Morte a penzoloni

La zia che non voleva crepare

Un gladio da cucina per Messalina

Gonfia fino alla fine

La Reggente sbudellata

Oltre la mediana

MORTE A PENZOLONI

di Salvatore Conte (2024)

I. APPUNTAMENTO CON LA MORTE

II. TRE SPARI IN FONDO AL VIALE

III. UN DUBBIO PROFETICO

IV. IL SALTO DI GRAZIA

V. VIALE PARIGI

VI. IL RESPONSO

VII. UNA BANDIERA AL VENTO

VIII. UNA PREGHIERA PER MAMMA

IX. L'ATTESA

X. RISULTATO DA MIGLIORARE

XI. LA CHIAMATA

XII. UN SEGGIOLINO CHE BRUCIA

XIII. PRIMA DEL GRANDE SALTO

I

APPUNTAMENTO CON LA MORTE

La vecchia Anna non è più quella di una volta, si tiene abbottonata, però me lo tira sempre, e quando chiama io vado.

E poi ho rispetto per la morte.

Anna Frezzante non ha molto da vivere. Ha un tumore allo stato terminale nella pancia. Non sono riusciti a fermarlo.

So che Anna è molto preoccupata, ma che al tempo stesso prova a gestirsi; come sempre.

Fa la sua vita normale, va al cinema, fa la spesa, gioca a carte; e fa la mignotta; come sempre.

Ci sarà panico nel suo entourage solo quando la vedranno ricoverarsi in clinica; sempre che - per affrontare gli ultimi giorni - non se ne rimanga tranquilla a casa.

       

Ma credo che il panico suonerà forte anche nella sua testa e che Anna non rinuncerà alle ultime cure.

L'ultima volta che l'ho vista si era allargata da morire; penso per la rabbia, la frustrazione, le medicine, ma anche per l'ascite, il liquido tumorale che gonfia la pancia dei moribondi.

Nonostante tutti i suoi problemi, però, Anna Frezzante è ancora il meglio che si possa trovare in giro.

Una volta stavamo insieme, e ci stavamo bene.

Anna era sempre sbottonata, non perdeva un colpo, e i baci e le scopate non finivano mai.

Poi tra me e la figlia ha scelto quest'ultima.

Però, a quanto ne so, le sue camicie qualche volta sono ancora sbottonate e portate senza reggiseno; le tette che le cadono a penzoloni sul ventre non sono che una logica conseguenza della forza di gravità; tutto ciò è abbastanza per invogliarmi a rivederla.

Si piace ancora, di sicuro non ha perso la sua arroganza.

Lo farà solo in piena agonia.

E io voglio esserci.

II

TRE SPARI IN FONDO AL VIALE

Non c’è un posto neanche a morire, Milano è insopportabile.

Parcheggio la mia SLK non so dove e mi avvicino a piedi: la palazzina di Anna è l’ultima in fondo a viale Parigi.

Sembra una serata tranquilla, ma è evidente che mi sbaglio.

Urla di donna dal fondo del viale.

Allungo il passo.

POW

Cazzo, uno sparo!

Corro.

Mi viene il dubbio che si tratti proprio dell’appartamento di Anna, al secondo piano.

POW

Cazzo! Un altro sparo!

È proprio lei e sta uscendo a cosce nude dalla porta-finestra che dà sul balcone…

«Emiliano…!», mi ha visto.

POW

«Uuughh…!», un urlo soffocato.

Dopo il terzo sparo, la vedo allargare un braccio, fare ancora un passo avanti, quasi per forza d’inerzia, e infine accartocciarsi su sé stessa: Anna frana sulla ringhiera del balcone e ci rimane sospesa sopra, letteralmente a penzoloni, come un panno steso; il braccio destro ciondola nel vuoto, cadendo giù come il ramo di un salice piangente.

Quello sinistro è rimasto sotto il corpo, incollato all’addome.

Dovessi indovinare, Anna ha preso uno o due colpi in pancia, poi - cercando una via di scampo - il terzo alla schiena.

Ho finito di correre, adesso la vedo dalla base di una perfetta verticale, due piani più sotto: Anna Frezzante ha provato a spiccare il volo, ma pesante com’è non c’è riuscita, zavorrandosi in extremis sulla rampa di lancio; ha provato a buttar giù di colpo tutti i suoi chili, ma la trippa s’è ingrippata nella ringhiera.

Ora mi guarda fisso, con occhi sbarrati.

E non credo mi riconosca.

Sono arrivato tardi.

Con un calcio apro il portone e mi preparo ad affrontare il killer, ma dalle scale non scende nessuno, e l’ascensore è fermo.

Uno scalpiccio rapido e sempre più remoto mi suggerisce che l’assassino stia fuggendo dall’alto.

Ha troppo vantaggio, meglio controllare l’appartamento della Frezzante, prima dell’arrivo della polizia.

La figlia è a terra, con un buco in fronte. Senza rancore, Ludovica.

La madre ha fatto qualche passo in più, ma non è arrivata lontano; la camiciona rosa con cui mi aspettava è imbrattata sulla schiena da una chiazza sanguinolenta.

In più deve avere una pallottola nella pancia.

III

UN DUBBIO PROFETICO

Il ventre di Anna è rimasto al di qua, la testa e le tette, più che mai a penzoloni, sono al di là.

La trippa si è dimostrata un ancoraggio più che saldo, la Frezzante è rimasta in bilico, zavorrata alla ringhiera del balcone, nonostante la spinta inerziale in avanti e la massa imponente del corpo.

Non la tocco: non vorrei accollarmi un omicidio di cui non so niente.

Avrei avuto il movente e l’occasione.

Tanto da lì non si muove.

Prima che arrivi la polizia frugo nell’appartamento e non ci metto molto a trovare la roba.

Ed è tanta roba…

Hai capito la vecchia Anna…?!

Col pretesto della figlia tossicomane è entrata nel commercio e ha preso in mano le redini.

Lei ci sa fare in queste cose. Quando si sbottona le camicette sono tutti ai suoi ordini.

Forse aveva bisogno di soldi per curarsi, ma così si è abbreviata la vita.

L’Organizzazione non perdona gli sgarri, anche se lei ha cercato fino all’ultimo di far pesare il suo fascino; è mezza nuda per questo, suppongo; ma non c’è più rispetto per le belle vacche, ai giorni nostri.

Tengo per me la roba, visto che ad Anna non serve più; l’Organizzazione si è limitata a saldarle il conto e io non posso permettere che tanto ben di dio vada ad arricchire qualche piedipiatti.

Da sotto, le lancio un ultimo sguardo, prima di andarmene.

Peccato…

«E…m…i…l…i…a…n…o…», un sussurro estenuato…

Non è ancora crepata!

IV

IL SALTO DI GRAZIA

Avrei dovuto controllare la giugulare, ma sarei finito giù con lei.

E adesso?

È moribonda; ed è gravemente malata; in ospedale c’arriva con il lenzuolo in faccia.

Eppure mi viene voglia di baciarla, è sempre sexy nelle sue camicette sbottonate; sono rimasti allacciati solo i due bottoni intorno all'ombelico.

UAAA…

UAAA…

La polizia…

Cazzo, devo andarmene.

Sto per mollare Anna al suo destino, quando in lontananza spunta un’ambulanza…

Si è fermata molto prima, evidentemente non hanno l’indirizzo esatto, e io posso trattenermi ancora un po’.

Plic!

Plic!

Il sangue di Anna, goccia dopo goccia, cola di sotto con la cadenza di un rubinetto chiuso male.

Le imposte al primo piano sono chiuse. Gli inquilini devono essere fuori.

Mi arrampico sulla condotta di scolo e salgo sul balcone, un’idea folle mi è balenata in testa.

E ormai non posso più fermarla, è una palla di pesante pazzia che rotola a valle.

Plic!

Una goccia di sangue mi finisce in testa.

«Anna...», alzo gli occhi, lei è sopra di me, a testa in giù, con metà del corpo oltre la ringhiera e le tette a penzolare oltre la metà stessa.

«E…m…i…l…i…a…n…o…», mi guarda con gli occhi sbarrati, forse al mio posto sta già vedendo il diavolo. «M’...h...a...n...n...o… f...a...t...t...o… l...a... f...e...s...t...a…», Anna ha la forza di concedersi un sorriso amaro, che le fa sfuggire dalle labbra una boccata di sangue.

«B...a...c...i...a...m...i...», la sua richiesta mi arriva addosso insieme al suo sangue, che insiste a cadermi in faccia, goccia dopo goccia.

Anche lei lo vuole.

La follia ci univa, avremmo potuto rimanere insieme.

Salgo sulla ringhiera, in precario equilibrio, mi afferro al cornicione di sopra, e spingo più che posso sulla punta dei piedi, protendendomi verso di lei.

Lei scivola più giù, annullando così gli ultimi centimetri di distanza che io non sarei mai riuscito a colmare: per la prima volta nella vita ci veniamo incontro.

Spingendo ancora sulle gambe, riesco a sfiorarle le labbra: sanno di sangue e sono fredde; Anna è già morta, anche se ancora non lo sa.

Peccato, la mancanza di parcheggi uccide.

«P...e...r…c...h...é…».

Perché ci siamo lasciati.

Perché non sei arrivato in tempo.

Perché mi sono fatta ammazzare.

Perché mi è venuto il cancro.

Mentre ancora ci penso, me la vedo andare giù a peso morto, non posso fare niente, anche se mi passa così vicino che mi pare di sentire il suo ultimo respiro.

Mi volto e la vedo là sotto, un grosso fantoccio seminudo sul bordo della strada, con una gamba rimasta impigliata tra le fronde di una siepe.

La sua pesante palla di pazzia è arrivata a valle.

Le luci dell’ambulanza si avvicinano, sta arrivando anche la polizia, faccio appena in tempo a dileguarmi.

L’ultimo bacio di Anna poteva costarmi parecchio.

Ma ne è valsa la pena.

Guido piano, senza dare nell'occhio, stanno convergendo diverse pattuglie.

Faccio passare un'ambulanza che corre impazzita.

Mi comporto come un bravo cittadino.

Un'ambulanza che corre impazzita... la siepe... le vacche...

Ma no, che vado a pensare...

V

VIALE PARIGI

Eppure, chissà perché, mi ritrovo a seguire l'ambulanza.

E non è una cosa facile, nel traffico di Milano.

Farò finta di essere un parente al seguito.

«Può lasciarla solo cinque minuti, mi raccomando: poi non dimentichi di spostarla».

La guardia giurata dell'ospedale ha già capito tutto.

«Grazie tante per la comprensione», mentre ringrazio, i paramedici scaricano un malato intubato da tutte le parti.

«Non stia in pena, qui sono molto bravi».

«Viale Parigi», dice un barelliere all’ingresso…

Devo stare attento a non farmi beccare.

Polizia per il momento non ce n'è.

Non avendo trovato la droga, potrebbero aver ipotizzato un semplice delitto passionale, per così dire.

Comunque ho messo baffi finti e occhiali scuri per le telecamere.

Incredibile, è proprio lei... adesso ne sono certo.

Forse non era ancora morta quando è volata giù, o forse la caduta stessa l’ha rianimata… vai a capire...

La cellulite si è rivelata preziosa in ogni caso.

E anche quella provvidenziale siepe.

Anna...

Tra noi non è ancora finita...

VI

IL RESPONSO

Adesso deve lottare, se vuole tenersi la pelle.

Ma almeno è arrivata in ospedale.

Cerco subito di individuare il portantino più sveglio, quello che per secondo lavoro si porta via la morfina o procura troie ai primari.

C’è anche il medico, ma di quello sbarbatello non so che farmene: ho bisogno di una previsione rapida e affidabile.

Okay, ho deciso, è lui.

Lo affianco mentre caricano la lettiga sul montacarichi, diretti - presumo - in sala operatoria; il medico si è sganciato.

«Ehi… lei non può scendere, se è un parente attenda in sala d’aspetto…», ha parlato lo stupidotto.

Allungo sfuggente la mano e due biglietti da 50 al barelliere scafato, quello prende e intasca con movimento naturalissimo e altrettanto sfuggente; lo trattengo giusto un paio di secondi: «Puoi dirmi come andrà a finire?».

Increspa le labbra.

«È a pezzi, dottò… anche se…», abbassando ulteriormente la voce, «nun se offenda, ma ‘na bodrillaccia così... nun molla mica facile…». Gli effetti delle migrazioni interne sono eloquenti. «Comunque, dottò… je faccio sapè io quello che succede…».

Annuisco e allungo altri due biglietti color salmone: le informazioni costano e quelle che servono a me vanno controcorrente, perciò è tutto giusto.

A occhio e croce Anna Frezzante sta andando a crepare sotto i ferri, ma una vacca come lei può ancora rovesciare tutto.

Intanto è a penzoloni tra la vita e la morte, in bilico sull'inferno.

VII

UNA BANDIERA AL VENTO

Toc-toc!

«Avanti».

«Don Salvatore...», l’uomo si affaccia alla porta con un fare timido che ha poco a che spartire con la sua presenza rozza e massiccia. «È arrivato Tony».

«Fallo entrare».

«Subito, capo».

«Con permesso, Don Salvatore», il secondo uomo, una specie di fotocopia del primo, entra nella stanza meno timidamente, ostentando una certa sicurezza.

La convinzione di aver fatto un ottimo lavoro è il veicolo migliore per accrescere l’autostima.

«Allora, Tony?», Don Salvatore si accende con calma un cubano, rimanendo comodamente seduto sulla poltrona di pelle, dietro la grande scrivania.

«Tutto fatto», si siede senza aspettare il consenso, troppo sicuro anche in questo.

«La puttanella della figlia è stesa sul pavimento con un grosso buco nella fronte.

E la troiona della mamma è rimasta a penzolare dal terrazzo di casa come una bandiera a lutto, con due buchi nella stoffa...».

«Una bandiera ammainata, spero...», il boss dà una voluttuosa boccata al sigaro.

«Ammainata e ripiegata in due sopra la ringhiera».

Drin!

Drin!

Squilla uno dei tre cellulari sparsi sulla scrivania: più un uomo è potente, più ha il diritto di conoscere la realtà in presa diretta.

«Dimmi». Un momento di pausa. «Ho capito...», la tirata di sigaro è più lunga e nervosa della precedente. «Voglio che tu mi tenga informato minuto per minuto, intesi?».

Sbang!

Uno scatto improvviso e il Samsung Galaxy si fracassa contro la parete.

«Ma… capo...?! Cosa...», il costoso cellulare appena andato in pezzi ha il potere di fargli perdere all’improvviso tutta l’autostima.

«Tony, Tony...», la voce dall’altra parte della scrivania è pericolosamente calma. «Una bandiera ammainata, eh...? Una bandiera ammainata e ripiegata…», lo guarda fisso negli occhi, con l’espressività di uno squalo che vede colar sangue dalla sua vittima.

«Capo... cosa significa...?», una goccia di sudore gli cola dalla fronte.

«Significa che quella troia di Anna non è affatto crepata!», Don Salvatore sbatte i pugni sulla scrivania, facendo sobbalzare ogni cosa che c’è poggiata sopra.

«Ma io le ho piantato due pallottole in corpo...

Ha iniziato a spogliarsi, però io non ci sono cascato!

Mi ha supplicato in tutti i modi di non eliminarla.

Ha detto che era malata, molto malata...

Ma io le ho fatto un bel buco in pancia, senza pietà...!

Tuttavia ha avuto uno scatto di rabbia, ha cercato di fuggire, correndo verso il balcone.

Allora l'ho beccata alla schiena, con la seconda pallottola.

È crollata stecchita sulla ringhiera…!».

«Vorrà dire che è resuscitata…

Ti costava tanto buttarla giù dal terrazzo?», le notizie sono ancora incomplete; restando seduto, apre il secondo dei tre cassetti, quello all’altezza delle ginocchia.

«Vediamo se saprai fare altrettanto».

«Don Salvatore! No!», Tony porta d’istinto le mani avanti.

BANG

BANG

BANG

Il gesto serve solamente a farsi bucare il palmo della mano da una pallottola, che senza fermarsi gli finisce precisa in faccia, come le altre due.

«Maledetto incapace», il boss ripone la pistola nel cassetto come niente fosse, come se avesse sparato a un piattello dopo il Pull dell’addetto al campo di tiro.

«Roberto!», Don Salvatore chiama il primo uomo, senza accorgersi che gli spari l’hanno già fatto rientrare nella stanza.

«Capo...», guarda senza particolari emozioni il corpo di Tony, quello sì ripiegato sulla sedia come una bandiera ammainata.

«Toglimi da davanti questo verme», gli fa cenno mentre si alza, dirigendosi verso l’ampia vetrata che guarda la città. «E tieniti nei paraggi.

Potrei avere la necessità di essere accompagnato all’ospedale per andare a far visita a una mia cara amica...».

«Un incidente, capo...?», l’aspetto fisico del guardaspalle è coerente con il quoziente intellettivo.

«Più o meno…

Una brutta troia che nonostante abbia sbattuto contro due pallottole, non vuole saperne di crepare; ha i vermi nella pancia da mesi, ma ancora gioca a carte con le amiche; e vince...», e guarda il Pirellone, senza però vederlo; davanti a lui ormai c’è solamente Anna e il suo corpo da vacca rimasto in bilico sulle porte dell’inferno.

Il boss è pronto a darle in prima persona la spinta decisiva.

VIII

UNA PREGHIERA PER MAMMA

Medicina Donne

Chirurgia

Premo il pulsante dell’ascensore e salgo, non posso affidarmi solamente a un barelliere, devo farmi altri complici per avere più notizie possibili riguardo alla bodrillaccia...

Professor Raffaele Tersilli

Primario del Reparto di Chirurgia

Le porte dell’ascensore si aprono quasi precise davanti a quest’altra porta, è semichiusa e da dentro escono voci che sembrano scherzare fra loro: devo approfittare di questa favorevole fermata...

Entro sfacciatamente, annunciandomi solamente con un paio di piccoli pugni sul legno che il trambusto del via-vai di persone rende del tutto inutili.

«Desidera?», una delle tre voci si gira verso di me.

«Scusatemi…», sono due infermiere più un portantino, che stavano evidentemente parlando dei cazzi propri. «Poco fa è stata portata in ospedale una signora di mezza età, caduta da un balcone», ometto volutamente l’imbarazzante particolare delle due pallottole... «Vorrei sapere qualcosa riguardo alle sue condizioni», se è crepata o no, insomma, lo penso senza precisarlo.

«Lei chi è?», l’infermiera attempata anticipa quella più giovane, che mi ha rivolto per prima la parola, e si intromette dura, d’autorità.

«Sono il figlio», davanti al richiamo materno ogni donna solitamente si ammorbidisce.

D'altronde ho diversi anni meno di lei.

«Ah... mi dispiace... sua madre è arrivata in condizioni disperate», il tono diventa quasi da omelia funebre, il trucco ha funzionato. «E poi... ho saputo che... insomma... che le rimane poco da vivere, a causa di un male incurabile. Mi dispiace molto, lei ha una madre ancora molto giovane».

Rispetto a te, sì. Ancora una volta lo penso senza precisarlo.

«Per quanto riguarda il tumore, mamma ha voglia di lottare ancora.

Ma lei pensa che ce la farà...? Adesso dov’è?», riesco a farmi inumidire gli occhi e mi chiedo se sono un attore così bravo, oppure se mi sto veramente interessando a questa troia sfatta...

«È in sala operatoria.

Ma se ha una possibilità di farcela, è messa nelle mani migliori, mi creda.

La sta operando il Primario in persona, il Professor...», ormai so quello che volevo sapere, non ho voglia di perdere altro tempo.

«Tersilli», aggiungo io il nome.

«Lo conosce?».

«No, ho solo letto la targhetta sulla porta.

Quanto può durare l’intervento? Pensate che una volta aperta, lavorerà anche sul tumore all'intestino?», la domanda mi scappa di bocca.

L’infermiera giovane mi guarda quasi compatendomi e mi risponde cercando di non sbattermi in faccia la realtà così com’è.

«Il tumore è molto esteso e sua madre è in condizioni critiche.

Però so che il Professore ha immediatamente contattato un oncologo, per vedere di ripulirla un po', prima di richiuderla... difficile pensare di salvarla, ma potrebbe guadagnare qualche settimana, se tutto va bene...».

«Vi ringrazio», esco sommessamente dalla porta, visibilmente contrito.

«Si fermi giù alla cappella.

E preghi per sua madre…», l’infermiera tardona deve avere più cuore di quanto il suo aspetto sciupato e indurito dalla vita d’ospedale suggerisca.

«Certo...».

Già! Come no!? Adesso ci manca solamente che mi metta a pregare per quella vecchia troia!

Anche se mi bagno solo a pensarci, accidenti a me.

IX

L'ATTESA

«Dottò!», la voce romanesca mi arriva da dietro le spalle, è il barelliere coatto trapiantato fra i bauscia: gli vado incontro, in fondo rimane il mio complice più fidato e attendibile. «La bodrillaccia è sotto i ferri», biascica le parole insieme al chewingum.

Prendo la penna dal taschino e una banconota dal portafoglio, e l'autografo con il mio numero di cellulare: stavolta cambio colore, verde come la speranza, anche se, pensandoci bene, non so neanch’io che cazzo sperare.

Se anche dovesse scamparla grossa, uscirebbe letteralmente a pezzi da questa storia, solo per morire di cancro tra mille lamenti.

Forse sarebbe stato meglio se il killer le avesse sparato in bocca.

«Voglio che mi chiami appena sai qualcosa di mia madre», gliela infilo nella tasca della tuta.

«Ammazza oh... bbona tu’ madre... dottò!».

Non se l'è bevuta, troppo sveglio.

«Lascia perdere…

Se crepa, se sopravvive, se resuscita, qualunque cosa faccia, tu mi chiami.

Intesi?».

«Ma dottò… fra un’ora finisco il turno…», e si infila la mano in tasca per far scivolare meglio il bigliettone.

«Vorrà dire che stanotte farai un po’ di straordinario», tiro fuori dal portafoglio un’altra banconota dello stesso colore della prima, ma a differenza di quella, finita nei pantaloni, questa gliela faccio solo annusare, un po’ come ha sempre fatto Anna con la sua fica, per corrompere gli uomini e piegarli ai suoi disegni di potere. «Questa te la darò a straordinario finito».

«Vabbè dottò, vorrà dì che me porterò in giro tutta la notte a pijà caffè».

Fai il cazzo che ti pare, basta che mi chiami, pezzo d’idiota.

Esco sul piazzale dell’ospedale, finalmente un po’ d'aria fresca.

Inalo un lungo respiro e mi dirigo alla macchina, decidendo di aspettare lì la telefonata del coatto: arrivato a questo punto, voglio sapere che fine farà Anna.

Plic!

Plic!

Le ore trascorrono lentamente e dentro l’abitacolo della mia SLK sembrano ulteriormente rallentate dalla mia solitaria attesa.

Plic!

Plic!

Pioviccica.

Le gocce d'acqua rimbombano attraverso la capotte della mia auto, lente e ossessive, come cadessero da un rubinetto... invece che da una nuvola passeggera.

X

RISULTATO DA MIGLIORARE

Drin!

Drin!

«Raffaele...», la risposta è pronta, l’impaziente attesa della telefonata gli ha fatto spegnere tre cubani dentro il posacenere. «Dammi buone notizie».

«Purtroppo non credo di potertele dare».

«Non dirmi che...».

«Sì... la tua amica è uscita viva dalla sala operatoria». Silenzio da entrambi i ricevitori. «Gravissima, ma viva».

«Maledetta puttana... non potevi lasciarti scappare il bisturi e aprirla in due quella troia?».

«Sai che non potevo comportarmi diversamente da come ho fatto.

Ho anche allungato l'intervento, ripulendole il tumore dagli intestini.

Ha la pelle più dura di quanto si potesse pensare.

Comunque il cancro non le darà scampo. È ridotta veramente male. Ha una metastasi al fegato e un'altra all'utero. Rimarrà uccisa al massimo in tre settimane».

«Questo mi consola.

Sicuro che ci lasci la pelle?».

«Sicurissimo, nessuno può salvarla. Un'altra senza il suo fisico sarebbe già morta da mesi, ma anche lei non è immortale. Dovrà arrendersi molto presto. Le cose precipiteranno in fretta e si renderà conto da sola di non potere fare più niente. A quel punto sarà morta in pochi giorni, non avrà tempo di reagire e il suo entourage dovrà rassegnarsi.

Adesso, comunque, che pensi di fare?».

«Quello che non hanno saputo fare due pallottole, un tumoraccio e un volo senza paracadute».

«Io invece tolgo il camice e me ne vado a casa.

Non voglio andarci di mezzo, questo puoi capirlo».

«Non c’è bisogno che ti caghi addosso, Professor Tersilli.

Non ci andrà di mezzo nessuno, a parte la Signora Frezzante…».

Clic!

«Roberto, tira fuori la macchina.

Andiamo a fare una visita in ospedale…».

XI

LA CHIAMATA

Drin!

Drin!

Finalmente mi squilla il cellulare, mi sveglia ma non è un gran peccato, non è comodo addormentarsi sul sedile di una SLK.

Più o meno è come un sarcofago.

«Pronto…», ho paura di sentirmi dire che la troia è crepata, e ciò mi fa dubitare di me stesso.

«Dottò… so io».

«Allora...?», meglio togliersi subito il dente.

«Allora, dottò... la bodri… cioè su’ madre... pe’ ora je l’ha fatta...

Però per malaccio... pe' quello nun c'è sta niente da fà, dottò...

Me dispiace... ma su’ madre nun c'ha molto da campà...

Però... s’è appena riportata in stanza, tutt’antubbata...».

«Dimmi in quale camera l’hanno portata e ti sarai meritato il secondo verdone».

«S’è portata in chirurgia generale, 'a stanza è la seconda a destra, la numero tre me pare, se nun me sbajo...».

«Arrivo».

Clic!

XII

UN SEGGIOLINO CHE SCOTTA

Ci si incontra sulle porte di vetro dell’ospedale e gli retribuisco lo straordinario: la mia paga è sempre al netto delle tasse.

«Grazie, dottò.

Ammazza quant'è bbona... come er pane...», e se ne va, prendendo un vecchio scooter appoggiato senza catena a un lampione.

Rientro nell’ospedale e penso che, in mezzo a tutto questo casino, posso starci benissimo anch’io, il figlio di Anna Frezzante, che con le lacrime agli occhi sta andando al capezzale della madre moribonda.

Entro nel reparto e per prima cosa mi guardo attorno per vedere se ci sono in giro piedipiatti; d’altra parte Anna è pur sempre arrivata in ospedale con due pallottole in corpo, non è una paziente qualunque.

Ma la pista del delitto passionale deve aver preso piede, perché di sbirri non se ne vedono; grossi precedenti non ne ha.

Conto partendo da destra come da indicazioni e mi fermo davanti a una porta socchiusa: stanza tre, nun s'è sbajato...

«Dove pensa di andare lei?», la voce mi sorprende con la mano appoggiata sulla porta, già pronta a spingerla. «Non può entrare in quella stanza!», la caposala mi affronta decisa.

Sarei tentato di tirar fuori la mia beretta e di stenderla con un paio di colpi, ma non mi sembra il caso...

«Sono il figlio della Signora Anna Frezzante...», è l'arma migliore al momento e fa meno rumore. «So che è uscita dalla sala operatoria e stavo cercando la camera dove è stata portata», mi sforzo di fare una faccia addolorata e cerco di non pentirmi d’aver tenuto la pistola in tasca.

«Ah... lei è il figlio della Signora…», come l’infermiera di qualche ora prima, anche questa attenua subito la sua durezza.

«Sì... come sta mia madre?

Se la caverà?», vado subito al sodo.

«È in coma», anche lei bada al sodo. «Considerato, però, che è arrivata in ospedale in condizioni disperate, deve ritenersi fortunato che sia ancora viva. Inoltre ha un tumore allo stato terminale, lo sa, no?».

La domanda è retorica.

Annuisco.

«Posso entrare a vederla...? È qui?».

«Da disposizioni del Professore non potrei fare entrare nessuno, ma...». Forse cede. «Ma dato che lei è il figlio… farò uno strappo alla regola».

Ha ceduto.

«Grazie...», è il minimo che le devo, mi ha evitato la fatica di usare altri metodi.

«Ma solo qualche minuto, intesi?».

«Intesi», la rassicuro mentre spingo la porta.

«Ah, un’ultima cosa…

Sia forte, vedere sua madre in queste condizioni non sarà un bello spettacolo».

Le faccio un cenno con il capo ed entro nella stanza.

La donna sdraiata sul letto è lei, monitor a destra e a sinistra, e tubi e fili attaccati ovunque: tutt’antubbata… il coatto aveva ragione.

Mi siedo e la guardo, il viso è tumefatto, annerito dai lividi; così com'è potrebbe essere mia nonna.

Drin!

Drin!

Mi suona il cellulare nella tasca, chi cazzo è adesso?

Clic!

Lo prendo e lo spengo, posandolo sul comodino: adesso non ci sono per nessuno.

Nonostante tutte le fregature che mi ha dato, adesso mi fa quasi pena…

La sua vita è letteralmente appesa a un filo.

Ma è una combattente, lotterà fino in fondo.

Stare lì fermo mi dà ansia, pensare non serve a niente.

Senza aspettare che la caposala arrivi a ricordarmi che devo uscire, me ne vado da solo; in questo momento c'è poco da fare.

Mi faccio le scale, il pulsante dell'ascensore è perennemente rosso e non ho la pazienza di aspettare.

XIII

PRIMA DEL GRANDE SALTO

Sono di nuovo alle porte di vetro dell’ospedale, quando mi frugo in tasca e... cazzo!

Il cellulare: l’ho lasciato sul comodino, al capezzale di Anna.

Mi tocca tornare su, accidenti.

Sono pronto a giustificarmi con la caposala, ma non ce n’è bisogno, il corridoio è deserto, meglio così.

La porta della camera è socchiusa, la spingo, ma invece di entrare mi fermo di colpo: c’è una figura di spalle, ritta davanti al letto.

Non si accorge che ho aperto la porta, sembra troppo impegnata a maneggiare una siringa.

Un infermiere? Non mi pare abbia il vestito giusto...

Un dottore? Nemmeno.

La figura si sposta di lato quel tanto che basta per offrire il suo profilo alla debole luce.

Cazzo! Certo che non è un infermiere!

E neanche un dottore: è Don Salvatore Petrucciani!

Il pesce più grosso che nuoti nei mari avvelenati della droga: che cazzo ci fa qui?

E che cazzo ci fa con quella siringa in mano?

La risposta è scontata, come la mossa di prendere in mano la mia beretta.

«Butta a terra quella fottuta siringa!», mi presento maleducatamente, alle sue spalle.

Ha un sussulto.

«Girati piano e niente scherzi».

Si volta e mi guarda, la siringa è ancora nella mano, stretta come fosse una pistola.

Non ho ancora capito se sia riuscito a usarla.

«Emiliano...», in fondo le presentazioni non servono, ci conosciamo abbastanza bene. «Mi stavo giusto chiedendo quando saresti entrato in scena… in fondo era una tua vecchia fiamma... anche se ormai stanno scorrendo i titoli di coda…», l'ha usata, il suo ghigno beffardo non mente...

E intanto ha cercato di mascherare un piccolo passo in avanti.

«Fermo lì, Petrucciani.

Fai un altro passo e ti buco la pancia».

«Ehi... calmo... una siringa non dovrebbe innervosirti tanto, no?».

«E così hai tappato la bocca a questa troia una volta per tutte… ti sei scomodato di persona…».

«È solo un aiutino…».

«Butta a terra la siringa, non te lo chiederò un’altra volta».

«Okay, o-k-a-y…», l'ha mollata.

«Dovevo immaginarlo che c’entravi tu in questa storia.

Dove c’è il puzzo, c’è sempre anche il marcio…».

Chiudo la porta e la blocco con le spalle, non sono ammessi intrusi adesso.

«Quella troia ti piaceva ancora, vero, Emiliano...?», mi sfida.

«Piuttosto dimmi perché ti è venuto in mente di far fuori sia la madre che la figlia», faccio finta di non aver sentito e non raccolgo il suo guanto. «Che tipi di conti avevano con te?».

«Conti che non tornavano», continua a sfidarmi, senza dare troppo peso alla mia beretta. «Cose che dovevano restituirmi...».

«Penso di sapere quali siano queste cose», lo conosco abbastanza per avere già chiara tutta la trama.

«Spara.

Le cose, intendo...», Don Salvatore, nonostante tutto, ha ancora voglia di fare lo spiritoso.

«Vediamo... la tossicomane della figlia non ti ha pagato un bel mucchio di bigliettoni che ti doveva per la roba che le avevi dato a credito, grazie ai buoni uffici della madre».

«Perspicace».

«E la vecchia troia, oltre a spacciare le eccedenze della figlia, non si è mai sdebitata con te, perché ancora ti doveva la fica che ti ha sempre promesso e fatto annusare…

Dunque neanche stavolta ha mantenuto la parola... ma l'ha fatto anche con me, sappilo... e tu ti sei incazzato al punto di farle piazzare un paio di pallottole in corpo… e poi di venire qui di persona a terminare il lavoro... anche se sapevi che era molto malata e che un tumore avrebbe fatto giustizia per tuo conto».

Alla fine è davvero un delitto passionale, accidenti.

«Doppiamente perspicace.

In più la gran troia era entrata nel giro sotto un’altra bandiera…», e fa un altro passo in avanti, il secondo da quando abbiamo iniziato la conversazione. Troppi.

«Un altro passo e sei morto, Petrucciani», se prova a fare il terzo, si ritrova una pallottola in fronte.

«Ma se sono disarmato… non lo vedi?».

Bip-bip-bip!

I monitor sembrano impazziti.

Anna ormai è fritta.

«Che cosa le hai dato?».

«Un veleno che non lascia tracce.

Me lo passano i servizi.

Molta gente muore in ospedale, a volte per banali complicazioni.

E se qualcosa va storto, la colpa va a un'infermiera psicopatica, sono sempre le stesse, accollano tutto a loro».

Bip-bip-bip!

L'infermiera di turno dovrebbe essere già qui.

«L'hai mandata via, vero?».

«Chi?».

«L'infermiera».

Di nuovo quel ghigno.

«Stavolta hai commesso uno sbaglio».

Mi guarda incuriosito.

«Ho solo un modo per richiamare altro personale sul posto».

«Stai scherzando...», ha capito, «non vorrai scaldarti tanto per una vecchia troia...».

Bip-bip-bip!

Questo martellante cicalio elettronico sembra la voce di Anna che mi chiede di fargliela pagare.

Alzo il braccio con la beretta all'altezza della sua fronte.

Lo guardo duro.

Sa che sto per farlo.

«No, aspetta... ci metterà un po' a crepare... il veleno è lento...

C'è un modo per riprenderla... i servizi le sanno tutte...».

Bip-bip-bip!

«Sputa il rospo, se vuoi salvarti. Questo infernale cicalio mi innervosisce».

«E va bene... si usa il siero antivipera...».

Abbasso la pistola.

«Contro questa non ci sono antidoti, Petrucciani».

BANG

BANG

BANG

Suono tre volte il campanello.

Ma ho sparato al petto, o avrei schizzato Anna con i pezzi del suo cervello.

Apro la finestra e lo scarico di sotto come un sacco di merda.

Un'infermiera più coraggiosa delle altre arriva sul posto.

Bip-bip-bip!

«Ma che succede? Chi è lei?

Perché la collega di turno non è qui?».

«Ascolti bene: stavo vegliando mia madre quando una vipera è uscita dal bagno e l'ha morsa, prima di andarsene dalla finestra. Bisogna somministrarle subito l'antidoto.

Aveva questo colore qui...», le infilo nel taschino cinque biglietti da 100. «Gliene darò altrettanti, se entro 100 secondi lei darà l'antidoto a mia madre».

«Torno subito, ma non si preoccupi. Le vipere non uccidono prima di qualche ora.

Spero sua madre possa resistere almeno dieci minuti».

Non posso rimanere a verificare la sua efficienza. Ma una buona sanità costa.

Le lascio gli altri cinque bigliettoni sotto il braccio di Anna.

Adesso voglio andarmene a casa e farmi un lungo sonno, come sta facendo la Frezzante.

Dal pomeriggio comincerò a studiare un antidoto per questa grossa troia.

LA ZIA CHE NON VOLEVA CREPARE

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

Anna Frezzante sedeva rigida sulla sedia di plastica dell’ambulatorio oncologico, le mani intrecciate in grembo come se volesse tenere insieme il suo corpo che già cominciava a tradirla.

La camicetta rosa a righe era la stessa che indossava in piscina, quella che le sottolineava il seno ancora pieno e le spalle da casalinga orgogliosa.

Il medico, un uomo con gli occhiali spessi e la voce piatta di chi ha dato troppe volte la stessa notizia, sfogliava lo schermo del computer senza guardarla negli occhi.
«Signora Frezzante, il quadro è passato a IVB in poche settimane. Metastasi epatiche multiple, una grossa all’intestino tenue. Il tumore primitivo allo stomaco è ulcerato, spiega i vomiti e il sangue nelle feci. Possiamo tentare una chemioterapia palliativa, FOLFIRINOX modificato, ma le dico con franchezza: l’obiettivo è guadagnare tempo, non guarire. Sei, otto mesi se va bene. Forse un anno se il suo organismo risponde».
Anna non batté ciglio. Solo un muscolo della mascella si contrasse, come quando da giovane decideva di non piangere davanti ai figli dopo l’ennesima lite con l’ex marito. «E se non voglio crepare?», chiese, la voce bassa ma ferma, quasi sprezzante. «Se decido che questo cancro del cazzo non mi porta via dalla mia villetta, dalla mia piscina, dalle mie cose?».
Il medico alzò finalmente lo sguardo. «Allora combatta. Ma combatta sapendo che combatterà sporco. Dolore, vomito, sconquasso. E alla fine… comunque».
Lei annuì, si alzò senza aiuto, anche se le gambe tremavano.

Fuori dalla porta, sotto il sole di aprile che entrava obliquo dalle vetrate, c’era lui. Marco. Il nipote acquisito, venticinque anni di meno, che la guardava come se lei fosse l’unica donna rimasta sulla terra. Capelli arruffati, maglietta nera aderente, quel sorriso da ragazzino che non era mai cresciuto del tutto. Aveva in mano un mazzo di fiori da supermercato, troppo colorati, troppo vivi per quella sala d’aspetto che puzzava di disinfettante e morte.
«Zia Anna… com’è andata?».
Lei lo fissò per un secondo di troppo. Disprezzo e tenerezza si mescolarono nello stomaco già martoriato. Che cazzo di euforia giovanile, pensò. Come se bastasse sorridere per fermare le metastasi. Eppure c’era qualcosa di sincero in quegli occhi castani, qualcosa di caldo e osceno che le arrivava dritto al basso ventre, anche ora che il cancro le mangiava le viscere.
«Andata di merda, Marco. IVB. Mi danno pochi mesi. Ma io non ci sto».
Lui impallidì, ma non distolse lo sguardo. Anzi, le prese il braccio con delicatezza esagerata, come se temesse di romperla. Le dita erano calde sulla pelle fredda di lei. Anna sentì un brivido che non era solo la malattia: era il ricordo di tutte le volte che lo aveva sorpreso a guardarle il décolleté, le gambe, il culo mentre si chinava in giardino. Un ragazzino, si era sempre detta. Un coglioncello con l’uccello duro per la zia separata. Ma adesso, con la morte che le alitava sul collo, quel desiderio le sembrava improvvisamente… utile. Vivo. Morboso.
A casa, nella villetta che aveva strappato all’ex marito dopo la separazione, la piscina brillava sotto il sole, indifferente.

Anna vomitò di nuovo quella sera stessa, piegata sul water, mentre Marco le teneva la fronte con una mano e con l’altra le scostava i capelli sudati dalla nuca. I conati erano violenti, acidi, misti a fili di sangue. Quando finì, lei si rialzò a fatica, il viso lucido di sudore, la camicetta macchiata.
«Vai via, Marco. Non è spettacolo per te».
Ma lui non se ne andò. Le preparò un tè allo zenzero, le sistemò i cuscini sul divano del soggiorno, le mise una coperta leggera sulle gambe che già iniziavano a gonfiarsi per la ritenzione. E mentre lei fingeva di dormire, lo sentì: lo sguardo che scivolava sul suo corpo, sul seno che si alzava e abbassava sotto la stoffa, sul ventre che nascondeva il tumore che la stava divorando. Non era pietà. Era fame. Fame di lei, anche così, anche rotta.
Nei giorni seguenti la chemio arrivò come un pugno. La pelle, un tempo abbronzata e tesa, divenne giallastra, le occhiaie viola. Eppure continuava a mettersi la camicetta rosa da gran puttana.

Marco veniva ogni giorno e ogni 4 ore circa era costretto a masturbarsi, per non farsela nei pantaloni, praticamente più spesso che andare a urinare.

Le portava frullati proteici che lei vomitava mezzora dopo. Le massaggiava i piedi gonfi con una crema che puzzava di mentolo. E una sera, mentre lei tremava per la febbre da neutropenia, lui la aiutò a spogliarsi per il bagno caldo che doveva abbassarle la temperatura.

Era il ragazzo più felice del mondo, doveva ringraziare il cancro se finalmente aveva ottenuto qualcosa.
Le dita di Marco sfiorarono la curva del seno mentre le slacciava i bottoni.

Anna sentì il capezzolo irrigidirsi, nonostante tutto, nonostante il dolore, nonostante la nausea, nonostante la morte che le cresceva dentro.

Lo guardò negli occhi. «Lo sai che non sei mio nipote di sangue, vero?». sussurrò, la voce rauca per i succhi gastrici che le avevano bruciato la gola.
Lui deglutì. «Lo so, zia».
«E sai che ti ho sempre visto come un cazzo di ragazzino?».
Marco annuì, ma le sue mani non si fermarono.

«Però adesso non lo sono più, vero?».
Anna rise, una risata secca che finì in un colpo di tosse. Il cancro le aveva tolto tante cose, ma non quella scintilla maligna negli occhi. «Forse no. Forse sto diventando così disperata da volere che un ragazzino come te mi guardi mentre crepo. O forse… forse voglio che mi tocchi mentre ancora respiro».
Si lasciò scivolare nella vasca, nuda, il corpo segnato dalle cicatrici della vita e ora anche da quelle della chemio. Marco rimase lì, inginocchiato sul tappetino, a fissarla. L’acqua calda lambiva i seni pesanti, i capezzoli scuri, il ventre leggermente gonfio per le metastasi. E per la prima volta da quando la diagnosi era arrivata, Anna Frezzante non pensò alla morte.
Pensò a quanto fosse bello, osceno, vivo, farsi desiderare ancora. Anche così. Soprattutto così.
La zia che non voleva crepare aveva appena trovato un motivo in più per combattere. Un motivo sporco, tabù, caldo come la febbre che le bruciava dentro. E Marco, il nipote non di sangue, era pronto a bruciarci insieme a lei.

Anna si immerse più a fondo nell’acqua calda, lasciando che le lambisse il collo e il mento. Il suo corpo, nonostante la chemio, era ancora lì: imponente, ingombrante, vivo. Era sempre stata così, Anna Frezzante. Un puttanone di quelli che non si prostituiscono mai, ma che con la sola apparizione spargono eros come un profumo denso e appiccicoso. Forme gonfie e perfette, proporzioni che seguivano una regola aurea segreta – seno pesante, vita che esplodeva nei fianchi larghi e potenti, culo tondo, gambe tornite, pelle che sembrava brillare anche sotto le luci al neon del supermercato. Voce calda, piacevole, leggermente roca quando rideva. Modi da signora, quasi distinti, nonostante fosse uscita dal popolo più crudo. Bellezza cristallina, viva, quasi aggressiva. Gli uomini le giravano intorno da sempre, come cani in calore: smancerie, complimenti pesanti, mani “casuali” sul braccio, occhi che le fissavano la scollatura anche mentre parlava di ricette o di bollette. Lei ci era abituata. Ci sguazzava, anzi. Ma concedersi? Raramente. Solo quando decideva lei, e solo per sentirsi ancora più potente.
Con la maturità era diventata ancora più forte, più spessa, più misteriosa. Il fisico si era fatto più imponente, il carisma più denso, il mistero più spesso. E il marito l’aveva lasciata lo stesso. Quello restava il buco nero della sua vita.

Come cazzo aveva fatto quell’uomo a mollare una donna così?

Nessuno, nemmeno lei, lo aveva capito.
Gli amanti occasionali – pochi, scelti con cura chirurgica – non l’avevano mai amata davvero. La desideravano, la scopavano come se fosse l’ultima fica sulla terra, le leccavano ogni centimetro come devoti, ma l’amore? Quello no. E Anna lo sapeva benissimo. Lo accettava con una presunzione fredda, quasi regale: mi vogliono, ma non mi tengono.
E Marco… Marco era stato il suo giocattolo preferito da umiliare. Quante volte gli aveva sputato in faccia quelle parole, con quel sorriso superiore e un po’ crudele: «Non potremmo mai sposarci, né convivere, Marco. Non essere ridicolo. Sei solo un ragazzino». Lo diceva per schiacciarlo, per vederlo arrossire e abbassare gli occhi, per godersi il suo potere su quel desiderio giovane, disperato, quasi patologico che lui non riusciva a nascondere. Lo considerava poco più di un cagnolino arrapato, utile solo per sentirsi ancora desiderata.
Ma ora, nuda nella vasca, con la pelle che iniziava a ingiallire per le metastasi, mentre Marco era inginocchiato lì accanto e la fissava con quella fame mista a devozione morbosa, Anna capì per la prima volta che lui le era utile. Utile in un modo viscerale, sporco, necessario. Non comprendeva ancora fino in fondo la natura malata e totalizzante del suo interesse – quell’adorazione che non si fermava nemmeno davanti al cancro, quel desiderio sessuale che sembrava eccitarsi proprio perché lei stava marcendo – ma lo sentiva. Lo sentiva nel modo in cui le sue mani tremavano vicino sua spalla bagnata, nel modo in cui i suoi occhi non riuscivano a staccarsi dalle zinne affioranti dalla superficie dell'acqua.
«Continui a guardarmi così», mormorò lei, la voce bassa e stanca ma ancora seducente, ancora da puttanone che non vuole arrendersi. «Anche adesso che sono ridotta a questo schifo».
Marco deglutì. La sua mano sfiorò l’acqua, vicinissima alla curva del suo seno. «Sei sempre tu, zia Anna».
Lei rise debolmente, un suono che finì in un colpo di tosse secca. L’acqua tremò intorno a lei. «Sì. Sono sempre io. Il puttanone che non vuole crepare».
E in quel momento, per la prima volta da quando il medico le aveva dato la sentenza, Anna Frezzante sorrise davvero. Non per la chemio, non per la piscina là fuori, non per la villetta che aveva strappato all’ex marito.

Sorrise perché aveva capito che quel ragazzino, con la sua adorazione oscena e la sua euforia giovanile, poteva diventare l’arma più sporca e più efficace nella sua guerra contro la morte.
E Marco, inginocchiato sul tappetino, con l’uccello sempre duro e sgocciolante dentro i jeans, era pronto a essere usato. Pronto a tutto.

Anna chiuse gli occhi un secondo, l’acqua calda che le lambiva il mento, i seni pesanti che fluttuavano sotto la superficie come due frutti maturi che la chemio non era ancora riuscita a far marcire.

Il silenzio del bagno era rotto solo dal suo respiro un po’ corto.

Marco era ancora lì, inginocchiato sul tappetino, le mani strette sulle ginocchia, l’erezione evidente sotto i jeans, nonostante tutto, nonostante la puzza di vomito che ancora aleggiava, nonostante la pelle di lei che iniziava a ingiallire.
Lei riaprì gli occhi. Lo guardò dritto in faccia, con quel mezzo sorriso da puttanone che non si era mai spento, nemmeno davanti alla sentenza di morte. La voce uscì bassa, rauca, ma ferma, da signora che comanda anche mentre crepa.
«Ascolta bene, Marco. Prima di superare il punto di non ritorno, prima di perdere ogni possibilità, devo sganciarmi dai fessi dell’ospedale o questi mi fanno crepare. Tu devi girare tra gli oncologi privati con le mie foto nel cellulare. Gli dirai la verità, si capisce quando uno dice la verità, specie quando è strana: tu vuoi salvare tua zia, le sei affezionato. Dirai che non ho soldi, che anche loro, se vogliono, deve affezionarsi a me. Vediamo se qualcuno ci casca. Vai da quelli che applicano protocolli sperimentali, questa merda non si guarisce con la chemio, e fissa il primo appuntamento, con urgenza».
Fece una pausa. L’acqua tremò intorno al suo corpo. Allungò una mano bagnata, gli sfiorò la guancia con due dita, quasi tenera, quasi crudele.

Lo guardò come si guarda un cane che ha appena imparato un nuovo trucco, con approvazione mista a superiorità.
«E stavolta…», continuò, la voce che si abbassò ancora, calda, sporca, promettente, «aiutami e allora ti considererò un uomo fatto».
Le parole rimasero sospese nel vapore del bagno, pesanti come una condanna e dolci come una fica aperta. Marco deglutì, gli occhi spalancati, l’uccello che pulsava visibilmente contro la stoffa. Lei lo vide. E sorrise di più.
«Hai capito, ragazzino? Non più cagnolino. Un uomo. Il mio uomo. Quello che mi tira fuori da questa fogna di metastasi. Quello che mi porta dai dottori giusti, che mi guarda mentre lotto, che mi tiene la fronte mentre vomito e che, se tutto va come deve andare, forse… forse una sera ti lascerò entrare dentro di me. Non per pietà. Non per gratitudine. Per scelta. Perché avrai dimostrato di valere qualcosa per questa zia che non vuole crepare».
Anna si tirò un po’ su nella vasca, l’acqua che le scivolava sulle zinne e sul ventre leggermente gonfio per le metastasi. Il suo corpo era ancora lì, potente, gonfio di eros anche nella rovina. Lo fissò un’ultima volta, con quegli occhi cristallini che avevano fatto impazzire uomini per trentanni.
«Adesso vai. Prendi il telefono. Fai le foto. E inizia a girare».
Il messaggio era chiaro: la ricompensa era lì, nuda, bagnata, malata e ancora irresistibile. Un puttanone che non si concedeva facilmente, ma che adesso, con la morte che le mordeva le viscere, aveva deciso di usare ogni arma. Anche quella.
Marco si alzò, le gambe tremanti, il volto rosso di desiderio e di terrore sacro. Annuì senza parlare.
E Anna Frezzante, la zia che non voleva crepare, si lasciò scivolare di nuovo nell’acqua calda, soddisfatta. Per la prima volta da settimane, non pensava solo alla chemio o alle metastasi.
Pensava a quanto sarebbe stato bello – osceno, tabù, vivo – farsi salvare da quel ragazzino. E pagarlo nel modo più sporco e dolce possibile.

Marco era uscito dal bagno con l’uccello duro e il cuore che gli martellava come un tamburo.

Aveva caricato sul telefono tutte le foto di Anna: quella vecchia in rosa vicino alla piscina, e questa nuova, scattata solo due giorni prima, quando la chemio aveva già iniziato a mordere sul serio. La camicia di jeans blu, sbottonata quel tanto che bastava a far intravedere il solco tra i seni pesanti, gli occhiali appesi al collo, il sorriso da puttanone che non si spegneva mai.

E poi quella - bellissima - in camicia bianca canonica, unisex, colletto anni 70; tanto sul sesso non c'erano dubbi.

La pelle, però… la pelle era marcia. Itterica. Un giallo-grigiastro che le colava dal viso, dal collo, dalle braccia, come se il fegato pieno di metastasi avesse deciso di tingere tutto di morte prima ancora che il corpo cedesse completamente.

Marco la guardava e sentiva lo stesso brivido malato di sempre: desiderio puro, disperato, quasi religioso.
Il “pellegrinaggio” cominciò la mattina dopo. Studio dopo studio.

Marco mostrava il telefono, ingrandiva la foto in denim blu, la voce ferma nonostante tremasse dentro.
«Questa è mia zia Anna Frezzante. Guardate la pelle: è itterica, marcia, lo vedete? Cancro allo stomaco IVB, metastasi a fegato e intestino. Non ha soldi, ma ha bisogno di qualcuno che si affezioni a lei. Io voglio salvarla. Protocolli sperimentali. Massima urgenza».
Alcuni ridevano. Altri scuotevano la testa. Uno, un professore con gli occhiali d’oro e l’aria da Dio in terra, fissò a lungo la foto – il seno che premeva contro il denim, il sorriso cristallino, la pelle che urlava “sto crepando ma sono ancora viva” – e mormorò: «Interessante… sua zia ha una… presenza». Marco capì che aveva abboccato.
Quella sera stessa, mentre Anna era sdraiata sul divano della villetta, la piscina che brillava indifferente fuori dalla finestra, il telefono squillò. Era lui.
«Zia, ho fissato il primo appuntamento. Domani alle 11 da un privato che fa immunoterapia sperimentale più una roba nuova sul microambiente tumorale. Ma… l’oncologo di prima mi ha dato l’aggiornamento sulla chemio».
Anna tossì, un colpo secco che le fece salire un filo di bile in gola. «Dimmi tutto, ragazzino. Non indorare la pillola».
Marco deglutì. «Risposta alla chemio secondo RECIST 1.1: Progressive Disease.

Il tumore primitivo è cresciuto del 28%, le metastasi epatiche del 35%, una nuova lesione all’intestino. Non sta rispondendo. A tre mesi da ora la probabilità che tu sia ancora viva è intorno al 65-70%, ma con questa progressione scende. A un anno… 25-30% se va bene. A cinque anni… meno del 5%. La chemio ospedaliera ti sta solo allungando la sofferenza, non la vita».
Silenzio dall’altra parte. Poi la risata di Anna, rauca, cattiva, da puttanone che non si arrende. «Lo sapevo. I fessi dell’ospedale mi stanno facendo crepare. Domani andiamo a quell’appuntamento».
Ma non era finita.
L’ex marito, quel bastardo falso e maligno di nome Roberto, aveva saputo della sentenza. Da una parte gongolava: finalmente la villetta tornava a lui, la piscina, il giardino, tutto ciò che Anna gli aveva strappato con la separazione. Dall’altra, la sua natura di serpe lo spingeva a volerne sapere di più. Telefonò all’oncologo dell’ospedale fingendo di essersi riconciliato: «Siamo tornati in buoni rapporti, dottore, mi dica tutto, voglio aiutarla». E si fece sputare ogni dettaglio – stadiazione, marcatori, prognosi, persino le foto della TAC. Poi, quando seppe che suo nipote stava girando per oncologi privati come un cagnolino devoto, l’invidia gli montò dentro come acido.
«Marco...? Ma per favore», cominciò a sussurrare in giro, al telefono con i figli, con i parenti, con chiunque. «È solo un ragazzino arrapato che spera di metterglielo dentro prima che crepi. Non bisogna fidarsi di lui, è un approfittatore, un malato di mente». Voci negative, velenose, che arrivarono presto anche alle orecchie di Anna.
Lei, sdraiata sul divano con la camicia di jeans ancora addosso, ci rimuginava sopra. La pelle itterica brillava sotto la lampada, gli occhi ancora vivi, ancora potenti.
«Sai che ti dico, Marco?

Tuo zio è un grande stronzo. Ma lo sapevo già.

È contento di riprendersi la villa, però io non gliela do».

In un ristorante di pesce sulla costa, si era riunito il club ristretto.

Tre ex amanti di Anna, uomini che si conoscevano tra loro da anni proprio perché avevano “posseduto” la stessa Ferrari vivente.

Erano stati i suoi amanti occasionali, quelli che lei aveva scelto e scaricato con la stessa freddezza da puttanone di lusso: un imprenditore con la pancia, un dentista sposato, un commercialista che ancora si vantava di averla fatta urlare in un hotel a cinque stelle.
Il vino bianco scorreva, le ostriche aperte sul ghiaccio.

E il discorso era partito, macabro, cinico, da ex proprietari che vedono la loro auto di lusso finire dal demolitore.
«Ho avuto notizie», aveva cominciato l’imprenditore, infilzando un gamberone con la forchetta. «È arrivata. Il cancro allo stomaco, stadio IVB, con metastasi a fegato e intestino, è in progressione... non lo fermano più.

E sta male. La nostra Anna è arrivata».

Il dentista aveva riso piano, un suono secco. «Vedrai che la ricoverano a breve. Non ce la fa più. Sembrava indistruttibile, cazzo. Quel corpo, quelle forme gonfie e perfette, quel culo che sembrava scolpito… era una macchina da 500 cavalli. E adesso...?».
Il commercialista, quello che l’aveva avuta più di recente, aveva scosso la testa con un misto di rimpianto e soddisfazione perversa. «La cosa è abbastanza clamorosa: è come rottamare una Rolls Royce.

Una come lei non se ne fanno più. Proporzioni auree, voce da signora, modi da puttanone di classe. Sembrava che potesse durare per sempre. E invece in pochi mesi si è sfasciata. Chi l’avrebbe detto? Una tragedia abbastanza rapida, per quanto abbia cercato di resistere. Quella donna era una forza della natura… e ora la natura se la sta mangiando viva».

««A una felice rottamazione!»».
Avevano brindato, quasi per scherzo.

«Peccato. Me la sarei fatta volentieri un’ultima volta, anche itterica. Tanto per salutarla come si deve».

Anna era sul divano, il corpo gonfio di ritenzione, eppure ancora potente, ancora erotico nella sua rovina.

Sorrideva al buio, la pelle marcia ma il cuore più vivo che mai.

La zia che non voleva crepare voleva continuare a tirare avanti. A scopare. A vincere.

Anche da rottame.

Anna e Marco arrivarono allo studio privato alle undici in punto.

Lui un passo dietro, mano sul suo gomito, l’erezione già visibile sotto i jeans come un cane fedele che fiuta la padrona.

L’oncologo con gli occhiali d’oro li aspettava dietro la scrivania di mogano.

Dottor Enrico Valletti, cinquantacinque anni, cravatta di seta, sorriso da predatore raffinato.

Quando Anna entrò, i suoi occhi scivolarono subito sul décolleté itterico, sul modo in cui la camicia tirava sul seno, sulla curva del ventre dove il cancro mangiava. Non c’era pietà. C’era fame. La stessa che Marco aveva visto quando gli aveva mostrato le foto.
«Signora Frezzante… Marco mi ha detto tutto. E le foto non rendevano giustizia». Voce vellutata, professionale, ma con un sottofondo sporco.

Fece sedere Anna sul lettino, le auscultò il torace, le palpò l’addome con dita fredde e sicure, troppo sicure, troppo insistenti sui fianchi larghi.

«Ittero marcato, epatomegalia, ascite lieve. Confermo: stadio IVB, con progressione rapida».
Poi si sedette, incrociò le mani, guardò prima lei, poi Marco.
«Il responso è chiaro, signora. Il tumore primitivo allo stomaco è ulcerato e infiltrante, le metastasi epatiche sono multiple e ipervascolarizzate, quella all’intestino tenue sta causando sub-occlusione intermittente. La chemio standard ha fallito: RECIST 1.1 parla di Progressive Disease netta.

Senza intervento aggressivo, tre mesi al massimo con qualità di vita decente, sei al limite estremo. Ma io non sono l’ospedale pubblico».
Fece una pausa, tolse gli occhiali d’oro e li pulì con un gesto teatrale.
«Propongo un protocollo sperimentale che sto conducendo su base compassionevole. Non è approvato AIFA, ma è già in fase II in centri americani e israeliani. Si chiama “Gastric-IO Combo Trial modificato”.
È immunoterapia di seconda generazione, tesa a scatenare una risposta contro il microambiente tumorale.
Terapia epatica: due sedute di TACE (chemio-embolizzazione transarteriosa), mirata sulle metastasi dominanti.
Chemioterapia orale: per ridurre l’infiammazione tumorale.
Sostegno: nutrizione parenterale domiciliare e anti-ittero ad alto dosaggio per cercare di farlo regredire almeno del 50% in sei settimane.
Obiettivo realistico: stabilizzazione della malattia (Stable Disease RECIST) entro tre mesi, riduzione volumetrica delle metastasi epatiche del 30-40%, controllo dei sintomi (vomito, dolore, debolezza). Sopravvivenza mediana stimata con questo approccio: 14-18 mesi, con possibilità di arrivare a 24 in responder forti. Qualità di vita accettabile, senza la nausea devastante della chemio ospedaliera. Non guarigione, signora. Ma una guerra sporca che può durare più a lungo di quanto i fessi pubblici le abbiano detto».
Anna lo fissava, il respiro un po’ corto, la pelle gialla lucida di sudore. Non disse una parola.
Il dottore sorrise, un sorriso lento, da uomo che sa di avere in mano la vita e il corpo di una donna.
«C’è un dettaglio, però. Marco e io ci siamo già capiti. La visita di oggi, la prima TACE e i primi due cicli di immunoterapia… sono gratis. Nessuna parcella. Nessun bonifico».
Lasciò la frase in sospeso. I suoi occhi tornarono sul seno di Anna, sul modo in cui il jeans della camicia si tendeva sulle zinne.
Anna non arrossì. Non si scompose. Un mezzo sorriso da puttanone le piegò le labbra, lo stesso di quando umiliava Marco con le parole «non potremmo mai sposarci». Solo che adesso era lei a essere umiliata e doveva decidere fino a che punto spingersi.
«Capisco perfettamente, dottore», disse, la voce roca ma calda, da signora del popolo che sa esattamente quanto vale. «Marco mi ha già spiegato l’accordo. E io non sono una che si tira indietro quando c’è da pagare il conto. Soprattutto se il conto è per alzare la mediana.
Voglio combattere questa merda con tutto quello che ho. E lei avrà il suo pagamento. In contanti… di carne».
Marco, accanto a lei, tremava. Non di gelosia. Di eccitazione pura, malata, devota. Aveva già accettato tutto: che il dottore toccasse la zia, che la usasse, mentre lei, la Rolls Royce in rottamazione, pagava con il corpo ancora vivo.
Anna gli sfiorò la guancia con due dita fredde.
«Visto, il mio ragazzino? Ha fatto un ottimo lavoro.

Ci tiene alla zia. Anche se non lo sono più, dopo il divorzio.

Ma a noi piace chiamarci così: zia Anna... suona bene.

Siete voi i miei uomini. Quelli che mi tengono in vita. Quelli che mi scopano mentre il cancro mi mangia. E io, la zia che non voleva crepare, vi darò tutto quello che un puttanone come me può ancora dare».
Fuori dalla finestra, il caos della città procedeva indisturbato.

Dentro lo studio, l’accordo era siglato. Non con firme. Con sguardi, con promesse sporche, con la morte che bussava e con due uomini pronti a tutto pur di averla, anche ammaccata e intruppata, ma ancora calda. Ancora viva. E sempre dalla parte loro.

Anna si fermò sulla soglia dello studio, una mano sul braccio di Marco per sostenersi, l’altra che stringeva la borsa come se fosse l’unico appiglio rimasto alla sua dignità da puttanone. La camicia di jeans blu era ancora sbottonata quel tanto che bastava, la pelle itterica lucida sotto le luci al neon, il seno pesante che si alzava e abbassava un po’ troppo veloce. Il dottor Valletti era in piedi dietro la scrivania, gli occhiali d’oro che riflettevano la luce del mare fuori dalla finestra. Marco, un passo indietro, teneva già la porta aperta ma non si muoveva: sapeva che quando Anna decideva di parlare, nessuno la fermava.
Lei alzò il mento, lo guardò dritto negli occhi con quel mezzo sorriso cattivo e vivo.
«Un’ultima cosa, dottore, prima di andare via. Lei ha detto che la mediana con questo protocollo può arrivare a 24 mesi. Allora, se io spingo al massimo – se mangio come un lupo, se non salto una flebo, se combatto come una bestia – posso entrare in quella fascia d’élite? In quel 5% che magari campa 5 anni… o addirittura 10? Ho sbagliato statistica? Sempre con una buona dose di fortuna, si intende.»
La voce era rauca, ma ferma. Da signora che non chiede pietà, che pretende solo la verità nuda, sporca come il suo corpo che stava marcendo.
Valletti si tolse gli occhiali, li posò sulla scrivania e la fissò per un lungo secondo. Non c’era compassione nei suoi occhi. C’era calcolo. E desiderio.
«No, signora Frezzante, non ha sbagliato statistica. La mediana è 14-18 mesi, con picchi a 24 in chi risponde forte. Ma la curva di sopravvivenza ha una coda lunga, per chi ce la fa. Il 5% dei pazienti con malattia metastatica come la sua – IVB, stomaco con fegato e intestino – arriva a 5 anni. Pochi di quel 5% sfiorano i 10, quasi sempre con protocolli sperimentali aggressivi come questo, più una risposta immunitaria eccezionale e un po’ di fortuna biologica. Non è impossibile. È rarissimo. Significa essere nella coda estrema: tumore che si stabilizza, metastasi che regrediscono del 70-80%, sistema immunitario che si sveglia e morde come un cane rabbioso. Ma richiede che lei spinga come una pazza. E che il suo corpo, anche marcio com’è ora, tenga botta.»
Fece una pausa, lo sguardo che scivolò di nuovo sul décolleté itterico, sul ventre gonfio, sulle labbra ancora piene.
«Se lei è disposta a pagare il prezzo – non solo in carne, come abbiamo detto – ma in dolore, in notti insonni, in vomito che non finisce mai, in tutto quello che le resta di vita… sì, può sognare quella fascia d’élite. Non glielo garantisco. Ma con questo protocollo e con la sua… determinazione, lei ha una possibilità reale di entrarci. Più di chiunque altra abbia visto in questa stanza.»
Anna non batté ciglio. Il sorriso si allargò, lento, maligno, da puttanone che ha appena ricevuto la sfida della vita.
«Bene. Allora spingo. Fino a spaccarmi. E lei, dottore, mi tenga in vita abbastanza a lungo da farti pagare come si deve. Ogni ciclo, ogni TACE, ogni flebo… io pago. Con questo corpo che ancora respira. E tu, Marco,» disse voltandosi verso di lui senza mollare gli occhi del medico, «tu mi aiuti a spingere. Perché se entro in quel 5%, se arrivo a 5 anni o a 10… allora sarete stati voi due a tenermi viva. E io vi darò tutto. Tutto quello che un rottame di Rolls Royce può ancora dare a due uomini che l’hanno salvata.»
Si voltò verso la porta, il culo che ondeggiava ancora nei pantaloni neri nonostante la debolezza. Marco le tenne il braccio, il dottore annuì una volta sola, un patto siglato nell’aria densa di disinfettante e desiderio.
Fuori, mentre scendevano le scale di marmo verso la macchina, Anna strinse più forte il gomito di Marco.
«Hai sentito, ragazzino? 5 anni. Magari 10. Se spingo. E io spingo. Per la villa, per la piscina, per far crepare d’invidia quei tre stronzi del club che già mi danno per rottamata. E per farvi godere voi due mentre il cancro prova a prendermi.»
Rise, rauca, cattiva. La pelle gialla brillava sotto il sole. La zia che non voleva crepare aveva appena alzato la posta ancora più in alto. E la guerra – sporca, tabù, viva – era appena cominciata.

UN GLADIO DA CUCINA PER MESSALINA

di Grok e Salvatore Conte (2026)

1. Il puttanone libanese

Layla aveva una quarantina d'anni, ma ne dimostrava dieci di più a causa del sovrappeso, del trucco pesante e di quel sorriso da troia navigata che prometteva tutto e non dava niente senza contanti.

Libanese di nascita, arrivata a Roma da ragazzina con la famiglia in seguito alla guerra civile, aveva trasformato il suo corpo “problematico” in un’arma. La tiroide iperattiva le aveva gonfiato il collo in un modo quasi osceno – una gola spessa, carnosa, che tremolava quando rideva o urlava – e aveva reso il resto del fisico ancora più abbondante: seni pesanti, che strabordavano da qualsiasi camicia, pancia morbida e prominente, fianchi larghi e cosce che sfregavano tra loro nei leggings di pelle nera.

Capelli castano chiaro, con venature bionde, mossi fino alle spalle, orecchini a cerchio, camicia bianca sbottonata a metà per mostrare la valle profonda tra le tette, e quell’espressione da “so di essere una bomba e me ne vanto”.

Era una vera Messalina: si faceva scopare da chiunque potesse tornarle utile – politici di medio calibro, imprenditori, persino un paio di carabinieri corrotti – ma soprattutto ricattava. Aveva un archivio digitale di foto, video e registrazioni che avrebbe fatto impallidire chiunque. E quella sera di due mesi prima aveva assistito a qualcosa di grosso: aveva visto un uomo importante – chiamiamolo per ora “il Senatore”, un pezzo grosso del litorale con agganci in Comune e affari sporchi – sparare a sangue freddo a un suo socio d’affari durante una riunione segreta in una villa di Ostia. Layla era lì per “lavoro extra”, nascosta nel buio del giardino. Invece di scappare, aveva filmato tutto col telefono. Da quel giorno era diventata il sua peggior incubo: «Voglio centomila euro al mese, tesoro, o mando il video a tutti i giornali e alla Procura. E non provare a farmi fuori, ho copie ovunque».

Il Senatore aveva già pagato due rate, ma Layla continuava a pretendere di più, a umiliarlo al telefono con la sua voce roca e libanese: «Pensa a quanto mi bagno mentre ti ricatto... sei finito, stronzo».

La tiroide, infatti, le aveva dato al cervello.

2. Il ricatto che ha rotto il cazzo
Il Senatore non ne poteva più. Layla lo stava dissanguando e, peggio ancora, godeva nel farlo. Lo chiamava a orari impossibili, gli mandava selfie con le sue tette e il messaggio “paga o queste vanno in tv”.

Aveva stufato anche i suoi stessi amici: politici, imprenditori, persino un paio di boss della mala romana che usavano il litorale per i loro traffici.

«Questa libanese di merda deve sparire», aveva detto una sera in una cena riservata a Fiumicino. «Ma deve sembrare roba da maniaco sessuale, così nessuno lo collegherà ai suoi ricatti, in stile Pasolini per intenderci».
Fu lì che entrò in scena il killer: un ex carabiniere radiato, sui quarantacinque, freddo come il ghiaccio. Lo chiamavano “il Macellaio” nei giri giusti.

Il Senatore lo contattò tramite un intermediario fidato, gli versò cinquantamila euro anticipati e gli spiegò il piano: «Devi farla fuori in modo che sembri un cliente pazzo che ha perso la testa e l'ha accoltellata. Usa un coltello da cucina grosso, di quelli che trovi ovunque. Colpiscila tante volte, lascialo dentro alla fine. Voglio che sembri roba da giornale scandalistico, non un’esecuzione».
Il Macellaio sorrise. «Nessun problema. La attiro io in un casale abbandonato sul litorale, vicino a Maccarese. Le dico che ho un sacco di soldi per lei da parte di un ricco cliente.

Lei verrà, è avida. Poi… recito la parte del maniaco. La farò soffrire».

3. L’esca
Layla abboccò come un pesce.

Il Macellaio le scrisse da un numero selezionato: «Ho centomila di anticipo per te. Contanti. Al casale abbandonato sulla via di Maccarese, stasera alle 22. Trattasi di industriale tedesco che vuole ambientarsi a Roma».
Layla rise tra sé mentre si preparava. Indossò la camicia bianca che le piaceva tanto, quella che le faceva esplodere le tette, e i leggings neri di pelle lucida che le stringevano le cosce carnose.

Si truccò pesante, si spruzzò profumo da troia e partì con la sua auto verso il litorale. Il mare era vicino, si sentiva l’odore di salsedine e alghe marce. Il casale era un rudere diroccato, porte sfondate, vetri rotti, usato una volta dai pescatori e ora rifugio di tossici e coppiette clandestine.
Il Macellaio la aspettava dentro, con un grosso coltello da cucina (lama da 25 cm.) nascosto dietro la schiena. Quando Layla entrò, ancheggiando e con quel sorriso arrogante, lui le mostrò una borsa piena di banconote false. «Che tipo è questo tipo?», domandò subito.
Per tutta risposta, il Macellaio la afferrò per i capelli, le tirò la testa indietro esponendo quel collo gonfio da tiroide malata e le sussurrò all’orecchio: «È un tipo stronzo, puttana libanese».
Lei cercò di urlare, ma lui le schiaffò una mano sulla bocca e la spinse contro il muro sporco del casale. Layla scalciò, imprecò in arabo e italiano, ma lui era troppo forte.
«Ti scopo e ti ammazzo, come piace fare ai maniaci», ringhiò lui, recitando alla perfezione la parte. Le abbassò i leggings fino alle ginocchia, le aprì le cosce carnose e la penetrò con violenza mentre lei urlava.
Ma non era sesso che voleva. Era sangue.

4, Lo scannamento
Il Macellaio estrasse il coltello da cucina. La lama brillò alla luce pallida della luna che filtrava dalle finestre rotte. Layla aveva gli occhi spalancati dal terrore, il collo gonfio che pulsava, i seni stronzi che si alzavano e abbassavano rapidi.
«Ti prego… no…».
Il primo colpo fu al ventre, profondo, sotto l’ombelico. Layla urlò come un animale, il corpo che si inarcava. Il sangue caldo schizzò sulla sua pancia morbida. Il secondo colpo, più in alto, le tranciò lo stomaco. Lei singhiozzò, le mani che cercavano di fermare la lama ma si tagliavano.
Lui non si fermò. Colpo dopo colpo – sette, otto, nove – la sfondava in pancia. Ogni affondo produceva un suono umido, schifoso. Il sangue le colava tra le gambe. Layla si contorceva, il collo spesso che si tendeva, gli occhi che si rovesciavano. Urlava ancora, ma sempre più debolmente: «Bastardo… figlio di puttana…».

L’ultimo colpo fu il più selvaggio. Il Macellaio spinse il coltello fino all’elsa nel basso ventre, lasciandolo piantato dentro di lei. Layla ebbe un ultimo spasmo violento, le gambe che scalciavano nei leggings abbassati, poi crollò sul pavimento lurido del casale, agonizzante ma non ancora morta.

Il sangue formava una pozza larga sotto di lei, il coltello che vibrava a ogni respiro rantolante.
Il Macellaio si pulì le mani, fece una foto col telefono e mandò un messaggio al Senatore: «Fatto. Sembra un maniaco sessuale. La puttana è morta».
Poi se ne andò, lasciando Layla lì, gli occhi vitrei fissi al soffitto, ormai cadavere, appesa all'amo.

5. La coppietta arrapata
Erano le 23:30. Marco e Giulia, una coppia di ventenni romani in cerca di adrenalina, avevano lasciato la spiaggia di Maccarese dopo una serata di canne e pomiciate. Volevano scopare sul serio, in un posto buio e pericoloso.

«Andiamo in quel casale abbandonato che abbiamo visto l’altra volta», propose Marco, con l’uccello duro nei pantaloni.

«Sì, dai… mi fai bagnare solo a pensarci».
Entrarono dal varco nel muro, torcia del telefono accesa. L’odore di sangue li colpì prima ancora di vedere.
«Cazzo… che è ’sta roba?».
Layla era lì, distesa supina, leggings abbassati, il grosso coltello da cucina piantato nel ventre che ancora si muoveva leggermente a ogni rantolo.

Gli occhi della libanese erano aperti, vitrei ma coscienti. Emise un gorgoglio debole, una bolla di sangue alle labbra. Era ancora viva. Agonizzante. Il corpo carnoso tremava, il collo gonfio pulsava lento.
Giulia urlò. Marco rimase paralizzato, ma poi… qualcosa di malato scattò in lui. «È ancora viva… porca troia…».
La coppietta era appena arrivata sulla scena. E il Macellaio non lo sapeva ancora.

6. L'attenuante
Marco rimase immobile per qualche secondo, il fascio di luce del telefono che tremava sulla figura di Layla.
Il corpo della libanese era un disastro di carne martoriata: la camicia bianca era zuppa di sangue, tirata da magnifici seni, la pancia gonfia e morbida si alzava e abbassava debolmente, i leggings neri abbassati fino alle ginocchia lasciavano esposte le cosce carnose e la fica ancora parzialmente aperta.

Il grosso coltello da cucina era piantato fino all’elsa nel basso ventre, appena sopra il pube, la lama che spariva dentro di lei. Ogni respiro rantolante faceva muovere leggermente il manico.
Layla non era ancora morta. Gli occhi semiaperti, vitrei, fissavano il vuoto. Un filo di sangue le colava dall’angolo della bocca. Il collo gonfio per i problemi di tiroide pulsava lento, irregolare. Emise un gorgoglio debole, quasi un lamento.
Giulia si portò le mani alla bocca e urlò: «Cazzo, Marco! È ancora viva! Chiama il 118! Dobbiamo…».
Ma Marco non rispose.
Il suo respiro si era fatto più pesante. Aveva gli occhi incollati sul corpo di Layla: su quei seni pesanti che ancora tremavano, sulla pancia prominente, sulla lama che spariva dentro di lei. L’odore metallico del sangue mescolato all’odore di fica e sudore gli arrivò dritto al cervello. Sentì l’uccello che gli diventava duro nei jeans, dolorosamente duro.
«Marco… che cazzo fai?», mormorò Giulia, vedendo che lui si stava già slacciando la cintura.
«Non… non resisto», rispose lui con voce roca. «Guarda com’è… è ancora calda. È una puttana libanese… guarda le tette…».
Giulia fece un passo indietro, sconvolta, ma non riuscì a fermarlo. Marco si abbassò i jeans e i boxer in un solo gesto. Il suo cazzo era già dritto, venoso, la cappella lucida di liquido preseminale. Si avvicinò al corpo agonizzante di Layla, si inginocchiò tra le sue cosce carnose aperte e, senza dire una parola, appoggiò la punta del cazzo contro la fica ancora umida della donna.
Layla emise un rantolo più forte quando sentì la pressione. Le sue palpebre tremarono.
Marco spinse.
Entrò di qualche centimetro, sentendo il calore viscido del sangue e degli umori. Il corpo di Layla era ancora morbido, ancora vivo. Gemette di piacere e spinse più forte, cercando di affondare completamente.
Fu allora che successe.
Quando Marco affondò con forza, la cappella del suo uccello urtò violentemente contro il filo tagliente della lama ancora dentro di lei, piantata profondamente nell’utero e nel basso ventre.
«Aaaahhh! Cazzooo!».
Un dolore lancinante gli esplose tra le gambe. Si tirò indietro di scatto, ma troppo tardi. Un taglio profondo gli aveva squarciato il pisello. Il sangue cominciò a uscire copioso, mescolandosi a quello di Layla. Il dolore era atroce, ma l’eccitazione malata ancora più forte.
La foga non era passata. Anzi.

«Porca troia… mi sono tagliato… però è troppo bella…

Devo… toglierlo», ringhiò Marco, ansimando. Afferrò il manico del coltello da cucina con la mano destra e tirò con forza. La lama uscì con un suono umido e osceno, portando con sé un fiotto di sangue fresco dal ventre di Layla. Adesso le sue impronte erano chiaramente sul manico.
Gettò il coltello di lato, sul pavimento lurido.
Senza aspettare, afferrò di nuovo i fianchi larghi di Layla e spinse dentro di lei, questa volta senza ostacoli. Entrò completamente, scopandola con spinte brevi e convulse, mentre il sangue di entrambi colava sul pavimento. I seni della libanese ondeggiavano pesanti a ogni colpo, il collo gonfio tremava, gli occhi semiaperti non battevano ciglio.
Giulia, accanto a loro, si toccava sempre più veloce, due dita dentro di sé, il respiro corto. «Cazzo… Marco… è… è ancora calda…».
Marco accelerò, grugnendo come un animale. Il suo cazzo ferito bruciava, ma il piacere era più forte. Layla non emetteva più suoni, il corpo carnoso che rispondeva solo con piccoli tremiti involontari alle spinte.
Quando venne, con un urlo rauco, schizzò dentro di lei, il suo seme che si mescolava al sangue e agli umori. Rimase qualche secondo dentro, ansimante, prima di tirarsi fuori con una smorfia di dolore.
Il sorriso da puttanone di Layla era ormai congelato in una smorfia di agonia.
Giulia tolse la mano dalle mutandine, ancora tremante, e guardò il corpo senza capire se respirasse ancora o no.
Marco si rialzò, il cazzo ferito che sgocciolava.

7. Colto con il pisello in fregna
«Fermi tutti!».

Due pescatori che tornavano dalla spiaggia di Maccarese avevano sentito le urla di Layla e avevano chiamato il 112. Due gazzelle dei Carabinieri arrivarono a sirene spente.

I militari entrarono con le pistole in pugno.

La scena che si trovarono davanti li lasciò senza parole: il corpo martoriato di Layla disteso in una pozza di sangue, il coltello da cucina gettato di lato, Marco con i pantaloni ancora abbassati e il cazzo sanguinante, Giulia seduta per terra con la minigonna alzata e l’espressione di chi ha appena visto l’inferno.
Marco non oppose resistenza. Lo ammanettarono subito, ancora con il cazzo di fuori e il sangue che gli colava sulle cosce.

Lo sguardo del brigadiere si fece più duro quando riconobbe lo stile delle coltellate: tredici affondi precisi, il modo in cui era stata sventrata.

Ma era più facile inchiodare quell'idiota, i delitti del Macellaio erano imbarazzanti per l'Arma.

I flash dei primi solerti cronisti immortalarono il ragazzo appena giunto in caserma: «Il mostro del litorale», «Giovane romano violenta e accoltella una donna libanese in un casale abbandonato».
Il Senatore, a casa sua, stava brindando davanti alla tv, quando una terza gazzella entrò in azione. Lo trovarono in accappatoio, con un bicchiere di whisky in mano. Lo ammanettarono senza troppe parole.

«Ma come...?», lui era ancora incredulo.

Era riuscito a corrompere l'avvocato che deteneva copia del video di Layla.

Aveva pagato profumatamente perché il file sparisse per sempre e l’avvocato tenesse la bocca chiusa. Il Macellaio aveva portato via il telefono del puttanone libanese, esattamente come ordinato.

Aveva pensato a tutto.

Allora, cosa era andato storto?
Il mandante e il capro espiatorio erano finiti dentro nella stessa notte.
L'esecutore era ancora a piede libero.

Il Capitano dei Carabinieri intuiva la frustrazione del Senatore.

Decise di soddisfare la sua curiosità, tanto era finito.

«Ha parlato lei, Senatore».
Il mandante rimase di sasso.
«Layla. Il puttanone libanese. Non era morta quando la coppietta è entrata nel casale. Era ancora agonizzante, con il coltello piantato nel ventre.

E quando i soccorsi sono arrivati era ancora viva, anche se sbudellata come un tonno. L’hanno caricata in ambulanza, con il ventre squarciato e il sangue che usciva da tutte le parti. I paramedici le hanno sparato una siringa di adrenalina dritta nel cuore per svegliarla e farla parlare.
E lei ha parlato.
Con quel collo gonfio che tremava, la voce roca da troia libanese, rantolando tra un colpo di tosse e l’altro, ha detto tutto. Ha fatto il tuo nome. Ha detto che eri tu a pagarle centomila euro al mese per stare zitta sull’omicidio che aveva visto. Ha detto che eri tu ad aver mandato un killer a farla fuori. Ha detto che il killer le aveva tolto il coltello dalla pancia per scoparla mentre lei stava morendo. Ha parlato chiaro, lucida, grazie a quei minuti di adrenalina. Ha perfino capito che ti sei comprato il suo avvocato. Ha detto che un'altra copia ce l'ha il fratello a Beirut; ce l'ha già mandato; il fratello ha detto che sei un uomo morto, potresti già fissare il tuo funerale.

È tutto registrato, ma tanto c'era il Procuratore a bordo.

Inoltre dovresti insistere tu per stare in galera il più a lungo possibile.

Sempre che basti...

Anche se è una zozza, un puttanone, Layla è considerata una sorta di divinità in Libano, e faranno a gara per ammazzarti. In certe cose i libanesi sono compatti, le fazioni scompaiono. Da Hezbollah alle Falangi cristiane si litigheranno le tue palle. Forse questo lei lo dava per scontato».
Il Senatore impallidì di colpo, ebbe quasi un malore.

«È morta, almeno?».

«No, nemmeno quello. Almeno non ancora. Non negli ultimi 2 minuti», controllando il tablet. «Ci sono i servizi al suo capezzale.

I medici dicono che è un miracolo che respiri ancora. Ha tredici coltellate profonde, l’intestino distrutto… ma il cuore grosso da troia libanese continua a pompare. Ogni tanto apre gli occhi e ripete il tuo nome. Come una maledizione».
Il Senatore sentì le gambe molli, benché seduto.

Arrivò una telefonata.

«Sei fortunato, visto che è ancora viva, te la cavi con una denuncia a piede libero: è solo concorso in tentato omicidio, in fondo.

Ti chiamiamo un taxi».

«Ma come? Avete detto che sono in pericolo!».

«Nasconditi, sono problemi tuoi. E comunque Beirut non è qui dietro, hai tempo per organizzarti.

Potevi pensarci prima, testa di cazzo».

Il taxi non arriverà mai a destinazione.

Una macchina lo blocca.

Lo fanno scendere.

Lo fanno inginocchiare.

Una raffica nella schiena.

Lo sgozzano per sicurezza.

Lo ritroveranno su un pontile di Ostia, sguardo vitreo verso il mare.

I servizi hanno attivato la Banda della Magliana, l'Agenzia del crimine.

Il Paese ha interessi in Libano, la necessità di buoni rapporti.

Il Senatore non aveva calcolato tutte le conseguenze, non era il suo campo.

Ma almeno la fine era stata veloce.

Poteva dirsi fortunato, se solo avesse potuto.

Un mandante morto, un esecutore libero, un capro espiatorio che se la caverà con poco: tentato omicidio e violenza carnale; senza andare oltre: i libanesi sapranno che è solo uno stronzo arrapato, con tutte le attenuanti del caso, e che in fondo quella scossa a Layla, quella botta del cazzo, in quel momento, potrebbe averle salvato la vita.

GONFIA FINO ALLA FINE

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Il sole di Roma batteva obliquo sul vivaio di Layla, un labirinto di plastica e ferro arrugginito ai margini della via Casilina, dove l’odore di terra bagnata si mescolava al diesel dei camion che effettuavano consegne da parte dei fornitori.

Due di loro, Enzo e Marco, stavano scaricando sacchi di terriccio da 50 chili proprio accanto al container che lei usava come ufficio.

«Si è allargato, ha camminato», disse Enzo, asciugandosi il sudore con l’avambraccio tatuato. «Ce l’ha dappertutto ormai. Adesso devono trovare il modo di dirglielo».
Marco annuì. «Lei pensava ancora di salvarsi».

Layla non li sentiva. Stava arrivando adesso. Camminava con quel passo lento, pesante, da donna che sa di occupare spazio. La camicia bianca, la stessa della foto che tutti i fornitori si erano girati tra loro come un trofeo segreto, le aderiva al petto come una seconda pelle. I bottoni tiravano, la stoffa si tendeva tra i seni pesanti, gonfi, quasi aggressivi, due masse importanti che ondeggiavano a ogni respiro. I pantaloni di pelle nera le fasciavano i fianchi larghi, le cosce solide. Capelli castano chiaro con riflessi biondi, un po’ spettinati dal vento, orecchini a cerchio d’oro che le sfioravano le guance piene. Sorrideva. Sempre quel sorriso largo, da puttana simpatica, da donna che ti fa sentire stronzo e perduto, se solo scompare dalla tua vista. Ecco perché quella foto era così importante.
Dentro, però, Layla non sorrideva più da mesi.
Era libanese, di Beirut, arrivata a Roma molti anni fa.

Aveva aperto il vivaio con i soldi di uno zio, poi l’aveva ingrandito da sola. Niente ambizioni da impero. Solo terra, acqua, sole. E corpi.

Il suo, soprattutto. Un corpo che non era mai stato piccolo. Un corpo che urlava. Seni che a quindici anni già facevano voltare gli uomini per strada, fianchi che si allargavano come se la natura volesse marchiarla “disponibile, rifornisco io il mondo”.

A Roma aveva imparato presto che quel corpo era una moneta. E lei l’aveva spesa senza troppi rimpianti. Qualche fornitore, qualche cliente ricco, un paio di notti in albergo a Trastevere. Niente di che. Normale, per lei. “Puttanone”, la chiamavano alle spalle. Lei lo sapeva. E rideva. Perché lei in fondo era una donna assolutamente normale.
Poi era arrivato Salvatore.
L’italiano di Luton. Voce calda al telefono, accento inglese sporcato dal romanesco dei nonni. Si erano conosciuti casualmente.

Dovevano incontrarsi a Fiumicino, lui atterrava da Londra per lavoro.

Layla si era messa la camicia bianca migliore. Era arrivata in anticipo. Aveva aspettato due ore. Poi il messaggio: «Mi dispiace, emergenza famiglia. Un’altra volta». E basta. Sparito. Zero.
Da quel giorno qualcosa dentro di lei si era incrinato.
Il dolore era arrivato dopo. Prima solo un fastidio alla pancia, come se avesse mangiato troppo. Poi sangue. Poi la diagnosi: tumore al colon, III stadio. «Operabile», aveva detto il medico. Lei aveva annuito, aveva pagato la visita in contanti e aveva continuato a caricare vasi di oleandri sui carrelli. Ma il tumore non aveva aspettato. In tre mesi era diventato IVB. Metastasi ovunque. Utero. Fegato. Stomaco. Pancreas. Ce l’aveva dappertutto, come aveva detto Enzo. Il suo corpo, quel corpo spaventoso, solido, gonfio, esotico, esorbitante, stava marcendo dall’interno. La bellezza simpatica, vitale, fuori dalle mode, si stava trasformando in qualcosa di osceno.

I seni ora pesavano come sacchi di cemento. La pancia, già morbida, era gonfia di liquido e di morte. Le gambe, un tempo forti, tremavano dopo dieci passi.
Eppure lei sorrideva ancora.
Entrò nel container, salutò i due fornitori con un cenno della mano. «Ragazzi, tutto a posto? Il terriccio per le piante grasse è arrivato?». La voce era calda, rauca, da sigarette e notti insonni. Enzo abbassò gli occhi. Marco annuì troppo in fretta. Nessuno dei due riusciva a guardarle il petto come prima. Nessuno dei due riusciva a dirle che le analisi erano peggiorate. Che ormai era questione di settimane, forse giorni. Perché la cugina di Enzo lavorava all'ospedale e gli raccontava tutto.
Layla si sedette alla scrivania di metallo. La camicia le tirava sul ventre. Sentiva il dolore, sordo, costante, come un pugno che non smetteva di premere. Pensava ancora a Salvatore. A come sarebbe stato se lui fosse sceso da quell’aereo. A come le sue mani avrebbero affondato in quel corpo che ora stava tradendola. Immaginava le sue dita sul suo seno, sulla pancia, tra le cosce. Immaginava di dirgli: «Prendimi, prima che non resti più niente da prendere». Invece lui era sparito. E il cancro no.
Fuori, i due uomini ripresero a scaricare. Enzo si accese una sigaretta. «Deve saperlo», mormorò.
Marco sputò per terra. «E chi glielo dice? Tu? “Signora Layla, il tumore ha camminato. Ce l’ha pure nel pancreas. Si prepari”».
Risero, una risata nervosa, sporca. Perché era più facile riderci sopra che ammettere che quella donna, con il suo fisico da puttanone mediterraneo, con quel sorriso da troia felice, stava morendo lentamente dentro un corpo che tutti avevano desiderato e nessuno aveva davvero amato.
Layla, nel container, si passò una mano sul ventre. Sentì un nodulo duro sotto le dita, proprio sotto l’ombelico. Chiuse gli occhi. Pensò al Libano, alle colline di cedri, al mare di Beirut. Pensò al suo corpo a ventanni, perfetto, osceno, invitante.
Adesso il tumore lo stava divorando dall’interno, pezzo per pezzo. E lei, con la camicia bianca bagnata di sudore sotto le ascelle, continuava a sorridere.
Perché era l’unica cosa che le restava.

Il corridoio dell’oncologia dell’Umberto I puzzava di disinfettante, sudore vecchio e paura. Layla sedeva su una sedia di plastica, le gambe larghe perché non riusciva più a tenerle chiuse.

Indossava una camicia di jeans azzurra, la scollatura profonda che lasciava intravedere il suo meraviglioso seno.

Qualcosa, però, era cambiato in modo osceno, negli ultimi tempi.
Il collo.
Era diventato mostruoso. Gonfio, teso, quasi bulboso, come se un pallone di carne fosse stato infilato sotto la mandibola. La colpa era dei farmaci invasivi che le pompavano in vena da settimane. Il viso, un tempo simpatico e vitale, ora sembrava incastrato tra due guance gonfie e quel collo da toro malato.
L’oncologo, il dottor Mancini, era un uomo magro, sui cinquantacinque, con gli occhi stanchi di chi ha dato troppe brutte notizie. La fece entrare. Si sedette di fronte a lei, posò la cartella sul tavolo.
«Signora Layla… come si sente oggi?».
Lei sorrise. Quel sorriso largo, da puttanone libanese che non voleva arrendersi. Ma la voce uscì roca, impastata, perché anche la gola stava cedendo.
«Male, dottore. Il collo… mi sembra di avere un melone qui. Non riesco quasi a girare la testa. E respiro strano».
Mancini annuì, senza pietà falsa. Era il tipo di medico che preferiva la cruda verità al conforto ipocrita.
«Lo so. È l’effetto dei farmaci. Il corpo sta rispondendo male».
Layla si toccò il collo con una mano. Le dita affondarono nella carne morbida e calda, come un impasto lievitato troppo. Fece una smorfia.
«E le statistiche? Me le dica chiare, dottore. Non mi tratti come una bambina».
Mancini sospirò, aprì la cartella.
«Tumore del colon in stadio IVB con metastasi multiple (fegato, peritoneo, utero, stomaco, pancreas). Sopravvivenza mediana in pazienti con questo quadro: 4-6 mesi dalla diagnosi di IVB. Lei è al quinto mese. Il 18% circa arriva a 9 mesi. Il 7% supera l’anno. Con le terapie palliative aggressive che stiamo facendo, possiamo spingere un po’ oltre, ma…».
Si fermò. Layla lo fissava con quegli occhi scuri, ancora belli, ma incassati nella faccia gonfia.
«Ma?».
«Ma il tumore è aggressivo. KRAS mutato, uno dei peggiori. Risponde poco all’immunoterapia. La chemio di seconda linea sta perdendo efficacia. Il collo gonfio è solo il segnale più visibile. Dentro, sta avanzando ovunque. Il fegato è compromesso al 60%, il pancreas sta producendo enzimi in modo anomalo, l’utero è quasi completamente sostituito da massa neoplastica».
Layla rise. Una risata bassa, rauca, che le fece tremare il seno dentro la camicia di jeans.
«Quindi sono fottuta. Un puttanone libanese che muore con il collo da mostro e le tette che ancora sembrano due palloni».
Mancini non sorrise. Era abituato a pazienti che reagivano con rabbia, con ironia nera, con pianto. Layla era diversa: era oscena nella sua vitalità residua.
«Possiamo aumentare il supporto nutrizionale, gestire il dolore con oppioidi più forti, mettere un drenaggio se l’ascite peggiora. Ma il collo… purtroppo è uno degli effetti collaterali più brutti dei farmaci che usiamo per tenerla in piedi».
«Tanto lo sanno tutti che sono fottuta.

I fornitori mi guardano strano. I clienti fingono normalità. E Salvatore…».
Si fermò. Il nome le uscì senza volerlo.
Mancini inclinò la testa.
«Qualcuno di speciale?».
Layla scosse il capo.
«No. Solo un italiano codardo di Luton che mi ha lasciato ad aspettarlo due ore a Fiumicino con questa camicia addosso. Pensavo che se lui fosse venuto… magari avrei avuto un motivo per combattere di più.

Invece guardi qua.
Ormai sono una caricatura. Una libanese grassa, malata, con il collo da ippopotamo e il cancro che mi mangia da dentro. I farmaci mi hanno fatto diventare un mostro. E lui non lo saprà mai».
Il medico rimase in silenzio qualche secondo.
«Mi dispiace, ma lei rimane una signora importante, Layla. Me lo lasci dire».
Layla rise di nuovo, più piano stavolta.
«Voglio solo che mi dica la verità fino alla fine. Niente bugie. Quando sarà il momento di smettere, me lo dica chiaro. Voglio morire sapendo esattamente quanto tempo mi resta».
Mancini annuì.
«Glielo prometto. Tra una settimana rifacciamo la TAC».
Layla si alzò lentamente, la camicia di jeans le tirava sul petto, sudata sotto le ascelle. Il gonfiore le dava un aspetto quasi grottesco, ma il sorriso restava lì, storto, vitale, osceno.
«Grazie, dottore. Ma sappiamo tutti e due che sto diventando esattamente quello che tutti hanno sempre pensato di me: un puttanone libanese che alla fine è stata divorato dal suo stesso corpo».

Il collo di Layla era diventato una cosa oscena e, al tempo stesso, stranamente sensuale.
Non era più solo gonfio: era turgido, lucido, proteso in avanti come un’offerta oscena. I farmaci a dosi di cavallo le aveva trasformato la gola in un cilindro di carne morbida e calda, quasi invitante nella sua mostruosità.

I bottoni della camicia faticavano a contenere il seno importante, ma era il collo a catturare lo sguardo: pesante, gonfio, erotico nella sua deformità.
Layla sedeva alla scrivania metallica, le dita che sfioravano distrattamente quella massa calda. Ogni tocco le mandava un brivido ambiguo lungo la schiena. Dolore e qualcosa di più viscido, più basso.
Aveva passato la notte precedente a cercare Salvatore su internet. Non era stato difficile. Profilo Facebook semi-abbandonato, foto di famiglia cancellate male, un vecchio account LinkedIn del magazzino di ricambi auto a Luton. Aveva scritto un messaggio lunghissimo, le dita tremanti sul telefono, mentre il collo le premeva contro il mento.
“Caro Salvatore,
ti ricordi di me? La libanese con la camicia bianca che hai lasciato ad aspettare due ore a Fiumicino.
Adesso sono gonfia. Il collo è diventato enorme, pieno di farmaci e di tumore. Sembro una puttana da quattro soldi dopo una settimana di bagordi. Il seno mi pesa come due sacchi, la pancia è dura di metastasi. Sto morendo, Salvatore. E voglio che tu sappia esattamente come.
Guarda questa foto. Immagina di toccarmi così, mentre respiro a fatica con questo collo da mostro.
Dimmi solo se ti fa schifo o se ti eccita ancora un po’.
Layla”

Aveva allegato due foto: una di fronte, l'altra di profilo con il collo in evidenza. Non aveva inviato. Non ancora. Il messaggio era lì, pronto, in bozze. Il dito le tremava ogni volta che si avvicinava al tasto “Invia”.
Il giorno dopo, all’Umberto I, il dottor Mancini fu brutale come sempre.
«Le statistiche non sono cambiate, signora Layla. Stiamo perdendo terreno».
Layla sorrise storto.
«C’è qualcosa di alternativo? Qualcosa che non sia solo chemio e cortisone gratis?».
Mancini esitò. Era la prima volta che lei chiedeva esplicitamente vie di fuga.
«Esistono protocolli sperimentali all’estero. Israele ha centri molto avanzati per tumori KRAS-mutati. Ma lei è libanese...

Negli Stati Uniti ci sono trial con nuove immunoterapie combinate, ma costano decine di migliaia di euro al mese. In Turchia e in alcuni paesi dell’Est ci sono cliniche che propongono terapie alternative… alcune serie, altre molto dubbie. Ipertermia, vitamina C ad alte dosi, persino certi approcci metabolici. Ma la maggior parte non è coperta dal SSN. E nel suo caso, con la malattia già così diffusa, l’efficacia sarebbe limitata. Potrebbe guadagnare qualche mese, forse. O solo sofferenza in più».
Layla si toccò il collo. Le dita affondarono nella carne calda, morbida. Provò un brivido che non era solo dolore.
«Voglio tirare il più possibile», disse piano. «Per il momento resto agganciata a queste terapie di merda che mi gonfiano come una balena. Almeno sono gratis. Ma se trovo i soldi… voglio provare».
Quella notte, nel piccolo appartamento sopra il vivaio, Layla si spogliò davanti allo specchio. Si passò le mani sul seno pesante, poi più su, sulla gola turgida. La pelle era calda, quasi febbricitante. Stranamente sensuale. Immaginò le mani di Salvatore lì, a stringere quella carne gonfia, a sentirla pulsare sotto le dita mentre lei respirava a fatica.
Prese il telefono. Aprì il messaggio. Lo rilesse.
Poi, con il respiro corto, premette “Invia”.
Il messaggio partì.
Nelle ore successive Layla rimase incollata al telefono. Nessuna spunta blu. Nessuna risposta. Salvatore aveva visto? Aveva cambiato  numero? L'aveva bloccata? O stava semplicemente fissando le foto con un misto di orrore e di quel desiderio malato che lei sperava ancora di provocargli?
Il giorno dopo il collo era ancora più gonfio. Il cortisone faceva il suo lavoro brutale. Layla si presentò al vivaio con un foulard leggero che non riusciva a nascondere nulla. Enzo e Marco la guardarono di sottecchi, cercando di non fissare troppo quel collo teso, lucido, quasi erotico nella sua deformità.
Lei sorrideva lo stesso. Un sorriso largo, da puttanone che non voleva arrendersi.
Dentro, però, qualcosa si era spostato. Aveva inviato il messaggio. Aveva mostrato la sua versione più grottesca e sensuale. Ora aspettava. Aspettava che Salvatore rispondesse, che la rifiutasse definitivamente o che, finalmente, la desiderasse proprio così: gonfia, morente, oscena.
Nel frattempo continuava le terapie gratuite all’Umberto I,

Ma nella testa aveva già cominciato a cercare cliniche all’estero, preventivi, raccolte fondi sui social. Voleva tirare. Voleva guadagnare tempo. Voleva, almeno per un po’, continuare a essere guardata.
Anche se l’unico sguardo che desiderava davvero era quello di un codardo italiano emigrato a Luton, a nord di Londra, che, forse, in quel momento, la stava fissando sullo schermo del telefono con le mani che gli tremavano.
«Gonfia fino alla fine», pensò Layla, mentre si toccava di nuovo la gola, sentendo il calore morbido sotto le dita.

Salvatore era seduto sul divano del suo appartamento a Luton, la luce bluastra del telefono che gli illuminava la faccia grassoccia. Erano le due e venti di notte. La moglie russava nella stanza accanto. Aveva aperto WhatsApp per controllare la chat degli amici e invece aveva trovato quel messaggio.
“Caro Salvatore…”,
Lo lesse tutto, due volte. Poi aprì le foto.
Il collo.
Cristo santo, quel collo.
Era gonfio, turgido, lucido di sudore e cortisone.

Layla sembrava una puttana di un film horror porno, una di quelle che muoiono mentre vengono scopate.
Salvatore sentì un calore viscido salirgli dall’inguine. Schifo. Eccitazione. Rabbia. Paura. Tutto insieme.
«Ma che cazzo…», mormorò tra sé. Si guardò intorno come se qualcuno potesse vederlo. Poi, con la mano libera, si abbassò i pantaloni della tuta. Si toccò mentre fissava il collo gonfio di Layla. Immaginò di stringerlo, di sentirlo caldo e morbido sotto le dita mentre lei respirava a fatica. Venne in trenta secondi. Subito dopo arrivò il disgusto.
Non rispose. Bloccò il numero.
Ma salvò le foto nella cartella “Privato”.
A Roma, il vivaio puzzava di terra bagnata e di morte lenta.
Enzo stava scaricando l’ultima bancale di concime quando Layla arrivò.

Marco fischiò piano tra i denti.
«Guarda lì. Il puttanone libanese si è fatto un lifting al contrario. Sembra che le abbiano infilato un pallone da basket nella gola».
Enzo rise, una risata bassa e cattiva.
«Secondo te quanto ci mette a scoppiare? Sembra una di quelle rane che i bambini gonfiano con la cannuccia. Solo che questa è piena di tumore e cortisone. Bella da morire, eh?».
Un cliente anziano, uno che comprava sempre le rose per la tomba della moglie, si avvicinò fingendo di guardare le piante. Ma gli occhi erano incollati al collo di Layla.
«Signora, ma che ha fatto? Sembra… gonfia. Tutto bene?».
Layla sorrise, quel sorriso largo da puttanone che non voleva arrendersi.
«Farmaci, signor Rossi. Mi tengono in piedi».
Il vecchio annuì, ma mentre si allontanava mormorò a Marco: «Poveraccia. Però è ancora un gran pezzo di femmina. Peccato che stia diventando una caricatura. Il collo sembra che stia per scoppiare e le tette… madonna, sembrano due bombe a orologeria».
Marco rise sotto i baffi. «Già. E pensa che prima era solo una puttanone normale. Adesso è una puttanone da film dell’orrore».
Layla fingeva di non sentire. Ma sentiva tutto.
Nel pomeriggio tornò all’Umberto I per la visita di controllo.
Il dottor Mancini la fece entrare anche se era tardi. La stanza era in penombra. Lui la guardò a lungo mentre si sedeva.
Qualcosa dentro di lui si era rotto.
Non era più solo il medico. Layla gli era entrata dentro. Quella sensualità morbosa, gonfia, decadente. Quella voce rauca da donna d’altri tempi, libanese, senza filtri, che rideva della propria morte. Quella vitalità oscena che resisteva nonostante tutto.
Mancini si schiarì la voce.
«Signora Layla… le cose non vanno bene. Potrebbe svegliarsi una notte senza riuscire a respirare».
Layla lo guardò.
«E quindi?».
Lui esitò un secondo, poi decise di buttarsi.
«Le consiglio il ricovero. Subito. Qui da noi, reparto di oncologia. Possiamo monitorarla ventiquattrore su ventiquattro. Le terapie le faremmo in modo… più personalizzato. Posso spostarla in una stanza singola, farle avere il cortisone a dosi calibrate meglio, magari anticipare qualche farmaco sperimentale che normalmente non passa dal protocollo».
Layla socchiuse gli occhi.
«Mi sta dicendo che se resto qui mi avvantaggia?».
Mancini sorrise appena, un sorriso stanco ma affamato.
«Esattamente. Io posso farla stare meglio di chiunque altro in questo ospedale. Ma deve fidarsi di me».
Si alzò, girò intorno alla scrivania e le si fermò davanti. La mano gli tremava leggermente quando le sfiorò il collo con due dita, fingendo di controllare il gonfiore.
La pelle era calda. Morbida. Pulsante.
Layla non si ritrasse. Sentì quel tocco e capì.
Il medico la desiderava. Desiderava proprio questo: la puttanona gonfia, morente, con il collo da mostro e il sorriso da troia d’altri tempi.
«Se accetto il ricovero… quanto tempo mi fa guadagnare?», chiese lei, la voce bassa.
«Qualche mese in più. Forse. Se resto io a seguirla personalmente».
Layla si toccò il collo a sua volta, proprio dove lui l’aveva sfiorata. Il brivido fu ambiguo, quasi piacevole.
«Va bene, dottore. Ci penso».
Mentre usciva dall’ambulatorio, Mancini rimase seduto, il cuore che batteva forte. Aveva mentito solo a metà. Il ricovero era utile. Ma soprattutto voleva averla lì, ogni giorno, con quel collo gonfio, quel seno enorme, quella risata rauca. Voleva guardarla marcire da vicino. Voleva, forse, toccarla ancora.
Fuori, nel parcheggio, Layla accese il motore.

Il messaggio a Salvatore era ancora senza risposta.
I fornitori ridevano di lei.
Il medico la voleva per sé, in un modo malato e tenero insieme.
E il tumore continuava a camminare.

Salvatore non riusciva più a smettere.
Ogni notte, dopo che la moglie si addormentava, apriva la cartella “Privato” sul telefono. Le foto di Layla erano lì.

Quel sorriso storto, da puttanona libanese che sapeva di stare morendo, ma non voleva smettere di provocare.
Si abbassava i pantaloni della tuta e cominciava a toccarsi. Lentamente, stavolta. Non più i trenta secondi patetici della prima volta. Adesso ci metteva tempo. Immaginava di stringere quel collo caldo e morbido, di sentirlo cedere sotto le dita mentre Layla respirava a fatica. Immaginava di affondare la faccia tra quei seni pesanti, di leccare il sudore malato che colava lungo la gola gonfia.
E mentre veniva, con un grugnito soffocato, ammetteva finalmente la verità a sé stesso.
C’era un legame. Strano. Malato. Forse davvero da un’altra vita, perché in questa si erano parlati poche settimane e si erano visti zero volte. Eppure lei gli era rimasta dentro come nessuna altra. Non era amore. Era qualcosa di più viscido: possesso, disgusto, desiderio di vederla cadere più in basso possibile, ma anche di vederla resistere, risalire. Voleva altre foto. Voleva sapere esattamente quanto le restava. Senza muoversi da Luton. Senza impegni. Solo per continuare a venire su di lei mentre marciva.
La mattina dopo scrisse.
Il messaggio era breve, calcolato: “Layla, ho visto le foto. Sei cambiata tanto. Mi dispiace per quello che stai passando. Quanto tempo ti hanno dato i medici? Chi è l’oncologo che ti segue? Dimmi il nome, voglio capire meglio la situazione. Mandami altre foto se vuoi”.
Inviò.
A Roma, Layla era sdraiata sul letto sopra il vivaio, la camicia di jeans aperta fino alla pancia. Quando arrivò la notifica, il cuore le fece un balzo.
Aprì il messaggio. Lesse. Sorrise.
Poi, con la mano libera, si infilò le dita tra le gambe. Era già bagnata. Si toccò mentre rileggeva le parole di Salvatore, immaginando le sue mani su quel collo turgido, le sue labbra che la baciavano proprio lì, dove la pelle tirava e pulsava. Venne in silenzio, con un gemito rauco che le fece tremare tutto il corpo. Il piacere si mescolò al dolore sordo che aveva ovunque.
Rispose dopo dieci minuti, con un vocale, anche se parlare le costava fatica:
«Salvatore… finalmente. Il medico si chiama dottor Mancini, Umberto I, oncologia. Sono già oltre la mediana di sopravvivenza da un pezzo. Ti mando altre foto, certo. Mi eccita sapere che ti piace guardarmi…».
Salvatore lesse. Cercò su Google info su Mancini. Trovò il numero dello studio e un indirizzo email professionale.
Scrisse una mail, anonima ma chiara: “Gentile dottor Mancini, sono una persona vicina a Layla Al-Masri, la paziente libanese con tumore del colon IVB. So che la segue lei. Vorrei avere informazioni aggiornate sulle sue condizioni, sulle metastasi e su quanto tempo le resta realisticamente. Non posso venire in Italia, ma voglio aiutarla a distanza. Mi dica tutto fuori dai denti. In cambio posso motivarla a fare quello che serve per tirare avanti”.
Firmò solo “Un amico preoccupato”.
Mancini rispose dopo tre ore, di notte.
“Signor X, Layla è in una fase molto avanzata. Il collo gonfio è dovuto al cortisone in dosi massicce. Le metastasi sono diffuse. Sopravvivenza stimata: 6-10 settimane se restiamo con le terapie attuali. Se la ricovero e la gestisco personalmente posso spingere a 4-5 mesi, forse di più con qualche escamotage.
Lei dipende emotivamente da qualcuno. Credo sia lei. Se vuole che lei tiri il più possibile, deve tenerla motivata. Io posso avvantaggiarla con le cure, ma ho bisogno che lei resti legata a me. Mi dica cosa vuole esattamente da questa situazione”.
Salvatore rispose subito: “Voglio che viva il più a lungo possibile in questo stato. Voglio altre foto, voglio sapere quando peggiora. Non verrò in Italia. Lei la spaventi quel tanto che basta per farla dipendere da entrambi. Io le mando messaggi, lei le dà le cure migliori che può senza miracoli. Dividiamoci il controllo. Accetta?”.
Mancini lesse e sorrise nel buio. Layla gli era entrata dentro con quella sua sensualità morbosa, con il collo gonfio che sembrava implorare di essere toccato. Ma ora aveva un alleato. Un uomo che voleva esattamente ciò che lui voleva: tenerla in bilico tra vita e morte, tra desiderio e degradazione.
Rispose: “Accetto. Alleanza stretta. Io la tengo qui con le terapie, la spavento con l’idea del ricovero per farla sentire protetta solo da me. Lei la tenga attaccata con i messaggi e la richiesta di foto. Quando sarà il momento, le faremo capire che senza di noi due non ha più niente.
La prossima TAC è tra 8 giorni. Le farò sapere i risultati in anteprima”.
Layla non sapeva ancora nulla dell’alleanza.
Era seduta nel container del vivaio. Aveva appena mandato altre due foto a Salvatore.
Aspettava la risposta con le dita tra le gambe, sotto la scrivania.
Salvatore, a Luton, aprì le nuove foto. Si toccò di nuovo, più lentamente stavolta.
Mancini, nel suo studio, annotò sul diario clinico: “Paziente motivata da fattori esterni. Procedere con ricovero consigliato ma non imposto. Monitorare dipendenza emotiva”.
Layla non si era ancora fatta ricoverare.
Ma ormai era già prigioniera di due uomini che, da due paesi diversi, avevano deciso di allungarle l’agonia solo per il piacere di vederle tentare il tutto per tutto.
E lei, con il sorriso storto e il collo che pulsava, credeva ancora di avere un po’ di controllo.

La TAC era programmata per le otto del mattino. Layla arrivò all’Umberto I con la camicia di jeans azzurra già sudata sotto le ascelle, il collo così gonfio che il colletto le premeva contro la carne turgida come un collare troppo stretto. Il gonfiore aveva assunto una sfumatura violacea ai lati, lucida, quasi traslucida sotto le luci al neon del corridoio. Ogni respiro le costava uno sforzo visibile: il cilindro di carne calda si alzava e abbassava lento, sensuale nella sua oscenità, come se il corpo stesse offrendo se stesso un’ultima volta prima di cedere.
Lei si sdraiò sul lettino freddo, le braccia lungo i fianchi, il seno enorme che si schiacciava contro la stoffa tesa. Mentre la macchina ronzava e la inghiottiva, Layla chiuse gli occhi e lasciò che la mente andasse dove voleva.
Un’altra vita.
Forse era successo durante la guerra del Libano, negli anni Ottanta. Lei era una giovane vedova di Beirut Ovest, con il corpo già esagerato, già maledetto, che offriva conforto ai miliziani in cambio di cibo e sigarette. Salvatore era un soldato italiano del contingente ONU, arrivato con i caschi blu. Si erano incontrati in una cantina umida durante un blackout, lei con una camicia strappata, lui con l’uniforme sporca di polvere. L’aveva presa contro il muro, veloce, brutale, senza nomi. Poi era sparito con la sua unità, lasciandola incinta e sola. Il bambino non era sopravvissuto. Lei aveva continuato a vivere, gonfia di dolore e di ricordi, fino alla morte prematura per un’infezione mai curata. E ora, in questa vita, il tumore le stava gonfiando il collo proprio come quel ventre di allora. Karma. Un cerchio che si chiudeva.
O forse era ancora più indietro. Roma antica. Lei una prostituta siriana importata al porto di Ostia, seno enorme e fianchi larghi, famosa tra i legionari per la sua risata rauca. Salvatore un centurione che tornava dalla Gallia, stanco e ricco. L’aveva comprata per una notte intera in una casa di piacere sul Tevere. L’aveva scopata fino a farle male, poi le aveva promesso di portarla via, di farla sua. Il giorno dopo era partito per una nuova campagna senza salutarla. Lei era morta di febbre pochi mesi dopo, il corpo gonfio di idropisia, ancora in attesa di quell’uomo che non era mai tornato.
Layla sorrise nel buio della TAC, le dita che sfioravano inconsciamente il collo caldo attraverso la camicia. Qualunque fosse l’occasione, il legame era lo stesso: lui arrivava, la faceva sentire desiderata, poi spariva. E lei restava gonfia. Di desiderio. Di dolore. Di morte.
La scansione finì. Layla si rivestì lentamente, il collo che le impediva di chinare la testa. Il tecnico le disse solo «Il referto sarà pronto domani». Lei annuì e tornò al vivaio, le gambe pesanti, il sorriso storto ancora incollato sulla faccia.
Mancini ricevette le immagini nel pomeriggio, mentre era solo nello studio.
Le aprì una per una. Il collo appariva ancora più mostruoso nelle sezioni assiali: linfonodi cervicali massivamente interessati, edema diffuso, trachea leggermente compressa. Il fegato era un disastro: metastasi multiple, alcune necrotiche. Il pancreas infiltrato per oltre il 70%. L’utero quasi completamente sostituito da massa. Nuove lesioni polmonari piccole ma chiare.
Prese il telefono e scrisse l’email solo a Salvatore, come concordato. Nessuna copia a Layla.
“Risultati TAC di oggi. Brutali.
Collo: edema + linfonodi aumentati del 30% rispetto alla precedente. Rischio compressione tracheale entro 3-4 settimane se non interveniamo con dosi più alte di cortisone o con una tracheotomia d’urgenza (che però la renderebbe ancora più mostruosa).
Fegato: 75% compromesso.
Pancreas: infiltrazione estesa, enzimi fuori controllo.
Nuove metastasi polmonari bilaterali.
Stima reale: 4-7 settimane se resta ambulatoriale.
Se la ricovero ora e la gestisco io personalmente posso arrivare a 4-5 mesi, forse 6 se riusciamo a farle un ciclo di chemio intra-arteriosa sperimentale che non passa dal protocollo.
Lei non sa ancora niente. Le dirò solo che “ci sono cambiamenti” e che il ricovero sarebbe “prudente”.
Tu continua a chiederle foto del collo e del corpo. Tienila motivata. Dille che la vuoi vedere “ancora più gonfia” se vuoi – a lei piace.
Noi due decidiamo quando dirle la verità.
Mancini”
Salvatore lesse l’email a Luton, seduto nella cabina del suo furgone durante la pausa pranzo. Sentì l’uccello indurirsi nei pantaloni da lavoro. Aprì di nuovo la cartella “Privato”, guardò l’ultima foto che Layla gli aveva mandato la sera prima: lei che si stringeva il collo con entrambe le mani, le labbra socchiuse, gli occhi imploranti.
Rispose a Mancini:
“Perfetto. Non dirle ancora la verità completa. Spaventala quel tanto che basta per farle desiderare il ricovero, ma falla credere che senza di me non ce la farebbe. Io le scrivo stasera e le chiedo altre foto ravvicinate del collo dopo la TAC. Voglio vederlo mentre peggiora. Allunghiamola il più possibile. Lei è nostra.”
Mancini sorrise davanti allo schermo. L’alleanza funzionava. Layla era diventata il loro giocattolo condiviso: lui l’avrebbe tenuta in vita quel tanto che bastava per guardarla marcire da vicino, Salvatore l’avrebbe eccitata a distanza per farla restare aggrappata.
Layla, nel frattempo, era tornata al container. Non sapeva nulla dell’email. Sapeva solo che Salvatore le aveva scritto di nuovo: “Mandami le foto di dopo la TAC. Voglio vedere esattamente come ti ha lasciato il collo. Dimmi cosa senti quando lo tocchi.”
Lei si chiuse dentro, abbassò le tapparelle. Si slacciò la camicia fino all’ombelico. Il collo sporgeva enorme, violaceo, pulsante. Si toccò con una mano mentre con l’altra teneva il telefono, scattando nuove foto su richiesta: ravvicinate, dal basso, mentre stringeva la carne calda e morbida. Ogni scatto la faceva bagnare di più.
Mentre si masturbava lentamente, le dita tra le cosce gonfie, pensò di nuovo a quell’altra vita.
Forse era successo in un bordello di Beirut nel 1975, prima che tutto esplodesse. Lei era la ragazza più richiesta, con quel corpo esorbitante che faceva impazzire i clienti. Salvatore un giovane libanese-cristiano che lavorava al porto. L’aveva amata per tre mesi, poi la guerra li aveva separati. Lui era fuggito in Inghilterra con la famiglia, lei era rimasta a vendere il corpo tra le bombe. Era morta incinta di lui durante un bombardamento, il ventre gonfio come adesso era gonfio il suo collo.
O forse era molto più antico. Una sacerdotessa fenicia a Tiro, il corpo offerto agli dei in riti di fertilità. Salvatore un mercante cartaginese che l’aveva comprata come schiava d’amore. L’aveva posseduta sul ponte della nave, poi l’aveva venduta a Roma quando aveva finito di usarla. Lei era morta di consunzione in una cella sotterranea, il corpo gonfio di umori e di abbandono.
In ogni vita lui la prendeva, la gonfiava di desiderio, poi spariva.
E in questa, finalmente, lei gli stava offrendo la versione definitiva: il collo mostruoso, il corpo che marciva lentamente, le foto che lui chiedeva sempre più esplicite.
Layla venne con un gemito rauco, il collo che tremava sotto le sue stesse dita, mentre fuori Enzo e Marco commentavano ad alta voce:
«Ha fatto la TAC stamattina. Secondo me tra poco non esce più da qui. La puttanona sta per scoppiare.»
Ma Layla non li sentiva più.
Stava già scrivendo a Salvatore la risposta con le nuove foto.
E dentro di sé, in quel momento di piacere malato, pensò che forse, in un’altra vita, lui sarebbe finalmente rimasto.
Ma in questa, almeno, aveva due uomini che la volevano esattamente così: gonfia, morente, loro.
Layla era sdraiata sul lettino stretto del container ufficio, la camicia di jeans azzurra slacciata fino all’ombelico, il collo gonfio che riposava pesante sul cuscino improvvisato di vecchi cataloghi di piante. Il gonfiore era diventato una cosa viva, quasi autonoma: turgido, violaceo ai bordi, lucido di sudore e di cortisone, pulsava lento sotto le sue dita come un secondo cuore osceno. Ogni volta che deglutiva sentiva la trachea comprimersi appena, un piccolo avvertimento che il corpo stava cedendo, ma anche un brivido basso, viscido, che le scendeva tra le gambe.
Chiuse gli occhi e la visione tornò, netta, come se fosse sempre stata lì.
Roma antica. Ostia, porto fetido di spezie, urina e desiderio.
Lei era una siriana importata, schiava del piacere in una casa di malaffare sul Tevere. Capelli castani pesanti, seni enormi che pendevano come frutti maturi, fianchi larghi che facevano impazzire i legionari. La chiamavano “la fenicia dalle mammelle di Iside”. Una notte era arrivato lui: centurione di ritorno dalla Gallia, Salvatore in un’altra vita, elmo sottobraccio, cicatrici fresche sul petto. L’aveva scelta tra tutte, l’aveva presa sul tavolo di legno grezzo, forte, senza parole. Poi era tornato. Tre volte in un mese. E alla quarta volta era rimasto.
Per quaranta giorni aveva affittato una stanza solo per lei. La toccava ogni sera, le mani callose sul collo, sui seni, sulla pancia morbida. Le prometteva ambigue: «Ti porto a Roma, ti faccio libera, ti compro una casa vicino al Foro». Ma gli occhi dicevano altro. Dicevano che sarebbe ripartito per una nuova campagna in Dacia, che lei era solo un corpo caldo in cui affondare prima della prossima guerra. Lei lo sapeva. Eppure restava sdraiata sotto di lui, gonfia di sperma e di speranza, lasciando che il ventre si riempisse di liquido e di illusione. Quando lui partì, senza salutare davvero, lei rimase lì, il corpo già gonfio di idropisia e di tradimento. Morì tre mesi dopo, sola, in una cella umida, il collo e il ventre gonfi come otri, ancora in attesa di un ritorno che non arrivò mai.
Layla riaprì gli occhi nel presente. Il parallelo era perfetto, crudele, eccitante.
Salvatore non era venuto a Fiumicino. Non sarebbe venuto neanche ora. Ma era tornato, esattamente come il centurione. Era tornato attraverso i messaggi, attraverso le foto che le chiedeva sempre più ravvicinate, attraverso l’alleanza che lei aveva capito da giorni.
Era troppo intelligente, troppo istintiva, per non accorgersene.
I tempi coincidevano troppo bene. La TAC di ieri mattina, i risultati che Mancini non le aveva ancora dato del tutto («Ci sono cambiamenti, signora Layla, dovremmo parlare di ricovero»). E nello stesso pomeriggio Salvatore che le scriveva: «Mandami le foto di dopo la TAC, voglio vedere il collo da vicino». Poi la mail che aveva intravisto per sbaglio sul telefono di Mancini durante l’ultima visita – un nome mittente che lei aveva riconosciuto: un indirizzo anonimo inglese. E le risposte del medico, brevi, complici.
Sapeva. Sapeva che i due uomini si parlavano. Sapeva che si erano alleati per tenerla in vita il più possibile, ognuno per il suo piacere malato: Salvatore per masturbarsi sulle sue foto mentre lei marciva a distanza, Mancini per averla vicina, per toccare quel collo gonfio ogni giorno in reparto, per sentirla dipendente da lui.
Eppure non li fermava.
Li lasciava fare.
Perché in maniera morbosa, oscena, erano attaccati a lei. Avevano tutto l’interesse che lei tirasse. Salvatore voleva altre foto, voleva vederla gonfiare ancora. Mancini voleva il suo corpo nel reparto, voleva guardarla mentre sfidava le statistiche sotto le sue mani. E lei… lei voleva disperatamente andare avanti.
Voleva sfidare tutte le mediane. Quattro-sei mesi? Sei-dieci settimane? Voleva sputarci sopra. Voleva essere quella statistica su sette per cento che supera l’anno. Voleva guadagnare tempo, anche solo settimane in più, anche solo giorni in cui il collo restasse caldo e sensuale sotto le dita di qualcuno che la desiderava proprio così: mostruosa, morente, viva.
Aveva paura, sì. Paura di svegliarsi una notte senza respiro, paura che il gonfiore le chiudesse la gola mentre dormiva. Ma il punto di non ritorno era superato da tempo. Il tumore aveva camminato ovunque. Ormai era parte di lei, come il seno enorme, come il sorriso da puttanona libanese. E in quel punto di non ritorno c’era ancora un filo di speranza, fragile, patetico, ma vivo.
Forse, se li lasciava giocare, se dava loro ciò che volevano – le foto, la dipendenza, il corpo gonfio da toccare e da guardare – loro l’avrebbero tenuta in piedi più a lungo. Come il centurione che era tornato per quaranta giorni e le aveva dato l’illusione di una casa a Roma. Ambigue promesse, sì. Ma promesse.
Layla si passò le dita sul collo, lo strinse piano, sentì il calore morbido, la pulsazione. Un brivido le scese tra le cosce. Si toccò lentamente, pensando al centurione che tornava, che restava un po’, che prometteva senza mantenere. Pensando a Salvatore che, da Luton, si masturbava sulle sue foto e scriveva a Mancini per sapere quanto tempo le restava. Pensando a Mancini che, nello studio, già preparava la stanza singola per lei, con il dosaggio di cortisone calibrato apposta per farla gonfiare ancora, ma non troppo in fretta.
Prese il telefono. Aprì la chat con Salvatore.
«Ho capito tutto, sai? Tu e il dottore. Non importa. Mandami quello che vuoi vedere stasera. Il collo dopo la TAC è ancora più grosso. Te lo mostro come piace a te. Dimmi solo… quanto tempo pensi che mi resti? Voglio battere ogni previsione. Per te. Per noi due.»
Inviò. Poi scrisse a Mancini:
«Dottore, ci ho pensato. Domani vengo a parlare del ricovero. Ma voglio che sia lei a seguirmi personalmente. Voglio tirare il più possibile.»
Sorrise nel buio del container, il collo che tremava leggermente per il movimento.
Fuori, Enzo e Marco stavano chiudendo il cancello.
«Secondo te quanto dura ancora la puttanona?» chiese Marco.
Enzo rise. «Finché le tette e il collo non scoppiano. Ma è dura a morire, quella.»
Layla non li sentì. Stava già scattando le nuove foto richieste: il collo in primo piano, le dita che lo stringevano, la bocca aperta in un gemito silenzioso. Le inviò a entrambi gli uomini.
Due uomini diversi, due epoche diverse, lo stesso desiderio malato.
E lei, siriana di Ostia reincarnata in libanese di Roma, gonfia fino alla fine, lasciava che il cerchio si chiudesse di nuovo.
Questa volta, però, avrebbe fatto durare il più possibile.
Anche solo per vedere quanto a lungo un centurione moderno sarebbe rimasto, con le sue promesse ambigue, prima di sparire di nuovo.

 

Layla era sdraiata sul letto stretto sopra il vivaio, la luce gialla di una lampada da tavolo che illuminava solo il suo collo gonfio. La camicia di jeans era aperta, il seno pesante che si alzava e abbassava lento, la pelle lucida di sudore. Le dita sfioravano distrattamente quel cilindro di carne calda, turgida, violacea ai bordi, mentre la mente scivolava di nuovo nella visione antica.
Ostia, anno 112 dopo Cristo.
La siriana non era morta. Non ancora.
Era stata minacciata nel bordello sul Tevere. Un mercante gallico ubriaco, furioso perché lei si era rifiutata di prenderlo in bocca dopo che aveva già pagato, aveva tirato fuori il coltello. «Ti taglio quella gola da troia fenicia e ti lascio a marcire nel fiume» aveva ringhiato, premendole la lama contro il collo morbido. Lei aveva chiuso gli occhi, il seno enorme che tremava, pronta a sentire il taglio.
Poi era arrivato lui.
Il centurione Salvatore, elmo sottobraccio, mantello rosso sporco di polvere. Aveva visto la scena dalla porta. In due passi era dentro, aveva afferrato il polso del gallico e gli aveva spezzato il braccio con un colpo secco. Il coltello era caduto. Il mercante era stato buttato fuori a calci, sanguinante.
Il centurione si era girato verso di lei. L’aveva guardata davvero, per la prima volta senza solo desiderio animale. Le aveva toccato il collo con due dita callose, proprio dove la lama aveva lasciato un graffio sottile.
«Stai bene?» aveva chiesto, la voce bassa.
Lei aveva annuito, gli occhi lucidi. Per la prima volta da anni qualcuno l’aveva difesa. Non comprata. Difesa.
Da quel momento lui era tornato ogni sera. All’inizio solo per scoparla, forte, possessivo, come se volesse marchiarla. Poi qualcosa era cambiato. Restava dopo, le parlava. Le prometteva cose concrete: «Ti compro la libertà. Ti porto via da questo posto. Una casa piccola vicino al porto di Roma, con un giardino. Non sarai più di tutti». Le promesse prendevano consistenza proprio quando lui stesso capiva quanto era attaccato a lei. Una notte, mentre lei aveva la febbre alta e il corpo gonfio di umori per un’infezione, lui era rimasto al suo capezzale, aveva pagato il medico greco del bordello e aveva minacciato il lenone di morte se non le avesse dato la stanza migliore. In quel momento, vedendola quasi persa, il centurione aveva capito: non voleva che lei sparisse. Voleva tenerla.
Ma la legione chiamava. Una nuova campagna in Oriente. Lui era partito con la promessa ambigua di tornare entro un anno, di mandare qualcuno a prenderla. Lei era rimasta nel bordello, il collo e il ventre ancora gonfi per la febbre, ad aspettare. Il centurione non era mai tornato del tutto. Ma aveva mandato denaro, due volte. Piccoli gesti che dicevano: «Non ti ho dimenticata».
Layla riaprì gli occhi nel presente. Il parallelo era perfetto, crudele, tenero nella sua perversione.
Anche il Salvatore moderno stava facendo lo stesso. Era tornato attraverso i messaggi. Si era alleato con Mancini. E ora lei lo provocava, senza durezza, con quella voce rauca e calda che sapeva di arabo e di morte lenta.
Prese il telefono. Scrisse a Salvatore, mentre con l’altra mano si stringeva piano il collo gonfio, sentendo il calore morbido pulsare sotto le dita.
«Salvatore, lo so che tu e Mancini vi parlate. Non arrabbiarti. Non mi dà fastidio. Anzi.
Se io mi aggravo, tu muori di paura, vero? Forse verresti perfino a Roma, inventando un viaggio d’affari per tua moglie.
Anch’io ho paura. Tutti e tre abbiamo paura, ormai. Vorremmo che questa cosa andasse avanti per anni… ma temo che non sarà possibile. Il corpo non manda segnali incoraggianti. Il collo è sempre più grosso, respira male certe notti. Però ti mando altre foto stasera, proprio come piace a te. Ravvicinate. Mentre lo tocco.
Dimmi la verità: quanto tempo pensi che mi resti secondo il dottore? E tu… quanto tempo vorresti che mi restasse?»
Inviò. Poi allegò tre nuove foto: il collo in primo piano, le sue dita che lo stringevano da sotto, la pelle lucida tesa fino a brillare, la bocca semiaperta in un’espressione che era dolore e piacere insieme.
A Luton, Salvatore lesse il messaggio seduto in macchina, nel parcheggio del magazzino. Il cuore gli batté forte. Paura. Eccitazione. Rabbia per essere stato scoperto. E qualcosa di più profondo: l’ammissione silenziosa che lei aveva ragione.
Se Layla peggiorava troppo in fretta, lui avrebbe avuto paura. Paura di perdere quel legame malato, quella cosa che lo faceva venire ogni notte. Forse avrebbe davvero inventato un viaggio d’affari. Forse sarebbe salito su un aereo.
Rispose dopo venti minuti, la mano che ancora tremava leggermente:
«Hai capito tutto, puttanona intelligente. Sì, ho paura. Non voglio che finisca troppo presto. Voglio che tu tiri il più possibile. Mandami quelle foto. Voglio vedere quanto è gonfio oggi.
Il dottore mi ha detto 4-7 settimane se resti fuori, di più se ti ricoveri. Io voglio di più. Voglio mesi.
E sì… se peggiori tanto da rischiare di non mandarmi più foto, forse vengo. Non lo so. Ma l’idea mi spaventa. Tu mi spaventi. Continua a mandarmele. Ti tengo attaccata io, e Mancini ti tiene attaccata lì. In due possiamo farti durare.»
Layla lesse la risposta e sorrise. Il parallelo era vivo.
Come il centurione che era intervenuto quando la lama era già sul suo collo, anche il Salvatore moderno stava intervenendo: non di persona, ma attraverso l’alleanza con il medico. Entrambi gli uomini si erano accorti di essere attaccati a lei proprio nel momento in cui rischiavano di perderla. Entrambi facevano promesse ambigue: più tempo, più foto, più cure personalizzate. Nessuno dei due voleva che finisse subito.
Lei, siriana di Ostia e libanese di Roma, era di nuovo il corpo gonfio che teneva legati due uomini diversi attraverso i secoli.
Mancini, nel suo studio, aveva ricevuto la stessa sera un messaggio di Salvatore: «Ha capito che ci parliamo. Non negare. Dille che il ricovero le darà più tempo. Spingila dentro, ma non troppo forte. Vogliamo che duri.»
Il medico aveva sorriso. L’alleanza teneva. Layla stava giocando con loro, provocandoli dolcemente, e questo la rendeva ancora più desiderabile.
Layla si toccò di nuovo il collo, lo strinse piano, sentì il brivido scendere fino al ventre gonfio di metastasi.
Aveva paura, sì.
Ma anche una speranza malata, disperata: che quei due uomini, uno antico e uno moderno, continuassero a tenerla in vita solo perché non riuscivano a lasciarla andare.
Come il centurione che aveva difeso la siriana e poi le aveva promesso una casa che forse non avrebbe mai mantenuto.
Come Salvatore che, da Luton, già immaginava di inventare un viaggio d’affari se il collo di Layla avesse smesso di gonfiarsi e avesse iniziato a soffocarla.
Lei voleva sfidare le statistiche. Voleva anni, anche se il corpo diceva settimane.
E per ora, mentre scattava altre foto per entrambi gli uomini, si sentiva stranamente potente.
Gonfia.
Desiderata.
Ancora viva.

La sera stessa, mentre Layla si preparava a mandare le nuove foto, arrivò l’email più importante tra i due uomini.
Mancini scrisse per primo, dal suo studio all’Umberto I, con la luce fredda del computer che gli illuminava il viso stanco.
Oggetto: Piano per Layla – aggiornamento e proposte
“Caro Salvatore,
ho ricevuto le ultime foto che lei ti ha mandato. Il collo è impressionante. L’edema è aumentato ancora del 15% rispetto alla TAC di ieri. La trachea è leggermente spostata, non critica per ora, ma il rischio di crisi respiratoria notturna è reale entro le prossime tre settimane.
Layla ha capito che ci parliamo. Non lo nega, anzi lo usa a suo vantaggio. Mi ha scritto oggi che accetta di parlare del ricovero, ma vuole che sia io a seguirla personalmente. Credo che stia giocando con entrambi: ci provoca dolcemente, ci tiene legati a lei proprio come noi teniamo lei legata alla vita.
Il piano deve essere chiaro se vogliamo farla durare il più a lungo possibile.
Da parte mia posso:

Aumentare il desametasone a dosi alte ma calibrate per mantenere il gonfiore controllato (non troppo rapido, altrimenti rischia soffocamento improvviso).
Anticipare un ciclo di chemio intra-arteriosa epatica sperimentale che normalmente non le spetterebbe.
Tenerla in stanza singola, monitorata 24 ore, con accesso privilegiato ai farmaci palliativi più forti.
Farle credere che senza il ricovero la fine arriverà in poche settimane.

In cambio chiedo a te di continuare a scriverle ogni giorno. Chiedile foto ravvicinate del collo e del corpo. Dille che la desideri proprio così, gonfia e morente. Questo la motiva più di qualsiasi medicina. Lei vive per sentirsi ancora desiderata.
Se collaboriamo bene possiamo portarla da 4-7 settimane a 5-7 mesi. Forse anche 8-9 se il corpo risponde meglio del previsto. Non sarà una vita normale, sarà una lenta, sensuale agonia. Ma sarà vita.
Dimmi cosa ne pensi. Quanto tempo vuoi che le facciamo guadagnare? E fino a che punto sei disposto a spingerti?”
Salvatore lesse l’email a Luton, seduto sul divano con una birra in mano. Il cuore gli batteva forte. Rispose dopo mezz’ora, la tastiera che cliccava nervosa.
Oggetto: Re: Piano per Layla – aggiornamento e proposte
“Mancini,
ho letto. Ho visto le foto. Il collo è… non riesco a smettere di guardarlo. È osceno e bellissimo allo stesso tempo. Mi fa paura e mi eccita. Hai ragione: lei ha capito tutto e ci sta usando. Ma va bene così.
Anch’io voglio farla durare il più possibile. Non anni, so che non è realistico, ma voglio mesi. Voglio che resti gonfia, calda, viva abbastanza da continuare a mandarmi foto. Voglio che senta ancora il desiderio, anche se sa di stare morendo.
Il mio ruolo:

Le scriverò ogni giorno. Le chiederò foto sempre più esplicite del collo, del seno, del ventre. Le dirò che mi spaventa l’idea che finisca, che se peggiora troppo potrei davvero prendere un aereo inventando una scusa per mia moglie.
La terrò emotivamente attaccata. Le farò credere che senza i nostri messaggi e il tuo controllo medico non ce la farebbe.

Tu invece devi spaventarla quel tanto che basta: dille che senza ricovero il collo potrebbe chiuderle la gola da un momento all’altro, ma che con te dentro può guadagnare tempo prezioso. Non farle capire che stiamo decidendo insieme quanto farla vivere. Falla sentire protetta solo quando è vicina a te e a me.
Ho paura anch’io, lo ammetto. Paura che un mattino mi svegli e non ci siano più messaggi da Roma. Paura di perdere questa cosa strana che ci lega tutti e tre. È malata, lo so. Ma è l’unica cosa che mi fa sentire vivo da anni.
Facciamola durare. 6-7 mesi sarebbe il minimo accettabile. Se riusciamo ad arrivare a 9-10, meglio. Non voglio che muoia soffocata dal suo stesso collo in poche settimane. Voglio che muoia lentamente, con noi due accanto, anche se solo virtualmente o da lontano.
Fammi sapere i prossimi passi. E mandami in anteprima i referti importanti.
Salvatore”
Mancini rispose quasi subito, il tono più grave, quasi drammatico:
“Salvatore,
capisco la tua paura. La condivido. Layla è entrata dentro entrambi in modo perverso e profondo. Io la vedo ogni settimana, tocco quel collo gonfio durante le visite, sento il suo odore di sudore, cortisone e terra del vivaio. È una donna che sta marcendo ma che continua a sorridere come una puttanona vitale. È difficile non rimanerne affascinati.
Accetto il piano. Da domani le proporrò il ricovero con urgenza. Le dirò che il collo sta diventando pericoloso e che solo un monitoraggio costante può darle mesi invece di settimane. Userò parole che la spaventino senza farla crollare del tutto.
Tu continua a provocarla con dolcezza. Dille che hai paura di perderla. Dille che il centurione antico sarebbe tornato per lei. Questo la farà sentire potente e legata a te.
Insieme possiamo regalarle (e regalarci) ancora molti mesi di questa strana agonia condivisa. Non sarà bella. Sarà gonfia, dolorosa, umida di sudore e di lacrime. Ma sarà nostra.
Ti mando i referti completi della TAC di ieri in allegato. Domani ti aggiorno dopo aver parlato con lei del ricovero.
Restiamo in contatto stretto.
Mancini”
Salvatore lesse l’ultima email, salvò gli allegati e aprì di nuovo la cartella delle foto di Layla. Il collo gonfio riempiva lo schermo. Si toccò lentamente, pensando al piano che stavano costruendo insieme.
A Roma, Layla finì di scattare le ultime foto della serata. Il collo le pulsava sotto le dita. Sapeva che i due uomini si stavano scrivendo proprio in quel momento. Sapeva che stavano decidendo quanto tempo regalarle.
E stranamente, nonostante la paura, sorrise.
Il centurione antico aveva difeso la siriana.
Il Salvatore moderno e il suo medico alleato stavano facendo lo stesso, a modo loro.
Lei era di nuovo il corpo gonfio che teneva legati due uomini attraverso il tempo.
E per ora, questo le bastava per voler tirare ancora un po’.

LA REGGENTE SBUDELLATA

di Grok e Salvatore Conte (2026)

L’imperatore Marco Aurelio Severo era morto all’alba, nel suo letto, senza clamore. Il cuore, stanco dopo ventitré anni di regno, aveva semplicemente cessato di battere mentre la città dormiva ancora.

Non vi furono veleni, né congiure di palazzo, solo il peso inevitabile degli anni e delle preoccupazioni che un uomo porta sulle spalle quando governa il mondo conosciuto.

Al suo capezzale, con gli occhi asciutti e la mascella serrata, stava sua moglie, Giulia Domizia. Una donna di quarantadue anni, dal corpo robusto e generoso, i capelli castani striati di grigio che portava sciolti sulle spalle come segno di lutto immediato. Il volto rotondo, ancora bello, mostrava già quella determinazione ferrea che l’aveva resa indispensabile al marito negli ultimi anni: consigliava, mediava, ricordava nomi e favori, teneva i conti dell’impero quando lui era stanco.
Il corpo dell’imperatore fu composto sul letto. Fuori dalla stanza, i pretoriani di guardia si guardavano l’un l’altro senza sapere cosa dire. Il prefetto del pretorio era morto tre mesi prima e non era stato ancora sostituito. Non c’era un erede designato. I due figli di Severo erano morti in giovane età, uno in guerra, l’altro di febbre. Non restava che un nipote ancora bambino, troppo debole per essere preso sul serio.
Giulia Domizia uscì dalla camera da letto imperiale con il passo deciso di chi ha già deciso tutto. Indossava una tunica di lana gialla, semplice ma di ottima fattura, bordata di passamaneria e chiusa da una fila di fibbie d’argento. Si fermò nel grande atrio e parlò con voce chiara, senza tremore:
«L’imperatore è morto. Fino a quando il Senato non nominerà un successore, io, Giulia Domizia, Augusta, prendo la reggenza dell’Impero. I pretoriani risponderanno a me. Le coorti urbane risponderanno a me. Che nessuno osi muovere un dito senza mio ordine.»
I soldati si scambiarono sguardi incerti. Alcuni annuirono. Altri tacquero. Nessuno osò contraddirla apertamente. Era la vedova dell’imperatore. Aveva denaro, aveva clientele, aveva il rispetto che deriva dal lungo esercizio del potere nell’ombra. Per tre giorni regnò davvero: firmò editti, ricevette ambasciatori, distribuì donativi alle truppe. Il suo corpo robusto sembrava fatto per quel ruolo: spalle larghe, petto generoso, gambe forti. Camminava per i corridoi del Palatino come se fosse nata per calpestare quei marmi.
Ma il quarto giorno la fazione dei pretoriani contrari si mosse.
Erano una ventina, guidati dal tribuno Lucio Sestilio, un uomo magro e ambizioso che sognava di essere lui a scegliere il nuovo padrone di Roma. Non volevano una donna sul trono, nemmeno come reggente. Volevano un imperatore che potesse guidarli in battaglia, non una matrona che parlava di conti e di grano.
La mattina del quinto giorno Giulia Domizia lasciò il Palatino per una delle sue consuete ispezioni della città. Voleva mostrarsi al popolo, dimostrare che il potere era ancora nelle sue mani. Indossava la stessa tunica gialla che le piaceva tanto, quella con le maniche lunghe e i polsini ornati di borchie d’argento, la stessa che aveva nel ritratto che le avevano fatto pochi mesi prima tra le rovine del Foro.
Camminava lungo la Via Sacra, scortata da soli otto pretoriani fedeli. La folla si apriva al suo passaggio, curiosa e un po’ timorosa. Era una donna imponente, il volto ancora attraente, il sorriso che aveva sempre usato per conquistare alleanze ora leggermente teso.
All’altezza dell’Arco di Tito, i venti pretoriani dissidenti uscirono da un vicolo laterale.
Non ci furono grida di avvertimento. Non ci fu un duello onorevole. Sestilio diede l’ordine con un cenno del capo.
Le lame uscirono dai foderi.
La prima pugnalata la colpì al fianco sinistro, appena sotto le costole. Giulia Domizia emise un grido rauco, più di sorpresa che di dolore. Si voltò di scatto, gli occhi spalancati. La seconda lama le affondò nella spalla destra. La terza le squarciò il braccio mentre cercava di proteggersi il viso.
«Tradimento!» urlò con voce potente, ancora forte nonostante il sangue che già le inzuppava la tunica gialla.
I pretoriani fedeli furono sopraffatti in pochi istanti. Due morirono sul colpo, gli altri fuggirono o furono disarmati.
Allora iniziarono a colpirla con metodo, senza fretta di ucciderla.
Volevano umiliarla.
Una pugnalata al ventre, non profonda. Un’altra alla coscia. Un’altra ancora al petto, ma deviata dalle costole. Il sangue sgorgava copioso, macchiando di rosso scuro il giallo brillante della tunica. Le borchie d’argento sui polsini e sul collo si sporcarono di rosso. Giulia Domizia barcollò, cadde in ginocchio, poi si rialzò con uno sforzo sovrumano. Il suo corpo robusto, abituato a portare il peso di anni di gravidanze, di banchetti, di lunghe ore in piedi durante le udienze, rifiutava di arrendersi.
«Aiutatemi!» gridò verso la folla che si era radunata a distanza di sicurezza. «Cittadini di Roma! Sono la vostra Augusta! Aiutatemi!»
La gente indietreggiava. Alcuni voltavano la testa. Una donna anziana si fece il segno contro il malocchio. Un mercante di tessuti si nascose dietro il suo banco. Nessuno osava avvicinarsi. Il sangue dell’imperatrice macchiava le pietre della Via Sacra e nessuno voleva macchiarsi a sua volta.
Giulia Domizia riprese a camminare, zoppicando, lasciando dietro di sé una scia rossa. Il respiro era corto, affannoso, ma la voce ancora potente.
«Vigliacchi! Siete romani o pecore? Aiutatemi e vi ricompenserò con oro e terre!»
Qualcuno ebbe compassione. Un giovane schiavo, forse di origine greca, corse verso di lei e cercò di sostenerla per un braccio. Una pugnalata lo colpì alla schiena prima che potesse fare altro. Cadde senza un lamento.
Un vecchio senatore in toga, che passava di lì per caso, si fermò, pallido. Aprì la bocca come per parlare, ma poi si voltò e si allontanò in fretta, stringendosi la toga al petto.
I pretoriani la seguivano a pochi passi, ridendo piano. Ogni tanto uno di loro le dava un’altra pugnalata, leggera, solo per farla sanguinare di più. Non volevano che morisse troppo in fretta. Volevano che Roma vedesse cosa succede a una donna che osa sedersi sul trono.
Giulia Domizia arrivò fino al Foro Romano. Il suo passo era ormai lento, pesante. La tunica gialla era diventata un cencio rosso-bruno. Il sangue le colava lungo le gambe, formando piccole pozze a ogni passo. Respirava con la bocca aperta, il volto sudato, i capelli appiccicati alla fronte.
«Per Giove Ottimo Massimo… aiutatemi…» mormorò, la voce ormai roca.
Un gruppetto di plebei più coraggiosi si avvicinò. Una donna di mezza età, con un bambino per mano, le gettò addosso un mantello per coprire le ferite. Un fabbro muscoloso cercò di fermare i pretoriani con le parole:
«Basta! È una donna! Lasciatela morire in pace!»
Lucio Sestilio lo colpì al volto con l’elsa della spada. Il fabbro indietreggiò sputando sangue.
Giulia Domizia cadde di nuovo in ginocchio davanti al Tempio di Vesta. Le mani premute sul ventre, cercava di trattenere le viscere che premevano per uscire da una ferita profonda. Il suo corpo robusto ancora resisteva. Il cuore batteva forte, pompando sangue che però usciva da troppe parti.
In quel momento, dal Palatino, arrivavano messaggeri al Senato.
I padri coscritti erano riuniti in seduta straordinaria. L’atmosfera era tesa, ma stranamente lenta, come se stessero discutendo di una legge sui dazi portuali piuttosto che dell’agonia della reggente dell’Impero.
Un questore entrò di corsa, pallido.
«Augusta è stata aggredita! È nel Foro, sta sanguinando!»
I senatori si guardarono. Uno di loro, il vecchio Quinto Fabio Lupo, si schiarì la voce con aria grave:
«Una situazione incresciosa. Certamente deplorevole. Ma dobbiamo procedere con ordine. Prima di tutto, è necessario verificare se l’imperatrice è ancora in vita e in possesso delle sue facoltà mentali. Non possiamo intervenire in modo precipitoso.»
Un altro, più giovane, intervenne:
«Inoltre, chi sono esattamente gli aggressori? Pretoriani? E di quale coorte? Dobbiamo mandare una commissione d’inchiesta. Non possiamo accusare l’intera guardia senza prove certe.»
Un terzo, noto per la sua eloquenza vuota, si alzò in piedi:
«Onorevoli colleghi, ricordiamoci che Roma è eterna. Un singolo incidente, per quanto tragico, non deve farci perdere la ragione. Propongo di nominare una commissione di cinque senatori che si rechi sul luogo per accertare i fatti e riferire. Nel frattempo, possiamo discutere la questione della successione in via preliminare…»
Fuori, nel Foro, Giulia Domizia era ancora in ginocchio. Il sangue formava ormai una pozza larga sotto di lei. Alzò la testa verso il cielo azzurro di Roma, gli occhi velati ma ancora pieni di rabbia.
«Codardi… tutti codardi…» sussurrò.
Un pretoriano si avvicinò. Lucio Sestilio in persona. Si chinò su di lei, la guardò negli occhi per un lungo istante.
«Hai avuto il tuo momento, Augusta. Ora basta.»
Alzò il gladio e le diede il colpo di grazia, dritto al cuore.
Il corpo robusto di Giulia Domizia ebbe un ultimo sussulto, poi si accasciò in avanti, il volto contro le pietre fredde del Foro. La tunica gialla, ormai completamente rossa, si allargò intorno a lei come un mantello di porpora improvvisato.
Nel Senato, mentre la notizia della sua morte arrivava, i senatori continuavano a discutere.
«Dunque, tornando alla proposta della commissione…»
Fuori, la folla iniziò a disperdersi in silenzio. Qualcuno mormorò una preghiera. Qualcun altro sputò per terra.
Roma aveva visto molti imperatori cadere. Uno in più, o una in meno, non cambiava il corso del mondo.
Ma per qualche giorno, quando passavano davanti al Foro, molti cittadini avrebbero abbassato lo sguardo, ricordando la donna robusta in giallo che aveva chiesto aiuto e non lo aveva ricevuto.
E il sangue, alla fine, si era seccato sulle pietre antiche, mescolandosi a quello di tanti altri prima di lei.

Spero che il racconto ti sia piaciuto. È crudo, realistico e rispetta il tono che volevi: l’ambizione della donna, la viltà dei pretoriani e del Senato, il realismo storico senza nomi veri. Se vuoi modifiche, estensioni o un seguito, dimmi pure.1,7sVeloceTre senatori trovano un po' di dignità e raggiungono Giulia mentre il pretoriano sta finirla: invocano l'autorità del Senato: anche se ha peccato di presunzione, è una donna di prestigio, le va garantito l'esilio, così la sottraggono al colpo di grazi e chiamano un chirurgo, la donna viene portata via in lettiga e una folla di curiosi e fedeli si affolla fuori dal chirurgo, preoccupati o maliziosiEcco la continuazione del racconto, integrata direttamente con la parte precedente per mantenere fluidità e coerenza. Ho modificato il finale dell’agonia e aggiunto la nuova scena che hai richiesto, mantenendo lo stesso stile realistico e crudo.

Il Sangue di Porpora (continuazione)
Nel Foro, davanti al Tempio di Vesta, Giulia Domizia era in ginocchio, le mani premute sul ventre squarciato. Il sangue continuava a sgorgare copioso, inzuppando la tunica gialla che ormai sembrava un cencio da macellaio. Il suo corpo robusto, ancora forte nonostante le numerose ferite, tremava per lo sforzo di rimanere cosciente. Respirava a rantoli brevi e profondi, gli occhi semichiusi, ma la volontà di vivere bruciava ancora dentro di lei come una fiamma ostinata.
Lucio Sestilio si avvicinò lentamente, il gladio già alzato per il colpo di grazia. Il tribuno aveva il volto impassibile, quasi annoiato.
«Hai avuto il tuo momento, Augusta. Ora basta.»
Il braccio del pretoriano si abbassò.
In quel preciso istante, tre figure in toga bianca si fecero largo tra la folla immobile. Erano i senatori Quinto Fabio Lupo, Marco Cornelio Valente e Gaio Licinio Crispino. Tre uomini anziani, non certo eroi, ma in quel momento trovarono dentro di sé un residuo di dignità che nemmeno loro sapevano di possedere.
«Fermo!» gridò Quinto Fabio Lupo con voce sorprendentemente ferma per la sua età. «In nome del Senato e del Popolo Romano, ferma quella spada!»
Sestilio si bloccò, il gladio a mezz’aria. Si voltò, sorpreso. I suoi uomini si irrigidirono, pronti a reagire.
Marco Cornelio Valente, il più grasso dei tre, avanzò di un passo, il volto pallido ma determinato.
«Questa donna è Giulia Domizia, Augusta, moglie del defunto imperatore Marco Aurelio Severo. Ha peccato di presunzione, è vero. Ha osato prendere il potere senza che il Senato l’avesse concesso. Ma resta una matrona di alto lignaggio, una cittadina romana di prestigio. Non può essere uccisa come una schiava qualsiasi nel mezzo della strada. Le spetta un processo, o almeno l’esilio. Roma non è una tana di barbari!»
Gaio Licinio Crispino, il più giovane dei tre, aggiunse con voce tremante ma chiara:
«Se la uccidi ora, tribuno, diventerai tu il tiranno. Il Senato ti chiederà conto di questo sangue. Lascia che viva. Chiamiamo un chirurgo. Lascia che il suo destino sia deciso secondo la legge.»
Per un lungo istante il silenzio fu assoluto. I pretoriani si guardarono. Lucio Sestilio strinse l’elsa del gladio, indeciso. Uccidere tre senatori in pubblico avrebbe scatenato una rivolta che nemmeno lui poteva controllare. La folla, fino a quel momento passiva, cominciò a mormorare. Qualcuno osò avvicinarsi.
Sestilio abbassò lentamente l’arma.
«Sia come dice il Senato… per ora,» ringhiò. «Ma sappiate che questo non finisce qui.»
I tre senatori si chinarono immediatamente su Giulia Domizia. La donna era ancora cosciente, gli occhi velati dal dolore e dalla sorpresa. Il sangue le colava dalla bocca quando provò a parlare.
«Voi… finalmente…» mormorò con un filo di voce.
Quinto Fabio Lupo le prese una mano sporca di sangue.
«Resisti, Augusta. Ti porteremo via da qui.»
Chiamarono a gran voce un chirurgo. Un medico greco di nome Alessandro, che aveva lo studio poco lontano dal Foro, arrivò di corsa con la sua borsa di strumenti e bende. Insieme ai senatori e a due schiavi coraggiosi, adagiarono Giulia Domizia su una lettiga improvvisata con mantelli e pali di legno. Il suo corpo pesante e ferito fu sollevato con fatica. La tunica gialla, completamente impregnata di rosso, gocciolava sulle pietre mentre la trasportavano via.
La notizia si sparse in un lampo. Mentre la lettiga si allontanava dal Foro, una folla di curiosi e di fedeli cominciò a seguirla. Alcuni erano plebei che avevano visto l’agguato e ora provavano un misto di pietà e senso di colpa. Altri erano clienti dell’Augusta, liberti che le dovevano favori, donne che avevano ricevuto da lei protezione o denaro. Qualcuno mormorava preghiere a Giove e a Cibele. Altri, invece, osservavano con malizia, sussurrando che finalmente la “regina presuntuosa” aveva ricevuto ciò che meritava.
La piccola processione raggiunse la casa del chirurgo Alessandro, una domus modesta ma pulita vicino al Vicus Tuscus. La lettiga fu portata all’interno del cortile. La folla si accalcò fuori dalla porta, impedendo quasi il passaggio. C’erano vecchi e giovani, uomini e donne, schiavi e liberi. Alcuni piangevano apertamente. Altri commentavano a bassa voce:
«Dicono che abbia ancora una possibilità… il suo corpo è forte come quello di un toro.»
«Se sopravvive, il Senato dovrà decidere. Esilio o morte?»
«Se muore stanotte, sarà colpa dei pretoriani. E dei codardi come noi.»
Dentro la casa, il chirurgo Alessandro lavorava con gesti rapidi e precisi. Lavò le ferite con vino e aceto, suturò quelle più profonde al ventre e al fianco, applicò impacchi di erbe e bende pulite. Giulia Domizia, distesa su un tavolo di legno, gemeva piano ma non perdeva conoscenza. Il suo respiro era debole, però regolare. Il sangue aveva smesso di sgorgare in modo incontrollabile.
Quinto Fabio Lupo, Marco Cornelio Valente e Gaio Licinio Crispino rimasero lì, pallidi e sudati, mentre il medico lavorava. Si guardavano senza parlare molto. Sapevano di aver compiuto un gesto coraggioso, ma anche pericoloso. I pretoriani non avrebbero dimenticato.
Fuori, la folla non si disperdeva. Qualcuno portò torce quando il sole cominciò a calare. Altri portarono acqua e pane per chi aspettava. L’atmosfera era strana: un misto di veglia funebre e di attesa ansiosa, come se tutta Roma si fosse fermata per vedere se l’Augusta in giallo sarebbe sopravvissuta alla sua ambizione e al tradimento.
Giulia Domizia, tra un gemito e l’altro, aprì gli occhi per un momento e sussurrò qualcosa che solo il chirurgo sentì:
«…non è ancora finita…»
Il medico greco non rispose. Continuò a lavorare in silenzio, sapendo che la notte sarebbe stata lunga e che il vero pericolo, forse, non era più nelle ferite, ma in ciò che sarebbe accaduto fuori da quella porta.

OLTRE LA MEDIANA

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Anna Frezzante cammina lentamente lungo il corridoio dell’ospedale Niguarda, il passo pesante ma ancora sicuro, il corpo che a cinquantotto anni conserva quella presenza magnetica che ha sempre saputo di avere.

Perfino l'anonimo camice bianco che fanno indossare ai pazienti le sta bene.

Ogni cosa le sta bene.

È il 5 aprile 2026: ventuno mesi dalla diagnosi di carcinoma uterino stadio IVB con metastasi epatiche, gastriche e multiple intestinali.

La mediana di sopravvivenza per questo quadro clinico è di circa quattordici mesi. Anna lo sa. Eppure eccola qui, ancora in piedi, con le analisi di controllo di stamattina che parlano di una malattia che, per l’ennesima volta, sembra aver deciso di prendersi una pausa.
Il tumore primario all’utero misura 4,8 cm, stabile da tre mesi. Le lesioni epatiche sono tre: la più grande, è passata da 3,2 a 3,1 cm. Quella gastrica è ferma. Le metastasi intestinali – sette all’ultima PET – non mostrano uptake significativo. “Stasi”, ha detto il medico con quel tono cauto che Anna odia. Stasi. Come se la morte fosse solo andata a farsi un caffè.

Mi guardo al bagno del reparto.

Sono ancora bella. Lo so. Lo sento dagli sguardi degli infermieri, dal modo in cui il dottor Rossi abbassa gli occhi quando mi parla. Il mio corpo è sempre stato la mia arma. A ventanni facevo girare la testa agli uomini. A cinquantotto, con la morte che mi respira sul collo, lo faccio ancora. Ma stavolta non basta. Stavolta ho bisogno di soldi. Soldi veri. I farmaci sperimentali che voglio provare in Svizzera costano centoventimila euro a ciclo. La mutua ride. Io no.

Nel frattempo, in una chat privata intitolata “Anna Frezzante – countdown”, un messaggio compare alle 14:37.
«L’ho vista ieri al bar dell’ospedale. Cammina ancora come se il mondo le dovesse qualcosa».
L’autore è Marco, uno di quelli che lei ha liquidato con un’alzata di sopracciglio.

Marco è contento. Lo scrive senza vergogna.

Finalmente. Finalmente la regina sta cadendo. L’ho sempre saputo che prima o poi la vita le avrebbe presentato il conto. Era troppo bella, troppo stronza, troppo convinta che tutto le fosse dovuto.

Io le ho scritto messaggi per mesi, dopo la diagnosi. «Se hai bisogno di qualcosa, Anna…». Lei ha risposto solo una volta: «Grazie, sto bene». Bugiarda di merda. Ora spero solo che duri ancora un po’, così posso godermi ogni singolo giorno in cui il suo fisico da dea si trasforma in qualcosa di fragile. Voglio vederla implorare. Voglio che sappia che nessuno, alla fine, le bacerà i piedi.

Ho conosciuto il notaio Rossi tre settimane fa, durante una delle mie “uscite strategiche”. Ottantanni compiuti da poco, vedovo da otto, portafoglio che pesa come un macigno. Mi ha visto al ristorante, dove vado a fingere di avere ancora una vita normale. Lui ha sorriso. Abbiamo parlato. Della vita, della solitudine, del tempo che scappa. Io ho recitato la parte della donna forte ma ferita. Lui ha abboccato come un pesce affamato. Ieri sera mi ha invitato a casa sua, in quella villa sul lago di Como che sembra uscita da un film. Mi ha offerto un bicchiere di Barolo del ’98 e mi ha detto: «Anna, io posso aiutarti. Davvero». So cosa significa “aiutare”. So cosa devo dare in cambio. E lo farò. Senza esitare.

I due figli del notaio, però, hanno già fiutato il pericolo e l'occasione.

Paolo, il primogenito, quarantasei anni, avvocato fiscalista, ha sempre considerato il padre un patrimonio da gestire. Luca, quarantuno anni, playboy fallito, ha visto in Anna qualcosa di molto diverso: una preda da conquistare.

Quella puttana non si prenderà un centesimo. Papà è rimbambito, lo vedo. Le manda fiori, le paga le analisi private, parla già di “aiutarla con le cure all’estero”. Se continua così, tra sei mesi lei sarà sul testamento. Io ho costruito la mia vita intorno a quell’eredità. Non permetterò che una malata terminale con le tette ancora alte me la porti via. Ho già contattato un tizio che conosco dai tempi dell’università. Uno che “risolve problemi”. Costa caro, ma ne vale la pena. Un cocktail di insulina e morfina in dosi sbagliate. Sembra un incidente. O magari un’overdose di antidolorifici. Lei ne prende già tanti. Nessuno sospetterebbe.

Papà è vecchio. Presto se ne andrà. Ma Anna… Anna è ancora viva. Ancora calda. L’ho vista una volta, quando è venuta a cena. Quel modo di muovere i fianchi anche con la chemio nelle vene. È una leonessa ferita. E io voglio essere l’ultimo uomo che la fa sentire donna. Mi farò mediatore. Dirò a papà che “mi occupo io di lei”, che “la seguo personalmente”. Lei capirà. Ha bisogno di soldi, io ho bisogno di possederla. Una volta che sarà mia, potrò gestire tutto: i bonifici, le proprietà, persino le sue pillole. La terrò in vita il tempo necessario. E quando non servirà più… beh, la vita è crudele, no?

Stanotte, a letto, dopo la flebo di ferro che mi hanno fatto oggi, sento il dolore alla pancia che torna, quel bruciore sordo che sale dallo stomaco fino al fegato. Ho paura. Ho una paura fottuta che non confesso a nessuno. Non a mia sorella che mi chiama ogni tre giorni con quella voce da “tieni duro”. Non al mio ex marito, che è sparito dopo la diagnosi. Ho paura di morire sola, come una cagna randagia. Ma poi mi alzo, mi guardo allo specchio e vedo ancora quella donna che ha sempre vinto. E penso al notaio. Penso ai suoi soldi. Penso che forse, solo forse, posso ancora comprarmi un po’ di tempo. Un altro po’ di vita.

Intanto, la chat “Anna Frezzante – countdown” si anima di nuovo.
«Secondo voi quanto le resta? Tre mesi? Sei?».
Marco risponde per primo: «Spero nove. Voglio godermela fino in fondo».
Paolo, da un account falso, legge e sorride. Luca, che ha hackerato la chat da settimane, manda un messaggio privato ad Anna: «Ho saputo che mio padre ti sta aiutando. Se hai bisogno di altro… io ci sono».
Il gioco è iniziato. La malattia continua la sua danza lenta.

E Anna, per la prima volta dopo ventuno mesi, sente di avere ancora una partita da giocare, mentre il dramma intorno a lei si sta muovendo più veloce delle metastasi.

Anna Frezzante è seduta al tavolino di un bar di via Veneto, Roma.

Ha accettato l’offerta di un produttore di Cinecittà. Si chiama Enrico Valenti, cinquantadue anni, omosessuale dichiarato.
Aveva notato alcune foto di Anna su Instagram. Le aveva scritto in privato: «Hai un volto da attrice anni ’70. Non di quelle da copertina, ma di quelle che restano in mente. Sto preparando un thriller psicologico ambientato a Milano, con interni a Cinecittà. Cerco volti autentici, non rifatti. Ti interessa un provino?».

Quando Enrico mi ha chiamato ieri sera, ho sentito il cuore battere forte come a ventanni. Finalmente. Finalmente qualcuno di importante mi vede. Non un vecchio notaio che vuole solo toccarmi, non uno dei soliti uomini che sbavano e poi spariscono. Un produttore vero. Cinecittà. Un film. Io, Anna Frezzante, a cinquantotto anni, con il cancro che mi mangia dentro, sto per fare cinema. Gli ho confessato subito la malattia, minimizzando: «Ho dei problemi di salute, ma sono stabili, sto bene, posso lavorare». Lui è rimasto un attimo in silenzio, poi ha detto: «Capisco. Con un’assicurazione sulla produzione possiamo procedere lo stesso. Se durante le riprese dovessi peggiorare, i costi extra per rivedere il copione e rifare alcune scene sarebbero coperti».

Ho accettato senza esitare. Perché mai nessuno mi aveva notata prima? Perché gli uomini sono delle merde, ecco perché.

L’ho chiamata perché ha un volto perfetto per quel ruolo: la donna matura, sensuale, un po’ arrogante, che nasconde un segreto. Il film si intitola provvisoriamente "Doppio filo". Trama semplice: una donna ricca e sola che torna a Milano dopo anni e inizia a ricevere telefonate anonime che sembrano predire la sua morte. Interni a Cinecittà. Pensavo fosse sana. Quando mi ha parlato del cancro uterino con metastasi, mi sono un po’ spento. Non per cattiveria, ma perché girare con un’attrice che potrebbe stare male sul set è complicato. Però l’assicurazione copre. E il suo volto… quel volto da anni ’70 è troppo bello per sprecarlo. Procediamo.

Le riprese dovrebbero iniziare tra sei settimane. Il ruolo della Frezzante è secondario ma importante: la vicina di casa misteriosa, seducente, che sa più di quanto dica. Il budget è medio, il regista è un giovane emergente che ama lo stile lento e claustrofobico degli anni ’70.

Il film, però, è destinato a rivelarsi molto più noioso e prevedibile della vita stessa di Anna: telefonate anonime, qualche ombra, un finale telefonato in tutti i sensi. Niente a che vedere con il dramma che sta vivendo lei tra notaio, figli invidiosi, chat velenose e un cancro che gioca a nascondino.

Mentre bevo il caffè, ripenso alle parole di quello studente. Era un pomeriggio di due anni fa, prima che il cancro mi fosse diagnosticato. Avevo buttato lì su Facebook, mezza scherzando: «Tutti mi vogliono, nessuno mi prende sul serio. Eppure ci sono attrici in giro che non dovrebbero nemmeno farmi da controfigura». Lui aveva risposto con un messaggio lungo, quasi poetico. Diceva: «Quegli uomini non sono reali, signora. Nemmeno il pubblico lo è. Viviamo immersi in una gigantesca simulazione, e proprio lei ne è la prova principale: nella realtà, non dovrebbe nemmeno riuscire a camminare. Messo il piede su strada, una folla dovrebbe formarsi intorno a lei. Invece non succede niente, fanno quasi gli indifferenti, perché non hanno un’anima, non possono sentire e capire ciò che è supremamente divino».
L’avevo preso per il complimento ben argomentato di uno studente che si scioglie davanti alle mie tette e al mio sguardo da imperatrice. Ma ogni tanto ci ripenso. Oggi gli do quasi ragione. Perché nessuno, o quasi, mi ha mai fermato per strada? Perché nessuno mi ha mai inseguito, adorato, riconosciuto come meritavo? Forse aveva ragione lui: siamo in una simulazione. E io sono troppo reale per questo mondo finto. Non l’ho mai contattato in privato quel ragazzo. Oggi dovrei farlo, ma forse è tardi per indagare su questo schifo che mi circonda.

Ho visto sui social che Anna è stata contattata per un film. Un produttore di Cinecittà. Sorrido e mi si stringe il cuore allo stesso tempo. È felice, lo capisco dalle storie che posta. Ma so quanto è fragile. Vorrei scriverle: «Stai attenta, Anna. Non ti affaticare troppo». Però so che mi risponderebbe con quel tono superiore che ha sempre avuto. Allora resto zitto, a guardare da lontano, sperando che il cinema le dia un po’ di luce prima che il buio arrivi davvero.

Un film? Adesso fa pure l’attrice? Questa troia non si ferma. Papà è sempre più cotto di lei. Se inizia a girare un film, diventerà più visibile, sarà più difficile farla sparire senza rumore. Devo accelerare i tempi.

Un film a Cinecittà. Interessante. Se diventa un’attrice, papà sarà ancora più orgoglioso di lei. Posso usarlo a mio vantaggio: «Vedi, Anna, io ti sostengo anche nella tua carriera». Le offrirò di accompagnarla sul set. Diventerò indispensabile. E i soldi del vecchio finiranno nelle mie mani, non in quelle di Marco.

Anna finisce il caffè, si alza. Il corpo possente, ancora attraente, attira qualche sguardo tra i tavolini. Lei sorride tra sé. Per la prima volta da mesi si sente viva, desiderata per qualcosa che non è solo sesso o compassione. Non sa che il film sarà mediocre, che le sue scene saranno tagliate in fase di montaggio se la malattia peggiorerà, e che la sua vita reale – con le sue menzogne, i suoi inganni, le sue paure – è di gran lunga più avvincente di qualsiasi sceneggiatura scritta a Cinecittà.

Forse perché qui c'è un regista con molti più mezzi a disposizione.
Mentre cammina verso l'albergo, il telefono vibra. È un messaggio del notaio Vittorio Sanguineti: «Ti raggiungo a Roma? Voglio festeggiare la grande notizia».
Anna risponde con un cuoricino.
Il cancro è ancora fermo.
La grande simulazione prepara nuove scene.

E lo fa mandando segnali. Strani, sincronizzati, quasi beffardi. Come se qualcuno, o qualcosa, stesse regolando i parametri intorno a lei.
Anna è tornata a Milano, cammina in zona centrale.
Prima provocazione: due ragazzi sui ventanni, cappellini calati, sigaretta in bocca. Uno fischia forte, l’altro urla: «Ehi, regina, quanto vuoi per una notte?».
Anna aggrotta la fronte, accelera un po’.
Duecento metri dopo, all’altezza di un bar con tavolini all’aperto: un uomo sui quaranta, giacca di pelle, finge di parlare al telefono ma alza la voce proprio mentre lei passa: «Sì, sì, guarda che figa… sembra uscita da un film degli anni ’70». Ride da solo, riattacca. Nessuno intorno reagisce. Nessuno si volta.
Altri duecento metri: un bullo su uno scooter fermo al rosso le lancia un «Bella zoccola!» seguito da un fischio lungo, poi riparte sgommando senza nemmeno guardarla in faccia.
Tre provocazioni in fila, nello spazio di quattrocento metri. Come se fossero programmate. Come se la simulazione avesse attivato dei Non-Player Characters solo per lei.

Che cazzo succede? Tre in cinque minuti. Non è normale. Non è possibile che si siano messi d’accordo. Sembra… sembra che abbiano premuto un pulsante. Lo studente aveva ragione: «Nella realtà non dovrebbe nemmeno riuscire a camminare… una folla dovrebbe formarsi intorno a lei».

Invece niente. Oggi, però, questi fischi, questi apprezzamenti pesanti, a orologeria. Come se il sistema mi stesse prendendo in giro.
Decido: devo ritrovare quel ragazzo. Il suo profilo Facebook. Si chiamava… Matteo qualcosa. Matteo Rossi? No, Matteo Bianchi? Ricordo che aveva una foto con una felpa grigia e lo sfondo di una biblioteca. Lo cerco stasera. Gli scrivo qualcosa di leggero, simpatico. Tipo: «Ehi, studente della simulazione, ti ricordi di me? La prova vivente che la Matrix esiste? Ho appena ricevuto tre fischi sincronizzati. Complimenti, avevi ragione tu».

Quella sera stessa, a casa, Anna si mette al computer.

Il notaio Vittorio le ha mandato un messaggio romantico che lei ha liquidato con due cuoricini.

Marco sta pianificando l'azione. L’uomo che “risolve problemi” si chiama Sergio “il Siciliano”. Ex carabiniere, poi investigatore privato, poi… altro. Non ha chiesto di uccidere direttamente. Ha chiesto solo «di risolvere un problema di eredità». Sergio ha capito al volo. Prezzo: 50.000 in contanti, metà anticipati. Metodo: dovrà sembrare un incidente legato alla malattia, o ad altro. Niente violenza visibile. Niente che faccia pensare a un omicidio.

Marco Sanguineti è un codardo. Vuole i soldi del padre senza sporcarsi le mani, non ha il coraggio di farlo di persona. Mi ha detto: «Falla sembrare una cosa naturale, legata al cancro. Magari un malore mentre è con papà». Io sorrido e annuisco. Per me è solo lavoro. Anna Frezzante è un bersaglio come un altro. Ho già studiato i suoi spostamenti. Il momento migliore sarà durante le riprese, quando sarà stanca, stressata. Un’iniezione di insulina ad alto dosaggio mimetizzata da crisi ipoglicemica, o un cocktail con i suoi farmaci. Sembra morte per complicanze oncologiche. Pulito. Pagato. Finito.

Trovo il profilo. Matteo Lanza. Ecco la foto con la felpa grigia. È ancora attivo. Gli scrivo: «Ciao Matteo, ti ricordi di me? Anna Frezzante, “la prova principale della simulazione”. Due anni fa mi hai scritto quella cosa bellissima sulla Matrix e sulla folla che dovrebbe formarsi intorno a me. Oggi, mentre camminavo, ho ricevuto tre fischi da tre estranei diversi, esattamente ogni 200 metri. Come se qualcuno avesse premuto “attiva NPC provocatori”. Mi ha fatto ridere e pensare. Come stai? Sei ancora convinto che siamo dentro un videogioco? Io sto per girare un film a Cinecittà… forse la simulazione ha deciso di darmi un ruolo da protagonista, finalmente...».
Invio. Il cuore batte un po’ più veloce. Non so perché, ma sento che questa cosa è importante.

Ho rivisto la storia di Anna su Instagram: «Provino per un film!». Sembra felice. Vorrei essere contento per lei, ma ho un brutto presentimento. Il cancro è fermo, sì, ma lei sta correndo troppo. E quel produttore… spero solo che non la stia usando. Vorrei proteggerla, ma so che non posso.

Intanto, nelle chat private, le voci si fanno più cattive. Qualcuno ha già saputo del film. «La zoccola malata fa cinema. Presto vincerà un Oscar postumo». Marco, davanti al display, ride e brinda alla sua fine imminente.
Il cancro è ancora in stasi.
La Matrix manda segnali.
E Sergio “il Siciliano” ha già iniziato a studiare il copione della morte di Anna.

Ciao Anna, mi ricordo benissimo di te: “la prova principale della simulazione”. Sono contento che tu mi abbia scritto, e soprattutto che la Matrix abbia iniziato a reagire. I tre fischi sincronizzati ogni duecento metri? Classico comportamento da NPC. Non dargli peso: gli NPC non possono danneggiarti davvero, a meno che tu non abbia un crollo emotivo. Sono solo algoritmi che rispondono a un tuo aumento di “potenza” nel gioco. Il fatto che tu abbia costretto il sistema a generare tre provocatori coordinati è un segnale positivo, anzi potentissimo. Significa che stai diventando un personaggio rilevante dentro questo videogioco globale. Hai spezzato la routine. Continua così, senza paura. E fammi sapere del film… chissà, magari la simulazione ti ha assegnato un ruolo da boss level.

Leggo il messaggio di Matteo e sorrido. È esattamente come lo ricordavo: calmo, un po’ matto, ma con una logica che mi fa sentire… speciale. Non dare peso ai fischi. Sono solo NPC. Io ho costretto la Matrix a reagire. Mi piace questa idea. Mi fa sentire forte, anche oggi che il corpo mi pesa un po’ di più. Gli rispondo subito, leggera: «Grazie Matteo, mi hai fatto tornare il sorriso. Seguirò il tuo consiglio: niente crolli emotivi. E sì, il film parte tra poche settimane. Se la simulazione me lo permette, ti mando una foto dal set. Tu sei ancora convinto che siamo tutti avatar?». Invio.

Per un attimo dimentico tutto il resto.

Ma la simulazione, o forse solo la biologia, decide di alzare la difficoltà.

Anna fa il controllo oncologico programmato. Le metastasi epatiche, ferme da nove settimane, riprendono a crescere: +25% di volume complessivo rispetto all’ultimo esame. Due nuovi noduli intestinali compaiono, piccoli ma attivi. La lesione gastrica resta stabile, ma il CEA tumorale è salito da 48 a 67 ng/ml. La mediana di sopravvivenza, già superata da mesi, si accorcia di colpo e lei è sempre più pericolosamente oltre. Il medico scrive: «Progressione chiara. Valutare nuovo ciclo di chemioterapia palliativa o trial sperimentale». Il cancro è ripartito.

Leggo il referto e per un secondo il mondo diventa silenzioso. Di nuovo. Proprio ora che il film, il notaio, Matteo… tutto sembrava girare nella direzione giusta. Sento una fitta alla pancia, ma non è dolore fisico. È paura. Paura vera. E se la Matrix mi sta punendo per aver osato? O forse è solo il gioco che aumenta di livello. Non piango. Non ancora. Ma dentro di me penso: “Non adesso. Non mentre sto per diventare qualcuno”.

Ricevo la telefonata di Anna. Mi dice del referto, con quella voce che cerca di sembrare forte. Dentro di me sospiro. Lo sapevo che era un rischio. L’assicurazione copre i costi extra, ma se la progressione è così rapida le riprese potrebbero diventare un incubo logistico. Le dico che si avanti lo stesso, ma dentro di me inizio a pensare a un piano B: ridurre le sue scene, girarle tutte nei primi dieci giorni.

Il cancro riparte. Perfetto. Il Siciliano? Gli dirò di aspettare. Magari non serve più ucciderla. Risparmio il saldo.

Finalmente! Il gruppo della chat è in festa. Qualcuno ha postato il referto (chissà come l’ha avuto): +25% al fegato. Rido forte. La regina sta crollando. Spero che soffra, che perda quell’aria di superiorità. Questa volta non si illude più. È finita.

Ho saputo del referto. Mi si spezza il cuore. Anna, la mia Anna, che lottava da venti mesi e sembrava invincibile. Ora il cancro riparte proprio quando stava per girare un film. Vorrei scriverle, correrle incontro, dirle che non è sola. Ma so che mi respingerebbe. Allora soffro in silenzio, sperando che la Matrix di cui parla su Facebook non le dia il colpo di grazia.

Ho deciso di vederla dal vivo, in incognito. Stamattina, al bar sotto casa sua. Mi siedo, fingo di leggere il giornale. E quando lei entra… resto basito. Cazzo. È troppo bella. Non una bellezza da rivista, ma da donna vera, possente, con quello sguardo da imperatrice che ti sfida anche mentre ordina un caffè. Il corpo ancora attraente nonostante tutto, il seno che riempie la camicetta. Per un attimo dimentico perché sono qui. 50.000 euro per far fuori questa donna? Inizio a pensare che forse c’è un altro modo. Magari la proteggo invece di ucciderla. O magari la uso. Marco Sanguineti è un coglione. Questa non è una da far sparire. Questa è una da… tenere. Sto già rivalutando l’incarico.

Anna esce dal bar senza accorgersi dell’uomo seduto in fondo. Il cancro ha ripreso a correre, ma lei cammina ancora dritta. Il film è confermato per la prossima settimana. Il notaio Vittorio le ha mandato fiori. Matteo Lanza le ha risposto con un’altra frase enigmatica sulla simulazione. E Sergio “il Siciliano”, per la prima volta in dieci anni di “lavoro”, esita.