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Never forget

L'ultima canzone

A sette respiri dalla fine

NEVER FORGET

di Salvatore Conte (2019)

Eh già…
Figuriamoci se me la dimentico.
Pegah... Romina... d'accordo, belle donne...

Ma Anna... con la sua cattiveria, la ciccia, la pazza voglia di vivere...
Grandissima troia!

Arrivata cadavere in ospedale, ma rianimata nel reparto di terapia intensiva.
Sei mesi di coma in una clinica privata.

Mi sono informato su tutto.
E poi la fine, senza rianimazione. Un tunnel senza uscita.

Sono sulla sua lapide.

«Quasi quasi ti faccio riesumare e ti affido a uno stregone del voodoo...», mormoro fra me.

«Già fatto».

Ma... incredibile... è proprio lei?

«Visto che c’ero quasi, ho preferito approfittarne. Una lapide è la migliore copertura possibile».

È proprio lei: tettone, ciccia e spirito da stronza non mentono.
«Sei mesi di merda... però non ho mollato.
Il peggio non è questa carrozzella, ma il fatto che sono uscita dal giro.
Mi hanno scaricato.
Ormai sono un fastidio… perché so troppe cose
».
«Potrebbero farti la pelle…».
«Sì… prima o poi potrebbero decidersi.
È per questo che mi serve uno stronzo come te dalla mia parte.
E poi hai avuto il coraggio di fottermi mentre crepavo…
».
«Me l'avevi chiesto tu, mi pare...».
«È vero, sono una porca, ma anche tu fai schifo e sei a rischio come me».
«Hai ragione su entrambe le cose».
«Bene, non mi sbagliavo, si torna a giocare forte.

E non sono finita».
«Lo vedo, accidenti, lo vedo».
Non siamo una coppia perfetta, ma ci odiamo abbastanza da ritrovarci ogni volta.

Certo, lei se l'è vista brutta, stavolta. Non ero sicuro che potesse trovare una via scampo.

Quel grosso petto non si rialzava più.

L'avevano buttata giù, ma è riuscita a ritirarsi in piedi. Beh, almeno in parte.

Comunque le è rimasto addosso, sulla faccia, un brutto colorito grigio: lezzo di tomba, suppongo.

«Ma sei bloccata tutta, o cosa?».

«Tu non ti preoccupare, funziona tutto l'essenziale».

Meglio chiedere.

Ed è così che ricominciamo da dove abbiamo lasciato.

«Ho avuto paura di non farcela, ma mi sono aggrappata a qualcosa ed è andato tutto bene, alla fine.

Nessuno può fottermi, l'ho dimostrato.

E rimango la numero uno su piazza. Grassa e bona come nessun altra».

Ha fottutamente ragione, la gran puttana. Mi fa ancora impazzire. Ed è mia moglie.

Anna è il top assoluto.

Nessuno può fotterla.

Eccetto me.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

L'ULTIMA CANZONE

di Emiliano Caponi e Salvatore Conte (2012-2019)

I. INCONTRO SBOTTONATO

II. TRA DI NOI NON FINISCE MAI

III. IL QUARTO INCOMODO

IV. CESSAZIONE

V. L'ULTIMA FREGATURA

VI. ALTARE DI SANGUE

VII. CESSAZIONE COMPLETA

VIII. LA CESSA NON VA GIÙ

IX. PROLOGO

I

INCONTRO SBOTTONATO

L'orologio digitale lampeggia verde sulle 14.54, sono in macchina con il muso puntato verso lo stabilimento già da mezz'ora, non mi piacciono le sorprese e a certi incontri voglio arrivare per primo.

Una Bmw nera sale dal fondo del viale deserto e si ferma 10 metri di fronte a me.

Un paio di colpi di abbaglianti mi confermano che la macchina è quella giusta.

L'auto riparte subito e una mano si sporge dal finestrino anteriore, lato passeggero, facendomi segno di seguirli e a me non resta che accendere il motore e buttare la sigaretta, per oggi ho fumato anche troppo.

Si dirige verso una stradina sabbiosa che aggira lo stabilimento e si ferma sulla spiaggia.

DIVIETO DI BALNEAZIONE: un grande cartello di legno è l'unica presenza tangibile sullo sfondo del mare, il resto della scena se lo prende tutto la vecchia struttura arrugginita e dismessa da anni.

Siamo allo stabilimento fantasma, fino ad oggi non c'ero mai stato, ma d'altra parte è noto per essere un posto dove s'incontrano spacciatori e trafficanti di droga, e io non lavoro con la roba.

Si aprono tre portiere, le due davanti e una dietro; m'infilo la pistola nella cintura dietro la schiena e scendo anch'io.

Davanti a me tre persone, due uomini e una donna, e la donna è lei, Anna Franzone, detta la Cessa, com'è soprannominata nell'ambiente della camorra, forse per il suo abbigliamento sempre sbottonato e scosciato che insieme ai suoi 100 chili di peso e al suo corpo sfatto la fanno sembrare una di quelle bagasce che si scaldano ai falò di strada.

Ero poco più che ventenne quando la conobbi e lei aveva il doppio dei miei anni, e da ladro di autoradio mi introdusse passo dopo passo nell'ambiente della camorra, fino a quando non diventai il camorrista rispettato e temuto che sono oggi.

Anna è stata la mia madrina.

Oltre alla mia donna, avendomi fatto fare la mia prima vera scopata: a quei tempi era bella, prosperosa e piena di uomini, nessuno poteva resisterle e io non facevo eccezione.

Poi cominciò a mettere su chili, uno dopo l'altro, e il suo corpo incominciò a farsi flaccido e grasso, il bel seno iniziò a ciondolarle sempre più in basso e il soprannome presto la ribattezzò, facendola diventare quella che è adesso: Anna, la Cessa.

È davanti a me con addosso solamente una tunica copricostume bianca: i bottoncini grigi sbottonati fino allo stomaco lasciano vedere tutta la decadenza del suo fisico, con l'ingombrante seno a ciondolarle fino oltre lo stomaco.

A 66 anni il tuo soprannome te lo meriti tutto, Anna.

E sei anche trascurata, vecchia mia, con capelli bianchi da donna anziana; pure se - lo ammetto - non ti stanno troppo male sul bianco della tunica...

Non sei ancora finita, Cristo!

II

TRA DI NOI NON FINISCE MAI

L'uomo accanto a lei è Sal, un piccolo magnaccia romano, soprannominato Trilussa per la sua passione di scrivere poesie, mentre il terzo uomo è un tipo alto e allampanato sicuramente al soldo di uno dei due.

«Ciao, Emiliano», la Cessa come sempre prende subito la scena.

«Ciao, Anna.

Non mi avevi detto che ti saresti portata compagnia».

«Preferivi forse avere Anna tutta per te?», Sal risponde al posto suo mettendosi le mani sui fianchi in modo che la giacca si allarghi quel tanto che basta per lasciarmi vedere la sua pistola.

«Non sono un tipo geloso.

Ma non mi aspettavo di vedere anche la tua brutta faccia», e faccio due passi in diagonale mettendomi di profilo in modo che anche lui veda la mia pistola.

«State calmi!», interviene Anna, mettendosi ingombrantemente fra noi. «Sal è qui perché in questo affare è mio socio.

Il colpo l'abbiamo fatto insieme».

«E magari è venuto perché di me non si fida, vero, Sal...?», lo guardo sorridendo.

«Non mi fido mai dei froci figli di puttana», risponde di getto ricambiando lo sguardo ma non il sorriso, forse perché mi sono portato a letto la Cessa quando ancora non era una cessa.

«Il solito malfidato, Sal... non ti fidi proprio di nessuno, eh...?».

«Va all'inferno, finocchio!», e sputa in terra saliva e rabbia, scommetto che non è riuscito a scoparsela neanche adesso che è la Cessa.

«Basta così!

Mirko prendi la valigetta», Anna ha già perso la pazienza e il tipo allampanato esegue, prendendola e mettendola sul cofano. «È un milione», la apre... e considerato il numero di mazzetti da 100 euro pare ci sia veramente tutto. «Come ti ho detto... se fai un buon lavoro, un bel po' di questi bigliettoni rimarranno tuoi».

«E ti fidi, Anna?», la guardo e aspetto una risposta che già conosco.

«Certo che no», richiude la valigetta. «Sal starà con te fino a quando non avrai pulito anche l'ultima banconota».

«Capito, frocio figlio di puttana?», gonfia il petto, orgoglioso del proprio ruolo.

«Non credo che mi piacerà averlo accanto per qualche giorno».

«Te lo farai piacere», Anna mi fissa seria, lasciando intendere che non c'è un'alternativa a Sal. «Prendere o lasciare».

Prendo... in fondo per 200.000 euro posso sopportare anche Sal e la sua brutta ombra; pur di soddisfarla ancora...

III

IL QUARTO INCOMODO

L'affare è fatto e Sal sembra l'unico inconveniente, ma una violenta sgommata alza un nuvolone di polvere sabbiosa e un Porsche Cayenne argentato si ferma a qualche metro da noi.

Si abbassa elettricamente il vetro oscurato del finestrino posteriore.

«Proprio una bella riunione di famiglia...», capisco subito che avrei presto rimpianto la forzata compagnia di Sal. «E neanche sono stato invitato: non ci si comporta così...».

«Cazzo! Mike?!», anche Anna capisce immediatamente che è arrivato un grosso, inaspettato problema.

«Cosa diavolo ci fa qui, Anna?!», Sal pretende subito una risposta.

«Non lo so, maledizione! Non lo so!».

Guarda me, ma allargando le braccia le faccio capire che io ne so meno di loro.

Mike Saviano, 60 anni, uno dei tre capi camorristi più potenti e spietati fra quelli ancora in circolazione, e purtroppo per me, Anna e Sal, ha almeno un grosso motivo per ognuno di noi per mandarci al creatore.

Metto la mano sulla pistola mentre vedo che si abbassa anche il finestrino anteriore lato passeggero.

«Salutatemi l'inferno!», Saviano emette la sua condanna a morte.

RAT-RAT-RAT

Parte la prima raffica di mitra e riesco a buttarmi a terra scansando le pallottole per una questione di centimetri.

«Ahhh...!», Mirko non è stato così svelto e si piega in due crivellato di colpi.

«Maledetti bastardi...», Sal è stato più rapido, ma non abbastanza per evitarsi una pallottola nella gamba, mentre Anna nonostante la pesantezza dei suoi 100 chili e l'ingombranza del suo seno ciondolante è riuscita con agilità inaspettata a buttarsi dietro la Bmw.

BANG

BANG

Sparo alla testa e il mitra fa partire raffiche all'impazzata in aria: il primo uomo di Saviano è andato.

«Bravo frocio!», Sal, con la pistola in pugno, per la prima volta sta dalla mia parte...

«Maledetti cani!

Falli fuori, Gennaro!», Saviano bestemmia e ordina al suo secondo uomo di fare quello che l'altro, appoggiato con la testa fuori dal finestrino, non può più eseguire.

Gennaro scende dal suo lato e obbedisce scaricando una raffica di mitra.

RAT-RAT-RAT

Ma le pallottole finiscono tutte nella sabbia, riuscendo solamente ad alzare piccoli sbuffi polverosi.

«Pronto, Sal?», nel frattempo sono riuscito a ripararmi dietro la mia auto dove si è già trascinato Sal.

«Pronto, finocchio!».

«Allora al tre...

1...

2...

3...!».

BANG

BANG

BANG

Spariamo insieme, qualche colpo buca la carrozzeria argentata, ma almeno tre bucano la pancia di Gennaro, che con un rantolo finisce con la faccia sul cofano: morto.

«Gennaro!», Saviano si accorge che adesso nessuno può più uccidere per lui e pistola in pugno esce dall'auto costretto a risolvere la faccenda in prima persona. «Andate all'inferno, bastardi», spara rabbioso tutto il caricatore verso di noi, ma da sempre  la rabbia non va d'accordo con la precisione.

Click!Click!

I colpi finiscono prima se sono sparati alla cieca.

BANG

BANG

A me invece ne sono rimasti ancora due.

BANG

BANG

BANG

E a Sal tre.

«Ahhh...», Saviano, ingordo, se li prende tutti: due alle gambe, due in pancia, uno alla spalla, e cade pesante sulla sabbia, che ne attutisce inutilmente l'impatto.

«Bel lavoro.

Li abbiamo spediti tutti all'inferno quei maledetti porci... uhhh...», Sal prova ad alzarsi, ma la pallottola nella gamba si fa sentire.

«Quel bastardo di Saviano ci ha teso un'imboscata», Anna si tira su a fatica aggrappandosi alla carrozzeria della Bmw, che l'ha ben riparata: come al solito ha pensato soltanto a salvarsi la pelle, mentre noi ce la giocavamo a dadi.

«Qualcuno gli ha passato la soffiata del nostro incontro e lui non voleva lasciarsi scappare l'occasione di farci fuori tutti e tre in un colpo solo.

E di prendersi anche la taglia da un milione...

Ma stavolta ha fatto male i suoi conti», guardo il suo corpo rannicchiato e crivellato di pallottole.

«Maledetto bastardo!», Sal gli sputa contro quello che gli resta della saliva.

«Penso sia il caso di andarsene alla svelta da qui», Anna prende la valigetta e la posa sul sedile posteriore. «Ce la fai, Sal?», gli indica la gamba.

«Ce la faccio», e zoppicando si trascina fino a mettersi seduto accanto alla valigetta.

«E tu, Emiliano?», mi guarda da Cessa, l'ennesimo bottoncino grigio si è sganciato e il copricostume è del tutto aperto sul suo seno sempre più ciondolante.

«Credo che dovrete darmi un passaggio.

La mia macchina è andata», e le indico il filo di benzina che cola dalla carrozzeria bucherellata e le due gomme sgonfiate dalle pallottole.

«Mettiti accanto a me», apre la portiera e si mette al posto di guida.

«Vedo che viene anche il frocio», la ferita non fa perdere a Sal le buone maniere nei miei confronti.

«Se dovremo sopportarci per qualche giorno è bene farci subito l'abitudine», lo guardo dallo specchietto. «E stringi bene il fazzoletto alla gamba se non vuoi morire dissanguato».

«Va' all'inferno!».

Anna mette in moto, ma qualcuno non è d'accordo che noi si vada via così presto.

BANG

BANG

Saviano, prima di crepare e finire eternamente con la faccia affossata nella sabbia, ha trovato la forza per sparare due colpi bucando la carrozzeria della Bmw. Quel bastardo nascondeva un’altra pistola.

«Maledetto...», Anna fa una smorfia e scavando la sabbia con le gomme fa un semicerchio e riporta l'auto in direzione del mare.

Ingrana la marcia e riparte, lasciando la frizione di scatto.

«Ma cosa fai, Anna?!», punta diritta in direzione del corpo di Saviano.

Accelera e passa sopra il vecchio boss ormai già morto.

«All'inferno, bastardo...», lo sguardo di Anna è una mescola di sadismo e rabbia e io sento distintamente il rumore delle ossa che si spezzano sotto le ruote dell'auto.

«Perché, Anna?

Saviano era già morto!».

Ma non mi risponde ed esce dal breve sentiero sterrato andando a strattoni per poi accelerare e imboccare a tutta velocità la litoranea.

IV

CESSAZIONE

«Cazzo, Anna...», il tachimetro segna 100 chilometri come i suoi chilogrammi e le gomme stridono dolorosamente a ogni curva.

«Rallenta, Anna... mi fa male la gamba!», Sal si lamenta da dietro aggrappandosi ai sedili.

«Rallenta! Non ci sta inseguendo nessuno, per diavolo!», la guardo, ma sembra non mi senta, e tenendo entrambe le mani strette al volante, continua a guidare con gli occhi fissi sul  parabrezza.

Percorriamo ancora poco più di un chilometro e all'improvviso, finalmente rallenta e accosta sulla destra, parcheggiando in una piazzola sterrata.

«Uhhh...», Anna si china sul volante fino a toccarlo con la fronte, mentre il seno le ciondola fuori dal copricostume, appoggiandosi floscio sulle ginocchia.

«Quel bastardo... mi ha beccato in pieno...».

«Anna... cosa c'è?», la prendo e la tiro su, rimettendola con la schiena contro il sedile.

«Mi sono beccata... due pallottole in pancia... uhhh...», abbasso lo sguardo e solamente adesso mi rendo conto che Saviano oltre alla carrozzeria ha bucato anche lei.

Ecco perché ha travolto un corpo già morto, la morte non era abbastanza per chi aveva commesso l'affronto di spararle...

«Che cazzo sta succedendo?», Sal mette la testa fra i due sedili.

«Si è presa un paio di pallottole», gli faccio cenno con la testa, indicando la pancia di Anna.

«Fanno un male cane... ohhh...», le sposto le mani, le ferite sono brutte.

«Ti portiamo da un dottore... te la caverai...», provo a rassicurarla, asciugandole il sudore con un fazzoletto.

«Bisogna andare via da qui, fra un po' sarà pieno di poliziotti», Sal se ne frega di Anna e pensa solo a salvarsi il culo.

«Vieni, Anna... guido io e ti porto da un dottore...», mi scambio di posto con lei, senza scendere dall'auto.

«Uhhh... fai piano...», lo scambio è doloroso, le pallottole le bruciano la carne, nel profondo della pancia.

«Così...», la sistemo, ma lei rimane distesa di fianco con la tempia poggiata a metà sedile e le mani sempre a stringere ansiose l'addome da cessa.

«Fa' presto... sto morendo... m'ha sfondato... ohhh...», Anna è lucida e cruda anche con sé stessa.

Parto con una sgommata, i granelli nella clessidra scorrono più veloci quando le pallottole sono profonde, il tempo è poco, ammesso ci sia ancora.

Anna si lamenta mentre spingo sull'acceleratore, la mia intenzione è di arrivare all'ospedale e lasciarla all'ingresso, ma guardandola mi viene sempre più la paura che la nostra sia una corsa contro un muro.

«Uhhh... fermati Emiliano... mi sento morire...», sempre appoggiata di fianco sul sedile nella posizione in cui si è piazzata, stacca una mano dalla pancia e l'allunga all'indietro cercando le mie. «Fermati... non voglio... crepare così... ohhh…», si riporta subito la mano sull'addome trapanato, illudendosi di tamponare, oltre al dolore, anche la morte.

«Va bene, Anna», l'accontento, so che ha ragione.

V

L'ULTIMA FREGATURA

Un centinaio di metri più avanti c'è una strada sterrata che porta nei campi, la prendo e mi fermo in uno spiazzo d'erba, all'ombra di un albero.

«Maledetta pallottola…», Sal è il primo a scendere e trascinando la gamba apre la portiera contro la quale è appoggiata la Cessa, che per poco non si rovescia a terra.

«È finita, Anna...», la guarda quasi compiaciuto, è arrivato il momento di vendicarsi per quasi 40 anni di respingimenti.

«Va' all'inferno... Sal… uhhh...», la vecchia tigre tira fuori gli artigli, tentando di ruggire ancora.

«Stavolta ho paura che mi precederai», e il godimento di vederla morire gli fa dimenticare anche il dolore della propria ferita.

«Anna...», sono rimasto seduto al mio posto e le tiro via i capelli che le si appiccano al viso sudato. «Fai vedere... forse puoi ancora cavartela…», provo a metterla seduta con la schiena appoggiata al sedile.

«Uhhh... no... lasciami stare... non muovermi...», mi scaccia le mani. «Mi brucia troppo... la pancia... non mi spostare... ohhh...», anche un piccolo movimento da un centimetro sembra ucciderla.

Click!

«Dura a morire come sei potresti anche metterci delle ore prima di andare all'inferno», Sal le punta la pistola contro. «E io non ho tutto questo tempo.

Non voglio farmi beccare dalla polizia per aver aspettato che la Cessa crepasse con comodo».

«Metti giù la pistola, Sal!», gli rivolgo il palmo aperto della mano per tentare di dissuaderlo.

«Stai zitto, frocio!

O pianto anche a te una pallottola in testa».

BANG

Il rumore dello sparo fa scappare un gruppo di uccelli che aveva trovato riparo fra i rami dell'albero.

Vedo una macchia rossa allargarsi sempre di più sulla sua fronte, mentre un accenno di sorriso già morto gli increspa la bocca e gli dà un'aria ironica che da vivo non ha mai avuto.

Cade in avanti come un burattino dai fili staccati e dopo essere rimbalzato sulla carrozzeria finisce di schiena sul prato, con gli occhi aperti a fissare l'oscurità eterna senza ritorno.

«Ti sbagliavi...

All'inferno... mi hai preceduto tu...», Anna ha in mano una pistola con la canna arroventata.

Sul sedile, nascosta sotto le sue tette a penzoloni, teneva la sua borsetta con dentro il suo inseparabile giocattolo.

Con Anna per Sal va sempre a finire così; ma stavolta può consolarsi: questa è sicuramente l'ultima volta che è rimasto fregato.

VI

ALTARE DI SANGUE

Scendo e faccio il giro della macchina, mettendomi accucciato all'interno della portiera aperta.

«L'hai fregato un'altra volta il povero Sal...», e mi viene da ridere, pensando che è riuscita ad ammazzarlo da morta.

«Tirami su...», ha cambiato idea. «Piano... ohhh...», la prendo e la sento quasi leggera, forse gli artigli della morte mi stanno aiutando, tirandola su insieme a me.

Il copricostume è completamente aperto, la carne le esce abbondante da tutte le parti, sovrapponendosi sui fianchi in doppi strati, e il seno le ciondola fin quasi a coprirle i due buchi lasciati dalle pallottole di Saviano.

«Dammi... l'estrema congiunzione... Emiliano...», mi guarda da bagascia. «Scopami... per l'ultima volta...».

«Ma... Anna...», la proposta mi coglie di sorpresa.

«Non c'è tempo per i ma... uhhh...», una fitta le fa tirare indietro la testa. «Sto morendo... scopami adesso...», e con la mano va a cercarmi in mezzo ai pantaloni.

Maledetta Anna, mi fai eccitare anche ridotta così...

«Oggi... volevo... sposarti... Emiliano...

Ma... il rosso... ha rovinato... il bianco... del vestito...», mi mostra la mano intrisa di sangue. «Io... sono... vecchia... per te...?».

«Tu non sei vecchia per nessuno, Anna», un po' di galanteria non guasta, tanto più che non ha molto tempo per godersela.

«Ma... le pallottole... bruciano...».

Lo sa anche lei.

Distolgo lo sguardo, non mi sento di compatirla.

Ne ha fatti fuori parecchi, prima o poi doveva toccare a lei.

È durata anche troppo in un ambiente del genere: da tempo mi aspettavo di leggere i particolari della sua morte su un articolo di cronaca.

Mi metto sopra di lei, inclinando il sedile all'indietro, per riuscire a stare nell'abitacolo.

Avrai l'estrema congiunzione che cerchi, Anna. E ti smacchierò il vestito...

«Ohhh... sì... così...», la Cessa ha ancora la forza per muoversi sotto e contro di me, ma ogni battito d'ali può essere il suo ultimo svolazzo. «Sì... godo... è incredibile… godo… ohhh...», la vecchia Anna vuole arrivare prima della morte e si lecca le labbra assaporando insieme godimento e sangue.

Ce l’ha fatta, è arrivata prima, ma ora sembra aver perso anche le ultime forze.

La benzina finisce prima se si va veloci.

Addio, Cessa, hai avuto ciò che mi hai chiesto.

E le fisso, con un po’ di nostalgia, le tette sfiancate, ormai appese al chiodo.

VII

CESSAZIONE COMPLETA

«È stato bello... Emiliano...», mi fissa in un attimo che pare infinito.

Ho avuto paura fosse l'ultimo, ma le tette della Cessa sembrano ciondolare ancora un po’.

«Anche per me».

Mi stacco da lei e le riporto la mano sulla pancia, lasciandola a gambe divaricate: la posizione giusta per una cessa che muore dopo aver goduto.

«La sai... una cosa… Emiliano… ohhh...», mentre sospira, continua a premere entrambe le mani sulla pancia, come a tenersi stretta gli ultimi granelli della clessidra. «Ho sempre... avuto paura… ohhh… di risvegliarmi... all’interno... di una bara…

Emiliano... fammi... un altro favore… veglia tu... il mio corpo… per tre giorni…

Lo farai…?».

«Lo farò», l’accontento, non si può negare niente a una cessa morta.

«Saviano... ha avuto... solo fortuna… uhhh… non pensava... nemmeno lui… di beccarmi... due volte… quel bastardo…

Ma io… io… non sono... crepata... subito… come lui… ohhh…», la Cessa vuole trovare qualche consolazione al suo destino, e io l’assecondo ancora: «No, tu sei molto più tosta di lui, Anna».

«Io... ho fatto in tempo... ohhh... a sposarmi... lo stesso...». Non riesco a nascondere un certo imbarazzo: io, il marito della Cessa; lei, mia moglie. «Emiliano… metti... una bella canzone… uhhh… fai presto…».

Accendo l’autoradio, bastano poche note per riconoscerla: "Cold hearted man" degli AC/DC.

Anna sembra contenta, se una cessa può essere contenta mentre sprofonda.

Decido di chiuderle il copricostume fino allo sterno, rimettendo dentro le tette esauste: tanto lei non ha più la forza per impedirmelo.

Mia moglie non può morire da troia.

«Queste due stronze... si sono piazzate… ohhh… proprio bene… sai…?

Non riesco… a digerirle…», lo sguardo ormai allucinato.

Anna, cosa aspetti ancora?

Non sei stanca di questo tormento?

Perché non ti lasci andare?

Lo sai anche tu che è finita, no?

Gli AC/DC sfumano, travolti dalla pubblicità.

«Ricorda... la promessa…», sussurra.

«Stai tranquilla, me la ricordo».

«Devo dirti... una cosa… Emiliano… ohhh...», sembra avere una terribile fretta, e non è difficile capire perché. Gonfia il petto, da Cessa, stirandosi addosso il copricostume senza costume. «Io… io… ti…».

Anna non riesce a completare il concetto.

Butta fuori l’aria tutta insieme. Le tette si sgonfiano.

La clessidra è finita.

L'ha sfruttata fino all'ultimo granello.

La Franzone reclina il capo all’indietro e chiude gli occhi: il petto non ciondola più, le braccia scivolano sui fianchi prive di volontà.

Più niente da fare, Anna. Lo sapevamo entrambi.

Oggi non sei stata fortunata come altre volte.

Per scrupolo le tocco la carotide.

Niente...

Partita chiusa.

A questo punto prendo la valigetta macchiata dal sangue di Sal e faccio scattare le aperture: posso consolarmi con la dote della mia sposa.

Grazie, Anna.

VIII

LA CESSA NON VA GIÙ

Il conto è chiuso, rimane soltanto quella folle promessa.

Ma non si può mentire ai morti.

Così prendo a passeggiare impaziente nei dintorni dell’auto, controllando che la zona rimanga tranquilla, in attesa che mi venga qualche idea su dove passare i tre giorni.

Da queste parti, per fortuna, nessuno si allarma per uno sparo.

Ho tempo per occultare il cadavere di Sal in mezzo alle fratte.

Di tanto in tanto torno a guardare Anna.

Inutile negarlo: rimane una cessa anche con gli occhi chiusi per sempre.

Mi viene una gran voglia di sbottonarla.

Ma riesco, sia pure a stento, a trattenermi.

Mi sfogo in solitudine, per non profanarla.

Cala la notte. C’è luna piena. Non ho ancora deciso cosa fare. Lei ancora non puzza.

Per ammazzare il tempo, accendo di nuovo l’autoradio.

La zona, evidentemente, è frequentata da coppiette che s'infrattano in auto, quindi non solo non do nell’occhio, ma anzi mi mimetizzo a perfezione con Anna sbragata sul sedile.

Dopo qualche minuto ripassa "Cold hearted man", e mi mette addosso un po' di nostalgia, oltre alla voglia di fumare.

Apro lo sportello di guida, distendo le gambe fuori dall’abitacolo e mi accendo una sigaretta, sperando sia l’ultima.

«Io... ti... amo… Emiliano…».

Sembra la voce di Anna, ma è solo la stanchezza di una giornata infernale: chissà che effetto mi avrebbero fatto quelle parole, se la Cessa me l’avesse dette davvero.

Finisco la sigaretta fuori dall’auto.

Faccio un po’ di passi, controllando i paraggi e guadagnandomi una fama da guardone.

BEEP-BEEP

È il clacson della Bmw!

Torno subito indietro, pronto a estrarre la pistola.

Ma non si vede nessuno.

Mi avvicino ancora.

Niente...

Rientro nell’abitacolo.

«Dove cazzo… sei andato…?».

Rimango di sasso a lungo, incapace di muovere un solo muscolo.

È Anna Franzone ad aver parlato!

E mi sembra ancora in grasso e ossa…

Cessa infernale!

La nostra storia non finisce mai...

«Mi sono... sentita toccare… ma non riuscivo... a muovermi...

Eri tu…?».

Chissà perché penso a Sal in quel momento.

Forse era riuscita a fregarlo per l’ennesima volta.

Io da quando era morta, o entrata in coma, non l'avevo più toccata.

«Adesso ti sistemo io, Anna.

Si fa a modo mio.

Reggiti…».

È riuscita a rivoltare la clessidra.

Ora spero che il tempo ci sia.

Chiamo un cesso di dottore in quel di Pozzuoli, radiato dall’albo a causa delle sue cure anticancro, e metto in moto, sgommando tra le coppiette: basta flirtare al chiar di luna, quel dottorucolo adesso ha due tumori fulminanti all’intestino da curare con la massima urgenza.

E il Nobel... glielo pago io.

IX

PROLOGO

E così è iniziata la mia nuova vita con Anna.
Rapporto aperto, con qualche spiffero, ma sostanziale tenuta.
Lei, sempre al top, nonostante l’età e il grasso.
Camicette allentate e carne che scoppia, i suoi segreti peggio custoditi.
A causa dei buchi, cammina con il bastone, ma le ho fatto tingere i capelli e non dimostra più di 50 anni.
Gestiamo insieme i traffici e non la faccio mai andare in giro scortata da altri.
Dopo quello che è accaduto, voglio godermela a lungo, non mi fido di nessuno.
Non mi va di vedermela riportare crivellata di colpi.
La nostra canzone potrebbe non funzionare.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

A SETTE RESPIRI DALLA FINE

di Salvatore Conte (2013)

TUM TUM
«?!
Casper, sei tu? Non puoi entrare, lo sai che abbasso sempre il chiavistello!
Ma… sei tu? Rispondi!».
SZOCK
Il coltello si fa strada nel legno della porta.
«AAAAH!», l’urlo spaventato di Minkoha-Toy, super quarantenne di origini cinesi; forme prepotenti, sguardo assassino, incontenibile.
L’urlo proviene dalla sua casa nella Valle della Luna Crescente.
T-TLAK
Il coltellaccio sega la porta in verticale, cercando di far saltare il chiavistello.
La cinese si avventa sull’archibugio di famiglia, appeso al muro, proprio mentre il chiavistello salta…
TLANK
«F-fermati! Ho un fucile puntato contro la porta!».
SCREEEK
Ma la porta si dischiude, cigolando.
«Al diavolo!».
BANG
Lo sparo produce un foro grande quanto una testa, la porta si è richiusa.
Minkoha-Toy guarda fuori, attraverso l’ampio buco.
«!».
Una figura indistinta giace a terra nell’oscurità.
La quarantenne si fa coraggio, apre la porta ed esce allo scoperto.
Ma si accorge subito che si tratta solo di un pupazzo…
È una trappola!
Nell’ombra si muove qualcosa…
Appena il tempo di voltare la testa: «!!».
SZOCK
«ORRRGLH!», un rantolo orribile sulla bocca spalancata della bella Minkoha-Toy.
Una violenta coltellata alla schiena, il sangue che schizza, l’archibugio che salta dalle mani rattrappite.
«H-hhh…!», la cinese si volta verso il suo assassino, che alza il coltello sanguinante verso di lei, minaccioso, crudele, non pago della prima, mortale offesa; sul volto, una maschera dal sorriso perfido e truce.
«C-chi sei?», domanda terrorizzata la donna, con gli occhi fuori dalle orbite, carichi di paura.
«Chi sei…?», ripete, di fronte a quel ghigno infernale.
SZOCK
«AAAAAH!», l’unica risposta che ottiene è una coltellata nella pancia, ancor più violenta della prima.
La cinese si piega sulle ginocchia e stramazza a terra, faccia avanti.
L’assassino la volta supina e si gode la sua espressione.
Il volto terrorizzato, gli occhi interamente fuori dalle orbite, la bocca spalancata allo spasimo.
Le zampe all’aria. Spaventosamente rattrappite.
Questo è ora Minkoha-Toy.
Impietoso, l’assassino intinge il dito nella piaga e comincia a disegnare un labirinto di forma circolare sulla parete interna della casa.
Sembra procedere di pari passo con l’agonia della sua vittima.
Quando gli pare che la donna a terra abbia ormai l’anima in gola, si accinge a chiudere il labirinto con l’ultimo tratto di sangue.
«Nel nome degli ultimi sette respiri…», e si prepara all’estasi.
Ma qualcosa lo interrompe…
Una figura scura irrompe inopportuna sulla scena del delitto, piegandosi pietosa sulla donna rattrappita a terra.
Per chi lo conosce, è il migliore alchimista di Tull e forse di tutta la Nuova Inghilterra.
Giunto nella Valle per praticare cure urgenti, è stato richiamato dall’urlo disperato della donna.
«Maledetto… hai interrotto il rito…!», esclama l’assassino.
BANG
BANG
Curare è anche un po’ uccidere.
L’alchimista gira sempre armato. E mira alla fronte.
Agrippa osserva il segno scritto col sangue. E torna dalla vittima.
«Coraggio… il labirinto ha una via d’uscita».
Minkoha-Toy, però, sta vedendo la morte in faccia. Per lei è troppo tardi. È giunta agli ultimi sette respiri. Ha l’anima in gola, in procinto di essere sputata fuori.
Ma anche una pazzesca voglia di vivere, in grazia della quale se la tiene stretta, rattrappita dentro.
L’alchimista soffoca gli ultimi respiri di Minkoha-Toy. Egli ha sempre con sé le sue cure. Un veleno ad azione rapida che sospende il conto alla rovescia.
È la condizione indispensabile per poter lavorare sulle ferite.
Finché c’è un’uscita, c’è anche una speranza.
Perché, alla fine, prima della fine, un buon alchimista trova sempre l’uscita.

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