una buona copertura, ma al tempo stesso la stava rallentando.

«Fanculo, idiota…», aveva deciso; e dopo uno sguardo di sfida, riprese a correre lungo lo stretto sentiero che conduceva alla piroga rimasta ad aspettarli sulle sponde del fiume.

Il tentativo di soccorrere il compagno fu vano: Collins era inchiodato al tronco di un albero con una lancia nel petto. Non c’era più nulla da fare.

Sullivan lasciò perdere sia lo zaino con l’oro, sia il mitra dell’Esperto: l’oro che aveva era già abbastanza pesante, e più che il piombo, ormai soltanto la fortuna poteva salvarlo.

Molto più interessante sarebbe stato il suo telefono satellitare, ancora stretto nella mano, ma Bill aveva detto che in quella zona non si riusciva a triangolare il segnale. Collins doveva aver provato per l'ultima volta. Davvero l'ultima.

Jack mollò anche la sua mitraglietta e tornò a correre verso la piroga, sperando di ritrovare subito Leila.

«Dannata stupida…», invece si rese conto che aveva proseguito da sola, e che se non si fosse sbrigato a raggiungerla, l’avrebbe piantato lì.

RAT-RAT-RAT

Era la sua mitraglietta, non aveva molto vantaggio.

RAT-RAT-RAT

La Dobbs correva e sparava, sparava e correva.

Sparare a casaccio non serviva a nulla, ma la faceva sentire più forte.

Ormai non doveva mancare molto.

Gli enormi seni ballonzolavano su e giù, a stento trattenuti dalla camicetta sbottonata fino allo stomaco.

La Leila sbucò, infine, sempre più sudata, in una piccola radura. Se la ricordava. Era quasi arrivata.

Ormai si sentiva al sicuro. Da un po', intorno a lei, non si udivano tramestii. Forse era uscita dal territorio di quei selvaggi.

Un guizzo di soddisfazione balenò nella giungla, lanciato dai suoi letali occhi neri.

Appena un secondo più tardi, però, quello sguardo compiaciuto si riempì di sciagurata sorpresa… 

SZOCK

La lancia, dalla devastante punta di ossidiana, si piantò nelle sue polpose interiora.

Era spuntata come dal nulla.

La sorpresa fu totale, il senso di frustrazione enorme.

«Maledetti!».

RAT-RAT-RAT

Ma non urlo uscì dalle sue labbra. Solo un’imprecazione, che si propagò rabbiosa nella giungla, accompagnata da una raffica impazzita.

La Leila reagì sparando all’impazzata.

RAT-RAT-RAT

Leggermente ingobbita in avanti, a denti digrignati - con una mano sull’asta della lancia e l’altra sul mitra - continuava a sparare a ventaglio, in tutte le direzioni.

E intanto, furbescamente, indietreggiava.

Più d’una furono le grida che si levarono dal folto della giungla.

Ma quanti altri ce n’erano, di quei selvaggi, in quel verde opprimente?

La Leila non lo sapeva, ma avrebbe voluto ucciderli tutti.

RAT-RAT-RAT

Sembrava il Tenente-Colonnello Custer a Little Bighorn.

Senza scampo come lui.

Ma decisa a sfruttare qualche vantaggio.

Stava ormai realizzando di essere troppo esposta e quando si sentì vicina al bordo della radura, si voltò, correndo al riparo di grosso tronco d’albero.

ZIF-ZIF-ZIF

Una mossa istintiva, ma vincente.

Evitò appena in tempo una pioggia di lance e frecce; stavolta la giungla le aveva offerto protezione.

In attesa del 7° Cavalleggeri, era già qualcosa.

Perché Sullivan, se non era crepato, sarebbe tornato da lei.

Il potente donnone intendeva proseguire a ogni costo, senza rinunciare all’oro, ma si convinse di non poterlo fare con una lancia conficcata nella pancia.

Doveva essere rapida, o l’avrebbero accerchiata e annientata, distrutta.

Senza farsi domande sulle conseguenze, senza darsi il tempo di pensare a cosa andasse incontro, ebbe fretta di svellere l’acuminata punta dalle sue interiora, contando di riprendere la fuga.

Rimanendo in piedi, sorretta da una forza quasi bestiale, soffocò un grido di dolore e liberazione insieme: la lancia era fuori…!

Si tamponò il ventre con tutto quello che aveva a disposizione, ma si ritrovò praticamente con le budella in mano.

Le cose si complicavano.

E il trombettiere tardava.

«Jack! Dove cazzo sei…?».

Sullivan era stato rallentato dalle stesse pallottole della Dobbs.

Avevano fischiato molto vicino, e per non incappare nel fuoco amico, era stato costretto ad acquattarsi a terra.

«Sono qui! Non sparare!».

Stava uscendo dal folto della macchia.

«Fai presto, idiota!».

Corse verso di lei.

«Sono mezza fottuta…», subito l’annuncio. «Se tu non avessi perso tempo… ce l’avremmo fatta… dannazione…».

La Leila era piegata in due, con le tette praticamente sulle ginocchia, schiacciata dal destino e dallo zaino pieno d'oro. Il peso dell'avidità non faceva sconti alla sua esotica bellezza.

Superata la sorpresa iniziale, Jack non ebbe dubbi: poco prima, quella lancia insanguinata si trovava nella pancia della Dobbs…

Era fregata. Proprio lei che scaricava in fretta gli altri e si riteneva inattaccabile.

Forse si era illusa che, nella peggiore delle ipotesi, gli indios l'avrebbero presa viva.

Ma non era stato così.

«L’oro… almeno… l’hai preso…?».

«Ma che oro... pensiamo a salvare la pelle... Wallace e Collins ci sono già rimasti secchi. Ce l’hai un piano?».

«Sì… ce l’ho…», con gli occhi allucinati che fissavano la sanguinolenta punta di ossidiana. «Non possiamo rimanere qui… raccogli quella lancia e dammela… tu strappane una dal tronco…».

La guardò con aria sconcertata.

Ma si rassegnò a eseguire gli ordini.

«Andiamo…».

La Dobbs uscì dal riparo, dirigendosi lentamente verso il centro della radura; un braccio a ricacciarsi dentro le budella, l’altro a puntare la lancia contro il nemico.

«Ma che cazzo fa… è impazzita…?», sussurrò tra sé, quasi incredulo, Sullivan.

Un lampo. E tutto si fece chiaro.

Il Ragioniere affiancò la Dobbs, lancia in resta.

Era l’unica possibilità rimasta, non era affatto pazza.

Ogni popolo, ogni tribù ha le sue regole, i propri codici, matrici culturali, senso dell’onore.

L’avevano colpita dopo che aveva usato la mitraglietta, e l’avevano colpita con il loro fucile, la lancia, e con la loro mitraglia, una pioggia di frecce e lance.

Forse avrebbero accettato una sfida alla pari: lancia contro lancia.

Una sfida per l’oro e la vita.

Una sfida lanciata da quella pazza suonata di Leila Dobbs…

Il donnone abbandonò lo zaino a terra. Il Ragioniere fece altrettanto.

La speranza, se speranza poteva dirsi, non andò delusa.

Uscendo dal margine della radura, fecero il loro ingresso - in quella sorta di arena verde - due perfetti opponenti: un uomo e una donna, armati di lancia.

Lo scontro poteva cominciare; l’intera tribù, o quasi, faceva da cornice.

«Rimani vicino a me… mi libero della selvaggia… e ti do una mano…», la Dobbs sapeva che Sullivan non era un esperto di lotta corpo a corpo; anche lei, in fondo, non lo era; ma la sua poderosa stazza e il suo istinto bestiale la rendevano una minaccia per chiunque, nonostante l’handicap con cui era costretta a combattere: un braccio stretto sull’addome, per tenersi dentro le budella.

Sullivan era già in difficoltà, l’altro sembrava giocare più che combattere.

La Dobbs affondò subito i colpi, ma non riuscì a impensierire la sua avversaria, molto agile ed esperta. Il donnone, per stringere i tempi, ricorse a una tecnica suicida: espose il petto per invitare l’avversaria ad attaccare.

SZOCK

Quando fu infilzata nuovamente nella budella, impedì all’avversaria di estrarre la lancia, afferrando l’asta con la sinistra, e subito dopo la colpì con forza al collo, dall’alto in basso, con la propria lancia, uccidendola sul colpo.

Solo allora la Dobbs si estrasse la punta dal corpo.

E appoggiò subito Sullivan, che gli serviva vivo.

«Falange!».

Lei aveva due lance, il Ragioniere una.

Formarono un tridente e attaccarono l’indiano.

Questi fu colto di sorpresa, cercò di indietreggiare, ma finì infilzato sia dal tridente, sia dalle lance amiche che delimitavano l’area dello scontro.

Era finita.

La Dobbs non perse tempo; alzò il braccio a mano aperta, come a sancire la fine delle ostilità.

«Prendi anche il mio zaino».

Piegata in due, ma sicura del fatto suo, mosse verso i margini dell’improvvisata arena e subito i guerrieri si allargarono per farla passare. Rispettavano l’esito dello scontro ad armi pari.

Sullivan la seguiva con gli zaini in spalla.

Era incredibile, ma erano passati.

E la piroga non era lontana.

Il potente donnone, animato da una volontà di ferro, non si fermò fino a quando non l’ebbero raggiunto.

Sullivan l’aiutò a salire, quindi tagliò la corda.

«Allora, bellezza... ti piace la crociera...?».

Ma la Dobbs non era in vena di scherzare. Era impegnata a non farsi esplodere le budella fuori dalla pancia.

«Su... bevi un goccio...

I nostri zaini non ce li tocca più nessuno», sapeva che quella notizia l'avrebbe consolata.

«Fottuti selvaggi… ma io e te... siamo una bella coppia... Jack… li abbiamo fregati…».

«Tu li hai fregati. Devo riconoscere che sei invincibile».

«Dove cazzo stiamo andando… Jack…?».

«Non lo so, hai un piano?».

«Sì… quello di dominare il mondo…».

«Ci sto… cominciamo dall’Amazzonia?».

VROOM

Il rombo di un motore tacitò le loro cazzate. 

Un idrovolante li aveva sorvolati, e dopo aver virato, ora accennava ad ammarare sulle acque del fiume.

Forse Bill Collins era riuscito a contattare i soccorsi prima di crepare, pensando che gli sarebbero stati ancora utili.

«Ci hanno visto!

Forse ci cercavano… eppure Bill aveva detto che il satellitare non funzionava...».

«Non hai ancora capito… che era solo… un bastardo...?».

Stavolta aveva ragione. E forse non era la prima volta.

«D’accordo, d’accordo… hai ragione su tutto… adesso cerca anche di non crepare».

Sullivan si portò verso l'idrovolante. Erano i mercenari contattati da Bill.

«Il viaggio vi costerà la metà di qualunque cosa abbiate trovato», senza convenevoli, ma con una certa professionalità.

«D'accordo, ma ci vuole un ospedale bene attrezzato alla svelta».

«L'ospedale è troppo lontano... ma più a valle c'è un villaggio indiano con stregoni di alto rango: li conosciamo, sono gente pacifica e sanno curare praticamente tutto...».

«Ancora meglio, allora. Andiamo lì».

Il donnone, forse, aveva ancora una chance, anche se era rimasta con una sola borsa d’oro, per giunta da dividere con Sullivan.

Era stata infilzata, sventrata da colpi che avrebbero ucciso un ippopotamo.

Eppure quella gran troia della Dobbs cercava ancora di trovare scampo.

Doveva esserci una spiegazione.

Cos’era, in definitiva, una troia?

Quante troie di sesso maschile facevano marchette nei Parlamenti e Tribunali di tutto il mondo?

Cosa non comprava il denaro?

Soltanto la morte, la Signora incorruttibile che colpisce tutti.

Leila Dobbs non poteva più vendersi, ma nemmeno essere comprata.

Esistono limiti, superati i quali, tutto è superato.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

Tre grossi problemi

e una brutta soluzione

di Salvatore Conte (2011-2018)

Lo scontro a fuoco imperversava.
Ma la potente Chana Dobbs era una sicura vincente.

Spavalda, aggressiva, la camicetta attillata sulle forme cospicue, cavalcava con i fluenti capelli biondi al vento, per farsi riconoscere ed evitare colpi.
La Dobbs era il potente capo biondo di una feroce banda di desesperados, che scorrazzava impunita tra le sponde del Rio Grande.
Non più giovanissima, sfiorava la cinquantina mantenendosi in condizioni pressoché perfette, con forme opulente e una tempra fuori dal comune.
Un donnone importante che sembrava incarnare l’esito evolutivo di millenni di perfezionamento, ulteriormente affinato dalla sua personale evoluzione, giunta sulla soglia del mezzo secolo.
Tanto lavoro per arrivare proprio a lei, adesso. Un attimo alla fine della Storia.
Molti anni prima, soggiogata da un ambiente maschilista, Chana Dobbs aveva deciso di cambiare vita, risoluta a combattere - colt alla mano - le becere etichette affibbiate alle donne del far west.
E c’era riuscita…
La sua avvenenza l’aveva aiutata. Ma questo era stato soltanto l’inizio. In seguito era stata la sua colt 45 a permetterle di impugnare un nuovo destino.
I suoi uomini si stavano scontrando per l'ennesima volta con i desesperados di Fernando, il bandito messicano in concorrenza con lei per il controllo dei traffici nella zona di El Paso.

I cavalli, imbizzarriti a causa degli spari, avevano sollevato un'autentica nuvola di sabbia.
Quando Fernando la vide sbucare dalla polvere, a pochi passi da lui, non esitò nemmeno un attimo, furioso di rabbia per le cocenti batoste sopportate in tutti quegli anni...
BANG
BANG
BANG
Chana Dobbs fu raggiunta per tre volte dal piombo del messicano!
Non le aveva dato il tempo di accorgersi di niente.
Impietrita, abbassò gli occhi su di sé: tre grossi problemi calibro 45 - marchiati a sangue sulla camicetta a quadri e dolorosamente avvertiti in pancia - le erano piombati addosso…
Rialzò lo sguardo alla ricerca del suo mattatore e incontrò il ghigno beffardo di Fernando.
Era stata imprudente. Soltanto in questo momento lo capiva. E lui non l’aveva perdonata.
Lungi dall'arrendersi, però, tentò un disperato colpo di coda: avvolta di nuovo dalla nuvola di polvere sollevata dai cavalli imbizzarriti, si lanciò verso El Paso, con l'intenzione di raggiungere un dottore prima dell'irreparabile.
Era riuscita a sganciarsi, a evitare altri problemi, ma non trovò il tempo per consolarsi: era assillata da un terribile bruciore di stomaco… che non dava tregua e le sussurrava all'orecchio: sei morta... Chana!
Uno dei suoi, un pistolero di nome Jack Wilker, aveva notato la sua fuga e le stava andando dietro.
La potente Chana Dobbs era piegata in due sulla groppa del cavallo. Le ferite bruciavano, una su tutte quella allo stomaco. Un buco che non le lasciava scampo.
Fu costretta a rallentare l'andatura.
THUD
E alla fine dovette arrendersi, franando a terra con un tonfo sordo.
Strisciò a fatica verso un roccione e si tirò seduta contro la costa del masso.
Avevo lo sguardo annebbiato e sangue alla bocca.
In quel mentre sentì arrivare un cavallo.
Rimase ferma, non era in condizioni di reagire e non voleva prendere altro piombo, sarebbe stata la fine.
Ma il cavallo, per sua fortuna, era quello di Jack Wilker, e sopra c'era proprio lui, uno dei suoi uomini più fidati.
Smontò subito e le fu accanto.
«Chana...».
«Che cosa vuoi...?».
«Non puoi fermarti... non puoi arrenderti...».
«E chi lo dice...?».
«La tua storia».
«Bruciano... da impazzire...».
«Motivo in più per muoverci subito...».
«No... aspetta... non ho molto tempo...», la Dobbs non voleva morire in groppa a un cavallo.
«Questo è ciò che pensi tu», rispose sicuro Wilker.
L’uomo la riportò in sella quasi di forza e insieme proseguirono verso El Paso.
Percorse un paio di miglia, però, la Dobbs si disperò con veemenza.
«Fermati… fermati...!».
«È meglio proseguire…».
«Fermati…!».
Era decisa.
Jack Wilker fu costretto a fermarsi.
Voleva scendere.
Il pistolero la mise seduta contro una roccia, in una posizione simile a quella in cui l’aveva trovata poco prima.
«Cosa vuoi fare, Chana?».
«Crepare... in pace...».
È faticoso morire… lo sai…? Io... lo scopro... adesso...».
«Io penso invece che dovresti arrivare a El Paso. Poi si vedrà il da farsi... che ne dici?».
«Non c’è tempo... per El Paso…».
«Come vuoi, dannazione. Ma non puoi buttare via tutto così!
I tuoi uomini hanno creduto in te. E anch'io...
Ricordi quando ci hai chiesto di seguirti fino alla morte?
Ebbene, vale anche per te, Chana... non puoi mollarci, non puoi fregarci così...», si sciolse il foulard dal collo e lo pressò sul buco allo stomaco, sovrapponendovi le mani della Dobbs; quindi si allontanò di qualche passo, voltandole le spalle.
Lei sollevava a fatica il petto, incerta se lasciarsi andare o fare quadrato e tirare avanti.

Pareva riflettere sulle strane parole di Wilker.

Parole che forse l'avevano scossa.
Nel frattempo, Fernando cercava di individuare - nella confusione generale - il cadavere della Dobbs, sicuro com’era d’averla freddata.
Non riusciva, però, ad avvistarlo e di certo non era facile confonderlo.
Qualcuno l’aveva portato via?
In ogni caso, aveva dovuto farlo.
Lo ripeté più volte a sé stesso.
Troppo pericolosa, troppo infida.
Voleva solo rivederla un'ultima volta.
Si chiamò fuori dalla mischia e provò a battere la pista di El Paso.
Dietro di lui, intanto, si continuava a sparare.
«Jack… vieni qui…».
Wilker fu subito da lei.
«Ho tre palle... in corpo… lo sai…?», recriminò la Dobbs.
«Lo so. Non dovevi esporti. C’eravamo noi».
«Jack... portami in città… fai presto…».
Chana Dobbs aveva paura e la paura aveva prevalso sulla rassegnazione.
C’avrebbe provato.
Appena giunto a El Paso, Fernando cominciò a chiedere in giro.
L’arrivo in città di Chana Dobbs non era passato inosservato.

Secondo certi passanti, il bel cadavere non era ancora morto.
Il bandito si diresse verso la medicheria.
Stentava a credere che fosse ancora viva...
Si portò sul retro e osservò di nascosto dalle finestre.
Benché freddo come un serpente e avvezzo a ogni sorta di crimine, non poté evitare un salto al cuore quando la vide: era distesa sul letto, il volto pallido, sgomento, la bocca semiaperta in un'espressione di rassegnata attesa, una mano sulla pancia, l'altra serrata sul lenzuolo.

Chana Dobbs era tirata allo spasimo e sul punto di arrendersi.

Ma ancora viva.
Al capezzale della bionda c’era uno dei suoi uomini, l’aveva riconosciuto.
Il dottore invece non si vedeva: probabilmente l’aveva già visitata, senza trovar molto da fare.
Il messicano decise di non perdere altro tempo.
Girò intorno allo stabile, varcò indisturbato l’ingresso e fece capolino nella camera dell’infermeria che ospitava la Dobbs.
«Ma che bella scena…!», sghignazzò con la colt spianata. «Come sta la malata? Un’indigestione di piombo?», e scoppiò in una fragorosa risata.
Wilker era allibito.
Chana Dobbs, invece, a dispetto della sua condizione, reagì subito.
«Fernando... ti prego... non farlo... sto morendo...», provò a commuoverlo, cercando di evitare una cattiva medicina a una situazione già disperata.
«Getta la pistola, molto lentamente... e spostati!», ringhiò Fernando all’indirizzo di Wilker, sventagliandogli contro la colt. «Voglio vedere come sta la bella Chana: ho sempre avuto un debole per lei…».
L'uomo della Dobbs si fece da parte, non aveva scelta.
«Mi hai fottuto... Fernando… sei venuto... a finire... il lavoro...?».
«E perché mai? Anzi, volevo scusarmi con te… di solito non sparo alle belle donne… ma sai com'è… con una come te è meglio sparare per primo…», e rise ancora, prima di farsi terribilmente serio. «Ti ha visto il dottore? Che ti ha detto?».
«Ha detto... ha detto che… che...», l'indugio della Dobbs sembrava quasi un segnale, o almeno tale sembrò a Wilker, il quale con uno scatto improvviso afferrò il braccio con cui il messicano impugnava la pistola, cercando di disarmarlo.
BANG
Era partito un colpo in aria.
I due si contesero il controllo della pistola, lottando strenuamente.
BANG
Era partito un colpo ad altezza uomo.
Per qualche attimo i due proseguirono nella lotta.
Poi, improvvisamente, si fermarono.
Finalmente avevano notato che la Dobbs si era irrigidita, con gli occhi fuori dalle orbite…!
Dunque un colpo ad altezza donna, che l’aveva raggiunta al fianco, nella zona addominale…
La faccia della Dobbs era impietrita e guardava il soffitto, incredula...
«Bastardo di uno yankee! Guarda che hai fatto!», imprecò il messicano.
«Poteva ancora farcela, porco!», ribatté Wilker.
La pistola tanto contesa saltò via dalla mano di entrambi.
«M...a...l...e...d...e...t...t...i... i...d...i...o...t...i...», con voce oltretombale e gi ultimi sospiri, ormai poteva sbattergli in faccia cosa pensava di loro.
«Hai ragione, Chana. Hai ragione...», assentì Wilker.
«Imbecille, dove diavolo è il dottore? Non è una cazzo di infermeria questa?
Su, Chana bella... su! Non fare scherzi…», Fernando si era piegato sulla Dobbs, dimentico perfino delle pistole rimaste a terra.
In quel momento il dottore si affacciò nella camera: gli spari lo avevano richiamato.
«Che succede? Chi ha sparato? Che avete fatto?».
Fernando indicò con un paio di dita il nuovo buco di Chana Dobbs.
Il dottore trasalì.
«Questa donna ha bisogno di cure, non di piombo!
Fuori di qui, subito!», urlò isterico, senza rendersi conto del pericolo a cui si esponeva.
Fernando, tuttavia, non ci pensava proprio ad andarsene.

Si limitò a scalare ai piedi del letto, afferrando la Dobbs per gli stivali: «Su, bella, su! Su che il dottore adesso fa qualcosa per te...».
Il messicano sembrava davvero speranzoso e cercava di contagiare la pistolera, che da parte sua rimaneva impietrita, con gli occhi fuori dalle orbite, rabbiosa, spaventata, ma anche incredula di sentirsi ancora viva, nonostante il colpo di grazia appena ricevuto.
Il dottore si limitò a fornirle qualche palliativo, e quando ebbe finito, tornò verso la porta scuotendo la testa: «Se dovete parlarle, fate presto».
La Dobbs era una statua di cera, pallida e immobile.

Ormai impotente, aspettava terrorizzata il momento culminante della sua tragedia, cercando di avvertirlo con un attimo di anticipo, forse per tentare un'ultima, disperata resistenza.

Ci aveva preso gusto a lottare, e voleva farlo fino alla fine, anche con quattro pallottole in corpo.
I due nemici si strinsero al capezzale della Dobbs, uno di fianco all'altro. Tra loro era insorta una tacita tregua.
La pistolera colava sangue da entrambi i lati della bocca, non era in grado di parlare, ma dal suo sguardo, carico d'odio, capirono molte cose.

Ce l'aveva anche con Wilker, reo di aver interferito nonostante fosse riuscita a convincere Fernando a non infierire su di lei.

Con ogni probabilità sarebbe rimasta uccisa lo stesso, ma la quarta pallottola aveva chiuso ogni discorso. Ormai era questione di pochissimo.
La carriera di Chana Dobbs, la pistolera bionda che spadroneggiava lungo le rive del Rio Grande, era giunta al tramonto.
«È una donna di ferro, riuscirà a reggere anche la quarta pallottola…», pazzesco, forse, ma Wilker ci credeva ancora.
«È più sicuro se l’aiutiamo. E qui ci vuole qualcuno delle mie parti. Ti propongo una tregua, gringo: il tempo di dare una mano alla nostra Chana. Poi torneremo a spararci. Ci stai?».
«Che cosa vorresti fare?».
«Vai di corsa al Saloon della Pantera: il vecchio Pablo è richiesto con urgenza dal suo più grande amico, con tutto il necessario.
Vai... corri!».
«Perché dovrei fidarmi, cane messicano...».
«F...a...l...l...o…», intervenne la pistolera, con voce oltretombale, occhi sbarrati e bocca spalancata.

«Subito, Chana».
Rimasto solo con la Dobbs, Fernando si sollazzò con le mani sul seno di lei.
«Speri ancora di farcela, vero? Dimmi la verità…».
«Ohhh...», un lamento tutto da interpretare.
Ma il bandito, in fondo, doveva aver ragione.
«Avanti, ammettilo...

È diventata dura, ma tu ci speri ancora...».
La Dobbs era sul punto di crollare. La situazione poteva precipitare da un momento all'altro.
Ansimava e sperava insieme, con tutta la poca forza che le rimaneva, pallida della morte incombente.
Finalmente arrivò Pablo.
L’infermeria era un valido tetto.
Ma del dottore era meglio non fidarsi.
Forse era in società con il becchino di El Paso. Di sicuro gli portava molta occupazione.
Per il vecchio Pablo ci fu un grosso lavoro da fare.
Doveva rivedere da capo una brutta soluzione a tre grossi problemi.
Non capiva nulla di matematica, e neanche di medicina dei bianchi, era quasi analfabeta, ma conosceva altre cose di vitale importanza.
E alla fine, di tanta ignoranza, se ne andò giovando la bionda pistolera Chana Dobbs, occhi sbarrati al soffitto, in disperata attesa di una buona soluzione ai fatali problemi che l'avevano stroncata.

Una mano in quella di Fernando, l'altra in quella di Jack, ogni respiro una battaglia, le ultime bolle d'aria più preziose dell'oro stesso.

La voglia di non mollare e di proseguire la Storia.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA SEGRETARIA FA TARDI IN UFFICIO

di Salvatore Conte (2017-2018)

L’ha assunta l’anno scorso per addolcire i clienti che aspettano.

Non sa fare praticamente nulla, ma cercava lavoro e a lui andava più che bene.
Talvolta i clienti si stupiscono che la segretaria di uno stimato studio legale tenga la camicetta o la magliettina un po' troppo allentate, ma alla fine nessuno se ne lamenta - tuttaltro - e così la storia va avanti.

In genere, infatti, indossa una camicetta bianca che la fascia a perfezione, con il bottone critico - quello posto sulla linea di contatto tra i seni - sempre pronto a cedere all'occorrenza (un cliente insoddisfatto o troppo nervoso, una sentenza sfavorevole), come sganciatosi per sbaglio.
A parte il ruolo da puttana, che sa interpretare a meraviglia, è una bella ragazza matura, di quasi cinquant'anni, in carne e ben tenuta.
Grandi occhi nocciola, volto allegro e raffinato, naso a punta tonda (che stempera la violenta energia erotica verso un profilo giocoso), sorriso principesco, mento ben individuato (che le conferisce un tocco di mascolino in tanta femminilità).
Solida e sensuale, incarna alla massima potenza lo spirito della donna mediterranea, con la promessa implicita di approcciare i sessanta in ottime condizioni, quasi nuova.

Ha strappato, infatti, un contratto decennale.
Anna Frezza sa tutto sul motivo per cui è stata assunta, ma poco sul suo datore di lavoro.
È un avvocato che nuota in acque sporche e questa sera - proprio stasera che indossa un impeccabile, castigato camicione giallo - lo scoprirà a proprie spese.

FLOP
FLOP
La causa non andava bene, il cliente non era soddisfatto, e stasera gli ha revocato l’incarico, con liquidazione immediata.

Però, avendo agito a volto scoperto, non può lasciare testimoni.
È l’ultimo appuntamento della giornata. In studio c’è solo la segretaria.
Se ne sta seduta a rifarsi le unghie sul suo sgabello girevole, uno di quelli con braccioli stilizzati e schienale esiguo.
«Deve tornare, signore?».

«Non credo proprio».
Di fronte a quel tono brusco, si rassetta il camicione, tirando su il petto, quasi dimenticando che stasera si vede e intravede ben poco.
Il suo compito è infatti quello di addolcire i clienti un po’ troppo nervosi, ma stasera gli argomenti sono fiacchi.
«Ho pagato direttamente all’avvocato, signorina, se è questo che la preoccupa».
«Ma no, si figuri, sarà un peccato non averla più a studio».
«Anche per me non vederla più…».
La disillusione di aver equivocato sulle proprie capacità (nonostante la mancanza di scollatura) rende ancora più gelida l’apparizione di quel macabro silenziatore...
«No! Ma che fa? Scherza?».

FLOP
FLOP

No, non scherza.

Le ha sparato in corpo due volte!

Un colpo allo stomaco, l'altro al petto.

La segretaria ha un sussulto violento, si inalbera sullo sgabello inarcando la schiena all’indietro, con le braccia che cadono molli verso il pavimento.
Lo schienale sembra sul punto di cedere.
Ma la Frezza rimane in precario equilibrio, con due grossi buchi sanguinolenti sul camicione giallo.
L’espressione esterrefatta, la bocca spalancata, con un rivolo di sangue che cola dal labbro.
La segretaria è fottuta; quasi il suo destino naturale.
Singhiozza ancora, ma è in fin di vita.

Più tosta dell’avvocato, comunque.

La Frezza è agli sgoccioli, il colpo di grazia è superfluo.

Combatte con gli occhi in fuori e il panico la uccide ancor prima delle pallottole: l'aria non arriva più, boccheggia, e alla fine manda un gemito aspirato, si contrae tutta e rimane impalata sullo sgabello, a schiena tesa, definitivamente fottuta.
L'ex cliente se la guarda con aria quasi dispiaciuta.

Forse non le avrebbe nemmeno sparato il colpo di grazia.

Ma adesso è ancora più superfluo.

Può andarsene via soddisfatto.
Non ci saranno testimoni.
Sempre costoso, infatti, comprarli.
Il cellulare della Frezza comincia a squillare.
Il suo boyfriend la cerca.
Qualche volta fa tardi, è vero, ma stavolta sta esagerando.
La stronza non risponde.
Sospetta una tresca, come tutti i boyfriend gelosi del loro puttanone.
Andrà sul posto a verificare. Le ha fatto un mucchio di regali, pretende una ragionevole esclusiva, o quantomeno una puttanaggine non troppo scoperta.
Ma sul posto arriva prima qualcun altro.
Sono in due e stavano aspettando l'avvocato.
Anche se nessuno risponde, forzano la serratura e irrompono.
«La puttana è ancora viva».

La Frezza tira un sospiro di sollievo: neanche lei si credeva viva; aggrappata agli ultimi, soffocati respiri, temeva di essere già morta.
«Falla parlare, presto».
«Avanti… voglio sapere chi è stato…», l’afferra bruscamente per il fiocco del camicione a grembiule. «Su bella, parla…
Non ce la fa, è fottuta».
«Portiamola con noi, allora. Deve parlare per forza.
Il dottor Stork la farà vivere un altro po'...».
C’era la fila, insomma, per fare la festa all’avvocato.
Doveva averla combinata davvero grossa.
E la sua bella segretaria c’è andata di mezzo.

«Non voglio morire...», ha ripreso coraggio, vuole provarci.

«Okay, okay... ma non farti illusioni, bellezza».

«Gran pezzo di fica... da perderci la testa».

«Guarda dritto allora, non siamo qui per giocare».
Esce la sua foto sui giornali e diventa famosa.
È una bella donna, infatti; il mestiere di segretaria le stava stretto.
Ma se sapessero che la Frezza si ritrova con due palle in corpo, la foto sarebbe accompagnata da un necrologio.
Sanno che è ferita - perché il sangue sullo sgabello non mente - ma non quanto gravemente.
E non sanno nemmeno perché sia stata rapita, o perché il corpo sia sparito.
«E ora che ne facciamo?».
La segretaria ha parlato, ha descritto l’assassino.
«La portiamo in discarica e la mischiamo ai rifiuti organici».
«Stork ci ha chiesto di lasciargliela».
«E perché dovremmo farlo?».
«Perché altrimenti dovremmo pagargli la parcella: 25.000 dollari».
«Così tanto…?!».
«C’è la reperibilità, l’urgenza, l’obbligo di riservatezza, il costo della ricerca, quello della sperimentazione, etc. etc.».
«Sì, hai ragione, dovevamo aspettarcelo.

In ogni caso adesso sappiamo chi l’ha fottuto prima che lo facessimo noi.
Lasciagli la puttana e andiamocene».
«Cosa se ne farà, secondo te?».
«Lo sai che fa molti esperimenti strani, no?».

«Io penso che ci farà qualcosa di molto semplice e tradizionale...».
Il dottor Stork, come tanti altri scienziati che si dissociano dalle multinazionali della medicina, è stato radiato dall’albo.
La medicina ufficiale si occupa dell'invenzione di nuove malattie e della prevenzione dalle cure.
Lui studia la cura migliore e la applica.
Il sistema lo colpisce duro da una parte e lo tollera bene dall’altra, nel consumato gioco delle apparenze tipico della società moderna.
Gli vieta di svolgere ufficialmente l’attività medica, ma al contempo gli permette di metter su uno studio molto privato, ove trattare pazienti estremi, spiando le sue tecniche sperimentali, per poi potersene appropriare quando verrà comodo, o per applicarle intanto ai propri sodali.
Di tutto questo sta ora beneficiando Anna Frezza.
Bruciata da due brutte pallottole, sparate con cattiveria da distanza ravvicinata, è ancora in grado di respirare grazie alle tecniche estreme di Stork.
La sua situazione rimane critica, ma almeno riesce a tirare avanti; e pare che la cosa la interessi molto.
«Sono fottuta… vero…».
Quando la stacca dal respiratore artificiale è la sua domanda preferita.
«Le ho già detto che potrebbe rimanerci secca, signorina...».
«Signorina… sì... ma ho il ragazzo fisso…».
«Starà in pensiero, allora».
«Penso di sì…».
«Se vuole rivederlo, deve impegnarsi, signorina.
La cure sono niente, senza il contributo del malato.
La prima medicina è la volontà di non mollare. E in pochi ce l’hanno.
Sembra che cercare di sopravvivere sia quasi un’onta nella nostra società.
E molti pazienti hanno assorbito nella loro psiche questo pregiudizio».
«Io non ce l’ho… io voglio salvarmi…».
«Questa è una buona cosa, signorina.

Ma dovrà dimostrarla con i fatti.

E cioè... vivendo».
«Ci conti... non voglio deluderla...».
«Brava, signorina. Io e lei andremo d’accordo.

Ma non voglio sentirla piagnucolare, se le cose volgeranno al peggio».
«No… ma lei... mi aiuterà… vero…».
«Non sono onnipotente, signorina. Sono uno scienziato, non un dio.
Adesso la riattacco alla macchina dell’ossigeno.
Gli dei talvolta sono pigri, meglio non farli faticare troppo».
«Solo un attimo...», ha una richiesta. «Prima di crepare… vorrei rivedere… il mio ragazzo…».
«Forse si può fare. Mi dia i dati.
Gli ricorderà lei stessa che non dovrà parlarne con nessuno».
«Certo… è un ragazzo… in gamba… lui…».
La Frezza fa in tempo a rivederlo.
«Emiliano… ci sto provando… ma non allontanarti… perché mi sento strana…».
«Rimango qui finché serve, coraggio…
Te l’avevo detto, però, che quell’avvocato t’avrebbe rovinato…

Era un dannato bastardo».
«Emiliano…», la Frezza è molto tirata.
«Anna… se non ti senti bene, vado a chiamare il capoccione».
«Emiliano… mi sento... così strana…».
«Lo vado a chiamare…».
«No… non può fare altro… dipende da me... ho paura… Emiliano…».
«Parla, Anna... sfogati...».
«Quello... ha sparato... per uccidermi... lo capisci...», spaventata dalla logica delle sue stesse parole.
«Non voleva testimoni.

Voleva freddarti, ma non c'è riuscito».

«No... poteva infierire... ma non l'ha fatto...», la ricostruzione è giusta.

«Non hai neanche la tua solita camicetta, stasera.

Ma sei bona uguale».
«Emiliano... sono strana... quello... aveva capito... che sarei morta... così... lottando... per niente...», è molto tirata e spaventata.
«Ma no... che dici...».
Anna vorrebbe aggiungere qualcosa, ma il petto va giù pesante, la bocca rimane spalancata, gli occhi si fanno vitrei...

«Dottor Stork, presto!», grida a gran voce il ragazzo della Frezza.

La segretaria fa tardi anche dal dottore.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZOTHIQUE:

BOCHRA RIMANE UCCISA

di Salvatore Conte (2017-2018)

La banda di balordi assassini è composta da Ylgoth, Zorok e Bochra.
A Ummaos svolgono missioni sporche per funzionari di corte e negromanti.
In questa occasione devono eliminare un oppositore politico simulando una rapina.
Bochra ha il compito di distrarre la vittima.
È una prestante bagascia, vecchia ma sempre in tiro, nota in città e in tutta Xylac.

Sulla sua età vi sono credenze discordanti: c'è chi la ritiene una quarantasoli consumata dal sesso e dalla magia nera; e chi - al contrario - la ritiene una centosoli mantenuta in tiro dalla magia nera e dagli amici negromanti.

Bella è bella, consumata è consumata.

Quel che è sicuro, nessuno se la ricorda giovane.

I movimenti impacciati e appesantiti, al di là della stazza imponente, sono un indizio a favore della seconda credenza.
In ogni caso vive di prostituzione e truffe, ma in pochi sospettano che sia anche un’assassina.
Gli altri due usciranno dall’ombra e gli chiederanno la borsa.
Ma non gli daranno il tempo di decidere: lo colpiranno comunque.
L’importante è che dalle finestre intorno qualcuno senta.
«Ehi, bell’uomo… sei fortunato stasera…
Non sai chi sono? Sono Bochra…».
Scollacciata e scosciata come sempre, sa di essere prestante e ancora piacente.
Ambiziosa e senza scrupoli, vuole arrivare a corte, prima di diventare decrepita.
Lo avvolge tra le sue spire, lo distrae come convenuto.

«Sei solo una puttana…», la vittima designata cerca di resistere.
«E tu un uomo morto, se non molli subito la borsa!», i tagliagole sono entrati in azione, Ylgoth ha parlato, la voce alta, coltellaccio seghettato alla mano.
E non gli dà il tempo di rispondere, affonda subito l’arma!
SZOCK

«Bochra!», esclama, basito.
La vittima designata ha fulmineamente interposto il corpo della prostituta tra sé e la lama!
Bochra viene trafitta dal coltellaccio seghettato che avrebbe dovuto uccidere l’oppositore!
L’arma è riconoscibile, l’assassino ha necessità di riprenderla.
SCRAATC
Bochra, incredula, viene sbudellata!

L’effetto sorpresa è finito, i due se la battono.
La puttanaccia si appoggia di spalla a una parete e scivola lentamente sulle ginocchia, con le mani che cercano febbrilmente di tenere insieme le budella.
«Figlio di puttana… mi hai ucciso…», la bava alla bocca, gli occhi sgranati, un pallore funereo che la sbianca come uno spettro.
«Sono stati i tuoi amici ad aprirti la pancia», la vittima corregge il tiro.
«Lo so... ma non voglio morire…», la potente Bochra è disperata.
«AIUTO! CHIAMATE UN CARNEFICE! UNA DONNA È STATA ACCOLTELLATA!
Tra poco arriverà qualcuno», si piega accanto a lei, mettendo una mano sulle sue, pressate sul ventre.
«Non una donna… Bochra…».
Anche se sbudellata, se la tira sempre parecchio.
Ma non ha torto.
A Ummaos - da quando è stato ritrovato un antichissimo testo di un certo Plinio - i medici sono detti carnefici.

MOX·A·SAEVITIA·SECANDI·URENDIQUE·TRANSISSE·NOMEN·IN·CARNIFICEM

(NH.XXIX.13)

Arriva qualcuno, infatti.
Bochra viene portata via in barella.

Ma con le braccia tragicamente a penzoloni...!

Tutti la riconoscono mentre passa per le vie della città con gli occhi fissi nella mortale sorpresa.
La vittima designata è accusata di aver ucciso la famosa prostituta.
Le guardie cercano l’arma del delitto, di sicuro occultata o passata a un complice.
«E voi pensate che sarei rimasto qui, buono e tranquillo, se l’avessi uccisa io?
Provate a interrogare chi abita qui: sono stato minacciato!».
Ma nessuno conferma, nessuno ha sentito niente.
Non è stato ucciso in una rapina finita male; verrà, però, giustiziato per omicidio.
Appena giunge la notizia che Bochra è stata colpita a morte, diversi funzionari accorrono al suo capezzale, accompagnati da viscidi negromanti.

C'è un certo rispetto per la vecchia bagascia, ma anche timore: potrebbe maledire qualcuno, prima di crepare.
Serpeggiano le recriminazioni.
«Come è stato possibile?», domanda uno di loro, irritato.
«Che vuoi? Si sapeva che sarebbe finita male, prima o poi…», risponde un altro.

«Guarda...».

«Cosa...».

«Quel liquido verde non è naturale...».

«È sangue sporco...».

«No... quel che si dice è vero... ha molti anni...».
La notizia dilaga in fretta, in tutta Ummaos si sparge la voce che Bochra, la famosa puttanaccia, è rimasta uccisa; si è fatta sorprendere da un maledetto assassino.
Effettivamente in giro non si vede.
Il panico dilaga nella capitale di Xylac.
Bochra è ritenuta un mostro sacro; pur malfamata, è sempre uscita pulita dalle inchieste a suo carico.
«Le puttane… fanno… questa fine…», ammette lei stessa, tremando, rivolta ai funzionari riuniti intorno a lei. «Io… io… volevo arrivare… alla corte… lo sapete…», sono le sue confessioni, tra un travaglio e l’altro. «Sono stata… vostra…», cerca di suscitare rimpianto. «Non crepo… subito…», si lusinga, gode della parvenza di vita che le rimane.
«Sono nata... prima dei vostri padri... e dei padri... dei vostri padri...», finalmente il suo mistero è svelato.
Bochra, morente, suda freddo, lotta disperata; è un'amante della vita, del sesso, della magia nera, e lo rimane fino in fondo.
«Devi dire che sei stata uccisa da lui, da Rupert, capito, Bochra?».
«Tra poco verrà il giudice. Non creare problemi».
È disperata.
Nonostante la prestanza fisica e la patetica voglia di vivere, il coltellaccio seghettato - estratto in tutta fretta da Ylgoth - le ha maciullato gli intestini.
Per poco non sviene quando rende la sua testimonianza al giudice inquisitore. Respira male, il pesante petto non si alza più. Le è rimasta la disperazione.
Rupert viene condannato a morte per l’omicidio della famosa prostituta.
Bochra, in realtà, viene trasferita in segreto a corte, in fin di vita, per essere vegliata dai funzionari.
Tutto sembra seguire il tragico corso delle cose, quando divampa la protesta della folla, che pretende di ottenere il corpo della puttana, affinché venga rianimato dai negromanti della città, così da avere sempre in giro la prestante Bochra.
Alla rivolta si associano svariati gruppi, anche stranieri.
Rupert viene liberato insieme agli altri prigionieri.
Ylgoth e Zorok catturati e fatti confessare. E impiccati.
Bochra viene restituita alla folla, nel tentativo di sedare gli animi.
Trasportata agonizzante in barella fino a casa sua, si cerca di farla sentire importante e di indurla ad accettare la rianimazione negromantica. Lei, però, non è convinta di crepare subito. Col suo fisico prestante vuole guadagnare tempo.
Per qualcuno, se pure dovesse sopravvivere, sarebbe da impiccare, perché accusata - da Ylgoth e Zorok - di vari omicidi.
«Sta per morire, che importanza ha?».
«Vogliamo sapere la verità».
Bochra è messa di fronte al suo passato. Se confessa, si gioca le ultime possibilità di intravedere la salvezza.
«Io… io… sono una puttana… ma… non… non ho… mai… ucciso…», la bocca aperta, disperata, a respirare con fatica, mentre il mastodontico petto, pesante come un macigno, è affossato sul ventre.
In molti intuiscono che è solo una mezza verità, ma la prostituta ormai fa pena: è in fin di vita e non si salverà.
Tutti sanno in città che Bochra è rimasta uccisa per mano di Ylgoth, un miserabile tagliagole degno di lei, in una sorta di regolamento di conti.
L’arma del delitto, un coltellaccio seghettato, è stato rinvenuto ancora insanguinato, con brani di carne tratti dal ventre molle della famosa prostituta di Ummaos.
Viene esibito pubblicamente come l’arma che ha ucciso Bochra!
In realtà il parto, molto travagliato, è ancora in corso.
Le condizioni della famigerata prostituta sono tenute sotto costante controllo.
L’attesa è ossessiva.
Quando le manca il respiro, i presenti mandano un grido d’allarme.
Di fuori il grido viene rilanciato in tutta la città.
Quando riprende il controllo, i presenti gridano «BOCHRA!».
Il nome è ripetuto fino alle mura esterne.
Ha respinto le accuse di omicidio, ha respinto la morte assistita e sta tentando, alla disperata, un’ultima resistenza.
Solo i più fortunati e i più coraggiosi possono vederla mentre tira le cuoia.
Già in un paio di occasioni si è diffusa la notizia della sua morte, poi smentita nel sollievo generale.
Il momento non è ancora arrivato.
Bochra è molto prestante.
Anche se l’enorme petto è praticamente immobile e lei sbiancata come un cencio, i freni sono tirati al massimo e gli ultimi pezzi di vita stanno nascosti nei recessi, con la famosa prostituta che sta mortalmente attenta a non vomitarli insieme ai grumi di sangue che di tanto in tanto butta fuori dalla bocca.
Le è rimasto poco, ma cerca di tenerselo stretto.
Basterebbe un niente per far saltare l’ultima difesa dietro cui si è nascosta.
L’attuale fragilità contrasta con l’immagine del suo corpo prestante.
Non la muovono, non la toccano, non le parlano: Bochra è in fin di vita, sta morendo non rassegnata!
C’è viva apprensione e sofferenza nelle strade, almeno tra chi non la disprezza.
La gioia per aver defenestrato la corte di Ummaos è incrinata dalla fine di Bochra.
Al suo capezzale giunge anche Rupert, che pensava fosse già crepata.
«Senza rancore, Bochra».
Vorrebbe parlare, forse, ma non ci riesce: balbetta e basta.
«No… no… vojo… cre…».
«Crepare, Bochra?».
Annuisce debolmente come una demente.
«È la stessa cosa che mi hai detto quando ti hanno ucciso».
Aggiunge una mano alle sue, che non si staccano dal ventre sbudellato.
«Bochra balbetta ancora: “Non voglio crepare”, le sue ultime parole!», i ragazzi strillano per le strade.
Ma intanto a Zothique lo sanno tutti: Bochra, la prostituta di Ummaos, è rimasta uccisa!

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

DJANGA

di Salvatore Conte (2016-2018)

Non è una nordista né potrebbe esserlo, messicana com’è.
Però ha la pistola facile e dove passa lei c’è lavoro per i becchini.
Non che un becchino sia mai rimasto disoccupato - la Porta di Dite è sempre aperta, giorno e notte - ma il lavoro aumenta, e tanto, quando c’è lei in giro.
Perciò la chiamano Djanga.
E qualcuno, un giorno, le ha regalato un berretto blu.
Le sta bene e se l’è tenuto.
Quanto al resto, però, non ha ancora capito bene la storia che sta dietro il nome che le hanno affibbiato.
Stavolta la bella ragazzona messicana ha ficcato il naso in un misero villaggio di frontiera.
L’hanno chiamata perché avvengono strane cose e nessuno vuole perderci tempo.
Non c’è nemmeno un vicesceriffo a Windy Rock.
Anche se qualcuno è rimasto, il paese si è svuotato dopo che la miniera d’argento si è rivelata un bluff.
E quei pochi sono terrorizzati da efferati omicidi.
Solo chi paga sopravvive.
A riscuotere passano dei tipi strani, deformi per meglio dire.
Ma dietro di loro dev’esserci qualcun altro.

Mentre Djanga mangia qualcosa e raccoglie informazioni nell’unico saloon dello scalcinato paese, ecco entrare un gruppetto di messicani.
Sono tutti e tre ricoperti dalla sabbia del deserto e le loro facce non promettono nulla di buono.
«Dannazione…», sussurra l’avventore con cui sta parlando. «C’è Manolito con qualcuno dei suoi…».
«Amici tuoi?».
«Macché. Sono dannati bandoleros che vivono saccheggiando carovane e diligenze. Ogni tanto passano da queste parti per venire a ubriacarsi, ma finiscono sempre per fare del male a qualcuno».
Non ci vuole molto, infatti, prima che queste canaglie si sbronzino di tequila e comincino a prendersela con il barman e alcuni avventori, insultandoli e sputando loro addosso. Da come si comportano capisci che deve trattarsi di un’abitudine.
Ora se la prendono anche con la cameriera.
Nessuno, però, ha il coraggio di reagire, gli sguardi si abbassano per non vedere.
«Ehi, oste!
Dì alla tua cameriera di lasciar perdere quei messicani puzzolenti e di venirmi a servire da bere!», Djanga si fa sentire.
«Ehi, bodrillaccia…!
Chi hai chiamato messicani puzzolenti?», la replica di Manolito non si fa attendere.
«Sei cieco, oltre che lurido?
Il vostro fetore mi sta facendo passare l’appetito.
E non vedo altri messicani ai tavoli».
Gli uomini di Manolito si alzano in piedi, ma il bandito li blocca con un gesto, alzandosi a sua volta.
Quindi si passa la mano tra la folta barba.
«Se ti bucassi le zinne, ne uscirebbe latte per una settimana di seguito…».
Djanga rimane seduta, senza perdere di vista per un solo istante le mani del bandolero.
«Perché non ci provi? Così te lo succhi tutto tu…».
«E va bene… bodrilla del cazzo! Te la sei cercata!
In piedi!».
BANG
BANG
Manolito mette mano alla colt e Djanga fa altrettanto.
Ma la pistola che spara è una sola.
BANG
BANG
E visto che ci riprova, la messicana gli dà un’altra ripassata.
Il corpo sforacchiato di Manolito rovina contro una sedia, mandandola in frantumi.
La canna di Djanga si muove subito verso gli altri due.
«Lasciate qui le pistole, andatevene e non fate più ritorno».
I due bandoleros non se lo fanno ripetere, si slacciano il cinturone e corrono fuori dal saloon.
La morte di Manolito viene acclamata e festeggiata con fiumi di whisky.
Ma nessuno, prima di lei, aveva mosso un dito.
Perciò la chiamano Djanga.
Neanche il tempo di finire il pasto e la messicana vede l’oste appartarsi con un gobbo.
Dalle descrizioni che ha raccolto, deve trattarsi di uno degli esattori.
Quando esce, lo segue con discrezione.
E arriva fino alle fatiscenti baracche della miniera abbandonata.
È un buon nascondiglio per dei tagliagole.
E oltre al gobbo, ne entrano altri.

«Va sempre peggio!», un’aspra voce femminile sferza i gobbi, giungendo fino all'esterno. «Così non va!
Sapete che non posso arrabbiarmi…
Tornate in paese e fate un secondo giro.
E chi non tira fuori i soldi, lo ammazzate!».
La voce tossisce.
I quattro si guardano l’un l’altro con aria feroce ed escono dalla baracca.
«Ehi! Dico a voi!
Dov’è che andate?».
Djanga è uscita allo scoperto.
«Chi sei?», domanda uno di loro.
«Una con sei pallottole e due bombe».
«Non sei di qui. Che vuoi?».
«Ammazzarvi».
«Uccidetela, avanti!», grida dalla finestra la voce di prima.
BANG
BANG
BANG
BANG
SWISH
Djanga non lascia scampo a nessuno dei quattro.
Ma a quello più grosso e deforme il piombo gli fa a malapena il solletico.
Le ha lanciato contro la sua prima ascia e avanza verso di lei per colpirla con la seconda.
BANG
Anche il secondo proiettile non gli fa assolutamente nulla.
E continua ad avanzare brandendo l’arma.
Djanga ha un solo colpo a disposizione.
BANG
E non può sprecarlo.
THUD
Il gigante deforme si schianta a terra, centrato in mezzo alla fronte gibbosa.
La messicana ricarica la colt e si avvicina furtiva alla baracca, sfruttando la copertura di qualche albero.
C’è da stanare la donna.
Il pesante seno ballonzola dentro la camicetta bianca, eccitato dalla sfida.
Nella baracca non c’è più nessuno, la porta sul retro è aperta.
La donna è fuggita e non può essere andata che da una parte: verso l’ingresso della miniera.
Le tracce sembrano confermarlo.
Colt in pugno, sensi all’erta, tettone eccitate, Djanga si avventura fuori.
Ma c’è qualcosa che non quadra…
«Carogna!».
BANG
Con insospettabile agilità, avvertito il pericolo, la messicana estrae, si getta a terra e spara!
La misteriosa donna ha fatto capolino da dietro un tronco e si è presa una pallottola in bocca.
Barcolla sotto shock e finisce addosso a un altro albero, scivolando sulle ginocchia.

Le orme si interrompevano all'improvviso.
«Tu!».
Djanga la conosce di fama.
Dietro il racket della paura c'è dunque la famosa Kelly Maddox, detta Holey Stomach, perché sopravvissuta a un buco calibro 45 nello stomaco.
E anche stavolta è stata abbastanza fortunata: la pallottola è entrata a bocca aperta e con traiettoria obliqua, trapassandole la guancia ma non il cervello. Forse non le sarà fatale.
L'ha fatta franca per il momento, ma la corda non gliela leva nessuno.
Però è ancora viva, nonostante una palla in bocca, confermando così il suo talento d’incassatrice.
Alza una mano, chiedendo pietà; parlare le riesce sicuramente difficile.
«Non ti preoccupare… non uccido a sangue freddo; però non sarai più bella come prima, cocca…
Al paese mi hanno parlato di un brujo.
È tuo complice, vero?

Non facevi coppia con l'Indio, ultimamente?
Dove posso trovarlo?
Dai… vuota il sacco; tanto la corda non te la leva nessuno».
La Maddox l’ascolta appena: il volto è di un bianco spettrale, la bocca si è richiusa in un’espressione ambigua, le labbra sono livide e impastate di sangue, la guancia sfondata. Non è un bel trucco, ma i pesanti argomenti di Holey Stomach sono intatti.
Quell’espressione sa di sfida, oltre che di sangue: la Maddox sa che non sarà facile trovare uomini con il coraggio di impiccarla.
«Facciamo così, allora...

Visto che non sei ancora fottuta, adesso ti alzi in piedi e mi porti dal brujo. E se fai la furba, la prima pallottola è per te.
E stavolta non ti salvi, claro?

Ma prima... toglimi una curiosità, bionda.

Come hai fatto a tenerti un buco nello stomaco? Non è da tutti».

La Maddox, lentamente, protende il braccio verso un sasso che sembra fuori dalla sua portata.

        

Ma poi, lentamente, simulando un grande sforzo, lo agguanta.

«Brava, ho capito.

Non ti ammazzo perché hai avuto carattere.

Ma adesso in piedi e niente scherzi.

Un po' mi dispiacerebbe se i tuoi sforzi andassero a puttane.

Per la corda vedremo cosa si potrà fare».

Si alza e si avvia verso il folto del bosco che circonda la miniera.

Djanga le fa sentire la canna della colt contro il collo.

Se parte un colpo, addio Holey Stomach…

BANG

Ma il colpo che parte non è quello della messicana.

L'idea di avanzare facendosi scudo con il corpo della Maddox si è rivelata giusta.

Non per lei, certo; visto che si è appena beccata una palla in pieno petto!

E non ha nemmeno potuto dire "ah".

BANG

Djanga la lascia cadere a terra, non le serve più, perché ha individuato il brujo.

E lo ha centrato in fronte!

Si avvicina.

Benché fulminato, ha ancora stampato in faccia uno strano ghigno beffardo.

Le ricorda decisamente qualcosa.

Ma sì!

Aveva ragione.

Benché mascherato molto bene, è proprio l'Indio!

Un rantolo attira la tua attenzione.
La Maddox è dannatamente restia a crepare.

Ma stavolta non si salva: l'Indio l'ha centrata vicino al cuore.

«Mi dispiace, Holey Stomach: hai scelto male il tuo socio; era una carogna peggio di te».

In fin di vita, bocca spalancata e occhi fissi nel vuoto, la Maddox allunga la mano verso un sassolino.

«Eh no, bella! Stavolta non ti salva nessuno», e la messicana calcia via il sassolino, per non farla illudere.

Però a guardarla le fa pena.

Non si aspettava di rimanere uccisa; il socio non le ha lasciato scampo.

E in fondo la famosa Holey Stomach le ha salvato la vita.

Massiccia com'è, Djanga se la carica in spalla fino in paese.

Racconta una mezza verità quando dice che è stato il finto brujo a spararle.

Uno vero arriverà presto.

C'è concitazione intorno alla bionda morente.

Djanga si va a riprendere la carogna dell'Indio - perché non si sputa sopra 10.000 dollari - e sta per lasciare il misero villaggio.

In una delle baracche ritroveranno i loro soldi.

Finalmente la miniera restituirà un po' d'argento.

«Rimani... sto crepando...», le sussurra tirata la Maddox, con un filo di voce.

Djanga se la guarda e le mette accanto - su una sedia, quasi fuori portata - un bicchiere mezzo vuoto (o mezzo pieno).

«Prendilo, se ti riesce».

È il suo modo di dirle addio.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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