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L'Imbalsamatrice

Le ultime ore di una troia

Colpo folle

L'UFO vola all'inferno

Zothique: Gli ultimi giorni di Xantlicha

Non c'è scampo a Palmira

Sulla Porta mobile di Dite

A due pallottole dalla pensione

Morte nella Ghost Town

Sfida nel pueblo perduto

Le Troie Gemelle

L'IMBALSAMATRICE

di Emiliano Caponi (2015)

Da qualche parte, sulla montagna d'argento.

Il lupo ulula con il muso verso la luna come se il cielo stanotte non fosse fatto di nuvole e basta, la annusa e a ogni fiato esce un po’ d’inverno dalle sue narici.

«Non avere paura… sta solamente invocando i suoi demoni».

«Entriamo in casa... mi mette i brividi...».

«Stai tranquilla, è lontano da noi.

È lassù in alto, perso sulla montagna; è solo colpa dell’eco se arriva fin quaggiù».

La chiave gira nella serratura e la porta si apre buia facendo entrare le due donne.

«Togliti il cappotto, io vado a prepararti un caffè bollente, sei tutta intirizzita dal freddo.

Spero non dalla paura...».

«Invece sì», si leva di dosso il cappotto, lasciando che la penombra accesa da un debole lampadario sveli il bel fisico.

«Te l’ho detto, Gloria... quel lupo è così lontano che neanche sa che esistiamo», anche lei fa altrettanto buttando l'impermeabile sulla sedia più vicina, ma la luce ammezzata non la lusinga come aveva fatto con l'altra donna, rivelando un corpo ben più appesantito dai chili e dalla maggiore carta d'identità.

«E poi quassù le bestie non sono gli animali...», fa capolino da dietro una porta. «Quassù le bestie sono gli uomini».

«Che vuoi dire?», ma lei è già sparita nell'altra stanza.

Una chat.

Una conversazione.

Tante conversazioni.

Poi un incontro.

Tanti incontri.

Fra lesbiche.

E stasera è il settimo.

Il primo nella casa di montagna di lei.

Stasera facciamo l'amore nella casa sulla montagna d'argento.

L'ha invitata così, e lei non aspettava altro che quell'invito.

D'altra parte è sempre una bella donna, ingrassata ma da quel grasso che le dà ancora di più l’aria da troia.

Una troia ingrassata. E lesbica. Ma non del tutto.

A Gloria piacciono le troie bisessuali come lei, le piace in particolar modo giocare con i suoi seni grossi e cadenti, ama andarci in mezzo con il collo indossandoli come fossero gioielli.

Pendenti, appunto.

«Lo sai che sette è un numero magico?», la presenza di Hanna è fatta solo di voce, il resto è sempre nascosto nella stanza accanto. «Esoterico».

«Te l’ho detto, no… che non m’importa nulla di magia, esoterismo e cazzate simili…», tutto quello che Gloria concede all'occulto è il colore nero della sua sottoveste, trasparente nei punti dove deve esserlo. «E poi… cosa c'entra il numero sette?».

«Stasera è la settima volta che ci incontriamo», la voce si avvicina. «Il nostro settimo incontro. Come il settimo sigillo. Quello che lascerà all'umanità il cielo rosso sangue dipinto dai peccati degli uomini stessi».

Esce dalla stanza, due tazze di caffè strette nelle mani e solo un paio di mutande addosso, col resto del corpo nudo che balzella grasso a ogni passo.

«Vieni qua...», Gloria batte il palmo della mano sui cuscini del divanetto. «Ho voglia di te. Stasera lascia stare i peccati del mondo, basteranno i nostri», e le allunga l'altra mano in mezzo alle pendenze dei seni.

«Aspetta», le blocca la mano. «Prima beviamo questo. Se siamo calde dentro, lo siamo anche fuori».

«Come vuoi», e butta giù la tazza di caffè bruciandosi la gola, la voglia di scopare a volte val bene una scottatura.

«Vedrai che ti sentirai meglio adesso...», e le accarezza la fronte.

La voglia di amare è veloce, ma certe polveri sono ancora più svelte, specialmente se sciolte nei liquidi bollenti.

«Non sto bene...».

«Vieni qua, piccola».

«Mi gira la testa...», si abbandona fra i grossi seni di lei. «Cosa mi sta succedendo...? Aiutami... sto male...», una mano al collo come a toglierne un'altra, invisibile, che sembra soffocarla.

«Rilassati, Gloria... andrà tutto bene...».

«Dio santo... ma cosa...», è il buio a rispondere a tutte le domande, mettendo subito serenità a tutte le sue paure.

Il buio e la morte, a volte così simili nei loro modi.

E così indissolubili, quando si chiudono gli occhi per sempre.

La carica sulle spalle senza troppo sforzo, Gloria non ha avuto il tempo di ingrassare come lei, e scende una scala fatta di gradini quadrati di pietra nera che la conduce in una stanza sotterranea, un piccolo anfratto senza finestre dal sapore di morte ammuffita.

Scarica il suo sacco umano sopra un rettangolo di marmo.

Toglie la leggera sottoveste scoprendo il corpo ancora caldo e certo meno freddo della specie di letto dove l'ha sdraiato.

«Sei bellissima, adesso», le sfiora le labbra con le sue, prima leggere poi sempre più pesanti, fino a infilarle la lingua in bocca, persa in una serie continua di baci frenetici, lussuriosamente folli.

«E fra settanta giorni sarai bellissima per sempre», adesso le è sopra, seni contro seni, corpo su corpo. Grasso su defunta pelle magra.

«Gloria... ohhh...».

Quassù le bestie sono gli uomini.

O le donne.

Nessun animale sa essere malato quanto l'essere umano.

«Settanta giorni, amore», e si rialza da lei andando ad appoggiarsi con la schiena contro un muro buio, con il petto cedente che si alza e si riabbassa soddisfatto.

Sarebbe il momento giusto per accendersi una sigaretta, ma non ha mai fumato. Peccato. Uno dei tanti.

Gli antichi Egizi erano certi che conservando il corpo di un defunto, lo stesso sarebbe rinato a nuova vita nell'aldilà, e questo periodo di conservazione doveva durare settanta giorni, il tempo che la stella Sirio impiegava per attraversare il Duat sotterraneo.

Trascorso questo tempo la stella sarebbe rinata così come il corpo del morto.

Due mesi e una coda di giorni, questo è il tempo che dovrà aspettare Gloria. Un tempo ragionevole per diventare una stella.

Richiude la porta e ripercorre gli scalini neri all'insù, arriva fino alla finestra che dà sulla notte e da qui guarda la completa oscurità del cielo.

E come il lupo che continua a ululare alla luna senza vederla, lei continua a guardare le stelle che non ci sono, ma non si preoccupa di questo, perché sa per certo che Sirio presto brillerà di nuovo.

Insieme a Gloria.

L'ultima stella del suo firmamento di corpi imbalsamati.

TRE MESI DOPO, CHEYENNE, WYOMING

STOMP

Un massiccio mucchio di fogli viene sbattuto sulla scrivania senza nessun riguardo.

«È arrivato adesso dalla centrale.

Stesse modalità, il bastardo non cambia neanche una virgola delle sue fottute abitudini.

Solito plico, indirizzato direttamente agli uffici della nostra stazione di polizia, contenente la solita documentazione».

«Un'altra mummia... che sia maledetto!».

«Sette fotografie della disgraziata, scheda dettagliata della vittima, con nome, cognome, data di nascita, indirizzo, occupazione, abitudini.

Insomma, tutto. Anche quante volte andava a cagare».

«Come sempre è evidente che conosce alla perfezione le sue vittime».

«Sì, John, e come sempre ci sfida, facendocelo notare», Robert si accende la quinta sigaretta, nemmeno troppe se non fosse che sono solamente le nove di mattina.

«No, Robert, non ci sfida.

Ci prende per il culo, il bastardo», e si versa la terza tazza di caffè della mattinata, farà meno male delle sigarette, ma di certo non lo aiuta a stare più calmo.

John è il detective John Marcello, quarantacinque anni, scapolo, origini dell'Italia del sud tradite dai capelli neri e dalla carnagione scura, un metro e ottanta d'altezza, occhi guizzanti su un fisico magro e nervoso, forse proprio per colpa dei troppi caffè che beve.

Professionale, competente e maniacale sul lavoro, tanto da entrare in simbiosi, pur tardiva, con le vittime; e puntualmente finisce per sbatterne dentro i carnefici, non c’è caso che non sappia risolvere.

Riuscirei a risolvere un caso di omicidio prima ancora che venga commesso.

Quello era stato il suo mantra, ma questo caso se lo sta portando dietro da troppo tempo, tanto da averne fatto la propria ossessione.

Una macchia scura su un curriculum fin qui immacolato, da smacchiare e ripulire il prima possibile.

E Robert è Robert Campbell, trent’anni, sposato con due figlie, nato e cresciuto fra le montagne del Wyoming, mascella americana e fisico ingrassato da patatine fritte e hamburger, camuffato in parte dal suo quasi metro e novanta d'altezza.

Modi da montanaro e intuizioni da broker di Wall Street, è per tutti il ragazzone.

È il braccio destro del detective Marcello, e in poco meno di tre anni gli ha già rubato la maggior parte dei trucchi del mestiere: quando si dice che l'apparenza inganna.

«Hai già avvertito il Coroner e compagnia cantante?».

«Sì, se non ci sbrighiamo non troviamo neanche posto per parcheggiare».

John Marcello e Robert Campbell, due vite unite da un'altra vita, che ne ha già unite per sempre altre sei, una specie di domino con l’ultima tessera già inclinata e appoggiata su quella accanto, pronta a farla cadere.

E il gioco continua.

«Finalmente sei arrivato, Marcello», un uomo di mezza età e altezza si stacca dal circo di lampeggianti, passando senza problemi sotto al nastro che delimita la scena del crimine.

«Visti i risultati ottenuti in questi anni, pensavo ti avessero sollevato da questo caso», il sorriso è più fangoso della mota che trascina sotto le scarpe.

«Questo caso sarà mio finché non riuscirò a sbattere nella camera a gas l'imbalsamatore. Mi conosci, Mulligan», lo guarda dall'alto verso il basso e l'avrebbe fatto a prescindere dall'altezza.

«Sempre che ne costruiscano una. Il Senatore Burns ha detto che costerebbe troppo, lui preferisce i vecchi plotoni d’esecuzione».

Lui è Steve Mulligan, cinquantacinque anni, brutto d'aspetto e di modi, e tarchiato quanto basta da apparire supponentemente odioso già dal primo incontro.

Dalla sua ha l'indubbio vantaggio di essere a capo della sezione omicidi di Denver, nonché di essere considerato uno dei maggiori esperti di omicidi seriali del Paese.

Così, il Colorado, in uno slancio d'altruismo, ha pensato bene di spedirlo nello Stato confinante per mettere la sua esperienza al servizio delle forze di polizia del Wyoming.

«Questa è la scheda dettagliata della vittima, Mulligan. Si chiamava Gloria Stevens, trent'anni, altezza un metro e settanta, capelli biondi e occhi verdi. Lavorava come cassiera al supermercato di Cheyenne, nubile, e se nessuno o nessuna verrà a reclamarla, oltre ai familiari, si presume senza alcuna relazione sentimentale. Perlomeno seria».

«L'avete ritrovata come da indicazioni?», Robert, al contrario di Mulligan, scavalca il nastro, anche lui senza problemi.

«Indicazioni precise alla lettera.

Come sempre».

«Già... solita cassa di legno scuro appoggiata verticalmente contro il fusto di un albero. Sempre per dare l'idea del ritrovamento di un sarcofago», John guarda la cassa aperta con dentro la donna perfettamente conservata, mani conserte e incollate sul petto, e corpo attaccato al legno dallo stesso potentissimo collante per consentire alla vittima di stare in posizione eretta anche dopo l'apertura del cofano.

«A quante siamo, Marcello?», Mulligan lo sfida.

«A sei, ma tu ne hai sulla coscienza solo tre», lui, Mulligan è stato reclutato dopo la terza vittima, mentre Marcello ha il caso per le mani fin dal primo omicidio.

«Richiudete questa cassa e portate via questa poveretta.

Sperando che questa volta all'obitorio riescano a trovare qualche traccia organica lasciata dall'imbalsamatore».

«Ho sentito che giù dal Coroner c'è un nuovo medico legale, una donna», Mulligan rinuncia al sarcasmo assumendo un atteggiamento professionale.

«Una certa Wanda Vaddesh, un’irlandese trasferitasi da poco nella vostra città. È arrivata dall'Europa con ottime referenziali».

«Ne sono al corrente, Mulligan, ma essendo la sua prima settimana di lavoro giù da noi, non ho ancora avuto modo di conoscerla».

«Avrai presto il piacere di farlo, Marcello».

«Spero solamente sia migliore degli ultimi macellai che abbiamo avuto».

«Di sicuro», Mulligan si rimette gli occhiali. «È una donna, d'altronde».

Le stanze sono così bianche che sembra la neve sia arrivata fin dentro e sia riuscita ad attaccarsi anche alle pareti, mentre il puzzo di asettico è ancora più penetrante degli ammorbanti odori che si sentono negli obitori come questo.

Una donna esce da una delle tante porte che si trovano lungo il corridoio che divide i vivi dai morti, e con passo deciso arriva davanti a lui.

«Il detective Marcello?», lo guarda da sotto gli occhiali dalle lenti leggere, pesanti giusto l'indispensabile per vedere bene i propri cadaveri.

«In persona. E lei presumo sia la dottoressa Vaddesh, vero?».

«Piacere», gli allunga la mano.

«Piacere mio, dottoressa», e gliela stringe, non potendo fare a meno di avvertire subito la morbidezza della pelle e di notare la cura delle unghie smaltate rosso sangue.

«Mi segua», e riparte altrettanto decisa, lasciando il suo bel culo a fargli strada; una donna sa sempre come farsi seguire da un uomo, soprattutto se è bella.

E Wanda Vaddesh è molto bella.

Quarantatre anni, lunghi capelli rossi portati con sé dall'Irlanda e occhi verdi a dare espressività al suo bel viso, altezza sul metro e settanta e corpo da pin-up arrotondata che il camice bianco mette ulteriormente in risalto, con in primo piano il suo grosso seno che non sa e non può nascondere agli occhi ammirati di chiunque la guardi.

Una donna che potrebbe far morire ogni uomo, se solamente non avesse già abbastanza a che fare con uomini defunti.

E donne. Come Gloria, l'ultima mummia.

«Entri», John si ritrova dentro la stanza mortuaria, come la chiama lui, la conosce bene per esserci stato un mucchio di volte per colpa di un equivalente mucchio di cadaveri.

La camera mortuaria oggi gli sembra un po’ meno morta del solito, forse perché per la prima volta davanti a sé, invece di avere un macellaio spelacchiato, ha uno schianto di donna travestita da medico legale.

Potere di donna.

«Eccola qui», tira via un telo bianco e scopre un corpo.

«Non mi era mai capitato prima d'ora di effettuare un'autopsia su una mummia».

Perché sei appena arrivata nel Wyoming, bellezza, John si limita a pensarlo e basta, in fondo i modi bruschi li riserva solo ai delinquenti che sbatte dentro, con le donne ha sempre conservato la sua galanteria latina.

«È riuscita a trovare qualche traccia organica dell'assassino?», va subito al sodo, adesso è lavoro.

«Purtroppo no.

Il vostro imbalsamatore ha lavorato bene», prende una cartelletta appoggiata su una sedia vicina.

«Le dettaglio come ha operato l'assassino», si sistema sul naso gli occhiali con un gesto involontariamente sensuale.

«Il corpo è privo di ogni organo, a esclusione del cuore.

Cervello, polmoni, stomaco, fegato, intestino, tutto il resto è stato rimosso.

E in modo chirurgicamente ineccepibile.

La pelle è stata cosparsa di oli profumati e di unguenti che stiamo ancora analizzando, mentre le mani e la schiena, ma questo presumo lo sappia già, sono stati incollati da un miscuglio dei più potenti collanti comunemente in commercio».

«Allora tutto esattamente come per le vittime precedenti?», la guarda sperando in qualche particolare in più.

«Sì, mi sono documentata leggendo i fascicoli degli altri omicidi e le vittime sono state imbalsamate nello stesso identico modo, stesse modalità e stesse tempistiche», una pausa giusto per togliersi gli occhiali e guardarlo negli occhi.

«Il vostro uomo è sicuramente un appassionato dell'antico Egitto.

Ma di questo credo ne sia già ampiamente a conoscenza».

«Se si riferisce ai metodi di imbalsamazione, alle modalità con cui vengono estratti gli organi e al fatto che ci riconsegna le vittime sempre dopo settanta giorni…», le ricambia lo sguardo restandone inconsapevolmente affascinato.

«Senza dimenticare che lascia la vittima con la bocca aperta».

«Sì... tutti rituali eseguiti appunto nell'antico Egitto, e per questo già dal primo omicidio abbiamo seguito una pista che potesse portarci a qualcuno che abbia un legame di qualunque tipo con quella cultura», John non trascura mai nessun dettaglio in nessun caso e tantomeno in questo.

«Abbiamo interrogato decine di persone che potessero avere anche la minima attinenza con questo Paese africano, seguendo anche una pista che ci aveva portato a sospettare fortemente di un egittologo locale».

Non lascia mai nulla al caso e ci tiene a farglielo sapere.

«Ma niente di niente. Anche la pista dell'egittologo si è dimostrata infondata», adesso ha spostato gli occhi sulla mummia, si sente in colpa per lei.

«È morto più di un anno fa».

TOC TOC

«Si può...?», Mulligan fa finta di chiedere il permesso, ma è già nella stanza.

«Quindi nemmeno lei è riuscita a ricavare qualche indizio da questa disgraziata?», e ricopre il cadavere, evidentemente le mummie non sono il suo genere.

«Purtroppo no, signor Mulligan.

Ho potuto solamente constatare lo stato del cadavere e le modalità e i processi di estrazione degli organi già comuni nelle altre vittime», questa volta non riesce a guardare negli occhi il suo interlocutore, forse perché quell’affermazione la sente un po’ come una sua sconfitta.

O magari perché quel piccolo uomo arrogante riesce a mettere in soggezione anche una donna come lei.

«Come ho detto già al suo collega, l'assassino ha usato ogni minima attenzione per non lasciare nessuna sua traccia sul corpo della vittima».

«Io e il detective Marcello non siamo propriamente colleghi, ma se a lei torna meglio definirci così, faccia pure», ogni occasione è buona per sottolineare che è lui l'esperto di omicidi seriali.

«Allora domattina tutti nel mio ufficio a fare il punto di questa cazzo di situazione.

Anche lei, signorina Wanda; magari nel frattempo può scoprire qualcosa che al momento le è sfuggito».

Ed esce dalla stanza rispondendo al cellulare.

«Che brutto tipo», la Vaddesh non si fa scappare l'occasione per appellarlo subito. «Spero che non siate tutti così in questa città».

«Non si preoccupi per questo.

Mulligan non è di Cheyenne. Viene dal Colorado.

Noi del Wyoming siamo molto più cortesi...», vorrebbe aggiungere altri aggettivi, ma per essere il primo incontro può bastare così.

E basta anche a farla sorridere per la prima volta.

UN MESE DOPO, A QUALCHE DECINA DI MIGLIA DA CHEYENNE

Fuori nevica, non è stagione di caccia, con questo tempo non si caccia nulla.

E come la neve anche lei stasera è fuori.

Di nuovo a caccia nonostante la neve.

«Vuoi un passaggio, bellezza?», anche altri sono a caccia, e per loro la stagione è sempre aperta.

«Fottiti», ma lei è la cacciatrice, non la preda.

E lui non è la preda che cerca.

«Fottiti tu, puttana», e se ne va senza sapere che stasera con lui il destino ha chiuso un occhio.

Un locale, una scritta calda che promette incontri di pari temperatura.

Quello stanotte sarà il suo terreno di caccia.

«Non sei del posto, vero...?», sa bene come mettere le trappole. «Che ne dici se ce ne andiamo a casa mia a bere qualcosa?», e sa anche dove metterle.

«Veramente io...», la preda è sempre malfidata, deve prima giustamente annusare il terreno.

«Ho una bella casetta su per la montagna.

Intanto facciamoci un paio di whisky per scaldarci, poi se ti va andiamo».

La guarda rassicurante, ha già capito che la donna ha una serataccia, altrimenti non sarebbe seduta da sola in un locale come quello.

«Ma sì... perché no?», il paio di birre che ha già bevuto le abbassano le difese.

Si fida.

L'errore più comune di ogni preda.

«In fondo sono venuta qui per mettere un bel paio di corna a quel bastardo di Jack».

«Due whisky, ragazzo», quando la preda mette la testa fuori dalla tana, bisogna sparare subito. E lei preme il grilletto all'istante.

«E se gliele metto con una donna, credo s'incazzerebbe anche di più».

«Lo credo anche io.

Come hai detto che ti chiami...?».

«Mi chiamo Laura... e non te l'avevo detto».

«Si chiamava mia madre così».

«E tu come ti chiami?».

«Mi chiamo...», e la musica nasconde le parole.

Come fuori la neve continua a nascondere il paesaggio.

«Come hai detto che ti chiami?».

Come la terra continua a nascondere i cadaveri.

E come l'ombra della montagna d'argento stanotte nasconderà un'altra mummia.

Con Gloria la cosa era andata talmente per le lunghe da arrivare a provare anche un po’ d'affetto per lei, uno sbaglio che non aveva mai commesso prima.

E che non vuole ripetere.

La prima sera deve essere anche l'ultima, giusto per non correre il rischio di affezionarsi.

«Togliti i vestiti inzuppati di questa fottuta neve», è al solito gentile, dalla voce ai movimenti.

«Vado a prenderti un bel maglione caldo», Laura sorride, in fondo fa piacere avere qualcuno che si prenda cura di te, specialmente dopo una settimana di merda come quella. «Sei bellissima», rimane con il maglione a collo alto stretto fra le mani, con lo sguardo fisso su quel corpo massiccio, rimasto vestito solamente dai pantaloni di jeans e dal reggiseno nero di misura più che abbondante.

«Grazie...», Laura arrossisce, è timida senza neanche saperlo.

«Sono un po’ ingrassata, ultimamente», e si stringe fra le dita il grasso della pancia a confermare quello che le sta dicendo.

«Stai benissimo, invece...», e lascia scivolare il maglione sul parquet, da necessario è diventato d'improvviso inutile: l'imprevedibilità delle donne. «Posso toccarti?».

«Sì».

«Hai un seno stupendo, sai?», le infila le mani sotto il reggiseno, iniziando a massaggiarle le grosse tette.

«Ohhh...», e a Laura non sembra dispiacere, anzi. «Aspetta...», si porta le mani dietro la schiena e si sgancia i laccetti che le costringono le tette dentro le seppur grosse coppe di pizzo nero. «Adesso puoi toccarmele per bene», e il suo metro e ottanta è l'altezza ideale per godersi in piedi quel massaggio, con lei che le rimane più bassa di una decina di centimetri.

Un amplesso goduto ritta, con i jeans che iniziano a bagnarsi sotto la fica; Laura si sente fortunata, sotto le mani di lei sta venendo come da tempo non le capitava.

«Sdraiati lì, adesso», ma lei vuole stravincere, come sempre.

«Sì...», schiava e padrona, i ruoli sono netti, evidenti.

«Prendi», mezzo mignolo di assenzio distillato nella magica Praga e Laura inizia subito a vedere i propri demoni, gli stessi che decenni prima hanno visto i poeti, i quali poi li hanno trasformati in racconti.

Il suo demone però non ha intenzione di raccontarle nulla, si nasconde fra le nebbie della sua mente per continuare a sedurla e possederla completamente.

È l'unico modo che ha il demone per farsi amare senza corteggiamento.

«Sì... sì... ancora...», Laura è nuda, dentro e fuori, il corpo sudato dal piacere e dai gradi dell'assenzio, mentre lei continua a leccarla sotto e sopra, scendendo e salendo con la lingua da una parte all'altra del corpo.

Lo sguardo sempre più offuscato dal piacere, guarda le travi in legno del soffitto e prova a contarle.

Una. Due. Tre. Quattro.

A dieci non c'è mai arrivata nessuna.

Difatti lei si ferma a nove. Un'ottima resistenza.

Una vita da puttana, dovendo fingere di godere per mettersi nelle mutandine - oltre al cazzo di turno - anche un po’ di dollari, per poi morire gratis, ma godendo sul serio con una lingua di donna nella fica.

Strano destino, Laura.

Che bel viso che hai, è sincera, la morte rilassa ogni singolo muscolo e nella rilassatezza il volto è la prima parte del corpo a beneficiare del suo trattamento.

Le sfiora i capelli biondi e la fissa nei suoi occhi verdi rimasti aperti e fermi sulla nona trave del soffitto.

«Mi prenderò cura di te, Laura», e torna giù con la testa, stanotte vuole spassarsela un altro po’.

D'altronde, fuori la neve continua a cadere come se nulla fosse e la stanza sotto adesso è troppa fredda per mettersi a lavorare, meglio continuare a scaldarsi ancora un po’.

«Ti porterò giù domattina, hanno detto che tornerà il sole», con la bocca è già arrivata sotto l'ombelico.

«Stanotte restiamo qui», e poi l'ultima domanda prima di riprenderle la fica fra le labbra.

«Ti va, vero?».

Se solo potesse farlo, Laura le direbbe di sì.

Ma si limita a tacere, con gli occhi leggermente inumiditi che sanno di rimpianto per non poter godere di tutto quel trattamento.

Anche lei ha un rimpianto, quello di non avere un pene, un bel cazzo tutto suo per penetrarla come si deve, senza doversi arrangiare con la lingua, le dita e con un fallo di gomma lucida.

«Sì... così... ohhh...», ma a volte ci si deve accontentare.

«Ohhh...», come a volte sembra di sentire l'eco anche quando non c'è.

Si ferma all'istante e si pietrifica sopra al corpo di Laura smettendo di leccare, di infilare, di godere e perfino di respirare.

«Ohhh...».

Cazzo.

Ma io ho smesso di godere.

Io sono zitta adesso.

La testa appoggiata di lato sul seno di Laura e l'orecchio a contatto con quello che pare un respiro.

Cazzo.

Quando era una bambina le avevano messo all'orecchio una conchiglia dicendole che se restava in silenzio avrebbe potuto ascoltare le onde del mare, e anche ora è in quel eguale silenzio preadolescenziale.

Un silenzio assoluto.

Mortale.

Non si aspetta di ascoltare il mare, a quello non aveva creduto nemmeno quando doveva crederci, ma si aspetta di sentire il rumore inesistente della morte.

Quello sì.

Me lo devi, Laura!

Lo pretendo, Laura!

«Ohhh...», invece no, maledetta puttana!

Dieci gocce di questo uccidono anche un elefante.

Un elefante, sì. Ma forse non un’elefantessa.

O forse è stato il cazzo finto, l'ha spinto troppo a fondo, fino a risvegliarne sul serio la voglia di godere.

Fatto sta che Laura ha ricominciato a contare le travi e sembra abbia tutta l'intenzione di essere la prima ad arrivare fino a dieci.

«Perché?!», si stacca di scatto dal suo corpo e si rimette in piedi.

Delusa. Tradita.

Ma soprattutto incazzata.

«Non dovevi! Non dovevi!», prende un tagliacarte che sembra essere stato lasciato apposta sul mobile vicino per risolvere imprevisti come questo.

«Cosa mi hai fatto...?», l'imprevisto tenta disperatamente di ricominciare a capire, di difendersi dal demone che sta per caricarla e colpirla.

«Muori, puttana!», le si avventa contro con la punta del tagliacarte a spezzare l'aria, ma l'elefantessa non ci pensa neanche a farsi ammazzare due volte e - allungando le gambe - riesce a conficcarle i piedi nella pancia, facendola cadere all'indietro, a due passi dal caminetto che rimanda gli ultimi, rossastri riflessi dei tizzoni quasi spenti.

«Troia...», si tocca la nuca e subito si guarda il palmo della mano insanguinato. «Sei tu quella che deve andare all'inferno!», si rialza e il rosso del proprio sangue la fa caricare furiosa come un toro di Pamplona.

Laura cerca di respingerla nuovamente, ma stavolta lei riesce a scansare gli avamposti dei piedi e delle gambe e le finisce addosso con tutto il suo peso, trascinandola a terra in un abbraccio di tette e di carne ballonzolante.

«Ah!», il tagliacarte si conficca preciso nel bel mezzo di un seno, ma sono quattro e tutti simili fra loro, è difficile sapere di chi è.

«Bastarda...!», le ombre lottano sulle pareti.

«Uh!», e l'ombra ferita, con un gesto rapido per provare meno dolore possibile, si strappa il tagliacarte dal petto.

«Crepa!», e lo infila nella pancia dell'altra ombra fino a farglielo scomparire fra gli strati di carne lardellosa.

Ingoiato del tutto dalla ciccia.

Uuuhhh...

Sembra che da fuori il lupo sia l'eco del dolore.

Sulla parete un'ombra si rialza, mentre dell'altra la notte ha perso le sembianze.

«All'inferno!», uno sputo fatto anch'esso d'ombra finisce preciso sopra una pancia.

Con dentro un tagliacarte.

Le esce dalla bocca un rivolo di sangue mischiato con un po’ d'aria, è solo una questione di tempo e morirà.

«All'inferno!», si mette ritta sulla pancia facendo attenzione a mettere i piedi precisi dove è entrato il tagliacarte.

«Ohhh...», e il peso glielo fa andare giù fino a spappolarle l'intestino, devastandola internamente. «Ghghghh...», un tentativo di mandarla a fanculo, un ultimo sfizio che non può levarsi.

E poi solo il silenzio della notte.

Adesso anche il lupo non ulula più.

Forse si è rintanato per scampare alla bufera di neve che continua.

O forse sa semplicemente che ormai stanotte nessuno avrà più bisogno della sua eco.

Tut-tut...

Tut-tut...

Il silenzio è incrinato da una remota chiamata.

«Sei tu?», risponde ansioso l'interlocutore maschile.

«John... vieni subito... alla baita...», sputa sangue insieme alle parole.

«Ma che succede, Hanna?!».

«Sto crepando... mi troverai... già cadavere...».

«Ma che dici?! Chi è stato?», è furioso.

«La settima vittima... mi ha ucciso... ho poco tempo...

Tu... ora... devi... imbalsamarmi... John...

Se fai presto... ti guiderò io... prima... di morire...

Fai... p...r...e...s...t...o...», è la rantolante richiesta.

«Rimani in linea, Hanna! Voglio sentirti parlare mentre arrivo da te!», è la disperata risposta di John.

Bip!

Hanna sta già raggiungendo il rettangolo di marmo.

Lascia un'impronta sanguinolenta sulla parete, per confermare a John il suo passaggio.

Lei è pronta. Fredda su una superficie gelida.

Lui no. Caldo di un fuoco bollente.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LE ULTIME ORE DI UNA TROIA

di Salvatore Conte (2010-2018)

Era un sole che spaccava le pietre e la mia testa dura era a rischio.

Stavo aspettando che uscisse dal ranch, per seguirla a distanza.

Nell’attesa sorseggiai un altro goccio.

Infine, eccola…

Era scortata da un paio dei suoi cow-boy.

Lei era la Vedova Dobbs, proprietaria di un latifondo tra Tucson e Prescott, che includeva un paese in pieno sviluppo, sorto da qualche anno sulle ceneri dell’antica civiltà Hohokam e rimasto ancora senza nome.

Ammetteva solo quarant'anni, ma ne aveva diversi di più, sia pure molto ben nascosti.

Mister Dobbs era morto per un attacco di cuore poco dopo il suo matrimonio con la procace Chana.

Lo Sceriffo aveva liquidato il fatto senza farsi troppe domande e la generosità della Vedova aveva tacitato le malelingue.

L’ambiziosa Chana teneva le redini dell’impero economico creato dal defunto marito; ma senza accontentarsi; altri traffici venivano celati dietro una facciata di apparente rispettabilità.

La Dobbs si era data una bella ripulita; il passato, però, non si può cambiare come un marito; ti rimane appiccicato addosso.

Un tale John Courtney, secondo le informazioni dei miei colleghi Pinkerton, non era che uno squallido truffatore e insieme ad Chana ne aveva fatte di cotte e di crude.

I figli, poi, quelli ti rimangono sul groppone: Clarita, lasciva e prepotente, dilapidava allegramente il denaro della madre ed era solita accompagnarsi ad autentici pendagli da forca; Johnny, d'altra parte, benché ormai ventenne, non era che un perdigiorno abulico e irritante.

Chana ci sapeva fare, loro no.

E ciò rischiava di metterla in seria difficoltà, calamitando su di lei e il suo impero attenzioni indesiderate.

Era per questo, in effetti, che mi trovavo sotto quel sole cocente.

La Dobbs si era rivolta alla Pinkerton per recuperare credibilità e tenere a bada le grane.

Sapeva che i soldi andavano divisi con la buona società; bastava sacrificare, di tanto in tanto, qualche pesciolino.

Ci sapeva fare, ed io, entrando nelle sue grazie, avrei potuto arrotondare la paga della Pinkerton.

Non mi lasciai sfuggire l’occasione quando mi capitò di cogliere sul fatto un paio di cow-boy intenti ad alleggerire la cambusa del ranch.

«Cos’è… mi vuoi dimostrare che posso contare su di te…?».

La Dobbs si era sbottonata più del solito e la cosa non mi era affatto dispiaciuta.

La prestante ranchera sapeva usare molto bene la sua bella presenza per tessere la tela e stringere alleanze; nonostante l'età non più verdissima, rimaneva un buon investimento, e lo faceva intendere chiaramente, promettendo - in qualche modo - di tenere lontana la vecchiaia.

Lo status di vedova la schermava dai pettegolezzi e le lasciava mano libera nei suoi incontri d’affari.

Quel che importava, comunque, era che fossi entrato nel suo cerchio magico, ovvero nel novero di coloro che lei avrebbe usato per conservare il suo impero; ciò che le garantiva una vita da padrona in un mondo spesso umiliante per le donne.

Se mi avesse assunto alle sue dipendenze, come capo dei suoi vigilantes, avrei mollato la Pinkerton senza pensarci due volte.

Intanto ero lì, sotto il sole cocente.

Ma almeno adesso ero a cavallo.

Una copertura di routine, fino a quel momento.

Entrati in paese, la Dobbs mi attirò da parte e mi disse ciò che dovevo fare.

Stava per commettere un grave errore, accecata da un malinteso senso della famiglia, e non c’era modo di farle cambiare idea.

La Dobbs, infatti, benché fosse un donnone privo di scrupoli, era anche una madre fin troppo premurosa.

Pochi giorni prima era giunto in paese un Ranger federale noto per il suo pessimo carattere: Tek Wilker.

Era arrivato per indagare su Al Salt, un pendaglio da forca che aveva stretto una relazione con Clarita Courtney, convincendola perfino a sposarlo.

Chana, però, anziché vedere di buon occhio il lavoro di pulizia del Ranger, aveva deciso di toglierlo di mezzo, se non se ne fosse andato alla svelta dalle sue terre lasciando in pace la figlia e il fidanzato.

Il piano prevedeva che lei stessa l’avrebbe affrontato all’interno del saloon, dove i suoi uomini l’avrebbero impiombato a tradimento, nel caso in cui non avesse desistito dalle indagini.

Io dovevo rimanere di copertura e proteggerla, ove qualcosa fosse andato storto.

Calata la sera, confidando nel suo travolgente impatto, Chana Dobbs si alzò dal suo posto e mosse verso il tavolo di Wilker: indossava la sua tipica camicetta a quadri da ranchera, attillata di giustezza sulle forme abbondanti, gonna lunga e stivali.

E naturalmente, cinturone e colt.

La Vedova sapeva sparare.

Gli stivali della Dobbs tacchettavano gravi sulle assi del saloon, mentre si avvicinava al Ranger.

Le minacce del donnone iniziarono presto a volare nell’aria densa di fumo.

Gli avventori del locale, annusata puzza di bruciato, cominciarono a dileguarsi.

Wilker, dal canto suo, non si fece irretire dalla formosa Vedova, e gli uomini della Dobbs stavano ormai per entrare in azione…

Sembrava un obiettivo facile, ma quando venne il momento, il Ranger anticipò tutti.

BANG

Wilker centrò in fronte un uomo con il fucile che lo puntava dal piano di sopra.

CRASH

Il corpo si abbatté sul tavolo di sotto, fracassandolo.

BANG

BANG

Schivato il colpo di un altro gentleman di campagna, il Ranger mandò lo sparatore a seguire il compagno all'inferno.

A quel punto, la Dobbs, distante pochi passi, avrebbe potuto estrarre e sorprendere Wilker; ma sembrò avere paura: la pistola rimase nella fondina.

Chana era molto attenta nel preservarsi. Raramente commetteva imprudenze e la vista dei suoi uomini, rimasti stecchiti a terra, l’aveva messa sul giusto avviso.

Forse Wilker non avrebbe sparato a una donna con altrettanta ferocia, ma non avrebbe potuto giurarci. E di sicuro non voleva giocarsi la pellaccia.

Il suo istinto l’aveva salvata, almeno per il momento.

Il Ranger la apostrofò duramente, nel mentre rinfoderava la colt.

La Dobbs si stava giustificando, i suoi uomini si erano fatti prendere la mano, ma lei era pulita.

«Erano solo degli idioti...».

«Ma lavoravano per voi...».

«Tutti qui lavorano per me, in un modo o nell'altro...».

Da parte mia non potevo spingermi troppo lontano, facendo fuori un Ranger tanto famoso; senza contare il fatto che avevo tutto l’interesse a che lui mi levasse dai piedi il futuro genero di Chana, Al Salt, che avrebbe sicuramente messo in discussione il mio ruolo di braccio destro della bella ereditiera.

Fu così che rimasi di copertura, attendendo gli eventi.

Il destino, però, aveva fretta quella sera, perché mentre la ricca Vedova respingeva le accuse del Ranger, vomitando sui compagni caduti la responsabilità dell’azione, fece il suo ingresso nel saloon proprio Al Salt, accompagnato da due scagnozzi.

Non c’era più nessun altro nel locale.

Prese subito a minacciare Wilker, ma poi - improvvisamente - dirottò l’attenzione verso Chana, la donna che stava per diventare sua suocera.

La fissò per un attimo negli occhi.

BANG

La fiamma di una colt divampò ancora nel saloon del paese.

Un attimo dopo gli occhi di Chana Dobbs schizzarono fuori dalle orbite: il donnone si era beccato una pallottola di piombo caldo nello stomaco!

«È un vero peccato che il Ranger Wilker abbia fatto fuori la bella madre della mia Clarita…», insinuò sardonico Salt.

Io c’ero rimasto letteralmente di sale. Per qualche secondo fui bloccato dal panico. Le mie speranze andavano in fumo.

Chana si portò la mano sullo stomaco, e dopo aver barcollato per un paio di passi, franò faccia in avanti su un tavolo, finendo per strisciarci sopra, spinta dalla disperazione. Cercava una posizione per morire.

«Ora tocca a te, Wilker. Sarò io stesso a vendicare mia suocera...», con la pistola ancora fumante, Salt si sentiva sicuro di sé, forte dei complici che lo spalleggiavano.

Ma quando vidi gli stivali della Dobbs, che - a penzoloni dal tavolo - scalciavano rabbiosi tra gli spasmi dell'agonia, mi caricai io stesso di rabbia, ritrovando il coraggio perduto: dalla posizione favorevole che avevo prescelto, scatenai su Salt e soci una tale pioggia di fuoco da sommergerli di piombo, lasciando lo stesso Wilker con un palmo di naso.

BANG

BANG

BANG

BANG

BANG

Salt non aveva ancora ceduto.

BANG

Avevo fatto un buon lavoro.

Ma la frittata ormai era fatta.

Chana Dobbs, che io speravo m'avrebbe assunto prima o poi - in pianta stabile, si era beccata - sotto i miei occhi - una pallottola nello stomaco e languiva morente su un tavolo del suo stesso saloon.

Insieme a Wilker la trasportammo a braccia di sopra.

«Un dottore per la Vedova Dobbs, presto!», urlai dalla finestra.

«Tutto… per quella… dannata stupida…», l’aveva capito, finalmente; ora che aveva il sangue alla bocca.

Si teneva le mani sullo stomaco, cercando di gestirsi, ma era troppo esperta per non capire che c'avrebbe lasciato la pelle.

«Doug... rimani qui... sono fottuta...», la Dobbs, scaltra com'era, sapeva che il danno era irreparabile; l'inferno l’attendeva, benché un donnone come lei potesse spremersi a lungo prima di crepare.

«Io… io… non mi lascio andare…», sembrava avermi letto nel pensiero.

Fu allora che Wilker mi chiamò da parte: «Ora non ho più dubbi. Sono passati parecchi anni, ma una come quella non si dimentica tanto facilmente…

All’epoca si chiamava Jane Brent e dirigeva una banda di trafficanti d’oppio, con base a Galveston.

Al termine di lunghe indagini riuscii finalmente a metterle il sale sulla coda…

Tentò di fuggire, ma venne investita da una diligenza e ci rimase secca: il dottore che intervenne sul posto si accertò che fosse deceduta.

Non capisco come possa essere sopravvissuta, ma - in ogni caso - la donna sul letto è la rediviva Jane Brent.

Non so, però, se stavolta basterà un medico compiacente per tirarla fuori dai guai, Agente Wilkinson…».

Giusto in quel momento arrivò il dottore.

Il responso del segaossa non fu confortante: Chana Dobbs aveva un paio d’ore stiracchiate di vita.

Il bel donnone sapeva di essere morto, ma non si lasciava andare.

«Doug… voglio giocarmi… l’ultima carta…».

Mi disse di prelevare una vecchia sciamana che abitava in una baracca fatiscente non lontano dal suo ranch; una baracca che un giorno lei stessa mi fece notare, durante un giro di ricognizione, riferendola a una vecchia squilibrata.

D’altra parte, aspettare al suo capezzale non sarebbe servito a niente; mi apprestai quindi a partire. Chiesi a Wilker di ricambiarmi il triplice favore che gli avevo reso e di sostituirmi, perché qualcuno - a cominciare dalla figlia - avrebbe potuto spararle il colpo di grazia.

Mi affrettai il più possibile, la luna piena mi agevolò nel seguire la pista.

Alla sciamana spiegai che a stento l’avremmo trovata ancora in vita.

Infatti, quando rientrai nel saloon, ero ormai convinto di ritrovarla cadavere.

Mentre accompagnavo di sopra l’indiana, in mezzo a una folla di curiosi, cercavo di trarre indicazioni dagli umori della gente: dal clima di sordida attesa che percepivo intorno, ne dedussi che non era ancora finita.

«Non ha ancora mollato, è una vera dura, non c’è che dire», rimarcò Wilker, con uno strano accento di implicita ammirazione.

Una maschera di sudore le imperlava il volto sbiadito, gli occhi erano puntati al soffitto, la bocca quasi spalancata, un languido rivolo di sangue colava dal labbro, le mani piantate sullo stomaco, a trattenere disperatamente la vita.

Chana non si era lasciata andare, aveva spremuto il fisico.

Sapeva soffrire e cercava ancora di gestirsi, nell’improbabile tentativo di assestarsi e rubare altro tempo.

«Doug… io… non mi lascio andare… però… è come… se questo buco… diventasse… sempre più grande…».

Voleva essere giustificata. Non poteva fare di più.

«Doug... io ti avviso... quando è finita... non ti lascio... all'improvviso... so che ci tieni a me... insieme... potevamo fare... grandi cose...»

«Chana, ti ho portato la sciamana».

La vecchia aveva già cominciato a lavorare.

Quando ebbe finito, la fissai negli occhi per riceverne un responso.

Ma a differenza di Chana Dobbs, la vecchia indiana si teneva abbottonata, e senza aprire bocca, lasciò la camera.

Prima di scendere di sotto a tirarmi su con un goccio, la guardai per l’ennesima volta, scuotendo la testa: la gran vacca pascolava ormai all’inferno…

Accidenti a me! Avrei dovuto imbottire di piombo Salt non appena la sua faccia da carogna era comparsa nel saloon…

Poi, però, che cosa avrebbe pensato l’incolume Vedova Dobbs? Avrebbe mai compreso la minaccia che la sovrastava?

In quella storia era Chana ad aver commesso un errore fatale, sottovalutando Salt che puntava a toglierla di mezzo per prendersi tutto.

Raggiunsi il bancone del saloon, dove incontrai Wilker.

Volevo far presto, perché Chana era ormai in dirittura d'arrivo.

Con lei rimanevano un paio di cow-boy, tra i più fidati.

«Come sta la Vedova, Agente Wilkinson?».

«Sta per mollare tutto, Ranger Wilker».

«Per sgonfiarla completamente ci vuole ancora tempo… non si abbatte facilmente quella…».

«È finita, Wilker, lo sapete. E lo sa anche questa marmaglia. Manca solo il sipario…

La Vedova Dobbs, rimasta colpita a morte in una sparatoria da saloon, con l’intero paese al suo capezzale, si arrende nella notte dopo una disperata resistenza, che aveva acceso qualche timida speranza tra i bifolchi convenuti: qualche giornalista da strapazzo ci ricamerà sopra una torbida tragedia da far-west e per un po’ di tempo non si parlerà d’altro.

Il titolo?

Le ultime ore di Chana».

«Mi sembrate coinvolto più del necessario in questa tragedia, Wilkinson».

«Niente affatto, Wilker. Sto solo dicendo che Chana Dobbs sta per finire sui giornali, e non per una raccolta fondi…», cercavo di fare il disinvolto.

«Viso pallido che galoppa sotto la luna, tu venire sopra».

Non capii subito.

La sciamana mi stava puntando dal piano superiore.

«Devo andare, Wilker. Forse il diavolo ha messo fretta alla Vedova».

Mi guardò perplesso.

Risalite le scale, la vecchia indiana mi precedette dentro.

La Dobbs sembrava respirare con una certa naturalezza, il volto era meno teso, lo sguardo più nitido.

Accidenti!

Era molto strano, ma la sciamana - con le sue diavolerie - era riuscita a farle riprendere un po’ di colore.

Speravo non fosse il miglioramento della morte...

«Sono qui, Chana».

«Sì... anch’io ci sono…».

La fitta nebbia attraverso cui mi intravedeva si era dissolta. Lo sguardo latente aveva assunto consistenza e ora si era fissato su di me.

Nei suoi occhi aveva ripreso slancio la tacita ambizione di trovare una via di scampo anche a una situazione infame come quella in cui era finita.

«Vedova Dobbs, vorrei parlarvi…», il Ranger ne approfittò subito.

Il donnone annuì lievemente.

«L’Agente Wilkinson, che attualmente lavora per voi, mi ha tolto dai piedi tre pendagli da forca; pertanto chiuderò un occhio sulle vostre minacce di questa sera, e anche sul vostro passato…».

«Ho problemi più urgenti... da gestire… Wilker...».

«Per quelli non posso farci niente. Ve la siete cercata».

«Ho commesso un errore… e pago salato... ma non mi lascio andare...», e strinse platealmente le mani sulla ferita.

Un annuncio orgoglioso. Avrebbe sfidato la sorte.

Intanto le due ore pronosticate dal segaossa menagramo erano scadute da un pezzo.

Fortuna semper iuvat, aliquando artis, mi aveva insegnato Allan Pinkerton.

Quelli, invece, mai.

La sciamana si era riaffacciata sull’uscio della camera.

Non parlava molto.

Dal suo silenzio si intuiva che dovevamo uscire.

Mi richiamò dopo circa mezzora, annunciandomi un discorso della Dobbs: «Donna bianca dal grande buco parlerà a viso pallido che galoppa sotto la luna».

Chana era provata, ma tonica. Quella megera faceva miracoli.

«Nessuno... mi può fermare… Doug… nemmeno… una dannata pallottola…

Wilker mi ha riconosciuto… ma io… non mi faccio fregare… non da una stupida diligenza… non da una colt 45…».

Chana Dobbs si era ripresa anche troppo e la sua arroganza era tornata a risplendere sulla bella faccia imperlata di sudore.

«Tienilo d'occhio... non mi fido di lui…

Non mi lascio andare... non voglio morire... ma è dura... Doug... non mi faccio illusioni... potrei rimanere uccisa... devo tenermi pronta... anche tu stai pronto...», era tornata realistica.

«Io rimango qui accanto a te, Chana. Lo so che è dura. Hai un grosso buco nello stomaco, non so come fai...», era vero, ero ammirato.

«Neanch'io lo so... ma ho paura... Doug... paura che sia finita... che tutto questo lavoro... non serva a niente...».

«Non è finita, lo sento», ma mentivo, il buco le sarebbe risultato fatale.

Al Salt aveva ucciso Chana Dobbs con un colpo di pistola nello stomaco.

Prima che il discorso si chiudesse, le rivolsi una domanda che mi frullava nella testa da quando Wilker mi aveva raccontato l'intera storia di Jane Brent.

«Ho saputo che hai eliminato un tale Fred Bolton, un idiota che credeva nella legge, ma anche un certo Paulo, il tuo fedele braccio destro di allora… perché lo hai eliminato?».

«Perché… perché tu… Doug… non rallenteresti la mia fuga… se io fossi in pericolo…

Lui… invece… si era aggrappato alla mia barca… e io rischiavo di finire a fondo…… insieme a un idiota del genere…

Tu… invece... mi ubbidisci… anche se… mi ritrovo con un buco nello stomaco… e devo spremermi… per tenermi a galla…».

«Non ti affaticare, Chana», le tamponai il sudore.

La risposta della Dobbs aveva una sua logica e tanto mi bastò.

La mattina successiva, Wilker non fu particolarmente sorpreso di sapere che la sua vecchia nemica aveva superato la notte.

Il Ranger confermò che avrebbe chiuso un occhio, come promesso, sia sulla Vedova Dobbs che sulla rediviva Jane Brent, sempre ammesso che riuscisse a farla franca.

Nonostante la feroce resistenza, infatti, Chana rimaneva con una brutta pallottola nella carcassa e un'altra lunga notte l'aspettava.

Quel buco nello stomaco, alla fine, avrebbe sgonfiato anche la più grossa vacca dell’Arizona.

Prima di congedarsi, Wilker mi rinfrescò la memoria su quanto capitò a Fred Bolton, un suo collega che si era invaghito di Jane Brent, nonché a lui stesso, quando per molto poco la bella Jane non lo aveva spedito sotto un buon metro di terra fresca.

Il Ranger aveva di certo capito che tra me e la Vedova c’era qualcosa di più di un semplice rapporto professionale.

Quanto al fatto che la Dobbs fosse dannatamente pericolosa, lo sapevo benissimo da me stesso, e tuttavia avevo deciso di accettare il rischio per dare una svolta alla mia vita.

«Però c’è qualcosa che voglio chiederle prima di andarmene».

I due furono di nuovo l’uno di fronte all’altra.

«Toglietemi una curiosità, Vedova Dobbs: come ve la cavaste da quella diligenza?».

«Protessi d’istinto la testa… ero soltanto malconcia… fu così che… mi risvegliai dal becchino… dentro una bara... dove rimasi per un po'... fu là che mi raggiunse il dottore… dopo avervi intrattenuto...

Aveva capito subito… che stavo fuggendo… ed ebbe la prontezza… non solo di darmi per morta… ma anche di somministrarmi... un forte sedativo...

In molti… fumavano il mio oppio… Wilker…».

Il Ranger rimase pensieroso, come a scavare nel suo passato.

«Una sentenza di morte che vi scagionò da qualunque pendenza terrena…».

«Spero che… non mi serbiate rancore… per quel buco nel braccio…

Volevo solo impedirvi… di spararmi nella schiena…».

«Credevo sbagliaste mira…

Storia vecchia, comunque. L’importante è che da adesso in poi non mi diate più grattacapi.

Su di voi vigilerà l'Agente Wilkinson».

Fu così che fui assunto da Chana Dobbs quale sovrastante generale, e fu così che quel paese ebbe finalmente un nome: Phoenix.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

COLPO FOLLE

di Salvatore Conte (2012-2018)

«Io…! Sono io... il più grosso troione dell'Impero!».

Bochra aveva attinto a Bacco e perciò sapeva bene quello che diceva.

«Guardate quanti cesari cago dalla fregna...!», aveva raccolto le monete della serata e si stava toccando là sopra.

Matura e potente, morbida e massiccia, giunonica e infernale: un unicum che andava sempre di moda fra i clienti del Thyrsus Invictus, il lupanare gestito da Quintus Lentulus Batiatus.

La possente numida era il pezzo forte della ditta e un esempio di eccellenza professionale per le colleghe.

A dispetto di un'età ormai avanzata, per ambizione e spavalderia sembrava destinata a una carriera ancora lunga; perciò Batiatus l'aveva messa sotto contratto per dieci anni e senza badare a spese: per non correre il rischio di vedersela soffiare dalla concorrenza.

Di solito, a una prostituta, si offriva un contratto al massimo triennale, perché l'attività era logorante e i favori dei clienti mutevoli, si faceva presto a passare di moda; ma per lei Batiatus aveva fatto un'eccezione, e si capiva subito perché.

«A me un ferro nella pancia mi fa una sega…!», non era la prima volta che la prostituta numida se ne vantava, dopo aver bevuto.

I suoi maschi avevano perso, piegati dal gladio, lei si sentiva invincibile.

Superba della possanza giunonica e della sempreverde bellezza, era sicura del fatto suo e ne aveva ben donde: sembrava infatti portatrice di un retaggio ancestrale, magnifico, incontaminato, affrancato dal degrado della modernità.

Nel lupanare venivano a sfogarsi molti legionari, che sia pure in licenza, si mostravano in perfetta uniforme: la vista delle loro luccicanti armi, e del gladio soprattutto, i racconti delle loro imprese, l’immagine latente dei tanti nemici abbattuti, eccitavano la fantasia degli avventori e delle stesse puttane.

Quella notte la fantasia si fece follia.

Così avvenne che l’animo di un cliente venisse eccitato dalla latente follia contenuta nelle parole di Bochra…

Tirò fuori dalla borsa un lungo pugnale d'argento - a lama larga, molto simile a un gladio - lo occultò tra i lembi della tunica e andò incontro alla numida, inginocchiata sul giaciglio in attesa del nuovo cliente.

Proprio perché molto richiesta, Batiatus aveva alzato le tariffe, ed ecco spiegato perché la poderosa Bochra fosse rimasta momentaneamente in pausa.

Il cliente sembrò arrivare…

«Voglio proprio vedere!».

SZOCK

Glielo piantò nello stomaco con gesto repentino, senza che la prostituta potesse accennare la minima reazione.

La numida si ritrovò d’un tratto con il ferro nella pancia, rimanendo a fissarlo sbalordita.

«Ah-ah-ah…», ancora incredula, reagì con una risata isterica.

Un po’ stordita dalla lacerante sorpresa, un po’ vergognandosi di aver trovato la morte in maniera così stupida, fece l’errore di stendersi a pancia sotto sul giaciglio, incubando di fatto il gladio, come avveniva - in altri casi - deliberatamente.

«Urghh...».

Per effetto del suo stesso peso, con quell’infausto movimento, Bochra fece affondare ulteriormente la lama.

La puttana cercò di riprendersi, scivolando su un fianco, ma il pugnale era ormai dentro fino al manico.

«Ma che fai… me l'hai ammazzata, idiota!», tuonò il gestore del lupanare.

Intorno a lei si formò un capannello di curiosi. Volevano osservarla da vicino, e guardarla mentre moriva.

La numida era un caldo piacere per molti.

«Maledizione! Questa puttana vale un patrimonio! È un pezzo unico! Tu devi risarcirmi, Lucius!», Batiatus protestò vibratamente.

«Prima chiedi al tuo troione… se mi fa una sega… eh-eh…», anche il cliente aveva bevuto.

«Stupido idiota… il tuo ferro... non mi fa niente… niente…», sorretta da Bacco e dal suo stesso fisico, Bochra insisteva nel tragico gioco.

Era pazza a scherzare della sua ferita. Era chiaro a tutti che le sarebbe risultata fatale.

«Questo è mio e me lo riprendo!», l'assassino accennò a riprendersi il pugnale dalla pancia della numida; sembrava una questione fra titani: la possanza del gladio contro quella di Bochra; il ferro era spaventosamente grosso, ma rispetto alla pancia della numida sembrava quasi un coltellino.

«Eh no!», Batiatus lo bloccò. «Questo diventa mio! È la daga che ha ucciso Bochra! Chi offre di più per quest'arma fatale?».

Il gestore aveva trovato il modo di rifarsi.

Le offerte impazzarono subito.

Diversi clienti erano molto facoltosi.

«Aggiudicato per 10.000 sesterzi al Se... a Settimio!

Eccolo, è tuo...».

«Oohh!», gemette Bochra; quando il ferro esce fa più male di quando entra.

La prostituta sgranò gli occhi e spalancò la bocca, conscia di essere ormai un relitto.

Il Senatore, anche lui in braccio a Bacco, mostrò a tutti il ferro appena estratto dallo stomaco della numida, ancora grondante sangue e materia. «Ecco… questo è il gladio che ha tolto la vita a Bochra, la più grande tra le puttane di Roma!», Batiatus complimentava così il prestigioso cliente.

Lucius, intanto, ne approfittò per uscire indisturbato dal postribolo.

ll gestore cercò di riportare l’ordine: «Cari amici, l'amore a volte si confonde col sangue! È la tragedia della vita! Ma ora proseguite nei vostri piaceri... avanti!», Batiatus non perdeva un colpo e volgeva gli eventi a proprio favore, innaffiando col sangue di Bochra la lussuria dei propri clienti.

Ma nessuno si muoveva da lì.

«Bochra è ferita a morte…».

«Vogliamo sapere se dirà qualcosa, se chiederà vendetta».

«Vogliamo assistere alla sua morte…».

Le voci si sovrapponevano.

La numida, d’altronde, era la principale attrazione del bordello.

Lo spettacolo aveva bisogno di interpreti all’altezza per andare avanti.

Gli avventori del lupanare tributarono il loro addio all'infelice numida.

Al protrarsi della tribolata agonia, però, il gestore li convinse ad andarsene.

«Si chiude! A domani, cari amici!».

Rimasero soltanto Batiatus e la collega Sextilia, impietosita dalla fine della compagna.

«Sextilia… ascolta… voglio dirti… dove tengo... il mio denaro…», la massiccia numida non si era ancora arresa.

«Quintus... bagna il mio trapasso… con il tuo tirso…».

E allargò le cosce, pronta ad accogliere il fallo del padrone.

«Bochra... ho fatto chiamare il chirurgo... hai un decennale con me...».

«Sbrigati… non ho molto tempo... ».

«Non pensarci, Bochra. Vivi il momento.

Ecco il mio tirso…! Prendi...! Prendi, puttana!», il gestore se la godeva fino in fondo.

Sextilia avvisò che il chirurgo era arrivato.

Questi, tuttavia, dopo la visita dell’infelice, scosse il capo e offrì una dose di veleno per rendere veloce una morte sofferta.

Batiatus la rifiutò.

«Aveva ragione Catone. Buoni a nulla e pure costosi».

«Quintus... perché... non mi finisci...».

«Nessuno può finirti, Bochra. Un ferro che possa ucciderti non è stato ancora battuto», replicò pomposo Batiatus, lusingato dalla resistenza della sua puttana numero uno. «Un ferro nella pancia ti fa veramente una sega, Bochra…».

«Tutti sanno… della mia morte… vero…?».

«Naturalmente… la notizia è pubblica. La fama lavora anche di notte.

Bochra, la possente numida, spenta da un colpo di gladio. Nessuno scampo per la bella prostituta, nonostante la visita del chirurgo e una disperata resistenza durata tanto a lungo da annoiare a morte lo stesso Dite.

Credo si diranno più o meno queste cose».

«La plebe… non è così raffinata… Quintus…

Didone… si è piegata sul ferro… ma poi… si è lusingata di vivere… e ha fatto storie… prima di crepare… aggrappandosi… a tutto... tutto...», scosse la testa impazzita dalla disperazione. «Obbligò Virgilio... a trovare un modo... per salvarla...

Ci volle... il colpo di grazia... di Iride... per finirla...».

«Chi hai avuto tra i clienti? L'Ombra di Ovidio? O Virgilio stesso?

Sei stata una stupida».

«Avevo bevuto… ma tu… dov'eri…».

«Non ho avuto il tempo di fare niente, lo sai…».

«Il gladio… è l’unghia di Dite…».

«È lui che suggerisce?».

Forse non doveva dirlo, perché appena detto la puttana andò in crisi: gli occhi si dilatarono e la bocca si spalancò.

«Bochra…!».

L’ammasso di carne fu scosso da spasmi.

Nonostante la sua feroce volontà di resistere, la prostituta era agli sgoccioli.

«Bochra!», Batiatus continuava a strillare, impotente.

«È finita, padrone. Forse era la donna del vostro destino, ma prima di questa notte non ve n’eravate accorto…», così gli parlò Sextilia, resa lucida dalla solennità del momento.

Ma lui non l’ascoltava nemmeno.

«Siete voi il padrone? Ho fatto il prima possibile…», in effetti era sudato.

«E tu chi sei?».

«Sono il chirurgo che avete fatto chiamare».

Batiatus rivolse lo sguardo a Sextilia.

La prostituta confermò con un cenno.

«Visto che è qua… fagliela vedere… se fa in tempo…».

Ancor prima che il secondo medico potesse visitare la morente, infuriava morbosa la notizia della tragedia: Bochra si era fatalmente aggravata, e adesso si attendeva solo l'intervento di Iride.

I servi e la fama non perdevano tempo.

Molti avventori decisero di fare ritorno al bordello per cogliere l’attimo fatale della tragedia.

Alcuni di loro la incontrarono per strada, distesa su una barella, mentre veniva trasportata non si sapeva dove: il volto stinto, gli occhi sbarrati, un braccio a penzoloni e la tunica grigia sfumata di celeste ormai diventata rosso porpora.

Dietro di lei, via-via, si formò un'autentica processione.

«È crepata! Bochra è crepata!».

«No! Muove la mano!».

«Maledetto sia quel Lucius! Andiamolo ad ammazzare! Nessuno sa dove si trovi?».

Gli animi a Roma si infiammavano facilmente. Anche per una prostituta. L’indignazione latina era universale.

«Calma, amici! Bochra è ancora viva, anche se molto vicina all'Orco!

Il medico l'ha stordita per conservarne le ultime energie.

Ma niente vendette! Ho già ottenuto il risarcimento».

«Tu, sì! Noi, no!», e un folto gruppo si avviò a prendere Lucius, le cui sorti erano ormai legate a quelle di una prostituta.

Il Trasimeno ribolliva ancora sangue.

Fu così che, per una notte, mezza Roma rimase in piedi con il fiato sospeso per la morte di Didone.

E la fine fu la stessa.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

L'UFO VOLA ALL'INFERNO

di Salvatore Conte (2010-2017)

Greater New York, 1958.

Dalla finestra, Roger stava sorvegliando la strada.

«Stanno tornando, Chana», avvisò il braccio destro della Godrich.

L’ex compagna di Mickey Sorvino, il grande boss di Chicago, dopo essere miracolosamente scampata alla distruzione della metropoli da parte degli Zorb, i terribili invasori alieni, si era riciclata nei bassifondi di New York, e io non avevo perso tempo nel correre alla sua corte, anche se il ruolo di braccio sinistro mi stava decisamente stretto di manica.

Ma prima o poi quel Roger avrebbe commesso un errore, e allora…

Chana Godrich - Unbelievable Female Object - era un UFO non meno dei dischi volanti Zorb: rotondo, temprato, imponente.

Malgrado non fosse più una ragazza, rimaneva una bella cinquantenne, solida, possente, dalle forme extraterrestri.

«Molto bene, Roger. Andiamo ad accoglierli…», la Godrich, con l’inseparabile fucile a pompa, era sempre molto sicura di sé; anche lei, però, doveva stare attenta: il mondo che gli Zorb avevano lasciato dietro di sé, dopo la loro ritirata, non era più quello di prima, si era fatto alieno agli stessi uomini.

La popolazione terrestre era stata in gran parte sterminata.

I paesaggi urbani erano contraddistinti dalle macerie.

Era come se la Seconda Guerra Mondiale fosse arrivata in America con qualche anno di ritardo.

Accompagnai la Godrich a controllare Gerrard, uno dei nostri ragazzi, messo sotto chiave per cattivo comportamento.

C’erano anche Roger, armato di manganello, e il dottor Zitov.

Il prigioniero aveva il collo incatenato al muro.

«Buongiorno, Gerrard», lo salutò Chana.

«Maledetta… maledetta sgualdrina!», le ringhiò contro il recluso, cercando vanamente di afferrarla.

«Non hai ancora imparato che non ti conviene mancarmi di rispetto...?», eseguendo l’implicito ordine di Chana, Roger assestò alcuni colpi di manganello al povero Gerrard; a volte essere il braccio sinistro aveva i suoi vantaggi, perché la Godrich picchiava con il destro… e a me non andava tanto a genio di sporcarmi le mani con certa marmaglia.

«Basta. Ricordati che ci è più utile vivo», Chana fermò Roger.

«Sì, hai ragione», ammise a fatica lo stupido.

«Caro Gerrard, tu mi insulti… e prima ancora cerchi di fregarmi, prendendo la roba. Quella porcheria non è per noi. È per gli avanzi di questa città.

Eppure, nonostante tutto, ti ho portato un regalo…».

«Dammelo, ti prego…! Dammelo!», Gerrard era impaziente di riceverlo.

«Dottor Zitov, lasciate che si serva», ordinò Chana.

«Va bene», il dottore allungò una scatoletta in direzione del ragazzo.

Il prigioniero gliela strappò dalla mano e ne prelevò un piccolo frutto sferico, ricoperto di spine: un attimo dopo se lo strinse nel pugno, andando in estasi pochi secondi più tardi.

«Attenta, Chana. Sta per passare alla seconda fase», la avvertì il dottore.

«Sgualdrina… ti ammazzo!», Gerrard era passato dall’estasi alla furia in brevissimo tempo; la catena che lo legava al muro, però, era dannatamente robusta.

«Diventa sempre più forte e brutale. E non c’è nessuna degradazione fisica», commentò Zitov.

«Bene, dottore. Forse siete sulla strada giusta», lo incoraggiò la Godrich.

«È già nella terza fase. I tempi si stanno riducendo», proseguì Zitov, facendo notare che dopo l’estasi e la furia, il prigioniero era passato a uno stato di acuta sofferenza.

«Questo potrebbe essere un problema», Chana alludeva alle auspicate applicazioni della droga aliena in campo militare.

«Non ce la faccio più, vi prego… uccidetemi!», Gerrard si era inginocchiato.

Il gioco era ormai finito, Chana fece cenno di uscire e il prigioniero rimase di nuovo solo.

Questa storia mi piaceva sempre meno. La Godrich era troppo coinvolta e il giro troppo grosso. Qualcosa sarebbe andato storto e io avrei dovuto approfittare di quel momento per trovare una via di fuga insieme a lei.

Insieme a lei soltanto.

Il giorno dopo, Chana stava passando in rassegna le foto di un regolamento di conti. I ragazzi erano rientrati e avevano documentato il lavoro.

«Davvero bastano sessanta secondi per una foto così?», Chana mostrava la sua sorpresa per i prodigi delle nuove macchine Polaroid, ma a me non facevano né caldo né freddo; io avevo l’originale vicino a me.

«In compenso, quell’idiota di Norman ha impiegato un buon quarto d’ora a tirare le cuoia, strillando tutto il tempo come un agnellino al macello! Ti sei perso qualcosa, Blayne!».

«I corpi li avete lasciati dov’erano, vero?», la Godrich riportò la discussione su questioni di sostanza.

«Sì, Chana. Come ci avevi ordinato».

«Molto bene. Saranno un messaggio forte e chiaro.

Norman usava quel posto per incontrare i propri clienti. Adesso, quando andranno lì e lo troveranno cadavere, capiranno che è ora di cambiare fornitore…», Chana Godrich era visibilmente soddisfatta; per un attimo sembrò scoppiare di carne dappertutto.

«Il mercato è nostro, tutto nostro. Chi prova a rubarcene anche solo una fetta, diventa cibo per vermi», il braccio destro faceva il duro, senza essere nessuno.

«Giusto, Roger. Non bisogna avere pietà, mai…», si beccò l’elogio di Chana, ma il galletto faceva i conti senza i federali…

Infatti, soltanto un paio di giorni più tardi, il dottor Zitov e i ragazzi tornarono alla base visibilmente contrariati.

«Maledizione, ancora lui… Tek Wilker!

Speravo che i nostri destini non si sarebbero mai più incrociati! E invece…», Zitov stava recriminando davanti a Chana.

«Non dovreste stupirvi troppo, dottore. Anzi, se ci riflettete, l’entrata in scena di quel mentecatto era abbastanza prevedibile.

È un giustiziere senza scrupoli, che farebbe qualunque cosa per strappare la prima pagina di un giornale», Chana Godrich era perfettamente obiettiva; come una Polaroid istantanea.

«Deve aver seguito una pista. Qualcuno gli avrà fornito delle informazioni. Secondo me, sta lavorando con i federali», Roger era un vero genio: come avremmo fatto senza di lui?

«Sì, Roger. Lo credo anch’io», Chana gli dava pure retta.

Quella stessa notte mi infilai nel suo letto, deciso a convincerla di farsi molto prudente: quel Wilker puzzava d’inferno…

Sapevo che avrei potuto scatenare la gelosia di Roger, e fu perciò che prestai molta attenzione a non farmi notare.

Chana Godrich aveva superato la cinquantina e preso diversi chili (sebbene nessuno inutile), ma era anche divenuta - lungi dallo spegnersi - il più prestante articolo di donna in tutta la metropoli di New York (pur non essendo più otto milioni).

La testa dura, gli occhi affilati, la carica inesauribile, la carne da sballo: era il bisonte americano per eccellenza, con il pelo biondo.

Nel cuore della notte, fu lei a sentire per prima un leggero rumore di passi provenire dall’esterno della camera…

A malincuore mi decisi a sgusciare dal suo letto per occultarmi dietro la porta, pronto a usare il mio revolver in caso di visite indesiderate.

Chana rimase in attesa, fingendo di dormire saporitamente.

Quando la maniglia della porta si abbassò, cigolando, aprì gli occhi e si mostrò sorpresa.

«Chana… mi dispiace, non volevo svegliarti», era la voce di Roger. «Mi era sembrato di sentire un rumore. Sono andato a controllare ma… ah!», fu colpito e crollò a terra esanime.

Chana si ritrovò faccia a faccia con Gerrard, il quale mulinava minaccioso l’estremità libera della catena che ancora gli cingeva il collo.

«Adesso ce la vedremo fra noi due, Chana!», invece si sbagliava, perché c’ero ancora io tra lui e Chana, e presto se ne sarebbe accorto…

«Così sei riuscito a liberarti. Notevole.

Posso sapere come mi hai trovato?», pura curiosità femminile.

Il palazzo che avevamo occupato era grande e lui non era mai stato ai piani superiori.

«Ho seguito il tuo odore!», la potente droga aliena gli stimolava i sensi e il puzzo di bisonte della Godrich era inconfondibile anche per uno che non si drogava.

«Bravo, Gerrard. Sono fiera di te. Anche se bisogna riconoscere i meriti del dottor Zitov… hai guadagnato forza e acuito i sensi, senza però trasformarti in una specie di zombi. Un eccellente risultato, non trovi?», Chana si manteneva perfettamente fredda e padrona della situazione; e io dovevo aspettare che lei si trovasse in difficoltà per intervenire, altrimenti mi avrebbe spellato vivo con le sue stesse unghie.

«Taci, sgualdrina! Muori!», Gerrard avanzò di un passo e tornò a mulinare la catena, ormai deciso a scagliarla contro Chana.

La risposta della Godrich, però, non si fece attendere: «Dopo di te, idiota…».

BLAM

Chana afferrò il fucile a pompa che teneva sempre carico sotto il letto e con un sol braccio esplose un devastante colpo contro Gerrard, che - sia pur senza un grido - stramazzò esanime a terra.

La Godrich era una bestia. Anche senza droga.

La sera successiva mi portò con lei sull’attico del nostro palazzo, da dove si dominava New Haven e tutto quel che ne rimaneva, dopo le devastazioni degli Zorb.

Mi confidò i suoi dubbi e mi disse che aveva bisogno di me.

Aveva costruito un impero e non voleva perderlo per niente al mondo. Malgrado il suo aspetto, era diventata vecchia e non avrebbe più avuto tempo di costruirne un altro.

Chana sentiva che qualcosa stava per accadere. Liberarsi di Wilker non sarebbe stato facile.

Perciò le suggerii di preservarsi: doveva studiare un piano di fuga, da mettere in atto qualora le cose fossero precipitate; doveva pensare solo a sé stessa; non era poi tanto vecchia; morire a New Haven sarebbe stato sciocco.

Mi rispose che aveva già pensato a tutto e che avrebbe portato con sé solo me e Roger; purtroppo, infatti - zuccone com’era - si stava riprendendo dalla botta di Gerrard.

Ero soddisfatto. Alla sorte chiedevo solo di togliermi di mezzo, una volta per tutte, quell’ingombrante damerino di Roger.

Ma c’era poco da essere ottimisti e ce ne accorgemmo ben presto.

Passarono un paio di giorni e la nuova alba portò un mucchio di guai: avevamo i federali alle porte…

«Maledetti!», Chana fu subito avvertita.

Ormai era finita, non rimaneva che tagliare la corda.

Chana era determinata a salvarsi e aveva già pronta una valigetta con le cose più importanti; non perdemmo tempo nel salire sull’attico, dove ci aspettava un elicottero; Roger sapeva pilotare, almeno questo lo sapeva fare.

Chana diede l’ordine di decollare e poco dopo ci alzammo in volo: tutto sembrava filare liscio, in pochi istanti avremmo detto addio a quei balordi dei federali, ma invece…

Qualcosa colpì la coda dell’elicottero e Roger perse il controllo del velivolo!

Stavamo per precipitare!

«Dannazione! Fai qualcosa, Roger!», Chana era furiosa.

Eppure non ci fu modo di riprendere quota.

Rimbalzammo contro la parete di un edificio e ci schiantammo rovinosamente sull’asfalto della strada sottostante; per fortuna il velivolo non prese fuoco, e riuscimmo a evacuare il mezzo quasi illesi, a eccezione di Roger, scaraventato fuori dall’abitacolo, che sembrava morto stecchito.

Finalmente…

Proposi a Chana di rubare una macchina e di andarcene, ma quella stupida aveva altre idee per la testa: sembrava intenzionata a far secco qualcuno prima di mollare tutto, forse voleva regolare un conto personale; con la valigetta e l’inseparabile fucile a pompa si nascose dentro uno stabile in rovina; non potei far altro che seguirla, era come invasata, furente per lo scacco subito.

Poco dopo riconoscemmo Tek Wilker mentre si avvicinava al relitto del nostro elicottero. Forse era stato lui ad abbatterci. Anzi, la pistola Zorb che impugnava ne era la conferma.

Vidi balenare uno sguardo assassino negli occhi di Chana, e fu già troppo tardi per cercare di fermarla.

Un attimo dopo la Godrich era su strada e fece fuoco…

BLAM

Wilker, però, aveva intuito la minaccia e teneva la guardia alta; Chana caricò di nuovo, urlandogli contro: «Crepa!», ma prima che potesse sparare, Wilker rispose al fuoco con la sua pistola Zorb…

FWOOMP

BLAM

Il fucile di Chana, d’inerzia, fece da eco alla pistola di Wilker.

Dall’uscio dello stabile, vidi una fiammata raggiungere la Godrich e lei cadere a terra, esanime, senza un grido.

Ero raggelato!

Era stata colpita in pieno; m’era sembrato addirittura di vedere un grosso buco formarsi di netto… come se Wilker le avesse aperto una galleria nella pancia!

Le pistole aliene erano micidiali, più devastanti di un fucile a pompa. Si diceva sparassero scariche di energia atomica. Quella di Wilker era una preda di guerra.

Il giustiziere lanciò un’occhiata a Chana, stesa a terra inerte, ma non si avvicinò: era morta stecchita!!

Io rimasi nascosto, ero frastornato e non mi aveva visto.

Feci bene, perché Wilker aveva sottovalutato Roger, che comparve silenzioso alle sue spalle e senza alcuna esitazione gli sparò nella schiena…

BANG

«Io la amavo, maledizione… lei era tutto per me!».

Un attimo dopo stramazzò a terra, come lo stesso Wilker.

Avevo campo libero. Per fortuna il giustiziere solitario non s’era portato appresso nessuno, e i federali, evidentemente, erano ancora impegnati presso il nostro covo.

Mi catapultai su Chana nella speranza di riuscire a rianimarla in qualche modo.

Volevo tentarle tutte prima di arrendermi all’evidenza che fosse morta, anche se sapevo che le pistole aliene erano fulminanti e aprivano buchi netti da passarci dentro un braccio.

Chana era ancora bella, benché stesa inerte a terra.

Mi soffermai con lo sguardo sullo spaventoso buco che la pistola Zorb le aveva aperto nella pancia: estremamente netto e profondo, una vera e propria galleria, e pur tuttavia quasi secco; la ferita sanguinava poco o niente; era chiaro che la devastante energia aveva bruciato la carne, cauterizzando le emorragie.

Provai a rianimarla con una buona dose di whisky; con me avevo sempre una fiaschetta d'acciaio.

Il liquore le colava ai lati della bocca.

«Chana… andiamo… sei forte come un bisonte… non puoi farti ammazzare così… andiamo…!».

«Coughh… coughh… fanculo…», le palpebre pesanti, lo sguardo confuso di chi emerge da un pestaggio…

Aveva funzionato!

Era stata paralizzata dallo shock, come dopo il contatto con un fulmine, ma il cuore aveva retto...

Era finita sulla sedia elettrica, anche senza processo, ma non l'avevano ancora fritta...

Il buco, però, era spaventoso e innaturale, e decisi di non farglielo vedere.

Mi tolsi la giacca e la ripiegai sulla ferita, facendole credere che servisse a tamponare il sangue.

Stava lentamente comprendendo di essere ancora viva, e al tempo stesso di essere volata all'inferno.

Neanche una come lei sembrava in grado di tenere sotto controllo una ferita come quella, dopo che un raggio atomico le aveva portato via, annientandolo, un intero blocco di carne...

Respirava male, il petto si alzava a fatica.

Un’enorme energia si era dispersa nel suo corpo, tutte le funzioni vitali erano stressate allo spasimo.

«Doug…», mormorò ansiosa.

«Chana… sono qui…».

«M'ha beccato...».

«Non dovevi esporti», per lei era finita, ma non potevo dirglielo.

I raggi Zorb diffondevano nel corpo radiazioni letali; i pochi che sopravvivevano allo shock e alle conseguenze immediate delle grosse ferite, se ne andavano nel giro di qualche settimana, a causa dei tumori che insorgevano aggressivi e si allargavano in fretta.

Ma intanto dovevo portarla via da lì alla svelta. L’ospedale era da escludere, per lei c’era la sedia elettrica, quella terrestre.

La zona era semidisabitata, i pochi passanti si facevano gli affari loro.

Adocchiai un’auto, la forzai, buttai giù il sedile anteriore e ci allungai sopra la Godrich; non dimenticai di prendere la valigetta, il fucile e la pistola Zorb di Wilker.

Quindi rimuginai in fretta dove portarla, tenendola sempre sotto controllo con la coda dell’occhio.

Anche lei uccisa…

«Doug… fermati...», era un ordine preciso.

Accostai l'auto.

«La valigetta…».

La aprii e gliela lasciai sulle ginocchia.

Avevo già capito cosa volesse fare, ma forse non era una cattiva idea, viste le sue condizioni.

Stava per aprire una scatoletta identica a quella che il dottor Zitov aveva consegnato a Gerrard.

Dentro c’era la droga aliena.

«Non l'avevo mai visto...».

«Cosa?».

«Il buco... di una pistola Zorb...».

Si era vista la ferita mentre io caricavo la roba in macchina!

Doveva essere parecchio scontenta.

Strinse nel pugno l'ovulo alieno.

Voleva dimenticare, non darsi forza.

Riposi la valigetta e pigiai il piede sull’acceleratore, lasciandola alla sua estasi.

«Non mi sono fatta niente... è bello avere un buco in pancia...».

Dopo poche miglia, passò alla fase successiva.

«Bastardo...! Muoviti! È tutta colpa tua... tua...!», e mi graffiò il braccio con le unghie.

Per fortuna subentrò il terzo e ultimo stadio.

«Sto male... Doug... sono finita... finita... Chana è finita... il tuo bisonte... è stato eliminato... come tutti gli altri…».

Intanto avevo raggiunto una clinica privata di nostra fiducia.

Mentre la portavano d’urgenza in terapia intensiva, non persi tempo a telefonare a un mio vecchio amico che lavorava per l’FBI; i federali avevano messo le mani su un mucchio di marchingegni e intrugli alieni, dopo la ritirata degli Zorb, e fra questi forse c’era un rimedio per le ferite delle armi a raggi.

Chana era in condizioni critiche, ma non in fin di vita, secondo i medici.

Presto avrei potuto parlarle.

Nel frattempo arrivò il mio amico Kit.

Ci eravamo conosciuti in guerra e certe cose contano molto, anche a distanza di anni.

Mi disse che ancora non se ne sapeva molto, ma che comunque - quel composto schiumogeno di provenienza aliena che aveva nella borsa - si pensava fosse una sostanza rigenerante per i tessuti disintegrati dalle armi a raggi.

«Proprio quello che ci serve, Kit! Forza, diamoci da fare…».

Chiamai l’infermiera e le dissi di eseguire le istruzioni del mio amico; stornai la sua espressione interrogativa con un bel centone e poco dopo la schiuma aliena fu applicata sulla ferita di Chana.

«Naturalmente potrebbero esserci degli effetti collaterali, trattandosi di una sostanza sconosciuta…».

«A quelli penseremo poi, Kit. Se Chana ci lascia la pelle, non dovrà preoccuparsi di alcun effetto collaterale».

La Godrich si stabilizzò in pochi giorni.

L’intruglio schiumoso di Kit si era rivelato un toccasana.

Rimaneva però da capire se fosse stato in grado di prevenire l'insorgere dei tumori, altrimenti inevitabili a causa della contaminazione radioattiva.

Chana rimase ricoverata in clinica, in una stanza privata, dove la facevo sottoporre continuamente a esami di controllo.

Purtroppo non passò molto tempo prima che l'ecografia - il nuovo strumento diagnostico - restituisse la presenza di una massa tumorale nell'intestino...

La schiumaccia aliena serviva per ricucire il buco, ma per assorbire le radiazioni gli Zorb usavano sicuramente altro.

Chana era spacciata!

In pochi giorni accusò tumori anche allo stomaco e al fegato, e tutti si allargavano in fretta. La situazione sarebbe precipitata in un paio di settimane.

Chana era depressa e irritabile.

Proprio non si dava pace.

E ormai doveva lottare giorno per giorno, se voleva rimanere viva.

Se si lasciava andare, era finita.

Le dava la nausea vedersi cadavere.

Mano a mano, però, che la fine le soffocava la gola e i tumori la invadevano, si fece prendere dal panico.

Chiedeva insistentemente droga aliena per tirare avanti.

Il colpo di grazia glielo diede la notizia che anche il pancreas era stato attaccato...

Era un sentenza di morte.

Ma lei voleva sapere tutto e controllava di persona.

Chiedeva sempre più droga, non le bastava mai.

Fui costretto di nuovo a rivolgermi a Kit.

I federali ne avevano un'ampia riserva.

Lei una valigetta imbottita di soldi.

Per la prima volta, incredibilmente, il fronte tumorale non si era accresciuto.

Questo dicevano le ecografie.

La diffusione era stata continua fino a quel momento.

Non avevo mai visto gli occhi di Chana così increduli.

E dopo una settimana, incredibilmente, il fronte tumorale cominciò pure a regredire.

A quel punto non avevo più dubbi.

Non era una droga, dunque. Ma una vera e propria medicina.

Ecco come si curavano gli Zorb.

Evidentemente, andava assunta solo in presenza di una contaminazione da radiazioni, altrimenti portava a gravi effetti collaterali, nei soggetti sani; salvo rare eccezioni, tra cui quella di Gerrard.

Fu così che Chana Godrich salvò la pelle, tornò dall'inferno e divenne - definitivamente - un UFO sulla terra.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

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GLI ULTIMI GIORNI DI XANTLICHA

di Salvatore Conte (2015-2017)

Il frastuono della battaglia si era spento e le urla di vittoria si mescolavano ai lamenti dei moribondi.

Quel giorno, Maxeden - la Campionessa di Yoros, possente e invincibile - aveva fallito.

Adesso la super amazzone era con le spalle al muro, o meglio, con la schiena appoggiata a un mucchio di cadaveri.

Ma ecco, attraverso il tumulto, farsi strada i capi del Tasuun: per prima, la Prostituta di Thasaidon, la grassa e oscura Chana, con le budella in mano...

Incornata dal Dio... come negli antichi sacrifici mortali...

Ma sempre forte della sua stazza...

Chana era rimasta in piedi e veniva a godersi il trionfo, propiziato dal suo stesso sacrificio.

Dopo di lei, ecco mostrarsi la Regina Xantlicha!

Corrotta e malata di potere, era considerata la più bella donna di Zothique.

Infine, dietro le due grandi puttane del Tasuun, si profilò l'immagine del negromante di corte, il potente Klarkash.

Anche in quell’occasione, più che mai forse sui campi impaludati di sangue, il fascino della Regina spiccava torbido: Xantlicha indossava un superbo mantello scuro, che si apriva su una velata, profonda scollatura, chiusa da una succinta tunica grigia, allacciata con una borchia centrale e gravemente appesantita dal petto magniloquente.

Contrastava netta, con quell’esuberante trionfo di carne, la sagoma esile del mago, scavata dalla negromanzia.

«Prendila viva», le suggerì. «La porterai in catene a Miraab e completerà il tuo trionfo».

«Preferirà morire».

«So io come convincerla».

Raccolto un cenno d’assenso, il mago si rivolse alla famosa guerriera.

«La Regina ti fa grazia della vita, Maxeden».

«In cambio di cosa?».

«Accetterai le catene e sfilerai con quelle per le strade di Miraab».

Ancor prima che il ghigno di repulsa dell’amazzone potesse compiersi, Klarkash proseguì perentorio: «Oppure i tuoi compagni superstiti verranno decapitati sul posto».

«Prima voglio vederli in salvo».

«Prima metti le catene».

Gli sguardi si incrociarono con la tempra delle spade che cozzano una contro l’altra.

L’impasse fu rotta dai soldati del Tasuun, che esplosero in grida d’allarme.

L’esercito di Yoros stava ricevendo rinforzi, le avanguardie colsero di sorpresa la stanca armata di Xantlicha.

La battaglia si riapriva.

«Uccidetela!», l’ordine stridulo della Regina.

Maxeden reagì prontamente, mulinando la pesante alabarda contro le lance che cercavano di infilzarla.

In breve prevalse il caos.

Non fu difficile per una come lei rompere l’accerchiamento, approfittando della confusione dilagante.

Lo scontro era ripreso, assordante e furioso.

Dalla sommità di un piccolo poggio, quasi lambita da una crescente fanghiglia di sangue e brandelli di carne, la Regina, il negromante e la sofferente Chana scrutavano la scena campale.

Xantlicha fremeva, sempre più preoccupata di finire intrappolata.

«Meglio ritirarci, Klarkash. La battaglia è persa.

Ma non finisce qui!».

Poco dopo, Xantlicha spronava il cavallo in direzione di Miraab, circondata dalla guardia personale.

L’imponente scorta non era però sufficiente a garantirle salva la vita, perché le frecce di Yoros fioccavano da tutte le direzioni.

Mentre si sentiva attraversare dal panico in tutta la sua florida carne, si piegò in due sotto il collo della bestia, nell’intento di esporre la minor parte possibile della sua invidiata sagoma.

Il terrore l’attanagliò fin quando non si tirò fuori da quel pantano d’incubo.

La battaglia stava sfumando alle sue spalle.

La via per la capitale - lastricata di tragiche ambizioni - era libera.

Era fuggita appena in tempo.

Lo smacco subito era comunque grande per la Regina del Tasuun, partita da Miraab con l’idea di espandere il Regno fino alla costa meridionale di Zothique, passando per la conquista di Yoros.

Il dolce sapore della vittoria era mutato beffardo in quello amaro e mortifero di una tragica disfatta, le cui conseguenze potevano implicare la sua rovinosa caduta.

Come se tutto ciò non bastasse, le condizioni di Chana - impalata dal Dio - si stavano aggravando.

Si era offerta in sacrificio per riscuotere l’appoggio di Thasaidon, ma si sperava potesse sopravvivere.

     

Sventrata dal corno maledetto, vegliata assiduamente da Xantlicha, lottava disperatamente per non lasciarsi andare.

Le pratiche tasaidiche di Klarkash la mantenevano a stento in vita.

Adesso, però, l’agonia si era fatta insostenibile anche per una come lei.

«Xantli... non manca molto… non allontanarti…».

«Non dire sciocchezze, Thasaidon non ti abbandonerà…».

Frustrata, scolorita in volto, a corto d’aria, le braccia larghe per la disperazione, la sventrata era in seria difficoltà e - come affermato da lei stessa - non sembrava averne ancora per molto.

«Faccio chiamare Klarkash. Ti darà qualcosa per andare avanti».

Nel frattempo, Maxeden riordinava le fila di Yoros.

Xantlicha, la potente Regina del Tasuun, sebbene al momento indebolita, con la sua irrefrenabile ambizione rappresentava una costante minaccia per il Regno della costa meridionale.

Bisognava quindi infliggerle il colpo di grazia, soffiando sul fuoco del malcontento, che si era riacceso dopo la recente disfatta.

Da parte sua, Xantlicha sfruttava il torbido fascino per lusingare il popolaccio, mostrandosi spesso in piazza, languida e bisognosa di sostegno. Prometteva grandi riforme, ma intanto tartassava sempre di più i sudditi - adducendo a pretesto le spese di guerra - tenendoli soggiogati attraverso un capillare apparato repressivo, messo crudelmente a punto dall’implacabile Klarkash.

In mezzo a tutto questo, però, Maxeden era ormai giunta alle sue porte.

Alla testa di un vasto esercito, rinforzato da mercenari e regni alleati, la gigantesca amazzone intendeva assestare la spallata decisiva al vacillante potere di Xantlicha.

Correva voce che la Regina potesse essere rovesciata da un momento all’altro.

E che stesse preparando la fuga, per sottrarsi alla morte.

Al momento aveva indetto un comizio dai bastioni della Ziqqurat, la Porta sacra della città di Miraab, monumentale struttura attraverso cui gli Alti Sacerdoti del Regno potevano intercedere presso gli Dei di Zothique.

La maestosa costruzione era stata eretta sul modello di quelle originarie, antichissime e mitiche, anteriori perfino alla sommersione dei continenti.

Ciò era stato fatto in seguito al terrificante terremoto che aveva raso al suolo la città. Da allora, forse soltanto per caso, Miraab non aveva più sofferto una sventura tanto catastrofica.

La Regina dominava la folla dal livello intermedio della Ziqqurat, sospesa tra cielo e terra.

Dopo una lunga tirata, prese a scendere con movimenti studiati i numerosi scalini che l’avrebbero ricongiunta al suo popolo.

Era quanto mai discinta, torbida e scollata, tesa a solleticare gli istinti più propriamente bassi dei suoi sudditi.

Da Regina, però - secondo antichissime tradizioni appartenenti alle ere del sole biondo - tutto le era concesso. Non esistevano distinzioni tra sfera privata e pubblica. Agiva dunque come una volgare bagascia, ma rimaneva pur sempre una prostituta sacra, perché - da sovrana del potente Tasuun - più vicina agli dei che ai mortali, sciolta da ogni condotta morale comune e sempre giustificata dall’unico dovere di assicurarsi il favore delle Signorie Infernali.

Nella massa si raccoglieva la volontà divina. E lei - pur disprezzandola di tutto cuore, dall’alto della sua aristocratica protervia - lo sapeva. In Xantlicha l’antico sangue non si era del tutto annacquato. Al di là della sua folle e crudele ambizione, esisteva un disegno che non apparteneva alle ere del sole scarlatto.

Era, in ogni caso, il suo ultimo azzardo prima del tracollo definitivo.

Maxeden era tanto vicina da poterla ascoltare con le proprie orecchie.

Si fermò a dodici gradini da terra.

«Quei cani là fuori si sono riuniti contro di me, per darsi forza con il numero! E non con il coraggio!

Perché sono dei cani!

Ma io ho ancora molti uomini pronti a morire per me!

E altri pronti a morire ancora una volta!».

La risata tasaidica e quasi isterica della Regina fu coperta da un coro d’esultanza, disturbato da mugugni di disapprovazione.

«E se non basteranno gli uomini… allora ci penserà un dio!

Sì, il Grande Uccello Sacro del sole biondo verrà a prendermi e condurrà alla vittoria il Tasuun!».

Parole ambigue e quasi deliranti, che suscitarono curiosità e morbosa frenesia.

Klarkash le aveva promesso un’arma segreta.

Xantlicha completò i gradini e raggiunse la terra e la massa, concludendo il comizio facendosi palpare dalla folla festante, confortata dal pensiero che la sua polizia avesse perquisito tutti i presenti, oltre ad essere distribuita in forze tra gli stessi.

Era un vero e proprio rito, un abbraccio erotico collettivo, ma anche un atto politico. La Regina ne aveva bisogno per riaffermare il proprio potere sui sudditi; questi venivano infervorati da un tangibile contatto altrimenti impossibile, predisponendosi a vedere sotto altra luce le difficoltà quotidiane.

L’esorbitante bellezza di Xantlicha trafisse il popolo come una spada il burro, riassorbendo le frustrazioni tra sorrisi e baci.

Quando la Regina si lasciava andare in quella maniera, i suoi sudditi erano disposti a perdonarle tutto, e qualcuno anche a morire per lei.

Per la massa, inoltre, il rischio di passare dalla padella alla brace era sempre concreto.

Insomma Xantlicha era ancora in sella e cercava di spaventare i suoi nemici. E in più sembrava disporre di un’arma segreta, il Grande Uccello Sacro.

Poteva essere una semplice metafora dell’auspicato, nuovo, più intenso e intimo rapporto con il proprio popolo, oppure un volgare bluff da tiranno in caduta libera; ma poteva anche essere una cosa seria.

E la funesta presenza del negromante di corte, che controllava la scena come un avvoltoio, non consentiva di escludere l’ipotesi più terrificante.

Il regime di Xantlicha era da tempo fondato sulla paura, la morte e la repressione; se a ciò si aggiungevano i sobillatori di Yoros, non doveva sorprendere che la contestazione si facesse sempre più sfrontata.

«LAMIA!LAMIA!LAMIA!

Puttanaccia assassina, le tue ore sono contate!

LAMIA!LAMIA!LAMIA!».

Urla e cori giungevano dall’angolo della piazza ove si erano assembrati i suoi detrattori, convinti che la protesta potesse propagarsi.

Gli occhi irati di Xantlicha si spostarono sulla torva figura di Klarkash - quel giorno coronata di strane piume - come a volerla incenerire.

Il negromante, però, non sembrava affatto turbato.

Con un secco gesto della mano impartì un ordine alle guardie.

Uno dei grandi portali in legno di cedro della Ziqqurat si dischiuse con lugubre stridore di cardini.

Lentamente, dall’ombra, emerse una figura d’incubo.

Non era una metafora e non era un bluff.

Alto come una giraffa, l’orrendo scheletro animato fu visibile a tutti.

Probabilmente nessuno, in quel momento, notò che alla base del collo era legato un seggiolino, come se il gigante d’ossa potesse essere montato.

Il panico si propagò molto più velocemente di qualunque forma di protesta.

La folla premeva sulle guardie per uscire dalla piazza.

Rimasero soltanto quei pochi in cui la curiosità fu più forte della paura.

E rimasero anche, obtorto collo, quelli che avevano insultato la Regina. Da quel lato le guardie non permettevano di defluire dalla piazza.

Xantlicha, raggiante, si affrettò a raggiungere Klarkash sugli spalti della Ziqqurat.

E come fosse lei a condurre il gioco, alzò la mano per impartire un ordine.

Lo scheletro bestiale, in realtà, rispondeva unicamente al negromante.

Da tempo ricercatore di ossa, Klarkash aveva rinvenuto nei deserti del Tasuun i resti del mitico Quetzalcoatlus.

Era una sorta di gigantesco airone, con un becco lunghissimo, quasi quanto il collo.

Un vero mostro, terrestre e volatile insieme.

A terra camminava su quattro zampe, ripiegando le ali e utilizzandone le estremità come arti aggiuntivi; un prodigio della natura senza rivali.

La sua supremazia doveva essere così assoluta, negli arcani tempi del sole biondo, che le sue prede dovettero scarseggiare, portando lui stesso all’estinzione.

Una lezione importante, anche per una Regina.

Adesso, poi, lo scheletro del Quetzalcoatlus aveva la mente di Klarkash, sempre avida di sangue e morte, e rispondeva fittiziamente agli ordini di Xantlicha, irata e spaventata.

Il Grande Uccello Sacro si avventò con furia indicibile e innaturale verso il gruppo dei contestatori, facendoli a pezzi in pochi istanti.

Ne venne risparmiato uno solo, affinché potesse comunicare il terrore agli altri sobillatori, prezzolati da Yoros, rimasti eventualmente nascosti.

Per consumare i quarti, vennero chiamati cani da tutta la città.

Quindi, suscitando altra meraviglia, l’Uccello prese a correre su due zampe e si alzò in volo verso la sommità della Ziqqurat, appollaiandosi sul livello più alto.

Il negromante fissò allusivamente la Regina e le porse la corona di piume iridate.

Xantlicha vinse in fretta la propria riluttanza e sciolse l’angoscia in un sorriso forzato.

Sostituì alla propria la stramba corona del negromante e si indirizzò alla folla - ormai rientrata nella piazza - alzando le braccia al cielo con gesto trionfale.

Dopo aver raccolto l’acclamazione della massa, salì i gradini che conducevano alla vetta.

In quel momento rimpianse di non essere fuggita attraverso i segreti cunicoli che dalla Ziqqurat si diramavano in ogni direzione.

Ma ormai era troppo tardi.

Soltanto il pensiero che Klarkash, forse, avesse ancora bisogno di lei, le diede il coraggio di proseguire.

Giunse infine alla cima, quasi paralizzata dalla paura; le sembrò di ripiombare nella follia che l’aveva colta dopo l’incontro d’incubo con l’orrida lamia sorta dall’amore disperato di Ilalotha; una follia che aveva lentamente assorbito e che l’aveva resa più cattiva e più forte.

Era stato lo stesso Klarkash a curarla, almeno in parte. Così era nato il loro sodalizio.

L’aveva condotta sulle ossa di Salkon e qui aveva evocato i mani dello stregone - a suo tempo inascoltato - che neanche il Lete aveva sopito.

La voce oltretombale la ammonì a essere spietata, a piegare la terra sotto di sé, a ringiovanire il sole, bagnandola nel fuoco fatuo e forgiandone la paura in crudeltà.

La bestia si piegò su un fianco.

L’invito era esplicito: poteva salire.

Le ossa scarnificate del Grande Uccello Sacro rappresentavano gli ultimi scalini della Ziqqurat, prima di toccare il cielo.

Il seggiolino era perfetto, sembrava fatto apposta per lei; questo particolare la rincuorò moltissimo.

Notò la presenza di cinghie. Le strinse in fretta, una in vita, l’altra obliqua sul petto.

E fece molto bene, perché un attimo dopo il mostro si lanciò nel vuoto planando sopra i tetti di Miraab e guadagnando via-via quota a cerchi concentrici verso il sole scarlatto che stentava a riconoscere.

Il Grande Uccello sorvolò il campo dei nemici, creando immediato allarme e scompiglio generale.

Dall’alto pioveva la risata eccitata di Xantlicha.

Dai più temerari furono scoccate frecce, ma il mostro si era ormai portato a distanza di sicurezza, reagendo immediatamente alla sensazione di pericolo della conduttrice.

Durante il volo, la Regina si accorse che nelle tasche della sella c’erano delle piccole urne di metallo, separate tra loro e molto ben legate.

Si domandò subito a cosa potessero servire e - quasi d’incanto - si diede una risposta che le piacque moltissimo.

Desiderò ritornare verso gli accampamenti di Maxeden e l’Uccello la accontentò.

Giunta sopra le tende nemiche, le sembrò perfino di distinguere la gigantesca amazzone.

Fu allora che lasciò cadere una di quelle urne.

Pochi attimi dopo fu udito un roboante fragore; e con la coda dell’occhio colse soddisfatta una piccola colonna di fumo che saliva al cielo dal luogo dell’impatto.

La risposta che si era data era quella giusta.

Ripensò a quando Klarkash le aveva accennato a certi suoi esperimenti.

Il negromante stava studiando il modo di far sprigionare un fuoco improvviso e violento da un’urna riempita di sabbia nera, raccolta nei pressi di un vulcano spento; le urne detonanti, imbottite di aculei ferrosi, avrebbero sparso morte e terrore fra i nemici del Tasuun.

Evidentemente c’era riuscito.

Nel ripassare sopra il campo nemico, Xantlicha notò con soddisfazione una gigantesca sagoma imbrattata di sangue, attorniata da numerose altre figure: non poteva essere altri che Maxeden, la grande amazzone di Yoros.

Con ogni probabilità era stata investita dall’urna detonante e dai suoi frammenti di ferro.

C’era concitazione intorno a lei, doveva essere ferita molto gravemente, e forse addirittura colpita a morte.

C’erano altri corpi sparsi a terra in quel punto, ma di loro non si occupava nessuno. Dovevano essere cadaveri.

Xantlicha fu tentata di lasciar cadere un’altra urna.

Ma alla fine si trattenne.

Un nemico è indispensabile per chi voglia soggiogare i propri sudditi.

Le prede vanno abbattute un po’ per volta, come facevano i leoni del Tasuun.

E poi avvertiva una sensazione di pena per lei, e non di odio.

Forse perché, oltre a essere una guerriera, era anche una bella donna, e a Xantlicha piacevano le cose belle.

Anche se grassa, quasi mastodontica, Maxeden era una potente amazzone, bella e femminile.

E Salkon l’aveva ammonita a ringiovanire il sole.

Le era nemica fra gli uomini, ma alleata fra gli dei.

Non avrebbe infierito, dunque.

Maxeden aveva lottato all’ultimo sangue contro la grande Regina del Tasuun, che alla fine l’aveva sconfitta; un semplice morto si dimentica in fretta, un’amazzone agonizzante resta nel mito; gli scribi di Yoros ne avrebbero raccolto le ultime parole, magnificando lei e chi l’aveva battuta.

Tutti comunque avevano visto il suo enorme potere. Era soddisfatta.

Desiderò tornare e la bestia la accontentò.

Il giorno dopo, gli abitanti di Miraab si erano messi in coda per arruolarsi nell’esercito.

Lo spettacolare ritorno della Regina, a cavallo del Grande Uccello, aveva sbalordito la folla e sedato ogni malcontento.

Chi non pagherebbe tributi a una regina protetta dal cielo e dall’inferno?

Anche il fronte esterno, d’altra parte, si era gravemente incrinato.

Maxeden non aveva le ali, si diceva.

E inoltre agonizzava disperata, con molte schegge di ferro che le avevano spappolato le carni possenti.

I migliori chirurghi erano accorsi al suo capezzale per cercare di prolungarle la vita.

Se Maxeden era in fin di vita, nonostante la sua eccezionale tempra, per la sua armata era notte fonda.

Gli alleati di Yoros considerarono conclusa la campagna e si ritirarono.

L’equilibrio di forze tra i due regni si era ricomposto.

Tanto sangue e molti morti, ma nessun trionfo fra gli uomini.

Soltanto la morte aveva trionfato sui campi del sole scarlatto.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

NON C’È SCAMPO A PALMIRA

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2015-2017)

Boston, la città dei Puritani, ai tempi dell’ISIS.

Chana Godrich è al telefono, su una linea protetta.

Cinquant’anni sfondati, imbolsita al punto giusto, burrosa e ben tornita, corpo e vita da bagascia di lusso.

«Allora… sputa il rospo, John».

«So che hai bisogno di soldi, Chana».

«E a chi non servono i maledetti soldi?».

«Però a te servono parecchio. Devi rientrare da un grosso buco.

Oppure i buchi li faranno a te».

«Sei bene informato, come sempre.

Vai avanti».

«Hai già fatto qualche buon lavoretto, hai l’esperienza giusta per il salto di qualità».

«Tu chi rappresenti in questo momento?».

«Nessuno. Come sempre. Solo me stesso. Sono un free-lance. Uno che lavora sodo e che sta potenziando la propria rete».

«Puoi risparmiarmi queste cazzate».

«Quello che ti propongo non è una cazzata».

«E cosa mi proponi, dunque?».

«Tra una fottuta e l’altra, avrai sentito parlare dell’ISIS».

«ISIS… non si parla d’altro…».

«C’è qualche limitato rischio da gestire, ma la paga è buona. 10.000 dollari al mese, esentasse, più le mance. Conto svizzero cifrato a doppio beneficiario. Lo intesti a chi vuoi tu».

«Così se ci rimetto la pelle…».

«Il rischio fa parte del mestiere, ma è un rischio calcolato e tenuto sotto controllo».

«Dovrò usare armi?».

«Solo il tuo corpo, Chana.

Entrerai nell’ISIS e lavorerai per loro, nella loro intelligence, con uso limitato di armi convenzionali e uso massiccio di te stessa».

«Se tu pensassi davvero quello che dici, saresti venuto a trovarmi in questi mesi…».

«Ero fuori, come lo sono tuttora».

«Tu sei sempre fuori…

Però… una donna mezza occidentale come me… come fa a entrare nell’ISIS?».

«Tu non ti preoccupare. Una donna come te entra bene dappertutto.

Farai un lavoro sporco, Chana.

Allora… ci stai?».

«Molla l’anticipo e ci sto».

«Niente buchi, bella. Avrai i primi soldi a Palmira, da uno dei miei. Noi ci vedremo fra tre mesi, alla tua prima licenza. C’è da lavorare sodo».

«Parli come un militare».

«Non mi chiedi dov’è Palmira?».

«E che importanza ha? Sarà sicuramente un buco di merda».

«Non c'è posto più bello al mondo, ma tu lavorerai in un buco di merda, su questo hai ragione».

«Bando alle stronzate, quando si parte?».

«Adesso. Chiamati un taxi e raggiungi l’aeroporto. Non portarti niente, non dire niente a nessuno».

«Abbiamo tutta questa fretta?».

«Il tempo è denaro, Chana. E per te è anche la vita.

Ti consiglio di muoverti, se non vuoi ritrovarti con un’indigestione di piombo sullo stomaco».

«Non sono a questo punto».

«Tu lo credi. Lo credono tutti prima di ritrovarsi con un’indigestione di piombo sullo stomaco».

«Sei il solito stronzo, John. Se attacchi, chiamo un fottuto taxi».

Palmira, la città di Zenobia, ai tempi dell’ISIS.

Chana Godrich è al telefono, su una linea protetta.

Una squallida baracca della periferia, “da Zenobia, drink imperiali”, scritto in arabo con una bomboletta spray.

«Allora, hai capito?».

«Ma Cristo Santo! Non potresti venire qui a farmelo vedere?».

«Non bestemmiare... sei dell'ISIS.

Piacerebbe anche a me fartelo vedere, lo sai. Però adesso non posso, sono fuori, arrangiati da sola, non è complicato».

«Sì, come no. Almeno possiamo ripetere?».

«Devi assumere l’antidoto, fiala verde di colluttorio per la gola, non prima di 72 ore, non dopo 72 ore».

«Non si può dire tre giorni?».

«Come vuoi. Non prima di 120 minuti, ti cospargi le labbra di veleno, fiala rossa di disinfettante. Inodore, invisibile, inconsistente. Questo ti evita di invitarlo a bere, cosa che suscita sempre qualche sospetto».

«Quelle labbra?».

«Quelle, certo, non penserai che venga fin lì per baciarti in bocca, no?».

«No, certo. E questo veleno è tanto potente da…».

«Basta il minimo contatto e penetra nei tessuti e poi nel sangue e infine arriva al cuore. Senza antidoto è fatale».

«So che te l'ho già chiesto, ma sei proprio sicuro che l'antidoto funzioni?

Non vorrai perdermi, spero...».

«È la tua migliore garanzia, Chana.

Se non sei stupida, e non lo sei, lo sai».

Una pausa imbarazzata.

«E se mi crepa a letto?».

«Non è possibile, a meno che non muoia d’altro.

L’obiettivo non morirà subito. Il decesso interviene tra i quattro e i sei giorni. Sembrerà un normale infarto, prodotto dallo stress o da fattori imponderabili».

«Ora ripassiamo come non sbagliare obiettivo. Dovermi ripetere sarebbe molto pericoloso».

«Hai ragione, brava. Gli ufficiali di Assad, ma tutti i siriani in genere, sono molto sospettosi, e in qualche caso si fanno sostituire dai loro sosia. Ora, nel nostro caso, ciò lo priverebbe di un piacere insostituibile, quindi la ritengo un'eventualità improbabile. Comunque, per non sbagliare, devi prestare attenzione a un particolare tic dell'obiettivo: si tocca spesso l’orologio. Le anomalie del comportamento sono gli aspetti più caratteristici di un individuo. Nessun sosia sarebbe così meticoloso da imitare un dettaglio di questo tipo, neanche se lo conoscesse, perché l'attenzione è tutta sulla somiglianza fisica, e il sosia - per non tradirsi - cerca di farsi notare il meno possibile; inoltre il sosia stesso non ha interesse nel ricercare un'identificazione troppo perfetta, perché chi rischia la pelle è lui».

«Per me queste cose sono troppo complicate, John. Io fotto e basta, lo sai. L'obiettivo si tocca spesso l'orologio. Solo questo ho capito.

Okay, ripassata la lezione».

Sette giorni dopo, o forse quindici, in nessun luogo certo, non si sa come.

«Avanti».

«Sono Ragno, perso contatto con Zenobia, chiedo ausilio».

«Ausilio concesso. Zenobia terminata.

C’è rimasta secca...».

«Immaginarsela secca… è piuttosto difficile.

Modalità della liquidazione disponibili?».

«Indigestione di piombo. Liquidata da operazione di livello superiore».

«Stronzate! Era il mio agente di punta…».

«Non ti scaldare, Ragno. La tua tela è fragile, lo sai».

«Il corpo?».

«Da crocifiggere alla consegna».

«Ci pensa UPS?».

«Negativo. Corriere interno. Consegna in ritardo».

«Uno sciopero?».

«Negativo. Merce non dichiarata alla dogana».

«Ispettori doganali ostili?».

«Positivo».

«La carcassa se l'è presa Assad?».

«Verifiche in corso».

«Dogana?».

«Palmira, M20».

«Strada per Sukhnah?».

«Positivo».

«Paggetti di Zenobia?».

«Terminati».

«Sono in zona, Olimpo. Disponibile a facilitare consegna corpi da crocifiggere. La bagascia e i due ladroni».

«Disponibilità autorizzata, Ragno. Codice Z2».

Tre ore prima, o forse tre ore e otto giorni.

La bagascia sembra inquieta, la camicetta sbottonata fino allo stomaco, le tette che sciacquano libere all'interno. Cammina intorno alla branda, nella sua baracca, come se qualcosa non andasse. Spera che la serata sia ormai finita: l’incremento delle tariffe dovrebbe produrre i suoi effetti, diminuendo il PIL e aumentando i prodotti fatti e consumati in casa.

Il lavoro che contava davvero è stato eseguito a regola d’arte e ha dato i frutti sperati.

Fuori ci sono i due uomini d’appoggio forniti dalla rete.

Un sibilo sinistro seguito da un rumore sordo attira la sua attenzione.

Qualcosa non va.

Stavolta il sibilo sinistro e il rumore sordo sono intervallati da un grido soffocato.

Qualcosa non va davvero.

La bagascia spegne la luce e si nasconde dietro un telo di nylon, uso doccia, che appeso a un filo volante insieme ad altri panni e stracci bisunti, forma un rozzo separé nella sua topaia alla periferia di Palmira.

Abbranca il mitra e si prepara a usarlo.

Se sono banditi comuni, vedranno che c'è poco da prendere.

Se sono dei ficcanaso, non si farà prendere tanto facilmente.

Le luci esterne, però, filtrano nella baracca e la sua silhouette, non proprio filiforme, tradisce la sua massiccia presenza.

Uno degli intrusi guarda l’arma del compagno e questi cambia posizione al selettore di tiro.

PFTUM

PFTUM

PFTUM

Non sono banditi comuni.

Non sono semplici ficcanaso.

Il kalashnikov ha sparato a colpi singoli: forse un segno di galanteria, forse perché il corpo dell’obiettivo serve il più possibile integro, per una seconda morte spettacolare da offrire al pubblico.

Tre colpi di kalashnikov, comunque, sono tanta roba anche per una come lei.

È una doccia di piombo, Chana Godrich...

RAT-RAT-RAT

Lei il selettore, non essendo una gran tiratrice, ce l'ha a colpi multipli.

Parte una raffica, ma il mitra si è già staccato dalla mano: con tre palle in corpo è diventato troppo pesante.

La Godrich si aggrappa disperatamente al telo e ci barcolla invischiata dentro, intonando un lugubre mugolio.

La situazione precipita in pochi attimi: avvolta nel telo come in un sudario, il volto impresso nel nylon, lo trascina di peso con sé, distaccandolo dal filo volante, abbattendosi al tappeto...

La bocca spalancata per lo shock e la sorpresa, gli occhi fissi sugli scarponi dei sicari.

Fissi e immobili...

Le mani ancora aggrappate al telo, serrate strette, come ad attaccarsi all’ultimo spasimo di vita.

«Più facile del previsto: non se l'aspettava, ce l'ha scritto in faccia», dice l’intruso che ha sparato.

«Una puttana pensa di tenere tutti per le palle.

Portala via con tutto il telo, sporcherà di meno».

«Gran donna, però…».

«Niente commenti», c'è del malcelato orgoglio femminile nella risposta.

«Okay, okay…».

I tre corpi vengono caricati su un pick-up.

Due membri del commando salgono davanti.

Il terzo, quello che ha stroncato la bagascia, sale dietro, accanto a un M60, occultato sul fondo del cassone.

Tutto fila liscio fino all’imbocco della M20, la strada per Sukhnah.

Qui spunta un posto di blocco dell’esercito regolare.

I documenti sono a posto, le armi potrebbero essere giustificate, ma i tre cadaveri non hanno la bolla d’accompagnamento.

C’è anche un autoblindo, non si può forzare la mano.

Testacoda e via, si ritorna dentro Palmira.

Urla concitate, tra cui spicca un timbro femminile, e pochi attimi dopo le prime raffiche.

Due jeep dell’esercito di Assad vanno dietro al pick-up.

«Taglia per gli scavi», dice il capo all’autista.

Gli scavi sono quelli della città antica, la Palmira romana dell'Imperatrice Zenobia.

Si va sullo sterrato adesso.

Issato sulla sponda posteriore del pick-up, l'M60 è un'ira di dio: la prima jeep di Assad va fuori controllo e si ribalta.

Il secondo fuoristrada si stacca, poi si rifà sotto... anche il kalashnikov fa male: una pallottola prende in fronte il terzo uomo del commando, che si accascia a peso morto sulla sponda posteriore, sbragandola e rotolando a terra.

«Fanculo! Hanno fottuto Mike…».

Il capo del terzetto, che è una bella donna, infila il suo kalashnikov nel lunotto del pick-up.

E spara.

Le gomme stridono, l’inseguimento procede a folle velocità tra le colonne romane, l’ombra di Zenobia si proietta ovunque nella notte illuminata dalla luna.

«Attento adesso... buttati dentro la colonnata!».

Con una curva quasi ad angolo retto, l’autista del pick-up riesce a passare senza danni sotto l’arco trionfale che apre l’imponente via colonnata, maestoso resto della città morta.

La jeep di Assad, invece, rallenta e curva come se ci fosse un semaforo. L’autista non se l’è sentita di sbattere contro l’antica struttura romana. Forse una sorta di deferenza nei confronti dello spirito di Zenobia, il quale - si dice in Siria, anche fra i musulmani - aleggi ancora nella sua città, dispensatore di morte per le offese e di vittoria per gli arditi.

Il pick-up si avvantaggia, ma poco dopo è di nuovo a tiro.

Ha una ruota a terra e la jeep accorcia le distanze.

Al comando c'è una leonessa di Assad, un ufficiale dei reparti femminili, con il grado di tenente.

Il parabrezza del fuoristrada è piegato sul cofano, la leonessa ruggisce a colpi di kalashnikov.

«Ahhh-ahhh-ahhh…!!», un grido impressionante dal cassone del pick-up.

Il cadavere di Chana Godrich raccoglie il piombo della leonessa e impreca di rabbia e disperazione.

La bagascia ha riassaporato un barlume di vita, evidentemente.

Gli scossoni prodotti dall'inseguimento a tutta velocità l'hanno rianimata.

Ma ora Zenobia passa tragicamente di male in peggio...

Serata maledetta, Chana Godrich...

«Che cazzo…?!», esclama il capo del commando in fuga.

Quando realizza, esplode in faccia al compagno: «La bagascia non era morta!

Se sei viva, spara, dannata puttana!», la donna al comando afferra il kalashnikov dell'autista e allungandosi dietro, attraverso il lunotto, lo mette sottobraccio alla bagascia rediviva.

E Zenobia - mentre maledice John - spara davvero. Non se lo fa ripetere. Coglie l'attimo. Nonostante la sorte avversa e i nuovi colpi incassati, che la condannano, la voglia di reagire è troppo forte. Il cuore regge, i polmoni pure: si porterà qualcuno all'inferno.

Adesso sono due kalashnikov contro uno. E in più c'è la rabbia di Chana.

Gli effetti sono devastanti.

La leonessa sembra rimbalzare più volte contro lo schienale del sedile, raggiunta da diversi colpi; l'autista si accascia sul volante.

La jeep parte per la tangente, ma la tenente è ancora reattiva: raddrizza la guida appena in tempo e si impadronisce del volante.

Il fuoristrada è passato in mezzo ai ruderi senza fare o ricevere danni, come guidato da una mano invisibile.

La leonessa, come una belva ferita, moltiplica le forze e si rifà sotto.

Anche il pick-up sbanda paurosamente; l’autista, infatti, guida con la testa dentro il volante.

È andato, ha un proiettile nella nuca.

Il kalashnikov della leonessa, infatti, oltre all'insolito potere di risvegliare i morti, ha pure quello, molto più comune, di ammazzare i vivi.

Il capo scarica l'autista: con un calcione lo sbatte contro lo sportello, che cede per l’urto, evacuando il corpo; poi si butta sul volante e raddrizza il mezzo appena in tempo per evitare l'irreparabile.

Intanto Chana spara ancora.

La jeep di Assad non ha più un autista.

La leonessa si è accasciata sul sedile, colpita ancora, o allo scopo di sottrarsi ai colpi.

Fatto sta che il fuoristrada è fuori controllo, sbanda, si perde nella notte.

Non c’è più bisogno di correre.

C’è il tempo di passare dietro e congratulare la non-morta, dopo averle tolto il kalashnikov...

«Sei una fottuta troia… non eri morta…?».

«As...pet...ta…», balbetta la bagascia, temendo di essere liquidata.

«Tranquilla... ti sei conquistata il diritto a morire delle tue ferite, Zenobia, Chana, o come diavolo ti chiami. Sei stata brava, hai fatto fuori quella iena...».

La mette seduta contro l'angolo del cassone e le conta i buchi.

Sono nove...!

Tutti di kalashnikov e tutti in pancia, intorno all'utero, quasi a punirla delle sue nefandezze.

«Hai una resistenza bestiale, Chana.

Io e te non siamo molto diverse. Ci sono soltanto nove buchi di differenza...».

«Chi è stato… a fregarmi…?».

«Adesso vuoi sapere troppo».

«Portami… al tuo livello…».

«Ti aspettano per crocifiggerti, Chana».

«Ammazzane un’altra… al posto mio… intanto… i due ladroni… li hai trovati…».

«È una battuta facile, vecchia troia; ma la prescelta sei proprio tu».

«Non mi lasci... scampo... allora...».

«È il piombo che non te lo lascia».

Quasi per caso, a quella battuta la Godrich comincia a tremare.

«Se ti abbottoni... sentirai meno freddo».

«Anche tu... non scherzi...», le scollature sono molto profonde.

«Sei stata brava con quel kalashnikov.

Sei un puttanone, Chana.

Sono rimasta delusa quando ti ho visto cadere giù, stecchita, addosso a quel telo schifoso. Credevo non sarebbe stato facile».

«Lo shock… lo shock... è stato enorme…».

«Forse c'è dell'altro… una pallottola deve aver raggiunto la spina dorsale e ti ha gelato… le gambe, le muovi?».

«No... non le sento...».

«Te l’ho detto».

«Io non capisco… perché… mi hanno... fatto fuori…».

«Neanch’io, se può consolarti».

La bagascia abbassa lo sguardo sul camicione bianco, inzuppato di sangue.

Come fosse uno spettacolo sconcio, incrocia gli avambracci sulla pancia, a nascondere i buchi che la condannano.

«Non posso fare molto per te, Chana.

Solo chiedere una sospensione.

Reggiti…».

La donna torna alla guida e muove il pick-up fino a un'antica costruzione, praticamente integra.

Forza l’ingresso e scarica la bagascia all’interno, mettendola seduta contro la parete.

«Mi vuoi fregare… vero…?», la Godrich non si fida.

«Niente affatto. Non c’è posto migliore di questo per far calmare le acque: qui non si può bombardare e nemmeno sparare troppo, a meno che non si sia autorizzati molto in alto.

Qui siamo nel gran frullatore della storia: sembra l’Egitto, ma anche Pompei, e c’è perfino un castello medievale appollaiato su una rocca, degno di Conan il Barbaro.

Non manca davvero nulla.

Questo è il Tempio di Baal. E solo un dio, ormai, può salvarti».

«Ci verranno… a cercare…».

«Buona…

Non dopo questo messaggio, fottuta troia».

Altrove, ma non troppo.

Ragno si muove in fretta. Ha portato con sé delle fiale, lui è un esperto di fiale.

Due in particolare: una di ReaniMAX e una di AlmoD.

La prima contiene plutonio, che in concorso con un defibrillatore potenziato, non omologato, è in grado, sotto circostanze favorevoli, di rianimare cadaveri “freschi di giornata” (fino a 24 ore dall’avvento della morte); le funzioni cerebrali rimangono compromesse, ma la casistica tende a sopravalutare la qualità delle funzioni stesse in costanza di vita; il rianimato, inoltre, deve affrontare due tipi di criticità: il persistere delle lesioni, ovvero delle cause di morte, che vanno quindi prontamente risolte; la contaminazione radioattiva da plutonio, che sfocia inevitabilmente in tumori aggressivi e fatali. Pur tuttavia, questo sistema, quando funziona, consente la rianimazione di un cadavere non troppo morto; nei casi più fortunati, il cervello riprende a funzionare in maniera accettabile e può essere rieducato; si stima inoltre che la sopravvivenza al cancro possa essere estesa fino a dieci anni dalla rianimazione: in tal modo si arriverebbe a offrire un decennio di pseudo-vita a un soggetto clinicamente deceduto.

Giuridicamente, nei rapporti riservati, il rianimato è definito un semivivo e il suo livello di autonomia assimilato a quello di un vivente mai morto con problemi mentali; altri propongono la classificazione di moribondo deambulante in condizioni stabilizzate; le dichiarazioni di nascita e di morte sono doppie; per l’ordinamento giuridico, sia pure segretato, entrambi gli eventi sono ancora un fenomeno istantaneo, legato essenzialmente ai battiti del cuore, rilevabili da apparecchiature convenzionali.

L’altra fiala nelle zampe del Ragno contiene AlmoD, una complessa sostanza (con somatostatina concentrata a rapido assorbimento) che riduce al minimo le funzioni vitali, consentendo di differire fino a 72 ore la risoluzione di lesioni a effetto mortale.

Le due terapie possono essere combinate tra loro, nell’ordine preferito.

Ad esempio, l’AlmoD è opportuno anche quando si pensa di usare il ReaniMAX, perché il trattato arriva alla morte in maniera graduale e in migliori condizioni generali. È noto infatti come la morte per agonia sia spesso preceduta da un estremo sussulto di salute - conosciuto nelle tradizioni popolari come “il miglioramento della morte” - quasi a significare lo svolgimento di un processo finalizzato e non meramente distruttivo; la morte conterrebbe quindi anche principi vitali e teleologici; in sostanza la morte tende a respingere chi potrebbe ancora rimanere vivo, sottoponendolo a un ultimo test; per altri versi, la morte non sarebbe uno stadio finale e definitivo, ma una trasformazione del soggetto che coinvolge le funzioni vitali pregresse; e allora, l’AlmoD, anche in presenza di lesioni non guaribili “a caldo”, assicura una morte graduale, prolungata, agonica, e di conseguenza più facilmente discutibile e reversibile attraverso l’impiego del ReaniMAX, che - associato a una chirurgia “a freddo” e somministrato con prontezza - può avere effetti praticamente ottimali, rendendo quasi perfetto il ritorno alla vita, o il recesso dalla morte.

Viceversa l’AlmoD segue efficacemente l’impiego del ReaniMAX quando il cadavere è ormai freddo e necessita di essere trattato, divenendo indispensabile per evitare un secondo decesso.

Tempio di Baal, a Palmira.

«Scusate…», la donna del commando scatta con il kalashnikov in mano.

Ma è solo un barbone.

«Io non sono di questo mondo… ho portato una coperta alla signora…».

«Sei un brav’uomo, però dimentica tutto e prega il tuo dio».

«Sono qui per questo…», e come è venuto, se ne va.

«Qua intorno è pieno di vagabondi.

Però questa ti fa comodo…».

«Ha detto… che è qui… per pregare…».

«È solo un barbone, Chana».

«Guarda… anche quello… è un barbone…».

Sulla parete di fondo del tempio, la luna - che filtra da una finestra laterale - illumina la statua barbuta del dio, seduto sul trono. Una copia, naturalmente.

«All’epoca voleva dire saggezza, oggi incuria. Il nostro è un fottuto mondo al contrario, Chana. E tu dovresti saperlo.

Comunque… se non fosse di pietra… proverebbe anche lui ciò che provo io».

«E… cioè…?».

«Sei una vacca, Chana. Un donnone. Solo a guardarti mi sento maschia.

Vorrei mi spuntasse il pisello per entrarti dentro e allargarti il buco».

«Quale...».

«Il tuo…

Tra poco riceveremo visite, ti daranno qualcosa per tirare avanti».

«Intanto… scaldami… tu… John…».

«John chi, John Doe?».

«John… è il mio uomo…».

«Tu ne hai tanti, Chana», e intanto la prende in parola, calando una mano dentro il camicione bianco, sul seno…

«E che male c’è… la senti… quanta carne… agli uomini piace…».

«Anche alle donne maschie: te l’ho detto, sei una vacca, la più potente.

Non molli nemmeno con nove buchi in pancia».

«Non ricordarmi... il mio record...

Posso mollare John... ed essere… la tua donna…».

«Adesso non montarti la testa, Chana. Rimani comunque una puttana, una puttana di prima classe, ma pur sempre una puttana. E per giunta ti ritrovi con la pelliccia bucata. Non sei più un grande investimento. Qualche anno fa, forse...».

«Però... ti piaccio... io piaccio... ».

«Nessuno te lo toglie».

«Mary...!», il tono si è fatto pressante.

«Mary? Mi chiamo Leila».

«Io… non m’aspettavo… di… rimanere… uccisa…», non è una frase come le altre, il petto si ferma, gli occhi si rivoltano all’insù, mostrando solo la parte bianca.

«Chana…!».

La bagascia è in crisi. Il kalashnikov non perdona.

Leila cerca di rianimarla, con dei buffetti sulle guance.

È inutile.

Chana boccheggia. È finita. Ha nascosto fino all’ultimo l’aggravarsi delle sue condizioni, temendo di essere liquidata, ma non le è servito a molto.

FLAP-FLAP-FLAP

«Le pale… le senti…?», cercando di lusingarla con le ultime speranze.

I soccorsi arrivano soltanto adesso. Con la Godrich ormai cadavere.

«È crollata quasi d’improvviso. Non se la passava tanto male fino a cinque minuti fa».

Il medico per prima cosa le somministra anfetamina concentrata e l’attacca al respiratore; poi comincia a visitarla.

La bagascia si riprende.

Il dottore la stacca dalla maschera.

«Che cazzo…».

«Hai avuto una crisi, Chana».

«Fanculo... stavo per crepare...».

«Non sei messa bene, lo sai. Adesso parlo con il medico e poi ti dico».

Si sposta in disparte.

«Vale la pena di portarla via?».

«Ha mezzora di vita».

«E se arriva in un centro attrezzato?».

«Non c'arriva. Il soggetto è al collasso. Ha emorragie interne gravi e il fegato spappolato da tre pallottole. Resiste solo perché molto forte».

«Ho capito. Adesso lo spiego anche a lei. Lasciami il respiratore e vai pure».

L’operativa le ritorna vicino.

«Ascolta, Chana. Il medico ha fatto il menagramo».

FLAP-FLAP-FLAP

Quelle parole e le pale che troncano l’aria librandosi in volo sono una sentenza di morte per lei.

La guarda delusa, sconfortata. Ancora una volta si è ripresa soltanto per sprofondare in un abisso senza fondo.

«Che cosa… ha detto…».

«Devi prepararti al peggio, ma non rimarrai sola e non ho intenzione di fregarti, te l’ho promesso».

«Lo sapevo… io… fottuta…», guarda lontano. «Io... ci stavo... per credere... sono... la puttana... più potente... con tanta carne…», delirante, sempre più vicina alla Porta Fatale.

«Lo so anch'io. Ma non sei solo una puttana, Chana. Io ti sono rimasta vicino, perché sei una combattente».

«Non manca molto… sto scoppiando…».

«Scoppiando come?».

«Come una bomba… che mi esplode dentro…», con gli occhi fissi, a guardare lontano.

Leila l'attacca alla maschera dell'ossigeno.

«John… dillo a John… che sono morta… pensando a lui… sono una bagascia… ma lui… era speciale… per me…».

«Glielo farò sapere. C’è altro che devi dirmi?».

«Che... che... la vecchia Godrich… le ha... le...», annaspa.

L’operativa la riattacca al respiratore artificiale.

«Le ha provate tutte… prima di arrendersi…».

«Per questo sei una combattente».

Leila guarda l'orologio, la mezzora è passata, il tempo è scaduto.

«Forse... vado… per le lunghe… ti annoio...».

«Sei una bella donna, Chana. Nessuno si annoierebbe guardandoti».

«John è il Ragno... tu chi sei...».

«Io sono la Vipera».

«Vipera... quanto… m’ha dato... il dottore...».

«Mezzora».

«È passata...».

«Da poco».

«Non sono... puntuale... allora...».

«Tu sei una che non molla, Chana. È più forte di te».

«Anche tu... ci sai fare... con quest'aggeggio...».

«Finché posso ti tengo, Chana. Ma questo non basterà», e la riattacca di nuovo al respiratore.

«Lo so... però... adesso... ogni respiro... è una fottuta...».

«Che fai... provi a battere il record dell'ora?».

«Non lo so... dimmi… il mio corpo... finirà in croce...?».

«Sì, il programma è confermato: la bagascia e i due ladroni».

«Cristo...».

«Ormai puoi fregartene».

«L'ho superata... l'ora...».

«Mancano cinque minuti».

«Tu stai pronta... con l'aggeggio...».

«È qui, stai tranquilla».

«La vecchia Chana... è dura... cosa ne sa... il dottore...», ma proprio in quel momento serra le dita intorno alla coperta, come non aveva fatto mai, o forse soltanto con quel telo di nylon nella sua baracca, quando aveva cercato un qualunque appiglio, prima di crollare.

Il petto va su e ricade pesante un paio di volte.

«Chana!», la Vipera chiama, le fa mordere la maschera.

Lo sguardo si distende, la crisi è superata.

«L'ora è passata, Chana».

L'estenuante agonia della Godrich incuriosisce anche una dura come la Vipera.

A 90 minuti dalla prognosi ostile del dottore, la partita non è ancora chiusa.

«Sei una gran puttana, Chana».

«Anche tu non sei niente male.

Adesso, però, scansati, e senza fare cazzate».

«Okay, okay! È tutta tua...».

«Mi ha... trattato… bene…».

«Non mi sembra, Chana».

«John… ce l’hai… quelle robe…», con gli occhi che le brillano di una luce sinistra.

«Sì, ce l'ho, ma è roba con cui non si scherza, Chana. E poi c’è il problema di questa stronza: come si chiama?».

«Leila…».

«La Vipera è venuta a terminarti, Chana. Anche se qualcosa di te la irretisce, e io so cosa, ti ha fottuto lo stesso. Il piombo che hai preso non perdona, mi dispiace. Ma se la facessimo fuori, non avremmo scampo: appartiene a un livello superiore al nostro».

«Allora… cosa...».

«Dobbiamo trovare un accordo, Vipera».

«Che genere di accordo? Non sei nelle condizioni di trattare, l’hai detto tu stesso».

«John…», Chana si lamenta; vorrebbe attenzione; sta crepando, in fondo.

«Non parlo di una trattativa vera e propria. Dico solo che se non l’hai ancora ammazzata e se stavi qui a pomparla con questo arnese, allora i nostri obiettivi possono coesistere. A me questa bagascia serve ancora, per altre missioni nel mio livello. A te per una crocifissione nel tuo. Io ho un sistema per metterla in croce e poi, a dio piacendo, farla resuscitare; il terzo giorno, naturalmente».

«E come faresti, Ragno? Sei forse uno dei Re Magi?».

«John… sto scoppiando… fa' qualcosa… o per la tua puttana… è finita…».

Il Ragno la zittisce con la maschera dell'ossigeno.

«Un rischio calcolato... tenuto sotto controllo... vaffanculo... John...», quando riprende a parlare non fa sconti; l'ossigeno, si sa, schiarisce il cervello.

«Erano tutte cazzate, Chana. Ti ho infognato in un grosso guaio, ma non immaginavo così grosso.

Allora… Vipera… gliela vogliamo dare un’ultima chance a questa troia?

Tra poco ti addormenterai dolcemente, Chana. E probabilmente avrai dei sogni. Ricordati che attraverso questi sogni rimarrai collegata con questa realtà: quindi datti da fare anche nel sogno e non farti fregare, okay?».

«Certo… io… non mi faccio... fregare…».

«Allora, ci stai, Vipera?», e le mostra allusivamente una boccetta tirata fuori dalla tasca.

«Procedi».

«John… addormentami… con un bacio…».

«Sei sempre la mia troia, Chana...», e la bacia quasi strappandole il labbro.

«Proprio una bella coppia…».

Un’entrata da teatro.

La leonessa di Assad, con una makarov calibro 9, otto colpi, nella mano.

Le chiazze di sangue mimetizzate sull'uniforme militare, la figura leggermente ingobbita in avanti. Deve avere addosso quattro o cinque pallottole. Portate però molto bene.

Sui quaranta, corpo da modella ben tornita più che da soldato, sguardo assassino, labbra piene, il classico fascino mediorientale.

La guarda duro.

«No!», ha appena il tempo di capire.

POW

POW

Subito due colpi alla Vipera, per diminuire i rischi di una reazione.

Ben piazzati, sullo stomaco, dove finisce la profonda scollatura della camicetta verde militare.

Dapprima rimane in piedi come nulla fosse, un rapido sguardo interrogativo al Ragno.

Poi le gambe si allargano improvvisamente e frana a terra, faccia in avanti, gli occhi impietriti dall'orrore.

Ora sa come si è sentita Chana quando è stata abbattuta.

Una forza irrazionale e misteriosa la spinge a strisciare verso la sua avversaria, entrambe le mani sotto la pancia a premere sui buchi, con le gambe a spingere e la testa protesa in avanti.

Si spinge fino agli stivali della siriana.

Davanti alla morte non si è più nessuno.

Con la bocca spalancata, impegnata a cercare aria e a compensare con la forza della disperazione gli effetti dei buchi mortali nello stomaco - il sangue già salito al labbro - chiede pietà alla nemica che l'ha freddata senza lasciarle scampo.

Non usa le parole, ma gli occhi.

Vuole almeno il tempo di lottare e soffrire come ha visto fare a Chana.

La siriana potrebbe schiacciarle la testa.

«Va' da lui...», si volta in direzione di Baal.

Non infierisce.

La Vipera riprende a strisciare in quella direzione, freni tirati al massimo, o vomiterà l'anima per terra.

Ha ottenuto qualcosa, un po' di tempo, e cercherà di sfruttarlo, in qualche modo che ancora non conosce.

La sihlouette della possente agente operativa si snoda verso Baal, lasciando dietro di sé una scia di sangue; la vista annebbiata, il panico che la scuote dalla testa alla coda, l'intimo presagio di aver incassato colpi fatali; eppure la voglia di vivere è tale che la spinge ad andare avanti, fino all'ultimo.

Si volta viscidamente indietro, chiamando con gli occhi il Ragno. Solo lui può aiutarla, ormai; a parte Baal.

Ma sta parlando con chi l'ha tolta di mezzo, non ha tempo per lei; deve tirare i freni e andare avanti.

«È morta?», la siriana si riferisce a Chana.

«Quasi...».

«Tu sei l’unico che non eri nel commando, perciò ti risparmio, per adesso...

Però attento a non fare scherzi», il piombo sembra averla soltanto scalfita.

«D’accordo, io me ne sto buono. Però ascolta. Perché sei da sola? Perché non hai ricevuto rinforzi? Ti sei ficcata dentro un’operazione molto grossa, e se vuoi uscirne, sarebbe meglio che io e te collaborassimo».

«Non sono una stupida, Ragno. Per me la partita può chiudersi qui. Ho vendicato i miei compagni e me stessa. I vostri giochetti con l’ISIS sono noti a tutte le persone con cervello e anima. Su queste due cagne peserà la volontà di Baal. Io me ne torno dai miei e vaffanculo».

«Non sei nelle condizioni di fare molta strada. Posso aiutarti, se vuoi».

«Non mi fido di te. E poi avrei problemi con i miei.

Zeno…!».

Il barbone di prima appare sulla soglia.

«Raduna tutte le armi e falle sparire. Poi mi aiuterai a fare un po’ di strada…».

Il Ragno lo osserva stupito.

«Non è un agente. È un barbone devoto a un barbone», e getta lo sguardo sulla statua del tempio.

«Come ti chiami?».

«Madrana».

«Madrana, posso dare un’occhiata a Leila?».

«Fai pure. Io ho finito».

Neanche il tempo di raggiungere la Vipera, giunta strisciando ai piedi di Baal, che la siriana è sparita.

Un osso davvero duro.

D’altra parte, il Ragno si trova a Palmira.

La città dell’Imperatrice Zenobia, la donna che si impose su Oriente e Occidente, a Romani e Persiani.

Nipote di sangue di Didone Sidonia, luce di Giunone in terra, pietra fondante di immortale città, dux femina a cui tutti i secoli soggiacciono, Madre di tutte le Nazioni, sempre invitta nella vita e nella morte, ha superato l’Era Volgare e la polvere del tempo, vedendo perire tante volte i suoi nemici.

In questo luogo si respira la sua onnipotenza, le regole conosciute agli uomini comuni si dissolvono, mischiandosi agli altri granelli di sabbia.

E tra questi granelli c’è finita pure Leila.

È rimasta con la bocca spalancata davanti a Baal.

Gli occhi fissi di chi ha cercato un'ultima illusione.

Sembra proprio andata. I freni non hanno retto.

L'attacca alla maschera e parte con un massaggio cardiaco.

Gli occhi vagheggiano come relitti alla deriva.

La tiene ancora un po', poi la stacca.

«Leila…».

La bocca si allarga di quel poco.

Due dita che vibrano.

Un flebile alito.

«Ho un'altra fiala, ma devi lottare. Non è facile, non è uno scherzo.

Tira i freni... mi hai capito?».

Annuisce debolmente. Ha capito.

Zenobia è indulgente perché è donna.

Baal perché ha valore, è una combattente e ha strisciato ai suoi piedi.

Per tutti gli altri, invece, non ci sarà indulgenza.

Il titolo di Palmirense sarà conteso dai più grandi generali del tempo.

Il sangue si legherà alla sabbia, la malta di Annibale.

Come risorti dalle loro ceneri, i legionari di Zenobia faranno strage di chi ha recato offesa all'Imperatrice, il sangue si legherà alla sabbia, la malta di Annibale preparerà l'avvento di un Vendicatore che supererà in crudeltà tutti quelli dei secoli passati e dei secoli futuri, il cui nome indurrà al perpetuo pianto i nemici dell'umanità.

Finito con lei, torna da Chana.

La situazione si è molto complicata.

Se porta a termine la missione della Vipera, lui, il Ragno, passerebbe di livello.

Chana è da crocifiggere, o da quella storia non se ne esce.

«Chana... mi senti? Sono John.

Io ci tengo a te, stupida puttana. Con chiunque altro saresti già cadavere, anche fossi rimasta a Boston.

Amarsi fino al limite della morte, questo è il vero romanticismo, lo hai capito?

Hai avuto l’AlmoD.

Adesso avrai anche la Teratonina. L'ho chiamata così in onore di Tera, che usava un mix di veleni per rimanere chiusa dentro un sarcofago per una luna intera; ma tu non sei allenata e ne terrò conto.

Tu comunque vai in croce, e poi scendi. D’accordo?

In fondo, cosa disse quel ladrone a Cristo? Perché non scendi dalla croce, se sei davvero il Figlio di Dio?

E tu che sei Figlia della Diva Zenobia, sotto i suoi auspici, tu scenderai dalla croce.

Io farò lo spirito santo.

Hai capito tutto?».

Il corpo inerte della Godrich restituisce un fremito appena percettibile.

«E adesso ti benedico con la mia pigna…

E con tutto il mio tirso, Chana; bastone e pigna. È sempre tuo, lo sai…».

Si cala i pantaloni e glielo ficca in bocca. È duro come il ferro. Stava dentro a malapena.

Benché sospesa tra la vita e la morte, riafferma il suo legame con il Ragno.

È il faro per orientarsi nelle tenebre, la cima che viene lanciata al naufrago.

Adesso Chana Godrich è sparita, non c'è più.

È morta.

Qualunque medico la darebbe per morta.

E anche lui, il Ragno, deve soggiacere al dubbio.

Per scioglierlo ha un solo modo: chiedere il parere di un analizzatore di frequenza cardiaca, con precisione al quarzo atomico.

Dopo tre minuti, trattiene a stento un sorriso.

Tanti ce ne vogliono per ritrovare un battito.

Ai piedi della croce, a volto coperto.

Ha ottenuto di consegnare personalmente il cadavere, di mantenerlo in buone condizioni per le riprese e di accelerare la crocifissione per chiudere al meglio l'operazione.

La sua abnegazione è stata scambiata per zelo, smodata ambizione di salire di livello.

Mani e piedi sono legati senza l’impiego di chiodi.

Solo un particolare va decisamente storto.

Per eccessivo realismo, o perché provocato dal camicione sbottonato da cui penzolano nel vuoto le molli tette della bagascia in croce, un miliziano non sa resistere alla tentazione e innestata la baionetta sul suo kalashnikov, prova a ficcarne la punta in mezzo ai seni; fortunatamente per il cadavere, però, il novello centurione non c’arriva bene, nemmeno in punta di piedi.

La crocifissa se la cava con una scorticata al costato.

La notizia dilaga in fretta, forte dei moderni sistemi di informazione.

Il canale all-news ABCD la racconta così: “sdegno in tutto il mondo civile, dopo il video-shock della barbara crocifissione, da parte dell’ISIS, di tre cittadini americani, tra i quali - al centro - una donna; i tre connazionali, come reso noto dalle autorità, erano appassionati cultori di archeologia, e sono stati sequestrati durante una visita agli scavi di Palmira, in Siria; purtroppo, nemmeno i corpi saranno restituiti, fa sapere l’ISIS: verranno sepolti nei pressi delle croci; restate all'ascolto, ritorniamo dopo la pubblicità”.

I am Chana” è lo slogan virale che si è diffuso in tutto il mondo, sull’onda della commozione per la morte in croce di Chana Godrich, l’avvenente cinquantenne sequestrata in Siria da agenti dell’ISIS e poi barbaramente giustiziata - insieme a due compagni - dopo un sommario processo, sotto la fantasiosa accusa di essersi proclamata erede di Zenobia di Palmira, Imperatrice e Pontefice Massima della Roma pagana del III sec. D.C.; ai due compagni crocifissi con lei, invece, è stata contestata l’accusa di aver sottratto importanti reperti storici dagli scavi dell’antica città, la cui distruzione è prerogativa dell’ISIS e sarà eseguita non appena gli scavi stessi passeranno sotto l’amministrazione dello Stato Islamico.

Se n’è lavato le mani”: questa l’accusa lanciata da alcuni attivisti per i diritti umani nei confronti del Segretario di Stato, che avrebbe snobbato la possibilità di intervenire nella questione; secondo fonti non ufficiali, lo Stato Islamico avrebbe chiesto 30 milioni di dollari per il rilascio della donna.

Sette giorni dopo.

Il respiro le torna in bocca con uno scoppio, una specie di bomba che le esplode nel petto facendole vomitare aria.

Vorrebbe urlare, ma è troppo presto; anche per dire una sola parola è troppo presto, forse dovrà riapprendere del tutto l'uso della lingua, anche quello da lei preferito, d'altronde sta rinascendo.

L'alchimista ha esagerato con la dose del suo filtro a boccetta, o forse è la dose stessa che andava sperimentata meglio, magari facendola assaggiare a qualche topo da laboratorio.

Tenta di muoversi, anche un solo muscolo per volta, di sottrarsi a quella paralisi dovuta alla sua crocifissione alchemica.

E poi è buio.

È freddo.

È silenzio.

È dura Chana rinascere.

Specialmente se, anziché da un grembo, devi rinascere da dentro una bara.

Un paio di metri di terra, però, non sono sufficienti a insonorizzarla da alcuni rumori che le arrivano da sopra.

Rumori di vita.

Sente tutto distintamente, l'udito evidentemente è il solo senso a essere già rinato.

Sembra rumore di terra smossa, di badili che cozzano freneticamente; forse è soltanto un'illusione della sua follia.

John... è mai possibile che quel bastardo...

Vuoi vedere Chana che anche stavolta il tuo culo è più grosso delle tue tette?

La terra, quella stessa in cui aveva iniziato a marcire, viene portata via velocemente, le sembra già di sentire meno peso addosso.

«Su! Sbrighiamoci a tirare via questa merda di terriccio!».

La resurrezione si avvicina in punta di badile, sfiora ormai il legno del suo sepolcro.

Un paio di migliaia di anni dopo, e con quattro giorni di maturazione.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

SULLA PORTA MOBILE di DITE

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2015-2018)

Chicago, 1930.

S’era letteralmente mangiata una scarica di Thompson.

Sette-otto pallottole .45 in pancia.

Erano tante anche per una come Chana.

Una donna dura, una bestia bionda.

Adesso rischiava di chiudere i battenti prima della bestia grigia.

«Che dici… se il cancro l’ammazza, lei prende e muore?», i membri del clan ci scherzavano su.

Almeno queste complicanze le aveva evitate. La raffica era toccata a Chana.

Ma aveva rischiato di brutto anche lei, e solo perché non aveva rinunciato alle ultime scorribande.

La missione comunque era riuscita. Gli altri avevano avuto la peggio.

Peccato soltanto per Chana, feroce fino all'ultimo: benché colpita duro, non s’era fermata; il suo Tommy-Gun aveva continuato a suonare fino alla fine la sua musica maledetta.

Salì in macchina da sola, barcollante, ma ancora in piedi.

E prima che loro parlassero di lei, lei parlò di sé.

«Ho bisogno di un dottore…», tanto per chiarire che non si sarebbe arresa.

«Andiamo da Johnson, è qui vicino», propose Bill.

«Va bene, Jane?», domandò Fred, dal posto di guida.

Meglio sentirla, al momento era ancora la donna del Boss.

Fisico possente, mascella decisa, tratti marcati, imperiosi, eppure sommamente femminili.

Era la bestia grigia, con più di cinquant'anni nello specchietto retrovisore e nemmeno cinque settimane davanti al parabrezza.

Minata da un male incurabile, infagottata nel suo trench nero, Jane Frexhi era ossessionata dal poco tempo che le rimaneva.

Quando la diagnosi s’era fatta tranciante, viste le scarse prospettive, il Boss aveva portato in pista di decollo l’ambiziosa Chana Godrich.

«D’accordo, vai…».

Dopo qualche curva, però, la Frexhi si piegò in avanti, portando le mani sulla pancia.

«Jane… sei ferita?», Fred se n'era accorto.

«No… è il tumore… mi sta mangiando…».

«Stiamo arrivando, Johnson visiterà anche te».

L'auto dei gangsters giunse di gran fretta a casa del medico, sempre disponibile verso il clan.

«In tutta sincerità…», l’esordio della diagnosi.

«Non la fare... tanto lunga…», la fretta della paziente.

«Qui da me non posso fare molto…

Ma anche correndo in ospedale… temo che non si possa fare molto».

«Fanculo… lo sapevo...», Chana sperava in qualcosa di meglio.

«Qual è il problema, doc?», Bill, in disparte.

«E me lo chiedi? Il piombo se l’è mangiata…».

«E l’altra?», anche la Frexhi, che accusava lancinanti dolori all’intestino, era stata visitata.

«Quella è proprio arrivata… ha l’addome gonfio di ascite.

Insomma... ha la pancia piena zeppa di liquido tumorale.

Ha un cancro molto esteso, non lo sapevate?».

«Ascite?».

«L’ho detto: raccolta di liquido, conseguenza di un tumore in fase avanzata».

«Certo che lo sappiamo, è malata da tempo. Ma ha sempre tirato avanti e spera ancora di gestire la situazione».

«Beh… non credo ne abbia per molto; una nelle sue condizioni dovrebbe marcare visita e smettere di lavorare…».

«Intanto, doc... puoi aiutarla a superare la crisi?».

«Le ho dato qualcosa, vediamo».

«E per il piombo della bionda, che si può fare?».

«Per quello non ho niente».

«Almeno cerchiamo di tenerla allegra, okay? Forse il Boss vorrà vederla».

«Certo, certamente».

Chana ricevette adrenalina.

Ma non era abbastanza.

Le fu fatta una trasfusione. Johnson aveva del plasma a disposizione, sottratto all'ospedale.

Nel frattempo Jane era migliorata.

La bella cinquantenne di origini greche era soddisfatta di essere ancora in piedi, nonostante la malattia avesse ormai dilagato, e sperava in cuor suo di continuare così abbastanza a lungo.

La Frexhi aveva l’intestino consumato da un tumore maligno molto aggressivo, ma era arrivata bene alla fase terminale, con disturbi fino a quel momento limitati e occlusioni intestinali che, pur dolorose, non si erano rivelate fatali; un blocco intestinale capace di ucciderla non era considerato imminente, data anche la sua tempra fisica, e così lei tirava avanti, sperando di rimandare il più possibile il collasso finale, cercando adrenalina negli scontri a fuoco, dove si giocava non tanto la vita, quanto poche settimane.

Perciò non era mancata a quel regolamento di conti.

D’altronde non poteva perdere colpi, o il Boss avrebbe finito per toglierla di mezzo e preferirle l'ambiziosa e avvenente Chana Godrich, più giovane di lei e - prima di quella sera - ancora in ottima salute.

Adesso il problema sembrava risolto, ma la concorrenza rimaneva feroce.

Poteva apparire paradossale, ma in fondo - malgrado l’accertata gravità della sua malattia - la mancanza di sintomi tali da farle immaginare concretamente la propria fine e la speranza di tenere sotto controllo il precipitare della situazione attraverso costanti consulti medici e interventi preventivi (come il prelievo delle scorie tumorali, pratica dolorosa, ma efficace, consistente nell’estrarre dall’intestino il liquido nocivo per mezzo di una grossa siringa), le avevano indotto uno strano senso di onnipotenza.

Benché colpita duro dalla sorte, aveva trovato il modo di tirare avanti e rimanere forte e temuta. E molto desiderata.

Tuttavia la velocità di esecuzione non era più quella di un tempo.

Quella sera aveva rischiato grosso. Avrebbe accorciato d’un colpo la strada per l’inferno, che si era tanto preoccupata di allungare.

Il piombo, per sua fortuna, era toccato a Chana.

La Godrich, tuttavia, non era tipo da ammettere la sconfitta e parlava con gli uomini del clan in toni possibilistici.

«Johnson è un menagramo, ragazzi… andiamo da Williams… lui ci sa fare… è il medico di Jane… e la sta tenendo in piedi… troverà il modo di rattopparmi…», un fiume in piena, con un rivolo di sangue che le colava dal labbro.

«Sei davvero sicura di voler tentare il colpo da Williams?», Bill non riusciva a nascondere una certa dose di scetticismo. «È dall’altra parte della città».

«Voglio andare... Bill... me la gioco…».

«D’accordo...».

Il gangster ne parlò con Fred: «Chana è andata, corriamo solo il rischio di farci beccare dagli sbirri…».

«Prima di chiudere la partita sentiamo Williams che dice. È il medico della Frexhi ed è competente».

«Io ho sentito dire che stavano per buttarlo fuori dall’Ordine».

«Appunto. Andiamo».

Alla fine, però, ebbe ragione Bill.

Nel trasferimento ci furono delle complicazioni. La Polizia aveva deciso di mettersi letteralmente di traverso. I quattro gangsters erano chiusi da un posto di blocco.

«Figli di puttana… li vedi, Jane?», Fred era di nuovo al volante, affiancato dalla Frexhi.

«Li vedo.

Fa' finta di accodarti e poi salta fuori dalla fila e schizza via.

Agli sbirri ci pensiamo noi, capito, Bill? Fai lavorare anche Chana…».

Ma non serviva dirlo.

Benché ridotta male, infatti, la Godrich teneva il suo fedele tommy-gun a portata di mano.

Lo sguardo labile, i movimenti impacciati, le macchie di sangue che la imbrattavano dalla testa ai piedi.

Tuttavia era più vigile e reattiva di quanto si potesse ragionevolmente pensare. Abbassò il finestrino e si preparò a entrare in azione.

La Frexhi, invece, si era appena ripresa dalla sua crisi e non le andava molto a genio di rimettersi in discussione ancora una volta.

Si sentiva viva e voleva rimanerlo. Era sempre sulla breccia, nonostante tutto, e voleva rimanerci.

Le tempie le pulsavano. Sentiva puzza di bruciato. Aveva da giocarsi poche settimane di vita, ma le avrebbe scottato perderle, perché sperava di allungarle con la sua ferrea ostinazione e i continui consulti da Williams, che la stavano proteggendo da un crollo improvviso.

Il tumore s'era allargato, certo. L'abbondante ascite era una sentenza di morte. La fine era inevitabile.

Ma voleva dare battaglia, stirarsela al massimo, e provare tutti i palliativi possibili.

Però non avrebbe aspettato di arrivare agli ultimi rantoli su un letto d'ospedale.

Aveva già deciso come sarebbe finita: con uno o più colpi di rivoltella in pancia.

Avrebbe sparato al tumore, prima di andarsene.

Ormai c'erano, non si poteva più bluffare.

Le vetture della Polizia presidiavano entrambi i lati della strada.

Fred scartò dalla fila e sprintò a tutto gas.

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

Le prime raffiche furono di Bill, sul lato destro, e di Chana, su quello sinistro.

La Godrich cercava una via di scampo ed era ancora sicura di poterla trovare.

Aveva una dannata fretta di arrivare dal medico della Frexhi, quello che era riuscito a tenerla in vita, in buone condizioni, nonostante il cancro se la fosse già mangiata. Se era così bravo, avrebbe tenuto in vita anche lei.

Chana era perciò disposta a rischiare il tutto per tutto, pur di aprirsi una via di fuga.

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

Gli sbirri, però, erano tanti e la loro risposta non si fece attendere.

Durante il passaggio, l'auto dei quattro gangsters fu crivellata di colpi.

Sulla fiancata destra, Bill fu raggiunto da numerosi colpi, e uno al collo, in particolare, lo stroncò.

Sul lato opposto, i proiettili dei poliziotti si abbatterono su Fred e Chana.

«Ma...le...det...ti…», la Godrich fu raggiunta da altre pallottole e si accasciò sul fianco.

La Frexhi si era accucciata sotto il sedile, senza fare fuoco. Un comportamento indecoroso per una gangster, ma che le permise di rimanere illesa.

Nonostante un paio di pallottole in corpo, Fred era riuscito a passare, e tra specchietto e coda degli occhi verificava la situazione.

«Chana...», la bionda era crollata.

«Bill…», il compagno sembrava secco.

«Jane…», la donna del boss era tutta rattrappita.

«Fred… non potevo prendere piombo… capisci?», rimettendosi seduta.

«Ci sei riuscita?».

«Credo di sì… sono pulita», toccandosi paradossalmente il trench per esserne sicura, perché il tumore aveva reso quasi insensibili alcune parti del corpo.

«Una come te non ha bisogno di giustificarsi».

«Sei un bravo ragazzo, Fred».

«Però di me non ti sei mai accorta, Jane…».

«Se avrò tempo, penserò anche a te… va bene?».

«Ci conto... cerca di farti curare».

«Anche tu... ce la fai a guidare?».

In quel mentre, un mormorio gutturale.

«Jane... non voglio... morire...».

«Chana…! Passo dietro, Fred».

La Frexhi si spostò sul sedile posteriore.

«Jane… pensavo… di avere… più tempo... di te…».

«Il piombo è più veloce del cancro, Chana».

«Tu… hai ferite…?».

«Io sono pulita. Ma il mio tumore vale cento pallottole».

«Io… penso… che tu… non… non ti farai… abbattere…».

«Non ci sono cure, Chana. Posso solo stirarmela».

«Io… nemmeno… quello…».

La testa della Godrich si abbatté sulle ginocchia di Jane.

La Frexhi le passò una mano tra i capelli.

«Fred... dovrebbe esserci un barattolo là davanti...».

L’uomo infilò una mano nel portaoggetti.

«Che ci vuoi fare?».

«Williams mi ha insegnato una cosa…», e lo utilizzò per raccogliere il sangue che colava dai buchi di Chana. Riuscì a riempirlo tutto.

«Il programma non cambia, andiamo dal mio medico, okay, Fred?».

«Come vuoi. Una come te... non ha bisogno di chiedere...».

«Ehi, Fred… ti sei ingolfato…?», e si allentò il trench per stare al gioco; sotto non aveva niente...

«È la migliore merce di Chicago, Jane…».

«Ma è ipotecata da Satana, Fred. E la cedola scade fra un mese, due al massimo…».

«Bisogna che tu ottenga una proroga, Jane...».

«Ci sto lavorando, Fred».

«E Chana?».

«Niente proroga».

«Anche Bill è andato, vero?».

«Per primo».

«Sbirri infami…».

Williams abitava in una villetta. L’ingresso era appartato, nascosto dalla vegetazione. Godeva di amicizie influenti, che si era propiziato attraverso i suoi arditi esperimenti. La Polizia non avrebbe ficcanasato da quelle parti.

«Avverti il Boss. Io rimango qui».

«Jane… pensa a curarti…».

«Fred… so badare a me stessa e te l’ho dimostrato…

Pensa tu a farti curare, quando sarai alla base...».

Ma quello - con tutta l'adrenalina accumulata nello stato di vicinanza con la Frexhi, attraverso l'avventura vissuta con lei e il rischio di vederla rimanere uccisa sotto i suoi occhi o di vederla crollare a causa del tumore, sapendola comunque già morta - neanche le sentiva le pallottole che aveva preso.

Il gangster ripartì con l'unica compagnia del cadavere di Bill.

«Come stai, Jane?».

«Non troppo male, John».

«Mi sembri provata, devo visitarti. La settimana prossima avevamo appuntamento per un prelievo di liquido, ma credo sia il caso di farlo subito.

C’è il rischio di un aggravamento fatale, lo sai».

«Lo so, e non voglio finire come la mia collega, che stasera si è aggravata parecchio…».

«Già... non è stata fortunata: ha incassato tredici pallottole».

Si stavano trasferendo - attraverso l’apposito montacarichi, mascherato da armadio ad ante - nei sotterranei della villetta, dove Williams aveva installato i suoi laboratori segreti.

«Ma il suo sangue non è andato perduto, John.

L'ho raccolto come mi hai insegnato: l'ho spremuto mentre lei si spremeva per resistere, non potendolo più fare.

È qui, doc…», la Frexhi estrasse il barattolo dalla tasca del trench; nell’altra aveva il suo fedele revolver a canna corta.

«Brava, sarà molto utile».

«Temo che presto ne avrò bisogno anch’io…».

«No, con te proverò altro. Fermeremo il cancro, in un modo o nell’altro».

«Ci riuscirai, John?».

«Dipende anche da te, Jane. Temo stasera tu abbia esagerato. Non dovresti lavorare, lo sai».

«Dovevo farlo... per rimanere sulla breccia... ahh...», una fitta.

«Prima penso a te, Jane. Poi mi occuperò di Chana e insieme faremo un bel regalo al Boss».

Williams estrasse due grosse siringhe di scorie dall’intestino della Frexhi.

Una quantità notevole, mai aspirata prima.

Il cancro si stava allargando in fretta, la mancanza di riposo aggravava la situazione, rendendo più attaccabile l’organismo.

Il medico non riuscì a nascondere la propria preoccupazione.

«È tanta roba, vero, John? È finita, vero? Perché non me lo dici?».

«Stasera potevi avere un collasso, Jane. Potevi lasciarci la pelle».

«Il collasso l'ha avuto Chana. La vecchia Jane non si fa fregare».

«Ma ora basta. Come tuo medico personale, ti proibisco di lavorare.

Hai bisogno di cure costanti e pertanto rimarrai ricoverata qui da me».

«E va bene, so che sei il migliore nel tuo campo e che raramente sbagli.

Se ancora mi porto in giro per la città è merito tuo.

Secondo i tuoi colleghi...».

«Quelli non sono miei colleghi!», apertamente risentito.

«Insomma, secondo quei menagrami, sarei dovuta crepare già da un pezzo.

Ma adesso voglio la verità: quanto mi rimane?».

«Non è così semplice, Jane.

Sei dentro la fase avanzata del cancro già da diversi mesi.

Il tuo fisico è riuscito ad adeguarsi e a trovare un equilibrio, sia pur precario, ed è per questo che voglio tentare ancora qualcosa… ossia... l’adattamento totale!», esclamò con enfasi innaturale.

«Tu non vuoi dirmelo...».

«Pensiamo a Chana, adesso».

Il medico prese a lavorare davanti a Jane, che intanto ripensava alle sue parole, quasi sibilline.

Williams distribuì il contenuto del barattolo - ovvero il sangue di Chana, raccolto negli ultimi disperati tentativi di sfuggire alla morte, in cui si era addensato il principio vitale - fra le sette porte del corpo: le orecchie, le narici, la bocca, il sesso e l'espulsore.

Il suo tommy-gun le fu rimesso sotto braccio.

Infine predispose all'uso uno strano congegno.

«È un apparecchio rianimatore di ultima generazione. L’ho progettato io stesso», spiegò a Jane.

Williams spinse l'interruttore e una forte scarica elettrica attraversò il corpo di Chana Godrich.

Complessivamente, il medico scaricò dall'apparecchio tre scosse a intensità crescente.

Il cadavere di Chana sussultò due volte, per poi tornare rigido.

Dopo la terza scossa, però, avvenne l'impensabile: la mano della Godrich si strinse sul tommy-gun, la bocca si dischiuse, gli occhi si riaprirono.

Chana era rinata!

«È fatta...!».

«Portale via il thompson, John...», suggerì preoccupata la Frexhi.

«Ora non sarebbe prudente, Jane.

Chana Godrich! Io, John Williams, ti ho ridato la vita! Io sono il tuo padrone, Chana! E tu mi devi obbedienza, se vuoi vivere ancora! E la devi anche a Jane Frexhi, la donna che è accanto a me! Jane Frexhi è la tua padrona, Chana!

Le istruzioni devono essere semplici e immediate, capito?».

La donna del Boss annuì.

«Chana! Se qualcuno minaccia la vita dei tuoi padroni, tu devi uccidere quel qualcuno, chiunque sia, mi hai capito bene?».

Un blando cenno di assenso con il capo.

«Ora alzati e cammina! Ritorna alla vita, Chana!».

La zombi si alzò lentamente, goffamente, come avesse dimenticato tutto, anche le cose più semplici.

L'unica cosa di cui si mostrò prontamente capace fu il maneggio del tommy-gun.

Jane trattenne a stento l'ansia.

Ma la ritornata non prese iniziative, rimanendo immobile, come un braccio a riposo.

«Chana! Tu sei la guardia di questa casa! Uccidi chi è nostro nemico!

È meglio darle subito un obiettivo, intorno a cui aiutarla a ricostruire la propria identità», rivolgendosi di nuovo alla Frexhi.

La zombi prese a muoversi lentamente.

Individuò l'uscita della stanza e la oltrepassò, sbattendo prima contro la porta chiusa e poi ricordando come poteva essere aperta.

Williams la seguì a distanza: Chana stava perlustrando il corridoio sotterraneo; quindi si piazzò dietro un armadio, in piedi, impostata come una guardia, col thompson sotto braccio e lo sguardo annebbiato. Sembrava impagliata.

«Perfetta... che ne dici di festeggiare il tuo successo, John...?».

«Mi sembra più che giusto, Jane...».

I due ignoravano che, approfittando della notte, quattro ombre si erano introdotte nel villino, passando dalle finestre sul retro.

Era una rappresaglia. Volevano la pelle di Jane Frexhi. Non gli bastava più che il cancro facesse il suo corso. Volevano accelerare i tempi.

Il commando perlustrò l'abitazione; sapevano delle speciali cantine di Williams e non tardarono a individuare l'ascensore.

Erano tutti armati fino ai denti. La bella cinquantenne non avrebbe avuto scampo. E nemmeno chi si fosse trovato con lei.

Usciti dal montacarichi, cominciarono ad aprire le porte che davano sul corridoio sotterraneo.

Avvicinata quella dietro cui giacevano il medico e la sua paziente, si trovarono di fronte la zombi...

RAT-RAT-RAT

Chana, senza esitazioni, aprì il fuoco sul commando.

RAT-RAT-RAT

In pochi secondi fu tutto finito.

I quattro del commando giacevano a terra, crivellati di colpi.

Non si aspettavano un'accoglienza del genere.

Zombi-Chana era ancora in piedi.

Il dottore aspettò un paio di minuti. Il fuoco era cessato. E non c'era tramestio. Gli intrusi probabilmente erano stati neutralizzati.

Aprì lentamente la porta, rimanendo al coperto.

«Chana! Sono John Williams, il tuo padrone!», solo quando la zombi abbassò il tommy-gun, il medico si azzardò a fare capolino sul corridoio, praticamente ostruito dai corpi impilati degli intrusi.

«Sei stata brava, Chana! Tu vivrai a lungo. Torna adesso al tuo compito. Fai la guardia. Pulirò io il corridoio», e la zombi tornò dietro l'armadio, in posizione di attesa.

«C'è stato il battesimo del fuoco per la nostra Chana», rivolto a Jane, che aspettava sul lettino con il revolver in pugno.

«Per me è solo una zombi».

«Come vuoi, ma adesso chiama il Boss e digli di mandare qualcuno a ritirare la spazzatura».

«D'accordo, me ne occupo io. Quanti sacchi?».

«Come...?».

«Quanti sacchi...».

«Quattro.

Stavo pensando a una cosa... sarebbe assurdo se Chana finisse sulla sedia elettrica...».

«Rischierebbe di morire?».

«No, non morirebbe sulla sedia... ma prima... diciamo al momento dell'arresto, quando la Polizia la priverebbe del suo tommy-gun».

«Adesso fammi chiamare…».

Si alzò dal lettino completamente nuda, a parte gli stivali, e indossò il trench nero, allacciando a malapena un bottone.

«Fammi strada, John...».

Sapeva dove trovare il telefono, ma non si fidava di Chana.

«Io sto bene, sono illesa», ma non sapeva cosa dire riguardo alla Godrich.

Alla base sapevano che era fottuta. Per ora evitò di tirarla in ballo.

Riattaccato l'apparecchio, il medico le infilò una mano nella scollatura.

«Pensandoci bene...».

Lo sguardo della Frexhi si fece all'improvviso più inespressivo di quello della stessa Chana, occhi persi addosso a Williams pur senza vederlo.

«È questa l'occasione giusta...», si ridestò dallo stato di trance in cui sembrava essere caduta e si mise a rovistare fra le cento cose messe alla rinfusa sopra un vicino armadietto. «Eccolo... questo è perfetto...», afferrò un vasetto di vetro e si avviò verso la carneficina appena compiuta da Chana. «Pare che bere il sangue dei nemici faccia bene, John...».

«Ma di che stai parlando...».

Un rantolo l'attirò verso uno degli uomini crivellati dai colpi della zombi, un ammasso di budella messe dappertutto fuorché nella loro pancia.

«Fai il bravo... su...», si accucciò sopra il disgraziato e cominciò a raccogliere il sangue nel contenitore; sarebbe stata una crocerossina perfetta, se non avesse scelto di fare un altro mestiere.

Si mosse freneticamente - morbosamente eccitata - sopra il corpo del moribondo, quasi a schiacciarlo, a spremerlo, come fosse un’oliva al frantoio con lei a fare da macina, finché non ebbe riempito il vasetto; un ghigno le attraversò l'espressione, mentre compiaciuta stringeva il contenitore fra le mani.

Quindi se lo infilò in tasca, per poi estrarre il revolver.

BANG

Un colpo in testa.

«E ora…», si rialzò con una smorfia, il cancro non le dava tregua. «Volevate il mio sangue. Ma sono io a bere il vostro…», e mandò giù come un’invasata, il sangue che si spargeva ai lati della bocca e colava fra le tette. «Adesso sono pronta», annunciò solenne. «Prendi questo, John», gli prese la mano e la portò sulla sua, che impugnava di nuovo il revolver; quindi piegò la canna verso sé stessa.

«Jane... è una follia...».

«Perché mai, John...? Una follia sarebbe illudermi di avere ancora qualche possibilità di fottere il mio maledetto cancro, mentre sarà lui che alla fine fotterà me... e lo sappiamo benissimo entrambi».

«Ma...».

«Zitto, John», era decisa e cattiva come nelle grandi occasioni.

«Non voglio crepare rosicchiata piano-piano, come accade da mesi...

Sì, forse i tuoi metodi mi farebbero campare qualche settimana in più, forse anche due mesi in più, ma la fine sarebbe la stessa.

E sai per primo che non sarebbe piacevole vedermi arrovellarmi su un letto d'ospedale a boccheggiare gli ultimi respiri, già di fatto cadavere.

Mi sta mangiando viva, John... sento che mi rosicchia pezzi d'intestino come un maledetto ratto di un supplizio cinese… lo sento ogni momento… anche adesso...», e fece una pausa dolorosa come a confermare quello che stava dicendo. «No, non mi salvo da questo tumore, finisce male; anche se sono stata brava a tirarla per le lunghe, anzi bravissima... andrei a crepare tra molti rimpianti e illusioni perdute.

Mi guardano tutti come fossi già morta, ma non vedranno contorcermi come una biscia in un letto d'ospedale, invocando una mascherina dell'ossigeno o una trasfusione per tirare avanti e guadagnare pochi giorni.

Ora un'altra possibilità c'è... uccidimi… e fammi rinascere... toglimi la vita… e poi ridammela per sempre...».

«Jane... non posso...».

«Premi il grilletto, John... e dopo fai quello che devi fare…», la mano di lui sopra quella di lei, e sotto a entrambe l'inseparabile revolver a cinque colpi di Jane Frexhi.

Williams indugiava.

La Frexhi gli si buttò addosso con tutta la sua massa.

BANG

Era partito un colpo.

O John s’era convinto.

O Jane aveva fatto tutto da sola.

Oppure solo un colpo accidentale.

In un intreccio di mani è sempre difficile capire quali siano le dita che si muovono per prime e per quale motivo si decidano a sparare.

Stava di fatto che la pistola era rimasta in mano a Williams.

«Jane... cosa cazzo... mi hai fatto fare...?!», mentre lei cadeva sulle ginocchia.

«Avanti… raccogli il sangue… o sarà tutto inutile…».

Il dottore si chinò su di lei e le sbottonò il trench: la pallottola era esplosa sul fegato. Un colpo mortale, anche per una donna in piena salute, e lei non lo era. Jane era crepata. Williams impallidì. Non c’era nessuna possibilità di tornare indietro. Accostò il vasetto alla ferita. Il sangue era nero, il migliore per questo genere di cose, perché lo spirito vitale era maggiormente concentrato in esso, anche se il flusso era rallentato in conseguenza delle cattive condizioni dell’organismo, ormai esangue, o per così dire quasi putrefatto come quello di un cadavere, per la vorace azione del cancro.

Il contenitore si riempì faticosamente.

Al termine, quasi fosse rimasta sulle ginocchia solo per quello, Jane si accasciò in avanti con un gemito di sofferenza.

«John… sto morendo…», cercava un po’ di compassione in quel momento estremo.

«Maledizione...», Williams la sollevò e la stese sul lettino del laboratorio.

La ferita al fegato si era già coagulata. In un certo senso, Jane era talmente morta di cancro che la pallottola aveva ucciso un cadavere.

«No… non voglio morire…», si guardava attorno con occhi spaventati, le tette che penzolavano libere, ultimi segni di potenza.

Aveva qualche comprensibile rimpianto. Ampiamente tardivo.

Williams la ricompose, allacciandole il bottone intermedio.

Non voleva che morisse come una puttana.

«Fermarsi adesso sarebbe assurdo, Jane.

Rimarresti a metà del guado, non torneresti in vita e non avresti più la possibilità di conservarla, se non per consumare un'amara agonia…».

«Lo so... dannazione... lo so... aspetta solo un attimo...».

Lui invece aveva fretta di chiudere i giochi.

Tornò nel corridoio a riprendere il revolver.

Senza aspettare il suo consenso, Jane era troppo stordita per reagire, prima che lui stesso ci ripensasse, accostò la canna al ventre e sparò.

BANG

BANG

Due colpi a bruciapelo.

Gli occhi della Frexhi strabuzzarono fuori dalle orbite. La bella cinquantenne si rese conto all’istante che stavolta era finita sul serio.

Dai buchi prese a colare più liquido biancastro, lattescente, che non sangue vero e proprio.

La Frexhi era rimasta di sasso, con la bocca spalancata e gli occhi fissi nel nulla. Williams l’aveva colpita quando lei c'aveva ormai ripensato. Voleva tenersi il tumore e la pallottola, ma lui l'aveva stroncata.

Il dottore distribuì il sangue raccolto nel vasetto tra le sette porte del corpo.

«Maledizione…», era in ansia e l'ansia gli faceva colare sul viso uno strano sudore, da cui cercava invano di asciugarsi: creare due zombi, uno dietro l'altro, era evidentemente troppo anche per uno come lui.

Terminata la prima fase del procedimento, attaccò Jane al rianimatore: adesso era tutto pronto per la seconda resurrezione.

Bastava solo spingere l'interruttore.

Lo fece senza indugi e la prima scossa attraversò il corpo della Frexhi.

Poi la seconda e la terza, a intervalli regolari e intensità crescente.

Il dottore osservò ansioso il volto di Jane.

Aveva riaperto la bocca!

Anche stavolta ce l'aveva fatta...

Era rinata!

«Jane Frexhi! Tu sei la mia schiava! E tu perciò farai tutto quello che io ti chiederò di fare!», Williams aveva un debole per lei, ma Jane era abituata bene, e se aveva ceduto qualcosa negli ultimi tempi, a lui, un viscido, stempiato segaossa sempre sul punto di essere radiato dall'albo, era stato soltanto per farsi curare con maggiore attenzione, visto che perlomeno le aveva allungato la fine.

Adesso, però, Williams poteva asservirla per sempre.

«Vieni verso di me, Jane!».

Un paio di barcollanti passi e gli fu davanti, trench nero e stivali, sporca dappertutto di sangue e liquidi, tra quelli del sicario giustiziato e i suoi, mentre lui si era già allentato i pantaloni.

«Inginocchiati all'altezza del mio membro e prendilo in bocca!», la mano sulla testa di lei ad accompagnarla giù.

«Sì, Jane! Fammi godere...!».

BANG

«Ohhh...», Williams si lasciò andare a un vago gemito strozzato, così ingannevole da far credere che stesse già eiaculando.

Mentre invece stava semplicemente crepando.

Raggiunto al fegato dall’ultimo colpo nel tamburo.

Uno al moribondo, tre a Jane, uno a lui.

I conti tornavano. Era un revolver a cinque colpi.

Però la Frexhi si era fermata subito, aveva sparato una volta sola, senza andare a vuoto, senza far girare di nuovo il tamburo, senza insistere, benché evidentemente, per qualche ragione o impulso, lo volesse morto.

Una pallottola, da sola, spesso non garantisce il risultato. Ma lei si era fermata senza insistere.

Come se la zombi avesse ricordato i dettagli della precedente vita.

«Maledetta... perché… uhhh...», e crollò a terra, agonizzante.

Il sangue usciva a fiotti dal buco.

Non ne aveva per molto.

Sarebbe morto.

E questa volta senza nessuna possibilità di resurrezione; d'altra parte, se faceva il cadavere, non poteva al contempo fare il medico rianimatore.

Il dottor John Williams aveva commesso molti errori nella sua vita, ma poco prima aveva compiuto quello più grave: dimenticare il revolver di Jane Frexhi vicino alle sue mani.

Come già aveva fatto Chana con il suo tommy-gun, la zombi dai capelli grigi l’aveva immediatamente afferrato, occultandolo nella tasca del trench.

Ma a differenza della Godrich, la Frexhi non si era mostrata ubbidiente con il suo padrone.

La bella zombi si diresse verso l'ascensore che portava al piano di sopra, passando davanti a Chana.

Dietro di lei i rantoli del dottor Williams.

Poco dopo giunsero sul posto i ragazzi del Boss e subito contattarono al telefono il loro Capo: «Chana è viva, un po' stordita forse, ma viva; stava pure per spararci, non ci ha riconosciuto subito. È piena di sangue, però evidentemente non è il suo. Williams è morto. Di Jane non c'è traccia».

«Dannato imbecille! Fred ha detto che Chana è stata imbottita di piombo!

C'è di mezzo lo zampino di Williams, lo sento. Ma stavolta è finita.

Sei sicuro che sia morto?».

«Non dà segni di vita, Capo».

«A volte questo non basta a fare un morto, imbecille!

Scoprite che fine ha fatto Jane, branco di idioti!

E riportate qui Chana, intanto. Ma tenetela d'occhio. Questa storia non mi convince, capito?».

Il Boss non ci vedeva chiaro.

Non ci vedeva chiaro nemmeno Jane Frexhi, che guidava senza meta nella sterminata periferia di Chicago.

Uno strano gesto la riscosse dal suo torpore.

Un ragazzo, ai margini della strada, teneva il pugno chiuso e il pollice all'insù.

Le ricordava qualcosa.

Si fermò.

«Grazie, signora, molto gentile».

«Perché... hai fatto così...».

«Così come?».

Gli mostrò il gesto.

«Beh... perché non sapevo come rientrare a casa, ho fatto tardi con gli amici e allora... ma lei, signora... è sicura di sentirsi bene?».

«Tu... mi ricordi qualcosa...».

Era ripartita, ma guidava in modo incoerente, con continui cambi di direzione.

In quella maniera, il ragazzo non sarebbe mai arrivato a casa.

«Signora... mi scusi ma...».

Il trench nero mascherava bene le macchie ematiche e il buio dell'abitacolo faceva il resto.

«Ora... ricordo...», mormorò la zombi.

Entrò in un vialetto di una zona industriale.

In giro non c'era nessuno.

Fermò la vettura e si allentò l'unico bottone allacciato: «Avanti... ti ricordi come si fa...?».

Il ragazzo prese fuoco come fosse cosparso di benzina.

«Sei la più bella donna che abbia mai visto a Chicago... come ti chiami?».

«Mi chiamo... mi chiamo... inizia con la i... quella storta... almeno credo...».

«E questa che roba è...?», alludeva alla materia liquida che la insudiciava un po' dappertutto.

«E io... che ne so...?».

«Devi essere tutta suonata, però sei un bel tipo, sai?

Sei stata a una festa particolare, eh?

Ma se non ti hanno fatto contenta, ora ti do proprio una bella ripassata...».

«Ripassare... è quello che mi serve...».

La inforcò stravaccata sul sedile, con tipica irruenza giovanile.

Gli occhi di Jane acquistarono una luce diversa.

Uscì dal torpore per farsi incerta e preoccupata.

«Basta... non sto bene...».

La Frexhi non era abituata a vedersi cadavere. Oppure ebbe paura di essere ancora viva, ovvero di non essere morta nemmeno una volta.

«Ti porto subito all'ospedale, non agitarti».

«No... non fa niente... portami a casa tua...».

Il giovane si pose alla guida con l'intenzione di recarsi all'ospedale più vicino.

«Bada... di non fare scherzi...», ma la Frexhi, prevenendolo, aveva estratto il revolver dalla tasca, anche se era scarico.

«Come vuoi, Jacqueline. Non ho alcuna intenzione di contraddirti».

«Io... ti ho sentito... mentre dicevi... adesso la frego io... a questa... la scarico... al primo ospedale... che trovo... e me la batto...».

«Ma veramente... scusa, io non volevo... non è ciò che veramente io volevo pensare...», si giustificò imbarazzato il ragazzo.

Zitto e non pensare, pensò adesso il giovane.

Le scariche elettriche avevano sconvolto la testa della zombi. Le sembrava di ascoltare ciò che era solo frutto della sua immaginazione, o magari soltanto ciò che veniva pensato.

Erano giunti a casa del ragazzo. Una catapecchia di periferia.

«Sono un semplice studente, Jacqueline... mi dispiace non poterti offrire di più...».

«Cosa... studi...?».

«Medicina».

La Frexhi chiuse un paio di bottoni e uscì dall'auto.

Una volta dentro, si accomodò sull'unica poltrona, stringendo le mani sui braccioli come se si ritrovasse sul trono di Atene.

«Non preferisci stenderti sul letto?».

La zombi lo ignorava.

«Se sono morta... non dovrei... sentirmi così...

E se quell'idiota... no... non può essere...».

Si toccò le ferite, cercando di capire.

«Jacqueline... si può sapere cosa stai dicendo?».

«No... Jane... mi chiamo Jane...».

«La sbornia sta passando, eh?

Ce la siamo spassata, amica mia...

Perché non ci mettiamo insieme?

Con una come te accanto, i miei amici morirebbero d'invidia».

«Se studi medicina... vuol dire... che diventerai... un dottore... come John...?».

«Lo diventerò, se riuscirò a laurearmi...

Ma... di' un po'... non è sangue questo, Cristo?», finalmente, con una luce decente e la sbornia che passava, se n'era accorto. «Posso darti un'occhiata?».

«Se sei bravo... nel dubbio... devo curarmi... non voglio crepare... se non sono crepata...

Tu... come ti chiami...?».

«John».

«John... come quell'idiota...

John... guardami i buchi... e dimmi... ti prego... che sono morta...».

«Io... io non sono un menagramo, ma... se non chiamiamo subito un'ambulanza... e io non ho il telefono... tu sei morta, Jane... lo sai anche tu».

«No... io non lo so...

Ai tumori... ci sei arrivato...?».

«In che senso?».

«All'università...».

«I tumori si fanno l'anno prossimo. Ma chi ti ha fatto questo?».

«All'università... non imparerai molto... io... stavo morendo di cancro... ma Williams... lui sì che lo studiava il cancro... mi faceva vivere... ma poi ha commesso un errore... quello stramaledetto dottore... mi voleva morta... mi ha sparato... non so nemmeno io... quante volte...».

«Tre volte, temo».

«Sì... ora ricordo... tante volte... troppe...

Sono talmente ammalata... che le mie ferite... non buttano sangue... vedi...?

Sto marcendo... John...

Perciò... avevo trovato una soluzione... ma poi... ho sparato a quel dottore... lui poteva salvarmi... ma ora... che fine farò...? Chi è... il mio padrone...?».

Il ragazzo, intanto, le tamponava le ferite.

«Se non sono crepata... mi ritrovo... con un cancro terminale... all'intestino... e tre revolverate... in pancia... e l'unico medico... che poteva aiutarmi... è morto...

Sono fottuta... ragazzo... se non crepo subito... di piombo... la mia pancia... esploderà d'ascite... in meno di una settimana...

Ma forse... forse sono morta...

Sì... sono un tommy-gun... dall'inferno... la Regina di Chicago...

Faremo fuori il Boss... tu sarai... uno dei miei ragazzi... ti dirò... come contattare... un certo Fred... che fa la bava... su di me... e anche... una certa Zombi-Chana...».

«Per il tuo bene, figliolo, vai a nanna e dimentica tutto...

La signora viene con noi».

L'avevano ritrovata.

Un informatore del clan l'aveva riconosciuta quando era al volante e l'aveva seguita.

Fu trasportata alla base e finalmente il Boss poté rivederla.

«Ci mancava pure Jane ridotta così!», imprecava con i suoi.

La fece visitare da ottimi medici, ma i pareri furono sconfortanti.

Poi alla Frexhi sembrò di ricordare che il dottor Williams avesse un assistente.

Era vero e il Boss lo rintracciò.

Il giovane dottore Jeff Courtney cominciò a restringere il campo delle ipotesi.

Una zombi suggestionata di vivere una vita vera, oppure una viva suggestionata di essere diventata una zombi?

Una resurrezione particolarmente riuscita, o un'efficace taumaturgia sperimentale?

In ogni caso, a quattro settimane da quella incredibile notte, la malattia di Jane si era pesantemente aggravata.

La Frexhi si era ridotta a diventare la biscia umana dei suoi peggiori incubi, avvitata al letto, inquieta, impotente e senza prospettive.

Le complicanze delle tre pallottole l'avevano pericolosamente indebolita.

Si diceva ormai che ne avesse per pochissimo.

Il Boss la visitava spesso, per non perdersi il momento fatale.

Courtney lo aveva avvisato che la situazione poteva precipitare da un momento all'altro. Il giovane medico si era stabilito al capezzale della Frexhi, per seguirla 24 ore su 24.

«Se sono morta... non mi succederà niente...», ripeteva spesso, anche se era sempre ansiosa di riscontrare qualche piccolo miglioramento, ormai impossibile. «Se sono viva... conosco già la morte...», diceva anche.

Jane andò in crisi alle undici della sera. Non respirava più senza mascherina.

Il Boss aveva interrotto un meeting importante e stava arrivando di corsa.

Trovò Courtney intento a ridurre l'ascite della Frexhi con la solita siringa di grandi dimensioni: incuteva soggezione al solo guardarla.

Poteva sembrare inutile, ma si tentava ancora. Fino all'ultimo.

Fred se n'era andato poco prima, per non tradire il suo speciale interesse per la moribonda.

L'aveva incoraggiata, ricordandole la sua promessa. La voleva a tutti i costi, ci contava. L'avrebbe aiutata a rovesciare il Boss, se necessario. Dopo tutta questa lotta, era ormai la Regina dell'Inferno, oltre a quella di Chicago.

«Non mi lascio... andare... promesso.... meglio... fare la biscia... che... mangiata... dai vermi...», gli aveva risposto, prima che le mancasse il respiro.

La situazione era critica, ma relativamente sotto controllo.
La trasfusione era pronta.

Se Jane non si fosse aggravata ulteriormente, avrebbe superato la notte.

L'obiettivo era quello di stabilizzarla.

Non sarebbe servito ad allungarle di molto la vita, ma il Boss non si era ancora rassegnato e qualche altro giorno con lei l'avrebbe fatto contento.

Il Capo volle parlarle. Le fu tolta la maschera dell'ossigeno.

«Jane... vecchia mia... Jeff sta facendo il massimo... ti teniamo...».

«Sì... è bravo....mi ricorda John...

Sono fottuta... forse sono morta... ma non voglio crepare... è strano... ma sto lottando ancora...».

«Forse sei la Regina dell'Inferno, Jane...».

La Frexhi superò la notte e passò una settimana relativamente tranquilla.

Era orgogliosa della sua tenuta e chiedeva spesso notizie di improbabili miglioramenti.

I giorni continuavano a passare tra frequenti malesseri, ma senza crisi fatali.

Il suo organismo sembrava adattarsi di continuo, era passato un mese dall'ultima crisi che aveva minacciato di risultarle fatale e la Frexhi riusciva ancora a gestire la situazione, con Jeff Courtney sempre accanto a lei.

«C'è qualcuno che è venuto a trovarti, Jane.

Vieni, Chana».

«Chana...

Ti ho preso... fra le mia braccia... mentre lottavi ancora...».

«Jane... perché non ti alzi... io sto in piedi... mi vedi...?».

«Io... alzarmi...?».

«Tu, sì. Alzati, Jane», ribadì Courtney.

La Godrich tirò la Frexhi per un braccio.

La cinquantenne barcollò per qualche istante, ma rimase in piedi.

Da sola.

Sul tavolo antistante, il medico aveva poggiato il suo revolver a cinque colpi e il trench nero.

Gli occhi della Frexhi si illuminarono.

Cominciò a camminare.

Raggiunto il tavolo, chiese a Courtney di mettergli l'impermeabile e si infilò il revolver nella tasca.

«Voglio vivere... Jeff... vivere...».

Il giovane medico si inginocchiò davanti a lei.

Gli prese la testa e se la spinse sul ventre.

Jane Frexhi era tornata.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

A DUE PALLOTTOLE DALLA PENSIONE

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2015-2018)

Povera di famiglia, aveva deciso di arruolarsi nell’esercito sfruttando la deroga concessa in via straordinaria nel 1855 per compensare il calo delle reclute maschili registrato nell’anno precedente.

Il sergente Frazer adesso ha quasi 60 anni, ma - senza dubbio - è ancora una bella donna, benché abbrutita dalla convivenza con la soldataglia.

Se da una parte rappresenta una piacevole curiosità per la popolazione civile, dall’altra non è molto apprezzata dai commilitoni, visto che in un paio di occasioni è risultata l’unica superstite di pattuglie a cavallo poste al suo comando, attaccate e massacrate dagli indiani.

Lo status naturale di donna, di bella donna, l’ha in qualche modo protetta, ma ai suoi compagni non va molto a genio la prospettiva di giocarsi la pelle con qualcuno che può godere di un trattamento di favore in simili circostanze. D’altronde gli indiani hanno rispetto per tutte le creazioni della Natura, ma ancor più per quelle particolarmente belle. Manitou ha insegnato loro molte cose, e a differenza dei bianchi, hanno colto l’occasione di apprenderle.

La Frazer, dal canto suo, fa tesoro del suo status, avendo cura di portare sempre profondamente sbottonata la sua giacca blu. È il suo amuleto, in fondo, e finora ha sempre funzionato. Gli ufficiali la tollerano volentieri, mentre sono inflessibili con gli altri subalterni, dai quali pretendono il massimo ordine nell’uniforme.

Su dodici bottoni d’ordinanza, tutti dorati, ne lascia sciolti almeno cinque, se non addirittura sei o sette, quando si sente particolarmente nervosa oppure esposta a qualche pericolo.

Nel Forte dove è assegnata, dunque, l’epica dell’eroico “Settimo Cavalleria” cede il passo alla più profonda attualità del “Settimo Sbottonata”.

Le reclute fanno a gara per avere lei come istruttore. Ma devono sbrigarsi, perché la Frazer, molto esperta, con quasi 25 anni di servizio, è ormai vicina alla pensione.

Le manca poco più di un mese, per l’esattezza.

In un momento di pausa, durante l’addestramento, il caporale Stanton l'avvicina.

«Hai già deciso dove goderti la pensione, sergente?».

«In un piccolo ranch di mia proprietà».

«Da sola?».

«Da sola. Sono troppo vecchia per mettermi con un uomo, ma non troppo decrepita per mandare avanti una fattoria».

«Che ne dici di fare società, allora?».

«Se non cerchi complicazioni, un buon cow-boy potrebbe servirmi.

Con il tuo lavoro, però, come la metteresti? Tu ne hai di strada da fare, ancora…».

«Sono stanco di questa vita».

«La scelta spetta a te. Ma ricordati, niente complicazioni».

Jack Stanton viene a sua volta avvicinato.

«Attento a non metterti nei guai per un bisonte simile», lo avvisa il parigrado Wilkinson. «Ne ha rovinati parecchi, quella».

«È una che si fa gli affari propri, come tutti noi».

«Ti dico che è una che crede di essere ancora quella di dieci anni fa».

«Perché, cos’era dieci anni fa?».

«Adesso è un bisonte arruolato nell'esercito dell'Unione.

Ma per chi se la ricorda, dieci anni fa era bella, fresca, formosa, senza essere una montagna di carne».

«A me sembra ancora una gran bella donna».

«Grande di sicuro… se continua così, farà schiantare il cavallo…

E poi è cattiva, rancorosa, perché vorrebbe dominare la scena, ma il potere che aveva sugli uomini è agli sgoccioli e lei ha difficoltà ad ammetterlo».

«Ma a te cosa t’ha fatto?».

«Te l’ho detto, lasciala perdere, o ti rovini inutilmente».

«Per me può andare al diavolo, se è tanto ambiziosa, finirà male».

Qualche giorno dopo il tenente Walker viene incaricato di scortare il convoglio – composto da due conestoga – destinato a trasportare le paghe in oro delle guarnigioni militari.

Può scegliere dodici uomini.

Alla fine, ne sceglie undici.

Il tenente Frederick Walker, benché molto più giovane, ha messo gli occhi addosso al sergente Frazer e l’ha perciò incluso nella scorta, come suo luogotenente.

Ci sono anche Stanton e Wilkinson.

«Mi hanno detto che vai in pensione, Anna.

A me non sembri una donna da pensione».

«E invece lo sono, Fred», pesante sulla sella, con sei bottoni sciolti e il seno che saltella al piccolo trotto.

«Potrei passare a trovarti, che ne dici?».

«Se hai tempo da passare con una vecchia, perché no, Fred?».

«Non mi sembri tanto vecchia, dopotutto».

«Mi sento tante miglia addosso, e anche il mio cavallo, Black, non ce la fa più a portarmi in giro…».

L’animale risponde con un nitrito.

«La tua bestia non sembra scontenta, Anna. Secondo me, lui ama farsi cavalcare da te…».

Ancora un nitrito, stavolta stridulo, però.

«Che c’è, Black?».

BANG BANG BANG

L’amabile conversazione viene bruscamente interrotta.

Ecco cosa c’è.

Sparano!

Colpi di winchester dall’altura a sinistra.

E anche da quella destra.

«Ahh...!», il caporale Stanton viene disarcionato in un amen da un proiettile fatale che lo seppellisce con la faccia nella polvere, senza nemmeno il tempo di sputacchiare al prete i suoi peccati, primo fra tutti quello di aver sognato, e molte volte, di scoparsi il sergente Frazer.

«Un’imboscata! Al riparo!», il tenente Walker urla i suoi ordini, senza rendersi conto che lì l'unico riparo è la fuga, il galoppo oltre la gittata delle pallottole, intrappolati come sono in una stretta gola rocciosa: chi ha organizzato l'agguato ha scelto con cura questo punto.

BANG BANG BANG

«Ahh!», un altro punto morto.

Per due giovani soldati del drappello.

«Via da qui, maledizione!», la Frazer sa bene di doversi togliere alla svelta da quel casino, se vuole arrivare davvero alla pensione, e piantando gli speroni nei fianchi del suo cavallo, lo sprona a galoppare veloce verso l’uscita della gola, fuori dalla portata di quei fucili che continuano a sparare precisi, con la sola canna fumante a far capolino dalle rocce.

«Yaaa, yaaa!», Black risponde subito alle fitte procurate dagli stivaloni della padrona, occhi di fuoco e bava alla bocca, in quel momento la donna e l'animale hanno le stesse sembianze.

Nonché lo stesso fottutissimo scopo.

Salvarsi la pelle.

BANG BANG BANG

Il drappello di scorta, mortalmente penalizzato dalla sorpresa e dalla pessima posizione, si è già più che dimezzato: rimangono soltanto il tenente Walker, il caporale Wilkinson e due soldati.

Sono riusciti a rotolarsi nella polvere, cercando scampo sotto i due conestoga, ma gli avvoltoi, già richiamati dagli spari e dall’odore di morte, sanno che è solo una questione di pazienza.

Per il momento si limitano a volteggiare sopra l'inatteso banchetto, la tavola non è ancora pronta.

Mancano quattro portate.

Più il dolce.

Il sergente sbottonato.

«Non potremo resistere a lungo, accidenti!».

«Uhh…!», Wilkinson è buon profeta e si becca una pallottola di rimbalzo in piena fronte, un bel buco che si potrebbe scambiare per il terzo occhio, se non fosse che il suo sguardo è ora più morto che mai.

Gli altri tre, Walker in testa, tentano di rimandare il destino il più possibile, scaricando tutti i proiettili che hanno nelle pistole e nei fucili, ma alla fine le uniche pallottole che rimangono loro sono quelle che si ritrovano in corpo.

Il tenente rimane a bocca aperta – forse per aver cercato l'ultimo respiro di vita, forse rimpiangendo di non aver seguito la Frazer quando ancora poteva – gli occhi sbarrati a vedere eternamente il niente.

Il primo avvoltoio, quello meno dotato di pazienza, plana sul cimitero senza croci e inizia a guardarsi attorno, scattando con il capo a destra e sinistra, nervosamente.

Nervoso per l'imbarazzo della scelta.

«Ottimo lavoro, sergente Frazer...», un uomo con una vecchia divisa sudista si para con il suo cavallo davanti a lei.

«Sono passati alcuni anni dal nostro ultimo affare, ma i risultati sono sempre ottimi. E non solo i risultati...», le butta un’occhiata volutamente insistita sull'ultimo dei bottoni slacciati, dove fanno invitante mostra di sé le tette sudate per il gran caldo e la fatale tensione.

«Lascia stare il mio seno... e ricordati che la mia colt è ancora carica...

Ho sparato soltanto due colpi a casaccio, quel che bastava per non insospettire quei poveracci...», lei invece butta il suo sguardo sui cadaveri dei soldati.

«Non dirmi che il sergente Frazer adesso è diventato anche sentimentale...», e ride scompostamente, sputando a terra la cicca per farlo appieno.

«Andiamo...».

Insieme si muovono verso i conestoga.

«Controllate i carri!», il bandito si rivolge ai suoi uomini, ai quattro cecchini che hanno sparato protetti dalle rocce.

«Non ti fidi, lurido maiale?», la Frazer sa spazientirsi alla svelta, con la mano che le scivola di riflesso sul manico della colt.

«Di te, mai», e la guarda duro, copiandole pari-pari il gesto.

«Tieni a bada le mani, Garrett...», anche se le sue sono ancora più nervose, quasi speranzose che l'uomo faccia la prima mossa.

Dopo che il copione di quella recita le ha imposto di sparare un paio di colpi all'aria, adesso sente salire l'eccitazione per una sfida che può divenire tragicamente concreta anche per lei.

Poi, lentamente, con la sinistra si sbottona anche il settimo, forse per darsi la carica, forse per intimidire l'avversario, forse per lanciare un segnale convenuto.

L'uomo accusa il colpo.

«Anna...».

«Un carro per uno, Garrett. E niente extra...».

E stacca quel ronzino, dopo avere trainato carretti pieni di munizioni ed armi arrugginite oggi il mio Black è ansioso di trainare qualcosa di più luccicante».

«I patti erano questi. E poi ti sei fatta troppo grassa per i miei gusti...

Allora, ragazzi... se è tutto a posto, ce ne andiamo! La signora ha fretta di lasciarci...», Garrett pare divertirsi e lo conferma accennando la sua solita, sguaiata risata.

BANG BANG

Ma è appunto soltanto un cenno, la paresi improvvisa prodotta da due pallottole in pancia gli blocca l'espressione così com'è, decisamente incompiuta.

«Uhhh...», il tempo solo di un rantolo strozzato e si affloscia sulla schiena del cavallo, rotolando poi a terra.

BANG BANG BANG

Altri colpi, sparati dallo stesso invisibile fucile.

BANG BANG BANG

A cui si aggiungono quelli della colt di Anna, il seno che le balzella fuori dalla giacca a ogni colpo.

È presto finita.

I cecchini sono diventati bersagli, in queste zone il vento fatale cambia facilmente.

«Oggi è il vostro giorno fortunato», il sergente sbottonato – la lingua a umettarsi le labbra per l'eccitazione del successo – mostra il suo volto crudele e sembra godere di quel via-vai di uccellacci tenebrosi, orgogliosa di avere contribuito attivamente al loro abbondante pasto.

È illesa e vittoriosa. E si è procacciata una liquidazione adeguata ai suoi 25 anni di onorato servizio nell'esercito dell'Unione.

«John... sei sempre il migliore quando si tratta di sparare alla schiena...», scende da cavallo e gli va incontro, dopo aver chiuso un paio di bottoni e ricomposto le tette. È finita, ce l'ha fatta.

John Strutton, ex pugile, ex cacciatore di taglie, ex truffatore, ex di tutto.

Anche di lei.

«Ho fatto il mio dovere, puttana... non lamentarti.

Anche tu non scherzi, a quanto ho visto», ci va giù duro, è tipo di poche parole e certo non raffinate.

«Difatti ti ho appena detto che sei il migliore nel tuo campo...», lo guarda dal basso verso l'alto, lei piantata con gli speroni a terra, lui in sella al cavallo, postazione ideale per guardarle il seno stretto nella giacca blu.

«Povero Garrett... ha pagato con la pelle l'errore di arruolarti nella sua banda.

Già...», la guarda, sputando il nulla in terra. «Ma quello che lo ha fregato davvero è stato il nostro incontro», continua a fissarla per dividere le colpe, per avere la chance di raccontare al proprio confessore che metà di quei cadaveri non sono suoi.

«Non c'è soldato che possa dirsi innocente, John. Uccidere in divisa è sempre uccidere. E io, visto che sono già dannata, preferisco presentarmi ricca a Satana».

«Non ne avevo dubbi».

«Quanto a Garrett, voleva fottere l'oro all'esercito...», fa una pausa, forse distratta da un avvoltoio che ha appena strappato un grosso pezzo di carne morta. «E noi abbiamo fottuto l'oro a lui».

«Fottendo anche lui», Strutton è un tipo preciso.

«Non c'è assassino che possa dirsi innocente.

Un carro per uno, John, come nei patti. Meglio filare, adesso».

«Non c'è tempo per un extra...?».

«E niente extra...».

«Un carro per uno...

Poteva anche andar bene», un lampo rapido come una folata di vento gli attraversa gli occhi. «Ma la vita da queste parti è sempre più cara e pericolosa...».

«Che cazzo significa, bastardo?!», si ritrova faccia a faccia con la colt di Strutton, che la guarda dall'alto verso il basso, con la canna a fare ombra al sudore delle sue tette.

«Che sono il migliore nel mio campo», e muove la pistola più in basso, andandole a piantare l'ombra della canna sul primo dei bottoni in quel momento agganciati, all'altezza dello stomaco.

«E con te faccio un'eccezione».

Click!

«Non ti sparo alla schiena».

«No!».

BANG BANG

«Uhhh...!», due colpi in rapida successione fanno saltare il primo e secondo bottone, tra quelli allacciati, portando così di nuovo a sette il totale di quelli sganciati.

«Lurido... bastardo...», cala lo sguardo sui buchi lasciati dal piombo, due bottoni di carne sanguinolenta, poi lo rialza incredulo verso il suo assassino... fra il sudore che le cala dalla fronte e il sole che scherma Strutton fin quasi a renderlo invisibile.

Si è lasciata sorprendere! Ha perso il controllo della situazione!

Quindi uno sbuffo di polvere alzato dalle ginocchia pesantemente cadute sulla terra.

«Due carri... pieni... d'oro... uhh... bastavano... per... tutti... e due... ohh...», lo sguardo fisso in avanti, vuoto, disperato... morto.

«Troppo non è mai troppo», lui invece con la luce a favore la vede bene.

BANG BANG

«Ahhh!», Strutton assomiglia d'improvviso a Garrett, stessa espressione e stessi occhi a sporgersi disperatamente oltre i confini delle orbite.

«Puttana... ahhh...», e crolla a terra, finendo lungo a braccia larghe, con un bottone sul cuore, stecchito e ortogonale come una croce.

La sua.

Con il sergente sbottonato non basta neanche avere il sole dalla propria parte per essere sicuri di vederla crepare.

«Ora... è tutto mio...», e aggrappandosi a sé stessa, riesce a rimettersi in piedi, in dolorosa posizione eretta.

Un paio di gocce di sangue a cadere sulla polvere per ogni passo e la fiera posizione subito persa per incurvarsi, quasi piegata in due, in una postura più consona a chi si è appena beccato due pallottole in corpo.

Gli stivaloni di cuoio che si trascinano sulla sabbia alzano più polvere che metri, i conestoga sono lì che aspettano, eppure sembrano lontani.

Si è fatta sorprendere! Ha rovinato tutto! Ma è lei ad avere ancora il controllo della situazione!

Almeno così crede il sergente sbottonato.

«Maledetto... uhh...», ha il fiato per imprecare contro Strutton mentre tira giù dalla cassetta, con una sola mano, un soldato della scorta o forse uno degli uomini di Garrett: quando la morte comincia a intossicarti l'anima, i punti cardinali spariscono e Nord e Sud si ritrovano all'improvviso sulla stessa latitudine.

«Ohh...», una salita dolorosa ed è sul carro, piegata sulle sue ferite, pensierosa, allarmata, inquieta.

Il sergente Frazer si impone di rimanere calma.

Con il fazzoletto giallo d'ordinanza si tampona i buchi e si abbottona la giacca fino al collo. Ha deciso di non mollare. L'oro è tutto suo. I programmi non cambiano. Anzi raddoppiano.

«Yaaa... yaaa!», sblocca il freno e lascia andare i ronzini attaccati al conestoga: il carro inizia pesantemente a muoversi, insieme alle sue casse.

BANG BANG

L'altro freno è sbloccato a suon di piombo.

Poi una pacca al suo cavallo che le marcia a fianco.

«Corri Black... vai al ranch... corri...».

BAN BANG

Un paio di colpi per convincerlo e dargli lo start.

Un nitrito selvaggio e la possente bestia parte al galoppo.

«Il ranch... non è lontano...», dice a sé stessa, cercando di convincersi, mentre le ruote si muovono lentamente portando adagio il carro fuori da quella gola affrescata di morte e avvoltoi.

La sua pensione in fondo è lì, a portata di ronzino, qualche miglio più a sud, al di là del confine, dove i disperati trasformano l'acqua in vino tentando di dimenticare che si nasce solamente per morire.

Ma questa volta ci sono anche due pallottole che la dividono dal suo ranch, nonostante tenti di nasconderle con ostinazione sotto il palmo di una mano.

«Sono grossa... robusta... io... posso... cavarmela...», prova a nasconderle soprattutto a sé stessa, ma non può fare altrettanto con gli avvoltoi, gli unici animali che diagnosticano le ferite meglio dei dottori.

Due di loro hanno difatti lasciato il banchetto per seguirla, restando a farle ombra una decina di metri sopra il suo carro, silenziosi come la morte.

Di solito volteggiano a cerchi concentrici sopra l’obiettivo designato, e ogni cerchio che chiudono è anche un minuto in meno che resta al condannato prima di crepare.

Brutto segno, sergente Frazer.

La pista che si curva a sinistra, per tornare subito rettilinea e aprirsi al panorama di un’ampia distesa, una pianura recintata in lontananza dalle montagne, abbellita da piccole macchie verdi, fino a lì assenti.

In quella vallata scorre il grande fiume, in questa stagione tuttaltro che grande.

E prima delle montagne, il suo ranch.

La sua pensione.

«Non posso... crepare... proprio... adesso...», a volte è l'ostinazione a far restare tale un quasi cadavere.

«Non voglio... crepare... Satana... è con me... sono ricca...», a volte basta credersi potenti, tamponare le ferite con dollari d’oro, e può capitare che quelle guariscano da sé, taumaturgicamente risolte dall'alchimia dell'avidità.

«L’acqua... la trovano... da soli... uhh...», si volta, e prendendosi un paio di pugnalate con la lama di piombo nello stomaco, si sprofonda sul pianale di carico del conestoga, dove sono sistemate le casse con i dollari in oro; rimane distesa sulla schiena a fissare turbata le ombre mobili degli avvoltoi, che filtrano attraverso il telone bianco che riveste il carro; gli uccelli del malagurio continuano instancabili a volteggiare, disegnando cerchi concentrici sempre più stretti sopra la sua testa.

BANG

Fa saltare il lucchetto di una delle casse, taglia il primo sacchetto e si infila una manciata di monete d’oro all’interno della giacca, passando per i due buttoni che mancano.

Un’irrefrenabile sensazione di delirante onnipotenza si fa strada nelle sue viscere.

È troppo ricca e potente per crepare. E questo le piace moltissimo.

Le sembra perfino che gli infami avvoltoi sopra di lei stiano dilatando i volteggi, concedendole adesso più tempo prima dell’inevitabile.

La sua frenesia di vivere è fuori controllo.

Forse la morte l'ha già così intossicata da farla diventare folle, e il troppo sangue perso fa il paio con la perdita della ragione.

«Uhh...», geme, con la lingua a umettare le labbra e gli occhi persi nel vuoto: talvolta i piaceri della vita e i dispiaceri della morte calano sullo stesso orizzonte, senza che nessuna linea di confine possa separarli.

Intanto i suoi ronzini hanno raggiunto il fiume e ne approfittano per abbeverarsi, in compagnia degli altri due, che li hanno seguiti con militare disciplina.

Anche il sergente sbottonato è giunto sulla riva di un fiume, ma non è lo stesso fiume.

Un obolo per Caronte non le manca davvero, però non è quello il postiglione che vuole. La Frazer ha bisogno di qualcuno che la porti al di là questo dannato fiume che la separa dal Messico e dalla sua pensione.

Spaventata dagli avvoltoi, che stanno ormai rasentando il tendone del conestoga, si scuote dal suo mortifero torpore.

BANG BANG

A loro volta spaventati, i ronzini si addentrano nell’acqua, bassa e placida.

Il sergente sbottonato si puntella con i gomiti al pianale del carro, e spingendo sugli stivali, riesce faticosamente a tirarsi su e a mettere il culo sopra una cassa d’oro.

Adesso ha il suo trono.

Accenna un sorriso malato, forse crepare da regina le fa meno paura.

Ma l’attimo dopo si piega in due, non ha pace.

«Maledizione...», fa una smorfia, increspando le labbra; nonostante le sue illusioni, aveva capito da subito che s’era messa male, fin da quando Strutton le aveva sparato.

Adesso sa perché l’ombra degli avvoltoi le sembra divenire sempre più grande. E vuole vedere da vicino perché ci rimette la pelle.

Quasi ansiosa di trovare una smentita, si sbottona la giacca fino in fondo, le monete che le ingrassavano d’oro la pancia tintinnano sul pianale del carro, le tette sudate sono libere a penzoloni sul ventre, cadenti quanto lei adesso: Anna toglie il fazzoletto e si guarda i buchi che ha sullo stomaco.

Sono più grandi di quello che ricordava e continuano a buttare sangue.

Nessuna smentita, nessuna illusione.

«Quel bastardo... m’ha fottuto...!», mormora stizzata.

Ma intanto rimette a posto il fazzoletto e lo tiene premuto con ambo gli avambracci, piegata in due, quasi a coccolare una creaturina, forse la sua ultima illusione, forse lei stessa ridotta a poca cosa.

Capisce subito, comunque, che è più importante provare a tamponare quel poco di sangue che le resta, che non stare lì a imprecare contro un morto.

È così che, se non altro, riesce almeno a guadare il fiume che le interessava oltrepassare.

«Satana... aiutami...», spaventata a morte dalla gigantesca ombra degli avvoltoi, con la testa che le gira e il mondo che si sdoppia: un altro fiume, altri ronzini dalla lingua di fuoco, un altro conestoga guidato da Caronte, che la chiama per nome e – acciuffata con un lazo – la carica a forza sul suo pianale.

Nella testa della Frazer c’è ormai un polverone infernale.

Il sergente sbottonato, prima di mollare, cerca di mettere a fuoco la realtà: ma vede ancora un polverone.

Un polverone che si avvicina.

Ormai impazzita, impugna la colt e si prepara a ricevere l’infernale postiglione.

Se non è già morta, morirà con le armi in pugno.

La sua pensione a pochi passi, il suo grosso culo seduto su un trono di monete d'oro, da dove aspettare il proprio destino: in fin dei conti i suoi desideri si sono avverati, adesso non le manca più nulla.

Chiunque fosse emerso da quel nugolo di polvere, fosse il destriero nero di Satana o il suo destriero nero, per lei sarebbe stato un inutile dettaglio.

Proprio come le due pallottole: inutili dettagli che avrebbe portato con sé come tatuaggi sullo stomaco, o come pietre preziose da incastonare nell'insegna del suo ranch.

Forse la cosa interessa di più a quei due avvoltoi: le bestiacce cominciano a rimpiangere il banchetto, forse il loro candidato non ce l’avrebbe fatta, non sarebbe arrivato alla pensione. E così avrebbero perduto anche il dolce.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

MORTE NELLA GHOST TOWn

di Salvatore Conte (2011-2018)

Eravamo due pazzi.

Ma per nulla al mondo io e Pablito ci saremmo persi lo spettacolo…

Accucciati sotto le assi malferme di un marciapiede della main street, aspettavamo che le cose precipitassero e prendessero la peggiore piega possibile.

Questa era la nostra gioventù: sangue e pallottole!

E per fortuna eravamo troppo giovani per essere presi sul serio: questo il nostro vantaggio!

La Donna di Picche - ossia la bella Milena Berdicev - rimasta senza carte, si era rintanata nella ghost town da almeno un paio di giorni, con tutto l'oro della rapina...

Solo la sua faccia valeva 10.000 dollari.

E da quando s’era sparsa la voce che Kelly Madison - ossia Blondie - insieme ai suoi uomini era sulle sue tracce, noi non eravamo più nella pelle.

Ci eravamo appostati sulle colline che dominavano il paese e allorché un polverone di cavalli cominciò a dirigersi verso di noi, decidemmo che era giunta l’ora di scegliere un posto in prima fila.

E quando la vedemmo, capimmo che ne era valsa la pena.

La Madison era entrata in città.

Baldanzosa, circondata da mezza dozzina di uomini, con i pesanti seni che ballonzolavano in groppa al cavallo, morbidamente fasciati dalla scollata blusa nera.

Bella e piena di carne, il suo soprannome non mentiva.

La sua faccia da sola valeva 5.000 dollari. Ma contando anche la sua banda, si superavano i 10.000.

E pensare che io e Pablito non valevamo niente.

«Esci fuori, Milena!», allargò il sorriso, convinta che si sarebbe arresa.

BANG

Uno dei suoi si rovesciò a terra.

Morto stecchito.

Un colpo di winchester aveva portato la risposta di Milena Berdicev.

«A terra!».

Kelly Madison guidò i suoi all'interno del saloon, colt in pugno.

Evidentemente il piano era quello di localizzare la Donna di Picche e poi di circondarla.

Gli uomini della Madison si sparpagliarono per la ghost town.

Probabilmente era rimasta sola, al sicuro, all’interno del saloon.

BANG

BANG

BANG

«Figlia di puttana…!».

Poco dopo, però, esplosero alcuni colpi proprio da quelle parti.

E la vidi uscire, ingobbita in avanti, con una mano sulla pancia…

Era stata colpita!

Blondie aveva assaggiato piombo!

E sembrava torcerle le budella, da come storceva la bocca!

Era stata imprudente a separarsi dai suoi uomini.

La Berdicev, evidentemente, si nascondeva proprio nel saloon e l’aveva beccata.

Dal timbro delle colt e dal ritmo della musica, la Donna di Picche l’aveva sorpresa con il primo colpo, lei aveva reagito con gli altri due, per aprirsi la fuga.

Si guardò intorno, sembrava reclamare un cavallo. Forse pensava di raggiungere un dottore al più presto.

Ma non poteva perdere la faccia con i suoi uomini. Fu per quello che indicò a un paio di loro di attaccare il saloon.

Lei li seguì poco dopo.

Stavolta non era sola.

La tensione montava.

Un silenzio irreale annunciava piombo.

BANG

BANG

BANG

«Carogna…!».

Urla soffocate e il grido della Madison.

E poi la sua schiena…

Stava uscendo dal saloon barcollando all’indietro, sempre più ingobbita e tenendosi la pancia con ambedue gli avambracci!

Blondie aveva perso la sua aria da vagabonda.

Adesso aveva i denti digrignati come una belva ferita a morte e impazzita di rabbia!

La Donna di Picche si stava prendendo gioco di lei.

Ma per nulla al mondo avrebbe mollato la colt, il suo istinto di pistolera glielo impediva, la sua voglia di rifarsi la teneva in piedi.

Lo spettacolo valeva qualsiasi prezzo e noi non avevamo pagato nemmeno un cent…

Blondie si guardava intorno, ansiosa di trovare una via di scampo.

Quasi piegata in due, goffa e incerta, girò le spalle al saloon e cercò di trovare riparo sul lato opposto della main street, quello dove eravamo nascosti io e Pablito. Era stata colpita duro. Il volto era tirato, le braccia incrociate, strette ansiosamente intorno alla pancia.

Milena Berdicev varcò i tornelli del saloon a colt spianata e fucile a tracolla.

Era fin troppo chiaro perché la chiamassero la Donna di Picche.

BANG

Un altro degli uomini di Kelly aveva tentato la sorte e aveva raccolto una dose fatale di piombo caldo.

Secondo i miei calcoli, alla Madison erano rimasti soltanto due compagni.

Forse la Blondie si sentì perduta. In ogni caso cercò una mossa disperata, voltandosi di scatto.

BANG

La Donna di Picche, però, non si fece sorprendere!

La Madison sobbalzò all’indietro, come incornata da un toro, incassando il terzo proiettile nello spazio di pochi minuti!

Gli occhi nocciola strabuzzarono così tanto che riuscii a vederli distintamente dalla mia distanza!

La situazione precipitava!

Avevo il cuore in gola... non mi aspettavo di vedere la Blondie mentre si faceva imbottire di piombo…

La colt stavolta le scivolò di mano.

Ma era rimasta in piedi.

Cercò di muovere qualche passo in direzione di un cavallo, forse con la remota speranza di trovare una via di scampo.

BANG

Nel frattempo la Berdicev tirò giù da una finestra un altro dei suoi uomini.

La Madison si era faticosamente avvicinata al cavallo, convinta di cavarsela anche questa volta.

Ma fu proprio l’ultimo dei suoi uomini a portarglielo via.

Sbucò all’improvviso e saltò in sella di corsa.

Stava uscendo al galoppo dalla città morta.

BANG

Tuttavia vi rimase per sempre: la Donna di Picche lo tirò giù con un colpo di winchester nella schiena.

In piedi non rimaneva che la Madison.

Ma anche la Blondie, delusa e frustrata, barcollò confusa per qualche passo, prima di andare giù pesante sulle ginocchia. Non ce la faceva più. Aveva mangiato piombo. E il piombo le era rimasto sullo stomaco.

La Berdicev si avvicinò per chiudere il gioco. Le spianò contro la colt, pronta a freddarla.

Avevo il cuore in gola... non mi aspettavo di vedere la Blondie mentre si faceva ammazzare...

«Il gioco è finito, Kelly», sentenziò, sfoggiando il suo leggendario sorriso; quello che regalava alle sue vittime prima di ucciderle; quasi un anestetico per pallottole, per una morte quasi indolore.

«Aspetta... non farlo... ho tanti soldi... e il mio corpo... che tutti vogliono...».

«Hai mezzora di vita, ti faccio solo un favore...», e armò il cane, reiterando il mortale sorriso.

«No...! Ho più di mezzora...!», gridò allarmata la Blondie.

Non so cosa ci prese a tutti e due, ma fu allora che io e Pablito uscimmo allo scoperto.

Fu un errore.

BANG

A pagare fu il mio amico.

Credo che la Donna di Picche non ebbe il tempo di capire che fosse solo una mezza carta.

Fui salvato dalla fortuna, e anche dal precipitare degli eventi.

BANG

La Blondie aveva un'altra colt sotto la giacca nera!

La Donna di Picche fu raggiunta in pieno stomaco!

Barcollò sorpresa, prima di crollare sulle ginocchia, mantenendo però sotto tiro la Madison.

Adesso potevano freddarsi a vicenda.

Se fossero crollate a terra insieme, avrebbero sbattuto la testa una contro l'altra.

Le loro belle carcasse valevano un mucchio di dollari; c'erano più di 20.000 dollari sul tappeto.

«Tu... quanto pensi di avere... adesso...?», la Blondie stuzzicò la Donna di Picche.

La situazione era esplosiva.

Dovevo insistere.

«Ehi! Non sparate! Sono disarmato!

Il mio amico è ferito!».

Pablito, in fondo, nonostante l’età, era stato l’unico uomo davvero utile alla Madison.

Mi piegai su di lui. Stava rantolando.

Intanto ero riuscito a distrarle.

«È morta…?».

«No, non è morta. Si è difesa grazie a te», era la verità.

Gli occhi di Pablito si addolcirono, come se la propria morte non lo interessasse più di tanto.

Un attimo dopo si fissarono nel vuoto.

Conservavano, però, quella vaghezza che non ricordavo di aver mai visto negli occhi di un morto. E ne avevo già visti tanti.

Mi voltai, frenando le lacrime, e mi avvicinai alle due pistolere, che si fronteggiavano sulle ginocchia, a colt spianate.

«È morto».

«Mi dispiace...», rispose la Berdicev, sputando sangue.

«Abbassa la pistola... Milena... non ha senso... perdere... le nostre mezzorette...».

«Tu... stai peggio di me... Kelly...».

«Ma io... ho il fisico...».

«Abbassala... prima tu...».

«Vi fidate di me, signore?».

Mi guardarono quasi nello stesso momento.

«Se vi fidate di me, prenderò io le vostre pistole.

Nello stesso istante».

«Io...».

THUD

La Blondie franò pesante in avanti!

«Il fisico...», ironizzò la Donna di Picche.

Dalla Madison riversa a terra giungevano sommessi mugolii di sofferenza.

«Coraggio... ragazzo... vai a vedere... se dentro... è rimasta una bottiglia... il whisky... non invecchia mai abbastanza...».

«Ma...».

«No... non lo farò... non ha molto da vivere...».

La Donna di Picche mi capì al volo.

Tornai con la bottiglia: aveva intuito pure quello. La città non era poi così morta.

«Kelly... un goccio... aiuta il fisico...», dopo averla rovesciata supina, le accostò la bottiglia alle labbra impastate di sangue.

«Perché... non m'ammazzi...».

«Perché sei già morta...».

«Tu... credi... di stare bene...

Milena... grazie...», le appoggiò la testa a terra e bevve anche lei.

«Chi sei…», la Donna di Picche voleva la mezza carta sul tavolo.

«Mi chiamo Chico».

«Dovrei... essere arrabbiata... con te...

Che ci fai... qui…».

«Volevo entrare nella tua banda…», non era del tutto vero, ma c’erano tanti posti liberi.

«Sei piccolo…».

«Ma se avessi una pistola... crescerei in fretta...».

«Milena...», la Blondie chiamò ansiosa, cercandone il braccio.

«Kelly... sono ridotta male anch'io... alla fine... rimarrà solo questo ragazzino...

Nella mia... o nella sua...», era tornata sul punto, intuendo la verità.

«Nella vostra...».

Accennò al suo leggendario sorriso.

«Il mondo è troppo piccolo... per due donne... del nostro stampo...».

«No... questa città appartiene a entrambe...».

Con uno sguardo penetrante mostrò di apprezzare la mia sincerità.

«Apparterremo al suo cimitero... infatti...», e sputacchiò sangue, a macabra riprova delle sue parole.

Un attimo dopo si sentì tirare.

«Milena... io... ho più... di mezzora... vero... io non voglio crepare...».

«Kelly... cera di stare calma... o sarà tutto più difficile...

Chico... come si chiamava... il tuo amico...».

«Pablito».

«Lui... voleva entrare... nella banda di Kelly... vero...».

Annuii con il capo.

«Chico... ho un incarico per te...».

Strabuzzai gli occhi.

«Il tuo primo incarico...».

«Vado a cercare un dottore?».

«In un certo senso...».

Mi diede del lavoro.

Il legno marcio non mancava in città ed era quello che bruciava meglio.

Con un cenno della mano mi indicava quando tagliare il fumo con una coperta.

Mi aveva spiegato che da quelle parti talvolta si vedeva girare qualche yaqui.

La loro medicina era tra le migliori.

Poiché gli uomini scarseggiavano in città, mi toccò sobbarcarmi un mucchio di lavori.

In successione, mi adattai a fare l'infermiere, il becchino, il banchiere, il falegname e l'oste.

E pensare che da grande sognavo di fare il pistolero nella banda di Kelly Madison o di Milena Berdicev.

Adesso invece facevo l'oste.

Il saloon era stato rimesso non dico a nuovo, ma almeno in funzione.

Si chiamava "da Pablito".

Anche la banca aveva riaperto, ma nessuno lo doveva sapere.

Il cimitero era cresciuto di nove croci. Una apparteneva al mio amico.

Ed era lui che aveva vinto, alla fine.

Era divenuto uomo in un giorno solo.

Quello che aveva voluto, lo aveva ottenuto.

Quanti possono dire lo stesso a questo mondo?

La sua croce era l'unica ad avere sempre dei fiori.

E non ero io a portarglieli.

Il mondo non è poi così piccolo.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

SFIDA NEL PUEBLO PERDUTO

di Salvatore Conte (2014-2018)

Nella banda di Nola Gomez c’ero entrato più per divertirmi e sparare che per i soldi.

Ma da quando s'era messa d'accordo con Conchita Fernandez, eleggendola suo braccio destro, il divertimento era cresciuto a dismisura, rasentando l'apoteosi.

L'esperta pistolera aveva quasi toccato i 60, ma senza troppe conseguenze; s'era fatta un po' decrepita rispetto ai vecchi tempi, era vero, però il fatto che non mollasse me la rendeva simpatica.

Non era una bellezza giovane e perfetta come Nola, ma era comunque una super femmina e mi metteva la febbre addosso anche più di lei.

Con l'età si era appesantita e non era più veloce come un tempo, ma Nola contava sulla sua esperienza e cattiveria, e le aveva riconosciuto un ruolo importante.

Conchita aveva sempre caldo e spesso insinuava la mano all'interno della severe casacca nera...

Insomma, con un fazzoletto era solita asciugarsi il sudore in seno: un po' sfruttato, ma sempre potente.

In effetti il seno non è quello pieno, ma quello vuoto: è lo spazio tra i seni, l'insenatura tra loro, espressione d'arte in non poche donne e capolavoro in Conchita.

Un mio amico erudito mi spiegò una volta che un certo Plinio - che secondo lui era una sentenza -  chiamò "sinum Persicum" un braccio di mare insinuato tra due grosse zinne: l'Arabia e la Persia.

Le bastava una collana rosa-quarzo, perfetta espressione della sua essenza, per ravvivare la tetra casacca. Anche il sombrero, punteggiato di borchie e trame giallastre, era utile allo scopo: calzato in testa con la falda anteriore che le si alzava a ruota sul capo - unitamente alla distinta bellezza dell'indossatrice - ricordava la spettacolare coda del pavone.

Su di lei circolava la leggenda che un giorno un bellissimo pavone le era volato sopra le spalle e che non volesse più mollarla.

Come dargli torto?

La Fernandez sapeva di avere presa su di me, ma non infieriva e talvolta era anche gentile, bontà sua.

Avevo già di che stare attento con Nola.

Quella era un demonio. Inarrivabile e spietata.

Nella sua banda le palle servivano a poco: ce le metteva lei per tutti.

Vera e propria incarnazione della Madre Sierra, essenza universale del Messico, traeva dai sessi ciò che più le faceva comodo.

Sapeva capire un uomo come solo una donna sa fare, ma aveva la forza, l'abilità e la durezza di un guerriero apache.

Se solo avessero imparato a usare i fucili...

Ma lei lo aveva fatto.

Perciò dovevo tenermi lo scalpo in testa.

Era sicuro quanto un parrucchino...!

Un breve sconfinamento e un colpo grosso alla Redshield Bank di Tombstone: tutto liscio come l'olio.

Eravamo arrivati un po' alla volta, mischiandoci alla folla della Main Street.

E adesso eravamo a cavallo, pronti a ripartire insieme, per scoraggiare gli inseguitori.

Lo Sceriffo, però, non seppe farsi gli affari propri.

«Puttana...!».

Era anche uno sceriffo maschilista, perché se la prese con una donna.

Le possibilità erano due.

«Bastardo!».

La voce era di Conchita. Era lei quella chiamata in causa.

BANG

BANG
Si scambiarono i colpi.

Lì per lì la Fernandez non lo diede a vedere, quasi vergognandosene. Si fece paonazza in volto, ma si trattenne da qualunque reazione - ben piantata su sé stessa, forte della sua stazza - spronando il cavallo come niente fosse, anticipando anche Nola.

BANG

BANG

Finimmo lo Sceriffo e spronammo al seguito.

L'avevamo fatta grossa, ma non doveva chiamarla puttana solo perché era una donna e per giunta messicana.

Nola era stata chiara: nessuna pietà per questo genere di stronzi.

Tanto la corda, ormai, non ce la levava nessuno.

L'incidente sembrò dimenticato, gli altri festeggiavano il colpo sparando in aria.

«Basta, idioti!», ogni volta era la stessa storia.

La Gomez fu costretta a urlare: la pista per la Sierra era lunga e avevamo ammazzato lo Sceriffo di Tombstone; uno stronzo, ma con la stella di latta.

L'unica che non festeggiava, a parte Nola, era Conchita.

Affiancai il cavallo al suo e mi accorsi subito che qualcosa non andava.

La Fernandez aveva perso qualcosa per strada, forse la sua aria da strafottente; lo sguardo si era fatto perplesso, insicuro; e si era chiusa la casacca fino al collo.

Teneva le redini un po' goffamente, con l'avambraccio attaccato al corpo.

Conchita mi lanciò uno sguardo sospettoso: sapeva che io sapevo.

Le donne di razza hanno questo tipo di intuito.

Il piano prevedeva, come sempre, di raggiungere la Sierra e far perdere le tracce.

In mezzo a quei canyon, nessuno avrebbe potuto stanarci.

Cavalcavamo da ore.

Mi tenevo dietro alla Fernandez per controllarla da vicino ed essere pronto a intervenire.

Ne studiavo ogni mossa, ogni piega del volto e ballonzolio del seno pesante.

Non aveva mostrato segni di cedimento, era forte come una bestia.

Finalmente Nola alzò il braccio e giunse la prima sosta.

Smontò da cavallo, tenendosi in disparte.

«Tre volontari», la Gomez distolse la mia attenzione.

Nessuno rispose, si attendevano spiegazioni.

«Tre volontari per fare da tappo».

Eravamo alle prime pendici della Sierra.

Nessuno rispose, era un incarico pericoloso.

Stava cominciando a spazientirsi.

Tra poco avrebbe scelto lei.

«Tre volontari al comando di Conchita».

Alzai il braccio per primo, imitato da Pedro.

La Gomez mi lanciò un rapido sguardo: apprezzava chi sapeva morire per una donna.

Poco dopo, Juanito completò il trittico dei volontari.

Senza neanche avvicinarsi, aveva capito tutto.

Perciò era il capo.

Conchita non poteva proseguire a lungo.

Tanto valeva spenderla.

«Vamonos... cabrones!», esaurita la sosta, Nola riprese la pista.

«Muchachos...», Conchita riunì gli uomini. «Ho preso una pallottola... ma non rimarrò fottuta...».

Ora la vedevo!

Aveva allargato il braccio.

Era stata raggiunta in pieno seno, nella parte alta dello stomaco!

La casacca rossa era ancora chiusa, ma la chiazza di sangue era più scura.

Se avevo imparato a capire le pallottole da cimitero, la Fernandez aveva uno stivale e mezzo nella fossa.

Non subito, perché era tosta, ma sarebbe crollata...

«Sparate per uccidere... non devono passare...!», con un rivolo di sangue alla bocca che cercava disperatamente di interrompere.

Che qualcuno ci inseguisse era chiaro dalla polvere sollevata in lontananza.

Ma che fossero una trentina non lo potevamo certo immaginare!

A meno che il demonio non pesasse pure la polvere...

La Fernandez mi lanciò uno sguardo fulminante: anche lei aveva paura; voleva giocarsi le ultime carte con un po' di tranquillità intorno, non così.

E io dovevo suicidarmi insieme a una moribonda: non era affatto equo.

Conchita aveva poco da perdere, ma io ero ancora intero e volevo rimanerlo.

Avrei potuto mollare tutto e andarmene. Ci avrei rimesso i soldi del colpo e quelli della cassa comune, ma non la vita.

Eppure ciò che mi trattenne non furono i soldi.

Maledetta!

Stavano arrivando, il rimbombo degli zoccoli incalzava.

Andavano al piccolo trotto, la velocità giusta per stenderne subito un paio.

Mi concentrai sulle stelle di latta.

BANG

BANG

Era il fucile che aveva fatto il West e io me ne volevo tenere un pezzetto.

C’erano già una decina di corpi a terra, prima che riuscissero a smontare e a ripararsi.

BANG
BANG

Ne finii un paio che ancora si agitavano.

Erano solo dei criminali, in fondo. Peggio di noi.

Noi le banche le attaccavamo, loro le difendevano.

Ora, però, dovevamo stare attenti, perché i superstiti avrebbero tentato di accerchiarci.

BANG

BANG

Pedro e Juanito li avevano già beccati.

Guardai in direzione di Conchita.

Anche lei era d'accordo.

Il nostro lavoro l'avevamo fatto.

Prima che fosse troppo tardi, sgattaiolammo verso i cavalli.

L'aiutai a montare e spronammo ventre a terra.

BANG

BANG

Ci spararono dietro, ma con un po' di fortuna riuscimmo a filarcela.

Gli inseguitori avevano il morale e i compagni a terra.

Forse avrebbero mollato.

Sapevano che da adesso in poi sarebbe andata sempre peggio.

Le strette gole che si insinuavano nel ventre della Sierra erano facili da difendere.

Conchita alzò il braccio, avevamo spremuto i cavalli, dovevano riposare.

Riuscì a smontare da sola e andò a sedersi contro una roccia.

Masticava amaro, con le mani nervosamente premute contro le cosce.

«Bevi qualcosa...», le passai la fiaschetta.

«Li abbiamo fottuti…», ma non c'era entusiasmo nelle sue parole.

La vecchia troia se la faceva sotto dalla paura, anche se aveva ancora il controllo.

Vero, anch'io la chiamavo così, fra me, ma non intendevo quel genere di troia.

Era un complimento alla sua forza e alla sua capacità di rimanere attraente anche a cinquant'anni suonati e con tanti chili addosso.

Sapendo di irretirmi, si allentò la casacca e si asciugò il sudore che le colava nel seno, passandosi il fazzoletto sulle tette, come faceva prima di rimanere colpita.

Una piccola vendetta contro il destino, con me come capro espiatorio.

Nel suo torbido progetto i miei rimpianti avrebbero dovuto aumentare.

«Controlla se hanno mollato...».

Salii a piedi su un punto panoramico.

«Loro, sì».

Raggiungemmo gli altri presso Agua Maldita, un misero pueblo quasi disabitato.

Conchita, ormai, si reggeva a stento sulla sella.

Il covo era ancora lontano e occorreva fare una tappa.

I peones non creavano problemi e per una manciata di spiccioli si spaccavano in quattro.

Nola le procurò un alloggio per farla morire in pace.

Al villaggio non c'erano medici, non c'era praticamente niente.

«Puoi rimanere... se vuoi...», mi disse.

Adesso non faceva tanto la schizzinosa.

Aveva bisogno di sostegno.

«Jack... chiamami se...», Nola alludeva alla Fernandez.

Sapeva che sarei rimasto.

Conchita smaniava sul giaciglio: un lusso da regina in quel buco.

Le mani pressate sullo stomaco le davano un po' di sollievo.

«Gringo maldito...», doveva riferirsi al defunto Sceriffo di Tombstone.

Dopo un po', allungò una mano verso di me. Gliela presi.

Quindi cambiò idea, se la riprese e si girò a pancia sotto, inquieta e terribilmente in ansia, con il terrore di perdere il controllo.

Ero sicuro che ancora non ci credesse.

Eppure ne aveva visti morire in parecchi con buchi di quel genere.

«Te lo ricordi... Sancho...

Sembrava un gigante...

Quanto c'ha messo...».

Meno di te, Conchita.

«Non voglio... rimanere qui... in questo schifo...

Portami in una grotta... dentro la Sierra...».

«Va bene, Conchita».

«Dov'è Nola...?».

«È andata a fare un lavoro».

«Quella fighetta...».

«Io non la chiamerei così.

È andata ad accendere un fuoco.

L'ultima carta che puoi giocarti è quella di uno stregone indio.

Ce ne sono da queste parti, dovresti saperlo, ma vivono isolati.

Ci vorrà un po' di tempo».

Allungò la mano e mi prese letteralmente per le palle.

Stringeva ancora forte.

«Allora ce l'hai... i cojones...».

BANG

BANG

Spari...

E non erano festeggiamenti.

Sentii Nola urlare ordini.

Il pueblo era sotto attacco.

Ma da parte di chi?

Dalla finestrella della casetta riconobbi qualche sombrero...

Era la banda del Puerco.

«Forza, Conchita... sono in tanti, serve anche la tua pistola».

«No... non voglio morire... non combatto più...».

«Avanti... non fare storie. Ti metto seduta su questa cassa: sparerai dalla finestra, senza correre rischi. Tanto ti ucciderebbero comunque...».

«No... a me no...», e mi rise in faccia, stirandosi il camicione con mano esperta.

Aveva ragione, per il demonio!

Ero più moribondo di lei.

E non potevo contare sul suo aiuto.

Anzi, dovevo stare attento.

La pistola ce l'aveva nella fondina, e - spinta dalla disperazione - avrebbe potuto ingraziarsi el Puerco, sparandomi una pallottola nella schiena.

«Fai come ti pare, ma stai attenta a non fare sciocchezze...

Inteso?», la guardai fisso negli occhi sfuggenti. «Non vorrei essere io a chiuderti gli occhi...», l'avevo avvertita.

«Smetti di sparare... non ci troveranno...».

«E a Nola? Non ci pensi?».

«Quella... non ha... bisogno... d'aiuto...».

Forse ha ragione.

BANG

BANG

La sparatoria andava avanti.

E partecipavo anch'io, dalla finestrella della casupola.

L'altra era rimasta chiusa.

«Jack...», mi chiamava, era in difficoltà.

Le fui accanto.

«Sto morendo... pensa a me... ho bisogno di qualcuno... vicino...».

Rinforzai la porta con qualche masserizia e sospesi il fuoco.

«Conchita... cerca di stare calma...», era più forte di me, non potevo abbandonarla, era una gran donna.

«Aiutami... Jack... non voglio morire...».

«Lo stregone arriverà presto».

«Ne ho per poco... lo sento...», a guardarla in faccia sembrava avere ragione.

«Non devi pensarci o sarà peggio».

«Ma sono durata... più di Sancho... che era una montagna...».

Conchita stava per sputare il rospo.

«Vaffanculo... stronzo...», era arrabbiata anche per la beffa dello stregone.

Aveva gli occhi fissi al soffitto della fatiscente casupola.

«Il sudore... il sudore... maledetto... al seno...», stava divagando. «Asciuga... avanti...», la voce era pressante, aveva fretta, sapeva di avere pochissimo tempo.

Anche lei voleva beffarmi.

Mi sciolsi il fazzoletto dal collo e glielo passai all'interno del camicione, facendo come mi aveva detto.

I suoi occhi brillarono per un lungo momento, prima di diventare vitrei...

La bocca si spalancò e un braccio cadde molle a penzoloni fuori dalla maledetta branda!

Conchita!

Il seno era immobile, ma il sudore continuava a colare...

Si era spremuta a fondo per tirarla più a lungo di Sancho.

Le asciugai i seni per l'ultima volta sudando freddo anch'io.

Infine, presi il suo sombrero e glielo poggiai delicatamente sul volto.

Non mi ero nemmeno accorto che gli spari erano cessati.

Presto avrei conosciuto il mio destino: morire per mano di Nola o di Tuco.

TOC-TOC

Bussavano alla porta.

Da una sanguinosa sparatoria a un atto di buone maniere: era tutto molto strano.

«Chi è?».

«Apri la porta, imbecille», era la voce di Nola!

Sarei dunque morto per mano sua.

Accompagnava lo stregone indio giunto al villaggio.

«Conchita!», la Gomez, stizzita, le spazzò via il sombrero dalla faccia.

Fece un cenno all'indio e quello le infilò subito una lunga penna di corvo in gola.

Il corpo, dopo qualche attimo, sembrò avere dei sussulti...!

«Tu soffiare dentro».

Guardai inebetito lo stregone.

«Jack, devi soffiarle in gola. Muoviti... o vuoi farla crepare?».

«Io?», non capivo.

«Tu, sì! Sei la persona che ha avuto l'ultimo contatto con lei.

Soffia forte e cerca di ripetere quello che stavi facendo quando è venuta a mancare», Nola sembrava più esperta dello stregone.

Le soffiai in bocca e tornai ad asciugarle il sudore sotto i seni.

«Sei un bastardo, Jack».

«Me l'ha chiesto lei, giuro».

«Glielo chiederemo».

Staccai le labbra, Conchita riusciva a respirare da sola...

Lo stregone le fece trangugiare una pozione.

«Se voi chiedere, chiedere adesso».

«Conchita... sono Nola...», aveva lo sguardo confuso, «hai chiesto tu a Jack di palparti il seno?».

«Non di palparlo! Di asciugarle il sudore sotto i seni, tra i seni e l'addome!», precisai immediatamente.

Ecco... stava muovendo le labbra...

«No...».

«Non vorrai crederle! Sta spergiurando!».

Nola mi guardò fisso, con durezza.

«Sei perdonato.

Ma se ti ribecco, ti sotterro ad Agua Maldita, claro?».

Era viva, mentiva con disinvoltura e non era ancora costretta a confessare i suoi peccati.

Solo questo contava per me.

Ma lasciai mezzo dollaro a uno di quei peones per una bella lapide di legno marcio nel loro piccolo cimitero.

A certe cose bisogna pensare per tempo.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LE TROIE GEMELLE

di Emiliano Caponi (2013)

New York, 11 settembre 2001.

Le 08.00, guardo il mio Rolex d'oro allacciato sopra il polsino della camicia, uno dei tanti vizi inutili con cui l'Occidente mi ha imbastardito, e tremo.

Apro le due ante di vetro facendole scorrere una opposta all'altra ed esco sul grande balcone lasciando che la fresca aria di quest'ora mi porti sulla faccia un mattino che da domani sarà scritto sui libri di storia.

Una leggera brezza mi attraversa i capelli, ma non serve che mi svegli, sono già sveglio da settimane, ormai ho perso il conto delle notti passate a fissare il soffitto vedendoci le immagini di quello che accadrà oggi.

Ho mentalmente appeso su ogni parete il quadro di Munch, quella sua bocca spalancata e quell'espressione mi hanno ossessionato fino dalla prima volta che l'ho visto e ora sono felice di passare quella ossessione ad ogni americano, da oggi saranno gli sporchi yankees i protagonisti di quell'urlo.

Mi accendo una sigaretta e guardo il Manhattan Skyline e le Torri sono lì come ogni giorno, inconsapevoli che oggi crolleranno insieme alla colonna portante dell'Occidente.

A tutti i miscredenti non basteranno i loro beni e i loro figli per metterli al riparo da Allah.

Saranno combustibile per il Fuoco.

Sorrido e nei miei occhi vedo i riflessi rossi delle fiamme, l'azzurro del cielo sopra di me sta già scomparendo davanti alla mia immaginazione e inspirando annuso già i fumi neri che soffocheranno New York.

Ripenso a tutti i fratelli morti sotto le bombe dei sionisti o negli attacchi degli occidentali e mi passano davanti i volti di Aban, di Aziz, di Ghani.

E poi quelli di Rashida e la piccola Nur, tutti visi morti.

Sarò finalmente ripagato di tutto questo dolore, compreso quello di avere sposato quella troia là, e guardo verso la finestra della camera da letto dalle serrande ancora chiuse.

Cinque anni fa sono uscito dal mio Paese, ma senza scappare, senza macchiarmi di nessuna vile fuga, me ne sono andato con una laurea in scienze matematiche con lo scopo di arrivare qui e diventare uno di loro. Imparare a pensare, agire, mangiare, dormire, ridere, piangere, fingere e specialmente imparare a scopare come loro, per poi aprire il portellone di legno e colpire Troia dall'interno.

Troia, come Anna Coen, donna fascinosa e dalle rotondità sensualmente accentuate dai suoi chili di troppo, ma soprattutto figlia dell'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, pregio che mi ha fatto innamorare perdutamente di lei.

Con una sola mossa sono penetrato in due troie: una l'ho sposata e l'altra l'avrei colpita molto presto.

Ero ormai nella pancia del nemico, dormiente come un virus. E altrettanto letale.

La posizione di Anna e le mie conoscenze hanno fatto il resto: insospettabile fra gli insospettati, David Coen, stimato matematico e uomo di profonda cultura, alias Fattah Ghaffar, componente ed attivista del Gruppo dei Dieci, politici, petrolieri, banchieri, mercanti d'armi.

E me.

Milioni di burattini mossi da un'elite che lascia fili e forbici al finto burattinaio di turno: smoking gun, qui la chiamano così.

E questo scriveranno nei libri di storia, pronti come sempre a tramandare solo la verità che farà più comodo.

Dopo bisognerà solamente aspettare che l'Occidente parta per la sua ennesima crociata, e fortunatamente l'uomo si vendica sempre di una viltà commettendone una ancora peggiore.

Prendo dal pacchetto un'altra sigaretta, la prima si è bruciata più veloce del solito, e riporto lo sguardo sul Manhattan Skyline pensando alla coincidenza che accomuna Anna alle Torri: anche lei ha una gemella, Rebecca, stessi modi e solite curve eccessivamente ingrassate.

Le troie gemelle.

Vrrr.

Vrrr.

Il cellulare mi vibra nel taschino della camicia.

«Dimmi», so chi è, non mi serve il display.

«Il volo AA11 è stato dirottato».

«Bene».

Clic.

Sento il fuoco invadermi il corpo, come se un Jinn mi attraversasse l'anima infiammandola.

Ore 08.25.

Allah Akbar, voglio gridarlo e farlo sentire a tutta l'America, specialmente a quella troia che sta ancora dormendo, ma mi trattengo, fra poco ci penseranno i fuochi d'artificio a farlo per me.

Mi siedo sulla poltrona di velluto, comprata e sistemata apposta su questo terrazzo per essere il mio trono, da dove godermi il crollo del regno consumista. E aspetto.

Ore 08.30.

Il Boeing dai mie calcoli è a circa 15 minuti da qui e decido di trascorrerli accendendo, fumando e spengendo quattro sigarette; lascio che si consumino esattamente tre minuti ognuna, calcolando che la quinta riuscirò ad accenderla senza finirla.

Ore 08.44.

Nel cielo vedo comparire un punto nero, le labbra serrano nervose la quinta sigaretta che ho acceso da poco più di un minuto: è lui. Ho calcolato bene.

Il punto viene ingrandito alla svelta dalla sua stessa velocità e diventa una macchia nera sempre più larga fino a farsi riconoscere per quello che è.

Il cuore mi pulsa addosso dappertutto facendo battere convulsa la vena sul collo e ogni mio nervo sembra spasmodicamente fuori controllo.

Il tuono dei motori spacca il silenzio entrandomi negli orecchi come una coltellata e mi resta solo il tempo di vedere il muso dell'aereo caricare la Torre Nord.

BOOM

Ore 08.46.

«Per Allah!».

Il Boeing è entrato diritto dentro l'edificio e come una sassata ha spaccato uno dei vetri più grandi dell'America.

Una tremenda onda d'urto scuote la Torre e come un terremoto arriva fino a sotto le fondamenta del mio palazzo, se fossi su un balcone di San Francisco penserei sicuramente al Big One.

Tremo e batto i pugni così forte sul davanzale da tagliarmi il dorso di una mano senza però provare nessun dolore, lo spettacolo davanti a me anestetizza tutto.

E poi oggi il dolore è solo per te, mia vecchia e superba America.

BOOM

BOOM

BOOM

Le esplosioni si succedono una dopo l'altra e l'incendio alimentato dal carburante del Boeing divampa sempre di più, avvolgendo fra le fiamme tutta la zona dell'impatto, che individuo approssimativamente all'altezza del 100° piano.

Prendo dal tavolinetto la bottiglia di whisky invecchiato 15 anni, arrivato apposta dallo Speyside, ci vuole qualcosa di speciale per brindare e riempio il bicchiere centrandolo a fatica per colpa della mia mano che non sa smettere di tremare. Come tutto il resto del mio corpo.

«Alla nuova Storia», lo bevo tutto d'un fiato e la frenesia mi lascia sulla camicia almeno metà del prezioso nettare.

Il riverbero rosso sangue mi fa quasi socchiudere gli occhi che ridono. Forse sono Satana.

Vrrr.

Vrrr.

Stavolta il cellulare l'ho già in mano, se l'avessi lasciato nel taschino il cuore che continua a battermi impazzito avrebbe coperto anche la vibrazione.

«Sta veramente succedendo quello che sto vedendo?», voglio la conferma che tutto sia reale, la certezza che nessuno mi svegli dicendomi che tutto questo è solo un sogno.

«Sì. Ora tocca alla seconda Torre».

È tutto vero, reale, e maledettamente davanti a me.

«Fra quanti minuti?».

«Un quarto d'ora».

Clic.

Un'altra sorsata di whisky e stavolta la bevo direttamente dalla bottiglia, guardo l'orologio e inizio il secondo countdown, mentre laggiù l'inferno si sta impossessando della città, con i primi elicotteri che cominciano a sorvolare l'entrata principale degli inferi, la Torre Nord di New York City.

Mi giro per posare la bottiglia sul piccolo tavolino e lo sguardo mi finisce di nuovo sulle serrande ancora abbassate della camera da letto, solo adesso mi rendo conto che Anna non è venuta sulla terrazza.

Possibile che nemmeno l'inferno in terra sia riuscito a svegliarla?

Entro in sala tenendo sempre sott'occhio l'orologio e vado in camera, mi rimane ancora qualche minuto da spendere prima di tornare sul terrazzo e godermi il secondo aereo.

Apro la porta senza troppi riguardi pensando che il palazzo ha oscillato su sé stesso: come fa questa troia a dormire ancora?

«Anna!

Non senti che fuori è scoppiato l'inferno?», accendo la luce e il moderno lampadario che pare incastrato sul soffitto illumina al contempo Anna e una realtà insospettata.

«Anna...», mi avvicino al letto, incredulo.

«Che cazzo...», la guardo e vedo la sua abbondante camicia da notte bianca macchiata da una grossa chiazza rossa all'altezza dello stomaco. E nel centro della macchia un pugnale ben piantato.

«Che cazzo...», lo ripeto come se non conoscessi altre parole.

«Anna...», mi piego sulle ginocchia e accucciandomi mi metto all'altezza della sua testa.

«Anna, rispondimi!», guardo il pugnale che le sta ritto dentro allo stomaco e lo riconosco subito, è uno dei miei pugnali da collezione, quelli che tengo custoditi nella teca di legno sistemata ai piedi del letto.

«Ma chi cazzo è stato...», e stringo istintivamente le mie dita sul manico per sfilarlo via dal suo corpo grasso, ma gli occhi sbarrati che guardano fissi quello che non vedono più e il grosso seno che non si alza nemmeno di mezzo millimetro, mi fanno capire che sarebbe un gesto inutile.

«Chi è stato a fotterti così, Anna?», la guardo senza rendermi conto che mi sono appena fottuto anch'io, con le mie stesse mani.

Ho passato la notte accanto a lei, nel nostro letto, come cazzo è possibile che qualcuno le abbia piantato un pugnale nello stomaco?

«Cazzo!».

Mi alzo di scatto e mi rendo conto che se sto ancora lì rischio di perdermi l'impatto dell'altro aereo contro la seconda Torre.

Esco dalla camera, sono affannato, vedere l'aereo aprire la prima Torre e subito dopo Anna crepata sul letto sta destabilizzando anche uno come me.

Ma devo mantenere la calma, Judgment Day è solo all'inizio, voglio godermelo tutto e fino in fondo, come fosse la più lunga ed eccitante scopata della mia vita.

Allungo la mano per riaprire le ante scorrevoli della porta e tornare sul terrazzo, ma non riesco a farlo, la testa mi gira all'improvviso e tutto diventa un girotondo di pareti e quadri, di divani e mobili e vasi colorati.

Un giramento di testa così violento da non lasciarmi quasi accorgere del dolore che l'ha preceduto.

Una botta.

Peggio d’essermi scolato l’intera bottiglia del whisky venuto dallo Speyside, tutto sta diventando deforme e l'oscurità scende sui miei occhi come se il fumo nero che esce dalla Torre fosse arrivato fin dentro l'appartamento.

Sto assaggiando gli effetti, anche se non posso ancora conoscere la causa.

Quella l'avrei saputa dopo.

«Stai giù, bastardo!», il risveglio è violento e diretto come un calcio in pieno stomaco.

«Stai fermo, figlio di puttana!», sento la gomma di uno stivale pigiarmi la tempia sul pavimento, mentre qualcuno mi prende le mani e me le intreccia dietro la schiena.

Taclack.

Anche semicosciente, riconosco lo scatto delle manette che si chiudono.

«Alzati e niente scherzi», braccia rese ancora più forti dal mio stato inerme mi tirano su di peso, mentre due uomini, uno a destra e l'altro a sinistra, mi trascinano fuori dall'appartamento contro la volontà delle mie gambe, che strusciano sul pavimento indebolite dal mio svenimento.

«Hai scelto una pessima mattinata per ammazzare tua moglie», alzo a fatica lo sguardo e riconosco fra le nebbie della mia mente una camicia con appiccicato il distintivo della polizia di New York.

Mentre si aspetta davanti la porta dell'ascensore, con sforzo riesco a mettere a fuoco altre uniformi identiche a quella, sono tutti poliziotti.

«Ma cosa cazzo...», provo a capire perché sono scortato da tre poliziotti.

«Zitto, bastardo!», un gomito mi preme forte sulla gola lasciandomi respirare a fatica e mi spinge dentro l'ascensore.

«Mancava solo un fottuto uxoricidio stamani», la porta si riapre lasciandoci uscire nell'ampio ingresso che ci conduce fuori dal palazzo, direttamente sulla Avenue.

«Giù la testa, assassino», mi ritrovo in macchina e il poliziotto non mi fa salire con maniere propriamente da chauffeur.

«In Centrale, svelto!», gli pneumatici sgommano.

Assassino? In Centrale? La mia testa sta scoppiando.

«Mia moglie... l'ho trovata sul letto con un pugnale in pancia... qualcuno l'ha uccisa...», tento di ricostruire parlando.

«Già... qualcuno l'ha uccisa...», un poliziotto con la faccia da cattivo mi guarda ironico.

«Magari l'hanno uccisa gli stessi bastardi tuoi amici che hanno fatto questo, vero?», e prendendomi la testa mi appiccica la faccia al finestrino per farmi guardare verso l'inferno di Manhattan.

Cazzo...

Solamente adesso capisco che ho perso il secondo impatto.

Cazzo...

Ma l'impatto c'è stato, eccome.

Vedo che anche la seconda Torre è nelle condizioni della prima, la realtà per fortuna è andata avanti da sola senza fermarsi ad aspettarmi.

Gli stessi bastardi tuoi amici... che cazzo vuole dire?

Forse mi hanno scoperto e fottuto?

«Bastardi musulmani!», e mi tira indietro la testa staccandomi la guancia dal freddo vetro del finestrino.

No... non mi hanno scoperto.

E come potevano, mi rassicuro, sottovalutando al contempo la mia attuale situazione.

Dove c'è un attentato c'è subito un mediorientale coinvolto, uno come me, il mio aspetto è quello.

Solamente un'assonanza somatica, questo è il senso della frase, in fondo siamo nella tollerante e liberale America.

«Confessa, bastardo!», un fascio di luce piantato in faccia e l'ennesimo cazzotto piantato nelle reni, sempre la tollerante e liberale America.

«Se dipendesse da me, ti ammazzerei come un cane, qui, adesso!», il poliziotto pelato è anche più cattivo del suo alito.

Non sono giorni di grande popolarità per noi mediorientali.

Mercoledì, giovedì, venerdì, sabato, le giornate passano una uguale all'altra, fra pugni, calci, lampade negli occhi, celle strette e fredde e niente cibo, perché quel poco che mi portano si può chiamare al massimo merda di topo.

Ero convinto di essermi creato una buona posizione e ottime amicizie che mi potessero salvare da tutto, incluse situazioni paradossali e kafkiane come questa, ma gli eventi degli ultimi giorni hanno azzerato per quelli come me tutto il credito disponibile.

Adesso non conta più il ruolo che avevo nella società fino a una settimana fa, per gli Stati Uniti ora sono solamente un mediorientale, assassino e fratello di quelli che l'America l'hanno appena buttata giù.

«David, il clima è ostile, bisogna limitare i danni.

Le prove sono tutte contro di te», il mio caro avvocato non usa giri di parole.

«Ma io sono innocente, cazzo!

Non c'entro niente con la morte di quella troia!».

«Ti credo, David.

Ma qualcuno ti ha fregato come si deve», si stringe nelle spalle dandomi l'impressione di essersi già arreso.

«Quindi?», voglio sapere il prezzo della fregatura.

«Quindi dovrò essere così bravo da farti fare soltanto un po' d’anni di galera».

«Soltanto un po' d’anni...?», facile per te, testa di cazzo di un avvocato.

«Quanti?».

«Un po' David, soltanto un po'...».

Una guardia fa cenno che la conversazione va chiusa, il tempo è finito.

«Tom, toglimi di qui, maledizione!», lo guardo incazzato.

«Mi spiace, David», mi riguarda da sotto gli occhiali con un aspetto che pare sinceramente dispiaciuto.

«Ti hanno fregato».

Già, mi hanno fregato.

Ma chi mi ha fregato?

Non lo potevo ancora sapere, ma me lo sarei chiesto tutti i giorni per un paio d’anni a venire.

DUE ANNI DOPO

«Forza, entra dentro!», la cesta rettangolare è stretta e bassa, ma riesco lo stesso a nascondermi sotto i panni e a infilarmi nel sacco di juta lasciato apposta per me.

Sento il carrello andare per i corridoi fermandosi davanti ogni porta.

«Bella giornata, vero?».

«Giornata di merda, come tutte qui dentro», sento il sibilo di un portellone che si apre elettricamente.

«Arrivederci, capo».

«Vaffanculo, lavandaio».

Sento l'aria sopra di me e la respiro tutta, immagino che stiamo attraversando l'ampio piazzale dove ho passato ogni schifoso pomeriggio da quando sono entrato qui.

Mi fa male il culo, il carrello sobbalza ad ogni buca, ma la libertà val bene un paio di chiappe arrossate.

Sento togliere da sopra i panni puzzolenti che mi hanno riparato finora e finalmente viene preso anche il mio sacco, con me dentro.

«Uno!

Due!

E tre!», vengo scaraventato dentro il furgone e bestemmio mentre picchio la schiena sul pavimento, ma in fondo sono un sacco, non posso aspettarmi riguardi particolari davanti all'ultima guardia.

Perché diavolo non si muove questo cazzo di furgone?

Poi si scuote d'improvviso, chi è al posto di guida ha acceso il motore.

Finalmente ci muoviamo, ma così lentamente che mi pare debbano trascorrere altri due anni prima che il furgone riesca ad uscire dal carcere e ad imboccare la strada.

«È andata!».

«Sì, cazzo! Ce l'abbiamo fatta»!, gli urli arrivano fino dietro e stringo i pugni picchiandoli a ripetizione sul pavimento.

Ce l'ho fatta, cazzo!

Forse piango, o forse sto solamente sudando, fa caldo dentro un sacco di juta.

Dopo qualche chilometro il furgone rallenta per poi fermarsi e subito il portellone si apre rumoroso, mentre io aspetto già in piedi.

«Fattah! Fratello mio!», è Aban, il mio fedele amico.

«Fatti abbracciare, Aban», lo stringo a me, se lo merita. Ha fatto un buon lavoro.

«Vieni anche tu, Hafez», faccio cenno al secondo uomo e lo abbraccio allo stesso modo, anche lui ha fatto un buon lavoro.

Mi spoglio della tenuta da carcerato e indosso pantaloni e camicia grigi, mettendoci sopra una giacca sportiva nera.

«Saprò come ricompensarvi», abbraccio un'altra volta tutti e due e salgo su una vecchia Ford che mi aspetta parcheggiata all'angolo della strada.

«Tutto a posto», faccio subito una chiamata con il cellulare che come da indicazioni ho trovato nel cruscotto.

«Quello che ti dirò non lo ripeterò.

Stasera all'ora e al posto stabiliti».

Clic. E tolgo la batteria dal cellulare.

Saprò chi mi ha fregato, schiaccio sull'acceleratore immaginandomi di schiacciare quel verme senza nome che mi ha fottuto.

Senza nome, ma solamente fino a stasera.

Il posto è il Solomon R. Guggenheim Museum e l'ora stabilita scatterà alle 22.00, sono in anticipo di venti minuti quando entro nella struttura.

Questa sera il museo è aperto eccezionalmente oltre il consueto orario per un’esposizione altrettanto eccezionale di un fottuto artista europeo.

Mi guardo nel primo specchio che mi trovo davanti e faccio fatica a riconoscermi: testa rasata al posto dei capelli lunghi, baffi neri appiccicati al sopralabbro glabro e lenti a contatto marroni a scolorarmi gli occhi verdi.

Sono decisamente brutto, del bel David è rimasto ben poco, ma è meglio che la mia bella faccia non si mostri troppo in giro, la Cia e i servizi segreti deviati l'avranno già stampata e distribuita come fosse il volantino di un supermarket.

La bellezza salverà il mondo, oggi invece sarà la mia bruttezza a salvarmi.

Con buona pace di Dostoevskij.

Salgo la rampa a spirale per arrivare al piano giusto, quello dell'incontro, e le opere d'arte che incontro lungo i corridoi mi rilassano e mi fanno tornare in mente Anna e la sua passione per i quadri di Chagall.

Riposa in pace vecchia troia, a modo mio ti ho anche amato.

Wright, l'architetto che progettò il Guggenheim Museum, disegnò la spirale capovolta che forma l'edificio richiamando uno Ziggurat e per tale aspetto molti paragonano il museo a una Torre di Babele al contrario, che unisce simbolicamente i popoli anziché dividerli.

Ma Wright non poteva certo sapere che quasi sessant'anni dopo altre due Torri avrebbero diviso i popoli più della stessa Torre biblica, e questa visione del caos e della divisione mi fa stare diabolicamente bene.

Il caos spesso genera la vita, laddove l'ordine spesso genera l'abitudine e la morte.

Sono appoggiato al davanzale del secondo piano quando vedo che il mio contatto sta salendo lungo la spirale, riconosco subito la sua silhouette nonostante siano passati diversi anni dall'ultima volta che l'ho vista.

«Ciao, Jane», si è fermata a guardare Quadro con bordo bianco di Kandinskij, mentre io mi accontento delle Piccole gioie. Sempre.

Si gira verso di me, incerta.

«Non è facile riconoscermi, vero?», ho fatto davvero un buon lavoro.

«Sono io, Fattah...».

Lei invece è sempre la stessa, forse un po' ingrassata, ma ancora bella.

Jane Frexhi, iraniana, quarant'anni, da venti nei servizi segreti deviati del suo Paese e da dieci preziosissimo e insostituibile jolly della nostra organizzazione: non c'è niente che lei non sappia, e spesso lo sa in anticipo.

È lei che ha pianificato la mia evasione.

«Fattah... non avrei mai potuto riconoscerti», mi guarda come a cercare conferme che sia veramente così.

«Ma ti ho riconosciuto io.

Sei sempre maledettamente bella», dimentico apposta di dirle che è ingrassata, alle donne vanno ricordati solo i complimenti.

«Ti ringrazio, Fattah...», è lusingata e pare quasi che possa arrossire, ma non lo fa, una donna come lei non può permetterselo.

Una camicetta jeans tenuta sbottonata fino al seno e fuori dai pantaloni, con le maniche arrotolate a svecchiarla un po', addosso a forme abbondantemente femminili: sì, Jane, sei sempre bella, forse il massimo che possa vedere un uomo; sei senza età, senza epoca.

«Dimmi chi mi ha fottuto», mi rigiro verso il quadro fingendo di guardarlo, il tempo per i complimenti è finito.

«Vuoi davvero saperlo?».

«Che cazzo stai dicendo, Jane?», stringo la mascella.

«Mi sono fatto due anni di galera.

E questo è stato il male minore.

Per saperlo sono qui a rischiare la pelle», le ricordo che solo stamani sono evaso da un carcere di massima sicurezza.

«Allora ti accontento», mi guarda da puttana lesbica.

«Parla, cazzo...».

Un momento di silenzio che non finisce mai, poi finalmente si decide.

«È stata tua moglie a fregarti», lo dice tutto d'un fiato, come fosse una sola, unica e fottuta parola.

Sorrido involontario, di riflesso, come quando da bambini il dottore tira il suo martelletto contro il ginocchio facendo alzare da sé la gamba.

«Jane...

Sei venuta qui a rischiare il tuo culo solamente per dirmi cazzate?!», la guardo deciso e cattivo, il sorriso mi è sparito.

«Fattah...», mi mette una mano sul braccio.

«È stata la tua Anna a fregarti», insiste e il suo sguardo mi sembra maledettamente sincero.

«Sediamoci là», mi indica con il capo un tavolinetto chiaro sistemato a un paio di metri da noi.

Sediamoci, Jane, voglio sentire fin dove riesci ad arrivare con le tue cazzate.

«Riesci ad ascoltarmi, Fattah?».

«Parla», penso di star perdendo tempo e questo mi fa diventare nervoso e cattivo, vorrei tirare fuori la pistola e piantarle subito un paio di pallottole in pancia da sotto il tavolino, ma mi trattengo.

«Ricordi la mattina in cui hai trovato Anna morta sul letto con il pugnale piantato nello stomaco?».

«Jane... finiscila di prendermi per il culo o giuro che ti ammazzo qui davanti a tutti».

«Quella che trovasti morta sul letto non era tua moglie», va avanti spedita per niente intimorita dalla mia minaccia.

«Era Rebecca, la gemella di tua moglie».

La guardo e mi sento le pupille fisse e inespressive di uno squalo appena infilato da dieci arpioni.

«Vai avanti», sono impaziente di ascoltare il seguito della favola.

«Però non interrompermi».

«Vai avanti, ti ho detto», e spero per te che la favola abbia un lieto fine.

«Adesso ascoltami.

Quella mattina, mentre stavi aspettando che venisse colpita la prima Torre, Anna ha colpito te.

Approfittando del fatto che eri sulla terrazza, Anna uscì dalla camera e andò ad aprire a due complici, che entrarono nel vostro appartamento trasportando Rebecca già morta.

La piazzarono in camera e dopo averla sdraiata sul letto, Anna, munita di guanti, le piantò il pugnale nello stomaco, un’arma prelevata dalla tua collezione.

Poi aspettarono che rientrassi nell'appartamento e ti colpirono in testa, e volle essere proprio Anna a colpirti. Una volta svenuto sul pavimento, se ne andarono facendo una telefonata anonima alla polizia e dicendo che nell'appartamento era appena stato commesso un omicidio».

Cazzo...

«E tu, Fattah, non ti accorgesti di nulla. Ma non fartene una colpa. Sapere che stava per arrivare un Boeing contro la Torre Nord fu un elemento di distrazione più che giustificato.

E Anna ha sempre approfittato delle tue distrazioni».

Cazzo, parola dopo parola la favola comincia ad appassionarmi.

«Quella poveretta, Rebecca, l'avevano strangolata qualche ora prima.

E una volta arrivata la salma all'obitorio, per Anna non fu certo difficile mischiare le carte e nascondere la vera causa del decesso.

L'organizzazione ha uomini dovunque e il Coroner non è certo il luogo che possa fare eccezione».

Jane fa volutamente una pausa, capisce che deve rallentare il racconto per darmi il tempo di metabolizzarlo.

Per un attimo rivedo quel corpo sdraiato sul letto, con il mio maledetto pugnale da collezione in pancia.

«Perché Anna avrebbe fatto tutto questo?», visto che Jane ha aperto il Vaso di Pandora, voglio che faccia uscire tutto il male che c'è dentro.

«Per prendere il tuo posto.

Anna, a tua insaputa, ha sempre fatto parte dell'organizzazione.

Per la società era Anna Coen, figlia dell'ambasciatore israeliano e attivissima promotrice di eventi benefici in aiuto del disgraziato di turno».

Maledetta troia.

«Te l'ho detto, Fattah, ha sempre approfittato delle tue troppe distrazioni.

Sapeva degli attentati dell'undici settembre e sapeva che dopo quella data il mondo sarebbe cambiato.

E sapeva che quello era il momento giusto per fare il salto di qualità e prendere il tuo posto all'interno del Gruppo dei Dieci».

Mi sento arrossire il viso, il sangue mi arriva fino alla testa e devo allentare il nodo della cravatta, sto iniziando a sudare di rabbia.

Ripenso ad appuntamenti disdetti all'ultimo momento, a voli persi per pochi minuti, a serate in cui Anna doveva essere a Boston e invece il giorno dopo mi telefonava dicendomi che un improvviso impegno l'aveva portata a una cena di beneficenza a San Francisco, piccole tessere del mosaico della sua vita che adesso mi sembrano combaciare tutte insieme, componendo un puzzle che non può essere fatto di sole coincidenze.

«Anna, dopo l'omicidio, è diventata Rebecca Coen, ma solamente per la società.

E la cosa non le è stata difficile, essendo la sorella una gran troia ancora single che si era sbattuta mezza New York».

«Mentre è rimasta Anna Coen all'interno del Gruppo dei Dieci, prendendo il mio posto», la riga finale della favola voglio leggerla io.

«Mi credi, dunque, adesso?».

«Ho altre scelte?».

«Non si hanno mai altre scelte davanti alla verità».

Ho voglia di fumarmi una sigaretta, ma qui non si può.

«Quindi nel Gruppo erano tutti d'accordo nel farmi fuori?».

«Alcuni, gli altri sono stati convinti dalle disponibilità economiche di Anna.

E sai quanto sia importante avere forti finanziatori che siano in grado di supportare tutte le iniziative dell'organizzazione».

Sapevo che dovevo farla fuori prima che lei ci provasse con me, era solo una questione di tempo, di chi avrebbe sfilato per primo la pistola dal cinturone.

E quella troia era stata più svelta di me, colpa delle mie distrazioni. Lo so, Jane.

«Adesso cosa farai?», mi guarda preoccupata.

«Adesso farò che bisogna andare via da qui.

E alla svelta».

«Cosa significa, Fattah?», il suo sguardo ora è preoccupato anche per sé stessa.

«Non voltarti, dietro di te ho riconosciuto due tirapiedi dell'organizzazione.

Come cazzo hanno fatto quei bastardi a trovarmi subito e a riconoscermi?».

«Non ti hanno riconosciuto», Jane prende la borsetta sistemata sul tavolo e se la infila in spalla.

«Loro hanno seguito me.

Non sono stata abbastanza attenta».

«Alziamoci e avviamoci verso l'uscita. Con calma», mi stacco dalla sedia e le porgo la mano.

Scendiamo lungo la spirale dell’edificio e dopo aver percorso l'ampio ingresso ci ritroviamo fuori, con i due uomini dietro ad allungarci le ombre.

«Hai una pistola, Jane?».

«Certo. Nella borsetta».

«Stai pronta a tirarla fuori, allora», mi guarda senza spaventarsi, è addestrata per situazioni come questa e se necessario sa anche come si fa ad uccidere.

È venuta al museo in taxi e la mia macchina è parcheggiata a circa 100 metri, troppi se i due decidono di entrare in azione.

Mi volto facendo finta di chiamare un taxi e vedendo che infilano le mani sotto i cappotti capisco che non ci rimane più neanche mezzo metro di tempo.

«Tira fuori la pistola, Jane!».

BANG

BANG

BANG

BANG

I colpi vengono esplosi da tutti e tutti insieme, quasi ci fossimo mortalmente sincronizzati.

«Ahhh!», quello più alto è già fottuto, una palla in pancia e l'altra sotto la gola.

DENG

Un proiettile mi manca per pochi centimetri e si conficca nella portiera di una Lamborghini parcheggiata dietro di me.

BANG

BANG

«Uhhh...», il gemito stavolta è più vicino a me e troppo maledettamente femminile.

«Sono stata colpita... ohhh...», Jane si appoggia con la schiena al muro portandosi entrambe le mani sullo stomaco.

«Maledetto bastardo!», gli scarico addosso tutti i colpi che mi rimangono mandandolo direttamente al Creatore.

«Jane...», le sono subito accanto.

«Sono... fottuta... ohhh...».

«Fammi vedere», le sposto le mani e vedendo i due buchi che le hanno lasciato la pallottole capisco subito che è gravemente ferita.

«Vattene… Fattah... fra poco… qui... uhhh... sarà pieno… di sbirri...», si rimette una mano a tapparsi le ferite, mentre mi mette l'altra sul braccio.

«Non... preoccuparti… per me... ohhh... finché… rimango… in piedi… non... non crepo...», mi guarda riuscendo a sorridere.

«Non ho... uhhh... mai visto... morire… qualcuno… in... ahhh... piedi...», piega la testa all'indietro, adesso è completamente appoggiata al muro, come a puntellarsi disperatamente alla vita.

Forse hai ragione, Jane, nemmeno io ho mai visto qualcuno morire in piedi.

Ma c'è sempre una prima volta.

UEEEE

UEEEE

Le sirene di almeno un paio di auto della polizia stanno già entrandomi fastidiose nelle orecchie.

«Prendi questo... uhhh...», mette una mano nella borsetta rimasta infilata nella spalla e la ritira fuori con un biglietto stretto fra le dita.

«Fermala... uhhh... prima che... ohhh... sia troppo tardi...

Vai...», con una forza inaspettata riesce a spingermi indietro.

«Jane...».

«Vai... maledizione... ohhh...», quasi mi implora.

Corro verso la macchina e prima di salire guardo per l'ultima volta dietro di me, la polizia è arrivata e il rosso lampeggia in tutta la zona.

E lei è sempre maledettamente in piedi, con le mani occupate a premere sullo stomaco, non si appiglia a niente, forse i muscoli dell'addome perforati dalle due pallottole si sono irrigiditi al punto da aiutarla a restare in tensione.

Solo Jane può permettersi di rimanere fiera e ritta nonostante sia ferita a morte. Parto con la mia Ford cercando di non fare rumore per non attirare l’attenzione e mi immetto nell'Avenue evitando stridii di gomme.

Percorro un paio di isolati e mi fermo in un raro tratto di strada rimasto immune al neon dei locali, pochi metri di penombra che mi sono sufficienti per leggere il biglietto che mi ha passato Jane.

Dott. John Lesmond, # 129, 142a Strada, Harlem River.

Lo giro sul retro e sullo sfondo bianco macchiato dal sangue di Jane c'è scritto qualcos'altro, a penna.

Lui sa dove si trova Anna.

È la calligrafia di Jane, la riconoscerei fra mille.

142a Strada, Harlem River, prendo dal vano portaoggetti una manciata di pallottole e comincio a metterle una dopo l'altra nella pistola, ricaricando il tamburo che ho appena svuotato addosso ai due bastardi che hanno fottuto Jane.

Un tuono che mi ricorda lo schianto del primo aereo e cominciano a cadere sul parabrezza le prime gocce di pioggia, non mi rimane che girare le chiavi nel cruscotto e ripartire.

La caccia è appena aperta, vecchia troia.

DUE GIORNI DOPO

Ho passato buona parte delle ultime 48 ore in un puzzolente Motel ai confini del Bronx, uno di quelli dove la proprietaria è sempre schifosamente grassa e per qualche dollaro in più dimentica di avere affittato la camera anche al peggiore dei delinquenti, il posto ideale per un ricercato come me, anche perché la polizia da queste parti ci passa solo se sbaglia strada.

Ho mangiato pizza e bevuto birra, tutto sempre con servizio in camera da parte della cicciona, e fra una goccia e un'altra che cadeva dal rubinetto del bagno e uno scarafaggio che camminava sul pavimento alla ricerca di qualche briciola, ho elaborato una teoria tutta mia.

Anna ha fottuto me, Jane è stata fottuta, adesso tocca ad Anna essere fottuta.

La teoria del fottere.

Ho appena fermato la Ford sulla 142a Strada, di fronte a me una palazzina grigia di sei piani e al secondo c'è lo studio del Dottor Lesmond, specialista in malattie cardiovascolari, così c'è scritto sulla targa attaccata alla porta. È ora di passare alla pratica e chiudere il triangolo teorico.

Click, la porta scatta mentre ho ancora il dito sul campanello, è una di quelle che si aprono automaticamente, entro e mi ritrovo in un corto corridoio con le tipiche pareti bianche di uno studio medico con appesi diplomi e attestati.

In fondo un'altra porta.

«Salve...», esce quella che dovrebbe essere l'assistente del Dottor Lesmond.

Cazzo...

«Ha un appuntamento con il Dottore?», mi guarda e abbassa subito gli occhi sull'agenda per controllare.

Preferirei averlo con te l'appuntamento.

Le tette sono contenute a stento dentro un ristretto camice bianco, che lascia intravedere almeno una sesta di reggiseno e la sua inclinazione a fare la mignotta.

Non ha molto da invidiare a una certa Kelly Madison, una delle tante pornostar di carta che mi hanno tenuto compagnia nella solitudine sessuale della mia cella.

«Purtroppo non ho nessun appuntamento», la deludo subito. «Ho solo bisogno di fare qualche domanda al Dottor Lesmond».

«Domande di che tipo?», la solerte assistente si insospettisce subito, neanche fosse una sbirra.

«Domande».

«Prima deve prendere un appuntamento», è una dura, benché molto morbida.

«Basta questa per prenderlo?

Adesso».

Le metto la pistola davanti alle tette.

«Ma... cosa...?», si ammorbidisce subito, ritrovando la sua vera natura.

«Se fai la brava non ti succederà niente.

Dov'è il Dottore?».

«Sta arrivando...», fa un cenno verso la porta d'ingresso che si sta aprendo.

«Benarrivato, Dottor Lesmond...», anche se con la pistola lo saluto subito, sono un tipo educato io.

«Romina... cosa sta succedendo...?».

Romina... anche il nome è da pornostar... sono sempre più convinto che sia la versione latina di Kelly.

«Non so chi sia, Dottore... è appena entrato puntandomi contro la pistola».

«L'avverto, se cerca soldi, qui non troverà nemmeno un dollaro», il Dottore sa come mantenere il sangue freddo.

«Non cerco soldi», lo rassicuro. «Cerco un'informazione.

Entri nello studio», gli indico la strada con la canna della pistola. «Anche tu, Romina...».

Appena dentro, lo faccio sedere al suo posto.

«Guardi questo, Dottore», gli butto sulla scrivania il biglietto che mi ha dato Jane. «Allora... dov'è Anna Coen?».

«Ma... non so di… c-cosa parla...», il balbettio insieme al sudore improvviso non si addicono alla risposta.

«Non ho tempo da perdere, Lesmond.

Dov'è Anna? Non glielo ripeterò una terza volta», la pistola mira all'altezza del cuore.

«Buttala, bastardo».

La latina...

Cazzo.

Un'altra delle mie distrazioni, l'avrebbe chiamata Jane.

«Butta la pistola, cazzo!», Romina è tornata dura.

Adesso ci sono due pistole puntate, una contro il Dottore e l'altra contro la mia schiena.

Rovinare un corpo così morbido.

Uno...

Un po' mi dispiace.

Due...

Ma non ho scelta.

Tre!

BANG

BANG

Mi scaravento a terra e rigirandomi sparo un paio di colpi contro l'assistente.

«Ahhh!!».

BANG

«Ohhh...», si porta entrambe le mani sulle grosse tette e si siede precisa sulla poltrona, senza più essere un problema.

Mi rialzo aggrappandomi alla scrivania e vedo che adesso ho un altro problema e questo di difficile soluzione.

Il Dottore si è beccato in piena fronte la pallottola di risposta della sua assistente, gli tiro su la testa rimasta reclinata sul petto, ma ottengo solamente l'effetto di far colare ancora più sangue lungo il viso.

È andato, il problema adesso da difficile è diventato insolubile.

Cazzo! Cazzo! Cazzo!

Il mio unico informatore per arrivare ad Anna è appena crepato, la giornata procede male.

«Uhhh...», l'infermiera però è sempre viva.

Anche se per poco.

«Ohhh… a momenti... mi ammazzi...», le tiro via le mani dal petto e mi accorgo di averle piantato una pallottola per tetta: l'infermiera, molto professionale, allude al proiettile che le ha sfiorato il cuore.

«Te la sei cercata, bellezza...».

«L'importante... ohhh... è che... non mi hai... uhhh... fulminato...», crede ancora di salvarsi la pupa. «Io.. ho molti... uhhh... soldi... da parte...», ci credo, con il corpo che ti ritrovavi devi averne fatti di bigliettoni.

«I soldi non mi interessano adesso. Ho bisogno d'altro», è la mia occasione. «Conosci Anna Coen...?», ci provo, magari ho fortuna.

«Non so... uhhh... chi... cazzo… sia... ohhh...», non ce l'ho. «Tie...ni...mi...la…ma...no...uhhh...».

Te la tengo, certo, mi dispiace tanto aver rovinato il tuo bel decolleté.

«Ohhh... uhhh… ohhh… uhhh…», alza e abbassa convulsamente le grosse tette per un altro paio di volte e sento che la sua mano si stacca dalla mia andando a penzolare pericolosamente oltre il bracciolo della poltrona.

Cazzo…

Se non è andata, ci manca poco.

Il primo braccio è caduto. Se crolla anche il secondo, è finita.

Gli occhi di Romina guardano inespressivi oltre questa realtà, la mascella è serrata come a trattenere un conato di vomito, con il sangue che le sfugge ai lati della bocca.

Piuttosto della sua mano quasi morta, capisco che adesso devo stringere la cornetta del telefono.

«Mandate con la massima urgenza un'ambulanza al #129 della 142a, studio del Dottor John Lesmond».

E il Coroner...

«Tieni duro, Romina, sta arrivando l'ambulanza», spararti due palle nel petto era l'ultima cosa che avrei voluto farti...

«Mi bruciano… ohhh… da…mo…ri…re... uhhh...», si guarda nell'ampia scollatura con una smorfia di dolore e scuote lievemente il capo. È ancora perfettamente lucida. «Ma... non mi hai... ahhh... ful...mi...na...to...», magra consolazione, Romina. Avresti fatto prima.

La lascio lì seduta a guardarsi le tette, sempre più immobili. Se si alzano, si alzano ancora di uno o due millimetri.

Sto per uscire nel corridoio, ma mi sento chiamare.

«A-aspetta... ahhh... aiu…ta…mi...», la voce dell'infermiera è carica di disperazione; intuisce che è finita, ma vuole trascinarsi a tutti i costi.

Sono costretto... a rimanere.

«Le senti le sirene? L'ambulanza sta già arrivando...».

Ma non è vero.

«Io devo andare, tu provaci...», se l’attaccano subito a un respiratore, forse può trascinarsi in ospedale e crepare lì, avendo tempo di rassegnarsi.

È già segnata, ma ho una certa passione per chi lotta contro il proprio destino.

È solo una schifosa puttana, ma è tosta, lotta e sta tentando di prolungarsi la vita: scommetto che sta tirando fuori il meglio di sé proprio adesso che deve crepare.
È per questo che mi ritrovo a seguirne gli ultimi, disperati respiri.
Arrivare all’ospedale sarà un bel problema, ma almeno deve partire a sirene spiegate.
Se la caricassero cadavere, sarebbe una delusione.

Adesso, però, devo andare, o mi faccio fregare un’altra volta.

«Addio, Romina… magari ci rivediamo quando ti rimetti in forma...».

Annuisce con la morte in faccia, è dura a slegarsi.

Esco finalmente nel corridoio, ma prima di arrivare alla porta d’ingresso mi fermo al tavolinetto dove sono sistemate le riviste e l'occhio mi cade sul New York Times.

“Sparatoria davanti al Guggenheim Museum... due uomini morti... una donna rimasta gravemente ferita...”.

In quel cazzo di Motel non c'era neanche una fottuta televisione in bianco e nero, mi accorgo solamente adesso di essere rimasto isolato dal mondo per due giorni.

“La donna è stata ricoverata al New York Hospital Queens... indotta in coma farmacologico...”.

Jane...

Allora sei sempre in piedi!

Maledetta puttana lesbica... non riesco a trattenere un sorriso.

Non mi rimane che farmelo dire direttamente da lei dove sia Anna…

Ormai sono solo, dei mille contatti che avevo nessuno è più sicuro, non posso più fidarmi neanche della mia ombra, dalla mia parte sono rimasti solamente Aban e Hafez, ma sono pesci troppo piccoli per indicarmi un qualunque sbocco in mare.

Sei la mia unica possibilità, Jane, continua a restare in piedi almeno finché non arrivo.

A questo punto, senza farmi vedere, controllo se è finita.

«Mmh… erghh… mmmhh…», quasi.

Non c’è altro che io possa fare. E non c’è più tempo. Non mi rimane che lasciare definitivamente lo studio e di corsa.

Mi ritrovo in strada e stavolta le sirene le sento davvero.

Forse le senti anche tu, bellezza: l'ambulanza sta arrivando sul serio.

Subito dopo, però, mi rendo conto che in mezzo a tutto quel casino ci sono anche le sirene della polizia; evidentemente gli spari hanno attirato la curiosità di qualche vicino che non si è fatto i cazzi propri.

Salgo svelto in macchina e accendendo il motore si accende automaticamente anche lo stereo.

...I'm a cowboy

On a steel horse I ride

I'm wanted

Dead or alive...

Wanted...

Dead or alive...

Sì, Jon Bon Jovi ha ragione, adesso sono ricercato da tutti e a nessuno di loro importa se mi ritroveranno vivo o morto.

Dead or alive...

Dead or alive...

Uhh... dead or alive…

Dead or alive...

«Entro da sola.

Tu resta nei corridoi e tieni gli occhi bene aperti».

«Non preoccuparti.

Se c'è bisogno, ho sempre lei», l'uomo si mette la mano all'altezza del cuore toccando il metallo di una pistola.

«Non voglio confusione, idiota», lo sguardo della donna è un ordine.

«Ho il silenziatore», prova a giustificarsi abbassando gli occhi sul pavimento.

«Fai qualche cazzata e sarà l'ultima che farai», la donna entra dentro la stanza 119, mentre l'uomo inizia a trascinarsi per i lunghi corridoi che puzzano di disinfettanti ospedalieri.

«Mi scusi, un'informazione», mi fermo alla reception del New York Hospital Queens.

«Vorrei sapere il numero di stanza dov'è ricoverata la signora Frexhi.

Jane Frexhi...».

La giovane infermiera mi guarda da sotto gli occhiali.

«È un parente?».

«Sono un caro amico».

Prende il registro e comincia a far scorrere il dito sulla pagina fino a fermarlo sul nome di Jane.

«Mi dispiace, le condizioni della paziente non le consentono di ricevere visite».

«Voglio solo vederla.

Entro nella stanza e me ne vado subito», modero la voce usando il tono più remissivo che conosca.

«Mi dispiace, ma non posso contravvenire alle disposizioni».

Vediamo un po', puttanella, se questo è ancora il modo giusto per farti contravvenire, mi infilo una mano nella tasca della giacca e le metto cento dollari sopra il bancone.

«Entro ed esco.

Promesso», copro i cento dollari con altri cento, non è il momento di badare a spese.

«Stanza 119», allunga la mano e fa sparire immediatamente i bigliettoni.

«Faccia attenzione a non farsi vedere.

E io non le ho detto nulla».

Tranquilla, puttanella corrotta, le strizzo l'occhio e mi avvio agli ascensori.

Stanza 119, spingo la porta socchiusa ed entro, la penombra della camera mi consente di notare una figura in piedi accanto al letto, senza però farmela distinguere.

Pigio l'interruttore, c'è bisogno di più luce per vedere e capire bene.

«David...

Sapevo che saresti venuto anche tu...», la voce femminile gioca d'anticipo, approfittando del mio smarrimento.

«Anna...?!», dopo due anni me la ritrovo davanti, viva e più che vegeta.

«Maledetta troia bastarda...», sono i primi scontati complimenti che qualunque gentiluomo al mio posto le rivolgerebbe.

«Mi hai fregato proprio bene», glielo riconosco subito.

«Era solamente arrivato il momento di fotterti».

È ingrassata un altro po' e l'enorme seno buttato quasi fuori dal largo vestito nero non lascia nessun dubbio, è sempre Anna Coen, il più grosso troione che avrei mai potuto sposare.

«Niente di personale, David», anche lo sguardo è sempre da puttana.

«Che cazzo ci fai qui?», vado dritto nel presente, ci sarà tempo per fare i conti col passato.

«Mi accerto che la nostra cara amica finisca di soffrire», solamente adesso mi accorgo che ha una siringa in mano.

«Considerami una specie di angelo della morte.

Gli ospedali ultimamente ne sono pieni, li leggi i giornali?», mette in verticale la siringa e spruzza via un po' di liquido.

«Fermati, maledetta!», faccio per prendere la pistola dalla tasca della giacca, ma mi fermo prima.

«Fossi in te non lo farei», la voce mi arriva da dietro.

«Tocca la pistola e sei morto».

Oggi è la seconda volta che mi faccio sorprendere da una pistola alle spalle, forse sto invecchiando.

Lascio cadere il revolver sul pavimento e come da istruzioni mi giro lentamente e con delusione vedo che a puntarmi una pistola questa volta non c'è nessuna peruviana.

«Aziz...

Anche tu qui...?», al posto della faccia da troia di Romina Madison c'è la brutta faccia di un membro della Forza Quds, un fedelissimo del regime iraniano. E anche di Anna, a quanto pare.

«Sei molto peggiorata nei gusti, Anna...», Aziz è un mezzo uomo sessantenne, storpiato dalla nascita dalla poliomelite, che si trascina in giro lasciando in terra la sua bava peggio di una lumaca.

«Zitto, bastardo!», lo storpio trova energia nella pistola stretta in mano che riesce anche nel mezzo miracolo di raddrizzarlo in una postura quasi umana.

«Lo ammazzo?», ha fretta.

«Al tempo, Aziz», Anna non mette ancora il suo pollicione a testa in giù.

«Ohhh...», Jane lancia un gemito improvviso, quasi un S.O.S.

«Che cazzo fa quella troia? Si sta svegliando?», Aziz si rivolge ad Anna, distogliendo per un attimo l'attenzione rivolta su di me.

«Stai calmo, idiota.

Si sta solo lamentando», Anna la guarda abbassando gli occhi su di lei.

E insieme allo sguardo hanno anche abbassato l'attenzione, devo agire subito.

Adesso!

Con un salto sono subito addosso ad Aziz e buttarlo in terra con me sopra non è difficile.

«Ammazzalo, Aziz!», il pollicione di Anna cambia immediatamente posizione.

Lo storpio si difende bene, si vede che è stato addestrato a dovere dai servizi segreti iraniani.

PFTT

PFTT

«Ahhh!», dalla pistola partono un paio di colpi silenziosi ed entrambi vanno a bersaglio grosso.

È ora di finirla, storpio maledetto, riesco a piegargli la mano verso il suo stesso petto.

PFTT

PFTT

PFTT

«Uhhh...», altri tre colpi al prezzo di un altro cadavere.

«Ohhh... cazzo...», Anna è seduta sulla sedia accanto al letto di Jane, le mani unite sullo stomaco.

«Idiota...

Sapevo… che avresti fatto… qualche cazzata... uhhh...», ma Aziz non può più giustificarsi, è rimasto steso sul pavimento, a pancia in su, con gli occhi sbarrati che guardano già l'eternità del soffitto.

Mi avvicino a lei e le sposto un ciuffo di capelli che un sudore mortale le ha già appiccicato sulla fronte.

«Fai vedere», mi rendo conto di rivivere esattamente la stessa scena di oggi pomeriggio nello studio del Dottor Lesmond.

Deja vu.

«Sei fottuta, Anna…», la mia teoria del fottere elaborata nel Motel si dimostra esatta.

«Portami via… da qui... uhhh...».

«È meglio se rimani qui, se vuoi avere anche una sola possibilità di cavartela».

«No... portami… a casa nostra... ohhh...», mi butta tutte e due le braccia al collo, ignorando per un momento i buchi che si ritrova nello stomaco.

«Le chiavi… dell'appartamento… uhhh… sono... nella borsa... ohhh...».

È pazza, lo è sempre stata.

«Non lasciarmi qui... David...», esco dalla stanza e guardo se vicino alla parete del corridoio c'è ancora la sedia a rotelle che avevo visto prima di entrare.

È sempre lì, la prendo e rientro nella camera.

Sono pazzo, lo sono sempre stato.

«Vieni... siediti qui», la prendo sotto le braccia e la tiro su a fatica.

«Ohhh... piano... mi fa male...», è impossibile mettere una donna grossa come lei sopra una sedia a rotelle senza farle del male, soprattutto se si ritrova due pallottole nello stomaco.

Intanto Jane muove leggermente le dita della mano, come volesse farmi capire che se la caverà anche questa volta.

Quando tornerò, ti ritroverò di nuovo in piedi, dannata puttana lesbica.

Sei rimasta dritta con un paio di palle addosso, figuriamoci senza.

Metto una coperta sopra ad Anna a nasconderle le ferite ed esco spingendo la sedia a rotelle fino alla porta del primo ascensore.

«Cerca di non lamentarti troppo».

«Ci proverò...», e facendo una smorfia inclina il capo su di un lato.

Riesco ad arrivare all'uscita dell'ospedale senza problemi e dopo aver sistemato Anna sul sedile della Ford, lascio la carrozzina insanguinata sul marciapiede, andando via il più velocemente possibile dal parcheggio del New York Hospital Queens.

«Fai presto... ohhh... sto crepando...», giro la chiave nella toppa dell'appartamento ed entro con lei attaccata a me, è la prima volta che ritorno qui dall'undici settembre.

La porto in camera e la sdraio sul letto, tutto è rimasto uguale a due anni fa, il colore delle pareti, i mobili, i quadri, anche la teca di legno è sempre lì, forse un po' più polverosa, ma sempre al suo posto.

E sempre con un maledetto pugnale da collezione in meno.

«Se ti lasciavo all'ospedale, potevi avere una possibilità di cavartela», la guardo crepare sentendomi un po' in colpa per non averlo fatto.

Se ripenso alla fatica di Romina per farsi trovare viva all’appuntamento con l’ambulanza…

«Ma io... uhhh... non ho mai… vissuto… di... possibilità... ohhh...

Ho sempre... vissuto… di... ohhh... certezze...».

Romina non la pensava come te, Anna. Eppure siete due troie more della stessa specie.

«Perché volevi uccidere Jane...?», voglio saperlo prima che sia troppo tardi.

«Forse perché sapeva troppo?

O magari perché avevi paura che ostacolasse i piani dell'organizzazione?», butto lì ipotesi a caso.

«No… David... uhhh…», mi guarda sempre più stremata.

«Stavolta... l'organizzazione... uhhh… non c'entra niente... ohhh...

Volevo... solo… vendicarmi...

Quella troia... era… uhhh… andata a letto… con... ohhh... una puttanella... del Mossad...

Mi aveva… tradito... ohhh… capisci...?».

Cazzo, Anna, vuoi stupirmi anche da morta.

«A volte… il bene... ahhh… sa uccidere… più… del male... uhhh...».

Avevo sposato una fottuta lesbica senza nemmeno accorgermene, una delle mie solite distrazioni.

«Ma… adesso… scopami... ohhh…

Per… l'ultima... volta... ahhh...», lesbica, ma non del tutto.

Non ho tempo né voglia per controbattere, decido di assecondarla e mentre le tiro su l'ampio vestito, lei d'istinto allarga subito le grasse cosce.

Forse lo faccio perché si concede sempre l'ultima sigaretta a un condannato a morte.

«Ohhh... ohhh…», vado su e giù una decina di volte, stringendole con entrambe le mani l'enorme seno tutto sudato, che ha tirato fuori intero per me.

O forse lo faccio perché questa troia ha sempre saputo farmi godere più di chiunque altra.

«Ohhh... ohhhh…!», e mi fa godere anche adesso - da morire - fino all'ultimo, finché le tette non si alzano e non si abbassano più, restando afflosciate lungo il corpo, fin quasi a ricoprirle i buchi sullo stomaco.

La scuoto, ma non ce la fa più, non c'è più.

«Anna...».

Forse respira ancora, non lo so, non mi va neanche di saperlo.

Alzo la cornetta del telefono e digito tre cifre.

911.

«Chiamo dalla Lower Manhattan... venite all'appartamento 182...

Troverete un cadavere... o qualcosa di molto simile... le macerie di una troia...».

La storia si ripete, sempre.

Esco dal palazzo e respiro l'aria di New York, fatta di smog e di complotti, pensando che mentre le Torri Gemelle sono crollate a mezz'ora di distanza l'una dall'altra, le Gemelle Coen ci hanno messo due anni prima di crollare entrambe.

Spie, doppiogiochiste, traditrici e soprattutto troie.

Sì, erano proprio le Troie Gemelle.

Adesso che mi sono tolto diversi pensieri, voglio sapere se l'infermiera tettona è morta nello studio, sull'ambulanza, o all'ospedale.

Ben dissimulato, faccio un giro di telefonate.

«Romina Lopez, 44 anni, due colpi d'arma da fuoco: terapia intensiva, condizioni disperate».

Lo sapevo: troppo latina per crepare facile.

Vado a trovarla, è il mio tipo.

Prima che ci lasci la pelle voglio rivederla e sentire le sue ultime parole.

Se ho capito bene, neanche la operano.

Ma tirerò fuori qualche verdone per farli lavorare un po'.

Costi quel che costi, non posso mollare al suo destino un troione latino del genere.

Voglio ripartire da questa tettona testarda.

In fondo io le sono entrato nei polmoni, lei nel cuore.

Sarà un altro spettacolo.

Sperando mi aspetti, prima di crollare...

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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