Caccia al coniglio nero

L'Autovelox

Stingray rosso sangue

La tranvata

La gelataia

Low Fuel

cACCIA

AL CONIGLIO NERO

di Salvatore Conte (2024)

Il coniglio nero... ho capito troppo tardi che aveva fatto la sua tana vicino alla mia casa per mettermi in guardia da tutto quello che poi mi sarebbe accaduto.

Si è scavato una buca a ridosso del mio vialetto privato, nel punto in cui termina sulla strada mortale: la chiamano così perché ha ammazzato di tutto, dagli uomini agli animali, a chissà cos’altro.

Tutti, ma non lui, il coniglio nero, che sembra farsi beffe delle auto e dei pericoli, correndo lungo il bordo della morte con indifferenza.

Lo vedo quasi ogni mattina: come un morto resuscita da sotto terra e resta immobile davanti a me, fissandomi, con quegli orecchi lunghi che lo fanno assomigliare al Joker delle carte: un Joker nero, dal ghigno altrettanto demoniaco, che avrebbe potuto essere la mia salvezza.

Se solo l'avessi pescato dal mazzo.

Tutto ha avuto inizio alcuni giorni fa.

Percorrendo il vialetto di casa, che come detto mi porta sulla strada mortale, dove ogni mattina aspetto l’autobus nella speranza che qualche carambola d’auto non coinvolga anche me, vedo il coniglio nero fermo sopra un oggetto che da lontano identifico come un pezzo di cartone o qualcosa di simile.

Resta immobile per qualche secondo, e poi corre veloce lungo il bordo della strada, evitando anche questa volta d’essere ucciso.

Sorrido davanti alla sua furbizia, pensando a quanto sia di gran lunga più furbo rispetto a tutti i colleghi d’ufficio che sto per incontrare anche stamattina.

La scena si ripete dopo due giorni. Il solito coniglio nero che compie le solite azioni: corre, si ferma sopra quella specie di cartone che è rimasto nello stesso punto, mi fissa e poi ricomincia a correre per sparire nella sua buca. E salvarsi per l’ennesima volta.

A questo punto, incuriosito da quel cartone, decido di andare a ispezionarlo per vedere meglio di cosa si tratti.

Mi avvicino e vedo che non è un cartone ma un pezzo rettangolare di compensato, con una foto di donna appiccicata sopra.

Un pezzo d'asfalto lo tiene fermo, e questo spiega perché si trovi ancora in quel punto esatto.

La foto è in bianco e nero, e ritrae una donna mora con i capelli che le coprono un occhio, e lo sguardo enigmatico, quasi misterioso.

Una bella donna, indubbiamente. Le labbra che invitano a un bacio bollente.

La prendo, la infilo nella borsa porta computer e ritorno alla fermata del bus.

Il giorno dopo decido di non andare al lavoro, oggi in ufficio sopravviveranno anche senza di me: non sarà poi così difficile, essendo già morti da anni senza che lo sappiano.

Prendo la foto della donna e la metto sul tavolo, appoggiata in verticale contro una bottiglia: provo a guardarla ma mi accorgo che devo abbassare gli occhi, il suo sguardo di compensato, anche a metà, è più potente del mio.

Mi gira improvvisamente la testa, tanto da buttare un panno sopra la foto e coprirla, prima di essere vittima di qualcosa che assomigli alla sindrome di Stendhal.

Accendo la televisione tanto per distrarmi, passo da un canale all’altro senza interessarmi a nulla, finché mi fermo sul telegiornale della mattina.

Oggi incontro al Viminale per il punto sulla sicurezza.

Il coniglio nero, la donna della foto.

Scandalo delle tangenti: indagati cinque assessori.

Lo sguardo enigmatico, l'occhio ipnotico, le labbra che ti divorano.

Scomparsa la moglie del console iraniano Assim Balthazar.

Alzo il volume.

La donna, Pegah Emambakhsh, risulta scomparsa dal pomeriggio di ieri.

Alzo ancora il volume.

Il marito e la consorte dovevano partecipare a una cena di rappresentanza con il Sindaco, ma la donna non ha mai raggiunto il luogo dell'incontro.

Le forze dell’ordine sono state immediatamente allertate.

Alle mie spalle una foto della donna scomparsa.

Il cuore smette di battermi.

Chiunque l’avesse vista, o la vedesse, è invitato ad avvertire immediatamente le forze dell'ordine.

La morte a occhi aperti deve essere questa.

Mi alzo a fatica dal divano e raggiungo la vetrinetta dei liquori, pochi passi che mi sembrano chilometri camminati all’inferno.

Mi attacco al Jack Daniels e finisco il quarto di bottiglia rimasto come fosse acqua.

La donna appiccicata al pezzo di compensato esposto sul mio tavolo, addosso a una bottiglia, è la donna che ho appena visto al telegiornale.

Levo lo straccio dalla foto, magari ho preso un enorme abbaglio e non è lei, ma so benissimo che è lei.

Anche la foto è la stessa.

Ma gli occhi... no. In TV erano due.

Provo a ragionare, pur febbricitante.

Il pezzo di compensato l’ho notato alcuni giorni fa, mentre la moglie del console è scomparsa solamente ieri sera: chi ha messo la sua foto in fondo al mio vialetto? Per quale motivo? Chi sapeva che sarebbe poi scomparsa? E che c'entro io? Era per me?

D'altra parte ora mi ritrovo con la foto gigante di una donna scomparsa, con la quale non ho alcun punto di contatto.

Rifletto su un altro elemento: le donne iraniane sono obbligate a portare il velo in pubblico, dunque si tratta di una foto privata.

Provo a immaginarla...

Anche aggiungendo qualche dettaglio...

Mi viene subito duro e mi sparo una sega.

La situazione è assurda, indecifrabile, momentaneamente al di fuori dalla mia analitica comprensione.

Prendo il telefono e compongo un numero.

Odio rivolgermi ai vecchi amici, ma devo saperne di più su questa donna.

Chi sei, Pegah Emambakhsh? Riesco per un attimo a riguardarla in faccia.

«Pronto?

Pronto, Frank?».

Finché la voce al telefono non risponde, distogliendomi dal suo incantesimo.

«E questo è tutto, non so altro...».

Sto parlando a Frank, nell'ufficio di Frank.

«Va bene, credo che tu abbia diritto a delle spiegazioni.

Falla entrare, così non ripeto due volte la stessa storia», Frank fa cenno a un tizio, che non mi ha nemmeno presentato.

«Ma cosa…?», entra una donna che riconosco subito. «Ma lei è… Santa Madonna…».

«Pegah Emambakhsh», Frank conferma. «Ti spiego tutto, ma rimani seduto.

È una lunga storia, che cercherò di sintetizzare.

Ormai sei uscito dal giro e sappiamo anche perché.

Ti sei fissato con questa Layla, e non vuoi accettare che te la tengano nascosta.

Però ai piani altri sono fatti così, ormai dovresti saperlo: giocano con le vite altrui e non danno spiegazioni a nessuno».

«Sì, me ne sono accorto».

«Non discuto i tuoi gusti, ma il tuo metodo, Sal.

Tu vorresti pescare dove ti pare, tutto il mare è tuo, getti la rete e pretendi che nessuno ti chieda di esibire una licenza di pesca».

«Non capisco questo giro di parole, Frank.

Hai detto anche tu che loro fanno quello che vogliono. Io voglio che mi diano Layla. Non ho altro da chiedere».

«Il mondo ha delle regole, Sal. Loro non le rispettano, ma valgono per tutti gli altri, incluso te.

Tuttavia il mondo medesimo gira su sé stesso e prima o poi si torna in pista.

Hai seguito il caso di quella spia israeliana arrestata in Libano?».

«Quel poco che si è letto sui giornali».

«Mi hanno incaricato di liberarla. Ho carta bianca.

Così ho pensato a uno scambio».

Lo sguardo si posa sulla Emambakhsh.

È una buona occasione per squadrarla.

Stavolta però non sta fissa sopra un tavolo, appoggiata a una bottiglia.

E gli occhi sono due.

Devastanti.

«Frank… cosa c’entro io in tutto questo?».

«Tu c'entri, perché io per portare a termine questo incarico ho bisogno di te».

«Hai bisogno di me?

Ma che dici? Non hai nessun motivo per coinvolgermi».

«Invece ne ho almeno tre.

Primo, hai bisogno di quell'adrenalina che una scrivania non può certo darti».

«Non psicanalizzarmi, Frank: passa al secondo motivo».

«Secondo, sei il tipo più in gamba che io conosca, in certe situazioni».

«Questo è ancora più assurdo».

«Terzo, potresti ricavarci qualcosa».

«Questo andrebbe anche bene, ma hai detto tu stesso che loro non trattano e non concedono nulla. A me interessa solo Layla, il resto mi annoia».

«Se ti fidi, avrai qualcosa che ti interessa. Non ci sono ostacoli».

«Invece con Layla che ostacoli ci sono?».

«Layla è tabù per te, nemmeno io so perché».

«La solita storia...

Dunque la foto della signora l'hai piazzata tu.

Non personalmente, certo...

Ma il coniglio...? Come c'è arrivato lì?».

«Il coniglio? Che coniglio?».

«Ti metterai in ferie e fingerai un viaggio turistico in Libano. Ma prima ti fai un po' di tiri, sei arrugginito.

Là incontrerai un contatto, sarà piacevole, una tua connazionale; quindi accompagnerai la qui presente signora nel luogo convenuto.

Tornerai indietro con l'ostaggio. E lo consegnerai dove l'ostaggio stesso ti dirà.

A quel punto il tuo lavoro sarà finito.

Tutto chiaro?».

«Come no, chiarissimo.

E perché proprio io?».

«Ci risiamo?

Stai sbagliando la domanda, Sal.

Chi altri se non tu?

È uno scambio che coinvolge una donna importante, nessuno offre più garanzie di te, nessuno le tratta come te.

Lo sanno sia gli amici che i nemici».

«Tu in quale categoria rientri, Frank?

Almeno puoi evitare che dall'ufficio mi chiamino ogni due secondi?».

«Purtroppo no, tutto deve sembrare normale intorno a te.

Ah, quasi dimenticavo...

Il contatto in Libano ti consegnerà una borsa con 500.000 dollari.

Non contarli subito, vogliamo sapere quanti se ne prenderà.

Tu ci darai il totale netto parlando con te stesso alla finestra».

«Sempre contorti... per chi sono questi soldi?».

«Fanno parte dello scambio. Si usa risarcire chi ha l'ostaggio da più tempo».

«E se la borsa verrà alleggerita troppo?».

«Si usa prelevare una commissione. Gli altri lo sanno.

Speriamo appunto che non si prenda troppo. Sappiamo già che tu non prenderai nemmeno un dollaro».

Sì, io non prendo dollari.

Frank sa come pagarmi, sa qual è la mia commissione.

Stavolta è stato di parola.

«Sto cercando chi cerca Didone».

È la parola d'ordine.

È il nome in codice del contatto.

«L'ha trovato. Si accomodi».

In questa storia non ci sono mezze misure.

Un'altra bambola da capogiro, anche piuttosto allentata.

Una specie di incrocio tra la classe di Rita Hayworth e la carne di Anita Ekberg.

«Mi chiamo Sal Conte, lei?».

«Anna Frezzante».

«È libanese?».

«Ma de che... so de Roma...», sottovoce, in tono confidenziale e ironico.

«Però è pratica di questi luoghi, no?

Secondo lei, io... dove potrei trovare lo spirito di Didone, qui in Libano?».

«Il posto migliore per una ricerca del genere è di sicuro Baalbek.

Sono convinta che non rimarrà deluso».

   

       

 

«Bene... e quando potremmo partire?».

DRIN... DRIN...

«Mi scusi...».

«Scusa, Salvatore; lo so che sei in Libano, e che è tardi, e che oggi saresti comunque in part-time, ma ha chiamato l'Assessore: voleva sapere se quando torni puoi inserire subito il Decreto di nomina del nuovo Presidente di Romapromo...».

Mentre divento viola-porpora e mi si incolla il labbro, Anna mi strappa il cellulare.

«Pronto? Sono Didone, chi parla?».

«Non sei Salvatore? Sono Alessia, la sua dirigente; puoi dirgli che ha chiamato l'Assessore?».

«Senti cocca: vai a fare in culo, te e l'Assessore; e se provi a richiamare, ti faccio sbattere contro un tronco di pino».

CLICK

«Con le donne non ci sai fare...

Allora... dicevi? Quando possiamo partire...

Domani...

Per stasera, intanto, non vedi nessuna Didone intorno a te?».

Deglutisco.

C'è qualcosa di famigliare in lei, per certi versi mi ricorda Layla.

«Non li conti?».

«Dimmelo tu quanto prendi di commissione».

«Il 10, e tu?».

«Niente».

«Non ci credo...

Pero, se lo avessi saputo, avrei preso il 20».

«Una come te non ha prezzo...».

«Mi lusinghi...».

«Semplice verità».

«Parla meno, dai...».

Frank ha previsto tutto, come al solito.

«La ragazza si è presa il 10 di mancia...».

«Torna qui, dai... con chi stai parlando?».

«Dicevo tra me e me...

Dicevo che una come te merita tutto...».

È calato un crepuscolo da brivido sulle rovine di Baalbek.

Sanguigno e anche un po' funereo.

«Facciamo in tempo a vedere l'ultimo raggio di sole», dice Anna. «In estate si svolgono importanti eventi e spettacoli tra queste rovine. Vi sono delle scale che portano in cima, a uso dei tecnici delle luci.

Da lassù, ve lo assicuro, la vista è mozzafiato...».

Annuisco.

Anna è sempre sbottonata, nonostante l'altitudine di 1.200 metri. Penso lo faccia per tutelarsi.

La beretta è sotto l'ascella con il colpo in canna.

L'iraniana sotto il braccio; l'abbiamo agganciata tra le colonne di Baalbek; nell'altra mano ho la borsa con il grano.

Devo concentrami sulla mia sfera di controllo. Questo mi ha detto Frank.

«Ognuno farà il suo, tu fai il tuo».

Ognuno chi?

Qui non vedo nessuno, le visite sono finite, stanno chiudendo i cancelli.

Vediamo Anna che fa, se sale sulla scala con noi, oppure si ritira.

«Vado avanti io».

Non si ritira.

La scala è verticale, con gabbia di sicurezza.

Poco adatta per una donna tonda come Anna.

Ma sembra averla già provata e riesce a cavarsela bene.

Dietro di lei mando Pegah.

La borsa ha una tracolla, Frank pensa sempre a tutto.

Dall'alto la struttura del tempio principale appare ancora più maestosa; fa venire le vertigini; come i due grossi culi che mi stanno sopra.

In giro non c'è più un'anima.

In cima però ci sono due persone, a una distanza di 30 metri dallo sbocco della scala.

Il numero potrebbe essere quello giusto.

La Frezzante si defila, ha fatto il suo.

Se le due persone fossero l'ostaggio e un agente iraniano, allora andrebbe bene.

Tengo sotto braccio la Emambakhsh e mi avvicino, molto lentamente; siamo a 20 metri di altezza, con parapetti improvvisati o vecchi di 2.000 anni.

Dalla parte di Anna, però, i conti non tornano più: è spuntata, letteralmente dal nulla, un'altra sagoma.

I tecnici della luce sono diventati troppi.

Qualcosa sta andando storto.

Mentre avanzo a piccoli passi, mi copro dietro all'iraniana: il buio avanza a grandi passi e a stento riuscirei a vedere una pistola.

I tecnici della luce stanno lavorando davvero male.

Rimango però scoperto dal lato di Anna; anche se mezzo milione di dollari, al lordo delle commissioni, forse proteggono più di un giubbotto.

«Al momento dello scambio non porterai nessun giubbotto antiproiettile».

«Posso chiedere perché?».

«Perché trasmette sfiducia alla controparte».

Davanti a me, l'iraniano o presunto tale rimane affiancato alla presunta spia, cioè non segue la mia tattica, non si fa scudo con il corpo dell'ostaggio.

Devo ragionare.

Perché lui non si avvicina, perché non si fa scudo con il corpo dell'altro.

E perché l'intruso che non doveva esserci si è fatto notare?

Forse protegge la Frezzante e basta.

Gli amici che fine hanno fatto? Ci sono? Dove sono?

«Tu fai il tuo», le parole di Frank mi pulsano nelle tempie.

Già... ma qual è il mio, Frank?

Mi sono fermato. Da questa distanza comincio a vedere qualcosa, gli occhi si stanno abituando all'oscurità.

Ho un salto al cuore.

Oh, Cristo.

È lei.

Sono troppo emotivo per questo genere di lavoro, l'ho sempre saputo.

Perché diavolo ho accettato, ma soprattutto perché diavolo l'hanno fatto fare a me?!

Lei è tranquilla.

Ha sangue freddo, al contrario di me.

Ogni tanto guardo alle mie spalle. Ma non devo mostrarmi troppo nervoso. Le due sagome si mantengono a una certa distanza. Si è formata una terza coppia, qualcuno cerca di fregarmi Anna. Al momento sembrano solo controllare.

È stallo. Ma io sono nel mezzo.

«Lasciami, dai... chiudiamo l'affare...», l'iraniana si divincola dal mio abbraccio.

Ho solo un istante per tenerla o lasciarla andare.

Anche l'altra si spinge in avanti.

Non la trattengo.

«Torna al tuo posto», dice la libanese all'iraniana.

Lo spazio è stretto e le due sono ben piazzate.

Dal lato interno il parapetto è scarno: si tratta di una balaustra metallica poco rassicurante, tirata su - penso - per i soliti tecnici della luce.

Lottare in quel tratto sarebbe quindi molto pericoloso, data l'altezza da terra.

Pegah torna da me, l'altra dall'iraniano.

Caspita, che donna...

Se gli amici hanno i migliori pezzi, perché diavolo hanno preso me?

«Lo vogliamo concludere o no, questo affare?».

Alle mie spalle risuona la voce melodiosa di Anna Frezzante.

E nella mano distinguo una pistola, una beretta; con silenziatore.

Fregato da un'italiana: il colmo.

Comunque è buio pesto, da quella distanza può colpire la Emambakhsh, che intanto mi spalmo addosso come una crema solare.

A questo punto estraggo anch'io.

«A che gioco stai giocando, Anna? Ti consiglio di non fare scherzi, mi dispiacerebbe perderti di vista».

«Avanti, concludi lo scambio. Siamo qui per questo, no?

Devo restituire la commissione, se l'operazione non riesce.

E anche tu...», si tocca il seno, l'allusione è chiara.

Davvero molto lucida e sgradevolmente simpatica.

Ma la sua voce è falsa come il terzo Jolly del mazzo.

«Allora metti via il ferro e aspettami di sotto, insieme al tuo ragazzo».

FLOP

BANG

La situazione precipita.

Mi spara addosso. Io rispondo.

«AH...!»

La prendo in pieno, strilla, si ingobbisce e frana...

Ho un salto al cuore...

Anna sembra precipitare nel vuoto!

Ma per fortuna si aggancia al parapetto, che al momento regge l'urto.

La Frezzante sporge a penzoloni dalla balaustra, le braccia molli e abbandonate piangenti verso il fondo del baratro; sembra un panno steso ad asciugare; se non è morta, dev'essere molto grave, Cristo Santo!

Io ho un dolore al fianco, ma sembra gestibile; ha una buona mira, perché mi ha colpito senza mettere in pericolo l'iraniana.

Però è stata sfortunata, perché ho reagito d'istinto, senza pensare alle conseguenze.

L'altra sagoma è scomparsa: dal rumore metallico che via-via si attenua, sembra aver preso la scala e scelto di tagliare la corda.

Pegah si è divincolata e sta per raggiungere il connazionale.

La libanese viene verso di me, incrocia l'altra, ma poi si ferma prima di raggiungermi.

Che cosa le prende?

Nel dubbio mi gioco il Jolly.

La pietra sotto i piedi è ben levigata, liscia come un tavolo da biliardo.

Le faccio arrivare la pistola, mentre la Emambakhsh ne prende una dal compagno.

BANG

BANG

BANG

BANG

Un colpo a vuoto contro una donna piegata a terra.

Uno in mezzo agli occhi.

Un altro nello stomaco.

E un altro ancora in pieno petto.

«Allo scambio andrai con due pistole».

Io ho fatto il mio, ho sparato all'obiettivo alla mia portata, ovvero a Pegah, mentre la libanese ha sparato al suo compagno, sapendo o sperando che io mi sarei occupato dell'iraniana. Anche lei ha fatto il suo.

Questa è la scuola di Frank.

E gli iraniani hanno fatto il loro, facendosi togliere di mezzo.

Pegah non ha mollato dopo il primo colpo, così ho dovuto ammazzarla sul serio.

Però non si è lasciata scappare nemmeno un gridolino.

Intercetto solo - negli occhi - una sofferenza repressa, come quella di un bambino che dopo una fastidiosa iniezione - e qui sono due - trattenga a stento le lacrime.

Trascinando i piedi sulla pietra, le braccia molli lungo i fianchi, l'iraniana si avvicina con un sorriso sardonico sul volto!

Giunta a un paio di metri, mi fa vedere un pezzetto di lingua; poi, quasi punita per la sua arroganza, è scossa da un brivido e cade sulle ginocchia.

L'iraniana spalanca gli occhi, ora c'è paura e rimpianto nel suo sguardo.

È di nuovo scossa da una lunga contrazione, ma ha la forza di parlare, e dice: «Mi hai beccato... ma io... sono... la... Emamba...khsh...».

«È vero...», conferma la libanese, con un certo sarcasmo. «Tu sei la famosa Emambakhsh... la puttana intoccabile...

Però stavolta t'hanno toccato, eccome!».

«Ma io... non sono così preciso...».

«Doveva crederlo anche lei... ha pensato di farla franca... ma non ha tenuto conto della proverbiale fortuna del dilettante...

Altrimenti, non morirebbe con questa espressione basita sul volto...».

Effettivamente la donna stramazza in avanti, ai miei piedi, schiantandosi sull'antica pietra con un tonfo sordo.

«Tu, sei tu!», finalmente ho un attimo di tempo per godermi la sorpresa.

«Vediamo l'altra, Sal».

Mi ero già dimenticato di Anna.

La tolgo da lì, prima che la balaustra ceda.

«Chi era quel tale che ti affiancava?», le domando, mentre provo a tamponarle il buco nello stomaco.

«Il mio uomo... ahh...».

«Bel tipo hai scelto...

Non ti bastava la commissione da 50.000?».

«Mi piacciono i soldi... ohh...».

«Il tuo uomo ti ha mollato, Anna... è fuggito come un coniglio».

«Era solo... uno stronzo... ahh... vuoi... sosti...tuirlo... tu... uhh...?».

Sempre lucida e sgradevolmente simpatica.

«Tu sei a posto, solo una ferita di striscio».

Intanto lei mi ha dato un'occhiata, io sono stato troppo impegnato per farlo.

«Loro invece sono tutte e due sfondate.

Però, forse, tenteranno qualcosa».

«In che senso?».

«Proveranno a riprenderle, visto che valgono parecchio.

Ci sono tecniche speciali che noi non conosciamo e che non dovremmo sapere di non conoscere, Sal...

Tu devi parlarmi dell'ossessione che hai per me».

«Adesso?».

«Intanto comincia...

Tra poco gli amici saranno qui, e penseranno loro a tutto».

«Lasciami il tempo di capire che io sono qui, e tu sei qui, e noi siamo qui; se è vero che siamo qui; e che non sono funghi avariati.

Non penserai di sparire di nuovo, vero?».

Nel frattempo continuo a tamponare Anna, molto egoisticamente, come lussuoso piano di riserva.

«Mi hai salvato la vita, Sal.

Ti devo qualcosa, mi sembra».

«Ma questa... che cazzo vuole...? Oh-ohh... io sto male... Sal... ho paura...

Portami... da un dottore... gnhh... poi... ci sposiamo...».

«Ne parliamo in un altro momento, stanno arrivando».

Stavolta hai voluto davvero esagerare, Frank.

L'AUTOVELOX

di Salvatore Conte (2024)

«Siete il simbolo della città... Maggiore...».

«Siediti...

Che mi dici?».

«Cosa porto?».

«Un Campari.

Hai da cambiare? Sono 50, eh...!».

«Serata ricca?».

«Era ora...

Tre bei tipi... con una bella macchina... ma non sono di qui».

«Belli quanto?».

«Belli parecchio...».

«Dove siete andati?».

«In un posto tranquillo».

«Sapresti tornarci?».

«No».

«Perché no?».

«Mi hanno bendato».

«Non hai avuto paura?».

«Un po', ma quelle 50 mi hanno dato coraggio».

«Quanto è durato il tragitto?».

«Dieci minuti, un quarto d'ora...».

«Quante svolte?».

«Mah... due... o tre...».

«Fondo liscio?».

«No, no, nell'ultimo tratto sembrava di stare in barca.

Dall'interno è un vecchio casolare di campagna.

Pensate nascondino qualcosa?».

«Non è detto, io devo andare, ci vediamo, Stefania».

Si alza e se ne va.

Senza pagare.

Credito illimitato per il Maggiore della Città di Comacchio.

«Capo, questa risulta rubata, che faccio? La multa la mando lo stesso?».

Il Maggiore alza gli occhi dal giornale.

«Scalise... se è rubata, a chi la mandi la multa?

Fai vedere...

Bella macchina... e bella targa...».

«Scusi, Comandante, che ha di speciale la targa?».

«Ha di speciale Padova...

Dove ti sei messo?».

Ci mette un po' a capire.

«Sulla Romea, chilometro 26».

«17:31...».

«Sì, infatti... questo modello imprime in automatico l'orario dell'infrazione: è a prova di ricorso...!».

«Già... il tempo... il luogo... l'infrazione...

Scalise... secondo te... dalla periferia di Padova... con un'Alfa 2000... camminando un po'... quanto ci vuole per mettersi in posa sulla Romea al chilometro 26?».

«Beh... io direi almeno due ore».

«Ma sei scemo? Ho detto "Alfa 2000" e ho detto "camminando un po'"».

«Beh... allora due ore e mezza, quasi tre».

«Sei scemo, te l'ho detto.

Ci vogliono al massimo 40 minuti e questa foto ne è la prova.

Mezzora scarsa, camminando veramente».

«Signorsì».

Gli occhi si fissano nel vuoto, ripensa a qualcosa.

«Cristo Santo...».

«Si sente bene, Comandante?».

«Scalise, tu passi all'Ufficio Notifiche, con effetto immediato».

«Ma... io...».

«Non è una punizione, scemo. Ti considero un ottimo Agente, lo sai.

Ma hai bisogno di completare il tuo bagaglio professionale con un'esperienza di tipo amministrativo, atta a conoscere meglio il territorio di competenza.

Comincerai con un incarico che sta molto a cuore al nostro Prefetto.

Deve notificare un'Ordinanza di bonifica coatta presso una proprietà rustica, di cui non abbiamo l'indirizzo completo. Si sospetta un collegamento con una banda di trafficanti di rifiuti tossici, perciò sii cauto e non dare troppo nell'occhio; usa la bicicletta.

Hai capito tutto?».

«Insomma...».

«Dopo ti spiego meglio, adesso ho da fare».

Lo manda via con un rapido movimento della dita.

E telefona.

«Beppe, sono io. Ho un lavoretto per te. Ti servono gli attrezzi. E un manovale».

Riaggancia.

Il Maggiore ha fiutato la preda.

«C'è un Vigile in bicicletta che continua a girare qua intorno...».

«E allora? Cosa vuoi che ci importi di un mezzo poliziotto su un triciclo? Chissà se ha pure mezzo pisello e mezza pistola».

«Potrebbe arrivare fino a qui, forse cerca qualcuno».

«Sì, cerca rogna».

«È proprio sicuro di non avere visto niente di insolito, qui intorno, in questi ultimi giorni?».

«Mah... cosa vuole... ringraziando Dio, qui da noi si vive ancora bene.

Però, adesso che mi ci fa pensare... ma non so se è importante...».

«Dica pure».

«Io sono un tipo che si fa gli affari propri, però mi è sembrato strano di vedere un'Alfa Romeo 2000, una signora macchina, avventurarsi su una pietraia; sa... quelle macchine costano care... e chi le possiede ci sta attento... hanno la coppa dell'olio bassa e se urtano un sasso sporgente... beh... sono dolori...».

«Si ricorda se l'auto era targata Ferrara?».

«Ehm... no... anche questo mi è sembrato strano.

Era targata... mi faccia pensare...».

«Provo ad aiutarla.

Era targata PD, cioè Padova?».

«Padova, sì! Ora che me l'ha detto, ne sono sicuro».

«Mi spieghi bene quale stradina sterrata ha imboccato».

«Vede laggiù? C'è un vecchio casale a due piani.

Fra 200 metri, sulla destra, trova un sentiero di pietrisco e dopo mezzo chilometro arriva a destinazione».

«La ringrazio molto».

«Porti i miei omaggi al suo Capo, vanto della Città... e della Provincia...».

«Pienamente d'accordo».

«Hai fatto un ottimo lavoro, Scalise.

Ora, però, tieniti lontano da quel posto. Quella gente può essere pericolosa.

Fammi di nuovo l'Autovelox sulla Romea, tratto con divieto a 40.

E fra un po' ti compro l'Alfasud: autopattuglia AF26, in dotazione all'Agente Scelto Scalise; ti regalo anche un baffetto per la spallina».

«Signorsì!

In effetti era da un po' di tempo che volevo chiederle se la sigla dell'Ammiraglia del Corpo, l'Alfasud AF16, fosse legata a qualcosa, oppure a niente».

«A come Anna, F come Frezzante, 16 come il giorno del compleanno di Anna Frezzante; quindi aumentiamo di un'unità la prima cifra e arriviamo a 26, che è poi il chilometro famoso... che finanzierà la seconda Alfasud».

L'Agente Scalise rimane basito.

«Dai, chiudi la porta a chiave e vieni qui.

Adesso mettimi le mani addosso, ti autorizzo, so che ti piaccio.

Chi lavora bene per me, ottiene questo.

Ma scordati la storia del casale, Gennaro. È un boccone troppo grande per noi. Passerò l'informazione alla Prefettura e se la vedranno loro.

Tu non parlarne con nessuno: mi hai capito bene?».

«Porco Dio, una macchina dei Vigili...!».

«Stai calmo, magari è il mezzo poliziotto che ha fatto benzina».

«All'anima del mezzo poliziotto!

Questa è una donna e mezzo e ha pure i gradi da Generale!».

«Ma che Generale...

Rubi da una vita e ancora non riconosci i gradi degli sbirri. È un Maggiore.

Sentiamo che vuole, fate parlare me. E non prendete iniziative».

«Buongiorno.

Devo informarla che a seguito di un controllo degli uffici tecnici, sono emerse delle irregolarità catastali relative a questa proprietà».

«Beh... c'è una multa da pagare, Signora?».

«Anche, ma soprattutto è necessario regolarizzare l'accatastamento, eseguendo dei lavori di messa in sicurezza dell'immobile».

Qualche secondo di stallo, poi lei prosegue.

«Se non sa a chi rivolgersi, posso consigliarle un muratore molto bravo, con il suo manovale, che si occupa anche delle pratiche urbanistiche».

«E quanto verrebbe a costare il tutto?», il tizio comincia a capire.

«Beh... voi siete tre, noi siamo tre...

Diciamo 50 per uno?».

«50.000 lire?».

«50, in banconote da 50.000...», adesso non ci sono più dubbi.

Segue una lunga pausa.

«Consideri però le spese sostenute finora per mantenere questo casale.

Tutta la fatica messa da noi tre per tenerlo in piedi...

Facciamo 200 a noi e 100 a voi?».

«No. Si divide in parti uguali. Sabbia e ghiaia si mischiano in parti uguali per fare un buon cemento».

Beppe è uscito allo scoperto. È arrivato dal retro, in barca.

È un muratore calabrese specializzato nello smaltimento di cadaveri, di produzione propria o non. Diversi pilastri appaltati dall'ANAS sono opera sua; riesce a mantenere omogenea la densità del cemento, nonostante la presenza di impurità fangose; perché l'uomo viene dal fango, vive nel fango, e ritorna nel fango; talvolta con un sacco a pelo di cemento.

E se Atlante sosteneva il mondo, oggi c'è chi sostiene un cavalcavia, senza farsi tanta pubblicità.

Per questo e altri motivi, 300 testoni, divisi in parti uguali, sono più che abbastanza per mezza dozzina di delinquenti.

STINGRAY ROSSO SANGUE

di Salvatore Conte (2024)

«Allora? Dove stanno i soldi?».

«C'è stato un problema, Abigail. Ci volevano fregare... ma li abbiamo liquidati!

Però avevamo dietro la polizia, perciò li abbiamo nascosti dentro una macchina in vendita, insieme alla roba.

Non c'è da preoccuparsi, quei vecchi rottami rimangono invenduti per mesi, fin quando non capita un gonzo che abbocca all'amo».

«E su quale vecchio rottame li avete nascosti?».

«Mah... era rossa... non so, una cabrio... tanto è lì, non si muove».

«Penso fosse una Corvette Stingray del '64».

«E tu una Stingray seconda serie da 360 cavalli me la chiami un vecchio rottame? Ma Cristo Dio...».

«Due gonzi hanno abboccato proprio adesso... razza di idioti!

Lonigan, segui quel vecchio rottame, e voi... pronti: polizia o no, mi voglio riprendere la roba».

«Ho un'idea, Abi...».

«Abigail...».

«Okay, ascolta: quelli avevano messo un trasmettitore in mezzo ai soldi; ed è rimasto lì.

Conosco il giro e penso di sapere chi può avergli fornito l'apparecchiatura. Mi faccio dare una copia del ricevitore e ritroviamo l'auto in poco tempo...».

Abigail è ripartita, ma dopo un po' si affloscia sul volante.

Ha preso un brutto colpo. Tuttavia si premura di non rovinare la Stingray; la sente sua.

«Cristo, hai visto?

Non possiamo lasciarla crepare... in fondo ci siamo divertiti da morire...».

«Hai ragione, rimetti in moto e portala da un veterinario, ci vediamo al pub dell'altra sera; a questo punto mi voglio tenere tutto: Corvette, grana, roba, e fiche».

Annuisce e riparte in quarta!

LA TRANVATA

di Salvatore Conte (2024)

«NO!».

POW! POW!

«Non ce n'era bisogno...».

Anna sbarra gli occhi dallo shock; ma un attimo dopo si allaccia le mani sullo stomaco e preme sui buchi.

È il gesto della disperazione.

E si lascia scivolare di schiena lungo la parete, scomparendo dietro il sudicio divano dell'albergo abbandonato.

È stata sfondata da cinque colpi; lei vorrebbe capire se ci rimane secca, senza poter fare niente, o se le rimane qualche minuto per fare la puttana; sempre che non decidano di metterle altro piombo in corpo.

Ma pare di no. Si sono sfogati abbastanza.

Un po' d'aria arriva, ha tempo per stirarsi contro la scarpa più vicina... e leccarla... senza considerare che con il sangue alla bocca la sporca e basta.

«Disgraziata!».

Bob la tira via, spazientito.

Anna si è umiliata per lanciare un messaggio, che ora i tre che l'hanno sfondata vanno ad analizzare.

Non ci sono altri superstiti, dopo il cruento regolamento di conti.

«Vuole salvarsi, è il suo modo per farcelo sapere».

«E come? È imbottita di piombo!».

«Non ha importanza, nella sua testa Anna vuole salvarsi.

Forse lo fa per i figli; ne ha fatti un paio e so che c'è molto attaccata».

«Il marito che fine ha fatto?».

«Morto ammazzato».

«Come lei...», sottolinea macabro Bob.

«Glielo chiedo?».

«Che cosa?».

John la rivolta supina.

La bocca della donna è spalancata, gli occhi sbarrati dalla paura.

«Anna... vuoi lasciare delle parole ai tuoi figli?».

«Sì... ho fatto... tutto per loro... cough... ho ucciso... per loro... ohh... e... sono morta... per loro... oh-ohh...».

Anna Frezzante si immedesima nel ruolo della madre premurosa e sfortunata, sperando di ricavarci qualcosa.

John le tira via la bandana e la usa per tamponarle la pancia, sfondata da cinque colpi che non le lasciano scampo.

Qualcosa ha ottenuto.

«Sei gentile... ohh...».

«Sì, ma non ti illudere, Anna; hai avuto il fatto tuo, lo sai...».

«Lo so...», la donna conferma.

«Ci penso io ad avvisarli. Non lo sapranno dai gionali».

Annuisce debolmente, con la paura di essere sorpresa dalla fine.

«Cough... ne ho... per poco... vero...? Ohh...».

«Sei tutta sfondata... hai preso una bella tranvata...», riassume Tom.

«Niente ambulanza... per la vecchia Anna...? Ohh-ohhh... ho paura...».

«Temo che non si possa fare...

Ma tanto è difficile che arrivi in ospedale».

Però John continua a tamponarla.

«Se non crepo... coigh... mi sistemi tu...?».

Anna mette la mani avanti, è abile a provocarli.

«Dove...? In bocca...? Cough... sono una madre... ho due figli... ohh...».

Rimane sul tema, sfrutta l'argomento.

«Voglio rivederli... ohh... so che vi piaccio... oh-ohh...».

«Ti metto sul divano...».

«No... non mi muovere... ohh... ho tanta paura...».

Un attimo dopo si irrigidisce.

«John... John...!», la voce è disperata.

«Che c'è?», fa finta di non capire.

«Ohh-ohhh... oohhh-hh...».

«Tira i freni, Anna! Pensa ai tuoi figli...».

«È passato... c'è mancato poco...».

«Cosa hai sentito?».

«Qualcosa che... che mi saliva in bocca... ohh... ma poi... è tornato giù...

Dovete... decidere... se torna su... oohhh... io... ci lascio... la pelle... Anna... è morta...».

«Sei più attaccata al maschio o alla femmina?».

«A Little John... gli prenderà... un colpo... quando... cough... saprà... che la madre... è rimasta uccisa... ohh... Claudine... è una fregna moscia... mi succhia... un mucchio di soldi... oohhh...».

«Sei fortunata, il sangue si è quasi fermato».

«È... è... la fottuta... paura di morire... John... cough... ho i freni tirati... hh...».

Anna si porta la mano al collo.

«Che hai?».

«Mi manca l'aria... ohh...».

«Risparmia il fiato, ne avrai bisogno».

«No... non voglio... morire così... oohhh... sparami... un colpo in pancia...».

«Pensa a Little John, Anna... non avrà più una madre...

Bob... gli hai detto che il gelato si sta sciogliendo?».

«C'ha parlato Tom».

«È qui».

«Sei disposta a passare con noi, Anna?».

Annuisce.

«Vedi allora di non scioglierti durante il viaggio».

Il furgone-ambulanza è quello dei gelati; la direzione è quella del Pronto Soccorso Jackson, gestito dall'omonimo Dottore, imparziale tra guardie e ladri, ma molto costoso.

John sale con lei, Bob e Tom si rimettono in macchina; gli altri rimangono nell'hotel, a dormire per sempre.

LA GELATAIA

di Salvatore Conte (2024)

Anna la Gelataia, oltre ai gelati, spaccia droga a domicilio, e fa la mignotta nel suo furgone.
Ci sono spifferi sul suo conto, però la donna unge l'Ispettore di zona, o per meglio dire lui unge lei, come contropartita.

Ad Anna piace il grano facile e si è attrezzata di conseguenza: le bustine di coca le inserisce nei coni; per chi invece punta al bersaglio grosso, e cioè a lei, c'è spazio in abbondanza nel furgone, i bottoni del camicione si allentano e tutto viene da sé.

Perfino la rivendita di gelati frutta parecchio, lei è brava pure come gelataia.

Insomma, non è certo una brava donna, ma di sicuro una gran mignotta.

«Quella stronza mi ossessiona.

Finisce che la spanzo come un pesce».

         

«Prima o poi finisce ammazzata, su questo non ci sono dubbi», risponde l'amico. «Tanto vale che lo faccia tu per davvero».

«C'ho pensato... ma poi? Come mi diverto?

Tu che arma mi consigli?».

«Qualcosa di originale... un male e peggio... per esempio».

«Con il male o con il peggio?».

«Non so quale sia il male, ma se dopo il primo colpo si lamenta, tu le dici che il secondo sarà peggio».

«E se non avessi il coraggio di finirla?».

«Non fa niente, tanto quella neanche ci va in ospedale, è allergica alla Polizia.

Se sopravvive, nemmeno ti denuncia».

«Detta così, sembra facile.

Non ha una pistola?».

«Certo che ce l'ha, ma tu la prenderai di sorpresa; non sospetterà nulla fino all'ultimo: mica può farti un pompino puntandoti contro la rivoltella...!

Sei tu che la tiri fuori!».

«Sì, mi faccio fare un pompino, e in quel mentre tiro fuori dalla tasca il coltello e la colpisco alla schiena...

No.

Se ha il pisello in bocca, rischio di farmi male.

Quando ha finito, la colpisco in pancia.

E me la voglio guardare mentre crepa.

Deciso».

«Robby!

Hanno sparato alla gelataia!».

«Come sarebbe? Chi?».

«Un vecchio; credo si tratti di una vendetta».

«È morta?!».

«Non lo so, calmati.

Ha preso due colpi in pancia ed è ripartita a razzo con il suo furgone».

«Dobbiamo trovarla, quella stupida non andrà in ospedale».

«D'accordo, prendiamo la mia moto».

«Cosa pensi abbia combinato?».

«Anna è una balorda, lo sappiamo. Fra le sue tante porcate, segnala i bambini disagiati ai pedofili, e qualcuno se lo porta via lei stessa.

Credo quel vecchio fosse il nonno di uno di loro».

«Ho capito, lo sappiamo che è una stronza. Ma due pallottole nella pancia non sono state un bel gesto».

     

     

Dopo la curva lo avvistano.

Anna sta letteralmente naufragando.

Deve aver perso il controllo del mezzo ed è finita in acqua.

Il mare è piuttosto agitato, in breve tempo sta portando al largo il furgone.

Robby e Freddy prendono in prestito una barchetta a remi, la mettono in acqua e vanno al salvataggio della gelataia.

La tirano fuori poco prima che il furgone coli a picco.

«Chi siete... cough... la Guardia Costiera...», sussurra la donna.

«Niente paura, Anna; solo due semplici teppisti.

Tu non vuoi andare all'ospedale, vero?».

«No... i medici... cough-cough... mi fanno paura...».

«Allora vieni a stare da noi e ci insegni il mestiere.

Abbiamo un amico che studia medicina, ma non è un medico.

Ti troverai bene.

Adesso, però, mentre lo aspettiamo, ti lecchi questo cono... caldo-caldo...».

LOW FUEL

di Salvatore Conte (2024)

Sfreccia per la città a oltre 150 km/h.

La Polizia le è alle costole.

La donna sente il bisogno di lanciare un'occhiata tranquillizzante alla pistola lasciata a portata di mano sul sedile del passeggero.

Giura a sé stessa che non l'avrebbero mai presa viva.

Però se fosse arrivato il suo momento, sarebbe arrivato anche per i poliziotti.

Anna Frazer è una pericolosa delinquente, ma anche una madre scrupolosa. Una grossa parte dei soldi che spreme dal suo giro di droga e prostituzione finisce ai due figli. Ha un debole per Little John, un po' tonto ma dai modi carini come i suoi; Claudine invece ha ereditato la cattiveria e la sciatteria del padre. Se Anna fosse rimasta uccisa, alla figlia non sarebbe importato niente.

«Maledizione!».

La Frazer si accorge di essere in riserva, l'auto che ha rubato per effettuare lo scambio droga-dollari aveva poca benzina, ma lei non pensava sarebbero insorte complicazioni.

È costretta a rallentare e la Polizia si avvicina sempre di più.

In quel momento non riesce a pensare che ai suoi figli.

Anna è entrata nel giro della grossa delinquenza. Ha accettato l'idea di finire morta ammazzata, prima o poi.

Però sa che nessun altro si prenderebbe cura dei suoi figli; non certo il padre, debosciato e puttaniere.

Deve cercare di lasciare a loro il denaro; non tanto a Claudine, che l'avrebbe speso in un attimo; ma a Little John, che se non altro avrebbe potuto aprire una piccola attività; non è un fulmine di intelligenza, ma ha un buon carattere e le è molto affezionato.

Sarebbe crepata con meno rimpianti, se i suoi soldi fossero finiti nelle mani di Little John.

Anna si spreme le zinne per trovare una soluzione e un cartellone pubblicitario le viene in soccorso.

Abbandonerà l'auto e si infilerà a caso dentro una vettura con un solo spettatore di sesso maschile.

Con la camicia sbottonata fino allo stomaco, nessuno avrà il coraggio di mandarla via.

Forse la Polizia, per non seminare il panico, eviterà di proseguire la caccia; in ogni caso, potrà riprendere la fuga con la nuova auto.

Intanto lascerà un po' di denaro nell'auto che sta ancora guidando: è la stecca per i poliziotti; capiranno il messaggio e si comporteranno di conseguenza: la fuggitiva si è dileguata con una seconda auto, difficile inseguirla.

Tutto è andato liscio, nessuna perquisizione all'interno del Drive-In.

Anna può adesso raggiungere i figli e lasciare a loro i soldi.

Vivono da soli, in un quartiere tranquillo; nessuno li avrebbe disturbati.

Consegna la borsa a Little John, lo bacia ed esce dal retro.

«Non farteli fregare, a tua sorella penserò la prossima volta», gli ha detto.

Dall'angolo spunta Claudine con un revolver nella mano, il silenziatore innestato.

«Vai da qualche parte, mammina?».

Anna non ha mai pensato che la figlia potesse arrivare a tanto.

Forse c'è lo zampino del padre in tutto questo, forse l'invidia per Little John, più considerato di lei.

STUMPF

STUMPF

Fatto sta che Claudine spara sul serio! E per due volte!

I colpi raggiungono la madre in pancia.

«Vuoi sparare ancora?», le domanda con freddezza.

«Perché no? Sei in grado di impedirmelo, mamma...?».

«Forse io no... ma tuo fratello sì...».

Anna guarda alle spalle della figlia, ventilando la presenza di Little John.

«Non ci casco, mammina... tuo figlio è uno stupido, mentre io ho preso da papà...

Ciao, mammina...», Claudine tende il braccio in avanti, pronta a finire la madre.

«NO!», urla Anna, continuando a guardare alle spalle della figlia.

POW

L'espressione dubbiosa che si accende negli occhi di Claudine si tramuta in dolorosa certezza, allorché il proiettile sparato da Little John la raggiunge alla schiena, pizzicando il cuore.

Anna ha urlato al figlio, non a lei.

«Prendi i soldi e andiamocene... sei diventato grande... Little John...».

Non c'è altra strada che proseguire la fuga.

Avrebbe raggiunto uno dei suoi covi e il figlio sarebbe rimasto con lei.

Lungo la strada, Anna comincia a tossire convulsamente, i buchi si fanno sentire.

Non riesce più a guidare, e Little John non ha ancora la patente.

L'auto di Claudine ha il pieno, ma lei è in riserva.

Prima di perdere il controllo del mezzo, entra in una stradina laterale che si snoda in aperta campagna.

«Quella stronza... di tua sorella... cough... ha combinato... un casino... cough-cough...».

«Stai tranquilla, mamma, ci sono io...».

«Chiama Sal Barone... cough...», la donna abbassa gli occhi sul taschino della camicia, dove sporge la sagoma di un cellulare. «Svelto...».

«Anna... sei tu?!».

«Sono ferita... cough-cough... vieni subito... da solo... cough...

Mandagli... la posizione... cough...».

«Ma...!? Anna! Vengo subito... ti richiamo fra poco...».

Con l'aiuto di Sal Barone, Anna raggiunge il suo covo.

Però si sta aggravando.

«Faccio venire un dottore!», esclama terrorizzato il gangster.

«Sì... ho bisogno... hihh... di benzina... per ripartire...», sussurra a fatica la potente donna, ormai a secco...