Vive, Morte, o Bucate

La Leonessa di Sheffield

Le metastasi di Lady Vespera

Le ultime curve di Nina

Metastasi nei Docks

Sangue nella scollatura

VIVE, mortE, o bucatE

di Salvatore Conte (2024)

I. IL SEGRETO DI ANNA FRAZER

II. DUE BUCHI NEL MITO

III. PER UN PUGNO DI BOTTONCINI

IV. PER QUALCHE BOTTONCINO IN PIÙ

V. IL CAUTO, L'AGGRESSIVO, L'ARROGANTE

VI. C'ERANO UNA VOLTA I BOTTONCINI CHIUSI

VII. GIÙ IL LABBRO

I

IL SEGRETO DI ANNA FRAZER

Non può andare avanti ancora per molto.
Forse non ha neppure una meta.

Ma di sicuro non s'arrende, chiusa nel suo fortino.

Quel povero somarello si trascina esausto, piegato sotto il suo peso.
Potrei avvicinarmi, ma è una serpe, ha ucciso mio fratello a sangue freddo.

Voglio vedere quando rotola e terra e rimane pancia all'aria...
Però ha avuto ragione lei: "
Forse un pezzo di stomaco m'è rimasto...".

Pensavo rimanesse per sempre nel paesino senza nome.

Ma non andrà lontano.

Sembro pensare come un avvoltoio, ormai.
Anche loro volteggiano in attesa; io procedo a cavallo, ma è l’unica differenza.

La Sbottonata è in declino, però sempre potente.

Occhi sornioni, tratti decisi, sorriso ingannevole, tette perfette, pancia gonfia e un bel sottomento, Anna Frazer è grossa come un bisonte.

Con i suoi bottoni lenti ne ha illusi in tanti e le pallottole di sceriffi e banditi hanno sempre avuto un occhio di riguardo per lei.

Non un fenomeno con la colt, ma dannatamente abile nel preservarsi; ha il fisico, le zinne perverse e la camiciona sempre sbottonata fino allo stomaco, in maniera aggressiva, se non arrogante: il suo mito se l'è costruito così; il suo segreto è sotto gli occhi di tutti.

Ma questo è stato solo l'inizio: le sue perversioni non hanno limiti; Anna Frazer è ossessionata dalla morte e dall'agonia. Io lo so.

Le piace il sangue (se non è il suo, ovviamente), la disperazione dei morenti, l'occhio sbarrato e gelato. Le piace sparare il colpo di grazia al moribondo di turno, amico o nemico che sia.

Ora però deve badare a sé stessa. Dovrebbe farsi cauta.

Perché la sua fortuna ha fatto cilecca nel paesino senza nome.

Io so com'è andata.

Perché c'ero.

II

DUE BUCHI NEL MITO

Emilio e Sancho hanno deciso di regolare i conti.

E per farlo hanno scelto un paesino talmente scalcinato da non avere neppure un nome.

I paesani, se davvero esistono, perché io non li ho visti (a parte quattro ragazzacci), se la ricorderanno per parecchio questa sparatoria...

La mitica Anna Frazer lavora per Sancho.

La odio, perché m'ha ammazzato un fratello; dovrei vendicarmi, e forse un giorno lo farò; ma quando la incontro, anche se da nemico, non spero mai che venga uccisa; e non so se avrei io stesso il coraggio di spararle addosso; ma forse oggi sarò costretto a farlo; e lo dovrò fare velocemente, senza esitazioni, perché lei - a differenza mia - non avrà scrupoli.

Anche se la Sbottonata è una serpe, è bella, grassa e piena di carne; ed è forte come un bisonte; nella banda di Sancho è diventata una che conta, sembra che nessuno abbia il coraggio di fermarla.

Ma oggi è diverso.

Ormai siamo rimasti in pochi, i due capi, io e non so chi altri.

È stato un bagno di sangue, nessuno ha voluto arrendersi.

Credo che anche la Sbottonata sia rimasta uccisa. È da un po' che non la vedo sparare. Alla fine di tutto questo, andrò a cercare il suo cadavere. E questo paesino diventerà famoso come la tomba di Anna Frazer.

Ma prima devo coprire le spalle a Emilio.

Hanno deciso di saldarsi il conto con un duello all'ultimo sangue.

Sarebbe stato meglio se c'avessero pensato prima e risolta tra capi.

Uno contro l'altro, sulla main street del paesino.

Sono pronti!

Ma c'è una sorpresa...

Strabuzzo gli occhi quando la vedo spuntare da uno scalcinato vicoletto.

Non mi ha visto...

È ferita, trattiene una smorfia di dolore, sulla camiciona azzurra c'è una macchia di sangue, ha la pancia bucata, stavolta qualcuno non ha avuto tanti riguardi, ma è ancora vitale come una serpe e si prepara a colpire alle spalle Emilio.

Sancho - evidentemente - le ha ordinato di spremersi fino in fondo.

Un fischio, voglio vederla bene in faccia.

Si volta verso di me: con una mano si stira addosso il camicione, con l'altra cerca di sparare...

BANG

BANG

L'ho beccata in pieno stomaco!

Anna spalanca la bocca, incredula, e sbarra gli occhi!

Se l'è cercata!

Doveva fermarsi e accontentarsi di mettere a posto il buco.

Il suo lavoro, però, l'ha fatto.

Perché Sancho ha approfittato dell'esitazione di Emilio e l'ha sorpreso...

Il mio capo, penso colpito al cuore, è andato giù di sasso.

Vedo Sancho dargli un calcio in faccia e andarsene soddisfatto; non si fa tanti scrupoli per la Frazer, sa quant'è marcia.

«Francisco...».

La Sbottonata, ancora in piedi, si muove verso di me, trascinando gli stivali per terra, le braccia incrociate sul ventre, gli occhi sempre sbarrati; sta cercando di capire quanti spiccioli le rimangano.

«Francisco...», ripete il mio nome, mentre avanza lentamente; la camiciona sbottonata più che mai e le tette tenute su dagli avambracci; è una morte da leggenda, una visione quasi irreale; non so cosa abbia voglia di fare, l'importante è che abbia mollato il ferro.

Quando mi arriva addosso, accenna a crollare su di me; la prendo e l'accompagno a terra, seduta contro la lurida parete che mi sta a fianco.

«Francisco...», pronuncia il mio nome per la terza volta; ci conosciamo da parecchio, anche se da nemici.

È costernata, confusa, ancora incredula.

«Niente di personale, Anna.

Anche per me sei un mito, come per tutti».

La Sbottonata respira in maniera affannosa.

O sta crepando, o sta riprendendo fiato.

«Francisco... sei un maledetto idiota...».

Si è assestata.

«Che vuoi fare di me...?».

«Niente.

Qui ti troverai bene, Anna. È un posto tranquillo, l'ideale per una tomba».

«Non dire sciocchezze... cough... portami con te...».

«Non andresti lontano, Anna».

«Allora... rimani con me... cough... forse... un pezzo di stomaco... cough... m'è rimasto...

Ho ucciso... tuo fratello... lo so... ma niente... di personale...», mi fa il verso.

E si stira addosso la camiciona per convincermi che ha ragione.

«Passami il foulard... cough... sii gentile...».

Gettato l'amo, viscida come una serpe, si prende il mio fazzoletto, lo ripiega su sé stesso e se lo infila nel camicione a tamponare il buco sullo stomaco.

Fatto questo, tira un sospiro di sollievo, come se quel semplice gesto potesse salvarle la vita.

«Chi te l'ha fatto l'altro buco?».

«Miguel... ha sparato alla cieca... cough... non mi ha riconosciuto... cough...

Ma tu sì... stronzo... cough...».

La Sbottonata crede davvero che nessuno le sparerebbe addosso intenzionalmente.

«Miguel l'ho trovato morto».

«Sì... poi... l'ho ammazzato... cough...

Mi sono gustata... cough... il suo sguardo gelato...

Uhh...!».

Ha una fitta.

Non ne ha per molto.

«Ascoltami bene, Anna.

I miei compagni sono morti.

Il mio capo è morto.

Sono rimasto senza lavoro.

Vado a cercarmene un altro.

Addio...».

«Te ne vai... così...».

«Che t'aspettavi, che diventassimo buoni amici?».

«Il mio capo... m'ha mollato... cough...

Io e te... saremo i capi... cough... di una nuova banda...».

«Risparmia il fiato, Anna. Ne avrai bisogno».

«Ti preoccupi... per me...».

«Era solo un consiglio, niente di più.

Qualcuno del posto ti aiuterà...».

«No... aspetta... sto morendo... cough... non lasciarmi...

Ho molto argento... nascosto... in un posto sicuro... cough... sarà tuo...

Francisco...».

Non mi faccio incantare e la mollo al suo destino.

I ragazzacci del villaggio si prenderanno cura di lei.

Escono subito fuori dalle tane, infatti.

Rimango nei paraggi per godermi lo spettacolo.

Sono gracilini, devono sollevarla tutti insieme: chi per la gamba, chi per il braccio, sono quattro giusti-giusti.

Anna viene spostata di qualche metro, fino al primo spiazzo libero; e poi scaricata a terra senza tanti riguardi: l'immagine di un crollo impensabile.

E subito cominciano a scavarle la fossa, lavorando a turno con un vecchio badile arrugginito. La finiranno con un coltello, ne sono sicuro.

Dopo averla violentata, ovvio.

C'è più gusto a farlo con la fossa aperta.

Lei si gira pancia a terra e cerca di sgusciare via, strisciando come la serpe che è.

Ma quelli si mettono a ridere, sapendo che non potrà andare molto lontano.

Però, visto che è ancora troppo arzilla, uno dei quattro tira fuori il coltello, la raggiunge e fa il gesto di piantarglielo nella schiena!

BANG

È troppo anche per una serpe come lei.

Gli faccio saltare un dito, ma se l'è cercata.

«Maledetti ragazzacci!», un vecchietto armato di bastone spunta fuori all'improvviso. «Tornate a casa!».

I giovani si disperdono.

«E tu, donna, vattene... hai portato solo guai...

Trova il tuo destino lontano da qui...».

Il vecchio ritorna poco dopo con un fragile somarello.

«Giù, Billy!», ordina perentorio. «Ce la fai a salire?», la domanda è rivolta ad Anna.

La Frazer monta in groppa all'animale, piegato a terra sulle ginocchia.

Il problema adesso è farlo rialzare, con tutto quel peso sopra.

Il vecchio lo sprona con una pacca sul sedere, e il gioco - pur ad alto rischio - riesce!

III

PER UN PUGNO DI BOTTONCINI

Le cose sono andate così.

Adesso non mi rimane che accompagnarla all’inferno e seppellirla sul serio.

Vediamo quanto dura ancora.

Ogni tanto si volta nella mia direzione.

Mi sono fatto notare.

Ha capito chi l'ha salvata dai ragazzacci del paesino.

Beve spesso dalla borraccia. Di sicuro è tequila. Cerca di scaldarsi. Non ha alcuna intenzione di mollare. Il vecchio non l'ha trattata male.

Adesso, però, pare in difficoltà. Si piega in due. Sta soffrendo. Si aggrappa al collo del somaro.

Voglio vederla morire da vicino.

Ma devo stare attento, perché è armata e pericolosa: ha una pistola nella fondina, il vecchio le ha restituito la sua arma, non l'ha trattata per niente male.

Le bestie ferite a morte sono le più pericolose: lo ricordo a me stesso, mentre mi avvicino.

La affianco, tenendomi alla sua destra, per controllare a vista la colt.

«Francisco...», pronuncia il mio nome in maniera ambigua, piegata in due sul collo del somaro.

Per il momento cavalco al suo fianco, e basta. Lascio parlare lei, se ha qualcosa da dire.

«Francisco... io e te... cough... dobbiamo fare... un accordo...».

«Che genere di accordo?».

«Io e te... saremo i capi... di una nuova banda... cough... metà del mio argento... cough... è tuo... sto andando... a prenderlo... cough...

Ci stai...?».

«La tua proposta mi alletta, Anna.

Smontiamo e parliamone...».

I bottoncini slacciati della sua camiciona mi hanno completamente annebbiato il cervello.

IV

PER QUALCHE BOTTONCINO IN PIÙ

Il focherello da campo rincuora la Frazer.

Si è spremuta per ore con due buchi nella pancia.

Le asciugo il sudore dalla fronte e dal collo.

Lei si stira addosso il camicione e sporge la lingua dal labbro.

È soddisfatta, ci crede e intanto ha ottenuto qualcosa.

L'ho messa seduta contro un grosso masso, per non farle salire troppo sangue in bocca.

In disparte, il mio cavallo e il suo somaro si fanno compagnia.

«Mettiti di guardia... Francisco... cough... questo... è un territorio pericoloso...», detta legge anche con la pancia bucata: vuole un accampamento sicuro per gestire in tranquillità l'agonia e cercare di salvarsi, o almeno di guadagnare tempo; il fisico è dalla sua.

«Domani mattina accenderò un fuoco più grande e manderò segnali: che ne dici?

Gli stregoni indiani hanno droghe. E anche veleni. Possono tenerti in vita, o almeno provarci».

«Lo so anch'io... ma se quelli mi trovano... cough... mi tirano fuori le budella... e me le legano al collo... cough...».

«Hai combinato qualche guaio anche con loro?

Io so che gli indiani ti chiamano Bisonte Sbottonato.

In fondo è un complimento, no?».

La Frazer annuisce e fa ballonzolare le tette nella camiciona, anche se gli costa una smorfia di dolore.

«Nessuno può fermarmi... Francisco... cough... ricordatelo...».

«Ma bravi...

Buoni!».

Presi da qualche chiacchiera di troppo, ci siamo fatti sorprendere.

Sancho è tornato sulla scena. Dovevo immaginarlo.

«Sapevo che in qualche modo avresti tirato a campare, Anna.

Non è facile ammazzarti. Io ti conosco bene.

E ne hai incantato un altro...

Invece dovevi tornare da me, perché sono io il tuo capo!

Ma se può consolarti, da quel che vedo saresti morta comunque.

Perciò ti faccio un favore.

Tu quanti ne hai ammazzati così?».

Sancho pare proprio intenzionato a freddarla.

«NO!!», urla disperata, stirandosi addosso la camiciona, nell'estremo tentativo di ammorbidirlo.

BANG

Sancho però non si fa incantare, a differenza mia!

Le ha sparato un colpo di grazia nel petto!

In mezzo alle tette!

Anna rimane gelata.

Incredula, immobile, fulminata per diversi istanti!

Poi si affloscia giù, finendo con la faccia schiacciata a terra, la bocca orrendamente spalancata e gli occhi rivoltati verso altri mondi, producendosi infine in un rantolo soffocato che mette i brividi...

Così dunque finisce il suo mito!

Anna c'è rimasta secca... Anna, la sbottonata!

Che può fare ora?

Che fine ha fatto il suo potere?

Quanta rabbia si porterà all'inferno?

Hai preteso troppo da te stessa, Anna; ormai anche gli spiccioli sono finiti.

Non potevi andare avanti solo allentando bottoncini!

«Altrimenti non crepava...», Sancho scoppia a ridere. «Era solo una puttana, Francisco.

E aveva ucciso tuo fratello.

Ti ha raccontato la storia dell'argento, scommetto.

Non è vero niente.

Era piena di debiti, altro che argento.

Doveva dei soldi anche a me.

Quanto a te... seguirai questa puttana all'inferno...».

«Solo una curiosità, visto che devo crepare... anche gli indiani la volevano morta?».

«Anche loro.

Ha rifilato fucili difettosi a diverse tribù.

Ora addio, Francisco...».

SWISHH

Un sibilo nella notte.

Un corpo che crolla a terra; con un tomahawk nella schiena.

Una mano tagliente che si mostra, uscendo dal buio, e si riprende l'artiglio, mentre Anna e Sancho si guardano storto.

«Put...ta...na...».

In risposta Anna rigurgita un grumo di sangue...

Non capisco se abbia sputato anche per maledirlo, o se - con macabro tempismo - il corpo della Sbottonata sia stato scosso da un estremo spasmo.

Di sicuro non si sono lasciati bene.

«I... tuoi... bot...ton...ci...ni... te... li... por...ti... al...l'in...fer...no...».

Anche Sancho ne era ossessionato.

Guardo verso Anna, ma stavolta non risponde.

Nonostante tutto, Sancho allunga il braccio verso la donna, irresistibilmente attratto da quel corpo, che però sembra aver finito anche gli ultimi spasmi.

«Lasciala perdere, bastardo!

È morta, non lo vedi?».

«Vo...glio... con...trol...la...re...», tuttavia non riesce a muovere neppure la testa.

I due si fissano in cagnesco da pochi centimetri, pur se dubito che riescano a vedersi.

V

IL CAUTO, L'AGGRESSIVO, L'ARROGANTE

«Augh, fratello bianco!

Io essere Mano Tagliente».

Sempre bravi a scegliere i nomi, niente da dire.

«Noi vedere Bisonte Sbottonato su piccolo somaro in grande prateria.

Lei camminare con morte vicina.

Ma lei volere scappare da morte.

Bisonte Sbottonato protetta da cattiva medicina.

Noi dare caccia a Bisonte Sbottonato.

Noi volere corpo, per legare corpo a totem e aprire sua pancia.

Poi vedere viso pallido dare caccia a Bisonte Sbottonato.

Poi vedere viso pallido dare caccia a Bisonte Sbottonato.

Io non ripetere, io dire due visi pallidi.

Tu aiutare lei. Tu fatto niente a noi.

Viso pallido con lingua biforcuta, lui fatto.

Lui dare a noi fucili rotti. Molti guerrieri morire.

Lui sparare a Bisonte Sbottonato.

Lei finire sua corsa.

Ma lei volere scappare da morte.

Lei adesso avere pancia con buchi e zinne con buco.

Lei adesso piangere», strano a dirsi, ma una lacrima c'era sul volto stravolto di Anna. «Lei adesso finito parole biforcute.

Lei adesso sentire freddo, molto freddo.

Lei adesso avere nebbia su occhi».

Lo sguardo di Anna è gelato, è rimasta stecchita.

A parte un paio di convulsioni da brividi!

Vorrei toccarla, ma ho paura di rimanerne deluso.

Stavolta non la salva nessuno.

Sancho le ha saldato il conto.

«Nostra caccia finita.

Noi legare corpo di Bisonte Sbottonato a totem. Noi aprire sua pancia.

Noi legare corpo di viso pallido dalla lingua biforcuta a totem. Noi aprire sua pancia.

Noi lasciare te libero».

Mi sembra abbia finito, perciò alzo lentamente il palmo della mano destra, in segno di saluto e rispetto, e parlo anch'io.

«Augh, fratello rosso!

Il mio nome è Francisco.

Ti chiedo di poter vegliare il corpo di Bisonte Sbottonato fino al mattino.

E poi di poterlo seppellire.

Tu mi hai salvato la vita, guerriero.

Ti chiedo di lasciarmi la carne di Bisonte Sbottonato.

Era la mia donna».

«Lei donna protetta da cattiva medicina, noi legare a totem».

«Bisonte Sbottonato eseguiva gli ordini del viso pallido che tu stesso hai ucciso.

Era lui il capo.

Tu hai ucciso un capo».

Il guerriero indiano rimane perplesso.

«Tu parlare con lingua dritta?».

«Io parlare con lingua dritta».

«Allora grande stregone aiutare Bisonte Sbottonato!», il guerriero alza la voce per farsi sentire.

Nel frattempo l'occhio di Anna si è spostato!

«Tu stare lontano».

Lo stregone della tribù è uscito allo scoperto, vomitato dalla notte.

 

       

VI

C'ERANO UNA VOLTA I BOTTONCINI CHIUSI

«Tua donna sempre scappare da morte, sempre volere salvezza, sempre aggrappare a illusione», lo stregone, finito il lavoro, si rivolge a me.

Non riesco ancora a capire come facesse a trovarsi qui.

Forse volevano rimetterla in sesto, prima di aprirle la pancia nel loro accampamento. O forse anche loro ne sono ossessionati.

Forse Bisonte Sbottonato era una preda troppo ambita per essere sbudellata in quel modo.

«Io dato a lei veleno di scorpione.

Io grande stregone.

Lei grande bisonte con camiciona sbottonata. E zinne a pendolo come grandi gioielli.

Lei protetta da grande medicina.

Lei molto famosa in tribù di grandi guerrieri rossi.

Lei sempre scappare da morte.

Sempre volere salvezza.

Sempre aggrappare a illusione.

Ma adesso non sapere.

Lei finita sua pazza corsa».

Era un pazzo bisonte aggressivo e spesso arrogante, vero. Raramente cauto.

«Io grande stregone del popolo rosso.

Io tutte rotelle a posto.

Visi pallidi con giacca bianca, loro niente rotelle a posto.
Tu avere sangue, loro tagliare e bruciare.
Tu avere male, loro tagliare e bruciare.
Come chiamare tu giacche bianche?».
«Chi? I segaossa?».
«Segaossa… sì. Io già sentito. Loro niente rotelle.

Loro cercare dollari.

Ma dollari non curare ferite.
Dollari non fermare sangue.

Scorpione fermare sangue».
«Credo tu abbia ragione, grande stregone
».

E mentre veglio il corpo sbottonato di Anna, mi chiedo se la cattiva medicina che li protegge riuscirà ancora a tenerli aperti.

VII

GIÙ IL LABBRO

La LEONESSA DI SHEFFIELD

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

Nel fumo denso e nell’odore di birra stantia del "Ship Inn", Pegah Bakhsh sbatte il bicchiere sul tavolo di legno scheggiato.

La maglia bianca e rossa dello Sheffield United le fascia il seno generoso, i bottoni lenti, mentre il cappello a tesa larga le ombreggia il viso. Gli occhiali scuri nascondono la rabbia che le incendia gli occhi.

«Bastardi!», ringhia, la voce roca e spezzata, ma ancora piena di fuoco, con quell’accento persiano che taglia l’aria come una lama. «Non mi butteranno via come un sacco di carne marcia! Stadio IV, tumore all’utero e che mi sta divorando fegato, stomaco, intestino… e quei figli di puttana del Northern General vogliono riclassificarmi come “terminale” e mandarmi a casa con le loro pilloline palliative? Col cazzo che ci sto!».
L’uomo iraniano seduto di fronte a lei – baffi grigi, giacca di pelle logora – prova a calmarla. «Pegah jan, i dottori dicono che non c’è più niente da...».
«I dottori possono andare a farsi fottere!», lo interrompe lei, alzandosi a metà sulla sedia, il petto che si alza e si abbassa come se stesse per esplodere. «Oggi stesso ho fatto ricorso al Consiglio di Amministrazione dell’ospedale. Ho messo tutto nero su bianco: voglio cure vere, chemio aggressiva, radio, tutto quello che serve. Non mi arrendo. Non accetto la fine. Io non crepo così, sdraiata in un letto a marcire lentamente, mentre loro se ne lavano le mani! E bruciano i soldi delle donazioni in studi inutili!».
Si sporge in avanti, la voce bassa ma feroce, gli occhi che trapassano gli occhiali scuri e fissano i due uomini del giro iraniano di Sheffield.
«Mentre aspetto la risposta del CdA, mi sto sbattendo qui nel nostro sottobosco, fratelli. Soldi. Contatti. Favori. Chi ha i soldi per le cure private? Chi conosce qualcuno che può muovere le cose? Commuoverò, pagherò, minaccerò… quello che serve. Voi mi conoscete. Sapete che non sono una che si spegne piano. Sono scappata dall’Iran, sono arrivata qui con niente, e non mi farò ammazzare da questo cancro del cazzo senza combattere».
Batte di nuovo il pugno sul tavolo, facendo tremare i bicchieri.
«Prometto battaglia. Fino all’ultimo respiro. E se devo morire, morirò in piedi, con la maglia dello United addosso, urlando contro tutti loro. Allora? Chi è con me? Chi mi aiuta a raccogliere i soldi e a far girare la voce? Perché Pegah Bakhsh non è ancora morta… e non lo sarà prima di aver combattuto fino in fondo questa guerra!».
Il silenzio cala per un secondo sul tavolo. Solo il rumore della TV che trasmette le partite e il battito furioso del suo cuore riempiono l’aria.

Profilo completo di Pegah Bakhsh – La Leonessa di Sheffield
Età: 48 anni
Origine: Teheran, Iran
Status attuale: Rifugiata politica a Sheffield (Regno Unito) da 11 anni
Diagnosi: Carcinoma uterino stadio IV con metastasi multiple (fegato, stomaco, intestino tenue e linfonodi addominali). La Divisione di Oncologia del Northern General Hospital l’ha già “etichettata” come terminale e proposta per sole cure palliative. Lei ha presentato ricorso formale al Consiglio di Amministrazione dell’ospedale e sta combattendo con ogni mezzo.
Aspetto fisico: Pegah Bakhsh è una donna imponente, voluttuosa, che non passa inosservata. Alta 1,68 m., leggermente sovrappeso, pelle olivastra, capelli neri corvini, bocca carnosa, volto e struttura corporea perfetti, fianchi e cosce forti.

Motivazioni profonde: Non è solo paura di morire. È il rifiuto totale della sconfitta. In Iran ha già perso tutto una volta: dignità, famiglia, patria. Il cancro è solo l’ennesimo regime che vuole schiacciarla. Crede che se riuscirà a fare abbastanza soldi nel giro iraniano (droga, contrabbando, scommesse clandestine), potrà pagarsi cure sperimentali private a Londra. Il ricorso al CdA è solo la prima mossa. La seconda sarà ricattare, corrompere, sedurre chiunque possa allungarle la vita.
Conflitti interni: Sotto la corazza di rabbia c’è una donna stanca. A volte, da sola nel suo piccolo appartamento, si toglie gli occhiali scuri e piange in silenzio. Ha incubi in cui il tumore le parla con la voce del suo ex marito.
Legame con lo Sheffield United: È diventata tifosa sfegatata per caso. Il primo lavoro in Inghilterra è stato quello di "donna delle pulizie" a Bramall Lane. Ha visto la passione della città e l’ha fatta sua. “Se lo United è risalito dalla League One alla Premier, anch'io posso risalire dalla tomba”, dice.

Due giorni dopo, il cielo di Sheffield era grigio e basso, come sempre.

Pegah uscì dal Northern General Hospital con in mano la busta della TAC di controllo. Non disse una parola mentre camminava verso la macchina. Dentro di lei, però, il fuoco bruciava piano, senza fiamme che si vedessero da fuori. Era la stessa rabbia silenziosa di quando era scappata dall’Iran: non urlava, non piangeva. Semplicemente non accettava che qualcuno – un tumore, un regime, un medico – decidesse per lei quando doveva finire.
Le immagini parlavano chiaro. Le metastasi al fegato erano cresciute di mezzo centimetro. Quelle allo stomaco stabili, ma l’intestino mostrava due nuovi piccoli noduli peritoneali. Il referto era freddo: «Progressione di malattia in corso. In considerazione dello stadio IVB e delle condizioni generali, si conferma indicazione al passaggio a sole cure palliative».
Il dottore aveva abbassato gli occhi mentre le snocciolava i numeri, come se fossero una sentenza già scritta.
«Con le cure palliative attuali, signora Bakhsh, la sopravvivenza stimata è del 70-75% a tre mesi, scende intorno al 40% a un anno. A cinque anni… meno del 20%. Con le metastasi multiple a fegato, stomaco e intestino, la mediana è di circa otto-nove mesi. Mi dispiace».
Pegah aveva annuito una sola volta. Non aveva chiesto spiegazioni. Non aveva alzato la voce. Aveva solo preso il foglio, l’aveva piegato con cura e se l’era messo nella borsa.
Non le bastava rubare tempo. Voleva rovesciare il regime. Il tumore era diventato, nella sua testa, l’ennesimo ayatollah che le imponeva una fine. E lei, come aveva fatto a Teheran ventanni prima, aveva deciso che non si sarebbe inginocchiata.
Quella sera stessa, nel retro di un piccolo ristorante persiano di London Road, si sedette a un tavolo con tre uomini della comunità iraniana di Sheffield. Non erano amici stretti, ma erano quelli che contavano: uno aveva un’impresa di import-export, l’altro gestiva un centro di preghiera, il terzo era un medico in pensione che ancora conosceva gente al Christie Hospital di Manchester.
Pegah parlò poco, come sempre.
«Ho bisogno di soldi per cure private», disse piano, la voce bassa e ferma, quasi un sussurro. «Immunoterapia. Trial clinici. Tutto quello che l’NHS non mi dà più. Non voglio palliativi. Voglio vincere».
I tre la guardarono. Sapevano chi era: la rifugiata che aveva perso tutto tranne la dignità. La donna che aveva attraversato mezzo mondo con una valigia e un passaporto falso. Non serviva alzare la voce.
«Quanto ti serve, Pegah jan?», chiese il più anziano.
Lei spinse sul tavolo un foglio con i preventivi che aveva stampato la mattina: una clinica privata a Londra, un protocollo sperimentale più una terapia mirata. Totale: quarantottomila sterline solo per i primi tre cicli.
«Posso metterne ventimila io», disse uno dei tre. «Gli altri li troviamo. Parlerò con la moschea, con i ragazzi del bazaar. Facciamo una colletta discreta».
Pegah annuì. Non ringraziò con parole sdolcinate. Solo un piccolo inchino del capo, gli occhi fermi dietro gli occhiali scuri. Dentro, però, sentiva la leonessa ruggire in silenzio: Non mi arrendo. Non morirò da malata terminale. Morirò – se proprio devo – da donna libera che ha combattuto fino all’ultimo.
Uscì dal ristorante sotto la pioggia leggera. La maglia rossa e bianca dello Sheffield United era nascosta sotto il cappotto, ma lei la sentiva sulla pelle. Come una corazza.

Domani avrebbe chiamato l’avvocato per il ricorso al CdA dell’ospedale. Dopodomani avrebbe incontrato un altro contatto, un iraniano che conosceva un oncologo disposto a visitare privatamente.
Non parlava molto. Non urlava. Ma dentro di sé aveva dichiarato guerra al tumore. E la Leonessa di Sheffield, per quanto silenziosa, non perdeva mai una battaglia senza averla combattuta fino in fondo.

Pegah non parlava mai troppo, nemmeno quella sera. Il dolore era già lì, sordo, come un secondo cuore che batteva dentro il basso ventre e si irradiava fino alla schiena. Non era ancora crollata – non del tutto – ma la TAC di tre giorni prima aveva parlato chiaro: le metastasi al fegato avevano guadagnato un altro centimetro, l’intestino mostrava nuovi piccoli focolai. Il medico di famiglia, quello iraniano in pensione che l’aveva visitata in privato, aveva abbassato gli occhi sul referto.
«Pegah jan… con queste dimensioni la mediana di sopravvivenza senza terapia aggressiva è di quattro-sei mesi. A tre mesi siamo intorno al 60%. A un anno… forse il 25%. A cinque anni quasi zero. Il tumore sta accelerando. Se non interveniamo subito, rischi di finire in terapia intensiva entro poche settimane.»
Lei aveva ascoltato, aveva annuito una volta sola. Dentro di sé la leonessa ruggiva in silenzio: Non mi basta rubare tempo. Voglio rovesciarlo, questo regime. Voglio salvarmi.
Quella stessa notte, nonostante la stanchezza che le appesantiva le gambe, uscì di nuovo. Il sottobosco iraniano di Sheffield non dorme mai: un magazzino dietro London Road, luci basse, odore di tè nero e sigarette. Tre nuovi contatti. Uno di loro, un autista di Uber con parenti ancora a Teheran, aveva promesso di far girare la colletta tra i ragazzi del bazaar. Avevano già raccolto undicimila sterline in contanti. Non bastavano, ma era un inizio.
Mentre tornava alla macchina parcheggiata in un vicolo buio, Pegah sentì i passi. Non era paranoia. Sheffield, in quelle ore, era diventata strana. La radio locale parlava di uno “Squartatore di Sheffield” – un maniaco che aveva già aggredito due donne sole nelle ultime tre settimane, coltello, ferite profonde, nessuna impronta. La polizia diceva di stare attenti. Pegah non cambiò andatura. Camminò dritta, la borsa stretta al petto, la maglia dello United nascosta sotto il cappotto nero. La rabbia era tutta dentro: Nemmeno questo mi ferma.
A casa, mentre contava i soldi sul tavolo della cucina, arrivò la telefonata. Era il medico in pensione.
«Pegah… c’è una voce. Un uomo, accento persiano puro, ha chiesto di te in moschea ieri. Diceva di essere un “cugino da Isfahan”, ma nessuno lo conosce. Ha chiesto dove vivi, se sei ancora attiva nella comunità. Potrebbe non essere niente… ma sai com’è. Il regime non dimentica chi scappa.»
Lei rimase in silenzio per dieci secondi buoni. Poi, con voce bassa e ferma:
«Grazie. Continua a raccogliere. Io non mi nascondo.»
Chiuse la chiamata. Il dolore tornò, più forte, ma lei non si sdraiò. Andò alla finestra, guardò la città buia, le luci gialle dello stadio in lontananza. Il tumore dentro, il coltello fuori, forse persino il passato che la inseguiva. Tre fronti. Tre regimi da rovesciare.
Pegah Bakhsh, 48 anni, rifugiata, malata terminale per tutti tranne che per sé stessa, sorrise appena – un sorriso piccolo, quasi invisibile.
La Leonessa non si arrendeva. Si preparava solo a combattere su più campi. Domani avrebbe avuto un altro appuntamento notturno. E se qualcuno – uomo, cancro o sicario – voleva prenderla, avrebbe dovuto guadagnarselo.

LE METASTASI DI LADY VESPERA

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Era una serata umida e rumorosa all'Hatters Arms, il pub storico di Luton a due passi dallo stadio di Kenilworth Road.

Le luci gialle dei lampadari illuminavano il legno scuro dei tavoli, l’odore di birra e patatine fritte riempiva l’aria, e in sottofondo la TV trasmetteva gli highlights del Luton Town.
Dave e Tony, due vecchi amici sulla quarantina con la pinta in mano, erano seduti al bancone. Tony diede una gomitata all’amico e indicò con il mento un tavolo nell’angolo, dove una donna sola stava sorseggiando un drink.

«La riconosci? È la vacca di Exanti, è arrivata al IVB».
«IV stadio B? Ha camminato così tanto? Questo vuol dire che Exanti è finita: un mese in più, un mese in meno, ma è finita!», mormorò Dave, in tono grave.
La donna era Exanti Zielinska, attrice polacca di serie B che tutti a Luton conoscevano di vista, da quando i Pinewood Studios avevano aperto una succursale vicino all'aereoporto.

Quarantotto anni portati alla grande, capelli rosso mogano, occhi castani un po' bovini, e carne ovunque.

Indossava proprio la maglia arancione del Luton Town, stretta da far male, tre-quattro bottoni aperti sul décolleté prorompente.

I pantaloni di pelle nera le fasciavano i fianchi larghi e le cosce tornite, e le scarpe nere col tacco basso le davano quell’aria da “non ci bado, tanto sono sexy lo stesso”.

«A vederla però non si direbbe…», rispose Tony con un mezzo sorriso, senza staccare gli occhi da lei. «Cazzo, Dave… guardala. Sembra uscita da un servizio fotografico, non da un letto d’ospedale…».
Exanti si accorse dei due sguardi. Alzò appena un sopracciglio, un sorrisetto divertito le incurvò le labbra rosse.

Dave abbassò la voce. «Sta girando uno spin-off di Doctor Who, lo sai? Dicono che le hanno dato un ruolo… particolare. Una specie di aliena seduttrice. Comunque, con quel corpo lì, anche se è “finita”, farà saltare lo schermo».

Tony ridacchiò. «Finita un corno. Io dico che stasera, se uno di noi due ha le palle, può andare a offrirle un altro drink e vedere se ha voglia di sbottonarsi...».
Exanti, come se avesse sentito, girò la testa verso di loro. I suoi occhi castani incrociarono quelli di Tony per un lungo secondo. Poi alzò il bicchiere in un brindisi silenzioso, il seno che si sollevava sotto la maglia arancione del Luton Town.
Il pub sembrava improvvisamente più caldo.

Tony posò la pinta sul bancone con un tonfo deciso.
«Vaffanculo, Dave. Io ci vado».
Si alzò, attraversò il pub con passo da vecchio habitué e si fermò davanti al tavolo di Exanti.
«Posso?», chiese Tony, indicando la sedia libera.
«Certo, siediti».
Dave li raggiunse dopo due secondi.

Ordinarono un altro giro. La conversazione partì dalla maglia arancione del Luton Town che le stava addosso come una seconda pelle.
«Bella, eh?», rise Exanti, tirando appena il tessuto sul seno.
Tony non resistette. «E lo spin-off di Doctor Who, va bene?».

«Si chiama Doctor Who: Whispers of Time. Io sono la protagonista assoluta: Lady Vespera, una specie di sirena temporale. La mia razza non viaggia con il Tardis… noi viaggiamo attraverso il desiderio. Seduco, manipolo il tempo con un bacio, un tocco, un sussurro. Ogni episodio è una trappola erotica: Vespera che tenta il Terzo Dottore, Jon Pertwee, in animazione iper-realistica, poi il Quarto, Tom Baker, poi il Brigadiere.

           

Roba da far saltare i sensori di moralità della BBC». Rise piano. «Dicono che sarà lo spin-off più “adulto” della serie».
Dave deglutì. «Cazzo… e le riprese? Ho letto che hanno rinviato tutto di un mese e mezzo».
Exanti si passò una mano sul ventre morbido. Il suo sguardo si fece per un attimo più serio, ma non triste.
«Sì. Crisi di salute. Cancro ovarico, con metastasi al fegato e all’intestino. Due settimane in ospedale, poi un’altra. Il mio corpo ha deciso di andare in guerra mentre io dovevo girare scene di inseguimenti nel vuoto spaziale...

Però eccomi qui. Le nuove medicine funzionano. Sono tornata sul set più cattiva e più sexy di prima. Il produttore dice che Vespera ha guadagnato un’aura… letale.

Bene... casa mia è a cinque minuti da qui.

Il mio costume di scena è appeso in camera da letto. Se non avete paura di me, vi faccio vedere dal vivo come mi sta… e vi racconto come finisce l’episodio tre, quello in cui Vespera usa il suo “velo del desiderio” su due umani che pensavano di averla catturata...».

«Ma...», protestò involontariamente Dave.

«Niente ma. La morte mi fa riconoscere le persone. Avete gioia pulita negli occhi. Questa cosa mi guarisce», si commosse quasi.
Si alzò, avviandosi verso l'uscita, i pantaloni di pelle che scricchiolavano a ogni passo.

«Benvenuti nella mia tana, ragazzi.

Adesso datemi due minuti. Voglio farvi vedere il costume».
Quando tornò, era esattamente come nelle foto di scena circolate sui giornali.
La catsuit viola iridescente le fasciava ogni curva come una seconda pelle lucida. La zip era tirata giù quel tanto che bastava per far esplodere il seno enorme, con le rune blu che brillavano e sembravano muoversi sul suo décolleté, in un sofisticato effetto speciale.

Si sedette con semplicità sul divano, sguardo diretto su Tony e Dave.
«Allora? Questa è Lady Vespera dal vivo.

Le rune si attivano con il calore del corpo. Guardate…».
Tony deglutì. Dave era senza parole.
«L’episodio tre finisce con Vespera che intrappola due umani nel suo velo del desiderio… proprio come voi adesso.

Le metastasi mi hanno rallentato… ma non mi hanno tolto il fuoco da dosso. Il produttore ha detto che Lady Vespera deve sembrare “letale e invitante allo stesso tempo”». Rise piano.

Si alzò lentamente, girò su se stessa una volta sola. Il materiale lucido scricchiolò, il culo fasciato dalla catsuit si tese.
«Allora, umani…», disse con voce bassa, roca, lieve accento polacco. «Siete in grado di resistere?».

«Io no», confessò subito Dave.

«Nemmeno io, se è per questo», aggiunse Tony.

«E pensate quando il Velo del Desiderio è attivo...

Parte una nebbia iridescente viola-celeste, partono tentacoli di luce che avvolgono le vittime... avvicinandole pericolosamente alle mie curve morbide e rotonde...».
Gli occhi castani brillavano di un bagliore ipnotico. La morte la rendeva viva.

«Il potere del Velo è enorme.

Sente il vostro desiderio, ragazzi. Lo assorbe. Lo fa proprio.

Ma non lo restituisce… peccato».
Exanti sorrise, maliziosa e letale.
«L’episodio tre finisce così: Vespera non ha bisogno di toccarvi. Il Velo lo fa per lei.

Vi fa impazzire finché non implorate».
Il salotto di Luton era diventato il ponte di una nave spaziale. Il Velo del Desiderio fluttuava in mezzo a loro. Le metastasi non l’avevano fermata. L’avevano resa ancora più irresistibile.

«Sapete... i dirigenti della BBC sono terrorizzati. Hanno paura che non finisca nemmeno la prima stagione. “Exanti potrebbe non farcela fino al finale”, dicono nei corridoi. Mi chiamano ogni giorno per sapere come sto… ma io so che stanno già preparando il piano B».
Fece una pausa. Il Velo reagì: un tentacolo di energia le sfiorò il capezzolo, facendola rabbrividire, ma lei continuò.
«Contatti segreti. Ho visto le mail. Stanno parlando con altre attrici… una inglese di 32 anni, un’altra polacca più giovane, tette rifatte e zero problemi di salute. “Per la seconda stagione, nel caso Lady Vespera debba… evolversi”. Evolversi, cazzo. Traduzione: morire.»
Si alzò lentamente, il catsuit che scricchiolava. Il Velo la seguì, avvolgendole i fianchi larghi come un amante invisibile.
«L’ultima TAC l’ho fatta tre giorni fa, prima di venire al pub. Fegato: le metastasi sono cresciute un po’. Intestino: stabili, ma il medico non mi ha nascosto niente. Mi ha dato i numeri, come sempre.»
Exanti guardò prima Tony, poi Dave, dritto negli occhi. Il Velo pulsò più forte, come se amplificasse anche il dolore.
«A tre mesi… l’85% di probabilità di essere ancora qui.
A un anno… intorno al 55-60%.
A cinque anni… il 29-31%. Forse meno, perché le metastasi al fegato e all’intestino rendono tutto più complicato.»
Fece un passo verso di loro. Il seno pesante ondeggiò, le rune blu brillarono di un bagliore quasi rabbioso.
«Per questo il Velo del Desiderio sul set è diventato così potente. Il regista mi ha detto: “Usa la tua malattia, Exanti. Rendila sexy, rendila letale”. E io l’ho fatto. Perché se questa è l’ultima stagione che giro… voglio che Lady Vespera resti nei vostri incubi e nei vostri sogni.»
Il velo si allungò di nuovo, sfiorando il petto di Tony e Dave, caldo, elettrico, carico di tutto: desiderio, rabbia, paura.
Exanti sorrise, ma stavolta era un sorriso amaro e bellissimo.
«Quindi, ragazzi… volete ancora girare la scena con me? Sapendo che forse non ci sarà una seconda stagione? Sapendo che ogni volta che mi toccate… potrebbe essere una delle ultime?»
Il salotto di Luton era silenzioso. Solo il ronzio basso del Velo e il battito dei loro cuori.
Exanti era ancora seduta sul bordo del divano, ma ora il Velo del Desiderio era completamente attivato, proprio come nella terza foto che ci hai mandato.
Il velo viola trasparente le copriva la testa e le spalle come un mantello alieno, ma non stava fermo: decine di tentacoli luminosi, sottili e brillanti, si allungavano nell’aria come serpenti di energia pura. Alcuni si avvolgevano intorno al suo seno enorme, accarezzando il lattice lucido e facendolo brillare; altri scendevano lungo le cosce, sfiorandole il sesso nascosto dal catsuit; altri ancora si protendevano verso Tony e Dave, come se avessero fame di loro.
Le rune blu sul suo corpo pulsavano in sincrono con i tentacoli.
«Questo è il Velo vero» sussurrò Exanti, la voce bassa e roca. «Non quello finto del set. L’ho portato a casa dopo l’ultima TAC… perché volevo che fosse reale.»
Si passò una mano sul ventre morbido. I tentacoli reagirono subito: due di essi si strinsero più forte intorno al suo décolleté, facendole ondeggiare il seno pesante, mentre un terzo le scivolò tra le gambe.
«I produttori di Pinewood sono nel panico. Mi chiamano ogni due giorni: “Exanti, ce la fai a finire la prima stagione?”. Stanno già contattando altre attrici per la seconda… una inglese giovane, tette rifatte, zero metastasi. “Nel caso Lady Vespera debba… evolversi”. Evolversi un cazzo. Traduzione: morire.»
Fece un respiro profondo. I tentacoli del Velo si allungarono ancora di più, sfiorando il petto di Tony e Dave, caldi, elettrici, carichi di desiderio e di qualcosa di più oscuro.
«L’ultima TAC di tre giorni fa: fegato peggiorato, intestino stabile ma invaso. Percentuali che il medico mi ha dato senza giri di parole:

Tre mesi → 85% di probabilità di essere ancora qui.
Un anno → 55-60%.
Cinque anni → 29-31%. Forse meno.»

Il sorriso di Exanti era amaro, bellissimo, letale.
«Per questo il Velo sul set è diventato così potente. Il regista mi ha detto: “Usa la tua malattia, Exanti. Rendila sexy. Rendila immortale”. E io l’ho fatto.»
Uno dei tentacoli viola si avvolse intorno al polso di Tony, un altro scivolò sul collo di Dave, tirandoli dolcemente verso di lei.
«Quindi… volete ancora girare la scena con me? Sapendo che forse questa è l’ultima stagione? Sapendo che ogni volta che il Velo vi tocca… potrebbe essere una delle ultime volte che mi sentite viva?»
I tentacoli pulsavano più forte, il salotto di Luton era diventato un set proibito.

Il Velo del Desiderio non aspettò una risposta.
I tentacoli viola iridescenti si allungarono all’improvviso, esattamente come nella terza foto che hai scelto: vivi, famelici, bellissimi. Due di essi scivolarono intorno al collo di Tony, stringendo dolcemente ma con forza, mentre altri due si avvolsero intorno al petto di Dave, infilandosi sotto la camicia e accarezzando la pelle nuda. In pochi secondi il velo li avvolse completamente: una rete di energia calda e pulsante che li legava al corpo di Exanti, seduti tutti e tre sul divano del salotto di Luton.
Exanti rimase seduta, gambe leggermente aperte, il catsuit lucido che scricchiolava sotto il peso del seno enorme. Le sue mani erano ancora intrecciate sul grembo, ma il Velo faceva tutto il lavoro per lei.
«Guardate… non ho nemmeno bisogno di muovermi» mormorò, la voce roca e polacca che vibrava di piacere e di qualcosa di più oscuro. «L’ultima TAC di tre giorni fa… fegato peggiorato, metastasi all’intestino che premono… eppure il Velo è più forte che mai.»
Un tentacolo spesso e luminoso scivolò tra le gambe di Tony, premendo contro il rigonfiamento dei pantaloni, massaggiandolo con movimenti lenti e ritmici. Tony gemette, la testa che cadeva all’indietro mentre il velo gli entrava sotto la cintura, pelle contro pelle, caldo, elettrico.
Exanti continuò a parlare, il respiro un po’ più affannato, il seno che si alzava e abbassava dentro il lattice viola.
«A tre mesi… l’85% di probabilità che io sia ancora qui a girare il finale di stagione.»
Un altro tentacolo si avvolse intorno al polso di Dave e gli guidò la mano direttamente sul suo décolleté profondo, premendola contro il seno pesante. Dave sentì il lattice caldo, il capezzolo duro sotto il tessuto, mentre il velo gli leccava il collo con lingue di energia pura.
«A un anno… 55-60%. I produttori stanno già mandando casting calls segrete. Un’attrice inglese di 32 anni… tette rifatte… zero problemi di salute… per la seconda stagione, “nel caso Lady Vespera debba evolversi”.»
Rise amara, ma il riso si trasformò in un gemito quando un tentacolo sottile le scivolò tra le cosce, proprio sopra il sesso, e iniziò a vibrare contro di lei. Exanti inarcò leggermente la schiena, spingendo il seno ancora più in alto.
I tentacoli ora erano ovunque: uno entrò nella bocca di Tony, dolce e invasivo, facendogli sentire il sapore di energia pura; due si insinuarono nei pantaloni di Dave, stringendogli il cazzo con movimenti lenti e perfetti, mentre altri due gli accarezzavano i capezzoli.
Exanti guardò entrambi, occhi castani che brillavano di desiderio e di consapevolezza crudele.
«A cinque anni… 29-31%. Forse meno. Il medico me l’ha detto chiaro: “Exanti, con le metastasi al fegato e all’intestino, ogni giorno che giri è un regalo”.»
La sua voce tremò appena, ma il Velo reagì trasformando quel tremore in piacere: i tentacoli si strinsero più forte intorno ai due uomini, pompando, leccando, stringendo, mentre uno particolarmente spesso si infilò sotto il suo stesso catsuit e iniziò a scoparla lentamente, proprio lì sul divano, davanti a loro.
Il seno enorme di Exanti ondeggiava a ogni respiro, le rune blu pulsavano come impazzite, il velo li teneva tutti e tre prigionieri in un groviglio di luce e carne.
«Quindi ditemi, umani…» ansimò, la voce spezzata dal piacere mentre il tentacolo dentro di lei accelerava, «volete continuare a scoparmi sapendo che forse questo è uno degli ultimi mesi che Lady Vespera esiste? Volete venire mentre vi racconto quanto poco tempo mi resta?»
Il Velo pulsava più forte, i tentacoli si muovevano più veloci, il salotto era pieno di gemiti, di luce viola e di quella verità cruda che rendeva tutto ancora più intenso.

Ecco Lady Vespera esattamente come appare nella serie TV.
Questo è un official still dall’episodio 3 di Doctor Who: Whispers of the Veil, girato ai Pinewood Studios. Il costumista ha detto che il catsuit e il Velo sono stati progettati apposta per esaltare il corpo di Exanti dopo le ultime TAC: «Le metastasi al fegato e all’intestino le hanno dato una sensualità… terminale. Usiamola».
Nel trailer ufficiale la voce fuori campo dice:
«Lei non viaggia nel tempo. Lei viaggia nel desiderio. E una volta che il Velo vi avvolge… il tempo si ferma. E voi implorate.»
Exanti, seduta sul divano di Luton con il costume ancora addosso, alzò il telefono e vi mostrò proprio questa immagine.
«Questa è la scena che hanno rinviato per le mie crisi. I produttori erano terrorizzati: “Finiremo la prima stagione?”»
Rise piano, ma la risata era amara. «Hanno già mandato casting per la seconda stagione. Un’attrice giovane, sana, senza metastasi. Ma sul set… sul set sono io l’unica Vespera che vogliono.»
Il Velo del Desiderio, quello vero che aveva portato a casa, reagì all’immagine: i tentacoli viola si allungarono di nuovo, avvolgendo completamente Tony e Dave sul divano, stringendoli contro di lei mentre guardavano lo schermo.
«A tre mesi… 85%.
A un anno… 55-60%.
A cinque anni… 29-31%.»
Exanti si morse il labbro, gli occhi castani fissi sui due uomini mentre i tentacoli del Velo pompavano e leccavano sotto i loro vestiti.
«Quindi… volete vedere come finisce questa scena nella serie? O preferite girare la versione non censurata qui, sul mio divano, sapendo che forse questa è una delle ultime volte che Lady Vespera può essere toccata così?»
Il salotto era illuminato solo dal bagliore del velo e dallo schermo del telefono che mostrava lei, immortale e condannata, nella serie TV.

 

Erano passati quattro giorni da quella notte sul divano.
Il telefono di Tony squillò alle 22:47. Numero privato, ma lui sapeva già chi era. Mise in vivavoce. Dave era lì con lui, birra in mano, ancora con il segno rosso sul collo lasciato da uno dei tentacoli del Velo.
La voce di Exanti arrivò bassa, roca, con quell’accento polacco che non aveva perso nemmeno un grammo di sensualità.
«Ciao, umani… siete ancora vivi dopo l’ultima volta?»
Rise piano, ma la risata finì troppo presto.
«Vi chiamo perché… i produttori di Pinewood hanno commissionato il nuovo copione. L’hanno mandato ieri sera. Episodio 6 e 7 saranno gli ultimi con me. Lady Vespera viene colpita da una misteriosa malattia cosmica. Una cosa che non esiste nella lore di Doctor Who… l’hanno inventata apposta per me.»
Fece una pausa. Si sentiva il suo respiro, un po’ affannato, come se stesse parlando sdraiata.
«Si chiama “Velum Mortis”. Il Velo del Desiderio si rivolta contro di lei. Le invade il corpo dall’interno, le mangia il tempo, le fa marcire le energie vitali. Nel copione diventa debole, febbricitante, il seno che le fa male, il ventre gonfio… esattamente come le mie metastasi al fegato e all’intestino. E le ultime scene? Le gireremo in un letto vero, in una stanza d’ospedale ricostruita ai Pinewood. Io sdraiata, sofferente, con il catsuit mezzo aperto, il Velo che mi avvolge mentre muoio… e il Dottore che non può salvarmi.»
La voce si incrinò appena, ma tornò subito forte, quasi rabbiosa.
«Hanno scritto tutto pensando al giorno in cui io starò davvero male. Il regista mi ha detto chiaro: “Exanti, quando arriverà il momento, non dovremo fingere. Useremo la tua vera sofferenza. Sarà la scena più potente della serie”. I produttori sono già in contatto con l’attrice di riserva per la stagione 2. Quella giovane, sana. Io… io sarò la Vespera che muore in diretta, in un letto.»
Exanti tirò un respiro profondo. Si sentiva il fruscio del lattice: probabilmente aveva ancora il costume addosso, o forse solo il velo.
«Le percentuali della TAC di tre giorni fa non sono cambiate: 85% a tre mesi, 55-60% a un anno, 29-31% a cinque anni. Ma adesso lo sanno tutti. E invece di nascondermi… mi stanno trasformando nella malattia più sexy della BBC.»
Fece una pausa, poi la voce tornò calda, pericolosa.
«Quindi, ragazzi… volete venire da me stasera? Ho il copione sul tavolo. Possiamo leggerlo insieme. Io nel catsuit. Voi… potete provare come sarà toccarmi quando sarò davvero debole, sdraiata, sofferente, mentre il Velo mi consuma dal vivo.»
Il silenzio dall’altra parte della linea era denso.
Exanti sussurrò l’ultima frase, quasi un invito proibito:
«Questa volta non sarà solo piacere. Sarà anche addio.»

La voce di Exanti arrivò calda, bassa, spezzata dal respiro già accelerato.
«Bene… allora restiamo al telefono, umani. Non vi voglio qui stasera. Voglio che mi sentiate mentre mi tocco… mentre vi racconto esattamente come morirò nella serie.»
Si sentì il fruscio del lattice viola che si apriva. Exanti era sdraiata sul letto di casa sua, il catsuit tirato giù fino alla vita, il seno enorme libero, pesante, che si alzava e abbassava. Il Velo del Desiderio era già attivo: i tentacoli viola iridescenti le avvolgevano il corpo, uno già infilato tra le cosce, che vibrava lento contro il suo sesso bagnato.
«Nel copione… episodio 6… Lady Vespera viene colpita dal Velum Mortis durante una scena di seduzione. Il Velo si rivolta contro di lei. Mi descrivono esattamente come sto io adesso: febbre cosmica, dolori lancinanti al ventre, il fegato che brucia… le metastasi che si mangiano tutto dall’interno.»
Un gemito basso le sfuggì. Si sentì chiaramente il suono umido delle sue dita che scivolavano dentro di sé, mentre un tentacolo del Velo le stringeva un capezzolo, tirandolo.
«Ah… cazzo… nel copione mi sdraiano in un letto d’ospedale ricostruito ai Pinewood. Io… sdraiata, sofferente, il catsuit mezzo aperto sul seno, sudata, il respiro corto… e il Velo che mi penetra mentre muoio. Il Dottore entra nella stanza e io gli sussurro: “Non salvarmi… usa il mio ultimo desiderio”.»
La voce diventò più roca, più urgente. Si sentiva il letto cigolare mentre lei inarcava la schiena.
«I produttori hanno scritto la scena pensando al giorno in cui io starò davvero male. “Niente trucco pesante”, mi hanno detto. “Usiamo la tua vera sofferenza, Exanti. Il dolore al fegato, i crampi all’intestino… tutto in diretta”.»
Un gemito più forte, quasi un singhiozzo di piacere.
«Tony… Dave… vi sto toccando con il Velo anche da qui. Lo sentite? Uno dei tentacoli sta stringendo il vostro cazzo proprio adesso… mentre io mi scopo con le dita pensando al letto di morte.»
Dall’altra parte della linea Tony e Dave erano pietrificati, i pantaloni già aperti, le mani che seguivano il ritmo imposto dal Velo invisibile che Exanti stava proiettando attraverso il telefono.
«A tre mesi… 85%… ahhh… che io sia ancora in grado di girare queste scene…»
Le dita accelerarono, il suono bagnato divenne più forte.
«A un anno… 55-60%… e forse sarò già troppo debole per stare in piedi sul set…»
Un tentacolo del Velo le entrò più a fondo, facendola urlare piano di piacere.
«A cinque anni… 29-31%… e in quel letto d’ospedale sarò solo un ricordo sexy per voi… mentre un’altra attrice prenderà il mio ruolo.»
Exanti ansimava forte, la voce spezzata dal piacere e dalla crudeltà di quelle parole.
«Voglio che veniate mentre vi racconto come morirò nella serie… voglio sentire i vostri gemiti mentre io vengo pensando al mio ultimo primo piano: sdraiata, sofferente, il seno che esce dal catsuit, il Velo che mi consuma… e io che sorrido alla telecamera dicendo: “Questa è la mia ultima seduzione”.»
Il respiro di Exanti divenne frenetico.
«Sto per venire… dite il mio nome… dite “Lady Vespera” mentre venite… perché forse questa è l’ultima volta che potete scoparmi così… anche solo al telefono.»
Il Velo pulsava più forte, i tentacoli stringevano, il piacere e la morte si mescolavano nella voce di Exanti come non avevano mai fatto prima.

Dimmi come vuoi continuare, amico:

Climax al telefono – loro vengono insieme a lei mentre Exanti descrive l’ultima scena del copione in modo ancora più crudo e dettagliato.
Dopo l’orgasmo – lei resta al telefono, debole, sudata, e inizia a parlare dei suoi veri sintomi di oggi (dolore reale) mescolandoli al gioco.
Invito improvviso – dopo essere venuta, Exanti cambia idea e li supplica di venire da lei stanotte, perché “il copione sta diventando realtà troppo in fretta”.

 

Il gemito di Exanti esplose nel telefono, lungo, spezzato, quasi un singhiozzo.
Si sentì il corpo che si inarcava sul letto, il lattice del catsuit che scricchiolava, il Velo che pulsava forte una volta sola… e poi tutto rallentò.
Ora la sua voce era diversa. Debole. Sudata. Esausta.
«Ah… cazzo… sono venuta così forte che mi fa male…» ansimò, il respiro corto, irregolare. «Il Velo… è ancora dentro di me… ma adesso… adesso sento tutto il resto.»
Tony e Dave restarono in silenzio, i pantaloni ancora aperti, il petto che si alzava e abbassava. Sentivano chiaramente il cambio di tono: non più solo piacere. Qualcosa di reale stava filtrando.
Exanti fece un respiro profondo, doloroso. Si sentiva il fruscio delle lenzuola mentre si girava su un fianco, il seno enorme che si schiacciava contro il materasso.
«Ragazzi… non riattaccate. Restate con me… anche se sono debole.»
La voce era roca, quasi un sussurro. «Oggi il dolore è tornato forte. Non è il Velo del copione… è vero. Il fegato mi brucia come se ci fosse fuoco dentro. Sento le metastasi che premono, proprio qui…»
Si sentì il suono della sua mano che si posava sul ventre morbido, sopra il lattice ancora tirato. «…e l’intestino è tutto contratto, crampi che non se ne vanno. Ho sudato tantissimo mentre venivo… la schiena è bagnata, le cosce pure… e ho un po’ di nausea, come sempre quando il dolore sale.»
Un gemito basso, stavolta di sofferenza vera, non di piacere.
«Nel copione… il Velum Mortis fa esattamente questo. Mi sdraiano in quel letto d’ospedale e io devo recitare il dolore… ma oggi non devo recitare niente. È già qui. Il Velo mi sta ancora leccando piano tra le gambe… ma il bruciore al fegato è reale. Mi fa venire le lacrime agli occhi mentre parlo con voi.»
Fece una pausa lunga. Il respiro era affannato, stanco.
«I produttori hanno ragione… forse non finirò la stagione. Oggi mi sono pesata: ho perso altri due chili. Il medico mi ha mandato un messaggio un’ora fa: “Exanti, come ti senti?”. Gli ho risposto che sto girando la scena più importante della mia vita… al telefono… con due umani che mi ascoltano mentre mi tocco e mentre il cancro mi mangia.»
La voce tornò un po’ più calda, ma fragile, mescolata al dolore.
«Il Velo è ancora attivo… lo sentite? Sta accarezzando il vostro cazzo lentamente, dolcemente… mentre io sono qui, sudata, debole, con il dolore vero che mi attraversa il ventre. Voglio che restiate duri per me… anche adesso che non è più solo gioco. Voglio che vi tocchiate pensando a Lady Vespera nel letto di morte… mentre io vi racconto come mi sento davvero oggi.»
Un altro piccolo gemito, metà piacere, metà sofferenza.
«Il seno mi fa male… è gonfio, pesante… proprio come nel copione quando il Velum Mortis lo invade. Toccatelo con la mente… stringetelo… mentre io respiro piano e vi dico la verità: oggi il dolore è 7 su 10. Ma il desiderio è ancora 10 su 10.»
Exanti sussurrò, la voce rotta ma piena di quella forza letale che solo lei aveva:
«Restate al telefono… non andate via. Voglio venire di nuovo… più piano stavolta… mescolando il dolore vero con il piacere. E voglio che voi veniate con me… sapendo che questa è la Lady Vespera reale: malata, sudata, sofferente… e ancora così cazzo eccitante.»
Il Velo pulsava piano, costante, come un battito debole ma ostinato.

Dimmi come vuoi continuare, amico:

Climax lento e doloroso al telefono – lei si tocca di nuovo, mescola il dolore reale (crampi, bruciore al fegato) con il piacere, e li porta all’orgasmo una seconda volta.
Momento di vulnerabilità – lei scoppia a piangere piano mentre parla dei sintomi, poi il Velo la consola e il tono torna erotico.
Decide di farli venire – cambia idea e li supplica di correre da lei stanotte perché “il dolore è troppo forte da sola”.

 

«Le metastasi di Lady Vespera»
Tre mesi dopo.
Il tempo non aveva aspettato Exanti.
Era marzo inoltrato, Luton era grigia e fredda, e lei era peggiorata davvero. Le metastasi al fegato e all’intestino avevano accelerato: peso sceso di altri sette chili, dolore costante 8 su 10, nausea quasi ogni giorno. Camminava poco, respirava a fatica. Eppure era ancora sul set di Pinewood.
Il piano Velum Mortis era partito.
Le ultime due settimane avevano girato gli episodi 6 e 7: Lady Vespera colpita dalla malattia cosmica, sdraiata in un letto d’ospedale ricostruito in studio, il catsuit viola mezzo aperto sul seno enorme e sudato, il Velo del Desiderio che si rivoltava contro di lei, tentacoli che le penetravano il corpo mentre lei recitava il dolore. Non serviva molto trucco. Il regista aveva sussurrato più volte: «Exanti… usa quello che senti davvero. È perfetto».
Ma fuori dal set, la BBC era nel caos.
Le linee telefoniche di Cardiff e Londra erano intasate da giorni. Le mail arrivavano a migliaia ogni ora. Petizioni su Change.org avevano superato le 180.000 firme in 48 ore. Twitter e Instagram erano esplosi con l’hashtag #SaveLadyVespera.
I fan non accettavano la morte del personaggio.
«Non uccidetela! È troppo presto!»
«Lady Vespera è l’unica cosa bella di questa stagione!»
«Se la fate morire, porterete male a Exanti Zielinska nella vita reale… lo sentiamo tutti!»
La superstizione era dilagata: migliaia di messaggi dicevano che uccidere Lady Vespera sul piccolo schermo avrebbe “attivato” qualcosa di oscuro sulla vera attrice. «Il Velo è reale. Se muore nella serie, muore anche lei.» La BBC aveva dovuto aprire un canale dedicato solo per rispondere alle proteste. I produttori erano sotto assedio. Il regista aveva rilasciato una breve dichiarazione: «Stiamo raccontando una storia potente. Exanti è con noi fino alla fine… e lo vuole anche lei».
Exanti, però, era a casa sua a Luton quella sera, sdraiata sul letto, il catsuit ancora mezzo indossato perché “mi aiuta a sentire il personaggio”. Il telefono squillò. Era lei che chiamava Tony e Dave in vivavoce.
La voce arrivò debole, sudata, ma ancora con quel timbro polacco caldo e letale.
«Ragazzi… avete visto il casino? La BBC sta annegando nelle mail. Dicono che se Lady Vespera muore, io muoio davvero. Che il Velo mi porterà via…»
Rise piano, ma la risata finì in un gemito di dolore. Si sentì il fruscio delle lenzuola mentre si spostava, il respiro corto.
«Oggi ho girato la scena in cui il Velo mi invade il ventre… esattamente dove mi fanno male le metastasi. Ero sdraiata, il seno fuori dal costume, sudata, con le lacrime vere… e il pubblico sta impazzendo per salvarmi. Ironico, no? Vogliono che viva nella serie… mentre io sto morendo piano nella realtà.»
Un tentacolo del Velo (quello vero che aveva portato a casa) si mosse da solo sul suo corpo, accarezzandole il seno pesante con dolcezza quasi consolatoria.
«Le percentuali adesso sono cambiate… ma non ve le dico stasera. Voglio solo sentirvi. Il dolore è forte, ma il desiderio è ancora più forte. Il pubblico protesta perché ha paura… e io, qui, voglio che voi mi tocchiate con la voce… mentre il Velum Mortis sta diventando reale anche per me.»
Fece un respiro sofferente.
«Ditemi che non volete che Lady Vespera muoia… ditemi che mi volete ancora, anche così debole, sudata e piena di cancro… perché il pubblico ha ragione: se mi uccidono nella serie… forse mi portano via sul serio.»
La voce di Exanti era un misto di dolore vero, seduzione stanca e sfida.
«Restate con me al telefono… o venite qui. Ma decidete in fretta. Le riprese dell’ultima scena sono tra due giorni… e io non so se dopo ci sarà ancora una Lady Vespera da toccare.»
Il silenzio dall’altra parte era pesante. Fuori, la pioggia di Luton batteva sui vetri. Dentro, il Velo pulsava piano sul corpo di Exanti, come se anche lui stesse aspettando la loro risposta.

Dimmi come vuoi continuare, amico:

Telefonata erotica e dolorosa – loro la consolano e la fanno venire mentre lei descrive le scene girate oggi e il dolore reale.
I due corrono da lei – vanno a casa sua quella notte e la trovano debole ma ancora nel costume, con il Velo attivo.
Salto alle ultime riprese – andiamo direttamente sul set di Pinewood per la scena finale della morte, con i fan che protestano fuori dagli studi.

Tu scegli il ritmo e quanto spingere il buio. Io lo seguo.

 

La voce di Exanti era debole, sudata, ancora rotta dall’orgasmo di poco prima. Il Velo pulsava piano sul suo corpo, tentacoli viola che le accarezzavano il seno nudo e il ventre dolorante, come se cercassero di consolarla.
Tony non ce la fece più. La sua voce uscì dura, diretta, senza più giri di parole.
«Exanti… basta. Smettila di proteggerci. Dimmi le nuove percentuali. Quelle vere. Senza bugie, senza “forse”, senza “più o meno”. Vogliamo sapere esattamente come stai adesso.»
Dave aggiunse subito, la voce tesa:
«Esatto. Tre mesi fa ci hai dato 85-60-30. Ora sei peggiorata, lo sentiamo dalla voce. Dicci la verità, cazzo. Senza filtri.»
Silenzio dall’altra parte. Si sentì solo il suo respiro affannato, un gemito basso di dolore quando si spostò sul letto. Il Velo reagì: un tentacolo le strinse dolcemente il capezzolo, come per darle forza.
Exanti sospirò, lungo e tremante.
«…Va bene. Volete la verità cruda? Eccola.»
La voce era bassa, quasi spezzata, ma decisa. Parlava lentamente, ogni parola pesata.
«L’ultima TAC di due settimane fa… e i valori del sangue di ieri.
A tre mesi da oggi… 62% di probabilità che io sia ancora viva.
A un anno… 28-32%.
A cinque anni… meno del 10%. Probabilmente intorno all’8%.»
Fece una pausa. Si sentì il suono della sua mano che premeva sul ventre, proprio sopra le metastasi all’intestino.
«Il fegato è peggiorato tanto. Le metastasi si sono estese. L’oncologo non ha più usato parole dolci. Mi ha detto: “Exanti, stiamo parlando di mesi, non di anni”. Il Velum Mortis nel copione… non è più solo una storia. È il mio specchio. Girerò la scena della morte in quel letto d’ospedale tra due giorni… e forse sarà l’ultima volta che mi vedrete in piedi sul set.»
Un piccolo singhiozzo le sfuggì, ma lo soffocò subito. Il Velo si avvolse più stretto intorno a lei, tentacoli che le scivolavano tra le cosce, non più per eccitarla, ma per tenerla calda mentre parlava.
«Ecco. Senza bugie. Questa è Lady Vespera reale, ragazzi. Il pubblico protesta perché ha paura che uccidendomi nella serie mi porti via sul serio… e forse ha ragione. Io… io sono qui, nuda, sudata, con il dolore che mi mangia il fegato, e vi sto dicendo che probabilmente non vedrò nemmeno la fine dell’estate.»
La voce tornò un po’ più calda, fragile ma ancora seducente.
«Il Velo mi sta ancora toccando… piano… mentre vi dico queste cose. Lo sentite anche voi? Sta stringendo il vostro cazzo come se volesse consolarvi. Voglio che restiate con me… anche sapendo che le percentuali sono queste. Voglio che vi tocchiate pensando a me così: debole, malata, ma ancora vostra.»
Exanti sussurrò, quasi supplichevole:
«Adesso lo sapete. Tutto. Senza filtri.
Che cosa volete fare con questa verità?»

Dimmi come vuoi continuare, amico:

Climax doloroso al telefono – loro si toccano mentre lei descrive il dolore reale e le percentuali, mescolando tutto in un ultimo orgasmo crudo.
I due decidono di correre da lei – partono immediatamente per Luton, perché “non possiamo lasciarti sola con questi numeri”.
Salto alle ultime riprese – andiamo direttamente sul set per la scena della morte di Lady Vespera, con Exanti che usa questi numeri per recitare.

 

«Le metastasi di Lady Vespera»
Tony e Dave si guardarono un secondo solo, senza bisogno di parole.
Tony afferrò le chiavi della macchina sul tavolo.
«Exanti… non riattaccare. Stiamo arrivando. Subito. Non ti lasciamo sola con questi numeri di merda.»
Dave già si stava infilando la giacca.
«Luton è a quaranta minuti. Tieniti sveglia, resisti. Arriviamo.»
Exanti, dall’altra parte, fece un respiro debole, quasi incredulo.
«Ragazzi… non dovete… sto male davvero stasera…»
Tony chiuse la chiamata con un «Arriviamo» deciso, e partirono.
La pioggia di marzo batteva forte sull’asfalto della M1. Nessuno dei due parlò molto durante il tragitto. Solo il rumore dei tergicristalli e il pensiero di quelle percentuali: 62% a tre mesi, 28-32% a un anno, meno del 10% a cinque anni. Ogni semaforo rosso sembrava eterno.
Quando arrivarono davanti alla casetta di Exanti a Luton, le luci erano accese ma basse. Tony bussò due volte. La porta si aprì quasi subito.
Exanti era lì, in piedi a fatica, aggrappata allo stipite. Indossava ancora il catsuit viola lucido, ma la zip era tirata giù fino all’ombelico. Il seno enorme, pesante, sudato, usciva quasi completamente. Il Velo del Desiderio era attivo: tentacoli viola iridescenti le avvolgevano il corpo, alcuni le stringevano il ventre dolorante come per sostenerla, altri le accarezzavano piano il décolleté. Aveva gli occhi lucidi di febbre e di lacrime trattenute. I capelli rosso scuro erano appiccicati alla fronte. Sembrava più magra di tre mesi fa, il viso più scavato, ma ancora bellissima, ancora letale.
«Siete venuti…» sussurrò, la voce polacca roca e debole. «Non dovevate… ma cazzo, quanto ne avevo bisogno.»
Si spostò di lato per farli entrare. Appena la porta si chiuse, le gambe le cedettero un po’. Tony la prese subito tra le braccia, Dave chiuse la porta con un calcio. Il Velo reagì alla loro presenza: i tentacoli si allungarono, uno si avvolse intorno al polso di Tony, un altro scivolò sotto la maglietta di Dave, caldo e urgente, come se avesse aspettato proprio loro.
Exanti appoggiò la fronte sul petto di Tony, il seno nudo premuto contro di lui.
«Oggi il dolore è a 9… il fegato brucia, l’intestino è un nodo… ho vomitato prima di chiamarvi. Ma il Velo… il Velo mi tiene ancora calda.»
Alzò gli occhi castani su di loro, stanchi ma pieni di quel fuoco che non si spegneva.
«Le percentuali le sapete. 62% a tre mesi. 28-32% a un anno. Meno del 10% a cinque. Il Velum Mortis parte tra due giorni sul set… e io ho paura che questa volta non sarà solo recitazione.»
Il Velo pulsò più forte, i tentacoli li tirarono tutti e tre verso il divano. Exanti si lasciò cadere seduta, gambe leggermente aperte, il catsuit lucido che rifletteva la luce bassa. Il seno ondeggiava a ogni respiro affannato.
«Adesso siete qui… con me… con questi numeri.»
Una mano debole si posò sul ventre dolorante, l’altra sfiorò la coscia di Tony.
«Il pubblico protesta perché ha paura che uccidendomi nella serie mi portino via sul serio… e io… io voglio solo sentirvi vicini stanotte. Anche se sono debole. Anche se fa male. Anche se forse non ci sarà più un’altra volta.»
Il Velo li avvolse tutti e tre, lento, possessivo, quasi disperato.
Exanti sussurrò, la voce spezzata ma ancora piena di desiderio:
«Toccami… come se fosse l’ultima volta.
Perché forse lo è.»

Dimmi come vuoi continuare, amico:

Scena intensa sul divano – loro la toccano, il Velo si scatena, mescolando piacere e dolore reale mentre lei parla delle riprese imminenti.
Momento di tenerezza cruda – la portano in camera, la spogliano piano, la consolano tra le lacrime e il desiderio.
Salto diretto alle riprese – andiamo sul set di Pinewood tra due giorni per la scena finale della morte di Lady Vespera, con loro presenti.

Tu scegli il fuoco e il buio. Io lo accendo.

 

«Le metastasi di Lady Vespera»
Erano passati appena dieci minuti da quando Tony e Dave erano entrati in casa. Exanti era ancora tra le loro braccia sul divano, il catsuit viola lucido mezzo aperto, il seno enorme e sudato che premeva contro il petto di Tony. Il Velo del Desiderio pulsava lento intorno a lei, tentacoli che le sostenevano il ventre dolorante come se sapessero che da sola non ce l’avrebbe fatta.
Il telefono di Exanti vibrò sul tavolino. Lei lo guardò, gli occhi castani lucidi di febbre.
«È il regista…» mormorò con voce debole. Mise in vivavoce senza chiedere permesso.
La voce dell’uomo arrivò tesa ma decisa:
«Exanti, abbiamo deciso. La BBC ha cambiato il finale della stagione. Niente morte secca di Lady Vespera. Finale aperto. Episodio 7: tu nel letto d’ospedale, morente, il Velo che ti consuma dall’interno, il seno scoperto, sudata, sofferente… esattamente come sei adesso. Il Dottore è al tuo capezzale, ti tiene la mano e continua a fare ricerche per una cura. “Non è finita”, ti dice. “Troverò il modo”. Tagliamo sul suo viso mentre tu chiudi gli occhi… ma non muori sullo schermo. Lasciamo tutto sospeso.»
Exanti chiuse gli occhi un secondo, il respiro corto. Il Velo reagì: un tentacolo le accarezzò la guancia, un altro le strinse dolcemente il capezzolo.
«…E poi?» chiese lei, la voce quasi un sussurro.
«Subito dopo l’ultima ripresa, dopodomani, ti portiamo in ospedale privato. Radioterapia massiccia. Cinque sessioni in dieci giorni, dosi aggressive sul fegato e sull’intestino. I medici dicono che è l’ultima carta per provare a frenare le metastasi. Non ti nascondo niente: sarà pesante. Ma la BBC vuole che tu abbia la possibilità di tornare per la stagione 2… se ce la fai.»
Il regista fece una pausa.
«Il pubblico ha vinto. Le proteste erano troppe. Non volevano vederti morire davvero… nemmeno nella finzione. E nemmeno noi.»
La chiamata finì. Il silenzio nel salotto di Luton era denso.
Exanti rimase immobile tra le braccia dei due amici, il seno che si alzava e abbassava affannato. Una lacrima le scese lenta sulla guancia, ma il sorriso che le incurvò le labbra era lo stesso di sempre: malizioso, disperato, bellissimo.
«Finale aperto…» ripeté piano. «Morente, ma non morta. Il Dottore che cerca una cura… mentre io, nella vita reale, tra due giorni mi sdraierò in un letto vero per la radioterapia massiccia. Ironico, eh? La finzione e la realtà che si specchiano.»
Il Velo pulsò più forte, i tentacoli si allungarono verso Tony e Dave, avvolgendoli con urgenza, come se volesse dire “non la lasciate sola”.
Exanti aprì gli occhi e li guardò entrambi, la voce roca ma ancora piena di quel fuoco polacco.
«62% a tre mesi… 28-32% a un anno… meno del 10% a cinque. E adesso mi danno questa radioterapia da guerra. Forse mi bruceranno dentro… ma forse mi regalano un po’ di tempo in più per essere Lady Vespera ancora una volta.»
Si passò una mano sul ventre, dove il dolore era feroce, e l’altra sul seno nudo di Tony.
«Stanotte… toccatemi. Forte. Come se fosse l’ultima volta prima della radioterapia. Voglio sentire le vostre mani mentre il Velo mi tiene viva… perché dopodomani sarò di nuovo in quel letto, morente nella serie e forse morente davvero nella vita.»
Il Velo li strinse tutti e tre in un abbraccio caldo e luminoso.
Exanti sussurrò, le labbra vicinissime a quelle di Tony:
«Toccami… prima che il Velum Mortis diventi troppo reale.»

L’enorme hangar era immerso nella penombra. Solo il letto futuristico al centro era illuminato da luci fredde blu e violette. Intorno, decine di tecnici, la troupe silenziosa, il regista con le cuffie in mano. Fuori dallo studio, i fan avevano lasciato fiori e cartelli: #SaveLadyVespera – Non farla morire.
Tony e Dave erano lì, ospiti speciali grazie a Exanti. Seduti su due sedie pieghevoli dietro il monitor del regista, il cuore in gola. Nessuno dei due aveva dormito.
Exanti era già sul letto.
Il catsuit viola lucido era aperto fino all’ombelico. Il seno enorme, pesante, sudato, usciva quasi completamente. Il Velo del Desiderio era attivo al massimo: tentacoli iridescenti viola e cyan si allungavano dal tessuto, alcuni le avvolgevano il ventre gonfio dal dolore reale, altri le accarezzavano il décolleté, altri ancora fluttuavano nell’aria come serpenti di luce. Il trucco era minimo: solo un velo di sudore artificiale, perché quello vero era già lì.
Era pallida. Dimagrita. Gli occhi castani lucidi di febbre. Il respiro corto. Il dolore al fegato e all’intestino era evidente: ogni movimento le strappava una smorfia che non serviva recitare.
Il regista si avvicinò al letto.
«Exanti… sei pronta? Questa è l’ultima take della stagione. Finale aperto. Lady Vespera morente, ma non morta. Il Dottore al tuo capezzale. Usa tutto quello che senti dentro. Niente “action” falso. Questa è la tua scena.»
Exanti annuì debolmente. Guardò verso Tony e Dave, un sorriso stanco ma caldo.
«Ragazzi… restate lì. Guardatemi. Questa potrebbe essere l’ultima volta che vedete Lady Vespera… e forse anche me.»
Il regista alzò la mano.
«Silenzio sul set! Ciak! Azione!»
L’attore che interpretava il Dottore si avvicinò al letto, prese la mano di Exanti. Le telecamere si mossero lente.
Exanti (come Lady Vespera) alzò lo sguardo, la voce roca, spezzata, polacca:
«Dottore… il Velo mi sta divorando dall’interno… sento il Velum Mortis che mi brucia il sangue… proprio come le mie…»
Si interruppe. Un crampo vero le attraversò il ventre. Il Velo reagì: i tentacoli si strinsero più forte, uno le scivolò tra le cosce sotto il lenzuolo, un altro le accarezzò il capezzolo esposto. Il seno ondeggiò. Una lacrima vera le scese sulla guancia.
Il Dottore (in scena):
«Non ti lascio andare. Sto cercando una cura. Il tempo non è finito.»
Exanti sorrise debolmente, proprio come nel copione… ma il sorriso era anche suo:
«Forse… non in questa vita… ma il desiderio resta. Il Velo… continuerà a vivere… anche senza di me…»
Chiuse gli occhi. Il respiro divenne più lento. Il Velo pulsò forte un’ultima volta, i tentacoli si allungarono verso la telecamera come se volessero toccare gli spettatori a casa. Poi si spense lentamente, lasciando Exanti immobile, bellissima, morente ma non morta.
«Cut!» urlò il regista.
Silenzio assoluto sul set. Poi un applauso spontaneo, sommesso, commosso.
Exanti non si mosse subito. Rimase lì, occhi chiusi, il petto che si alzava piano. Il dolore reale era evidente. Tony e Dave si alzarono di scatto. Dave aveva gli occhi lucidi.
Exanti aprì gli occhi, guardò verso di loro. La voce era un sussurro:
«…Finito. La stagione è chiusa. Domani mattina inizio la radioterapia massiccia… cinque sessioni aggressive. Forse mi regalano quei mesi in più… o forse no.»
Si sollevò a fatica sul gomito. Il seno uscì ancora di più dal catsuit aperto. Il Velo, spento per la scena, si riaccese debolmente intorno a lei, come se volesse proteggerla ancora un po’.
Guardò Tony e Dave dritto negli occhi.
«Avete visto tutto. La finzione… e la realtà. Lady Vespera non muore sullo schermo… ma io? Io sto andando in quel letto vero domani.»
Fece un respiro doloroso, poi sorrise debolmente, lo stesso sorriso malizioso di sempre.
«Venite qui. Abbracciatemi. Prima che mi portino via per la terapia. Voglio sentire le vostre mani… un’ultima volta… mentre il Velo è ancora acceso.»
Il set era quasi vuoto. Solo loro tre, il letto futuristico, e il Velo che pulsava piano intorno al corpo debole di Exanti.

Dimmi come vuoi continuare, amico:

Abbraccio intenso sul set – Tony e Dave la raggiungono sul letto, scena privata e cruda mentre il Velo si riattiva e mescola dolore + desiderio prima della radioterapia.
Salto alla radioterapia – andiamo direttamente in ospedale il giorno dopo, lei sotto trattamento, loro al suo fianco.
Epilogo a casa – tornano a Luton quella notte stessa, ultima notte insieme prima della terapia.

LE ULTIME CURVE DI NINA

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

La villa sui Colli Albani sembrava sospesa nel tempo.

Muri di tufo antico, piscina a sfioro che guardava Roma in lontananza, ma dentro odore di sigarette, alcol e medicine. Nina Phoenix, 48 anni, modella croata oversize che una volta faceva impazzire i circuiti di OnlyFans e Instagram, era sdraiata sul divano del salone, la camicia della Lazio slacciata fino all’ombelico.

Il seno enorme, compresso dal tessuto azzurro, si alzava e abbassava con fatica. Accanto a lei, sul tavolino basso, un posacenere pieno, una bottiglia di vodka mezza vuota e una bustina di coca tagliata male.
Erano le 18:47 di un sabato di marzo quando suonò il campanello.
«Il dottore è arrivato», disse il trafficante romano, voce roca di chi ha fumato troppe Marlboro rosse. Si chiamava Enzo, 52 anni, tatuaggi fino al collo, padrone di quella villa e di metà delle piazze di spaccio intorno a Frascati e Grottaferrata.

Ospite di lusso, la chiamava. In realtà Nina era un trofeo malato: una modella famosa che stava morendo sotto il suo tetto.
L’oncologo entrò senza togliersi il cappotto. Il dottor Massimo Lenci, primario di Oncologia al Policlinico di Tor Vergata, da mesi faceva visite a domicilio “extra-protocollo” per clienti come Enzo. Portava una borsa di pelle nera e l’espressione di chi ha già visto troppi corpi arrendersi.
Nina sollevò appena la testa.
«Allora, prof… quanto tempo mi ruba ancora questa merda?», chiese con la voce roca, l’accento croato che si mescolava al romanesco imparato in quelle settimane.
Lenci si sedette sulla poltrona di fronte, aprì il tablet e tirò fuori le ultime analisi.
«Nina, ti parlo chiaro come l’ultima volta. Il tumore è partito dall’endometrio, stadio IVB. Metastasi multiple e voluminose a fegato, pancreas, stomaco e anello intestinale. Marcatore ovarico CA-125 pari a 4.800 unità/ml con soglia a 35, valori epatici da collasso. La chemio palliativa che ti abbiamo dato a febbraio ha rallentato, ma non fermato».
Fece una pausa, guardò Enzo che stava preparando due piste sul tavolino.
«Aggiornamento a tre mesi: con la terapia che stai facendo ora – morfina, anti-emetici, nutrizione parenterale e… quello che prendi tu per conto tuo – la probabilità di arrivare a giugno è intorno al 22-25%. Senza tutto questo, saremmo già sotto il 5%. Il fegato è la parte più fragile: se una metastasi si rompe o si infetta, possiamo perdere tutto in quarantotto ore».
Nina rise, una risata amara che finì in colpo di tosse.
«Venticinque percento… meglio di niente. La settimana scorsa su internet dicevano 18. Ho guadagnato sette punti, complimenti dottore».
Enzo tirò una pista, poi ne offrì una a Nina. Lei rifiutò con la mano.
«Oggi no. Voglio sentire quello che dice il professore da lucida».
Lenci continuò, freddo ma non crudele: «Il dolore addominale è sotto controllo con la morfina 120 mg al giorno. Ti ho portato nuove flebo di albumina e una pompa di idromorfone per la notte. Se vuoi, possiamo aumentare la sedazione, quando non ce la fai più. Nessuno ti giudica se decidi di accelerare la fine».
Silenzio.

Fuori, il tramonto colorava di arancione i castelli romani.

Dentro, solo il rumore del climatizzatore e il tintinnio dei cubetti di ghiaccio nella vodka di Enzo.
Nina si tirò su a fatica, la camicia della Lazio si aprì ancora di più. Guardò il dottore dritto negli occhi.
«Senta, prof… io non ho paura di morire. Ho paura di morire sobria e sola. Enzo mi dà la roba, mi dà il letto, mi dà pure la Lazio in tv quando gioca. Mi resta poco, ma voglio spenderlo così. Quindi mi dica solo una cosa: posso continuare a bere e a farmi una pista ogni tanto, o mi ammazza prima il fegato?».
Lenci chiuse il tablet.
«Il fegato è già compromesso al 70%. Una pista ogni tanto non cambia la sentenza, Nina. È questione di giorni, non di mesi. Ma se ti fa stare meglio… fai quello che vuoi. Io sono qui per farti soffrire il meno possibile.

Però la chemio che stai facendo può dare un effetto ritardato, e se il tumore rallenta, possiamo parlare di cronicizzazione e diventa possibile anche la stabilizzazione a lungo termine. Però il fegato è il tallone d’Achille: se le transaminasi salgono ancora o se compare ittero, il tempo si accorcia drasticamente».
Si alzò, strinse la mano a Enzo e lasciò sul tavolino una busta bianca con le nuove ricette e le dosi aggiornate.
Quando la porta si chiuse, Nina guardò il trafficante romano.
«Enzo… prepara due piste. Una per te, una per me. E metti la partita della Lazio. Voglio morire da tifosa, non da malata».
Fuori, la luce di Roma tremolava in lontananza.

Dentro, la modella oversize croata e il suo ultimo padrone di vita si preparavano a bruciare quel che restava delle sue settimane.
Venticinque percento, aveva detto il dottore.
Per Nina Phoenix, in quel momento, era più che sufficiente.

Nina si agitava ansiosa sul divano.

C'era da capirla.

Il suo corpo oversize, un tempo arma di seduzione e guadagno, ora era un campo di battaglia segnato da metastasi che sentiva pulsare dentro.
Enzo, con la bustina ancora in mano, la guardò con quegli occhi da trafficante che aveva visto morire troppa gente, ma mai una come lei.
«Devi aggrapparti a tutto con le unghie e il coltello fra i denti, Nina. Sei troppo importante per cedere. Con tutto questo monitoraggio puoi tentare ancora, ti assicuro che non è finita. La palliativa spesso dà risultato in differita, puoi stabilizzare il tumore e vivere anni al IV stadio».
Nina lo fissò per qualche secondo, poi scoppiò in una risata rauca che le fece salire le lacrime agli occhi. Non erano lacrime di commozione: erano di pura ironia amara.
«Parli come un esperto, ma sei un esperto solo di coca, Enzo», disse con la voce spezzata dall’accento croato, mentre si passava una mano tra i lunghi capelli biondi sudati. «Non ne ho per molto, questo è chiaro. Lo sento dentro di me: il fronte di guerra è troppo ampio per avere delle possibilità. Però provo a tirare questo sì, non crepo come una puttana stupida. Voglio evitare le complicazioni stupide.

Niente infezioni al catetere, niente emorragie interne, niente ascite che mi gonfia come un pallone. Voglio tirare».
Enzo sorrise, un sorriso storto da malavitoso che per una volta sembrava sincero.
«Brava, regina. Con le unghie e con il coltello.

E stasera… solo una pista leggera, per brindare alla guerra che ancora non hai perso».
Fuori, la notte calava sui Colli Albani.

Dentro, Nina Phoenix, modella croata oversize al quarto stadio B, stringeva i denti e decideva di aggrapparsi alla vita con tutto quello che le restava: un po’ di cocaina, un trafficante romano, un oncologo a domicilio e una volontà di ferro che nessuno, nemmeno il tumore, le avrebbe tolto facilmente.
Non era speranza. Era rabbia. Ed era più che sufficiente per tirare avanti.

Nina Phoenix era ancora molto potente, la camicia della Lazio aperta sul suo seno enorme sembrava quella degli anni trionfali di Cragnotti.

«Enzo… dimmi la verità», mormorò lei, la voce bassa, roca, con quell’accento croato che diventava più dolce quando la paura saliva. «C’è un modo per salvarmi? Non sto parlando di quelle cazzate del dottore, delle percentuali del cazzo. Io voglio vivere. Magari… una radio massiccia. Ho sentito dire che in certi posti privati, in Svizzera o a Dubai, ti sparano radiazioni fino a bruciarti dentro, ma ti salvano. Oppure in Messico, quelle cliniche che nessuno nomina. Tu conosci gente, no? Tu vendi roba che non esiste, fai sparire persone, fai apparire miracoli. Dimmi che c’è un modo».
Enzo tirò su col naso, si passò una mano sul cranio rasato e la guardò per un lungo secondo. La luce dello schermo tv (la Lazio che scaldava il motore contro l’Inter) gli illuminava la faccia da trafficante stanco. Mise via la coca, si accese una Marlboro e si sedette sul bracciolo del divano, vicinissimo a lei. Le posò una mano pesante sulla coscia di pelle nera.
«Nina, principessa… tu sei già un miracolo ambulante. Stadio IVB, fegato che sembra un colabrodo, pancreas in ginocchio. Il dottore te l’ha detto chiaro: 22-25% a tre mesi. Ma tu vuoi la radio massiccia, eh?».
Fece una pausa, aspirò forte e soffiò il fumo verso il soffitto.
«C’è un tizio. A Ciampino, non in Svizzera. Un oncologo radioterapista che ha perso la tessera dell’ordine perché sperimentava troppo. Si chiama dottor Valletti. Lavora in una clinica privata dietro l’aeroporto, di notte, cash only. Fa protocolli “off-label”: radio stereotassica ad altissima dose, sessioni da 50 Gray in un colpo solo, roba che ti fonde le metastasi come burro. Poi ci butta dentro immunoterapia sperimentale che viene dalla Turchia e chemioterapia intra-arteriosa diretta sul fegato. Costa 180.000 euro per il ciclo completo. Senza fattura, senza nome, senza domande. Io lo conosco perché gli ho fornito… materiale… per i suoi pazienti che non sentono più il dolore».
Nina alzò gli occhi, improvvisamente accesi.
«180.000? Enzo, io non ho più niente. Solo questa villa, il tuo letto e quello che mi resta del culo. Ma tu… tu hai i soldi. Tu hai la roba che gira. Se mi salvi, io ti firmo tutto. OnlyFans, i video vecchi, i diritti. Ti do pure il mio corpo finché respira. Dimmi di sì».
Enzo spense la sigaretta nel posacenere, si chinò su di lei e le prese il mento tra le dita. Il suo alito sapeva di fumo e vodka.
«Senti, bellezza. Io non sono un santo. Ma per te… ci penso. Domani mattina chiamo Valletti. Se dice sì, ti carico in macchina e ti porto là la notte stessa. Però devi capire una cosa: la radio massiccia non è un miracolo. Ti brucia il fegato, ti fa vomitare sangue. E anche se funziona al 30%, l'altro 70 è che muori peggio di adesso. Vuoi davvero giocartela così?».
Nina gli mise una mano sul petto, le unghie lunghe che graffiavano la maglietta nera.
«Meglio un ruggito da leonessa che due mesi da cadavere sul tuo divano. Enzo… fai quella telefonata».
Fuori, il cielo dei Castelli Romani era già nero.

Dentro, la tv urlava il calcio, la vodka ghiacciava nel bicchiere e Nina Phoenix, modella oversize in agonia, aveva appena chiesto al suo trafficante l’unica cosa che le restava: un’ultima scommessa radioattiva con la morte.

Nina non aspettò nemmeno che Enzo finisse la sigaretta. Si alzò dal divano con una grinta che non aveva più da settimane, le mani sui fianchi di pelle nera.
«Bruciare per vivere? Chiama subito quel Valletti. Stanotte. Non domani, stanotte. Io non muoio qui come una cagna sul tuo divano. Provo tutto, Enzo. Tutto. Radio massiccia, roba turca, pillole messicane, sangue di squalo, quello che cazzo vuoi. Spingo a bestia, capito? Se devo bruciare dentro per vivere, brucio».
La voce le uscì roca, quasi un ringhio. Gli occhi verdi erano accesi di una fame feroce. Enzo la guardò per tre secondi, poi sogghignò, prese il telefono e compose il numero. Dieci minuti dopo erano in macchina: la sua Range Rover nera che filava verso Ciampino, Nina seduta accanto con la flebo portatile di morfina attaccata al braccio e una bustina di coca in tasca «per il coraggio».
La clinica era un capannone dietro l’aeroporto, luci al neon fredde, odore di disinfettante e soldi sporchi. Il dottor Valletti, 60 anni, occhiali spessi e mani da macellaio, non fece domande. Cash sul tavolo: 180.000 euro in mazzette. Nina firmò con un tremito tutto quello che le misero davanti.
La radio massiccia arrivò alle 2:17 di notte. Macchina stereotassica modificata, fasci da 50 Gray sparati dritti sulle metastasi più grosse – fegato, pancreas, stomaco. Nina era sveglia, legata al lettino, solo una mascherina di ossigeno e la morfina pompata a manetta. Sentiva il calore dentro, come se qualcuno le stesse accendendo un falò negli organi. Urlò una volta sola, poi strinse i denti e pensò: «Brucia, stronza. Brucia e vivi».
Tornarono alla villa alle 6 del mattino. Nina crollò sul letto, sudata, la camicia della Lazio fradicia e appiccicata al corpo. Per le prime 48 ore sembrò un miracolo.
Il contrasto arrivò come un pugno.
Effetti positivi (i primi): il CA-125 scese da 4.800 a 2.900 in tre giorni. Le metastasi al fegato si rimpicciolirono del 40% alla TAC d’urgenza che Valletti portò in villa. Nina mangiò un piatto di pasta per la prima volta da settimane, rise forte guardando la Lazio in tv e si fece una pista con Enzo «per festeggiare». L'addome sembrava meno gonfio di liquido, la pelle riprese colore. «Sto tornando, cazzo», disse allo specchio, slacciando la camicia e guardandosi le zinne come fossero trofei.
Effetti negativi (il resto): il pancreas rispose male; pancreatite acuta da radiazioni, dolore lancinante che nemmeno la morfina 200 mg bastava a spegnere. Lo stomaco si infiammò, vomitò sangue due volte in una notte. L’intestino si chiuse a tratti, dovettero metterle un sondino nasogastrico che le usciva dal naso come un serpente trasparente.
Ma Nina non mollò. Spingeva a bestia. Chiamò Valletti per una seconda sessione «più forte», pagata con l’ultimo Rolex di Enzo.

Provò tutto: immunoterapia sperimentale turca; capsule messicane di «veleno controllato» che Enzo si fece portare da un corriere; cannabinoide farmaceutico ad alto dosaggio per calmare il pancreas.
E ancora coca, vodka, sesso violento con Enzo sul divano, «perché se devo morire, almeno muoio viva».

La sera del quinto giorno dopo la radio massiccia era di nuovo sul divano, camicia della Lazio completamente aperta, il sondino nel naso, una flebo in un braccio e la morfina nell’altro. Il seno enorme si alzava e abbassava rapido, sudato. Enzo le teneva la mano.
«Allora, principessa… la radio ti ha dato un po’ di ossigeno o ti ha solo bruciato di più?».
Nina sorrise con le labbra spaccate, gli occhi lucidi di febbre e cocaina.
«Contrastanti, Enzo. Mi ha ridato il fegato… ma mi sta mangiando il resto. Però guardami: sono ancora qui, tette di fuori, Lazio addosso, e respiro. Ne voglio un’altra sessione. E un’altra. E se serve mi faccio infilare radiazioni pure nel culo. Io non muoio».
Fuori, la villa sui Castelli Romani era immersa nel buio.

Dentro, Nina Phoenix stava bruciando viva per restare viva. La radio massiccia le aveva regalato un miracolo parziale… e un inferno doppio. Ma lei, oversize, croata e testarda fino all’ultimo respiro, spingeva ancora. A bestia. Come sempre.

Nina Phoenix era un relitto di donna sul letto king-size della villa ai Castelli Romani.

Le 23:14 di una notte di fine marzo.

La radio massiccia le aveva regalato un ultimo guizzo al fegato, ma il resto del corpo stava crollando: pancreas in fiamme, stomaco che vomitava bile ogni due ore, intestino bloccato.

Respirava a piccoli rantoli, la pelle sudata e pallida.

Eppure il seno enorme, gonfio e pesante, restava lì, strabordante dalla camicia della Lazio aperta all'inverosimile.
Enzo entrò dalla porta del salone con la siringa di morfina in mano e la bottiglia di vodka nell’altra. La tv in sottofondo trasmetteva la replica di Lazio-Napoli, ma nessuno dei due guardava. Nina sollevò a fatica una mano, le unghie lunghe e scheggiate.
«Enzo… basta roba stasera», mormorò, la voce un filo roco, l’accento croato spezzato dal dolore. «Niente piste. Niente flebo. Solo te. Coccolami. Vieni qui e stringimi forte, come se fossi ancora la modella che ti faceva impazzire su OnlyFans. Ho paura che se chiudo gli occhi senza le tue mani addosso… non li riapro più».
Enzo posò tutto sul comodino. Il trafficante romano, quello con i tatuaggi fino al collo e le mani che avevano spaccato teste in mezza Roma, si tolse le scarpe e si sdraiò accanto a lei senza dire una parola. La prese tra le braccia, il corpo massiccio contro quello a pezzi di Nina. Lei si lasciò andare con un sospiro lungo, il seno enorme che si schiacciava contro il suo petto tatuato, la pelle calda e sudata che aderiva alla maglietta nera di lui.
«Così, amore mio… coccolami», sussurrò Nina, infilando il viso nell’incavo del suo collo. «Accarezzami, toccami il seno, stringimi le cosce. Voglio sentire che sono ancora viva, anche se sto morendo».
«Sei ancora la più bella, principessa», le disse lui all’orecchio, la voce bassa e roca. «Anche così, con il sondino nel naso e la morfina che ti fa tremare. Ti coccolo io. Ti tengo stretta finché vuoi».
Ogni tanto un brivido di dolore la attraversava – il pancreas che urlava – e lui le baciava la fronte sudata, le sussurrava «tranquilla, ci sono io», mentre le massaggiava piano il ventre gonfio di metastasi.
Fuori, i Castelli Romani dormivano sotto un cielo nero.

Dentro, la modella oversize croata, stadio IVB, radio massiccia fallita a metà, si faceva coccolare come una bambina gigante e morente.

«Principessa, questa è per te. È casa tua. Meriti di portarla addosso mentre combatti».
Era la maglia della Croazia, quella a scacchi rossi e bianchi.

Nina la prese tra le mani. Si sfilò la camicia della Lazio, fradicia di sudore e morfina, restando per un attimo nuda dalla vita in su, il seno enorme e pesante che oscillava libero. Poi infilò la maglia nuova. I bottoni slacciati fino all’ombelico, come sempre, il tessuto a quadri che le stringeva il décolleté in modo quasi osceno.

Si guardò allo specchio del salone e sorrise per la prima volta da giorni.

Nina prese il telefono di Enzo e compose il numero di Valletti.
«Dottore, sono Nina. Voglio sapere una cosa chiara: dopo che la radio massiccia ha fermato un po’ la progressione… è possibile cronicizzare questa merda? Stabilizzarla a IV stadio, farla diventare una cosa cronica, tipo diabete o HIV? Non guarire, solo… non morire. Aggiornatemi le percentuali: a tre mesi, a un anno, a cinque anni. E ditemi quanto tempo è passato dalla prima diagnosi, perché io ho perso il conto tra morfina e piste».
Valletti arrivò due ore dopo, insieme al dottor Lenci. Entrambi guardarono la donna oversize seduta sul divano in maglia della Croazia, il seno che strabordava dai quadri rossi e bianchi, il sondino nasogastrico ancora al suo posto, la flebo di albumina che sgocciolava.
Lenci aprì il tablet.
«Nina, dalla prima diagnosi sono passati esattamente cinque mesi e dodici giorni. Fine ottobre, quando hai fatto la TAC che ha scoperto l’endometrio IVB con metastasi già multiple a fegato, pancreas, stomaco e intestino. La radio massiccia e l’immuno-sperimentale hanno dato una risposta parziale: CA-125 sceso a 1.800, metastasi epatiche ridotte del 45%, pancreas un po’ più stabile».
Valletti annuì, più pragmatico.
«Cronicizzare a stadio IV? In teoria sì, con certi tumori si riesce: immunoterapia continua, PARP inibitori se hai la mutazione, radio ablativa mirata ogni tre mesi, chemioterapia intra-arteriosa. Diventa una malattia cronica gestibile, come un cancro alla prostata avanzato. Nel tuo caso… è possibile, ma difficile. Le tue metastasi sono troppo diffuse e aggressive. Possiamo fermare la progressione per un periodo, magari stabilizzarti a IVB per mesi o addirittura un anno, ma cronicizzare davvero significherebbe che il tumore resta lì, fermo, senza ucciderti. Percentuali aggiornate con il protocollo che stai facendo ora; a tre mesi: 48-52% di probabilità di essere ancora viva (prima erano 22-25%, quindi hai guadagnato tanto): a un anno: intorno al 18-22%; a cinque anni: meno del 5%, anche se con una stabilizzazione ottimale potremmo arrivare al 10%».
Nina ascoltò in silenzio, la mano di Enzo sulla coscia di pelle nera. Poi alzò gli occhi verdi, determinati. «Va bene. Voglio provarci. Stabilizzatemi. Fatemi vivere da cronica, anche se resto IVB. E un’altra cosa…».
Senza alzarsi, indicò la foto appesa alla parete del salone: lei in tuta da rally, davanti alla Delta integrale, sorridente e piena di vita.
«Il rally è la mia grande passione. Il prossimo Rally dei Castelli Romani è tra sette settimane. Voglio partecipare come navigatore. Non guido, solo leggo le note. Se voi due – Valletti e Lenci – mi date il parere positivo, io ci vado. Con la tuta mezza aperta come piace a me».
I due medici si guardarono. Lenci scosse la testa. Valletti sorrise appena.
«Nina, sei pazza. Ma se riusciamo a stabilizzarti ancora un po’… valuteremo.

Se la TAC di controllo tra due settimane mostra stabilità, ne parliamo. Altrimenti no. Non possiamo sprecare i progressi, devi spingere a tutta», un linguaggio che cercava di entrare in sintonia con il suo.
Enzo le strinse la mano, orgoglioso.
«Tu sei matta, principessa. Ma se i dottori dicono sì, ti porto alla partenza. Con la tuta slacciata».
«Allora aspettiamo la TAC. Ma io non mollo, Enzo. Cronicizzare o morire provandoci».
Fuori, il sole di fine marzo illuminava i colli.

Dentro, Nina Phoenix, modella oversize in agonia ma ancora viva, aveva trovato un nuovo sogno: trasformare il suo stadio IVB in una sentenza sospesa…

Era il 15 settembre 2027, un pomeriggio tiepido sui Colli Albani.

Un anno e mezzo esatto era passato da quella notte in cui Nina Phoenix, morente, si era fatta coccolare da Enzo sul divano della villa ai Castelli Romani, maglia della Croazia aperta sul seno enorme e la paura di buttarsi via.
Adesso la stessa villa era ancora lì, ma dentro era cambiato tutto e niente.
Nina era viva.
Stadio IVB cronicizzato. Non guarito. Non sparito. Solo… fermo. Il tumore era ancora lì – fegato, pancreas, stomaco e intestino – ma le metastasi non crescevano più da quattordici mesi. CA-125 stabile intorno a 620. La radio massiccia di Valletti, ripetuta tre volte, l’immunoterapia turca continua e la chemioterapia intra-arteriosa ogni sei settimane avevano fatto il miracolo parziale che lei aveva chiesto spingendo a bestia.
Dalla prima diagnosi erano passati due anni e tre settimane esatte.
I due medici erano seduti di fronte a lei nel salone, tablet alla mano, mentre fuori la piscina scintillava sotto il sole di settembre. Nina era sul divano, stavolta con la tuta da rally Lancia Martini slacciata fino all’ombelico.

Fu Valletti a parlare, voce professionale ma quasi ammirata: «Nina, aggiorniamo tutto. Hai cronicizzato. Non è remissione, è stabilizzazione cronica di stadio IVB. La progressione è bloccata. Percentuali aggiornate oggi, con il tuo protocollo attuale; sopravvivenza a tre mesi: 91-93%: a un anno: 64-68%; a cinque anni dalla diagnosi (quindi tra tre anni): 19-23% (prima era sotto il 10%).
Hai guadagnato due anni e mezzo di vita utile. Il pancreas è il punto debole, ma con la pompa di morfina 80 mg al giorno e l’ossigeno portatile sei gestibile».

Nina sorrise, quel sorriso un po’ stanco ma ancora da modella oversize che aveva fatto impazzire mezzo internet.
«Ho spinto a bestia per un anno e mezzo.

Niente piste ogni giorno, niente vodka a litri».
Guardò i due medici.
Nina Phoenix – modella oversize croata, stadio IVB cronicizzato, due anni e tre settimane dalla diagnosi – era ancora lì.
Viva.
Coccolata.
Pronta a spingere di nuovo
E tutto, incredibilmente, continuava.

METASTASI NEI DOCKS

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

I docks di Londra puzzavano sempre di diesel, sale e sangue vecchio.

Era il regno di Anna Frazer, la donna che tutti chiamavano “la Regina Indistruttibile”.

Capelli biondi tagliati corti come un casco da guerra, occhi penetranti che sembravano lame. Droga, estorsioni, protezione sui moli: tutto passava per le sue mani curate, con le unghie laccate di rosso sangue.

Indossava camicie bianche stirate alla perfezione e giacche nere che nascondevano la pistola come un segreto di famiglia.

Quella mattina, seduta sulla sua poltrona di pelle nell’ufficio sopra il magazzino 17, Anna puntava la Beretta dritta verso la telecamera di sicurezza. La bocca aperta in un urlo silenzioso, il dito sul grilletto. «Chiunque mi tocchi finisce nel Tamigi con i pesci», aveva ringhiato all'obiettivo.

Era il suo modo di dire buongiorno ai ragazzi.

Aveva grandi piani. Un accordo con i colombiani per triplicare il flusso di coca attraverso i docks. Soldi puliti da reinvestire in locali, ristoranti, persino un piccolo casinò. Voleva diventare “legittima”, come quel bastardo di Harold Shand che aveva visto in un vecchio film.
Ma il nemico, stavolta, non arrivava da Belfast. Non arrivava con bombe o cecchini.
Arrivava dal suo stesso corpo.
Due settimane prima, il dolore al basso ventre era diventato un coltello rovente. Anna l’aveva ignorato, come ignorava sempre tutto ciò a cui non poteva sparare. Poi il medico privato – quello pagato per tacere – aveva pronunciato le parole che nemmeno lei poteva far sparire: carcinoma ovarico, stadio IV. Metastasi pesanti al fegato. Metastasi sparse nell’intestino come mine antiuomo. Sei mesi, forse meno. «Mi dispiace, signora Frazer».
Lei aveva riso. Una risata secca, da gangster. Poi aveva puntato la stessa Beretta alla testa del dottore. «Tu non hai visto niente. Io non ho niente. Chiaro?».
Ma il corpo non obbediva agli ordini. La pelle diventava giallastra sotto il fondotinta. La nausea arrivava a ondate durante le riunioni. La forza nelle braccia – quelle braccia che avevano spezzato ossa – si spegneva all’improvviso. I ragazzi iniziavano a notare. Prima i sussurri. Poi le assenze. Poi le occhiate di lato.
I rivali non ci misero molto a fiutare il sangue nell’acqua.
Tommy “il Macellaio” Regan, che controllava i moli a est, cominciò a muoversi. «La vecchia è malata», diceva nei pub. «Il cancro la sta mangiando viva. Tempo di cambiare regina».
Anche dentro casa sua, il veleno era già arrivato.
Il suo braccio destro, Mickey Doyle – l’uomo che lei aveva tirato fuori dal riformatorio a sedici anni – aveva iniziato a parlare con Regan. Piccoli accordi. Piccole consegne deviate. «È per il bene dell’organizzazione», si giustificava Mickey, quando credeva che nessuno ascoltasse. «Lei non ce la fa più».
Anna lo sapeva. Lo sentiva nelle ossa che si sbriciolavano. Ma non lo diceva. Continuava a vestirsi di bianco e nero, a sorridere con la pistola in mano.

Il magazzino era illuminato a festa. I colombiani erano lì. I soldi erano sul tavolo. E poi tutto esplose – non con una bomba, ma con il dolore che le piegò le ginocchia proprio mentre stringeva la mano al capo dei sudamericani.
Cadde. Non per una pallottola. Per il fegato che cedeva.
In quel momento vide tutto: Mickey che distoglieva lo sguardo, Tommy Regan che sorrideva dal fondo della sala, i suoi uomini che abbassavano le armi invece di alzarle. Il tradimento era già dentro le mura.
Anna Frazer, la Regina Indistruttibile, si rialzò con la camicia bianca macchiata di vomito e sangue. Prese la Beretta, la puntò dritta verso Mickey.
«Tu mi hai tradito», disse con voce roca, ma ancora ferma. «Però non è colpa tua. È colpa di questo bastardo qui dentro». Si toccò il ventre con la mano libera. «Il cancro mi sta portando via tutto. Ma io non me ne vado senza portarmi qualcuno dietro».
Il colpo partì.
Poi il buio.
Fuori, sui docks, la pioggia iniziava a cadere.

Il Tamigi continuava a scorrere, indifferente.

E da qualche parte, nei vicoli umidi, già si sentiva la voce di Tommy Regan che gridava: «La Regina è morta! Lunga vita al nuovo re!».
Ma chi lo sapeva, in fondo, se Anna Frazer fosse davvero morta quella notte.
Perché le leggende, nei docks di Londra, non muoiono mai del tutto.
Nemmeno quando il nemico è più forte di qualsiasi IRA.
Nemmeno quando il nemico è dentro di te.

Anna Frazer non era crepata.
Il colpo era partito, sì, ma non verso Mickey. Era schizzato verso il soffitto del magazzino, schegge di intonaco che piovevano come grandine, mentre lei era in ginocchio, non per una pallottola, ma per il fegato che aveva deciso di tradirla proprio in quel momento. I colombiani erano scappati urlando. I suoi uomini l’avevano caricata su un’auto prima che Tommy Regan potesse finire il lavoro.

Due ore dopo era sul tavolo operatorio di una clinica privata a Canary Wharf, quella che pagava sottobanco da anni.

Il chirurgo aveva eseguito una citoriduzione aggressiva d’urgenza: rimozione delle ovaie, dell’omento e del maggior numero possibile di impianti tumorali dal peritoneo, dal fegato e dall’intestino.
Uscì dalla sala operatoria con la faccia grigia.
«Signora Frazer… è ancora viva. Ma il quadro, a tre settimane dalla diagnosi, è quello che sappiamo».

Anna, intubata, con gli occhi che bruciavano di rabbia più che di dolore, aveva fatto segno di parlare.
Il medico aveva sospirato.
«Carcinoma ovarico stadio IV. Metastasi epatiche e intestinali multiple. Il tumore è aggressivo, BRCA-negativo, ma responsive iniziale alla chemio platino-taxano.
Percentuali realistiche, senza zucchero; sopravvivenza relativa a 5 anni per stadio IV con metastasi a distanza: tra il 20% e il 31% secondo i dati più recenti.
Con chirurgia citoriduttiva aggressiva + chemioterapia + terapia mirata possiamo spingere la sopravvivenza mediana a 36-48 mesi, invece di 18-24. Ma è una lotta. Il fegato è compromesso al 40%, l’intestino rischia l'occlusione».
«Allora dobbiamo rientrare in quel 31, dottore».
Tre giorni dopo era già uscita dalla rianimazione.

Dentro, però, il nemico silenzioso continuava a rosicchiare.
E fuori, nei docks, Mickey era sparito. Tommy Regan aveva iniziato a prendersi i moli est.

I docks di Londra erano avvolti in una nebbia giallastra, come se il Tamigi avesse deciso di vomitare tutto il suo veleno proprio in quel giorno.

Anna Frazer sedeva sulla sua poltrona di pelle, la stessa di sempre, con la Beretta sul tavolo davanti a lei. La camicia bianca era fresca di bucato, l'immagine della sua tracotanza; gonfia delle sue zinne mature.

Ma sotto… sotto il nemico non dormiva.
Il dolore arrivò come un’onda nera, lenta e implacabile. Prima un bruciore sordo al basso ventre, poi un artiglio che le strappava le ovaie morte, che le mordeva il fegato come un cane rabbioso. Anna strinse i braccioli fino a far scricchiolare il legno. Il sudore le colava lungo la schiena, freddo, appiccicoso. Sentiva il fegato gonfio, pesante, che premeva contro le costole come se volesse sfondarle da dentro. L’intestino si contorceva in spasmi silenziosi, un nodo di ferro che le toglieva il fiato.
«Merda…», sussurrò tra i denti, la voce rauca, quasi un ringhio.
Chiuse gli occhi un secondo. Vide tutto in un flash: il magazzino che crollava, Mickey che spariva nel buio, Tommy Regan che rideva con i colombiani al telefono. Il corpo la tradiva peggio di qualsiasi uomo. Il cancro non chiedeva permessi. Il cancro non si lasciava comprare. Il cancro era l’IRA sciolta nel suo stesso sangue: silenzioso, paziente, e già dentro le mura.
Si alzò di scatto. O almeno ci provò. Le gambe cedettero per mezzo secondo, quell'istante bastò perché la nausea le salisse in gola come bile calda. Si aggrappò al bordo della scrivania, le nocche bianche. Il fondotinta non bastava più: lo specchio sul muro le restituiva una faccia grigiastra, gli occhi infossati, le labbra screpolate nonostante il rossetto acceso.
«Agonia», pensò. Quella parola le pulsava in testa come un tamburo. Non era dolore. Era agonia. La sentiva premere, schiacciarla contro la sedia, come se il tumore avesse messo radici nel midollo e stesse tirando verso il basso, verso la terra umida dei docks dove finivano i traditori.
Il telefono vibrò. Un messaggio da uno dei suoi ultimi fedeli: «Regan ha preso altri due container. Dice che tu sei… debole».
Anna rise. Una risata secca, spezzata dal dolore che le risaliva fino al petto. Debole. Lei. La donna che aveva fatto sparire uomini interi nel Tamigi. Prese la Beretta, la soppesò. Il metallo freddo le diede un brivido di conforto. Ma la mano tremava. Tremava davvero.
Andò alla finestra. Fuori, le gru muovevano container come bare di metallo. Il suo impero. Il suo Venerdì Santo. Nel film che aveva visto mille volte, il boss arrivava alla fine con le mani sporche di sangue e di orgoglio. Lei invece stava finendo con le mani sporche di chemio e di bile.
Un altro spasmo. Più forte. Si piegò in due, vomitò nel cestino d’acciaio senza fare rumore. Il sapore metallico in bocca era lo stesso del sangue che aveva fatto versare per anni. Si pulì la bocca con il dorso della mano, si guardò nello specchio sporco.
«Tu non mi prendi oggi», ringhiò al riflesso. «Non il giorno del Venerdì Santo. Non prima che io prenda loro.»
Ma la voce era flebile. L’agonia premeva più forte, come un peso sul petto, come una pistola puntata alla tempia da dentro. Il fegato bruciava. L’intestino si torceva. E per la prima volta, Anna Frazer sentì davvero la paura: non quella dei boss rivali, non quella della galera o del coltello.
La paura di non farcela a sparare l’ultimo colpo.
Si rimise seduta. La Beretta in pugno. La telecamera di sicurezza accesa.
Sorrise lo stesso, con le labbra tirate.
«Avanti, cancro. Premi pure. Io premo prima.»
Fuori, la nebbia sui docks si faceva più densa. E da qualche parte, nel buio, Tommy Regan stava già caricando le armi per il colpo di grazia.
Ma il Venerdì Santo non era ancora finito.
E nemmeno Anna Frazer.
Non del tutto.

 

Stesso Venerdì Santo. Stessa nebbia giallastra sui docks, ma dall’altra parte del Tamigi, nel magazzino 23 che puzzava di nafta e tradimento fresco.
Tommy Regan sedeva su una cassa di legno rovesciata come fosse un trono. Giacca di pelle nera lucida, catena d’oro al collo, sigaro cubano tra i denti nonostante la chemio di Anna gli avesse insegnato che il cancro non perdona nessuno. Aveva quarantotto anni, faccia da bulldog e un sorriso che sembrava tagliato con il rasoio. Intorno a lui, sei dei suoi: tutti ex di Anna, passati con lui come topi che abbandonano la nave che affonda.
Sul tavolo davanti a lui c’era un tablet con le immagini in diretta delle telecamere che Mickey Doyle aveva hackerato quella mattina. Si vedeva Anna Frazer: piegata in due, mano sullo stomaco, faccia grigia come il cemento. Vomito nel cestino. Tremito alla mano che stringeva la Beretta.
Tommy scoppiò a ridere, una risata grassa che fece tremare la cassa.
«Guardatela. La Regina Indistruttibile. Sta morendo in diretta. Non serve nemmeno una pallottola. Il cancro fa il lavoro per noi.»
Mickey Doyle, in piedi in un angolo con le mani in tasca, abbassò lo sguardo. Era pallido. «Anna è tosta, Tommy. Anche mezza morta può ancora sparare.»
Regan si alzò, gli diede una pacca sulla spalla troppo forte. «Tu l’hai già tradita una volta, Mickey. Non fare il sentimentale adesso. Il suo fegato è al 40%, l’intestino è un nodo di mine. I medici le danno sei mesi, forse meno. Io gliene do tre giorni.»
Prese il telefono e compose un numero. Dall’altra parte rispose uno dei colombiani che Anna aveva spaventato al magazzino.
«Señor, la señora Frazer è… indisposta. Molto indisposta. Io invece sono sano, affamato e con i container pronti. Stasera alle dieci, al molo 19. Portate i soldi e la roba. Da domani i docks sono miei.»
Chiuse la chiamata e si girò verso i suoi uomini.
«Stanotte finiamo il lavoro. Mickey, tu porti due ragazzi dentro il suo ufficio. Non sparate subito. Prima voglio che lei mi guardi negli occhi mentre le dico che la sua epoca è finita. Voglio vedere se riesce ancora a puntare quella Beretta con la mano che trema.»
Uno dei ragazzi, un giovane con la faccia da ratto di nome Kev, ridacchiò: «E se il cancro la ammazza prima?»
Tommy Regan aspirò una boccata di sigaro, gli occhi freddi come il fondo del Tamigi.
«Allora le spariamo lo stesso. Per rispetto. Non si lascia una regina crepare da sola come un cane.»
Rise di nuovo, ma dentro sentiva qualcosa di strano. Non era paura. Era… eccitazione mista a un brivido. Perché sapeva che Anna non era ancora morta. Sapeva che quella donna, anche con le metastasi che le mangiavano le budella, poteva ancora mordere. E lui voleva quel morso. Voleva essere l’uomo che aveva ucciso la leggenda.
Guardò l’orologio. Le 18:47. Tra tre ore sarebbe stato buio pesto.
«Preparate le macchine. E portate un sacco nero grande. Per lei.»
Fuori, le campane della chiesa continuavano a suonare a morto. Ma questa volta non suonavano per Anna.
Suonavano per chi aveva osato prenderle il trono.
E Tommy Regan, per la prima volta in vita sua, si sentì invincibile.
Mentre dall’altra parte del fiume, nella poltrona di pelle nera, Anna Frazer stringeva la Beretta e sussurrava tra i denti:
«Vieni pure, Tommy. Vieni a prenderti il tuo Venerdì Santo.»
Il dolore la schiacciava. L’agonia premeva.
Ma la rabbia… la rabbia era ancora più forte.2,3s

 

Mi chiamo Tommy Regan e stasera dovrei sentirmi un re.
Invece, mentre Kev guida il SUV nero lungo il molo 19, con la pioggia che tamburella sul parabrezza come dita nervose, io tengo gli occhi fissi sul Tamigi e non riesco a togliermi dalla testa lei. Anna Frazer. La Regina Indistruttibile. Quella che una volta mi ha fatto pisciare sotto solo con uno sguardo.
Erano i primi anni Novanta, io ero un ragazzino di vent’anni con la faccia da duro e il cervello da idiota. Lei comandava già i docks come se fossero il suo salotto. Mi aveva beccato a rubare un carico di eroina dal suo magazzino. Invece di farmi sparire nel fiume, mi aveva fatto sedere di fronte a quella stessa scrivania di quercia, mi aveva versato un whisky e mi aveva detto: «Ragazzo, se vuoi vivere, impara a baciare l’anello giusto». Poi mi aveva dato un lavoro. Mi aveva insegnato a contare i soldi, a spezzare le dita, a non fidarmi mai di nessuno.
«Tu hai fame, Tommy», mi aveva detto una sera, mentre caricavamo un container sotto la pioggia. «Io rispetto la fame. Ma non confonderla con la forza.»
E adesso? Adesso è lei quella che sta morendo di fame. Fame di vita. Il cancro le sta mangiando le ovaie, il fegato, le budella. L’ho vista in quel video: piegata in due, bianca come un lenzuolo, la Beretta che le tremava in mano. E per un secondo – solo un secondo, giuro – ho sentito qualcosa di strano qui, sotto lo sterno. Non era pietà. Era… scrupolo.
Perché lei era potente. Davvero potente. Non come questi coglioni che mi leccano il culo solo perché sto vincendo. Anna era una che entrava in una stanza e tutti abbassavano gli occhi. Io la guardavo e pensavo: “Un giorno voglio essere così”. E adesso sto per cancellarla come se fosse un errore di contabilità.
Kev mi dà una gomitata. «Tommy, siamo arrivati. Mickey dice che è ancora nel suo ufficio. Sola.»
Annuisco, ma non mi muovo. La mano sulla pistola è sudata. Penso a lei seduta lì, con la camicia bianca macchiata di sudore freddo, che lotta contro il dolore come ha lottato contro tutti noi per vent’anni. Penso a come mi guarderebbe negli occhi quando entrerò. Non con odio. Con delusione. Quella delusione da madre che vede il figlio diventato peggio di lei.
«Cazzo, Anna…» mormoro tra me, troppo piano perché gli altri sentano. «Eri una regina. Io sono solo un cane che ha imparato a mordere.»
Poi spingo la portiera e scendo. La pioggia mi bagna la faccia e lava via quel pensiero stupido.
È Venerdì Santo. Il giorno in cui tutto finisce.
E io non posso permettermi scrupoli. Non adesso che il trono è a un passo.
Ma mentre cammino verso il magazzino con la pistola in pugno, sento ancora quella voce dentro la testa. La sua voce.
«Tu hai fame, Tommy. Ma non confonderla con la forza.»
Stringo i denti e continuo a camminare.
Però il cuore batte un po’ più forte del solito. E non è solo eccitazione.

Entro nell’ufficio e il silenzio mi colpisce come uno schiaffo. La luce al neon ronzava sopra di lei, Anna Frazer, seduta sulla sua poltrona di pelle nera come se fosse ancora la padrona del mondo. Camicia bianca macchiata di sudore, giacca nera aperta, la Beretta puntata dritta verso di me. La mano non tremava più. O forse sì, ma lei la teneva ferma con tutta la rabbia che le restava.
«Tommy», dice con quella voce rauca che conosco da vent’anni. «Sei venuto a prenderti il trono.»
Non rispondo. Alzo la mia pistola. Mickey e Kev sono dietro di me, ma io faccio segno di stare indietro. Voglio che sia tra me e lei. Solo noi due.
Lei sorride. Un sorriso storto, da lupa ferita. «Avanti allora. Spara.»
Preme il grilletto per prima.
Click.
Niente. Solo il suono secco del percussore che batte a vuoto. La pistola è scarica. Lo sapevo. Lo aveva fatto apposta. Non stava difendendo un cazzo. Stava fingendo, come una regina che accetta la fine con stile.
Io sparo. Una volta. Due. Tre. Il rumore è assordante nel piccolo ufficio. I colpi la prendono al petto, alla spalla, al fianco. Lei non urla. Si limita a sobbalzare sulla poltrona, come se avesse preso uno schiaffo troppo forte. Il sangue fiorisce sulla camicia bianca, rosso vivo contro il bianco. Cade in avanti, una mano sul tavolo, l’altra ancora stretta intorno alla Beretta inutile.
Mi avvicino. Il suo respiro è un rantolo bagnato. Gli occhi azzurri mi fissano, lucidi di dolore e di qualcosa che sembra quasi… sollievo.
«Ne avevo per poco, Tommy», sussurra. Il sangue le cola dalla bocca. «Il tumore… ha avuto una fiammata. Due giorni fa i medici hanno detto che è questione di giorni. Non settimane. Giorni. Il fegato è andato, l’intestino si sta chiudendo. Stavo già morendo, stronzo. Tu hai solo accelerato.»
Tossisce. Un colpo di tosse che le fa schizzare sangue sul mento. La mano trema di nuovo, ma non per la paura. Per il dolore che la sta divorando da dentro più in fretta di quanto io possa fare da fuori.
«Finiscimi», dice piano, quasi supplichevole. «Non lasciarmi qui a marcire come una cagna. Finiscimi, Tommy. Un ultimo favore alla donna che ti ha insegnato tutto.»
La guardo. La Regina Indistruttibile ridotta a un mucchio di carne sanguinante su una poltrona. Il cancro l’aveva già mezza uccisa. Io ho solo dato il colpo di grazia. E in quel momento sento di nuovo quello scrupolo del cazzo, quel nodo sotto lo sterno. Era potente. Era mia. Era la fame fatta donna.
Ma poi penso ai container che mi aspettano, ai colombiani che stanno già chiamando il mio numero, al trono che è finalmente mio.
Mi chino su di lei, le sfioro la guancia con il dorso della mano. «No, Anna. Non ti finisco. Ti lascio qui. Come una stronza qualsiasi.»
Mi rialzo. Lei mi guarda con quegli occhi che non si spengono ancora. Un ultimo lampo di odio puro, mescolato al dolore.
«Vaffanculo, Tommy», rantola.
Io mi giro e faccio segno a Mickey e Kev di uscire. «Lasciatela. Che crepi da sola. Il cancro farà il resto.»
Chiudo la porta dietro di me. Il rumore dei miei passi nel corridoio del magazzino copre il suo respiro che diventa sempre più debole.
Fuori piove ancora. Il Tamigi è nero e indifferente.
Io sono il nuovo re dei docks.
Ma mentre salgo sul SUV, quel nodo sotto lo sterno non se ne va.
E per la prima volta in vita mia mi chiedo se ho appena ucciso una leggenda… o se l’ho solo lasciata morire come meritava una regina troppo orgogliosa per chiedere pietà.

Mi chiamo Tommy Regan e stamattina, mentre bevevo il caffè nero nel mio nuovo ufficio al magazzino 23, il giornale mi è caduto dalle mani come se pesasse una tonnellata.
“ANNA FRAZER IN TERAPIA INTENSIVA: LA REGINA DEI DOCKS LOTTA PER UN FILO DI VITA”
Il titolo era a caratteri cubitali, con una foto vecchia di lei che sorrideva con la Beretta in mano, quella foto che tutti conoscevano. Sotto, in grassetto: “I colpi sparati ieri notte non sono risultati mortali. La donna, 58 anni, versa in condizioni critiche per una crisi epatica acuta dovuta a un tumore ovarico in stadio avanzatissimo con metastasi diffuse. I medici parlano di ore, forse meno.”
Ore.
Ho riletto la frase tre volte. I colpi non erano mortali. Tre pallottole al petto, alla spalla, al fianco. Dovevo averle piazzate perfette, da professionista. Invece… niente. Come se il mio istinto killer avesse fatto cilecca proprio contro di lei. Come se il corpo di Anna avesse deciso di non arrendersi nemmeno ai proiettili, lasciando che fosse il cancro a finirla. Il fegato aveva ceduto di colpo, una fiammata finale. Il tumore avanzato aveva fatto il resto.
Ho chiuso il giornale di scatto. Mickey, seduto di fronte, mi guardava senza fiatare. «È ancora viva, Tommy. In terapia intensiva al Royal London Hospital. Mascherata come “Jane Doe” per sicurezza, ma lo sanno tutti.»
Io non ho risposto. Dentro di me qualcosa si è mosso di nuovo: quel nodo sotto lo sterno, quello scrupolo del cazzo che non se n’era andato da ieri notte. L’avevo lasciata lì a crepare da sola, come una stronza. E adesso lei stava morendo davvero, ma non per mano mia. Per quel bastardo dentro di lei.
Mi sono alzato. «Preparami la maschera.»
Ce l’avevo da anni, quella maschera. Roba da Diabolik, comprata da un falsario russo a Soho: lattice ultra-realistico, capelli veri innestati, occhi che si muovono come i tuoi. Somigliava a un cugino di Anna che nessuno aveva mai visto davvero – un certo “Frankie Frazer”, un tipo di Glasgow di cui lei parlava solo quando era ubriaca, morto da tempo ma con foto vecchie sparse in giro. La maschera era perfetta: faccia larga, baffi sale e pepe, cicatrice finta sulla guancia sinistra. Me l’ero fatta fare proprio per emergenze del genere.
Mi sono chiuso nel bagno del magazzino. Ho applicato l’adesivo, ho tirato la pelle finta, ho sistemato la parrucca. Quando ho guardato allo specchio, non c’ero più io. C’era Frankie. Il cugino preoccupato venuto da nord per l’ultimo saluto.
Ho preso la macchina da solo. Niente scorta. Niente Mickey. Solo io e quel nodo che mi stringeva il petto.
L’ospedale puzzava di disinfettante e morte pulita. Al banco accettazione ho parlato con voce roca, accento scozzese: «Sono Frankie Frazer, cugino di Anna. Ho saputo solo stamattina. Posso vederla? Solo un minuto, per favore.»
La infermiera ha controllato i documenti falsi che avevo preparato, ha annuito con pietà negli occhi. «È in condizioni critiche, signor Frazer. Terapia intensiva. Ore, al massimo. Indossi questo.»
Mi ha dato il camice verde, la mascherina, i guanti. Mi ha accompagnato fino alla porta a vetri della stanza 7.
Eccola.
Anna Frazer, la Regina Indistruttibile, ridotta a un sacco di carne e tubi. Camicia bianca dell’ospedale aperta sul petto, bende insanguinate dove avevo sparato. Macchine che bipavano come impazzite. Il viso grigio, gli occhi chiusi, le labbra screpolate. Il fegato aveva mollato del tutto: ittero ovunque, pelle gialla come cera vecchia.
Mi sono avvicinato. Il cuore mi batteva forte sotto la maschera. Ho preso una sedia di plastica e mi sono seduto accanto al letto.
«Anna…» ho sussurrato, con la voce di Frankie che usciva dalla mia gola. «Sono io. Sono venuto.»
Lei non ha aperto gli occhi. Il respiro era un rantolo debole, aiutato dal ventilatore. Ma la mano – quella mano che una volta stringeva la Beretta come un’estensione del braccio – ha avuto un piccolo sussulto, come se mi avesse riconosciuto lo stesso.
Io sono rimasto lì, con la maschera che mi prudeva sulla faccia vera, a guardare la donna che mi aveva insegnato tutto mentre il cancro le rubava le ultime ore.
Non sapevo perché ero venuto. Per chiudere il cerchio? Per chiederle scusa in silenzio? O solo per vedere con i miei occhi che la Regina stava davvero cadendo, e che stavolta non era colpa mia.
Fuori dalla finestra il Tamigi scorreva lento, indifferente come sempre.
E dentro di me quel nodo non si scioglieva.
Forse non si sarebbe sciolto mai più.

Ero ancora seduto su quella sedia di plastica, con la maschera di Frankie che mi tirava la pelle come una seconda faccia bugiarda, quando Anna ha aperto gli occhi.
Non di colpo. Piano, come se persino le palpebre pesassero troppo. Le iridi azzurre, opache per l’ittero, mi hanno messo a fuoco. Ha riconosciuto qualcosa. Non me – non Tommy – ma forse il calore di una presenza familiare, o forse solo il bisogno disperato di aggrapparsi a chiunque.
Ha mosso le labbra screpolate. Il ventilatore sibilava, le macchine bipavano, ma la sua voce è uscita lo stesso, un filo rauco, spezzato dal dolore.
«Frankie… sei tu… vero?»
Ho annuito, stringendo la sua mano fredda attraverso i guanti. «Sì, Anna. Sono venuto.»
Lei ha sorriso debolmente, un ghigno storto che le ha fatto colare un filo di saliva mista a sangue sul mento. Poi ha parlato, e ogni parola sembrava costarle un pezzo di vita.
«Quando manca poco… è proprio il momento che vuoi vivere, cazzo.» La voce si è incrinata. «Mondo schifoso… mondo di merda. Ti porta via tutto e proprio allora, proprio quando senti l’odore della terra, ti viene voglia di respirare ancora. Di sentire il sole sui docks, di urlare ai ragazzi, di bere un whisky senza vomitare. E invece…»
Si è lamentata, un lamento basso, animale, mentre una fitta le attraversava il corpo. La mano ha stretto la mia con forza sorprendente per una moribonda.
«Vai… vai dal medico. Capisci che cazzo fanno. Se mi lasciano andare… o se provano ancora qualcosa. Chemioterapia dell’ultimo minuto? Morfina e basta? Dimmelo. Io… io non voglio crepare senza sapere se sto lottando o se mi stanno solo spegnendo come una candela.»
Ho fatto per alzarmi, ma lei non ha mollato la presa.
«Aspetta… Tommy no, Frankie… ascolta.» Ha tossito, un colpo secco che ha fatto tremare il letto. «Io… io… due giorni di agonia me li farei volentieri… con te vicino.»
Gli occhi le si sono riempiti di lacrime vere, non di rabbia. Paura pura. La Regina Indistruttibile che confessava di avere paura della fine.
«Due giorni… solo due. Con qualcuno che mi tiene la mano. Non Mickey, non quei bastardi. Te. Il cugino che non ho mai avuto davvero… ma che adesso è qui. Resta. Anche se puzzo di morte. Anche se il fegato mi sta scoppiando. Resta e basta.»
Il bip del monitor è diventato irregolare. Un’infermiera è entrata di corsa, ha controllato i valori, mi ha guardato con pietà. «Signor Frazer, deve uscire un attimo. Stiamo stabilizzando.»
Ma Anna ha alzato la voce, un ultimo ringhio debole: «No! Lui resta!»
Poi si è afflosciata, gli occhi di nuovo chiusi, il respiro un rantolo corto.
Io sono rimasto lì, con la maschera che mi nascondeva la faccia ma non il nodo che mi stringeva la gola.
Lei voleva vivere proprio adesso che non poteva più. Voleva due giorni di agonia con “me” vicino. E io, il bastardo che le aveva sparato, il cane che l’aveva lasciata a marcire, ero lì travestito da cugino fantasma a tenerle la mano.
Il mondo era davvero schifoso.
E io, per la prima volta, non sapevo se volevo che morisse in fretta… o se volevo restare quei due giorni con lei.

Metastasi nei Docks – Dal punto di vista di Tommy Regan (il primario)
Sono uscito dalla stanza 7 con le gambe che pesavano come cemento armato. La maschera di Frankie mi prudeva sulla faccia, il lattice tirava agli angoli della bocca, ma non potevo togliermela. Non lì. Non ora.
L’infermiera mi ha indicato la porta in fondo al corridoio della terapia intensiva. «Il primario è il dottor Harlan. È appena uscito dalla visita. Ha cinque minuti, signor Frazer.»
Ho bussato. Una voce stanca ha detto «Avanti».
Il dottor Harlan era un uomo sui sessant’anni, occhiali spessi, camice sgualcito, occhi rossi di chi non dorme da tre turni. Sedeva dietro una scrivania piena di cartelle, il monitor mostrava le lastre di Anna: fegato nero di metastasi, intestino gonfio come un pallone, numeri che non promettevano niente di buono.
«Dottore», ho detto con l’accento scozzese che avevo provato per ore, «sono Frankie Frazer, cugino di Anna. Lei mi ha chiesto di venire da lei. Vuole sapere… esattamente. Se la lasciate andare o se provate ancora qualcosa.»
Harlan ha sospirato, si è tolto gli occhiali e si è massaggiato le tempie. Ha preso una cartella, l’ha aperta.
«Signor Frazer, non le giro intorno. Sua cugina è in fase terminale. Il carcinoma ovarico è al IV stadio da mesi, metastasi epatiche massive. Ieri notte ha avuto una crisi epatica acuta fulminante: bilirubina alle stelle, encefalopatia epatica in arrivo. I colpi di arma da fuoco? Sorprendentemente non letali. Uno ha sfiorato il polmone, gli altri sono stati fermati dalle costole e dai muscoli. Il corpo ha resistito… ma il tumore no.»
Ha girato lo schermo verso di me. Immagini orribili, grigie, piene di macchie bianche ovunque.
«Possiamo ancora fare qualcosa? Sì e no. Non chirurgia, non chemio aggressiva: il fegato non reggerebbe. Possiamo intensificare la morfina, aggiungere sedazione profonda se il dolore diventa insopportabile. Tenere il ventilatore per qualche ora in più. Ma realisticamente… parliamo di ore. Al massimo trentasei, quarantotto. Il tumore ha avuto una fiammata finale. L’ittero peggiora a vista d’occhio. L’encefalopatia le sta già annebbiando la mente.»
Ho stretto i pugni sotto il tavolo. «Quindi la lasciate andare.»
Harlan mi ha guardato dritto negli occhi. «Le stiamo dando dignità. Se vuole, possiamo provare un protocollo palliativo estremo: un ultimo ciclo di supporto con albumina e nutrizione parenterale per guadagnare forse due giorni. Ma sarà agonia pura. Nausea, delirio, dolore anche con la morfina. Molti familiari scelgono di non prolungare.»
Due giorni.
Le parole di Anna mi sono tornate in gola come acido: due giorni di agonia me li farei volentieri… con te vicino.
Ho deglutito. «Lei… lei vuole quei due giorni. Me lo ha detto. Vuole lottare ancora un po’.»
Il medico ha annuito lentamente, senza giudicare. «Allora firmiamo il consenso per il protocollo palliativo massimo. Le daremo tutto il conforto possibile. Ma le dico una cosa da uomo a uomo: non sarà bello. Sarà esattamente quello che ha detto sua cugina prima: il momento in cui vorresti vivere di più… è quando il corpo ti sta già spegnendo.»
Mi sono alzato. La maschera mi bruciava la pelle. «Grazie, dottore.»
Harlan mi ha fermato sulla porta. «Signor Frazer… se è davvero un cugino, resti con lei. In queste ore non conta più chi è stato prima. Conta solo chi tiene la mano.»
Sono uscito senza rispondere.
Nel corridoio il bip delle macchine sembrava più forte. Il Tamigi fuori dalla finestra era grigio come sempre.
Tornavo da Anna con la risposta.
E dentro di me, sotto il lattice e la faccia finta di Frankie, Tommy Regan sentiva quel nodo stringersi fino a fare male.
Due giorni.
Potevo darglieli io, quei due giorni?
O dovevo scappare prima che la maschera cadesse e lei capisse chi era davvero venuto a vederla morire?

Metastasi nei Docks – Dal punto di vista di Tommy Regan (il caos)
Sono tornato nella stanza 7 con le parole del dottor Harlan che mi rimbombavano ancora in testa come colpi di pistola. Due giorni al massimo. Protocollo palliativo estremo. E invece, quando ho varcato la porta, il caos era già scoppiato fuori e dentro.
Prima di tutto i tabloid. Li ho visti sul carrello dell’infermiera, freschi di stampa, titoli a caratteri cubitali che sembravano sparati con un fucile a pallettoni:
«LA REGINA DEI DOCKS CREPA IN DIRETTA: ANNA FRAZER, LA DONNA CHE NON MORIVA MAI, ORA LOTTA PER ORE CONTATE»
«METASTASI NEI DOCKS: IL CANCRO HA FATTO CIÒ CHE NEMMENO I BOSS RIVAL I SONO RIUSCITI A FARE»
«VENERDÌ SANTO DI SANGUE: LA FRAZER IN AGONIA, I COLPI NON BASTANO, È IL TUMORE A FINIRLA»
Uno aveva addirittura la foto della mia Beretta (o una simile) con la didascalia “L’ultimo bacio di Tommy Regan?”. Mi è venuto da vomitare sotto la maschera di Frankie. Il mondo intero sapeva, e stava già festeggiando la fine della Regina.
Dentro la stanza, Anna era sveglia. O almeno, credeva di esserlo.
L’encefalopatia epatica l’aveva colpita come un treno. Un minuto lucidissima, gli occhi azzurri che mi fissavano con quella rabbia antica, il minuto dopo delirava, parlava di container che volavano sopra il Tamigi, di Mickey che ballava con i colombiani, di me – no, di “Frankie” – che le portava whisky di Glasgow come ai vecchi tempi.
«Frankie… Frankie caro…» ha rantolato, stringendomi la mano con una forza che non avrebbe dovuto avere. «Sto tirando… sto tirando ancora, cazzo! Due giorni? Tre? Me li prendo tutti! Sento che posso farcela… sogno altri giorni, Frankie. Altri giorni sui docks, con il vento che puzza di nafta e io che urlo agli uomini. Voglio vivere, capito? Proprio adesso che manca poco… è il momento che voglio di più.»
Rideva, una risata spezzata, piena di bava e di lacrime. Contentissima, come una bambina che ha strappato un’ora di gioco in più prima di andare a letto. «Tirare… tirare alle lunghe… sì, sì… ancora un po’.»
Io le ho stretto la mano, ma dentro mi sentivo spaccare. «Anna… calmati. Non è un gioco. Il dottore ha detto che è questione di ore, forse due giorni se va bene. Non sognare troppo, ti prego. Non farti illusioni.»
Lei ha scosso la testa, delirante per un secondo, poi lucida di nuovo. «No, no… io tiro. Tu resta qui e io tiro. Due giorni di agonia con te vicino… è quello che voglio.»
Proprio in quel momento il monitor ha iniziato a impazzire. Il bip è diventato un sibilo piatto, il cuore che cedeva. Anna ha chiuso gli occhi, il respiro un rantolo corto.
Mi sono girato di scatto verso l’infermiera che stava entrando. «Ehi! Tu! Tienti pronta con il defibrillatore! Se cede, shock. Prova a stabilizzarla, cazzo! Non la mollare!»
La donna mi ha guardato strano – forse perché un “cugino” non dovrebbe urlare ordini da boss – ma ha annuito e ha preparato il carrello. «Signor Frazer, stiamo già…»
Non ho finito di ascoltarla. Fuori nel corridoio era scoppiato il pandemonio. Voci, passi di corsa, medici che parlavano a raffica al telefono. Ho sentito frammenti: «Trasferimento d’urgenza… Royal Marsden… attrezzato per radioterapia aggressiva d’emergenza… protocollo sperimentale… metastasi epatiche… possiamo tentare una irradiazione mirata last-minute… elicottero in arrivo tra quindici minuti…»
Il caos era totale. Infermieri che spingevano barelle, giornalisti che provavano a infiltrarsi all’ingresso, poliziotti privati che bloccavano le porte. Qualcuno aveva fatto trapelare che la Frazer era ancora viva e che forse – forse – c’era un ultimo, disperato tentativo con la radio aggressiva.
Anna ha riaperto gli occhi per un attimo, lucida di nuovo. Mi ha sorriso debolmente. «Senti? Stanno tirando anche loro… per me. Altri giorni, Frankie. Altri giorni.»
Io ho pregato in silenzio che il defibrillatore non servisse. Ho pregato che il trasferimento andasse liscio. Ma soprattutto ho pregato che questa maschera di lattice tenesse, perché se Anna avesse capito chi ero davvero in mezzo a tutto questo delirio…
Be’, forse sarebbe morta con un sorriso di vittoria invece che di paura.
Il Tamigi fuori dalla finestra era nero. I tabloid urlavano. E io, Tommy Regan, tenevo la mano alla donna che avevo cercato di uccidere… mentre il mondo intero aspettava di vedere se la Regina avrebbe tirato ancora un po’. O se finalmente sarebbe crepata.

Ero ancora lì, con la mano di Anna stretta nella mia guanto di lattice, quando il telefono dell’infermiera ha iniziato a vibrare come un allarme antincendio. Poi è arrivato il casino vero.
Prima i tabloid. Uno strillo dal corridoio: un infermiere che urlava al collega «L’hanno detto su Sky News! È morta! La Frazer è morta!». Ho alzato gli occhi e ho visto il titolo che correva sul televisore acceso sopra la porta:
«CLAMOROSO: ANNA FRAZER, LA REGINA DEI DOCKS, È MORTA IN TERAPIA INTENSIVA – IL CANCRO HA VINTO»
Per tre minuti netti il mondo è impazzito. Twitter (o come cazzo si chiama adesso) esplodeva, i giornalisti si accalcavano all’ingresso dell’ospedale, qualcuno gridava che i docks erano già in subbuglio perché Tommy Regan stava per prendersi tutto. Io sentivo il cuore che mi martellava sotto la maschera di Frankie. Morte. Annunciata. Ufficiale.
Poi, cinque minuti dopo, lo stesso giornalista che aveva sparato la notizia si è smentito da solo in diretta, faccia rossa come un pomodoro:
«Smentita clamorosa! Anna Frazer NON è deceduta! La paziente ha subito un arresto cardiaco improvviso pochi minuti fa, ma è stata rianimata con successo grazie a un defibrillatore d’emergenza. Le condizioni restano critiche, ma è viva. Ripetiamo: Anna Frazer è VIVA.»
I titoli sono cambiati in tempo reale sui telefonini di tutti:
«RIALZATA DALLA MORTE: LA FRAZER RIANIMATA POST-INFARTO – IL CANCRO NON BASTA»
«MIRACOLO AI DOCKS? REGINA IN AGONIA MA RESPIRA ANCORA»
Il panico si è trasformato in caos puro. Gente che correva, infermieri che spingevano carrelli, un medico che urlava ordini. Anna ha aperto gli occhi proprio in quel momento, lucida per un soffio, e ha sorriso con le labbra spaccate.
«Frankie… hai visto? Sto tirando… sto tirando ancora. Giorni. Voglio altri giorni. Non mi mollano così facilmente. Altri giorni con te vicino… ti prego.»
La voce era debole ma piena di quella fame disperata che conoscevo bene. Io ho annuito, ma dovevo sembrare un cugino normale, non un boss con la coscienza sporca. Ho tirato fuori il telefono falso, quello con la SIM prepagata, e ho fatto finta di ricevere una chiamata.
«Pronto? Sì, amore, sono qui… sì, tua cugina Anna… no, non è morta, hanno appena detto che l’hanno rianimata… sì, sto con lei… la moglie, sì… ti richiamo dopo, bacio.»
Ho riattaccato con un sospiro teatrale, da bravo marito preoccupato. «Mia moglie… è a Glasgow, non riesce a venire. Dice di salutarti.»
Anna ha stretto più forte la mia mano. «Altri giorni, Frankie… dimmi che ce ne sono altri.»
Non ho fatto in tempo a rispondere. La porta si è spalancata e due infermieri con il giubbotto catarifrangente sono entrati spingendo una barella da trasporto.
«Trasferimento immediato! Royal Marsden Hospital. Protocollo sperimentale di radioterapia aggressiva d’emergenza. Elicottero sul tetto tra sette minuti.»
Dietro di loro ho visto un tizio in giacca e cravatta, auricolare all’orecchio, che parlava al telefono con voce da venditore: «Sì, gli sponsor sono già pronti… Siemens Healthineers e Elekta pagano tutto. Vogliono le nuove macchine radio di ultima generazione in prima pagina. “La Frazer salvata dalla tecnologia all’avanguardia”. Perfetto per la campagna. Fate in modo che sopravviva almeno 48 ore, così possiamo filmare tutto.»
Sponsor importanti. Macchine radio. Pubblicità. Il mondo schifoso che girava anche mentre lei crepava.
Anna ha sentito. Gli occhi le si sono accesi per un secondo. «Vedi? Tirano anche loro… per i soldi, ma tirano. Altri giorni, Frankie. Resta con me sull’elicottero. Non mollarmi.»
Io mi sono alzato, sempre con la faccia da cugino premuroso, mentre dentro Tommy Regan sentiva il nodo stringersi fino a soffocarmi. Ho finto un’altra chiamata veloce alla “moglie”: «Amore, stanno per trasferirla… sì, vengo con lei… ti amo.»
Ma mentre spingevano il letto verso l’ascensore per il tetto, con i tabloid che già cambiavano titolo per la terza volta e il bip del defibrillatore pronto sul carrello, io guardavo Anna che sussurrava «Altri giorni… altri giorni…» e pensavo una cosa sola.
Forse il cancro non l’avrebbe uccisa oggi.
Forse gli sponsor e le macchine radio le avrebbero regalato quelle ore extra.
Ma io, con questa maschera addosso, stavo per salire su quell’elicottero e tenere la mano alla donna che avevo sparato… fingendo di essere l’unico parente che le voleva bene.
Il Tamigi sotto di noi sarebbe stato piccolo come un nastro nero.
E io non sapevo più se pregavo che arrivasse in fondo viva… o che finalmente crepasse prima che la maschera cadesse.

 

Il Royal Marsden Hospital sembrava un’altra galassia rispetto al caos del Royal London. Pareti bianche, luci soffuse, macchinari che non sembravano usciti da un film di guerra. Erano passate trentasei ore dal trasferimento in elicottero. Io ero ancora Frankie Frazer, la maschera di lattice che mi tirava la pelle come una seconda coscienza sporca, seduto accanto al letto di Anna con la mano guantata nella sua.
La risposta alla radio massiva era stata buona.
Davvero buona.
Il dottor Harlan – che ci aveva seguiti qui – era entrato con un sorriso stanco ma vero. «Signora Frazer, le metastasi epatiche hanno risposto meglio del previsto. L’irradiazione mirata ha ridotto il volume delle lesioni principali del 35% in un solo ciclo. Il fegato si è stabilizzato. Bilirubina in calo. L’encefalopatia è regredita. Per ora… è stabile.»
Anna ha aperto gli occhi e per la prima volta da giorni non erano opachi di ittero o di delirio. Erano azzurri, vivi, quasi feroci. Euforica. Rideva piano, con la voce ancora rauca ma piena di quella fame che conoscevo troppo bene.
«Stabile, Frankie! Cazzo, stabile! Lo senti? Il cancro ha provato a mordere e io gli ho sparato un laser dritto in gola!» Tossiva, ma rideva lo stesso. «Adesso faccio progetti, capito? Appena esco di qui torno ai docks. Prima cosa: riprendo i container dei colombiani. Poi sistemo quel verme di Mickey. E Tommy… Tommy Regan? Quello lo tengo per ultimo. Lo faccio sedere davanti a me e gli faccio vedere chi comanda ancora.»
Si è tirata su sul cuscino, ignorando i tubi. «Voglio un nuovo magazzino, Frankie. Uno pulito, con telecamere ovunque. E un medico privato fisso, non quel coglione di prima. Due, tre anni di chemio mirata e torno in pista. La Regina non crepa così.»
Poi mi ha stretto la mano più forte. «Aggiornami sulle percentuali. Voglio i numeri veri. Quanto tempo è passato dalla diagnosi? Tre settimane? Quattro? Dimmi tutto.»
Ho deglutito. Erano esattamente ventidue giorni dalla diagnosi. Due settimane prima del Venerdì Santo, più i giorni di ospedale. Ventidue giorni da quando quel dottore le aveva detto “stadio IV, sei mesi forse”. E adesso lei era lì, euforica, a chiedere numeri come se stesse trattando un carico di coca.
«Anna… dottore, glielo dica lei.»
Harlan ha guardato il tablet. «Signora, la sopravvivenza mediana per il suo quadro resta intorno ai 36-48 mesi con terapia aggressiva. Ma con questa risposta iniziale alla radio + PARP inibitori possiamo spingere la probabilità di arrivare a 12 mesi senza progressione al 45-50%. Non è una guarigione, ma… è un’inversione di tendenza. Il tempo dalla diagnosi è ventidue giorni. In ventidue giorni lei ha già superato il peggio della fiammata epatica.»
Anna ha sorriso, un sorriso largo, quasi da ragazzina. «Ventidue giorni e non sono ancora crepata. Altri ventidue, Frankie. E poi altri. Voglio vedere l’estate sui docks. Voglio vedere Tommy Regan che striscia.»
Io ho finto un’altra chiamata alla “moglie” per mantenere la parte del cugino premuroso: «Amore, sì, sta meglio… sì, fa già progetti… ti richiamo». Ma dentro il nodo sotto lo sterno si stringeva ancora di più. Lei faceva progetti. Lei sognava l’estate. E io, il bastardo che le aveva piantato tre pallottole, ero lì a tenerle la mano fingendo di essere l’unico parente che le voleva bene.
Fuori, i tabloid avevano allentato la tensione. I titoli sui telefonini dei medici e delle infermiere erano cambiati:
«MIRACOLO AI DOCKS: ANNA FRAZER STABILIZZATA DOPO RADIOTERAPIA D’EMERGENZA»
«LA REGINA RESPIRA ANCORA: I COLPI E IL CANCRO NON BASTANO»
«SPONSOR IN FESTA: LE NUOVE MACCHINE RADIO SALVANO LA FRAZER»
Nessun “è morta”. Nessun panico. Solo titoli a effetto ma più cauti, come se il mondo stesse trattenendo il fiato insieme a noi.
Anna ha chiuso gli occhi un secondo, ancora euforica, mormorando: «Altri giorni, Frankie… tanti altri giorni. Resta con me.»
Io ho annuito, la maschera che mi bruciava la faccia.
Ventidue giorni dalla diagnosi.
E lei già parlava di estate.
Io invece pensavo solo che ogni giorno in più era un giorno in cui la maschera poteva cadere.
Un giorno in cui la Regina avrebbe potuto scoprire che il suo “cugino” era l’uomo che aveva premuto il grilletto.
E chissà se, a quel punto, avrebbe ancora voluto quei progetti… o avrebbe voluto solo spararmi in fronte con la Beretta che le avevano sequestrato all’ingresso.

SANGUE NELLA SCOLLATURA

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

Anna richiuse la porta del suo appartamento con un gesto deciso, il sorriso malizioso ancora stampato sulle labbra.

La giacca nera le avvolgeva le curve come una seconda pelle, mentre la camicia bianca era audacemente sbottonata, lasciando in bella vista il solco profondo del seno.

Quella giornata era iniziata bene: un incontro d’affari concluso con successo, o almeno così sembrava. Si sentiva forte, seducente e completamente padrona della situazione, ignara che il destino stava per girarle le spalle.

Si lasciò cadere sulla poltrona di pelle del soggiorno, il cuore che ancora le batteva forte per l’adrenalina dell’incontro. Con un gesto lento e sensuale si sfilò la giacca, facendola scivolare lungo le braccia fino a restare solo con la camicia bianca semiaperta.

Il tessuto leggero aderiva alle curve del suo seno generoso, lasciando intravedere la pelle calda e invitante. Anna allungò la mano verso il cassetto del tavolino basso, lo aprì e tirò fuori una pistola, lucida e fredda. La soppesò tra le dita, un sorriso pericoloso sulle labbra.

«Stasera nessuno mi fermerà», mormorò tra sé.

Non immaginava ancora che quella stessa arma stava per diventare la sua condanna.

Anna si appoggiò allo schienale della poltrona di pelle, le gambe leggermente divaricate, e sollevò la semiautomatica con la mano destra. La camicia bianca era ormai completamente aperta sul davanti, il tessuto leggero che scivolava ai lati del suo décolleté generoso, lasciando la pelle abbronzata esposta alla luce della lampada. Il carrello dell’arma sfiorava appena la curva del seno, mentre lei si guardava allo specchio di fronte, un sorriso malizioso e compiaciuto che le incurvava le labbra.

Si sentiva una regina del pericolo, sexy, letale e assolutamente padrona del gioco. «Nessuno mi toccherà stasera», sussurrò al proprio riflesso, facendo scorrere la punta della pistola lungo la linea del petto.

Non poteva sapere che il vero pericolo era già dentro casa, silenzioso e vicinissimo.

Anna si alzò di scatto dalla poltrona, il cuore che le martellava nel petto come un tamburo di guerra. Con un gesto rapido e fluido si infilò di nuovo la giacca di pelle nera. La camicia bianca restava completamente aperta sul davanti, mentre i pantaloni neri le aderivano alle curve come una seconda pelle. Impugnò la pistola con entrambe le mani, gambe leggermente divaricate, mento alto e un sorriso di sfida feroce sulle labbra.

Si fermò al centro del soggiorno, davanti allo specchio, e si ammirò un’ultima volta: forte, sensuale, letale.

«Chiunque tu sia, sei già morto», sussurrò con voce roca e provocante, il dito che sfiorava il grilletto. Non sentì il respiro caldo alle sue spalle. Il colpo stava per arrivare.

Improvvisamente un rumore secco ruppe il silenzio alle sue spalle. Anna fece per girarsi di scatto, ma era troppo tardi. Il proiettile la colpì con forza brutale proprio al centro del petto, tra i seni generosi. L’impatto la spinse all’indietro con violenza, facendola cadere seduta sul divano con un tonfo sordo. La pistola le sfuggì dalle dita e rimbalzò sul pavimento. Un dolore atroce le esplose nel torace.

Istintivamente le sue mani volarono a stringere i seni, premendo disperatamente sulla ferita da cui il sangue caldo zampillava copioso, inzuppando la camicia bianca aperta e colando tra le dita.

Un rivolo denso e scuro le uscì dalla bocca spalancata, scivolando lungo il mento e lungo il collo in una scia rossa e viscida. I suoi occhi azzurri si dilatarono in un’espressione di puro shock e terrore, mentre il viso passava dalla sfida seducente alla disperazione più assoluta.

La regina del pericolo era appena diventata preda.

Il dolore era indescrivibile. Anna era crollata sullo schienale del divano, gli occhi azzurri spalancati nel terrore più puro, la bocca aperta in un grido silenzioso, mentre un rivolo spesso e scuro di sangue le colava incessante dalle labbra, scendendo lungo il mento.

Le sue mani premevano convulsamente contro il seno pesante, cercando inutilmente di fermare il sangue che sgorgava copioso dal foro nero e bruciante al centro del petto. Ogni respiro era un rantolo bagnato e strozzato. La giacca di pelle nera era aperta, incorniciando lo spettacolo macabro del suo décolleté devastato: il sangue caldo le scorreva tra le dita, macchiando la pelle chiara e il tessuto bianco ormai fradicio e appiccicoso.

I suoi occhi, ancora bellissimi, si velarono lentamente, mentre la forza la abbandonava del tutto. «No… non così…», riuscì a sussurrare con voce gorgogliante, prima che un altro fiotto denso le riempisse la bocca e la vista le si annebbiasse.

La regina del pericolo stava morendo come una semplice preda.

Nel buio che le stringeva la gola, Anna sentiva solo il proprio cuore che batteva sempre più lento, ogni pulsazione un’ondata di fuoco liquido che le esplodeva nel petto. Non così… io no… io sono quella che uccide, non quella che muore… pensava, mentre le mani tremavano premendo inutilmente sul seno straziato. Il sangue era ovunque: caldo, appiccicoso, vivo. Le immagini della sua vita le passavano davanti come flash impietosi: i contratti firmati con un sorriso, i corpi che aveva lasciato freddi sul pavimento, il potere che aveva assaporato ogni volta premuto il grilletto. Tutto finito per un proiettile solo. Un singhiozzo gorgogliante le sfuggì dalle labbra. Ho sbagliato… solo un errore… non doveva finire così…
Poi i suoi occhi, velati di lacrime rosse, misero a fuoco la figura che usciva dall’ombra del corridoio. L’assassino. Lo fissò con l’ultimo barlume di odio e di supplica, come a passargli idealmente la voce del narratore.
E lui, finalmente, prese la parola.
«Ti ho osservato per tutta la sera, Anna», disse l’uomo con voce bassa e calma, abbassando lentamente la pistola ancora fumante. «Sei entrata in casa esattamente come ti ricordavo: giacca di pelle aperta, camicia bianca sbottonata fino all’inverosimile, quel sorriso da predatrice che ha fregato mio fratello tre anni fa. Ti sei guardata allo specchio, ti sei sentita invincibile. Poi ti sei seduta su quella poltrona, hai tirato fuori l’arma e te la sei passata sul seno come se fosse un giocattolo erotico. “Nessuno mi toccherà stasera”, hai detto. Io ero già qui, nascosto, ad aspettare il momento giusto».
Fece un passo avanti, gli occhi fissi sul suo corpo che si spegneva.
«Mio fratello ti amava. Ti ha dato tutto. Tu lo hai sedotto, lo hai usato per un affare e poi gli hai sparato esattamente qui», disse, indicando il foro nero tra i suoi seni. «Stesso punto. Stesso sguardo compiaciuto. Per questo sono venuto stasera. Non per soldi, non per potere. Solo per vendetta. Ti ho lasciato giocare fino alla fine, ti ho lasciata credere di essere ancora la regina… e ora guardati. La grande Anna, ridotta a un mucchio di pelle e sangue su un divano. Esattamente come meritavi».
Le parole dell’uomo arrivarono come da molto lontano. Anna cercò di rispondere, ma dalla sua bocca uscì solo un gorgoglio strozzato e sanguinolento. «Non… era… così…», balbettò con voce irriconoscibile, mentre un altro fiotto di sangue caldo le colava dal labbro inferiore sul mento e sul seno devastato. Le sue mani tremavano ancora premute sul foro nero al centro del petto, le dita viscide di sangue che stringevano inutilmente la carne morbida e straziata.
Nella nebbia rossa dell’agonia, la sua mente tornò indietro di tre anni.
Rivide perfettamente la scena: la stanza d’albergo di lusso, le luci soffuse.

Il fratello dell’uomo – Marco – era seduto sul letto, con lo sguardo adorante e già perso. Lei indossava la stessa giacca di pelle nera, la stessa camicia bianca provocantemente sbottonata fino a metà petto. Si era avvicinata lentamente, aveva lasciato che lui le baciasse il décolleté, che affondasse il viso tra i suoi seni generosi mentre lei gli accarezzava i capelli. Aveva riso piano, sensuale, mentre lui le confessava di essere pronto a tradire la sua organizzazione per lei.
Poi, nel momento di massima intimità, mentre lui era ancora stordito dal piacere, Anna aveva preso la pistola dal comodino. Gli aveva premuto la canna fredda esattamente tra i pettorali, nello stesso punto in cui ora lei stessa sanguinava. Marco aveva alzato gli occhi su di lei con un’espressione di shock e dolore. «Anna… perché?» aveva sussurrato. Lei aveva sorriso, quel sorriso da predatrice che conosceva così bene, e aveva premuto il grilletto. Un solo colpo, netto. Lo stesso fiotto di sangue che ora le usciva dalla bocca era uscito allora dal petto di lui.
«Perché gli affari sono affari, tesoro», gli aveva sussurrato mentre lo guardava morire.
Il ricordo svanì bruscamente. Anna tornò nel presente, gli occhi spalancati dal terrore, rendendosi conto dell’atroce simmetria del suo destino. Cercò di parlare ancora, ma dalla gola le uscì solo un debole, patetico rantolo bagnato.

Nel delirio agonico, Anna vide l’assassino avvicinarsi di un passo, il viso ormai a pochi centimetri dal suo. Con le ultime forze che le restavano sollevò le mani viscide di sangue e cercò di afferrargli la camicia, le dita tremanti che si chiudevano sul tessuto come artigli disperati. Se solo potessi parlare… pensava, mentre un altro fiotto caldo le riempiva la bocca. Gli direi che è stato tutto un errore, che Marco mi aveva tradito per primo, che io lo amavo davvero… gli direi che sono ancora bella, che posso essere sua, che basta un bacio e tutto si sistema…

Le sue mani scivolarono sul petto di lui, lasciando due strisce rosse, lei cercò di tirarlo più vicino, premendo il seno straziato contro il suo corpo, sperando che quel contatto bastasse a sedurlo, a salvarla.
La guardai mentre le sue dita mi artigliavano la camicia, sporcandola del suo stesso sangue. Il suo corpo era così vicino adesso, caldo, tremante, ancora incredibilmente sensuale nonostante la ferita mortale. Sentivo il suo seno importante premere contro il mio torace, il sangue che inzuppava la mia camicia e mi arrivava sulla pelle, caldo e appiccicoso. I suoi occhi azzurri, velati di terrore e di un’ultima, patetica lusinga, mi fissavano come se potesse ancora convincermi con uno sguardo, con un tocco.

Provai un brivido strano: un misto di disgusto, pietà e desiderio oscuro che mi fece stringere i pugni. Era la stessa donna che aveva distrutto mio fratello, eppure in quel momento, morente e disperata, era ancora bellissima, ancora pericolosa.
Anna rantolò di nuovo, le labbra che si muovevano senza suono, cercando di formare le parole della sua ultima bugia.

Ti prego… ti amo… è stato un errore…

Le sue mani scivolarono più in basso, tentando di stringerlo a sé, di offrirgli quel corpo che aveva sempre usato come arma. Il dolore era ormai un fuoco bianco che le divorava il petto, ma lei non smetteva di sperare, di sedurre, di sopravvivere.
Io le presi delicatamente i polsi, fermando quelle mani tremanti. Sentivo il suo respiro bagnato sul mio collo, il suo seno che si alzava e si abbassava contro di me in un ultimo, grottesco abbraccio. «Shhh...», sussurrai, quasi con tenerezza. «È finita, Anna. Non c’è più nessuna scusa che possa salvarti. E sai una cosa? In questo momento, così vicina, così rotta… sei più vera di quanto tu sia mai stata in vita tua».

No… no, ti prego, ho pochissimo tempo… devo convincerlo subito… pensò Anna in un lampo di panico disperato, mentre il sangue le gorgogliava in gola. Se solo riesco a parlare… gli dico che lo voglio, che posso essere sua, che Marco era un errore… che il mio corpo è ancora caldo per lui… Le sue mani tremanti gli artigliavano la camicia con una fretta febbrile, tirandolo ancora più vicino, premendo il seno sanguinante contro di lui come se quel contatto potesse comprare secondi preziosi. Devo sedurlo… adesso… prima che sia troppo tardi…
Io la guardai negli occhi e provai un’ondata di pietà pura, quasi contro la mia volontà. Presi il fazzoletto bianco che tenevo in tasca e, con un gesto lento, lo premetti delicatamente sulla ferita al centro del suo petto. Sentii il calore del sangue che lo inzuppava all’istante, ma almeno fermava un po’ il fiotto. Poi, con l’altra mano, le pulii la bocca sporca di rosso, passandole il pollice sulle labbra tremanti, togliendo il sangue che le colava sul mento. Era un gesto assurdo, quasi tenero, mentre lei continuava a stringermi.
Sì… così… toccami… pensò Anna con urgenza selvaggia, il cuore che batteva sempre più lento. Ha pietà… lo sento… ancora un secondo e lo convinco… gli dico che lo amo, che possiamo ricominciare… che sono sua… che nessuno mi ha mai fatto sentire come lui in questo momento… Cercò di sorridere, un sorriso patetico e sanguinolento, mentre le sue dita scivolavano sulla nuca di lui, tirandolo verso la sua bocca. Presto… parla… convincilo… non c’è più tempo…
Io sentivo il suo corpo che si afflosciava contro il mio, il seno ancora caldo e morbido che si alzava e si abbassava debolmente sotto la mia mano. Il fazzoletto era già fradicio, ma continuai a premerlo sulla ferita con gentilezza, pulendole di nuovo la bocca con cura, come se volessi darle un’ultima dignità. «Non sforzarti», mormorai piano. «Non serve più». Eppure lei continuava a guardarmi con quella disperazione febbrile, come se credesse ancora di potermi incantare.
No… no… ancora un respiro… devo dirglielo… pensò Anna, la vista che si annebbiava. Ti prego… toccami ancora… lasciami vivere…
Le sue dita persero la presa sulla mia camicia. Il rantolo divenne un soffio leggerissimo. Il suo corpo, ancora premuto contro il mio, si fece improvvisamente pesante e immobile.
Eppure respirava ancora. Un respiro corto, strozzato, quasi impercettibile, ma c’era. Anna lottava ancora, sia pure ormai stroncata, con gli occhi azzurri ritorti all’indietro verso il soffitto, le pupille ridotte a due fessure bianche e vitree. Le mani le scivolarono molli lungo i fianchi, abbandonate come due stracci insanguinati sul divano, le dita leggermente contratte ma senza più forza. Il seno generoso si alzava e si abbassava debolmente sotto la camicia fradicia, il foro nero al centro che pulsava piano, espellendo piccoli fiotti di sangue a ogni battito residuo.
Io mi alzai lentamente in piedi, staccandomi da quel corpo caldo che ancora tremava di vita residua. Rimasi lì, a un passo dal divano, a osservarla. Era uno spettacolo terribile e, al tempo stesso, stranamente ipnotico: la grande Anna, la predatrice che aveva ucciso mio fratello con un sorriso, ridotta a questo – una donna morente, bellissima e patetica, con la giacca di pelle nera aperta, la camicia bianca ridotta a uno straccio rosso, il décolleté devastato che brillava di sangue fresco. Provavo un groviglio di emozioni che mi combattevano dentro: soddisfazione per la vendetta compiuta, disgusto per quello che le avevo fatto, e una pietà inaspettata che mi stringeva lo stomaco. Avrei potuto finirla con un altro colpo, mettere fine a quell’agonia lenta. Eppure restai fermo, a guardarla mentre il suo petto si muoveva ancora, debolmente, ostinatamente, come se persino nella morte lei rifiutasse di arrendersi.

Rimasi lì, a un passo dal divano, a osservarla. Dentro di me si scatenò un uragano che non mi aspettavo. Finalmente, pensai con un primo, feroce lampo di soddisfazione: la donna che aveva riso mentre uccideva Marco era lì, ridotta a un mucchio di carne sanguinante, esattamente come avevo sognato per tre anni. La vendetta era compiuta. Avrei dovuto sentire solo trionfo, un sollievo gelido e definitivo. Invece no. Invece provavo disgusto per me stesso, un disgusto acido che mi saliva in gola. Avevo voluto una morte rapida, pulita, da giustiziere. E invece l’avevo lasciata agonizzare così, lenta, oscena, quasi intima.
Guardavo il suo décolleté devastato, la pelle che avevo visto tante volte nelle foto di Marco – quella pelle che lui aveva adorato – e ora era solo un campo di battaglia rosso e lucido. È colpa tua, mi ripetevo, ma una voce più profonda, più sporca, sussurrava altro: era ancora bellissima, persino così rotta. Il modo in cui il suo petto si sollevava debolmente, il sangue che le brillava tra i seni, il labbro inferiore che tremava… c’era qualcosa di ipnotico, di oscenamente erotico in quella vulnerabilità totale. Mi faceva schifo desiderare, anche solo per un secondo, di toccarla ancora. Mi faceva schifo provare pietà.
Finiscila, mi ordinava la parte fredda di me, quella che aveva pianificato tutto. Un colpo solo, alla tempia, e chiudi questa storia. Ma l’altra parte – quella che aveva visto Marco morire dissanguato, quella che aveva pianto di rabbia per notti intere – voleva che soffrisse ancora un po’, che capisse fino in fondo cosa aveva fatto. E poi c’era la terza voce, la più pericolosa: la pietà. Quella donna stava morendo tra dolori indicibili, e io, invece di provare solo odio, sentivo il petto stringersi. Sei un mostro anche tu, mi dicevo. Peggiore di lei, perché lei almeno uccideva per affari. Tu lo hai fatto per vendetta e ora ti godi lo spettacolo.
Le mie mani tremavano. Avrei potuto afferrare la pistola e porre fine a tutto in un istante. Invece restai lì, immobile, a guardarla mentre il suo respiro si faceva sempre più rado, combattuto tra il desiderio di giustizia compiuta e il rimorso che mi stava divorando vivo. La grande Anna stava morendo davanti ai miei occhi, e io non sapevo più se fossi il vendicatore o solo un altro assassino sporco di sangue.

Eppure respirava ancora. Un respiro corto, strozzato, quasi impercettibile, ma c’era. Anna lottava ancora, sia pure ormai stroncata, con gli occhi azzurri ritorti all’indietro verso il soffitto, le pupille ridotte a due fessure bianche e vitree. Le mani le scivolarono molli lungo i fianchi, abbandonate come due stracci insanguinati sul divano.
Fu in quel preciso istante che la compassione mi esplose dentro come una bomba. Non più odio, non più vendetta, solo un’ondata feroce e incontrollabile di pietà che mi fece tremare le ginocchia. Non posso lasciarla morire così, pensai, mentre il mio cuore si spaccava in due. Non così, non da sola, non dopo tutto questo.
Mi strappai di dosso la giacca e corsi in cucina come un pazzo. Afferrai due asciugamani puliti dal cassetto, una manciata di ovatta dal kit del pronto soccorso e la scatola del sale grosso. Tornai da lei in pochi secondi, mi inginocchiai sul divano accanto al suo corpo ancora caldo e premetti con forza gli asciugamani piegati sul foro nero al centro del suo décolleté. L’ovatta la infilai sotto, schiacciandola contro la ferita per assorbire il sangue che continuava a uscire. «Resisti, Anna… resisti, ti prego», mormorai con voce rotta, quasi dolce. «Non andartene adesso… respira, forza…»
Con le dita sporche di sangue presi un pizzico di sale grosso e glielo infilai delicatamente nelle narici, sperando che il bruciore la tenesse sveglia ancora un attimo. Lei ebbe un piccolo sussulto, un rantolo più profondo, come se il sale l’avesse strappata per un secondo dal buio. I suoi occhi si mossero appena, velati, ma tornarono per un istante verso di me.
«Shhh… va tutto bene», continuai a sussurrarle mentre premevo gli asciugamani con entrambe le mani sul suo seno straziato, sentendo il calore del sangue che li inzuppava all’istante. «Sono qui… non ti lascio sola. Respira con me, Anna… piano… così… non è colpa tua, non più… è finita la guerra, è finita…»
Le accarezzai la fronte con il pollice, togliendo una ciocca di capelli intrisa di sudore e sangue. «Sei stata forte… sei sempre stata forte. Ora basta lottare, va bene? Lasciati andare… ma non da sola. Io sono qui.»
La sua bocca si mosse senza suono, un ultimo tentativo patetico di parlare. Io continuai a premere gli asciugamani, a sussurrarle parole di conforto come se potessi davvero salvarla, come se tutto l’odio di tre anni si fosse trasformato in questa disperata, inutile tenerezza.
Il suo petto si alzò ancora una volta, debolmente, sotto le mie mani.
Poi rimase fermo per un lungo istante.
I nostri occhi si incrociarono a specchio: ero sicuro che avessero la stessa identica paura in quel momento. I suoi, velati e rovesciati, e i miei, spalancati e increduli. Paura di morire. Paura di aver ucciso, una come lei. Paura di rimanere soli con quello che avevamo fatto. E forse lo stesso sollievo un attimo dopo, quando il respiro riprese – un rantolo sottile, quasi un sospiro di resa – come se l’agonia ci avesse uniti, assassino e vittima, dopo la guerra. Eravamo in pace, finalmente. Niente più odio, niente più vendetta. Solo due corpi caldi e distrutti che respiravano lo stesso sangue.
Lei era una squallida stronza, questo lo sapevo meglio di chiunque altro. La donna che aveva sedotto e ammazzato mio fratello con un sorriso da predatrice, quella che aveva usato il suo décolleté come arma e il suo cuore come trappola. Eppure in quel momento, in fin di vita, era tosta da far paura. Coraggiosa fino all’ultimo respiro, le mani abbandonate lungo i fianchi, il seno straziato che si sollevava appena sotto gli asciugamani inzuppati, gli occhi che non si arrendevano del tutto. Una stronza, sì. Ma una stronza che stava morendo con la stessa dignità feroce con cui aveva vissuto.
Io tenni premuti gli asciugamani sulla ferita, sentendo il suo cuore battere debolmente contro i miei palmi, e per la prima volta non provai più rabbia. Solo una tristezza infinita e stranamente dolce.

Il suo petto si alzò ancora una volta, debolmente, sotto le mie mani.
Poi le sue labbra sporche di sangue tremarono. Con uno sforzo sovrumano Anna riuscì a sussurrare qualcosa, la voce ridotta a un filo roco e gorgogliante, ogni parola un rantolo che le costava l’ultima energia rimasta.
«Tu… avevi… ragione…» mormorò, gli occhi velati fissi nei miei. «Io… ero… una stronza… Ma… almeno… muoio… da stronza… tosta…»
Un sorriso debole, quasi irriverente, le incurvò le labbra per un istante, sporco di sangue ma ancora pieno di sfida. «Non… fare… quella faccia… bastardo…».
«NO!» urlai io, la voce che mi si spezzò in gola come un vetro.
Le parti si erano quasi invertite. Io, che ero entrato in casa per ucciderla, adesso ero in ginocchio accanto a lei, le mani premute disperatamente sugli asciugamani inzuppati di sangue, il cuore che mi batteva come se fosse il mio a morire.
«Anna, resisti! Non osare morire, cazzo! Ti chiamo aiuto adesso, subito!» gridai, una mano che già frugava nella tasca per prendere il telefono mentre con l’altra continuavo a premere forte sul foro nero tra i suoi seni. «Tieni duro, ti prego… ti salvo, te lo giuro! Chiamo l’ambulanza, ti porto in ospedale, ti faccio operare… non ti lascio andare, non così! Hai capito? Tu vivi, stronza tosta, vivi!»
Le accarezzai la fronte con le dita sporche di sangue, la voce rotta dal panico. «Resisti solo un minuto… solo un minuto e ti salvo, te lo prometto. Non morirai per mano mia. Non più. Ti salvo, Anna… ti salvo.»
Il telefono mi tremava tra le dita mentre componevo il numero, gli occhi fissi nei suoi, imploranti, quasi supplichevoli. L’assassino era sparito. Adesso c’ero solo io, un uomo che pregava una donna morente di non morire.

Allora lei, con un ultimo, debole sorriso sanguinolento che le incurvò le labbra, sussurrò quasi torturandomi:
«Forse… se sbagliavi un po’ la mira…»
Quelle parole mi colpirono come un altro proiettile. Anna le pronunciò con una lentezza crudele, gli occhi velati che mi fissavano ancora con quella scintilla di sfida ironica, come se stesse godendo di vedermi crollare proprio mentre cercavo di salvarla. Il suo sussurro era un coltello girato nella piaga: mi ricordava che ero stato io a sparare, io a ridurla così, e ora io, patetico, stavo implorando il suo corpo morente di non morire.
Il telefono mi cadde di mano.
E in quell’istante il rimorso mi esplose dentro come un colpo di fucile a bruciapelo. Non era più solo senso di colpa: era un abisso che mi inghiottiva intero. Cosa cazzo ho fatto? pensai, mentre il mondo mi crollava addosso. Avevo passato tre anni a sognare questo momento, a ripetermi che lei meritava ogni goccia di sangue, che vendicare Marco era giustizia. E invece ora vedevo solo me stesso: un assassino patetico, inginocchiato davanti alla donna che aveva amato mio fratello, a premere asciugamani su una ferita che ero stato io a infliggere. Le mani mi tremavano, sporche del suo sangue caldo, lo stesso sangue che avevo voluto far scorrere.
Marco… fratello mio… guardami. Il ricordo di lui mi trafisse: il suo sorriso fiducioso, la sua voce che mi parlava di lei come di una dea, e poi quel corpo freddo sul letto d’albergo, con lo stesso foro nero tra i pettorali. Io avevo giurato di pareggiare i conti. E invece avevo creato un’altra vittima, un’altra agonia, e adesso ero qui a implorarla di vivere come se potessi cancellare tutto con una telefonata.
Mi odiavo. Odiavo la mia voce rotta che le prometteva salvezza, odiavo le mie mani che cercavano di fermare quello che io stesso avevo iniziato, odiavo il fatto che il suo sorriso ironico mi facesse più male di qualsiasi proiettile. Sono peggio di lei, pensai, mentre le lacrime mi bruciavano gli occhi. Lei almeno uccideva per affari. Io ho ucciso per odio… e ora uccido anche me stesso con questo rimorso.
Il telefono era lì, sul pavimento, lo schermo illuminato sul numero dell’ambulanza. Ma le mie dita non si mossero. Ero paralizzato dal peso di ciò che avevo fatto, dal fatto che lei, morente, mi stesse ancora torturando con una sola frase, e che io, l’assassino, fossi diventato il più debole dei due.

l suo “mondo degli affari” mi tornò davanti agli occhi come un film che non riuscivo a fermare. Anna non era mai stata solo una killer da quattro soldi. Era una regina dell’ombra, una consulente d’affari che operava ai confini tra la finanza pulita e il crimine organizzato. La sua società – “Aether Consulting” – era solo una facciata elegante: uffici di vetro in centro, segretarie impeccabili, riunioni con champagne. Ma dietro c’erano contratti da centinaia di milioni che si firmavano con un sorriso e un proiettile. Usava il suo corpo come arma principale: entrava nelle suite degli hotel di lusso con la camicia bianca sbottonata fino al limite, la giacca di pelle nera che le fasciava le curve, e usciva con segreti aziendali, fusioni forzate o cadaveri freddi. Seduceva amministratori delegati, estorceva informazioni con una notte di sesso, e se qualcuno diventava un problema… un colpo preciso tra i seni, proprio come aveva fatto con Marco.
Marco, mio fratello, era stato il suo errore più grande: un direttore finanziario di una multinazionale che stava per smascherare una tangente da 180 milioni per l’acquisto di una catena di alberghi. Anna lo aveva circuito per settimane, lo aveva fatto innamorare, lo aveva usato per ottenere i codici di accesso ai conti offshore. Poi, nella stanza d’albergo, mentre lui ancora ansimava tra i suoi seni, gli aveva premuto la canna esattamente lì e aveva premuto il grilletto. «Gli affari sono affari, tesoro», gli aveva sussurrato. E aveva continuato come se niente fosse: un altro contratto chiuso, un altro concorrente eliminato, un altro versamento sul suo conto svizzero.
Io lo sapevo. Avevo passato mesi a ricostruire la sua rete: i politici corrotti che le coprivano le spalle, i sicari che pulivano le scene, i conti cifrati in Lussemburgo, le ville comprate con i soldi del sangue. Anna non uccideva per passione. Uccideva per potere. Il suo décolleté era il suo marchio di fabbrica: un’esca letale che aveva portato alla rovina decine di uomini. E io… io avevo creduto di poterla fermare con un solo colpo. Invece avevo solo aggiunto il mio nome alla lista dei suoi trofei.
Sono peggio di lei, pensai, mentre le lacrime mi bruciavano gli occhi. Lei almeno uccideva per affari. Io ho ucciso per odio… e ora uccido anche me stesso con questo rimorso.
Il telefono era lì, sul pavimento, lo schermo illuminato sul numero dell’ambulanza. Ma le mie dita non si mossero. Ero paralizzato dal peso di ciò che avevo fatto, dal fatto che lei, morente, mi stesse ancora torturando con una sola frase, e che io, l’assassino, fossi diventato il più debole dei due.

Le mie dita si mossero da sole. Composi il 118 quasi senza accorgermene, balbettando l’indirizzo con voce rotta mentre continuavo a premere sugli asciugamani. Non ero più cosciente di quello che stavo facendo.
Solo quando sentii le sirene in lontananza, sempre più vicine, realizzai che avevo davvero chiamato l’ambulanza.
Mi alzai lentamente, le mani e la camicia completamente inzuppate del suo sangue. Feci qualche passo indietro, guardandola ancora una volta sul divano, bellissima e devastata. Mi denuncerà? pensai mentre mi dirigevo verso la porta. Appena la salvano, mi consegnerà alla polizia? Oppure…
Sulla soglia mi voltai un’ultima volta.
I nostri sguardi si incrociarono di nuovo. E per un istante sembrò che parlassimo senza parole, mente contro mente.
Lei pensò: Sono una puttanone stronzo… ma se campo siamo sposati. Questo buco ha la forma di un anello. Non si può sfuggire alla morte se la morte non vuole, e non si può separare ciò che la morte unisce… E non so nemmeno il tuo nome…
Io risposi ad alta voce, con voce bassa e ferma:
«Mi chiamo Lorenzo.»
Poi uscii, lasciando la porta aperta per i soccorsi.