Due pallottole non sono abbastanza

(due parole, sì)

DUE PALLOTTOLE

NON SONO ABBASTANZA

(DUE PAROLE, SÌ)

di Edgar Wallace e Salvatore Conte (1927-2019)

PERSONAGGI

Patrick J. Minter, detto Super soprintendente di polizia
Jim Ferraby procuratore distrettuale
Sergente Lattimer funzionario di polizia
Gordon Cardew ex notaio e proprietario di "Barley Stack"
Hannah Shaw governante di Cardew
Stephen Elson vicino di casa di Cardew
Luke Mark Sullivan un vagabondo

I. SUPER PRIMAVERA

II. UNA HANNAH INASPETTATA

III. UNA STRANA CONFIDENZA

IV. UN WEEK-END COMINCIATO MALE

V. DUE PALLOTTOLE

VI. IL PRESENTIMENTO

VII. DUE PAROLE

EPILOGO

I
SUPER PRIMAVERA

(Mercoledì, 14 Maggio 1924)

Fu per mera combinazione che in quella magnifica mattinata di primavera Super si fermò davanti a Barley Stack, la proprietà di Cardew.
In quel momento, infatti, egli ignorava non solo il tentativo di scasso di cui la casa di Stephen Elson era stata oggetto, ma anche l'esistenza di Sullivan, il vagabondo che bighellonava per la dolce campagna circostante.
Ma Barley Stack attirava Super come la luce attira la falena o, meglio ancora, come l'odore della battaglia invita il vecchio cavallo da guerra.
Pure avrebbe dovuto sapere che Cardew, a quell'ora, era già partito per la città. Per quanto si fosse da tempo ritirato dagli affari, aveva conservato l'abitudine di partire per Londra alle nove precise del mattino.
Comunque, Super si fermò a Barley Stack.

Invece di avere con Cardew una di quelle conversazioni nel corso delle quali i due uomini si punzecchiavano a vicenda, pensò che lo avrebbe maggiormente soddisfatto un incontro con Hannah Shaw.

Questa donna, nota principalmente per la sua notevole mancanza di perspicacia, detestava di tutto cuore il vecchio soprintendente di polizia, arrivando fino a provare, per la natura delle sue funzioni, come per lui stesso, un disprezzo che si guardava bene dal dissimulare.
Era una donna di media statura, corpulenta. Gli occhiali da tardona, i modi burberi e la camicetta sempre chiusa fino al collo, non mettevano in valore il suo genere di bellezza; eppure era avvenente e quasi piacevole a vedersi. Il suo viso era regolare e non aveva grosse rughe, a differenza del collo; e i suoi abbondanti capelli erano ancora neri, per quanto avesse ormai passato la sessantina.
«Bel tempo, stamattina», mormorò Super con noncuranza, appoggiandosi alla sua vecchia motocicletta, «e che bel giardino! Non ho mai visto tanti garofani e tanti narcisi insieme! Scommetto che avete un giardiniere eccezionale. C'è il signor Cardew?».
«No».
«Scommetto che sta dando la caccia a qualche delinquente», disse Super con un'aria di ammirazione rispettosa che per altro non gli impediva di sorridere a fior di labbro. «Si occupa forse del furto alla Boscombe Bank? Quando ho letto il fatto sui giornali, ho detto a un mio amico: "Qui, per far luce su questo fatto, ci vuole un tipo come Cardew. La polizia non sarà capace di trovare il minimo indizio e..."».
«Il signor Cardew è andato in ufficio, come sapete benissimo, signor Minter (Super era il soprannome del soprintendente)», rispose seccamente Hannah. «Ha qualche cosa di meglio da fare che occuparsi degli affari della polizia. Noi contribuenti paghiamo perché la polizia faccia il suo dovere, e invece, ditemi a che cosa serve questa banda di gente ignorante e per giunta maleducata!».
«La polizia non può arrivare dappertutto», rispose Super malinconicamente. «Siate ragionevole, signora Shaw».
«Signorina Shaw», corresse impetuosamente Hannah.
«Scusatemi. State pur certa che quando penso a voi penso sempre a una signorina. Proprio l'altro giorno dicevo al mio sergente: "Come si spiega che quella donna non si sia ancora maritata? Non capisco. È giovane; è..."».
«Io non ho tempo da perdere, Minter...».
«Signor Minter», rettificò gentilmente Super.
«Se avete qualche commissione per il signor Cardew ditemelo e la farò; altrimenti... ho molto da fare».
«Nessun furto?», domandò Super mentre ella si allontanava.
«No», rispose lei seccamente, «e se ce ne fossero, non vi manderemmo certamente a cercare».
«Questo lo sapevo; e scommetto anche che a Cardew basterebbe rilevare le tracce del ladro, gettare un'occhiata sul suo libro di... antro... insomma quello, e il povero malfattore questa sera stessa sarebbe acciuffato».
Hannah Shaw lo fulminò con lo sguardo.

«Non fate troppo lo spiritoso e permettetemi di dirvi che a Londra c'è molta gente di fronte alla quale siete ben poca cosa; e se il signor Cardew andasse a trovare il capo della polizia e gli raccontasse la quarta parte di quello che voi dite e fate, non conservereste molto a lungo la vostra uniforme».
Super si guardò le maniche con aria sorpresa.

«Che cos'ha la mia uniforme?», esclamò mentre lei gli chiudeva brutalmente la porta in faccia.
Super non sorrise e non sembrò offeso. Inforcò la sua motocicletta e tornò sulla strada.

Una mezz'ora più tardi dichiarava, strizzando l'occhio al giovane ufficiale di polizia seduto in faccia a lui: «Quando un uomo ha raggiunto il grado sociale che io ho raggiunto, vuol dire che possiede un certo... temperamento. Ebbene, oggi più che mai ho del temperamento. Ora, c'è qualche cosa di primaverile nell'aria e scommetterei che la domenica scorsa ho sentito cantare un cuculo. Orbene, quando i cuculi cantano e le primule spuntano, io ho del temperamento. Ho avuto or ora una conversazione con la bella di Barley Stack e ho la testa piena d'idee sentimentali. Voi mi consigliate d'interrogare quel vagabondo e io vi
rispondo che preferirei andare a cogliere fiori sulla riva del fiume».
Super era alto, angoloso e molto disordinato nella persona. La sua uniforme, già vecchia prima della guerra, era stata diverse volte pulita, riparata e rivoltata. Ma il suo viso magro e abbronzato e le sue grosse e folte sopracciglia grigie gli conferivano una distinzione in contrasto col suo vestito logoro.
C'erano numerosi soprintendenti di polizia, ma quando negli uffici di Scotland Yard si pronunciava il nome di Super, tutti sapevano che si trattava del soprintendente Patrick J. Minter.
«Interrogatelo voi, codesto vagabondo», e Super alzò la mano con un gesto da gran signore; poi: «Gli affari seri riguardano ormai il mio passato. Sentendomi invecchiare, ho chiesto di essere relegato in questo angolo di campagna, dove posso allevare conigli e polli e contemplare la natura in tutto il suo splendore e maestà».
La divisione "I" della polizia inglese comprende la parte della periferia di Londra confinante con la contea di Sussex. Essa è notoriamente conosciuta come una divisione assolutamente tranquilla, nella quale non si
annoverano altri delitti che il vagabondaggio, la caccia di frodo e gli incendi di covoni di fieno. La polizia di questa regione è chiamata ironicamente dagli ispettori londinesi la "legione perduta".
Super era stato trasferito da Scotland Yard a quella piacevole sede non certo per punizione ma, è meglio parlar chiaro, perché i capi della polizia londinese non potevano più sopportarlo.
Non rispettava nessuno, non era cortese con nessuno. Litigava con tutti, discuteva e, all'occasione, provocava; e siccome, nella gran maggioranza dei casi, aveva ragione, gli altri non lo tolleravano più. Una volta assodato che il torto era dei suoi superiori e non suo, andava strombazzando il fatto venti o trenta volte al giorno.
«Che cosa ci guadagnerei», proseguì, «a occuparmi di quel vagabondo? Una noiosa interruzione nei miei studi. Avete mai sentito parlare di Lombroso? No? Allora voi ignorate tutto ciò che riguarda il cervello di un criminale. I cervelli ordinari pesano... ho dimenticato esattamente quanto pesano, ma il cervello del criminale è più leggero. Portatemi il cervello di quest'uomo e io vi dirò se aveva intenzione o no di penetrare in Hill Brow. E il piede prensile, hanno. Sapevate che il cinque per cento dei criminali hanno il piede prensile? Ignoravate che le teste oxicefaliche sono di moda negli assassini? Andate ad esaminare quel vagabondo e di certo riscontrerete l'asimmetria del suo volto. È un giuoco da ragazzi».
Il sergente Lattimer era troppo intelligente per interrompere il suo superiore; ma infine credette di poter parlare.

«Non si tratta di un furto ordinario, capo. Secondo quanto dice Sullivan, il vagabondo, che era suo complice, non voleva lasciarlo entrare nella casa del signor Elson per rubare denaro. Voleva un'altra cosa...».
«Voleva forse conoscere le prodezze degli antenati della famiglia? Oppure esaminare l'atto di nascita dell'erede? A meno che Elson, americano d'origine, non abbia sottratto il rubino sacro incastrato nell'occhio destro del dio Hokum, e che alcuni sinistri indiani non l'abbiano seguito qui, aspettando l'occasione di rientrare in possesso del gioiello.
Ecco un affare per Cardew. Riuscirete a sbrogliarvela da solo, sergente? In tal caso, vi pubblicheranno la fotografia su tutti i giornali e sposerete una cameriera che in seguito si scoprirà che è figliuola di duchi, rapita dagli zingari quando era bambina. Avanti, avanti, sergente!».

Super abbandonò il suo subordinato e saltò in sella alla motocicletta. Era stranamente inquieto. E troppo svagato per accorgersi che un'automobile lo stava seguendo.

Dopo un breve giro nella soleggiata campagna, Minter stava per ritornare presso il suo Comando di polizia, quando avvistò un'auto accostata al margine della strada.

Riconobbe subito la figura imponente di Hannah Shaw, ferma in piedi accanto al veicolo.

La donna alzò un braccio al suo indirizzo: «Potete aiutarmi?».

In verità, il suo corpo florido sembrava muoversi nel suo habitat in questo luminoso e prospero giorno di primavera.

A dispetto, però, della temperatura molto mite, la sua camicetta era abbottonata, come al solito, fino al collo.

Ce n'era comunque abbastanza per attirare Minter come una mosca su un frutto sfatto.

Il soprintendente si piegò sulle ginocchia per controllare una gomma dell'auto che sembrava bucata.

La Shaw si fece vicino, torreggiando su di lui.

La sua camicetta era adesso sbottonata fino al petto, e offriva un intrigante spaccato del formoso seno, quasi sul punto di sbocciare come i fiori intorno.

«Fa davvero molto caldo, quest'oggi, signor Minter. Non lo pensate anche voi?», smuovendosi con le mani i folti capelli neri.

«Fa davvero molto caldo, quest'oggi, signorina Shaw», tirandosi in piedi come d'impulso.

«So come mi guardate, Minter», sussurrò Hannah. «Non sono quella stupida che credete. E non sono una donna passata; posso ancora scegliermi gli uomini...», concludendo con arroganza non certo infondata.

Super era estasiato.

«Fa molto caldo, Minter. Ho bisogno di un po' d'ombra...», Hannah portò la mano sulla fronte e si avviò verso un folto cespuglio.

Dopo un attimo di esitazione, il soprintendente la seguì dietro la macchia e la ritrovò a terra, prostrata nell'erba, come se si sentisse mancare.

Super cadde ancora sulle ginocchia.

«Mi sentite, signorina Shaw?».
«Posso sentirvi, come voi potete toccarmi...», e gli guidò le mani a prenderle il petto, mentre gli occhi neri fiammeggiavano dietro gli occhiali. «Non siate timido...».

Minter era finito nella ragnatela di Hannah e perse completamente il senso del tempo e dello spazio.

Non sapeva dire se fossero passati cinque minuti o un paio d'ore.

L'unica cosa certa era che Hannah non c'era più.

Si rialzò in piedi e tornò verso i veicoli.

La Shaw era seduta in auto al posto di guida. La camicetta perfettamente abbottonata fino al collo.

Lo show era finito.

Il vecchio gentleman sostituì la ruota e le disse: «Non credo abbiate bisogno di ripararla...».

«Deve aver perso pressione all'improvviso, la farò rigonfiare. È stato uno scherzo del destino.

Cose che capitano in una primavera così calda...», ma il suo sorriso era freddo come il ghiaccio. «Se solo non foste un povero poliziotto...

Ad ogni modo, grazie per il vostro aiuto, signor Minter».

E se ne andò come era venuta.

II
UNA HANNAH INASPETTATA

(Mercoledì, 14 Maggio 1924)

«Ho arrestato Sullivan, la notte scorsa, perché si era addormentato nel parco di una proprietà privata.
D'altronde ora ha quasi confessato che aveva l'intenzione di penetrare nella
casa del signor Elson», il giovane funzionario stava insistendo con il suo superiore, rientrato al Comando dopo un'assenza di oltre due ore.

Super lo fissò con occhi vitrei, come assorbito da un sogno.

«Sì... certo...», scuotendosi dal torpore, «andate... andate e non dimenticate soprattutto di osservargli le orecchie: avete osservato che le orecchie dei criminali e dei paranoici hanno sempre la forma di un parabrezza? L'ho letto in un libro e i libri non mentono. Il mestiere dell'investigatore non è più quello di una volta, sergente. Adesso occorre essere esperti di fisiognomica, e di chimica, e di psi... psiqualcosa».

Quando Super cominciava a parlare era ben difficile farlo smettere.

Il sergente, pur con molto rispetto, emise un lungo sospiro.

«Volete interrogare quell'uomo, Super? Ha quasi confessato di esser venuto in questi paraggi per compiere un furto».

«Ho un'idea migliore. Farò un sopralluogo sulla scena del crimine, secondo i dettami dei nuovi manuali di scienza dell'investigazione perfetta. Se anche lo interrogassi, potrebbe mentire: le tracce sul campo, invece, non mentono».

Super aveva una motocicletta d'aspetto del tutto particolare, che stava a una motocicletta normale come una capanna di frasche sta a Buckingham Palace.
Tuttavia, pochi minuti bastarono al soprintendente per arrivare a Hill Brow.

Appoggiata la sua moto contro un albero, si diresse lentamente verso la sontuosa villa di Stephen Elson.

Il vestibolo era deserto, ma egli udì due voci, una femminile, con qualcosa di famigliare, e l'altra maschile.

Sembrava provenissero da una stanza che si apriva sul vestibolo stesso e la cui porta era socchiusa. Apparve una mano, le cui dita si posarono sullo stipite di quella porta, ma non l'aprirono.

Super allungò l'indice verso il campanello elettrico della porta d'ingresso, quando...
«Il matrimonio o niente, Steve! È troppo tempo che aspetto il compimento della promessa. Sono stanca di promesse! Del denaro, che cosa volete che ne faccia? Non sono ricca tanto quanto voi?».

In quel momento la porta si aprì e Super vide la persona che aveva parlato.

Per quanto non l'avesse vista che di spalle, il soprintendente riconobbe Hannah Shaw.
Egli contemplò un attimo la sua figura; poi si allontanò senza fare
rumore.

Hannah non aveva visto neanche la sua ombra.

Per esser più sicuro di far passare inosservata la sua presenza a Hill Brow, Super portò la motocicletta a mano per un bel tratto di strada.

III
UNA STRANA CONFIDENZA

(Giovedì, 15 Maggio 1924)

Jim Ferraby si domandava per quale ragione, per la prima volta da cinque anni che si conoscevano, Cardew l'avesse fatto entrare nel suo ufficio.
L'atteggiamento dell'ex-notaio rivelava chiaramente che l'invito aveva uno
scopo ben determinato. Evidentemente nervoso e preoccupato, camminava in su e in giù per la stanza e di tanto in tanto si fermava davanti al suo tavolino per spostare, senza motivo, un foglio di carta o cambiar di posto a un posacenere, a una seggiola...

«Ho pensato a voi tutta la mattina», dichiarò a un tratto, «e mi sono chiesto se dovessi consultarvi o no.

Voi conoscete, vero, la mia governante Hannah Shaw?».
Jim ricordava perfettamente quella scortese donna che si esprimeva a
monosillabi; ogni volta che aveva avuto occasione di dir bene di Super davanti a lei, non aveva mai tralasciato di manifestare la sua avversione per il vecchio poliziotto.
Cardew rivolse a Ferraby il suo sguardo penetrante.

«Lo so che quella donna non vi piace. È stata scortese con voi l'ultima volta che siete venuto.
Me lo ha raccontato il mio autista a cui piace chiacchierare.
Indiscutibilmente non è una donna piacevole, pure essa mi conviene per
varie ragioni, non ultima quella di essermi stata affidata, in certo modo, dalla mia povera moglie, che l'aveva raccolta da un asilo di orfani quando era ancora bambina. Salvo le proporzioni, posso paragonare Hannah a quei terrier scozzesi che abbaiano a tutti, meno che al padrone».

Tolse il portafogli di tasca, ne levò un foglio, lo spiegò e lo mise sulla tavola.

«Leggete», disse.
Era un foglio di carta ordinario, che non portava né indirizzo né
alcun'altra indicazione.

Il testo era composto di tre linee manoscritte in lettere maiuscole:

VI HO AVVERTITO GIÀ DUE VOLTE
QUEST'AVVERTIMENTO È L'ULTIMO
MI AVETE RIDOTTO ALLA DISPERAZIONE

Il foglio era firmato "Big-Foot".
«Big-Foot? E chi è questo Big-Foot?», domandò Jim, rileggendo il foglio. «Sono dirette alla vostra governante, queste minacce? Ed è lei che vi ha passato questa lettera anonima, o quasi-anonima?».
Cardew scosse la testa.

«No. Questa carta è venuta in mio possesso in un modo strano.

L'ultimo giorno del mese Hannah mi porta in ufficio le fatture dei fornitori e le posa su questa cartella.

Ha l'abitudine di cacciarle alla rinfusa nella sua borsa, senza metodo, senza ordine.

La lettera che avete letto si trovava nelle pieghe della fattura del droghiere ed evidentemente ce l'ha lasciata lei senza accorgersene».
«Gliene avete parlato?».
Cardew aggrottò le sopracciglia.

«No», rispose. «Le ho spiegato che aveva in me un protettore e che in caso di pericolo non doveva esitare a ricorrere a me per cercare aiuto. Per tutta risposta, lei si è limitata a digrignare i denti, letteralmente: "Non ho paura di nessuno! So badare a me stessa! Non sono una vecchia tardona!"; non c'è altra espressione: ha digrignato i denti.

Hannah sembra ossessionata dall'età: si rende conto di essere ormai una donna passata, ma non vuole ammetterlo».

«Non si è mai sposata?».

«Mai».

 Sospirò profondamente e riprese: «Io detesto le facce nuove e sarei seccatissimo se dovessi perdere Hannah. Se il suo comportamento fosse diverso, l'avrei informata subito della mia scoperta, ma per dirvi la verità, mi sentirei molto, ma molto imbarazzato, se dovessi dirle che una lettera appartenente a lei si trova in mio possesso. Abbiamo già avuto, una volta, una scena molto sgradevole a proposito di qualche cosa di simile e una nuova discussione di questo genere rischierebbe di separarci definitivamente.

Che cosa ne pensate di questa lettera?».
«Secondo me, deve venire da un malfattore qualunque», suggerì Jim. «È scritta con la mano sinistra per contraffare la calligrafia. Io credo che dovreste chiederle spiegazioni».
«Chiedere spiegazioni ad Hannah?», gridò Cardew, spaventato. «Non mi azzarderei mai. No; tutto quello che posso fare è tener gli occhi aperti e alla prima occasione, ossia quando Hannah sarà d'umore accettabile, cosa che di solito le succede un paio di volte l'anno, affrontare l'argomento con molta precauzione».
«E perché non vi rivolgete alla polizia?».
Cardew sobbalzò.

«Ossia al soprintendente Minter, detto Super, non è vero?

E voi credete che io possa rivolgermi a quella specie di poliziotto stupido e senza immaginazione?

No. Se la lettera in questione nasconde un mistero, credo che sarò capace di metterlo in chiaro da me.

E credo che un mistero esista». Poi sottovoce: «Come sapete, io possiedo una casetta, una specie di bungalow, sulla spiaggia di Pawsey Bay. È una vecchia abitazione di guardacoste. La comprai per poche sterline durante la guerra e vi ho trascorso ore gradevoli. Oggi non ci vado che molto di rado e quella piccola proprietà è diventata come la casa di campagna dei miei domestici. Questa mattina sono stato molto sorpreso quando Hannah è venuta a domandarmi se poteva passare la prossima fine settimana al bungalow. Infatti non solo erano anni che non ci andava, ma ha un vero odio per quel luogo e me lo ripeteva non più tardi di una settimana fa. Ora io mi domando se quest'improvviso viaggio a Pawsey non abbia qualche rapporto con la lettera».

«Fatela sorvegliare da un investigatore», consigliò Jim; poi aggiunse con trasporto: «Da un investigatore privato...

La vostra governante non è così malandata come la ritenete. Forse qualcuno le ha messo gli occhi addosso».

«Ad Hannah?!», esagerando volutamente la sorpresa. «Penso siate troppo indulgente, mio caro Ferraby.

Mi duole dirlo, ma la mia povera governante è ormai quello che i teppisti di Londra direbbero "una vecchia cessa", troppo anziana e sfatta anche per infinocchiare un semplice impiegato di banca.

Comunque non nego vi siano uomini a cui questo tipo di donna piaccia.

Perciò avevo già quest'idea, ma mi ripugna far spiare Hannah. Ricordatevi che è al mio servizio da quasi quaranta anni.

Naturalmente le ho accordato il permesso che chiedeva. In generale, ella passa il tempo libero a percorrere la campagna in una vecchia Ford che il mio autista le ha insegnato a guidare alcuni anni fa. Ma non si tratta di un cambiamento d'aria. Io le passo un buon salario e potrebbe permettersi di scendere in un albergo conveniente senza andare a Pawsey, a meno, beninteso, che ella non vi abbia dato appuntamento a questo misterioso Big-Foot.

Mi domando davvero cosa vada a fare laggiù quel demonio di Hannah. Pagherei non so che cosa per saperlo.

Qualche volta mi domando perfino se non sia un po'...», e si toccò la fronte con l'indice.
Jim si domandò ancora perché Cardew aveva fatto di lui il suo confidente.

Decise subito che ne avrebbe parlato al vecchio soprintendente Minter, di cui era buon amico.

IV
UN WEEK-END COMINCIATO MALE

(Venerdì, 16 Maggio 1924)

L'automobile che conduceva Ferraby e Super in direzione di Pawsey aveva appena oltrepassato Horsham, quando cominciò a cadere una pioggia diluviale, subito seguita da lampi e tuoni. I due uomini non avevano ancora scambiato una parola da Londra. Minter, come se un tuono scoppiato in quell'istante lo avesse distolto dai suoi pensieri, ruppe il silenzio: «Credo che faremo bene a tener gli occhi spalancati questa sera se vorremo capire quello che succederà. Mi dispiace che Cardew non sia con noi. Che cosa ne pensate della sua assenza?».
«Forse è più coinvolto di quanto voglia far credere. Se ha mantenuto al proprio servizio Hannah Shaw per quaranta anni, qualcosa vorrà pur dire...

E poi quel modo di disprezzarne la matura bellezza e di esagerarne la presunta decrepitezza, mi sembra decisamente sospetto: che le dia fastidio abbia ricevuto delle attenzioni?».
La pioggia seguitava a cadere implacabile e i lampi incessanti
illuminavano la via più di quanto non lo facessero i fari della vettura.

«Stiamo per arrivare», osservò Super. «Se non avete nulla in contrario, portate l'auto dietro il villaggio. C'è una specie di cava abbandonata».
«Conoscete il punto?», domandò Jim.
«Sì; ho studiato la carta topografica questa mattina», spiegò l'investigatore. «La casetta di Cardew è situata a centocinquanta metri dal piede di quella collina che intravedete alla luce dei lampi, e a due chilometri dal villaggio.

Spegnete i fari, signor Ferraby».
Mentre la vettura rallentava, Lattimer uscì dal folto di un cespuglio e si
avvicinò.

«Ancora nessuno», disse, mentre Super e Jim uscivano dall'automobile.
«Come? Ma Hannah Shaw è partita questa mattina!», esclamò Jim.
«M'avrebbe stupito se fosse già arrivata», disse tranquillamente Super. Jim lo guardava stupito. «Eh sì, semplice deduzione», disse l'investigatore con un tono soddisfatto. «Deduzione e logica, e anche un po' di psicologia».
«Ma come avete saputo che non era ancora qui?», insistette Jim.
«Perché Lattimer me l'ha detto per telefono un'ora fa», fu la calma risposta. «E ora, sergente, prendete la lampadina tascabile. Ne avremo bisogno».
La pioggia seguitava a cadere inesorabilmente, per quanto fossero
cessati i lampi e i tuoni. Il fascio di luce di un faro lontano illuminava la strada a intervalli regolari.
Beach Cottage, il bungalow di Cardew, si trovava tra la strada e il mare.
Era una piccola costruzione di pietra, tozza, circondata da un muro di
mattoni.
«Siete sicuro che la casa sia vuota?».

«Assolutamente sicuro. La porta è chiusa con un lucchetto».
«Che cos'è quel piccolo edificio là dietro? Un'autorimessa?».
Jim non vedeva altri edifici che la casa, ma Super aveva occhi da gatto.
«No, signore, è una specie di capannone dove un tempo riponevano un canotto, ma il canotto è stato venduto».
Super tentò, senza riuscirvi, di aprire le porte e le finestre.
«Non verrà più», disse Jim. «Probabilmente s'è spaventata per l'uragano».
Super borbottò qualche cosa di difficilmente comprensibile, ma si capiva
che attribuiva poca importanza agli uragani in certe determinate circostanze.
«Io non sarei così sicuro che non verrà», disse poi chiaramente.

Jim constatava, intanto, di non aver mai contemplato un paesaggio più desolato.
Da una parte il mare; dall'altra, al di là della strada, la cupa parete di
roccia.
«Quelle rocce sono piene di cavità, inaccessibili quasi per tutti», osservò Lattimer.
Lasciarono la casa e ripresero lentamente il cammino verso il punto dove
era stata nascosta l'automobile.
«Capisco ora», scherzò Jim, «perché non si presenti una folla di gente per prendere in affitto la residenza estiva di Cardew.
«Perché?», domandò Super. «Quando me ne andrò in pensione, mi ritirerò in una casetta come questa. Scommetto che Beach Cottage, in pieno sole, è una residenza incantevole. D'altronde, di notte, che cosa si può fare di meglio se non dormire?». Si tolse di tasca l'orologio il cui quadrante fosforescente permetteva di consultarlo. «Le undici», annunciò. «Aspetteremo fino a mezzanotte, dopo di che vi presenterò tutte le mie scuse».
«Che pensavate di trovare qui?», domandò Jim, formulando così la domanda che aveva fatto a sé stesso durante tutta la sera.
«Difficile a dirsi», brontolò l'investigatore. «Quando una ragazza di sessant'anni sogna il matrimonio, e quando dice quello che farà se non arriva a maritarsi... allora è una cosa che m'interessa. Forse io mi aspettavo di...», Super afferrò improvvisamente il braccio di Jim. «Dietro quella roccia, svelto!», sussurrò.

Sulla strada erano apparse due deboli luci, due fanali d'automobile.

Nella fretta, Jim fece un capitombolo sul ciglio della strada e si ritrovò in terra accanto a Super. Dietro di loro, Lattimer era steso ventre a terra.
L'automobile si avvicinava rapidamente e quando passò loro accanto, Jim
ebbe la visione fugace di una donna con un cappello a larghe falde, tutta china in avanti come per lottare contro la pioggia. Pochi secondi più tardi l'automobile entrava in Beach Cottage.


Passò un quarto d'ora,
ma anziché arrivare un'altra auto, come era logico aspettarsi, il veicolo di Hannah Shaw ritornò in strada.

Due fasci di una luce abbagliante squarciarono l'oscurità, ma sparirono quasi subito. La vettura uscì dal cottage e risalì la strada nella direzione dalla quale era venuta.

Una volta ancora, i tre uomini scorsero la testa protesa in avanti e il cappello dalle larghe falde. La Ford si allontanava nella notte ed essi non vedevano più ormai che il fanalino posteriore.
Super si rialzò brontolando.
«Vi chiedo mille scuse», dichiarò. «Le deduzioni e la psicologia fanno a volte brutti scherzi. Lei entra, esce, scompare e nessuno sa da dove viene e dove va. Con un po' di fortuna, arriveremo forse a raggiungerla, a pedinarla e a sapere dove andrà realmente».

Ma subito dopo, il soprintendente spalancò la bocca, quasi incredulo.

«Avete sentito? Un grido! Un grido di donna!», e cominciò a correre verso il cottage, presto seguito da Ferraby e Lattimer.
Super prese a camminare intorno al bungalow, annusando l'aria nei pressi delle finestre.
«Ferraby... spero capiate si tratti di una questione di vita o di morte; sebbene speri di sbagliarmi...», e senza aspettare repliche, il vecchio poliziotto frantumò la porta con una robusta spallata.

«Super! Veramente io non ho sentito alcun grido!», esclamò Ferraby, stupito.

Ma il soprintendente non aveva tempo per ascoltarlo: era già dentro e squarciava il buio interno con la torcia elettrica.

Si trovava in un piccolo atrio, sul quale si affacciava una seconda porta, vetrata nella parte superiore. L'aprì ed entrò in un stretto corridoio, che correva lungo la casa, dall'ingresso al retro.

«Rimanete qui, sto per fare una perquisizione e preferisco farla da solo...».

Le prime ad essere visitate dal poliziotto furono due camere che davano a destra del corridoio. Erano camere da letto, ammobiliate con semplicità. I letti erano senza lenzuola né coperte.
Passò
quindi nelle stanze a sinistra. La prima era una sala da pranzo il cui aspetto non presentava niente di notevole. In una parete c'era una finestrella che evidentemente comunicava con la cucina. La finestrella era chiusa da una piccola imposta.
Ormai non restava da visitare che la cucina, ma la porta era chiusa.
A un tratto, alzò la testa, fiutò l'aria, poi chiamò Jim.
«Sentite qualche cosa?», domandò.
Ferraby esitò qualche secondo.

«È odore di polvere!», esclamò finalmente. «Hanno sparato qui... e non è molto».
«Lo dicevo anch'io. La porta è chiusa dall'interno».
Tornò nella sala da pranzo. Anche l'imposta della finestrella era chiusa a
chiave.

Ma visto che poteva trattarsi della scena di un crimine, era meglio non abbattere un'altra porta.

Un vecchio cacciavite arrugginito, trovato da Lattimer in giardino, ebbe subito ragione del sottile pannello di legno. L'odore acre della polvere da sparo si fece subito più intenso.
Super era proteso nel vano della finestrella con la sua
torcia e faceva girare lentamente il fascio luminoso nella cucina. A un tratto il cerchio bianco di luce rivelò una scarpa con la punta verso il soffitto... poi un'altra... infin l'orlo di una sottana nera.

Una donna era seduta là, per terra, col dorso appoggiato contro la porta e la testa china sul petto, come un'ubriaca. Super non poteva distinguerne il viso, ma sapeva che quella donna era Hannah Shaw e non aveva affatto bisogno di vedere le macchie di sangue sulla parete della cucina per capire che Hannah Shaw era morta.

La primavera era finita presto quell'anno.

V
DUE PALLOTTOLE

(Venerdì, 16 Maggio 1924)

Super si ritirò dalla finestrella.

Aveva capito troppo tardi. Non era stato un vero grido, ma una sorta di presentimento, una disperata richiesta d'aiuto, un grido silenzioso.

«Sergente, andate a cercare un medico... signor Ferraby, volete accompagnarlo? No, restate. Potreste essere chiamato a testimoniare, più tardi.
Non che un medico generico possa fare qualche cosa... ma il medico legale, quello sì».

Super era sconvolto.

L'avrebbe seguita all'obitorio, e poi sarebbe stato presente all'autopsia.

Sarebbe stato il suo modo di dirle addio.

«Che cosa è successo?», domandò Ferraby.

«Seguitemi, se siete interessato a scoprirlo», e l'investigatore, con un'agilità insospettata in un uomo della sua età, passò attraverso la finestrella.

Super tolse il tubo di un lume a petrolio che si trovava sulla tavola, accese la miccia e posò sulla tavola il fiammifero spento.

Jim Ferraby, pallido, guardava la morta.
«Suicidio?», domandò in un soffio.
«Se è un suicidio, troveremo l'arma, anche se è improbabile che qualcuno si spari due colpi da solo», osservò Super. «È morta, questo è un fatto indiscutibile, e mi dispiace di non essere stato sempre cortese con lei. In fondo, non era una cattiva donna, per come sono le donne». Chinatosi sul cadavere, ne esaminava il volto scolorito; ma i folti capelli, scompaginati sulla faccia, non gli permettevano di incontrarne gli occhi.

 «Non è un suicidio», dichiarò quasi allegramente. «D'altronde, un suicidio mi avrebbe sorpreso. È stata assassinata, ma come? La porta è chiusa dall'interno; vedete la chiave? Le imposte della finestra sono chiuse da questa sbarra di ferro».
Sulla tavola c'era una borsetta da signora, che era stata visibilmente frugata, poiché il suo contenuto giaceva in disordine un po' più lontano.

«Cinquantacinque sterline e duemila dollari», constatò Super, dopo aver contato. «E questo mattone, che cosa significa?».

C'era un mattone rosso, levigato da una parte, sul quale sembrava appiccicato un disco di caucciù, attaccato a sua volta a una cordicella passata nel suo centro.
«L'impiantito è di mattoni rossi», osservò Jim.
«Sì; ho visto».
Super prese la lampada e si chinò, osservando il pavimento. Nel centro della parte che corrispondeva alla tavola si vedeva una cavità rettangolare.
Il mattone trovato pochi istanti prima la riempiva esattamente.

«Sì... i ragazzi si servono di rotelle come questa, di caucciù o di cuoio bagnato, per sollevare le pietre dei pavimenti. Si vede che anche lei ritirava il mattone in questo modo». Inginocchiatosi, osservò attentamente la piccola cavità. «C'era qualche cosa qui dentro, ed è proprio quello che lei era venuta a cercare». Si chinò di nuovo sul cadavere, con la pipa spenta fra i denti, silenzioso e preoccupato. «Impossibile toccarla prima che sia arrivato il dottore», disse rialzandosi. La camicetta era chiusa fino al collo, sarebbe soffocata, se non fosse morta. «È stata colpita due volte da distanza ravvicinata, la prima pallottola "di pancia" sulla pancia, la seconda mirata per stroncarla, l'assassino doveva essere da questa parte della tavola... rivoltella automatica, probabilmente, per quanto non veda le cartucce da nessuna parte.

Hannah era in piedi, a lato della porta, guardate le chiazze di sangue contro il muro. La massa corporea l'ha tenuta in piedi, poi è avanzata obliqua di un passo, ed è franata su sé stessa... credo sia morta sul colpo, l'omicida deve averle centrata al cuore: spesso i cadaveri fanno uno o due passi, per forza d'inerzia, prima di crollare.

Hannah si era tolto solamente il guanto della mano destra; ciò vuol dire che non aveva l'intenzione di restare qui a lungo. Osservate qualche cosa, signor Ferraby, qualche cosa di interessante?».
Jim fece un gesto scoraggiato.

«Ci sono tante cose notevoli che non riesco più a distinguerle».
Il naso di Super si arricciò in modo bizzarro.

«Cardew lo avrebbe notato prima di me... il cadavere non ha né il cappello né il trench.

E sotto quell'attaccapanni, là sulla parete, vedete qualche cosa per terra?».
«Un po' d'acqua».
«Sì, un po' d'acqua colata dal trench. Si vede che quando è entrata qui, lo ha attaccato là.

Ora dov'è?».
«Forse in un'altra camera», suggerì Ferraby, ma l'altro sorrise in quello strano modo che gli era abituale e col quale metteva in mostra tutti i denti.
«Questi oggetti non sono in casa. Ho osservate attentamente le camere e questi oggetti non ci sono.
Ecco il dottore...», disse sollevato. «Bisognerà che passi dalla finestrella, e se è un po' grosso, avrà poco da stare allegro».
Viceversa il medico era un uomo giovane e svelto e non fece nessuna fatica a penetrare in cucina.

Per prima cosa riordinò i capelli della donna e ne ispezionò gli occhi, mezzi chiusi e con l'iride rivoltata all'insù, sollevando leggermente il capo, ponendo il  sotto il mento.

La bocca era ancora spalancata, come nell'attimo della mortale incredulità di rimanere uccisa.

Quindi le allentò la camicetta e rimase più di qualche secondo a premere leggermente sulla vena giugulare.

«Il sergente Lattimer ha parlato di un cadavere.

Purtroppo non c'è molta differenza. Sta morendo.

Comunque ho già telefonato per richiedere un'autolettiga».

Stava morendo?

Super fissò incredulo il giovane medico.

Il cuore pulsava veloce.

Aveva sentito bene?

«Le somministro adrenalina, nel caso l'ambulanza arrivasse in tempo, ma non credo che riuscirà a raggiungere l'ospedale».

Sì, aveva sentito bene: Hannah Shaw non era ancora cadavere, ma lo sarebbe diventata presto.

Super guardò dentro gli occhi sbilenchi e senza vita della governante: sembrava un grosso pesce spiaggiato, morente sulla sabbia. E infatti il cottage era proprio sul mare. Curioso destino.

Avrebbe voluto fare qualcosa per lei, ma sapeva che era troppo tardi per chiunque.

Quando l'ambulanza arrivò e la povera Hannah Shaw fu portata via, Super si sentì liberare da un grosso peso.

Solo lui e Ferraby erano rimasti sul posto.

«Siete sicuro di non voler seguire la signora Shaw all'ospedale?

È ancora viva, dopotutto», gli aveva detto Jim poco prima, intuendo che il vecchio poliziotto fosse in grave ansia per la sorte della donna.

«Lattimer le sarà accanto, nel caso improbabile riuscisse a dire qualcosa, ma temo che noi due saremo più utili qui», aveva replicato il soprintendente, cercando di mostrarsi imperturbabile.

«Sta ancora piovendo...», rimarcò in quel momento Super, «proprio una bella primavera inglese».

Poco dopo il poliziotto ritirò dalla parete i due proiettili che avevano ucciso la governante e li posò sulla tavola.

«Queste pallottole appartengono a una rivoltella automatica, calibro 42. D'altronde si tratta di un calibro abbastanza comune; cerchiamo di non trarne deduzioni premature.

Questa rivoltella non apparteneva certamente alla signorina Shaw; sono armi che fanno paura alle donne. Inoltre, Cardew l'avrebbe saputo».

L'investigatore s'interruppe bruscamente e si mise in ascolto.

Attraverso la finestra giungeva l'eterno lamento delle onde sulla sabbia.

VI
IL PRESENTIMENTO

(Martedì, 20 Maggio 1924)

Quella mattina Super si era alzato provando una strana eccitazione.

Stava aspettando dal sabato prima una fatale chiamata dall'ospedale presso cui era stata ricoverata Hannah Shaw, tuttora priva di conoscenza, dopo una tremenda e radicale chirurgia.

Non le avevano dato speranze, ma qualcosa in quella donna era differente da ciò che sembrava, e Hannah Shaw aveva mostrato, pur silenziosamente, una grande, disperata voglia di vivere.

Super aveva tenuto segreta l'ubicazione dell'ospedale, e per essere ancora più sicuro che niente di peggio potesse occorrere alla povera donna, aveva incaricato Lattimer di sorvegliarla strettamemte.

Per tutti gli altri Hannaw Shaw era già morta, rimasta uccisa all'interno del cottage di Cardew.

Quella mattina, infatti, l'ospedale telefonò.

Super fu chiamato con urgenza al capezzale di Hannah, perché la donna aveva ripreso conoscenza, ma era fragilissima e in imminente pericolo di morte.

Il suo cuore gli pulsò in gola quando la rivide, ma a stento riconobbe la donna nel letto.

Hannah Shaw era invecchiata di altri 10 anni.

«Super... ricordate... la ruota... il caldo... il fuoco...».

«È stato fuoco per voi, Hannah?», domanda che sembrava personale, ma che aveva implicazioni professionali.

«Adesso... ho freddo... Super...», la fiacca voce di Hannah era carica di ansia.

Intuiva facilmente che si stava giocando le poche possibilità di sopravvivere, se ancora ce n'erano.

Appariva consumata e depressa.

Ma non predisposta ad arrendersi.

«Ascoltatemi, Hannah. Avete perso un polmone. Non potete parlare a lungo.

Ho bisogno di sapere chi vi ha sparato».

«Ho perso le gambe...», chiese terrorizzata, non riuscendo neanche a muovere la testa.

«No, quelle no. Ma forse non le userete più».

«Quanto tempo... mi rimane...», chiese ancora, aspettando la risposta a bocca aperta.

«Nessuno lo sa, Hannah. È meglio che voi mi diciate chi vi ha sparato».

«Che importa, adesso...», divagò la governante, con una folle espressione negli occhi. «Ho perso tutto... ma ho ancora... il mio seno...», cercò di tirarlo su, ma era troppo debole.

«Pare che il vostro seno abbia leggermente deviato uno dei proiettili, quello che era diretto al cuore, e che invece ha distrutto il polmone.

Siete una donna molto forte, signorina Shaw».

«Super...».

Un'infermiera gli disse che non poteva trattenersi oltre. La paziente era in condizioni critiche.

Detto in maniera cinica, Hannaw Shaw era una donna finita.

Difficilmente avrebbe lasciato viva l'ospedale, e di sicuro non sulle proprie gambe; in ogni caso, avrebbe vissuto per poco tempo, senza un polmone e con lo stomaco piccolo come una noce: malattie e complicazioni erano letali e frequenti in casi come questo.

Dopotutto, però, Hannah era ancora viva dopo aver incassato due brutte pallottole, e in un certo qual modo, questo la rendeva speciale, anche di più.

Sicuramente avrebbe cercato di portarsela a casa, ora che aveva meno da pretendere.

La sua voce, che lo chiamava come attraverso una nebbia londinese, lo perseguitò per il resto della giornata, e ancora di più durante la notte.

Quella voce gli ricordava una folle primavera che era scoppiata in una calda estate.

VII
DUE PAROLE

(Sabato, 24 Maggio 1924)

Cardew aveva preso una decisione. Voleva chiudere Barley Stack, congedare i domestici e affittare una casa a Londra; oppure andare a passare l'estate all'estero.

Quanto avesse pesato la fine di Hannah in questa sua decisione, non era dato sapere. Ma anche il misterioso avvelenamento del suo vicino, Stephen Elson, non l'aveva di certo aiutato a rimanere.

«Buona idea», esclamò Super quando lo seppe, «e più presto partirete meglio sarà. Anzi, vi consiglio di partire questa stessa notte».
Cardew esitò.

«Questa notte no. Dovrei fare i bagagli...».
«Posso farvi aiutare dai miei uomini», offrì l'investigatore.
«Per questa notte rimango», decise l'ex notaio, dopo aver riflettuto un attimo. «Volete farmi l'onore di pranzare con me?

Soprintendente... io non vi ho mai domandato che cosa pensate in merito all'omicidio della mia povera governante. Mi permetterò quindi di domandarvelo questa sera.

Anche Ferraby mi ha promesso di venire».

L'ora fissata per il pranzo era passata da dieci minuti, quando arrivò Super accompagnato da un ometto dall'aspetto goffo e nervoso.

«Vi presento il mio amico Wells».
Cardew strinse la mano che l'uomo gli porgeva.
«Lattimer, vi presento il signor Wells».
Il sergente avanzò e raggiunse i due uomini.
«E ora», dichiarò Cardew, «credo che faremo bene a metterci a tavola. La minestra è servita».
Seguirono l'ex notaio nella sala da pranzo e sedettero nei posti che egli assegnò loro.

La minestra, a dire il vero, non era ancora servita, ma la domestica la portò tutta fumante, mentre il cameriere cominciava a distribuire le scodelle.

Super prese la parola: «Prima di cominciare il nostro pranzo di addio, voglio dirvi chi è il mio amico Wells».
«Confesso che sono abbastanza curioso di saperlo», disse Cardew.
«Alzatevi, signor Wells. Io vi presento il signor Cardew, ex notaio.

Signor Cardew, vi presento il signor Topper Wells, di professione boia».
Cardew sobbalzò come se fosse stato morso da un serpente.

Jim, atterrito, fremeva.

«Lattimer, non toccate codesta minestra...

Che nessuno la tocchi, perché...».
«Che cosa volete dire?», ribatté Cardew.
«Perché è avvelenata», concluse Super.
Cardew indietreggiò sulla seggiola, sorpreso e incredulo.

«Avvelenata?».
«Avvelenata», rispose Super. «E c'è dell'altro per voi, signor Cardew: una buona notizia e una cattiva».

L'ex notaio rimase in attesa.

«Quella buona è che non rischiate più di diventare vedovo, perché la vita di vostra moglie è fuori pericolo; la cattiva è che vostra moglie, la signora Hannah Shaw Cardew, sta per diventare vedova», disse Super, godendosi le parole.

Di fronte alla meraviglia generale, il soprintendente cominciò a svelare i fatti.

«Sì, è proprio il signor Cardew ad aver sparato contro Hannah Shaw.

Lei lo amava, o comunque intendeva migliorare la propria posizione sociale, e perciò voleva sposarlo.

Lui la odiava, ma lei lo teneva in pugno, per via di una lettera terribilmente compromettente che egli aveva scritto anni prima e che lei possedeva.

Minacciato, atterrito, spinto agli estremi, egli l'ha sposata il giorno stesso del suo assassinio.

Si sono sposati a Newbury, sotto falso nome. Poco importava il nome ad Hannah, purché avesse l'uomo.

Ella voleva essere la compagna ufficiale di Cardew e che egli la riconoscesse per tale davanti a testimoni.

In quanto a lui, dopo essere rientrato in possesso della famosa lettera (era il prezzo del matrimonio), ha assassinato sua moglie. O almeno c'ha provato molto sul serio, sparandole due colpi al bersaglio grosso, di cui uno indirizzato al cuore.

Quando dunque i coniugi Cardew si recarono a Beach Cottage nella Ford di lei, egli lasciò sua moglie sul sedile davanti, con non so quale pretesto, e montò di dietro. Si rannicchiò sul piano dell'automobile in modo che i passanti non potessero scorgerlo e che Hannah sembrasse sola nella vettura.

Appena l'ebbe uccisa, o creduto di averlo fatto, egli indossò i suoi indumenti: il cappello a larghe falde e il trench nero, così far sembrare a chiunque che Hannah avesse lasciato il bungalow.

All'inizio, comunque, era sembrato che la signora Shaw fosse rimasta veramente uccisa: solo il medico legale si accorse in quei concitati momenti che ella respirasse ancora, sia pure in maniera impercettibile».

Cardew non riuscì a trattenere un moto di stizza, sebbene sperasse ancora che si trattasse di un'abile provocazione, ai suoi danni, del vecchio poliziotto.

«Da poco tempo, comunque, e dopo una devastante chirurgia, è stata dichiarata fuori pericolo, anche se ha subito diverse mutilazioni interne.

Può sembrare strano, ma non voleva dirmi chi era stato.

È uscita distrutta da questa terribile esperienza, in tutti i sensi, è ho dovuto lavorare di psi... psiqualcosa per - infine - ascoltare dalla sua bocca le due parole fatali: "mio marito"».

«Ma perché tutto ciò? Il signor Cardew è un uomo ricco...», Ferraby mosse un'obiezione da avvocato, come a testare la tesi di Super.

«Ricco? No. Aveva denaro.

Ma come se lo procurava?

Vi racconterò tutta la storia, allora.

A pochi giorni dalla fine della guerra, un'imbarcazione americana, in una notte di tempesta, fu silurata da un sottomarino tedesco nei pressi della baia di Pawsey.

In quell'epoca, Cardew era rovinato, essendosi impegnato in speculazioni pazzesche col denaro della sua clientela.

La notte del siluramento, il notaio era a Beach Cottage con Hannah Shaw e aveva già deciso di ucciderla, per poi farla finita e suicidarsi.

Ma prima, con la precisione che aveva conservato dall'esercizio della professione, redasse la confessione di tutte le sue colpe con l'intenzione di mandarla alla polizia. Aveva appena finito quella lettera, quando sentì l'esplosione e si recò sulla spiaggia.

Vide arrivare verso riva una scialuppa con due superstiti.

Quei due uomini avevano con sé una cassa del Tesoro americano.

Uno era mezzo morto, l'altro era Stephen Elson... il facoltoso vicino di Cardew, di recente assassinato.

All'epoca, però, era solo un cow-boy imbarcatosi come marinaio per sfuggire alla polizia americana.

Elson svelò a Cardew la natura del contenuto della cassa, che fu portata sulla spiaggia e messa all'asciutto.

In quel momento, l'altro marinaio cominciò a riprendere i sensi. Elson sapeva che era lui che aveva la responsabilità del denaro e che il solo mezzo di impadronirsi della cassa, era quello di farla sparire.

Se a questo proposito abbia consultato o no Cardew, non ha importanza; il fatto è che colpì il compagno alla testa e lo gettò in mare.

Quindi, entrambi, nascosero i soldi a Beach Cottage, e Hannah Shaw assistette a tutta la scena.

La cassa fu bruciata e il denaro diviso fra i tre complici.
Hannah conosceva la situazione disperata del notaio.

Quando Cardew uscì, spaventato dall'esplosione, ella scoprì la confessione che egli aveva nascosto e la tenne per sé. Lui non lo seppe che molto più tardi.
La casa di Barley Stack era coperta d'ipoteche che furono subito estinte. Cardew pagò tutti i suoi debiti e infine vendette il suo studio. Aveva evidentemente di che cosa vivere una volta ritiratosi dagli affari, e avrebbe potuto essere felice per tutta la vita, se Hannah non fosse stata ambiziosa. Ma ella lo era, e voleva
prendere il posto di colei che per bontà l'aveva accolta in casa, molti anni prima, quando uscì dall'orfanotrofio. Forte della posizione che le conferivano gli ultimi avvenimenti, Hannah cominciò a far la corte all'ex notaio e da allora non gli lasciò un minuto di requie.
Voi penserete che la signora Shaw non è da buttare, anche se non più molto giovane, ma per il signor Cardew era solo la sua governante e amante occasionale, e meditava da tempo di eliminarla - insieme a Elson, che invece stravedeva per lei - così da non avere più ombre nel suo passato».

Jim Ferraby, seduto al suo posto, con la bocca semiaperta, ammirava Super.

«Siete un genio!», esclamò infine.
«Deduzioni e teorie, e psi... psiqualcosa», spiegò modestamente il super investigatore. «Un punto per me, Cardew!».
«Anche le vostre teorie e le vostre deduzioni, qualche volta, sono giuste...», convenne Cardew, sorridendo amaro, mentre le manette si chiudevano fredde intorno ai suoi polsi.

Super non poté fare a meno di pensare, in quel momento, che anche Hannah avrebbe dovuto pagare il suo conto con la giustizia: furto e favoreggiamento, almeno, se non complicità in omicidio e rapina; a parte il risarcimento, naturalmente, ovvero la confisca di tutti i beni.

Ma era sempre meglio di una cassa da morto. E poi così le sarebbe finita tra le braccia, pur di sfuggire alla morte e al carcere, almeno fin quando le sarebbe stato possibile; perché le porte dell'inferno non guardano in faccia a nessuno, nemmeno a una bella tardona rimasta l'unica ad averla spuntata con qualche pezzo di pelle addosso in una tragica, distruttiva, interminabile storia.

EPILOGO

All'inizio le cose avevano funzionato abbastanza bene, ma ben presto non fu facile nascondere il fascino oscuro di Hannah Shaw, tornata signorina dopo l'esecuzione del marito e in libertà vigilata, dopo la restituzione di quanto le rimaneva del malloppo sottratto al Tesoro americano.

Benché fisicamente vulnerabile e costretta sulla sedia a rotelle, un ricco commerciante si era invaghito di lei.

Super non la trattenne, sarebbe stato inutile e l'avrebbe provata ancora di più.

Ma quando si ammalò gravemente, attaccata dal cancro, conseguenza della sua salute sempre precaria, chiese di tornare da lui, che sapeva essere l'unico veramente affezionato a lei.

Anche questa volta Super acconsentì.

Hannah proprio non riusciva ad accettare di finire la sua esistenza fra le braccia di un modesto poliziotto, ma d'altra parte doveva accontentarsi. Sapeva che degli altri uomini non poteva fidarsi.

E le sue condizioni peggioravano, nonostante l'assistenza costante di Minter.

«Ho tentato l'ultimo colpo, Pat; ma la fortuna non gira più dalla mia parte...», alludeva alla storia con il commerciante di Londra. «Mi ha portato sfortuna allontanarmi da te».

Sapendo che, a meno di non mutilarla anche degli intestini, non aveva molto da vivere, Super la scarrozzava in giro come piaceva a lei, nella dolce campagna inglese.

Ma quando il medico le mise fretta, dichiarando che stava per raggiungere il punto di non ritorno, oltre il quale il cancro l'avrebbe definitivamente invasa, Hannah decise di giocarsi l'ultima carta: l'ennesimo intervento chirurgico per farsi svuotare dalle budella marce.

Dopo la chirurgia, ormai bloccata a letto, irrequieta come una grossa biscia, sempre più inseguita dai suoi fantasmi, costretta a trascinarsi avanti giorno per giorno, solo per il gusto di vivere, si lasciò sposare dal vecchio poliziotto e divenne infine la signora Minter, detta la Super Signora.

«Non sei un ripiego per me», ebbe il coraggio di dirgli.

Ma anche ridotta così, sempre più invecchiata, tirata e sofferente, era in grado di stupire come una brezza di primavera fuori stagione, con la camicetta scollata e la sua voglia di vivere, o meglio di allungarsi l'agonia.

Tornare su quella carrozzina tanto odiata, adesso sarebbe stato un successo.

Chiunque passasse a trovarla, non poteva fare a meno di rimarcare come fosse ancora una bella donna, nonostante tutto quello che le era capitato e gli anni sul groppone.

MInter era spesso costretto a fornire notizie sulle sue condizioni di salute ai tanti colleghi che glielo chiedevano in vario modo: telefonando, passando, scrivendo.

Al Comando di polizia nacque la bacheca della Super Signora, per tenere tutti aggiornati sulle condizioni di Hannah; in particolare, Lattimer utilizzò i colori che venivano impiegati sulle strade dal nuovo semaforo elettrico: un disco verde in bacheca indicava salute accettabile, sotto controllo, visita facoltativa; un disco giallo: alcune complicazioni, rischio di aggravamento, visita consigliata; un disco rosso: crisi acuta in corso, pericolo imminente, visita obbligatoria.

E Super dirigeva il traffico.

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