Né da dentro, né da fuori

La Donna col nome e la Città senza

Giulia Agrippina Maria

La mercenaria

La Regina sull'Abisso

Squalo Biondo contro Black Mask

Ombre sulla Città

NÉ DA DENTRO, NÉ DA FUORI

di Howard Phillips Lovecraft e Salvatore Conte (1922-2019)

L’aria era gonfia di tuoni la sera in cui mi recai alla rocca abbandonata in cima al monte delle Tempeste, in cerca della paura in agguato. Non ero solo, perché in quei tempi la mia folle temerarietà non si mesceva ancora a quell’ansia per il grottesco e il terribile che ha trasformato la mia esistenza in una continua ricerca degli orrori più inconsueti, nella fantasia come nella realtà. Avevo con me due belle e robuste compagne: ero infatti del parere che le donne fossero più decise degli stessi uomini e che i demoni le trattassero con maggiore rispetto.

Una, quella più giovane, sui 45, si chiamava Lauren; l’altra, Leila, e aveva quasi 20 anni in più.

Oltre all’iniziale del nome, avevano in comune i capelli bruni, la bellezza, le forme prosperose e la pelle chiara; Leila era quasi mortalmente pallida.
Le accomunava anche l’ambizione, la voglia di ottenere potere, in qualunque modo. Tra loro non erano particolarmente amiche: Leila aveva un carattere viscido, che legava con pochi, Lauren era baldanzosa, irrefrenabile.
Entrambe, comunque, avevano accettato quella folle impresa.
Ci eravamo allontanati nascostamente dal villaggio, evitando di attirare l’attenzione dei giornalisti che ancora si aggiravano nella zona dopo le vicende terrificanti del mese prima: l’incubo della morte strisciante.
Pensai che forse mi sarebbero stati utili in seguito, ma in quel momento non li volevo attorno.
A bordo di una piccola automobile, traversammo chilometri di colli e foreste primordiali, fino a raggiungere il limite del bosco.
Immersa nel buio della sera e spoglia delle frotte di curiosi abituali, la campagna d’attorno appariva più sinistra del solito, tanto che fummo più volte tentati di accendere i fari all’acetilene, pur sapendo che avremmo potuto attirare l’attenzione di qualcuno.
Tramontato il sole, il paesaggio appariva desolato e inquietante, e sono convinto che la sua livida apparenza mi avrebbe ugualmente turbato anche se non avessi conosciuto il terrore che vi si annidava.
Non si vedeva alcun animale selvatico: sono creature sagge, e sanno bene quando la morte è vicina, spiando con occhi torvi. Gli alberi secolari, spaccati dai fulmini, apparivano mostruosamente enormi e contorti, e il resto della vegetazione era fitta e avvinghiata su sé stessa in modo innaturale. Tutto intorno, crepacci e tumuli nel terreno lacerato dalle folgori e invaso dalle erbacce, disegnavano nell’ombra sembianze di serpenti e teschi umani ingranditi a proporzioni gigantesche.
Sul monte delle Tempeste, la paura era in agguato da più di un secolo.
Era un fatto che avevo appreso dai giornali, dopo la catastrofe che per la prima volta aveva dato notorietà a quella regione.
L’epicentro dell’orrore era un picco remoto e solitario in una zona dei Catskill, dove la civiltà olandese, penetratavi in modo superficiale e transitorio, s’era lasciata alle spalle nient’altro che poche masserie diroccate e una popolazione miserabile al limite della degradazione, i cosiddetti squatter, incrostati in squallidi villaggi di casupole sui dirupi isolati.
La gente normale si guardava bene dall’avvicinarsi alla località, almeno prima che vi fosse istituita la polizia di Stato. Anche adesso, tuttavia, i poliziotti a cavallo la perlustravano soltanto sporadicamente. Chi invece è di casa nei villaggi disseminati su quei monti è la paura, che costituisce uno dei principali argomenti di conversazione di quella povera gente ignorante, nelle occasioni in cui qualcuno di essi lascia le vallate per vendere qualche cesto intrecciato a mano in cambio di quei pochi generi di prima necessità che non possono procurarsi con la caccia o l’allevamento del bestiame.
La sede precipua del terrore era la residenza abbandonata dei Martense, fuggita da tutti, che dominava dall’alto le pendici che, gradatamente, portavano ad una cresta sulla quale era situata un’altura, che in virtù della tendenza ad essere flagellata dai temporali si era guadagnata il nome di monte delle Tempeste.
Da più di cent’anni, l’antica dimora di pietra chiusa nei boschi era al centro di racconti vaghi e spaventosi, tessuti attorno a un pericolo silenzioso che in estate strisciava fuori dal suo nascondiglio, dilagando all’intorno.
Con ottusa insistenza gli abitanti dei miseri villaggi raccontavano di un demone che, dopo il tramonto, aggrediva i viandanti solitari portandoli via con sé o abbandonandoli dilaniati sul terreno.
Ecco perché avevo portato con me Leila e Lauren: per non fare la fine di un un viandante solitario.
Talvolta i montanari accennavano anche a tracce di sangue che conducevano verso il maniero abbandonato. Secondo alcuni, erano i tuoni a richiamare la paura in agguato inducendola ad uscire dalla sua tana; altri aggiungevano che il tuono era la sua voce.
Ma la gente che viveva al di fuori di quelle fitte foreste non aveva mai dato credito a quelle voci diverse e contraddittorie, né alle incoerenti e stravaganti descrizioni del demone appena intravisto. Eppure, nella zona, non vi era fattore o abitante dei villaggi che dubitasse del fatto che la dimora dei Martense fosse infestata da una entità demoniaca.
La storia locale non dava adito a dubbi, anche se i curiosi che avevano visitato il castello spinti dal racconto particolarmente colorito di qualche squatter, non avevano mai trovato alcuna traccia della presenza spettrale. Le donne più anziane raccontavano di strane leggende relative al demone dei Martense; leggende che riguardavano la stirpe stessa dei Martense, la peculiare disuguaglianza cromatica degli occhi che si tramandava ereditariamente da un membro all’altro della famiglia, l’anomala longevità, e il delitto all’origine della maledizione sul loro nome.
Il terrore che mi aveva portato sul luogo sembrava l’inattesa e portentosa conferma delle più stravaganti leggende dei montanari.
In una notte d’estate, dopo un temporale di violenza inaudita, l’intera popolazione delle campagne lì intorno fu destata dalla fuga impetuosa degli squatter, provocata da qualcosa di più concreto di una pura illusione.
Folle sconvolte di montanari raccontarono urlando e piangendo che un orrore senza nome si era abbattuto su di loro, e nessuno dubitò della loro parola. Non lo avevano visto, ma da uno dei villaggi erano giunte grida strazianti dalle quali avevano compreso che la morte strisciante era arrivata.
La mattina seguente, gruppi di cittadini e di poliziotti seguirono i montanari terrorizzati fino al luogo nel quale dicevano fosse discesa la morte.
E la morte vi era davvero!
Il terreno sottostante uno dei villaggi era franato in seguito allo scoppio di un fulmine, distruggendo parecchie delle casupole maleodoranti. Ma i danni alle cose apparivano insignificanti rispetto alla strage degli esseri umani: dei settantacinque abitanti del villaggio non ne rimaneva più alcuno. Il suolo dissestato era cosparso di sangue e di resti umani che testimoniavano in maniera fin troppo cruda lo strazio prodotto dalle zanne e dagli artigli del demone. Nessuna traccia visibile si allontanava tuttavia dal luogo della carneficina.
Tutti concordarono nell’attribuire il massacro a una belva immonda, e nessuno osò rilanciare l’accusa che tal genere di morti misteriosi fosse frutto dei sordidi delitti tipici delle comunità degenerate.
L’accusa fu riproposta soltanto quando si appurò che circa venticinque dei settantacinque presenti abitanti del villaggio non figuravano nel conto dei cadaveri. Ma, anche in tal caso, l’ipotesi che cinquanta persone potessero essere state uccise in modo così orribile da un numero di assassini inferiore a loro della metà, appariva poco plausibile.
C’era solo un fatto incontestabile: in una notte d’estate, un fulmine era piombato dal cielo e aveva lasciato un intero villaggio senza vita, disseminato di cadaveri straziati, storpiati e dilaniati.
Benché il villaggio distasse cinque chilometri dall’antica residenza dei Martense, la gente delle montagne aveva subito associato l’inspiegabile orrore alla dimora stregata.
Gli inquirenti erano invece piuttosto scettici, e soltanto per scrupolo avevano perquisito il palazzo, escludendolo poi dalle indagini, visto che l’edificio era palesemente disabitato e abbandonato.
Alcuni abitanti dei villaggi e della campagna circostante avevano invece perlustrato di loro iniziativa il luogo con cura meticolosa. Misero l’abitazione sottosopra, scandagliarono gli stagni e i ruscelli, abbatterono i cespugli e rastrellarono le foreste vicine. Ma fu tutto inutile: la morte era giunta e se n’era andata senza traccia, lasciando dietro di sé nient’altro che la distruzione.
Al secondo giorno di ricerche, la cosa finì sui giornali, e il monte delle Tempeste venne invaso dagli inviati. Questi descrissero ogni cosa senza risparmiare particolari, e raccolsero molte interviste per illustrare i retroscena di quell’orrore, così come venivano tramandati dalle vecchie del luogo.
Da esperto di fatti orrendi e straordinari, fui dapprima scarsamente stimolato da quei resoconti, ma la settimana successiva mi parve di scorgere un’atmosfera inquietante che aleggiava intorno a quei fatti.
Sicché, il 5 agosto 1921, presi una stanza nell’albergo di Lefferts Corners, il villaggio più vicino al monte delle Tempeste, affollato dai giornalisti e quartier generale degli uomini impegnati nelle ricerche.
Dopo tre settimane, la presenza dei cronisti cominciò a diradarsi, lasciandomi libero di dare inizio alla mia terribile esplorazione, basata su un’inchiesta e una serie di sopralluoghi che frattanto avevo condotto personalmente.
Prima di passare alla fase decisiva, ero andato a recuperare Leila e Lauren: le conoscevo da abbastanza tempo e non erano mai rimaste deluse da questo genere di avventure. Stavolta, però, l’impresa era davvero grossa.
Così, in quella notte estiva, mentre i tuoni rombavano distanti, fermai la piccola auto e, insieme alle mie due compagne, mi inerpicai a piedi su per le pendici del monte delle Tempeste, risalendo a fatica l’ultimo tratto di terreno irto di tumuli. Eravamo armati tutti e tre.
Munito di torcia elettrica, ne proiettai il fascio luminoso sulle grigie muraglie spettrali che cominciavano a intravedersi tra le querce gigantesche. In quella livida solitudine notturna, e nella luce incerta, la massiccia e compatta struttura svelava oscure avvisaglie di terrore che la luce diurna non sapeva rivelare.
Non esitai, perché ero risoluto a sperimentare una mia idea. Ero convinto che il tuono inducesse quel demone letale ad uscire da un suo spaventoso nascondiglio, ed ero fermamente intenzionato a vederlo, fosse esso una solida entità diabolica o un impalpabile flagello.
Avevo già perlustrato a fondo il rudere, e sapevo come attuare il mio piano. La vecchia camera di Jan Martense sarebbe stata la sede della nostra veglia, il nostro quartier generale: un’intima percezione mi diceva che l’appartamento di quell’antica vittima, il cui assassinio veniva celebrato ancora dalle leggende locali, era il luogo adatto per noi.
La camera, che misurava circa sette metri per lato, era invasa come le altre da vecchio ciarpame, residuo della mobilia di un tempo. Era al secondo piano, nell’angolo sudorientale del castello, ed aveva un’enorme finestra che affacciava a levante, ed un’altra molto più stretta prospiciente il meridione, entrambe sprovviste di vetri e di scuri. Dirimpetto alla finestra grande vi era un gigantesco camino olandese con piastrelle bibliche raffiguranti la parabola del figliol prodigo. Di fronte alla finestra stretta, vi era invece uno spazioso letto incassato nel muro.
Mentre il fragore dei tuoni, in parte attutito dai fitti alberi, si faceva più intenso, presi ad attuare i particolari del mio piano. Innanzitutto fissai al davanzale della finestra più grande tre scale di corda che avevo portato con me. Le avevo già provate, e sapevo che raggiungevano una superficie erbosa che faceva al caso nostro. Poi, tutti e tre insieme, trascinammo da un’altra stanza l’ampio telaio di un letto a quattro colonne e lo sistemammo lateralmente alla finestra. Quindi lo coprimmo di fronde d’abete, sulle quali ci adagiammo estraendo le automatiche.
Mentre due di noi riposavano, il terzo, o la terza, avrebbe fatto la guardia.
Da qualunque direzione fosse giunto il demone, ci eravamo assicurati una possibilità di fuga. Se fosse venuto dall’interno della casa, avremmo usato le scale di corda alla finestra; se invece fosse giunto dall’esterno, allora avremmo preso la via della porta e i gradini.
A giudicare dai precedenti, non credevamo che, se le cose si fossero messe al peggio, ci avrebbe inseguito a lungo.
«In ogni caso, non dovremo mai separarci, per nessun motivo!».
E per rendere la cosa efficace, ci legammo l’un l’altro con una corda passata intorno alla vita, così da formare una piccola catena umana.
Il mio turno di guardia iniziò a mezzanotte ma, verso l’una, malgrado l’aria sinistra della casa, le finestre spalancate e l’approssimarsi dei tuoni e dei fulmini, cominciai ad avvertire una curiosa sonnolenza.
Mi trovavo in mezzo alle mie due compagne: Lauren era rivolta verso la finestra e Leila verso il caminetto. La prima si era addormentata, colta evidentemente dal medesimo anomalo torpore che appannava la mia mente, sicché scelsi Leila per il successivo turno di sorveglianza; ma anche lei reclinava di quando in quando la testa sonnecchiando.
Durante la mia ora di veglia avevo fissato il camino con un’intensità che giudicai io stesso molto strana.
I tuoni intanto si intensificavano e, probabilmente, il loro fragore dovette molestare i miei sogni perché, nel breve tempo in cui dormii, ebbi visioni apocalittiche. Ad un certo punto, quasi mi svegliai, forse perché, nell’inquietudine, la compagna addormentata rivolta alla finestra mi aveva gettato un braccio sul petto.
L’urto mi scosse dal sonno profondo in cui ero immerso, ma non mi destai completamente, così da vedere se Leila stesse di sentinella, ma avvertii una fitta d’ansia. Mai, prima d’allora, la presenza del male mi aveva oppresso con tanta chiarezza.
Poi dovetti nuovamente cadere preda del sonno, giacché la mia mente emerse da un caos fantasmagorico quando sentii tirare la corda stretta intorno alla vita.
Riaprii la mente per trovarmi nella follia e con la sensazione di una beffa demoniaca mentre, scivolando sempre più giù lungo scenari inconcepibili, un’angoscia tremenda e cristallina lampeggiava fra visioni d’incubo.
Eravamo al buio fitto, ma la corda che si tendeva dalla parte di Leila mi faceva capire che la mia compagna si stava muovendo; Iddio soltanto sapeva perché. Sul torace sentivo invece ancora il peso del braccio della dormiente alla mia sinistra.
Giunse poi la folgore devastante che scosse l’intera montagna, rischiarò i più cupi recessi dell’antico bosco e spaccò in due il patriarca di quegli alberi nodosi. Al balenio demoniaco del mostruoso globo di fuoco la mia compagna addormentata si scosse bruscamente, mentre il bagliore che si irradiava dalla finestra rivelò un’ombra apparsa sulla canna fumaria del camino, dal quale non avevo mai distolto lo sguardo; Leila era protesa in quella direzione, praticamente sonnambula.
I nostri piani erano falliti miseramente!
Il demone non era giunto né dall’interno né dall’esterno, ma da entrambi!
BANG
Sparai un colpo fuori dalla finestra per scuotere Leila e tutti noi, non certo per intimorire quell’anomalia blasfema emersa dai crateri più profondi degli abissi infernali: un innominabile e deforme abominio che la mente umana non può accettare e la penna non sa descrivere.
Un istante dopo stavamo correndo lungo le scale della dimora maledetta, con Lauren in testa.
Quando ce ne fummo allontanati abbastanza, potei dire a me stesso che l’idea della corda aveva salvato la vita a Leila.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA DONNA COL NOME E LA CITTÀ SENZA

di Howard Phillips Lovecraft e Salvatore Conte (1921-2019)

Quando mi avvicinai alla Città senza Nome, capii che era maledetta.
Viaggiavo con Leila in una vallata riarsa e terribile sotto la luna e, da lontano, la vidi sporgere stranamente al di sopra della sabbia così come parti di un cadavere sporgono da una tomba mal ricoperta.

Compresi in quel preciso momento quanto bene avessi fatto ad affrontare l’impresa in compagnia di una pseudo-archeologa di cui si conoscesse il nome.
Era grossa e impacciata, ma dalla resistenza infinita, e non era sconvolta come me dalle implicazioni di quella ricerca.

Non so bene cosa le interessasse davvero scoprire, ma di certo era un ché di tangibile, come tangibile era lei stessa.
Da solo non sarei sopravvissuto a quel momento, almeno non conservando un barlume di ragione.
La paura parlava dalle pietre consunte di quell’antica sopravvivenza del diluvio, di quell’antenata della piramide più antica; e un’aura invisibile mi respinse e mi ordinò di allontanarmi da quei segreti antichi e sinistri che nessun uomo dovrebbe mai vedere, e che nessun altro uomo aveva mai osato vedere.
Remota, nel deserto dell’Arabia, si stende la Città senza Nome, sgretolata e diruta, le basse mura seminascoste dalla sabbia di innumerevoli ere. Doveva essere così prima che fossero gettate le fondamenta di Menfi, e quando i mattoni di Babilonia ancora non erano cotti. Non esiste nessuna leggenda tanto antica da darle un nome, o da ricordarla viva. Ma se ne sussurra intorno ai fuochi degli accampamenti, e le vecchie ne mormorano nelle tende degli sceicchi, cosicché tutte le tribù la evitano senza sapere assolutamente perché.
Fu di quella città che Abdul Alhazred, il poeta pazzo, sognò la notte prima di creare il suo inspiegabile distico:

Non è morto ciò che può vivere in eterno,
E in strani eoni anche la morte può morire.

Avrei dovuto sapere che gli arabi avevano buone ragioni per evitare la Città senza Nome, la città di cui si parla in strani racconti ma che non era stata mai vista da nessun uomo vivente: eppure li sfidai e mi addentrai nella landa desolata e inesplorata con il mio cammello, e con Leila, e con il cammello di Leila.
Io solo con lei l’ho vista, ed è per questo che nessun altro volto ha un’espressione di paura così orrenda come il mio e nessun altro uomo è colto da un tremito tanto orribile quando il vento della notte fa sbattere le finestre.
Quando me la trovai davanti nella quiete spettrale di un sonno infinito, lei mi guardò, gelida nella luce di una luna fredda, al centro del calore del deserto.
E, quando le restituii lo sguardo, dimenticai il mio trionfo nell’averla trovata, e mi fermai con il mio cammello ad aspettare l’alba, insieme a Leila.
Aspettammo per ore, finché il cielo ad oriente divenne grigio e le stelle svanirono, e quindi il grigio divenne una luce rosata bordata d’oro.
Udii un lamento, e vidi una tempesta di sabbia agitarsi tra le pietre antiche, sebbene il cielo fosse limpido e le vaste distese del deserto immobili.
Poi, d’un tratto, al di sopra dell’orizzonte, si alzò una striscia ardente di sole, visibile attraverso la piccola tempesta di sabbia che si stava allontanando.
Nel mio stato di eccitazione, immaginai che da remote profondità arrivasse un clangore a salutare il disco fiammeggiante, così come Memnon lo saluta dalle rive del Nilo. Le orecchie mi fischiarono, e l’immaginazione mi si accese mentre guidavo lentamente il cammello lungo la distesa di sabbia, verso quel luogo sconosciuto; quel luogo che io solo con Leila, tra i vivi, ho visto.
La tenni dietro di me, mentre entravamo.
Ero pur sempre un uomo, infatti. E lei una donna.
Vagammo tra le informi fondamenta delle case, senza trovare né una scultura né un’iscrizione che parlasse di quegli uomini, se uomini erano, che costruirono quella città e vi dimorarono ere prima.
L’antichità del posto era malsana, e desiderai ardentemente di incontrare qualche segno del fatto che la città fosse stata veramente edificata dal genere umano. Le rovine avevano proporzioni e dimensioni che non mi piacquero.
Avevamo con noi parecchi attrezzi, e scavai molto all’interno delle mura degli edifici distrutti; ma procedevo lentamente, e non scoprii nulla di significativo.
Leila mi osservava senza collaborare. Aveva uno sguardo malato negli occhi, come se quel posto la stesse già contaminando.
Si muoveva intorno a me con un atteggiamento immotivatamente imperioso, quasi si sentisse - in quel luogo - una persona diversa, o molto più potente di prima.
Quando la notte e la luna tornarono, sentii un vento gelido che portò una nuova paura, cosicché non osai restare nella città, nemmeno in compagnia di Leila.
Lei non era dello stesso parere.
«Ci stringeremo in un angolo e faremo la guardia a turno.
Nessuno oserà avvinarsi».
A malapena la convinsi che era meglio per noi allontanarci.
E, quando uscimmo dalle vetuste mura per andare a dormire, una piccola tempesta di sabbia si raccolse alle nostre spalle: gemeva e soffiava sulle pietre grigie, sebbene la luna fosse luminosa e la maggior parte del deserto immobile.

Mi svegliai all’alba da sogni orribili, mentre le orecchie mi fischiavano come per uno scampanio metallico. Vidi il sole trapelare rosso tra le ultime folate di una piccola tempesta di sabbia che si librava sulla Città senza Nome, e sottolineava la tranquillità del resto del paesaggio.
Ancora una volta mi avventai con Leila entro quelle rovine incombenti che si gonfiavano sotto la sabbia come un orco sotto una coperta, e di nuovo scavai alla vana ricerca dei resti di quella razza dimenticata.
A mezzogiorno mi fermai e, nel pomeriggio, passai molto tempo a rintracciare le mura, le strade antiche, e i profili degli edifici semidistrutti.
Leila aveva origini libanesi e non sembrava troppo a disagio in quel mare di sabbia che sommergeva i relitti del tempo. In quest’occasione collaborò con me. Eravamo naufraghi aggrappati allo stesso galleggiante.
Mi accorsi che la città era stata veramente potente, e mi chiesi le fonti della sua grandezza. Immaginai tutti gli splendori di un’età così lontana che la Caldea non la ricordava, e pensai a Sarnath la Condannata, che si ergeva nella terra di Mnar quando il genere umano era giovane, e ad Ib, che fu scolpita nella pietra grigia prima della nascita del genere umano.
D’improvviso ci imbattemmo in un luogo dove il fondo roccioso si alzava ripido dalla sabbia a formare un basso dirupo; e lì vidi con gioia un’apparente promessa di altre tracce di quel popolo antidiluviano.
Tagliate rozzamente sulla parete del dirupo, c’erano le inconfondibili facciate di parecchi piccoli edifici o templi di forma tozza. Al loro interno potevano essere conservati molti segreti di ere troppo remote per essere calcolate, sebbene le tempeste di sabbia avessero già da lungo tempo cancellato ogni incisione che fosse stata all’esterno.
Vicino a me, molto in basso e coperte di sabbia, c’erano delle buie aperture, ma io ne liberai una con la vanga e - dopo aver scambiato un’occhiata con Leila - strisciai al suo interno, portando una torcia per illuminare qualsiasi mistero vi fosse celato.
Quando fui dentro, vidi che la caverna era veramente un tempio, e scorsi chiari segni della razza che lì era vissuta e vi aveva celebrato riti prima che il deserto fosse un deserto.
Subito chiamai dentro Leila.
Ci tenevamo stretti, spalla contro spalla, impressionati da quel luogo, spaventati dall’idea di perdere contatto con l’altro e di rimanere là dentro completamente soli.
Vi erano altari primitivi, colonne e nicchie, tutti stranamente bassi; e, sebbene non vedessi né sculture né affreschi, c’erano molte pietre singolari che erano state scolpite con mezzi artificiali per rappresentare dei simboli.
La bassezza della stanza scavata nella roccia era molto strana, visto che potevamo a stento stare in ginocchio; ma lo spazio era tanto vasto che le torce ne illuminavano solo una parte alla volta.
Rabbrividii stranamente nel vedere alcuni degli angoli più lontani; perché certi altari e certe pietre alludevano a riti di una natura terribile, rivoltante ed inesplicabile, e mi spinsero a chiedermi che genere di uomini avesse potuto costruire e frequentare un tempio simile.
Quando finimmo di vedere tutto quello che conteneva la caverna, strisciammo di nuovo fuori, avidi di scoprire che cosa potessero offrire gli altri templi.

La notte si era ormai avvicinata, ma le cose tangibili che avevo visto resero la curiosità più forte della paura: perciò stavolta non fuggii dalle lunghe ombre formate dalla luna che mi avevano atterrito quando avevo visto per la prima volta la Città senza Nome.
Nella luce del crepuscolo sgomberai un’altra apertura e, con una nuova torcia, strisciai all’interno insieme a Leila; trovammo altre pietre e simboli vaghi, sebbene nulla di più definito del contenuto dell’altro tempio.
La stanza era altrettanto bassa, ma molto meno ampia, e finiva in un passaggio strettissimo stipato da reliquie oscure e misteriose.
Stavamo curiosando intorno a quelle reliquie, quando un rumore di vento e i nostri cammelli ruppero il silenzio, e ci spinsero fuori per vedere che cosa avesse spaventato gli animali.
La luna splendeva vivida sulle rovine primitive, e illuminava una densa nube di sabbia che sembrava sospinta da un vento forte ma calante, proveniente da qualche punto lungo il dirupo che ci stava davanti.
Capii che era stato quel vento gelido e sabbioso a disturbare i cammelli, ed ero in procinto di condurli in un posto meglio riparato, quando mi capitò di alzare gli occhi e notare che non c’era vento sulla cima del dirupo.
Questo mi stupì e mi spaventò, ma immediatamente ricordai gli improvvisi venti locali che avevo già visto e udito all’alba e al tramonto, e reputai che fosse un fenomeno normale. Decisi che proveniva da qualche fessura nella roccia che si apriva su una caverna, e guardai la sabbia smossa per rintracciare la fonte del vento.
Ben presto mi accorsi che proveniva dall’apertura nera di un tempio che si trovava ad una grande distanza da noi, a sud, quasi fuori dalla mia vista.
Avanzammo allora a fatica, lottando contro la soffocante nube di sabbia, verso quel tempio che, quando ci avvicinammo, si rivelò più grande degli altri e mostrò un’entrata molto meno ostruita di sabbia disseccata.
Sarei entrato se la forza terrificante del vento ghiacciato non fosse stata sul punto di spegnere la torcia. Sgorgava violentemente da quella scura entrata, fischiando stranamente mentre increspava la sabbia e si stendeva tra le misteriose rovine.
Ben presto scemò, e la sabbia divenne sempre più immobile, finché tutto non fu nuovamente in pace; ma una presenza sembrava aggirarsi tra le pietre spettrali della città e, quando guardai la luna, l’astro sembrò tremolare come se fosse riflesso in acque agitate.
Provavo una paura indescrivibile, ma non sufficiente a lenire la mia sete di meraviglie per cui - forte della massiccia presenza di Leila - non appena il vento scomparve completamente, entrai nella oscura caverna da cui era uscito.

Quel tempio, come avevo immaginato dall’esterno, era più grande di quelli che avevamo già visitato; ed era presumibilmente una grotta naturale, visto che serviva da passaggio per i venti provenienti da qualche zona aldilà.
Lì potevamo stare in posizione eretta, ma notai che le pietre e gli altari erano bassi come quelli degli altri templi. Sulle pareti e sul tetto vidi per la prima volta delle tracce dell’arte pittorica di quella razza antica: strane spirali di colore che erano sbiadite o sgretolate; e, su due degli altari, vidi con eccitazione crescente un intrico di incisioni curvilinee di ottima fattura.
Quando alzai in alto la torcia, mi parve che la forma del tetto fosse troppo regolare per essere naturale, e mi chiesi a che cosa avessero lavorato prima quei tagliatori di pietra preistorici. La loro perizia in ingegneria doveva essere grande.
Poi, una vampata più luminosa di quella bizzarra fiamma mi rivelò ciò che stavo cercando: l’apertura su quegli abissi remoti da cui provenivano i venti improvvisi; e mi sentii svenire quando vidi che era un’entrata, piccola e palesemente artificiale, tagliata nella solida roccia.
Nei momenti, come questo, in cui la paura sembrava soverchiarmi, ricercavo il contatto di Leila, che a sua volta mi premeva addosso, schiena contro schiena, quasi facendomi cadere.
Una donna del genere, formosa, imponente, sicura di sé, e di ancestrale bellezza, non mi avrebbe nemmeno sfiorato in circostanze normali.
Ma in quel mondo irreale e sconvolgente, anche un essere di infinita potenza come lei era costretto a cercare una sponda nell’umana debolezza che incarnavo alla perfezione.
Infilai la torcia nell’entrata, e vidi un tunnel nero con il tetto che si inarcava basso su una rozza rampa in discesa di gradini piccolissimi, numerosi e ripidi.
Vedrò sempre quei gradini nei miei sogni, perché venni a sapere che cosa significavano.
In quel momento, a malapena sapevo se definirli gradini o semplici appigli in una discesa precipitosa.
La mia mente turbinava di folli pensieri, e le parole e gli avvertimenti dei profeti arabi sembravano attraversare il deserto, dalle terre che gli uomini conoscono alla Città senza Nome che gli uomini non osavano conoscere.
Ma esitai solo per un istante prima di attraversare il portale per cominciare a scendere cautamente lungo il ripido passaggio, con i piedi di traverso, come su una scala a pioli.
Leila fece altrettanto. Pesante com’era, sarebbe stato un bel problema se mi fosse franata addosso.
Solo nelle terribili visioni delle droghe o del delirio, qualcun altro può fare una discesa simile alla nostra. Lo stretto passaggio scendeva all’infinito come uno spaventoso pozzo infestato, e la torcia che tenevo alta al di sopra della testa, non riusciva ad illuminare le ignote profondità verso cui strisciavamo.
Persi il conto delle ore e dimenticai di consultare l’orologio, sebbene avessi paura al pensiero della distanza che stavamo percorrendo. C’erano cambiamenti di direzione e di ripidità; e, una volta, arrivammo ad un passaggio lungo, basso e piano, dove dovemmo strisciare contorcendoci, con i piedi in avanti, sul fondo roccioso, tenendo la torce tese al di sopra della testa. Quel posto non era abbastanza alto per starci in ginocchio.
Dopo quel passaggio c’erano altri ripidi scalini, e stavamo ancora scendendo in quell’abisso senza fine, quando la torcia morente si spense.
Non penso che me ne accorgessi subito perché, quando me ne accorsi, la reggevo ancora al di sopra del capo come se fosse accesa.
Ero completamente preso da quell’impulso per lo strano e l’ignoto, che mi aveva fatto diventare un esploratore della terra e un cercatore di luoghi remoti, antichi e proibiti.
Ma quando anche la torcia di Leila morì, allora fui costretto a fermarmi.
Cercai subito il suo contatto. Ero come il nascituro nella pancia della madre. Al buio, al caldo, al mollo.
Nell’oscurità mi passarono rapidamente nella mente frammenti della mia adorata raccolta di sapere demoniaco; frasi di Alhazred l’arabo pazzo, brani degli incubi apocrifi di Damascius, e versi infami del delirante Image du Monde di Gauthier de Metz. Ripetei bizzarre frasi, e mormorai di Afrasiab e dei demoni che vagano con lui nell’Oxus.
Poi pronunciai mille volte, monotonamente, una frase di uno dei racconti di Lord Dunsany: “Le irriverberate tenebre dell’abisso”.
Quando infine la discesa divenne incredibilmente ripida, recitai cantilenando dei versi di Thomas Moore, finché ebbi paura di recitarli ancora:

Un serbatoio di tenebre, nere
Come i calderoni delle streghe quando sono pieni
Di droghe lunari distillate nelle eclissi,
Chino per vedere se il piede poteva passare
Lungo quel baratro, vidi, al di sotto,
Fin dove arrivava lo sguardo,
Le pareti nere e lisce come vetro,
Come se fossero state appena verniciate
Di quella pece scura che il Regno della Morte
Getta sulle rive fangose...

Il tempo aveva ormai cessato di esistere quando i miei piedi toccarono di nuovo un piano orizzontale, e ci ritrovammo in un luogo lievemente più alto delle stanze dei due templi più piccoli, ormai rimasti ad una distanza incalcolabile al di sopra di noi.
Non riuscivo a stare in piedi, ma solo in ginocchio, e nel buio mi trascinai e strisciai qui e là, a casaccio, sempre tenendomi saldamente allacciato a Leila, per la paura di ritrovarmi completamente solo.
Ben presto capii che ci trovavamo in uno stretto passaggio sulle cui pareti si allineavano casse di legno con la parte anteriore di vetro.
Quando in quel luogo paleozoico ed abissale avvertii al tatto materiali quali il vetro ed il legno lucidato, rabbrividii all’idea delle possibili implicazioni.
Le casse si trovavano lungo ciascuna parete del passaggio ad intervalli regolari, ed erano oblunghe e disposte orizzontalmente, spaventosamente simili a bare nella forma e nelle dimensioni. Quando cercai di muoverne due o tre per un esame ulteriore, scoprii che erano saldamente assicurate.
Capii che il passaggio era lungo, sinuoso, e che saliva tanto rapidamente, che sarebbe stato terribile avere degli occhi fissi su di noi nell’oscurità.
Ogni tanto passavo da una parte all’altra per sentire che cosa ci circondasse e per essere certo che le pareti e le file di casse continuassero ancora.
L’uomo è così abituato a visualizzare, che io quasi dimenticai il buio, ed immaginai l’interminabile corridoio adorno di vetro e legno nella sua monotonia come se lo vedessi.
E poi, in un attimo di emozione indescrivibile, lo vidi.
Non saprei quando esattamente la mia fantasia si fuse con la visione reale; ma, davanti a noi, comparve un chiarore graduale e, all’improvviso, capii che vedevo i vaghi profili del corridoio e delle casse, rivelati da una ignota fosforescenza sotterranea.
Per un breve istante tutto fu esattamente come l’avevo immaginato, visto che il chiarore era molto debole; ma, quando continuammo ad avanzare meccanicamente, incespicando talvolta, verso una luce più forte, capii che la mia fantasia era stata troppo debole.
Quel luogo non era un rudere primitivo come i templi della città in superficie, ma il monumento di un’arte magnifica ed esotica. Disegni e pitture ricchi, vivaci e bizzarri, formavano uno schema continuo di pittura murale, le cui linee e colori andavano aldilà di ogni descrizione. Le casse erano di uno strano legno dorato, con la parte anteriore di un vetro raffinato, e contenevano le forme mummificate di creature che superavano in bizzarria i sogni più caotici degli uomini.
Comunicare un’idea di quelle mostruosità è impossibile. Erano della famiglia dei rettili: le linee del corpo facevano pensare a volte al coccodrillo, a volte alla foca, ma più spesso a nulla di cui avessero mai sentito parlare il naturalista e il paleontologo. Nelle dimensioni si avvicinavano ad un uomo di bassa statura, e le zampe anteriori terminavano con dei piedi delicati e ben formati, stranamente simili a mani e dita umane.
Ma la cosa più strana di tutte erano le teste, che presentavano un contorno che sfidava tutti i principi noti della biologia. A niente quegli esseri potevano essere comparati: in rapida successione li confrontai al gatto, al bulldog, al mitico satiro, e all’essere umano.
Nemmeno Giove aveva una fronte così colossale e sporgente, ma le corna, l’assenza di naso e le mandibole da alligatore, mettevano quelle cose al di fuori di tutte le categorie stabilite.

Riflettei per un attimo sulla realtà di quelle mummie, con il sospetto che si trattasse di idoli artificiali; ma ben presto decisi che erano veramente una specie paleogena che doveva aver vissuto quando la Città senza Nome era viva. A coronare il loro aspetto grottesco, la maggior parte era sfarzosamente avvolta di stoffe preziosissime, e carica di ornamenti d’oro, di pietre preziose e di ignoti metalli scintillanti.
«Hai visto?», l'attenzione di Leila fu subito calamitata da quei tesori. «Portiamo via qualcosa, intanto...».
«No, aspetta! Può essere pericoloso... aspettiamo di capire cosa ci circonda...», cercai di fermarla, ma si stava già impossessando di alcuni pezzi pregiati.

L’importanza di quelle creature striscianti doveva essere stata enorme, perché occupavano il primo posto tra i bizzarri disegni delle pareti e del soffitto affrescati. Con una perizia ineguagliabile, l’artista le aveva ritratte in un loro mondo, in cui avevano città e giardini fatti per adattarsi alle loro dimensioni. Non potei fare a meno di pensare che la loro storia in immagini fosse allegorica: forse illustrava i progressi della razza che li aveva adorati.
Quelle creature, mi dissi, erano per gli uomini della Città senza Nome quello che la lupa era per Roma, o quello che un animale-totem è per una tribù di indiani.
Mantenendo questo punto di vista, potei seguire a grandi linee la meravigliosa epopea della Città senza Nome; il racconto di una potente metropoli costiera che aveva dominato il mondo prima che l’Africa emergesse dal mare, e delle sue lotte quando il mare si era ritirato e il deserto era avanzato nella fertile vallata in cui sorgeva. Vidi le sue guerre e i suoi trionfi, i suoi problemi e le sue sconfitte, e in seguito la sua terribile lotta contro il deserto quando migliaia dei suoi abitanti - lì rappresentati allegoricamente da rettili grotteschi - furono costretti ad aprirsi la strada tra le rocce in un modo stupefacente e a scendere nell’altro mondo di cui i profeti avevano loro parlato. Era tutto vivido, bizzarro e realistico, e le connessioni con la spaventosa discesa che avevamo compiuto erano innegabili. Riconobbi perfino i passaggi.

Mentre strisciavamo lungo il corridoio verso la luce più intensa, vidi le fasi successive di quell’epopea dipinta: la partenza della razza che aveva dimorato nella Città senza Nome e nella vallata intorno per dieci milioni di anni.

La razza il cui animo era riluttante a lasciare scenari che il corpo conosceva fin da quando essa aveva abbandonato la vita nomade nella giovinezza della Terra e aveva tagliato nella roccia vergine quelle reliquie primitive che non aveva mai cessato di adorare.
Quando la luce fu più forte, studiai le pitture più da vicino e, ricordando che gli strani rettili dovevano rappresentare gli uomini sconosciuti, riflettei sui costumi della Città senza Nome. Molte cose erano particolari ed inspiegabili. La civiltà, che comprendeva un alfabeto scritto, era apparentemente arrivata ad un livello superiore a quello raggiunto dalle civiltà, incommensurabilmente più tarde, dell’Egitto e della Caldea: eppure c’erano strane omissioni. Non riuscii, per esempio, a trovare nessuna pittura che raffigurasse la morte o le usanze funebri, tranne quelle in relazione alle guerre, alla violenza e alle calamità; e mi meravigliai della reticenza mostrata nei riguardi della morte naturale. Era come se avessero nutrito come dolce illusione una idea di immortalità.

Anche Leila osservava attenta.
Ci saremmo poi scambiati le rispettive opinioni a riguardo.
Ancora più vicino alla fine del passaggio, erano dipinte scene di grande pittoricità e stravaganza: vedute contrapposte della Città senza Nome nel suo abbandono e nel suo crescente decadimento, e del paradiso strano e nuovo verso il quale la razza si era aperta la strada attraverso la roccia. In quelle vedute, la città e la vallata deserta erano mostrate sempre alla luce della luna, con una nube dorata che si librava sulle mura crollate e faceva intravedere la splendida perfezione dei tempi passati, ritratta spettralmente ed elusivamente dall’artista. Le scene paradisiache erano fin troppo stravaganti per poter essere ritenute reali: ritraevano un mondo etereo, nascosto di giorno, pieno di città gloriose, colline e vallate diafane.
Alla fine mi parve di vedere i segni di un certo decadimento artistico. I dipinti erano meno abili, e molto più bizzarri perfino delle più strane delle scene precedenti.
Sembravano documentare una lenta decadenza dell’antica razza, accompagnata da una ferocia crescente verso il mondo esterno da cui era stata cacciata nel deserto. Le forme delle persone - sempre rappresentate dai rettili sacri - sembravano deperire gradualmente, sebbene il loro spirito, che veniva mostrato mentre si librava sulle rovine alla luce della luna, ne acquistasse in grandezza.
Sacerdoti emaciati, rappresentati da rettili in tuniche riccamente adorne, maledicevano l’aria del mondo superiore e tutto quello che la respirava; e una terribile scena finale raffigurava un uomo dall’aspetto primitivo, forse un pioniere dell’antica Irem, la Città delle Mille Colonne, dilaniato dai membri della razza più antica.
Ricordai quanto gli arabi temessero la Città senza Nome, e fui felice che, tranne che in quel luogo, le pareti e i soffitti grigi fossero spogli.
Nel guardare lo spettacolo rappresentato da quella storia murale, ci eravamo avvicinati alla fine del passaggio dal basso soffitto, e notai un’apertura da cui proveniva tutta quella fosforescenza luminosa.
Strisciammo fino ad essa e gridai stupefatto nel vedere che cosa c’era aldilà: infatti, invece di altre caverne più luminose, c’era solo un vuoto illimitato di radiazioni uniformi, come ci si può immaginare di vedere guardando in basso dalla cima del monte Everest un mare di nebbia illuminato dal sole.
Alle mie spalle c’era un passaggio così basso che non riuscivo a stare in piedi; e, davanti a me, c’era un infinito fulgore sotterraneo.
Dal passaggio partiva verso l’abisso una ripida rampa di gradini - gradini numerosi e piccoli, simili a quelli dei passaggi bui che avevamo attraversato - ma, dopo pochi centimetri, i vapori luminosi nascondevano ogni cosa.
Spalancato contro la parete sinistra del passaggio c’era il massiccio battente di una porta di ottone, incredibilmente spesso e decorato con fantastici bassorilievi che, se chiuso, poteva isolare completamente tutto il mondo di luce dalle caverne e dalle gallerie di roccia.
Guardai i gradini e, per il momento, non osai avventurarmici. Toccai quindi la porta aperta d’ottone, ma non riuscii a spostarla. Allora mi stesi prono sul pavimento di pietra, invitando Leila a fare altrettanto, con la mente infiammata da pensieri prodigiosi che nemmeno la stanchezza mortale poteva spegnere.
Mentre giacevo immobile ad occhi chiusi, deciso a riflettere accanto al morbido corpo ispiratore della mia compagna d'avventura, molte cose che avevo notato superficialmente negli affreschi mi ritornarono in mente con una gravità nuova e terribile: scene che rappresentavano la Città senza Nome nei giorni del suo splendore, la vegetazione della vallata che la circondava, e le terre lontane con le quali i suoi mercanti facevano commerci.
L’allegoria delle creature striscianti mi sorprendeva per la sua preminenza assoluta, e mi chiesi perché fosse stata seguita così rigidamente in una storia murale di simile importanza.
Negli affreschi, la Città senza Nome era raffigurata in proporzioni adatte ai rettili. Mi chiesi quali fossero state le sue vere proporzioni e la sua magnificenza, e riflettei per un attimo su certe stranezze che avevo notato nelle rovine.
Pensai con meraviglia alla bassezza dei primi templi e dei corridoi sotterranei, che erano stati, senza dubbio, scavati in quel modo tenendo conto delle divinità-rettili che vi venivano adorate, e nonostante il fatto che costringessero gli adoratori a strisciare.
Forse il rito vero e proprio esigeva che i fedeli strisciassero per imitare le creature. Nessuna teoria basata sulle credenze religiose, però, poteva facilmente spiegare perché i tunnel piani in quella spaventosa discesa dovessero essere bassi come i templi, o più bassi, visto che non ci si poteva nemmeno stare in ginocchio.
Quando pensai alle creature striscianti, le cui orrende forme mummificate ci erano così vicine, provai una nuova ondata di paura.
Le associazioni mentali sono strane, e rifuggii dall’idea che, tranne per il povero primitivo dilaniato nell’ultimo dipinto, la mia e quella di Leila erano le uniche forme umane tra i molti resti e simboli di una vita antichissima.
Ma, come sempre nella mia esistenza strana e vagabonda, la meraviglia presto scacciò la paura; infatti, l’abisso luminoso e ciò che poteva contenere erano un problema degno del più grande esploratore.
Non potevo dubitare che un mondo soprannaturale di mistero fosse in fondo a quella rampa di strani e piccoli gradini, e speravo di trovare quei ricordi umani che il corridoio dipinto non mi aveva fornito.
Gli affreschi dipingevano città incredibili e vallate, in quel regno inferiore, e la mia fantasia indugiò sulle rovine ricche e colossali che ci aspettavano.
Forse con quelle avrei potuto soddisfare l'avidità di Leila.

Le mie paure, in realtà, riguardavano il passato più che il futuro.
Nemmeno l’orrore fisico della mia posizione in quello stretto corridoio di rettili morti e di affreschi antidiluviani, miglia e miglia al di sotto del mondo che conoscevo e davanti ad un altro mondo di luce e nebbia misteriose, poteva eguagliare il terrore mortale che provavo davanti all’antichità abissale della scena ed al suo spirito.
Un’antichità così vasta che ogni misurazione era insufficiente, e sembrava spiare malignamente dalle pietre primitive e dai templi tagliati nella roccia della Città senza Nome, mentre le ultime stupefacenti mappe degli affreschi mostravano oceani e continenti che l’uomo ha dimenticato: solo qui e lì c’era qualche profilo famigliare.
Nessun uomo sa cosa può essere successo nelle ere geologiche dopo che gli affreschi erano cessati e la razza che odiava la morte aveva ceduto con rabbia al decadimento.
Una volta quelle caverne e il luminoso regno aldilà avevano brulicato di vita; ora io e la mia compagna eravamo soli con quei vividi resti, e tremai al pensiero delle innumerevoli ere durante le quali quei resti avevano vegliato silenziosi e soli.
D’un tratto arrivò un’altra ondata di quella paura acuta che mi aveva assalito ad intermittenza fin da quando avevo visto per la prima volta la terribile vallata e la Città senza Nome sotto una fredda luna, e che riuscivo ad affrontare solo grazie alla massiccia presenza di Leila.
Eccola qui, accanto a me, ansiosa di impadronirsi dell'oro e tornare indietro con un tangibile trofeo; tangibile come lei.
Leila... la regina della Città senza Nome...
Malgrado la stanchezza, mi sorpresi a cercare freneticamente di sedermi per scrutare lungo il corridoio buio i tunnel che salivano al mondo esterno.
Le mie sensazioni erano simili a quelle che mi avevano fatto evitare di notte la Città senza Nome, ed erano inspiegabili per quanto erano acute.
Dopo un momento, però, provai uno spavento ancora più grande a causa di un rumore ben definito; il primo che aveva rotto il silenzio assoluto di quelle profondità sepolcrali.
Anche Leila l'aveva sentito, e si strinse a me.
Era un gemito profondo, basso, come se provenisse da una folla lontana di anime dannate, e proprio dalla direzione in cui stavo guardando.
Il suo volume crebbe rapidamente, finché echeggiò lugubremente nel basso corridoio e, nello stesso momento, notai una corrente di aria fredda che similmente diveniva sempre più forte affluendo dai tunnel e dalla città soprastante.
Il tocco di quell’aria parve restituirmi l’equilibrio mentale, poiché ricordai immediatamente le improvvise folate di vento che si erano alzate intorno all’imboccatura dell’abisso ad ogni alba e ad ogni tramonto, e una di esse mi aveva, del resto, svelato i tunnel nascosti.
Guardai l’orologio e vidi che l’alba era prossima, perciò raccolsi tutte le mie forze per resistere al vento violento che stava tornando alla sua caverna d’origine così come ne era uscito la sera. Mi strinsi addosso a Leila, cercando di proteggerla, sebbene mi sembrasse una roccia nel vento. Alla fine, fui io ad aggrapparmi a lei.
La mia paura si attutì nuovamente, visto che i fenomeni naturali tendono a disperdere le considerazioni sull’ignoto.
Sempre più selvaggiamente, il vento stridente e lamentoso della notte si riversava nell’abisso.
Io e Leila fummo sbattuti a terra, vanamente afferrati alla roccia per paura di essere trascinati di peso attraverso la porta aperta nell’abisso fosforescente.
Non mi ero aspettato una tale violenza e, quando mi accorsi che il mio corpo stava scivolando veramente verso l’abisso, fui assalito da mille nuovi terrori, nati dall’ansia e dall’immaginazione.
La malevolenza della corrente d’aria destò in me fantasie incredibili; ancora una volta mi paragonai con raccapriccio all’unica immagine umana in quello spaventoso corridoio, quell’uomo che era stato dilaniato dalla razza senza nome poiché, nel diabolico ghermire delle correnti turbinanti, si sentiva una rabbia vendicativa, tanto più forte quanto più era impotente.
Credo che verso la fine gridai freneticamente il nome di Leila - ero impazzito - ma, se pure lo feci, le mie grida si persero in quella babele infernale di ululati di vento.
Cercai di strisciare verso l’invisibile corrente omicida, ma non riuscii nemmeno a mantenermi fermo e venni spinto lentamente e inesorabilmente verso il mondo ignoto.
Infine, la ragione dovette abbandonarmi completamente, e cominciai a farfugliare ossessivamente il distico inspiegabile dell’arabo pazzo Alhazred, che sognò la Città senza Nome:

Non è morto ciò che può vivere in eterno,
E in strani eoni anche la morte può morire.

Solo i tristi e pensierosi dei del deserto sanno che cosa avvenne veramente, quali lotte sostenemmo nel buio o quale Abaddon ci riportò alla vita, vita durante la quale dovremo sempre ricordare e rabbrividire al vento della notte fino a che l’oblio - o qualcosa di peggio - ci chiamerà.
Mostruosa, innaturale, colossale, era quella cosa, troppo lontana da tutte le idee dell’uomo per essere creduta, tranne che nelle silenziose e maledette ore della notte quando non si riesce a dormire.

Ho detto che la violenza del vento impetuoso era infernale - demoniaca - e che le sue voci erano orribili per la malvagità repressa di un’eternità desolata.
Ben presto quelle voci, pur essendo ancora confuse davanti a me, al mio cervello pulsante sembrarono assumere una forma articolata. E laggiù, nella tomba di esseri antichi morti da innumerevoli eoni, situata leghe al di sotto del mondo degli uomini illuminato dalla luce dell’alba, sentii le maledizioni e le proteste spettrali di demoni dalle strane lingue.
Mi voltai, e vidi stagliarsi contro l’etere luminoso dell’abisso, quello che non avevo potuto vedere nel buio del corridoio. Un’orda da incubo di diavoli, diavoli distorti dall’odio, agghindati grottescamente, semitrasparenti, diavoli di una razza sulla quale non c’era da sbagliarsi: erano i rettili striscianti della Città senza Nome.
E, quando il vento cessò, sprofondammo nel buio spettrale delle viscere della terra; perché, dietro l’ultima creatura, la grande porta di ottone si chiuse con un assordante clangore musicale i cui echi salirono fino al mondo lontano per salutare il sole sorgente così come Memnon lo saluta dalle rive del Nilo.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

GIULIA AGRIPPINA MARIA

di Sandro Degiani e Salvatore Conte (2012-2019)

Ponzio Pilato si impone al Sinedrio e non condanna Gesù ad essere crocifisso, ma a remare sulle galee.
Maria prende il posto di Gesù tra i Discepoli disorientati, ed insieme a Maria di Magdala e Maria di Cleofa fonda una Chiesa Matriarcale dove c'è una triade di Papesse al vertice, una per il Potere Religioso, una per il Potere Giudiziario ed una per il Potere Temporale.
Una Chiesa delle Donne che cambia la Storia, perché si accorda nell'807 A.U.C. con Giulia Agrippina Augusta, madre di Nerone, al fine di esautorare il figlio e lasciargli fare ciò che gli piace ossia l'attore e trasformare la sua reggenza in Imperium a tutti gli effetti prendendo in mano le redini del Potere Imperiale... il Patto prevede che una delle Tre Marie, quella che presiede al Potere temporale, sia di stirpe imperiale: Giulia Agrippina Augusta o una sua discendente.

Il sistema è equilibrato perché il Potere Giudiziario può sanzionare anche le altre due Marie, ma solo se ci sono due voti contro uno, mentre se il Potere Giudiziario diventa troppo ambizioso, le due Marie rimanenti posso esautorarlo. Il Potere Temporale dell'Imperatrice da solo non può nulla senza l'appoggio delle altre Marie.
Arrivano i primi Giubilei Imperiali di Agrippina: il Giubileo dei 25 anni di Imperium, che cade nell'827 A.U.C.

E il Giubileo dei 40 anni di Imperium, che cade nell'842 A.U.C.

Il Tempio di Venere e Giunone eretto sul Campidoglio (completato nell'852, anno del Giubileo Imperiale di Agrippina che, ottantaquattrenne, festeggia 50 anni di Imperium) con la sua immensa eleganza e maestosità riduce a poco più che una catapecchia il Partenone di Atene.
Il Tempio diventa l'Ottava Meraviglia del Mondo e domina l'Urbe Eterna con la sua massa di candido marmo e le sue 750 austere colonne ioniche di 50 metri (sono 15 colonne frontali: la data di nascita di Agrippina nel calendario cristiano, e 50 laterali: gli anni di Imperium).

Sul fregio frontale, Agrippina riceve dalle Dee Giunone e Venere la Corona d'Alloro e lo Scettro con il Globo Terrestre mentre Ninfe, Nereidi e Sirene intrecciano danze di gioia.

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Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

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LA MERCENARIA

di Salvatore Conte (2014-2019)

Viene sollevata dalla barella e appoggiata di schiena contro il tronco di un grosso albero.
La testa le pende sul petto, gli occhi guardano in basso, inespressivi; puntano senza volerlo le tette spompate, veterane di tante battaglie, che si profilano dalla mimetica sbottonata.

Nonostante tutto, è scossa da un sussulto. Le piastrine di riconoscimento sbattono l’una sull’altra restituendo un lieve tintinnio metallico.
Spudoratamente attaccata alla vita fino all’ultimo respiro.
Colpita, ma non stroncata.
Stroncata, ma non morta.
Morta, ma non cadavere.
Cadaverica, ma non sepolta.
Adesso, però, non sussulta più.
Vado a controllare se è cadavere, o almeno morta.
Mi avvicino e le sollevo il mento: «Leila… ci sei…?», in qualche modo sono sempre stato un ottimista.
«Hhh…».
In qualche modo c’è, infatti. Ho fatto bene a chiedere. La Dakmak c’è ancora.
Come le lascio il mento, però, la testa torna a piegarsi pesante sul petto.
Eppure c’è, la Mercenaria c’è.
Non sono bastate diciotto pallottole… due raffiche di mitra in corpo…
Per farla finita con l’ex fiancheggiatrice dell’intelligence siriana di Assad, e aggiudicarsi una delle sue piastrine, ci vorrebbe un colpo di grazia, in testa o in bocca.
Altrimenti c’è da attendere la fine di un’agonia che non si sa ancora quanto possa durare: da pochi istanti a qualche ora.
Ho l’impressione che - quasi come Alessandro Magno che tenne i suoi satrapi col fiato sospeso fino alla fine, non riconoscendo nessuno degno di lui - Leila tenga i colleghi mercenari nella medesima incertezza riguardo a chi otterrà la sua piastrina gemella. Sarebbe un trofeo per chiunque.
Leila Hanna Dakmak, più che una vera mercenaria, fino a non molto prima era un grosso puttanone libanese; adesso, però, mostrandosi tanto dura a morire, il suo titolo le spetta a tutti gli effetti.
Niente da fare per la morte.
Almeno per il momento.
Inutile aspettarsi che sia lei a chiedere di farla finita con un ultimo colpo.
Leila è una che non molla mai. Un po’ l’ho conosciuta nelle lunghe marce congolesi. Un po’ l’ho conosciuta sotto la tenda, a mie spese. Un po’ me la immagino.
Per lei le pallottole non esistono. Sono cioccolatini, da mangiare e digerire.
Diciotto cioccolatini di piombo. E tiene botta…
Ne sono impressionati anche gli altri.
Tutto sta a reggere lo shock e la vista del sangue: il resto è poca cosa, in fondo.
Una donna così merita rispetto, anche se prima di adesso era soltanto un grasso puttanone.
Leila Hanna Dakmak, 45 anni molto vissuti, tanti chili in eccesso ma ottimamente distribuiti, occhi che squagliano, stazza imponente, una che te lo tira solo guardandoti, una che ti fa sentire vulnerabile anche se porti addosso un giubbotto antiproiettile, una che dopo l'uso delle bombe in dotazione naturale, aveva appreso quello della mitraglietta; senza badare che fosse di produzione israeliana; in questo gioco, infatti, conta solo il potere: le parole, gli aggettivi, le definizioni sono meri artifici per suggestionare le masse e muoverle senza che mai possano intravedere chi davvero le muova; basta dirottarle verso la loro muleta, come un toro inferocito, anche se in questo gioco il rosso è il colore di chi non viene mai incornato; la bestialità delle masse è infatti l’amuleto dei grandi burattinai; e noi, da giocatori esperti, conosciamo l’etica del gioco: tollerare chiunque se mancante d’etica, nessuna pietà per gli altri.
E per gioco aveva cominciato: per sentirsi importante e calcare la scena con tutto il suo peso.
Le confidenze e i servizietti per la rete di Assad in Libano, l’ambizione di mettersi in evidenza non soltanto con la bocca da troia, il salto di qualità nel business delle autobombe e dei martiri-mercenari, i mercenari di Dio.
C’è d’altronde chi vende organi da vivo e chi dona organi da morto; così c’è chi vende organi da morto, tutti gli organi, inclusa l’anima.
Poi la delusione di ristagnare fra le maglie intermedie della rete e di non pescare abbastanza denaro.
Una donna araba può al massimo raggiungere lo status di puttana bene ammaestrata, spendibile per il potere e per Assad, nel caso di specie.
Troppo poco per una come Leila.
E così si era messa sul mercato, aveva contrattato un ingaggio migliore in un club più ricco: l’anima della mercenaria aveva battuto cassa.
D’altra parte, per una bella donna come lei, le occasioni, gli incarichi, le missioni non mancano mai. Il fascino femminile rimane pur sempre, in ogni scenario, l'arma più subdola ed efficace, tanto a Beirut - tra autobombe e mille fazioni - quanto nella giungla congolese - tra milizie e multinazionali che si scannano fra loro; in più, rispetto ad allora, Leila si è perfezionata imbracciando la mitraglietta sionista: ormai conosceva bene uzi e costumi della guerriglia professionale...
Che siano cinesi, russi o ebrei, basta che paghino e la usino pure...; già, la uzi, un’arma perfettamente femminile: compatta, infida, letale, adatta ai colpi di testa, perché non richiede precisione; la derringer dei mitragliatori.

Frammenti di discorsi, tra una sparatoria e l’altra; e tra una scopata e l’altra, non certo economiche, perché se la tirava tanto; ma soprattutto i pettegolezzi del nostro mondo.
Di soldi ne stava facendo tanti insieme a noi, ma a quale prezzo?
Cosa rimane adesso di questa lurida troia libanese, dopo diciotto pallottole?
Le ho contate una per una, forse per vendicarmi della sua vanità.
Rimane un ammasso di forme ancestrali, ancora dannatamente suggestive, e un intreccio di budella ridotte a poltiglia sanguinolenta, sul punto di esplodere e rovesciarsi a terra.
Eccola lì con la lingua sotto il palato e il culo stretto, tutti i freni tirati al massimo nel tentativo arrogante di far pagare qualcosa anche alla morte.
Eccola lì nella sua tuta da mercenario: la mimetica grigia, sbottonata aggressivamente fino allo stomaco; e gli stivali intrisi di fango a segnare pesanti il terreno con sussulti improvvisi.
Per la morte c’è ancora da penare.
Non si decide a crepare e allora viene rimessa sulla lettiga e la marcia riprende.
Non è morta addosso a quell’albero. Ha lasciato un altro pezzo di pelle, ma non il suo cadavere.
L’epilogo è rimandato.

L’attenzione passa ad altro, la routine della marcia riprende il sopravvento.
Io, invece, le asciugo la bocca, perché la libanese cola sangue dal labbro.
Non le sto parlando, però è come se le dicessi: “Provaci… che ti costa provarci…? Ti hanno già dato per morta dopo la prima raffica, una decina di pallottole fa. Nessuno si aspetta più niente da te. Tanto vale provarci, no? So che hai ancora qualcosa da spendere. Una riserva segreta di rabbia e frustrazione con cui tenere a bada la morte ancora per un po’. So che non molleresti mai prima della fine. E questa parte di te mi piace, Leila… anche più del resto. Se trovi un modo per uscirne, ci mettiamo insieme e ti faccio ricca a mie spese. Di soldi ne ho tanti da parte, dopo anni di contrabbando e guerriglia a contratto. Tu pensaci… prima di crepare…”.
Nonostante la situazione disastrosa, un sorrisetto allucinato fa la sua comparsa sull’ostinata faccia da troia della libanese.
È lucida, ha capito tutto. O almeno credo.
Annaspa, sta per cedere, ma si tiene follemente in bilico guardandomi con occhi spiritati: i contorni sono marmorizzati, sottilmente venati di linee scure; è la necrosi che accompagna le morti stentate, una sorta di make-up, di rimmel infernale, che non le sta per niente male.

Una pausa.
In molti si ritrovano intorno a lei.
Piace sempre, anche con tanti buchi in più.
La situazione può precipitare da un momento all’altro.
L’espressione della mercenaria è titubante, sa di aver raschiato il fondo del barile.
La bocca è dischiusa sghemba, la lingua arricciata sotto il palato, gli occhi arrotolati sotto le arcate sopraccigliari: si difende, ma le va tutto storto e non può essere altrimenti con tanto piombo in corpo.
C’è chi le tiene la mano, un po’ di compassione nella giungla congolese, c’è chi le asciuga la bocca, che continua a colare sangue, e c’è chi, infine, le aggiusta i tamponi contro la mimetica, bloccati da una fascia elastica lungo l'addome: per una sorta di strano pudore nessuno le ha messo le mani dentro la camicetta.

Tutti costoro sanno che il suo sforzo è immane.
Leila suda… suda freddo… suda tanto…
Ma tiene… Cristo, se tiene!
Rimane aggrappata a qualcosa di molto sottile, che solo lei riesce a vedere.
Di progressi dai tempi di Garibaldi i mercenari ne hanno fatti. Non si finiscono i compagni, e con le donne, anche se emancipate, si usa un pizzico di cavalleria.
La nostra Anita ce la portiamo dietro e scommetto anche che sia molto più pesante.
La Dakmak è forte come un toro, testarda come un mulo, dura come il ferro, morbida come il burro.
Diciotto pallottole non l’hanno ancora sepolta.
La pancia ripiena di ciccia e piombo freme sotto la mimetica.
Freme… freme come in una sopita danza del ventre, appena accennata, eppure mortalmente sensuale.
La Dakmak ci prova ancora, non dico che ci creda, ma ci prova ancora. Anche lei sa che è finita, come lo sappiamo tutti noi che la guardiamo, però non si lascia andare, i freni sono tutti tirati, vuole ancora dimostrare qualcosa.
Sta crepando, non ha molto da vivere, ma non si fa mettere fretta dalla morte.
Per ora tiene, questo è l’importante per chi la guarda affascinato.

Niente rantoli. Una difesa ancora tutto sommata ordinata. Strenua, efferata, disperata, ma ordinata.

E per una che ha incassato diciotto, proprio diciotto palle in corpo… che sono tante perfino a guardarsi, impresse su quella cazzo di mimetica sbottonata, figuriamoci a portarsele addosso… è una bella vittoria, anche se provvisoria.
Il suo sforzo è impressionante. Nessuno lotterebbe così, nemmeno un uomo.
Conosciuta come una troia e basta, ora è d’obbligo ripensare in altri termini al suo profilo di mercenaria, affermatosi soprattutto a letto o in branda.
Le battaglie sono sempre da combattere, anche quando sono impossibili e l’esito è segnato.
Questa è la battaglia impossibile di Leila. Ma lei la combatte lo stesso. L’ansia di mantenersi in vita è più forte della paura, più forte della rassegnazione, più forte della sua stessa intelligenza.
Per certi versi sembra quasi soddisfatta. Soddisfatta di esserci ancora. Non se l’aspettava nemmeno lei, dopo che era piovuto fuoco sul piombo ancora caldo.
Intanto prova a guadagnare altro tempo, non è ancora sottoterra, la sua ultima ora è - paradossalmente - l’ora della sua massima gloria.
Gli occhi scartano faticosamente sulle sagome riunite intorno a lei. Arriva a me, è il mio momento.
Mi lancia un messaggio silenzioso e invisibile, un messaggio che forse è solo autosuggestione: “Lo sai anche tu come sono ridotta, ma adesso non sto peggio di cinque minuti fa. Non so dove sto andando, non riconosco la strada, ma ho il piede sul freno. Quando sarà la fine, tu lo capirai prima di tutti gli altri, prima anche di me”.
Suggestione o no, per adesso regge la strada.

Finalmente mi prendo la briga di asciugarle il sudore dalle tempie al collo: un gesto semplice, ma difficile per un mercenario.
Molti degli uomini sono ai suoi piedi. E non è la solita smania. È qualcosa di più. I compagni sospirano insieme a lei. Sembrano ipnotizzati da questa mercenaria che ci prova fino all’ultimo spasimo, da questi occhi irrequieti che alternano rassegnazione e rabbia.
La Dakmak respira ancora senza troppi scompensi, la fine non è dietro la curva, a quanto pare, non è imminentissima, insomma; il fine-corsa dovrei darlo io, se ho ben capito.
Le fanno bere qualcosa di forte. Si rimettono a posto i tamponi. Quasi sempre le stesse cose. Qualcuno sussurra che Leila potrebbe alla lunga spuntarla… ma io non lo credo possibile.
La sua ostinata difesa, però, fa di lei un’ottima combattente, meritevole di miglior fortuna.
La libanese avverte il sapore della tragedia sul labbro: sa di essere in bilico sul precipizio e allora spalanca la bocca a cercare aria, per non farsi sorprendere dalla caduta.
La Dakmak reagisce, aggiusta lo sterzo in continuazione; me ne accorgo, la seguo in ogni piega del volto. A tanto sono arrivate le sue tecniche di sopravvivenza. Tutto le viene spontaneo, come se da sempre fosse abituata a sfuggire alla morte.
Ciò deve essere vero per una libanese.
Tiene frenato tutto, non cede la vita. Il sangue arriva a fermarsi, se controllato da una ferrea volontà. Le ferite cominciano a coagularsi.
Nove sono le porte del corpo: sette si trovano sulla testa, due nel basso ventre.

V’è anche una decima porta, latente, diffusa: l’epidermide, da cui tracima il sudore freddo della morte, ma molto gradualmente.
Nove è il numero della prossimità, la soglia del passaggio. Nove i mesi per passare dal ventre della madre alla luce. Nove gli anelli della palude stigia, che separa i morti dai vivi, in fondo - penso - non molto diversa da questa giungla.
Per i latini nove era quasi dieci, dieci meno qualcosa, dieci meno una tacca: IX; dopo il nove si passava alla decina seguente; e anche oggi è così.
I mercenari leggono, tra una missione e l’altra, e pure durante.

La vita umana fugge da nove porte e attraversa nove volte lo Stige, prima di presentarsi ai cancelli dell’inferno.

Penso che Leila sia quasi arrivata, è impaludata fradicia, la sua strada se l’è fatta tutta, la più contorta possibile, ha seguito le anse del fiume una per una.

Però cerca ancora di perdersi. Sta girando in tondo da un po’.

La corrente dello Stige è alterna, menata dalla fortuna, ovunque sovrana. Se per un tratto la riaccompagnasse indietro, chissà…
La fine di Leila sta diventando tragedia. Adesso sarebbe un peccato se la sorprendesse senza darle il tempo di reagire.
«Le ferite si stanno asciugando… se ci credi, puoi farcela…», provo a lusingarla, sottovoce.
La libanese scuote leggermente la testa: non mi crede, non si lusinga.
Leila crede soltanto a sé stessa, non alle mie parole.
Però tiene. Questo è un dato di fatto.
Quando l’hanno messa seduta contro il grande tronco, in quel momento tutti la davano per morta. Eppure è ancora qui.
Forse ha fatto bene a non mollare, se non a crederci, almeno a provarci; lo capiscono tutti che ha fatto bene, che sta reggendo un peso immane, pronta a combattere ancora, costi quel che costi, a denti digrignati e mascelle serrate, da mercenaria vera, come in questo preciso momento, decisa a trattenersi in gola l’ultimo sospiro e a tenere per sé entrambe le piastrine.
Leila Hanna Dakmak li esalta, ci esalta tutti. In questo frangente è la mercenaria perfetta: esperta, ma non troppo vecchia; formosa, ma non troppo grassa; uccisa, ma non troppo morta.

Soltanto io, però, ho visto con i miei occhi come questo grosso puttanone sia giunto sulla Porta di Dite con tanto onore.
La prima raffica l’avevano vista tutti, o quasi: beccata durante la fuga, dopo il sabotaggio, mentre sputava fuoco contro i nostri inseguitori.
Aveva retto lo shock di ritrovarsi addosso una decina di pallottole, ma non poteva più proseguire con quel fardello di piombo nella pancia.
Si era quindi rassegnata a fare da tappo, per coprire la fuga ai compagni, avendo ormai poco da perdere. Io mi ero offerto di rimanere con lei. Una missione suicida, certo. Un colpo di testa. Tuttavia ero convinto che il bel troione libanese non pensasse ancora alla bella morte. L’avrei vista crepare combattendo, da mercenaria autentica, e queste sono soddisfazioni che non hanno prezzo; d’altra parte non potevo mollarla in quelle condizioni, non so nemmeno io cosa m’avesse preso.
L’impatto con i nemici rimasti alle nostre calcagna fu durissimo.
Anch’io rimasi ferito, ma a lei andò molto peggio: incassò un'altra micidiale raffica, un altro shock tremendo; non potei fare nulla per evitarglielo, eppure - a caldo - la Dakmak aveva continuato a sparare all’impazzata, difendendosi come una belva ferita a morte, ma non ancora abbattuta.
Era incredibile, sparava ancora!
Fu così che anche il mio fuoco risultò efficace.
Forse pensarono che eravamo troppi, che altri si tenevano nascosti, a una specie di trappola per farli esporre, che il prezzo fosse divenuto troppo alto.
O forse erano semplicemente morti.
Fatto fu che riuscimmo a fermarli.
A quel punto, però, la vidi crollare. Pensavo fosse finita.
Invece la Dakmak si era raccolta in posizione fetale, nel tentativo di assorbire i colpi e di riassestarsi alla disperata. Non cercava la bella morte, ma una lunga agonia.
Aveva combattuto con lo scopo di venirne fuori, incassando meno piombo possibile. Le era andata bene per un verso, male per l’altro: i nemici avevano mollato la presa, lei però c’avrebbe lasciato la pelle; anche se poteva ancora tirarla per le lunghe.
Da lì a poco i nostri compagni tornarono indietro. Avevano sentito esplodere l’inferno e volevano sapere come era finita. Si era sparato talmente tanto che erano destinati a prevalere sui nemici superstiti.
Ma non ne trovarono nemmeno uno.
Con stupore, ritrovarono invece i loro due tappi.
Leila era agonizzante, aveva incassato altro piombo, tanto piombo, ma era diventata un’eroina, una vera mercenaria. Le mie ferite, invece, non erano critiche.
Fu approntata una barella. A nessuno venne in mente di farla finita. Ma il trasporto era penoso. Leila smaniava. A un tratto, le cose sembrarono sul punto di precipitare, lei sembrò mollare.
Fu allora che decisero di fermarsi e farla morire comoda, appoggiata a un bell’albero.
Lei, però, non aveva mollato, non si era rassegnata, non aveva ceduto.
E ancora adesso non cede. La Dakmak tiene…
Niente da fare.
Per la morte.

Annaspa, fatica, suda, ma non cede.
Si muove, si agita, credo voglia cambiare posizione. L’aiuto.
Infatti è così: assume una posizione fetale, si sente meno esposta.
È il cerchio della vita e della morte, prepararsi alla luce, prepararsi alle tenebre; in ogni caso, al passaggio, all’ignoto.
Leila ha paura e reagisce in questa maniera.
Le prova tutte. Per lei sarebbe più facile lasciarsi andare e invece qualcosa la spinge a provarci ancora.
Sta girata su un fianco, con le ginocchia piegate alte, la testa reclinata sul petto, gli avambracci stretti sulla pancia: classica posizione fetale e mani a tamponare, con molta ansia, i tanti buchi.
La difesa è ancora ordinata, tutto sommato. Leila ha paura, ma non c’è resa nei suoi occhi infuocati. È tosta, mantiene il controllo di sé, se non della situazione.
Chi di loro se la immaginava così dura, abituati solo a scoparsela?
Adesso le sbavano addosso come se il donnone libanese fosse divenuto all’improvviso un’icona della guerriglia professionale.
E intanto si prendono accordi per un ricovero di somma urgenza.
Lo fanno dire a me, visto che sono rimasto con lei a rischiare il culo.
Correttezza professionale tra mercenari.
«Leila… tra meno di un’ora l’elicottero sarà qui… ce la fai a tenere…?».
Un lampo negli occhi della Dakmak. La troia non è ancora stanca di vivere. Adesso intravede uno spiraglio. Spalanca ansiosa la bocca. Non riesce a parlare, è troppo impegnata a respirare, ma è come se dicesse: “Io ci sto provando, te ne sei accorto, no? Bisogna fare presto, però…! Il più presto possibile…! Perché anche una mercenaria come me alla fine ci rimane secca con venti buchi in corpo…”.
Esagera (di poco, però), per far l’impresa più grossa, ma il tempo normale è finito davvero. Questo è tempo estremo, strappato alla morte con i suoi artigli da troia.
Leila Hanna Dakmak, con la sua stazza, la sua arroganza, la sua ostinazione, di tempo ce ne sta dando ancora e tuttavia è meglio non abusarne…
L’elicottero viene sollecitato, si contano i minuti, si consola il puttanone in tutte le maniere.
Ma lei non ne ha bisogno. Leila ci tiene a sé stessa.
E tiene fino alla fine.
L’elicottero riparte con la mercenaria morente a bordo.
Ci sono anch’io, la seguo fino all’inferno, ormai. Ho dovuto spingere per salire. Gli altri saranno informati a fatto compiuto.
Sta male, ma gli occhi si sono lusingati. La stanno ancora intubando. C’è un’equipe di pronto soccorso a bordo.
La Dakmak è letteralmente a pezzi, crivellata da diciotto pallottole da guerra.
Ma è salita a bordo e vola verso l’ultimo atto.
«Leila, ce la fai a tenere…?», le chiedo, sfiorando le sue piastrine.

Muove la mano e le fa scomparire all'interno della mimetica sbottonata.
È sicura.
Niente da fare.
Per la morte.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA REGINA SULL'ABISSO

di William Hope Hodgson e Salvatore Conte (1908-2019)

All'estremo limite dell'Irlanda occidentale c'è un piccolo villaggio, chiamato Kraighten. Sorge isolato, ai piedi di una bassa collina. Intorno, si stende per miglia e miglia un paesaggio squallido e inospitale; qui e là si incontrano casupole in rovina, molto distanti l'una dall'altra, abbandonate da chissà quanto tempo, nude e senza tetto. La terra, brulla e deserta, ricopre appena la roccia sottostante, che abbonda in questa regione e affiora, a tratti, in creste ondulate.

Benché la località fosse così desolata, il mio amico Tonnison e io avevamo deciso di trascorrervi le vacanze. Tonnison vi era capitato per puro caso l'anno precedente, durante una lunga escursione a piedi, e aveva scoperto un fiumiciattolo senza nome, che scorre ai margini del villaggio, e che pareva offrire buone possibilità di pesca.

Ho detto che il fiume non ha nome; aggiungerò che né il villaggio né il fiume sono indicati sulle carte da me consultate. A quanto pare, sono passati del tutto inosservati; potrebbero, in effetti, non esistere neppure, stando alle guide in commercio. Ciò può essere dovuto al fatto che la stazione ferroviaria

più vicina, Ardrahan, è a quaranta miglia di distanza.

La signora Hanna Shaw, mia vicina di casa, quando mi capitò di accennarle qualcosa a riguardo del mio spostamento, mi aveva timidamente chiesto di potersi accompagnare a noi.

Era una modesta governante, divorziata e piuttosto avanti con gli anni.

Non aveva soldi per andare in vacanza, e comunque si sarebbe ritrovata da sola, poiché non legava facilmente.

Io e Tonnison non avevamo motivi per escluderla: nonostante l'età, non era decrepita, appariva in buona salute, e così non sarebbe stata d'impaccio; inoltre, chissà, avrebbe dato una mano a mandare avanti il nostro piccolo accampamento; infine, ma forse era la cosa più importante, era ancora un bella donna, dalle forme grasse, che non sarebbe stato affatto imbarazzante avere accanto durante la vacanza.

Fu così che arrivammo a Kraighten verso il tramonto d'una tepida giornata di primo autunno.

Eravamo giunti ad Ardrahan la sera prima, avevamo pernottato nella locanda che serviva anche da ufficio postale, ed eravamo ripartiti l'indomani mattina di buon'ora, in precario equilibrio su uno dei tipici barocci locali.

Avevamo viaggiato tutto il giorno per le strade più impervie che si possano immaginare, ed eravamo stanchi morti, e saremmo stati anche di cattivo umore, se non fosse stato per la presenza della signora Shaw, autunnale come la stagione, ma in contrasto con il paesaggio brullo.

Il fatto che, benché donna, se la cavasse benissimo, ci dava conforto; inoltre era sempre pronta a incoraggiarci, dicendosi sicura che avremmo trascorso un bel tempo.

Comunque, prima di mangiare o di riposare, occorreva piantare le tende e sistemare le provviste. Perciò ci mettemmo subito all'opera e in breve, con l'aiuto del conducente, alzammo le due tende in una piccola radura fuori del villaggio, vicino al fiume.

Una era per me e Tonnison, l'altra per la signora Shaw.

Quando tutto fu a posto, congedammo il conducente, che doveva affrettarsi sulla via del ritorno, con l'intesa che sarebbe tornato a prenderci quindici giorni dopo.

Avevamo portato provviste sufficienti per quel periodo: l'acqua potevamo attingerla al fiume e non avevamo bisogno di legna, perché il nostro equipaggiamento comprendeva un fornello a petrolio e il clima era caldo e asciutto.

L'idea di campeggiare anziché prendere alloggio presso una famiglia del villaggio era stata di Tonnison, il quale sapeva per esperienza che non è molto divertente dormire in uno di quei casolari irlandesi, con una famiglia numerosa in un angolo e il porcile nell'altro, mentre, sopra di voi, una tribù di spennacchiate galline distribuisce equamente le sue benedizioni, e l'aria è così satura di fumo di carbonella che basta infilare la testa dentro la porta per sentirsi soffocare.

Tonnison aveva già acceso il fornello, la signora Shaw affettava la pancetta nel tegamino; perciò presi la brocca e andai per prendere l'acqua al fiume.

Passando accanto al villaggio, vidi un gruppetto di paesani che mi squadrarono incuriositi ma senza ostilità, anche se nessuno pronunciò una parola.

Ripassando con la brocca piena, mi avvicinai a loro e, dopo un cenno amichevole del capo, che ricambiarono, chiesi come andava la pesca.

Invece di rispondere, scossero il capo e mi fissarono, in silenzio.

Ripetei la domanda, rivolgendomi in particolare a uno spilungone che avevo accanto; anche stavolta, nessuna risposta.

Poi lo spilungone si girò a un compagno e gli parlò rapidamente in una lingua che non capivo, e subito tutti quanti presero a farfugliare in quella lingua che doveva essere, immaginai, irlandese puro.

Discussero tra loro per qualche minuto, lanciando spesso delle occhiate nella mia direzione. Finalmente, lo spilungone si rivolse a me e disse qualcosa.

Capii, dall'espressione del suo viso, che era lui, ora, che mi faceva una domanda; e stavolta fui io a scuotere la testa e a far segno che non capivo cosa mi chiedeva.

Restammo così a guardarci, finché sentii Tonnison che mi gridava di affrettarmi con l'acqua. Allora mi congedai con un sorriso e un cenno del capo, e tutti mi risposero con un sorriso e un cenno del capo, sempre, però, con un'aria molto perplessa.

Era chiaro, pensavo avviandomi verso l'accampamento, che gli abitanti di quelle casupole sperdute non conoscevano neppure una parola d'inglese.

Quando lo dissi ai miei compagni di viaggio, Tonnison osservò che lo sapeva e che ciò non era affatto insolito in quella regione, dove spesso i contadini vivevano e morivano nei loro villaggi isolati senza aver avuto nessun contatto con il resto del mondo.

«Avremmo dovuto chiedere al conducente di farci da interprete, prima di andarsene», osservai, mentre sedevamo a mangiare. «È un po' imbarazzante che questa gente non sappia neppure perché siamo qui».

Tonnison alzò le spalle, senza smettere di mangiare.

«Quando vi vedranno pescare, lo capiranno», concluse intelligentemente la signora Shaw. Ah... la praticità delle donne...

Malgrado la stanchezza, c'era un clima allegro nel nostro piccolo accampamento.

Dopo cena restammo un po' a discutere i progetti per l'indomani, condividendo un buon goccio, tutti e tre.

Data l'oscurità e la desolazione del posto, decidemmo che nessuno doveva allontanarsi da solo per assolvere alle proprie esigenze.

Alla fine accostammo i lembi della tenda e ci preparammo a coricarci.

«Non ci sarà pericolo che quelli ci portino via qualcosa?», domandai, mentre ci avvolgevamo nelle coperte.

Tonnison rispose che era improbabile, almeno mentre c'eravamo noi, e aggiunse che comunque avremmo potuto chiudere tutto, fuorché le tende, nella cassa delle provviste.

Approvai, e in breve ci addormentammo entrambi.

Il mattino dopo ci alzammo con relativa calma e trovammo la colazione piacevolmente pronta. Quindi tirammo fuori gli arnesi da pesca e ci avviammo verso la località che il mio amico aveva esplorato durante la sua visita precedente, seguiti dalla signora Shaw, che avrebbe dato fondo a un buon libro.

Pescammo beatamente tutto il giorno, sempre risalendo il fiume, e prima di sera avevamo quasi più pesce di quanto ne potessimo portare.

Tornati al villaggio, facemmo un'ottima cena con il ricavato della giornata e, dopo aver messo da parte alcuni dei pesci più belli per la colazione dell'indomani, regalammo gli altri ai contadini che, radunati a rispettosa distanza, ci stavano osservando.

Mostrarono di gradirli moltissimo e riversarono sul nostro capo fiumi di benedizioni irlandesi, o almeno così supposi. Furono anche molto riverenti nei confronti della signora Shaw, che benché non più freschissima, aveva il profilo di una regina se rapportata a quello scalcinato villaggio.

Trascorremmo alcuni giorni continuando a pescare con fortuna e godendo di un eccellente appetito che ci permetteva di far onore al nostro bottino.

Ci rallegrò molto constatare che gli abitanti del villaggio erano disposti alla massima cordialità nei nostri confronti, e che nessuno toccava mai le nostre provviste o i nostri arnesi durante le nostre assenze.

Ancora più gradito fu il fatto che la signora Shaw non si mostrasse annoiata di starci a guardare e di leggere i suoi libri. Era anche un'eccellente cuoca e per la verità talvolta prendeva anche appunti, oltre a leggere.

La sera si rimaneva a bere qualcosa prima di addormentarsi e in un paio di occasioni avevamo acceso un focherello di compagnia, messo insieme con i rari arbusti secchi dei dintorni.

Eravamo arrivati a Kraighten di martedì, e fu la domenica seguente che ci capitò di fare una singolare scoperta.

Fino a quel giorno avevamo sempre risalito il fiume; quella mattina, invece, lasciammo gli arnesi da pesca e, portandoci qualche provvista, ci avviammo per una lunga passeggiata nella direzione opposta.

Faceva caldo, e camminavamo tranquillamente, senza fretta.

A mezzogiorno ci fermammo a far colazione su un ampio masso piatto, presso l'argine del fiume.

Proseguimmo poi per circa un'ora, conversando piacevolmente del più e del meno, e fermandoci ogni tanto per dar modo al mio amico Tonnison, che si diletta di pittura, di schizzare qualche aspetto particolarmente interessante dell'aspro paesaggio.

D'un tratto, senza che nulla lo facesse prevedere, il fiume che avevamo fino allora seguito, sparì di colpo, nella terra.

«Gran Dio!», esclamai. «Chi se l'aspettava?».

Sbalordito, mi girai verso i compagni.

Tonnison fissava con sguardo attonito il punto dove il fiume era scomparso.

La Shaw, invece, la prese con filosofia: «Quello che vediamo è solo una piccola parte di ciò che esiste».

«Proseguiamo, allora», disse Tonnison. «Può darsi che torni ad affiorare, comunque vale la pena di dare un'occhiata».

Riprendemmo dunque il cammino, un po' a caso perché non sapevamo affatto in che direzione spingere le nostre ricerche.

Avevamo percorso circa un miglio, quando Tonnison, che guardava in giro attentamente, si fermò e si fece schermo agli occhi con la mano.

«Guardate!», disse dopo un poco. «Non vedete una specie di nebbia laggiù a destra, in direzione di quella grande roccia?».

Guardai il punto che mi indicava; effettivamente mi pareva di scorgere qualcosa, ma non ne ero certo.

Mi voltai verso la signora Shaw per raccogliere il suo parere, visto che portava gli occhiali solo per leggere.

«Sì, c’è qualcosa laggiù», disse, senza neanche sforzare la vista, come sentisse più di quanto vedesse.

«In ogni caso, direi di andare a vedere», suggerì Tonnison.

Si avviò in quella direzione senza aspettare conferme e io e la Shaw lo seguimmo subito.

Poco dopo attraversammo una macchia d'arbusti dalla quale sbucammo su un'altura disseminata di massi, dominante un folto intrico d'alberi e cespugli.

«Ma guarda: un'oasi in questo deserto di roccia!», mormorò il mio amico, osservando incuriosito la scena. Poi tacque, gli occhi fissi su un punto. E anch'io guardai: infatti, dal centro del folto d'alberi, sotto di noi, si alzava nell'aria immobile una grande colonna di spuma, sulla quale il sole accendeva innumerevoli arcobaleni.

«Straordinario!», esclamai.

«Già», rispose Tonnison, pensieroso. «Dev'esserci una cascata, o qualcosa del genere, laggiù. Forse è il fiume, tornato alla superficie. Andiamo a vedere».

Scendemmo il declivio e ci addentrammo tra gli alberi e gli sterpi.

Ancora una volta la signora Shaw se la sbrigava egregiamente.

Ad ogni modo, la tenevamo in mezzo, mentre marciavamo, per proteggerla dalle insidie.

La vegetazione intricata si chiudeva infatti sopra di noi, creando una penombra cupa e sgradevole; non così fitta, però, da impedirmi di notare che molti alberi erano da frutto e che, qui e là, c'erano vaghe tracce di coltura abbandonate da tempo.

Ciò mi fece pensare che ci trovassimo in un vasto, antico giardino in rovina.

Com'era tetro e selvaggio il luogo!

Mentre procedevamo, il senso d'abbandono e di silenziosa solitudine dell'antico giardino mi penetrò nelle ossa, facendomi rabbrividire.

Immaginavo misteriose presenze, in agguato nel groviglio degli sterpi; nell'aria stessa c'era qualcosa di pauroso.

Credo che anche i miei compagni lo sentissero, ma non dicevano nulla.

Improvvisamente ci fermammo. Attraverso gli alberi, giungeva alle nostre orecchie un rumore lontano.

Tonnison si protese, in ascolto. Ora il rumore si udiva più nettamente; era aspro e incessante, come un rombo monotono, proveniente da grande distanza. In che razza di luogo eravamo capitati?

Guardai la signora Shaw per cogliere le sue reazioni, ma il suo viso era sfuggente, inespressivo.

«Sì, dev'essere proprio una cascata», disse Tonnison «Ora riconosco il rumore», e cominciò a farsi strada risolutamente tra i cespugli, in quella direzione.

A mano a mano che procedevamo, il boato si faceva più distinto, confermandoci che puntavamo nella direzione giusta.

Si fece sempre più forte e vicino finché mi parve che fosse quasi sotto i nostri piedi. Ed eravamo sempre circondati dagli alberi e dagli arbusti.

«Attenti!», gridò Tonnison. «Badate a dove mettete i piedi!».

Improvvisamente eravamo entrati in una vasta radura nella quale, a pochi passi da noi, si apriva un baratro enorme, dalle cui profondità pareva venire il rombo, insieme al getto continuo di spumeggiante vapore che avevamo visto dall'altura lontana.

Stupefatti, osservammo a lungo, in silenzio, lo spettacolo; poi il mio amico si avvicinò cautamente all'orlo dell'abisso.

Soltanto poi, io e la Shaw lo seguimmo, e attraverso il ribollire del vapore scorgemmo un'enorme cascata d'acqua spumeggiante che sgorgava impetuosa dalla parete del baratro, cento piedi più sotto.

Tacevo, impressionato dall'inattesa grandiosità di quello spettacolo quasi soprannaturale, benché a questo suo aspetto pensassi soprattutto in seguito.

Dopo un poco, levai gli occhi al lato opposto del baratro e vidi qualcosa ergersi in mezzo al getto di spuma: pareva il frammento di un enorme rudere.

Anche Tonnison lo stava guardando.

«Andiamo!», disse, gridando per superare il frastuono. «Voglio vedere di che si tratta. Non sapevo che ci fosse qualcosa di simile, da queste parti», e si avviò lungo il ciglio dell'abisso a cratere.

Quando fummo vicini alla forma che avevo intravisto, ebbi conferma della mia supposizione. Era senza dubbio un frammento di rudere di un edificio; ma ora vidi che non sorgeva, come avevo creduto, sul ciglio del baratro, ma all'estremità di un enorme sperone di roccia che sporgeva sull'abisso per una cinquantina di metri. In effetti, il rudere era praticamente sospeso nel vuoto.

Tenendomi stretto la signora Shaw, che comunque non si mostrava spaventata, mi avventurai su quello sperone di roccia, e confesso che guardando da quella posizione vertiginosa le ignote profondità spalancate sotto di noi - l'abisso da cui si alzava l'incessante rombo della cascata, e la nuvola di vapore - provai un senso di indicibile terrore.

Raggiunto il rudere, ai piedi del quale c'era un considerevole ammasso di pietre e di altri detriti, constatammo che doveva trattarsi di un frammento del muro esterno di una grossa costruzione.

Ma come si trovasse in quella posizione, veramente non riuscivo a capirlo.

Dov'era il resto della casa, o castello che fosse?

Feci compagnia alla signora Shaw, mentre riposava un po’ seduta su un frammento di muro.

Tonnison, intanto, frugava tra le pietre e i detriti.

D'un tratto sentii che mi chiamava con voce concitata.

Dapprima ebbi timore che si fosse ferito; poi pensai che doveva aver trovato qualcosa.

Infatti ritornò con un oggetto nella mano: un libro, spiegazzato e malconcio.

Me lo porse, dicendomi di tenerlo, mentre lui proseguiva le sue ricerche.

Prima di farlo vedere anche alla signora Shaw, lo sfogliai rapidamente e notai che era ricoperto da una scrittura nitida e antiquata, perfettamente leggibile fuorché nella parte centrale, dove le pagine erano gualcite e ammuffite come se il libro fosse rimasto aperto in quel punto, tra le macerie.

Seppi poi da Tonnison che così, infatti, lo aveva trovato.

Dopo non molto, il mio amico abbandonò le ricerche e quindi tornammo, lungo lo sperone di roccia, alla sicurezza della terraferma.

Poi facemmo tutto il giro dell'enorme abisso, constatando che aveva la forma di un circolo quasi perfetto, la cui simmetria era rotta unicamente dallo sperone di roccia sul quale sorgeva il rudere.

L'abisso, come osservò Tonnison, aveva tutta l'aria di un gigantesco pozzo che scendesse dritto nelle viscere della terra.

Ci soffermammo ancora a guardarci attorno; e, notando uno spiazzo aperto a nord del baratro, ci avviammo in quella direzione.

Qui, a qualche centinaio di metri dall'apertura dell'immensa voragine, si apriva un lago silenzioso e immobile, fuorché in un punto, dove l'acqua ribolliva e gorgogliava incessantemente.

Ora, lontani dal fragore della cascata, potevamo parlare senza sgolarci, e chiesi a Tonnison cosa pensasse di quello strano luogo.

Gli dissi che non mi piaceva e che avevo una gran fretta di andarmene.

Annuì brevemente, e lanciò un'occhiata furtiva alla boscaglia, dietro di noi.

Gli chiesi se avesse visto o udito qualcosa.

Non rispose; rimase immobile, come in ascolto, e anch'io tacqui.

D'improvviso, parlò.

«Ascoltate!», disse bruscamente.

Lo guardai, poi rivolsi gli occhi sugli alberi e i cespugli, trattenendo involontariamente il fiato. Trascorse così un minuto, in un silenzio teso; non udivo nulla, e stavo per dirlo a Tonnison, quando, proprio in quel momento, udii giungere, dal folto alla nostra sinistra, uno strano suono lamentoso…

Parve fluttuare tra gli alberi, e si udì un fruscio di foglie smosse; poi, silenzio.

Tonnison mi posò una mano sulla spalla.

«Andiamo», disse in fretta, e cominciò ad avviarsi, cauto, verso un punto dove la boscaglia che ci circondava sembrava più rada.

Come in precedenza, lasciai che la signora Shaw lo seguisse, mentre io prendevo l’ultima posizione della breve colonna.

Mi accorsi solo in quel momento che il sole era calato e che c'era, nell'aria, una sensazione pungente di freddo.

Tonnison non aggiunse altro, ma proseguì in fretta.

Ora eravamo nel folto degli alberi, e io mi guardavo attorno con apprensione; ma non vedevo altro che rami, tronchi immobili e cespugli aggrovigliati.

Mi compiacevo del fatto che la signora Shaw non apparisse intimorita e mi piaceva pensare che si sentisse protetta dalla nostra presenza, camminando oltretutto al centro della colonna.

Proseguimmo ancora, e nessun rumore ruppe il silenzio, fuorché, ogni tanto, lo scricchiolio di un ramo spezzato sotto i nostri stessi piedi.

Pure, nonostante il silenzio, avevo l'orribile sensazione che non fossimo soli; e camminavo così vicino alla Shaw che un paio di volte la feci addirittura inciampare; tuttavia fu cortese a non protestare.

Un minuto, un altro, e finalmente eccoci fuori della boscaglia, nel nudo paesaggio roccioso.

Soltanto allora riuscii a scuotermi di dosso la paura che mi aveva attanagliato nel bosco.

Ancora una volta, mentre ci allontanavamo, mi parve di udire un lamento lontano, e mi dissi che forse era il vento, benché la sera fosse immobile.

Dopo un poco, Tonnison cominciò a parlare.

«Sentite», ci disse in tono deciso. «Non sarei disposto a trascorrere la notte laggiù per tutto l'oro del mondo. Laggiù c'è qualcosa d'impuro… di diabolico.  Mi è parso che il giardino fosse pieno di presenze abbiette… mi capite?».

«Sì», risposi, attendendo il giudizio della signora Shaw.

«C’è qualcosa, ragazzi. Ma io sono vecchia e so che la malattia è ovunque, non soltanto qui».

Entrambi la guardammo: era malinconica e autunnale, ma anche solida e sicura di sé, come una roccia di carne tra le altre rocce.

Fu per me una presenza rassicurante, più di quanto - supposi - non fossi stato io per lei. E credo che lo stesso valesse per Tonnison.

«C'è il libro», aggiunsi, e posai la mano sullo zaino.

«L'hai messo al sicuro?», domandò il mio amico con ansia improvvisa. «Forse», proseguì, «potrà darci qualche spiegazione. Adesso però faremo bene ad affrettarci; c'è ancora molta strada, e non sarebbe piacevole essere sorpresi qui dal buio».

Arrivammo alla tenda due ore dopo, e senza indugio ci accingemmo a preparare la cena, perché non avevamo toccato cibo dopo lo spuntino di mezzogiorno.

Dopo aver mangiato, riordinammo ogni cosa e ci rinfrancammo con un buon goccio, in una clima sereno.

Poi Tonnison mi pregò di prendere il manoscritto.

Lo tolsi dallo zaino e mi invitò a leggerlo ad alta voce.

Hanna mi si strinse accanto, visibilmente emozionata.

Così, seduti in mezzo alle nostre tende, alla luce della lanterna, cominciammo a scoprire lo strano racconto intitolato “La Casa sull'Abisso”.

 

Alla fine posai il manoscritto e cercai lo sguardo dei miei compagni.

Tonnison era rimasto con gli occhi fissi nel buio e non diceva nulla.

«Che ne pensate?», chiesi, sollecitando una reazione. «Era pazzo?», continuai, indicando il manoscritto con un cenno della testa.

«No!», esclamò deciso il mio amico.

Aprii le labbra per obiettare qualcosa, perché la mia razionalità non mi permetteva di prendere alla lettera la storia narrata nel manoscritto; poi le richiusi, senza parlare. Chissà come, la sicurezza del tono di voce di Tonnison servì a cancellare i miei dubbi. In quel momento, cominciai a dubitare dei miei preconcetti, anche se non potevo certamente definirmi convinto.

Aspettavo ora la reazione di Hanna.

«So solo che stanotte vi chiedo di non lasciarmi sola», disse seria.

Ancora una volta aveva espresso un concetto molto pratico: la compagnia, il calore umano come rimedio a un senso di paura e incertezza.

Del resto non sarebbe stato un gran sacrificio.

Scambiai un’occhiata con Tonnison.

Il mio amico estrasse una moneta e la lanciò in aria.

«Coda», scommettei, prima che gli ricadesse fra le mani.

E code furono. Avevo vinto.

«Avete giocato per evitarmi... o farmi compagnia?».

«Che domande, signora Shaw: ci siamo giocati il privilegio di proteggerla...», le risposi subito, sicuro di interpretare anche il pensiero di Tonnison.

Dunque mi coricai nella tenda di Hanna, stanchissimo, ma soddisfatto dell'avventura che stavamo vivendo.

La mattina dopo ci alzammo molto tardi, quasi a mezzogiorno.

La giornata era fresca e l'aria piuttosto fredda. Nessuno di noi parlò di andare a pescare o a fare altro.

Pranzammo e rimanemmo intorpiditi in mezzo alle tende, quasi a chiuderci nel nostro fortino.

Più tardi, Tonnison volle il manoscritto, e si mise a rileggerlo per conto suo.

Mentre era così occupato, un pensiero mi si affacciò alla mente.

«Perché non andiamo a dare un'altra occhiata laggiù?», domandai, indicando con la testa la direzione del rudere.

Tonnison alzò gli occhi.

«Neanche per idea! Non tornerei laggiù per tutto l'oro del mondo!», rispose bruscamente.

«Forse dovremmo farci forza e affrontare questa avventura anche per una sola moneta: se rimaniamo uniti, nessuno potrà farci paura...», l'orgoglio femminile di Hanna scosse quello maschile del mio amico.

«Dormiamoci sopra, ormai si è fatto tardi...».

Quella notte fu lui a coricarsi accanto alla signora Shaw, sotto la stessa tenda.

Lei non chiese di ritornare da sola, e noi evitammo di chiederglielo.

L'indomani mattina ci alzammo presto e decidemmo il da farsi.

Come se la vicinanza con la Shaw l'avesse in qualche modo cambiato, Tonnison appoggiò adesso il partito dei folli, accettando l'idea di tornare in quel posto per fare altre ricerche e comprenderne il mistero.

Fu stabilito però che saremmo sempre rimasti a stretto contatto e che la notte  avremmo lasciato acceso un fuoco e vegliato a turno, e se del caso ci saremmo stretti nella stessa tenda, perché nessuno avrebbe potuto affrontare  da solo quella boscaglia sinistra e minacciosa.

Fu così che tornammo nel giardino abbandonato, nei pressi del lago, preparandoci ad affrontare la notte, prendendo tutte le precauzioni possibili.

Prima di lasciare il villaggio, avevamo addirittura acquistato un paio di forconi da contadino.

Io e Tonnison sembravamo la scorta della regina, quale ormai si atteggiava la signora Shaw, sicura del fatto suo e abbastanza al sicuro con due giovanottoni come noi.

Ci stringemmo intorno al falò, mentre tutto intorno si propagavano rumori inquietanti.

Avevamo organizzato una specie di fortino: avremmo chiuso la Shaw dentro la tenda, insieme al manoscritto, per sottrarla a quelle presenza notturne, che  sicuramente ci scrutavano nell'ombra, mentre noi avremmo vegliato a lungo con i forconi a portata di mano.

La seconda tenda era di fatto inutilizzata, ma l'avevamo messa su per dare l'idea di un accampamento più grande e con più persone.

«Su, venite a dormire...», sussurrò la Shaw, dall'interno della tenda.

Era ben protetta, di fatto inattaccabile, almeno al momento.

Ci stringemmo dentro, tenendo fuori la punta dei forconi, mentre il falò andava spegnendosi.

La minaccia nell'ombra era palpabile. Sarebbe stato facile smarrire la ragione, se non fosse stato per la presenza rassicurante di Hanna.

Più la osservavamo e più ci rendevano conto che era ancora una bella donna, una sorta di immortale, che invecchiava senza farsi decrepita.

Era grassa, formosa e calda. Impossibile avere paura con lei vicino.

Voleva delle emozioni e le aveva trovate.

Si allentò la camicetta, umettandosi il labbro, con fare esplicitamente seducente.

Il brivido di poter essere attaccati, da un momento all'altro, da un'entità sconosciuta, e di dover difendere la regina, ci restituiva una particolare eccitazione.

Ci limitammo a sfiorarla, inebriandoci al più tenue contatto, come chi sorseggia appena un vino pregiato non si sognerebbe mai di trangugiarlo quasi fosse acqua fresca.

L'alba arrivò senza che riuscimmo mai veramente a dormire.

Eravamo più stanchi della sera precedente.

Ci stiracchiammo intorpiditi fuori dalla tenda, cercando in qualche modo di risvegliarci.

Hanna ci stava preparando la colazione, intanto.

Ci contemplò con simpatia.

Lei sembrava riposata, distesa, segno che era riuscita a dormire.

Aveva almeno 30 anni più di noi. Il doppio dei nostri anni. Era pallida, quasi anziana, ma emanava un fascino imperioso, che ci stava contaminando al pari di quell'atmosfera malsana che permeava tutto.

Tuttavia non percepivo concorrenza o competizione con Tonnison, perché Hanna non era una donna qualsiasi, ma la regina della situazione, e nessuno di noi due sembrava in animo di corteggiarla.

Adesso dovevamo decidere se perlustrare i dintorni lasciando incustodito il campo, oppure smontare le tende e riposizionarci altrove.

Optammo infine per la prima ipotesi.

Portando con noi solo lo stretto necessario, e tra questo c’erano anche i due forconi, girovagammo nel giardino abbandonato seguendo la solita formazione: Tonnison davanti, Hanna in mezzo, e io a chiudere la fila.

Avremmo ripercorso le pagine del diario, una per una, e forse ritrovato la Casa sull'Abisso.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

SQUALO BIONDO CONTRO BLACK MASK

di Salvatore Conte (2019)

È un caso molto difficile e il tempo sta già finendo!

Stando alla richiesta di riscatto, la polizia ha meno di un giorno per ritrovare la giovane ereditiera dei diamanti - Mathilde Lancour - prima che venga assassinata.

Per fortuna del padre, tra gli investigatori incaricati c'è anche il sergente Jim Daly, ex stuntman, che di notte combatte il crimine sotto lo pseudonimo di Black Mask: un vero Pulp Detective!

L'ultimatum dei rapinatori scade fra 22 ore esatte: alla mezzanotte di domani!

C'è poco tempo per spremere gli informatori e seguire le piste che potrebbero aprirsi.

In città i delinquenti non mancano: si va da Deuce McDuggan, il tipico mafioso, a Platinum Kelly, detta la collezionista di corpi, passando per il Ragno, un genio delle armi, e Frank "Pistola" Grimes, un cattivo molto cattivo, senza dimenticare Squalo Biondo e la Sbottonata. Tutti con protezioni eccellenti, difficili da incastrare, se non ci sono prove più che convincenti. Perché il Giudice non si lascia convincere facilmente se c'è da metterli dentro.

Per Black Mask il lavoro si presenta alquanto complicato, la matassa difficile da sbrogliare in così poco tempo!

La prima idea è quella di fare il giro dei night-club per vedere di fare uscire qualche chiacchiera.

Purtroppo, però, le bocche sono cucite, chi sa o intuisce rimane abbottonato.

E a questo proposito, l'unica buona notizia è che la rosa dei criminali capaci di rapire la giovane Mathilde si è ridotta: i colleghi informano il sergente Daly che la Sbottonata, la quale quando uccide e dirige i suoi affari lo fa con la camicetta allentata, stavolta ha trovato pane per i suoi denti ed è fuori gioco. Un tommy-gun l'ha crivellata di colpi all'uscita del suo locale. I suoi uomini l'hanno trasportata in fin di vita all'ospedale, ma i medici sono pessimisti: pare che possa anche cavarsela.

Intanto, però, il tempo passa e si sono fatte le 4 della notte: mancano 20 ore allo scadere dell'ultimatum.

A questo punto Daly decide di mettere sotto torchio uno dei suoi informatori.

Non sarà facile cavargli qualcosa: c'è paura nell'aria. Chiunque abbia rapito Mathilde ha occhi ovunque e fa maledettamente sul serio. Non è facile estorcere denaro a un magnate dei diamanti.

Nonostante le minacce, infatti, il sergente non ottiene nulla e l'orologio segna le 6 del mattino.

Black Mask non ha niente per le mani, neanche uno straccio di indizio.

Ma non può fermarsi nemmeno un minuto: mette subito sotto torchio un altro informatore. E anche questa volta fa un buco nell'acqua.

Stavolta però sono gli altri che cercano lui: qualcosa si muove. Escono i primi spifferi.

E giungono le prime conferme.

Arriva anche una telefonata in ufficio: Squalo Biondo, scortata da diversi uomini, è stata avvistata all'ospedale, dove si è recata per far visita ad Anna Frazer, alias la Sbottonata, dopo l'intervento chirurgico che le tirato fuori dalla pancia una dozzina di pallottole.

Il quadro comincia a reggere.

Ma non c'è tempo per cercare prove vere e proprie.

Bisogna incalzarla. Farsi dire dove l'ha nascosta.

L'ipotesi è che abbia agito in società con la Sbottonata e che qualcuno tagliato fuori dall'affare abbia reagito nella maniera che si è saputo: facendo fuori la Frazer, o almeno andandoci molto vicino.

È notte, è il suo momento.

Black Mask entra in azione.

Scavalca il muro di cinta ed entra nella sfarzosa villa di Squalo Biondo, avvicinandosi alla grande piscina in cui nuota.

Il revolver cromato di Lauren Jones sempre a portata di mano, a bordo vasca.

«Come sta Anna?», esordisce provocatorio Black Mask.

«Non tanto bene, ma per quello che le è arrivato addosso, se l'è cavata alla grande...», la corpulenta bionda-platino affiora dall'acqua, senza mostrare eccessiva meraviglia.

«Ti consiglio di stare lontano da quel cannone, ho delle domande da farti».

«Penso già di conoscerle, le tue domande, Black Mask. So che ti piace andare in giro la notte a scassarle a tutti quanti. Ma non so niente che possa interessarti, mi dispiace».

In quel momento uno dei suoi scagnozzi avvista l'uomo in maschera.

BANG

E fa fuoco all'istante, mancandolo.

Squalo Biondo ne approfitta per allungare la mano bagnata sul revolver.

BANG

BANG

Un colpo allo scagnozzo e uno alla bionda, in pieno petto...

Non voleva ammazzarla, doveva parlare prima, ma è stato costretto.

La donna ricade pesante nella vasca e a braccia larghe va alla deriva verso il centro della piscina, fulminata dal colpo, con l'acqua intorno che cambia colore.

Arrivano altri scagnozzi.

Viene tirata subito fuori.

La scena è concitata.

Black Mask osserva da lontano.

La bionda è spiaggiata a bordo vasca.

I suoi provano a tamponare il buco.

La Jones ha dei sussulti.

Arrivano l'ambulanza e la polizia.

Quasi subito le calano il lenzuolo in faccia.

L'autolettiga riparte a bassa velocità, diretta all'obitorio.

«Cercate il sergente Daly: c'è del lavoro che lo attende!

Manca un'ora a mezzanotte e non si trova da nessuna parte, accidenti a lui!», le imprecazioni del suo capo gli arrivano fin troppo chiare.

Ha fatto proprio un bel casino!

La mattina dopo viene liberata la ragazza.

Il padre ha pagato a mezzanotte meno cinque.

Gli scagnozzi avevano istruzioni chiare, e le hanno eseguite.

Lauren Jones è stata trasferita in terapia intensiva, dopo una notte agitata all'obitorio.

Black Mask ha subito un richiamo disciplinare per non aver accettato gli straordinari, ma almeno pare non dovrà rispondere di omicidio, né colpevolizzarsi per la morte della ragazza.

Gli rimarrà, però, di aver tirato fuori dall'acqua l'ultimo squalo biondo.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

Ombre SULLA CITTÀ

di Howard Phillips Lovecraft, Emiliano Caponi e Salvatore Conte

(1923-2019)

La Notte di Walpurgis, la Vigilia di Maggio, è sempre un incubo nella città di Arkham, infestata dalle streghe.

Succedono cose terribili e, spesso, capita che spariscano anche un paio di persone. Quest'anno sono stati ritrovati morti una studentessa della facoltà di scienze occulte dell'Università Miskatonic, Asenath Waite, e un bambino, Ladislav Wolejko.

La Polizia di Arkham, che brancola da sempre nel buio, ha deciso stavolta - per reagire alla pressione dell'opinione pubblica - di richiedere la collaborazione di un'investigatrice privata nota per i suoi metodi sbrigativi e molto popolare in città per la sua matura avvenenza: Nadine Fadden.

La velocità, nella risoluzione del caso, è essenziale: passata la Notte di Walpurgis, le piste da seguire svaniranno e i colpevoli torneranno nelle tenebre fino al prossimo Sabba, quando riprenderà una nuova catena di morti.

L'indagine è ispirata alle storie: "I sogni nella casa stregata", "La cosa sulla soglia", "L'innominabile" e "Due bottiglie nere", di Howard Phillips Lovecraft, nonché ad Arkham Noir.

La Fadden inizia l'inchiesta da Casa Crowinshield, intorno alla quale il bambino ucciso andava spesso a giocare.

Il proprietario risponde gentilmente alle sue domande, ma non è di nessun aiuto.

La scaltra, navigata investigatrice sente puzza di bruciato: quella indifferente disponibilità non la convince affatto; nessun idea, nessun sospetto da segnalare.

Ha una gran voglia di perquisirla quella casa, ma senza dare troppo nell'occhio.

Raggiunge l'Università e fa qualche domanda, fino a quando salta fuori che il bibliotecario, il dott. Armitage, conosce bene il proprietario di Casa Crowinshield.

In sua compagnia, torna dunque sul posto, e mentre i due prendono a conversare, con la scusa di andare al bagno, si mette a curiosare.

Arriva fino in soffitta, dove nota un ambiente più piccolo, sigillato e inaccessibile.

La cosa appare molto strana e sospetta.

Mentre cerca di capirne qualcosa in più, viene morsa da un ratto!

È una grossa seccatura, dovrà farsi vedere da un medico e perdere tempo prezioso.

Nel frattempo, si terrà la mano in tasca.

«È stata una cosa lunga, mi dispiace», si giustifica, con toni più da caserma che da bella donna.

Fa qualche altra domanda, per giustificare la sua visita, ben sapendo che non otterrà alcuna risposta utile.

Intanto, però, un pezzo del puzzle finale sembra essere andato al suo posto.

La Fadden si arrovella al pensiero di quel misterioso sottotetto, quando dal vicolo in cui si è appostata, sul retro della casa, sente cigolare sinistramente delle assi di legno: il rumore proviene più o meno da quel punto!

Quella casa è davvero troppo strana...

L'investigatrice va trovare un suo amico occultista, un certo Howard Lovecraft: forse lui è in grado di aiutarla, forse conosce qualche aneddoto misterioso che la riguardi.

Nadine Fadden non rimane delusa: dalla soffitta di Casa Crowinshield, non di rado sono filtrate all'esterno delle strane e inquietanti luci viola, che secondo Lovecraft appartengono a manifestazioni demoniache.

Naturalmente la Polizia di Arkham non ha mai dato peso a queste congetture, ma alla Fadden la pista sembra promettente, anche se il solo pensiero che il piombo delle sue pallottole possa non bastare, le mette la sudarella addosso.

Lovecraft le consiglia di parlare con Randolph Carter, che è anche più dentro di lui in queste genere di cose.

L'investigatrice sfodera tutto il suo fascino e mette sotto torchio il rinomato occultista.

A seguito del colloquio, quasi un interrogatorio, addolcito dalle forme procaci, il quadro si fa sempre più chiaro, anche se mancano ancora delle prove.

La Fadden è a un punto morto in questa indagine. Decide allora di dedicarsi maggiormente al caso della studentessa di scienze occulte, anche perché i due omicidi devono essere collegati.

Riparte quindi dal domestico di Casa Waite, un certo Moses Sargent: l'investigatrice vuole sapere se la ragazza assassinata uscisse in orari insoliti, se qualcuno in particolare venisse a cercarla, se qualcosa nel suo atteggiamento fosse cambiato negli ultimi tempi.

Le risposte non sono convincenti. Il maggiordomo ha l'aria stralunata e una luce malata negli occhi.

La Fadden rientra in ufficio per fare il punto della situazione: non ha una segretaria, né un segretario, fa tutto da sola.

Il telefono squilla, ma l'interlocutore non ha molto da dire: un sinistro, reiterato gorgoglio è l'unico suono restituito dall'apparecchio. Una telefonata minatoria sui generis. Vuol dire, comunque, che la pista è quella giusta, e che le domande al domestico hanno disturbato qualcuno.

A questo punto decide di ritornare in Casa Waite, per dare un'occhiata più approfondita: accompagnata dal riluttante padre della povera ragazza - Ephraim Waite, un esperto di scienze occulte, anzi un vero e proprio stregone - scopre nella camera della studentessa una tana di ratti... ancora loro... certo ce ne sono ovunque ad Harkham, ma la doppia circostanza è più che sospetta.

La Fadden conosce anche Lauren Waite, la sorella maggiore di Asenath, una bella ragazzona assolutamente inquietante, degna del padre.

Quasi minacciandoli, li convince a ispezionare la tana, anche rompendo la parete.

L'intuizione dell'investigatrice si rivela vincente, perché all'interno delle assi di legno viene rinvenuto il Necronomicon (!), un famoso libro di occultismo, considerato rarissimo, se non addirittura un pezzo unico.

I topi lo hanno misteriosamente risparmiato: il tomo è perfettamente integro.

Perché si trovi lì è ancora presto per dirlo, ma la scoperta è di fondamentale importanza!

Anche se il libro sembra quasi rimbombarle nella testa, la Fadden comincia a sfogliarlo e la sua attenzione viene colpita dalla raffigurazione dell'isolotto disabitato che sorge al centro del Miskatonic River, il fiume che attraversa la città.

Girano strane voci su ciò che accade di notte su quell'isolotto, e ora la Fadden si rende conto che deve nascondere qualcosa di orrendo.

Decide quindi di fare un sopralluogo, ma non scopre niente.

A questo punto non le rimane che tornare da Carter con il Necronomicon.

La Fadden si è infatti tenuta il libro maledetto, nonostante le vibrate rimostranze del signor Waite.

Randolph Carter le conferma che Ephraim Waite è un adoratore del demonio e che sua figlia Lauren è una strega, anzi la più pericolosa.

L'investigatrice svolge una ricerca negli archivi cittadini e scopre che Asenath Waite è stata adottata... e che la moglie dello stregone è morta in circostanze oscure...

Lauren è figlia unica.

Il quadro è pressoché completo.

Ce n'è abbastanza per fare rapporto alla Polizia di Arkham, anche se mancano delle prove conclusive.

Bisognerà pazientare ancora un po', aspettare che padre e figlia facciano un passo falso.

La Fadden rientra in ufficio e lo ritrova sottosopra: stavolta è lei ad aver ricevuto visite.

Ma crede di sapere cosa stessero cercando... un libro che adesso depone sulla sua scrivania.

La tenda si scuote e appare la brutta faccia di Moses Sargent, il domestico di Casa White!

Le mette le mani al collo e sta per strangolarla.

POW... POW... POW...

Tre colpi di revolver rimettono le mani a posto.

THUD

Il bestione non voleva proprio mollare.

Ma adesso è andato.

Proprio come il Necronomicon!

Infatti sulla scena c'è anche Lauren, che ne ha approfittato per involarsi con il libro maledetto.

Fatte le scale, e uscita sulla strada, comincia a correre verso l''angolo dell'isolato, dove sembra attenderla qualcuno, vestito di scuro, a bordo di un sidecar.

«Ferma o sparo!».

E pensare che quell'oggetto in fondo è suo...

Tuttavia Nadine Fadden non ha tempo per le sfumature, un bambino e una ragazza sono stati uccisi da una setta misteriosa, e lei deve fare giustizia.

POW

Il primo colpo è mirato alla spalla.

Ma quella non sembra nemmeno averlo sentito.

La figlia di Ephraim Waite è una specie di bestia: una ragazza massiccia e corpulenta, con tanta carne addosso, che talvolta può anche salvare la pelle...

POW

È necessario un secondo colpo alla schiena.

Lauren Waite, con il libro sottobraccio, si scompone, caracolla per un paio di metri, ma poi riprende l'andatura veloce di prima.

POW

Un altro colpo nella schiena.

La donna sui 35 caracolla come poco prima, la camicetta bianca chiazzata da tre grosse macchie scure illuminate dai lampioni della strada.

Ma stavolta stenta a riprendere il giusto equilibrio.

D'altra parte è arrivata a breve distanza dal sidecar.

Piegata in due, sta ormai per schiantarsi a terra, un braccio proteso davanti a sé, l'altro ostinatamente intorno al libro, il baricentro del corpo del tutto fuori controllo.

Il sidecar, però, sgassa a tutta e appena il corpo di Lauren si abbatte sul carrozzino, innesta la marcia e riparte a razzo!

La ragazza è finita con la faccia al posto delle gambe e con il sedere al posto della testa.

La Fadden non ha più dubbi: alla guida c'è il padre.

Una strega e uno stregone, a bordo di un sidecar molto profano.

Inutile tentare un inseguimento. Tanto sa dove trovarli.

Una all'obitorio, l'altro dietro qualche parete.

In meno di mezzora la Fadden è già a Casa Waite.

La Polizia le lascia condurre il gioco.

Ephraim nega tutto: di notte è facile sbagliarsi, lui non ha mai guidato neppure una bicicletta, la figlia è partita in serata per Kingsport.

Nel mentre è costretta a sorbirsi queste fandonie, lancia l'occhio su un sarcofago verticale che adorna lo studio dello stregone.

Ai suoi piedi cola un liquido denso...

Sembra sangue...!

«No!».

Istintivamente apre il sarcofago e viene abbracciata dal pesante corpo di Lauren!

Il padre l'ha sistemata lì dentro!

«Maledetta!», esclama Ephraim. «Me l'hai ammazzata...».

L'investigatrice si divincola dal pesante abbraccio e trascina il corpo sulla poltrona più vicina.

«Chi ha ucciso la sua figlia adottiva?», lo incalza la Fadden.

«Voi sapete troppo...

È stato Moses».

«E il bambino, chi l'ha ucciso?».

«È sempre Moses che faceva il gioco sporco. Se non è tornato, vuol dire che è morto».

«Sì, non ci vuole lo stregone... come suol dirsi.

E vostra figlia, che ruolo aveva in tutto ciò?».

Mentre attende una risposta, la guarda.

La testa affondata sul petto, quasi dentro la scollatura della camicetta, le gambe scomposte e le braccia larghe che protendono dai bordi della poltrona: una grossa bambola di pezza buttata via alla rinfusa.

«Era molto ambiziosa. Doveva prendere il mio posto, alla mia morte».

«C'è nessun altro nella banda?».

«Nessuno. Almeno tra i vivi...».

Mentre continua a interrogarlo, fissandolo negli occhi, si sente stringere il collo.

In pochi istanti le manca l'aria, tanto è forte la stretta.

Non riesce a vedere chi l'ha attaccata.

Sta per morire, solo questo riesce a capire.

Ha il revolver nella tasca del giubbotto, ma le pistole sparano davanti alla canna; l'unico obiettivo raggiungibile è lo stregone, però le mani sono certamente di qualcun altro.

Ucciderlo non le avrebbe impedito di morire.

O sì?

In quella folle indagine, tutto sembra uscire dall'ordinario.

POW

Tanto vale provare.

Un colpo in mezzo agli occhi mesmerizzanti, l'ultimo atto possibile prima del buio.

Una testa che si abbatte sulla scrivania.

Delle mani che si allentano.

Un corpo pesante che le si affloscia contro la schiena.

Si volta.

Di nuovo quell'abbraccio!

Un lampo ed è tutto chiaro, mentre torna aria nei polmoni.

La rimette sulla poltrona, stavolta con un pizzico di compassione.

Perché è ancora viva.

Il padre l'aveva ipnotizzata.

Un po' per tenerla in vita, ma soprattutto per usarla contro di lei, come un'arma letale, che stava per rivelarsi tale.

Adesso Lauren ha freddo, il grasso che la riveste non le basta più per tenersi la pelle addosso.

La Fadden le fa mandare giù un sorso di whisky e fa una telefonata.

«Ho chiamato l'ambulanza, anche se non te lo meriti...

Ma non farti illusioni, se anche dovessi cavartela, ti aspetterebbe la sedia elettrica».

«Io... non  ho ucciso... nessuno... io...», sbavando sangue dalla bocca.

«Sei complice di una banda criminale e di chissà quanti omicidi».

«Nadine... non essere... severa...», lo sguardo spaventato... allucinato...

Occhi mesmerizzanti come quelli del padre, il cui cadavere è ancora caldo. Anche troppo...

«Forse è meglio se ti accompagno all'ospedale, Lauren. Non vorrei tu...», sullo sfondo delle sirene. «Alla Polizia spiegherò tutto io...».

«Ti propongo…un patto…», si aggrappa con le unghie all’ultima superficie di vita, seppur liscia e scivolosa come una vetrata bagnata d’olio.
«Non credo tu sia nella posizione di propormi niente di interessante».
«Ti sbagli… cough…», tossisce preziosi aliti di vita. «Se mi salvi la vita… ti farò vivere in eterno... la tua…».
«Una proposta piuttosto interessante, non c’è che dire», Nadine la guarda ironicamente.
«Non abbiamo... molto tempo… ascoltami…», le unghie si stanno spezzando.
«In fondo ultimamente ho ascoltato storie così assurde che posso anche correre il rischio di sentirne un’altra». Adesso la fissa senza ironia, come a rivedere gli avvenimenti delle ultime ore. «Parla... ma in fretta, perché la polizia e la morte stanno facendo a gara per venirti a prendere».
«Il Necronomicon… prendilo…», indica il tavolo a tre gambe davanti a lei; il libro è stato nascosto in piena vista. «E prendi... anche me…», si sforza di alzarsi dalla poltrona, facendo leva con entrambe le mani sui braccioli.
«Che intenzioni hai?», a fatica Nadine riesce a rimetterla in piedi.
«Portami alla libreria…».
«Ci provo», la sospinge come un’auto in panne con tre pallottole nella carrozzeria. «Vuoi leggere un passo della Bibbia per redimerti prima di morire?», accenna un sorriso più che altro per farsi forza.
«Prendi il sesto libro… partendo da destra… sulla seconda fila…».
«Questo?».
«Sì… tiralo via…».
Lo sfila e la libreria si muove girandosi su sé stessa come un palcoscenico che cambia scenografia.
«Non proprio il massimo dell’originalità», osserva. «Perlomeno è funzionale a risolvere il primo dei due problemi», la stanza è già rischiarata a intermittenza dal blu dei lampeggianti.
«Il secondo problema... lo risolviamo... dall’altra parte…», Lauren sembra avere ripreso forza all’improvviso, sa che deve scomparire il prima possibile oltre il passaggio aperto dalla rotazione della libreria.
«Mi hai portato all’inferno?», Nadine si ritrova completamente al buio con la parete che si chiude automaticamente dietro di loro.
«La luce… alla tua destra... c’è un interruttore…», Lauren conosce bene quel posto, e se questo è davvero l’inferno, lei è di casa.
«Eccolo», e davanti si accende una visione che pare uscire dai più terribili racconti onirici, un insieme di forme e colori che sembrano provenire da dimensioni sconosciute, da universi così mostruosi che la mente umana non oserebbe neanche immaginare. «Mio Dio… dove ci troviamo?», l’investigatrice appoggia le spalle al muro, come a cercare protezione da quell’orrore inaspettato.
«Lascia stare il tuo Dio… qui forse... non oserebbe entrare nemmeno lui…», Lauren è invece rigenerata da quella vista.
Una stanza enorme illuminata da una luce rossa che corrompe i muri, i pavimenti, i bassi soffitti e tutto quello che c’è attorno come un untore che appesta ogni cosa che tocca, e due corridoi che si allungano fino a perdersi ciechi sul fondo del lato opposto.
E lungo i corridoi, piccoli altari sui cui ripiani sono sistemati vasi trasparenti e teche di vetro contenenti creature dall’aspetto inimmaginabile: alcune immobili, altre vive di una vita che è comunque morta, esseri abominevoli e terrificanti, incubi e succubi che hanno trovato il modo di varcare la soglia dei sogni per arrivare fin qui. Orrori di ogni genere, creati dalle fantasie di esseri diabolici che niente hanno a che fare con l’ordine delle cose terrene conosciute agli uomini.
Le pareti sono invece ricoperte da raffigurazioni oscene che nessuna mano umana saprebbe dipingere o immaginare, con occhi dentro altri occhi che guardano ovunque, e corpi che si divorano fra loro ballando sabba sconosciuti, mentre fuochi infernali sembrano bruciare vivi gli stessi muri.
All’ingresso due enormi sculture messe una di fronte all’altra, mostruosità informi pensate al contrario, con mani al posto dei piedi e teste rivolte all’indietro, creature abominevoli provenienti da chissà quali indicibili abissi.
«Riapri questa maledetta parete!», Nadine le punta contro la pistola. «Subito!».
«Il nostro patto…», riesce a tenersi in piedi da sola. «Prima c’è da rispettare... il nostro patto…», fa un lungo respiro come a inalare forza da tutto quello che la circonda.
«Dove stai andando?», tenendola sempre sotto tiro la guarda esterrefatta mentre si muove a piccoli passi verso i corridoi.
«Qui…», e s’inginocchia dentro un cerchio dai contorni di fuoco al cui interno è raffigurato un trono posto al centro dell’universo con il Dio Azathoth seduto sopra. «Prendi quelle due bottiglie nere…», fa un cenno verso l’altare più vicino.
«Mi gira la testa…», una forza più potente della sua volontà sembra ipnotizzare Nadine. «Queste?», barcollando, le prende senza ribattere.
«Sì… aprile e svuotale sulle mie ferite…», sempre inginocchiata, si toglie la camicia inzuppata di sangue, lasciando la schiena scoperta. «E mentre lo fai... leggi la penultima pagina del Necronomicon…».
Esegue spersonalizzata, un guscio vuoto, dentro un’anima che non possiede più.
«Ahhh…!», le polveri contenute nelle bottiglie si rovesciano sulla schiena di Lauren facendo echeggiare nella stanza il suo terribile urlo di dolore, e mentre una fuliggine verdastra è emanata dal suo stesso corpo, Nadine recita in una cantilena ipnotica le terribili frasi scritte sul libro.
«Che tutti gli Dei Esterni e il caos strisciante vengano in mio aiuto!», Lauren invoca follemente il Cosmo, mentre si ode una musica suonata da flauti infernali, con un sottofondo di voci che sussurrano blasfemie indicibili. «Sì… sì… sì!», euforica, si rialza dal cerchio magico, con la schiena perfettamente liscia: i buchi delle pallottole sono scomparsi, così come le ferite, chiuse e perfettamente invisibili.
«Dove sono…?», Nadine posa il libro sull’altare, la lettura è terminata.
«Sei nell’unico posto dove potresti essere».
«Non mi sento bene…», cerca un sostegno, tutto davanti a lei gira così vorticosamente da mischiare ogni mostruosità in un’unica poltiglia di colori e forme indistinguibili.
«Appoggiati a me», adesso è Lauren a sostenerla, le parti si sono capovolte, al pari dell’universo di questa terribile notte. «È ora di tornare nell’altra stanza».
«La polizia… di là…», Nadine sembra avere un momento di lucidità.
«Non preoccuparti», tocca un punto della parete attivando di nuovo il palcoscenico dell’assurdo, che le riporta dall’altra parte. «Qui ormai non c’è più nessuno. Perlomeno vivo».
Un corpo decapitato sul divano e altri tre smembrati a terra, a insanguinare pavimenti e tappeti persiani: questo è tutto quello che rimane dei poliziotti.
«Figlia mia…», Ephraim le tende una mano. «Sapevo che saresti riuscita a farlo, il tempo era oramai venuto».
«Sì, padre, ho compiuto il sortilegio», gli passa una mano sulla fronte, anch’essa perfettamente ripulita dalla ferita d’arma da fuoco. «Adesso siamo completamente in possesso del Caos».
«E lei?», l’uomo indica Nadine, seduta su di una sedia e persa completamente nei sortilegi della strega. «Che cosa vuoi farne?».
«Lei prenderà il posto di Moses», la guarda quasi con tenerezza. «Saprà sicuramente servirci meglio di quello stupido domestico».
«Sei sicura di quello che dici, Lauren?».
«Certo padre, ha già superato la prova», lo tranquillizza. «E poi i patti vanno sempre rispettati».
«Già… specialmente quelli con il diavolo», e di fronte a uno specchio il vecchio sorride a sé stesso, mentre il Miskatonic River continua a scorrere buio nella notte di Arkham.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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