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La vera storia di Jack lo Squartatore

Il Declino dell'Occidente

Morte allo specchio

Oro maledetto

Gozillona del Congo contro Venere di Kinshasa

La Guerrigliera

Bagno di sangue alla Turca

Omicidio in via Poliziano

Doppia condanna

La Regina del Villaggetto

ZOTHIQUE:

SETE NERA

di Salvatore Conte (2016-2018)

Il sole scarlatto era ancora alto sull'orizzonte, quando la nave attraccò nel porto di Mirouane, sulla costa occidentale di Zothique.

Ne discesero diversi viaggiatori e subito spiccò tra questi la perversa bellezza di Obexah: la pelle d'avorio, i capelli dalle sfumature dorate, il sorriso insinuante, la sfarzosa tunica grigia, il petto mostruoso.

La supponenza con la quale si muoveva sembrava quella di un’imperatrice.

Il gruppetto cui si accompagnava si diresse verso una taverna.

Roshel, un ricco mercante di Ustaim, sulla costa opposta di Zothique, era alla ricerca di una guida per proseguire il suo viaggio d'affari.

Il taverniere gli promise di avere l'uomo giusto per lui e lo mandò a chiamare.

Fu così che le lingue si sciolsero nel fervido vino rossorubino di Yoros e l'accordo prese lentamente forma, nel mentre la confusione della taverna proteggeva gli avventori da orecchie indiscrete.

Il giorno dopo, il viaggio della piccola carovana verso l'interno di Tinarath era iniziato.

Il mercante aveva al proprio seguito la bella moglie, Obexah, il negromante Zargos, il ciclopico servo nero di nome Koiro e la baldanzosa, indefinita Plampkha, una ragazzona tuttaltro che filiforme, tanto lardosa e polposa quanto attraente: la tunica cucita a pelle, attillata alla figura, ne esaltava i giganteschi seni, i fianchi pesanti e la pancia ben tornita.

Publok, la guida, aveva condotto con sé un tale strambo di nome Galeor, presentato oscuramente come un negragomante.

Uno dei primi argomenti di viaggio fu proprio questo: Roshel chiese a Publok perché avesse apostrofato così il compagno.

«Prendiamo la tua aiutante, ad esempio: Plampkha, se non sbaglio...».

«Non sbagli».

«Non è forse una donna?».

«È una donna, sicuro», confermò il mercante, senza difficoltà.

«D'altra parte, oltre che una bella donna, Plampkha è grossa e potente».

«Sicuro anche questo».

«Possiamo dire, quindi, che non è soltanto una donna: è un donnone».

«E va bene, lo possiamo dire».

«D'altra parte, c'è il rischio che la sua bellezza abbia divorato, annullato o spiazzato le altre qualità femminili.

Pare infatti che Dido fosse il nome dato al primo esemplare di donna in cui Afrodith, la Dea della pura bellezza di quei tempi arcani, non fosse riuscita ad annullare tutto il resto, forse perché contrastata da Iuno e Mivas.

E così Dido fu tanto fortunata da avere tutto il meglio per sé.

Nel tempo fu nota come Didone, al pari di Iuno, la quale divenne Giunone».

«Davvero non pensavo di arrivare così lontano...

Ma questa Didone... avrebbe saputo offrirci una valida protezione nel deserto stregato di Cincor, dove io debbo commerciare con alcune tribù di nomadi?».

«Senza alcun dubbio.

Riuscì, infatti, a stringere un'alleanza di ferro con i nomadi di allora.

E poi era anche una potentissima negromante, con libero accesso nei domini di Thasaidon, pur se all'epoca lo chiamavano Dite.

Un donnone della razza di Didone lo si riconosce dalla capacità di resistere, anche di fronte alla morte e all’occulto, come nella stessa Dido progenitrice.

Pur tuttavia non abbiamo con noi Didone, perciò è ovvio che un viaggio come questo presenti i suoi rischi; ma almeno c’è con noi l'assetato, il nostro amico Galeor».

«Assetato...? Credevo fosse un...».

«Negragomante, sì. Ma è anche un assetato; presto lo saremo tutti nel deserto di Cincor».

Roshel rinunciò, per il momento, a capirne di più.

Il viaggio proseguì sotto il sole scarlatto di Zothique, l'ultimo sole della terra.

A metà del terzo giorno, il paesaggio cominciò a degradare; la carovana si appressava alle sterili distese di Cincor.

Intorno al fuoco da campo, il mercante stuzzicò ancora la sua guida, con tono apparentemente indifferente.

«Visto che stiamo per addentrarci in Cincor... perché non mi racconti qualcosa del nostro amico Galeor e della sua bizzarra negromanzia...?».

«Galeor... vorresti leggere qualcosa al nostro cliente? Qualcosa sulla sete nera».

Il giovane acconsentì.

Prese a sfogliare le pagine di carta di un antico libro che un incantesimo aveva preservato dalla consunzione del tempo; e si soffermò su brani evidentemente ben conosciuti.

«Leggo dal Libro di Moore…

Smith comprese che era una delle ragazze della Minga, quelle bellezze che fin dagli albori della storia venivano allevate per il loro incanto e la loro grazia nella roccaforte di Minga, come i cavalli da corsa sulla Terra, e addestrate fin dalla prima infanzia nell'arte di affascinare gli uomini. Non c'era una corte, sui tre pianeti, che…».

«Pianeti…?», fu interrotto da Roshel.

«Altri mondi… lontani… ma non troppo diversi da Zothique.

Non c'era una corte, sui tre pianeti, che non ospitasse almeno una di quelle squisite creature dalle gambe lunghe e dalla pelle lattea, dai capelli di bronzo e dalla faccia incantevole... sempre che il sovrano di quella corte fosse abbastanza ricco da poterle comprare.

Questo tipo di donna, sulla Terra antica, fu chiamato Barbie», alzando la testa dal libro come fosse una sua osservazione. «Lei si mosse, e l'abbagliante grazia che scorreva come un canto in ogni movimento fece dolorare i sensi di Smith con la sua pura e irraggiungibile malia. Anche in quell'estasi stordita, comprese che avrebbe potuto tenere per sempre tra le braccia quel dolce corpo sinuoso senza riuscire a placare mai il desiderio di esaudimento. Quella bellezza suscitava una sete nell'anima, più travolgente di quanto avrebbe mai potuto esserlo la sete del corpo. La sua mente smaniava dal desiderio di possedere quell'incanto intangibile e irresistibile che sapeva di non poter mai possedere, di non poter mai raggiungere. Era un desiderio disincarnato che infuriava in lui come una follia… una bellezza incarnata che faceva vibrare con dita fortissime tutti i sensi e tutti i nervi e nel contempo - intangibilmente, irresistibilmente - colpiva qualcosa di più profondo ancora, s'insinuava alle radici del suo essere, strappava via la sua anima...», e mentre leggeva, quasi a memoria, puntava lo sguardo sulle due donne intorno a lui. «Ora, nel Libro di Moore, parla il padrone della Minga e si rivolge a Smith, lo Smith estasiato di poco fa, un avventuriero non troppo diverso dal nostro Publok…

La bellezza è tangibile come il sangue, in un certo senso. È una forza separata e distinta che dimora nei corpi degli uomini e delle donne. Devi avere notato il vuoto che si accompagna alla bellezza perfetta in tante donne, la forza così potente che scaccia tutte le altre e vive vampirescamente a spese dell'intelligenza e della bontà e della coscienza e di tutto il resto», di nuovo Galeor puntò lo sguardo su Obexah e Plampkha. «È sufficiente?».

Publok osservò Roshel, attendendo una risposta alla domanda del negragomante.

«È anche troppo…», alludendo, con scoperta ironia, alle fameliche occhiate del narratore.

«Bene. Allora parlaci tu di qualcosa. Parlaci delle tue belle compagne di viaggio… sono sicuro che hai una storia da raccontare per ciascuna di loro», Publok fece propria la curiosità dell’amico.

Il mercante incrociò lo sguardo della moglie.

«Magari un’altra volta… a domani, credo sia ora di ritirarmi», e si alzò dal bivacco, seguito da Obexah. Le fiamme furono sferzate da un’improvvisa folata di vento notturno.

Il giorno seguente, la comitiva si addentrò in Cincor, tra campi privi d'alberi e d'erba, attraverso i letti di fiumi inariditi, lungo la grande strada su cui un tempo erano transitati i leggendari negromanti di Naat, Mmatmuor e Sodosma, che ridestarono dal Lete la città perduta di Yethlyreom.

Giunta la sera e acceso un nuovo fuoco, Roshel si appartò con Publok.

Incuriosito, gli chiese altre informazioni su Galeor.

«È affetto dal morbo della sete nera, e tuttavia non è contagioso.

La sua sete è inestinguibile, ma vicino ai donnoni trova un po' di sollievo.

Non si accontenta che del meglio, perciò è prezioso. Noi, comuni maschi, non soffriamo la sete nera e ci appaghiamo con la semplice congiunzione carnale.

Adesso raccontami delle tue compagne…».

«E va bene…».

Sedettero su un grosso masso sporgente dalla terra secca, l’uno di fianco all’altro.

«Mia moglie fu la favorita dell’Imperatore Zotulla, che regnò su Xylac fino a venti soli fa. Fu l’unica di cui l’Imperatore non era mai sazio. E adesso è anche più bella di allora.

Tutti credono che perì nel crollo di Ummaos, insieme al tiranno di cui era la concubina.

Non fu così, in realtà. Ma a volte penso che sarebbe stato meglio».

Publok lo fissava diffidente. Stava raccontando troppo e sembrava voler proseguire. Doveva esserci un motivo.

«I suoi enormi seni contengono il fiele dei suoi abominevoli peccati, sono frutti gonfi maturati su un abisso profondo.

Quando il vento soffierà abbastanza forte, essi cadranno e per lei sarà la fine.

Ma fino ad allora resterà mia», il tono si fece minaccioso. «Penso tu conosca la famosa storia di Namirrha e Zotulla.

È stata narrata su tutta la malsana terra di Zothique.

Obexah era ridotta in fin di vita, ormai impazzita dal terrore, ai piedi dell’idolo tenebroso di Thasaidon.

Zotulla - vittima di un incantesimo di Namirrha, il grande negromante - l’aveva trafitta nello stomaco con la punta di uno zoccolo equino, arroventato dal fuoco dei sette inferni.

Tuttavia, la forza della disperazione e l’arrogante ambizione di commuovere Thasaidon e trovare per sua grazia una via di scampo, la tennero aggrappata a un indecoroso scampolo di vita.

Obexah, sebbene morente e sull’orlo della pazzia, si strinse ai piedi di Thasaidon, invocandone la protezione.

Forse perché aveva servito bene Zotulla, che nella sua turpitudine gli era stato tributario, forse perché incuriosito dalla terribile forza di volontà di quella femmina, in effetti la protesse dalla distruzione che si abbatté su Ummaos, la capitale di Xylac, ove tutto fu calpestato, fuorché l’idolo nero di Thasaidon.

Viaggiavo per affari e fui tra i primi a giungere in città appena la catastrofe si esaurì; giunto dinanzi all’idolo, mi accorsi che una donna era colta dagli spasmi dell’agonia.

Avevo al seguito il mio chirurgo e così gli ordinai di medicarla, anche se le sue condizioni sembravano disperate.

Non v’è dubbio che fu Thasaidon a stornarne la morte, perché il mio medico, da solo, non avrebbe potuto far molto.

In ogni caso, sorprendentemente, Obexah se la cavò.

Nella confusione generale che seguì all’immane devastazione, l’avevo fatta mia. Mi ero subito invaghito di lei e pensavo spettasse a me che l’avevo soccorsa per primo.

Prodigiosamente, via-via che la tremenda ferita andava lentamente rimarginandosi, i suoi seni si accrescevano di conseguenza.

La relazione era evidente e di sicura origine tasaidica.

Quando Obexah fu completamente guarita, i suoi seni erano diventati come sono oggi: enormi e mostruosi.

Era come se avessero assorbito tutta la perversione del patto con Thasaidon, rendendola molto simile a una lamia.

Alla fine la portai con me a Ustaim e ci sposammo.

Ha vissuto nel lusso, ha avuto tutto, le ho dato tutto.

Ma quando gli affari hanno avuto un arresto, allora…», aspettò un segnale di compassione, che però non venne. «Allora ha minacciato di lasciarmi…

È lei che mi ha spinto a questa folle impresa; per appagare la sua sete di potere e ricchezza, che non è certo morta con Zotulla», Publok cominciò a intuire il motivo. «Vuole di più, sempre di più.

Vuole il dominio su un’intera città, fosse anche di polvere, e su un intero popolo, fosse anche di morti…», era la conferma definitiva, l’avevano gabbato; non avrebbero commerciato con nessuna tribù di nomadi.

Quasi a rispondere a una domanda silenziosa, il mercante proseguì la tirata: «L’acconto rimane tuo, ti ho pagato con i miei ultimi soldi, ma non aspettarti il saldo, non ho più niente, né qui, né ad Aramoam».

«Potresti pagarmi con tua moglie…

Qual è il suo piano?», avendo ormai compreso che il mercante era solo un fallito nelle grinfie di una lamia.

«Vuole entrare da Imperatrice nella mitica Yethlyreom, dove troverà tombe da razziare e cadaveri da governare…», Roshel abbassò il capo per la vergogna.

«Gli stessi Mmatmuor e Sodosma fallirono. Perché lei dovrebbe riuscire?».

«Ha con sé un’arma segreta…».

«Quale?».

«L’idolo di Thasaidon…

Sì… proprio quell’idolo…», rispondendo ancora a una tacita domanda. «Potrete avere un incarico importante: tu e l’assetato».

«Un incarico in un Impero di morti?».

«Vorresti lasciarci qui, in mezzo al deserto?».

«Yethlyreom è vicina, ormai. Ti porterò lì e poi deciderò».

Si alzò e scomparve nel buio.

Roshel rimase a fissare l’ombra lugubre della notte.

Al termine del giorno seguente, i viaggiatori videro apparire davanti a loro, dall'alto d'una collina deserta, le guglie maestose e le belle cupole intatte di Yethlyreom, che spiccavano nello scuro sangue stagnante di un tramonto minaccioso.

Così forse le avevano viste anche Mmatmuor e Sodosma, i negromanti dell’Isola di Naat che si diceva avessero regnato sui morti di Cincor.

Nel crepuscolo rossosangue che si oscurava assumendo toni purpurei, i viaggiatori entrarono in Yethlyreom e oltrepassati i superbi palazzi bui, si insediarono nella reggia maestosa e abbandonata da dove la dinastia degli imperatori Nimboth aveva regnato per duemila soli su Cincor.

Publok si consultò subito con Galeor.

Nonostante tutto, sarebbero rimasti.

Galeor era visibilmente assetato sia di Obexah che di Plampkha, e non aveva posto alcuna condizione.

Fu così che il sole scarlatto del nuovo giorno incoronò Roshel e Obexah, quali imperatori di Cincor.

Nell'immensa sala del trono, il mercante fallito di Ustaim e l’ex concubina dell’Imperatore Zotulla di Xylac si appollaiarono sul doppio seggio regale, là dove i legittimi sovrani Nimboth si erano assisi con le loro consorti; due nuovi usurpatori seguivano le orme di Mmatmuor e Sodosma.

Adesso, per completare l’opera, occorreva invocare la protezione di Thasaidon.

Nel carro-merci di Roshel, a parte qualche attrezzo, non c'era altro carico che quello.

Ma per installare l’idolo tenebroso al fianco dei seggi imperiali necessitavano tante braccia, meglio ancora se scarnificate.

Perciò l’Imperatrice ordinò a Zargos di darsi da fare, di reclutare una ventina di resuscitati, non di più, per rimettere a posto il Palazzo e per prima cosa la statua di Thasaidon.

Altrettanti ne voleva per formare il primo nucleo del suo esercito.

Una quarantina di cadaveri in tutto, non di più.

Obexah non voleva troppi morti in giro.

Un numero tanto esiguo sembrava facile da conseguire in una grande città ricca di tombe e necropoli come Yethlyreom.

Tuttavia Zargos faticò non poco per raggiungere l’obiettivo, perché la maggior parte delle tombe risultò vuota; selezionò comunque i prescelti rispettivamente tra le sepolture degli operai e quelle dei soldati, perché i morti richiamati a una parvenza di vita conservano le capacità che avevano posseduto un tempo, e se è difficile istruire un vivo, è quasi impossibile istruire un morto.

I cadaveri rinsecchiti che talvolta affioravano tra le strade invase di sabbia, specie in quelle più periferiche, evidente conseguenza dell’epidemia pestilenziale che aveva condannato Yethlyreom a estinguersi, non offrivano indizi sufficienti sulle loro capacità in vita e pertanto venivano scartati; inoltre, come era noto da tempi atavici, gli insepolti sarebbero stati dei resuscitati molto più irrequieti e - prima o poi - avrebbero potuto ribellarsi al giogo imposto loro dal negromante.

Zargos resuscitò anche una cortigiana, poiché la trovò molto ben conservata e più che adatta a soddisfare una fredda lussuria.

Grazie al lavoro dei proni operai ammansiti dal Lete, l’imponente statua di Thasaidon trovò il suo posto nella sala del trono.

L'arcidemone era raffigurato a mo’ di guerriero in armatura completa che levava alta una mazza ferrata, come in un combattimento eroico. La statua, di origini misteriose, era appartenuta al potente negromante Namirrha, che si diceva in grado di ottenerne oscuri responsi oracolari.

Obexah volle soddisfare la curiosità dei presenti: dopo la distruzione di Ummaos, la statua era stata accantonata nei magazzini reali di Xylac, e Roshel, su suo consiglio, l’aveva acquistata.

L’ex concubina di Zotulla sapeva bene che l’idolo tenebroso rappresentava una fonte di potere sovrumano; e in fondo, dal giorno in cui l’aveva salvata, lei si era sentita la concubina di Thasaidon.

Il rinato Impero di Cincor prendeva lentamente forma: c’era la guardia imperiale di scheletri redivivi, comandata dal possente Koiro; c’era il negromante-architetto di corte, Zargos, coadiuvato da venti inesausti operai scarnificati; c’era l’alchimista regio, Galeor, con la sua assistente cadaverica; e c’era anche una languida figura di cortigiana vivente, quale l’imponente Plampkha; non mancava all’appello il generale Publok, al comando di una dozzina di soldati posti sotto la disciplina del Lete.

Malgrado le difficoltà, Yethlyreom era risorta.

L’ambizione di Obexah le aveva ridato una parvenza di vita, sebbene le ambizioni nutrite sulla terra di Zothique fossero maledette dal suo sole scarlatto.

Il tempo volgeva al termine e usurpare, conquistare, uccidere, nascere e rinascere era ormai divenuto inutile.

Un’apatica rassegnazione regnava da tempo sul continente maledetto.

I vivi sembravano morti e i morti sembravano vivi.

Si attendeva adesso di conoscere quale sarebbe stata la prima missione da portare a termine per soddisfare l’ambizione dell'Imperatrice.

Plampkha avvicinò Galeor.

«Puoi ascoltarmi, potente alchimista?».

«Potente io? Ti sbagli. Tu sei potente».

«Non abbastanza, Galeor.

Ti parlerò con franchezza.

Anch’io voglio potere, anch’io voglio il mio impero, e tu mi aiuterai a ottenerli, non è vero?».

«Una come te deve avere il suo impero, e tu lo avrai», incapace di resistere alla vista di quella carne gonfia che premeva contro la tunica.

«Bene… ascoltami, adesso…

Voglio essere io a guidare la prima missione del nuovo Impero di Cincor.

E voglio che tu sia il mio consigliere numero uno».

«Nessun problema, se non ci taglieranno prima la testa».

«L’incarico verrà dall’Imperatrice».

«Allora ci sto».

Benché avesse al suo fianco la bella cortigiana resuscitata da Zargos, di cui si era subito invaghito, Galeor non opponeva alcuna resistenza ai disegni di Plampkha.

Fu così, infatti, che prese avvio la prima missione ufficiale del risorto Impero.

La comandava Plampkha, quale Prefettessa imperiale, e aggregava Galeor e mezza dozzina di soldati resuscitati in groppa a scheletri di cavallo.

C’era, naturalmente, anche la cortigiana morta che Zargos aveva affidato a Galeor, affinché ne rinfocolasse la sparuta vitalità.

Nella fase iniziale della spedizione, si registrarono diversi incidenti: i soldati venivano disarcionati dalle rispettive cavalcature. Evidentemente erano stati semplici soldati di fanteria.

Rialzandosi comunque senza danni, e tentando ancora, talvolta incastrandosi ossa su ossa, riuscirono infine a rimanere in groppa.

L’imponente Prefettessa, da parte sua, si era montata la testa in fretta e viaggiava a bordo di una fastosa carrozza, rinvenuta nelle scuderie imperiali e rimessa a nuovo dagli infaticabili operai sottomessi a Zargos.

Scopo della missione era quello di esplorare la costa sud-occidentale di Cincor e rinvenire tracce dei vecchi porti, al fine di rimetterli in funzione e attrarre così nuovi sudditi all’Impero, vivi o morti.

L’unico cavallo vivente, quello di Galeor, sembrava intimorito dalla presenza degli altri; il negragomante lo rassicurava frequentemente.

Plampkha, invece, di indole tasaidica, non disdegnava affatto la compagnia della cavalleria infernale e della stessa cortigiana.

I soldati resuscitati, da parte loro, mostravano segni di vitalità solo in relazione al donnone. Lontani da lei, erano spenti, passivi e morti. Tuttavia si riaccendevano, fino a sembrare vivi, quando si ritrovavano accanto a Plampkha.

La spedizione giunse infine sulla costa e la Prefettessa scelse di occupare una vecchia torre d’avvistamento a pianta quadrata, giudicata sufficientemente solida.

Galeor non perdeva occasione per gustarsi la presenza della sua oltretombale assistente.

Il sangue della cortigiana scorreva gelido e torbido, mescolato all'acqua del Lete; e i vapori infernali obnubilavano i suoi occhi.

Pur così, era bella, languida e dotata di un pallore cadaverico che non le faceva torto; per di più, la morte non l'aveva scarnificata: tuttaltro!

«Tu… tu ricordi il tuo nome?», Galeor la interrogò per l’ennesima volta.

«Nome… nome… no nome…», bella ma intontita. D’altra parte la bellezza divora l’intelligenza in vita, e trova ancor meno resistenza nella tomba.

«Adesso avrai un potente aiuto per ricordare le tue imprese passate».

Galeor si era deciso.

Sciolse della polvere rossa in una coppa di vino.

E gliela fece trangugiare.

«Questo è il sangue di Medusa.

Frena il sangue dei vivi e smuove quello dei morti.

Adesso… tu ricordi il tuo nome?».

«Io ricordo il mio nome…», le risposte dei morti erano quasi sempre pappagallesche; la cortigiana rediviva si stava sforzando di trovare tracce della sua vecchia esistenza. «Sì… io sono Lelax...».

«Lelax…

È un bel nome. Bello come te.

Sei contenta di essere tornata alla vita, Lelax?».

«Io contenta. Tanto contenta».

«Sei tornata con il tuo corpo e il tuo ka; con il tuo kadavere, insomma; ma adesso, grazie al sangue di Medusa, hai anche un labile contatto con la tua mente; non solo non sei un corpo inerte, non solo non sei un semplice cadavere, ma sei superiore a tutti gli altri redivivi.

Ti piace essere qui?».

«Bello stare qui. Stare qui piace a me.

Io no crepare più. Tu prometti?

Cosa fare io per no morire?».

Il linguaggio era semplificato, come quello di uno straniero. La madrelingua del Lete è infatti il silenzio tombale.

«Più o meno devi evitare quello che ti ucciderebbe da viva; proteggere il corpo e la tua voglia di vivere.

Dimmi, ora, Lelax. Di cosa sei morta? E poi non parleremo più della tua vecchia vita».

La donna mostrava cinquanta soli, sulla faccia intontita dal Lete, e nessun segno evidente di ferite.

Era corposa, solida e conservata molto bene, e Plampkha l’aveva colorita con un normale trucco femminile.

Se non fosse stato per il freddo gelido delle membra, sarebbe sembrata viva.

«Povera, Lelax… la tomba ti ha reso fredda, ma io ti scalderò nel mio letto e tra le mie braccia…».

«Io… lungo male… io lottato…», e si toccò il ventre.

Forse era morta di necrosi. In effetti, a guardar bene, aveva l’utero ingrossato.

Una malattia che non lascia scampo, se non affidata subito alle cure di un valido alchimista.

D’altra parte, però, quasi una non-morte, poiché non si erano aperte ferite vere e proprie, e non era corso sangue all’esterno; perciò i fili rossi che connettono il corpo alla mente di fuoco erano rimasti quasi integri.

E questo spiegava il rapido adattamento di Lelax alla nuova vita.

In ogni caso, per aiutarla a non avere rimpianti del fumo leteo, occorreva non ricordarle mai più che era stata risvegliata.

Pian piano avrebbe creduto di non essere mai morta, e di essere fatta così - frivola, intontita, incantata - per i caratteri della propria natura.

Era comunque bella e femminile, e il latente torpore recato dal Lete la rendeva ancora più languida.

Perciò Galeor le stava sempre intorno.

E Plampkha cominciò a infastidirsene.

Gli piaceva chiederle notizie dei suoi ultimi giorni, infrangendo il suo stesso intendimento di farle dimenticare la pregressa esistenza.

In particolare le chiedeva se avesse lottato fino alla fine o si fosse rassegnata molto prima.

«Io provato sempre.

No morta subito.

Io andare in giro con molto male.

No arrendere.

Loro stanchi di me.

Loro dato me passaggio a inferno».

Mano a mano il linguaggio di Lelax diventava più fluido.

In sostanza, per non farla soffrire oltre, ormai giunta alla fine, era stata avvelenata da qualche congiunto.

Lelax migliorava di giorno in giorno, perché la sua voglia di vivere era stata grande fino all’ultimo, e soltanto un pietoso parente l’aveva definitivamente stroncata.

Aggrappata a oltranza alla vita, quasi indecorosamente, aveva indotto un famigliare a farla finita.

Ma lei, il suo ka mai rassegnato, aveva vegliato pazientemente il corpo, aspettando il momento giusto, che era poi arrivato.

Il suo ka tenace, inoltre, aveva divorato il verme, preservando integra la bella salma.

«Sei un donnone, Lelax».

L’alchimista era sempre più invaghito del bel cadavere.

Passava molto tempo con lei.

«Ero una puttana. Ma di classe».

«Lo sei ancora?».

«Adesso sono tua. Ma voglio il potere. Il potere mi fa sentire viva. Io lo facevo per potere».

«Però, mentre morivi di necrosi all’utero, nessuno dei tuoi potenti amanti ti aiutò, non è vero?».

«Oh, no. Loro provarono a salvarmi. Ma non c’era nulla da fare.

Dopo, alla fine, quando ero ormai disperata, senza speranze, allora se ne andarono, è vero, lasciandomi sola. Io soffrivo, ma non ho mai mollato».

«Infatti furono costretti a finirti con il veleno.

Ma tu poi sei tornata e loro no.

E ora vuoi diventare potente, Lelax».

«Sì… lo voglio. Io sarò Imperatrice. Per questo voglio restare e non dormire più».

«Ti aiuterò, Lelax. Te lo meriti. Avrai il tuo potere. Ma non dovrai mai trascurarmi.

Alla mia morte tu farai tornare me e vivremo e morremo per sempre insieme…».

«È solo un cadavere ambulante, io invece sono viva e calda…», Plampkha la pensava diversamente, con tipica rivalità femminile.

«Lo so, mia Signora. Ma un buon rapporto con i morti è di fondamentale importanza per Cincor. Noi dobbiamo avvicinarci a loro, e loro a noi».

«A me sembra che tu sia interessato soprattutto a lei».

«Lei è parte di Cincor, no?».

«E va bene. Ma bada di non trascurarmi… perché ho in mente un piano e voglio che tu ne sia partecipe».

«Che piano?».

«Tra non molto mi dichiarerò Imperatrice d'Occidente…», e scoppiò in una devastante risata. «Voglio il potere finché sono giovane e nessuno potrà fermarmi. Unificherò tutta la parte ovest del continente», sembrava parlare sul serio.

«Sei ancora debole, occorrono molti altri uomini.

Gli altri imperatori e la stessa Obexah ti spazzerebbero via».

«Obexah? È solo una puttana.

Non ho voglia di aspettare il mio turno, Galeor. Vedrai che tutti si piegheranno alla mia potenza…», alludeva alla sensuale massa femminile che portava con sé.

Forse aveva ragione, ma avrebbe rischiato molto. Se le fosse andata storta, non avrebbe avuto scampo.

Anche tra i soldati morti, comunque, e senza l’aiuto del sangue di Medusa, c’era chi faceva emergere una maggiore consapevolezza della nuova esistenza.

Sulkhor, ad esempio, ricordò il nome, e perciò fu fatto generale.

L’esplorazione della costa portò a scoprire un antico porto.

Grazie al lavoro dei soldati resuscitati, furono ripristinate parte delle vecchie strutture.

Il porto di Cincor era di nuovo attivo.

Per attirare le navi di passaggio venivano costantemente prodotti segnali di fumo; sterpaglie e legna marcia non mancavano.

Nacque presto l’esigenza di dare un nome all’antico sito.

Plampkhopoli fu la risposta.

Galeor ne scoprì il cimitero e ritornò da Plampkha con una cinquantina di salme redivive, alcune in buone condizioni.

La Prefettessa ammise il suo stupore.

«Organizza i nuovi arrivati, Galeor.

L’ora della mia proclamazione si avvicina!».

Plampkha si sentiva sicura di sé.

Si era installata in una palazzina diroccata e si faceva servire dai morti.

Stava ripetendo gli stessi errori di altri e già un languore leteo si stava impadronendo di lei.

Perfino il volto andava impallidendosi, giorno dopo giorno.

I giochi con le sue guardie armate si facevano sempre più pericolosi.

Passava molto tempo nel suo bagno privato e spesso gli occhi si fissavano vitrei sulla punta dei ferri.

Anche Galeor, pur distratto dal suo intrigante rapporto con Lelax, se ne avvide; decise così di passare più tempo con la Prefettessa, per evitare che si facesse impalare dal gladio dei suoi soldati, senza neppure accorgersene.

Giunti a quel punto, fu lo stesso Galeor a caldeggiare la sua incoronazione a Imperatrice d'Occidente: almeno, in questa maniera, avrebbe avuto un obiettivo da perseguire.

Tutti le giurarono fedeltà fino alla morte. Una formula ormai superata a Zothique.

Il primo giorno da Imperatrice recò subito delle nuove.

Finalmente una nave stava veleggiando verso Plampkhopoli.

Entrò nella baia senza ridurre la velocità e andò a schiantarsi sulle vecchie banchine diroccate.

Plampkha, al comando di almeno venti uomini, guidò personalmente l’ispezione dell’imbarcazione.

Si trattava di una galea commerciale, con le insegne di Xylac.

A bordo c’erano segni di lotta e diversi morti resuscitati: annegati, per la precisione, riconoscibili dalla putredine verdastra che ne chiazzava i volti sbiancati.

Si mostrarono subito ostili e l’Imperatrice ordinò di attaccarli.

Ne scaturì una violenta lotta, che rimase a lungo in equilibrio.

Galeor fu costretto a intervenire: impose le mani e lentamente acquisì il controllo degli annegati.

Con ogni probabilità provenivano dall’Isola di Naat e il negromante a cui erano asserviti era troppo lontano per poter competere con l'alchimista presente sul posto.

Cessata la minaccia, i viventi non opposero resistenza.

Come succedeva non di rado, erano stati attaccati dagli annegati redivivi di Naat e prima di soccombere avevano tentato di approdare a riva.

Benché rimasta in piedi, nel mezzo dello scontro Plampkha aveva riportato una ferita molto profonda in piena pancia.

Un impietoso affondo di daga le aveva aperto il ventre.

A Galeor sembrò quasi se la fosse cercata.

In effetti, sebbene molto grave, la ferita non era mortale per una come lei, massiccia e tasaidica.
Però non ci si poteva scherzare sopra, e infatti Galeor si premunì di medicarla appena possibile.

L’Imperatrice ordinò che i nuovi arrivati fossero convinti a rimanere e la galea riparata, affinché divenisse la prima nave della flotta di Plampkhopoli.

I morti di Naat, invece, furono distrutti.

Galeor non si fidava di loro e le salme, d’altronde, non mancavano nella necropoli locale.

Il negragomante richiamò due possenti buoi e fece loro trainare una pesante colonna di granito. Ordinò agli annegati di stendersi a terra, e uno dopo l’altro, li schiacciò tutti, più volte, sotto l’enorme peso.

Ci fu stridore d'ossa a Plampkhopoli.

I residui delle salme vennero ammucchiati e dati alle fiamme.

Un fumo sinistro, denso e nero, volteggiò verso il cielo cupo.

Alla fine, di quei miserabili non rimase che calce fumante d'ossa.

Approfittando dell'assenza di Galeor, Plampkha - ormai in preda a follia letea - allontanò le guardie e chiamò a sé, nel bagno, qualche redivivo adibito a lavori comuni.

Quindi, completamente nuda, prese a insultarli, ostentando il suo rango di Imperatrice.

Quelli, benché intorpiditi dal Lete, cominciarono via-via a risentirsene.

Avevano con loro gli attrezzi di campagna e altre armi improprie.

Uno di loro - incitato follemente dalla stessa Plampkha, non sazia della daga appena assaggiata - osò per primo e gli altri seguirono.

In breve tempo, l'Imperatrice fu raggiunta da numerosi colpi, diversi dei quali mortali.

In particolare, un paio di forconi la sventrarono, sbudellandola orrendamente.

«Guardie... Guardie!».

Soltanto alla fine, ormai crivellata di colpi, chiamò aiuto dalla finestra del bagno.

Le guardie arrivarono subito, compatibilmente con il loro torpore, e dispersero i popolani.

Plampkha aveva cercato il linciaggio e l'aveva ottenuto.

Arrivò anche Galeor, e rimase costernato nel vederla.

L’alchimista la distese sul letto e cercò di differirne la morte.

«Il mio Impero… deve espandersi…», vagheggiava incoerente l’Imperatrice, affannata, con la bocca aperta, il sangue che le colava dalla bocca e gli occhi offuscati.

«Ora è meglio concentrarsi sulle conseguenze di queste brutte ferite, potente Imperatrice d'Occidente», Galeor cercava di ridarle degli stimoli, avendo ben compreso come fosse completamente intossicata dal Lete.

Pur tuttavia, le varie lame e spuntoni erano penetrati in mezzo alle budella e le avevano distrutto gli organi interni, bevendone la vita; c'era perfino una profonda ferita al collo, e ancora altre al petto e alla spalla.

Galeor si stava rendendo conto che Plampkha non sarebbe sopravvissuta.

Naturalmente, però, non le avrebbe detto niente.

Dopo la sua fine, l’Impero si sarebbe sciolto e Plampkhopoli sarebbe tornata sotto il dominio di Yethlyreom. Il cadavere sarebbe stato asservito alla stessa Obexah.

Oppure l'avrebbe passato a Lelax: doveva decidere.

«Ho visto... un grosso verme... camminare dritto in piedi...», stava vaneggiando, nel mentre Galeor cercava di contenere le budella fuoriuscite e tamponava le ferite, specie quella al collo. «Voleva... mangiarmi... allora... ho chiamato... le guardie...».

«È stata un'ottima idea, potente Imperatrice d'Occidente».

La notizia che l'usurpatrice fosse rimasta colpita a morte raggiunse presto Yethlyreom, suscitando qualche languore.

La statua di Thasaidon parlava come fosse viva.

Plampkha, attingendo alla sua possanza quasi inesauribile, si manteneva stabile. Non era ancora in imminente pericolo di vita, anche se non le sfuggivano i lugubri presagi del suo tragico destino.

Giunta alla fine, come spesso accade, riscoprì il gusto della vita, liberandosi dal torpore del Lete.

Schiumante di rabbia e di vergogna, per aver ormai compreso di essersi fatta uccidere da un pugno di miserabili cadaveri plebei, parlò chiaro a Galeor.

«So di essere fottuta… ma non voglio finire… nelle mani di Obexah…

Nasconderai il mio corpo… nelle sabbie di Cincor… giuralo…».

«Lo giuro», non poteva rifiutarle il suo ultimo desiderio.

«Ora va… e prega per me… perché voglio lottare ancora…».

L’alchimista piegò il capo e se ne andò.

Anche se le ferite non le lasciavano scampo, Plampkha non era facile da piegare.

Riceveva frequenti visite, dagli stessi popolani pentiti e redarguiti da Galeor, durante cui si mostrava ancora in grado di gestire la situazione, attingendo alle sue riserve di potenza.

Non mancava Lelax, che le prendeva la mano calda nella sua, fredda: vita e morte si toccavano.

Plampkha non parlava di successione, Lelax non la sollecitava.

Galeor guardava e lasciava fare, alla fine avrebbe deciso lui.

L'Imperatrice si ostinava, anche grazie al negragomante, a differire la fine, pur sapendo di essere comunque destinata a crepare.

Se infatti non fosse stato per il destino stesso, che fece capitare a Plampkhopoli una strega errante.

Viaggiava con il suo basilisco piumato sulla spalla.

Da molti soli, forse mille, ne deglutiva la bava, mischiandola a qualcosa di solido.

Giunta a Palazzo, si fece ricevere dall’Imperatrice: scoperte le ferite, si piegò in avanti e si strizzò i seni raggrinziti, facendo colare sulle piaghe e le budella un latte verdognolo.

Quando fu abbastanza, si ricompose e uscì dalla camera imperiale con un ghigno sardonico sul volto maledetto.

Non si seppe mai chi la mandò.

Ma la sete nera scatenava forze primordiali che sfuggivano alla comprensione umana.

Soltanto questo era dato intravedere.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA VERA STORIA DI

JACK LO SQUARTATORE

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2016-2018)

Ah, la notte, Layla! Un'alleata per chi deve confondere la propria ombra insieme a quelle degli altri, un'amica per chi cerca conforto nel buio non avendolo di giorno, una tana sicura dove gli animali notturni trascinano le prede anche solo per il gusto di vedere le strisciate di sangue che lasciano in terra.

La notte… ombre cinesi a rappresentare sui muri la vita e la morte, l'orrore di chi scappa e la follia di chi rincorre.

Corri più veloce, Layla, adesso l'ombra che sta scappando lungo i muri è proprio la tua.

SZOCK

SZOCK

Ma inciampare su due pugnalate fa durare la tua corsa soltanto pochi metri.

«Ahhh!», e purtroppo la lama taglia la carne e non l'ombra. «Ti prego... non uccidermi...», strana richiesta, Layla; il doppio fendente ti ha già sventrato e ammazzato, la tua ombra è scivolata dal muro dentro la pozzanghera del tuo stesso sangue.

SZOCK

La terza pugnalata è più profonda delle prime.

SZOCK

SZOCK

Ma anche la quarta e la quinta ti accompagnano all'inferno.

SZOCK

La tua pancia è ben tornita e così incassi facile pure la sesta coltellata, c’è tanta carne per la lama famelica, tanta carne da sventrare.

SZOCK

SZOCK

SZOCK

SZOCK

SZOCK

Coltellata su coltellata, una dentro l'altra, ormai è un loop, Layla, tanto per allargare il buco e infierire, visto che non volevi mollare, stringendo forte il pugnetto.

«Ohhh...», il lamento è leggero come la brezza che ti rinfresca la fronte sudata dalla breve agonia. «Ohhh...», ed è silenzioso, tanto qui non serve alzare la voce, il vicolo è troppo sudicio e stretto perché a quest'ora qualcuno possa sentirti, forse solamente una strega potrebbe udirti, ma è troppo tardi anche per lei.

Perché?

La mente sa fare domande anche quando la bocca non ci riesce più.

Ma l'altra ombra non risponde, si limita a seguirti lentamente, senza parlare, distinguendosi dal buio solo per lo scintillio del pugnale quando la punta trova la luce della luna piena.

Ti segue nel tuo strisciare che ti rende più simile a un serpente che a una donna, centimetri lunghi come chilometri di un sentiero che ti porta direttamente all'inferno.

Finché neanche gli spasmi e le contrazioni sono più sufficienti per farti strisciare.

Adesso il pugnetto ce l'hai aperto e gli occhi si sono fatti di vetro, era inutile resistere.

Deve intervenire lui.

«Uhhh...», due mani pelose liberate dal pugnale ti prendono e cominciano a trascinarti per comporre il dipinto fatto con le tue stesse strisciate di sangue.

Subito una sterzata da 60°, perché non hai fatto molta strada, Layla, ma per un lato va più che bene.

Poi un’altra sterzata da 60° verso il punto di partenza e il primo triangolo è chiuso.

«Uhhh...», l’ombra ti gira a petto in su, Layla, per non rovinare il quadro.

E ti rovescia di nuovo a pancia sotto quando è il momento di ripartire con il rosso.

Un altro triangolo, uguale al primo, opposto e incastrato all’altro.

Una figura con sei vertici.

L’opera è finita.

Grazie al tuo sangue, Layla.

Sei stata brava.

Ma ora non servi più, né da viva né da morta.

L’ombra ti solleva, perché alla figura non serve il grassetto.

E ti scarica nell’immondizia del vicolo, dentro un bidone dalla classica forma cilindrica. Il tuo fondoschiena ben tornito, Layla, non entra se non di poco; e così rimani praticamente seduta sui rifiuti, su un trono di merda.

La testa piegata sul petto, i capelli arruffati, la camicetta blu da troia rimasta sbottonata fino allo stomaco, le braccia molli lungo i fianchi e fuori dal bidone: un sarcofago di latta degno della vita che hai vissuto.

Sei lunga a morire, Layla: i tuoi ultimi fremiti scuotono il bidone.

Ne hai di birra in corpo, vecchia troia.

Per lui, comunque, non ha più importanza; prenditi tutto il tempo che vuoi, in fondo non capita tutti i giorni di dover morire; per lui sei stata un pennello dalla punta larga e basta, Layla.

L’ombra della notte ha altro da fare, adesso.

Accende una torcia e illumina a terra: sì, il dipinto è venuto bene anche al buio.

È risaputo, d’altronde, che certi animali ci vedano anche di notte.

Estrae un crocefisso di paglia e cartone e lo posiziona all'interno dell'esagono centrale, avendo cura di non calpestare il tuo prezioso sangue, Layla.

«Uuuhhh...!», e insieme all’ultimo rivolo di fumo, sale al cielo verso la luna piena, fra i muri umidi del vicolo, anche un ululato fin troppo umano.

Senza la luna piena, velata da nubi cariche di pioggia, il vicolo è anche più buio della notte prima.

«Mi scusi, Ispettore. Se le foto non sono venute bene nemmeno con la luce del giorno, non pensa sia inutile ripeterle di notte?», l’agente fa strada con la torcia.

«Smith, per apprezzare un artista ci vuole il grado di luce che questi ha pensato per la sua opera».

«Mi scusi, Ispettore. Ma io non capisco».

«Non fa niente, Smith. È una qualità molto apprezzata nella polizia.

D’altra parte il famoso Jack non ha mai conosciuto il boia, giusto?».

«Ehm… siamo arrivati, Ispettore».

Il fascio di luce batte sull’asfalto del vicolo, negli stessi punti dove è stata accoltellata Layla.

L’Ispettore Anna Dobbs, nel suo distinto trench nero, osserva e aspetta.

Il vento della notte non rimane indifferente a quegli occhi grigi.

Le nubi volano e la Dobbs ammira l’opera nella sua luce originaria.

«Il nostro madonnaro ha fatto davvero un bel lavoro.

Verrebbe quasi voglia di lasciare un obolo in terra, se non sapessimo che per tutto questo ha usato il sangue di una vecchia troia».

«Domani comunque avremo l'esito della Scientifica su quei piccoli residui di combustione osservati al centro della... forma...».

«Forma... che forma...?

Smith, non ha il coraggio di chiamarla con il suo nome?».

«Mah... veramente io...».

«Ho capito, ho capito.

La Scientifica ci dirà pure che forma aveva il feticcio?».

«Il feticcio, Ispettore?».

«Smith, che giorno era ieri?».

«Ispettore... tenuto conto che abbiamo passato la mezzanotte, ieri era venerdì 9 novembre».

«Dunque è un anniversario. Il 130°, per la precisione. Jack colpì per l'ultima volta il 9 novembre 1888».

«Ehm... Ispettore... lei pensa che questo assassino colpirà ancora?».

«Assassino? Il movente non era quello di uccidere. Altrimenti l'avrebbe finita. Se è arrivata in ospedale, doveva dibattersi ancora. Grossa bestia, comunque.

Ha preso undici coltellate... tante... anche se tutte sopra la prima, perché al pittore serviva un tratto uniforme, per così dire... questa circostanza, unitamente al fisico e alla forza della disperazione, hanno permesso alla vecchia troia di salire sull'ambulanza e di tenere tutti col fiato sospeso per il resto della notte...

Forse no... Smith: se non è un nuovo inizio, forse ha già finito quello che doveva fare...

Oppure può dirci qualcosa in proposito il nostro amico...», inasprendo la voce.

«Mi scusi, Ispettore. Che amico?».

«Avanti, vieni fuori da lì».

«Accidenti...», il poliziotto estrae la pistola.

«Non sparate... non sparate, vi prego...».

«Metti via il cannone, Smith. È un'amica».

La figura si materializza da un buio sottoscala, con le braccia alzate, e la torcia la inquadra illuminando un viso di donna.

«Chi sei?».

«Sono un'amica di Layla.

E voglio trovare il macellaio che ha fatto tutto questo».

«O forse il medico... o il barbiere...».

Adesso è vicina, e profuma di prostituta, dalla pelle agli abiti scollati. Un'amica e una collega.

«Come ti chiami?».

«Romina. E forse posso mettervi sulle sue tracce».

«Perché non sei venuta alla Centrale?».

«Non mi fido di voi. Ma quando ho visto una donna... una bella donna...  allora mi sono fatta coraggio».

«Puoi davvero mettermi sulle tracce del pittore?», la guarda negli occhi, con il petto di quella che quasi la sfiora mentre si gonfia con un lungo sospiro.

«È successo un mese fa.

Ricordo che quella sera avevo smesso di lavorare presto, non mi sentivo molto bene.

Pioveva...», guarda in un punto a caso, rivedendoci la scena.

«Ero arrivata sotto al portone di casa, quando sentii un rumore metallico, di qualcosa che era appena caduto a terra. Mi voltai di scatto e vidi una figura accucciata, a pochi metri da me». Un sospiro. «Si rialzò subito e la luce dei lampioni mi permise di vedere cosa aveva raccolto da terra: un grosso coltello... uno di quelli da macellaio... e lo teneva stretto nella mano destra mentre già si dirigeva verso di me...».

«Coraggio... andiamo avanti».

«Si scagliò contro di me con la violenza di una bestia, la lama del coltello squarciò il legno del portone al posto mio, la foga gli fece sbagliare bersaglio. Urlai con tutto il fiato che avevo in gola e dimenandomi riuscii disperatamente a sfuggire dalla sua presa». Piange. «E corsi, più veloce che potevo, senza guardarmi mai indietro. Non incontravo nessuno. Nessuno mi aiutava. Mi fermai solamente quando giunsi davanti all'abitazione di Susan, una mia amica. Mi aprì e svenni sul suo divano.

Insomma, sono viva per miracolo».

«O forse no. Forse non hai corso un reale pericolo.

Il maniaco aveva una data precisa in cui colpire, forse per lui è stata solo una prova per farsi trovare pronto al momento giunto.

In ogni caso, l'hai visto in faccia? Lo riconosceresti?».

«No, purtroppo no. Aveva una calza sul volto, come si vede nei film».

«E hai già lavato i vestiti di quella sera?».

Annuisce.

«Smith, accompagna a casa la signora e rimani un po’ con lei.

Io rientro da sola».

«Ehm… “un po’ con lei” quanto?».

«Quanto basta per non farla ammazzare».

«Certamente. Agli ordini.

Le lascio la torcia, Ispettore.

Andiamo, signorina...».

Per un po' la Dobbs resta ferma in mezzo al buio, con la strana sensazione che qualcuno la stia osservando.

Poi accende la torcia e illumina il bidone su cui è stata rinvenuta Layla, aggrappata agli ultimi scampoli di vita e già praticamente dissanguata.

Una puttana che ha lottato fino all'ultima goccia. E una gran bella donna.

Una di quelle che può far innamorare anche un'altra bella donna.

La Dobbs si volta e si avvia a piedi.

Ma non è diretta verso casa.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

IL DECLINO DELL'OCCIDENTE

di Salvatore Conte (2011-2014)

Leila Dobbs voleva parlarmi, ma io non avevo la più pallida idea di cosa volesse.

Per la verità, non sapevo neanche chi fosse.

D’altra parte, in quell’eterogenea spedizione, in pochi si conoscevano tra loro.

Il meccanismo era stato messo in moto dal Dottor Monsen: lui solo conosceva tutti gli altri.

Mi aveva pagato bene, anche per non fare domande. Da me si aspettava che io facessi il mio lavoro di archeologo, e da parte mia stavo facendo qualcosa che avrei fatto anche senza essere pagato: cosa volevo di più?

La partecipazione all’impresa di un nutrito gruppo di gorilla non prometteva nulla di buono, questo era vero, ma da quelle parti occorreva proteggersi, e questo era altrettanto vero.

Quanto alla Dobbs, ne conoscevo il nome, la bella faccia e il sorriso ammiccante, ma non avevo ancora capito che ruolo ricoprisse nella squadra di Monsen.

Una stagionata majorette o un rincalzo di lusso? Era presto per sbilanciarsi.

L’unica certezza era che aveva sempre con sé un pelosissimo gatto bianco, che supponevo persiano come lei.

D’altronde, se l’intelletto non mi suggeriva niente di utile, dovevo riconoscere che la Dobbs sembrava l’unico componente della spedizione a essere in sintonia con la foresta amazzonica che ci inghiottiva da giorni.

Nelle rare occasioni in cui avevo incrociato il suo sguardo, i suoi occhi mi avevano dato l’impressione di essere parte consapevole della vibrante e inquietante vitalità che si percepiva nella foresta in cui eravamo immersi, e i suoi fluenti capelli color mogano sembravano il vessillo sublimato di quell’albero monumentale, l’oro rosso dell’Amazzonia, il legno più conteso al mondo per il suo irripetibile colore.

Sempre più rari, una volta gli alberi di mogano si ergevano alti e massicci, come possenti colonne, fino alla volta frondosa della foresta. Il legno rossiccio, dalle favolose trame e insuperabili proprietà, era il vanto della natura amazzonica e simbolo ineguagliabile di ricchezza e potere per gli uomini che ne possedevano, sotto le più svariate forme e sfumature, ma sempre con quell’unico, inconfondibile colore.

Sulla bandiera del Belize c’era scritto, ai piedi di un albero di mogano: “sub umbra floreo”, “all’ombra (del mogano) fiorisco”; e, francamente, all’ombra della Dobbs sarei fiorito anch’io.

In mezzo a queste divagazioni, stavo per decidere se accettare il suo invito. L’appuntamento era nella sua tenda, dopo la cena.

Se il motivo della chiamata rimaneva incerto, d’altra parte il non andare sarebbe stato di certo una fesseria.

Dunque mi lasciai convincere senza troppe difficoltà: la avvicinai e le comunicai la mia decisione.

Dopo la cena al bivacco, mi ritirai nella mia tenda e feci trascorrere dieci minuti.

Quindi uscii, mi guardai intorno, mi diressi verso la tenda della libanese e la chiamai sommessamente, da fuori: «Signora Dobbs… sono il Dottor Gomez…».

«Venga dentro… la stavo aspettando.

Grazie per essere venuto».

«Di cosa voleva parlarmi?», cercai subito di arrivare al punto, non appena mi fui seduto a gambe incrociate, di fronte a lei.

Il gatto persiano sonnecchiava in disparte.

«Non beve qualcosa?», la Dobbs avvicinò una bottiglia e mi squadrò da dietro gli occhiali. Le stavano bene.

«Questo rum farebbe venire i brividi a un cadavere…

Non ci crede? Allora lo provi… non ho i bicchieri, però».

«Vuole dire che somiglio a un cadavere…?», cercai di sdrammatizzare e di mostrarmi a mio agio, nonostante non lo fossi affatto.

Mi diede il tempo di mandar giù un paio di sorsi e tornò al punto: «Non intendevo questo, ma il condizionamento della civiltà è un peso enorme nelle relazioni sociali… e lei sembra essere uno dei pochi uomini civilizzati di questa missione. Spero tuttavia per entrambi che la civiltà non le abbia dato alla testa…», e nel muoversi per riporre in disparte la bottiglia, perse l’equilibrio e mi cadde addosso; non avevo ancora capito se si fosse trattato di una mossa volontaria, quando mi sfiorò il sesso con mano esperta, rovesciandomi per terra e togliendosi gli occhiali. Fu allora che il mio dubbio divenne ridicolo: quell’aspetto rassicurante, da cinquantenne per bene, era solo la facciata di una donna scaltra e disinvolta.

«Qualunque altro uomo, civilizzato o meno, non esiterebbe a divorarmi, Dottor Gomez, specie in questa giungla desolata… e invece lei è fermo, inquieto, ed è per questo che l’ho chiamato: lei non solo è un individuo civilizzato, ma è anche un uomo…

Ora però mi baci, la prego…».

La sua voce, il corpo soffice e caldo, gli occhi di fuoco, non ammettevano indugi.

Lei mi incoraggiò ad andare oltre, io cercai di trattenermi, perché era l’unica donna della compagnia e non mi andava di esporla a situazioni imbarazzanti.

C’era troppo silenzio nell’accampamento e certi rumori sono inconfondibili…

Ma non riuscivo a fermarmi e lei non voleva che io lo facessi.

Ci liberammo dalle camicie umide di sudore e fummo a contatto, petto contro petto.

Sarebbe bastato toccarla, sarebbe bastato guardarla, sarebbe bastato sognarla, ma a me capitavano tutte le cose insieme, troppo insieme, e non riuscivo bene a comprendere quello che facevo, come uno che abbracci l’acqua senza saper nuotare.

Le esplosi dentro senza rendermene conto.

E rimasi a guardarla, quasi inebetito.

Per fortuna l’acqua era bassa.

Fu lei a disimpegnarsi. Sembrava aver recuperato in fretta il suo autocontrollo.

Si rivestì.

Io ero ancora inerte.

«Era di questo che voleva parlarmi?».

«Certe cose valgono più di mille parole.

Vede… io sono da sola in questa avventura, a parte Richard».

La guardai con aria interrogativa.

«Richard…», non appena chiamò, il gatto le si strofinò addosso.

«E dunque sto tastando il terreno intorno a me», continuò la persiana.

«Insomma, sarei un’alternativa al suo gatto…».

«Lei è piuttosto bravo, se è questo che la preoccupa…

La civiltà non ti ha annebbiato del tutto», era stato più difficile arrivare al suo “tu” che alle sue cosce.

«Solo una curiosità, Leila: da stasera, vengo prima o dopo il bel Richard?», sotto-sotto, volevo già accampare qualche pretesa.

«Tu vieni troppo presto, Pablo, ma comunque dopo Richard», e sorrise per addolcirmi la pillola.

Probabilmente il suo interesse era strettamente momentaneo, forse si affezionava solo ai gatti. In ogni caso dovevo scendere dalla luna e rimettermi i pantaloni.

«C’è altro che devi dirmi, Leila?».

«No, abbiamo parlato abbastanza. E siamo passati al “tu”».

«Allora… a domani… e grazie per il rum».

«A domani, Pablo. Io sono fatta così, sono una donna di poche parole…».

«Spero però che ti piaccia ripeterle…».

Mi lasciò senza conferme, con un bacetto da fidanzatina.

Il gioco lo comandava lei. E non c’era niente di male: venivo dopo un gatto, ma pur sempre prima, almeno fino a quell’ora della sera, di una trentina d’altri, tra uomini, gorilla e cani.

Chi era, tuttavia, Leila Dobbs?

E che cosa ci faceva in quel posto?

Mi addormentai senza che queste domande potessero minimamente intaccare la mia febbricitante estasi.

Il giorno dopo, di nuovo in marcia, il Dottor Otto Spengler attaccò bottone parlandomi del suo famoso avo.

Non avevo mai letto “Il Declino dell’Occidente”, perché m’era sembrato superfluo approfondire una questione fin troppo chiara.

Tuttavia, Spengler Jr. insisteva nel decantarmi tutte le qualità di quell’opera.

«Ducunt fata volentem, nolentem trahunt», snocciolava con enfasi tra le liane degli alberi, omettendo però di evidenziare che il succo del discorso era di Seneca e non di Spengler Sr.; i classici, loro sì che si intendevano di fati.

Quelle liane così tenaci, a portata della nostra mano, ci avrebbero condotto dritti a destinazione, a saperle usare come Tarzan; ma in ogni caso il destino ci trascinava per la giungla a colpi di machete.

Tuttavia, per non sembrare scortese, facevo finta di ascoltarlo e in mezzo alle sue parole, come pronunciate da un pesce, riflettevo sul trionfo notturno dell’Oriente.
A un tratto la Dobbs mi passò accanto e Richard sembrò trasformarsi in una tigre malese, allorché indirizzò un furente ruggito verso Otto Spengler: un comportamento strano per quel piccolo felino apparentemente pacifico.

Ad ogni modo, Leila stava allungando il passo, ignorandomi completamente.

Tornai a riflettere sul declino dell’Occidente.

Giunta la sera, e consumata la solita cena al bivacco, rimasi deluso dal fatto che Leila Dobbs continuasse a ignorarmi. Non aveva niente da dirmi, quella sera.

Le tempie mi pulsavano quando mi alzai e mi ritirai nella mia tenda, sforzandomi di leggere qualcosa.

Poi, quasi d’improvviso, uno strano senso d’inquietudine mi colse.

Era qualcosa di diverso dalla delusione, di molto diverso. Era angoscia. Paura. Spavento. Ma non me ne spiegavo la ragione.

Mi sembrò perfino di sentire Richard infuriarsi alla maniera di una tigre, come nel corso della giornata…

Tergiversai per qualche minuto, poi quella sensazione aumentò di intensità e mi decisi a fare qualcosa. Niente mi impediva di farle visita. Mi incamminai verso la sua tenda. Il passo era veloce, ma non capivo che fretta avrei dovuto avere.

«Signora Dobbs…», chiamai sottovoce, da fuori.

Nessuna risposta, nessun rumore dall’interno, nessuna luce.

Non era detto che fosse nella sua tenda, naturalmente.

Ma qualcosa mi spinse dentro.

Entrai e la vidi distesa sul giaciglio, voltata di fianco, sul lato esterno.

Le sue ricche forme erano inconfondibili anche nella penombra.

Poiché non si era accorta della mia presenza, esitai, pensando per un attimo che stesse dormendo, ma sentivo che qualcosa non andava e non vedevo il gatto.

Mi mossi in avanti e le scossi leggermente la spalla.

Bastò quella leggera pressione affinché il corpo della libanese si ribaltasse supino…

Mi mancò il fiato…

Era proprio così: un manico di pugnale sporgeva dallo stomaco di Leila Dobbs!

La lama era affondata nel petto quasi interamente.

Accesi subito la lampada a gas.

La Dobbs aveva gli occhi pietrificati, ancora carichi dello stupore con cui era stata sorpresa dal suo assassino.

La bocca era aperta in maniera innaturale. Un rivolo di sangue le colava dal labbro.

Quasi mi spaventai quando vidi sbattere le palpebre, ormai pensavo fosse morta, e forse lo era, forse era stato solo un sussulto.

Il cuore pulsò forte. Cercai conferme. Speravo che fosse ancora viva.

«Leila…», ero quasi più morto di lei.

Gli occhi profondi della libanese ebbero un altro sussulto, un tenue alito di vita prese forma nel suo sguardo spento: mi aveva visto o sentito, e forse riconosciuto…

L’assassino aveva colpito da poco. Io ero disarmato. Lei non era in condizione di parlare. L’omicida aveva creduto che fosse morta.

Dopo questi pensieri mal collegati, l’adrenalina cominciò a entrare in circolo e ciò mi diede la forza per pensare soltanto a qualcosa di utile. La collera sostituì qualsiasi altra emozione.

«Leila, devi stare calma, sono io, Pedro, capito?».

Uscii dalla tenda e urlai verso due gorilla poco distanti: «Sicurezza! Presto, c’è un’emergenza!», sperando non fossero loro gli assassini.

«Allarme! Allarme! Venite tutti qui, presto!», decisi di evitare questo rischio.

Il campo entrò subito in fibrillazione, dopo le mie urla.

Tornai dentro, accanto a Leila.

In pochi attimi fu lo stesso Monsen a entrare nella tenda. Imprecò selvaggiamente. Sembrava sincero. Io, però, diffidavo di tutti, chiunque poteva essere l’assassino, e non ne conoscevo il movente.

Nella spedizione non c’era alcun medico. Si poteva contare soltanto su una cassetta del pronto soccorso: davvero troppo poco per Leila, ma meglio di niente.

Monsen ordinò ai suoi di portarla immediatamente.

Io rimasi attaccato a Leila, perché l’assassino avrebbe cercato di infliggerle il colpo di grazia, qualora non fosse presto deceduta a causa della prima pugnalata. Allentai un paio di bottoncini della camicetta a pois.

Nell’irreale attesa, mi sembrò di percepire una morbosa eccitazione correre di bocca in bocca per l’accampamento. In un lampo si diffuse la notizia che la bella Leila Dobbs era stata accoltellata a morte.

Il Dottor Monsen, laureato in economia, cercò di farle dire qualche parola, ma inutilmente. Tuttavia ciò sembrava dimostrare che fosse estraneo all’omicidio, o almeno alla sua esecuzione, perché tutto lasciava pensare - in caso contrario - che non avrebbe sollecitato il nome dell’assassino alla sua stessa vittima.

La cassetta era arrivata.

Usammo i sali sintetici per cercare di rianimarla, ma la cosa non ebbe molto successo.

Era chiaro che non avremmo estratto il pugnale, almeno per il momento. Sarebbe stata un’azione delicatissima, che avrebbe potuto stroncarla definitivamente.

Mentre stringevo la mano di Leila e osservavo lo sforzo della libanese, costretta a lottare come una tigre per non lasciarsi andare, mi domandai che fine avesse fatto Richard…

Lasciai spaziare l’occhio all’interno della tenda… e infine notai qualcosa…

Peli bianchi e piccole macchie scure: sangue di gatto, con ogni probabilità.

A quel punto, ebbi un’idea: chiesi l’intervento dei cani. Uno di questi annusò le macchie ematiche e si diresse senza esitazioni verso una tenda dell’accampamento.

Era quella di Otto Spengler!

Non lasciai la mano di Leila, ascoltavo le voci.

Lui non c’era, ma la Sicurezza rinvenne all’interno della sua tenda la carcassa del gatto, squarciata da un coltello.

Monsen ordinò di braccarlo con i cani.

Dunque tutto faceva supporre che fosse lui il crudele assassino che aveva colpito la Dobbs, anche se poteva avere dei complici o dei fiancheggiatori rimasti nell’ombra.

E perché diamine si era fatto scoprire così facilmente? Aveva agito d’impulso o secondo un piano?

Dovevo rimanere sospettoso e vigile.

«Leila… è stato Otto Spengler a colpirti?», era soprattutto un modo per cercare di mantenerla cosciente.

La Dobbs chiuse le palpebre. E le riaprì, per fortuna. Era stato lui, dunque, quel porco di tedesco che si vantava di discendere da Oswald Spengler e che mi aveva avvicinato con la scusa del libro…

Aveva ammazzato Leila, la donna che m’aveva portato sulla luna…

Gli sguardi di coloro che entravano nella tenda e posavano gli occhi sulla libanese erano sconsolati. Sembravano dire tutti la stessa cosa: che non ci fosse più molto da fare.

A me sembrava di vedere - da dentro - un quadro raffigurante la morte di Didone, ove tipicamente gli osservatori sono ritratti affettatamente sconsolati e impotenti di fronte all’eroina morente; ciò a causa, avevo letto qualcosa in merito da parte di un tal Conte, del recepimento erudito riguardo al sottinteso tragicamente caricaturale della prima scrittura virgiliana.

Nel quadro del Guercino, un meraviglioso pittore, la spada è lunga quanto un giavellotto ed è immersa nel petto fino all’elsa, ma senza un filo di sangue lungo tutta la lama. Una spada da palcoscenico, insomma.

In questo quadro, invece, il ferro fatale non era un espediente di scena. E la falsa costernazione degli astanti era autentica.

Io, però, non la guardavo con compassione, avevo fiducia in lei, lei stringeva la mia mano, specie nei momenti più difficili: aveva capito che non l’avrei mollata, che la scopata aveva funzionato e che al tempo stesso non era servita a nulla, perché era stata lei stessa a infilarmi per prima, da molto prima.

Probabilmente Leila Dobbs non era uno stinco di santa, forse non era la controfigura ideale della Regina Didone, ma di sicuro non meritava di finire così.

L’omicida le aveva affondato il pugnale nello stomaco con rabbia, con un gesto che sembrava carico di risentimento personale, non c’erano molti dubbi a riguardo. Poi forse era stato disturbato dal gatto e aveva ucciso anche la bestiola; dopo quel frangente, per la fretta di andarsene, aveva tralasciato di controllare la morte della donna, oppure si era semplicemente sentito sicuro di averla stroncata.

Ma perché portar via la carcassa di Richard?

Paura della fine e frustrazione erano i sentimenti che sembravano lacrimare  dagli occhi di Leila Dobbs. Ma su tutto spiccava il suo sguardo ammutolito, la sua incredulità di fronte alla scaltrezza dell’assassino che l’aveva sorpresa senza che lei potesse accennare alla minima reazione.

Cercai di ricostruire quei momenti fatali: Spengler la chiama sottovoce da fuori, come avevo fatto io la sera prima, lei lo fa entrare, lui si accomoda e parlano; il gatto è nervoso, avverte un pericolo ed è ostile a Spengler: lo aveva già dimostrato durante il giorno; lei è seduta sul giaciglio, lui fa finta di mostrarle qualcosa e invece - fulmineo e letale - tira il fuori il pugnale e la colpisce, tappandole la bocca con l’altra mano per impedirle di urlare; poi attende che gli occhi della donna fissino il vuoto, quindi ne rovescia sprezzante il corpo dalla parte opposta alla sua, per non guardarla più negli occhi, o per avere più tempo per allontanarsi; intanto Richard lo graffia e lui, con un altro coltello, massacra anche il gatto e se lo porta via, chissà perché; prima di andarsene, spenge la lampada a gas, pensando che il corpo venga ritrovato il giorno dopo.

Interruppi qui i miei pensieri e asciugai il rivolo di sangue che le colava dal labbro e il sudore freddo che le ammantava fronte, collo e petto.

Stava soffrendo molto, a ogni respiro, a causa della lama ancora immersa in corpo. Decidemmo di praticarle un’iniezione di morfina. Venivo ascoltato, perché lei stringeva la mia mano.

Ero spaventato dall’idea di estrarre il pugnale. Non sapevo come fare e degli altri non mi fidavo. Almeno così continuava faticosamente a vivere.

I gorilla di ritorno dalla caccia all’uomo annunciarono a Monsen che Spengler era stato catturato. Il capo della spedizione intendeva interrogarlo subito. Io rimasi accanto a Leila e nel mentre cercavo di farmi venire qualche idea su cosa fare di lei.

Alla fine un’idea mi venne, ma avrei dovuto farla digerire al Dottor Monsen e anche a me stesso, che l’avevo partorita in un momento di follia.

Purtroppo quando ci si perde tra le braccia di una donna come Leila, tutto il resto appare indegno di essere difeso, incluso il proprio io.

Monsen rientrò nella tenda dopo pochi minuti: evidentemente Spengler aveva cantato senza fare tante storie.

L’espressione del capo spedizione era in qualche modo imbarazzata, come se dovesse farmi digerire qualcosa che non avrei gradito.

D’altra parte io intendevo fare lo stesso con lui, quindi forse saremmo stati pari.

«Spengler ha confessato. È stato lui. Ma il movente è pazzesco. E tuttavia, Dottor Gomez, lei capirà come io debba far prevalere gli interessi della mia spedizione. Comprendo che lei fosse “in contatto” - diciamo così - con la Signora Dobbs, ma questo non deve farle dimenticare per quale motivo lei si trovi qui adesso e i suoi obblighi nei miei confronti…».

Non avevo intenzione di arrabbiarmi, pensavo esclusivamente a salvare Leila, se rimaneva una sola possibilità di farlo.

«Mi dica tutto, Dottor Monsen. La sorte di Spengler non mi interessa, purché lei non trascuri di aiutare la Signora Dobbs».

«Ebbene, può sembrare assurdo, ma Spengler ha colpito la Dobbs per impadronirsi del suo gatto. Aveva provato a ottenerlo pacificamente, ma era stato inutile. Forse nella sua testa malata è scattato anche qualcos’altro, ma il motivo principale del folle gesto è stato proprio il gatto».

«Ma se l’ha ucciso…!», replicai subito.

«A lui serve morto, infatti. Gli serve per un rito, un rito magico. Non sono un esperto di queste cose, Dottor Gomez, ma Spengler tenterà stanotte di entrare in contatto con lo spirito di Jack Sanders, per farsi rivelare dove egli nascose l’oro dei selvaggi prima di lasciarci la pelle…

E tuttavia, ne sia certo, alla fine della missione Spengler risarcirà, con la sua parte di tesoro, i danni che ha provocato. Lo garantisco io. Non voglio dissidi fra i miei uomini».

Rimase in attesa della mia risposta, ma era inutile obiettare: era fin troppo chiaro come Monsen fosse accecato dalla brama dell’oro e del tutto indifferente alla sorte di Leila. D’altronde i gorilla che si era portato appresso rispondevano a lui soltanto e perciò non potevo alzare troppo la cresta.

Dovevo preoccuparmi di ottenere ciò che volevo, e basta. La mia missione archeologica era finita: ora ne iniziavo un’altra per cercare di salvare la pelle a una donna.

Quelli che Monsen aveva qualificato come selvaggi erano in realtà i membri di una popolazione indigena di origini molto antiche, che abitava quella regione adottando standard di vita che apparivano primitivi agli occhi degli osservatori occidentali.

Tuttavia questa gente rappresentava l’ultima speranza per Leila. I loro guaritori possedevano conoscenze molto avanzate, anche se venivano minimizzate dalla scienza ufficiale, perché in contrasto con gli interessi economici dell’Occidente.

A me di quella diatriba tra forme di civiltà opposte non interessava nulla: il mio scopo era tenere in vita Leila e non potevo trascurare l’ultima chance che le rimaneva, anche se questo significava andare incontro a un pericolo mortale, a causa dell’odio, ben giustificato, che quel popolo nutriva verso i bianchi.

«Dottor Monsen, comprendo le sue ragioni. Tuttavia lei è uomo d’onore e quindi capirà che è mio dovere tentare tutto il possibile per salvare la vita della Signora Dobbs. E non vedo altre possibilità se non quella di rivolgermi agli indigeni di questa regione. Le chiedo di aiutarmi, ma sarò io solo a rischiare il contatto».

Monsen era visibilmente contrariato.

«Può aspettare domattina?».

«No, ho urgente bisogno di trasportare la Signora Dobbs lontano dal campo per fare in modo che gli indigeni si mostrino. Stanno sicuramente seguendoci sin da quando siamo entrati nel loro territorio, ma sono intimoriti dai suoi uomini e aspettano nell’ombra».

«Ma è un suicidio!».

«Devo tentare».

«Come vuole, Dottor Gomez, la pelle è sua.

Ma si ricordi che di belle donne ce ne sono tante in Sud America…».

Forse contento di liberarsi d’un sol colpo di due ospiti ormai ingombranti, mise a mia disposizione un paio dei suoi uomini; con l’aiuto di questi, dopo che fu approntata una barella di fortuna, trasportai la Dobbs abbastanza lontano dal campo e feci rimontare la tenda e accendere un nuovo fuoco.

Ringraziai i gorilla, e quando se ne furono andati, mi adoperai per tirar su una sorta di totem della pace, utilizzando alcuni segni simbolici di quella cultura primordiale. Lasciai partire anche qualche urlo, pronunciando i nomi dei loro Dei.

Quindi rimasi in attesa accanto a Leila, resa semicosciente dalla morfina.

Passò meno di mezzora e la punta di una lancia fece capolino all’interno della tenda…

L’arma era brandita da un ragazzo forte e agile.

Se era finita, l’avrei saputo molto presto.

Alzai lentamente il braccio libero, mostrando la mano aperta, ma l’attenzione del giovane fu immediatamente catturata dalla donna con un pugnale immerso nel petto.

I suoi occhi intelligenti mostrarono subito di aver afferrato la situazione. I bianchi non avrebbero mai concepito una trappola del genere: troppo elaborata. Per loro le donne erano solo un intralcio.

I suoi occhi si ammorbidirono. Si avvicinò a Leila e sembrò assicurarsi che respirasse ancora.

In segno di pace depose la lancia a terra e disse qualcosa ai suoi compagni, evidentemente in attesa all’esterno.

Quindi si sedette di fronte a me.

Abbassai il capo per ringraziarlo e protesi la mano in segno di amicizia, ma lui non la strinse e indicò la donna. Lo faceva per lei. Mi stava dicendo che lo faceva per lei.

Il piano procedeva meglio di quanto pensassi. E se non mi sbagliavo, il giovane guerriero aveva già fatto chiamare un guaritore.

Non molto dopo ne ebbi la conferma.

Riuscii a notare l’arrivo di un anziano disteso su una specie di lettiga; ma non era un ferito, era proprio un guaritore.

Data la sua età avanzata, gli indios avevano fatto in questo modo per andare più spediti.

Appena vide la libanese, trasalì. Era rimasto colpito sia dalla bellezza di Leila che dalla crudeltà della ferita che le era stata inferta. Imprecò sottovoce. Sembrava scandalizzato. Si rivolse al giovane guerriero con un tono minaccioso. Questi cercò di farmi capire qualcosa: si passò il taglio della mano alla gola, simulando uno sgozzamento. Avrebbero ucciso qualcuno, forse cominciando da me…

«Tu non avere paura, uomo bianco», il Guaritore intuì i miei pensieri senza neppure avermi guardato in faccia; parlava la mia lingua in maniera più che passabile.

«Io ho paura per la mia amica».

«Tu ora zitto. Come chiamare tua amica?».

«Leila. Leila Dobbs».

«Leila Dobbs», ripeté sottovoce.

Il Guaritore preparò pozioni e unguenti.

Le fece bere qualcosa, molto lentamente.

Poi si concentrò, come in trance. Fece un cenno e il giovane guerriero, rimasto in attesa, immobilizzò la donna, lasciandomi tenere la mano.

Stava per cominciare la parte più difficile. Il Guaritore aveva deciso di estrarre il maledetto pugnale.

Applicò un unguento liquido intorno alla lama.

Quindi, come rimanendo in ascolto di un suono di bassissima intensità, cominciò a sfiorare il manico dell’arma, stringendolo a poco a poco, fin quando sembrò che la sua mano fosse diventata una cosa sola col pugnale stesso.

Mezzo centimetro, mezza unghia alla volta, valutando in ciascuna occasione la reazione di Leila, e compensando l’emorragia con un denso unguento verde, il Guaritore estrasse il maledetto pugnale dal corpo della libanese. La sua mano rimase a tamponare la ferita che si richiudeva su sé stessa.

Leila tremava come una foglia d’autunno, il volto scolorito in un pallore mortale. Io stavo per vomitare.

Eppure, dopo il terribile stress, la respirazione della Dobbs si stabilizzò e i suoi occhi mi guardarono come attraverso un sogno: si era liberata di un grosso peso, non credeva di sopravvivere fino a quel momento.

Anche il Guaritore tremava. Come un vero medico, aveva assorbito su di sé la sofferenza e la paura della paziente, ed era perciò esausto.

Ciò nondimeno, continuava a premere la mano sulla ferita di Leila.

Un denso unguento verde, simile a un mastice gommoso, la ricopriva interamente. Da questo strato di mastice non filtrava nemmeno una goccia di sangue, la tenuta era ermetica. Era semplicemente straordinario!

Rimaneva più che aperta la questione dell’emorragia interna, ma a quel punto c’era una piccola possibilità di salvarla.

Se aveva sette vite come i gatti che amava tanto, se Richard le aveva lasciato le sue, allora Leila era appena alla seconda.

Ma quella lunga notte non era finita.

Si udirono spari e urla. Provenivano dall’accampamento. Forse gli indios erano entrati in azione.

C’era fermento intorno alla tenda.

Infine, il giovane guerriero mi fece cenno di seguirlo. Io mi mostrai titubante.

«Curare io Leila Dobbs. Tu conoscere uomo che ha colpito lei?», domandò il Guaritore.

«Lo conosco», e a quel punto non potei evitare di seguire il guerriero.

Mi condusse verso l’accampamento.

O quel che ne rimaneva…

Intorno a me si stendevano morte e sangue.

Era stato un massacro.

Il Dottor Monsen, però, era ancora in piedi e quando mi vide gesticolò al mio indirizzo: «Dottor Gomez! Dottor Gomez, parli a questi selvaggi! Faccia qualcosa! O ci scanneranno come maiali!».

Mi avvicinai.

«Questa gente vuole sapere chi ha pugnalato la Signora Dobbs, Dottor Monsen».

«Ebbene, noi lo sappiamo, non è vero? Venite, venite, vi mostrerò io l’assassino…».

Monsen si diresse verso la tenda di Spengler e lo trovò nei pressi, riverso a terra, cadavere, con una lancia nella schiena: «È lui! È stato lui!».

Gli indigeni gesticolavano e cercavano di farsi capire. Nervosi.

«Vogliono sapere perché non è stato lei a punire il colpevole, Dottor Monsen».

Il capo della spedizione impallidì. Balbettò qualcosa, poi cercò di inventare qualcosa di decente: «Gomez, lei conosce la verità! Lei deve raccontare a questi selvaggi tutta la verità! Io l’avevo imprigionato, in attesa di sottoporlo a un regolare processo. Noi non siamo dei selvaggi. Tra persone civili non si usano processi sommari… Gomez, glielo dica!».

Aveva perduto una piccola parte della sua tracotanza, ma pensava ancora di condurre il gioco.

Gli indios mostrarono i polsi di Spengler: erano liberi e privi di segni. Solo la morte l’aveva imprigionato.

«Ci stanno dicendo che il prigioniero non ha sofferto alcuna prigionia», in fondo la situazione era grottesca.

«E dove poteva scappare? Ma c’erano due guardie a sorvegliarlo! Lo giuro! Racconti tutta la verità, Gomez, la prego!».

«D’accordo, Dottor Monsen, racconterò la verità, ma lei è sicuro di volerlo davvero?».

«Quello che vuole lui non ha importanza adesso.

Parla, straniero. Ti ascolto», dalla penombra emerse un possente guerriero, che dall’autorità del portamento doveva essere il capo degli indios; si era espresso perfettamente.

Monsen fu messo in ginocchio con la faccia schiacciata a terra.

Salutai con la mano aperta e cominciai a parlare: «Quest’uomo mi ha chiesto di dire la verità. Tu mi hai chiesto di dire la verità. L’uomo con la lancia nella schiena», e lo indicai per distinguerlo dagli altri, «si chiamava Otto Spengler e con ogni probabilità è stato lui a pugnalare la Signora Dobbs, forse per odio verso le donne, forse per impadronirsi del suo gatto; pare intendesse usarlo per compiere un rito di magia nera, al fine di evocare l’ombra di Jack Sanders, un uomo bianco che saccheggiò i vostri tesori e li nascose nella giungla, prima di rimanere ucciso».

Il capo mandò uno dei suoi guerrieri nella tenda di Spengler e questi ritornò tre volte: con la carcassa del gatto, con strani oggetti non proprio usuali per una missione archeologica, e con un bacile pieno di sangue; il sangue di Richard.

Soddisfatto dei riscontri, mi esortò, con un cenno della testa, a proseguire.

«Io sono stato il primo a soccorrere la Signora Dobbs, e grazie ai cani, che hanno fiutato l’odore del gatto, è stato possibile smascherare il colpevole. Tuttavia, il Dottor Monsen qui presente, il capo di questa spedizione, era il mandante di Spengler e lo ha lasciato libero».

«Non è vero! Sei un bastardo, Gomez! Un bastardo!», ringhiò da terra Monsen.

Il capo degli indigeni afferrò l’uomo bianco per il collo e lo trascinò fino al cadavere di Spengler, dove gli fece notare che i polsi e le caviglie del morto non presentavano segni di lacci.

Forse era un processo sommario, svolto da selvaggi, ma le prove erano inconfutabili.

«Il nostro popolo punisce i capi più duramente dei servi», sentenziò il leader degli indios.

Una legge del tutto sconosciuta in Occidente.

Il capo lanciò un urlo e dai suoi occhi si sprigionò una scintilla di fuoco.

Uno dei guerrieri si avvicinò con un machete e tagliò di netto la testa di Spengler; poi ne smembrò le braccia.

Monsen era attonito.

Il capo si incamminò, seguito dai suoi, due dei quali trascinavano Monsen; anche io fui coinvolto e non pochi timori si affacciarono alla mia mente; il giovane guerriero mi posò una mano sulle spalle per rassicurarmi.

Così, aiutando Leila, avevo aiutato me stesso.

Dopo una breve marcia, il gruppo raggiunse i limiti di una palude.

Un guerriero si arrampicò su un grande albero i cui rami si protendevano sopra la mefitica superficie dell’acqua; per sicurezza si legò la vita a una liana.

Quindi un compagno gli passò gli arti di Spengler.

Che avesse colpito Leila con la destra o con la sinistra, a quel punto divenne irrilevante.

Il guerriero sul ramo lanciò in acqua gli arti, il più lontano possibile dalla sponda, quindi tornò indietro a prendere la testa; in pochi istanti la palude si animò di voraci coccodrilli; quando le acque ne pullularono, il guerriero lanciò per aria anche la testa di Spengler, intorno a cui, quasi prima che toccasse la superficie dell’acquitrino, scattarono le fauci orrende di quelle primitive bestie, in gara tra loro per aggiudicarsi il boccone, in una furibonda tempesta di acqua zampillante.

La parabola dell’Occidente aveva toccato il fondo.

Poi fu la volta di Monsen. Fu legato come un salame e issato a forza sul grande ramo. Quindi fu spinto verso la sua estremità, sulla punta delle lance.

Cercava di non perdere l’equilibrio e intanto invocava pietà, mentre sotto di lui i coccodrilli scivolavano in agguato sul filo dell’acqua.

In mezzo alle sue accorate suppliche, secchi colpi di machete risuonarono nella giungla. Non ci fu misericordia. I capi erano puniti più duramente dei servi.

Il ramo si incrinò, e poi - sotto il peso da maiale - si spezzò definitivamente.

Monsen cadde nel vuoto, ma ancor prima di sfiorare l’acqua, fu squartato in tanti pezzi da una moltitudine di coccodrilli che se ne contesero le parti più grasse.

L’acqua della palude rappresentò l’asintoto della parabola.

Ogni civiltà ha i suoi valori fondamentali. Le sue ascese e i suoi declini.

Ma io non avevo mai amato le teorie, i libri scritti bene. Spesso queste cose nascondevano la verità.

La verità è ciò che rimane in fondo alla parabola.

E qui non rimaneva niente. Era finito tutto nella pancia dei coccodrilli.

Il giovane guerriero mi accompagnò indietro, verso la tenda di Leila.

Il cuore pulsava forte, forse l’avrei trovata cadavere.

Invece i suoi occhi erano vitali quando finalmente rientrai nella tenda.

Qui qualcosa era rimasto.

Il tempo passava e le condizioni di Leila - molto lentamente - miglioravano, grazie alle cure attente e costanti dell’anziano Guaritore.

Ci vollero settimane affinché si riprendesse completamente.

Nel villaggio dove eravamo stati condotti, la Dobbs era trattata come una Regina, non solo perché la sua florida bellezza sembrava l’espressione allegorica della foresta circostante, ma soprattutto perché rappresentava il Femminino di un’altra civiltà, con la quale gli indigeni non si sentivano in concorrenza, ma di cui intendevano cogliere le opportunità.

Inoltre, l’aver affrontato e superato una tale ferita le conferiva un’aura sacrale, degna di una Messaggera degli Dei.

L’anziano Guaritore mi aveva garantito che nessuno ci avrebbe trattenuto con la forza, e d’altra parte il soggiorno era tutt’altro che spiacevole.

Io e Leila eravamo sempre insieme, ci muovevamo alla scoperta della foresta liberi da obbligazioni, ci facevamo le fusa con semplicità e ingenuità puramente adolescenziali.

Una simile innocenza non sarebbe mai stata possibile se non fosse intervenuta quella drammatica esperienza.

Leila era una donna troppo forte e indurita dalla vita per provare dolcezza e tenerezza verso un uomo. Ma le cose avevano cambiato le cose e lei si abbandonava come una ragazza di vent’anni tra le mia braccia, al sicuro come con sé stessa.

Sensazioni e abbracci che avevano reso la mia vita una dolce mollezza.

Il declino dell’Occidente si era compiuto, ma noi ci eravamo salvati, l’uno sull'altra.

Venne infine il giorno degli addii.

Il capo del villaggio aveva preparato una colorata cerimonia in onore di Leila, per festeggiare la sua piena guarigione e salutarla. Poi ci avrebbero accompagnato fin nei pressi di un attracco fluviale gestito da bianchi, non troppo disonesti. Gli indigeni avrebbero comunicato, a mezzo tamburi, ai loro osservatori a valle, di verificare il passaggio di una barca con a bordo una donna dai capelli color mogano: in quella regione non ve ne era di sicuro nessun altra. E forse in nessuna parte del mondo.

Le indagini della Polizia brasiliana erano state blande, in molti svanivano in Amazzonia e spesso nessuno li rimpiangeva.

I coccodrilli e le paludi non restituivano avanzi.

Soltanto Richard era stato sepolto, com’era rituale presso gli egizi.

Noi comunque non avevamo niente da nascondere: Leila era stata aggredita, io l’avevo aiutata, non sapevamo altro.

Io, in particolare, non lo sapevo davvero.

Avevo sì chiesto a Leila di conoscere il motivo per cui era stata coinvolta nell’impresa. Ma senza capire la domanda, mi aveva risposto: «Con te ho sbagliato?».

O forse ero io che non avevo capito né la risposta, né la domanda.

Sembrava comunque che tutto potesse filare liscio.

Il giorno degli addii, invece, si rivelò il giorno delle parole di troppo.

Il cambio del calendario fu per causa di Leila.

Al culmine della cerimonia, la libanese si lasciò commuovere dal Guaritore che le aveva salvato la vita, e benché nessuno avesse finora osato chiederglielo, si fece scappare le fatidiche parole: «C’è nulla che possa fare per voi?».

Il Guaritore non parlò subito, ma intanto prese le mani tra le sue, per farsi ascoltare meglio; e alla fine glielo disse: «Aiuta noi a ritrovare nostro tesoro».

Leila mi guardò, forse per prendere tempo, non credo chiedesse il mio parere, sapeva che l’avrei seguita ovunque.

«Come pensi che io possa riuscirci, mio saggio amico?».

Il Guaritore rispose anche a quella domanda: «Perché cattivo uomo bianco fatto venire te, donna buona, in mezzo a foresta?».

Non sapeva solo guarire e faceva le domande meglio di me; e otteneva anche più attenzione.

«Io non conoscevo cosa volesse il cattivo uomo bianco. Mi sono fidata di lui. Avrò bisogno di essere vicina al posto. Ma non posso prometterti nulla. È difficile, molto difficile. E ho bisogno di indossare una vostra collana.

E vorrei che Pedro venisse con noi».

«Io so. Tu e Pedro forti insieme.

Noi partire domani. Posto lontano due giorni di cammino», detto questo le baciò le mani e se ne andò a confabulare con il capo del villaggio.

Il ritorno alla civiltà era rinviato.

La sera stessa, il capo porse a Leila una bellissima collana d’oro, di fattura indigena: le stava bene come se fosse stata creata per lei.

Il mattino dopo ci mettemmo in marcia.

Non ci furono novità fino al primo pomeriggio del secondo giorno, allorché l’anziano Guaritore fece arrestare il gruppo e parlò con Leila: quella era la zona in cui il razziatore bianco, ferito e braccato, doveva essersi alleggerito del suo pesante fardello, allo scopo di accelerare la fuga.

Era come cercare il classico ago nel pagliaio.

Leila, però, sembrava volerci provare.

Cominciò a spostarsi da una parte all’altra, come per afferrare qualcosa di invisibile.

Quando si inoltrava nel fitto della giungla, gli indios le aprivano la strada a colpi di machete; se si fermava intorno a un albero, sfoltivano il sottobosco, forse per allontanare eventuali serpenti.

La ricerca del niente si protrasse per un bel po’.

Speravo che Leila non tradisse gli indigeni, perché avrebbe tradito anche me.

Se sentiva qualcosa, ma non lo diceva, avrebbe potuto memorizzare il posto e tornarvi con un altro uomo bianco.

Cercai di mettere in ordine i frammenti di quella sporca storia, riempiendo gli spazi vuoti con le ipotesi più plausibili.

Jack Sanders, sebbene ferito a morte, era riuscito a tornare indietro ancora vivo. Per sottrarsi all’inseguimento degli indios, era stato però costretto a nascondere l’oro di cui si era impadronito, contando di riprenderlo in un secondo momento. I suoi complici erano già morti, l’oro era rimasto a lui.

Era sopravvissuto più di tutti, ma non abbastanza per riprendersi il tesoro degli indios. Le sue ferite si erano rivelate fatali. Però, prima di morire, aveva versato qualcosa nell'orecchio di qualcuno, e questi aveva versato a sua volta in quello di Monsen.

Altro che majorette, dunque! L’unico superfluo ero io.

Leila Dobbs e Otto Spengler erano gli assi nella manica del Dottor Monsen.

Sensitivi, occultisti, o semplici ciarlatani, erano stati coinvolti per cercare di individuare il punto esatto in cui Sanders aveva nascosto l’oro.

Ma Spengler aveva giocato sporco, forse per divenire indispensabile e ottenere di più, forse perché il sangue di Leila era necessario al rito.

La libanese, però, era viva, e il primo tratto per risalire dal Regno di Dite l'aveva percorso con me. Era un pensiero che mi riempiva di orgoglio.

Se anche mi avesse tradito, non avrei potuto rimproverarmi nulla.

Nel frattempo, Leila si arrese.

L'espressione del Guaritore non si oscurò.

Disse che vi era un’altra zona della foresta sospettata di essere il punto giusto, e pregò Leila di seguirlo.

Veniva da pensare che il Guaritore l’avesse messa alla prova.

Non ero nella testa dell’anziano salvatore di Leila, ma di sicuro non era bravo solo come guaritore.

Dopo circa due ore, ci fermammo di nuovo. Era quasi il tramonto.

Nella foresta la notte calava in fretta. Quell’ultima luce sarebbe durata ancora per poco.

Anche Sanders era al tramonto quando passò di qui.

Leila cominciò a muoversi da una parte all’altra, come aveva fatto prima.

Ma più in fretta possibile, sembrava voler anticipare la notte. I suoi magnifici capelli color mogano assumevano le più avvincenti sfumature, esaltati dai riflessi cremisi del sole morente.

Sanders pensava di sopravvivere e aveva intenzione di tornare indietro. Forse però ci sarebbero voluti anni e nella giungla tutto mutava in fretta.

Chissà se anche Leila lavorava di logica, oltre che d’intuito.

Fatto fu che la libanese si avvicinò a una cuspide rocciosa che si protendeva di una decina di metri dal terreno. Finora ne avevamo viste di rado.

Poteva aver costituito un punto di riferimento per Sanders, ma gli indios l’avevano di certo già controllata.

Tuttavia Leila si soffermò proprio intorno a quella grande roccia. Il sole era sempre più debole, sempre più cremisi; la foresta sempre più bruna, i capelli della libanese sempre più mogano.

Sembrò osservare una ruga della pietra. La toccò. Trasalì.

Prese a spostarsi in una direzione fissa, verso il sole morente, mentre gli indigeni sfoltivano il sottobosco; probabilmente avevano già fatto delle ricerche, ma la foresta ricuciva le proprie ferite con una velocità sorprendente: forse il suo misterioso, onnipotente spirito aveva scambiato quella di Leila per una delle proprie...

Comunque era stato meglio così.

La mano della libanese si posava su tutti i tronchi d’albero che incontrava lungo la direzione intrapresa.

Cercai di tenere il conto: eravamo arrivati al dodicesimo, a pochi passi dal numero fortunato.

Leila, però, si era fermata.

Si guardava intorno, come fiutando la preda.

Una ventina di passi più avanti, un grosso semitronco di mogano, crollato al suolo forse a causa di un fulmine, era quasi interamente ricoperto dalla vegetazione del sottobosco.

La parte restante dell'albero era rimasta in piedi.

Leila si avvicinò. Io con lei. L’interno del tronco rivelava il cuore di mogano del maestoso albero.

Era stanca, stressata. Vedeva ombre avanzare dappertutto intorno a lei. Mi guardò. Non era per prendere tempo. Ne fui felice.

Poi prese lei stessa un machete dalla mano di un guerriero e con un colpo secco, quasi un gesto liberatorio, affondò la lama nel tronco, fracassandolo come fosse cartone… il legno tintinnò…

Era stato svuotato dalla cupidigia degli insetti che amano il legno pregiato.

Ma riempito da altra, umana cupidigia.

Leila lanciò un urlo e sembrò mancare, io la sorressi e le tolsi il machete dalla mano.

Il Guaritore era perso negli occhi della Dobbs. Monsen se l’era cercata bene, ma aveva messo in squadra un porco di troppo. E se Leila non avesse rischiato la propria vita, portando involontariamente allo scoperto Spengler, io sarei morto insieme agli altri, trucidato da quegli indigeni, proprio in quel momento, quando la spedizione avrebbe scoperto il nascondiglio del tesoro. E allora… chi aveva salvato chi?

Gli indios avevano altro a cui pensare: riportavano infatti alla luce, tra canti di trionfo, il tesoro che Jack Sanders aveva sottratto loro. A lui il numero tredici non aveva portato fortuna.

Il viaggio di ritorno al villaggio trascorse senza problemi, in un clima di incontenibile soddisfazione.

Leila Dobbs era definitivamente la Regina di quel popolo amazzonico.

Il giorno del nuovo addio, gli indios cercarono di corromperla: Leila fu letteralmente ricoperta d’oro. Erano disposti a lasciargliene metà. Tutto, se fosse rimasta.

Per un momento sembrò compiacersene. Erano oggetti degni di lei.

Poi però ci guardammo e ci capimmo al volo: quell’oro sarebbe stato un pericolo, per noi e per loro. Sarebbe stato difficile tornare indietro anche soltanto con pochi dollari nella tasca, figuriamoci con oro di quella fattura. E se l’esistenza del tesoro indigeno fosse stata confermata, quella brava gente sarebbe stata perseguitata non da uno, ma da mille Monsen.

Nella foresta avevamo trovato altro. A Dite non avremmo portato oro. Le sue Porte sono sempre aperte, a patrizi e plebei.

Il nostro tesoro ce lo siamo portati dietro lo stesso.

E da allora non ha smesso di fruttarci ricchi, dolci, molli interessi...

Nonostante il tramonto dell’Occidente, e forse proprio grazie a questo…

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

MORTE ALLO SPECCHIO

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2014-2018)

Londra, 2 settembre 1666.

Thomas Farrison era il fornaio di re Carlo II e la sera prima era andato a letto presto per alzarsi come sempre di prima mattina e cominciare a lavorare con la solita buona lena, impastando solo farine di prima qualità: doveva sempre fare arrivare al re i pani più freschi e dalla pasta più profumata di tutta Londra.

Sembrava una mattina di settembre uguale a tante altre, ma Lui aveva già deciso di cambiare il destino e Thomas Farrison non poté impastare e infornare nessun pane e nessuno poté portarlo al re.

La sera prima Lui si era adoperato in maniera che il fornaio lasciasse accidentalmente acceso il forno per fare in modo che alcuni pezzi ardenti appiccassero il fuoco a dei rami secchi accatastati altrettanto accidentalmente nelle vicinanze.

«AL FUOCO! AL FUOCO!».

La casa cominciò a bruciare e Thomas Farrison uscendo in strada si vide riflettere negli occhi la luce delle fiamme insieme all’orrore che da quel momento e per i giorni successivi si sarebbe impossessato della città.

«ACQUA! PRESTO, PORTATE DEI SECCHI D'ACQUA!».

Non voleva arrendersi, ma oramai il fuoco aveva devastato completamente l’abitazione e si stava già appiccando alle case accanto e in breve l’incendio divampò lungo tutta Pudding Lane.

Le case fatte di legno e paglia e spesso costruite l’una attaccata all'altra risultarono materiale altamente infiammabile e il forte vento che soffiava sulla città fece il resto: strada dopo strada, quartiere dopo quartiere, Londra venne messa al rogo come una strega eretica.

Le misure prese per contrastare l’incendio furono del tutto inefficienti, perché il Lord Mayor della capitale, Sir Thomas Bloodworth, si rifiutò di far abbattere le case vicine per creare delle strisce tagliafuoco e sottovalutò il pericolo a tal punto da dichiarare che «una sola donna avrebbe potuto estinguere l’incendio con una pisciata».

Centinaia di persone si rifugiarono nella cattedrale di San Paolo credendo d’essere protette dalle spesse mura che avrebbero bloccato il fuoco, ma il tetto in legno della cattedrale cominciò a cadere logorato dalle fiamme facendo decine di vittime e chi si salvò lo fece scappando fuori e correndo sui cadaveri.

L’orrore sa essere un pozzo senza fine, del sasso che cade dentro a volte non si ode neanche il rumore dell’impatto.

L’incendio si propagò sempre più, al punto da essere visibile fino a decine di miglia di distanza, e solo il 5 settembre fu messo sotto controllo, sia perché era caduto il violento vento che lo aveva alimentato, sia perché le truppe del re cominciarono a usare la polvere da sparo per creare delle strisce tagliafuoco che fermarono l’avanzata delle fiamme.

87 chiese distrutte, 6 cappelle, finanche appunto la cattedrale di San Paolo, decine di vittime e 100.000 senzatetto: Londra venne distrutta per i suoi cinque sesti.

Lui rimase confuso fra il caos come da millenni, uomo avvolto in un mantello nero in mezzo ad altri uomini avvolti in uguali mantelli neri, ma l’unico con il viso annerito dalle tenebre e non dal fumo.

Era la mattina del 6 settembre e le fiamme avevano già bruciato tutto quello che dovevano bruciare e Lui si diresse dall’altra parte della città per andare in qualche locanda dove avrebbe brindato a sé stesso.

Si fermò davanti un locale fatto di legno marcito dal tempo, entrò e sedendosi ad un tavolo d’angolo cominciò a guardarsi intorno, ma capì subito che quelle facce sedute ai tavoli o rimaste in piedi davanti al bancone erano più marce del legno della locanda.

Nessuno era adatto a Lui.

«Cosa posso servirvi, signore?», si avvicinò la locandiera.

Alzò lo sguardo su di lei e la bloccò in piedi davanti al suo tavolo per guardarla bene e lei rimase lì ferma per il tempo necessario a farsi guardare.

Sulla trentina, era formosa e anche lardellosa, scollata, disinibita, dai lineamenti allegramente aggraziati quanto decisi.

La morona sapeva ammaliare facile, era un mostro di sensualità femminile e imponenza virile.

«Come ti chiami, bella locandiera?». Aveva già capito.

«Leila, signore».

«Portami un whisky, Leila Dobbs». Aveva già deciso.

«Ma... come fate a sapere...».

«È inciso con il coltello su tutto il tavolo», la interruppe subito.

«E anche sul legno delle pareti: devi avere un sacco di ammiratori qui...».

Inarcò le eleganti sopracciglia, come un'aristocratica decaduta dal rango che si arrangi con la plebe per tirare avanti.

«Ma te li meriti tutti.

Adesso portami il mio whisky».

«Subito, signore», e tornò perplessa verso il bancone.

Lei ancora non poteva saperlo, ma Lui l’aveva appena scelta.

Quasi come un drappo nero a lutto, la notte arrivò a coprire la città, e mentre la maggior parte dei cittadini si adoperava per risollevare Londra dalla catastrofe, Lui rimase seduto su una panchina sistemata di fronte alla locanda.

Dopo aver bevuto un paio di whisky, era uscito e aveva deciso di aspettarla lì, e anche se la stava aspettando già da tempo, non gli importava, perché Lui era il tempo.

«Posso accompagnarti a casa?», la affrontò all'improvviso.

«Oh my God!», si ritrasse spaventata.

«Non temere, non voglio farti del male.

Guardami, mi riconosci adesso?», e si spostò il bavero del mantello, scoprendo il volto.

«Mi riconosci dunque, Leila?».

«Sì... vi riconosco...», e rimase con gli occhi incantati sul suo viso, la sua bellezza sapeva quando era il momento di mostrarsi.

«Voi siete il signore che è venuto stamattina alla locanda».

«Brava, Leila.

Posso dunque accompagnarti a casa?».

«Ma signore... non so... prima di stamane io non vi avevo nemmeno mai veduto...», abbassò lo sguardo, pudica, o forse falsamente pudica.

«Andiamo», aprì il mantello e lo richiuse su di lei in un abbraccio che sapeva già di accordo, e si incamminarono lungo la strada accompagnati dall’odore acre della Londra bruciata.

La casa di Leila era una modesta abitazione arredata in modo altrettanto modesto, ma Lui quella notte non cercava il lusso e si sedette sulla prima sediaccia che trovò.

«Signore... io... non so nemmeno il vostro nome».

«Leila... i nomi sono così volgari... anzi penso siano l’invenzione più arrogante degli uomini», la fissò facendole abbassare lo sguardo.

«Qualcuno te lo mette senza nemmeno aspettare il tuo consenso.

Ma se un nome può farti stare più tranquilla, per questa notte puoi chiamarmi Sir Dave Hill», allargò gli angoli della bocca in un sorriso senza emozione.

«Non so nemmeno perché vi abbia permesso di accompagnarmi e di farvi entrare in casa mia...

Di solito non mi comporto così con gli estranei», si stava preoccupando di non passare per una delle tante sgualdrine che popolavano Londra in quel periodo.

«Ma io non sono un estraneo, Leila.

Io sono il tuo destino per centinaia d’anni a venire».

Le fece cenno di sedersi sulla sedia di fronte.

Leila si sedette, sempre più perplessa.

«Cosa intendete dire...?».

«Proprio quello che ti ho detto.

Adesso devi solo ascoltarmi».

Capì dal tono che era un ordine e non fiatò, aspettando che continuasse.

«Sei la persona che andavo cercando da tanto tempo, e stamane ti ho trovato.

Ho bisogno di 7 anime e me le darai tu uccidendo 7 donne nel mio nome».

Leila sentì mancarle il respiro.

«Mi darai uno dopo l’altro quelli che gli uomini chiamano peccati».

«Voi siete pazzo!», ebbe un impeto e si alzò dalla sedia indietreggiando con le mani protese in avanti per tenerlo lontano.

«Vade retro, chiunque tu sia, ti supplico...», la donna toccò con la schiena la porta d’ingresso e lo spesso chiavistello rimasto alzato scese giù di colpo sbarrando l’uscita.

«Torna a sederti, Leila», le indicò la sedia con il capo.

«Non c'è niente che tu possa fare e nessun luogo ove fuggire», gli occhi diventarono più neri del buio e più accesi dei carboni che stavano ardendo sul piccolo braciere della cucina.

Si scostò dalla porta, gli tornò vicino e gli si sedette sulle ginocchia, come una gatta che ritiri d’improvviso le unghie per fare le fusa.

«Bene, Leila», Lui la tirò a sé.

«Ditemi, signore, quello che dovrò fare», gli passò una mano sul bellissimo viso, con gli occhi sempre più persi nel suo volere.

«Ucciderai sette donne e dopo averle uccise avrai le loro vite e prenderai le loro sembianze.

E io avrò le loro anime, una ad una».

«E prenderete anche la mia?», cominciò a leccarlo sul collo, strusciandogli addosso il seno.

«Prenderò solamente le anime di chi ucciderai.

E tu vivrai sette vite, scegliendo le donne che vorrai essere».

«Sette vite a mia scelta, al posto di una sola e squallida vita da locandiera...», gli prese una mano e se la portò sotto la gonna.

«È molto conveniente», concluse.

«Deciderai tu quanti anni rimanere nel corpo della donna che ucciderai».

La prese per i capelli e se la scostò di dosso, tirandole indietro la testa.

«E resterai del suo immutato aspetto finché non passerai alla successiva vittima».

«Immutato...? Volete dire che non invecchierò? Se così fosse, gli altri non si accorgeranno che io non invecchierò?», finse di preoccuparsi, strusciandosi la mano di lui fra le grasse cosce.

«Gli altri vedranno ciò che io vorrò che essi vedano.

È dai tempi dei tempi che gli uomini vedono ciò che io voglio».

La prese in braccio ricoprendola con il mantello e salì i dieci scalini che portavano alla camera.

«Dovrai solo rispettare un mio volere».

La sdraiò sul letto spogliandola.

«Ditemi quale e lo rispetterò».

«Dovrai uccidere l’ultima donna nell’ultimo anno del millennio».

Si mise sopra di lei.

«E a differenza delle altre, sarò io a scegliere l’ultima vittima».

I corpi si avvolsero come in una danza fra serpenti innamorati e stavolta le fiamme si appiccarono direttamente dall'inferno e bruciarono ogni traccia di purezza rimasta.

Una colomba bianca, accovacciata sul davanzale della finestra, fu la sola testimone di quell’atto.

«Vi prego, Duchessa, permettete che io v’aiuti».

Lord Manon le porse elegantemente la mano e lei la colse per scendere dalle poltrone di velluto rosso della carrozza trainata da quattro cavalli bianchi.

Una settimana dopo, Leila Dobbs aveva già scelto la prima delle sue nuove vite.

E Lui aveva già ricevuto la sua prima anima.

San Francisco, dicembre 1999.

“Me miserabile! Per quale varco potrò mai fuggire l’ira infinita e l’infinita disperazione? Perché dovunque fugga è sempre l’inferno; io sono l’inferno...”.

Era un passaggio del Paradiso Perduto di John Milton e richiudendo il libro guardò fuori dall’oblò pensando che quella notte si sarebbe concluso il lungo viaggio cominciato tanto tempo prima.

«SI PREGANO I GENTILI PASSEGGERI DI ALLACCIARE LE CINTURE DI SICUREZZA».

Al di sotto delle nuvole d’alabastro c'era la California e anche se la cabina pressurizzava da tutto quello che c’era al di là del finestrino, Lui sapeva udire lo stesso quello che il mondo diceva e sorrise compiaciuto quando sentì le ruote che toccavano la pista stridendo in una specie di grido di dolore, un suono che gli era particolarmente gradito da sempre.

Il Boeing 777 atterrò all'aeroporto internazionale di San Francisco, la città del Golden Gate Bridge e delle ripide colline, la più europea delle metropoli americane, e il portellone si aprì su un’alba californiana che come un presagio sembrò gocciolare sangue.

Un bus navetta trasportò i passeggeri del volo AZ 77 al terminal, Lui si affrettò a ritirare il bagaglio, se lo trascinò dietro e uscì andando a mettersi in fila per un taxi, e mentre aspettava prese il cellulare e la chiamò, il momento era arrivato.

«Parlo con la signora Dobbs?».

La telefonata l’aveva sorpresa in vestaglia da notte.

«Penso che abbia sbagliato numero», quasi sbadigliò.

«Io non sbaglio mai, Leila...».

«Le ripeto che ha sbagliato numero.

Io sono la signora...».

«Lo so, adesso sei la signora Elsa Bannister», la interruppe.

«Ma la colpa è mia, Leila; non mi sono presentato.

Sono Sir Dave Hill».

La vecchia pendola del soggiorno parve fermarsi.

«Sono passati tanti anni, vero Leila? Oserei dire secoli».

E la pendola riprese a muoversi, mentre lei rimase con la cornetta appiccicata all’orecchio, immobile e smarrita.

«Dave...», e le parve di vedere quegli occhi di brace e quel sorriso fatto solo di angoli di bocca che si increspano senza emozioni.

«Sai perché ti ho telefonato, vero?».

Lei rimase zitta.

«Ti ho telefonato perché è tempo che tu mi procuri l’ultima anima.

Ricordi il mio volere?».

«Sì, lo ricordo...», si fece forza.

«Il millennio sta finendo e io ho bisogno che tu uccida l’ultima volta per me.

E poiché si tratta dell’ultima vittima, sarò io a dirti chi uccidere e come farlo».

Leila annuì con la testa come se Lui potesse vederla.

«Ci incontreremo questa notte al Luna Park e ti darò personalmente tutte le informazioni riguardo la donna che dovrai uccidere». Clic.

Impaurita, si guardò nello specchio appeso alla parete di fronte e cominciò a realizzare che era ora di lasciare quel corpo e di prenderne un altro, l'ultimo.

Aprì le tende facendo entrare un po’ d’aria fresca che l’aiutò a riscuotersi e si accese nervosa una sigaretta sedendosi sul manicotto del divano di pelle bianca del lussuoso salotto.

Tirò un paio di lunghe boccate di fumo e si rialzò andando alla vetrina dei liquori, da dove prelevò una bottiglia di champagne Dom Perignon Brut Enoteque.

«Brindo alla tua ultima vita, vecchia Leila», riempì una flûte di cristallo fino all’orlo.

«Che sia bella come tutte quelle che hai già vissuto», e con un sol sorso si scolò lo champagne per poi gettare il bicchiere nel camino.

Nel fuoco tutto era cominciato e nel fuoco tutto sarebbe dovuto finire.

Il Luna Park era ormai deserto e il vento soffiava fra le giostre e le attrazioni facendo rotolare cartacce, pacchetti di patatine e lattine vuote, consumati ricordi del divertimento di quella giornata.

«Fatti leggere la mano e ti dirò il tuo destino!».

Leila ebbe un soprassalto, girandosi di scatto.

«Ma cosa diavolo...?!», e vide solo un volto di plastica che la guardava ripetendo la frase con voce metallica.

«Maledetto stupido posto», imprecò contro quell'attrazione rimasta accesa, che le avrebbe rivelato il destino al prezzo di un sol dollaro da inserire nella fessura sotto la palla di vetro.

Ring... ring... ring...

Il cellulare la fece smettere di bestemmiare.

«Che stupido quel mago di plastica.

Non sa che solo io posso darti il tuo destino?».

«Dove sei...?», la voce di Leila era incerta.

«Sono nella Casa degli Specchi.

Ti aspetto». Clic.

Dette una rapida occhiata e vide che l’attrazione era proprio davanti a lei, accanto al Tunnel dell’Amore.

La porta dell’attrazione era aperta ed entrando Leila si trovò subito davanti a un labirinto di specchi che riempivano in ogni parte la stanza.

«Felice di rivederti, Leila».

«Dave...», lo vide riflesso in uno dei cento specchi, bellissimo e dagli occhi di tenebra e uguale nell’aspetto a come lo ricordava.

«La sai una cosa?».

«Cosa?».

«Il tuo corpo ti sta benissimo.

Io lo terrei, se fossi in te. Ma temo che ciò non sarà possibile».

«Vuoi spiegarmi?».

«Sicuro.

Vedo che ti sei scelta una bella vittima l’ultima volta.

Come in tutte le precedenti vite, d’altronde».

«Ho sempre scelto le migliori».

«Lo so, Leila.

Ma stanotte scelgo io per te», e da sotto l’impermeabile scuro tirò fuori una pistola di grosso calibro.

«Cosa significa, Dave?», guardò stupita verso l’immagine riflessa di Lui.

«Significa che stanotte scelgo te».

Si sentì spiazzata.

«Questa volta sarò io a fare la tua parte».

«Ma... il patto non era questo», avvertì per la prima volta la paura di morire.

«Piccola Leila...», l’immagine riflessa le sorrise.

«Io sono il patto», le puntò contro la pistola con il dito sul grilletto.

«No!», la paura di diventare l'assassinata, anziché la solita assassina, la fece reagire d’impeto, rabbiosamente.

«Non finirà così!», come morsa da un serpente scattò prima che il veleno stesso la uccidesse e infilò svelta la mano nella borsetta, afferrando una pistola munita di silenziatore: era venuta preparata all’incontro.

«Tornatene all’inferno, bastardo!», gli sparò mandando però in frantumi solo l’immagine di Lui che le riapparve subito nello specchio accanto.

«Maledetto!», sparò un altro colpo che come il primo riuscì a frantumare solo un altro riflesso, un altro fantasma.

«Sono qui, Leila!», e con un gesto dette il via al carosello degli specchi che iniziarono a scambiarsi e a sovrapporsi, a girarle tutt’intorno.

«Falli smettere!», stavano confondendola e ingannandola.

«Sparami!», e sparò alla cieca contro il girotondo di specchi che le riflettevano le sue stesse immagini deformate e quelle spaventose di Lui, e poi ancora lei e di nuovo Lui, in un continuo scambio d’identità, un'alternanza psichedelica di realtà e finzione in mezzo a echi di risate folli, vetri infranti e colpi di pistola tirati a indovinare, fuochi nel buio in cerca del tangibile.

Sparò ancora e ancora, mandando in frantumi il quarto specchio come il quinto e il sesto, finché dopo aver sparato la sesta pallottola, avvertì un dolore caldo che le fece portare le mani sulla pancia.

«Mi hai colpito...», e cadde sulle ginocchia abbassando lo sguardo sul filo di sangue che iniziò a colarle fra le dita.

Lui uscì da dietro uno specchio e mettendosi ritto davanti a lei solamente adesso si mostrò in tutta la sua tangibilità.

«Sto per prendermi l’ultima anima».

     

«Maledetto...», cercò di strisciare facendosi spazio fra i vetri rotti.

«Ti saresti dovuto prendere... solamente le anime di chi uccidevo...», alzò la testa verso di lui con gli occhi bagnati dal dolore e dalla disperazione.

«E così sarà», la fermò mettendole un piede sopra.

«Non ho sparato nemmeno un colpo, non potevo farlo.

Non potevo essere io a ucciderti».

«Cosa vuoi dire...?», ansimò mal rassegnata con la faccia appoggiata sopra i frantumi.

«Che ti sei sparata da sola.

Hai sparato all’immagine sbagliata.

O forse sei stata solo sfortunata nel beccarti un proiettile di rimbalzo...».

Leila si sforzò di alzare la testa e dire ancora qualcosa.

«Ma una sola pallottola... non può uccidermi...», mormorò con gli occhi lucidi, l’ultima speranza dura a lasciarli.

     

«Una sola pallottola può uccidere, se colpisce nel posto giusto, se un crudo destino la indirizza a togliere la vita...».

Un lampo attraversò gli occhi di Leila...

Aveva incassato una pallottola fatale e c'era poco tempo per rimediare...

«Oh my God...», delirò tra sé, a capo chino, sentendo sfuggirle la vita, l’ultima vita.

«Ma forse... ho ancora un po' di tempo...».

«Non molto, per la verità».

Ma qualcuno doveva aver sentito gli spari!

Sarebbe bastato un idiota di passaggio.

     

Leila fece per rialzare la testa e dire qualcosa di più, ma dalla bocca impastata di sangue non uscì che un gorgoglio sinistro.

La testa ricadde pesante sul pavimento.

Il tempo stava scadendo.

Il gelo le penetrò nelle ossa.

Si sentì svanire, dissolvere. Provò a guardarsi, ma tutto sfocava, lei compresa.

Ogni frammento degli specchi rifletté la tenebra e ogni altra forma attorno scomparve dissolvendosi nel nulla.

«Tu stessa, Leila, eri il settimo e ultimo peccato», si tirò su il bavero dell’impermeabile, guardando lontano.

«Eri la lussuria di quella notte...».

E scomparve fra gli specchi, mentre fuori le luci rosse e azzurre della polizia si confondevano con le lampade al neon delle attrazioni.

Una pattuglia che stava facendo un giro di controllo all’interno del Luna Park aveva sentito gli spari e l’auto si era fermata davanti la Casa degli Specchi.

I due poliziotti entrarono con le pistole in pugno trovandosi davanti solo frammenti di vetro e il corpo di una donna steso sul pavimento.

«Cristo… ma com’è vestita? Sembra la locandiera di un vecchio pub…».

«Hollywood non è lontana, non dimenticarlo».

«Sta morendo, non arriva nemmeno all'ospedale».

«Non fare il menagramo. Centrale da K77, Centrale…».

«Avanti K77».

«Abbiamo una bella donna in fin di vita al Luna Park, Casa degli Specchi, ferita d’arma da fuoco al ventre, emergenza assoluta».

«Ricevuto K77, partono ambulanza e rinforzi».

«È stravolta... sembra aver visto il diavolo in faccia...».

«Se l'ha visto, non si è fatta incantare: questa sembra una tosta, d’altri tempi, direi.

Mi sente, signora? Come si chiama?».

«An...na... Fra...zer

E non… non… mi fermo qui…».

«Certo che no…

Non si agiti, signora Dobbs. L’ambulanza sta arrivando».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ORO MALEDETTO

di Salvatore Conte (2011-2017)

Era fatta.

L’oro c’era. E tanto.

L’olandese non si era sbagliato.

Con la mia fetta avrei potuto soddisfare - per un po’ - i vizi di Leila.

Me la sarei tenuta vicino. Mi ispirava troppo.

In fondo era anche una delle più belle donne al mondo.

Qualcosa, però, era destinato a non quadrare.

Proprio sul più bello, irruppero sulla scena quattro jeep.

Ci avevano pedinato, la giungla si affollava.

Nessuna esitazione, nessuna pietà, nessun avvertimento.

Tanto l’oro non si sgualcisce e non versa sangue.

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

Raffiche furiose, resistenza minima, la loro superiorità era schiacciante, l’effetto-sorpresa devastante.

A noi non restava che ripararci alla meno peggio e tentare una strenua resistenza.

Van de Kerkhof era stato giocato: uno squalo più grande di lui voleva mangiarselo e io c’ero finito in mezzo.

Fu in quel momento che Leila ebbe paura e tentò la fuga.

RAT-RAT-RAT

La falciarono con una raffica d'uzi prima che riuscisse a scomparire nella macchia.

La Dobbs inarcò la schiena, rimase in piedi e girò su sé stessa, mostrando il petto.

Leila intuì che avrebbero sparato ancora, per stroncarla definitivamente.

«NO!!», urlò con tutta la forza che le rimaneva in gola, implorandoli disperatamente con gli occhi.

Era grave, gravissima, ma forse non ancora condannata.

Quelli, però, volevano essere sicuri di non lasciarsi dietro nessuno.

RAT-RAT-RAT

Un’altra raffica impietosa.

Leila fu crivellata di colpi.

Benché la successione delle pallottole fosse fulminea, in quel lungo istante gli occhi della Dobbs sembrarono sbarrarsi in veloci fotogrammi di allibita sorpresa a ciascun proiettile incassato.

Erano davvero tanti.

Povera Leila.

La camicetta bianca, perfetta per lei, volgeva rapidamente al rosso fatale.

Alla fine crollò a terra a braccia larghe, ancora palpitante, la morte sugli occhi rivolti al cielo.

«ELISHA!!», urlai con quanta forza avevo in gola, ma non potevo raggiungerla in quel momento.

La sparatoria imperversava feroce, anche se la nostra fine era segnata.

Non mi rimase che tentare il tutto per tutto, buttandomi a capofitto nella macchia.

Fui fortunato.

Mi riavvicinai soltanto quando gli spari cessarono e i motori delle jeep sfumarono in lontananza.

L’unico cadavere mancante era quello di Van de Kerkhof: un piccolo riguardo per il vecchio squalo.

Una delle nostre jeep era ancora intera.

Caricai in fretta il corpo di Leila, senza guardarla, e cercai di raggiungere il primo villaggio.

Non sapevo neanche io perché; ero in preda alla follia.

Ogni tanto la guardavo e la chiamavo, ma non arrivava alcuna risposta; era ovvio.

Tutta la figura era talmente scompaginata che non si capiva nemmeno dove guardasse, anche se doveva essere l'inferno.

Avevo paura di fermarmi e di constatarne la morte.

D’altronde, con una ventina di pallottole addosso, anche una come lei non poteva essere che morta stecchita.

Alla fine non resistetti più alla tentazione di fermarmi.

Dovevo averne la certezza.

«Leila…!».

Mi spostai sopra di lei.

«Leila… parla… è tanto piombo, ma una come te…».

La strattonai, prendendola per il bavero della camicetta.

Aveva la lingua arricciata sotto il palato, segno che si era irrigidita fino all’ultimo per cercare di resistere; una reazione istintiva, non sorprendente in una donna come lei, piena di sé, che sarebbe stata sicura di trovare una via di scampo anche di fronte a un plotone di esecuzione.

La lingua ebbe un fremito, facendo capolino tra i denti.

Leila era tutta contratta, raccolta entro sé stessa, irrigidita; e tutto pur di provare a reggere anche l’urto di venti pallottole.

Forse ero solo pazzo, ma sembrava ancora viva...

D’altra parte era forte come una bestia, grassa, solida, non facile da stroncare.

Era ancora disperatamente aggrappata a qualcosa, anche se non poteva raggiungere la salvezza.

Mugugni senza vocali, mentre le mani tremanti si portavano sulla pancia, dove c’era la maggior parte dei buchi.

E la prima, faticosa parola.

«Ma…le…det…ti…».

«Bastardi…», le feci eco, mentre le tamponavo la pancia con l’ovatta della cassettina e le asciugavo il viso e il collo.

Poi le feci bere un goccio di whisky.

«Non… hanno… avuto… pietà…

Ma io… ho stretto… tutto… e sono… sono… ancora…

Io… non sono… morta…».

Una brutta fine per Leila Dobbs: si accontentava di non essere morta, quando era già un cadavere, seduto su una jeep.

Aspettava la fine tutta tesa, cercando in qualche modo di essere pronta a reagire, le mani sulla pancia, la bocca larga per respirare e tanta faccia tosta.

Leila Dobbs stava lasciando pelle e tette su quella jeep, in un bagno fatale di lacrime, sudore e sangue, rimpiangendo una vita che stava schifosamente trattenendo con ogni sorta d’artificio, compreso quello della camicetta sbottonata fino allo stomaco e relativo scollo.

D'altronde era il suo marchio su questa terra. Lei stessa amava guardarsi lì dentro e lo stava facendo anche in quel momento supremo.

La sua prospettiva era diversa da quella di chiunque altro.

«Se il cuore… e la testa… sono illesi... io… non sono… ancora… finita…».

Le piaceva illudersi, evidentemente.

Ripartii e raggiunsi un villaggio.

C’era un hungan: era l’ultima, remota possibilità.

Mentre tentava qualcosa, le tenevo la mano.

«Bill… sei stato… la mia rovina…», recriminava.

«Che vuoi dire? L’affare era andato in porto. I rischi c’erano, lo sapevi».

«Guarda… come sono… ridotta… uno zombi…».

L’hungan sorrise.

«Tu mi hai rovinato più volte, Leila.

Non potremmo lasciarci senza rancore?».

«Crepo… come dico io… da donna… che ci ha provato… fino all’ultimo…».

Guardai lo stregone.

«Tu parlare. Manca poco», anche lui confermava.

«Mi dispiace, Leila. Tra noi non ha mai funzionato; e questi sono i risultati».

«Dovevo… scappare… con te…».

«Ma hai fatto sempre di testa tua».

Stava per andarsene, gli occhi al cielo, la bocca spalancata, il petto fermo.

«Leila…».

Un mugugno senza vocali. Era tornata nel limbo.

La Dobbs, benché schiantata, aveva ancora un alito di vita che soffriva terribilmente nel lasciare quel polposo impasto di carne.

{Bill… Bill…}.

Diedi io un nome - con un po’ di fantasia - a quei gemiti gutturali.

«Sono qui, Leila. Fino alla fine», e cioè ancora per poco, pensai.

L’agonia di Leila, però, non fu così rapida.

L’hungan la riforniva di pozioni, la manteneva in un limbo, tra la vita e la morte. C’era da aspettare ancora.

Se quell’oro - per noi - era stato maledetto, Leila - per me - lo era anche di più.

Maledetta.

Molto maledetta.

Perciò sfidava la morte.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

GOZILLONA DEL CONGO
CONTRO
VENERE DI KINSHASA

di Salvatore Conte (2016-2018)

Il Rhino Express fila sul Congo come un coccodrillo famelico.

Nel sottofondo dei suoi barilotti di plastica si può trovare un po’ di tutto, come nello stomaco di quelle bestie immonde.

Il Capitano del piccolo cargo, invece, non è affatto immondo.

Si chiama Chana Godrich, detta - per ovvi motivi - la Gozillona del Congo.

Neanche trent’anni, ma già matura e imbolsita, possente, bella, risoluta, tipicamente sbottonata, fa piangere lacrime d’amore lungo le anse del grande fiume.

Pur tuttavia, commerci inconfessabili l’hanno ingrassata al punto da renderla troppo ingombrante.

Il fiume è grande, ma la sua fama è volata al cielo, fino all’Olimpo, ove non s’ama chi troppo vola.

È perciò che occorre trovarle un contrappeso, e l’immagine è tuttaltro che metaforica.

Leila Dobson, detta la Venere di Kinshasa, ha il peso necessario all’impresa.

È ferma a quarantanove anni da un po’ troppo tempo, forse da più di una dozzina di mesi, magari per apparire sempre conveniente, fin tanto che la natura non la tradisce; la Venere di Moravany fu rinvenuta nel 1938, lei - invece - nel 1968, ma è un anno che si sposta nel tempo; libanese di razza, morbida, bella, intensa, affetta da certa splendida steatopigia, è ferocemente contesa dai capo-tribù di tutto il Congo, benché prediliga donnoni di pari possanza.

Fasciata a perfezione nelle sue camicie verdi di foggia paramilitare, sempre allentate fino allo stomaco, è l'incontrastata potenza del grande fiume, immagine sacra agli occhi degli indigeni. Credendo di fare la spiritosa, si è cucita la scritta ISIS sulle maniche, insieme all’icona sacra del Nodo di Iside, giocando sull’equivoco.

Lo scambio avviene in mezzo al fiume, lontano da occhi indiscreti.

Inestimabili corna di rinoceronte e zanne d’elefante in cambio di molti, moltissimi dollari: i committenti non badano a spese.

Si incontrano dopo mesi, l’imbarazzo è evidente, un vecchio amore lascia sempre i suoi segni.

La potente Godrich - fasciata da una camicetta bianca ampiamente allentata, con bella vista sulle splendide tette - controlla attentamente la merce; secondo i capo-tribù del Congo, vale tanto oro quanto pesa.

Creature superiori, come elefanti e rinoceronti, vengono orribilmente mutilati per la vanità di stupidi animali. E con il concorso blasfemo di due potenze del grande fiume.

Quel corno ricurvo la inquieta e l'affascina allo stesso tempo. Sembra quello di un dio.

È talmente catturata che non si avvede della trappola: i suoi uomini vengono fulmineamente liquidati da quelli della Dobson!

La Venere di Kinshasa, con un cenno del capo, indica di procedere.

I due sgherri, terminati i loro omologhi, si avventano alle spalle della Gozillona, spingendola forte contro il corno, ben fermo nelle mani della libanese!

SZOCK

La bocca si allarga, gli occhi strabuzzano, la sorpresa è tale da soffocare il grido di sconforto.

La vendetta del rinoceronte è sotto gli occhi di tutti e dentro la pancia della Godrich.

La Gozillona del Congo è incornata dal Dio!

Ma non è finita: un altro cenno d’intesa e i due ceffi spingono ancora più forte, fino a quando il corno non spunta dalla schiena della bella irlandese!

Tanto può l’amore mutato in odio.

Un ultimo cenno e i due assassini si aggrappano alla Gozillona e la sollevano di forza.

SWISH

Il corno si sfila dolorosamente, strappando altre budella alla sfortunata.

Lasciata libera sulle sue gambe, la Godrich rimane in piedi, portando le braccia sulla terribile ferita.

Non crolla.

Trascina un paio di passi e si siede su una cassa, appoggiandosi al bordo dello scafo.

Sembra assorta.

Cerca di capire quanto le rimane.

È sconvolta più dalla tragica sorpresa che dal colpo in sé.

«Ottimo lavoro, ragazzi», la Venere si complimenta.

«E della vacca che ne facciamo?».

«Della Gozillona, vuoi dire?».

Annuisce.

«Non è ancora crepata, Frank. Non lo vedi?

E non morirà di questa brutta ferita».

«Vuoi scherzare? Dopo un’incornata del genere?», il brutto ceffo rivolge lo sguardo alla spaventosa alabarda della bestia, rimanendo interdetto.

«La Gozillona non molla facilmente, va finita.

L'ordine è di eliminarla».

«Non potremmo divertirci un po'... prima di farla finita?».

«No...!», con esplicito fastidio. «Va liquidata subito e data alle fiamme insieme alla sua lurida barcaccia.

Avanti... tanto lo sa che ci lascia la pelle».

Frank va a prendere la uzi sul loro motoscafo, agganciato al cargo per mezzo di un paio di funi.

La Godrich è rimasta lì, seduta su una cassa, in disparte, in attesa del suo destino, una barca senza timone, le braccia incrociate sul ventre per non farsi scappare le budella dopo l’incornata fatale; eppure, per quanto micidiale, forse non basterebbe a ucciderla, almeno in tempi brevi; la stazza della Gozillona è un amuleto di non poco conto.

Nonostante tutto, se il corno non prende punti critici, se si ha il fisico, l'esperienza e si sa gestire lo shock - e la Godrich sa farlo, lei ci sguazza nei problemi, lo shock se lo mangia - nonostante tutto, si rimane in partita.

Può essere sorprendente, ma è la realtà.

Tornato sul cargo, Frank incrocia lo sguardo di Leila.

«No, troppo banale. Usate quei coltelli là… sono della taglia giusta…».

Due grossi coltellacci per squartare il pesce. Il Rhino Express è anche un peschereccio, in fondo.

«Tu capisci che… non possiamo lasciarti soffrire…

Dobbiamo finirti».

«No… aspettate… cosa vi ho fatto...?» si rivolge ai sicari, non alla Venere di Kinshasa.

«Niente di personale, bellezza. Fosse per noi, ce la prenderemmo comoda...».

«Sparirò per sempre... non mi farò più vedere...».

«Questo è sicuro, bellezza».

È tutto inutile, l’eccidio della Godrich è deciso.

La Dobson non si accontenta di averla sventrata con un corno di rinoceronte.

La Gozillona del Congo non ha scampo.

«No! Aspettate…! Così mi uccidete!», cerca di irretirli, e si stira la camicetta per riuscirci meglio.

Ma non c’è più nulla da fare. È deciso.

I due sicari si avvicinano sotto gli occhi vigili della Dobson, brandendo i coltellacci da macellaio.

Le facce sono quelle, del resto.

La Godrich capisce che è finita, che sono determinati a farlo.

Prova, però, un’ultima volta, rimettendosi in piedi, anche se ingobbita in avanti. Cerca di affrontarli e di spuntare qualcosa; una titubanza, un'occhiataccia nella camicetta sbottonata, qualsiasi cosa.

«Andiamo... sono una bella donna... posso esservi utile…

Non fate sciocchezze...

NO! NO!», urla forte, ma nessuno può sentirla, là in mezzo al Congo.

SZOCK

«AAHHH…!!», l’urlo straziato di una bella donna che scivola nella fossa; sa che ora non si fermeranno più.

La prima coltellata la punge alla schiena, dove le titubanze incontrano meno resistenza.

La Godrich si inarca all’indietro.

SWISH

Quella posizione offre un magnifico invito al macellaio che le sta davanti.

SZOCK

«Urgghhh…», non ha più forza né disperazione per urlare.

La Gozillona del Congo convoglia tutte le energie residue, fisiche e mentali, nel tentativo di assorbire il colpo, sperando che sia l’ultimo, che poi la lascino crepare in pace.

La seconda coltellata la punge in pancia.

La incassa con gli occhi fuori dalle orbite, la bocca spalancata, la tragica paura di essere morta...

«Basta! Lascialo dentro!», ordina Leila.

L’hanno fatto davvero, l’hanno uccisa.

«Maledetti… m’avete ammazzato…», ma è solo un pensiero.

La Godrich, ancora in piedi, barcolla obliqua per alcuni passi, il volto sbiancato dalla morte.

Tre o quattro, poi stramazza pesante sul ponte, rovesciandosi supina: il coltellaccio che protende dal ventre, le braccia larghe, le gambe piegate strane, la testa allungata indietro, come a cercare una realtà ribaltata in cui non debba fare per forza la morta ammazzata.

Forse è già cadavere, in ogni caso la bella Godrich è stata distrutta e da lì non si rialza di sicuro.

«Scatta delle foto al corpo, vogliono la prova, e poi dai fuoco a tutto, ce ne andiamo».

Lo scagnozzo della Venere esegue.

«Le foto le ho fatte. Ma si muove ancora».

«Me ne occupo io, tu procedi».

La Godrich la vede arrivare.

«So cosa pensi, ma non ti preoccupare. Ti lascio affondare insieme alla tua barcaccia.

Lo sai… io e te ci somigliamo parecchio… ma in una cosa siamo diverse: tu stai crepando, io sono viva…

Addio, Gozillona. Molto di personale. Ma senza rancore.

Ah... dimenticavo… ce l’hai un ultimo desiderio?».

Annuisce lievemente con il capo.

E si scopre una toppa a strappo che ha sul jeans, proprio sulla fica.

Non porta mutandine, è pronta all’uso, sistema rapido.

La Venere di Kinshasa sorride debolmente.

«Me l’avevano detto, ma non ci volevo credere…

E sia… in fondo, ma proprio in fondo… te lo metterei dentro io stessa...

Come ai vecchi tempi», per un attimo lo sguardo si perde nel vuoto. «Frank! Puoi fartela, ma sbrigati, ce ne dobbiamo andare».

Allo scagnozzo vien duro ancor prima di arrivarci sopra.

Appoggia la uzi a lato ed è pronto a operare.

Meglio di quanto potesse sperare.

«Questo lo togliamo… non vorrei farmi male».

SWISH

«Ourghh…», è un sollievo, ma molto doloroso.

Il sicario può darci dentro.

Tanto ha tolto, tanto ha messo.

È l’estasi. La Gozillona del Congo non è un boccone per tutti.

E infatti gli va di traverso.

SZOCK

RAT-RAT-RAT-RAT-RAT-RAT

La Godrich è entrata in azione!

E qualcuno l’ha già preceduta all’inferno.

Con una mano ha restituito il coltellaccio a Frank, ficcandoglielo in gola.

Con l’altra ha spedito ai restanti due una bella raffica di uzi, a svuotare il serbatoio… una pennellata d’artista, con perfetto controllo del brandeggio: altro che tipica impennata delle raffiche prolungate!

Mai darla troppo presto per morta!

Tutto questo con il cazzo di Frank che diventa ancor più duro nel rigor mortis.

L’altro sicario è colpito al petto e finisce in acqua scavalcando involontariamente la fiancata dello scafo. I coccodrilli del Congo piangono le prime lacrime.

Leila incassa in pancia (!): è una vendetta efferata, una decina di pallottole tutte per lei (!), quasi a segarla in due (!) - da un fianco all'altro - se non fosse per il tronco così possente; gli occhi strabuzzano impazziti, per la paura e la sorpresa, neanche il tempo di accorgersi che la sua vita è finita male; le tante punture - subito evidenti sulla camicia verde - dipingono una riga continua all'altezza dell'ombelico; l’impatto è violento anche per una come lei; la Venere di Kinshasa allarga scompostamente le braccia, indietreggiando per inerzia, in precario equilibrio, di un paio di passi.

Urta la trave di sostegno a quello che può definirsi - con una certa fantasia - il ponte superiore della nave, la fa quasi crollare e stramazza lei stessa su un largo cassone di legno, il corpo a pancia in su, le braccia lunghe sopra la testa - come ad arrendersi - i seni che gonfiano la camicia, il sangue che cola lento dai buchi, un mortale stupore impresso sulla faccia pallida, ancora più bella e intensa di prima.

Leila ha avuto il fatto suo.

Se non è crepata, ci manca poco.

È mattanza di donnoni sul Congo.

«Adesso... ci somigliamo... in tutto...», mormora la Godrich, sarcastica e truculenta.

«Chana… perdonami… mi hai fottuto... sto crepando…», la Dobson si guarda spaventata i tanti buchi che buttano sangue; da un paio di questi esce nero (!); è il fegato (!); le punture non le lasciano scampo e nemmeno molto tempo.

«Leila… non fare la stupida... la tua Chana… adesso… viene ad aiutarti…», un vecchio amore non si scorda mai.

La Godrich sembra avere ancora qualche energia da spendere.

Si scrolla di dosso il fantoccio di Frank e si rovescia a pancia sotto, portando un braccio a tamponarsi le ferite, mentre con l’altro accompagna la spinta delle gambe, strisciando ventre a terra verso la Venere di Kinshasa.

«Leila… sto arrivando… non crepare…».

«No… io... non morirò così... aiutami… Chana…», bella faccia tosta, senza dubbio; la Venere si è nervosamente incrociata le braccia sul ventre, cercando di reagire.

«Leila… non volevo fotterti… adesso… la tua Chana... ti porta da un dottore…».

«Neanch’io… volevo farlo... devi credermi… sono stata obbligata… fai presto… perdo sangue… è nero...! Ho paura...!», la conosce, sa che non si arrenderà fino all’ultimo, vuole sfruttare l'occasione in extremis.

Leila si rovescia a pancia sotto, premendo forte sul fegato con entrambe le mani, e comincia a strisciare sopra il grande cassone, verso la cabina di comando, parallelamente a Chana, che si trascina sulla superficie del ponte nella stessa direzione.

La Godrich è più veloce, Leila non sente più le gambe, perde terreno e si blocca.

La Venere di Kinshasa prova a non pensare al suo destino, tira al massimo i freni, lotta, suda freddo, per non vomitare subito la vita.

Vuole almeno guadagnare un po' di tempo.

Con la bocca orrendamente spalancata, come un pesce fuori dall’acqua, compensa la mancanza d’aria.

La Godrich sembra avere un piano: tanto vale vedere cosa combina, alternative non ce ne sono.

L'importante adesso è non mollare, guadagnare minuti, limitare i danni, tamponare il sangue nero.

Le viene normale pensare a quando irretiva i negri del Congo con i suoi balli sfrenati.

Ora balla nella propria mente, per sé stessa, per tenersi la pelle con una danza propiziatoria; vuole ottenere la salvezza, ci proverà fino all’ultimo, con tutti i mezzi, compresa l’autosuggestione.

La Gozillona, intanto, è strisciata fino alla cabina di comando.

Grazie alla sua indomabile potenza, riesce a tirarsi su, sulle ginocchia; poi - a carponi - sale i gradini di una scaletta che monta il lussuoso timone a ruota dello sgangherato cargo.

Una contraddizione apparentemente inestricabile.

Arrivata sopra, la Godrich volta le spalle al timone, chinandosi in avanti.

«Non posso crepare… non posso…».

Lungi dal sentirsi schiacciare sotto il peso dei tragici eventi, la potente Gozillona del Congo sembra eccitarsi al pensiero di combattere fino all’ultimo.

«Non posso morire…», si carica da sé, si incoraggia a denti digrignati; è un espediente necessario in questo momento.

La Godrich si appoggia - con la fica bagnata, temendo per sé e per Leila - alla caviglia nord del timone, realizzato in legno pregiato e smaltato: il pezzo più costoso del Rhino Express.

SZOCK

E si fa impalare dalla sua stessa barca.

Un gemito di piacere irrefrenabile.

«Leila… guardami… ti faccio vedere… come governa… la Gozillona…».

Con un tasto fa salire l’ancora, con un altro accende i motori, con tutta sé stessa comincia a manovrare, oscillandosi ora a babordo ora a tribordo.

Leila è basita, con la Gozillona del Congo le sorprese non finiscono mai.

«Me l’avevano detto, ma non ci volevo credere», le parole non dette della Venere di Kinshasa.

«Chana… fa’ presto… sto crepando…!», questa invece è una voce tangibile, ansiosa, disperata!

Il Rhino Express avanza a tutta forza, cercando di bruciare le tappe; il tempo scarseggia per tutte e due.

Il motoscafo di Leila si sgancia, il cargo diventa ancora più veloce.

L’acqua scorre sotto la chiglia, il villaggio è ormai in vista.

L’ultimo obiettivo della Godrich è lo Stregone Bianco, un medico occidentale radiato dall’albo che ha messo su un laboratorio sulle rive del Congo, sfruttando al meglio le conoscenze erboristiche delle tribù indigene.

Ha elaborato unguenti quasi miracolosi, in grado di cicatrizzare le ferite più devastanti; si dice inoltre che sappia distillare un plasma compatibile con quello umano; infine che sia un esperto di sedazione premortuale.

Dalla riva si vedono arrivare il cargo. Lo conoscono bene. La sagoma del Rhino Express è inconfondibile ai loro occhi.

La barca, però, non rallenta, e punta dritta verso il villaggio.

Comincia a diffondersi un certo allarme.

Viene chiamato di corsa lo Stregone.

Con il cannocchiale inquadra la cabina di comando.

C’è una donna al timone, in una posizione tuttaltro che convenzionale.

È la Gozillona del Congo.

Il capo piegato sul petto.

Le braccia molli, a penzoloni.

La camicetta zuppa di sangue, pezzi di budella a vista.

Se non è un cadavere, è di sicuro un pilota automatico.

Sotto di lei, riversa su un cassone, un’altra donna indossa una camicia verde militare: è la Venere di Kinshasa, dalle inconfondibili forme, il braccio rivolto verso la Gozillona, che però non sembra prestarle attenzione.

Lo Stregone invita tutti a sgombrare la riva.

Il Rhino Express è in rotta di collisione con il porticciolo del villaggio.

E inquadra di nuovo il cargo.

La Venere di Kinshasa è scossa da strani sussulti, probabilmente è in fin di vita.

Si contorce su un fianco, la camicia è zuppa di sangue, il volto nitidamente visibile, tirato e disperato.

Attanagliata dalla morte, si sbilancia e frana sul ponte, sbattendo addosso alla fiancata di tribordo.

La caduta della potente Venere di Kinshasa ottiene un effetto che ha dell’incredibile.

La Gozillona si sbilancia dallo stesso lato, la barca vira all’improvviso a dritta, schivando la riva prima dell’inevitabile disastro.

Il Rhino Express sembra l’ultimo a morire.

Il cargo è però impazzito, gira su sé stesso diverse volte, scavando l’acqua.

Neanche il tempo di ipotizzare un rocambolesco abbordaggio che il motore strozza e si spegne.

La corrente fa il resto e lo scafo finisce in secca.

Lo Stregone sale per primo sulla barca.

Poco dopo due lettighe trasbordano sulla terraferma altrettanti corpi.

La stazza non è l’unico elemento in comune.

Anche la postura è la medesima.

Le braccia che cadono a penzoloni fuori dalle barelle, le bocche rimaste spalancate a cercare aria fino all’ultimo.

Lo scontro fra le dominatrici del Congo è finito male per entrambe.

Violente, invasate, famigerate; ambedue potenti; per le tribù della regione, due grosse ninfe del grande fiume.

Il passo lento dei barellieri trasmette ulteriore pessimismo a chi osserva dal porticciolo del villaggio.

La mancanza di fretta è un segnale allarmante.

Neanche avvicinandosi si riesce a distinguere una ferita dall'altra, tanto le rispettive camicette sono fradicie di sangue.

Solo a un più attento sguardo, si individua - su quella della Venere di Kinshasa - una chiazza nera di sangue raggrumato intorno al fegato, che rivela la principale causa di morte.

La Dobson non si sfrena più.

Gli abitanti del villaggio cercano di cogliere qualche lieve sussulto dei corpi, ma il sentiero accidentato non permette di distinguere tra casuali movimenti inerziali e latenti spasmi agonici.

Chissà se cercano ancora di fregarsi, proprio in dirittura d'arrivo, frenando a più non posso.

A qualcuno pare strano che due donnoni tanto potenti si arrendano, si lascino diventare cadaveri, senza tentare un’ultima reazione.

Eppure sembrano ambedue arrivati, non solo al porticciolo.

La Venere di Kinshasa è pallida come uno spettro, con bava alla bocca da entrambi gli angoli; si è spremuta a fondo, le ha provate tutte; fatali soprattutto le pallottole al fegato, che anche una come lei non è riuscita a gestire; volto triste, occhi spenti e marmorizzati, petto affossato: i parametri oggettivi indicano il compiersi di un'immane tragedia.

Sembrava invincibile e invece è tornata al villaggio in posizione orizzontale.

Al suo malinconico passaggio, le donne le soffiano in bocca, rallentando la barella, cercando di mandarle aria e di provocare un sussulto; piace anche a loro, è un modello perfetto.

La Gozillona del Congo non sta meglio.

Pezzi di carne viva si intravedono fra i grumi di sangue, lo sguardo è latente e desolato, come per il fallimento di un grandioso progetto; il petto in evidenza pure a polmoni sgonfi.

Anche lei è circondata da intristiti indigeni che esortano le loro donne a soffiarle in bocca.

Il potere rigenerante delle compagne è superiore al loro.

E in mezzo a tutto questo, le dita della Gozillona vibrano repentinamente!

È un sussulto, un segnale, è qualcosa.

Per la Venere la situazione è più complicata.

Ha il fegato spappolato e si vede la differenza, pur sottile.

L’ha tirata per le lunghe grazie al fisico, ma adesso è troppo spremuta.

È per questo che intorno a lei si affolla la maggior parte delle donne.

Le soffiano in gola, la invocano, le sussurrano all’orecchio.

La chiazza nera, però, dice tutto, risponde a nome della Venere di Kinshasa: la tragedia sta qui, in questo sangue infetto, il fegato ce l’ho spappolato e nonostante tutto c’ho provato fino all’ultimo.

Ma non c'è solo quella.

Gli occhi fissi nel vuoto raccontano un’altra storia: quella di un dolore inconsolabile per la vita perduta.

Il pallore spettrale del volto, oltre a renderla sempre più bella, narra della sua estenuante lotta.

E c'è anche una disperata richiesta d’aiuto, se si legge sulle labbra morte.

Si allunga il passo, si cerca di far presto, i segnali delle due grandi potenze del fiume sono scarsi, ma quegli occhi - carichi di latente attesa - lasciano interdetti, spingono a tentare il tutto per tutto.

È così che si prova anche con gli spilli.

Si punge il braccio, sul Nodo di Iside.

Se la vita ci venisse legata con quello, saremmo immortali.

Ma questo nodo è fragile, destinato a sciogliersi.

La Porta di Dite è sempre aperta.

Si punge il piede della Gozillona, stirato all'insù, con il dito maggiore che punta il ginocchio; un dettaglio sconfortante.

«Basta, dentro!», lo Stregone Bianco porta i corpi all’interno del suo laboratorio; non si sa se per ricomporli o rianimarli.

L’attesa del villaggio si protrae.

La prima a uscire è Chana.

Non è stata ricomposta.

Viene trasportata nelle capanna degli ospiti illustri.

La seconda a uscire è Leila.

Anche lei non è stata ricomposta.

Viene trasportata nella capanna personale dello Stregone, appena fuori il villaggio.

Così, in questa maniera, si conclude il fatale scontro tra la Gozillona del Congo e la Venere di Kinshasa.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA GUERRIGLIERA

di Salvatore Conte (2014-2018)

Viene sollevata dalla barella e poggiata di schiena contro un costone di roccia.

La testa le pende sul petto, gli occhi guardano in basso, inespressivi; puntano senza volerlo le belle tette.

Nonostante tutto, è scossa da un sussulto.

Spudoratamente attaccata alla vita fino all’ultimo respiro.

Un cadavere che prova a scuotersi.

Adesso, però, non sussulta più.

Vado a controllare se è morta sul serio.

Mi avvicino e le sollevo il caratteristico mento a fossetta: «Romina… ci sei…?», in qualche modo sono sempre stato un ottimista.

«Hhh…».

In qualche modo c’è, infatti. Ho fatto bene a chiedere. La Lopez c’è ancora.

Come le lascio il mento, però, la testa torna a flettersi pesante sul petto.

Della Guerrigliera è rimasto poco.

Ma quando si entra nel fascio di tiro di una Gatling e ancora si viaggia in barella, allora bisogna accontentarsi.

Tredici pallottole non sono bastate.

Romina Lopez si merita il suo soprannome.

Ci sono altre donne nel nostro reparto, ma solo lei è la Guerrigliera.

Tredici pallottole sono difficili da contare, un buco si confonde con l’altro.

D’altronde, tutto sta a reggere lo shock e la vista del sangue: il resto è poca cosa, in fondo.

Specie per una come lei.

Una donna così merita rispetto.

Eccola lì con la lingua attaccata al palato e il culo stretto, i freni tirati al massimo nel tentativo disperato di non farsi cogliere impreparata dalla morte, gli stivali che segnano il terreno con sussulti improvvisi.

Non si decide a crepare e allora viene rimessa sulla lettiga.

La marcia riprende.

Non è morta addosso a quella roccia. Ha lasciato un altro pezzo di vita, ma non il suo cadavere.

L’epilogo è rimandato.

E forse quel poderoso costone della Sierra Madre le ha trasmesso un po' di linfa.

L’attenzione dei compagni passa ad altro, ciascuno torna ai propri pensieri, la routine della marcia riprende il sopravvento.

Io, invece, le passo vicino e le asciugo la bocca, perché Romina cola sangue dal labbro.

Non le sto parlando, però è come se le dicessi: “Provaci… che ti costa provarci…? Nessuno si aspetta più niente da te. Tanto vale provarci, no? So che hai ancora qualcosa da spendere. Una riserva segreta di rabbia e frustrazione con cui tenere a bada la morte ancora per un po’…”.

Mi pare di intravedere un sorrisetto sulla bella faccia.

È lucida, ha capito tutto.

Annaspa, sta per cedere, ma si tiene follemente in bilico, guardandomi con occhi spiritati; i contorni sono già marmorizzati, lividi, scuri; è la necrosi che precede la morte, quando l’agonia è tirata; una sorta di make-up infernale - come dicono gli yankees - che non le sta per niente male.

Un'altra pausa.

In molti si ritrovano intorno a lei.

Piace sempre, e poi la situazione può precipitare da un momento all’altro.

C’è chi le tiene la mano, c’è chi le asciuga la bocca, che continua a colare sangue, e c’è chi, come me, le alza la testa e le fa bere un sorso di tequila.

La morte di Anita Garibaldi ha fatto il giro del mondo.

Noi sappiamo com'è andata.

E vogliamo dimostrare a Romina che non farà la stessa fine.

La nostra Anita ce la portiamo dietro. Non daremo la colpa al morso di un serpente.

La Guerrigliera ci prova ancora.

Anche lei sa che è finita, come lo sappiamo tutti noi che la guardiamo, però non si lascia andare, i freni sono tirati, vuole ancora dimostrare qualcosa.

Le battaglie sono sempre da combattere, anche quando sono impossibili, l’esito segnato e il verme arrivato.

Intanto prova a guadagnare altro tempo, la paura non l’ha abbattuta, la sua ultima ora, in fondo, se la gode; da Guerrigliera.

Gli occhi scartano faticosamente sulle sagome riunite intorno a lei. Arriva a me, è il mio momento.

Mi lancia un messaggio silenzioso e invisibile, un messaggio che forse è solo suggestione: “I freni sono tirati, sta' tranquillo”.

Suggestione o no, ancora regge.

La Guerrigliera avverte il sapore della tragedia sul labbro: sa di essere in bilico sul precipizio e allora spalanca la bocca a cercare aria, per non farsi sorprendere dalla caduta.

Romina reagisce e compensa: me ne accorgo, la seguo in ogni piega del volto; a tanto sono arrivate le sue tecniche di sopravvivenza.

Tutto sembra venirle spontaneo, come da sempre fosse abituata a sfuggire alla morte.

Tiene frenato tutto, non cede la vita. Il sangue arriva a fermarsi, se controllato da una ferrea volontà, se la paura viene sfruttata a tale scopo.

Le ferite si sono ormai coagulate.

Nove sono le porte del corpo umano: sette si trovano sulla testa, due nel basso ventre. V’è anche una decima porta, latente, diffusa su tutto il corpo: l’epidermide, da cui tracima il sudore freddo della morte, ma molto gradualmente.

Non sono un bifolco.

Nove è il numero della prossimità, la soglia del passaggio. Nove i mesi per passare dal ventre della madre alla luce. Nove gli anelli della palude stigia, che separa i morti dai vivi.

Per i latini nove era quasi dieci, dieci meno qualcosa: IX; ma fino all’otto si aggiungeva qualcosa al cinque: VI, VII, VIII.

Anche i guerriglieri leggono, tra una battaglia e l’altra. E sanno meglio di altri cosa leggere, perché ai vivi non credono più.

La vita umana fugge da nove porte e attraversa nove volte lo Stige, prima di presentarsi ai cancelli dell’inferno.

Penso che Romina sia quasi arrivata, è impaludata fradicia, come fossimo nello Yucatan anziché sulla Sierra Madre; la sua strada se l’è fatta tutta, la più contorta possibile, ha seguito le anse del fiume maledetto una per una; però cerca ancora di perdersi; sta girando in tondo da un po’.

La corrente dello Stige è alterna, menata dalla fortuna, ovunque sovrana. Se per accidente l’abbandonasse a riva…

La fine di Romina sta diventando tragedia. Adesso sarebbe un peccato se la sorprendesse senza darle il tempo di reagire.

«Le ferite si stanno asciugando… se ci credi, puoi farcela…», provo a lusingarla, sottovoce.

La Lopez scuote leggermente la testa: non mi crede, non si lusinga.

Romina crede soltanto a sé stessa.

È combatte ancora, da Guerrigliera, come in questo preciso momento, decisa a non lasciarsi sfuggire l’ultimo sospiro.

Si riparte, dunque.

A un tratto, però, le cose sembrano precipitare: il braccio di Romina cade inerte dalla barella!

Ma la marcia non si ferma, nessuno le crede più.

Glielo rimetto dentro, c'è ancora.

Cerca di muoversi, credo voglia cambiare posizione. L’aiuto.

È così, infatti: assume una posizione fetale, si sente meno esposta.

È il cerchio della vita e della morte: prepararsi alla luce, prepararsi alle tenebre, in ogni caso al passaggio, all’ignoto.

La Lopez le prova proprio tutte.

Sta girata su un fianco, con le ginocchia piegate alte, la testa reclinata sul petto, gli avambracci stretti sulla pancia: classica posizione fetale e l'energia delle mani a compensare quella che cola dai buchi.

È troppo esperta per crepare, ci vorrà dell'altro.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

BAGNO DI SANGUE ALLA TURCA

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2013-2017)

Sciaff!

Un bicchiere d'acqua gelata in faccia sa fare più male di un pugno.

E io che ho sempre pensato che a farmi male fossero tutti i bicchieri di whisky che butto giù. Che stupido.

Mi ritrovo sdraiato su di un letto con mani e piedi legati, e la testa che mi scoppia, e il materasso che si abbassa di lato mi fa capire che accanto a me c'è qualcuno seduto.

«Bentornato nel mondo dei vivi, cowboy», la vista è annacquata, ma intravedo subito che questa è una gran brutta situazione.

«Voi aspettatemi fuori», fa un cenno e le sue due belle tirapiedi escono dalla stanza senza rifiatare. Gran belle fighe, la lesbica si sceglie bene le sue compagnie.

«Finalmente soli.

Vediamo se le piaci quanto le è piaciuto il tuo amico Jim...», mi mette una scatola sul petto coperta da un panno di velluto rosso.

«Jim... cosa vuoi dire?», cerco di schiarirmi insieme la voce e le idee, mentre lei tira via il velluto e la trasparenza del contenitore mi fa vedere quello che ci cammina dentro. Uno schifoso ragno nero.

«Voglio dire che stamani è rimasta vedova del tuo amico».

Jim... lurida bastarda!

Questa giornata di merda è cominciata una settimana fa, quando il mio uccellino di fiducia mi ha cinguettato che dalla costa Ovest sarebbero arrivati due uomini con 20 chili di droga.

Come sempre mi ha fornito il profilo completo degli interessati, insieme ad altri fondamentali dettagli: valore, qualità e livello di smerciabilità della cocaina, orario d'arrivo del volo, modello d'auto noleggiato, hotel prenotato. E numero di camera.

L'uccellino canta bene quando vuole e chiede il 10% dell'affare: 2 chili su 20 è una cifra ragionevole, a me e a Jim rimarrebbero 9 chili a testa, quantitativo sufficiente che ci avrebbe permesso di uscire dal giro.

Palle all'aria di giorno e in bocca a qualche puttana di lusso la notte.

Tre giorni dopo l'informazione, il lavoro è già stato fatto, pulito e semplice.

Troppo.

Siamo entrati nella camera 111 dell'Hotel, pistole spianate e sguardi e modi di chi ci mette mezzo secondo a mandarti al creatore.

I due uomini della costa Ovest non hanno fatto storie, hanno tirato fuori le due valigette, pesanti 10 chili di bella vita l'una, e sono rimasti inginocchiati nell'angolo della loro stanza, buoni e docili come agnellini.

Ma l'uccellino evidentemente aveva fischiettato solo un pezzo della canzone, ignorando fra l'altro a chi appartenesse il copyright.

E l'ignoranza non perdona.

Chana… quella partita di droga l'aveva comprata lei, pagandola già per metà.

E noi gliel'avevamo soffiata sotto il naso.

Si era incazzata sacrificando subito i due agnellini, ma prima di sgozzarli si era fatta descrivere le nostre facce e con gli identikit in mano ci aveva messo poco a scovarci. Troppo maledettamente poco.

E quello di Jim era il primo identikit che aveva accartocciato, perché non serviva più.

Nome: Chana.

Cognome: Chana.

Soprannanome: la Turca.

Nazionalità: turca a stelle e strisce.

Segni particolari: tutti.

Professione: traffico d’armi, organi e avanzatempo droga.

Hobby: omicidi e cose turche.

Copertura: spogliarellista.

Dress code: sempre scollacciata e scosciata, in genere si porta addosso una camicetta bianca da uomo, lasciata molto sbottonata; le capita spesso di non fare in tempo a vestirsi quando scappa via a fare il secondo lavoro, nello squallido buco di fogna dove esercita i suoi turpi commerci.

Gran brutta carta d'identità.

La Turca... non solo per le sue origini ottomane, ma soprattutto per il suo aspetto: pesante, greve, intossicante.

Capelli biondi, quarantacinque anni portati come ne avesse venti in più e un fisico portato con altrettanti chili in eccesso.

Un cesso di donna, cioè una cessa, e proprio la Turca.

«Vieni qui, piccola», prende la vedova nera con delle lunghe pinze e la toglie dal contenitore, mettendomela sul petto con una delicatezza che mi farebbe sorridere, se solo avessi un motivo per sorridere.

«Vedi di non muovere un solo muscolo, un solo nervo. Non muoverti nemmeno con il respiro.

Al tuo amico per crepare è bastato fare mezzo secondo di tutto questo».

Sento le zampe che mi solleticano addosso e la bestiaccia sembra che mi guardi, aspettando che faccia qualcosa. Giusto per avere la scusa di mordermi, come a dire che non è stata colpa sua.

Legittima difesa, e se ne tornerebbe nella sua scatola completamente scagionata. Innocente.

«Ti concedo 4 minuti e 24 secondi per dirmi dov'è la roba», prende da terra uno stereo e lo mette sul comodino.

«La durata di questa canzone.

Trascorso il tempo, se non avrai ancora parlato e se sarai riuscito a restare sempre immobile, le pizzicherò il culo e ci penserà lei».

Play.

I'm mean and I'm dirty, like none you've ever seen...

Allora è proprio così che funziona.

We're not for the innocent, let the beast run wild...

Una maledetta bestiaccia nera e una canzone dei Kiss sparata a tutto volume, questo è il metodo che la Turca riserva ai suoi nemici per farli parlare; l'avevo sentito dire, ma avevo sempre pensato fosse una delle tante leggende metropolitane che circolano nei bassifondi del nostro ambiente.

Sbagliavo.

Qui di metropolitano c'è solo il traffico che scorre caotico fuori dalla finestra e di leggenda nulla, le zampe schifosamente pelose del ragnaccio ce l'ho addosso concrete e reali come le chitarre dei Kiss.

Not for the innocent, conosco il pezzo delle quattro maschere di Detroit e so che siamo agli sgoccioli, devo decidermi. La bestiaccia è sempre qui, sul petto, e per ora riesco a tenerla ferma obbligandomi all'immobilità di un manichino da vetrina.

Ma quell'altra bestiaccia non si farà tenere a bada oltre l'ultima nota.

Le regole del gioco me l'ha spiegate bene.

«Allora, cowboy...?», porta le pinze a mezzo centimetro dalla schiena della bestiaccia.

«I Kiss stanno per tornare dietro il sipario.

E non faranno nessun bis».

Peccato, avrei ascoltato volentieri tutto l'album. Anzi tutta la discografia.

Oh! Oh! Ohhh...

La canzone sfuma. Finisce. E lascia la stanza in silenzio.

La quiete prima della tempesta.

«Allora, dov'è la mia roba?», le pinze si aprono vicino al culo della bestiaccia, se si richiudono sono già all'inferno.

«Non te lo ripeterò una seconda volta, cowboy.

In compenso, però, se le stringo il culo si incazzerà».

Anche le vedove nere nel loro piccolo s'incazzano.

«La roba l'ho già venduta.

Non ce l'ho più», mi decido, parlando in apnea, sembro un robot.

Nei suoi occhi lampeggia una voglia tremenda di ammazzarmi subito, di toccare la sua piccola amica e lasciare che mi faccia fuori all'istante. O di spararmi lei stessa un bel colpo in testa.

Ma non può farlo. È obbligata a controllarsi.

Perché se crepo, crepano con me anche i suoi 18 chili di dollari.

«A chi?», se possibile la voce è più assassina dei suoi occhi.

«Toglimi questa bestiaccia di dosso e andremo insieme da chi», eh no, Turca, non mi ammazzo con le mie mani.

Mi fissa in silenzio, inespressiva.

Deve soffrire molto a non potermi fare fuori.

«E se invece ti faccio secco e me ne sbatto della roba?».

«Non lo farai. Sono troppi soldi», e se lo facesse davvero? La Turca è pazza, da sempre.

Ma rinunciare a tutti quei soldi sarebbe ancora più da pazzi.

Mi toglie da dosso la bestiaccia, rimettendola nel contenitore di plastica.

«Ti farò fuori appena avrò riavuto la mia roba.

Hai solamente rimandato l’esecuzione della condanna, cowboy».

Un rinvio della pena, al momento mi basta questo. Almeno ho la possibilità di togliere la corda dalle mani del boia per poi tentare di appenderci lui al cappio.

Si alza e fa rientrare nella stanza le sue due amiche.

«Tiratelo su e andiamocene da qui», con un coltello mi tagliano le corde che mi legano i piedi, ignorando quelle che mi stringono le mani.

«Rimettetemi il cappello in testa», magari la mia giornata di merda dipende da questo, si sa che i cappelli appoggiati sul letto portano sfortuna.

«Cammina!», le amiche della Turca hanno modi sbrigativi, ma con i corpi che si ritrovano possono permettersi tutto.

La bionda e la mora, belle e con le tette gonfie al punto giusto, come lesbica la Turca si tratta proprio bene.

Mi infilano in macchina con il mio cappello texano finalmente in testa, la bionda al volante a fare da tassista e io nei sedili posteriori in mezzo alla Turca e alla mora, stretto a pressione fra due grosse paia di tette, che esplodono dai rispettivi top elastici.

È praticamente l'uniforme del Corpo: le Giannizzere della Turca.

«Dove andiamo, cowboy?».

«Forse sarebbe meglio se...».

«Non sarebbe meglio un cazzo.

Dimmi dov'è che dobbiamo andare per riprendermi la roba», la Turca non concede nulla, nemmeno il tempo di finire la frase.

«All'Hangar 14. È lì che tengono la roba. Ma ci sono anche i cani da guardia. E sono armati».

Sarebbe meglio buttare giù un piano, prima di presentarsi così, senza invito.

«Anche noi siamo armate, cowboy», la mora tira fuori una uzi, e altrettanto fa la bionda, alzandola nella mano, mentre con l'altra continua a guidare.

«Più queste.

Sei sempre convinto che i cani siano più armati delle cagne?», impugna due colt, una per mano.

No, Turca, sono sempre più convinto che qui ci lasceremo la pelle in parecchi.

«Fermati qui», faccio accostare la bionda a cento metri dall'hangar, dietro un mucchio di bidoni accatastati.

«Tieni, cowboy. Avremo bisogno anche della tua mira», la Turca mi passa una terza uzi.

«Non hai paura che te la scarichi addosso...?», è veramente pazza.

«Non lo farai».

No, non lo farò. Sono pazzo anch'io, l'ho sempre sospettato.

«Prima che entriamo dimmi chi è quel bastardo che stiamo andando ad ammazzare. Voglio sempre conoscere il nome di chi mando all'inferno».

La Turca è curiosa.

«Ora puoi dirmelo, ormai siamo sulla stessa barca».

Sì, la barca degli stupidi. Pazzi sulla barca degli stupidi, lo diceva un tempo anche Robert Plant.

«La Cessa».

«La Cessa...?!».

Sì, lei, anzi Leila, un altro cesso di donna. La rivale più pericolosa della Turca.

«Allora ci sarà anche Sal Virgiliano...».

«Senza dubbio, lei lo tiene a catena...».

«Meglio così, salderò il conto a entrambi».

Ci avviciniamo all'hangar con le uzi sottobraccio e le colt in pugno, e la serata nebbiosa ci dà una grossa mano, nascondendoci a chi potrebbe venire subito a romperci i coglioni.

«Quattro più la vacca», la mora ritorna dalla sua avanscoperta, il portellone lasciato semiaperto le ha permesso di contare quanti cani ci sono dentro, oltre alla padrona.

La Turca sbircia dalla fessura con i propri occhi.

«La tua amica si prepara a volare via», fa cenno verso un piccolo aereo parcheggiato al centro del grande capannone. «Magari ha programmato un bel viaggio ai Caraibi con la mia roba. Ma adesso le faremo cambiare destinazione».

Gran brutta situazione.

«Siete pronte?».

«Pronte, Chana».

«E tu, cowboy? Sei pronto, o il puzzo che si sente è perché ti stai cagando addosso?».

«Quando vuoi, Turca».

«Lo voglio adesso», e si infila nello spazio lasciato aperto fra il portellone e la struttura.

«Fermi tutti! Che nessuno provi a muovere un dito!», dal tono si vede che è un'esperta di queste gran brutte situazioni.

«Buttate a terra le armi!», la mora le dà una mano nell'impartire le direttive.

«Anche tu, Cessa».

Leila Dobson ha una pistola infilata nei pantaloni di jeans. La sagoma del calcio si profila da sotto la camicetta.

È costretta a mollarla.

50 anni per un quintale di stazza, ancora un cesso di donna.

Veste con una camicetta bianca portata fuori dai pantaloni, sbottonata fino allo stomaco, strizzata intorno ai larghi fianchi, che la rende ancora più grassa.

Non ha il reggiseno, le tette sfibrate le cascano a penzoloni sulla pancia.

È un vero cesso, ma sensuale, torbido, ancora interessante.

Una cinta nera, alta e ben tirata, le divide in due zone distinte il ventre lardelloso.

Sopra a tutto una giacca scura.

Leila fa ancora la sua parte.

È da poco venuta fuori, non si sa come, da un brutto cancro allo stomaco, ma c’è chi dice che abbia solo guadagnato un po’ di tempo.

«Che cazzo vuoi, cowboy...?», Sal si incazza subito con me.

«Mi sembra che noi l'affare l'abbiamo già concluso ieri mattina», mi guarda più incazzato della sua voce.

«Tira fuori la roba o ti faccio secco prima del tempo, e tu, troia, stai ferma là!», la Turca mi toglie dall'imbarazzo, puntandogli in faccia entrambe le canne.

«Ho capito... hai voluto guadagnarci due volte.

Maledetto bastardo...».

Come al solito non hai capito un cazzo, Virgiliano. Ma non ho tempo per discolparmi.

L'asfalto dell'hangar è un tappeto di pistole, mitragliette e fucili a pompa, i cani da guardia di Leila sono stati ubbidienti e hanno mollato tutti i loro ossi metallici.

Sembra che la gran brutta situazione sia meno brutta di quel che pensavo.

Sembra.

«Andate all'inferno!», da una porta esce un tipo alto due metri con una mitraglietta stretta fra le mani.

Rat!Rat!Rat!Rat!Rat!

«Uhhh...!», la mora si becca in pieno la raffica di pallottole.

I cani erano cinque e non quattro, il calcolo sbagliato l'hai pagato caro, lasciandoci le tette, bellezza.

La porta da dove è uscito è quella del cesso. Si può crepare anche per una pisciata, e magari fatta in piedi.

Scherzi del destino.

Bang!Bang!Bang!

«Bastardo!», la Turca risponde immediata e rimette subito a posto i conti.

Cerco e trovo riparo dietro la carena del piccolo aereo, non mi va di fare anch'io la stessa fine, anche perché Sal e il resto del branco si sono ributtati sui loro giocattoli e l'hangar è già diventato un poligono di tiro. La Cessa è rientrata in gioco.

«Shamira...», la bionda è accucciata accanto alla sua amica, la prende dietro le spalle e trascinandola riesce ad arrivare insieme a lei fino alla mia postazione.

La mora è sdraiata vicino a me, conto almeno cinque-sei buchi.

«È sempre viva la tua amica?», sentendola lamentarsi, la mia più che una domanda è un'affermazione.

«Stai calma, Shamira... ti porterò fuori da qui», la bionda le passa una mano fra i capelli prima di alzarsi e scaricare la sua uzi verso gli uomini della Dobson.

«Maledetti!Maledetti!Maledetti!», e la rabbia che ci mette mi fa capire che la vera coppia sono loro due, la bionda e la mora. La Turca è solamente l'amante.

«Ohhh...!», riesce a centrare uno di quei bastardi prima che una raffica la colpisca in pieno, buttandomela addosso di schiena.

«Salva... la mia... amica... ohhh...», e mi crepa con la testa appoggiata sulle ginocchia.

Non ti prometto nulla, bionda. Sarà già tanto se riuscirò a salvare la mia di pelle.

«All'inferno, cani!», intanto la Turca, riparata dietro un grosso bidone, ne ammazza un altro.

Adesso dovremo essere tre a due. Qui è bene non sbagliare i conti.

«Tirami su... ohhh...», Shamira, la mora, si aggrappa ai miei pantaloni.

Tre a due e mezza.

«Mettimi seduta... e ridammi... la mia uzi...», l'assecondo, entrambi non abbiamo niente da perdere.

La prendo e l'appoggio con la schiena al carrello dell'aereo. E le rimetto in mano la uzi.

«Quei bastardi... devono crepare... insieme... ohhh... a noi...», e guarda la bionda, riversa a pochi centimetri da noi.

«Se ce la fai, inizia a sparare», voglio arrivare fino alla macchina qualche metro davanti a me, da lì posso sparare all'uomo che si è nascosto dietro la pila di pneumatici usati.

«Ce la faccio...».

Rat!Rat!Rat!

È di parola, ce la fa davvero, la Turca sceglie sempre le migliori, e anch'io ce la faccio ad arrivare dietro la vecchia Ford.

Rat!Rat!Rat!

Questa è la mia uzi. E quello era il penultimo uomo di Leila.

Due a due. Più mezza Shamira.

Bang!Bang!

«Maledetta puttana!», Virgiliano scarica i colpi contro la Turca, tutti fuori bersaglio grosso.

Bang!

«Ahh...», a lei invece basta un colpo solo per beccarlo alla spalla.

«Uscite fuori, bastardi!», li vuole avere subito, all'istante. Tutti per sé e le sue pistole.

A me non rimane che seguire il duello a distanza, sto portando la pelle a casa e non voglio rischiare altre pallottole.

Resto con la mia uzi in mano, ma da questo momento sarò solamente un neutrale voyeur.

Potrei anche andarmene da questo maledetto hangar, quello che dovevo guadagnare da questo affare è già chiuso in una cassetta di sicurezza, ma ormai voglio vedere come va a finire questa storia.

Screek... il rumore di una porta tradisce chi se l'è appena chiusa alle spalle.

WC. È sempre la porta di quel maledetto cesso.

La Dobson e Virgiliano si sono rintanati lì, la Turca l'ha capito.

Io sono a una decina di metri e la osservo mentre ricarica calma, fredda, senza furia.

Ricarica entrambe le pistole. Vuole essere sicura. Certa.

Taclac. Adesso è pronta.

«All'inferno, bastardi...!!».

Bang!Bang!Bang!Bang!Bang!

Spara in stereofonia, i colpi esplodono all'unisono da destra e da sinistra, e la targhetta con scritto WC è la prima a cadere.

Bang!Bang!Bang!Bang!Bang!

La gragnola di colpi continua e tocca alla porta stessa cadere pesantemente in avanti, sinistramente uguale al penultimo tirapiedi di Leila.

Clic!Clic!

Puoi tirare il fiato, Turca, i colpi sono terminati.

«È finita, Turca», butto la mia uzi a terra, potrebbe essere pericolosa anche con le pistole scariche.

«Soprattutto per quei figli di puttana...».

Lo spettacolo ci concede l'ultima scena, tragica e comica allo stesso tempo.

La scena della morte di Sal Virgiliano e di Leila Dobson, la Cessa di Las Vegas.

Sono seduti sul water, uno contro l’altra, in prima fila Sal, in seconda Leila, busto e testa leggermente inclinati all'indietro a trovare un appoggio che ormai non serve più, fantocci insanguinati e trasfigurati senza quasi più forma, se non quella definitiva della morte.

È tutto finito.

Quei due stronzi hanno avuto quel che si meritavano.

«La tua roba è in due sacchi neri sistemati sui sedili dell'aereo.

Ci ho dato un'occhiata fra un colpo e l'altro».

«Allora adesso dovrei ucciderti», la Turca mi rammenta la sua promessa.

«Ti rimborserò con un assegno per i chili che mancano. Puoi fidarti, non ho intenzione di fare un altro incontro con la tua bestiaccia nera», ignoro la sua promessa, so che adesso non ha né voglia né pallottole per mantenerla.

«I due chili me li sono già fatti rimborsare. Ma stacca lo stesso l'assegno», capisco che la mia impressione è giusta e anche che dovrò cambiare informatore.

Se un uccellino incontra una vedova nera di solito smette di cantare. Per sempre.

«Ohhh... Chana... aiutami...», Shamira è sempre maledettamente aggrappata alla vita e al carrello dell'aereo.

«Shamira...», e adesso anche alla Turca, che la rimette in piedi sostenendola con un braccio.

«Vai a prendere la macchina, cowboy.

Mi servi ancora per un altro po’».

Le do retta, in fondo anche se è rimasta senza voglia e senza pallottole, le basta accucciarsi e prendere una uzi mezza carica per farsi ritornare la voglia e mantenere la sua promessa.

Sarebbe davvero tutto finito, se non fosse che alle mie spalle sento qualcosa spiaccicarsi a terra, qualcosa come uno stronzo cagato fuori dalla tazza...

Mi volto di scatto, appena in tempo per vedere il corpo di Sal a terra e una uzi spianata sopra il water... la bocca contorta di Leila è sfumata in un ghigno diabolico...

Rat!Rat!Rat!

Rat!Rat!Rat!

La mora è falciata, la Turca è costretta a sacrificarla, tenendosela addosso per pararsi dalle raffiche.

Proprio come ha fatto la Cessa, che ha usato il corpo di Sal come un giubbotto anti-proiettile...!

Si alza dal cesso e continua a sparare, è assatanata...

Rat!Rat!Rat!

Rat!Rat!Rat!

Io non me la sento di intervenire, rimango neutrale: sono due cessi e per me una cessa vale l’altra.

Si scambiano colpi, ma per il momento non c’è ancora scappata la morta.

Di questo passo, comunque, una delle due non tarderà a lasciarci il culo; se non entrambe.

Il duello finale, però, viene improvvisamente disturbato.

Alcuni vigilantes irrompono nell’hangar...

Di solito non ficcano il naso negli affari altrui, ma stavolta il casino è stato tale che non potevano proprio farne a meno, suppongo.

Le due stronze non vogliono finire dentro e vendono care le tette.

La Turca è più vicina all’uscita e riesce a svignarsela. Poco dopo, sento una macchina allontanarsi con un pazzesco stridio di gomme.

Leila è rimasta in trappola, ma spara come un’invasata, sta utilizzando tutte le armi dei suoi uomini, compreso un fucile a pompa.

La Turca aveva troppa fretta per pensare alla roba, i sacchi sono rimasti sull’aereo...

Comincia a venirmi l’acquolina in bocca.

Se avessi la fortuna di vedere Leila e le guardie accopparsi a vicenda, potrei essere io a chiudere la mano.

La Dobson mi ricorda Al Pacino in Scarface, nella scena-madre finale, braccato e circondato, ormai preda di un’isterica follia.

«Venitemi a prendere, fottuti bastardi!».

Rat!Rat!Rat!Rat!Rat!

Eccola...!

Avevo visto giusto: Leila Dobson si è beccata una raffica in corpo, appena sopra la cinta!

Per sua sfortuna, una uzi è finita nelle mani sbagliate...

I buchi sanguinolenti sulla camicetta bianca sono evidentissimi, vanno da un fianco all’altro della Cessa, che però continua a sparare come se niente fosse, rimanendo bellamente in piedi.

«Non mi avete fatto niente... capito...? Niente…!».

Ma ormai si è scomposta, è sempre più isterica.

Rat!Rat!Rat!Rat!Rat!

Cazzo... Leila, no!

La Dobson si è beccata un’altra raffica, stavolta sotto la cintura, nel basso ventre...

Si curva in avanti, stavolta gli occhi sono spaventati. Ha fatto il pieno, è già in viaggio per l’inferno.

Rat!Rat!Rat!

Adesso, però, entro in gioco io e sistemo l’ultimo bastardo rimasto una volta per tutte.

Rat!Rat!Rat!

La Cessa mi ringrazia con una raffica: bell’amica...!

Fortuna che me l’aspettavo...

Riesce a raggiungere l’aereo e ad abbrancare i sacchi con la roba: una mano su quelli, l’altra sulla pancia; non sa proprio rinunciare a nulla.

Esce dal capannone, barcollando.

Monta in macchina e parte con una sgommata da brivido.

Non credo che ne abbia per molto, devo solo seguirla.

Dopo un paio di miglia, infatti, comincia a procedere a singhiozzo, la vecchia troia non ce la fa più. Sbanda a destra e prende in pieno un grosso cactus.

BBBEEEPPP-BBBEEEPPP-BBBEEEPPP

Il clacson suona all’impazzata, deve essersi accasciata sul volante.

Mi fermo, scendo e la riporto indietro, contro lo schienale.

È stordita, ma respira ancora.

Potrei mollarla lì, ma decido di portarmela appresso.

La tiro fuori, non senza fatica, la carico sul sedile del passeggero, prendo la roba, e riparto.

«Dove cazzo... mi porti...?», si è ripresa.

Si tiene gli avambracci incrociati nervosamente sulla pancia, mentre con gli scarponi si puntella smaniosa contro la scocca dell’auto, cambiando spesso postura, in una sordida, sensuale, anguillesca agitazione.

Un’anguilla ingombrante, certo, ma la Dobson è ancora un bel guardare, nonostante le forme sfatte, o magari proprio per quelle, per la sua ferrea volontà di essere sempre la migliore, di guardare sempre avanti, come adesso che fissa la strada oltre il parabrezza, neanche fosse lei a guidare.

«Jack... fermati un po’... controllami i buchi... non vorrei che... ci rimanessi… secca...».

Improbabile, Leila.

Mi fermo e le do un’occhiata, fingendo un controllo accurato.

«Non vorrei che… m’avessero fottuta... Jack...».

«No, certo, che vai a pensare, solo una decina di buchi, ma nessuno mortale, Leila. Sei la solita fortunata.

Adesso ti porto nel mio covo e lì facciamo venire un dottore».

«Lo stomaco… ce l’ho bucato…».

«Quella è un po’ più brutta, ma niente di grave».

Respira pesante, il petto sale e scende irregolare, il sangue le è salito alla bocca.

«Devo ricostruire... la banda... Jack... ti va... di fare... il mio braccio destro...».

In sostanza, sostituire Sal Virgiliano.

«Ci penserò».

E riparto.

La Dobson continua a puntellarsi con grande maestria, gli scarponcini contro il telaio dell’auto, la schiena che si appoggia di conseguenza. Non so a che cosa le serva tutto questo, ma un motivo deve esserci: Leila non fa niente per niente.

Certo, le ferite bruciano, ma deve esserci dell’altro.

Nonostante la sua abile nonchalance, sa di essere rimasta fottuta e sta disperatamente cercando di tenere sotto controllo la situazione per evitare di essere scaricata.

Io potrei farla finita e tenermi tutta la roba. E lei lo sa, naturalmente.

È per questo che ora tira fuori la lingua e al tempo stesso si palpeggia il seno...

Vuole comandare il gioco, anche con dieci pallottole in corpo, ed è questo che la rende irresistibile...

Siamo al covo, intanto.

Una villetta ai margini del deserto, cancello e portellone del garage sono automatici.

La porto dentro, al primo piano.

La sistemo su un letto a due piazze, al centro, con diversi cuscini dietro la schiena, la faccio morire in posizione eretta, un po’ come fa vivere me adesso.

«È un bel posto… è tuo…».

«Non proprio. Lo tengo a disposizione per le emergenze».

«Jack… io pensavo… che io e te…», si umetta le labbra impastate di sangue e si stira addosso la camicetta; il pesante seno, già cadente di suo, le è finito sulle ginocchia.

Vede la morte in faccia e fa la ruffiana.

Ma non ne ha bisogno.

«Leila… pensavo anch’io la stessa cosa… sai?».

È contenta della risposta, mi porta le mani sui pesanti seni.

«Serviti... Jack... serviti il pasto... sono bella grassa...».

È gonfia, abbondante, polposa. La Dobson è ancora una bella donna.

«Ma non voglio crepare...».

Quella me l'aspettavo, è il conto del pasto.

«Adesso chiamo davanti a te, in videoconferenza criptata, un alchimista.

Vive in un posto che si chiama Frascati, dove si fa il vino».

Spalanca la bocca, inebetita.

Si aspettava di più.

Il significato della parola alchimista, secondo me, non lo capisce nemmeno da lucida, figuriamoci in queste condizioni. Anche se gliel’ho nascosto per galanteria, si ritrova con un paio di pallottole che la porteranno dritta al cimitero.

Accendo il computer e lo contatto.

«Ric, ho una grana da risolvere».

«Dimmi tutto».

«Te la faccio vedere».

Con la microcamera inquadro la Dobson.

«Ha una decina di pallottole in corpo, Ric. Un paio sono mortali».

«Ma come… avevi detto… che…», protesta la Cessa.

«Lo vedo.

Ascoltami bene...».

Mi fornisce tutte le istruzioni, poi chiude.

Per fortuna ho a portata di mano ciò che mi serve.

Un paio di giocattoli erotici; falli di plastica, insomma.

Ci sono nove porte nel corpo umano e ognuna ha il suo perché.

La bocca, ad esempio, è unica, perché una basta e avanza, e non bisogna abusarne.

È senza dubbio più importante ascoltare che parlare, e se si digiuna è meglio; non c’è un altro modo per mangiare, si può sempre aspettare, ma per respirare ce ne sono tre.

Gli occhi sono piazzati molto in alto al fine di poter scorgere più cose possibili, ma usando la fronte, che è ancora più in alto, si scorgono ancora più cose.

Da ognuna di queste porte, ferite permanenti del corpo, utili alla vita, fugge la vita.

Sette sono sulla testa, due alla base del tronco: intanto penso a chiudere le due porte più basse.

Un duplice gridolino della signora, appena accennato, come avesse preso un paio di supposte, e ho messo le prime toppe sulle sue serrature sgangherate.

Due buchi sono coperti.

La cinta è stretta in pancia, così va bene.

Ric, l'alchimista, mi ha detto che avrebbe mandato un'infermiera di sua fiducia ad aiutarmi; ne ha diverse, in tutto il mondo, che seguono i suoi protocolli; e una sta a Las Vegas.

Non mi aspetto molto, tantomeno dei miracoli, ma almeno avrò addosso meno pressione. Quando capirà che è finita, la cosa diventerà sgradevole.

Nell’attesa, la faccio parlare.

«Procede tutto bene, Leila.

La Turca ha perso le sue giannizzere, e dopo tutto questo casino, non si farà vedere in giro per un bel pezzo».

«La Turca... non è... un problema... adesso...», farfuglia con la lingua attaccata al palato, sembra una vecchia rincoglionita.

Vuole essere tranquillizzata.

«Le ferite non sono fatali, Leila. Tu tieni i freni tirati e tutto andrà bene. L’infermiera sarà qui a momenti».

Per fortuna ho ragione, si chiama Kelly ed è un dannato schianto.

Il camice bianco è attillato, sbottonato e rigonfiato da due autentici pezzi da novanta. Più che un'infermiera sembra una grossa troia.

Non si scompone nel vederla, evidentemente Ric le ha accennato che si sarebbe trattato di un caso senza vie d’uscita.

Kelly ci sa fare, comunque. Lavora con perizia. Leila è fasciata a regola d’arte con tamponi dedicati. I buchi sono 11, non era facile contarli con esattezza.

La cinta è rimessa a posto; come la camicetta, sempre sbottonata, e la giacca. È la sua divisa da combattente.

Flebo al braccio, ossigeno in faccia e sensori sul cuore.

Tutte le cure palliative del caso sono attivate.

Ma la bella Kelly va oltre e inizia a montare uno strano apparato.

Il congegno centrale è alimentato da una comune batteria per auto.

Quattro treppiedi, che reggono una sorta di antennina parabolica, sono disposti ai quattro lati della moribonda.

Alla fine Kelly si degna di fornire qualche spiegazione: si tratta di un congegno non ancora brevettato, dunque il suo utilizzo deve rimanere segreto; allorché la paziente arriva in punto di morte, oppure è appena deceduta, viene aumentata la potenza d’esercizio, fino a quando serve; il cadavere caldo viene colpito, nelle nove cavità naturali, da un flusso di energia elettrica di polarità uguale a quella dell’energia vitale pesante, detta ka, così da mantenere quest’ultimo all’interno del corpo: il ka è infatti l’ultimo ad abbandonare la nave; finché il ka rimane dentro, l’energia vitale leggera rimane zavorrata al corpo, e perciò - quando eventualmente le condizioni migliorano - rientra stabilmente nel guscio; i proiettori di energia sono puntati sulla faccia per coprire le cinque cavità centrali, sui rispettivi lati della testa per coprire le orecchie, e su ventre e basso ventre per coprire le cavità naturali inferiori e le 11 cavità artificiali.

Alla fine del discorso, immancabile, giunge la clausola di salvaguardia: l’apparecchio è ancora allo stadio sperimentale, le probabilità di riuscita sono limitate; viene utilizzato, in segreto, solo nei casi in cui il paziente non abbia nulla da perdere.

Proprio il nostro caso, dunque.

Leila alza il braccio libero, mi chiama.

Accenna a togliersi la maschera dell'ossigeno, vuole parlare.

«Può bastare per il momento», Kelly l'accontenta.

Nonostante tutto, la Dobson si sforza di mostrarsi calma e di mantenere il controllo.

«Jack... hai deciso... accetti...».

«Accetto, Leila. Sono il tuo nuovo braccio destro».

Il braccio destro di un corpo che non c’é quasi più, è sicuramente l'incarico più bizzarro che abbia mai accettato finora.

Vuole che le stringa la mano, lo faccio e la guardo: gli occhi sono sempre più confusi, come se tentassero di mettere a fuoco qualcosa, è già con un piede e la punta dell’altro all’inferno.

«Leila... guarda me...».

La distolgo da visioni aliene, lei deve rimanere con gli occhi su questo mondo, a cominciare da me.

«Jack... so che è finita… », finalmente è sincera, la morte evidentemente funziona da siero della verità. «Ma non posso… accettarlo… voglio… che mi porti all’ospedale… voglio… tentare… fino all’ultimo...».

«No, è troppo tardi, Leila. Devi combattere qui, adesso.

All’ospedale moriresti sotto i ferri.

Ho armato questo casino per tentare il tutto per tutto.

Qui sei monitorata a vista. È tutto sotto controllo, Leila.

L'infermiera è a tua disposizione, pronta ad assisterti, se le cose dovessero precipitare».

Drin… Drin…

Il campanello interrompe il nostro dialogo.

Chi diavolo può essere?

«Kelly... dai un'occhiata al videocitofono, per favore; è sul corridoio», lascio a lei il compito di vedere chi è; preferisco non muovermi; se lo facessi, potrei tornare e trovarla morta.

E poi lei adesso mi sta stringendo ancora di più la mano.

Leila resto qui, non preoccuparti.

«Sul monitor si vede solo la strada, sembra non ci sia nessuno!», ad alta voce, dal corridoio.

«Meglio così…!».

Dopo un po' mi accorgo che non è ancora tornata.

Sarà andata al bagno.

Quel pensiero mi rimanda a una strana associazione di idee.

«Kelly! Che fine hai fatto?!».

«Che maniere! Fa l'infermiera, non il portiere...».

Cazzo...

L'associazione era giusta...

La Turca...

E dietro di lei c'è Kelly. Si conoscono le due troie...

«Pensavo ti sarebbe convenuto startene alla larga, almeno per un po'...

E invece ti ritrovo già in attività. Hai dimenticato qualcosa?», la sfido, anche se non è una sfida ad armi pari, lei impugna una colt e io nulla; e nel nulla includo anche la mano di Leila.

«Sì... ho dimenticato di ammazzare questa troia…».

«Allora potevi anche risparmiarti il disturbo.

Ha 11 pallottole in corpo... è finita...».

«All'hangar quasi mi fotteva, e anche se è già morta, voglio essere io a darle il colpo di grazia.

Bene, Kelly… aspettami di là. Ci penso io a somministrarle il resto della cura…».

«È proprio necessario?».

«Lo è, mi dispiace».

La bella infermiera se ne va, forse non pensava si arrivasse a tanto.

«Spostati, cowboy, e con le mani sempre in vista».

È decisa e spietata, come sempre. Ma sembra che mi voglia risparmiare.

«Maledetta... puttana...», sono costretto a lasciare la presa di Leila e per questo la maledice una volta di più, con il filo di voce che le rimane.

«Aspetta...», la Dobson prova a trattenermi con la mano insanguinata, ma io indugio solo un poco, quel poco che basta; non posso rischiare di farmi ammazzare.

«Volevi fottermi, vero...?», la Turca motiva sommariamente la sentenza. «Ma di solito chi crede di fottermi ci lascia la pelle…».

Bang!

Di solito non è sempre, Chana.

Un colpo secco rimbomba fra le quattro mura della camera da letto.

La pistola cade a terra.

Vedo una macchia rossa comparire sul petto della Turca, che resta in piedi, immobile, impietrita.

E lei è sempre lì, ritta, impalata. Incredula.

«Jack...», Leila lascia scivolare la pistola sul letto, rivuole subito la mia mano nella sua.

«Che cazzo...», ho tutto il tempo di rimetterla dietro la schiena.

Finalmente la Turca si muove dalla sua posizione e casca tutto d'un colpo in avanti, con la faccia che affonda nelle coperte.

Ai piedi di Leila Dobson.

Morta. Stecchita. Centrata al cuore.

«L’hai ammazzata sul serio, Leila! Hai ammazzato la Turca...», non riesco a trattenere un po' di rimpianto, anche perché non avrò molto con cui consolarmi.

Una morta che ha ammazzato una viva. A volte succede anche questo quaggiù.

«Adesso...», mi guarda, anche se penso che ormai non mi veda più, al massimo per lei adesso sono un’ombra della notte. «Adesso… posso anche crepare...», e mi stringe la mano con una forza sorprendente, evidentemente tutte le energie se l'è lasciate nelle dita.

Anche per premere il grilletto e spedire la Turca al diavolo.

«Jack...», stira i piedi un paio di volte, avanti e indietro, dando una botta sulla testa di Chana, che di certo non si incazzerà per questo.

Gli occhi sono aperti, sbarrati verso qualcosa che adesso vede solamente lei.

Ci passo davanti una mano, quella che non continua a stringere la sua.

Niente. Nessun cenno. Nessun battito di ciglia.

I piedi sono entrambi all'inferno.

La mano tira ancora, ma a causa - ormai - del rigor mortis.

Inutile chiamare Kelly, ammesso che sia ancora nei paraggi.

«Ma!», è lei, sbigottita. «Dannato impiastro, togliti di mezzo!».

Mentre comincia a operare frenetica, decido di alzarmi dal cesso.

Alla fine - con 11 buchi in corpo - è giustamente crepata.

Nonostante avesse cercato di tenersi i soldi e la pelle, di ottenere la salvezza aggrappandosi a me.

Solo all’ultimo aveva capito che non sarebbe più andata da nessuna parte; e comunque si era tolta lo sfizio, sempre grazie a me, di portarsi appresso l’acerrima rivale.

Esco dalla camera e vado sul balcone che guarda verso il deserto; e mi accendo una sigaretta.

Faccio roteare il collo; questa giornataccia deve avermi bloccato qualche muscolo.

Mi ci vorrebbe un massaggio fatto bene, magari da una bella infermiera…

«Jack!», mi chiama ad alta voce.

Le vado incontro e la trovo sulla porta.

«La batteria! Era mezza scarica…

Porta su quella della tua auto: sei capace?

Ma sbrigati!

Stanno crepando!».

Penso che il mio torcicollo dovrà aspettare.

E nel frattempo aumenterà.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

OMICIDIO IN VIA POLIZIANO

di Salvatore Conte (2011-2016)

Quel che restava dell'ormai cinquantenne Leila Dobbs, e non era poco, camminava pesante lungo il marciapiede di via Merulana.

Era una serata mite, la Dobbs rincasava - tutta acchittata - da un ozioso pasticcino con le sue amiche del quartiere. Non una cena completa, perché si era allargata troppo e voleva rientrare.

Il donnone di origini italiane stava oltrepassando il bar all’angolo con via Angelo Poliziano, dove viveva.

Un coatto romano, ormai estinto, la fissò costante, apertamente, senza imbarazzi: «Tutto a posto...? Stai bene...?», con voce spontanea e involontariamente amabile.

«Anvedi la bodrilla quant’è bona…», fece eco un altro bulletto indigeno, al passaggio dell'italo-americana.

Nonostante qualche segno del tempo, ancora clemente, Leila Dobbs non riusciva proprio a passare inosservata e non faceva nulla per evitarlo.

Di certo non le sfuggì il grossolano apprezzamento indirizzato alla sua ben conservata bellezza, ma la Dobbs riconobbe a sé stessa che l’importante era farsi notare; specie se i sessanta incalzavano da vicino.

Il coatto continuò a fissarla nel sedere fino a quando non raggiunse il lato più lontano di via Poliziano e scomparve dietro i cassoni dell’immondizia.

Fu allora che grida di dolore si levarono alte nel cielo di Roma.

Grida di rabbia.

Urla disperate.

Urla d’agonia.

Ma la Dobbs non si arrendeva.

Per contro, le coltellate dell'aggressore si susseguivano.

Implacabili. Profonde. Assassine.

E tutte nel ventre.

Infine, violentissima, a schiantarla, l’ultima!

L'assassino lasciò il coltellaccio da cucina nella pancia di Leila Dobbs, sapendo di aver finito il lavoro.

Il coatto era trasalito, incredulo.

Guardò il bicchiere lasciato sul tavolino del bar. Era ancora mezzo pieno. Fu incoraggiato a credere nei suoi sensi.

Corse verso i cassoni, seguito dal compare.

In quel mentre, qualcuno si allontanava di gran fretta verso il Colosseo.

Sul posto era rimasta la bella donna di poco prima.

Culo a terra e schiena contro la parete del palazzo; la testa piegata sul petto, il volto nascosto dai capelli tinti di biondo, sparsi alla rinfusa.

Del coltello con cui l’avevano scannata si vedeva solo il manico: il resto era piantato nella pancia.

«Hanno ammazzato la bodrilla più bona de Roma...!», urlò a gran voce il coatto, ispirato dall’alcol.

Nonostante gli auspici popolari sfavorevoli, l’ambulanza caricò Leila Dobbs ancora viva e cosciente: il volto incolore, le labbra livide, gli occhi velati di morte; eppur viva e cosciente.

La Dobbs era stata raggiunta da sette coltellate.

L'assassino non le aveva lasciato scampo.

Lei non era riuscita a reagire.

Sorpresa in una serata tranquilla, spinta contro il muro dall’omicida, aveva incassato la morte d’acciaio, urlando… urlando… urlando… e basta; attanagliata alla gola dal terrore della propria fine, non era riuscita a opporsi ai colpi, nonostante fosse un pezzo di donna solido e massiccio.

La Dobbs giunse agonizzante al vicino Ospedale San Giovanni.

Entrò in coma poco dopo il ricovero in terapia intensiva.

Rimase sulla soglia del decesso per tre giorni.

Intanto la polizia indagava.

Furono ascoltati, fra gli altri, l’ex marito italiano e l’ex figlio, a suo tempo invaghito di lei.

Ma non ne uscì niente.

Fu solo con l’arresto di un serial killer che l’omicida di via Poliziano ricevette un volto. Nessun collegamento con la vita di Leila Dobbs.

Un semplice maniaco, che odiava le donne, come tanti uomini; anche fosse stato manovrato da una setta segreta, chi se ne sarebbe accorto?

La Dobbs versava senza speranze all’Ospedale San Giovanni.

Era in coma da giorni.

L’infermiera borbottava qualcosa, pensando ai fatti suoi.

I soliti casini della vita: contravvenzioni, mariti, figli…

«Svegliati… stronza!».

L’infermiera si voltò, irritata, pensando che fosse entrato qualcuno.

«Stronza… a chi?».

L'irritazione fu sommersa dall'incredulità. L'orgoglio era salvo.

Rimandò i fatti suoi a dopo e chiamò il medico di turno.

La Dobbs fu dimessa dopo 40 giorni.

Tornò a casa, in via Poliziano.

L’aveva scampata bella.

Sette coltellate che avrebbero schiantato un ippopotamo.

Eppure era là, davanti alla tv; anche se non seguiva la trasmissione.

Rifletteva su quelle parole…

Svegliati… stronza!

Erano rimbombate nel buio.

Come una scossa tellurica.

E lei aveva risposto per le rime.

Ma a chi apparteneva quella voce?

Si diede da fare per saperlo e alla fine lo capì.

Perché quella voce apparteneva al suo passato, al suo presente e al suo futuro.

Glielo avrebbe ripetuto di persona: stronza... a chi?

Nessuna differenza di età avrebbe dovuto separarli.

Il coatto era ancora lì.

Lei era ancora lì.

«Anvedi la bodrilla quant’è bona…».

La stessa battuta.

Stavolta, però, c’era anche lui…

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

DOPPIA CONDANNA

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2013-2018)

Doveva essere uno scambio di routine, avevo una larga esperienza di queste cose e un po’ ce l’aveva pure la mia pupona, Kelly Maddox, una bella bionda che avevo tolto dal giro della prostituzione e avviato all’uso della mia pistola. Alla fine ero riuscito a farne una mercenaria in armi, con la carrozzeria di lusso. Era da un paio d’anni che me la portavo appresso in Africa, spesso in piena giungla congolese, come quel giorno.

Gli affari andavano bene. Soldi e sesso. Era stato un buon periodo.

Si trattava di affari rischiosi; era per questo che si facevano tanti dollari.

Come quel giorno.

Allo scambio erano ammesse soltanto quattro teste. Una di queste voleva tutto il piatto: dollari e diamanti.

A decidere la partita fu la legge del piombo.

E io, per fortuna, fui abbastanza veloce da chiudere la mano.

L’apertura, invece, era fallita: la Maddox s’era beccata due pallottole in pancia…

«Che cazzo ti salta in testa…!».

«Io… voglio il massimo… come te…».

«Potevi avvisarmi, almeno».

«Doveva essere… una sorpresa… Bob…».

«E lo è stata…

Ce la fai a camminare?».

«Sì… non è un cazzo… andiamo…».

Guadagna subito qualche metro per dimostrarmi di stare ancora in piedi.

Una chiatta a motore ci aspetta lungo un’ansa del Congo. Ma per arrivarci ci sono da coprire duemila metri di giungla.

«Quel bastardo… fottuto… », impreca la Maddox, tanto piegata in due da non potermi guardare in faccia.

Una tetta le schizza fuori dalla camicetta sbottonata.

È una superdotata.

Non è più giovanissima, ma non mette su un filo di grasso.

Certo, sniffare l’aiuta.

«In fondo lo stavi fregando, no…?».

«Sì… è vero… ma il bastardo… aveva in canna… pallottole… a espansione…».

«Dici sul serio?», si tiene l’addome da quando è stata colpita, non ho ancora visto le ferite.

Se ha detto il vero, Kelly è spacciata, dovrò trovarmi un’altra bionda.

«Dico sul serio… Bob…

Fammi tirare…».

«Lo sai che non voglio… ma viste le circostanze…».

La faccio sedere contro un tronco.

E ne approfitto per controllare.

Le allargo le braccia.

Cazzo…

Una doppia condanna…

Sono davvero pallottole a espansione, Kelly ci rimane secca, non ci sono dubbi.

«Per una come te, due palle in pancia sono niente».

«Lo so… va già meglio…», ringalluzzita dalla roba.

Non perdo nemmeno tempo a tamponarle i buchi.

Le accompagno le mani sul ventre, e la lascio a cuocere nel suo brodo.

L’unica cosa che posso fare, per sveltire i tempi, è prendermela in braccio.

Ci siamo. Vedo la barca.

È una chiatta moderna, in uso anche ai militari.

Depongo la pupona e sciolgo gli ormeggi: inutile star lì a compatirla.

La missione è riuscita solo in parte, rimpiazzare la Maddox mi costerà un mucchio di quattrini.

La bionda si piega su un fianco, la faccia da troia contratta in un’espressione di doloroso rimpianto, le mani pressate sul ventre.

Se le stacca un momento solo per abbottonarsi la camicetta, sempre molto allentata.

La conosco: fa l’offesa, perché non mi sto strappando i capelli per lei.

Neanche la cocaina la tira su.

La corrente è leggera, spengo il motore e vado alla deriva, un po’ come lei.

Devo consolarla.

Era la mia donna da tre anni, a parte Leila.

«Kelly…», me la tengo sul petto.

«Bob… ho tanta paura…».

«Non devi averne. Tra poco saremo alla base.

Perché ti sei chiusa?».

«Non t’interesso più… ma… siamo stati bene… tre anni…».

«È stato un bel periodo, pupa», la rimetto seduta.

«Bob… sto morendo… vero…».

«Dovevi pensarci prima, Kelly.

Ti ho insegnato che con la pelle non si scherza.

Hai voluto troppo, pupa.

E magari, se ci rimanevo secco io… ti prendevi tutto…».

«Io… ho preso… due pallottole…», e torna a piegarsi sul fianco.

«Tu volevi fregarmi, Kelly; e sei rimasta fregata.

Quando sei stata colpita, hai capito di non potermi più eliminare. Avevi bisogno d’aiuto.

Soltanto dopo hai capito di essere fottuta».

Gli occhi guardano lontano, ho fatto centro. Voleva tradirmi.

«Ero stanca di questa vita… stanca di te…», avrebbe potuto negare, ma si sa che i moribondi non sanno dire le bugie. «Adesso ho paura... non voglio morire così… non lasciarmi… Bob…!», sembra Rita Hayworth, con più tette, nella parte della Signora di Shanghai.

«So come sei fatta. Ti tenevo d’occhio».

Ma riuscirò a fare come Orson Welles, che - mentre Rita, ferita gravemente, lotta a terra per resistere - se ne va per conto suo, profetizzandone la morte?

Certo, sta morendo, anche lei lo sa, ha due condanne in corpo: due pallottole a espansione che le hanno maciullato le budella; è un tipo di proiettile che non lascia scampo, usato per la caccia grossa.

E lei è una grossa troia, infatti.

E voleva anche fregarmi.

Ma è un peccato che non si possa fare più niente.

Me lo tira ancora parecchio.

Non penso di avere il sangue freddo di Orson Welles; anche se ho ucciso diversi uomini.

Dopo tre anni non mi ha ancora stancato.

Voglio che muoia tra le mie braccia, sbottondandosi la camicetta.

Rimetto in moto e proseguo per la base, accelerando.

Le anse del Congo passano e lo spettacolo peggiora.

Bocca spalancata, lingua sotto il palato, sguardo allucinato.

Kelly è in dirittura d’arrivo.

Forse non arriva neppure alla base.

L’ultima carta che posso giocare in favore di questa troia è quella di portarla al villaggio dei pigmei, un popolo rimasto ai tempi della preistoria.

Piccoli di statura ma non di cuore, digiuni di ogni conoscenza scientifica moderna, hanno appreso dalla natura le proprietà di ciascuna pianta e ne distillano molti tipi di veleno.

Non so se ciò basterà per assestare la Maddox, ma le sue grosse zinne sono sempre più sgonfie e non ci sono alternative.

Ha una doppia condanna in pancia, è vero, però un mio amico italiano dice spesso che al di sopra di ogni giudizio c’è sempre la Cassazione e che non bastano due condanne per fare un colpevole.

Come sopra, così sotto. Dum spirat spero.

La Cassazione infernale non ha ancora emesso l’ultima condanna.

E allora bisogna che i pigmei prendano tempo. Chi ha tempo non è ancora morto. Bisogna convincere la Suprema Corte che l’ultima ora può attendere.

La massiccia figura di Leila mi riporta alla realtà.

Ci stava aspettando.

Leila Dobbs è un altro mignottone della mia scuderia. Imbolsita precocemente, meno agile di Kelly, me la tengo di copertura. E poi non mi piace rischiarla.

«Kelly è fottuta, la fai crepare qui?».

«La portiamo dai pigmei, tu intanto dalle qualcosa».

«Bob... potrebbe essere pericoloso».

«Non discutere».

Controllo che le dia anfetamina e altra robaccia per farle ritrovare un po’ di verve.

«Sei carina… con me… Leila…».

«Siamo dalla stessa parte, Kelly.

Ma non ti illudere, sei messa molto male...».

«Attenta... Leila… la giungla… è pericolosa… anche... per una vacca… come te…».

«Io non mi faccio fottere, Kelly. Ho messo su qualche chilo, ma sono ancora intera e sempre pezzo di fica».

«Forza... si riparte...», stanno sempre a discutere.

Dopo un po', lascio il timone a Leila.

Non mi ha più cercato, mi avvicino io.

È ancora lucida: serra le mascelle e strascica gli scarponi, cercando di gestire la poca birra che le rimane in corpo.

È tempo di abbandonarsi ai ricordi.

Con un occhio guardo lei, con l’altro il passato.

«Te lo ricordi quando ci siamo conosciuti?».

«Certo… a quella festa… ho capito subito… che eri… uno stronzo…».

«E io che eri una troia...».

«Bob... mi vuoi ancora... vero...

Se è così... io ci sto... e non è... per paura... so che... non puoi fare... niente...», si sbottona faticosamente la camicetta, con le mani intrise di sangue.

Inaffidabile e volubile, lo sapevo.

Come portarsi dietro la nitroglicerina e pretendere di ballare.

Ma anche sincera, quando meno te lo aspetti.

Non c'è il tempo di darle alcuna risposta, perché vedo Leila mettersi la uzi sottobraccio.

Mi volto, c'è una chiatta simile alla nostra che incrocia controcorrente.

Un paio di uomini a bordo.

Trascino Kelly al riparo del blocco di guida: devo tenermela da conto, non ne ha per molto.

RAT-RAT-RAT ♫

RAT-RAT-RAT

Un primo scambio di raffiche. D'assaggio.

Siamo messi male. Il sound del kalashnikov è splendido da ascoltare, rispetto alla raffica fredda e anonima della uzi, ma è un piacere che si ritorce contro di noi.

Loro hanno più gittata. E si tengono a distanza per sfruttarla sulla nostra pelle.

I due trafficanti seccati da Kelly avevano degli appoggi.

Devo stare attento a non giocarmi anche Leila; si è un po' sfasciata, ma è ancora una gran fica.

Imbocco una diramazione laterale. Il Congo ne ha tante.

Ho un po’ di vantaggio. Lo sfrutto per organizzare l’unica tattica possibile: accorciare le distanze.

Procedo a zig-zag per confondere le acque, nel senso letterale del termine.

E poi mi acquatto dietro un’ansa a gomito.

Stanno arrivando.

Leila è pronta, non ha paura. Non vorrei esporla, ma loro sono in due e mi serve un appoggio.

Eccoli!

Addosso!

Li punto!

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT ♫

RAT-RAT-RAT

È finita, beccati tutti e due!

All’ultimo istante mi butto da una parte ed evito la collisione.

«Bob…!», è la voce di Leila.

Ma adesso non posso darle retta.

RAT-RAT-RAT

Affianco l’imbarcazione e scarico la uzi sui due corpi riversi all’interno dello scafo.

È una precauzione necessaria, voglio essere sicuro, di sorprese oggi ce ne sono state abbastanza.

E purtroppo non sono ancora finite.

Leila è seduta contro il bordo della chiatta; la camicetta bianca non mente: è stata colpita.

La controllo subito.

Ha preso cinque colpi di kalashnikov, dallo stomaco al fianco.

Una brutta razione di piombo.

Coraggiosa, ma non troppo fortunata.

Anche lei fottuta…

«Non ti agitare, in questi momenti se perdi lucidità è finita».

«Bob… non voglio crepare…».

«Lo so».

Kelly, intanto, continua a languire spiaccicata sullo scafo di resina.

La troiona è contenta di non aver preso altro piombo, glielo si legge in faccia.

Non mi resta che proseguire con il programma.

In meno di mezzora sono dai miei amici.

Gli ho sempre portato qualcosa. Mi aiuteranno.

Parlo con lo stregone e mi metto d'accordo.

Vuole una delle due.

«Ora sta a voi, ragazze. Non mi deludete…».

E le lascio in piccole, ma buone mani.

Mi accendo una specie di sigaretta, che riempio con un’erba nera che conoscono solamente i miei piccoli amici; una vera bomba allucinogena, per questo mi limito a inspirarne solo un paio di boccate, ho bisogno di restare il più lucido possibile per portare il culo fuori da questa foresta.

I pigmei saranno anche rimasti allo stato primordiale, ma sanno bene come fare gli affari.

Ma se non ne rimane nemmeno una, resti tu al posto loro.

Lo stregone si è parato il culo prenotando il mio...

Meglio trovare un’alternativa, non vorrei sperimentare sulla mia pelle la teoria dell'uomo piccolo uguale cazzo grosso.

Con un piede appoggiato alla chiatta, guardo il Congo: solitamente è con questi panorami che mi viene l'ispirazione.

«Portatemi dallo stregone», eccola, puntuale come al solito.

E i tre piccoli uomini che mi stanno facendo ombra da quando sono arrivato al villaggio, mi indicano il cammino con le loro rudimentali armi fatte di legno e pietre appuntite.

«Te le lascio tutte e due, le donne».

Lo stregone mi guarda inevitabilmente dal basso verso l'alto e tira una grande boccata di erba nera, e gli occhi gli si accendono come la punta della sigaretta.

Borbotta qualcosa e indica il fiume, e se possibile tira una boccata ancora più lunga e profonda.

La punta aguzza di una lancia mi sfiora il culo, facendomi intendere che posso prendere la via che mi riporta alla chiatta: è un sì.

E il mio culo se l'è cavata solamente con una lieve sospinta.

Poteva andargli molto peggio.

Due pallottole a espansione per Kelly e cinque colpi di kalashnikov per Leila, due donne morte al prezzo di un uomo vivo: questa volta te l'ho buttato in culo io, piccolo simpatico stregone.

Accendo il motore della chiatta e il casino che fa copre subito tutto, dai rumori dell'Africa ai rimorsi.

Magari una delle due ce la farà pure, con molta fortuna, a non lasciarci la pelle.

Entrambe no, la percentuale è pur sempre matematica e non va sfidata oltre il ragionevole.

Quindi non avrei preso niente comunque. E anzi, avrei rischiato di rimetterci.

Guardo l’interno dello scafo, e ovunque c'è il ricordo di Kelly e Leila, lasciato sotto forma di strisciate di sangue.

Avrei dovuto restare al villaggio per consolarle fino alla fine: ma lo stregone ha rilanciato troppo forte, non potevo rischiare l'intera posta.

E la chiatta se ne va, mentre il Congo si è fatto più nero dei suoi abitanti; e della mia stessa anima; anche se cerco di rischiararla con una grossa sigaretta allucinogena che adesso voglio fumarmi fino in fondo.

Fino in fondo al Congo.

Fino in fondo all'Africa.

Fino in fondo all'Inferno.

SEI MESI DOPO

Non posso lamentarmi, gli affari mi stanno andando proprio bene; solamente con l'ultimo - un passaggio in "lavanderia" di un bel mucchio di dollari - sono riuscito a tenermi in tasca diecimila bigliettoni, lavati, puliti e stirati.

Sì, ultimamente la ruota sta girando per il verso giusto.

Forse troppo.

Quando la pallina si ferma ripetutamente sul tuo numero, è bene alzarsi e cambiare tavolo, tutto è opinione a parte la matematica: i numeri non mentono mai e sfidarli, specialmente nel mio campo, può comportare grossi problemi di salute, diciamo così.

Sarà per questo che mi ritrovo al molo 22, chiuso in macchina con un filo di finestrino aperto per fare uscire l'autentico fil di fumo della mia sigaretta, aspettando nervosamente l'ora dell'incontro.

Uno scambio facile-facile, una valigetta di polvere in cambio di una piena di dollari. Combinerò per venerdì sera al molo 22.

Se vuoi, ti spedisco anche due dei miei a tenerti compagnia.

No, fottuto di un Lacasette, dei tuoi tirapiedi non so che farmene, io lavoro da solo.

Almeno da sei mesi a questa parte.

Il contatto lavora per un pezzo grosso, un senatore.

I politici, peggiori della stessa feccia. E dire che io ci vivo in mezzo alla feccia.

Fornisciti della roba migliore che ci sia sul mercato e alza pure il prezzo, il senatore non ha problemi di liquidità.

Certo, gli elettori sono fondi di investimento più sicuri di un conto alle Isole Cayman.

L'importante è fargli fare bella figura nelle feste che organizza nelle sue ville.

Come no, se vuoi insieme alla roba al nostro senatore gli includo anche un paio di animatori e una serie di mignotte pronte all'uso, ma per queste credo sia già rifornito a sufficienza.

Mi voglio prendere una vacanza, per questa volta rivolgiti a qualcun altro, Lacasette.

No, devi pensarci tu.

Mi fido solo di te.

Sei il migliore.

Già… fottuto che non sei altro, hai proprio ragione.

Bob, in vacanza ci vai il giorno dopo.

Facile a dirsi: il giorno dopo nel mio mestiere è sempre una conquista.

Le 23:46, l'appuntamento con il contatto è a mezzanotte, devo aspettare ancora, e ormai sono quasi due ore che aspetto.

È sempre così quando mi sento nervoso: arrivo prima agli incontri, mi serve per prendere confidenza con il posto e per calarmi nella parte.

Già… in fondo questa è una mia specialità: potrei anche fare l'attore, la faccia ce l'ho, lo dicono anche le mignotte che mi sbatto.

Nel caso, però, mi sceglierei un ruolo comico, sarebbe molto meno pericoloso in confronto a quello che interpreto tutti i giorni.

Due fari a farsi luce fra la leggera nebbia portuale, fanno un giro attorno alla mia macchina e dopo essersi rimessi in linea davanti a me, si fermano a una decina di metri dal mio cofano.

Tiro una bella boccata di morte e abbasso il finestrino quel che basta per buttarci fuori la sigaretta, l'attesa è finita.

Il sipario può alzarsi.

Dall'auto scendono due uomini, più neri di questa fottuta notte, e mentre il primo si piazza davanti a coprire un faro, il secondo apre la portiera posteriore destra: il mio contatto si tratta bene.

Spengo motore e fari e scendo dalla macchina, valigetta nella mano sinistra e mano destra pronta a infilarsi sotto la giacca ad altezza gingillo di ferro.

Cazzo...

Due belle scarpe rosse con tacco a spillo, ecco quello che esce per primo dalla portiera posteriore.

Il contatto è una donna.

La penombra lascia intravedere solo i contorni della sua imponente figura e già questo basta a farmi pensare che forse ho fatto bene a rimandare la vacanza.

«Mezzanotte spaccata...», resto fermo e aspetto che si avvicini lei. «Mi complimento per la puntualità», è da galateo rompere per primo il ghiaccio con una signora.

«Sono sempre puntuale, Bob... dovresti saperlo bene».

La voce mi arriva dritta in faccia e mi colpisce mille volte più violenta di un pugno.

Non è possibile...

Arrivata a meno di due metri da me, riesco a vederla bene.

Per tutti i diavoli dell'inferno...

La voce combacia con la figura.

È lei.

«Non mi dai il bentornata dall'aldilà?».

«Lei...la...», per quel che mi ricordo penso sia la prima volta che mi trema la voce.

«Sì, proprio io, Bob...», mi fissa penetrando con lo sguardo la notte e la nebbia in un colpo solo. «A volte capita di ritornare dall'inferno.

Anche da quello più nero».

«Cinque pallottole in corpo... ero sicuro ci saresti rimasta secca...».

«Invece non sono bastate», si sbottona la camicetta, lasciandomi vedere tutti e cinque i fori, oltre a tanta altra roba...

Sì, Leila, te li porti proprio bene...

«I buchi mi avevano sgonfiato, ma adesso mi sono rigonfiata a dovere», vedo, vedo. «E tutto per quella troia di Kelly», tradisco la curiosità con gli occhi. «No, lei non ce l'ha fatta.

Non ha il mio fisico.

Ma prima di crepare mi ha raccontato tutto.

Ti odiava.

Io stavo già meglio, lei continuava a lottare.

L'avevo lasciata da poco, dovevamo rivederci la mattina dopo.

Un clamore si alzò improvviso per il villaggio.

Era la notizia della sua morte.

Non c'era più niente da fare.

Solo io ce l'avevo fatta...».

Intanto i due uomini mi si piazzano di lato, uno a destra e uno a sinistra, e mi viene la netta sensazione che i ladroni mi stiano preparando la croce.

L’urlo di una sirena, una nave che parte, e il ricordo della mia chiatta che se ne va lungo il Congo lasciando tutto dietro di sé, Leila compresa.

Penso che il mio giorno dopo, stanotte, dovrò proprio sudarmelo.

«Spogliatelo di tutti i giocattoli», i due colossi d'ebano, forse due souvenir riportati dal Congo, mi alleggeriscono un bel po’ senza darmi la facoltà di protestare: i kalashnikov che mi puntano in faccia mi sconsigliano di rivolgermi all'ufficio reclami.

«Anche la pistola che tiene legata al polpaccio destro».

«Ti ricordi anche di questa mia abitudine», sono sorpreso.

«Non dimentico mai nulla, lo sai».

Già… vecchia troia; e questo è un bel problema.

«Vacci piano... sono sempre stato molto sensibile là sotto», mi struscia una mano sull'uccello, su e giù per un paio di volte.

«Voglio solo essere sicura che nel frattempo non ne hai aggiunte altre di abitudini...», e rassicurata ritorna qualche passo indietro, lasciandomi in faccia il suo alito di sesso e di pacchetti di sigarette.

C'è poco da fare: è sempre il massimo.

«In un finale scontato adesso dovresti vendicarti, facendomi fuori e prendendoti gratis la mia bella valigetta», denudato del ferro e con quello d'altri a stretto contatto della mia pelle, mi gioco tutte le fiches rimaste. «Ma queste trame, Leila, lasciamole agli scrittori di serie B». La guardo cercando di trovarle gli occhi. «Io che prendo un paio di colpi in testa e tu che rimetti il tuo bel culo in macchina, dopo che i tuoi scagnozzi mi hanno impacchettato e spedito nelle acque puzzolenti del porto».

«Già... un bel finale scontato, non c’è che dire», li ha trovati i miei occhi e il suo sguardo adesso è quello della sfinge.

«Ma tu non sei mai stata una donna scontata», seppur sincero, con il tono sconfino volutamente nell'adulazione.

«Sì, Bob... non sono mai stata una donna scontata.

Ma invecchiando ho capito che quasi sempre nello scontato si trova la via più facile», le sirene del porto continuano a lamentarsi una dietro l'altra e per non rischiare di perdermi qualche concetto, mi improvviso anche lettore labiale, adesso ogni parola può essere pesante come piombo. «E cosa c’è di più facile di tutto questo?», tira fuori un bel gingillo calibro 38 dalla fondina ascellare.

«Niente», non ti do certo la soddisfazione di supplicarti. «Più facile di questo non c’è assolutamente niente, Leila», col petto gonfio e senza nessuna benda sugli occhi; se vuoi farmi la pelle, me la devi fare così, senza concederti ulteriori godimenti da vecchia bagascia.

«Andate a prendere la valigetta».

Un attimo di smarrimento negli sguardi che si cercano interrogativi fra di loro.

«Ma signora perché dovremmo prendere...», il nero più grosso prende parola e iniziativa, tutto insieme e tutto d'un fiato.

«Ho detto di andare a prendere quella fottuta valigetta.

Tutti e due», Leila ha sempre saputo come farsi intendere.

«Se è questo che vuole, signora...», e come due cagnacci scuri si avviano verso la macchina dando la schiena al molo 22.

Cosa diavolo vuoi fare, Leila?

Vuoi farmi crepare con la valigetta piena di soldi in mano, per farmi rimpiangere ancor di più il fatto di doverci appunto lasciare la pelle?

No, Leila... non deludermi.

Questo sì che sarebbe un finale scontato.

Già... proprio un copione del cazzo: la vendetta di un mignottone che ritorna apposta dall'inferno per fottermi, e visto che c’è, per fregarmi anche cinque chili di cocaina purissima.

Va bene, Leila, mi starai anche per fottere, ma di sicuro non vincerai mai l'Oscar come migliore sceneggiatrice.

BANG

BANG

BANG

BANG

Sobbalzo e chiudo di scatto gli occhi, come se facendolo riuscissi a non sentire dolore.

L'ho sperimentato e imparato da piccolo, quando il mio patrigno mi picchiava con la parte più violenta della cintura.

Chiudi gli occhi, Bob, e non sentirai male.

Me lo ripetevo a ogni cintolata, e a volte l'illusione mi serviva a sopportare meglio tutto il dolore di una fibbia di ferro sulla pelle.

Non capisco se il buio che mi circonda è dovuto alla morte oppure no, ma soprattutto non capisco perché addosso a me non sento il dolore degli spari.

Vuoi vedere che quel trucco funziona davvero?

Forse, in fondo, basta solo chiudere gli occhi.

«Ti stai continuando a cagare addosso o cosa?».

Voci e sirene, fibbie e dolori, spari e buio: tutto si sta mescolando insieme, come in un sabba di streghe che girano intorno al Demonio.

Adesso resta solo da capire chi sono le streghe e, sopratutto, chi è il Demonio...

«Ho voluto darti retta anche questa volta, fottutissimo bastardo».

Apro gli occhi e do un nome a tutto.

Laggiù in terra, vicini come due grosse cagate di elefante, ci sono i souvenir africani: gli stregoni... ecco già battezzati i primi nomi.

Gli stregoni: quelli che dovevano cuocermi in un paiolo di piombo ballando attorno al mio cadavere, rimescolandomi di tanto in tanto con i manici dei loro kalashnikov.

Ma la città, specialmente a quest'ora e da queste parti, sa essere più pericolosa della giungla congolese: gli stregoni stranieri dovrebbero sempre informarsi sugli usi e costumi locali.

«L'hai detto anche tu, non sono mai stata una donna scontata», le mani dalle unghie smaltate di rosso-puttana mi spingono all'indietro fino al paraurti della mia macchina. «Sono pazza», e mi infila un tacco nello stomaco sdraiandomi di schiena sul cofano. «Prendimi, Bob...», si riapre la camicetta e lascia che il suo seno da cinquantenne mi penzoli sulla faccia. Mi tira giù la zip e si serve da sola. «E cerca di non farmi rimpiangere lo stregone», si umetta le labbra e inizia subito la cavalcata, senza sella né redini, coi tacchi al posto degli speroni a strusciare sulla carrozzeria.

Cavalca e mi viene da sorridere.

Per essere vivo.

Per la situazione.

Per le due cagate nere che iniziano già a puzzare al posto mio.

E sorrido per quello che ha detto.

Cerca di non farmi rimpiangere lo stregone.

Avevo quindi ragione: lo stregone pigmeo era basso d'altezza ma non di lunghezza.

Certe vecchie teorie non sbagliano mai.

Quindi, Leila, pensandoci bene, perché vorresti vendicarti?

In fondo ti ho lasciato in buone mani, no?

«Sì... così, Bob... ohhh... ancora...», il suo sguardo sopra di me a un alito dal mio, ed è questo - più dei morti che si porta dietro da una vita - che mi fa capire a chi appartiene l'altro nome.

Leila è il Demonio.

L'appello adesso è completo.

Su e giù sopra di me,, e noi due sopra il cofano con la lamiera che si avvalla sotto il peso dei suoi chili e della sua libidine incattivita dallo scoparsi me, quello che l'ha venduta al cazzo di un pigmeo per guadagnarsi il proprio culo.

Una delle tante luci vaganti del porto incrocia un oggetto sopra il mio naso e lo fa scintillare casualmente portandolo per un momento in primo piano.

«Non avrai pensato sul serio di cavartela solamente con una scopata», e la sua calibro 38 si muove in sincrono con le sue anche che spingono dentro e fuori il mio membro. Maledizione. Non farlo, Leila. «Ohhh... godo... e ti sparo...», e da come sta gemendo penso davvero di avere i secondi contati. Il tempo di una fica che si bagna. Una fortuna per pochi quella di morire scopando. «Fottutissimo… bastardo... vengo... ohhh...».

Mi pianta le unghie nel petto insieme alla canna della pistola: il tempo è scaduto.

BANG

BANG

«Uhhh!».

Ueee! Ueee!

Maledette sirene, mi fate perdere le sue ultime parole.

«Cosa... cazzo...», giusto il tempo di guardarsi, morta. «Io non l'avrei mai fatto Bob...» sospira tirata, con l'ultimo fiato.
Di solito chi muore non mente.
Peccato, Leila, hai tirato troppo la corda.
Adesso vediamo chi ti ha fottuto e cosa farà di me, sperando non si tratti dell'ennesimo stregone.

La pistola scivola via come una saponetta, ma le mani piantate addosso a me continuano a sostenerla, tenendomela precisa sopra, come stesse ancora scopandomi.

Con l'unica differenza che adesso lo sta facendo senza più muoversi.

Un mimo senza gesti.

Una pianta ferma al vento.

«Leila... allora non lo avresti fatto...», glielo chiedo anche se non può più rispondermi: ha due grossi buchi sulle tette da puttana rimaste a penzolarmi, sgonfie, a due centimetri dalla faccia.

Uno per tetta.

E il sangue comincia a sgocciolarmi sulla bocca, facendomi assaggiare un sapore che avrebbe potuto essere il mio.

«B…o…b…», mi chiama - dall’inferno - con l'ultima bolla d'aria; incredula, impotente.

Sono talmente preso che me la tengo addosso, rigida come un cadavere.

E continuo, perché no, se lei è arrivata, voglio arrivare anch’io.

In fondo provo a rianimarla, è una buona azione.

Leila mi guarda con occhi vitrei, ma sembra godere anche lei.

Solo quando mi libero, tento di sfilarmi.

Ma non è una cosa semplice.

Mi sforzo per alzarmi da quella posizione e a fatica provo a staccarmi di dosso la Dobbs, che è diventata più pesante e immobile di una statua di marmo: non vuole proprio saperne di separarsi da me.

Evidentemente ho retto bene il confronto con lo stregone.

Riesco finalmente a farla uscire da me e la lascio scivolare all'indietro, lungo il cofano - sempre con le braccia tese e il corpo contratto nell'identica posizione assunta dopo essersi beccata le pallottole - fin quando non si rovescia a terra.

«Sarei quasi tentata di spararti io stessa…».

«Kelly...!».

Dopo il demonio, un angelo biondo.

Sono senza parole.

La matematica è andata a farsi fottere.

«Anch'io ho il fisico, Bob...

Non potevi staccarti prima?

Stavamo insieme, prima di litigare».

«Ho provato a rianimarla…».

«Troppo tardi, bello…

È stata la vostra ultima scopata».

«Cazzo, potevi beccarla alla spalla…».

«Non l'avrebbe nemmeno sentita».

«Hai ragione, peggio per lei.

Era tanto orgogliosa dei suoi buchi: ora ne ha aggiunti due alla collezione».

«Noi siamo pari, adesso».

«Bene. Stiamo ancora insieme, Kelly?».

Si sbottona la camicetta. È il segnale convenuto.

«Allora prendi la valigetta dentro l’auto», e nel frattempo mi chino su Leila mettendole due dita sul collo.

Ueee! Ueee!

Ancora quelle dannate sirene...

Non ti fanno capire niente.

Le chiudo la camicetta e le rimetto due dita sul collo.

«È morta, Bob», mi guarda con in mano la valigetta. «L'ho condannata».

«Sì, Kelly... ma stavolta voglio essere sicuro».

«L'ho fottuta: stavolta non la salva nessuno... andiamocene…», mi prende per il braccio e mi costringe a staccarmi.

«Ma… Leila... è rimasta uccisa...», sono ancora incredulo.

«Te l'ho detto: è finita».

Mi rendo conto che ha ragione, non serve a niente stare lì.

Le lancio un ultimo sguardo, non ricambiato, e mi infilo in macchina, mettendo in moto: il porto a quest'ora non è un posto sicuro, ancor meno con tanti cadaveri in giro.

Ingrano la retromarcia per non schiacciarla come una merda e mi allontano lentamente, guardando negli specchietti con una strana ansia.

La vecchia troia, però, non accenna a muoversi... neanche un sussulto... è morta stecchita!

È finita sul serio, dunque.

Ueee! Ueee!

Stavolta sono le sirene di polizia e ambulanze.

Chissà se con una bella scarica...

«In fondo avrei dovuto saperlo fin dal primo momento che la conobbi».

«Cosa, Bob?».

Mi accendo una sigaretta fatta con quell'erba nera che uso solo in certi momenti speciali e tiro su una bella boccata, per togliermi via questa strana ansia.

«Che per lei ci sarebbe voluta, come minimo, una doppia condanna...».

Forse anche tripla... ma Kelly si prende la mia mano e mettendosela fra le grosse tette, mi leva il pensiero prima che mi venga del tutto in testa.

D'altra parte si sa che la pelle di donna è da sempre il migliore degli scacciapensieri.

Specialmente se è bella gonfia.

O rigonfiata dopo tante pallottole.

Ueee! Ueee!

E mentre le stramaledette sirene mi salutano, mi riprendo la mano e penso a quel sabba di streghe e stregoni bianchi intorno al demonio...

Chissà se con una bella scarica... riuscissero a portarla in Cassazione...

ALTRI SEI MESI DOPO

«Sei pentito della tua scelta?».

«Per niente», la camicetta sbottonata non lascia adito a dubbi.

«Perché lo hai fatto?».

«Me ne sono scopate tante, ma tu sei speciale, lo sai».

«Forse quella sera t'avrei sparato, te l'ho detto: non avevo ancora deciso».

«Non fa niente, me lo meritavo; almeno hai rinviato la sentenza...».

«Vado avanti con mezzo polmone, rischio la sedia elettrica, vivo su una sedia a rotelle e - tra gli altri - il senatore Williams, la mafia nigeriana e la tua ex, Kelly Maddox, vogliono accopparmi prima dello Stato e di un'infezione polmonare.

La mia pelle non vale un centesimo».

«Per me vale, altrimenti non ti avrei sposato.

Mai pensato di farlo in vita mia».

«Per me è la quarta volta...».

«Tu sei tu...».

«Bob... che faccia avevo quando... mi ero appena presa le due pallottole?».

«Quella di una morta...

Mi mentisti perfino in quell'occasione...».

«Volevo farmi compiangere... fu istintivo... era la mia ultima possibilità...

Sapevo di essere morta, ma... non volevo mollare... avevo paura che il tuo complice potesse spararmi ancora... dovevo evitarlo assolutamente».

«Non sapevi che era Kelly, certo. E nemmeno io.

Di te mi piace questo, infatti: non molli mai».

«E di te mi piace che sei un simpatico cazzone, marituccio mio... e che hai aspettato la Cassazione per prenderti moglie...».

 Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA REGINA DEL VILLAGGETTO

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2015-2017)

«Perché una come te, che poteva avere tutto, si è ridotta così?».

«Senti... senti...

Perché un ragazzo come te, che poteva fare tante cose, si è ridotto così?».

«Ma è vero che tieni nascosto un kalashnikov?».

«È una cazzata, come tante…».

«Me l'hai fatto venire duro, voglio farti».

«Allora mettici sopra un pezzo da 50 e vieni a fottermi… vediamo cosa tieni nascosto tu…».

Visti i soldi, che si aggiungono ai 300 di prima, la bella Chana si distende sulla branda e allarga le cosce.

«È un cannone… ohhh… altro che kalashnikov…!».

«Ahhh… Chana… mi fai impazzire… a cinquant’anni sei ancora bona…

Solo tu… mi fai venire così…!».

Anche oggi tanti ricavi, ma nessun fornitore pagato.

Chana non paga nessuno, è decisamente una cattiva pagatrice.

Non paga le tasse sulla casa, ad esempio, perché vive in una baracca sul Tevere, in un villaggetto abusivo a pochi metri dalla Salaria e dai suoi uffici di lusso, uno dei tanti ghetti invisibili di Roma. Una riserva naturale, sulla carta; una fogna pestilente a cielo aperto, nella realtà delle cose; un'immane bestemmia al divo Tiberinus e ai suoi genitori, destinata a essere pagata molto cara.

Il giorno dopo, qualcuno viene a ricordarle che non paga nemmeno la merce.

«Lo sapete che sono malata, no? I soldi mi servono per curarmi».

«Sono tutte storie, a me non sembri tanto malata...».

«Vi ho fatto vedere le analisi. Ho solo bisogno di un po' di tempo per rimettermi in piedi. Lo sto tenendo a bada. Ma se mi aggravo, ci lascio la pelle. Se riparte, hanno detto, è una fiammata; una fiammata che mi farà secca...», cerca di convincerlo e di farsi commiserare.

«Io so solo che noi paghiamo a vista. I turchi non scherzano, dovresti saperlo».

«Anch'io non scherzo».

«Non fare la dura. La tua posizione scricchiola, Chana.

Non vorrei che al Capo venisse in mente di fare una chiacchierata proprio con i turchi... quella è gente che fa pure il recupero crediti».

«Adesso che me l'hai detto, lasciati un po' andare…

Metto su il caffè.

Ah... accendi la tv, sentiamo un po’ che cazzate raccontano».

il Santo Padre ha ricordato ai fedeli che la povertà è causa di sofferenze e che il vero cristiano non persegue un profitto ingiusto. Passiamo ora alla giornata del Premier Renzi, che ha visitato stamani la sede centrale dell'UNITESIT, da poco inaugurata nel quartiere Fidene di Roma. La filiale italiana dell’UNITESEU nasce dalla fusione di importanti istituzioni finanziarie, pubbliche e private, e concentra su di sé, unificandoli, tutti i servizi di tesoreria del nostro Paese, con lo scopo di ridurre i passaggi intermedi e gli sprechi di risorse, e aumentare così l'efficienza del sistema a beneficio del cittadino...

«Lì sì che mi piacerebbe andare... ci arriverei a piedi...», e si ripresenta in sottoveste, con le zinne da vacca che affondano pesanti nel bustino e le tazzine in mano; lo zucchero lo conosce.

«Secondo me tu stai bene qui, fra questi derelitti».

Il caffè diventa un aperitivo, la prestazione è gratuita, un omaggio all'esattore poco efficiente.

«Se decidono di farti la pelle, ti avviso»

«Ci conto, Carlo. Grazie. E tornami a trovare...».

In questo tratto la sponda del Tevere è ripida, oscura, fitta di boscaglia e canneti; è una giungla urbana, ma non in senso metaforico; a riva approda un po' di tutto: imballaggi, lattine, bottiglie, perfino copertoni d'auto.

Tiberino veniva rappresentato coronato di canne; oggi senza copertoni e bottiglie sarebbe quasi irriconoscibile.

Mentre i Fati preparano il conto, Chana è rimasta sola. Anche stavolta l’ha sfangata con il fisico.

Chana vive di espedienti, truffe, spaccio e prostituzione; fa la cantautrice per i servizi e riceve in cambio la necessaria tolleranza per tirare avanti. Sempre sul filo del rasoio, in molti si sono ripromessi di aprirla fino all’ombelico e di buttarla nel Tevere, ma in fin dei conti nessuno l’ha ancora fatto.

Lei pensa sempre di fregare o incantare tutti, compreso un brutto male che le sta scavando la pancia, ma che riesce ancora a gestire.

Così Chana consuma la sua sporca esistenza.

Nel fango del Tevere e della società romana.

«Perché una come te, che può avere tutto dalla vita… si viene a sporcare di fango i suoi tacchi 12?», stasera è lei, Chana, a chiederlo.

«Proprio perché posso avere tutto… comincio da te…».

La risposta viene da Claudia Cardasciani, figlia della Roma-bene, quella che non si sporca le mani per fare soldi, ma che sa benissimo quanto siano zozzi.

Un pezzo di fica, nel linguaggio gergale di strada.

L’aristocratica Claudia ha preso una cotta per la sordida Chana.

«Ti voglio tutta per me. Sarai la mia donna».

«Puoi avermi soltanto a ore, Claudia».

«Verrai a vivere in una delle mie proprietà».

«La mia vita è qui, sul fiume, e non ne ho per molto, lo sai».

«Non dire sciocchezze, avrai le cure migliori.

Ma devi andartene da qui. Questo è il fiume della morte, Chana».

«Cazzate. Io qui ci campo bene. Sono la regina del fiume...».

«Se continui così, ti ritroveranno con un coltello nella pancia».

«A me un coltello nella pancia mi fa una sega... io sono Chana e gli uomini fanno quello che dico io…

Non guardarmi così, Claudia… sono obiettiva, la presunzione non fa parte dei miei pregi».

«Sei sicura di te, Chana, ma bada bene: non vorrei tu dovessi rimpiangere il mio appoggio».

«Non succederà, Claudia. Io sono Chana, l’hai detto tu stessa…», e si passa le mani sul petto: neanche la Cardasciani può permettersi tanto.

Il folle delirio di onnipotenza di una bella donna che si crede intramontabile e che sa di avere in pugno la giovane preda.

«Ora basta parole, voglio farti».

«E come…?».

«Tu lo sai come…», e tira fuori dalla borsetta un fallo di resina, sempre duro, con allaccio al basso ventre.

«Sei mia, Chana…».

«Claudia... scopi meglio di un uomo… scopi da dio… e sei infaticabile…

Ma tu sei il divo Claudio...!».

Alla fine le lascia 2.000 euro in contanti.

E Chana incassa.

È notte fonda quando dal suo tugurio discende l’erta sponda, sgusciando con insospettabile agilità fra le canne di Tiberino. Conosce il percorso come le sue tasche.

Tirata in secco e dissimulata tra le frasche del Tevere, c’è una rudimentale zattera di legname marcio e copertoni usurati, ultima via di scampo dai molti nemici in agguato.

È sempre lì, quella vista la rassicura.

È pronta a tutto pur di salvare la pelle, anche se sa di non poter sfuggire al malaccio che la sta scavando senza pietà; eppure cercherà di portarlo per le lunghe; con gli occhi dilatati, immersi nell’oscurità del fiume, si immagina negli ultimi giorni di vita, a rigirarsi come un biscia sulla branda, aspettando di trovare il coraggio per ficcarsi un coltellaccio da cucina in corpo.

«Non sono ancora fottuta», sussurra alla notte, a denti stretti.

Quell’immagine ha il potere di eccitarla.

Ritorna nella sua baracca, si distende sulla branda e si mette a fissare, nella penombra, il suo coltellaccio da cucina.

Tra un po’ di tempo dovrà farlo, dovrà spingerlo forte dentro di sé, per non lasciarsi scampo e non avere la tentazione di tornare indietro.

I meschini abitanti del suo villaggetto se ne sarebbero accorti troppo tardi.

Li avrebbe chiamati ormai in fin di vita, con la morte negli occhi, senza più tempo per tentare una corsa in ospedale.

Sarebbero rimasti tutti increduli: nessuno di loro avrebbe creduto che lei la facesse finita. In fondo pensano che stia ancora curandosi.

«Idioti… ci rimarrete male… a vedermi crepare…», mormora trasognata nell'oscurità.

Chana ha gli occhi sbarrati, suda freddo, la fine si avvicina, la intravede e ha paura di sé stessa, di non sapersi colpire, o di non sapersi colpire accettandone le conseguenze, cioè senza essere pronta a crepare, con la conseguenza di dover poi lottare anche contro una lama da 30 cm. in corpo.

Adesso, però, si consola, è ancora di grado di gestire il suo problema.

«Non sono fottuta… non sono fottuta…», ripete a sé stessa, senza riuscire a convincersi, inquieta, ombra fra ombre.

RAT-TA-TA-TA

La sveglia suona presto, per lei abituata a poltrire fino a tardi.

I turchi fanno anche recupero crediti. A colpi di kalashnikov. Orario d’ufficio.

Un commando di quattro uomini sta attaccando il villaggetto.

«Figli di puttana… adesso vi faccio vedere io…».

Chana scalza dal pavimento una tavola putrescente e abbraccia un kalashnikov. Quella storia era vera, altro che cazzate.

RAT-TA-TA-TA

Due turchi sono falciati, gli altri rispondono.

RAT-TA-TA-TA

RAT-TA-TA-TA

Il legno marcio offre scarso riparo alla bonona col kalashnikov.

Chana incassa piombo...!

Si ingobbisce in avanti, ma rimane in piedi...

RAT-TA-TA-TA

Un altro turco cade.

Ne rimane in piedi soltanto uno.

Deve stare attenta a non prendere altro piombo.

RAT-TA-TA-TA

Ma quello rimasto è il più schifosamente letale!

Chana si prende un’altra raffica!

RAT-TA-TA-TA

Riesce ancora a rispondere, con la forza della disperazione, ma è colta dal panico.

Si conta impazzita i buchi, ma non riesce nemmeno a vederli, sulla sottoveste nera punteggiata da fiori e farfalle colorati.

Adesso si combatte in trincea.

Chana si è buttata a terra, cercando una via di scampo.

Preferisce morire di cancro, con comodo.

Con un braccio stretto sulla pancia, a contenersi i buchi, e l’altro sul kalashnikov, è uscita dal retro e ora cerca di raggiungere la zattera.

Il cuore le pulsa forte: sa non di avere più scampo, ha preso troppo piombo, ma vuole illudersi fino alla fine.

Piange lacrime mute, sa che la morte l’ha presa, che non sarà lenta come lei aveva sperato, ma è colta dalla frenesia di salvarsi a ogni costo, se si ferma è perduta, vuole fuggire e trovare una via di scampo.

Per non perdere l'equilibrio si aggrappa alle canne, Tiberino le dà una mano.

Vuole a tutti i costi salvarsi.

«Figli di puttana… vi ho fottuto…», ma il sangue le sale in bocca, a essere fottuta è anche lei.

RAT-TA-TA-TA

E c’è pure chi vuole saldarle il conto.

Per sua fortuna, la fratta tiberina la nasconde.

Chana si apposta.

RAT-TA-TA-TA

E colpisce al giusto fremito di fronda.

Lei sa distinguere tra fremito e fremito. Quello è il suo territorio.

Un fresco cadavere rotola a valle.

La bonona è ormai giunta a riva, ma la zattera diventa presto un miraggio.

Le gambe sono molli, Chana abbandona il kalashnikov e s’ingobbisce in avanti stringendosi la pancia con ambo le braccia.

Spinta da un impulso irrazionale, entra in acqua affondando nella torba fluviale.

«Non voglio crepare… aiutami…», è l’ultima preghiera di Chana, prima di lasciarsi andare.

Non ha le forze per scegliere la direzione, deve affidarsi alla corrente.

Mentre ingoia acqua e vibrioni del Tevere, e la sua mente si annebbia, ha ancora qualche sprazzo d'orgoglio e di paura.

L'amara sorpresa di incassare piombo turco.

La convinzione di non essere ancora condannata, perché si chiama Chana.

Poi i dubbi, i primi, pesanti dubbi.

Perché le raffiche di piombo non perdonano; prima ti illudono, lasciandoti i passi sufficienti per raggiungere il Tevere, ma poi ti tradiscono sul più bello.

Le illusioni di Chana galleggiano sempre più pesanti intorno a lei.

Il problema sta nella durata che il tempo concede alle illusioni stesse, prima di affondarle. E nel caso di specie il tempo è ormai stanco di essere tanto generoso.

Chana aveva ancora qualche speranza quando si era fatta abbracciare dal Tevere; in fondo, aveva vinto la battaglia contro i turchi.

L'illusione di raggiungere un approdo era concreta.

Poi si è via-via diluita nell'acqua e adesso sta evaporando insieme alle ultime bolle d'aria dei suoi polmoni scoppiati.

«Claudia… aiutami tu…», un mormorio solo immaginato, una donna che cerca disperatamente di trovare un ultimo appiglio, anche solo mentale.

«Chi cazzo m’ha fottuto…?», ci sarebbe l'imbarazzo della scelta, ma con due raffiche di mitra in pancia, pur annacquate dal legno marcio, i pensieri si intorbidiscono peggio del fiume su cui si galleggia; d'altra parte lo insegnano fin da bambini che per stare a galla, bisogna fare il morto...

«La riva...», la pensa, la intravede, la vuole.

Con una mano timoneggia nell'acqua, con l'altra cerca di guadagnare qualche spanna.

«Ce la faccio...», un'altra spinta, fatta di cosce possenti e disperazione, e la riva si avvicina davvero…

Gli inferi sono fatti di fuoco e fiamme, e non di acque una volta pure; e lei lo sa, sa che Chana può finire solo in qualche inferno rovente.

Questa tomba è troppo bagnata e fresca per essere la sua.

Allunga la mano e si ritrova abbracciata a un ramo d’albero proteso sull’acqua.

Ce l’ha fatta, è a terra.

Ne strappa una foglia e se la infila nella sottoveste per tamponare i buchi-ricordo dei kalashnikov turchi.

È una foglia di fico.

Conficca le unghie nel terriccio, si trascina quel po’ che basta per uscire tutta dal fiume, e si rovescia supina, esausta, boccheggiante, faccia rivolta al cielo, braccia larghe e gambe scomposte.

L’ansia è tale che un attimo dopo alza la testa per controllarsi le ferite; ma quelle sono sempre lì, mischiate a fiori e farfalle della sottoveste.

Forse è meglio per lei non contare tutti i buchi.

Riabbassa la testa poggiando di nuovo la nuca sul cuscino di ciuffi d'erba: in certi casi è meglio non approfondire troppo la conoscenza del proprio stato di salute.

Anche perché il suo si avvicina di più a uno stato di morte...

Apre e chiude le palpebre in modo compulsivo, disperato, tentando in tutte le maniere di non richiuderle per sempre sugli occhi, né di lasciarle perennemente alzate sul ponte alla sua destra.

Apre e chiude le palpebre, e ci si mette anche questo maledetto sole romano a complicarle la vita.

Ci vorrebbe una nuvola.

Per un attimo vorrebbe scivolare a culo indietro e ritornare nelle acque del fiume, per sciacquarsi via questo fottuto sapore di sangue.

Ma le pallottole turche la inchiodano alla riva, come un Cristo senza croce dalle tette pesanti.

Il sole le sembra diventare sempre più grande, le s’ingrossa davanti agli occhi come dovesse scoppiarle in faccia.

«Sto crepando...», e quello s’ingrossa ancora e addirittura cambia colore, dapprima giallo intenso, poi rosso sangue; e dopo comincia a sbiancare, facendosi - a poco a poco - pallido, freddo, quasi trasparente, dall’acre sapore d’anestetico.

«Chana...», una mano passa il suo sguardo e la luce, adesso del tutto bianca, eterea.

E si ferma sul suo viso.

«Dove... cosa...», pensa al Paradiso, me l'idea le passa subito, sa che non potrebbe mai essere lì.

«Sei al sicuro, adesso...», la mano scende un paio di volte, su e giù lungo la guancia, delicatamente.

«Sono morta...?», il dubbio è legittimo, undici pallottole sono tante, anche se assorbite da un bel corpo, solido e abbondante.

«Sei viva, Chana... e forse...».

Neanche il tempo di convincersi di non essere morta, e si trova davanti a un altro dubbio.

«Se la caverà, vero, dottore?», la voce sembra giungere da chilometri di distanza.

«Gliene ho già parlato, signorina... non si faccia troppe illusioni... aspettiamo di vedere se riuscirà a superare la notte...

E non dimentichi che la paziente presenta un cancro al colon in fase terminale... con il rischio adesso che attacchi il pancreas, con le conseguenze che può facilmente immaginare.

Il pancreas è fulminante».

«Dannato menagramo... credi che non ti senta...?», sono gli scongiuri silenziosi di Chana.

«Per il tumore c'è ancora tempo...».

«Non molto, per la verità».

«Veda intanto di non farla crepare, ho bisogno di lei.

La pagherò molto bene, dottore; lei sa che per me i soldi non sono un problema».

«Sto facendo tutto il possibile, signorina Cardasciani».

Mi è venuta come l'impressione

che mi stessero rubando il tempo

e che tu mi rubassi l'amore.

Ma poi ho camminato tanto

e fuori c'era un gran sole

che non ho più pensato a tutte queste cose.

Sì, Chana, adesso dormi e non pensare più a tutte queste cose.

Non pensare più alle pallottole, al Tevere, al sole.

Non pensare più a quelle voci sopra di te.

Adesso dormi e basta.

E cerca di svegliarti, domattina.

«Non m’avevi detto che m’avresti avvisato...?», lo guarda con aria sospettosa.

«Non sapevo niente, ti pare che non t’avrei avvisato?

Sto rischiando molto a venire qui. Non hai ancora pagato. E hai fatto fuori quattro esattori».

«Peggio per loro... sono entrati nel villaggetto facendo i padroni... spaventando i miei sudditi...

Ma sono io la padrona, la regina del villaggetto».

«Tu sei pazza, Chana.

L’hai scampata per un soffio, ma il dottore dice che il tumore si è allargato e che è solo una questione di tempo, adesso; inoltre deve farti un’ecografia al pancreas, teme una mestastasi fatale».

«Ora ci credi...!».

«Cosa conti di fare?».

«Appena posso rientro al villaggetto.

Da lì contatterò qualcuno via internet».

«Qualcuno chi?».

«Qualcuno che mi passi una boccetta che tenga a bada il cancro.

Ce ne sono tanti in giro, lo sai».

«Potresti capitare da quello sbagliato, oppure potrebbe essere troppo tardi.

Perché ti decidi soltanto ora a giocare l’ultima carta?».

«Ho sprecato un sacco di soldi con quei menagrami, ecco perché, ecco dove sono finiti i soldi dei turchi».

«Quando rientrerai nel tuo covo, avrai bisogno di un uomo che ti guardi le spalle. Verrò a stare da te. E pagherò una rata del tuo debito per ammorbire il Capo, okay?».

«Tu vuoi fottermi, ecco quello che vuoi».

«Ma non nel senso peggiore del termine, Chana».

«Non amo gente intorno a me, Carlo.

Ma se mi paghi la rata, con te potrei fare un’eccezione».

I giorni passano, e benché tornata nel suo villaggetto, per il giubilo degli infrattati tiberini, le condizioni di Chana si aggravano.

Ma lei non si muove da lì, nonostante le insistenze di Claudia, che vorrebbe ricoverarla per tentare ancora qualcosa.

La situazione peggiora giorno dopo giorno, ormai è alla stretta finale.

Chana è bloccata sulla branda, come temeva nei suoi incubi.

Confessa a Carlo l’unica via di uscita che ha in mente.

Minaccia di mandarlo via se non l’aiuterà.

E così tutti gli smartphones del villaggetto sono pronti.

Tutti sanno quello che sta per accadere e vogliono riprenderlo.

Chana è stata portata - con tutta la branda - al centro del piccolo villaggio di baracche e tuguri.

Gente strana, della più variegata origine, barboni della prima ora, manager disillusi, mariti separati rimasti senza niente, sfrattati, hippie tradizionalisti, delinquenti in fuga, monnezza varia.

Senza il bisogno di scrivere complicate e artificiose costituzioni di carta, né di tenere chissà quale assemblea, era sembrato a tutti chiaro - fin dal suo avvento - che Chana sarebbe stata la regina del villaggetto sul Tevere, borgata Fidene.

Un tempo fiera città essa stessa, avamposto nord della civiltà latina, ora spazzatura urbanistica.

In mezzo a tanto squallore, la figura di Chana appariva un prodigio e aveva risvegliato l’antica fede nell’ordine divino delle cose.

Anche se miserabili, gli infrattati villici le portavano doni, offerte, frutta fresca, pesce, vino e quant’altro.

E adesso, pur afflitti, vogliono almeno conservarne la memoria e il culto, riprendendo tutte le fasi della sua tragedia.

«Uhh...», la punta del grosso coltello da cucina assaggia il sangue di Chana. Lei aspetta qualche istante, poi fa un lungo respiro... e con rabbia se lo spinge dentro... «Ohhh...!», una..., «Ohhh...!!», due spinte... «Ohhh...!!!», fino in fondo... fino al manico... !

Gli occhi strabuzzano dalle orbite, la bocca si spalanca, è entrato tutto!

Chana rimane a pancia sotto, gli infrattati hanno intuito, ma non visto.

Quasi a volerli accontentare, si rovescia supina sulla branda.

Eccolo!

La tensione sale alle stelle.

Il coltellacio che le toglie l’ultimo scampolo di vita è ora visibile a tutti, protende dallo stomaco, affondato implacabilmente fino all’impugnatura, la grossa lama completamente sepolta nella carne di Chana.

Chana cola sangue da ambo i lati della bocca, lo sguardo è vago e rivolto al cielo, le mani ancora intorno al coltello.

Gli smartphones scattano foto a raffica e registrano video: rimarrà un momento tragicamente indimenticabile, da rivivere mille volte.

Ognuno zoomma dove meglio crede: chi sul volto sofferente e tirato, chi sulle zinne da vacca ormai sgonfie, chi - naturalmente - sul coltello fatale e le mani tremanti.

Chana indossa la stessa sottoveste nera, profondamente scollata, del giorno in cui era stata colpita dalle raffiche dei trafficanti turchi.

Le aveva portato fortuna, ed era un bel capo, adatto a lei.

L’aveva fatta ricucire, un fiorellino su ogni buco.

Indossa anche dei monili d’oro: orecchini, collana, bracciali.

Sembra davvero una regina.

Carlo le solleva leggermente la testa, per evitare che muoia soffocata dal suo stesso sangue.

Chi zoomma sul coltello, invece, può notare che dalla ferita non esce vero sangue, ma un siero lattescente: è talmente marcia che perfino i vermi della tomba la fuggono...

Eccola... sembra voler parlare... muove le labbra.

Gli smartphones si avvicinano il più possibile, come in una delirante conferenza stampa a due passi dall’Inferno, sulla Porta di Dite.

«Non c’erano alternative... ho provato... ad allungare i tempi... ma ormai... ero arrivata...», sofferente, ma ancora lucida.

Mentre Chana crepa, attorniata dal volgo degli infrattati, una perturbazione passeggera si addensa sul Tevere; non piove che qualche goccia, ma un rombo possente scuote l’aria; si alza la brezza, si oscura il cielo.

KRA-KOOM

E s’abbatte la saetta!

Un albero è spaccato in due, dalle fratte secche l’incendio si appicca alla baracca più vicina.

Il fumo e l’odore acre richiamano subito l’attenzione.

«Il villaggetto brucia! Il villaggetto muore con Chana!».

I miserabili infrattati sono un volgo superstizioso, perché non avendo molto da fare, a parte contemplare la loro bella regina, hanno parecchio tempo per osservare i segni che qualcuno invia ai mortali.

Ben presto anche il supplizio di Chana è minacciato dalle fiamme.

Ormai è fottuta, ma poiché non tira ancora le cuoia, bisogna portarla via da lì, o morirà bruciata viva anziché accoltellata da sé stessa.

«Voglio crepare qui... combattete le fiamme...».

Si lotta con le coperte e i secchi d’acqua attinti dal Tevere.

Lo scrosciare della pioggia dà una bella mano agli infrattati, che alla fine la spuntano.

È stata una bella vittoria.

Possono di nuovo concentrarsi su Chana.

Il coltello nella pancia ruba la scena.

Nessuno glielo toglie, perché è l’ultimo filo che la lega alla vita.

«Bravi... non bisogna fuggire... ma combattere...».

Ecco, a proposito, Chana...

Tu vuoi ancora combattere?

La cosa sta andando per le lunghe, pensa qualcuno.

Forse ci ripensa e prova a salvarsi, pensa qualcun altro.

Difficile che i rematori di una nave siano concordi, altrimenti non sarebbero mai esistiti i capovoga.

Carlo la mette alla prova.

«Se ti estraggo il coltello, soffrirai meno...».

«No... non toccarlo... o crepo all’istante...» ansante, con la disperazione negli occhi, ancora con qualcosa in testa. «Voglio rivedermi...».

I presenti le fanno rivedere il momento in cui s’è scannata.

«Epica... sono proprio io...».

Sembra stranamente soddisfatta.

Ma passa solo un attimo e le mani si staccano per la prima volta dal coltellaccio fatale... e cadono molli lungo i fianchi!

La disperazione dilaga tra gli infrattati del villaggetto.

Chana sembra andata, o sul punto di andare; la bocca semiaperta, sbigottita, e gli occhi vitrei.

«Chana!», le urla contro Carlo.

E allora tira una bombola d’ossigeno con relativa maschera.

L’aveva preparata per ogni evenienza, anche in considerazione delle complicanze tumorali.

Gliel’attacca subito.

Il pesante petto si scuote, riparte.

Non servirà a molto, ma le concede qualche minuto in più.

Si è ripresa, adesso gliela toglie, e vediamo se lo ringrazia. Il pensiero tacito di molti.

«Carlo... bravo... bravissimo... non avevo aria...», con un fil di voce.

«Fatele vedere cosa si è persa...», rivolto agli astanti.

E quelli le mostrano il momento in cui ha perso il controllo.

«Dovete abituarvi... sto crepando...

State vicini... manca poco... ma non toccate... il coltello...

Riprendete tutto... voglio... vedere... la mia morte...», un allucinato paradosso.

E tuttavia chiede la maschera, si dispera e impreca, con un coltellaccio da 30 cm. nello stomaco, un tumore da tempo fuori controllo che le ha invaso gli intestini, e undici cicatrici fresche calibro 45 sparse per la pancia.

Questa è Chana.

Questa è la Regina del Villaggetto.

E nessuno, in cielo, si commuove per la sua fine.

«Chana! Amore mio! Come hai potuto farmi questo!».

Solo un’ancella si muove. Ed è sulla terra.

È accompagnata dal medico.

Claudia vuole per prima cosa controllare il pancreas.

Perché se l’attacca anche lì, se ne va in pochi giorni.

Il medico ha con sé un ecografo portatile.

«Il pancreas è ancora pulito!

Ti farò togliere questo brutto coltello e andrai avanti.

Il colon è lento, Chana. Potresti tirare avanti per settimane... perché buttarle via?».

«Perché sono io... a dovermi spremere... a sudare freddo... cagare lento... e stare sempre... sul cesso...».

«È vero, ma ci faresti contenti.

Ci occuperemo noi di tutti i problemi pratici».

Chana viene riportata, con tutta la branda e il coltello, nella sua baracca reale.

È vegliata a turno dai villici sudditi.

Il coltellaccio verrà estratto molto lentamente, per darle il tempo di assestarsi.

La tragedia è ancora incompiuta.

Chana gira in carrozzella per il villaggetto, ogni tanto lascia la branda.

Sono due mesi che si è tolta il coltello.

Il tumore è progredito ancora, ma il pancreas è rimasto pulito.

Con il suo fisico riesce ancora a gestirsi, nonostante passi molto tempo sul water. Scarica direttamente nel Tevere, senza cambiarlo molto.

Ma almeno è cacca reale, anzi cagarella.

Quanto ancora possa andare avanti, nessuno lo sa.

Ma se il pancreas rimane pulito, farà ancora la biscia, proverà fino all’ultimo a guadagnare tempo.

Carlo le paga le rate, Claudia i palliativi.

Gli abitanti del villaggetto portano doni e offerte, e passano il giorno a guardare e a riguardare i loro irripetibili video.

La tragedia rimane incompiuta.

E intanto la ricerca della magica boccetta prosegue.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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