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Assassinio sul Bermuda Express

Ferrum et Fulgur

Il grillo e la cicala

Un pompino al destino

La Ballata di Anna

Anna cavalca ancora

Il rigurgito della fossa

La Cubana tamponata nel bosco

Una bara per Lola

La Corsara

THE WORLD BELONGS TO THOSE
WHO COME (AND DIE) THE LAST

di Salvatore Conte (2012-2018)

Era a capo di una feroce banda di desesperados.

Li teneva in pugno senza tanti problemi.

Voleva tutto e l'aveva sempre ottenuto.

Ma ora si era stufata.

Troppi rischi, troppo sudore.

Non era ancora vecchia, ma non aveva più l'età per quelle scorribande, da una sponda all'altra del Rio Bravo.
Ormai meditava di mollare tutto e di godersi la ricca pensione, accumulata in anni di sanguinose sparatorie.

Ma senza di lei la sua banda non meritava di esistere.

D'altra parte non poteva piantarli in asso senza che si incazzassero.

Occorreva sfoltire i ranghi e l'occasione giunse presto.

Da tempo si era stancata degli uomini, l’avevano sempre delusa.
Perciò aveva scelto una vice.

Ed era venuto il momento di lasciarle le redini.

Eravamo diretti a Longfellow.
Il capo era di buon umore, lo si capiva da quanto fosse sbottonato il camicione.
Faceva finta di niente, però io avevo capito che intendeva smettere.

L'avevo sentita parlare con Romina, la puttanella che s'era presa per tenere a bada i suoi uomini.

Faceva bene, la banda doveva tornare a un uomo: lei si era invecchiata e non aveva più tanta voglia di sudare.

Sarebbe andata a vivere in un rancho, sarebbe diventata una ranchera matura e appetibile, per qualche notaio o banchiere.

Volente o nolente, la vecchia puttana - perché questo era - doveva passare le redini.
«Emiliano, vai avanti», intanto, però, continuava a darmi ordini.

L’appuntamento era con gli uomini di Douglas Jones, un furfante che si era messo in testa di rapinare dei rapinatori.
Secondo lui la banda del Loco stava per mettere a segno un grosso colpo nella stazione di Longfellow.

Aperta nove anni prima - sulla linea Galveston-San Antonio-El Paso, tangente al confine con il Messico - era cresciuta a dismisura e rappresentava ormai una grossa tentazione, specie per chi poteva oltrepassare la frontiera mettendoci sopra poco più di 30 miglia.

Le voci non si sbagliavano. El Loco non aveva resistito alla tentazione.
Fu così che una pioggia di piombo si abbatté sull’arida spianata attraversata dalla linea ferrata.

Il bandito si era impadronito dell’ufficio postale, da poco inaugurato,  e aveva incassato le paghe dei tanti salariati della zona. El Loco si considerava un giusto: aveva privato molti individui della loro miseria, affinché altri - più fortunati - conoscessero un po' di ricchezza.
Il ritorno sulla Main Street, però, fu tuttaltro che trionfale: gli uomini di Douglas Jones e quelli di Bochra Mendez presero a sputare piombo!
Finalmente potevano sparare e uccidere senza violare la legge.
Al Loco tanta reazione sembrò molto strana: non ci mise molto a capire che non poteva trattarsi della gente di Longfellow.
Che gente poteva essere quella che abitava in un posto del genere, con un nome preso in prestito da un poetazzo da strapazzo, morto da nemmeno dieci anni?
C’era dell’altro. Qualcuno intendeva giocarlo. Ma se ne sarebbe pentito molto presto.
«Il razzo!», ordinò secco.
Un candelotto segnalatore decollò verso il cielo di Longfellow.
Una dozzina di desesperados a cavallo partirono a razzo verso lo scalo ferroviario.
La sua scelta di non scoprire tutte le carte si stava rivelando preziosa. E così anche la soffiata giunta al suo orecchio.
«Bravi, sparate… sparate…!
Ahh-ahh-ahh…!», la folle risata del Loco sembrò coprire per un attimo il concerto di colt e winchester che rimbombava sulla Main Street di Longfellow.
«Quel pazzo vuole crepare ridendo: tanto peggio per lui! Accontentiamolo!», tuonò Douglas Jones, ormai convinto di potergli saldare il conto.
Ma i conti, con l’arrivo in paese della nuova dozzina di pendagli da forca, non tornavano più, né per lui, né per Bochra.
La Mendez cominciò a sudare freddo.
Presagio funesto, presagio della tragedia.

Era il momento di far scattare il piano.
Diede ordine ai suoi di ripiegare all’interno del saloon.
Lei stessa era ansiosa di trovarvi rifugio, poi sarebbe fuggita dal retro. Ma non lo fece a buon mercato, tanta ansia la tradì…
BANG
Uno sparo fra i tanti. Eppure aveva qualcosa di speciale: perché aveva aperto un grosso buco nella florida pancia da bagascia di Bochra Mendez…
Il piano era andato storto e lei c’era rimasta fregata, insieme ai suoi.

Voleva ritirarsi, sì, ma non così...!
Entrata a ritroso nel saloon, barcollò fino a un tavolo e prese paradossalmente posto davanti a una bottiglia, seduta come aspettasse di bere un goccio prima di scendere all’inferno, mentre tra i suoi uomini, intenti a barricarsi all’interno dello stabile, dilagava la notizia: il loro capo, l’invincibile Bochra, stavolta aveva raccolto piombo.

«Romina... Cristo... datti da fare... m'hanno bucato...!».
Se la banda Mendez era sotto assedio, le cose non andavano meglio a quella di Douglas Jones.
El Loco, prima di tagliare la corda, voleva approfittarne per saldare il conto alle due bande rivali.

Ma anche Jones aveva una vice e sapeva il fatto suo.
Si chiamava Leila Dobbs: un grosso troione che lo stava manipolando da mesi per prendersi la sua banda; lo faceva attraverso occhi mesmerizzanti, mento marcato, duro, virile, scollatura facile e abbondante, e tanta esperienza nel volto da puttanone.

Leila era una cagna sfrontata e priva di scrupoli, e una pistolera veloce e micidiale, che si considerava immune alle pallottole: quella era l’occasione giusta per dimostrarlo…

Leila era entrata pesantemente in azione, sputando fuoco in tutte le direzioni: blusa scollata, forme grasse, colt e cinturone: chi avrebbe potuto fermarla?
Solo un pazzo.
Ma per sua sfortuna un pazzo c'era, a Longfellow.
E sapeva sparare molto bene.
La messicana al servizio di uno yankee era un obiettivo decisamente invitante per El Loco…
Voltandosi verso di lei, in mezzo a un picco assordante del concerto, Douglas Jones notò che la sua vice si teneva una mano incrociata sulla pancia!
Increspò lievemente la bocca…
Era l’occasione giusta per sbarazzarsene e riprendere il pieno controllo della banda.
Intanto sparava ancora, come nulla fosse, pensando di essere immune alle pallottole.

Tanto meglio per lui: l’avrebbe servito fino alla fine...

Nel frattempo, all’interno del saloon, gli uomini si chiedevano cosa ci facesse Bochra seduta al tavolo, come in attesa del pranzo, mentre fuori impazzava la sparatoria.
La verità era che Bochra Mendez aveva paura di schizzare all’inferno e si attaccava alla bottiglia per affrontarla con la migliore arma disponibile.

Fuggire al destino era ormai impossibile.
Fece un cenno a Romina.
«Usiamo la dinamite…
E poi… voglio un carro... sulla porta del saloon…
Uhmmm…», e si piegò in due, tenendosi la pancia con entrambe le mani.

Eccola… Stava cedendo…
Stavolta era toccato a lei.
Evitai di guardarla negli occhi: stava cercando un capro espiatorio e non mi sentivo della taglia giusta.
Era una belva ferita e mortalmente pericolosa.

Romina si rivolse subito a Pedro, l’artificiere della banda.
BOOOM
BOOOM
BOOOM
Il concerto fu rinforzato a colpi di grancassa.
E la Mendez, imbottita d’alcol, si tirò gagliardamente in piedi.
«Fino alla vittoria… hombres…!», digrignando i denti, sbavando sangue e reggendosi la pancia con ambo gli avambracci!

Era fregata, ma per buttarla giù ci voleva altro tempo, a meno che non avesse beccato altro piombo.

Bochra era ancora una gran vacca.
Intanto una diligenza della Wells Fargo si era fermata davanti al saloon.

Fuori, il concerto andava adagio.

La dinamite aveva fatto effetto.
La vidi barcollare, sorretta da Romina e Lucho, e raggiungere la porta della diligenza: collegamento di linea per l'inferno...
Rotto l’assedio grazie alla dinamite del buon Pedro, ricongiunti agli uomini di Douglas Jones, partivamo alla caccia del Loco e del bottino di Longfellow.
E finita Bochra... sarei cominciato io.

«Quei pazzi ci inseguono…!», gridò El Loco ai suoi, stupito e divertito insieme.
Li aspettò sulle sponde del Rio Bravo, a La Junta, dove veniva raggiunto dalle acque del Rio Concho, in un luogo di passaggio e trapasso.

Bochra si teneva su masticando droga in foglie tagliuzzate; l'aveva sempre con sé, per i momenti piacevoli o quelli difficili.

In quel momento poteva sembrare curioso che alcuni desesperados si muovessero con una diligenza della Wells Fargo, ma ciò sarebbe sembrato normale alcune generazioni più tardi, perché il mondo - diceva Longfellow - appartiene a coloro che vengono per ultimi; e ne fanno ciò che vogliono, senza pensare troppo a quelli che son passati; il tempo stesso passa, schiere d'ombre passano con il sole.

Lo scontro a fuoco divampò nell'isola formata da La Junta, tra la macchia che cresceva lungo i due fiumi.

Ero rimasto vicino alla diligenza.

Dovevo sistemarla io, oppure c'avrebbe messo troppo.

Aspettai che anche Lucho si staccasse per farle visita: un folto cespuglio mi proteggeva.

«Che fai qui...?».

«T'ammazzo...».

BANG

«Mal...di...to...», sussurrò rabbiosa, mentre crollava di schiena.

L'avevo centrata in pieno stomaco: un cazzotto micidiale in mezzo alle tette cadenti.

Ora, però, era meglio defilarmi.

Capitai dalle parti di quella vacca che si tirava dietro Jones, giusto in tempo per vederla cadere in un'imboscata, perché di quello si trattava: la macchia era fitta e assomigliava a un bosco.

BANG
BANG
Aveva preso due colpi in pancia!

La testa le girava e aveva una gran voglia di finire sulle ginocchia, ma se ne vergognò e riuscì a reggersi in piedi, mentre intorno a lei continuavano a fischiare pallottole.
Si portò al riparo di un grosso cespuglio, nel tentativo di riordinare le idee.
Aveva preso altro piombo, mentre al contrario quel bastardo di Jones continuava a urlare ordini e a rimanere illeso.
«Cristo… sono fottuta…», imprecò tra sé Leila, comprimendosi l’addome con la mano libera. «Ma io li fotto tutti…!».
Come impazzita dalla rabbia e dalla paura di lasciarci la pelle, si gettò paradossalmente allo sbaraglio, barcollando pesante su gambe incerte, sputando fuoco e veleno.
«Cani… cani maledetti…! Prendete questo…!».

BANG
BANG
BANG

Quel che ne rimediò fu solo altro piombo.

Ormai aveva un tamburo nella pancia.
Tuttavia, il rimaner crivellata di pallottole, le mise in corpo, oltre allo stesso piombo, una sfrenata voglia di vivere.
Si trascinò nuovamente al riparo e prese a strisciare verso qualcuno dei suoi, la bocca a mangiare sabbia, gli stivali a scalciare polvere.

«Non mi avrete… bastardi…», sussurrò tra sé.
Fu lo stesso Jones a raggiungerla.
Lei gli si aggrappò addosso, tra panico e follia.

«Doug... sono crepata per te... stammi vicino...».

Ma in fondo, se non proprio immune, era quantomeno resistente alle pallottole.

«Cabrones! Bochra è rimasta fottuta!».

Nello stesso momento, Romina aveva rinvenuto il corpo della Mendez.

Era troppo.

El Loco ne approfittò per sganciarsi.

Jones non valeva molto da solo, e la banda Mendez non valeva molto senza Bochra.

Era ancora dentro la diligenza.

L'avevano lasciata lì.

Stavo aspettando il momento di reclamare il comando, ma la puttanella e gli altri entravano e uscivano dalla cabina senza prestare attenzione a niente.

Non pensavo fossero così attaccati a quella puttana.

La cosa cominciò a puzzarmi quando Romina fece entrare in diligenza uno strano tipo.

Sembrava un vecchio stregone.

Fosse stato un prete da Ojinaga non avrei avuto niente da ridire.

Nel dubbio mi cercai un cavallo.

«Pedro... che diavolo fanno in quella diligenza?

Io vado a controllare se El Loco si è allontanato davvero».

«D'accordo, ma stai attento».

L'aveva detto.

Dovevo ricordarmi che un winchester in braccio a Romina poteva colpire a mezzo miglio di distanza.

Nel dubbio era meglio farsi una bella cavalcata.

BANG

Cristo! La paglia del sombrero puzzava di bruciato, m'aveva bruciato il cappello.

Dannate puttane!

«L...o...h...a...i...a...m...m...a...z...z...a...t...o...» la gran puttana che non passava mai credeva ancora di poter morire per ultima, nonostante tutto.

E non era la sola.
Tutto infine aveva ricevuto una precisa collocazione.
Alcuni avevano perso il mondo, altri lo cavalcavano ancora.
Perché il mondo appartiene a coloro che vengono (e muoiono) per ultimi.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ASSASSINIO SUL BERMUDA EXPRESs

di Salvatore Conte (2017)

C'è sempre chi ama i misteri, a tutte le latitudini, e il capitano Wilson ci tira su qualche soldo.

Se il Triangolo Maledetto si prendesse la sua carretta, di certo non sarebbe una gran scomparsa.

Forse per questo l'ha sempre fatta franca, fino a oggi.

Imbarca i turisti a Miami e li porta in giro per il Triangolo. Qualche bagno al largo, qualche immersione.

Talvolta, per eccitarli un po', si inventa strane anomalie, tipo inspiegabili disturbi alle frequenze radio, o misteriose oscillazioni della bussola di bordo.

E per non farli annoiare ha un asso nella manica che si chiama Corinna, un'immigrata irregolare che gli fa un po' di tutto: cameriera, aiutante, guida turistica, animatrice e - naturalmente - puttana.

  

Il tutto funziona e anche oggi il battello è pieno.

Il tour prosegue tra i soliti disturbi e le misteriose oscillazioni.

Anche Corinna è sempre attiva, rimorchia al bar e si porta in cabina gli ospiti, se hanno soldi da spendere.

Poi divide con Wilson.

È un lavoretto tranquillo, nessuno gli ha mai creato problemi.

  

Ma stasera il numero della prostituta è il preambolo della tragedia.

SZOCK

Il colpo arriva improvviso, nell'oscurità. Aveva appuntamento con più di un ospite, uno spettacolino di gruppo.

Poi uno di loro fa finta di aver dimenticato qualcosa e torna indietro.

Come lei apre - distratta, quasi infastidita - si prende la coltellata!

Profonda, nello stomaco.

È la fine di una puttana. In molte finiscono così.

Non ha nemmeno guardato chi fosse.

E quello se ne va subito, richiudendo la porta.

Non ha nemmeno la forza di urlare, il colpo l'ha gelata.

Esce dalla cabina e cerca di raggiungere la sala centrale, dove si radunano gli ospiti e vengono serviti i pasti.
Lì troverà qualcuno.
Mentre si trascina barcollante, si accorge di vivere solo perché fa appannare col fiato la vetrata del corridoio.
C'arriva, ma è tardi, nel salone non c'è nessuno, sono tutti in cabina.
L'assassino potrebbe tornare, è disperata.
Senza neanche farlo apposta, si appoggia pesante al bancone del bar e fa cadere una bottiglia.
Il rumore richiama l'ispettore Jones, della polizia di Miami.
La trova seduta a terra, mezza nuda, schiena contro il bancone, il volto sbiancato, gli occhi allucinati, la bocca spalancata e un coltellaccio nello stomaco.
È in fin di vita e non si salverà.
«Chi è stato?».
La prostituta scuote leggermente il capo, senza nemmeno guardarlo.
«Non l'hai visto? Era mascherato?».
L'ispettore capisce che non riuscirà a cavarle niente.
«Capitano!», lo chiama a gran voce per svegliarlo.
«Ma...!», la sorpresa sembra autentica, ma di buoni attori in giro ce ne sono tanti.
«Mi aiuti a metterla sulla poltroncina.
Piano... piano...
Adesso una coperta, un asciugamano e del whisky, presto...».
L'ispettore le lascia dentro il coltello - perché altrimenti rimarrebbe uccisa subito - e la copre con l'accortezza di non far peso intorno al manico.
«Io ho finito, capitano. Siamo in acque internazionali, se non erro. La giurisdizione è sua».
«Veramente io... non ho pratica di certe cose. Ispettore... affido a lei il caso».
«Provi a vedere se ci mandano un elicottero, capitano. Specifichi che la donna ferita è in fin di vita».
Ma dopo un po' quello torna con notizie negative.
«Purtroppo la radio non funziona. Ci sono strani disturbi. E i cellulari, in questa zona, non prendono».
«Se questo è uno scherzo, capitano...».
«Ispettore... ammetto ogni tanto di averci giocato sopra, ma ci tengo molto alla mia cameriera e si ricordi che siamo nel Triangolo delle Bermude e che certe cose avvengono davvero, talvolta».
«L'arma del delitto, il coltello... l'ha riconosciuto?».
«Sì. Il coltello proviene dalla cambusa e serve a lavorare il pesce.
Ma non è difficile entrarci di nascosto».
«Già, lo immagino.
Quanto alla sua cameriera... con quali passeggeri se l'è fatta, fino adesso?».
«Si tratta di una prostituta d'alto bordo. Niente di illegale, ispettore.
Rapporti consenzienti tra adulti, con il brivido di farlo nel Triangolo Maledetto».
«D'alto bordo, lei dice, ma a giudicare dalla sua tinozza... non si direbbe, capitano».
«E va bene... non siamo sulla Regina dei Mari, ma lei evidentemente non poteva permettersi di più, ispettore.
Ma si ricordi che qui, nel Triangolo, il mare non fa tante differenze: bordo alto o basso, sono scomparse navi di tutte le dimensioni...».
«Non si scaldi tanto, capitano.
La sua tinozza mi sta simpatica; anche se il mio stipendio è magro, l'ho scelta per questo.
E ora mi ascolti...», tirandolo in disparte. «C'è una cassa frigorifera su questa tinozza? Perché quando la poveretta avrà finito di soffrire, noi dovremo conservare il corpo al fresco, per la successiva autopsia...».
«Corinna? Non ce la farà?», quasi incredulo.
«Temo di no».
«Faccio liberare la cassa, allora.
Poveretta...».
«Bevi...», l'ispettore la conforta con il whisky, intanto.
«Ispettore... voglio un bacio...».
Se lo danno.
«Ispettore....
I…spet…to…re...», sempre più gutturale.
Il braccio le cade a penzoloni oltre la sponda della poltroncina.
«Wilson, forse ci siamo…», il poliziotto richiama il capitano.
«Ho…sba…glia…to…».
Biascicato questo, la prostituta spalanca la bocca e incrocia gli occhi sul nulla.
«Oh! Forza!
Niente, è finita…
Mettiamola nella cassa», l’ispettore la prende per le spalle, il capitano per le gambe, e la trasportano in cambusa.
«Ho sbagliato… cosa avrà voluto dire la mia Corinna, ispettore?».
«Che ha sbagliato a mettersi con lei, capitano?».
Wilson abbassa il capo, qualcosa che non funzionava c’era.
«E adesso… i miei surgelati?».
Giunti in cambusa, il capitano indirizza lo sguardo verso le confezioni estratte dalla cassa frigorifera per far posto a Corinna.
«Non aveva detto di cucinare pesce fresco?
Le do un consiglio, Wilson: peschi qualcosa, usi i suoi coltelli in maniera consona e ci faccia mangiare qualcosa di decente…».
«Ehi… perché non prenota sulla Regina dei Mari?
Non le basterebbe un anno di stipendio…».
«Comunque questo possiamo toglierlo da qui, ormai…».
Il corpo di Corinna è entrato paro-paro nella cassa, solo le gambe sono un po’ piegate.
Adesso l’ispettore può estrarre il coltello.
«Un tovagliolo…».
Avviluppa il manico - per non rovinare eventuali impronte digitali - e lo tira a sé.
SWISH
«A…h…h…h…!», un lungo sospiro estenuato.
La prostituta sembra spirare in questo momento!
Lo shock dell’estrazione le ha dato una scossa.
««Cristo!»», esclamano in coro i due.
«Un asciugamano…», l’ispettore le tampona la ferita, che ha ripreso a buttare sangue. «Del whisky…».
La tira su da solo e la porta in cabina.
«Non si illuda, Wilson. È solo un sussulto.
Rimanga qui e l’accudisca.
Io vado a interrogare gli ospiti.
Mi chiami quando sarà finita per davvero».
Jones prende una persona a caso e la porta nella sua cabina.
Non può escludere che l’assassino sia Wilson, pertanto deve evitare che pur moribonda le dia il colpo di grazia.
«Grazie per la fiducia, ispettore», la mossa non sfugge al capitano.
Quindi passa a interrogare tutti gli altri passeggeri e l’equipaggio, come nel più classico racconto giallo.
Tutti avrebbero potuto farlo, anche una donna.
Però non esce fuori niente di strano: niente contraddizioni, esitazioni, reticenze.
In tre hanno visto il suo spogliarello, poco prima che venisse uccisa.
Ma sono usciti insieme dalla sua cabina.
E chiunque altro avrebbe potuto rientrarvi.
L’unica reticente, in fondo, è stata lei: non ha fornito alcun indizio sul suo assassino. Certo è stata colta di sorpresa, però una donna qualche idea se la fa sempre, specie una sveglia come Corinna.
Inoltre bisogna dare un senso alle sue ultime parole: ho sbagliato.
«Ispettore…!», Wilson lo chiama dalla porta.
«È finita?».
«Manca poco. Io… non me la sento di…».
«Va bene, ho capito».
Nessuno vuole vedersela morire in faccia, o prendersi la responsabilità di ritrovarsela cadavere.
«No, lei rimane», dice l’ispettore al passeggero che si trova accanto alla prostituta. «Anch’io potrei essere l’assassino».
«I…spet…to…re…».
«Coraggio, bella. L’ultima volta che mi hai chiamato così hai fatto una brutta fine.
Bevi un goccio…
Va meglio?».
Annuisce debolmente.
«Ispettore… non voglio morire…».
«Sei proprio sicura di non avere sospetti su nessuno?».
«Io… io…».
È in fin di vita.
Non è una bella scena.
C’è da capire Wilson.
È una ragazza molto forte, dal fisico possente.
In certi casi l’agonia diventa una vera e propria tribolazione.
«Non posso prometterti niente, Corinna.
Il coltello era lungo e ha raggiunto lo stomaco.
Ma tu sei bella tosta; sembravi morta, prima; e invece hai avuto un sussulto.
Può essere un buon segno. Provaci…».
«Io… non volevo… farlo…».
«Non volevi fare cosa?
Corinna! Parla…».
«Io… ho spinto… troppo… in fondo…», mormora triste la prostituta, con la bocca che rimane spalancata - come quella di un pesce arenato sulla spiaggia - e gli occhi che fissano vitrei il fondo della cabina.
«Non è il momento di crepare, Corinna!», le porta entrambe le mani sulla ferita e ci aggiunge la sua.
Un gesto poco più che simbolico, per darle ancora un po’ di spinta.
Adesso che si è leggermente calmata, che appare meno rigida, e meno pronta a crepare, adesso glielo chiede.
«Vuoi dire che hai fatto tutto da sola?».
«Voglio salvarmi…
Sono una puttana…
Ma voglio vivere…».
I fatti, però, vanno in direzione ben contraria. La tragedia non le lascia scampo.
«Sei… un bell'uomo… voglio… ricominciare… tutto…».
Ma il volto spettrale e lo spurgo di sangue alla bocca dicono all'ispettore che Corinna, o come si chiama, non ricomincerà proprio niente.
Certo, è un peccato, perché è una bella ragazza, perché ha avuto un sussulto insperato, e perché ha confessato prima di morire.
Ha confessato il proprio assassinio.
La solitudine di una prostituta, la depressione di una vita monotona, la follia, la rabbia e la voglia di mettersi fatalmente in mostra: l’ispettore non è un fine psicologo, ma vive per strada e certe cose le inquadra abbastanza bene.
Però, alla fine, come spesso accade, ha sentito qualcosa. Un richiamo, una sirena. La tentazione, la lusinga di vivere è diventata un piacere proibito, che l’ha intrigata come mai prima.
La prostituta ha ritrovato emozioni vere.
La ricerca del colpevole, il teatro della vita che va in scena davanti ai suoi occhi vitrei, l’ironico duetto tra il capitano e l’ispettore, lei agonizzante fatalmente in mostra, la galanteria del poliziotto di fronte a una puttana che crepa sventrata, tutto questo le ha trasmesso una scossa che neppure la morte è riuscita ancora a spegnere.
«Per favore, vada a comunicare che l’inchiesta è finita.
Ha sentito bene, vero?».
«Ho sentito e capito, ispettore».
«E dica al capitano che può rimettere a posto i surgelati.
Prima che sia troppo tardi...».
Poi, guardandola spalancare la bocca per attaccarsi alle ultime bolle d'aria, gli viene un lampo.
«Come ho fatto a non pensarci prima!».
E chiama subito il capitano.
«Adesso ti fai una bella immersione, Corinna».
Oltre alle normali bombole da sub, ce n'è sempre una di ossigeno puro, che serve a ricaricare le altre e a rianimare chi va in crisi respiratoria.

«Aspetta... come ti chiami...».

«Fred».

«Ti piaccio...».

«Sei una bomba».

«Se riemergo... voglio scoparti...».

«Una come te può farcela», e le schiaffa in faccia - prima che sia troppo tardi - la mascherina dell'ossigeno.

Corinna prova disperatamente a non scomparire.

Anche se sente la fine vicina.
Anche se sa di trovarsi nel Triangolo Maledetto.
Le è venuta una terribile paura che sarebbe una gran scomparsa.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

FERRUM ET FULGUR

di Danila Comastri Montanari e Salvatore Conte (1990-2018)

Quando noi ci siamo, non c'è la morte,
e quando c'è la morte, allora non ci siamo noi;
talvolta, però, ci siamo tutti.

( Epicuro e Pasquino )

Il senatore Publio Aurelio Stazio era di ottimo umore mentre si avviava in portantina verso la casa della sua ultima conquista.
Dopo mangiato, si era concesso un lungo bagno ristoratore per prepararsi degnamente all'appuntamento che aveva strappato alla bellona conosciuta quella mattina.
Era una serata umida con imminente minaccia di pioggia.
In lontananza, nell'ombra latente, si stagliavano i colli bianchi di templi e fitti di pini a ombrello, indispensabili - unitamente ai cornioli - per dar vita all’appuntito tirso.
Lo schiavo annunciatore si faceva largo nelle strade caotiche, sgombrando il passo alla lettiga.
La portantina lasciò le vie affollate del centro per inoltrarsi fra gli orti dell'Aventino e dopo un breve percorso tortuoso giunse davanti alla casa di Corinna.
Impaziente di entrare, si affrettò a congedare la scorta, indirizzando i portatori a una bettola poco lontana, con l'obolo necessario per una lunga bevuta.
La porticina si aprì cigolando e il senatore entrò, lasciando di guardia all'angolo della strada il fido Castore.
La casa sembrava deserta.
Strano che non ci fosse nessuno: Corinna non poteva aver dimenticato l'appuntamento, dato che gli aveva lasciato la porta aperta.

Il silenzio della casa cominciava a infondergli una certa apprensione.
Non c'era l'ombra di uno schiavo né di una cameriera.
Finalmente individuò una stanza da cui provenisse una luce: forse era la camera da letto di Corinna.
Rinfrancato, Aurelio si avviò verso la stretta apertura e si affacciò all’interno.
Sotto le cortine del letto - che lasciavano scoperte solo le gambe ben tornite - giaceva la bellona.
L’aveva trovata ed era pronta.
Una statua di Bacco con relativo tirso e un affresco di Priapo la dicevano lunga sulle aspettative della polposa Corinna.
Il viso era affondato nel cuscino, come se piangesse.
Ma forse si era stufata di aspettare.
Il giovane senatore si avvicinò ammirato, pregustando la morbidezza di quella carne impudicamente offerta.
La sfiorò con una carezza, aprendosi in un caldo sorriso.
Al contatto con la pelle gelida, trasalì e di scatto voltò il corpo abbandonato, che gli si rovesciò quasi addosso.
Mentre per un attimo sentì su di sé il contatto del pesante seno, sballonzolato dal suo stesso gesto, apparvero ai suoi occhi il volto sbiancato di Corinna e la sagoma di un coltellaccio da macellaio affondato per buona parte nello stomaco della bellona!

Com'era possibile? Una donna così imponente sventrata in quella maniera?

L'avevano stroncata, gli occhi erano fissi nel baratro.
Un rivolo sottile di sangue sottolineava l'orlo delle labbra carnose, come una sbavatura cremisi sfuggita a una truccatrice frettolosa.
Aurelio, dopo un attimo di intenso turbamento, ritrovò la compostezza abituale.
Rimise a posto il corpo della bellona e si guardò intorno.
Il delitto doveva essere stato compiuto da poco, perché il cadavere di Corinna non era rigido e parte del sangue doveva ancora coagularsi.
Nella piccola stanza non c'era traccia di lotta, tutto sembrava in ordine e tranquillo.
I gioielli che la bellona aveva indossato quel giorno giacevano in un mucchietto su uno sgabello di legno di cedro, come li avesse tolti da poco; nel groviglio di collane e bracciali, Aurelio distinse l'anello che le aveva regalato quella mattina.
Chiunque fosse, l'assassino non l'aveva certo uccisa per derubarla: anzi doveva essere di casa, se lei l'aveva ricevuto in camera sua così discinta.
Era molto probabile che Corinna fosse stata uccisa durante un convegno d'amore: dall'aspetto ancora ordinato del corpo, Aurelio dedusse che il coltellaccio aveva colpito prima che le effusioni cominciassero.
Forse un amante licenziato? Forse un protettore geloso? Bisognava appurare immediatamente chi erano i frequentatori più assidui della bellona, che doveva aver avuto infiniti successi galanti, a giudicare dalla ricchezza degli arredi.
Mentre rifletteva rapidamente, il patrizio sentì un suono soffocato proveniente dall'atrio: il passo strascicato di chi fatica a camminare per l'età o per il troppo peso.
Si sporse cautamente, in silenzio, e nella fioca luce dell'atrio scorse una donna anziana - losca e inquietante, ma ben vestita, con le poppe in evidenza e non ancora completamente decrepita - che tentava di dirigersi senza rumore verso un cubicolo vicino all'entrata.
Si trattava certo della nutrice, o meglio, della ruffiana di Corinna, abbastanza discreta da non voler turbare il convegno amoroso in cui credeva impegnata la padrona.
Il senatore osservò la vecchia - non così malandata - per alcuni istanti: si comportava normalmente, come se ignorasse la presenza del cadavere.
Si guardava in giro circospetta e curiosa.
Corinna doveva averla avvertita dell'appuntamento e adesso la bella megera, credendo la sua signora occupata col nuovo amante, cercava di indagare, senza dar troppo nell'occhio, sulle disponibilità finanziarie del cliente.
Aurelio si rese subito conto che se la vecchia lo avesse trovato in casa, col corpo ancora caldo della padrona nel letto, l'avrebbe scambiato per l'assassino.
Allora - mentre cominciava a piovere - uscì dal retro e saltò il muro di cinta, seguendo probabilmente la stessa via percorsa pochi minuti prima dal vero omicida.
Poi, senza esitare, raggiunse la bettola dove i suoi schiavi lo stavano aspettando e bevve tranquillamente un gotto di vino allungato.
Non dovette aspettare molto: le urla della bella vecchia giunsero presto alle orecchie degli avventori che si precipitarono verso la casa in tempo per vedere la megera che ne fuggiva stravolta.
«L'ha ammazzata! Me l'ha ammazzata! Ha ammazzato la mia Corinna!», gridava a perdifiato. «È là, in un lago di sangue, Sacra Artemide! L'ha ammazzata! Non si muove! Fate qualcosa!».
Aurelio si fece largo tra la folla e, forte della sua carica di magistrato, prese il comando delle operazioni.
«Calma, vecchia. Ora andiamo a vedere», la rassicurò, trascinandola all'interno, sempre urlante, subito seguito dal capannello di inarrestabili curiosi che si era assiepato davanti alla porta.

La bellona era nota e apprezzata in zona, talvolta si faceva vedere anche nella bettola, e la notizia della sua morte stava facendo scalpore; fu perfino data voce ai medici del rione, nella speranza che le urla della megera fossero tragicamente esagerate e che si potesse ancora tentare qualcosa in favore dell'avvenente prostituta: la plebe romana era generosa con le belle donne.

Ma di esagerazione ce n'era ben poca.
La vecchia ben tenuta, fra pianti e grida, mostrò al senatore il cadavere di Corinna.
L'aspetto della camera era immutato, solo il corpo, spostato dalla nutrice, ora giaceva di traverso sul letto: con un braccio che penzolava fuori e l'altro largo, sembrava crocifissa; il coltellaccio, bene in vista, protendeva dallo stomaco.
I gioielli sul sedile erano ancora al loro posto: tutti, salvo l'anello di Aurelio.
La ruffiana non doveva essere poi così sconvolta, se aveva pensato d'intascare l'unico monile che nessuno aveva ancora visto addosso alla sua padrona.
«Allora, donna!», l'apostrofò duramente il patrizio dall'alto della sua autorità. «Chi è l'uccisa?».

KRA-KOOM

Un tuono, seguito da una saetta, conferì ancor più solennità alla tragica atmosfera.
«La mia signora... Corinna... una liberta greca di Taranto.

Dieci anni fa si è trasferita a Roma con me, la nutrice, per esercitare la sua arte».
«Quale arte? La prostituzione? Sei forse una ruffiana?», domandò il senatore, sprezzante.
Gli occhi dell'infida serva si riempirono di terrore.
La prostituzione era libera a Roma, ma i lenoni potevano essere arrestati in qualunque momento, se privi di autorizzazione o, peggio, se scoperti a evadere il fisco.
«No, no, cosa dite! La mia padrona, che gli dei l'accolgano, dipingeva su stoffa con polveri d'oro e di cinabro. Ecco, guardate...», ansimò la vecchia, mostrando alcune pezze di lino finemente dipinte. «Già a Taranto la mia bambina si guadagnava la vita con questa antica arte che aveva appreso dalla madre; morendo, mi affidò la figlia, che ho sempre custodito gelosamente. E ora, povera piccola...».
«Non mi sembra tanto piccola, donna... e non penserai di farmi credere che questa casa e questi marmi... la tua padrona abbia potuto comperarli col lavoro delle sue mani...
Certo, anche con quelle, ma non solo…
Dimmi, chi erano i suoi clienti?
Ne ricattava forse qualcuno?».
«Ah, la padrona non frequentava uomini! Le sue stoffe erano contese dalle più ricche matrone e...».
«Piantala di mentire, stupida vecchia!
A proposito, hai provato almeno a rianimarla, anziché far finta di piangere?
Il corpo è gelido per una puttana, ma tiepido per un cadavere.
Caronte potrebbe perdersela lungo il tragitto».
«Ma…».
«Niente ma…

I fati sono propizi.

C'è un'ultima possibilità di darle una scossa.

Presto!

Radunate delle aste di ferro e portatela fuori, lasciando il coltello dentro.

Fate piano».

Il cadavere fu portato sotto la pioggia battente.

Aurelio lo fece adagiare sopra diverse aste di ferro distese a terra, una attaccata all'altra.

Due soltanto ne fece conficcare nel terreno, in posizione verticale, una sotto ciascuna ascella, le braccia distese lungo il corpo.

Tutte le aste di ferro si toccavano tra loro.

«State indietro!

Giove! Ottimo! Massimo!

Anche voi!».

««GIOVE! OTTIMO! MASSIMO!»».

Ora bisognava aspettare un cenno degli dei.

Ciò che era mortale per un vivo, poteva essere vitale per un morto.

KRA-KOOM

Il cadavere fu scosso dalla folgore con una potenza sconosciuta allo stesso inferno.

Corinna fu attraversata dalla luce di Giove.
«Ghhh…hhh… ghhh…».
C’era riuscito!
Come il colpo secco del ferro, profondo e improvviso, l’aveva stroncata, così il colpo fulmineo della folgore, propiziato dallo stesso ferro, l'aveva ridestata, ripescandone i sensi perduti, appena imbevuti del Lete.
«Corinna! Corinna!», la voce della vecchia si sentì fino al Campidoglio.

««CORINNA!»», i curiosi che erano sciamati incontenibili nella casa fecero coro alla bella megera, facendo quasi smottare la struttura.
«Del vino, presto!».
Il senatore, sotto la pioggia, rischiando una saetta, la fece bere per cercare di scaldarla.

Quindi fu riportata dentro, con ogni cautela, sempre con il coltellaccio infisso nello stomaco.
Era livida in faccia come un cadavere, sembrava morta, ma aveva dei sussulti.

Gli occhi erano vitrei, spiritati, come di chi viaggiasse tra mondi opposti e avesse smarrito ogni riferimento.

Respirava a singhiozzo, senza mai alzare il pesante petto, che rimaneva affossato sul ventre.

La vecchia nutrice e alcuni dei presenti si affannavano intorno al corpo, portandole conforto: asciugavano la pioggia e il sudore dell'agonia, tenevano dritta la testa e le prendevano le mani.

Più che in fin in vita, Corinna era in fin di morte.

Stava ritornando lentamente alla vita, ma rischiava di morire per sempre e sprofondare nel Lete.
«Fate chiamare Locusta, l’avvelenatrice di Saxa Rubra.
Che si sbrighi. Sarà pagate bene».
Solo lei, adesso, poteva fare qualcosa per Corinna.

Mentre continuava a occuparsi della bellona agonizzante, ammaestrandone i soccorritori, Publio Aurelio volle soddisfare la curiosità della plebe che affollava il il cubicolo della prostituta morente per la seconda volta.
«Vi sono morti che sembrano morti, ma sono vivi.
E morti che sembrano vivi, ma sono morti.
L’osservatore è in genere inesperto e il suo animo è alterato, vuoi perché era affezionato al defunto, vuoi per la morte stessa.

Pertanto può essere facilmente ingannato.

La morte, pur costantemente ripetendosi, è ogni volta diversa: come i versi dei Sommi Vati.

Ma anche un osservatore esperto può essere ingannato.

La morte stessa è un sommo inganno».

Si involano i pasquini di Roma e corrono a imbrattare i muri della Città.

«Adesso, vecchia, di fronte alla tua padrona ritornata morente, mi dirai chi è stato.

Con chi doveva vedersi e perché.

Di certo lo conosceva».

A quel punto la bella megera abbassò il capo e vuotò il sacco, all'orecchio del senatore.

«Egli è persona d'onore.

Non ucciderebbe una donna.

Corinna lo ricattava?».

Una contrita ammissione.

«Non l'avrebbe uccisa comunque.

Conosco chi stai chiamando in causa, stai attenta a non mentire», l'ammonì severo il senatore di Roma.

La vecchia si accostò di nuovo all'orecchio e fornì alcuni dettagli.

«Giove dei Nostri Padri non rimane indifferente alle suppliche oneste e ai delitti non ripagati.

Adesso fila tutto.

Non ricattava lui, ma un suo congiunto.

Lei ha pagato troppo e chi doveva pagare non ha pagato niente.

Mentre tu, oltre che colpevole, l'hai fatta ammazzare».

Qualche plebeo già la strattonava per linciarla, pur non avendo compreso l'intera storia.

«Lasciatela!

Seguirà la sorte della sua padrona.

Alla fine dell'estrema lotta».

La megera impallidì alle parole del senatore.

La bellona - strappata alla morte, ma non restituita alla vita - non riusciva infatti a riprendere conoscenza, anche se aveva dei sussulti e sembrava percepire - a tratti - la presenza di Publio Aurelio.

«Come ti chiami, donna?».

«Ecuba».

«Ecuba... il ferro di Corinna è dentro di te...

Hai tu la sua stessa forza?».

«Io... non lo so... sono vecchia... il tempo mi ha colpito duro...

Senatore... quando sarà il momento... vorrei foste voi a spingere il ferro contro di me...», la vecchia non tanto malandata aveva capito di suscitargli interesse, curiosità, di non essere una donna finita agli occhi di un così raffinato interlocutore, rispettoso di una tarda maturità affrontata con tenacia e voglia di non scomparire del tutto.

Diverse cose univano davvero tra loro Corinna ed Ecuba.

La osservò per qualche istante.

«Vedremo...».

Improvvisamente arrivarono tanto Locusta - a cavallo, data l'urgenza - quanto - sulle ali del vento infame - la notizia della clamorosa confessione del senatore Marco Furio Rufo.

L'ex comandante aveva dunque finto di cedere al ricatto, di voler pagare, e aveva chiesto alla prostituta di sancire il patto a letto; quindi l'aveva uccisa con un colpo secco - senza esitazioni e senza farsi coinvolgere, nonostante si trattasse di una bellona - tradendo la traditrice e spegnendone sul nascere le ambizioni di potere.

Non c'era più pericolo che rimanesse coinvolto. Almeno in un certo senso.

«Rimetti a posto l'anello, vecchia», si affrettò a dire.

E lo infilò intorno all'anulare di Corinna morente.

Ormai si era invaghito di lei. Era rimasto coinvolto.

Bella, pingue e capace di riprendersi la vita nonostante una coltellata mortale nello stomaco, scaltra e infida quanto basta per piacere, ma sfortunata nella sua ambizione di potere, ridotta a lusingarsi dei propri rantoli, gli aveva fatto girare la testa.

La prostituta lo guardava con occhi spaventati, la bocca disperatamente spalancata di chi non riusciva a respirare.

Nessuno, d'altronde, si era illuso che potesse farla franca.

La vecchia nutrice si disperava al suo capezzale, conscia che l'avrebbe trascinata con sé all'Averno.

La situazione poteva precipitare da un momento all'altro, e la bellona lo sapeva benissimo.

L'ambiziosa prostituta greca - in braccio alla morte con gli occhi sbarrati dal terrore - spirava in faccia a Publio Aurelio - che si ostinava a stringerle la mano con l'anello - seguendo di poco il suo assassino e sé stessa.

Con i funghi, però, Locusta ci sapeva fare.

Sapeva uccidere, ma anche non del tutto. Portare morte e lasciare vita.

C'erano proprio tutti nella casa di Corinna, in quella sera fattasi notte.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

IL GRILLO E LA CICALA

di Salvatore Conte (2017-2018)

Aveva ricevuto il compito di agganciarmi. Sapevano che mi piaceva.
Si era presentata sotto il mio ombrellone con una banale scusa e aveva attaccato bottone: grossi orecchini da zingara, c
amiciola paglierina con un paio di pesanti occhiali neri infilati nella scollatura, e jeans sfilacciati.
Era la famosa Anna Frezza, cameriera alla Locanda del Marinaio, nel centro di Torvaianica.

Giocava a fare la strappona e a togliersi qualche anno, ma a me non la faceva: Anna Frezza si era appesantita, invecchiata e imbolsita.
Pur così, però, era sempre lei, e quei jeans strappati e la camiciola le stavano dannatamente bene.

   

Non era più la gran fica di una volta - avevo trovato le sue vecchie foto su facebook - ma era comunque la Frezza; e poi, il fatto che combattesse contro un cancro all’intestino, me la rendeva simpatica.

Un amico ben erudito, parlandone, mi aveva segnalato una curiosità: un'altra Anna Frezza era venuta sulla terra cento anni prima di quella attuale, sempre a Roma, bella svagata e popolana come questa, e così descritta da un certo Mazzucco - non famoso di questi tempi, ma col tocco - in un libro ispirato e dentro il vivo delle cose.

«Colacito notò i fianchi, un corpo prorompente, quasi volesse schizzar fuori dalle vesti incontro al primo ammiratore.

Colacito si sentì catturato: formosa, bruna, gli occhi roventi, le labbra carnose.

Colacito bevve d'un fiato il liquore forte e amaro, poi passò con una sbirciatina sul seno della donna, un respiro ben ritmato, appariscente, un andirivieni che convogliava una folla di desideri violenti».

Mi lesse poche frasi e mi convinse subito.

Sembravano scritte per la Frezza del XX secolo, ma l'autore era morto quando questa non era ancora famosa.

Forse quella dell'800 si era semplicemente reincarnata in un feto qualsiasi nove anni dopo la morte.

E chissà chi era stata prima.
Alla fine dell'attacco mi concesse un incontro privato. Ma con troppa facilità.
Pensava che mi fossi bevuto il cervello per lei, come questo Colacito.
D'altronde era sempre una bella donna, e di fronte a una così, non ero capace di tirarmi indietro.
Avevo una donna anche più fica di lei, ma la Frezza era la Frezza; aveva il fascino drammatico della vecchia gloria, era l'imperatrice d'altri tempi che lottava per non uscire di scena; benché invischiata in loschi traffici, appesantita dall'età, e invasa dal cancro, non accettava di scomparire. E questo mi piaceva.
Da uomo, ero dalla sua parte.
Ci vedemmo in un pied-à-terre di via Siviglia, nei pressi del lungomare.

Aveva la solita camiciola paglierina, con i cinque bottoncini chiusi.
Lasciava a me il gusto di scartarli un po' alla volta, uno a uno...
«Il tumore come va?», ero curioso, volevo sapere quanto tempo le rimaneva.
«Quello? Niente di grave… ne esco fuori tranquillamente».
Le informazioni che avevo raccolto, però, dicevano il contrario.
Mi ero predisposto all'uscita di scena della Frezza, affinché - al dunque - non ci rimanessi troppo male.
«Cos’è? Ti preoccupi per una cameriera?
Io nun c’ho mica du camice sa’…».

Ma quella che aveva valeva per cento.
Forse Anna si riferiva alla poesia del Trilussa, non la facevo così raffinata.
Però se pensava de damme la cojonella co' quarche stornello, se sbajava: era una cameriera, sì, ma arrotondava bene con lavoretti sporchi per mala e servizi.
Stavo ancora per scartarla, gustandomela, quando si divincolò sapientemente, calandosi giù dal letto: «Scusa... mi è caduto un orecchino…».
La Frezza, però, non era tipo da scusarsi, e poi - anche se guardavo giù rispetto all'orecchio - non avevo sentito il tintinnio del metallo sul pavimento.
Un attimo prima che l’armadio si spalancasse avevo già la mano dentro il borsello.
POW
Sparai con la rivoltella ancora all'interno.
FLOP
THUD
Nel cadere a terra come un frutto maturo, il sicario fece partire un colpo per la tangente.
Niente di preoccupante.
La Frezza si era abbassata come il casellante del Padrino.

«Ora puoi rialzarti…», Anna era fuori dal mio campo visivo, ma ero sicuro che fosse carponi ai piedi del letto.
Aspettai un paio di secondi, perplesso.
Non c’era tempo da perdere, il mio sparo aveva fatto rumore.
Girando intorno al letto, non mi fu difficile capire perché non rispondesse…
Sulla schiena aveva il foro d’entrata di un proiettile.
La voltai.
La pallottola era uscita dallo stomaco, scavandole un grosso buco.
Affrontai il suo sguardo.
Aveva gli occhi allucinati.
Per lei c’era poco da fare.
Era la fine di Anna Frezza... uccisa da fuoco amico.
Le asciugai la bocca e le appoggiai un fazzoletto sulla ferita: «Su, avanti... te la caverai…».
Ma anche lei non sembrava molto convinta.
Il volto era sbiancato e le palpebre le premevano sugli occhi…
«Dimmi chi è stato».
«Ho voluto troppo... ma non voglio morire... portami con te...
Sarò la tua donna... la tua puttana... quello che vorrai...».
Tra non molto sarebbe stato il mio cadavere.
Come non m'avesse nemmeno ascoltato, aveva cominciato un discorso tutto suo e campato in aria.
Però decisi di accontentarla: caricata in macchina, la portai verso il mio covo segreto, ai Castelli.
Lei sembrava contenta di fuggire e giocarsi le ultime carte.
Era Anna Frezza.
La sua morte avrebbe fatto rumore nel giro.
«Io... non voglio morire...», come se m'avesse ascoltato, stavolta.

La bocca spalancata e le palpebre pesanti, Anna cercava di reggere.

Ma non ne aveva per molto, la camiciola si era infradiciata di sangue.
Fui colto da un impulso improvviso, accostai l'auto e le tamponai lo stomaco.

«Ci mettiamo insieme... ci stai...», mi afferrò il braccio, aveva ancora forza.
«Io ho già una donna, Anna.
Se piaci anche a lei, ci sto».
E come non le sarebbe piaciuta?
Era Anna Frezza.
Di grilli e amiche formiche - 'na cecala così - poteva averne a iosa.

Dopo averla consolata, ripartii.

Volevo arrivare al covo prima che andasse in crisi.

Avevo dell'ossigeno, e le sarebbe servito come il pane.
BANG
BANG
Mi sparavano, cazzo!
Mentre perdevo tempo con la Frezza, quelli m’avevano individuato.
«Ammazzali... o quelli... ammazzano me...».
Si preoccupava solo per sé stessa, non sapendo di essere già cadavere.
Riuscii comunque a seminarli, il covo adesso era vicino.
«Ce l'abbiamo fatta... prendimi le tette...».
Credeva di acquisire potere su di me. Avrebbe fatto qualunque cosa per salvarsi.
Mi fermai un’altra volta, allentai qualche bottoncino e gliele presi, colto da fregola irrefrenabile.
La famosa Anna Frezza era nelle mie mani, anche se ancora non sapeva di essere rimasta uccisa in un regolamento di conti della mala romana.
Al covo c'arrivò mezza morta.
Avevo una mascherina dell'ossigeno e la usai.
Si riprese.
«Allora... ci tieni a me...».
«Sei Anna Frezza, no? O hai cambiato nome?».
«Sono... la regina... di Torvaianica...».
«Di più: sei l'imperatrice di Roma».
«La pallottola... m'ha ucciso... questo non ci voleva...».
Lo ammetteva, il tumore in fase avanzata le aveva dato confidenza con la morte.
«È un grosso problema, Anna. Come vogliamo risolverlo?».
«Sono Anna Frezza... mi tengo il buco...».
Credo intendesse dire di voler resistere a oltranza.
Ma una ridotta così, non era in grado di sopravvivere, nemmeno chiamandosi Anna Frezza.
Con l’ossigeno fresco si era rinfrancata, però non sarebbe durata a lungo.
«E con il tumore, come la mettiamo?
Si è sparso dappertutto, ti rimangono un paio di mesi, non è vero?».
«Fregnacce... ho un paio di metastasi... ma mi sto gestendo... e posso uscirne...

O almeno... allungarmi...», aveva corretto il tiro.
Nonostante tutto, comunque, aveva voglia di lottare.

Era proprio lei. Come l'avevo immaginata.
Forte come un toro, la cameriera voleva apparecchiarsi la salvezza; anche a costo di bussare alle porte di tutti gli oncologi di Roma.

Ma ignorava di non avere più uno stomaco.
Io stavo aspettando Adriana; le aveva inviato un messaggio, perché avevo bisogno di lei per gestire la fine di Anna.
Le donne fra loro si capiscono.
Le avrebbe prestato un'attenzione diversa dalla mia.
Per me Anna Frezza rimaneva un'imperatrice, sempre donna-donna, anche morente.
«Cristo... ma...», fu la prima cosa che mi disse, appena in disparte.
«Sì, lo so», fu la prima cosa che le dissi io.

Uscii dalla stanza e le lasciai sole.
«Tu sei... la sua donna...
E ti piace... o gli prendi i soldi...».
Ascoltavo dalla porta. E non mi irritavo.
Anzi la trovavo simpatica, la vecchia Anna.
«Risparmia il fiato, bella.
Tra non molto ne avrai bisogno».
Adriana non fu tanto tenera.
Dopo un po' le diedi il cambio.
«Pensavo... di creparti in faccia... e invece... tu... mi passi... alla tua troia...», si lamentò la Frezza. «È bella però... bravo... hai fatto i soldi...».
«Vuoi dirmi chi ha organizzato il colpo?».
«Qualcuno... che voleva farti fuori...».
«Ti hanno pagato bene?».
«Con i soldi... non ci faccio... più niente...
Volevo solo... evitare... di crepare in carcere...».
«La tua storia è struggente, Anna, ma fa acqua da tutte le parti».
«Richiama Adriana... sto meglio con lei...».
L'accontentai, ma dopo un po' la mia donna mi cercò, perché Anna si era ridotta al lumicino.
Faceva pena a tutti e due.
A lei da donna.
A me da uomo.
Una mano la teneva lei, una io; la premevo leggera sullo stomaco, per darle una sensazione di controllo.
Aveva la bocca spalancata e scartava con lo sguardo da Adriana a me, e da me a Adriana, a intervalli di mezzo minuto.
Era come se - ormai incapace di misurarsi e capire - leggesse in noi la sua fine.
L'aveva capito anche la mia donna, che si mostrava calma e serena, nonostante Anna fosse in fin di vita.
«Tanto... avevo poco da vivere...», mormorò triste. «Sono piena... di metastasi... non... mi salvavo... più...».
«Non sforzarti, Anna».
Ma la Frezza proseguì.
«Ho preso... 3.000 euro... per farti la festa...
Ma niente... di personale...
Ti conoscevo appena...
L'incarico... me l'ha dato... er Ciuccio...».
Aveva vuotato il sacco.
Per ringraziarla, le ripassai con dolcezza la mano sullo stomaco.
Lo chiamavano così perché faceva tutto quello che gli chiedevano, senza mai fare domande o porsi questioni.
Di certo Anna non poteva conoscere il mandante del Ciuccio.
Non sapeva altro.
La sua assenza alla Locanda del Marinaio si sarebbe notata a lungo: era sempre molto bella.
Lusingata dalla mia mano calda, ebbe un sussulto di nostalgia per la vita.
«Non voglio morire... Adriana...», spostò lo sguardo su di lei.
Era quello che dicevo prima: rivolgersi a una donna dà una sensazione di calore e soccorso che nessun uomo può dare; in più tra loro poteva instaurarsi la sottile complicità delle belle donne.
«Cerca di stare calma, Anna. Ti stai stabilizzando, ne verrai fuori».
Ma non era vero, ed entrambe lo sapevano.
Senza farsi vedere, Adriana mi guardò, scuotendo il capo.
Ci stava rimanendo male per la fine di Anna.
Voleva da me una reazione, ma anch'io ero spaesato.
L'imperatrice mi stava crepando in faccia.
«Adriana...», la chiamò ancora.
«Anna!», vedendola così in difficoltà, mi alzai in piedi e provai a scuoterla.
Volevo evitare che la sua morte mi cogliesse alla sprovvista.
«Mi sono...».
«Che cosa, Anna?».
«Abbreviata... la vita...».
Era disperata, voleva provare a resistere, ma non ne aveva più la forza.
«L'ossigeno, presto...».
Provavo ancora, anche se sarebbe servito a poco.
Ma la Frezza lottava, e volevo aiutarla.
Oppure, una volta crepata, i rimorsi mi avrebbero perseguitato; lo sapevo.
L'avrei accompagnata fino alla fine, e se lei voleva illudersi, l'avrei fatta illudere. Di certo era questo che voleva: lusingarsi del fatto che una come lei - un mito nell'ambiente - potesse ancora farla franca; e che comunque - al peggio - potesse fulminare tutti con la notizia della sua fine.
Chi l'avrebbe immaginato?
Anna Frezza rimasta uccisa in uno scontro a fuoco...
Poco da fare per lei, colpo mortale allo stomaco, fine anticipata della cameriera più famosa del litorale romano; il tumore si sarebbe mangiato un cadavere.
Le tolsi la mascherina per vedere come andava.
«Mhhh...», un sospiro estenuato. «Non riesco... più... a gestirmi... hai provato... a tenermi... ti sei preso... una bella troia... anch'io... ero... come te... Adriana...», rivolta alla mia donna.
«Sei sempre bella, Anna», era galante.
«Ora... sono ingrassata... ho avuto... tanti problemi... speravo... di andare avanti... non voglio... morire... Adriana... aiutami tu...».
«Tu andrai avanti, Anna.
Sei ancora una bella fica e sei forte come una bestia.
Il mio uomo sbava per te, e non posso non capirlo, da donna».
«Non c'era... niente... di personale... in ciò... che ho fatto...».
«Lo so, so anch'io come funziona. Non hai colpa, Anna.
Tu vuoi salvarti, e ti salverai», Adriana provava a lusingarla, aveva capito ciò che bisognava tentare.
Ma la Frezza non era più lei e neanche l'ascoltava.
Guardava solo me, terrorizzata.
Pensava ancora di avere un paio di mesi, e invece...
Il tempo si era ristretto, non riusciva più a gestirsi e non capiva perché.
Una donna potente come lei pensava sempre di risolvere tutto.
Le ridiedi ossigeno perché mi stava crepando in faccia.
«Non ci resta che chiamare l'Imbalsamatore», propose Adriana.
La lasciai fare, aveva ragione.
Non sapevo, tuttavia, se avrebbe fatto in tempo ad arrivare.
Dovevamo pensarci prima.
Povera Anna, tutto le andava storto quel giorno.
Seppi poi che il mandante del Ciuccio si era lamentato per la fine prematura della Frezza.
Infatti avevo diffuso la notizia che per lei non c'era stato nulla da fare.
Il Ciuccio fu ritrovato ammazzato, sia perché aveva fallito, sia perché aveva mandato a morte la Frezza.
La cameriera di Torvaianica era sempre molto quotata nell'ambiente.
Anche se tutti erano consapevoli che stava morendo di cancro, nessuno però aveva preso in considerazione l'ipotesi che rimanesse uccisa in uno scontro a fuoco.
Non era mai stata impiegata in azione, e da quando si era ammalata gravemente, l'avevano preservata da missioni troppo faticose.
Circolava bramosia per vedere il corpo: nell'ambiente c'erano segreti cultori di negromanzia, che avrebbero voluto provare a rianimarla.
Ma non ce n'era bisogno, perché aveva già provveduto l'Imbalsamatore.
Era un negromante esperto dell'antica arte egizia, ma che in più riusciva a mantenere i corpi in stasi per lungo tempo.
Non c'erano più stagioni per la cicala.
Solo un lungo inverno.
Era stato l'unico modo per non perderla del tutto.
Anche Adriana si era invaghita di lei: della sua civetteria, della sua sfortuna, della sua voglia di vivere, del suo potere inespresso.
Vedeva in lei compiuto ciò che stava crescendo in lei stessa.
I grossi capi volevano rivedere la Frezza, i clienti della locanda pure: dai grossi ai piccoli, tutti volevano rivederla, anche impagliata.
Perché chi è grande in vita, diventa enorme dopo.
Ma solo io potevo farlo.

L'ULTIMO NATALE DELLA FREZZA

Fu scongelata, per così dire, il giorno dei morti.

Recuperò bene, ma il cancro riprese subito a divorarla, da dove aveva lasciato.

Adriana mi aveva concesso tre mesi di convivenza con lei, rectius commorienza, per assisterla e accompagnarla alla fine.
Traccheggiava tra varie cure palliative, per cercare di guadagnare altri mesi.
Ma adesso neanche lei si illudeva più.
I risultati delle ultime ecografie erano sconfortanti.
Al suo capezzale, nell'appartamento di Torvaianica, si alternavano i boss del litorale e quelli della Magliana, e anche politici e vip.
Lei li aspettava tirata su e gli preparava con le sue mani un tè con qualche pasticcino.
Stava comunque molto attenta a non stancarsi troppo: infatti non voleva sprecare i suoi ultimi giorni accelerando il crollo finale.

Era Natale, si scattavano foto, sarebbero state le ultime.

Certo, lei non era al top: affaticata e depressa, s’areggeva co' lo sputo.
La donna un tempo potente era finita. Finita male.
Adriana mi chiamava spesso e mi chiedeva di lei, e se la faceva anche passare.
Nessuna gelosia, anzi una certa complicità.
Superato il Natale, mai sazia di vivere, cominciò a puntare la Pasqua: me lo disse chiaramente, il suo obiettivo era diventato quello; i medici consultati, però, predissero che - salvo complicazioni - non avrebbe superato il Carnevale.
Infatti la Frezza era invasa dal tumore.
A volte, pensandoci, la sfioravo appena, come fosse di cristallo, temendo un suo imminente crollo.
Eppure riusciva a reggere, in qualche modo.
«Non mi sento ancora finita...», mi confessò una sera.
«Perché non lo sei», le feci eco in maniera galante. «Non mi va di aspettare qui per nove anni.

E poi quanta differenza e chissà dove».
Mi guardò perplessa.
Non poteva capire.
La bella donna è scossa da forze che a stento può solo immaginare, e che in genere la consumano e distruggono.
Per l'uomo è più facile gestirsi.
«Non ho nove anni...», puntualizzò.
«Finché vivi, sei eterna.

E poi, pensaci... le cicale hanno smentito i greci: dopo 3.000 anni sono ancora qui; almeno, le abbiamo sentite fino allo scorso luglio.

Non cantano perdere tempo, ma...».

«Per perdere tempo... ti sei mangiato il per».

«No, sto sperimentando. Penso sia giusto eliminare le ridondanze e sottintenderle: col tempo ci si farà l'abitudine, l'italiano sarà più simile alla robusta sintesi latina.

Dicevo quindi che non cantano perdere tempo, ma per fottersi le loro femmine: chiamali fessi i maschi delle cicale... hanno poco tempo per l'amore e lo sfruttano appieno.

Gli uomini avrebbero dovute imitarle - visto che oggi parlano di denatalità - anziché deriderle e pensare solo a lavorare come le formiche.

Quando l'ultimo greco avrà lasciato la terra, di cicale ce ne saranno ancora a iosa.

Di certo abbiamo che Orazio non ebbe mai a dolersene».
Mi guardò basita.

D'altronde l'inverno stava passando, faceva già caldo e le cicale - si sa - non muoiono d'estate.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, vai all'ombra di Trilussa.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

UN POMPINO AL DESTINO

di Emiliano Caponi (2014)

Sono un tipo cinico e baro, puntuale e soprattutto ineluttabilmente infallibile.

Sempre o quasi, perché sono anche l'eccezione che stasera confermerà la regola.

Alle 20.32 mi sono fermato all'incrocio fra Avenue de l'Opéra e Rue des Pyramides, scegliendomi una postazione sopra le due strade, perché dall'alto l'ampiezza d'angolo permette quasi sempre una visuale perfetta.

Come d'abitudine, in queste occasioni indosso il solito cappotto, quello di stoffa più pesante, quello nero come me.

Nome: Philippe.

Cognome: Martignon.

Data di nascita: 12/06/1971.

Professione: avvocato.

Stato civile: coniugato con Christine Debois.

Nel mio archivio non manca nessun nome, sono tutti schedati.

E stasera ho preso la sua scheda, è lui la pedina che mi serve per arrivare alla regina.

Automobile di proprietà: Citroën DS3 di colore bianco, ma non c'è scritto sulla carta d'identità, questa informazione serve solamente a me.

Drin.

Drin.

«Dimmi, Sophie... sei arrivata?», ribattezza subito l'interlocutore, pronta come sempre.

«Sono arrivato».

«Scendo subito...».

Svelta di bocca come sempre, e non solo nell'inventarsi parole.

«È Sophie, caro, andiamo a quella noiosissima mostra di quadri...

Sicuro di non voler venire?», si struscia come una gatta in calore sapendo già la risposta, e questo la eccita.

«Odio queste serate, lo sai... e poi domattina alle 7 devo essere all'aeroporto a ricevere quel Sal Caponi, l'investitore italo-americano.

Non ce la fai a farmi cambiare idea», Marc Giresse, industriale di 55 anni, portati da settantenne, è già afflosciato nella sua poltrona di pelle, come e più del suo uccello nei pantaloni.

«Nemmeno se insisto...?», gli passa una mano sulla guancia precocemente aggrinzita e immaginando quello che l'aspetta si eccita ancora di più, quasi al punto di bagnarsi.

«Nemmeno se insisti», e si apre un libro di Balzac, probabilmente la floscezza dell'uccello ha già oltrepassato i confini dell'impotenza.

«Allora vado...», e si avvia teatralmente verso la porta d'ingresso mandando a destra e sinistra il suo largo culo.

Leila Dobbs, quarantacinquenne platinata dalle forme di troia, tette e carne abbondantemente esposte, una tipa dalle curve pericolose, in ogni senso.

La mia regina di stasera, appunto.

Gira l'angolo e l'eccitazione è già lì che l'aspetta, a fari spenti.

«Ho voglia di scoparti subito... qui, adesso!», Philippe non sa badare ai propri ormoni e le infila una mano nell'ampia scollatura chiudendo fra le dita la morbidezza del suo seno.

«Philippe... fermo... andiamocene da qui...», e passandogli per caso una mano sui pantaloni capisce che anche gli uccelli, come i minerali, si suddividono in durezza, e quello del marito è un uccello di gesso se confrontato a quello di diamante di Philippe.

Sempre secondo la sua personalissima scala Mohs.

«Sì... andiamo via… altrimenti ti scopo qui in macchina davanti a tutti».

«Hai prenotato al solito posto...?», sistema la scollatura rimettendo una tetta dentro il vestito.

«Sì, al nostro posto», una camera d'albergo alla periferia della città, va avanti così da quasi un anno, lei unica amante di lui, rispettato e rispettabile avvocato parigino, lui uno dei tanti amanti di lei, rispettata e rispettabile troia d'alto rango, quello conferitole dalla posizione del pluricornificato marito.

Nell'abitacolo si respira esclusivamente odore di sesso e di desideri già bagnati, e la Citroën si immette nel traffico della prima rue che si trova davanti, iniziando così il breve viaggio che la porterà ad incontrarmi.

«Cazzo...», Philippe si accorge di aver cambiato giacca.

«Ho lasciato i documenti nell'altro abito».

«E allora?

Tanto all'hotel non servono, il portiere oramai ci conosce molto bene...», accarezza il cambio per poi finirgli con la mano da troia in mezzo alle gambe.

«Non è quel frocio di portiere che mi preoccupa», la guarda e la vede già nuda e sdraiata sul letto della camera, pronta ad aprirgli le gambe.

«Con il culo che mi ritrovo scommetto che fra tutti i balordi che girano a Parigi la polizia stasera sarebbe capace di fermare proprio me.

E quelli non scherzano, ti portano subito in gendarmeria e ti rivoltano come un calzino».

«Quindi?», la mano è sempre lì e la stoffa dei pantaloni prende sempre più la forma propria della voglia di scoparla.

«Quindi è meglio che mi fermi e che guidi tu, per noi non sarebbe il massimo spiattellare le nostre scopate clandestine davanti a tutta Parigi».

Sì, avevo calcolato anche il cambio di giacca e di guida, ho già descritto il tipo che sono.

Ineluttabilmente infallibile, almeno fino all'incontro con la puttana di questa sera.

«Accelera, cazzo!

Ci sono quasi addosso!», due avanzi di galera stanno scappando a bordo di un'arrugginita Fiat, dopo aver rapinato un fottuto cinese dell'incasso del suo altrettanto fottuto locale.

«Accelera, Michel!

Li abbiamo quasi presi!», i soliti poli opposti, guardie e ladri, è per questo che si attraggono.

Avevo previsto anche questa attrazione, ovviamente.

«Attento, cazzo! La macchina all'incrocio!», ma il balordo non è altrettanto bravo al volante com'è invece quando ha in mano una pistola puntata contro un cinese armato solamente del suo incomprensibile e isterico linguaggio.

CRASH

Sterzata e controsterzata servono solamente a far stridere gli pneumatici, l'altra auto è centrata in pieno. Una Citroën DS3 bianca.

Prevedibile, ovviamente.

«Cazzo, che botta!», il gendarme sembra eccitarsi davanti all'incidente.

Sotto di me, in mezzo all'incrocio, ora ci sono tre auto: quella delle guardie, quella dei ladri, e quella degli infedeli.

«Leila...», Philippe si volta verso di lei con un taglio in fronte e un po' di ossa ammaccate, questo è il massimo che il mio programma preveda per lui.

«Ohhh...», si lamenta mettendosi le mani sulle tette doloranti per essere state sbattute senza troppo riguardo contro il cruscotto dell'auto.

«Ma che cazzo...», un paio di segni impressi come tatuaggi sul petto sono le uniche ferite che si ritrova addosso, le sue forme abbondanti l'hanno protetta e salvata per adesso, in fondo è dotata di airbags naturali distribuiti lungo tutto il corpo.

Ma la regina non può morire così, in un plebeo incidente d'auto, ci vuole prima il picchetto d'onore che spari.

«Scendete dall'auto! E con le mani bene in vista!», intanto le guardie si sono riparate dietro le portiere della loro auto, lasciando spuntare solo le canne delle pistole.

«Sei tutto intero?».

«Penso di sì...».

«Allora scendiamo e fottiamo quei bastardi», nemmeno per i ladri fin qui ho previsto grosse ammaccature.

Tre auto al centro di un incrocio: quella dei ladri a destra, quella delle guardie a sinistra, e quella degli infedeli in mezzo alle due.

Bella posizione, la migliore che potessi scegliere per l'esecuzione della regina.

«Ho detto di uscire con le mani alzate!», il vocabolario delle guardie è solitamente povero.

«Fottetevi, bastardi!», altrettanto quello dei ladri.

«All'inferno!», e scendono folli cominciando a sparare all'impazzata.

BANG

BANG

BANG

Non fanno economia di pallottole e le sparano a volontà, finché glielo concedo.

BANG

BANG

BANG

Le guardie rispondono colpo su colpo con il vantaggio d'essere protetti dalla carrozzeria della loro auto.

«Argh...!», il primo ladro cade pesantemente sull'asfalto inumidito dalla pioggia e il sangue si infiltra subito nei rigagnoli d'acqua ravvivandoli di rosso.

«Bastardi! Bastardi! Bastardi!», il secondo ladro è più testardo, o forse solamente più fortunato, perché gli sto concedendo di passare fra una pallottola e l'altra.

BANG

BANG

BANG

Ma le mie concessioni sono limitate e decido che stavolta siano le pallottole a passare lui, e cade sopra il suo compare così preciso da sembrare che se lo stia inculando.

Maschi nella vita e froci nell'aldilà: la morte scopre sempre tutti gli altarini.

«Li abbiamo seccati, Michel!».

«Puoi dirlo forte, Pierre!», si congratulano fra loro, per questa sera ho fatto vincere le guardie.

«All'inferno, fottutissimi bastardi», uno dei due accerta con la suola della scarpa che i ladri siano veramente crepati.

«L'altra auto... chiama l'ambulanza, ci sono dei feriti a bordo».

Un ferito e una morta, preciso io.

Il gendarme apre la portiera dal lato del guidatore e senza più il suo fondamentale sostegno un corpo gli cade ai piedi con la leggera pesantezza di un fantoccio.

«Cazzo...», due dita messe sul collo sono più che sufficienti per dargli l'estrema unzione.

«Per questo ci vuole il carro funebre».

Forse sono state proprio le sue pallottole a seccarlo, ma adesso non ha più nessuna importanza, Philippe sta già sognando ad occhi aperti un mondo migliore.

Philippe...? Solo adesso mi rendo conto.

Come Philippe?!

Cazzo! Dovevano essere le tette di Leila a cadere ai piedi del gendarme, non tu, Philippe!!

Maledizione!

Cosa cazzo ci facevi alla guida dell'auto, fottutissimo idiota?

Non mi ero forse adoperato per farti lasciare i documenti nell'altra giacca?

Testa di cazzo! Perché non ti sei scambiato di posto facendo guidare lei come da mio programma?

«Ohhh...», sul sedile accanto infatti la puttana è ancora viva, anche se si ritrova una pallottola nel fianco entrata appena sopra il rene sinistro.

Una palla anziché quattro come da programma, i conti non tornano per niente.

«È ancora viva!

Digli di sbrigarsi a quelli dell'ambulanza!».

Che cazzo ci fai seduta al posto del passeggero?

Perché non eri alla guida dell'auto, maledetta troia?

Guardo meglio tutta la scena e vedo e capisco, e mi rispondo da solo.

«Forza bellezza... sta arrivando l'ambulanza...», il gendarme le stringe la mano, ma forse vorrebbe stringerle qualcos'altro, il vestito lacerato dall'incidente e dalla pallottola che ha dentro mette in mostra abbastanza corpo da far venire cattivi pensieri a chiunque.

Sai eccitare gli uomini anche ridotta così, con il viso struccato dal dolore e dalla paura di crepare.

«Fate presto… a tirarmi… fuori di qui... uhhh... fa male...».

Maledetta puttana, insieme al rivolo di sangue noto che ai lati della bocca hai appiccicato anche un po' di liquido bianco. È sperma.

Ho voglio di prendertelo in bocca mentre sei al volante...

Guida per qualche altro chilometro... rischia per me...

La scelta delle pedine, lo scambio delle giacche, la rapina nel locale del cinese, l'inseguimento della polizia, l'incidente all'incrocio fra Avenue de l'Opéra e Rue des Pyramides, la meticolosa disposizione delle auto, la sparatoria con le pallottole distribuite in base ai posti assegnati.

Un'organizzazione ineluttabilmente infallibile, come da sempre.

Invece...

Come cazzo facevo ad immaginarmi che a quella puttana venisse voglia di fargli un bel pompino?

E lì, in macchina, mentre Philippe guidava, senza neanche avere la pazienza di arrivare all'hotel.

Anche se all'hotel non ci sarebbero mai arrivati, ma quello lo sapevo solo io.

Sì, adesso potrei rallentare l'ambulanza e ritardare l'arrivo all'ospedale, ma a cosa servirebbe?

Una troia così, incapace di tenere la bocca lontana da un pompino anche solo per qualche chilometro, sarebbe capace di viverci con una pallottola addosso.

E poi lo ammetto, mi hai fottuto, per la prima volta sono rimasto fregato io.

In fondo te lo meriti di non crepare e di continuare a portare le tue tette in giro per Parigi.

Ma è stato un incidente di percorso, l'eccezione che appunto conferma la mia regola, io rimango sempre quel tipo cinico e baro, puntuale e ineluttabilmente infallibile.

E dai mille appuntamenti nel mio portafoglio, ne traggo subito uno all'ombra della Senna, fra i giacigli miseri di quel poco che resta dell'essere umano.

Sento già il puzzo del fiume, qualcuno fra poco annegherà nel suo torbido corso, senza rimpianti e senza nessuno che saprà reclamarlo.

L'acqua è nera e per la prima volta devo guardarmi attorno per sentirmi sicuro, per essere certo che nei paraggi non ci sia un'altra donna che sappia tradirmi una seconda volta.

Un'altra Leila Dobbs, la troia che stasera è riuscita a fare un pompino anche al destino.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA BALLATA DI ANNA

di Emiliano Caponi (2014-2017)

Sistemo la tesa del cappello e continuo a suonare la mia armonica a bocca, facendo finta che il sole non stia arroventando il paesaggio fatto di rocce, polvere e rara vegetazione, per metà ingiallita e secca.

«Tutto bene là dietro?», mi giro socchiudendo ancora di più gli occhi per avere guardato in direzione del sole, mentre anche i cavalli oramai trascinano gli zoccoli, che riescono ad alzare solo piccoli sbuffi di polvere che si dissolvono subito nel niente.

«Finché cavalchi tu, cavalchiamo anche noi».

«Bene», mi volto di nuovo verso l'orizzonte che si distende infinito davanti a me. «Allora si va avanti», picchio lo sperone sul fianco di Black, che lo ignora e prosegue con la sua andatura svogliata.

Lo stesso fanno le mie socie spronando con lo stesso risultato i loro due ronzini.

Le mie socie sono Jasmine e Laila, le ho arruolate un anno e mezzo fa, dopo che nell'assalto al convoglio diretto a Yuma avevo perso Tico, Mick e Gonzales.

Tico e Mick erano crepati rispettivamente con cinque e sette pallottole in corpo, mentre Gonzales era stato ferito e catturato dai Federali.

E impiccato dopo cinque giorni senza nessun processo.

Avevamo organizzato l'assalto al treno che portava l'oro a Yuma in ogni piccolo dettaglio, ma qualcuno ci vendette, passandoci di proposito l'informazione sbagliata sul numero di soldati presenti su quel maledetto convoglio merci: dovevamo metterlo in conto, le nostre quattro teste messe insieme ormai valevano un bel po' di dollari.

Dovevano essere circa dieci soldati, ne sarebbero toccati giusto due e un pezzetto a testa, la cosa era fattibile, ma appena assaltammo il treno ci accorgemmo che più ne ammazzavamo e più dai quei vagoni uscivano soldati: i conti non tornavano più.

Alla fine contai personalmente più di trenta corpi sparsi fra i vagoni e lungo le rotaie.

Nonostante fossi stato ferito, riuscii a scappare e a infilarmi sotto un costone di roccia e da lì vidi passare tutto il gruppo di soldati che al galoppo andava a inseguirmi lungo un sentiero che non avevo mai preso.

Quasi moribondo riuscii ad arrivare in un villaggio fantasma dove abitava una puttanella che anni prima al confine con il Messico avevo liberato a colpi di pistola dal suo sfruttatore: per lei adesso era arrivato il momento di sdebitarsi.

Dopo un mese e mezzo fui di nuovo in grado di sellare Black e insieme oltrepassammo tre stati e solo nell'ultimo mi considerai abbastanza lontano dalle mie taglie per fermarmi.

Adesso mi rimaneva solo una cosa da fare: rimettere in piedi una banda, quello era l'unico mestiere che avevo sempre fatto. E lo sapevo fare bene.

Una sera in un saloon, dopo avere bevuto cinque whisky, un tipo con una cicatrice a sostituzione di un occhio cominciò a prendere a schiaffi una prostituta che ravvivava l'ambiente: l'avrebbe ammazzata di botte e dovetti intervenire, era troppo bella per fare una fine così brutta.

L'uomo dalla cicatrice accennò a muovere la mano verso la fondina e fu il suo più grosso errore: il tempo di tirare fuori la mia pistola e andò a spezzare in due un tavolo cadendoci sopra di schiena con tre pallottole distribuite fra stomaco e pancia.

La puttana per ringraziarmi mi portò nelle camere di sopra e il mattino dopo mi supplicò di portarla via da quel saloon.

Lo feci e il destino mi ricompensò: Jasmine oltre ad essere una brava puttana era anche la figlia di un ex generale messicano e prima di scappare da casa aveva imparato a maneggiare parecchio bene le pistole.

Il tempo di trovarle un cavallo e di metterle a tracolla una cartucciera e la portai via con me: avevo appena trovato la mia prima socia.

Dieci giorni dopo, Jasmine bussò alla camera del nostro hotel entrando insieme a una ragazza e mi disse di mettere da parte le pistole che stavo pulendo per ascoltare quello che aveva da dirmi.

Mi disse che la ragazza si chiamava Laila ed era una lanciatrice di coltelli che lavorava con una carovana ambulante che da qualche giorno si era fermata nel nostro stesso villaggio.

La notte prima, stanca di essere violentata dal proprietario, aveva pensato bene di lanciargli due coltelli nel cuore: Jasmine mi disse che dovevamo nasconderla da noi, perché i due figli del panciuto e defunto padrone la stavano cercando per ucciderla.

Ripresi in mano la pistola e mi rimisi con calma a pulirla.

Le chiesi se la sera stessa sarebbe stata pronta per partire insieme a noi: una lanciatrice di coltelli nella banda poteva sempre essere utile.

Sorrise, e lo stesso fece Jasmine, e senza dire altro capii che avevo di fronte a me la mia seconda socia.

Sellammo i cavalli e ce ne andammo nell'oscurità cavalcando per diversi giorni finché non oltrepassammo tre stati: sapevo per esperienza che quello era il numero perfetto degli stati che bisognava lasciare tra chi fuggiva e chi rincorreva.

In poco tempo diventammo un terzetto ben affiatato e capii che non avevo bisogno di cercare nessun altro: quella era la mia nuova banda.

Rapinammo diverse banche e assaltammo molte diligenze e nessuno di noi creò mai problemi.

Compiuto il colpo, ci dividevamo in parti uguali il bottino, senza favoritismi o percentuali dispari: trenta per cento a testa e il restante dieci per cento nel fondo cassa comune.

E anche i letti erano divisi allo stesso modo.

Jasmine e Laila avevano fra loro un rapporto lesbico, ma venivano puntuali anche nel mio letto, una alla volta, nessuna gelosia e nessun possesso, le porte delle camere erano sempre aperte, sia in ingresso che in uscita.

«Emiliano, quanto manca al luogo dell'appuntamento?», Jasmine tira le redini al cavallo, quasi già fermo di suo, e si snoda il fazzoletto avvolto al collo asciugandosi il prosperoso seno che si lascia guardare dal profondo scollo della camicetta a quadri.

«Ancora un miglio e ci siamo», è dannatamente sexy.

Capelli neri e lunghi fino alla schiena, occhi altrettanto neri e profondi, e un viso da messicana su un corpo che può fare impazzire qualunque uomo lo guardi.

Una colt infilata dietro i pantaloni stretti che finiscono nel nulla, avendo l'abitudine di cavalcare e fare l'amore scalza, e la sua pelle sudata completano Jasmine, rendendola irresistibile.

Due metri dietro di lei, Laila: stesso fascino messicano, anche se meno sanguigno, ma con un tocco di raffinatezza in più.

Capelli neri, ma più corti, stessi occhi scuri e magnetici e un seno meno prorompente su un corpo sinuoso, con le forme a disegnare perfette il suo profilo di donna.

A differenza di Jasmine, indossa un trench di pelle marrone sopra un gilet nero aperto al punto giusto; e sotto, una gonna lunga e bianca, con stivali appuntiti e abbelliti da speroni argentati.

Odia le pistole e le sue pallottole sono appunto i suoi coltelli perfettamente infilati in un'apposita fascia passante su entrambi i fianchi: quella è la sua personalissima cartucciera.

«Speriamo che l'incontro con la tua amica sia conveniente come dici», Laila mi affianca con il cavallo.

«Sarà molto conveniente, Laila», sottolineo la parola molto e mi infilo l'armonica nel taschino.

«Stasera saremo più ricche di quanto potresti mai immaginare», anche Jasmine mi affianca sull'altro lato. «La sua amica ha un bel po' di cose luccicanti che a noi donne piacciono molto», e mi strizza  l'occhio mentre si riannoda il fazzoletto al collo.

Le cose luccicanti sono un bel po' di diamanti e la mia amica è Anna Dobbs.

Anche se, a essere onesti, mia amica non lo è mai stata: amante, puttana, rivale, nemica e ancora amante, poi di nuovo puttana, rivale e nemica. Ma amica mai.

Dopo un po' di anni, durante i quali avevo perso le sue tracce, si è rifatta viva all'improvviso mandandomi un suo uomo a propormi un affare: adesso è al comando di un gruppetto di fuorilegge e con loro ha svaligiato banche in ogni stato, e nell'ultima banca, in mezzo ai sacchi di dollari, ha trovato anche un bel sacchetto di diamanti.

Ma i diamanti sono da sempre più ingombranti dei bigliettoni e Anna deve sbarazzarsene alla svelta e ha pensato bene di rivolgersi a me per risolvere il suo problema, evitando così di dover trattare con altri e per lei più pericolosi trafficanti: in fondo di me si è sempre fidata.

Io ho giusto da parte la cifra sufficiente per potermeli permettere e conosco già la persona che può ricomprarmeli spendendo qualche dollaro in più di quanti ne spenda io: capiamo subito che l'affare conviene a tutti.

Il suo scagnozzo mi ricontatta e ci incontriamo per definire i dettagli e il luogo dove dobbiamo fare lo scambio, il giorno successivo.

E Anna fino a questo momento si è limitata a mandarmi messaggi e messaggeri rimanendo una presenza intangibile, quasi eterea.

Anche per questo ieri notte non sono riuscito a dormire: dopo cinque anni, forse più dei diamanti mi interessa rivedere lei.

«Siamo arrivati», tiro le redini a Black e indico davanti a me il luogo dove oltre ad Anna avremmo incontrato anche il nostro destino.

In nome del padre, del figlio e dello spirito santo. Amen.

Mi faccio il segno della croce, come d’abitudine prima di ogni azione, e guardando il cielo vedo un gruppetto di avvoltoi che svolazzano sopra di noi.

Non è un buon presagio.

«Finalmente posso mettere il culo a terra», Jasmine toglie i piedi scalzi dalle staffe e allunga le gambe tenendosi alle redini, mentre Laila preferisce restare zitta e bagnarsi le labbra screpolate, ma sempre sensuali, con l'ultimo goccio d'acqua rimasta nella borraccia.

Il posto dell'incontro ricorda un'arena romana: una grande piazza ellittica di terra polverosa, chiusa tutt'attorno da rocce che sembrano sistemate una sopra all'altra, come a comporre asimmetriche gradinate da dove i fantasmi dei pistoleri possono godersi lo spettacolo.

Per accedervi, un unico largo passaggio aperto dalla corrosione del tempo: lo oltrepassiamo uno alla volta guardando con sospetto anche le nostre ombre e sulla piazza ci accoglie un mulinello di vento che spolverando il terreno fa rotolare vorticosamente palle di sterpaglie secche.

«Brutto posto per morirci», Jasmine si guarda attorno facendo una smorfia.

«Non esiste un posto bello dove morire», Laila scende dal cavallo e la gonna si allarga lasciando intuire che sotto la stoffa non ci sono nient'altro che le gambe. «Ogni posto può essere bello o brutto, dipende da chi ci muore», si sposta il trench e accarezza la punta di un coltello.

«Lasciate i morti nelle tombe», intervengo, il discorso non mi piace. «Abbiamo altre cose a cui pensare in questo momento».

Le guardo duro, entrambe, Laila vorrebbe rispondermi, ma Anna non le dà tempo.

«La tua amica è puntuale», Jasmine fa cenno con il capo oltre il corridoio di rocce dove in lontananza si lasciano intravedere le sagome di un gruppo di cavalli al galoppo.

Lo è sempre stata.

Specialmente quando si trattava di fregarmi.

Le sagome diventano metro dopo metro sempre più riconoscibili fino a farsi contare: quattro cavalli, Anna davanti a tutti e dietro tre dei suoi uomini.

Quattro contro tre, si parte già sbilanciati, ma questo deve essere uno scambio vantaggioso per tutti, non uno scontro.

Arrivano alzando un vortice di polvere e il primo cavallo si ferma davanti a me: si imbizzarrisce mettendosi su due zampe, ma con una strigliata la sua padrona lo rimette subito saldamente a terra.

«Emiliano... è passato tanto tempo dall'ultima volta...», si aggiusta il sombrero per vedermi bene.

Anna. Eccola di nuovo davanti a me.

«Cinque anni...», sono sempre stato un tipo preciso.

«Non sei poi cambiato così tanto...», mi guarda con i soliti occhi maliziosi che conosco bene.

«Neanche te, Anna», ricambio il complimento, se quella è la sua intenzione, e in effetti non è cambiata per niente: nonostante dai miei conti abbia ormai toccato i 50, è sempre la migliore.

E adesso ce l'ho a un metro da me, finalmente in tutta la sua tangibilità.

Il fisico è sempre corpulento, con quella decina di chili in più che si porta addosso da sempre e di cui lei non si è mai fregata; anzi le sue forme abbondanti le sono ogni volta servite per portarsi a letto gli uomini giusti la sera e concludere affari la mattina dopo.

Carne gonfia e grossi seni riempiono come sempre ogni centimetro della vistosa camicia gialla, portata con diversi bottoncini allentati.

Sotto, una gonna nera le strizza la carne in più sui fianchi e un paio di stivali marroni, infilati nelle grosse gambe nude e sudate, finiscono la sua figura.

È la solita irresistibile troia, come cinque anni fa, come la prima volta che l'ho incontrata, come sempre.

«Veniamo a noi, Emiliano», i convenevoli sono già finiti. «Ci sono tutti i dollari?», scende da cavallo tornando subito concreta, come da sua abitudine.

«Tutti, fino all'ultimo biglietto», smonto anch'io. «Sono nelle due sacche attaccate al cavallo», le faccio cenno indicando Jasmine, che smonta dal lato degli uomini di Anna per farsi guardare nell'ampia scollatura.

«Vedo che ti tratti bene», la guarda con superiorità. «Belle puttanelle, niente da dire. Anche se messe insieme non sapranno soddisfarti la metà di quello che sapevo soddisfarti io», mi guarda sfidandomi, mentre Laila mette subito la mano su uno dei suoi coltelli.

«Calma, Laila», so che può perdere il controllo da un momento all'altro. «È tutto a posto. Tira giù le sacche...», la distolgo. «Tocca a te, Anna».

«Jack!

Ronnie!

Portatemi qui il sacchetto», i due uomini smontano subito senza dire niente, mentre il terzo uomo rimane in sella, qualche metro più dietro.

«Ecco, capo», le passano un sacchetto di velluto nero, rendendo palese chi comanda da quelle parti.

Lo prende e lo butta in terra.

«Dagli un'occhiata, Emiliano...».

Mi accuccio e sciogliendo il piccolo laccio che lo lega, permetto al sole di riflettersi sui diamanti e mi lascio accecare piacevolmente.

«Le sacche. Falle aprire... non vorrai far scomodare una signora...», è il suo turno.

Laila allenta una cerniera e lancia la sacche verso Anna, facendo in modo che i dollari escano da sé: è il suo modo di sfidarla, la conosco bene.

«Prendine un mazzetto, Ronnie», Anna non si scomoda neanche a controllare di persona e Ronnie fa frusciare i dollari come un giocatore di poker mentre si prepara a smistare le carte.

«Tutto in regola», sorride sdentato, ributtando il mazzetto sopra la sacca.

«Bene, Emiliano...

È sempre un piacere fare affari con te», guarda il terzo uomo, quello rimasto a cavallo, e in un momento capisco tutto. Ma è già troppo tardi.

Ho commesso una tremenda leggerezza.

Il terzo uomo estrae...

BAM

BAM

Eppure la conosco bene: come ho potuto commettere uno sbaglio del genere?

«UHHH!», un colpo centra Jasmine in piena pancia, mentre il secondo ferisce di striscio Laila alla spalla.

«Maledetti bastardi!», urlo buttandomi a terra.

BAM

BAM

Centro il terzo uomo in mezzo agli occhi. Cade da cavallo come un fantoccio, finendo nella polvere.

«Laila! Ohhh... sono stata colpita», Jasmine - nonostante si sia beccata una pallottola nella pancia - è rimasta in piedi e guardandosi la mano insanguinata estrae la pistola per vendicarsi subito di quel brutto buco.

«Figli di cani!

Avete sparato a Jasmine!», Laila ruggisce come una tigre ferita.

ZIP

La ferita alla spalla non le impedisce di lanciare un coltello, che si infila preciso nella gola di Ronnie prima che questi riesca a muovere un solo muscolo.

BAM

BAM

«Andate all'inferno, maledetti!», e Jasmine pianta due pallottole in corpo a Jack, che per tutta risposta reagisce al fuoco sparando di nuovo verso di lei.

BAM

BAM

BAM

Tre colpi, due persi nella polvere mentre il terzo la colpisce in pieno petto e l'impatto della pallottola le fa sobbalzare il seno destro.

«AHH!», il secondo proiettile la mette a sedere con il culo per terra, ma non nel modo in cui lei aveva previsto.

Si guarda il prosperoso petto forato dal proiettile, e rabbiosa, da seduta, scarica il caricatore contro Jack mandandolo definitivamente all'inferno.

Anna intanto ha trovato riparo dietro l'unico masso roccioso che è presente in mezzo all'arena e da lì si prepara a sparare: il posto lo conosceva bene, come sempre non ha lasciato niente al caso.

BAM

BAM

BAM

Esplode tre colpi e tutte e tre le pallottole centrano Laila costringendola a inginocchiarsi.

«AHHH...!», si porta entrambe le mani sulla pancia. «Emiliano...», mi guarda cercando un aiuto che non posso più darle. «Quella maledetta troia...», stacca una mano dalle ferite e allargandosi il trench tenta di portarla alla fascia per sfilarvi un coltello, ma Anna non le dà tempo.

BAM

BAM

BAM

Altri tre colpi centrano Laila in pieno petto, e con un rantolo cade con la faccia in avanti, assaporando il mortale sapore della polvere mista al sangue.

Mi giro verso Anna e vedo che sta istericamente rimettendo i proiettili nel tamburo: ha finito i colpi.

Questo è il mio momento, ho qualche secondo per alzarmi e spararle prima che ricarichi la pistola e mi spari lei.

Devo ucciderla o lei uccide me.

BAM

BAM

Altri due colpi riecheggiano nell'arena fatta di pietre, polvere e cadaveri.

Mi guardo d'istinto per vedere se sono stato colpito, ma non provo né dolore né vedo buchi di pallottole.

«Vieni all'inferno con me, bagascia...», Jasmine è stata più veloce del mio pensiero e più veloce di Anna nel ricaricare la pistola.

«La tua troietta ci sa fare... uhhh...», Anna poggiata a terra su un fianco si porta le mani all'altezza dello stomaco per coprire le ferite delle due pallottole che si è appena beccata; né i suoi uomini, né il masso roccioso l'hanno salvata, ma ha ancora la forza di puntare contro Jasmine la pistola ricaricata per metà.

BAM

Jasmine ha però il vantaggio di averla già saldamente in pugno e un'altra pallottola colpisce Anna in pancia, facendole quasi fuoriuscire dalla camicia - per il contraccolpo e lo shock - l'ingombrante seno; le braccia lunghe sui fianchi, la bocca aperta in una sorpresa mortale, a ingoiare la sconfitta...

«Stavolta hai vinto tu, Emiliano... uhhh...», abbassa lo sguardo sulla pancia bucata tre volte e si distende sulla schiena guardando fissa il cielo azzurro e senza nuvole.

Mi alzo dalla mia posizione per riaccucciarmi dopo un paio di metri, vicino al corpo di Laila: le metto due dita sul collo e capisco che Anna non le ha dato scampo.

La lascio a faccia in giù, senza girarla, voglio ricordare il suo viso vivo.

«Emiliano... ohhh...», Jasmine invece è ancora viva.

È rimasta seduta con il culo nella polvere, con le sue belle gambe diritte davanti a sé e le dita dei piedi inarcate dal dolore.

«Sono due brutte ferite... vero...?», si sposta le mani dal petto e dalla pancia, invitandomi a guardare i due fori.

«Te la caverai, Jasmine...», le tiro via i lunghi capelli dal petto per vedere meglio la ferita e capisco che insieme all'altro buco che ha in pancia non avrà scampo, se non riesco a portarla subito da un dottore.

«Emiliano...», mi stringe un braccio appoggiando la testa sulla mia spalla. «Laila...».

«È morta».

«Maledetti... la tua amica ci voleva fregare...», alza sofferente lo sguardo verso di me.

«Già, ma sono rimasti fregati anche loro», e guardo i corpi sparsi sul terreno come a convincermi che abbiamo vinto noi.

Anche se, invece, in quella maledetta arena avevano perso tutti.

Click!

Sento il rumore di un cane che viene armato.

«Attento... Emiliano!», Jasmine mi para, lasciandosi scivolare interamente addosso a me.

BAM

BAM

BAM

«AHHH...!», i tre colpi rivolti a me se li prende tutti lei.

Guardo verso Anna, è sempre sdraiata, ma con in mano una pistola fumante e la testa rialzata quel tanto che le è bastato per spararci.

Dovrei finirla, ma non me la sento.

Ad ogni modo, la testa le cade pesante all'indietro, stremata.

Non c'è bisogno di altro piombo, è stato il canto del cigno di Anna Dobbs.

Un canto che è costato molto caro alla mia socia.

Jasmine si è beccata altre due pallottole in pancia e una sotto la spalla: stavolta non ha più scampo sul serio.

«Ba…cia...mi...», riesce a dirmi, senza neanche avere più la forza di riaprire gli occhi, e io la bacio con un bacio che finisce subito.
La sdraio delicatamente e le metto il mio cappello sul viso, anche lei come Laila voglio ricordarmela viva. E bella.

Mi rimetto in piedi e ripensando alle pallottole che si è beccata Anna, non capisco come abbia potuto sparare ancora: mi viene persino il dubbio che potrebbero non essere bastate a spedirla all'inferno.

Mi avvicino con la pistola in pugno e il cane alzato, per oggi ho già commesso abbastanza errori.

«Stai tranquillo... non ho più colpi... nel caricatore...», il mio dubbio diventa certezza. «Le ultime pallottole... mi sono servite... per ammazzare... l'ultima... delle tue puttanelle...», struscia gli stivali nella polvere avanti e indietro come fossero zoccoli di una bestia ferita.

Mi abbasso su di lei, è ridotta male.

«Stavolta è finita, Anna», le sposto le mani dallo stomaco e dalla pancia e allo stesso tempo la guardo negli occhi.

«No... non voglio... ohhh... io... forse... me la posso... ancora... cavare... uhhh...!», prova con fatica a rialzare la testa e stavolta per guardarsi le ferite. «A meno... di venti miglia... c'è un villaggio…», mi prende una mano e se la mette sul grosso seno, l'altra sulla pancia bucata, coprendola con la sua. «E lì... c'è... un dottore...», mi guarda con gli occhi allucinati da quella remota speranza affacciatasi nel suo diabolico cervello; vi aggiunge una smorfia, le pallottole fanno male.

Purtroppo è bella anche ridotta così.

«Per quale motivo dovrei portarti da un dottore», distolgo lo sguardo da lei e fisso l'orizzonte come a cercare un motivo nel passato. «Mi hai appena teso un tranello e ucciso le mie socie», immagino Jasmine e Laila distese dietro di me. «E avresti ucciso anche me, se Jasmine non fosse riuscita a spararti per prima e non mi avesse poi coperto».

Si pigia ancora di più la mia mano sul ventre penetrato dal proiettile, usandola come un tampone di carne contro la sua stessa carne, e geme come se le piacesse...

«Perché... mi hai... sempre... amato...», e respira apposta più profondamente di quanto non ne abbia  bisogno. Io rimango in silenzio. «È per questo... che mi porterai... da un dottore...». Continuo a rimanere in silenzio, mentre la mia mano va su e giù, mossa dal suo petto. «Sai... che è così... uhhh...».

Distolgo lo sguardo dall'orizzonte, come se ci avessi appena trovato il motivo, e agisco.

«Ce la fai a metterti in piedi?».

«Ci provo...», la prendo dai pesanti fianchi e a fatica la tiro su. «Ohhh... fa piano...», si lamenta, mentre con un altro sforzo riesco a spingerla in groppa al ronzino di Laila.

«Reggiti alla sella», lei annuisce senza dire niente, le ferite evitano risposte superflue.

Raccatto le sacche di dollari e il sacchetto di diamanti rimasti in terra in mezzo ai cadaveri, e sfilo un anello dal dito di Jasmine e un braccialetto dal polso di Laila.
Non doveva finire così, socie.
E li indosso entrambi.
«Sbrigati... sto male...», Anna si tiene a fatica sul cavallo.

Mi affretto anche se non se lo merita, anche se ha ucciso Jasmine e Laila, anche se non avrebbe esitato a uccidere anche me, ma lo faccio lo stesso, e sistemato alla svelta l'intero bottino sul ronzino, monto dietro di lei.

«Fammi vedere».

Con un foulard le asciugo il viso e il petto dal sudore e dopo glielo metto sulla pancia a coprirle la ferita, mentre per tamponare il sangue che le esce dai due buchi che ha sullo stomaco, le metto degli improvvisati fazzoletti fatti con la stoffa della mia camicia.

«Tieni premuto più forte che puoi», mi raccomando.

«Ci provo... ohhh...», unisce dolorosamente le mani sulla pancia intrecciando le dita.

«Si parte».

E picchio gli speroni contro il ronzino, mentre con una corda a cui l'ho appena legato, tiro Black che si muove di fianco insieme a noi.

Guardo il cielo, ci sono due nuvole bianche e poi solo azzurro, degli avvoltoi non c'è più traccia, in questo momento hanno altro da fare.

«Prendi la tua armonica… e suonami qualcosa...», Anna ha ancora la forza di fare richieste. «Se suoni… resto sveglia… e se resto sveglia… vuol dire… che resto viva…».

Si appoggia meglio al mio petto, mentre io accontento la sua voglia tirando fuori dal taschino la mia armonica.

Inizio con un pezzo che le suonavo tanti anni prima, quando entrambi non eravamo ancora diventati delle facce su dei manifesti.

Piega leggermente la testa verso il mio viso.

«Sì... bravo... suona… la nostra canzone...», e chiude gli occhi accennando un sorriso sofferente.

La vecchia Anna ha ancora buona memoria.

Suono lungo tutto il percorso, e lei, seppur fra un lamento e l'altro, rimane sveglia. E viva.

Quindici miglia passano in fretta, e tirando le redini al cavallo, mi fermo su una collinetta, accorgendomi che il villaggio è solamente qualche centinaio di metri più sotto, alla fine del sentiero.

«È arrivato il momento di dividerci, Anna», smonto da cavallo.

«Lo immaginavo...», mi guarda sempre più sofferente e sudata.

Stacco tutte le sacche dal ronzino e le lego su Black, che nitrisce, forse infastidito da quel nuovo ingombro.

«Questi sono per il dottore», prendo un mucchietto di dollari e glielo infilo sotto la sella. «Se riuscirà a salvarti, se li sarà meritati tutti».

«Un giorno… ci rivedremo...», un paio di dolorosi colpi di tosse le fanno uscire un rivolo di sangue anche dall’altro angolo della bocca.

«Addio, Anna», do una leggera pacca al ronzino in modo che riprenda il cammino, senza però mettersi a galoppare, e il cavallo comincia a scendere piano l'ultimo tratto che l'avrebbe portato diritto all'ingresso del villaggio.

Addio, Anna.

Rimonto su Black e mi dirigo dalla parte opposta, senza più voltarmi indietro.

5 MESI DOPO

Esco dal saloon, è un mezzogiorno di una giornata qualunque.

TAC-TAC

Al di là della strada, lo sceriffo sta piantando un paio di chiodi sulla porta di legno del suo ufficio, per attaccare la taglia di qualche ricercato.

Monto su Black e attraverso la strada passando vicino all'ufficio per vedere a chi appartiene la taglia: è sempre bene tenersi informati sulla concorrenza.

Mentre Black procede lentamente, butto una rapida occhiata al manifesto e un brivido mi percorre da capo a piedi...

La vecchia Anna se l'era cavata anche stavolta!

Un giorno ci rivedremo…

L'aveva detto assaporando il suo stesso sangue.

Aveva dunque ragione.

Le strade del vecchio west ci avrebbero fatto incontrare ancora, era solo una questione di tempo, ci stavamo già inseguendo.

Con la mano piego leggermente la tesa del cappello a salutare lo sceriffo, posso farlo perché qui non sono conosciuto. Ancora.

Ricambia con una brutta occhiata, ma io sorrido, so che almeno per oggi mi inseguiranno solamente le nuvole di polvere alzate dagli zoccoli di Black. 

Tu, Anna, cavalchi ancora.

Per te, Anna, l'ultima ballata è sempre la prossima.

E mettendo in bocca l'armonica, faccio riecheggiare nell'aria le note della nostra vecchia canzone.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ANNA CAVALCA ANCORA

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2014-2017)

Il sole è a picco, ce l’ho dappertutto.

Sul viso, sul petto lasciato scoperto dalla camicia lacerata, sulle braccia e sulle mani, sugli speroni degli stivali; mi sembra che entri anche nelle tasche dei pantaloni.

Il sole mi penzola sopra e proprio come un pendolo oscilla a destra e a sinistra, a destra e a sinistra, e mi sembra che mentre oscilli stia calando a poco a poco su di me, centimetro dopo centimetro, minuto dopo minuto, bruciatura dopo bruciatura…

«Ah! Ah! Ah!», rido isterico, folle, allucinato: già… forse tutto questo può essere soltanto un’allucinazione della mia mente un po’ troppo surriscaldata.

Ma un’allucinazione non secca le mie labbra fino a farmi assaporare il sangue che mi esce dalle screpolature, e non fa diventare le parti scoperte della mia pelle sempre più simili ai colori pastello della sabbia che si fondono con il rosso vivo della roccia.

E soprattutto un’allucinazione non uccide come un pendolo dalla lama infuocata che invece di tagliarmi in due preferisce carbonizzarmi da capo a piedi.

Mi sforzo, mi dimeno, provo a muovermi, ma le corde che mi bloccano sono più forti di me e i movimenti che posso fare sono minimi: lacci e lacciuoli mi tengono inchiodato alla mia croce, fatta di terra polverosa; il sudore mi cola ininterrottamente dalla fronte e i capelli fradici sono la mia corona di spine.

Un rumore strisciante desta la mia attenzione.

Cristo...

Apro e chiudo gli occhi diverse volte, con la speranza che sia tutta colpa del sole, ma ogni volta che li riapro lui è sempre lì.

Lui è il Mostro di Gila, un bel lucertolone colorato con l’unico difetto di essere più velenoso di una troia in menopausa.

È a un paio di metri da me sulla mia destra, cerco di stare fermo e di respirare senza dare troppo nell’occhio, ma seppur lentamente il Mostro sta muovendo le sue dannate zampacce nella mia direzione…

«Vieni, bastardo!», cambio subito idea, non mi va di crepare stando zitto. «Fanculo! Mordimi e facciamola finita!», se deve essere lui a mandarmi all’inferno, voglio perlomeno mandarlo a fare in culo.

La bestiaccia sembra aver capito e mi prende in parola, adesso i metri fra noi sono già dimezzati.

Conosco bene, sulla mia pelle, il dolore delle pallottole, me ne sono prese almeno mezza dozzina, dappertutto, ma per sentito dire so che il morso di questo stronzo, oltre a essere parecchio velenoso, è più doloroso di una palla nello stomaco.

«Ah! Ah! Ah! Vieni, lucertolone!».

Cerco di muovermi apposta, quel poco che riesco, per farlo incazzare; questi stronzi mordono solo per difendersi: ho deciso di crepare tutto in una volta anziché a rate.

Eccolo, gli ho rotto le palle e mi è arrivato così vicino che mi sembra di sentire il suo alito puzzolente.

«Mordimi! Che cazzo aspetti ancora?», se potessi, gli allungherei la mano per fare prima.

Bang!

Bang!

Cristo, che culo!

Due improvvisi colpi di colt rompono la quiete apparente del deserto e spappolano la testa del lucertolone, fermandolo a pochi centimetri da me e facendomi finire sul viso qualche suo schifoso pezzetto.

Mi scuoto di dosso la sua carne fetida, mentre il sole sembra di colpo bruciare meno.

Cosa diavolo...? Una figura si è interposta fra me e lui mettendomi in ombra.

«Emiliano...

Ti ho legato qui per farti morire in un altro modo.

La tua morte sarà quella che ho scelto io…».

L’artificiosa eclissi di sole mi consente di tenere aperti gli occhi e di mettere a fuoco la figura che sta a picco sopra di me.

Cazzo!

Kelly...

La bionda esplosiva...

Adesso so per certo che il morso del lucertolone sarebbe stata la soluzione migliore.

E meno dolorosa.

«Non mi ringrazi per averti salvato la pelle...?», sempre in piedi sopra di me, ha divaricato le gambe e si è messa all’altezza del mio viso, una gamba alla mia destra e l’altra alla mia sinistra, con gli speroni a sfiorarmi le ascelle.

Kelly Maddox, una fuorilegge psicopatica da 30.000 dollari di taglia, ma soprattutto una gran bella troia.

Mi fissa arcigna, pregustando la preda: sembra abbia rubato gli occhi al lucertolone.

Anche la sua camicetta a quadri, sbottonata fino allo stomaco, non è tanto diversa dalla pellaccia maculata del Mostro.

L’unica cosa che la differenzia sostanzialmente, anzi le uniche due cose, sono quelle che lei lascia intravedere così bene, e che gonfiano altrettanto bene la sua pellaccia di stoffa.

Se si sporge un altro po’, le sue grosse tette mi finiranno in bocca…

«Grazie...», provo ad accennarle un sorriso, ma non mi viene ironico come vorrei, perché le labbra mi fanno tremendamente male e mi impediscono un’espressione migliore.

«Non sei bello come al solito...», cala su di me mettendosi a sedere sul mio petto, e a questo punto - se avessi una lingua come quella del lucertolone - le potrei leccare le tette, ma non è detto che non ci riesca ugualmente. «Vorresti baciarmi, vero...?», è pur sempre una donna, ragiona a modo suo, avvicina il viso al mio; perlomeno il suo alito è migliore rispetto a quello del lucertolone. «E allora… questo bacio…? Ah già... con le labbra ridotte così, dubito che ce la faresti», le appoggia alle mie - dopo aver appoggiato ben altro - assaporando malata il sangue. «Sentiamo se sei messo meglio là sotto», mi infila la mano nei pantaloni con la pistola stretta fra le dita. «È eccitante, non è vero...?», mi dà una leccata sul collo. «Potrebbe anche partire un colpo, proprio lì...», inizia a strusciarmi il petto sul viso, avanti e indietro, facendomi annusare l’odore estatico del suo sudore malato.

Finalmente posso leccarla.

Il peggio di tutto questo è che mi piace.

Se avessi una prospettiva di vita e lei qualche bernoccolo di meno in testa, accetterei la sua corte.

«Puttana...».

Ciaff!

Voleva essere un complimento, ma pare non l'abbia capito.

La bionda ha il cervello bruciato.

Scatta in piedi, stizzita, sempre divisa a metà sopra di me.

«Brucia sotto il sole, allora!», alza il viso al cielo, sdegnosa, rassettandosi la camicetta.

«Ma io…», è troppo tardi per cercare di spiegarle.

Kelly...

Adesso ricordo.

Un lungo inseguimento a cavallo, poi lei che si rifugia in una catapecchia abbandonata, io che entro con la mia colt in pugno per prendermi i 30.000 dollari e magari qualcosa in più, e poi un dolore alla testa, improvviso, lancinante, che mi stende ai piedi di una scalinata di legno marcio.

Dopo, d’improvviso, il sole a togliermi dall’oscurità, un passaggio dal nero al giallo, senza gradazioni intermedie.

Bang!

«Ach! Che cazzo...?!», Kelly si guarda la mano rimasta senza colt, uno sparo giunto a segno gliel’ha fatta schizzare sulla terra polverosa, lasciandole una riga di sangue fra le dita. «Maledizione!», scatta subito giù per riprendersela.

Bang!

Secondo sparo e secondo centro, la colt salta da terra e ricasca a un metro buono da lei, che resta accucciata con la mano protesa invano: qualcuno sta sparando da dietro una roccia e pare abbia una discreta mira.

Bang!

Terzo colpo e adesso la colt è spezzata in due: sì, chiunque stia sparando ci sa proprio fare con la sua ferraglia.

«Chi cazzo sei?! Esci e fatti vedere!», Kelly impreca furiosa, è esposta e senza colt.

Con una torsione della testa che mi fa urlare di dolore per colpa della pelle intorno al collo che quasi si stacca bruciata, mi giro quel tanto che basta per vedere una figura uscire dal suo nascondiglio di rocce rossastre: in una mano le briglie del cavallo che le cammina a fianco e nell’altra un winchester.

Cazzo...

Anna!

Stavolta sorrido come si deve e gli angoli della bocca mi si aprono dolorosamente mettendosi a sanguinare, ma ne vale la pena.

Anna Dobbs!

Dannata vecchia troia!

È passato quasi un anno dall’ultima volta che ci siamo visti: avevi tre palle addosso e nonostante tutto sei riuscita a portarti la pelle a casa.

Dopo ti ho rivisto molte altre volte, ma solamente sui manifesti: 25.000, 30.000, e all’ultimo cambio, 40.000 dollari di taglia.

Kelly è sotto di 5.000 bigliettoni a tetta.

«Emiliano...», ferma il cavallo accanto a me, a farmi ombra; forse un’accortezza nei miei confronti o più probabilmente perché fermandosi lì è nella posizione giusta per tenere tutto sotto controllo. «L’ultima volta che ti ho visto sdraiato così, io ero sopra di te».

«Anna...», la saluto con quel che mi rimane del mio sorriso. «Meno male che passavi di qua…».

Indossa sempre la sua vistosa camicia gialla, allentata con criterio: i pesanti seni sono liberi di ciondolare a penzoloni, rimanendo sotto la superficie.

«Non dirmi che ti sei sbattuto questa grassa figlia di troia…», Kelly si intromette nei nostri affari, tenuta però a bada dal winchester di Anna.

«Chiudi il becco, puttana!», stavolta la bionda non ha il coraggio di protestare. «Kelly... di solito le troie come te quando sdraiano un uomo è per scoparselo: gli piace strano o ti ha fatto arrabbiare?».

Le due signore si conoscono già, vecchi conti in sospeso, che forse oggi verranno chiusi per sempre.

«Mi ha fatto arrabbiare e tanto.

Voleva guadagnare 30.000 dollari sulla mia pelle, questo ragazzaccio cattivo…

Tu, piuttosto, che cazzo ci fai qui?».

«Affari.

Anzi, un affare da 80.000 dollari.

I 30.000 che hanno promesso sotto la tua bella faccia, più i 50.000 del Gesù Cristo che hai crocifisso nella polvere».

«Che diavolo vuol dire…?!».

«Che vi sto seguendo da tre giorni...», Anna sorride velenosa, con il fucile sempre puntato verso la Maddox, «aspettando che vi scanniate, per poi passare a ritirare le vostre carogne e incassare gli 80.000 verdoni per il disturbo».

«Bastarda...», Kelly avrebbe voglia di scaricarle addosso, tutti in una volta, i sei colpi della sua Walker Colt, ma il suo gingillo, oltre che fuori dalla sua portata, è letteralmente a pezzi.

«Però, conoscendo le tue tendenze sadiche e la pelle dura del biondo, ho capito che c’avreste messo troppo tempo per ammazzarvi.

Così, per sveltire la pratica, sono costretta a intervenire di persona».

«Da quando in qua, da preda sei diventata cacciatrice?», Kelly la sfida anche disarmata.

«Da mai», la risposta è ferma come il fucile tenuto in mano. «Sto solamente concedendomi una piacevole divagazione rispetto ai miei soliti interessi». Anna si accuccia accanto a me e con un coltello inizia a tagliarmi i lacci partendo dai polsi. «E tu, ferma lì, se non vuoi bruciarti una volta per tutte...», la mano destra di Anna tiene ben saldo il winchester, con la canna sempre puntata verso Kelly. Ancora un paio di tagli e sono libero. «Ce la fai ad alzarti?».

«Ci provo...», a stento riesco a rimettermi in piedi, mi gira la testa e mi brucia maledettamente tutto il corpo, ma sono sceso dalla mia croce e questo mi basta.

«Tieni», mi passa una borraccia d’acqua e bevo…

Bevo!

La bocca finalmente mi sa di qualcosa e di diverso, rispetto al fottutissimo terriccio polveroso che avevo ingoiato poco alla volta.

«Vai a prendere i cavalli e niente scherzi, Emiliano...».

«Come vuoi… sei tu che hai il fucile…», mi avvio lento verso le bestie, sono legate nei pressi della baracca; rimarrò in vista per tutto il breve percorso, non posso permettermi nessuno scherzo.

Mi volto per un attimo: Anna ha spostato il fucile dalle tette di Kelly al mio fondoschiena e questo è un errore che neanche la Dobbs può permettersi.

«All’inferno, vecchia troia!», veloce come una vipera, Kelly si sfila un coltello dallo stivale e mi rimane appena il tempo di vedere il luccichio della lama mentre sibila in volo.

Szock!

«Ah!».

Bang!

«Arghh!».

Tutto è così veloce che non c’è tempo per avere paura, né di parteggiare per una delle due.

Un colpo di winchester contro una lama lanciata nell'aria: in questo duello non conta la potenza dell’arma, conta la precisione della mano.

Un coltello... e mi ritornano in mente Laila e i suoi coltelli... per un momento spero che la lama sia stata più precisa della pallottola, affinché Anna patisca la sua vendetta; lei che con l’aiuto dei suoi uomini l’aveva spedita all’inferno.

«Uhhh...», Kelly barcolla all’indietro e finisce contro un grosso masso alle sue spalle; la Maddox scivola con la schiena lungo il dente roccioso, alto e appuntito, che spunta dalla sabbia come una specie di canino della terra, e sprofonda col culo nella polvere, mentre le mani si uniscono sullo stomaco.

Anna invece è sempre in piedi.

«Stupida puttana...», il coltello si è conficcato in una spalla, poteva andarle molto peggio.

Zack!

Con un gesto deciso se lo toglie subito e lo butta a terra, rabbiosa.

«Volevi fregarmi, cagna maldita...», e invece è rimasta fregata lei; poteva andarle molto meglio.

«Maledetta cagna...», usano armi diverse, ma hanno gli stessi pensieri; Kelly si sposta le mani dallo stomaco e si guarda il buco. «Mi hai beccato in pieno... uhh...», riporta le mani sulla ferita e strofina la terra con gli stivali.

«Emiliano…! Vai a prendere i cavalli».

«Aspetta un attimo, Anna».

Torno indietro e mi piego dolorosamente sulle ginocchia, accucciandomi accanto a Kelly.

«Fa’ vedere…», le prendo una mano - già troppo fredda, considerata la temperatura diurna nel deserto dell’Arizona - e gliela sposto, per guardare se è conciata così male come sembra.

«Uhh... piano...», si lamenta, la ferita brucia; stranezza delle pallottole: sanno scaldare e raffreddare allo stesso tempo…

«Maledizione! Non ti ho detto di giocare al dottore!», Anna si incazza, forse è gelosa, forse - malata com’è - preferirebbe esserci lei al posto di Kelly, pallottola in corpo compresa. «Vai a prendere i cavalli!».

«Cazzo, Anna! È Kelly Maddox!

Se non provo almeno a tamponarle la ferita, in città c’arriva cadavere!».

«Non me ne frega un cazzo di come c’arriva. Sotto la sua bella faccia c’è scritto “ricercata viva o morta”; quindi per me non fa alcuna differenza, compreso? Le ho solo risparmiato la corda...

E non dimenticare che la stessa frase sta scritta sotto la tua di faccia...», per farmelo capire meglio, mi punta il winchester alla testa.

«Fanculo! Allora sparami e portati appresso due cadaveri!», in questo momento Anna è il mio nuovo Mostro di Gila, se devo crepare, lo voglio fare mandandola a fare in culo.

«Ti faccio saltare le cervella!».

«Fallo!».

«Basta... smettetela... mi fa un male cane... uhh...», Kelly mi stringe il braccio, lasciandomi un tatuaggio di sangue sulla carne scottata.

«Sparami!

O provo a salvarle la pelle, se ci riesco», la guardo dritto negli occhi.

Silenzio.

Assoluto.

Totale.

Solamente un rotolo di sterpaglie si azzarda a passarci vicino, tutto il resto si fa immobile e il deserto intero sembra smettere di fare rumore per far esplodere più nitidamente lo sparo.

«Eri venuto per ammazzarla, imbecille!

L'hai dimenticato?

O volevi fotterla?

Fa’ come credi, ma muoviti», Anna non spara.

Strappo un lembo di stoffa da quel che è rimasto della mia camicia e ne improvviso un fazzoletto.

«Urghh...», glielo premo sulla ferita, mentre con l’altra mano la tocco dietro la schiena: le dita sono asciutte, non c’è buco di uscita, la pallottola ce l’ha tutta sullo stomaco.

«Hai finito?», Anna è già stufa di star lì a guardare.

La ignoro, mi strappo un altro pezzo di camicia e glielo passo intorno al collo, imperlato di sudore; so per esperienza che il dolore e la paura di crepare fanno sudare più del sole, anche se è quello dell'Arizona.

«Tieni premuto, okay...?».

«Okay...», il volto ha già il pallore della tomba, le labbra sono livide e le tette sgonfie; sarà tutto inutile, ma lei pare voglia provarci e io non le dico in faccia che fine farà. Se le viene un colpo secco, non se ne accorgerà neppure. Può anche crepare sicura di salvarsi.

Voglio evitarle di sentire la morte intorno a lei. È brutto, lo so.

«Vuoi che dia un’occhiata anche alla tua spalla?», mi rialzo in piedi.

«Fanculo. Continua pure a giocare con lei», mi fissa quasi sprezzante. «Questa cazzo di ferita guarisce da sé».

Un graffio, ecco cos’è per Anna Dobbs una ferita di quel genere.

Pensa di farmi credere questo.

«Come vuoi».

Arrivo ai cavalli e li porto docile verso Anna.

È presto per tentare una sortita. Mi sono appena rimesso in piedi.

Ma il viaggio verso la città sarà lungo e la mia occasione verrà.

Quando mi avvicino, Anna è già montata in sella.

«Aiutala a salire».

Mi riaccuccio accanto a Kelly.

«Passami un braccio attorno al collo».

«Ci provo... uhh...», la Maddox si toglie una mano dallo stomaco e si aggrappa alla mia spalla, sforzandosi di assecondarmi.

«Brava... così», mi sto prendendo cura di colei che fino a pochi minuti prima era la mia carnefice; da queste parti capita spesso di fare cose senza senso. Forse è il sole dell'Arizona a picchiare troppo duro.

Fra un gemito e un colpo di tosse riesce a mettersi in piedi, un braccio attorno a me e l’altro a coprirsi lo stomaco.

«Bravi. A cavallo, adesso».

«Uhh...», Kelly cammina ingobbita e devo curvarmi anch’io per riuscire a farle percorrere quei pochi passi.

Spingendola da dietro, riesco pure a farla salire in groppa.

«Ohh...», si stringe alle briglie e mi guarda con gli occhi malati, mordendosi un labbro: più della ferita che le fa un male cane, credo le sia piaciuto sentire le mie mani spingerle il culo.

Ha ancora il gusto della vita la bella Kelly Maddox… anche se di vita - da adesso in poi - se ne ritroverà sempre meno.

Monto anch’io e a questo punto siamo pronti.

«Spiegami una cosa, Anna…», la guardo, togliendomi col dorso della mano un po’ di sudore dalla fronte, facendo attenzione a non togliermi anche pezzi di pelle. «Come fa una ricercata con 40.000 dollari di taglia sulla testa, a incassare dallo sceriffo le taglie di due ricercati come lei?».

«Semplice. Basta avere sotto mano lo sceriffo giusto…».

Già… semplice.

«E magari per convincerlo dargli una parte delle taglie, sbaglio?».

«Sbagli.

Per convincere lo sceriffo giusto basta solo promettergli una parte del malloppo», e sorride, ricordandomi che lei non ha mantenuto una sola promessa in vita sua. «Prendi…!», mi lancia una borraccia. «Ti potrà servire».

«Che significa?», con un’unica occhiata guardo lei e la borraccia.

«Significa che estinguo il mio debito con te.

Ricordi un anno fa?».

Certo che ricordo, Anna.

«Mi lasciasti su un cavallo con tre pallottole in pancia, vicino a un villaggio, dandomi una possibilità: adesso contraccambio».

«E rinunci a 50.000 dollari?

Invecchiando sei diventata così altruista?», non mi fido di lei.

«La tua taglia, se voglio, la raggranello con un mese di scopate fatte bene», lecca la canna del fucile e se la struscia fra le tette...

Hai ragione, Anna; una troia come te la mia taglia la mette insieme in poche nottate.

Mentre io, per metterla insieme, ho impiegato una vita di rapine, sparatorie e cadaveri lasciati per terra.

«Saluta la tua amica, Emiliano…», indica Kelly, che se ne sta incurvata in groppa, gemendo di tanto in tanto.

Arrivo anche a pensare che voglia tenermi lontano dalla Maddox. Una forma di gelosia particolarmente perversa.

«Avanti, Kelly… ti conviene muoverti, se vuoi arrivare da un dottore.

Si va a est.

Tu, Emiliano, vai a ovest».

«Perché hai cambiato idea, Anna?».

«Su che cosa?».

«Sulla mia taglia».

«Non ho cambiato idea.

Non ho mai pensato di incassare anche la tua taglia».

«Allora perché...».

«Lascia perdere tutti questi perché», non mi lascia finire la domanda.

«Mi interessa solamente la taglia di questo puttana, vecchi conti in sospeso.

Fatti bastare questo di perché».

«Kelly non ha molto da vivere», abbasso il tono della voce.

«Lo so», sentenzia fredda.

Mi rassegno e penso sia meglio non aggiungere altro.

Anna è pur sempre una fottutissima pazza, potrebbe ancora ripensarci e decidere di incassare anche i miei 50.000 dollari.

Kelly Maddox, anche se al dunque farà di tutto per trattenersi in questa valle di lacrime, ha un buco di winchester nello stomaco e non potrà andare lontano; la mia presenza non servirebbe a molto.

«Emiliano…».

«Dimmi, Anna...».

«Adesso siamo pari. La prossima volta incasserò quello che c’è da incassare, fino all’ultimo dollaro.

Stanne certo».

«Allora alla prossima, Anna», e mi dirigo verso ovest portandomi addosso le mie scottature, mentre lei va dall’altra parte portando con sé una taglia da riscuotere.

Stanne certo, dici, ma qui Anna non c’è nessuna certezza, per questo sotto le taglie scrivono “ricercato vivo o morto”.

Non c'è nessuna certezza dalle nostre parti, specialmente sotto il sole dell'Arizona.

EPILOGO

«Sto crepando... uhh...», e scivola con il corpo in avanti appoggiandosi al collo della bestia, con il volto a sprofondare nella criniera e i capelli biondi a intrecciarsi con il pelo scuro.

Le tette non ballano più, sono ferme, immobili, e ferma è ogni altra parte del suo corpo, eccetto la mano, che nascosta dalla sagoma del cavallo, si infila furtiva in una tasca della sella.

«Maledetta cagna!», la vuole vedere in faccia mentre crepa.

Bang!

Bang!

«Arghh...».

Tump!

La terra sbuffa, ricevendo su di sé un pesante fardello.

Spari!

Due spari…

Due note diverse…

Due pistole diverse, se l’orecchio arroventato non m’inganna…

Forse Anna si è liberata di Kelly, forse la Maddox ha chiesto di farla finita; due pistole, però, sono troppe per un’esecuzione.

In ogni caso il suo destino era segnato.

Anche se il deserto è l’unico posto dove un morto può ammazzare un vivo.

O viceversa.

Ricercate vive o morte, la situazione non è poi cambiata di molto: qualcuno passerà ugualmente alla cassa.

E quel qualcuno sarò io.

Inverto la direzione, voglio sapere com’è finita.

Anna è in piedi, Kelly a terra, immobile.

Mi vede arrivare.

«Anna…!», faccio finta di preoccuparmi per lei.

«Stai tranquillo, Emiliano…

Invecchiando ho imparato a evitare il piombo…

Ha estratto lei per prima, nascondeva un’arma…», e le lancia uno sguardo sprezzante.

«Tu sei illesa?».

«Il mio cavallo no…».

Bang!

Anna gli spara il colpo di grazia per non farlo soffrire troppo. Un pensiero gentile da parte sua.

Avevo capito bene, dunque. Si sono scambiate piombo. E Kelly c’è rimasta secca…

«Ce la fai a caricarla sulla sella?».

«Ci provo».

Non senza fatica - la Maddox è un peso morto - ma ci riesco.

Le grosse tette sono finite fuori dalla camicetta, a penzoloni nel vuoto.

Peccato per la bella Kelly…

Forse ormai si sentiva spacciata e ha deciso di giocarsi il tutto per tutto.

Ma si è ritrovata con un buco nel fegato e stavolta ha dovuto cedere.

Eseguita l’operazione di carico, le sollevo la testa prendendola per i capelli biondi, sperando in chissà cosa. Niente, gli occhi le sono finiti dietro la schiena, Kelly Maddox è andata sul serio.

Per lei non c’è più niente da fare. Mollo i capelli e la lascio a penzoloni sulla sella.

Non ha sofferto, non si è accorta di morire, in quel momento inseguiva un’ultima illusione.

Se avesse vinto il duello, mi sarebbe venuta a cercare.

E allora sarebbe stata dura spiegarle che vincere le serviva a poco.

«È tardi per giocare al dottore, bello mio. Ha voluto troppo.

Nessuno può fregarmi. Tantomeno una troia come quella.

Però c’ho rimesso il cavallo.

E adesso mi serve il tuo, Emiliano…», Anna mi punta lo sguardo addosso, come fosse una colt 45.

«D’accordo… farò una passeggiata…».

«Non dire idiozie, monta dietro di me».

L’addio è rimandato.

Colpendo di speroni i fianchi del cavallo, riparte verso la cassa, portandosi dietro me e il cadavere da 30.000 dollari di Kelly Maddox.

Dannata Dobbs… se io stesso fossi stato il cadavere, addosso a te mi sarei ripreso dall’inferno…

Quasi mi preoccupo quando mi vengono in mente certe cose.

Il sole picchia duro, la città più vicina è sempre il luogo più dannatamente lontano.

Il ronzino della Maddox è inquieto, sbuffa.

A parte la stanchezza e la sete, sente qualcosa che noi non possiamo sentire.

I cavalli sono bestie sensibili.

«Uhh...», da dietro sembra giungere un mormorio.

Mi volto.

«Cristo! È viva…».

«Chi…? La Maddox? E cosa vuoi che me ne importi?».

La convinco a fermarsi, non senza difficoltà.

«Controlla almeno che abbia finito pistole e coltelli…

E non perderci troppo tempo…».

La tiro giù, le rimetto dentro le tette e le do qualcosa da bere.

I mormorii si riproducono.

Poi qualche parola biascicata, dopo il ritorno dall’inferno.

«Emiliano…», sta faticosamente riordinando le idee nel suo cervello bruciato, «ho avuto… paura… di morire… ho reagito… ma adesso… mi starai… vicino…», essere tornata in vita le serve a poco, l’ha capito da sola, evitandomi l’imbarazzo.

«Rimango accanto a te, ma niente più cazzate, okay?».

«Chiama Anna… sto morendo…», il tono è pressante, non ha voglia di scherzare.

Pensavo di rimetterla in sella e raggiungere un po’ d’ombra, ma pare non ce ne sia il tempo.

È tornata in vita per morire.

«Anna!».

«Che vuoi?».

«Vieni, Kelly vuole parlarti, è molto grave».

«Allora sta meglio, visto che prima era morta.

Che vuole?».

«Non lo so. Vieni e lo saprai».

«D’accordo, arrivo».

Stranamente Anna mi dà retta senza farmi penare troppo.

La Dobbs la osserva perplessa, meno sprezzante del solito.

«Non male, Kelly.

Bevici sopra… il whisky ammazza il verme».

Anna le passa un goccio di quello buono, con le sue stesse mani.

La Maddox ha ottenuto il suo rispetto.

Ora è Anna che la incoraggia.

E Kelly non chiedeva di meglio.

L’aveva chiamata per quello, per trovare uno scopo in una battaglia senza speranze.

Segreti fra donne.

Intanto l’ombra gliela creo io con un paio di coperte.

E accendo anche un fuoco.

Un fuoco in una fornace: è un paradosso.

Kelly ha paura, non morirà con un colpo secco, lo farà venire a noi.

Eppure, a questa alta colonna di fumo, che si perde nel cielo sconfinato dell’Arizona, terra di grandi uomini della medicina, è appeso l’ultimo straccio di pelle di questa bella puttana.

E la taglia può attendere.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

IL RIGURGITO DELLA FOSSA

di Salvatore Conte (2017-2018)

E così ero riuscito a farmela socia, anche se Kelly Maddox - la bionda esplosiva - non è certo una tipa dalla gestione facile.

«Ma voglio fare tanto grano, oppure la società si scioglie, claro?», mi aveva avvertito subito.

Però non potevo farmela scappare.

Le avevo messo gli occhi addosso sin da quando m'era venuta l’idea di dare la caccia ai suoi 30.000 dollari di taglia.

Non so se avrei avuto il coraggio di farla secca, o di portarla alla corda.

Le cose, comunque, andarono in un modo che - pur doloroso, per me e per lei - mi evitò ogni imbarazzo.

La Maddox rimase colpita a morte in uno scontro a fuoco con la temibile Anna Dobbs. Pur tuttavia, con enorme pazienza, io e la stessa Anna, con l’aiuto di uno stregone indiano, riuscimmo a trattenerla in questa valle di lacrime.

Le due pallottole l’ha ormai digerite, Kelly è tornata in sella.

Fisico impressionante.

Anche se, per la verità, non sembra più quella di una volta.

Spesso mi chiama per ricordare insieme a me quando stava per morire.

Vuole che io cerchi di rammentare le esatte parole che ci siamo scambiati in quei momenti fatali.

Prima o poi dovrò scrivere una storia, stamparla e fargliela leggere, così forse otterrà finalmente soddisfazione.

Kelly fu anche data per morta, dopo il secondo colpo che la raggiunse al fegato.

La caricai io stesso sul suo ronzino, a penzoloni sulla sella, come un cadavere.

Invece era solo tramortita.

Si riebbe.

Ma le sue condizioni si aggravarono tragicamente.

A quel punto anche Anna Dobbs intervenne.

Cominciò a considerarla una combattente, perché la Maddox non voleva arrendersi: bocca spalancata, occhi al cielo, una mano nella mia, l’altra in quella di Anna, uccisa dalle due pallottole della Dobbs - una allo stomaco, l’altra al fegato - tirava avanti con un sottile filo d'aria.

Scattò insomma una strana forma di solidarietà fra donne, pistolere per giunta.

Niente di peggio al mondo.

Cercavamo di distrarla, aveva capito che stava morendo, dovevamo allentare la sua paura.

«Che dici, avrà paura dello stregone?».

«Se io fossi in lei, non mi farei neppure toccare».

A quel punto, nonostante tutto, la bocca rigida della Maddox si addolcì in un pallido sorriso.

Piccoli passi indietro sulla Porta di Dite.

E a forza di piccoli passi, la bionda esplosiva aveva riportato le chiappe a casa.

Anche se non riusciamo ad ammetterlo, questa storia ci ha legati.

Lei ha la testa bruciata, io pure.

Tuttavia il lavoro va avanti.

E la prossima volta dovrà cavarsela da sola.

È una sfida a tre, non sono permessi intrusi.

La mia bella bionda avrà di fronte due ossi duri (con tanta carne): Tuco - detto il Porco - e Lea - detta il Sergente.

Peccato non esserci.

C’è dell’oro nascosto in una cassa da morto.

Ma non è abbastanza per tutti e tre.

Chi perde rimane al cimitero, chi vince avrà tempo per tornarci.

Qualcuno prenderà l'oro, e qualcun altro prenderà il posto dell'oro, riempiendo la bara con il proprio cadavere.

Succede sempre così.

Tutti si conoscono.

Tutti sono stati amici.

Tutti sono stati nemici.

Ognuno è parte a sé.

Il Porco è furbo e veloce, ma anche l'unico uomo in piedi, oggi, al cimitero.

Potrebbe non giovargli.

Il Sergente è abbronzato e sempre in forma.

Per un po' ha portato la divisa, ma si è stancata presto.

Da pistolera guadagna dieci volte tanto.

La Bionda ha la faccia d'angelo, ma il diavolo in corpo.

Al tavolo della morte si cambia l'oro col sangue.

I tre giocatori tengono le carte coperte.

BANG

Ma è venuto il momento di calare il punto.

Il diavolo è dalla parte della Bionda.

Kelly ha scelto di togliere di mezzo il pericolo maggiore.

Lea si rovescia a terra.

Ma non ha perso la pistola...

Il Sergente non accetta la sconfitta!

Vuole tentare il tutto per tutto.

Scriteriata, è cattiva anche con sé stessa.

Lea Franzen rilancia!

La Bionda le lascia un po' di corda, la fa appoggiare sul gomito.

BANG

Ma appena ci prova, la fulmina!

Lea rotola letteralmente nella fossa; le misure sono giuste.

In un cimitero c’è n'è sempre qualcuna pronta per i nuovi arrivi.

A volte i clienti hanno fretta, o puzzano troppo.

Oppure fanno tutto da soli.

Tuco è rimasto a fare lo spettatore, perché la sua pistola si è inceppata.

Ma aveva mirato anche lui alla più pericolosa; mai farsi troppa fama.

Perciò Kelly lo risparmia.

E gli lascia anche un terzo della torta.

Ma dovrà guadagnarsela.

Lo fa salire su una pericolante croce di legno e lo impicca a un albero.

L'equilibrio è fatalmente precario.

La mano della morte è su di lui.

Lei gli lascia la sua parte ai piedi della croce.

La Bionda è fatta così.

BANG

Lo fa stare sulla croce per un bel po' e poi lo tira giù.

Non servono miracoli, ma un preciso colpo di winchester, indirizzato alla corda dell'impiccato.

Il Porco cade giusto sul mucchio d'oro, come il Sergente nella fossa.

Dall'inferno al paradiso in un colpo solo.

È letteralmente frastornato dal bottino.

«Ah!», la mano della morte lo sfiora ancora.

Tuco urla il proprio ribrezzo, ma quando si volta cambia faccia.

Impegnato a non impiccarsi, non si era accorto della giacca blu.

Non servono miracoli - per uscire dalla tomba - ma un bel fisico, quello sì.

«T…u…c…o…», un sussurro estenuato, mentre cerca di rialzare la testa.

L’aiuta lui, prendendola per lo scalpo biondiccio.

«Lea!

La Bionda è stata proprio cattiva a bucarti la pancia…».

Il Porco molla la presa e la testa si affloscia a terra.

«Sergente, ascolta… la Bionda mi ha lasciato la mia parte... lo vedi?!

Anche tu avrai un po' di monete… eh… sei contenta?».

«S…t…o…m…a…l…e…».

Nessuno l'aveva mai toccata, ci voleva una donna per farla fuori.

Su... su... bevi… non darla vinta a quella cattiva della Bionda...

Avanti, Sergente… butta giù... brava...

Guarda che facciamo, adesso...».

La prende e la mette con la testa sopra il mucchio dell'oro, più o meno come ci stava lui prima.

«Così ti senti meglio, vero...?», e ride con il suo ghigno sghembo sulla faccia da porco. «Non rimarrai a bocca asciutta, te lo prometto: c’è un po’ d’oro anche per te, Sergentona bella…».

«Ho lo stomaco... bucato... Tuco...», gli annuncia funerea.

Ha il volto pallido di morte e un doppio rivolo di sangue alla bocca.

«Dovevi stare più attenta... una come te non deve farsi fregare!».

«Quella bastarda... ha sparato... per uccidermi... io... me la volevo... portare... con me...».

«Ha il diavolo dalla sua, quella; accidenti a lei! A momenti finivo impiccato...

E senza aver fatto niente...!», ancora il suo ghigno obliquo.

«Tuco... non sono uscita... dalla fossa... per crepare... un'altra volta...», la rigurgitata non ci sta.

«Ehi... te lo ricordi quando mi hai fatto pestare, in quel campo nordista?

Non è stato divertente.

Ma non ti ho mai serbato rancore.

Oggi ti ho mirato contro, perché credevo fossi tu la più veloce...».

«Ma non... mi avresti ucciso... vero...».

«No, certo... solo un colpo per tenerti buona...

Una donna come te deve valere parecchio: sei costosa da mantenere?».

«Adesso... non valgo... molto...», serrando le mascelle. «Tuco...!», lo chiama ansante. E gli a llunga la mano. Vuole essere accompagnata all'inferno. «Quella puttana... mi ha giocato... un brutto scherzo...».

«Perché non ti sei fermata dopo il primo colpo?».

«M'aveva... già bucato... lo stomaco... ero andata...

Se vuoi farmi... un favore... ammazzala...!», e gli stringe la mano, quasi a spezzargliela.

«Ehi...!».

«Tuco...!», spalanca la bocca e finisce quasi per ingoiare una moneta d'oro.

Per pagarsi Caronte la Franzen non ha problemi.

C'è rimasta strozzata con quell'oro.

«Non... voglio... cre...pa...ghh....».

E rimane con la bocca spalancata sul gruzzolo d'oro.

C'ha provato fino all'ultimo.

Ma ci voleva un miracolo.

È tornata.

La mia bella bionda è tornata.

Il bottino è ben legato sulla sella.

E si porta appresso anche una giacca blu.

«Ha chiesto di te».

Le sollevo la testa, prendendola per i capelli.

Io il Sergente l'ho conosciuto.

L'ha caricata di traverso sul cavallo a rimorchio, a penzoloni sulla sella.

«S…t…o…m…a…l…e…».

È uno spettro.

«Pensavo peggio, Lea».

Non è ancora crepata.

Che me l'ha portata a fare.

Ora me la devo gestire io.

«Te le ricordi... le mie tette...», ansante.

Non perde tempo.

«Dieci anni fa erano già mosce, Lea».

Però gli occhi mi ci vanno ancora sopra.

Le mollo la testa.

«E...m...i...l...i...a...n...o...».

E protesta subito.

«Lea... adesso ti controllo...

Con tutto quel posto, proprio qui dovevi portarla?», mi rivolgo a Kelly, la domanda mi sembra pertinente.

«A parte che vale 10.000 dollari, ha chiesto di te, te l'ho detto.

Ci sono passata anch'io.

Per guadagnare un po' di tempo è disposta a tutto».

«C'è una fossa aperta al cimitero?», le domando ancora.

Se non c'è, tanto vale scavarla qui.

ZACK

Ma quella, senza scendere da cavallo, taglia la corda.

«Stavolta... cerca di ricordarti le ultime parole...».

LA FINE DI LEA

L’ho messa con le spalle contro la sella, un po’ rialzata da terra, per evitare che i rigurgiti di sangue le tornino in gola.

Ben coperta, con il fuoco vicino.

Più di questo non si può fare.

E naturalmente la mano nella mia.

La situazione può precipitare rapidamente, devo tenermi pronto.

I segnali sono partiti, ma non sempre si trova uno stregone a portata di fumo.

Lea, comunque, è contenta.

Si gode questo tempo che è riuscita a guadagnare.

Ha avuto paura di crepare nella fossa.

Vuole vivere, ma i buchi che ha in corpo non lasciano scampo a nessuno.

Devo essere paziente con lei, non si aspettava di rimanere uccisa.

Sta bene attenta a non perdere il controllo, respira lentamente, e mi guarda spesso, per verificare le mie reazioni.

“Per guadagnare un po' di tempo è disposta a tutto”, Kelly aveva ragione.

«Quanti anni… posso reggere… come donna…», ogni tanto tira fuori il fiato e mi parla, per tenermi coinvolto.

«Una come te può arrivare a 75 anni, anche 80, in buone condizioni».

«Però… ho bisogno… di un uomo… fisso…».

Mi guarda allusivamente, con la faccia da spettro.

«Mi sei sempre piaciuta, lo sai.

La fica non mi manca, ma tu sei speciale.

Mi spieghi perché hai due pallottole in corpo?».

«Non mi sono… fermata…. c’ho riprovato… volevo… portarmela… appresso…».

«Questo errore può esserti fatale, Lea…».

«Lo so… ma è stato… un attimo… di follia… lo stomaco… era già bucato… ho sentito… la fine… volevo… portarmela… appresso…».

«Calmati…», si sta agitando. «Ormai è andata così».

Ridotta com’è, non supererà la notte, ma non posso dirglielo.

Mi sembra restia a saperlo.

«Ma poi… dentro quella buca… ho capito… che fisico… ed esperienza… potevano salvarmi…».

«Tu ce li hai, tutti e due; devi solo stare attenta a non farti sorprendere».

«Lo so…», ansima.

«Attizzo il fuoco, Lea».

La lascio per qualche momento.

«Sto bene con te… non ho paura…».

Aspetta ancora un po’, e poi ne riparliamo, Sergente…

«Non vorrei fare il menagramo, ma il peggio deve ancora venire, Lea…».

Rimane con il labbro sporgente, delusa, come aspettasse di migliorare.

«Non penserai… che io… rimanga uccisa…».

«No, questo no…», mi affretto a smentire, «ma ci sarà da soffrire».

«Io… voglio salvarmi… Emiliano… ho chiesto di te… per tenermi… la pelle…».

«Hai fatto bene. Per noi sarà un nuovo inizio, Lea», e le infilo la mano nell’uniforme, per prendermi un anticipo.

Ci sta.

«Sono mosce…?».

«Sono perfette».

Ha una fitta, storce la bocca.

«Bruciano… da morire…».

«Lo stomaco, in genere, non perdona. Molti si lasciano andare.

Sei coraggiosa, Lea».

«Voglio salvarmi… con pazienza… e ricominciare… non sono… tanto vecchia… no…».

«Sei sempre in tiro, non so come fai».

Ma ho paura che rimarrai deluso, Sergente.

Kelly assiste alla fine di Lea in disparte.

Ogni tanto mi cerca con lo sguardo, sa che per me è imbarazzante accompagnare all’inferno una puttana di questo genere, tosta e ostinata.

A un tratto vedo una lacrima rigarle il volto funereo.

Non le chiedo niente.

Ma penso sia un segnale di ammissione.

Sente la fine, sa che può farci poco, e si dispera.

Le stringo più forte la mano.

Ha scelto una strada difficile, che porta lontano dalle piste conosciute, in un deserto di morte.

Sono il suo ultimo appiglio, fra i gorghi dell’inferno.

«Perché… non ci riprovi… cowboy…».

È un piacere, Lea. Davvero sei ancora in tiro.

Le ripasso la mano dove piace a entrambi.

E stavolta anche sotto, per scaldarla bene.

«Torniamo insieme… stavolta… funzionerà… ma niente troie… intorno…».

«Solo io e te, Sergente».

«Ti faccio… ammalare… fino… a 80 anni…».

«Tu non hai limiti, Lea. Il tuo invecchiare è una forma d’arte».

Accenna un sorriso. È contenta. Qualcosa nel suo piano funziona.

Ma ha paura. È pallida di morte e di paura.

Teme di doversi arrendere.

La strada verso la salvezza è sbarrata.

È troppo intelligente per non saperlo.

Vuole tentare fino all’ultimo, ma presto sarà trascinata via dalla corrente.

È donna di razza comunque.

Restia a invecchiare, restia a crepare.

Le stringo la mano per farmi sentire. Sono il suo ultimo appiglio.

Ma è finita, Lea.

Peccato… una storia con te era ancora possibile.

Non invecchi mai del tutto, maledetta.

Approfitto di un suo momento di dormiveglia per avvicinare Kelly.

Ho una curiosità.

«La seconda non potevi evitargliela?».

«Ha fatto la fessa, c’ha riprovato.

Ci stava tutta.

Rimane uccisa per la prima, comunque.

L’ho presa piena».

«Me ne sono accorto».

«Emiliano… mi dispiace…

Non vuole capire, vero?».

«Donne così non capiscono, lo sai.

Non so quanto ci creda, ma vuole salvarsi.

Si difende con ordine e finora non ha sbagliato un colpo».

«Torna da lei… la corda può spezzarsi facilmente».

Lo so anch’io.

«Dove sei stato…».

«A parlare con Kelly».

«Lasciala perdere… è stata fortunata… poteva… esserci lei… al mio posto…».

«C’è già stata».

«Sì… l’ho saputo… è stata colpita… dalla Dobbs…

Ho voglia… di salvarmi anch’io… Emiliano… forse troppa…».

Sembra un presentimento funesto.

«Che intendi dire?», le asciugo il sudore freddo che le imperla la fronte e il collo, gonfio di carne; è bella da toccare in tutti i punti; non è avvizzita, non è decrepita.

«Non lo so… ho paura… Emiliano…».

«Finora non ti sei mai scomposta, hai il controllo, fisico ed esperienza ti stanno aiutando; che c’è, Lea?».

«Forse… toccherà a me… rimarrai deluso… la vecchia Lea… potrebbe… rimanere uccisa…», guarda lontano, con occhi allucinati.

«Perché dici questo? Finora eri certa di salvarti».

«Non lo sono… mai stata… ho paura…».

Le asciugo con più apprensione il collo.

«Ci sono io».

Ansima, esercitando un ferreo controllo su sé stessa.

«Io… tra un po’ esplodo… Emiliano… non ce la faccio più…».

Comincia a cedere… e a fare le prime, pericolose ammissioni.

Mi volto in direzione di Kelly e scuoto il capo.

«Sei molto stanca, Lea. È normale.

Ma non penserai di rimanere uccisa, spero».

Credevo che avrebbe lottato.

Mi sta facendo paura.

«Non fare l'idiota... lo sapevi... che era finita... sin da quando... mi hai rivisto...».

«Hai detto che avresti lottato».

«L'ho fatto... e il tuo stregone... non è arrivato...».

«Arriverà».

«Quando...

Io così… scoppio...».

È stanca e ha paura, ma vuole salvarsi.

Kelly guarda verso di me.

Ha intuito che ci sono problemi.

Lea è inquieta.

Suda e ansima.

Ma regge, si assesta, vuole salvarsi a tutti i costi, anche se i buchi la condannano.

«Non pensavo… ci tenessi… alla vecchia Lea…».

Le asciugo il sudore, la faccio sentire importante.

«Kelly ti ha preparato un brodino».

Dentro c’è sicuramente qualche droga; per tenerla arzilla.

Glielo mando giù piano-piano.

È leggero, facilmente digeribile, e la scalderà.

«Ci tieni proprio… a me…».

«Donne come te non ce ne sono più; sei l’ultima nel tuo genere; bisogna tenerti da conto».

«Voglio… ottenere… la salvezza… Emiliano…», sputacchia brodo e sangue.

«Per una come te non sarà difficile, Lea».

«Io… ho paura… di fallire… Emiliano…».

E io ho paura tu ci veda bene, Sergente. Ma non posso sbattertelo in faccia.

«Parlami di questa paura, Lea…».

«È una grossa… fossa nera… mi sta risucchiando…

Io… cerco… di tirarmi fuori… guardo avanti…

Ma la strada… è sbarrata…».

«Da chi?».

«Non lo so… non… non riesco… a vedere… ma… puzza di morte…

Allora… provo… a cambiare strada… forse sei tu… vengo da te…

Ma è faticoso… sono circondata… sprofondo… è brutto…».

Le asciugo il sudore.

«Basta, adesso; calmati…

Presto sarà l’alba e arriverà uno stregone, vedrai…

Riposa un po’, io rimango sempre qui».

Mentre socchiude gli occhi, vedo Kelly che scava una fossa.

E ha già preparato una croce con relativa iscrizione.

E la mia ragazza, di solito, non fa niente a caso.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA CUBANA TAMPONATA NEL BOSCO

di Salvatore Conte (2012-2018)

«Non aspetto più...

Lo voglio morto!», l’ordine del boss era partito.

E il suo luogotenente era già al lavoro: «Da qualche giorno frequenta lo stabilimento della Cubana. Sarà lei ad agganciarlo: è spietata e ci deve un mucchio di soldi. Se lo porterà a letto e in quel momento lo fregheremo…».

«E se venisse colpita anche Anamaria? Il Capo ne va pazzo e potrebbe aversene a male…».

«Anamaria? Quella è una bestiona. Se la caverà anche stavolta».

L’ordine era partito, il piano era operativo e l’esca pronta ad attrarre il pesciolino.

L'esca era la supercinquantenne Anamaria Sanchez: bella, cubana e troiona.

Entrata di prepotenza nel giro buono, la Cubana si appoggiava all'omonimo stabilimento balneare sul lido di Ostia - di cui era proprietaria - all'ombrellone del quale esercitava i più loschi traffici.

Massiccia, potente, carrozzata, anche quel giorno non si smentiva, indossando un completino color tabacco da Cubana: top attillato stressato dalle grosse zinne, gonna e giacchetta dello stesso colore.

Con un vestitino molto simile era riuscita a ottenere un prestito a tasso zero per l'acquisto del suo stabilimento.

Il suo lido era sempre pieno, e più pieno che mai dopo le sue apparizioni in popolari rotocalchi trash della televisione, propiziate dai boss della Magliana, competenti sul litorale romano e con le mani in pasta pressoché ovunque.

Ero steso sul lettino, piegato sul gomito, lei arrivò da dietro e mi cadde praticamente addosso, quasi tamponandomi: l'impatto aggressivo della pesante carrozzeria, bombata nei punti giusti, e il mellifluo contatto delle dita esperte, il tocco sfuggente della medusa.

Era la Cubana in persona.

«Oh, scusi, ho perso l’equilibrio…», si giustificò banalmente.

«Chi tampona ha sempre torto, lo sa?».

«Posso rimediare in qualche modo... o dobbiamo chiamare i vigili?», rimase appoggiata al mio lettino.

«Potrebbe compilarmi il Cid… o trovare un altro modo…».

«E quale…?», mi guardò con occhi fissi, sprigionando tutta la sua carica erotica.

«Potrei vendicarmi tamponandola a mia volta, ma stavolta sul serio…», non mi feci scappare la battuta.

Gli occhi intensamente neri che riflettevano un fuoco misterioso, il volto truce ma carico di dramma; una montagna di carne con una sua precisa geografia; una storia lunga alle spalle, che affondava nel tempo ben prima della sua nascita.

Le passai la mano intorno al fianco da vacca di razza.

Subito sentii salire la pressione alle tempie, senza neppure il bisogno di sfiorare le curve più pesanti.

Dal lettino della spiaggia al doppio letto di un pied-à-terre di Ostia, il passo fu breve.

Le avevo già allungato la mancia mentre si ergeva, per metà della figura, sopra di me; le avevo lasciato addosso la sottoveste a fiori: mi piaceva, era la sua uniforme da battaglia.

Mi stavo ripassando le zinnone, quando si divincolò sapientemente calandosi giù da un lato del letto: «Mi è caduto un orecchino…».

Io però di lei non mi fidavo neanche un po'.

Un attimo prima che l’armadio si spalancasse avevo già la mano dentro il borsello.

ZIP

Sparai con l’arma ancora al suo interno.

ZIP

Nel cadere a terra come un frutto maturo, il sicario fece partire un colpo per la tangente.

Niente di preoccupante.

Non ne avrebbe sparati altri.

Volevano fregarmi…

La Cubana si era abbassata come il casellante del Padrino.

«Ora puoi rialzarti…», Anamaria era fuori dal mio campo visivo, ma ero sicuro che fosse carponi ai piedi del letto.

Aspettai un paio di secondi, perplesso.

Scendendo dal letto, non mi fu difficile capire perché non rispondesse…

Sulla schiena aveva il foro d’entrata di un proiettile!

Quello sparato accidentalmente dal suo complice, ormai morto.

La rovesciai supina, con il fiato che mi mancava dall'ansia.

Benché avesse cercato di fregarmi, non volevo facesse quella fine.

La pallottola era uscita dallo stomaco, portandosi via tutto.

Respirava ancora, ma era fottuta.

Corsi in bagno e tornai con un asciugamano.

«Ecco... su... premi forte...».

Le avevo tamponato la ferita, anche se sapevo che non sarebbe bastato.

Il buco era talmente grosso che avrei potuto passarci il braccio dentro.

Davvero una brutta fine per la Cubana.

«Certo... so come sopravvivere... non ho paura...», aveva reagito allo shock, ma non aveva ancora capito a cosa sarebbe andata incontro.

Lo stomaco di Anamaria non esisteva più.

L'emorragia l'avrebbe uccisa.

Discorso finito.

Non mi chiese di andare all'ospedale, per me era inutile andarci.

Sarebbe deceduta comunque.

E poi non le dovevo niente, anzi.

Aveva cercato di fregarmi.

Era una bella donna, certo.

Forse il pezzo più grosso su piazza.

Ma era andata storta, a cominciare dalla pallottola.

Stava per parlare, volevo sentirla.

Mi piaceva, avrei preso un ombrellone fisso.

«Io… avevo bisogno… di quei soldi… niente di personale…», il volto stava sbiancando e lei respirava senza alzare il petto…

Non si rendeva neanche conto di essere già in riserva.

Quella fottuta pallottola non l'avrebbe perdonata.

«Dimmi chi è stato…

Ascolta: volevi fregarmi e sei rimasta fregata.

Dimmi chi è stato», la incalzai.

«Se parlo… mi porti con te…».

«Va bene, ti porto con me. Ci mettiamo insieme, Anamaria.

Adesso però parla».

«È stato… il boss…», ormai l’avevo capito.

La caricai sul sedile anteriore e mi diressi verso il covo.

Il sicario lavorava solo. Erano sicuri di fregarmi, grazie a Anamaria.

Mentre guidavo, la Cubana mi tormentava con la mano sinistra, cercando di richiamare la mia attenzione su di lei.

A un tratto, però, mi accorsi che la mano tra le palle non c’era più.

La guardai: era sfinita…

Accostai subito l’auto.

«Anamaria...», suonai il clacson per farmi sentire.

Funzionò. Ebbe un sussulto.

Era viva, ma spenta, sembrava non accorgersi più di niente.

La grande Anamaria, anche se appariva implausibile, c'era rimasta secca.

La mia storia con lei era durata poco.

Ripartii e pensai ad altro: alla mia vendetta, innanzitutto.

«Cough…», un colpo di tosse dirottò i miei pensieri. «Dove… siamo…».

«Stiamo per arrivare al mio covo, Anamaria».

«Io… voglio… parlarti…».

«Lo farai al covo».

«No... subito...».

«Devo fermarmi…? Sei sicura?».

Meglio starla a sentire, potevano essere le sue ultime parole.

Accostai a destra, alle pendici di Albano. La mia Bmw aveva i vetri oscurati.

«Siamo fermi, Anamaria.

Sputa il rospo...».

«Non me l'aspettavo... di prendere... questa... pallottola... del cazzo...», era un cadavere parlante, resisteva con le unghie e la forza della disperazione, ma era morta. «Sono la Cubana... e sto morendo... quell'idiota... m'ha... ammazzato...», non la interruppi, era agli sgoccioli la povera Anamaria. «Quando crepo... mettimi in un frizer... io... proverò... a rimanere nei paraggi... dopo qualche ora... torna... con la batteria dell'auto... se questo non basta... allora... spediscimi a Cuba... insieme... ai surgelati... lì sanno come fare... anche se malconcia... voglio tornare... e tu... mi starai vicino...».
«Insomma, di questi tempi, un bacio non è più sufficiente?». Mi guardò confusa. Un po' stava crepando, un po' forse non conosceva la famosa favola. «E a me chi me lo fa fare?».
«Una fica come me... è bona... anche fredda... e sarò tua...».
«Per amore, insomma...».
«Anzi no... lascia... il mio corpo… qui dentro… e adesso… metti… una bella musica… e poi… rimettila… quando crepo… me lo giuri...?».

Probabilmente era impazzita.

In fondo, però, cosa mi costava accontentarla?

Una bella donna va sempre accontentata, specie se sta per morire.

«Ho un cd degli Europe: vanno bene?».

Lo inserii nell'autoradio senza aspettare una risposta.

Il primo brano, neanche a farlo apposta, era "The Final Countdown", tragicamente appropriato.

«Su queste note, te lo giuro, farò come mi hai chiesto».

Potevo ripartire.

Passarono solo cinque minuti, appena il tempo di superare Albano e il primo brano del cd.

«Emiliano… fermati… sono... arrivata...», il fiato era più che mai stentato.

Non ce la faceva più, era arrivata sul serio.

Davanti a me avevo il Ponte di Ariccia.

Accostai.

«Leccami… la ferita… fai presto…».

«Cosa…?».

In fondo, però, cosa mi costava?

Leccai come mi aveva chiesto, con le pesanti zinne che mi premevano in testa.

Dall'enorme buco scavato dalla pallottola in uscita traboccava di tutto.

Leccai tutto.

Non so perché lo feci.

«Bevi... la mia morte... Emiliano...».

Quando pensai che poteva bastare, mi risollevai e rimasi a guardarla: il seno le era praticamente finito sulle ginocchia.

Era completamente immobile.

Non capivo come facesse a respirare, se ancora respirava.

{E...m...i...l...i...a...n...o...}, sibilava in apnea, ecco come faceva.

«Sono qua, Anamaria... cerca di stare calma...», mi stava crepando in faccia. «Non puoi farmi questo...».

Per un attimo sembrò quasi sorridere.

Ma subito dopo si fece paonazza.

Gli occhi si sbarrarono in un’espressione di attonita sorpresa, la bocca rimase spalancata.

Le mani si staccarono dalla pancia e si abbandonarono inerti lungo i fianchi.

Stavolta era andata sul serio...

La Cubana aveva messo in campo tutta la sua potenza femminile, provando a reggere botta a dispetto di un grosso e fatale buco nello stomaco.

Adesso, però, per non farmela franare addosso a peso morto, la agganciai alla cintura di sicurezza.

«Così non ti faranno la multa, Anamaria», tanto valeva scherzarci su.

Oltrepassai il Ponte e proseguii per i Campi d’Annibale.

Stavo per ingaggiare la grande rotonda del Nemus Dianae - uno dei boschi più belli della terra - fermo in colonna.

CRASH

Un vecchio rincoglionito mi tamponò come se neanche m’avesse visto, mandandomi quasi a sbattere contro il parabrezza; infatti non portavo la cintura, a differenza di Anamaria… e gli airbag li avevo fatti staccare, perché alla prima pallottola sarebbero scoppiati.

«Mi scusi tanto… io non volevo… questa strada è tanto strana, lo sa, vero?», alludeva alle anomalie gravitazionali che si registrano in quel tratto, dove la discesa è salita e la salita è discesa.

Era uscito dal suo guscio per venirmi a raccontare quelle baggianate, con il corpo di Anamaria ancora caldo al mio fianco.

«Ma adesso chiamo la polizia e un’ambulanza, per lei e sua moglie, non si preoccupi…».

Ci mancava solo quello…

«Non si disturbi, la prego. Possiamo compilare il Cid».

Ero ancora stordito, mi ci volle qualche secondo per riprendermi, la mia auto era andata, come lei.

Addio, Anamaria. Appena il tempo per un tiepido bacio d'addio.

Rimandai il cd dall'inizio, alzai il volume e la chiusi dentro.

«Lei intanto compili il Cid, per favore. Io ho un bisogno urgente, lei capisce...».

Entrai nel parcheggio di un ristorante e rubai un’auto.

Al covo accesi la Tv, tanto per seguire il televideo, mentre mi preparavo qualcosa da mettere sotto i denti.

Fu allora che rimasi allibito…

[ 17.13 ]   ULTIM’ORA

Ferita a morte Anamaria Sanchez

Anamaria Sanchez, 50 anni, titolare di uno stabilimento balneare sul litorale romano, nota al grande pubblico per le sue apparizioni televisive, è stata ritrovata agonizzante a bordo di un'auto.

La Sanchez è stata raggiunta da un colpo d'arma da fuoco alla schiena.

Mi attaccai al video.

[ 18.11 ]   ULTIM’ORA

Caso Sanchez, prime ipotesi

Secondo le prime indiscrezioni, Anamaria Sanchez sarebbe rimasta coinvolta in un conflitto a fuoco della malavita romana.

Migliaia i fan che si stanno riversando all'ospedale San Giovanni di Roma, dove la Sanchez è ricoverata in condizioni disperate.

Mi dispiaceva per loro, ma la lingua nel suo buco ce l'avevo messa io.

Avevo ancora il suo sangue in bocca.

Perciò nella Cubana c’avrei pisciato io e nessun altro.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

UNA BARA PER LOLA

di Salvatore Conte (2017-2018)

«Sei tu la Legge, Bob.

Mandalo via», e gli lascia sul tavolo una mazzetta extra.

«Non ho il potere di farlo, lo sai.

Il delitto è avvenuto nella sua città».

«Ma di che delitto parli?

La morte di un vecchio, per una pallottola di rimbalzo?».

«È lui che fa la Legge».

«Sistemerò la faccenda a modo mio.

Tu non impicciarti».

Lee Cobb ha deciso.

Non è tipo da farsi imporre convocazioni.

È allergico ai giudici.

Non ha ancora confidenza con i nuovi tempi.

È un gradasso, ma all’antica.

E ha trovato uno sceriffo più all’antica di lui, lo Sceriffo di Big Sandy, nel Montana, dove i suoi uomini - dopo aver bevuto - hanno fatto secco - per errore - un vecchio di passaggio.

Non rischia la corda, ma non gli sta bene che si ficchi il naso nel suo territorio.

Tutta la Contea di Fort Benton è praticamente sua.

«Lo farai nel saloon: voglio che tutti vedano.

Quattro testimoni diranno che ha estratto lui per primo.

Qui non ha alcuna giurisdizione. Può solo notificare i suoi maledetti ordini di comparizione.

Tu gli notificherai qualcos’altro».

L’ordine è dato, se ne occuperà Lola, la sua miglior pistola.

Lola Ramos è una bella messicana molto in carne, che ha imparato presto a difendersi e a uccidere.

Ora non riesce più a farne a meno.

Si veste da puttana e in fondo lo è - il cinturone a tracolla la copre più di tutto il resto - ma nessuno ha il coraggio di dirglielo in faccia, perché è molto veloce e ne ha già ammazzati parecchi.

Però li ha fatti fuori nella Contea di Fort Benton, dove lo Sceriffo Robert Ryan ha sempre chiuso un occhio, anzi due: accecato dalle mazzette di patron Cobb e dalla sua bellezza latina.

Sceglie due uomini e lo aspetta.

«Portate una carta della regione allo Sceriffo».

«Conosco molto bene questo territorio, signorina».

«Non si direbbe, visto che si è perso.

La sua città è molto più a nord».

«Lo so. Ma il lavoro talvolta mi porta lontano».

La Ramos si alza dal tavolo, imitata dai suoi scagnozzi.

Uno a destra, l’altro a sinistra.

«Stavolta potrebbe portarla sotto due metri di terra fresca».

«È la fine che faremo comunque».

«Mi sembra nervoso, Sceriffo.

Vuole forse impiccarci tutti per una semplice disgrazia?».

«Sarà il Giudice a stabilirlo».

«No.

Io sono la Legge!».

BANG

BANG

BANG

Era la frase convenuta.

«Qualcuno chiami lo Sceriffo.

E l’undertaker...».

Gli scagnozzi sono andati giù secchi, lei barcolla verso il tavolo, sputacchiando sangue.

Ha un buco nel petto, vicino al cuore: lo si intuisce dal fatto che ancora si muove.
Lo Sceriffo Jared Maddox non le ha fatto sconti.

Va giù pesante sulla sedia e stende le braccia a penzoloni.

Sembra si sia messa a dormire.

Ezechiel Balm - l’undertaker di Fort Benton - arriva subito, lui non fa mai aspettare i suoi clienti.

Si è portato appresso la bara, ma ne serviranno altre.

«Sceriffo, mi scusi, ma la cliente si muove troppo. Temo non sia ancora pronta.

Consiglio, al momento, un medico o un prete».

«Quanti ne ammazza il segaossa di questo posto?», gli chiede lo Sceriffo.

«È il mio principale fornitore».

«Portala via lo stesso, nella tua bottega.

La interrogherò con calma».

«Accidenti, di calma ne avrà eccome, Sceriffo.

I miei clienti non fanno rumore.

Mi occorre una mano, però...».

La Ramos è dentro la bara.

Lo Sceriffo Maddox e l’undertaker la usano a mo' di barella per trasportarla fuori dal saloon.

Nel frattempo arrivano il dottore e il prete.

«Per questi serve Balm, chiamatelo».

Lola Ramos è sul letto dell’undertaker.

Maddox le sta guardando il buco.

E le bagna il labbro con un goccio di whisky.

«C’eri anche tu quella sera, vero?».

Annuisce debolmente.

«Chi ha sparato il colpo?».

«Ero... lontana…»..

«Vuoi dirmelo o no?», le preme un dito sul buco.

«Ahh…!».

«Sceriffo…!», l’undertaker fa capolino nella stanza.

«Il figlio… di Cobb… ».

«C’è un vecchio farmacista da queste parti, Ezechiel?».

«Niente del genere, che io sappia».

«Uno stregone indiano, un brujo, ci sono i Crow da queste parti, sulle Badlands…».

«I miei clienti hanno il viso pallido, Sceriffo; molto pallido».

«Accatasta un po' di legna marcia sul retro della bottega, allora: devo chiamare qualcuno».

«Sceriffo… hai mirato... proprio... al cuore… o al petto…», anche Lola ha una domanda.

«Al cuore.

Eravate in tre: perciò dovevo farti fuori al primo colpo». La Ramos deglutisce. «Tuttavia... questi tuoi rigonfiamenti... hanno cambiato la prospettiva di quel tanto che...

Ora ti conviene non parlare. Hai detto abbastanza.

Hai un polmone bucato, ragazza».

Con la coda dell’occhio Maddox intravede il profilo di una colt che fa capolino dalla finestra…

Rovescia di scatto la branda ed estrae.

BANG

BANG

Un bandito ha cercato di zittirla, ma l’ha beccato.

BANG

BANG

Ferito, sta cercando allontanarsi, ma lo Sceriffo lo fa secco con due colpi alla schiena.

È lui la Legge.

Ed è la conferma che non gli ha mentito: è coinvolto il figlio del Capo.

Balm fa capolino nella stanza - molto prudentemente - per capire cosa è successo.

Che si spari e si uccida fa bene alla sua attività, l'importante è che non si coinvolga l'impresario, perché lui è sempre neutrale di fronte alla morte.

«C'è un tale fuori dalla finestra che moriva dalla voglia di diventare tuo cliente.

E risparmi sul trasporto», lo Sceriffo sta rimettendo a posto il letto.

La Ramos è stata scaraventata a terra, ma non ha riportato troppi danni.

«Spiacente per il disagio, ragazza. Ma almeno hai conservato un filo di buccia.

E visto che la fortuna non ti ha lasciato del tutto, ci vuoi provare, Lola?

Una volta con i Crow mi è andata bene, ma non posso prometterti nulla.

So solo che così non ne hai per molto». Annuisce debolmente. «Hanno veleni molto potenti, che inducono un sonno profondissimo.

Se il sangue si ferma, l’emorragia si ferma, è un principio semplice.

La ferita andrà lentamente a posto.

Ma ci vuole fortuna.

Ezechiel, tu le terrai la mano.

Non devi lasciarla mai. Nel profondo sonno, vicina alla morte, avrà bisogno di un contatto con la vita.

E non scambiarla anzitempo per uno dei tuoi clienti».

«Conosco il mio mestiere, Sceriffo.

Ma cercate di salvarla solo per impiccarla?».

«Non essere drammatico.

Non ha commesso delitti all'interno della mia giurisdizione. E nello spararmi ci ha rimesso lei.

Per me il discorso è chiuso.

Vado ad accendere la miccia, Ezechiel.

E a procurarti un importante cliente».

«Sapete che vi dico, Sceriffo?

Dovreste passare più spesso…».

«Non lamentarti. Con il tuo mestiere i clienti non mancano mai.

Ma conserva la bara di Lola per un altro giorno».

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA CORSARA

di Salvatore Conte (2010-2018)

La Corsara era rientrata nella sua lussuosa cabina - nel castello di poppa - dove oro e porpora la facevano da padroni. Era il suo habitat naturale.

Il porpora era il colore del comando sin dai tempi di Didone, le cui vele si gonfiavano controvento, mentre il mare si stendeva piatto intorno alla chiglia vivente di cedro, con le radici a prora che mulinavano l'acqua.

l suo vascello, lo Squalo delle Bermuda, incrociava al largo di Cuba.
In lontananza era ancora visibile il fumo rilasciato dalla fregata inglese Victoria: soltanto un'ora prima, tra le due navi infuriava la battaglia.
Nessun marinaio s’era arreso: sapevano che Romina Lopez non faceva prigionieri, specialmente se si trattava di inglesi.
La Corsara era a capo di una variegata ciurma di tagliagole, per lo più composta da negri e ispanici.
Romina non era una corsara come gli altri, perché non aveva licenze di comodo da parte di nessun monarca; combatteva solo per sé stessa, ma aveva vincolato i suoi a un patto: nessuna spartizione del bottino, le ricchezze accumulate avrebbero finanziato un ambizioso progetto.
Ecco perché, anche senza licenze, era detta la Corsara.
Un superstite della recente battaglia, in ogni caso, c’era; e si trattava di una donna, un giovane ufficiale lasciato in vita per offrire un macabro rituale a quei pendagli da forca.
La Tenente Ilary Clayton era legata all'albero maestro dello Squalo.
Ancora qualche minuto e la Corsara avrebbe combattuto a morte contro l’ufficiale inglese.
Era un rito, necessario per mantenere il controllo sui suoi uomini.
Ma era anche un gioco, un gioco molto pericoloso, che le metteva il fuoco addosso.

Negli assalti, infatti, Romina mandava a morire i suoi uomini, rimanendo nelle retrovie. Era molto abile nel preservarsi, perciò aveva raggiunto una bella età, ma non tanto per una mancanza di coraggio, quanto piuttosto per un pregiudizio di insostituibilità: chi altri avrebbe preso il suo posto?

Non aveva tutti i torti, in fondo.

Pirati e corsari se ne trovavano in abbondanza; e le belle donne non erano rare. Ma una come lei, nata per dominare, bella come nessuna, e fin troppo audace nei suoi progetti, non si sapeva dove andare a cercarla, se non nella polvere dei millenni.

Qui sulla sua nave, le vittime dei duelli venivano drogate, in modo che lei non corresse troppi rischi nell'ammazzarle davanti alla sua ciurma.

Sfrenatamente ambiziosa, con le immense ricchezze accumulate in anni di corseria, meditava di fondare un suo regno e si diceva che il sito prescelto si trovasse sulla misteriosa isola di Haiti; altre voci parlavano dei grandi laghi del nord, là dove - secondo le tribù indigene - gli alberi stavano in acqua; e anche gli alberi dello Squalo stavano in acqua, dopotutto.

L’intero equipaggio si era raccolto sul ponte per godersi lo scannamento. La partecipazione di un'altra donna rendeva lo spettacolo ancora più eccitante.

Romina sapeva cosa offrire ai suoi uomini, e benché la sua avversaria fosse molto più giovane di lei, non temeva confronti.

Sapeva di essere ancora la numero uno, malgrado i sessant'anni sulle spalle e un certo sovrappeso, portato - oltre che dall'età - da qualche ozio di troppo.
Eccola…

Stava arrivando.

Romina indossava la sua caratteristica blusa chiara, lasciata come sempre sbottonata aggressivamente, fino allo stomaco, gonfiata dal corpo prestante come la vela maestra con il vento da prora e con vista sulle navigate poppe, un po' cedenti ma più che mai intriganti.
Sapeva come incantare la sua feccia.

Il tutto, come se non bastasse, brillava d'oro: d'oro la pelle, d'oro i fluenti capelli - che da sotto il cappello le cadevano sulle spalle - d'oro il ciondolo, i bracciali, gli anelli.

Perciò, per tale strapotere, era detta la Corsara.

Di fronte a lei, legata all'albero, c’era la sua avversaria: Ilary Clayton.

Si trattava di una ragazza piuttosto sgraziata; avrebbe combattuto nella sua uniforme rossa.

«Tenente Clayton... sei pronta a combattere per la tua vita?».

Ilary la fissò dritta negli occhi: «Perché dovrei farlo? Sono morta in ogni caso».

Romina era preparata: «Oh, sì... probabilmente lo sei. Ma non ti alletta l’idea di scannare la famigerata Corsara?».

«Sì, questo mi alletta molto…».

«Bene».

Le girò intorno e la sciolse dai legami.

«Una daga e una sciabola al tenente Clayton!», tuonò la Corsara.

L’attesa era finita, lo scontro a morte cominciava.

CLANG

CLANG

Le sciabole facevano scintille.

Ma per il momento erano solo schermaglie.

Romina aspettava che la droga sciolta nell’acqua della prigioniera allentasse i riflessi della sua avversaria.

CLANG

CLANG

La tenentina, però, era tenace, reggeva bene i colpi e non rinunciava a qualche pericoloso affondo.

Un lampo di nervosismo balenò dagli occhi verdi della Corsara.

La Clayton non si piegava e sembrava immune agli effetti della droga. Forse l’adrenalina dello scontro, l’eccitazione di lottare per la propria vita, le faceva compensare tutto il resto.

CLANG

CLANG

I colpi si fecero più pesanti, la sciabola fa perdere lucidità, se impugnata troppo a lungo.

Romina provò a risolvere lo scontro, affondando decisa, ma la Clayton riuscì a scartare di fianco con insospettabile agilità.

Qualche mormorio di delusione, e anche di preoccupazione, cominciò a serpeggiare fra i membri dell’equipaggio.

Romina era una bella donna, ma non la combattente che voleva far credere. E loro lo sapevano.

CLANG

CLANG

Lo scontro stava durando fin troppo e Ilary si faceva sempre più aggressiva; Romina decise che era il momento di farla finita.

Fu così che la Corsara moltiplicò gli sforzi per ridurre all’impotenza l’ufficiale inglese.

CLANG

CLANG

Le sciabole si sbarrarono l’una contro l’altra, determinando uno stallo.

Fu allora che la Clayton seppe cogliere l’attimo.

SZOCK

Ambidestra, estrasse fulminea la daga e colpì!

Un attimo dopo, l’intera lama era sepolta nel ventre della Corsara!

«Oughh…», Romina sentì insieme il freddo gelido del pugnale e un fremito di panico che dalle budella le salì in gola: stavolta, dopo tante vittorie, era toccato a lei...

La fortuna l’aveva abbandonata.

Spalancò la bocca, costernata, senza avere il coraggio di guardare né i suoi uomini, né la sua avversaria.

Subito dopo lasciò cadere la sciabola. Impossibile reagire con quella daga in corpo: l'aveva gelata.

Ilary capì che il lavoro andava finito; Romina si sarebbe aggrappata alla vita, bisognava impedirglielo: strappò la daga dalla pancia della Corsara, ma solo per affondarglielo dentro un'altra volta, con ancora più forza e cattiveria!

SZOCK

«Urghh…», Romina si ingobbì in avanti, con occhi increduli e frastornati, costretta ad accettare il colpo di grazia della Clayton.

Il suo ambizioso castello di sogni era crollato.

Gli occhi della Corsara strabuzzarono dalle orbite, atterriti, quando sentì sulla propria pelle che la tenentina aveva deciso di infierire, sventrandola fino allo stomaco, prima - finalmente - di tirar fuori quella maledetta lama dalla sua pancia!

Le aveva regalato una brutta morte.

Uno squalo più cattivo di lei l'aveva fatta a pezzi!

Le mani di Romina corsero disperate a reggersi le budella, temendo a quel punto che la morte potesse arrivare fulminea.

E intanto guardava ansiosa la mano di Ilary, che avrebbe potuto colpirla ancora.

«Hai vinto... basta... ti prego...», più sangue che parole.

La Clayton si era divertita abbastanza.

Avrebbe sofferto prima di morire.

La Corsara, benché scannata, non appena vide abbassarsi la daga, si lusingò di essere ancora in piedi, intravedendo una possibile via di scampo; accentuò quindi la pressione delle braccia intorno al ventre, tentando disperatamente di contenersi le budella.

Romina era troppo ambiziosa e piena di sé per rinunciare a tutto.

Come se niente fosse, piegata in due, barcollò verso la porta che portava sottocoperta, dove dormiva la ciurma.

Si ritirava.

Accettava il declassamento, ma non di perdere la vita.

Si sfilò il cappello e lo lasciò cadere a terra.

C'era quasi, si illuse di potercela fare.

Ma le gambe non la sostenevano più.

Cadde in ginocchio, lo sguardo deluso, ma ancora ambizioso, che guardava la porta, come se le sbarrasse la salvezza.

Si fece cadere in avanti e cominciò a strisciare sul ponte, come una serpe, spingendo con le gambe, ma con le braccia sotto il corpo, come un rana.

Aveva ancora la forza di stringersi le budella, cercando con ciò di arginare la perdita di sangue, ma il respiro si era fatto sinistramente gutturale.

Romina boccheggiava come uno squalo spiaggiato.

La situazione stava per precipitare.

La Corsara era stata sventrata come un grosso pesce.

Languiva agonizzante sul ponte della sua nave.

Stava perdendo il controllo, malgrado cercasse ancora - a tratti - di reagire.

Era dura a crepare.

Per questo Ilary non le aveva lasciato scampo.

Romina sentì arrivare la fine, non voleva morire, si era illusa di aver fatto un buon lavoro fino a quel momento: ebbe uno scatto improvviso, riuscì a coprire l'ultimo spazio che la separava dalla porta e ad allungare il braccio verso la maniglia.

La sfiorò per un attimo.

Ma subito dopo ricadde pesante a terra.

Gli occhi spaventati vagarono storditi, aveva fallito, e si fissarono sul nulla...

La bocca rimase spalancata.

L’agonia era finita.

Romina era crepata attaccata alla porta.

Nei suoi occhi vitrei tutti potevano leggere la tragica delusione per aver sperato invano di poter sopravvivere allo scannamento.

I compagni rimasero interdetti nel vedere la Corsara morta ammazzata sul ponte della sua stessa nave.

In due fecero per avvicinarsi; sui loro occhi c’era la stessa espressione perplessa rimasta dipinta sul volto di cera di Romina.

A quel punto Ilary capì che doveva agire in fretta.

E allora gridò all'equipaggio: «Questa nave ha una nuova Corsara!», e per dare forza alle sue parole, raccolse il cappello di Romina e lo indossò lei stessa.

Quindi si rivolse ai due pirati: «Legatela all’albero, in piedi, con le mani dietro la schiena».

L’ordine, malgrado una fugace titubanza, fu eseguito. La Clayton aveva assunto il comando.

La Corsara fu legata all’albero maestro, allo stesso modo della prigioniera inglese prima del duello.

Lo scambio di consegne era avvenuto.

Romina penzolava in avanti a capo chino, con la casacca viola inzuppata di sangue e pezzi di intestino che le fuoriuscivano orripilanti dalla pancia.

Ilary si guardò intorno, superba.

«Questo è ciò che accade a chi mi sfida».

L'equipaggio rimase in silenzio.

La Corsara Rossa continuò: «C’è qualcuno che ha da obiettare qualcosa?».

Ancora silenzio.

Anche la filibusta aveva le sue leggi e davano diritto alla Clayton di proclamarsi Capo.

Romina, d’altronde, era ciccia per gli squali, ormai.

Silente nel silenzio, pendeva in avanti senza anima, come una struttura pericolante, tragica ombra della potente Corsara; la testa affossata sul petto come a confessare la propria sconfitta e distruzione, con la casacca che continuava a sgocciolare sangue e le budella meschinamente in vista.

La perturbante solennità della morte, però - unita al richiamo dei procaci seni, leggermente ballonzolanti a causa dell'involontario dondolio - attizzava la nostalgia dei compagni.

«Bene!

Anche lei non ha nulla da dire...

E allora adesso in pasto ai pesci! Avanti…!», la Corsara Rossa cercò di essere convincente e di prevenire eventuali resistenze.

Tuttavia meglio non irridere i morti, non porta bene e i marinai più esperti lo sanno.

I pirati stavano sciogliendo il nodo con troppa premura.

«Largo… si fa così!», la Clayton recise i legami con la daga, anche se ci mise più del necessario, aveva i riflessi appannati, la droga - pur in ritardo - stava facendo effetto.

Il corpo crollò pesante sul ponte.

La faccia di Romina, a bocca spalancata, era premuta a terra. Romina aveva vomitato un grosso grumo di sangue, forse a causa del violento impatto contro la tolda.

«Cough… cough…», banali colpi di tosse… ma singolari per un cadavere.

Romina si girò sulla schiena e fissò il cielo con sguardo infantile, tra la sorpresa generale.

«Che cosa…?! Questa cagna è ancora viva...!».

La Clayton, inferocita, estrasse la sciabola e si apprestò a infliggere l'ennesimo colpo alla rivale.

Vedere la Corsara ancora viva, però, aveva rianimato l’equipaggio.

Anche la filibusta aveva le sue leggi e la Clayton aveva smesso di infierire.

Aveva accordato alla sua nemica una morte sofferta.

Ora doveva accettare l'esito della sua decisione: la Corsara aveva lottato bene e se adesso aveva un ultimo sussulto, doveva lasciarglielo.

Non era degno uccidere a sangue freddo, anche lei aveva avuto una possibilità, sia pure annacquata...

Romina aveva cambiato espressione: anche lei aveva capito di essere ancora viva.

Mentre Ilary mulinava la sciabola per distruggerla definitivamente, barcollando sulle gambe, la Corsara lanciò uno sguardo ai suoi.

Subito si ritrovò in mano una pistola.

POW

Armò il cane e sparò.

Sul petto di Ilary, in corrispondenza del cuore, sbocciò un fiore purpureo.

Il fiore della morte.

Le mani, però, rimasero serrate sull’elsa della sciabola, la lunga lama indirizzata verso lo stomaco di Romina.

Crollando rigida in avanti, la Clayton - anche da morta - cercò di spegnere le ultime resistenze della rivale.

La Corsara fu tentata di accettare il colpo e di farla finita.

La lama stava per abbattersi su di lei, ma all’ultimo momento - lusingata dal morbido gusto della vita - si rotolò sul fianco, schivando per un soffio l’estremo affondo della giovane ufficiale inglese.

«Stupida cagna… sai morire… una volta sola…», l’aspro epitaffio di Romina, mentre si riprendeva il cappello.

I suoi uomini la trasportarono in cabina, adagiandola sull'ampio letto.

In quei casi si attendeva che il Capo facesse il nome del proprio successore.

Ma Romina non parlava, limitandosi a tenersi dentro le budella e a vivacchiare ancora un po'.

«Voglio del rum…».

Beveva. E tanto. Per scaldare il corpo e dilatare la fine.

Stava cercando di mantenere il controllo della situazione, sapendo che quella sarebbe stata la sua ultima possibilità.

Il momento fatale sembrò arrivare quando perse improvvisamente i sensi, piegandosi su un fianco con la bocca spalancata e gli occhi spiritati.

Un’onda di panico attraversò lo Squalo delle Bermuda.

Si sapeva che sarebbe accaduto, ma ciò non rendeva il fatto meno sconcertante.

Romina, tuttavia, con l’aiuto dei sali, si riprese: era stato un mancamento.

Non era ancora finita, anche se il tempo stringeva.

«Maledetta cagna… mi hai ucciso... due volte…», mormorò la Corsara, fissandosi nel grande specchio della sua bella cabina.

Nessuno dell'equipaggio osò ricordarle che avrebbe dovuto scegliere il suo successore.

«È stato... solo un momento... sono ancora io… il Capo…», leggendoglielo negli occhi, con la tipica preveggenza dei moribondi. «Chi ha preparato... la droga...».

«Buck...», risposero in tanti. Di sicuro non sarebbe stato lui il successore.

«Ai pesci... legato alla cagna inglese...».

Cercava di riportare la disciplina, ma tutti quelli che le stavano intorno sentivano salire alle nari un rancido odore di morte.

«Adesso via tutti... andate a farvi una sega...

Voi due... allo specchio... rimanete... per passarmi il rum...».

Beveva per guadagnare tempo, ma quando si rese conto che il liquore, dopo un po', colava dalle budella aperte, se ne inorridì al punto di smettere.

Non poteva salvarsi, ridotta in quelle condizioni.

Si teneva in vita solo con la sua disperata ambizione; una droga molto potente, ma come tutte le droghe destinata a lasciare spazio alla realtà.

Romina fremeva sul letto, impotente, disillusa.

Non poteva far altro che aspettare il momento, tenendolo ben nascosto alla ciurma fino al crollo finale, facendo loro credere che poteva riprendersi.

Nessuno era degno di lei. Non avrebbe nominato nessun successore.

Si sarebbero scannati fra loro.

Avrebbe comandato loro di raggiungere un porto e cercare un chirurgo.

Fece chiamare il timoniere e impartì la rotta.

Ogni tanto allargava le mani e si guardava le budella scoperchiate.

«Quella cagna... m’ha scannato…», i due rimasti dentro ormai avevano capito il gioco, ciascuno interpretandolo a suo modo.

Andò avanti così per un po’, dimenandosi sul letto, boccheggiando come uno squalo spiaggiato.

«Ho ancora... il controllo…», diceva ai suoi, mentre crepava.

D'improvviso si ritrovò senza respiro e con le gambe bloccate.

Rantolò rabbiosa cercando di riprendere fiato, non voleva saperne di mollare.

Aveva lottato duramente fino a quel momento, non poteva buttare via tutto.

Con il sangue che le colava da entrambi gli angoli della bocca, continuò a rantolare, raccogliendo un filo di fiato per mantenersi in agonia.

I compagni presenti erano costernati.

Uno di dei due, infastidito dalla scena, uscì dalla cabina, riversandosi sul ponte: «Romina è morta. Basta. È morta».

Presto fu raggiunto dall'altro, molto più vecchio: «Calma! Calma...».

Ne chiamò un altro con sé.

Ma non biasimò il giovane, aveva ragione.

«Non... è... ar...ri...va...to…», la prima cosa che ascoltarono da Romina.

La notte si protraeva lenta, attraverso gemiti estenuati, mormorii d’attesa e sinistri scricchiolii di fasciame.

L’intero equipaggio e forse la stessa nave agonizzavano con lei.

Il vecchio pirata, uscito dalla cabina, si accostò al giovane.

«Perché volete nasconderlo?».

«È come uno squalo, ma respira anche sulla terra.

Guarda laggiù… vedi quelle luci…? Quello è Port au Prince.

E laggiù troverà molto più di un semplice chirurgo...».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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