Never forget

L'ultima canzone

A sette respiri dalla fine

La Mummia è colpita ancora

La mazoniana dai capelli corti

Inutile fuga

Donna di piombo

Pallottole e pupe

ZTL tragica alle Cisternole

Zombi-Cessa incassa e ammazza

La Minotaura

NEVER FORGET

di Salvatore Conte (2019)

Eh già…
Figuriamoci se me la dimentico.
Pegah... Romina... d'accordo, belle donne...

Ma Anna... con la sua cattiveria, la ciccia, la pazza voglia di vivere...
Grandissima troia!

Arrivata cadavere in ospedale, ma rianimata nel reparto di terapia intensiva.
Sei mesi di coma in una clinica privata.

Mi sono informato su tutto.
E poi la fine, senza rianimazione. Un tunnel senza uscita.

Sono sulla sua lapide.

«Quasi quasi ti faccio riesumare e ti affido a uno stregone del voodoo...», mormoro fra me.

«Già fatto».

Ma... incredibile... è proprio lei?

«Visto che c’ero quasi, ho preferito approfittarne. Una lapide è la migliore copertura possibile».

È proprio lei: tettone, ciccia e spirito da stronza non mentono.
«Sei mesi di merda... però non ho mollato.
Il peggio non è questa carrozzella, ma il fatto che sono uscita dal giro.
Mi hanno scaricato.
Ormai sono un fastidio… perché so troppe cose
».
«Potrebbero farti la pelle…».
«Sì… prima o poi potrebbero decidersi.
È per questo che mi serve uno stronzo come te dalla mia parte.
E poi hai avuto il coraggio di fottermi mentre crepavo…
».
«Me l'avevi chiesto tu, mi pare...».
«È vero, sono una porca, ma anche tu fai schifo e sei a rischio come me».
«Hai ragione su entrambe le cose».
«Bene, non mi sbagliavo, si torna a giocare forte.

E non sono finita».
«Lo vedo, accidenti, lo vedo».
Non siamo una coppia perfetta, ma ci odiamo abbastanza da ritrovarci ogni volta.

Certo, lei se l'è vista brutta, stavolta. Non ero sicuro che potesse trovare una via scampo.

Quel grosso petto non si rialzava più.

L'avevano buttata giù, ma è riuscita a ritirarsi in piedi. Beh, almeno in parte.

Comunque le è rimasto addosso, sulla faccia, un brutto colorito grigio: lezzo di tomba, suppongo.

«Ma sei bloccata tutta, o cosa?».

«Tu non ti preoccupare, funziona tutto l'essenziale».

Meglio chiedere.

Ed è così che ricominciamo da dove abbiamo lasciato.

«Ho avuto paura di non farcela, ma mi sono aggrappata a qualcosa ed è andato tutto bene, alla fine.

Nessuno può fottermi, l'ho dimostrato.

E rimango la numero uno su piazza. Grassa e bona come nessun altra».

Ha fottutamente ragione, la gran puttana. Mi fa ancora impazzire. Ed è mia moglie.

Anna è il top assoluto.

Nessuno può fotterla.

Eccetto me.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

L'ULTIMA CANZONE

di Emiliano Caponi e Salvatore Conte (2012-2019)

I. INCONTRO SBOTTONATO

II. TRA DI NOI NON FINISCE MAI

III. IL QUARTO INCOMODO

IV. CESSAZIONE

V. L'ULTIMA FREGATURA

VI. ALTARE DI SANGUE

VII. CESSAZIONE COMPLETA

VIII. LA CESSA NON VA GIÙ

IX. PROLOGO

I

INCONTRO SBOTTONATO

L'orologio digitale lampeggia verde sulle 14.54, sono in macchina con il muso puntato verso lo stabilimento già da mezz'ora, non mi piacciono le sorprese e a certi incontri voglio arrivare per primo.

Una Bmw nera sale dal fondo del viale deserto e si ferma 10 metri di fronte a me.

Un paio di colpi di abbaglianti mi confermano che la macchina è quella giusta.

L'auto riparte subito e una mano si sporge dal finestrino anteriore, lato passeggero, facendomi segno di seguirli e a me non resta che accendere il motore e buttare la sigaretta, per oggi ho fumato anche troppo.

Si dirige verso una stradina sabbiosa che aggira lo stabilimento e si ferma sulla spiaggia.

DIVIETO DI BALNEAZIONE: un grande cartello di legno è l'unica presenza tangibile sullo sfondo del mare, il resto della scena se lo prende tutto la vecchia struttura arrugginita e dismessa da anni.

Siamo allo stabilimento fantasma, fino ad oggi non c'ero mai stato, ma d'altra parte è noto per essere un posto dove s'incontrano spacciatori e trafficanti di droga, e io non lavoro con la roba.

Si aprono tre portiere, le due davanti e una dietro; m'infilo la pistola nella cintura dietro la schiena e scendo anch'io.

Davanti a me tre persone, due uomini e una donna, e la donna è lei, Anna Franzone, detta la Cessa, com'è soprannominata nell'ambiente della camorra, forse per il suo abbigliamento sempre sbottonato e scosciato che insieme ai suoi 100 chili di peso e al suo corpo sfatto la fanno sembrare una di quelle bagasce che si scaldano ai falò di strada.

Ero poco più che ventenne quando la conobbi e lei aveva il doppio dei miei anni, e da ladro di autoradio mi introdusse passo dopo passo nell'ambiente della camorra, fino a quando non diventai il camorrista rispettato e temuto che sono oggi.

Anna è stata la mia madrina.

Oltre alla mia donna, avendomi fatto fare la mia prima vera scopata: a quei tempi era bella, prosperosa e piena di uomini, nessuno poteva resisterle e io non facevo eccezione.

Poi cominciò a mettere su chili, uno dopo l'altro, e il suo corpo cominciò a farsi flaccido e grasso, il bel seno iniziò a ciondolarle sempre più in basso e il soprannome presto la ribattezzò, facendola diventare quella che è adesso: Anna, la Cessa.

È davanti a me con addosso solamente una tunica copricostume bianca: i bottoncini grigi sbottonati fino allo stomaco lasciano intravedere tutta la decadenza del suo fisico, con l'ingombrante seno a ciondolarle fin oltre lo stomaco.

A 66 anni il tuo soprannome te lo meriti tutto, Anna.

E sei anche trascurata, vecchia mia, con capelli bianchi da donna anziana; pure se - lo ammetto - non ti stanno troppo male sul bianco della tunica...

Non sei ancora finita, Cristo!

II

TRA DI NOI NON FINISCE MAI

L'uomo accanto a lei è Sal, un piccolo magnaccia romano, soprannominato Trilussa per la sua passione di scrivere poesie, mentre il terzo uomo è un tipo alto e allampanato sicuramente al soldo di uno dei due.

«Ciao, Emiliano», la Cessa come sempre prende subito la scena.

«Ciao, Anna.

Non mi avevi detto che ti saresti portata compagnia».

«Preferivi forse avere Anna tutta per te?», Sal risponde al posto suo mettendosi le mani sui fianchi in modo che la giacca si allarghi quel tanto che basta per lasciarmi vedere la sua pistola.

«Non sono un tipo geloso.

Ma non mi aspettavo di vedere anche la tua brutta faccia», e faccio due passi in diagonale mettendomi di profilo in modo che anche lui veda la mia pistola.

«State calmi!», interviene Anna, mettendosi ingombrantemente fra noi. «Sal è qui perché in questo affare è mio socio.

Il colpo l'abbiamo fatto insieme».

«E magari è venuto perché di me non si fida, vero, Sal...?», lo guardo sorridendo.

«Non mi fido mai dei froci figli di puttana», risponde di getto ricambiando lo sguardo ma non il sorriso, forse perché mi sono portato a letto la Cessa quando ancora non era una cessa.

«Il solito malfidato, Sal... non ti fidi proprio di nessuno, eh...?».

«Va all'inferno, finocchio!», e sputa in terra saliva e rabbia, scommetto che non è riuscito a scoparsela neanche adesso che è la Cessa.

«Basta così!

Mirko prendi la valigetta», Anna ha già perso la pazienza e il tipo allampanato esegue, prendendola e mettendola sul cofano. «È un milione», la apre... e considerato il numero di mazzetti da 100 euro pare ci sia veramente tutto. «Come ti ho detto... se fai un buon lavoro, un bel po' di questi bigliettoni rimarranno tuoi».

«E ti fidi, Anna?», la guardo e aspetto una risposta che già conosco.

«Certo che no», richiude la valigetta. «Sal starà con te fino a quando non avrai pulito anche l'ultima banconota».

«Capito, frocio figlio di puttana?», gonfia il petto, orgoglioso del proprio ruolo.

«Non credo che mi piacerà averlo accanto per qualche giorno».

«Te lo farai piacere», Anna mi fissa seria, lasciando intendere che non c'è un'alternativa a Sal. «Prendere o lasciare».

Prendo... in fondo per 200.000 euro posso sopportare anche Sal e la sua brutta ombra; pur di soddisfarla ancora...

III

IL QUARTO INCOMODO

L'affare è fatto e Sal sembra l'unico inconveniente, ma una violenta sgommata alza un nuvolone di polvere sabbiosa e un Porsche Cayenne argentato si ferma a qualche metro da noi.

Si abbassa elettricamente il vetro oscurato del finestrino posteriore.

«Proprio una bella riunione di famiglia...», capisco subito che avrei presto rimpianto la forzata compagnia di Sal. «E neanche sono stato invitato: non ci si comporta così...».

«Cazzo! Mike?!», anche Anna capisce immediatamente che è arrivato un grosso, inaspettato problema.

«Cosa diavolo ci fa qui, Anna?!», Sal pretende subito una risposta.

«Non lo so, maledizione! Non lo so!».

Guarda me, ma allargando le braccia le faccio capire che io ne so meno di loro.

Mike Saviano, 60 anni, uno dei tre capi camorristi più potenti e spietati fra quelli ancora in circolazione, e purtroppo per me, Anna e Sal, ha almeno un grosso motivo per ognuno di noi per mandarci al creatore.

Metto la mano sulla pistola mentre vedo che si abbassa anche il finestrino anteriore lato passeggero.

«Salutatemi l'inferno!», Saviano emette la sua condanna a morte.

RAT-RAT-RAT

Parte la prima raffica di mitra e riesco a buttarmi a terra scansando le pallottole per una questione di centimetri.

«Ahhh...!», Mirko non è stato così svelto e si piega in due crivellato di colpi.

«Maledetti bastardi...», Sal è stato più rapido, ma non abbastanza per evitarsi una pallottola nella gamba, mentre Anna nonostante la pesantezza dei suoi 100 chili e l'ingombranza del suo seno ciondolante è riuscita con agilità inaspettata a buttarsi dietro la Bmw.

BANG

BANG

Sparo alla testa e il mitra fa partire raffiche all'impazzata in aria: il primo uomo di Saviano è andato.

«Bravo frocio!», Sal, con la pistola in pugno, per la prima volta sta dalla mia parte...

«Maledetti cani!

Falli fuori, Gennaro!», Saviano bestemmia e ordina al suo secondo uomo di fare quello che l'altro, appoggiato con la testa fuori dal finestrino, non può più eseguire.

Gennaro scende dal suo lato e obbedisce scaricando una raffica di mitra.

RAT-RAT-RAT

Ma le pallottole finiscono tutte nella sabbia, riuscendo solamente ad alzare piccoli sbuffi polverosi.

«Pronto, Sal?», nel frattempo sono riuscito a ripararmi dietro la mia auto dove si è già trascinato Sal.

«Pronto, finocchio!».

«Allora al tre...

1...

2...

3...!».

BANG

BANG

BANG

Spariamo insieme, qualche colpo buca la carrozzeria argentata, ma almeno tre bucano la pancia di Gennaro, che con un rantolo finisce con la faccia sul cofano: morto.

«Gennaro!», Saviano si accorge che adesso nessuno può più uccidere per lui e pistola in pugno esce dall'auto costretto a risolvere la faccenda in prima persona. «Andate all'inferno, bastardi», spara rabbioso tutto il caricatore verso di noi, ma da sempre  la rabbia non va d'accordo con la precisione.

Click!Click!

I colpi finiscono prima se sono sparati alla cieca.

BANG

BANG

A me invece ne sono rimasti ancora due.

BANG

BANG

BANG

E a Sal tre.

«Ahhh...», Saviano, ingordo, se li prende tutti: due alle gambe, due in pancia, uno alla spalla, e cade pesante sulla sabbia, che ne attutisce inutilmente l'impatto.

«Bel lavoro.

Li abbiamo spediti tutti all'inferno quei maledetti porci... uhhh...», Sal prova ad alzarsi, ma la pallottola nella gamba si fa sentire.

«Quel bastardo di Saviano ci ha teso un'imboscata», Anna si tira su a fatica aggrappandosi alla carrozzeria della Bmw, che l'ha ben riparata: come al solito ha pensato soltanto a salvarsi la pelle, mentre noi ce la giocavamo a dadi.

«Qualcuno gli ha passato la soffiata del nostro incontro e lui non voleva lasciarsi scappare l'occasione di farci fuori tutti e tre in un colpo solo.

E di prendersi anche la taglia da un milione...

Ma stavolta ha fatto male i suoi conti», guardo il suo corpo rannicchiato e crivellato di pallottole.

«Maledetto bastardo!», Sal gli sputa contro quello che gli resta della saliva.

«Penso sia il caso di andarsene alla svelta da qui», Anna prende la valigetta e la posa sul sedile posteriore. «Ce la fai, Sal?», gli indica la gamba.

«Ce la faccio», e zoppicando si trascina fino a mettersi seduto accanto alla valigetta.

«E tu, Emiliano?», mi guarda da Cessa, l'ennesimo bottoncino grigio si è sganciato e il copricostume è del tutto aperto sul suo seno sempre più ciondolante.

«Credo che dovrete darmi un passaggio.

La mia macchina è andata», e le indico il filo di benzina che cola dalla carrozzeria bucherellata e le due gomme sgonfiate dalle pallottole.

«Mettiti accanto a me», apre la portiera e si mette al posto di guida.

«Vedo che viene anche il frocio», la ferita non fa perdere a Sal le buone maniere nei miei confronti.

«Se dovremo sopportarci per qualche giorno è bene farci subito l'abitudine», lo guardo dallo specchietto. «E stringi bene il fazzoletto alla gamba se non vuoi morire dissanguato».

«Va' all'inferno!».

Anna mette in moto, ma qualcuno non è d'accordo che noi si vada via così presto.

BANG

BANG

Saviano, prima di crepare e finire eternamente con la faccia affossata nella sabbia, ha trovato la forza per sparare due colpi bucando la carrozzeria della Bmw. Quel bastardo nascondeva un’altra pistola.

«Maledetto...», Anna fa una smorfia e scavando la sabbia con le gomme fa un semicerchio e riporta l'auto in direzione del mare.

Ingrana la marcia e riparte, lasciando la frizione di scatto.

«Ma cosa fai, Anna?!», punta diritta in direzione del corpo di Saviano.

Accelera e passa sopra il vecchio boss ormai già morto.

«All'inferno, bastardo...», lo sguardo di Anna è una mescola di sadismo e rabbia e io sento distintamente il rumore delle ossa che si spezzano sotto le ruote dell'auto.

«Perché, Anna?

Saviano era già morto!».

Ma non mi risponde ed esce dal breve sentiero sterrato andando a strattoni per poi accelerare e imboccare a tutta velocità la litoranea.

IV

CESSAZIONE

«Cazzo, Anna...», il tachimetro segna 100 chilometri come i suoi chilogrammi e le gomme stridono dolorosamente a ogni curva.

«Rallenta, Anna... mi fa male la gamba!», Sal si lamenta da dietro aggrappandosi ai sedili.

«Rallenta! Non ci sta inseguendo nessuno, per diavolo!», la guardo, ma sembra non mi senta, e tenendo entrambe le mani strette al volante, continua a guidare con gli occhi fissi sul  parabrezza.

Percorriamo ancora poco più di un chilometro e all'improvviso, finalmente rallenta e accosta sulla destra, parcheggiando in una piazzola sterrata.

«Uhhh...», Anna si china sul volante fino a toccarlo con la fronte, mentre il seno le ciondola fuori dal copricostume, appoggiandosi floscio sulle ginocchia.

«Quel bastardo... mi ha beccato in pieno...».

«Anna... cosa c'è?», la prendo e la tiro su, rimettendola con la schiena contro il sedile.

«Mi sono beccata... due pallottole in pancia... uhhh...», abbasso lo sguardo e solamente adesso mi rendo conto che Saviano, oltre alla carrozzeria, ha bucato anche lei.

Ecco perché ha travolto un corpo già morto, la morte non era abbastanza per chi aveva commesso l'affronto di spararle...

«Che cazzo sta succedendo?», Sal mette la testa fra i due sedili.

«Si è presa un paio di pallottole», gli faccio cenno con la testa, indicando la pancia di Anna.

«Fanno un male cane... ohhh...», le sposto le mani, le ferite sono brutte.

«Ti portiamo da un dottore... te la caverai...», provo a rassicurarla, asciugandole il sudore con un fazzoletto.

«Bisogna andare via da qui, fra un po' sarà pieno di poliziotti», Sal se ne frega di Anna e pensa solo a salvarsi il culo.

«Vieni, Anna... guido io e ti porto da un dottore...», mi scambio di posto con lei, senza scendere dall'auto.

«Uhhh... fai piano...», lo scambio è doloroso, le pallottole le bruciano la carne, nel profondo delle budella.

«Così...», la sistemo, ma lei rimane distesa di fianco con la tempia poggiata a metà sedile e le mani sempre a stringere ansiose la panza da cessa.

«Fa' presto... sto morendo... m'ha sfondato... ohhh...», Anna è lucida e cruda anche con sé stessa.

Parto con una sgommata, i granelli nella clessidra scorrono più veloci quando le pallottole sono profonde, il tempo è poco, ammesso ci sia ancora.

Anna si lamenta mentre spingo sull'acceleratore, la mia intenzione è di arrivare all'ospedale e lasciarla all'ingresso, ma guardandola mi viene sempre più la paura che la nostra sia una corsa contro un muro.

«Uhhh... fermati Emiliano... mi sento morire...», sempre appoggiata di fianco sul sedile nella posizione in cui si è piazzata, stacca una mano dalla pancia e l'allunga all'indietro cercando le mie. «Fermati... non voglio... crepare così... ohhh…», si riporta subito la mano sull'addome trapanato, illudendosi di tamponare, oltre al dolore, anche la morte.

«Va bene, Anna», l'accontento, so che ha ragione.

V

L'ULTIMA FREGATURA

Un centinaio di metri più avanti c'è una strada sterrata che porta nei campi, la prendo e mi fermo in uno spiazzo d'erba, all'ombra di un albero.

«Maledetta pallottola…», Sal è il primo a scendere e trascinando la gamba apre la portiera contro la quale è appoggiata la Cessa, che per poco non si rovescia a terra.

«È finita, Anna...», la guarda quasi compiaciuto, è arrivato il momento di vendicarsi per quasi 40 anni di respingimenti.

«Va' all'inferno... Sal… uhhh...», la vecchia tigre tira fuori gli artigli, tentando di ruggire ancora.

«Stavolta ho paura che mi precederai», e il godimento di vederla morire gli fa dimenticare anche il dolore della propria ferita.

«Anna...», sono rimasto seduto al mio posto e le tiro via i capelli che le si appiccano al viso sudato. «Fai vedere... forse puoi ancora cavartela…», provo a metterla seduta con la schiena appoggiata al sedile.

«Uhhh... no... lasciami stare... non muovermi...», mi scaccia le mani. «Mi brucia troppo... la pancia... non mi spostare... ohhh...», anche un piccolo movimento da un centimetro sembra ucciderla.

Click!

«Dura a morire come sei potresti anche metterci delle ore prima di andare all'inferno», Sal le punta la pistola contro. «E io non ho tutto questo tempo.

Non voglio farmi beccare dalla polizia per aver aspettato che la Cessa crepasse con comodo».

«Metti giù la pistola, Sal!», gli rivolgo il palmo aperto della mano per tentare di dissuaderlo.

«Stai zitto, frocio!

O pianto anche a te una pallottola in testa».

BANG

Il rumore dello sparo fa scappare un gruppo di uccelli che aveva trovato riparo fra i rami dell'albero.

Vedo una macchia rossa allargarsi sempre di più sulla sua fronte, mentre un accenno di sorriso già morto gli increspa la bocca e gli dà un'aria ironica che da vivo non ha mai avuto.

Cade in avanti come un burattino dai fili staccati e dopo essere rimbalzato sulla carrozzeria finisce di schiena sul prato, con gli occhi aperti a fissare l'oscurità eterna senza ritorno.

«Ti sbagliavi...

All'inferno... mi hai preceduto tu...», Anna ha in mano una pistola con la canna arroventata.

Sul sedile, nascosta sotto le sue tette a penzoloni, teneva la sua borsetta con dentro il suo inseparabile giocattolo.

Con Anna per Sal va sempre a finire così; ma stavolta può consolarsi: questa è sicuramente l'ultima volta che è rimasto fregato.

VI

ALTARE DI SANGUE

Scendo e faccio il giro della macchina, mettendomi accucciato all'interno della portiera aperta.

«L'hai fregato un'altra volta il povero Sal...», e mi viene da ridere, pensando che è riuscita ad ammazzarlo da morta.

«Tirami su...», ha cambiato idea. «Piano... ohhh...», la prendo e la sento quasi leggera, forse gli artigli della morte mi stanno aiutando, tirandola su insieme a me.

Il copricostume è completamente aperto, la carne le esce abbondante da tutte le parti, sovrapponendosi sui fianchi in doppi strati, e il seno le ciondola fin quasi a coprirle i due buchi lasciati dalle pallottole di Saviano.

«Dammi... l'estrema congiunzione... Emiliano...», mi guarda da bagascia. «Scopami... per l'ultima volta...».

«Ma... Anna...», la proposta mi coglie di sorpresa.

«Non c'è tempo per i ma... uhhh...», una fitta le fa tirare indietro la testa. «Sto morendo... scopami adesso...», e con la mano va a cercarmi in mezzo ai pantaloni.

Maledetta Anna, mi fai eccitare anche ridotta così...

«Oggi... volevo... sposarti... Emiliano...

Ma... il rosso... ha rovinato... il bianco... del vestito...», mi mostra la mano intrisa di sangue. «Io... sono... vecchia... per te...?».

«Tu non sei vecchia per nessuno, Anna», un po' di galanteria non guasta, tanto più che non ha molto tempo per godersela.

«Ma... le pallottole... bruciano...».

Lo sa anche lei.

Distolgo lo sguardo, non mi sento di compatirla.

Ne ha fatti fuori parecchi, prima o poi doveva toccare a lei.

È durata anche troppo in un ambiente del genere: da tempo mi aspettavo di leggere i particolari della sua morte su un articolo di cronaca.

Mi metto sopra di lei, inclinando il sedile all'indietro, per riuscire a stare nell'abitacolo.

Avrai l'estrema congiunzione che cerchi, Anna. E ti smacchierò il vestito...

«Ohhh... sì... così...», la Cessa ha ancora la forza per muoversi sotto e contro di me, ma ogni battito d'ali può essere il suo ultimo svolazzo. «Sì... godo... è incredibile… godo… ohhh...», la vecchia Anna vuole arrivare prima della morte e si lecca le labbra assaporando insieme godimento e sangue.

Ce l’ha fatta, è arrivata prima, ma ora sembra aver perso anche le ultime forze.

La benzina finisce prima se si va veloci.

Addio, Cessa, hai avuto ciò che mi hai chiesto.

E le fisso, con un po’ di nostalgia, le tette sfiancate, ormai appese al chiodo.

VII

CESSAZIONE COMPLETA

«È stato bello... Emiliano...», mi fissa in un attimo che pare infinito.

Ho avuto paura fosse l'ultimo, ma le tette della Cessa sembrano ciondolare ancora un po’.

«Anche per me».

Mi stacco da lei e le riporto la mano sulla pancia, lasciandola a gambe divaricate: la posizione giusta per una cessa che muore dopo aver goduto.

«La sai... una cosa… Emiliano… ohhh...», mentre sospira, continua a premere entrambe le mani sulla pancia, come a tenersi stretta gli ultimi granelli della clessidra. «Ho sempre... avuto paura… ohhh… di risvegliarmi... all’interno... di una bara…

Emiliano... fammi... un altro favore… veglia tu... il mio corpo… per tre giorni…

Lo farai…?».

«Lo farò», l’accontento, non si può negare niente a una cessa morta.

«Saviano... ha avuto... solo fortuna… uhhh… non pensava... nemmeno lui… di beccarmi... due volte… quel bastardo…

Ma io… io… non sono... crepata... subito… come lui… ohhh…», la Cessa vuole trovare qualche consolazione al suo destino, e io l’assecondo ancora: «No, tu sei molto più tosta di lui, Anna».

«Io... ho fatto in tempo... ohhh... a sposarmi... lo stesso...». Non riesco a nascondere un certo imbarazzo: io, il marito della Cessa; lei, mia moglie. «Emiliano… metti... una bella canzone… uhhh… fai presto…».

Accendo l’autoradio, bastano poche note per riconoscerla: "Cold hearted man" degli AC/DC.

Anna sembra contenta, se una cessa può essere contenta mentre sprofonda.

Decido di chiuderle il copricostume fino allo sterno, rimettendo dentro le tette esauste: tanto lei non ha più la forza per impedirmelo.

Mia moglie non può morire da troia.

«Queste due stronze... si sono piazzate… ohhh… proprio bene… sai…?

Non riesco… a digerirle…», lo sguardo ormai allucinato.

Anna, cosa aspetti ancora?

Non sei stanca di questo tormento?

Perché non ti lasci andare?

Lo sai anche tu che è finita, no?

Gli AC/DC sfumano, travolti dalla pubblicità.

«Ricorda... la promessa…», sussurra.

«Stai tranquilla, me la ricordo».

«Devo dirti... una cosa… Emiliano… ohhh...», sembra avere una terribile fretta, e non è difficile capire perché. Gonfia il petto, da Cessa, stirandosi addosso il copricostume senza costume. «Io… io… ti…».

Anna non riesce a completare il concetto.

Butta fuori l’aria tutta insieme. Le tette si sgonfiano.

La clessidra è finita.

L'ha sfruttata fino all'ultimo granello.

La Franzone reclina il capo all’indietro e chiude gli occhi: il petto non ciondola più, le braccia scivolano sui fianchi prive di volontà.

Più niente da fare, Anna. Lo sapevamo entrambi.

Oggi non sei stata fortunata come altre volte.

Per scrupolo le tocco la carotide.

Niente...

Partita chiusa.

A questo punto prendo la valigetta macchiata dal sangue di Sal e faccio scattare le aperture: posso consolarmi con la dote della mia sposa.

Grazie, Anna.

VIII

LA CESSA NON VA GIÙ

Il conto è chiuso, rimane soltanto quella folle promessa.

Ma non si può mentire ai morti.

Così prendo a passeggiare impaziente nei dintorni dell’auto, controllando che la zona rimanga tranquilla, in attesa che mi venga qualche idea su dove passare i tre giorni.

Da queste parti, per fortuna, nessuno si allarma per uno sparo.

Ho tempo per occultare il cadavere di Sal in mezzo alle fratte.

Di tanto in tanto torno a guardare Anna.

Inutile negarlo: rimane una cessa anche con gli occhi chiusi per sempre.

Mi viene una gran voglia di sbottonarla.

Ma riesco, sia pure a stento, a trattenermi.

Mi sfogo in solitudine, per non profanarla.

Cala la notte. C’è luna piena. Non ho ancora deciso cosa fare. Lei ancora non puzza.

Per ammazzare il tempo, accendo di nuovo l’autoradio.

La zona, evidentemente, è frequentata da coppiette che s'infrattano in auto, quindi non solo non do nell’occhio, ma anzi mi mimetizzo a perfezione con Anna sbragata sul sedile.

Dopo qualche minuto ripassa "Cold hearted man", e mi mette addosso un po' di nostalgia, oltre alla voglia di fumare.

Apro lo sportello di guida, distendo le gambe fuori dall’abitacolo e mi accendo una sigaretta, sperando sia l’ultima.

«Io... ti... amo… Emiliano…».

Sembra la voce di Anna, ma è solo la stanchezza di una giornata infernale: chissà che effetto mi avrebbero fatto quelle parole, se la Cessa me l’avesse dette davvero.

Finisco la sigaretta fuori dall’auto.

Faccio un po’ di passi, controllando i paraggi e guadagnandomi una fama da guardone.

BEEP-BEEP

È il clacson della Bmw!

Torno subito indietro, pronto a estrarre la pistola.

Ma non si vede nessuno.

Mi avvicino ancora.

Niente...

Rientro nell’abitacolo.

«Dove cazzo… sei andato…?».

Rimango di sasso a lungo, incapace di muovere un solo muscolo.

È Anna Franzone ad aver parlato!

E mi sembra ancora in grasso e ossa…

Cessa infernale!

La nostra storia non finisce mai...

«Mi sono... sentita toccare… ma non riuscivo... a muovermi...

Eri tu…?».

Chissà perché penso a Sal in quel momento.

Forse era riuscita a fregarlo per l’ennesima volta.

Io da quando era morta, o entrata in coma, non l'avevo più toccata.

«Adesso ti sistemo io, Anna.

Si fa a modo mio.

Reggiti…».

È riuscita a rivoltare la clessidra.

Ora spero che il tempo ci sia.

Chiamo un cesso di dottore in quel di Pozzuoli, radiato dall’albo a causa delle sue cure anticancro, e metto in moto, sgommando tra le coppiette: basta flirtare al chiar di luna, quel dottorucolo adesso ha due tumori fulminanti all’intestino da curare con la massima urgenza.

E il Nobel... glielo pago io.

IX

PROLOGO

E così è iniziata la mia nuova vita con Anna.
Rapporto aperto, con qualche spiffero, ma sostanziale tenuta.
Lei, sempre al top, nonostante l’età e il grasso.
Camicette allentate e carne che scoppia, i suoi segreti peggio custoditi.
A causa dei buchi, cammina con il bastone, ma le ho fatto tingere i capelli e non dimostra più di 50 anni.
Gestiamo insieme i traffici e non la faccio mai andare in giro scortata da altri.
Dopo quello che è accaduto, voglio godermela a lungo, non mi fido di nessuno.
Non mi va di vedermela riportare crivellata di colpi.
La nostra canzone potrebbe non funzionare.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

A SETTE RESPIRI DALLA FINE

di Salvatore Conte (2013)

TUM TUM
«?!
Casper, sei tu? Non puoi entrare, lo sai che abbasso sempre il chiavistello!
Ma… sei tu? Rispondi!».
SZOCK
Il coltello si fa strada nel legno della porta.
«AAAAH!», l’urlo spaventato di Minkoha-Toy, super quarantenne di origini cinesi; forme prepotenti, sguardo assassino, incontenibile.
L’urlo proviene dalla sua casa nella Valle della Luna Crescente.
T-TLAK
Il coltellaccio sega la porta in verticale, cercando di far saltare il chiavistello.
La cinese si avventa sull’archibugio di famiglia, appeso al muro, proprio mentre il chiavistello salta…
TLANK
«F-fermati! Ho un fucile puntato contro la porta!».
SCREEEK
Ma la porta si dischiude, cigolando.
«Al diavolo!».
BANG
Lo sparo produce un foro grande quanto una testa, la porta si è richiusa.
Minkoha-Toy guarda fuori, attraverso l’ampio buco.
«!».
Una figura indistinta giace a terra nell’oscurità.
La quarantenne si fa coraggio, apre la porta ed esce allo scoperto.
Ma si accorge subito che si tratta solo di un pupazzo…
È una trappola!
Nell’ombra si muove qualcosa…
Appena il tempo di voltare la testa: «!!».
SZOCK
«ORRRGLH!», un rantolo orribile sulla bocca spalancata della bella Minkoha-Toy.
Una violenta coltellata alla schiena, il sangue che schizza, l’archibugio che salta dalle mani rattrappite.
«H-hhh…!», la cinese si volta verso il suo assassino, che alza il coltello sanguinante verso di lei, minaccioso, crudele, non pago della prima, mortale offesa; sul volto, una maschera dal sorriso perfido e truce.
«C-chi sei?», domanda terrorizzata la donna, con gli occhi fuori dalle orbite, carichi di paura.
«Chi sei…?», ripete, di fronte a quel ghigno infernale.
SZOCK
«AAAAAH!», l’unica risposta che ottiene è una coltellata nella pancia, ancor più violenta della prima.
La cinese si piega sulle ginocchia e stramazza a terra, faccia avanti.
L’assassino la volta supina e si gode la sua espressione.
Il volto terrorizzato, gli occhi interamente fuori dalle orbite, la bocca spalancata allo spasimo.
Le zampe all’aria. Spaventosamente rattrappite.
Questo è ora Minkoha-Toy.
Impietoso, l’assassino intinge il dito nella piaga e comincia a disegnare un labirinto di forma circolare sulla parete interna della casa.
Sembra procedere di pari passo con l’agonia della sua vittima.
Quando gli pare che la donna a terra abbia ormai l’anima in gola, si accinge a chiudere il labirinto con l’ultimo tratto di sangue.
«Nel nome degli ultimi sette respiri…», e si prepara all’estasi.
Ma qualcosa lo interrompe…
Una figura scura irrompe inopportuna sulla scena del delitto, piegandosi pietosa sulla donna rattrappita a terra.
Per chi lo conosce, è il migliore alchimista di Tull e forse di tutta la Nuova Inghilterra.
Giunto nella Valle per praticare cure urgenti, è stato richiamato dall’urlo disperato della donna.
«Maledetto… hai interrotto il rito…!», esclama l’assassino.
BANG
BANG
Curare è anche un po’ uccidere.
L’alchimista gira sempre armato. E mira alla fronte.
Agrippa osserva il segno scritto col sangue. E torna dalla vittima.
«Coraggio… il labirinto ha una via d’uscita».
Minkoha-Toy, però, sta vedendo la morte in faccia. Per lei è troppo tardi. È giunta agli ultimi sette respiri. Ha l’anima in gola, in procinto di essere sputata fuori.
Ma anche una pazzesca voglia di vivere, in grazia della quale se la tiene stretta, rattrappita dentro.
L’alchimista soffoca gli ultimi respiri di Minkoha-Toy. Egli ha sempre con sé le sue cure. Un veleno ad azione rapida che sospende il conto alla rovescia.
È la condizione indispensabile per poter lavorare sulle ferite.
Finché c’è un’uscita, c’è anche una speranza.
Perché, alla fine, prima della fine, un buon alchimista trova sempre l’uscita.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

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LA MUMMIA È COLPITA ANCORA

di Salvatore Conte (2019)

Il caso non è di quelli comuni.
L’Agenzia di Jack Thunder annovera clienti molto particolari.
Ciò gli ha consentito di mettere su un po’ di grana e di assumere finalmente una segretaria.
Le cose sono andate come vanno di solito.
Anna Frazer - due divorzi alle spalle e un passato oscuro - si è tirata fuori da un tumore per miracolo.

Però ne è rimasta segnata: è invecchiata precocemente e ha perso gran parte della propria disinvoltura.
Ne dimostra 60, pur avendone diversi di meno.
Tuttavia ha conservato uno strano fascino, nelle cui spire è rimasto invischiato proprio Jack Thunder.
Smaliziata, quasi cattiva, gli ha dimostrato di saper usare il grilletto delle pistole meglio dei tasti del computer.
E così, ormai sono soci.

«Se torna, sono finita».
«Torna, chi?».
«Il cancro».
«Vedrai che non torna».
«Parli facile tu…».
«Con un mestiere come il nostro, preoccuparsi per un tumoraccio è quasi un lusso».
«L’hai chiamato giusto: mi ha scavato di brutto, sembrava fatta».
«Per quanto abbia scavato… è rimasto sempre tanto…», si avvicina con un bicchiere di whisky in ciascuna mano. «Alla tua vittoria, Anna…».

Il liquore gli fa pregustare il successo.
È ormai da parecchio, infatti, che se la porta a letto.
E benché non tutti la ritengano un grosso trofeo, lui è contento così.
Qualcuno dei colleghi l'ha ribattezzata “la Mummia”.
Anna ha diversi anni in più, non sembra una storia che possa durare, però intanto dura.
E lui se la gode, senza farsi troppi problemi.
Anche se consumata, invecchiata, ingrigita, ingrassata, a lui sembra di vederla risplendere tra riflessi purpurei.
Gli appare una sorta di dea decaduta, con i capelli bianchi, che lotta per sopravvivere fra comuni donne mortali.
«Hai saputo scegliere, Jack. Non sono finita. E tu lo sai...», facendosi sotto per farsi toccare, dare e ricevere conferma.

Tutti i giorni va in scena lo stesso spettacolo: tanta carne per Thunder.
«Mascherata, ma non finita».
«Infatti.
Ai tuoi amici, invece, piacciono le sgallettate d'oggi. Ho visto come mi guardano. Come fossi una scarpa vecchia».
«Ti guardano così perché vorrebbero tanto farti, Anna».
«Basta stronzi, Jack».
«Pienamente d'accordo».

Si allenta la camicetta e gli accompagna la testa fra le tette.

«La Mummia colpisce ancora...», rivelando un'insospettabile dose di humor, per una che è considerata una vacca spremuta, ormai fuori dai giochi.
«Lascia perdere quegli imbecilli...»
«E perché? Le mummie hanno molti poteri...»
«Come te, allora. Va a finire che hanno ragione...».
E la barca va (lungo il Nilo).

L'Organizzazione ha subito un ammanco da 10 milioni di dollari.

Un colpo sospetto in una filiale bancaria preposta al riciclaggio.

Così i boss, oltre a sguinzagliare i propri uomini, hanno ingaggiato gli investigatori privati di riferimento.

C'è Jack Thunder.

E c'è anche Dara Bubek. Una dura, slava ma non slavata.

Fra loro non è mancato del tenero.

Entrambi, però, brancolano nel buio.

«Ho una notizia che può interessarti».

«Sputa».

«Non al telefono.

Vediamoci tra mezzora al luna park abbandonato.

Portati gli attrezzi...».

Piove forte sulla ruggine del vecchio luna park.

FLOP

FLOP

Una figura corpulenta, infagottata in un impermeabile nero di vinile, con il cappuccio calzato sulla testa, ha appena saldato il conto, senza far rumore, a due giovanotti troppo fortunati.

Il terzo del gruppetto c'era rimasto secco all'interno della banca.

La soffiata era giusta.

Non sono serviti grandi rinforzi: è bastata una persona che lui conosce bene.

I 10 milioni ci sono tutti.

«Tesoro, non mi servi più...».

FLOP

FLOP

L'ex marito merita due colpi tutti per lui.

«Mettila giù, adesso.

E non fare scherzi, se ci tieni a vivere».

Il luna park non è morto del tutto, perché la giostra del piombo funziona ancora.

«C'è anche Jack?».

«C'è anche lui».

«Te lo sei scopato?».

«Ho già il mio uomo».

«Non dovevi essere da tua sorella, stasera, Anna?».

«Un cambiamento di programma, Jack.

Il tempo di ammazzare il mio ex marito e recuperare i 10 milioni.

Non lavoravamo a questo?».

«Dimentichi che l'Agenzia è la mia, e che tu dovevi avvertirmi, anche se andiamo a letto insieme».

«Okay... che vuoi fare adesso?».

«Metti giù il ferro, bambola. A decidere sarà Dara. È lei che mi ha portato qui.

In ogni caso i soldi vanno restituiti al cliente».

«Vuoi scherzare?!

Questo è un maledetto mucchio di grano e sai bene che il cliente non è per niente in regola.

Ha denunciato un ammanco di soli 200.000 dollari. Sono la tua segretaria, lo sai...».

«È gente pericolosa, e con noi si sdebiterà in altro modo.

Inoltre hai complicato le cose con la morte di questo idiota...

Arriveranno fino a te».

«Davvero pensi che starò qui ad aspettarli?».

Un lampo crudele le brilla negli occhi.

Nonostante la stazza, ha la prontezza di sferrare un calcio con gli stivaloni a un tavolaccio, e di scagliarlo contro la Bubek.

La Frazer ne approfitta per sgusciare via dalla fatiscente struttura con la preziosa valigetta.

L'investigatrice slava, però, non molla.

La individua mentre fugge nel buio tra le sterpaglie del luna park abbandonato.

«Mi dispiace, Jack».

«Anna, fermati!», le urla da lontano Thunder.

POW

Dara spara il primo colpo.

Sembra andato a vuoto, perché Anna prosegue la sua folle corsa normalmente, continuando ad abbattere frasche e cespugli.

La Bubek, però, è un'ottima tiratrice.

E sta per aggiustare il tiro.

POW

Il secondo colpo arriva a segno, intorno alla spalla, ma la Frazer non sembra nemmeno accorgersene, talmente è decisa a fuggire con i soldi e a salvarsi.

L'obiettivo rimane la sua auto, nascosta dietro le montagne russe.

«Anna, ti farai uccidere!», Thunder prova a fermarla con le parole.

Dara con il piombo.

POW

Il terzo colpo raggiunge la Frazer alla schiena.

La segretaria di Thunder accusa per la prima volta il colpo, perde l'equilibrio come avesse incespicato su qualcosa e per un attimo sembra ruzzolare a terra; tuttavia, rimessa in asse dalla sua folle disperazione, riprende a correre più di prima.

POW

Il quarto colpo la raggiunge ancora alla schiena: la Frazer sembra ignorarlo per qualche attimo, ma subito dopo la sua falcata si appesantisce e la segretaria di Thunder comincia a caracollare scomposta tra i cespugli.

Cerca disperatamente di riprendere l'equilibrio come fatto poco prima, ma stavolta è troppo anche per una come lei.

Il gioco è finito.

La Frazer caracolla del tutto e si schianta pesante a terra come un velivolo abbattuto dalla contraerea.

Il volo della segretaria di Thunder è finito.

I due investigatori vanno a controllare.

È riversa a pancia in giù con le braccia allungate sopra la testa.

La mano destra di Anna Frazer è rimasta incredibilmente stretta alla maniglia della valigetta.

Sull'impermeabile di vinile, nonostante il fondo nero, si notano i tre grossi buchi prodotti dal revolver di Dara Bubek: uno sulla spalla e due sul dorso, a bucarle entrambi i polmoni; non le ha colpito il cuore, ma neppure le gambe.

La collega di Thunder le stacca la mano dalla valigetta, la volta e le allenta il collo dell'impermeabile.

La Frazer ha lo sguardo confuso e la bocca spalancata: le manca l'aria, per la gran corsa, e per i polmoni che fanno acqua.

«Io la valigetta l'ho recuperata.

A me basta».

E se ne va senza dire altro.

Continua a piovere forte al luna park abbandonato. Sul bagnato.

La Frazer è presa dal panico, non sente più arrivare aria e prende ad aprirsi l'impermeabile e a strapparsi di dosso la blusa di seta beige che indossa sotto, come potesse ritrovare il respiro in questa maniera.

Neanche il tempo di chiamarle un'ambulanza.

Una donna in fin di vita, ferita a morte da diversi colpi d'arma da fuoco, è stata rinvenuta sul luogo del feroce regolamento di conti.
«A...m...m...a...z...z...a...l...a... J...a...c...k...
», le ultime parole di Anna sono parole di vendetta.

Ha lottato per dire qualcosa, ma è giunta cadavere in ospedale.

Thunder è stordito almeno quanto la Frazer.
È lui la mummia, adesso. Ed esegue fedelmente le istruzioni del suo negromante.
Solo il tempo di un messaggino, e si dirige subito nella direzione presa dalla Bubek.
POW
POW
POW
Colpi di revolver.
Dara è in difficoltà, qualcosa non quadra.
POW
POW
POW
Ormai è tutti contro tutti: 10 milioni di dollari pagano la pazzia a chiunque.
Tanto meglio.
Non ha avuto nemmeno bisogno di colpirla, è già a terra da sola.
E ha finito i colpi.
«Sei fottuta, bellezza».
POW
Non lo fa per salvarla.
Senza darle spiegazioni, e nemmeno parlarle, senza chiamarle un’ambulanza, con lo sguardo vitreo, le sottrae la valigetta e riprende a correre.
La mummia ritorna dal suo negromante.
«Ce l’ho!».
Gli occhi torbidi di Anna si rianimano.
Ha cercato di resistere, aspettato a crepare, per assistere al proprio trionfo negromantico; e ora farebbe bene a usare su sé stessa i propri poteri, per convincersi a non lasciarci la pelle: automesmerizzarsi per mantenere un barlume di vita attaccato al grasso del corpo.
Anche invecchiata, imbolsita, trascurata, condannata, è stata capace di ammorbidire un duro come Jack Thunder.
È vero, non l’ha ammazzata, ma anche le mummie conservano un’anima; e poi glielo terrà nascosto.
In ogni caso, sa come alla sua padrona interessi molto di più la valigetta con il grano che non la pelle di Dara.
In fondo sarebbero un mucchio di soldi, se fosse questo a contare.
L’ambulanza privata, il sarcofago di Anna, è arrivata.
Trasporterà uno, forse due cadaveri, presso l’ambulatorio del dottor Morton, specialista in rianimazioni.
Il luna park abbandonato ha avuto un sussulto stanotte.
L’ex signor Frazer c’è rimasto molto male per le due palle in pancia e prima di crepare ha pensato bene di sciogliere i due mastini che si era portato dietro.
Ma a differenza dell’ex moglie, non ha saputo assistere al proprio trionfo.
La valigetta non è tornata indietro, la Mummia non è ancora polvere e lui stesso ha perso ogni ragione per indurlo ad aspettare di crepare.
Mai mettersi tra moglie e marito: Dara forse riuscirà a farne tesoro, in futuro.
In ogni caso le converrà tenere la bocca chiusa con l’Organizzazione, visto che da fuori credere a un suo coinvolgimento sarebbe fin troppo facile; inoltre è stata graziata due volte: una da Thunder, a cui ha pur sempre ucciso la donna per quanto sfruttata, e l’altra dalla mummia di Thunder, l’uomo mesmerizzato, che evidentemente aveva ordine di eliminarla per far sparire l’ultimo testimone e soddisfare la sete di vendetta della padrona; altrimenti avrebbe ripiegato su lei stessa.
Dunque, meglio non mettersi contro le mummie e i morti.
Le luci si spengono sul luna park tornato morto, ma con nuovi visitatori che non se ne andranno più.
E se gli alligatori faranno il resto, la scena tornerà pulita come prima.

Lettore, l'attrice che ha ispirato questo racconto è un personaggio vivente.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA MAZONIANA DAI CAPELLI CORTI

di Salvatore Conte (2019)

È stata definita la Regina della Mala.

Potente, decisa, spietata, e soprattutto bona.

La sua musica dice tutto di lei. Proprio tutto.

Non ha un cognome, si fa chiamare Lafrezzi, e basta.

La sua figura è circondata dal mistero, le sue tette da una camicetta sbottonata.

E come una Regina d'altri tempi guida i suoi all'attacco nell'ennesimo regolamento di conti.

POW
Un colpo di rivoltella la raggiunge all’addome.
È una brutta ferita, ma addosso a lei sembra un graffio; quantomeno appare prematuro darla per morta.
«Maledizione…!».
Lei, però, si ingobbisce su sé stessa e cerca disperatamente una via di scampo, come fosse stata incornata da un toro.
«Presto… l’estintore…».
Lo scagnozzo la guarda basito.
«L’estintore… idiota…», non gli concede neanche le attenuanti generiche.
Vuole proprio l’estintore, ha capito bene.
Forse vuole compiere un atto disperato.
Glielo consegna.
Appena in tempo.
Una nuvoletta di fumo nero si sta sprigionando dalla ferita: la classica nuvoletta che precede l’esplosione di un fuoco cieco.
SBRUUF!
Sebbene colta dal panico, Lafrezzi si schizza addosso l’estintore.
SBRUUF!
Insiste con un secondo getto, per cercare disperatamente di soffocare il fumo, prima che divampi la fiamma.
SBRUUF!
L’estintore è esausto.
«Prepara una vasca d’acqua fredda, presto!».
SPLASH
«Maledetto bastardo... a momenti mi frega…
Ascolta bene... tu...
Se parli... ti faccio ammazzare...
E comunque... non ti crederebbe nessuno...».
«Chi siete?».
«Ormai hai diritto di saperlo.
Sono una mazoniana. Vengo dal pianeta Mazone, lontano mille anni luce da questo pianeta.
La mia terra è ormai distrutta.

Il mio compito è quello di preparare l’arrivo delle mie sorelle, integrarmi e dominarvi, come un tempo fecero le vostre donne.
Il nostro organismo è molto resistente, ma ha un punto debole: prendiamo fuoco facilmente.

Ma non nel senso che credi tu, idiota...

Fuoco come una torcia se subiamo uno shock improvviso, una ferita letale.
Ora ne sai abbastanza di me. Entrerai nel ristretto cerchio dei miei fedelissimi.

Da cui si esce solo morti...».
«Ma è come in Capitan Harlock!».
«Esatto. L’abbiamo finanziato noi, per prepararci il terreno».
«A me la Regina Raflesia piaceva moltissimo!
E voi, a parte i capelli, siete della stessa pasta…».
«L’hai detto».
«Baciamo le mani, Regina Lafrezzi...».

Lettore, l'attrice che ha ispirato questo racconto è un personaggio vivente.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

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La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

INUTILE FUGA

di Nadine e Salvatore (2005-2019)

Hanna e Nadine.

Due donne pericolose, certo.

Qualche colpo nelle gioiellerie, una banca ripulita.

Ok... ok... anche alcuni lavoretti per conto di Jack Moreno.

Ma a chi può importare di un paio di troie freddate per disubbidienza?

Lavoretti puliti, in fondo. Un paio di colpi silenziati da una macchina in corsa. E amen.
Eppure Hanna e Nadine stasera hanno qualcuno alle costole. Una Maserati sta per raggiungere la Mercedes che Hanna guida con sicurezza. Troppa sicurezza. E con troppo alcol in corpo.

Hanna è tanto grossolana quanto Nadine sofisticata.

Finta bionda la prima, vera bruna la seconda.

Troppa carne Hanna, imbottita il giusto Nadine.

«Sono quattro fighettine...», le dice, guardando indietro.

Hanna sorride.

«Non ti preoccupare, tesoro. Ce la facciamo. Mangeranno la polvere».

Sa che dopo la prossima curva tutto sarà più facile.

Dà gas, si piega sul volante.

Una delle quattro sicarie, però, ha capito tutto e spara verso le gomme della Mercedes.
L’auto sbanda ed esce di strada. Hanna frena bruscamente. Ma vede proiettarsi dinanzi a sé il fusto di un albero. La distanza è troppo esigua e l’urto inevitabile. Il muso della Mercedes si schianta contro la base del tronco. Gli airbag fanno il loro lavoro, ma Hanna - come al solito senza cintura - sbatte violentemente contro il cuscino d'aria, perdendo i sensi. La cintura tra i grossi seni di Nadine schiaccia invece il torace della bella donna, lasciandola senza fiato per un istante.
L’auto è ancora avvolta del vortice di polvere provocato dalla frenata. Del fumo esce dal radiatore sfondato.

Nadine cerca di svegliare l’amica scuotendola: «Hanna! Dannata puttana!». Ma alzando lo sguardo verso l’esterno, vede la Mercedes circondata dalle quattro killer. Si slaccia la cintura urlando ancora: «Hanna!! Ci ammazzano!!». Niente da fare. Apre lo sportello in preda al terrore e scappa verso il bosco.
Una delle quattro ragazze, al cenno di una collega, comincia a inseguire Nadine.

La sicaria mira verso di lei e spara senza esitare - Phut! - colpendola alla schiena: il proiettile le fuoriesce dal grosso seno.

Il colpo la fulmina, bloccandola a braccia aperte e gambe divaricate. Con la testa pencolante all’indietro e il fiato mozzato, inarca la schiena. Ha lo sguardo sbigottito. Si preme il seno con entrambe le mani ma le gambe, ormai deboli, si piegano lentamente. Cade in ginocchio: l’immagine di una sconfitta.

La sicaria, con la pistola puntata, cammina a passo rapido verso di lei.

Parte un secondo colpo.

Phut!

Il proiettile, entrando dalle reni, esplode dal pancino ben imbottito di Nadine.

Il suo gemito soffoca nel sangue che le sale su per la gola. Una mano si stacca dal seno e preme sulla nuova ferita, lo sguardo si perde verso l’alto. La pistola è nella borsetta, ma è troppo tardi per cercare di usarla.

Dopo qualche fremito stramazza a terra. Respira annaspando, soffocata nei tremori dell’agonia. Prova a strisciare sollevando il culo e muovendo le gambe, come un verme che cerca una spinta. Arrivata a un albero, si avvinghia al tronco risollevandosi con tenacia. Punta i piedi nella terra soffice e, mugolando a scatti, riesce a rimettersi in posizione eretta.

Nadine è una tosta, non crepa facile. Aveva molti progetti per sé.

La killer la osserva compiaciuta ed eccitata.
Nadine stringe l’albero come un ultimo amante. La testa le cade all’indietro. Offrendo alla sua sicaria lo spettacolo della sua schiena ferita, con voce bassa e gutturale la supplica: «Non voglio morire... ti prego... non ammazzarmi…».

Ma la killer, dopo aver liberato il viso dai capelli con un gesto deciso del capo, tende il braccio armato verso di lei.

La preda ferita e implorante -non rassegnata alla propria fine - la eccita.

Con la mano si sfiora una coscia e, accarezzandosi l’inguine, punta l’arma verso il bersaglio.

Nadine mormora: «Aiutami... ti supplico... non spararmi...».

Ma in balia di una irrefrenabile libido, la sicaria preme il grilletto senza fermarsi.

Phut!Phut!Phut!Phut!Phut!

Nadine è investita da una scarica di proiettili che le crivella la schiena.

Si scuote convulsamente, abbracciando il tronco con tanta forza che le unghie le si spezzano quando, come artigli, si conficcano nella corteccia. Si sente attraversare dal piombo che le perfora il corpo. Le gambe si stringono come una morsa al fusto dell’albero. Solo la testa resta libera e oscilla a ogni proiettile che la trafigge. Quando il fuoco cessa, la schiena rimane inarcata e tesa, mentre dalla bocca schiusa il sangue esce a fiotti.

Stremata, Nadine scivola lungo il tronco, cede e si rovescia a terra. Contorcendosi e curvando la schiena, prova a respirare gonfiando il torace sforacchiato e sanguinante.

La killer si inginocchia davanti a lei, le allenta la zip dell'elegante tutina nera e le infila in mezzo ai pesanti seni, fino in fondo, la lunga canna della pistola silenziata, rovente di morte.

Ma neanche l'intenso calore riesce ormai a scuotere Nadine: le palpebre tremolanti e lo sguardo offuscato.

Attimi di lucidità e la sua vista sfuocata si fa più nitida, concentrandosi sulla ragazza che le preme la pistola sullo sterno. La vede palparsi tra le cosce. Sa che l’orgasmo della sicaria coinciderà con la sua fine e, non appena la ragazza accenna a una smorfia di piacere, Nadine realizza che le restano pochi secondi di vita.

In un ultimo, disperato sforzo, urla il suo terrore: «No! Nooo!!».

«Muori, troia… aahhh!!».

Phut!

In mezzo alle zinne, a sfondarla.

«Uughh!», Nadine è esterrefatta di non aver trovato scampo, c'ha sperato fino alla fine: il colpo di grazia le attraversa il petto facendola sussultare bruscamente. L’ultimo spasmo la obbliga a sollevare il bacino e a inarcare la schiena. Poi il corpo si distende, la bocca si apre e gli occhi restano spalancati in uno sguardo ghiacciato. Cosi rimane per alcuni secondi: gli ultimi istanti di vita. Scalcia senza volerlo. Infine il suo corpo si irrigidisce, senza più mostrare segni di lotta.

La bastarda che l’ha ammazzata si sfila la mano dalle mutandine e succhia avidamente le dita. Poi sfiora la canna con la lingua per assaporare il sangue della sua vittima.

Prima di abbandonare quel meraviglioso cadavere, schiaffeggia il volto immobile di Nadine, sussurrando sprezzante: «Ti ho fottuto, stronza!».

Mentre Nadine viene trucidata, Hanna, nella sua auto, riprende i sensi, cercando di ricordare quel che è avvenuto.

Pochi secondi e il suo pensiero va all’amica che non è più al suo fianco. Mette a fuoco lo sguardo nell’oscurità e vede le inseguitrici che, pistole spianate, le fanno cenno di scendere dall’auto. Hanna non esita un attimo: apre lentamente la portiera ma la sua mano destra scivola nel cassetto portaoggetti dove tiene, già carica, la sua pistola. E impugna l’arma, decisa a regalare qualche gioiello di piombo alle sue avversarie. È sotto tiro e ogni suo movimento è controllato. Due sicarie sono alla sua destra, mentre una terza, probabilmente il capo, le sta davanti, illuminata dai fari. La quarta ragazza si sta ancora divertendo con Nadine.
Hanna si mette in ordine la camicetta. È grande d'età, e anche un po' imbolsita, ma nel giro è nota come una che non passa mai inosservata e che dà ancora parecchi punti di distacco alla maggior parte delle sciacquette in circolazione.

Camicette da puttana e carne che scoppia, le sue linee programmatiche.

La sua gamba sinistra spunta lentamente dalla portiera semiaperta. Poggiato il piede sul terreno, viscido di pioggia recente, il tacco dello stivalone affonda nella fanghiglia.

Una delle ragazze grida provocatoriamente: «Su, bella... vieni fuori! Che aspetti?».

Hanna solleva il braccio destro, intenzionata a colpire prima la boss, ben illuminata dai fari.

Preme il grilletto un paio di volte - bang!bang! - e solo per un pelo non fotte il bersaglio: colpita alla spalla, la ragazza sussulta ma rimane in piedi.

Le sicarie iniziano allora a far fuoco contro l’auto.

Phut!Phut!Phut!Phut!Phut!Phut!Phut!

Lo sportello è bersagliato dai proiettili e Hanna si scuote sul sedile, ferita tre volte all’addome.

Cerca di reagire puntando la sua nove colpi contro le due bastarde. Ma non ha tempo per mirare di nuovo, perché le arriva addosso un’altra e più generosa dose di colpi: stavolta anche la sicaria ferita si aggiunge al tiro incrociato.

Phut!Phut!Phut!Phut!Phut!Phut!Phut!

I proiettili entrano da ogni lato dell’abitacolo e Hanna, colpita ripetutamente, allarga le braccia e scalcia, inarcandosi sul sedile, mentre il busto le si riempie di piccoli fori, appena più grandi dei bottoncini della camicetta.

Le sicarie interrompono momentaneamente il fuoco.

Hanna stringe ancora la sua pistola nella mano destra, appoggiata al sedile di fianco. Il suo piede sinistro, fuori dall’auto, striscia lento sul suolo, avanti e indietro. Ha la testa piegata sul petto. Controlla le sue tette, che pulsano sotto la camicetta da puttana, e che il respiro affannato fa alzare e abbassare convulsamente. È una cinquantenne ancora fottutamente in tiro, jeans strappati e carne che scoppia, sempre spregiudicata e aggressiva, per incutere soggezione nell'osservatore.

Ho almeno due proiettili nel petto, pensa, mentre con la mano sinistra cerca di tamponare una ferita al seno. Ruota lentamente il bacino e anche l’altra gamba si poggia sul terreno. Non appena prova a sollevare il braccio per sparare, la quarta sicaria, di ritorno dalla missione di morte contro Nadine, la colpisce alla schiena, vigliaccamente e inaspettatamente.

Phut!Phut!

Sussulta e scivola dal sedile verso l’esterno, restando in ginocchio con la schiena appoggiata al bordo del montante. Inarcandosi e facendo appello a tutte le sue forze, fa leva con le gambe per mettersi in piedi. Scorrendo lungo la fiancata dell’auto, si tira su fino a che la testa non le si poggia sul tetto del veicolo; poi con lo sguardo torna sulle quattro esecutrici che, eccitate e impazienti di vederla morire, seguitano a osservarla.
Hanna, però, non si dà per vinta, fosse solo per la soddisfazione di rendere il compito più difficile a quelle troie.

E così, ancora una volta, alza il braccio destro per sparare.

Ma le sicarie fanno fuoco ancora prima che riesca a prendere la mira.

Phut!Phut!Phut!Phut!

I vetri dell’auto le si infrangono alle spalle.

È proprio finita, pensa, mentre si agita all’impatto dei proiettili che la trapassano.

Lascia partire alcuni colpi dalla pistola, solo perché le dita le si contraggono sul grilletto.

Bang!Bang!Bang!

Colpi innocui verso il suolo.

Phut!Phut!Phut!Phut!

Quindi gira su sé stessa, aggrappandosi all’auto e dando le spalle alle sicarie, che le sparano intorno ai piedi, per metterle paura e farle ballare una danza della morte, non potendola sciupare oltre, per non privarsi troppo presto del gustoso spettacolo.

Hanna saltella quel poco che può, per limitare i danni, e scivola sul cofano posteriore, sputando sangue e gemendo.

Eppure punta i piedi per non cadere, tenendo ancora la pistola stretta nella mano destra.

Ma sta per mollare, povera Annarella fottuta: si rivolta supina sul cofano, guardando il cielo con gli occhi fissi. Le gambe divaricate e la posizione innaturale lasciano intendere la sua fine. La sua schiena, negli spasimi dell’agonia, sbatte più volte sul cofano. La mano destra, ancora armata della pistola, oscilla verso l’alto in cerca di chissà quale bersaglio.

E puntando al niente, Hanna spara...

Bang!

Poi, proprio mentre un fiotto più copioso di sangue sgorga dalla sua bocca, ancora...

Bang!

Le sicarie la osservano eccitate e lasciano che sia l’agonia a farla crepare.

Un altro lungo lamento e...

Bang!

Ma non è ancora arrivato l’ultimo momento di Hanna: uno sforzo disperato la fa rimettere in piedi.

Ha riacquistato un po' di fiducia e prova a salvarsi.

«Risparmiatemi... basta piombo... sono... una bella donna...», con la mano sinistra si stira addosso la camicetta per farlo capire ancora meglio, «non merito... di crepare...», in effetti è sempre un gran guardare.

È la supplica di Hanna in articulo mortis, come potesse arrivare in ospedale e salvarsi.

Ma quelle non la prendono molto sul serio.

La preferivano mentre sparava a vuoto, appannata dalla fine incombente.

«Perché... perché...», Hanna cerca almeno di capire il motivo per il quale è rimasta uccisa, crivellata di colpi.

Ma non trova pietà.

Appoggiata allo spigolo del faro, lancia alle sue assassine uno sguardo sprezzante, mentre con la mano sinistra trattiene le viscere che minacciano di uscirle dalla pancia. Dà un colpo di reni e finalmente riesce a tenersi in equilibrio sulle gambe. Oscilla per qualche istante e poi, passo dopo passo, si accosta alle quattro ragazze che, osservandola, si sfiorano fra le cosce.

Forse coltiva la segreta speranza di ottenere un po' di compassione, facendo loro vedere da molto vicino come l'abbiano ridotta.

Ma ancora niente, nessun cenno di un improbabile ripensamento.

Hanna si ferma, barcolla, alza la sua pistola, cercando di tener fissa la mira almeno su una delle assassine.

Preme il grilletto e...

Click!Click!Click!

La sua nove colpi ha esaurito le munizioni.

Sorride e poi ride sonoramente.

Ma la risata le si strozza in gola in un rigurgito di sangue.

Tossisce e poi, ricompostasi, grida: «Ho bisogno... di un dottore... sono... molto... più grande di voi... ragazze... voi... non ucciderete... una donna anziana...», impazzita dalla paura di morire, cullando la dolce speranza di poter ancora sopravvivere nel loro ospedale ben attrezzato - forte della sua stazza, della sua pompa e del suo carisma, che lascia il segno anche sulle donne - Hanna tenta fino all'ultimo di smuovere le sue sicarie con gli argomenti più strampalati.

Ma le sicarie le si stringono intorno a semicerchio. Minacciose.

Hanna si raddrizza più che può tenendo le gambe divaricate e le braccia aperte, per mantenersi in equilibrio e darsi forza, fingendosi viva.

Non vuole cedere.

Con il corpo devastato dai colpi, trova ancora lo spunto per supplicare le quattro killer: «Aspettate... sto morendo... datemi... il tempo...».

Sa che di più non può ottenere.

Cerca di guadagnare qualche minuto. Non si sa mai.

Ma il capo si fa avanti e le punta la canna allo stomaco, quasi a bruciapelo, per infierire su di lei e stroncarne le ultime resistenze.

Hanna impazzisce di rabbia.

«NO!!».

Phut!

Nessuna pietà.

La bocca della cinquantenne si spalanca, sbigottita, come se rimanesse uccisa per questa pallottola.

Non si fermano, è la fine, pensa crepando.

Un attimo dopo Hanna cade a terra, prima in ginocchio, e poi all’indietro, contorcendosi e scalciando i suoi ultimi tremori di vita. Le ragazze si avvicinano ancora, e Hanna, stretta nella morsa atroce che la sta uccidendo, solleva il bacino per uno spasmo che le fa tenere il busto inarcato e teso.

Poi una fottutissima sicaria le cala i jeans - non senza fatica per quanto sono strizzati intorno alla carne grassa - e le ficca il silenziatore fra le cosce fino alla bocca dell’utero.

Per un attimo sembra piacerle...

Phut!

Hanna emette un grido acutissimo. Il suo corpo gira su sé stesso e si blocca bocconi, la testa girata di lato, le labbra semiaperte, gli occhi dall’espressione quasi annoiata.

Infine, dopo due sussulti del bacino, Hanna mantiene il culo all’insù per un ultimo, brevissimo istante.

Quindi si affloscia a terra.

Fottuta.

«È incredibile quanta birra avesse in corpo. Voleva salvarsi a tutti i costi».

«Però aveva ragione: è stata l'ultima della sua categoria. Davvero una fuoriclasse».

«Peccato averla dovuta schiantare».

«Già... perché poi...».

RAT-RAT-RAT-RAT-RAT-RAT-RAT

Una prolungata affica di mitra falcia le quattro ragazzacce in carriera.

Non hanno la stessa capacità di assorbimento di Hanna e Nadine.

«Mi dispiace, ma sono arrivato tardi, Hanna.

Ti chiamo una delle nostre ambulanze.

Sarà qui a momenti».

Nella palude stigia le sembra di ascoltare una voce maschile.

I suoi occhi vitrei restituiscono un riflesso.

Null'altro.

È troppo tardi, pensa.

Sì, è troppo tardi, Hanna.

Ma almeno lo pensi.

«Nadine è conciata molto male.

E non ha la pompa di Hanna».

«Le ambulanze diventano due, allora».

Un'altra voce maschile.

Non posso crepare prima di Nadine. Non ha la mia pompa. Non sarebbe giusto, pensa, mentre Caronte la trascina per i piedi verso il suo barcone.

E fugge dalla morte scalciando, sognando di essere sull'ambulanza a succhiare ossigeno fresco.

Lettore, l'attrice che ha ispirato questo racconto è un personaggio vivente.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

DONNA DI PIOMBO

di Salvatore Conte (2019)

Era conosciuta come Big Chana ed era uno spietato boss di mafia.

Stazza imponente, tette mostruose, bionda, grossolana, gretta, cercava di dissimulare con modi grottescamente affabili la sua mente omicida: aveva infatti ucciso una dozzina di donne nella sua scalata al potere, senza mai aver mostrato rimorso alcuno.
Conservava una cicatrice sulla grossa tetta destra, conseguenza di una coltellata ricevuta tre anni prima dall’unica donna che fosse riuscita a ferirla.
Si diceva che quando si vedeva quella cicatrice, allora si era morti, perché Big Chana amava uccidere mezza nuda, con la camicia tutta aperta, per non sporcare troppo i vestiti.
Stava ritornando da un regolamento di conti, ed era di buonumore, perché i conti li aveva chiusi.
Le sue guardie del corpo, Baby Lana e Jenny Blue, chiacchieravano con lei su come erano andate le cose.
La prima era una biondona maggiorata molto sofisticata, dall’aspetto quasi gentile, ma del tutto ingannevole.
La seconda una morona dal piglio virile, fredda come un serpente, occhi neri come l’inferno, sorriso da incantatrice e mento tagliato da uomo.
Le tre si dirigevano presso uno dei covi della banda, un cottage nei boschi, appena fuori città.

Baby Lana, seduta al tavolo del piccolo salone, cominciò a ripulire il suo tommy gun, sorridendo all’indirizzo di Jenny Blue.

«Hai visto che ballo quella puttana?
Cazzo… non ho mai visto nessuno prendere così tanto piombo e rimanere in piedi…».
«Le puttane senza cervello non sentono il dolore: ha preso una cinquantina di pallottole come niente fosse, le sue tette sono diventate di piombo…».

«Non esageriamo, adesso. Però una ventina di sicuro...».
Big Chana si era data una rinfrescata e ora si stava rivestendo della sua camicia bianca da uomo.
Era una calda sera d’estate e le finestre del cottage erano tutte aperte.
Improvvisamente la quiete notturna fu scossa dall’esplosione di numerosi colpi d’arma da fuoco. I vetri delle finestre andarono in frantumi e diverse schegge di legno volarono per aria.
«Merda! Ci hanno trovato!».
Lana si alzò in piedi afferrando il tommy gun, ma prima che potesse mirare e rispondere al fuoco, fu raggiunta da più colpi.
Fu costretta ad abbassare l’arma e a barcollare da sinistra a destra, mentre altri colpi la raggiungevano.
Perse definitivamente il mitra e finì per arretrare contro la parete di fondo.
Jenny si era gettata a terra e assisteva impotente al massacro della sua amica, ancora bersagliata dai colpi.
«Lanaaa…!», urlò enfaticamente.
La biondona era stata crivellata di colpi, pur rimanendo a lungo sulle proprie gambe.
Alla fine, però, fu costretta ad arrendersi, scivolando di schiena sulla parete di legno, finendo a terra sul fianco sinistro, la camicetta imbrattata di sangue e gli occhi allucinati.
Jenny era inferocita, strisciò fino al tommy gun e si tirò su, pronta a rispondere al fuoco.
In quel mentre la porta della camera si aprì.
Sulla soglia comparve Chana con un tommy gun per braccio, più imponente che mai.
Rinfrancata, Jenny aprì la porta d’ingresso e sparò all’impazzata, nel buio, fasciata nel suo famoso impermeabile blu turchese.
«Fottuti bastardi! Veniteci a prendere!».
Lana, intanto, continuava a scalciare, aggrappata alla vita, nonostante i tanti colpi incassati.
Jenny aveva finito i colpi.
Richiuse allora la porta e si voltò verso Chana.
«Merda! Ho finito il fuoohhh…».
Mentre parlava, fu raggiunta alla schiena da una raffica.
Barcollò verso il centro della stanza, cadde pesante sulla sedia, quasi mandandola in frantumi e prese a strapparsi di dosso il suo prezioso impermeabile, con azione innaturale.

Raggiunta ai polmoni, stretta nella morsa del panico, non riusciva più a respirare.
Stando accovacciata il più possibile, Chana la avvicinò.
«Stai calma, puttana… non creperai stanotte…».
Ormai doveva fare tutto da sé.
Presto Jenny sarebbe crollata.
Li avrebbe aspettati.
E arrivarono.

RAT-RAT-RAT
RAT-RAT-RAT
RAT-RAT-RAT
Si infilarono dentro dalla porta crivellata di colpi, e dalle finestre.
Erano tre.
I tommy gun di Chana, due.
I proiettili esplosi furono talmente tanti che il cottage sembrò vacillare.
Alla fine Big Chana, pur rimanendo i piedi, aveva incassato più di cinquanta colpi…
La sua leggenda non mentiva, poiché la cicatrice sul suo grosso seno fu l’ultima cosa vista dai tre sicari.
Si alleggerì dei fedeli tommy gun e raggiunse barcollando il tavolo, sedendosi.
Ansimava e grondava sangue dalla bocca.
Si chiuse la camicia con le mani, perché - nonostante il gran caldo - aveva molto freddo.
Rivolse uno sguardo alle sue guardie del corpo, che scalciavano a terra, prese dagli ultimi rantoli.
Quindi la testa le divenne sempre più pesante, fino a che non si piegò sul tavolo, la bocca spalancata a gestire le ultime bolle d’aria e gli occhi a fissare il soffitto.
Big Chana era grossa, molto grossa, aveva tanto spazio, ma ormai era fatta di piombo.
Uno stridio di gomme risuonò acuto all’interno.

«Per fortuna avevamo con noi Tappa Buchi!

Avrete da lavorare, doc...».
«Cristo, Jim... non ho mai visto nessuno prendere così tanto piombo… e ancora star lì a tenersi chiusa una camicetta con le proprie mani…!».

«È Big Chana, idiota...».

Lettore, l'attrice che ha ispirato questo racconto è un personaggio vivente.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PALLOTTOLE E PUPE

di Salvatore Conte (2019)

Il boss ha scelto per lei una scorta di sole donne.
Non solo per la prevenzione del problema corna, ma anche perché sono le migliori.
Mad Nurse e Jenny Blue: non poteva affidare la sua Lana a ragazze o uomini più svelti.
Non c’è una guerra in corso, ma l’obiettivo è invitante, e alla sua grassa pupa platinata il boss ci tiene.

La mattinata è bella, Lana vuole farsi un giro in campagna.

Al volante c’è Mad Nurse, la procace infermiera peruviana che per secondo lavoro fa la gangster. Oggi fa il turno di pomeriggio.

Al suo fianco, fa la sua porca figura Jenny Blue, che ne ha trucidati tanti a raffiche di tommy gun, ma anche di più col sorriso assassino.

Sul sedile posteriore viaggia tranquilla la pupa del boss, l’imponente Lana, elegantemente rivestita da una giacca nera, agganciata al solo bottone centrale.

Il passaggio a livello è chiuso.
Capita.
Il tommy gun è in grado di spianare qualsiasi problema, ma se il treno riga dritto, non è il caso di prendersela.
Va tutto bene.
Ma c’è un però.
Anzi, tanti però: raffiche di però calibro 45.
RAT-RAT-RAT
RAT-RAT-RAT
RAT-RAT-RAT
Si rialzano dai cespugli dietro cui si erano acquattati e sputano piombo dalle bocche dei loro tommy gun.
Sono tre per lato: un agguato in piena regola.
«Fuori!», urla Jenny Blue, riferendosi a Mad Nurse.
Ha qualche anno in più, è normale che comandi lei.
Lana, invece, si accuccia bassa, cercando di limitare i danni.
Le due ragazze di scorta escono allo scoperto.
Sembra una tattica folle, e in effetti per Mad Nurse non ci sarebbe nulla di strano.
Invece Jenny Blue sa il fatto suo.
RAT-RAT-RAT
RAT-RAT-RAT
Le ragazze, pur crivellate di colpi, rispondono.
Fossero rimaste all’interno dell’abitacolo, non avrebbero trovato scampo.
Adesso invece ribattono colpo su colpo.
I cespugli non costituiscono un valido riparo dalle pallottole.
Gli assalitori vengono falciati.
Il boss non sbagliava.
«Ce la fai… a guidare…?».
«Sì… certo… ma prima… mi faccio un tiro…», Mad Nurse non si smentisce mai.
Jenny Blue sale dietro per dare un’occhiata a Lana.
«Solo… un paio di pallottole… per la nostra tettona…», sospira affannata alla compagna. Lei ne ha prese molte di più.
«Bene… il treno per l’inferno… l’hanno preso loro…!», chiosa eccitata la peruviana.
Rientra alla base a tutto gas e, ormai sfiancata, va a finire dentro il laghetto della villa.
Gli uomini accorrono.
«Presto! Andate a prendere Watson.
Si va sui materassi, ragazzi».

Lettore, l'attrice che ha ispirato questo racconto è un personaggio vivente.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZTL TRAGICA ALLE CISTERNOLE

di Salvatore Conte (2019)

Camicette allentate e carne che scoppia, sempre e comunque.

Non pensare troppo ai 70 anni che stanno arrivando, ma sfidarli a colpi di grasso e cellulite.
Quando si mette spaparanzata sul divano, sembra avere quattro tette: due sul petto, due sulla pancia.
Ha il controllo della droga nelle borgate sud di Roma e lo gestisce dalla sua villetta alla periferia di Frascati.
Leila Frexhabal, di origini libanesi, si scopa tutti: questore, commissario, magistrato e boss.
È un’esperta stronza di 66 anni.
Perciò è detta, nel giro, la vecchia stronza delle Cisternole.
I nemici non le mancano: rivali in affari, donne più giovani che aspettano inutilmente si faccia decrepita, rancorosi ex compagni, gente truffata, etc.
È per questo che quando le viene diagnosticato un tumoraccio al fegato, in tanti festeggiano.
I medici non le hanno dato più di otto settimane, perché il cancro è aggressivo; anche meno, se attacca il pancreas.
Lei, però, si porta ancora in giro.
È decisa a regolare i suoi conti prima di mettersi a letto e schizzare all’inferno, crepando da biscia come tutti i malati terminali.
Non vuole arrendersi un attimo prima del necessario.

Ha diritto di campare fino all'ultimo.
È proprio una vecchia stronza.
I servizi le hanno chiesto il favore di fargli fuori un giornalista scomodo.
In cambio la faranno traslocare tranquilla in Svizzera, dove passerà le ultime settimane in una prestigiosa clinica.

Leila ha deciso di abbordare il giornalista al bar.

Poi, al momento opportuno, lo toglierà di mezzo.
Tanto, dopo il fatto, sparirà dalla circolazione per un bel po’, diciamo pure per sempre.
È vecchiotta e molto malata, ma non passa mai inosservata.
La camicetta è sbottonata aggressivamente fino allo stomaco.
Franco Cardella ci casca subito dentro, con tutte le orbite. A momenti il barman deve raccoglierli il labbro dal banco.
Bevono qualcosa al tavolo, scambiando le solite parole.
Lui ha 20 anni di meno.
A un certo punto, però, la Frexhabal comincia a sudare freddo.
Le cose non vanno.
Ha una crisi. E anche violenta.
«Non ti senti bene?».
«No… è che… ho un problema…».
«Ti accompagno a casa?».
«Cisternole è lontana…
Portami a casa tua… è meglio… vivi solo?».
«Sì… infatti…», un po’ stupito che la donna l’avesse dato per scontato.
«Aiutami…», Leila non finge, non riesce proprio a stare in piedi.
«Tutto bene, signori?», il barman ha buttato l’occhio.
«Solo un po’ di stanchezza. Me ne occupo io».
Cardella ha buon gusto e non divide la preda con nessuno.
In macchina la Frexhabal si aggrava, comprimendosi le mani sulla pancia, adesso con rabbia e preoccupazione.
«Accosta… devo parlarti…».
«Come vuoi…
Ma se preferisci chiamo un’ambulanza».
«No… è inutile… sto crepando…
Spero non stasera… ma comunque presto…».
«Sei malata?».
«Molto…».
«Non si può fare niente?».
«No.
Ti piaccio, vero…?».
«Molto».
«Potremmo… farla finita insieme…», forse Leila è tentata davvero, ha estratto la beretta dalla borsetta e se l’è puntata contro il fianco.
«Sei impazzita? Non fare sciocchezze!».
«Fallo tu… avanti… non è difficile…».
Gli mette in mano la pistola, puntandosi la canna contro la pancia, a bruciapelo.
«Se… premi… il grilletto… mi ammazzi… Franco… e il grasso... ti schizza... in faccia...», gli sussurra sensuale con occhi allucinati, carichi di follia e paura insieme.
«Tu… lo vuoi?».
Si guardano fissi negli occhi.
BANG
Gli occhi di Leila si sbarrano increduli.
È rimasta uccisa, si è fatta ammazzare come una stupida.
«NO!», grida l’uomo, a sua volta spaventato.
Non capisce come sia successo.
Leila abbassa gli occhi sullo stomaco e li rialza ringiovanita di 10 anni.
«Questa… la prendo io…
Ci hanno sparato contro… Franco…
Sono degli incapaci… ma potrebbero… aggiustare il tiro…». Cardella capisce soltanto ora che Leila è illesa. «Metti in moto… presto… e spingi a tutta…».
Il reporter di “Prima Notizia” non se lo fa ripetere.
Riparte sgommando e fila via, controllando nervosamente lo specchietto.
«Chi può essere stato? Chi sei?».
«Sono in tanti… a volermi morta…», Leila si è fatta apatica, non sente più le gambe.
La crisi è più grave del previsto.
«C’è un fosso… da queste parti… puoi scaricarmi lì…».
«Perché dovrei?
Ti porto all’ospedale o dalla polizia…».
«No… lì no… capito…?», gli mostra la punta della canna; stavolta è orientata verso di lui.
«Okay… sta’ tranquilla… andiamo dove dici tu».
«Ho sete… dicono… che le bestie… hanno sete… quando muoiono…».
«Aspetta… mi fermo a comprare una bottiglia…».
Quando rientra, glielo chiede.
«Dove ce l’hai?».
«Al fegato…
Ma da come… sta andando… dev’essere passato… al pancreas…».
«Se è arrivato al pancreas… è brutto, Leila…».
«Cosa te ne importa… mi hai… appena conosciuto…».
«Sei una donna invecchiata bene, combattiva, attraente.
Mi piaci molto.
Di sicuro hai provato a lottare, non mi sembri stanca di vivere, tuttaltro».
«Mi conosci abbastanza… in fondo…
Ma adesso guida… guida… fino a quando ne ho voglia…».
I minuti passano, insieme alle luci della città, ai semafori lampeggianti, a tanta febbrile eccitazione per una donna moribonda e avanti con l’età, ma ancora piacente e aggrappata alla vita.
«Franco… fermati…», un sibilo sofferto lascia le labbra di Leila.
E lui si ferma subito.
La Frexhabal, con le mani pressate sulla pancia, si sporge in avanti e appoggia la testa sul cruscotto dell’auto, smaniosa e impotente, gli occhi annebbiati e la bocca aperta e affannata; sembra avere un disperato bisogno d’aria.
«Non ce la faccio… chiama un’ambulanza… non voglio… crepare così…».
«Certo… subito…».
«Mi chiederanno… perché… non gli ho fatto… l’ultimo favore…».
Ma lui è impegnato a chiamare il 118.

Ricoverata d’urgenza, in terapia intensiva, la sessantaseienne Leila Frexhabal, da tempo malata.
Le condizioni della donna si sono improvvisamente aggravate questa sera.
Una folla di curiosi si è radunata nella hall dell’ospedale.
Si teme infatti il peggio tra stanotte e la giornata di domani.
Il portavoce della donna, il giornalista Franco Cardella, ha però fatto trapelare un cauto ottimismo: «La signora Frexhabal è cosciente e non si è arresa. Domani stesso intende ritornare nel suo quartiere, alle Cisternole, nel territorio di Frascati, dove proseguirà le cure a domicilio».
Da Cronaca Vera è tutto per ora, ma vi terremo aggiornati.

«Bravo… niente funerali… non devono sapere… quanto mi rimane…
Domani… mi bombardano il pancreas… con la radio…

Chissà… tu che dici…».
«Dico che conviene provare. Se non si fa qualcosa, c’arrivi in coma a Cisternole».
«Stai calmo… qui sono protetta…
E a casa… mi farò portare… ossigeno… plasma… farmaci…
Ho parecchi soldi da parte…
Te l’ho detto… non mi butto via… voglio bombardarmi… fino alla fine…
In coma… dovrai pensarci tu… a farmi dare qualcosa… per tirare avanti…», parla affannata,
«e se il coma... sarà leggero… potrò ascoltare… la tua voce… mi parlerai… a nome dei tanti… che rimpiangono la mia fine…
Cercherò di darvi qualcosa… non una speranza… no… ma una bella battaglia… quella sì…
Perché… ho ancora voglia… di farmi vedere le tette… e ciò dimostra… che non sono pronta per morire…».

«A Cisternole dovranno istituire una ZTL fino a quando sarai ricoverata a casa tua».

Sì... è probabile... saranno tutti per strada... ad aspettare il mio cadavere...

E questo... mi darà benzina...», smarrisce lo sguardo nel vuoto. «Tu parlerai di condizioni critiche... ma stabili...

Non devono sapermi... in fin di vita...

Nessun titolo... a effetto...».

«Non ti piacciono?».

«Non quando... mi riguardano... in prima persona...».

«Qualcosa tipo "Le ultime ore di Leila a Cisternole", oppure "L'ambulanza arriva a sirene spente", che dici?».

«Che... avrei fatto meglio... a spararti...».

«Aspetta... "La morte è a un passi dalla ZTL"».

«Questa...», le strappa un sorriso, «è buona davvero...».
«D’accordo, allora: domani, radio.
A meno che tu non voglia tentare con un mio amico medico, che cura i tumori in un altro modo e che per questo ha subito numerose intimidazioni».
«Un personaggio… scomodo…?».
«Parecchio…

Ma adesso fatti un riposino, io rimango nei paraggi.

E domani, se ti va, mi spieghi quella storia dell’ultimo favore…».

Aveva ascoltato, dunque.

«Tu però... fai compagnia... a qualche infermiere... evita la solitudine...

In certi casi... può essere più fulminante... di un tumore al pancreas...», e lo fissa seria, tragicamente consapevole del proprio destino, e anche del suo.

«Non so a cosa alludi, ma non deve succedere, Leila; tu hai bisogno di altro tempo, e l'avrai; non sei in fin di vita.

Respireremo con la stessa bocca, cercheremo aria fino all'ultimo, le tue tette avranno anche la mia benzina e non usciranno sgonfie dalle Cisternole, perché almeno ti terremo in coma controllato...».

«Non vedo molta strada... davanti a me... Franco... ma quella... la faremo insieme...

Poi... arriverà un'ambulanza... a sirene spente... anche gli altri sapranno... a cose ormai fatte... e la ZTL... non avrà più senso...

La vecchia stronza delle Cisternole... si sarà tolta di mezzo... e tu... mi farai il favore... di evitare i personaggi scomodi...».

«No, l'ambulanza arriverà a sirene spiegate, tenteremo sempre e comunque. Ti farò portare dal mio amico».

«Sai una cosa... Franco...?

Sto diventando sempre più scomoda... anch'io...

Mettimi la beretta vicino alla flebo... e chiama questo numero...».

Lettore, l'attrice che ha ispirato questo racconto è un personaggio vivente.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZOMBI-CESSA INCASSA E AMMAZZA

di Salvatore Conte (2019)

L'incarico è quello di eliminare Jack Saponetta, un pericoloso sicario che qualcuno a deciso di far tacere.

Lei è una stimata free lance: niente di personale, solo business.

Leila Frexhabal è quel che si dice una vecchia cessa: tanti anni, sessantasei, tanto grasso, tanta mignottaggine, ma ancora in tiro, bona, gonfia, a camicetta sbottonata; nasconde bene l'età e vuole arrivare fino ai 75 facendo la pupa.

Gli tende una trappola in uno spiazzo di periferia, nascosto tra gli alberi, attirandolo con un falso affare: soldi sporchi da ripulire.

Lo attende sbottonata come al solito, per rallentargli i riflessi. Si è informata e pare abbia un certo gusto in fatto di donne; secondo altri sarebbe un necrofilo; lei un po' di pallore da vecchia ce l'ha, perciò...

Nel dubbio ha omesso il fondotinta: fra tette e qualche ruga dovrebbe cuocersi a dovere. Di certo non non gli è risultata indifferente.

Data l'ora, non c'è nessuno in giro; la luce bianca dei lampioni pubblici conferisce un pallore cimiteriale ai volti dei rari passanti.

«Hai portato quelli buoni?», avanza spavalda verso di lui, con la camicetta sbottonata aggressivamente fino allo stomaco, sempre sicura che nessuno osi toccarla, un po' per l'età, un po' perché è ancora bona.

Eppure sa che Jack Saponetta ha eliminato più di trenta obiettivi e l'ha sempre fatta franca.

Ma stavolta tocca a lui.

«Certo... 20.000 contro 100.000, ma puliti...».

La valigetta nella sinistra, la destra libera, si fa intravedere nella penombra.

Non può avere una pistola, se non dietro la schiena.

«Mi fido, prendila...», giunta a pochi metri, gliela lancia.

Ma lui non ci casca, scarta a destra e infila una mano nella tasca del cappotto; sempre comodo, nonostante il bel tempo.

FLOP

Prima che la beretta di Leila lo punti, lui la fulmina.

Non ha nemmeno estratto, ha sparato con la glock ancora nella tasca.

La sessantaseienne strabuzza gli occhi.

È stata raggiunta all'addome.

Traballa, ma rimane in piedi, la stazza funziona e fa da contrappeso alla pallottola, che avrebbe scaraventato a quattro metri una ragazza in linea.

Lo guarda quasi mortificata, imbarazzata; non per lo sgarro, perché ci sta nel giro di fregarsi, ma per aver dimostrato di essere ormai sul viale del tramonto.

«Mollala... non ti faccio niente, la cosa finisce qui...».

Ha ancora la beretta nella mano ed è tentata di giocarsi le ultime carte.

Ma stavolta si fida sul serio.

Impossibile fregare in quelle condizioni uno come Jack Saponetta.

Tanto vale affidarsi alla camicetta sbottonata.

«Adesso torna verso la macchina».

Jack non ha intenzione di finirla.

Raccoglie la pistola da terra e senza dire nient'altro se ne va, mentre Leila, ingobbita, si tampona il buco incrociando gli avambracci sulla pancia, cercando di raggiungere l'auto.

Ce la fa, riesce a mettersi seduta alla guida, ma la soddisfazione dura poco.

Neanche il tempo di riprendere fiato, che lo sportello del passeggero si apre.

Un uomo vestito di nero, dissimulato alla vecchia maniera, con una calza da donna in testa, le entra in macchina e le punta contro il fianco un revolver con silenziatore innestato.

Evidentemente anche il suo incarico allora era solo un inganno per prenderla alla sprovvista ed eliminarla.

Di nemici con quel lavoro se ne fanno parecchi.

«NO!».

Ma è tutto inutile.

Leila inizia il ballo della morte.

FLOP
M'ammazzano...

FLOP
Mi fottono...

FLOP
Basta... ma quando smettono...

FLOP
Sono pazzi... se continua così, non mi salvo...
FLOP
Adesso smette...

FLOP
Non ci posso credere... non può essere toccato a me...

CLICK

È finita, adesso si ferma...
Ad ogni colpo, un pensiero sfrenato per sé, e un sensuale sussulto per il suo killer, che gli mette voglia di spararle addosso per tutta la sera; tanto che gli svuota contro il caricatore.

E rimane deluso quando gira a vuoto.

«È andata, capo. Imbottita di piombo... il grasso fuso le colava dalla pancia..», il sicario riferisce di persona al boss.

«Quella troia si ostinava a recitare una parte fuori tempo massimo.
Quali sono state le sue ultime parole?».
«Mi sembra... ah sì... “siete pazzi”.
Poi si è accasciata sul volante e ha tirato le cuoia».
«Che cosa voleva dire?».
«Non lo so, capo».
«Quanti colpi?».
«Tutti e sei, più quello che s'era presa cercando di ammazzare Jack Saponetta, e che forse sarebbe già bastato, visto che buttava sangue come una fontana».
«Sei?!
Non pensavo fossi così cattivo...
Ecco perché se l'è presa... non pensava di rimanere trucidata.
Sempre stata una presuntuosa. Ma a 66 anni, farsi tante illusioni...
Gran puttana, comunque. Domani compra il giornale: voglio leggermi il necrologio».
«Sessantasei anni, ma sempre quel sorriso sornione da ragazzetta svampita...».
«Già... deve esserle bruciato parecchio dover tirare le cuoia, visto che si sentiva ancora tanto giovane...».
«Quando si è aggrappata al volante, tra il peso e la rabbia, ho pensato che lo staccasse dal cruscotto.
Ma è durato poco, le braccia sono diventate di burro e ha perso la presa.
Un rantolo, un calcio a vuoto, ed è crepata.
D'altronde aveva fatto il pieno di piombo!».
«Non le hai lasciato scampo, bravo.
Altrimenti ti avrebbe supplicato, prima di morire.

No, aspetta... parliamo col capo...», scimmiottandola. «Dammi una possibilità... posso esservi utile... farò qualunque cosa... aiutami... non respiro... allentami la camicetta...».
«Più di quello?

Guardava fisso da tuttaltra parte, capo. Non ha avuto il tempo di fare discorsi».
«Hai saputo giocare d'anticipo...».

 

Poco dopo Leila riceve un'altra visita.

Era rimasto nei paraggi per vedere se riusciva a ripartire, portandosi in ospedale.

Ma non ha interferito nell'esecuzione.

Tuttavia è curioso di vederla cadavere.

Ha la testa infilata nel volante.

La rovescia senza tanti riguardi contro lo schienale, ma quando si accorge che respira ancora, si sente in torto.

«Scusami, Leila».

È un assassino, non un prepotente; e la vecchia cessa merita un po' di rispetto.

«Jack... l'ovatta...», pensa solo a quello, indicando con la mano tremante lo sportellino portaoggetti.
Lui la prende e gliela preme addosso.
La sta aiutando.
Eccitata, Leila ha un attimo di esaltazione.
«Spingi... e dammi la mano...
Sono pazzi...
Guarda... cos'hanno fatto...
Si sono... stufati di me...
Dilettanti...
Per uccidere... si spara al cuore... non si sprecano... pallottole...
Non si ammazza... così... una vecchia signora...

Hanno voluto... umiliarmi...
Il grasso... me l'hanno... fatto... schizzare... fuori... della pancia...».
«Devo andare, Leila... potrebbe arrivare qualcuno...
Vuoi tentare, o la facciamo finita?».
«Tu... cosa pensi...».

Hai tanta voglia di vivere, pupa, ma con tutto questo piombo addosso è un po' tardi per correre in ospedale».
Gli occhi di Leila sono delusi, tormentati.
«Lo so... muoio... ma... non mi dare niente... aspetta... solo un po'...», il fiato corto, concitata, fuori di sé.
«D'accordo».
«Hai capito... cosa... hanno fatto...».
Ha un gran bisogno di parlare.
«Lo vedo: un lavoro sporco, non si spara così a una vecchia signora.
Io ti ho piazzato una pallottola, ma forse te la saresti cavata».
«Io... non volevo... è stato solo... business...».
«Non ti porto rancore, Leila», il tono è calmo rassicurante.
La Frexhabal stringe la mano di Jack con più forza, non ha smesso di lottare.
«Non sento più... le gambe...». Lui l'ha coperta con il suo cappotto, rinunciando alla scollatura. «Jack... finirò... bruciata... nell'auto...».
«No, non saresti carina all'obitorio.
Io ti lascio qua tranquilla, alla guida».

«Jack... nella borsetta... c'e una foto... di quando... ero giovane...».
«Non sei cambiata molto...».
«Sei... l'assassino... più galante... che... mi sia capitato...».
«Ma non ti ho ucciso io».
«Parlavo... in generale...».

«Me la tengo, se non ti dispiace».
«Jack... che stupida... c'ho provato... mi sono... spremuta...», un respiro esasperato tradisce la fine.

«Non potevi farcela, Leila».
La bocca si spalanca, ma l'aria è finita.

«Jack-chiama-l'ambulanza-ti-prego», riesce ancora a dire, tutto d'un fiato, in apnea.

Ma non c'è più tempo per fare niente.

La mano di Jack le sfugge come fosse una saponetta.
Uno-due-tre calci a vuoto, con gli occhi fissi, che guidano nel buio.
E un lungo rantolo.
«Addio, vecchia», sussurra come potesse ancora sentirlo.

Si riprende il cappotto, ma non certo per rimetterselo.
Per guardarle dentro la camicetta sbottonata.
Forte come un toro, ma condannata.
Buchi che ancora grondano sangue e grasso.
L'ovatta solo un palliativo.
Sta per andarsene, quando un impulso lo frena.
È troppo bona con quelle tette da puttana e gli occhi sbarrati nell'incredulità di una fine, che sperava di poter rimandare ancora un po'.
Sono stati pazzi a liquidarla così; con la sua pallottola arrivava perlomeno in ospedale.
Adesso bisogna inventarsi qualcosa.
A mali estremi, estremi rimedi.
Non rimane che la carta Malmstrom, il medico folle radiato dall'albo.
«Ti porto con me, vecchia puttana...».
Con Malmstrom non è mai troppo tardi.

«È morta da poco. Il corpo è caldo...», sussurrando trasognato le parole, mentre la palpeggia, al telefono con il professore.

«Allora la porti, ma faccia presto.
È più facile se comincio a lavorarla sotto l'ora».
«Fra venti minuti sono da lei, professore».
Avvolgendola in un telo di plastica per non sporcare troppo il sedile, la carica in auto - posto del passeggero - e parte a tavoletta.
Alle prime curve Leila gli si ribalta addosso.
Il corpo ancora caldo gli fa venire i brividi.
Se avesse solo qualche minuto di tempo...

«Adesso... voglio... ammazzare...», il linguaggio della Zombi-Cessa è rallentato. «Io... ho creduto... di morire», deve sforzarsi per trovare le parole.

Ha qualche lampadina bruciata, ma le tette sono tornate nuove.

«Sei morta davvero».
«Tu... sei sulla lista... di quelli... da ammazzare

Sei morto... come me...».

«E allora... andiamo ad ammazzare insieme».

Lettore, l'attrice che ha ispirato questo racconto è un personaggio vivente.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA MINOTAURA

di Salvatore Conte (2019)

Roma versava nel più totale declino.

Le fazioni patrizie si affrontavano senza esclusione di colpi, in cruente sfide alla luce del sole.

Folle di plebei assistevano non troppo in disparte a questa sorta di spettacoli, eccitate dal sangue, parteggiando per l'una o o per l'altra frazione.

Quel giorno corsero ad ammazzarsi Sillani e Costantiniani.

Dopo le minacce rituali, ricevuti gli auspici dei rispettivi faziosi, le bighe cominciarono a macinare l'arena campestre, teatro della battaglia.

     

I Sillani schieravano sul carro del comandante il loro Senatore, affiancato dalla  moglie Chana, abile sagittaria, detta la Minotaura per la possanza bestiale.

Due bighe di scorta, armate di giavellotti, precedevano la coppia senatoria, lanciata contro il fronte nemico.

I Costantiniani schieravano Lazarus, il famoso zombi rianimato dalla loro negromanzia, vulnerabile solo al cuore e alla testa, esperto lanciatore di giavellotto.

Le bighe si rincorrevano compiendo manovre azzardate, cercando di portarsi alle spalle di quelle nemiche, posizione in cui aurighi e guerrieri della fazione avversa risultavano più vulnerabili.

La Minotaura aveva già scoccato le sue frecce, trapassando la gola a un giavellottiere costantiniano.

Questi fu subito rimpiazzato dopo un breve passaggio del carro presso lo stazionamento della fazione.

Lazarus, animato dalla sua forza infernale, aveva squarciato la schiena a un auriga sillano, con tale potenza che perfino la palla di piombo innestata nel giavellotto - atta a potenziare l'impatto e rendere preciso il tiro, se però si aveva la giusta forza per il lancio - si era conficcata nel dorso dello sventurato.

       

Ora si recava presso la stazione d'appartenenza per riprendere il giavellotto.

Ma sapeva che per porre fino allo scontro occorreva togliere di mezzo il campione nemico, la Minotaura.

O meglio lo sapeva il negromante che lo controllava da bordo campo.

Fu così che venne dedicato a tale obiettivo, e quando riuscì a portarsi alle spalle di Chana Sillana, ricevette il comando di sferrare il colpo mortale.

La Minotaura si avvide della minaccia e si voltò di scatto, più vipera che toro.

SWISH

SWISH

Due proiettili fenderono l'aria nello stesso momento.

Lazarus fu colpito al cuore dalla freccia e si abbatté contro il parapetto della biga come un cadavere rigido da tempo.

La Minotaura fu raggiunta all'addome dal giavellotto.

La punta si conficcò profonda nelle budella, fino alla sfera di piombo, che rimase però esterna alla ferita.

Il clamore del pubblico salì al cielo.

Chana Sillana incassò la punta senza battere ciglio, forte della sua possanza.

Il problema immediato era quello di girarsi: con il giavellotto nella pancia non poteva muoversi più di tanto.

In quelle condizioni non poteva approfittare del vantaggio conseguito con l'abbattimento del duce nemico.

In ogni caso, il marito, preoccupato per lei, optò per la ritirata.

Non c'erano vincitori.

Il pubblico, deluso, si rassegnò a rientrare in Città.

Ma già la morbosa curiosità per la sorte di Chana Sillana montava tra i faziosi.

La moglie del Senatore fu issata a braccia su un carro da trasporto.

«Toglilo via... oppure impazzisco...».
«Ma ti strapperà le budella... meglio aspettare un chirurgo...».

«Non cambia niente... fallo subito...».

«Come vuoi...

State pronte, voi».

Il Senatore si era indirizzato alle sue serve, che avevano alla mano diverse spugne per tamponare il sangue e riempire il buco.

Quando il convoglio giunse in Città, fu messa a terra una lettiga e Chana Sillana proseguì il viaggio come faceva di solito, salvo per il fatto che stavolta girasse per Roma con le budella strappate.

A metà strada dalla domus, però, il braccio della Minotaura cadde a penzoloni oltre il bordo della lettiga.

«Ferma!».
Al Senatore, che le aveva ceduto per intero la lettiga, e che l'appaiava a piedi, non era sfuggito il preoccupante segnale.

«Chana...», la vista annebbiata, le budella di fuori e la bocca spalancata orrendamente. «Chana, che fai? Siamo quasi arrivati a casa. Presto ci saranno i nostri faziosi...

La ferita è profonda, d'accordo, ma tu... sei... lo sai chi sei?».
Chana Sillana lo guardava sconsolata, con poca aria da gestire.
Stava agonizzando e aveva cominciato ad ammetterlo.
Quel maledetto zombi costantiniano...
«Con te viaggerà Cecilia.
Devi tamponare forte sulla ferita e dare la mano alla padrona.
E avvisarmi se...
».
«Giove non voglia...».
«Va bene, cara?
Arriverai a casa tranquilla, e troverai il chirurgo ad aspettarti. Non ci saranno problemi. Niente di doloroso. Verrai curata e ti sentirai meglio.
Il Senatore cercava di minimizzare, cercando di non impressionare troppo la moglie; possente, coraggiosa, ambiziosa, sì, ma di fronte a Dite un po' fifona come tutti.
«Certo... ma... rimani vicino...».
Chana Sillana aveva ormai paura che la situazione potesse precipitare.
Tuttavia il conforto e le cure di Cecilia furono utili e la moglie del Senatore riuscì a gestirsi fino a casa.
 

Nella battaglia, colpita anche Chana Sillana, moglie del Senatore!
Non è chiaro quale sia la sua sorte!
Secondo alcuni è rimasta uccisa!

Secondo altri è ferita a morte, ma ancora in controllo!

Gli strilloni si riversavano per le vie della Città.
E forse alcuni e gli altri intendevano la stessa cosa.

Quando si ebbe la certezza, dove aver corrotto il chirurgo, che era stata raggiunta da un giavellotto e che - a seguito della sua estrazione - era rimasta sbudellata, una folla di curiosi circondò la domus Sillana per seguire da vicino, minuto per minuto, il crollo della potente Chana.
La morte è lenta in questi casi, tutti ci provano fino all'ultimo.

Inoltre la stazza possente della Minotaura avrebbe reso l'agonia molto combattuta.
Non avrebbe mollato facilmente, ne erano sicuri.
La morbosa attesa era troppo interessante.

Perciò non avrebbero aspettato che la notizia li raggiungesse: volevano aggiornamenti continui e anche visitare a turno, in piccoli gruppi, la superba matrona.
Poiché era a ragione considerata forte come un toro, data la possanza e la tempra da dominatrice, la sua morte sarebbe apparsa come un sacrificio offerto agli dei.

Trapelava come espellesse gli umori liquidi con regolarità; non così le feci, che spurgavano a pezzetti dalla ferita.
Uno schiavo si era offerto per devozione di succhiare la padrona, mantenendola pulita. Succhiava e sputava. Chana Sillana lo accarezzava: così poteva tirare avanti.
Era soddisfatta, poteva lottare a lungo. Non si sarebbe fatta convincere da nessuno a darsi la morte.

Lettore, l'attrice che ha ispirato questo racconto è un personaggio vivente.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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