Troppo gladio per Agrippina

La Dogaressa

La Cartomante

La Gondola Fantasma

Tex: Assalto alla miniera fantasma

La Star di Fregene rimane uccisa

TROPPO GLADIO PER AGRIPPINA

di Salvatore Conte (2024)

Aniceto le aveva consegnato la lettera del figlio, con cui la invitava a Baia per le Feste di Minerva.

Agrippina sapeva cosa l'aspettasse laggiù.

D'altra parte, rifiutare o fuggire non sarebbe servito a niente.

Infatti non sarebbe passata inosservata in nessuna parte dell'Impero.

Anche se il fisico era ormai quello di una cessa - nel linguaggio tipico delle taverne - rimaneva un importante groviglio di carne, e insieme a Messalina e Poppea, formava agli occhi dei Romani il Triumvirato delle zoccole imperiali.

     

D'altronde, la pancia morbida di ciccia era un richiamo irresistibile per qualunque gladio. Chi avrebbe avuto, nel suo caso, tanto onore?

Agrippina immaginava spesso come fosse prenderlo...

«Non sono finita, la carne addosso mi sta bene», si diceva allo specchio; taceva, però, sul fatto che la sua smania di potere le deformasse i lineamenti.

È qui che allenava il sorriso perfido e insinuante.

Abbandonata anche dalla scorta, Agrippina raggiunse il Miseno da sola.

Nerone era sessualmente pazzo di lei. Adorava le sue zinne molli e la pancia tondeggiante. Il Principe considerava la madre un'opera suprema degli Dei.

Agrippina si faceva fare di tutto, pur di ammansirlo. Le impose un bocchino e lei, pronta, lo prese in bocca.

Dopo il banchetto, dedicato a Minerva, Nerone la fece accompagnare via mare alla villa di famiglia, presso il Lago Lucrino.

Un naufragio con il mare piatto: una circostanza davvero insolita, ma per Nerone il teatro non doveva ispirarsi alla realtà. Era creazione libera.

Per questo nella nave si aprì una falla, anche se non era avvenuta alcuna collisione.

Tuttavia l'imponente imbarcazione affondava lentamente.

Ci fu il tempo di calare le scialuppe e salvare tutti, più che altro dal freddo, visto che la costa era vicina.

«Augusta Signora, per dove dobbiamo remare?», chiese lo schiavo.
«Verso il Lago Lucrino».

Agrippina aveva deciso di raggiungere comunque la propria villa.

Nascondersi tra la plebe di Puteoli non le avrebbe giovato: la sua presenza non poteva passare inosservata e qualcuno l'avrebbe tradita.

Tanto valeva contare solo su sé stessa e sul proprio fisico, e rimanere accanto al letto, dove avrebbe ricevuto i suoi assassini e dove sarebbe sprofondata una volta colpita, con l'intento di tenersi a galla, come in quel preciso momento.

Aveva già tutto in testa.

Da lì all'Averno il passaggio sarebbe stato breve.

Infatti il Lago Lucrino vi si connetteva tramite un canale artificiale.

Nerone intanto si vantava presso Seneca e Burro di avergli finalmente dimostrato di poter fare a meno della madre e di non esserne succube.

Infatti Aniceto, preoccupato dell’ira di Cesare, lo aveva informato che la missione era stata eseguita: la madre era morta, sommersa dai flutti, colata a picco con tutta la nave.
Ma dopo che la vox populi ebbe smentito l'Ammiraglio del Miseno, Nerone rimase con un palmo di naso, indeciso sul da farsi.

Burro disse che era pericoloso istigare i pretoriani contro i membri della Casa imperiale, e che - se avesse completato lui l'opera, da solo - sarebbe stato un pessimo esempio per loro.

Alla fine fu scelto un gruppetto di pretoriani liberi dal servizio, che avrebbero agito di loro iniziativa, per zelo nei confronti dello Stato, prescrivendo il suicidio alla cospiratrice.

Agrippina, intanto, toccandosi le zinne grasse e il ventre molle, ritrovò l'innata sicurezza.

L'Augusta era contenta di sé e si piaceva molto, anche adesso, matura e ingrassata.

Ripensò alle sue scenate con Burro e Seneca: facevano finta di odiarla, ma piaceva anche a loro.

La toglievano di mezzo controvoglia, per aumentare la presa su Nerone.

L'importante era aspettarli vicina al letto e pronta a tutto.

Se le avessero imposto il suicidio, aveva in mente un trucco.

Nel caso avessero colpito loro, fondamentale era limitare i colpi, crollando subito sul letto.

In ogni caso, non sarebbe rimasta uccisa. Era troppo importante per morire. Non sarebbe finita come una zoccola qualsiasi.

Agrippina si arrovellava la mente nelle sue stanze, ansiosa di sapere come sarebbe andata a finire.

Forse sarebbe stata colpita con un affondo deciso, ma senza l'intento di infierire: due-tre palmi di gladio, cosi da punirla duramente, però al contempo lasciandole aperta una via di scampo.

Oppure colpita a morte e lasciata dissanguare, con quattro-cinque palmi di gladio in corpo, tra la disperazione dei suoi sodali, lasciandole il tempo di vedere la morte in faccia; oppure ancora, crivellata di colpi e lasciata annaspare in un'orgia di sangue.

«Fai quello che devi fare, ma fallo bene.... senza esagerare...», avrebbe detto al sicario.

«Che fai...?! M'ammazzi...!», ma quello, con gli occhi vitrei di uno squalo, continuava a spingere fino in fondo... o quasi...

Agrippina si lasciò crollare sul letto, secondo il suo piano.

Era entrato parecchio, quasi tutto, ma pensava lo stesso di salvarsi.

«Abbiamo ordine... di... di non infierire...», balbettò il pretoriano, visibilmente eccitato. «Un solo colpo... la longa manus... del Principe... e quella... quella del popolo romano...», quasi incapace di distogliere lo sguardo dalla grande zoccola imperiale, colpita a morte. «Questo è stato deciso da Burro e Seneca...», riprendendo parzialmente il controllo.

«Ringra...ziali... di... cuore... ohh...», a pancia in giù, con la faccia schiacciata sul lenzuolo e la bocca deformata dall'agonia, sputando sangue a ogni parola. «Come... ti chiami...».

«Valerio».

«Valerio... toccami le zinne... ahh... cinque palmi... sono tanti... ohh... mi hai sfondato... uhhh... ma sei... un bel ragazzo...».

Il pretoriano non ebbe bisogno di farselo ripetere: rovesciò supina l'Imperatrice e le strizzò le zinne, trattenendosi a stento dal lasciarsi andare, quasi impazzito di fronte alla potente zoccola imperiale.

«La longa manus... ohhh... tua... e del popolo romano...».

Il contro-rituale di Agrippina.

«Addio».

Non appena i sicari furono usciti, gli schiavi si strinsero intorno all'Augusta con ogni sorta di sussidio.

«Chiamate... subito... Apollonio...», ordinò ai suoi.

Era il sacerdote di Serapide nel tempio di Puteoli, convocato anzitempo da Agrippina: un maestro nell'uso di veleni, pozioni e artifici vari.

Nonostante la pronta reazione dell'Augusta, intorno a lei c'era tanta disperazione.

Il gladio non perdonava, lo sapevano tutti. E nonostante qualche piccolo privilegio, non le avevano lasciato scampo.

Era pazza a non accorgersene?

La fiducia in sé stessa di Agrippina sfiorava l'arroganza.

Apollonio si stava dando da fare, ma la fatica era ardua.

Seneca e Burro avevano passato le ultime ore nel timore di ricevere la clamorosa notizia dalle loro spie.

Potevano solo sperare che la sua sete di potere le desse la spinta necessaria per sfuggire alla morte, anche se le ultime notizie erano preoccupanti: Agrippina aveva le zinne sempre più sgonfie.

L'Augusta stava prendendo tempo, in questo era stata brava, ma per il resto Seneca e Burro scuotevano la testa; d'altronde, non potevano concederle di più.

Adesso, poi, Nerone, informato dell'avvenuta esecuzione, si era messo in testa di dedicare una tragedia alla madre.

Lo annunciò ai suoi ministri e li obbligò a fare da pubblico.

«Tu! Scrivi... finché Calliope non mi secchi il labbro...».

Il ferro le era finito dietro la schiena, benché non fosse certo magra.

L'esecuzione era stata decisa dal Prefetto Burro e dal Ministro Seneca, contro il parere del Principe, che tuttavia non volle interferire, per amore di Roma e della Giustizia.

Poiché nessuno aveva il permesso di soccorrerla, non le rimaneva che provocare le guardie del Principe, mandando il grosso culo molto in fuori.

La paura era tanta, perché la sciagurata conosceva il potere inclemente del gladio.

Perciò accadde qualcosa di orribile, che colpì molto i presenti (guardie, amanti, schiavi e squallidi curiosi).

La nobile Agrippina si pisciò sotto, anzi - a causa dell'anomala posizione e degli spasmi d'agonia che le avevano sollevato la tunica - spruzzò di augusto piscio tutto intorno a lei, generando panico, ma anche libidine.

Poi fu la volta di un'imperiale cagata.

La paura di morire era troppa.

Gli schiavi guardarono supplici le guardie, per capire se almeno questo potessero farlo.

Il disgusto sul volto dei valenti armati non lasciava adito a dubbi.

Gli schiavi ripulirono la merda e il culo di Agrippina.

Se poi indugiassero troppo a lungo, questo a Calliope non è dato sapere...

La madre del Sommo Figlio aveva la faccia schiacciata sul letto, visibile solo per metà, con l'occhio fisso su Caronte, pronto a caricarla.

«Vi prego... solo un po' d'acqua...», un drammatico appello squarciò l'aria pesante d'attesa.

Una guardia annuì con un breve cenno del capo.

Agrippina bevve da una scodella, come la cagna che era.

Poi, vistasi perduta, lanciò l'ultimo dado.

Mandando un rantolo, si rivoltò supina; quindi fece cadere nel vuoto un braccio, mentre l'altro lo mandò sulla fregna, quasi a toccarsi.

Voleva mostrarsi il più possibile disperata e zoccola.

Sperava ancora che qualcuno la salvasse.

Con gli occhi fissi al soffitto e la bocca spalancata, biascicò queste parole, sputacchiando sangue in giro: «Non voglio morire... cough... chiedo perdono al Principe... ohh... accetto l'esilio.... hh-hhh...».

Agrippina voleva salvarsi a tutti i costi.

«Tu... bel giovane... cough-cough...», parlare le costava molto, «non vorrai... farmi morire... ihhh-ihh...», ancora un rantolo pericoloso, uno degli ultimi avvertimenti.

La madre del Sommo Figlio, a sua volta Padre di tutti i Romani, e dunque nonna del Popolo, si era rivolta a una guardia, sperando di trovare aiuto.

Ormai aveva ceduto al panico e si aggrappava a tutto.

«Tu... dico a te... ho poco tempo... cough... corri dal Principe... ihh... e digli... che la madre... ohh... vuole vivere...».

Ma la guardia non ebbe il tempo di fare niente.

Ci fu un'esclamazione collettiva di stupore, quando entrambe le braccia, una dopo l'altra, caddero nel vuoto, oltre la sagoma del letto.

Si era dunque giunti alla fine dello spettacolo?

Pareva di sì.

Prendeva forma uno stupendo cadavere, grasso, bono e scosciato.

«Hh-hh... hh...», anzi no.

La zoccola imperiale, benché alla deriva, non era ancora affondata.

Agrippina aveva ritrovato un po’ di fiato e riprese a sperare.
«Vieni… cough-cough…», chiamò la guardia con la mano lurida di sangue, affinché si avvicinasse, mentre un nuovo orrore si faceva evidente.

Dalla ferita, spinti dalla tosse mortifera di Agrippina, facevano capolino pezzi di budella tranciate dal gladio.

La guardia pretoriana, disgustata da quel supplizio, indirizzò un cenno agli  schiavi.
Bende, spugne, sali: tutto arrivò in un attimo.
«Ascolta… bel giovane… cough…», gli parlava con un filo di voce. «Io… sono vedova… ahh... tu chiederai… ohh… la grazia… cough… per tua moglie… vivremo in esilio… cough… insieme… ihh-ihhh…».
La guardia attese il responso del popolo.
«Evviva!», «Auguri!».
E visto che tra i curiosi presenti c’era anche un Sacerdote di Iside, e i testimoni d'altronde non mancavano, la cosa fu presto fatta, anche perché di tempo non ce n’era molto.
Lei lo sposò senza neppure conoscerne il nome, che comunque era Marco.
Giunta la risposta del Principe, che per sua munifica grazia concedeva alla madre l’ultimo desiderio, Agrippina fu trasportata in lettiga fino al porto, dove venne imbarcata per la Corsica, luogo d’esilio a vita, sebbene il termine apparisse decisamente sarcastico.

Durante la navigazione, che in fondo era anche un viaggio di nozze, la misera Agrippina fu quasi affondata da un nuovo aggravamento, mentre le budella continuavano a scoppiarle fuori, a causa della tosse convulsa e della tremenda ferita.
Ma lei non era stanca di vivere, nemmeno in quelle condizioni, e faceva progetti con il marito, per lusingarlo e non farlo pentire del sodalizio,
arrogante e insolente come sempre, verso l'intelligenza altrui.

«Sono soddisfatto di te e di come stai gestendo la situazione, moglie mia», pare che disse, per lusingarla a sua volta.

«In Corsica... farò venire... cough... i migliori chirurghi...

Nessuno... uhh... potrà fermarci...».

Poco lucida,  Agrippina fantasticava - in toni deliranti - di un'improbabile salvezza.

La morente continuava ad alimentare le sue illusioni, incapace di accettare il proprio destino, che pure le mandava segnali precisi.

Si dice che dal porto si udirono grida di sconforto provenienti dalla nave in arrivo.

Fatto fu che nessuno vide sbarcare Agrippina, nonostante la folla radunata per macabra curiosità sul molo.

Calliope ha taciuto i dettagli, ma è facile immaginare cosa infine accadde.

Pare comunque certo che si possa presagire sin d'ora che lo spettacolo della grossa sorca imperiale - con la bocca spalancata, gli occhi fissi al cielo, le mani a trattenere disperate un ammasso di budella schizzate fuori dalla pancia, la tosse che infierisce, e i gemiti gutturali con cui invoca di essere salvata, ingoiando nel frattempo sperma vitale che le cola via dalla pancia aperta - non mancherà di spillare sborra e curiosità anche alla posterità!

E tutto questo per un condanna troppo lieve o troppo dura: non ci fu il coraggio di ucciderla sul colpo, né di farle godere il giovane pisello di Marco e il quarto matrimonio!

9 giugno 68 d.C.

CRONOLOGIA STORICA

15 d.C. - Nascita di Agrippina

28 - Agrippina sposa il padre di Nerone

39 - Agrippina viene esiliata a Ponza dal fratello Imperatore, Caligola

40 - Morte del padre di Nerone

41 - Ascesa di Claudio e rientro a Roma di Agrippina

42 - Agrippina frequenta Galba

43 - Agrippina sposa Passieno Crispo

46 - Morte di Passieno Crispo

49 - Agrippina sposa l'Imperatore Claudio, suo zio

54 - Morte di Claudio e ascesa di Nerone

59 - Attentato ad Agrippina ed esilio in Corsica;

Agrippina sposa il pretoriano Marco Tibullo Annio

62 - Morte di Burro

65 - Morte di Seneca

68 - Morte di Nerone e rientro a Roma di Agrippina

69 - Anno dei Quattro Imperatori;

Agrippina interviene nella guerra tra Vitellio e Vespasiano,

e forma con loro un Triumvirato

79 - Morte di Vespasiano

79 - Il figlio di Vespasiano, Domiziano, reclama il potere assoluto;

Guerra civile tra Agrippina, Vitellio e Domiziano

81 - Morte di Vitellio

81 - Domiziano è sconfitto ed esiliato in Mesia

85 - Agrippina completa la conquista della Germania Magna,

l'Impero è alla sua massima estensione

89 - Morte del Principe consorte

92 - Agrippina si ammala di cancro all'intestino

98 - Agrippina si aggrava e sposa Traiano, in quinte nozze

101 - Agrippina è ridotta in fin di vita dal cancro

102 - Agrippina si fa trasferire in Egitto

104 - Notizia della morte di Agrippina e della sua imbalsamazione,

dopo 55 anni da Imperatrice

105 - Voci ricorrenti su Agrippina in cura ad Alessandria

106 - Voci su Agrippina trasferita d'urgenza presso la Regina di Persia

108 - Agrippina rientra a Roma in condizioni gravissime

109 - Agrippina festeggia con Roma 60 anni da Imperatrice

111 - Morte di Agrippina

LA DOGARESSA

di Salvatore Conte (2024)

Layla Galliani gondoleggia sul Canal Grande.

Forse l'hanno fatto grande perché doveva passarci lei.

Lei si sente la Dogaressa di Venezia e lo crede davvero.

Benché di origini libanesi e divorziata da un milanese, ha trovato qui il suo destino.

Il gondolio le rilassa le budella, e per lei vuole dire tanto.

Dopo l'omicidio del Governatore Zaia, con cui aveva avuto una relazione, è stata interrogata a lungo dalla Polizia.

«Sono malata, non so altro, lasciatemi in pace», aveva risposto due giorni prima al Commissario Conte.

L'omicidio è stato rivendicato dalle Brigate Rosse.

Zaia è stato condannato a morte dal Tribunale del Popolo per aver concorso con altri alla frammentazione elitaria dei servizi collettivi, dopo l'accelerazione sulla cosiddetta "autonomia differenziata" delle Regioni.

Tuttavia la Galliani non si è mai interessata di politica.

E ancor meno meno dopo che un tumore galoppante all'intestino le ha ipotecato il futuro.

Lo stesso Zaia ha avuto paura di ritrovarsi una biscia addosso.

«È stato lui a mollarmi, quando mi sono aggravata. Non è stato molto carino».

«La capisco, signora, mi creda.

Però il suo risentimento può averla spinta a passare qualche informazione riservata ai terroristi, così da fargliela pagare...».

«Lei è uno stronzo, Commissario. Io sto crepando. Cosa vuole che me importi di quel pallone gonfiato. Posso avere tutti gli uomini che voglio...».

«Sicura che non si possa far niente?».

«Per cosa?».

«Per la sua malattia...».

«E a lei cosa gliene importa?».

Ormai ha capito; e cambia registro.

«Lei cerca di essere carino con me, e io lo apprezzo molto...

Purtroppo, però, non c'è molto da fare. Proverò ancora della radio. Ma solo per guadagnare tempo».

Gli si secca la lingua.

«Comunque la terrò informata. Se mi sento poco bene, la contatterò a titolo personale. Ho il suo biglietto».

«Grazie».

«Commissario, mi dispiace disturbarla, ma non sto bene.

Ho mal di pancia e so di che si tratta...

No, non c'è bisogno del medico.

Però ho paura a rimanere sola durante queste crisi...

Mi farebbe piacere. L'aspetto».

«E se ti dicessi che l'ho ammazzato io?

Mi manderesti in prigione?

Tra non molto mi trasformerò in una biscia.

Sai cosa significa?».

«Sì, credo di sì».

«Mi piaci, perché non sei come gli altri.

Capisci le cose, nel verso loro, e parli con gli occhi.

In fondo hai le stesse iniziali del Grande Maestro».

Molteplici sono le ragioni per le quali piace: a parte l’amabile attaccatura dei capelli e l’inconfondibile mento in rilievo, è alta, sostanziosa, con una fronte da coronare e occhi che bruciano.

La morbida pancia botticelliana e le forme piene, solide, senza per questo essere grasse, costituiscono altre rotonde ragioni.

Si dice, inoltre, che abbia origini libanesi. In effetti, il fuoco che le brucia negli occhi depone a favore delle voci.

«La tua cura ha funzionato, Sal.

Spero di stare meglio anche domani, perché il Conte Bragadin mi ha invitato al suo ballo in maschera.

Vorrei che tu mi accompagnassi.

In maschera non ti riconoscerà nessuno.

Se accetti, il costume ti arriverà a casa».

«Non ti ho dato il mio indirizzo...».

«È vero, ma vuoi che il Conte Bragadin non sappia dove abiti?

Al ballo ci saranno anche il Prefetto e il Questore.

Se accetti una confidenza, il Ministro degli Interni si consulta con Bragadin prima di nominare qualcuno a Venezia. E questo da almeno 20 anni».

«Il Conte ti fa la corte?».

«Penso proprio di sì. Non sei un puttaniere, Sal».

«Intendevo il vero Conte...».

«Sei tu il vero Conte, Sal...».

Una scalinata in marmo bianco arriva lucida fino alle porte d’ingresso del salone e già dagli archi soprastanti, affrescati con raffigurazioni dai colori  tenui, che vanno dal rosa antico al giallo ocra, passando per l’azzurro zaffiro, si nota un’assoluta eleganza, che può essere ammirata nella sua completezza non appena si spalanca agli occhi il salone da ballo, già affollato della Venezia che conta.

La sola grandezza basterebbe a distinguerlo da tutti gli altri: alto quasi come due piani e lungo come almeno quattro corridoi messi in fila, e poi affreschi a soffitto da guardare con la testa indietro e il naso all’insù, colonne pitturate e pareti abbellite da arazzi di differenti forme e colori, vetrate alte e nobili a guardare sul Canal Grande e lampadari di cristallo a far luce su tutta quella bellezza, con un pianoforte a coda sistemato in un angolo e ancora elegantemente silenzioso.

Il Conte Bragadin l’ha arredato a suo gusto, nel rispetto della Serenissima tradizione, e tale sfarzo, per alcuni eccessivo, è stata una sua consapevole scelta.

“Procul este profani”, sta inciso su un architrave all’ingresso.

Chi non ha la capacità di apprezzare, ne resti fuori.

«Tu sei l'unica a non essere in maschera...

Ti vesti adesso?».

«Sal... io sono la festeggiata.

La Dogaressa di Venezia non appare mai in maschera».

«Scusa; all'Accademia queste cose non le insegnano...».

«Scuse accettate», e si lascia prendere la mano dal Commissario, che la porta al centro del salone e delle danze.

Un attimo dopo, con cenno ieratico, il Conte comanda l'esecuzione dell'Anonimo Veneziano di Stelvio Cipriani, summa trionfale di Venezia.

Layla indossa la solita camiciona bianca a collo alto, di chiaro prestigio, attillata alle forme importanti, sbottonata da mignotta di lusso.

Intorno a loro si forma il vuoto, nessuno si avvicina a meno di quattro-cinque metri.

«Sembra quasi che ci evitino...», le sussurra il Commissario all'orecchio.

«Si usa così, tra nobili».

«Ma chi è questo fortunato?

Vogliamo vederlo in faccia!».

«E quello chi sarebbe?».

«Il Conte Bragadin.

Sei disposto a toglierti la maschera davanti a tutti?

Davanti al Questore?

E al Prefetto?».

«Certo.

Cosa me ne importa?

Se non dà fastidio a te...».

«Sei un uomo d'altri tempi, Sal».

«Vuole dunque Sua Grazia mostrare alla nobiltà della Serenissima il volto del suo galante accompagnatore?».

«Preferisco di no, Conte».

«Le vostre preferenze sono decreti, Serenissima Signora», il Conte si inchina e con un cenno fa riprendere la musica.

«Una donna d'altri tempi non mette in imbarazzo il suo uomo...», gli sussurra Layla all'orecchio.

La Galliani si stanca presto, le sue condizioni sono tuttaltro che buone.

«Mi gira la testa... accompagnami in fondo alla sala... c'è una sedia che somiglia a un trono...».

Il Commissario va oltre e la solleva da terra, prendendola tra le braccia.

Si guarda intorno e vede il trono.

L'adagia delicatamente e le prende la mano.

«Come ti senti?».

«Sono arrivata, Sal...

Non posso più sbattermi in giro... devo imparare a fare la biscia».

Il medico personale del Conte interviene subito con un tonico.

Le danze non si sono interrotte.

Una settimana dopo, Layla è ricoverata in gravi condizioni nel palazzo del Conte Bragadin.

Respira a fatica e c'è molta preoccupazione intorno a lei.

Si attende il suo crollo da un giorno all'altro.

Ma intanto tira avanti, va da San Polo a San Marco, e da San Marco a San Polo, lungo i gradini di Rialto.

Va in giro da sola, a tarda notte.

Tra la nebbia.

Sbottonata, tra la nebbia.

Due uomini mascherati la affrontano minacciosi.

Uno viene da San Marco, l'altro da San Polo.

Layla si appoggia alla massiccia balaustra di marmo.

«Cosa volete?».

Nella destra dei sicari compare una daga finemente lavorata; una coppia gemella.

Un’arma di lusso per una donna di lusso.

Layla ha ormai capito che il suo momento è arrivato.

SZOCK

SZOCK

Si lascia colpire senza opporre resistenza e senza invocare aiuto.

Sarebbe servito a poco.

Trattiene anche i gemiti di dolore, cerca di morire da nobildonna veneziana.

SZOCK

SZOCK

Ancora un paio di colpi al ventre.

Layla si protegge d’istinto l’addome, voltandosi di schiena e aggrappandosi al profilo opposto della balaustra.

SZOCK

SZOCK

Due crudeli colpi alle reni.

Per la signora Galliani è un calvario.

Ma rimane in piedi.

Si lascia scivolare di un paio di gradini verso l'inferno, pur rimanendo in piedi; tanto per fare qualcosa.

Ma viene voltata a forza.

SZOCK

SZOCK

SZOCK

SZOCK

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Una raffica rabbiosa di pugnalate al ventre.

Fiaccata da undici coltellate, ma non ancora stroncata, Layla si aggrappa di nuovo alla sagoma della balaustra, imprimendo sul marmo l’indelebile marchio del sangue, voltando la schiena agli assassini, precariamente in piedi.

SZOCK

SZOCK

Implacabili, i sicari infieriscono con altri colpi alle reni.

Sono tredici.

Si guardano, si confermano a vicenda il conto.

E se ne vanno nella nebbia.

Il calvario è finito.

Magra consolazione.

La signora Galliani è incredula.

S’è fatta ammazzare!

Non le hanno lasciato scampo.

Le gambe di Layla cedono.

E anche le braccia.

Rotola all'inferno lungo i gradini di Rialto.

Ma arriva qualcuno.

La vede.

La volta.

«Sei tu... ohh... gettami in acqua... ahh... voglio... essere sepolta qui... uhh...».

«No, andiamo a casa, Layla».

E la solleva da terra, tra le sue braccia.

Gli ha raccontato il sogno, prima di perdere conoscenza.

È chiaro che aveva visto la sua morte.

La situazione precipita.

Layla sta per entrare in coma, ormai è in fin di vita.

«Vuoi farla ricoverare?», chiede Bragantin al Commissario.

Mal rassegnato, il poliziotto si ostina a tamponarle il collo con un fazzoletto, asciugandole il sottile strato di sudore freddo che lo impregna.

«Sì, chiamiamo un'ambulanza, facciamo presto...».

Sono decine le persone che raggiungono l'Ospedale, nonostante l'ora tarda.

Layla è in Rianimazione.

Il medico di turno viene preso d'assalto.

«Non è una novità che la signora fosse arrivata alla stadio terminale», si giustifica il dottore. «Purtroppo non ha risposto ai trattamenti, il tumore non ha perso la sua aggressività. La signora è completamente invasa, è stata brava a resistere fino ad adesso, ma purtroppo siamo alla stretta finale. La prognosi è strettamente riservata».

«Non la possiamo portare in una clinica privata?», domanda il Commissario al Conte.

«Sì, è l'unica soluzione.

Ma dobbiamo aspettare che si stabilizzi.

Poi la faremo trasferire d'urgenza a Vicenza. E lì tenteremo una massiccia radioterapia, per fermare il cancro e le metastasi. Oppure per la Dogaressa non c'è scampo. È invasa».

Come nel sogno, il Commissario l'ha trovata ai piedi di Rialto con tredici coltellate in corpo. Eppure, l'ha tenuta a galla.

E - se lei si aggrappa alla balaustra - a galla vuole farla rimanere.

E fa venire la Tromba di Stelvio Cipriani in Rianimazione, per cantarle la sveglia.

LA CARTOMANTE

di Salvatore Conte (2024)

«Devi smetterla con ricatti e usura, tu gli succhi il sangue e loro, prima o poi, ti salderanno il conto!».

«No... io sono intoccabile, e poi ci sei tu...

Ho 48 anni, staremo sempre insieme...».

L'Ispettore McCain si è fatto ciucciare il cazzo da un'oscura libanese, Layla Jasim, cartomante mignottona.

Sfatta e volgare, si sente una gran fica e spreme a fondo un uomo con 10 anni di meno.

     

Layla è una bestia dominatrice.

Il seno da stronza cova sensuale sotto il camicione giallo, importante, prestigioso e sbottonato aggressivamente.

L'Ispettore copre i suoi traffici, intimidisce i testimoni e inquina le prove.

Per lei farebbe qualunque cosa, è solo preoccupato dal tumore all'intestino che l'affligge da due anni, e che si è molto allargato.

Layla si sta sparando le ultime cartucce.

«È lento, non ti preoccupare».

«Ma non fai niente per curarti?».

«Si è infilato nelle parti interne, non si può togliere».

«E allora?».

«Ho ancora parecchio tempo, stai calmo».

Più avanti farò la radio. Non ci saranno problemi».

Malgrado la sua innata sicurezza, le risposte ai trattamenti non sono buone.

Il tumore è refrattario e si allarga.

Anche la Jasim comincia ad avere paura...

Prendere tempo e mostrarsi sicura di sé non basta più.

Tre coltellate, secche e profonde, sono tante anche per una come lei.

Però, quando l'assassino se ne va, senza averla sgozzata, si illude di salvarsi.

Cerca di raggiungere il telefono.

E ci riesce.

Dopo notevole sforzo.

Chiama lui. Non ha altro nella testa che lui. È stronza, ma si è presa una bella cotta. Vuole morire tra le sue braccia.

«Vieni a vedere... fai presto...».

«Ma che cazzo fai, Layla! Te l'avevo detto!».

La reazione di McCain è rabbiosa.

«Chiamo subito un'ambulanza!».

«Sì... fai pure... ma dammi un bacio... fai presto...».

«Sei sempre bona...».

«John... ascolta... il tumore... è incurabile... forse... è meglio così...».

«Ma che dici, stupida!

L'ambulanza sta arrivando.

E rifaremo la radio. Andrà meglio, stavolta. Tu non ti fai fregare da un tumoraccio come una stronza qualsiasi».

«Sono stanca...».

«No... tu non sei finita, Layla. L'hai sempre detto anche tu!».

È rabbioso. Non si rassegna.

«Io ti faccio le carte, Layla...».

«Sei uscita tu stessa.

Vuol dire che ce la farai anche questa volta...

Dominerai ancora.

Sei tu l'Imperatrice, Layla!».

LA GONDOLA FANTASMA

di Gianni Rodari e Salvatore Conte (1955-2025)

Correva l'anno milleseicento e un po', e correva tanto forte che ormai era quasi arrivato al traguardo: era precisamente la vigilia di Natale, e il giovane magro, cencioso e dalla pancia vuota - ovvero Arlecchino - malinconicamente a zonzo, lo sapeva fin troppo bene.

Tutti erano a tavola meno che lui, recriminava silente, quando uno spettacolo attrasse la sua attenzione. Una gondola costeggiava la riva e stava infilando il celebre rio in cui si specchia, spaventoso, il Ponte dei Sospiri. Una gondola, a Venezia, non è uno spettacolo strano: ce ne sono migliaia, tutte con il loro bravo gondoliere piantato a poppa come un albero senza vela. Ma quella gondola non aveva gondoliere, era vuota come una cassa da morto senza cadavere, eppure scivolava rapida sull'acqua, mossa da una forza invisibile e silenziosa.

«Guarda, guarda», si disse Arlecchino, «forse la tirano i pesci, per loro divertimento».

«Giovanotto», mormorò una voce femminile alle sue spalle, «volete guadagnare mille ducati?».

Arlecchino si volse sorpreso.

Una donna mascherata, di stazza imponente, con grazie e zinne da zoccola, in sgargiante camicia sbottonata, stava lì ad aspettare la sua risposta.

«Mille ducati?».

«Ma non perdete tempo a contarli: prendetemi a bordo, presto, e seguite quell'imbarcazione».

Arlecchino corse lungo la riva e saltò in una gondola. Il misterioso mignottone lo imitò, sedette a poppa e ordinò: «Avanti, gondoliere! A tutta vela!».

Mentre slegava la fune dal palo, Arlecchino si ricordò improvvisamente che non era mai stato padrone di una gondola in vita sua, tanto meno di quella che stava rubando.

«Sarei matto a dirle che non sono un gondoliere!», pensò per tranquillizzarsi. «Chissà come si arrabbierebbe. E poi quant'è bona!

È meglio che stia zitto: dopo tutto ci sono mille ducati di mezzo, e questa signora che è tanto bona e grassa... e non sembra nemmeno brutta.

Quanto alla gondola, la prenderò in prestito. Sì, questo devo fare: chiedere un prestito a fin di bene, in favore del mio stomaco... ma a chi, però? Qui non si vede nessuno, ci penserò dopo...».

L'inseguimento durò un paio d'ore.

Per tutto quel tempo Arlecchino, senza cessar di remare vigorosamente, cercò invano di spiegarsi il mistero di un'imbarcazione vuota come una scodella leccata da un cane, che filava a discreta velocità, scegliendo con gran sicurezza la sua strada nella ragnatela dei rii, dei canali e dei ponti veneziani.

Siccome però a pensare si stancava troppo, finalmente concluse: «Sarà il diavolo che la fa andare. Messer Belzebú, per favore, vogate un po' più piano, perché le braccia cominciano a dolermi».

Arlecchino non poteva nemmeno consolarsi con la generosa scollatura della misteriosa mignottona, perché questa non si voltava un attimo, impegnata a dargli consigli sulla direzione da prendere.

«Signora, vogliate scusarmi... ma ho qualcosa da mostrarvi!».

Ricorse allora a questo ingenuo tranello per attirare la sua attenzione e farla voltare.

Quella, però, non si smosse di una paglia.

«Me la mostrerete dopo, adesso vogate, vogate!», aveva risposto.

Improvvisamente la gondola senza gondoliere svoltò tra due palazzi, con una mossa così brusca che Arlecchino, lanciato a tutta velocità, non riuscì a imitarla, proseguendo dritto per una decina di metri.

«Ferma, ferma!», gridò la signorona in maschera. «Torna indietro, idiota.

Se te la lasci scappare, non avrai mille ducati, ma mille bastonate!».

Arlecchino manovrò per girare la gondola, ma per la fretta si infilò in un canaletto cieco; tornò indietro, trovò la strada giusta, un rio nero e puzzolente che sembrava un budello dell'inferno.

Ed eccola là, cinquanta metri avanti, la gondola fantasma che si dondolava tranquillamente, abbandonata presso la riva.

Bastarono pochi colpi di remo per raggiungerla.

La potente signora la esaminò ansiosamente, dentro e fuori.

«A me sembra vuota...», commentò ironicamente Arlecchino, nel mentre, fingendo di cercare anche lui, si godeva la scollatura e le zinne pendenti dell'importante mignottona.

«Sì, maledetto. Lui non c'è più!».

«Lui, chi, di grazia? Messer Belzebú?».

«Non ti impicciare dei fatti altrui.

Ti basti sapere che mi hai fatto perdere almeno ventimila zecchini d'oro.

E scoppiando in pianto, la sconosciuta si strappò la maschera e la calpestò rabbiosamente.

«È da poco che siete giunta in città, vero, Signora?».

«E tu come fai a saperlo?».

«Perché nessuno parla ancora di voi...».

«Sbruffone, incapace!

Se non avessi sbagliato strada, non ci sarebbe scappato».

«Ma chi è scappato?».

«Mustafà, Alí Mustafà, il figlio del Califfo di Baghdad!

Era in carcere ai Piombi, capisci?».

«No, non capisco», rispose desolato Arlecchino, con gli occhi infilati nel camicione della zoccolona.

«È inutile che tu mi venga dietro come un cane raffreddato: hai fatto sfumare il più grosso affare della mia carriera da seduttrice, e non avrai un soldo».

Così continuava a borbottare Donna Manuela Moreno - giacché questo era il suo nome - mentre Arlecchino la seguiva a capo chino.

E fu proprio un peccato che tenesse il capo chino, perché quando lo rialzò fece appena in tempo a vedere la donna che spariva dentro l'uscio di casa, e il medesimo uscio che si richiudeva seccamente.

«Aspetterò qui fuori», si disse il nostro eroe, accoccolandosi sui gradini della soglia.

Ma non stava affatto comodo, e per giunta la pioggia, come se avesse ricevuto un segnale. cominciò a venir giù forte, con vera malignità.

Arlecchino fece allora il giro della casa e vide un lume in cucina. Picchiò sui vetri e gridò: «Aprite! Sono bagnato come una gondola, fatemi entrare!».

Passò qualche secondo, poi la porta si aprì di un paio di centimetri. Arlecchino v'infilò subito il naso, pensando:«Dove passa il naso, passa tutto il corpo».

«Ma che maniere!», strillò la serva. «Non avevo nessuna intenzione di farvi entrare».

«Peccato. Adesso sono qui e non mi muovo. La tua padrona mi deve mille ducati: se non mi paga, sono deciso a campare qui dentro, a sue spese, per mille giorni. Più altri cento giorni per gli interessi.

Ehi...!».

«Cosa?».

Finito il discorsetto, Arlecchino si accorse di tutto il resto.

Era grassa e stagionata.

Ma per tutto il resto, la serva a momenti era più bona della stessa padrona.

Senza farsi tanti problemi, si portava in giro per la casa con una camiciona gialla sbottonata fino allo stomaco. Il fisico era solido, la stazza notevole.

«La vecchia Colombina non è ancora da buttare, giovanotto...», rimarcò orgogliosa la serva.

«Vedo, vedo».

«Senti, a me non danno fastidio i giovani.

Alla padrona, però, non piacciono i miserabili, o quelli che si vogliono ammazzare. Ne ho già uno per le mani, pensa che voleva farla finita proprio qui fuori».

Nella testa di Arlecchino improvvisamente si accese la luce di mille candele di purissima cera.

«Cosa, cosa?».

E va bene: tanto vale che tu conosca tutta la storia.

Esco fuori un attimo, per scaricare un po' d'acqua sporca, e che cosa vedo?

Un poveretto, aggrappato a una gondola, sul punto di affogare. Sono arrivata appena in tempo per salvarlo».

«E adesso dov'è?», domandò Arlecchino, tenendosi le due mani sul cuore per impedirgli di scoppiare.

«Là dentro», fece la vecchia, indicando la cassa della legna. «L'ho nascosto lì, quando ho sentito la padrona rincasare, ma per fortuna è salita subito nella sua camera.

Arlecchino spiccò un salto e andò a sedersi sulla cassa.

«Che cosa ti succede?», strillò la donna, spaventata.

«Che cosa mi succede? Lo vuoi proprio sapere? In questa cassa ci sono almeno ventimila zecchini d'oro».

«Non dire sciocchezze: non c'è che un poveraccio mezzo affogato. Levati di lì, sarà ora di fargli bere un sorso di grappa».

«Non mi credi, eh?», sibilò Arlecchino. «Sappi allora che questa sera la tua padrona ha fatto fuggire dai Piombi di Venezia, per incarico del pirata Alí Badaluk, il figlio del Califfo di Baghdad. Ella avrebbe dovuto portarlo in mare aperto, dove i pirati lo aspettano. Ma la sua avidità le ha suggerito un altro piano: mandare i pirati al diavolo e accompagnare lei stessa il fuggitivo a Baghdad, per avere dal Califfo una maggiore ricompensa. E così, dopo aver sedotto il Capo delle guardie, ha indicato al povero giovane la via di questa casa, suggerendogli di nuotare aggrappato alla gondola, per non farsi scorgere dalle altre guardie del Doge. Noi abbiamo seguito la gondola fino a poca distanza da qui, poi l'abbiamo persa di vista. Adesso la tua padrona è arrabbiata come un temporale di giugno: è convinta che il prigioniero sia caduto in brutte mani. E invece», concluse Arlecchino, picchiando sulla cassa, «il figlio del Califfo è venuto qui dritto dritto per farci ricchi tutti e due.

Come lo so? Ho messo insieme tutti i piccioni di San Marco e le loro favelle.

«Guarda!», esclamò, alzando il coperchio della cassa. «Che panni porta, secondo te?».

«Santo cielo!», fece Colombina. «È proprio l'uniforme dei carcerati».

«Mi credi, adesso?».

«Dev'essere lui senz'altro».

«Intanto», continuò Arlecchino, richiudendo la cassa, «ascolta la mia idea. Domattina il San Marco, un vascello sul quale ho servito da sguattero in gioventù, parte per la Siria. Conosco il comandante, il Capitan Tartaglia, e possa andargli a parlare, se non è troppo ubriaco. Gli dirò che vogliamo andare a cercare fortuna in Oriente, come Messer Marco Polo, e che lo pagheremo al nostro ritorno. Sono sicuro che ci darà un passaggio».

«Ma se dovesse riconoscere il figlio del Califfo? Dal colore della pelle, dalla lingua, capirà pure che non si tratta di un veneziano».

«Non capirà e non vedrà niente, perché il figlio del Califfo viaggerà in questa cassa: sarà il nostro bagaglio. Gli porteremo da mangiare in cabina e gli faremo prendere aria la notte. Gli diremo che è il solo mezzo per salvarlo dalle guardie e sarà ben contento di ubbidirci. Vedrai, anzi, che a Baghdad sarà lui stesso a presentarci al Califfo suo padre e a farci dare una ricompensa strepitosa».

«Sarà pure...», borbottò Colombina, «ma io non ci vedo tanto chiaro.

E poi preferisco dirtelo: io da Venezia non mi muovo. Soffro il mal di mare, sono vecchia, e non mi divertirei molto in mezzo a dei marinai ubriachi.

Io resto».

«Ma no, ma no! Tu devi venire. Reciterai la parte di mia nonna e metterai a tacere chiunque voglia darci fastidio.

E alla fine ritornerai a Venezia ricca sfondata, più della tua padrona; e potrai goderti in pace la tua vecchiaia, magari con me...».

Il mattino seguente, sul ponte di comando del San Marco, Capitan Tartaglia si sforzava invano di dirigere rapidamente le manovre per la partenza.

«Sa... sa... sa...», cominciò a gridare. E voleva dire: «Salpate le ancore», ma i marinai non riuscivano a capire e domandavano: «Salame?».

«No! Sa... sa...».

«Sapone? Saccarosio?».

Quando finalmente Capitan Tartaglia riuscì a pronunciare fino in fondo l'ordine, la nave incrociava già al largo, perché i marinai conoscevano le manovre alla perfezione.

Capitan Tartaglia si asciugò il sudore e disse tra sé: «Bene, a partire ce l'abbiamo fatta. Speriamo adesso di arrivare.

Quei due strani passeggeri, voglio dire Arlecchino e Colombina, mi hanno promesso di pagarmi all'arrivo mille ducati: per la verità io li conosco per due pezzenti, gente che non deve aver mai visto un ducato intero.

Ma a me non la fanno: se non mi pagano, li venderò come schiavi ai turchi e non ci perderò nulla; anzi la Colombella è ancora un bel bocconcino e mi renderà parecchio.

Intanto, però, cercherò di capire che cosa tengano in quella grossa cassa.

Mercanzie? Gioielli? Stoffe preziose?

Non può trattarsi che di roba rubata. Sarà bene che li faccia tener d'occhio dal mio fido mozzo Magnapan».

Non dovete meravigliarvi di sentire un discorso così lungo in bocca a Capitan Tartaglia: questo discorso il comandante l'aveva fatto col pensiero, e il pensiero, come si sa, non balbetta.

Ma lasciate che vi presenti il mozzo Magnapan, il più giovane marinaio a bordo del San Marco: a tutte le ore del giorno e della notte lo si vedeva girellare su e giù per la nave, occupato a mordere coscienziosamente enormi pezzi di pane.

«Magnapan», gli gridavano i marinai, «dove lo metti tutto quel pane che mangi?».

Magnapan, senza rispondere, si toccava la testa con un dito, come per dire: «Mi va tutto in cervello».

E in realtà aveva un cervello sempre in funzione.

Quando Capitan Tartaglia lo mandò a chiamare nella cabina di comando, egli capì che c'era sotto qualcosa di grosso.

«Ma... ma...», cominciò Capitan Tartaglia.

«Magnapàn», completò il mozzo, gentilmente, infilandosi in bocca un pezzo di pane che avrebbe affogato un bue romagnolo.

«Ce... ce... cerca di sa... di sa...».

«Ho capito, Capitano: cerca di sapere cosa c'è nella cassa di quella strana coppia, che si spaccia per nonna e nipote».

«Bra... bra...».

«Bravo», terminò Magnapan. «Grazie. E sapete che vi dico, Capitano? Che ho già visto quel che c'è da vedere. In quella cassa c'è un cadavere».

«Un ca... ca... un ca...».

«Sì, precisamente: un cadavere morto, Capitano.

Ho aiutato io stesso a portare a bordo la cassa, e mentre i due colombini si sistemavano nella loro cabina, ho alzato il coperchio e ho visto».

Capitan Tartaglia picchiò un pugno sul tavolo.

Tanta era la sua sorpresa che per un attimo le parole gli uscirono di bocca correndo una in fila all'altra, come un branco di sardine in fuga.

«Maledizione, hanno scambiato la mia nave per un cimitero. Altro che colombini: quelli sono due assassini! E il morto, chi mai può essere?».

Io non gliel'ho domandato», rispose Magnapan, «ho pensato che non mi avrebbe dato retta».

Tartaglia rifletteva rapidamente: «C'è una sola cosa da fare: arrestare i due briganti, mettere in mare una scialuppa e rimandarli a Venezia. Anche il morto, naturalmente. E subito, all'istante».

Senza perdere tempo a parlare, afferrò un braccio di Magnapan e se lo tirò dietro.

L'effetto più importante della bordata di avvertimento fatta sparare da Alí Badaluc fu di svegliare Arlecchino e Colombina, che dormivano allacciati, come piccioncini, nella loro cabina.

«Sembra che sia scoppiato un temporale...», osservò la vecchia bonazza, a fregna aperta e cervello chiuso.

«Se questi sono tuoni, io sono Giove tonante», disse Arlecchino. «Sono cannonate, cara mia. Scommetto che la Serenissima ha scoperto tutto e ci sta dando la caccia.

Tieni pronto il camicione, cercheremo di farci strada...».

Arlecchino si vestì in fretta e si precipitò sul ponte di comando.

La prima persona che vide fu il mozzo Magnapan, intento a sgranocchiare la decima pagnotta del giorno.

«Beato te... mentre la polizia della Repubblica ci dà l'assalto, tu pensi a dare l'assalto alle provviste di bordo».

«Dite piuttosto che il diavolo vi è venuto in aiuto...

Il Capitano e io stavamo per arrestarvi, quando è stata avvistata la Barba del Sultano...».

«Un momento: che cosa c'è c'entra quel potente Signore?».

«Voltate il vostro naso e guardate con i vostri occhi».

Arlecchino eseguì la manovra e, ormai certo che non si trattasse della polizia, cacciò un grave respiro di sollievo.

«Vedo che vi rallegrate: tra assassini e pirati si va d'accordo, certo.

Immagino che offrirete in omaggio ad Alí Badaluc il cadavere che avete nella cassa, ed egli nominerà voi suo luogotenente, e la vecchia signora sua bagascia personale».

La battaglia navale tra il San Marco e la Barba del Sultano durò pochi minuti e portò a un notevole precipitare di eventi.

Intanto fu appurato che dentro la cassa non c'era un cadavere, ma neppure il figlio del Califfo.

Dentro la cassa c'era Pulcinella, un mariuolo napoletano, che era fuggito dai Piombi sostituendosi alla nobile prole.

Per evitare l'imbarazzante taglio della testa, Arlecchino escogitò un piano riparatore: lui e Magnapan avrebbero rapito Donna Moreno, così da scambiarla poi, ostaggio per ostaggio, con il figlio del Califfo, ancorato ai Piombi!

Però un conto era sedurre il Capo dei secondini, un altro il Consiglio dei Dieci, formato da vecchi bacucchi.

Le trattative erano in stallo.

A quel punto, sempre per evitare l'imbarazzante taglio della testa, Arlecchino escogitò l'ennesimo piano risolutore: lui, esperto di tutto; Pulcinella, esperto di Piombi; e Tartaglia, esperto di mare e lagune; loro tre avrebbero liberato Mustafa!

Verso sera Pulcinella si presentò a uno dei guardiani dei Piombi, lo salutò gentilmente e lo informò che era tornato in prigione perché soffriva di nostalgia.

«Per carità!», mormorò il carceriere. «Vattene subito e non farti vedere.

Tu sei morto di colera».

«Oh cielo!», esclamò Pulcinella. «Come ho fatto a non accorgermene?

Perché non me lo ha detto nessuno?».

«Ma sì, è la storia che abbiamo raccontato al Governatore per spiegare la tua scomparsa. Non possiamo mica farti risuscitare!

Sei libero come l'aria».

«In questo caso, stammi a sentire... il colera è contagioso ed è anzi probabile che il mio compagno di cella sia pure morto di colera...».

In breve, con la promessa di un lauta ricompensa, il carceriere fu guadagnato alla causa. Lui stesso guidò i tre sul tetto dei Piombi e indicò loro la via per raggiungere la cella che li interessava.

Duemila zecchini d'oro andarono dunque a Capitan Tartaglia, Arlecchino e Pulcinella.

Tuttavia, poiché non era facile dividerli in tre parti, Tartaglia ne volle mille per lui solo, ostentando il titolo di Capitano; allora anche Arlecchino ne pretese mille, visto che aveva portato con sé la nonna; e Pulcinella disse che aveva bisogno di pagarsi il funerale.

Alí Mustafa, il figlio del Califfo, decise quindi di abbassare il premio a millecinquecento zecchini, affinché se ne andassero contenti.

Mustafa lasciò andare via tutti, meno che una persona.

«Tu sarai Califfa, un giorno.

E prima d'allora torneremo in laguna ad ogni Natale.

Allora salirai su una gondola senza gondoliere, e prenderai terra a Baghdad, nella mia città.

Farò tagliare l'Egitto in due per te, affinché il tuo viaggio non incontri mai terra fino alla mia.

Il tuo tempo non ha limiti. Sarai sempre la stessa. E volerai all'infinito».

Avrete capito benissimo a chi stia parlando il futuro Califfo.

L'avete capito, o no?

TEX:

ASSALTO ALLA MINIERA FANTASMA

di Salvatore Conte (2024)

Anziché fare la domestica o la mignotta, ha imparato a sparare.

E lo ha imparato bene.

Si è fatta una discreta reputazione come vigilante, e adesso lavora per Mister Sutton al Two-Moons Ranch, in Arizona, nei dintorni di Phoenix.

La paga è buona e ogni tanto si fa scopare dal padrone per tenersi il posto e incassare qualche gratifica.

È un presuntuoso arrogante come tanti. Ma la paga è buona e di meglio in giro non c'è niente.

Leticia Munoz da Veracruz non ha tanti grilli per la testa. Ci sono un paio di vaccari piuttosto insistenti, ma lei preferisce non avere legami. Sono pericolosi.

Vuole fare un po' di soldi e poi cambiare aria.

Bella da giovane, adesso è più che altro una grossa cessa.

In genere, indossa un lungo camicione molto comodo, che le arriva sotto le ginocchia dopo una lunga fila di bottoncini; malgrado tutto, però, le forme pesanti si intuiscono con facilità.

Nelle situazioni più complicate, si sbottona fin quasi alla sorca e impressiona Mister Colt e Mister Winchester con la pancia e le zinne da vacca.

Finora ha sempre funzionato.

Tuttavia con Mister Tomahawk potrebbe finire diversamente.

Oppure nello stesso modo.

Ci sono soldi da fare, ma il rischio è grosso.

Il padrone si è messo in testa di ficcarsi dentro i Monti Superstizione, alla ricerca di una miniera perduta.

Ha portato con sé quasi tutti i suoi uomini, inclusa Leticia.

«Spero tu abbia capito che le cose potrebbero mettersi male.

Ci conviene coprirci le spalle a vicenda...».

«E perché dovrei fidarmi di te?».

«Gli altri ti considerano una grossa zoccola e basta. Io, una signora».

«E magari una signora da sposare...».

«Perché no?».

«Ti ho detto di stare alla larga, Sam.

Non voglio uomini nella mia vita».

E sprona il cavallo, per staccarsi.

L'approccio non ha funzionato, ma lui la tiene nel mirino del suo fucile a canna corta.

«È solo una zoccola, amico. Non farti il sangue amaro».

«Sì, hai ragione, Bill».

«Scusa per prima, Sam...

Sei sempre carino con me, e non allunghi le mani.

Devi capire che ho i miei tempi».

«Solo una donna di classe avrebbe chiesto scusa...».

«E allora?».

«Allora...?».

«Le scuse...».

«Accettate, ovvio. Anch'io ho le mie colpe».

«Bene, adesso ho da chiederti un favore».

Annuisce.

«Qua tira una brutta aria.

Se mi dovesse succedere qualcosa, vorrei che tu spedissi il mio denaro ai miei figli.

Lo faresti?».

«Mi interessi viva, Leticia: non mi piacciono questi discorsi».

«Lo faresti?».

«Nomi e indirizzo».

Miguel e Carmen Munoz Veloso, presso Phoenix Bank di Veracruz, Veracruz, Messico.

Ripeti».

«Miguel e Carmen Munoz Veloso... presso Phoenix Bank di Veracruz... Veracruz... Messico...».

«Da Phoenix arrivano come una fucilata.

Mister Sutton già conosce la mia volontà. Gli dirò che ci penserai te».

«Lo prenderà come un segno di sfiducia».

«Può darsi; infatti non mi fido di lui».

«Se vuole, può sbarazzarsi di chiunque, me incluso».

«Vero, ma non è detto che lo faccia. Questa è gente che pensa in maniera pratica. Se non gli dai fastidio, si trattiene entro certi limiti».

«Non ti fidi di nessun altro?».

«No».

«Allora hai capito?».

«Ho capito.

Tu devi pensare a qualcuno?».

«No».

Stavolta si sfila, rallentando leggermente l'andatura.

Il dialogo è durato fin troppo.

«Ho dieci dollari per te, bellezza...», e glieli mostra, usando una certa discrezione.

«Per dieci dollari mi sbottono fino allo stomaco. Ma sei vuoi arrivare alla sorca, ce ne vogliono quindici... Rowdy...».

«Ci sto. Stanotte ci facciamo mettere di guardia insieme».

«Però non voglio chiacchiere. Il padrone si incazzerebbe».

«Lo sapremo solo io e te...».

Leticia annuisce al biondo sbruffoncello.

«Pare che anche Tex Willer e Kit Carson si siano messi contro di noi, Leticia...».

«Contro il padrone, vorrai dire...».

«Siamo noi che lo proteggiamo, ricordatelo».

«E chi sarebbero questi due?».

«Due Rangers del Texas molto pericolosi. Willer si fa passare per paladino degli indiani e ha preso le parti di Weiser perché ha la moglie apache».

«Secondo me vuole mettere le mani sulla miniera, come tutti noi».

«Già, ma anche se siamo una trentina, abbiamo contro Weiser e i suoi uomini, gli apache e i tagliatori di teste che infestano questa regione, e Willer con il suo socio che da soli fanno per trenta».

«Vuoi spaventarmi?».

«Solo metterti in guardia».

«Sono pronta...», e si allenta l'ennesimo bottone. «Anche gli apache hanno il pisello, ricordatelo».

Leticia si stacca dopo un sorriso sfuggente, affinché non si dica che faccia comunella con Sam. Scambia qualche parola anche con gli altri, ma probabilmente solo per la facciata.

La giornata a cavallo è lunga.

Voci, rumori, odori, tutto conta prima di arrivare al piombo.

BANG

BANG

BANG

Durante la divagazione intorno al bivacco, si scatena l'inferno. L'oro è sempre più un miraggio.

Uno dei colpi raggiunge Leticia allo stomaco; la donna crolla sulla schiena.

Sam, che la teneva d'occhio, se ne accorge subito e un brivido gelido gli percorre la spina dorsale.

«La tua Layla... è stata colpita... ohh...», sussurra da terra, ancora tramortita.

Ma non è finita qui; c'è di peggio in arrivo.

Sam è riuscito a portarla fuori dalla mischia appena in tempo...

Adesso marciano appaiati, lei ingobbita in avanti, lui che si volta spesso per controllare se riesca a mantenersi in sella.

«Pensi sia grave...?», gli chiede, alla prima sosta.

«Un po'».

«Se va storta... sai quello che devi fare...».

«Non andrà storta».

«Ci stanno seguendo...?».

«E chi? L'oro li ha chiamati... e l'oro li ha sepolti...».

«Meglio ripartire... non ho molto tempo...».

«Sì, muoviamoci, dobbiamo raggiungere in fretta un villaggio».

Rallentati dall'oscurità, i due ci mettono alcune ore per entrare a Mine Creek.

L'alba è arrivata da un pezzo, quando Leticia viene portata dal cavadenti del posto. La donna è ormai in fin di vita e si tiene stretta alla mano di Sam.

L'unico che ancora intraveda l'oro è lui.

Scavato e in bella vista; sudaticcio e pulsante.

«Io non ti lascio andare, e tu non ti lascerai andare: questo è l'oro che nessuno ci può rubare, Leticia».

Annuisce, stringendo un po' di più.

LA STAR DI FREGENE RIMANE UCCISA

di Salvatore Conte (2025)

Anna Frezzante è un mignottone grossolano però magnetico.

Il modo con cui si fa il solletico alle zinne, sfiorandosi con l'anulare della mano sinistra, sotto l'ombrellone, è da brivido di Ferragosto.

Per certi versi fa schifo, ma di sicuro è bona. È un giudizio popolare pressoché unanime, che l'ha consegnata alle cronache e fatta assurgere a Star di Fregene.

I graffitari del luogo la ritraggono spesso, e lei non si sottrae di certo; figura inoltre, quale attrazione locale, sulla mappe turistiche del litorale romano.

Tuttavia, è sporca dentro quanto è zozza fuori.

Presta soldi a strozzo e fa la stronza con i figli di papà del posto.

Peraltro, non nasconde affatto la sua ambizione; è trapelato che l'importante donna, esaltata dal successo riscosso nella sua cittadina, punti decisa a Cinecittà: in cantiere il remake di un film interpretato nel 1977 da Jacqueline Bisset.

         

Quella mattina di fine luglio il caldo era già pesante alle undici.
Anna sedeva sulla sdraio arancione del Lido York, camicia rosa a quadretti aperta sul seno. Il tessuto della camicia era teso sulle mammelle grosse e un po’ cascanti, e ogni volta che si muoveva faceva quelle pieghe profonde tra le zinne e la pancia. Si passò l’anulare sulla scollatura, lentamente, come faceva sempre quando sapeva di essere guardata.
Due ragazzi di forse venticinque anni, seduti un po’ più in là, non distoglievano lo sguardo. Uno dei due aveva ancora un debito con lei. Quattrocento euro. Più gli interessi.
Anna sapeva di non essere bella. Ma sapeva anche di piacere lo stesso: grossa, pesante, volgare, con quella voce bassa e un po’ rauca che usava quando voleva qualcosa. E di solito voleva qualcosa.
Verso mezzogiorno arrivò un messaggio.
Non lo aprì subito. Lasciò lo smartphone sull'asciugamano e continuò a guardare il mare. Solo dopo qualche minuto, quando sentì lo sguardo insistente di uno dei due ragazzi, prese il telefono.
Il messaggio era breve.
Stasera. Al solito posto. Non fare la stronza.
Si sistemò meglio sulla sdraio, facendo scricchiolare il telaio d'alluminio sotto il suo peso.
Aveva tanti nemici. Troppi, forse. Figli di papà umiliati, mogli gelose, debitori che non riuscivano più a pagare, qualcuno che aveva perso la faccia per colpa sua.
Eppure, finora, nessuno aveva avuto il coraggio di farle del male.
Lei era Anna Frezzante. La Star di Fregene.
E la Star non si poteva toccare.
O almeno, così credeva.

Il pomeriggio passò lento e afoso. Anna non si alzò quasi mai dalla sdraio. Continuò a ricevere omaggi – una bibita, una sigaretta, un sorrisetto – e a fare la regina.

Verso le cinque il ragazzo del debito si avvicinò, tutto sudato e un po’ tremante.
«Anna… quei quattrocento…».
Lei lo guardò con la mano ancora posata sul seno.
«Cinquecento, adesso. E non mi rompere i coglioni. Se non li hai entro lunedì, parlo con tuo padre».
Il ragazzo abbassò lo sguardo e se ne andò. Anna sorrise. Le piaceva quel momento preciso in cui gli altri diventavano piccoli.
Quando il sole cominciò a calare, raccolse le sue cose con calma. Si sistemò la camicia, ma lasciò aperti i bottoni di sopra. La scollatura era profonda, le pieghe della stoffa sulla pancia evidenti. Sapeva di fare impressione anche così, soprattutto così.
Il “solito posto” era un tratto di spiaggia più a nord, oltre gli stabilimenti, dove di notte restavano solo i pescatori e qualche coppia di passaggio. Anna ci andava da anni. Lì chiudeva certi affari, lì riceveva certe visite.
Stavolta, però, mentre camminava a piedi nudi sulla sabbia raffreddata, sentì qualcosa di diverso.
Arrivò al punto abituale. Si sedette su un grosso tronco portato dalla mareggiata, sistemò la borsa a lato e accese una sigaretta. La camicia aperta le lasciava scoperta gran parte del petto. Il vento leggero le muoveva un po’ i capelli corti e rosati.
Aspettò.
Dopo dieci minuti sentì passi dietro di sé. Lenti. Decisi.
Anna non si voltò subito. Tirò un’altra boccata dalla sigaretta che aveva appena acceso e parlò a voce bassa, rauca, quasi divertita: «Se sei venuto a piangere per i soldi, sei fuori strada. Se sei venuto a scopare, ti avverto: stanotte non ho voglia di fare la carità».
I passi si fermarono alle sue spalle.
Anna girò appena la testa. Ancora non vedeva il volto, solo una sagoma scura alla luce residua del tramonto.
«Allora?», disse. «Parla. O sei uno di quelli che viene solo a guardare?».
Nessuna risposta.
Lei alzò le spalle, fece un gesto lento con la mano che teneva la sigaretta e si sistemò meglio sul tronco. Non aveva fretta. Chiunque fosse, avrebbe dovuto parlare per primo.
Dopo qualche secondo sentì il fruscio della sabbia. La figura si era spostata di lato, entrando nel suo campo visivo. Era un uomo. Non giovane. Non vecchio. Vestito in modo anonimo, giacca nonostante il caldo. In mano non teneva niente di visibile.
Anna lo fissò con calma, la sigaretta tra le dita, il fumo che le saliva lento lungo il viso.
«Ti conosco?», chiese.
L’uomo non rispose subito. La guardava con un’attenzione strana, non esattamente di desiderio, non esattamente di odio. Piuttosto, come di chi ha pensato a lungo a una cosa e adesso la sta verificando dal vivo.
«No», disse infine. La voce era bassa, quasi piatta. «Non mi conosci. Ma io conosco te».
Anna sorrise con un solo angolo della bocca. Quello era un inizio che aveva già sentito tante volte.
«Ah. Uno di quelli che ha sentito parlare della Star di Fregene. Oppure uno di quelli a cui ho prestato soldi. O forse il marito di qualche stronza gelosa. Scegli pure la categoria, tanto sono tutte uguali».
Tirò un’altra boccata, tenne il fumo in bocca un secondo di troppo e poi lo lasciò uscire lentamente dalle narici.
«Non sono venuto per i soldi», disse lui.
«Allora sei venuto per farmi un favore. O per chiedermene uno. In entrambi i casi stai sbagliando persona».
Anna si alzò dal tronco con una certa fatica. Il peso del corpo si faceva sentire, le cosce grosse sfregarono una contro l’altra mentre prendeva posizione. Restò in piedi, di fronte a lui, la sigaretta ancora accesa tra le dita. La camicia aperta lasciava vedere il solco profondo tra le mammelle e la pelle un po’ sudata del petto.
«Parla chiaro», disse. «Perché se stai solo a perdere tempo ti mando a cagare e me ne torno a casa».
L’uomo non si mosse. Continuava a guardarla. Non il seno, non la pancia, non le gambe. Il volto. Come se cercasse qualcosa di preciso nei suoi occhi.
«Hai fatto del male a troppa gente», disse infine.
Anna rise. Una risata breve, rauca, senza allegria.
«Oh, finalmente. Il giustiziere. Quanto tempo hai impiegato a trovarmi? Tre mesi? Sei mesi? Un anno intero a ruminare mentre io stavo qui sotto il sole a farmi toccare le zinne e a prestare soldi a strozzo?».
Fece un passo avanti. Il seno le oscillò pesantemente sotto la camicia. Non aveva paura. O almeno non ancora. Aveva affrontato tipi peggiori di così. Debitori esasperati, mariti furiosi, ragazzi umiliati che pensavano di poterla spaventare.
«Ascoltami bene», disse, avvicinandogli il volto. L’odore di fumo e di crema solare usata nel pomeriggio le restava addosso. «Se pensi di farmi del male, pensa anche a come uscirai da questa spiaggia dopo. Perché io non sono una di quelle che strilla e scappa. Io strillo, mi difendo, e poi ti faccio trovare dalla gente giusta. Hai capito?».
L’uomo non rispose. La mano destra, prima ferma lungo il fianco, si mosse leggermente verso l’interno della giacca.
Anna lo notò. Per la prima volta qualcosa le si strinse nello stomaco. Non era ancora paura vera. Era più un segnale. Un piccolo allarme che partiva da quello che lei aveva imparato a riconoscere in certi uomini, quando smettevano di parlare e cominciavano a decidere.
«Non fare cazzate», disse. La voce era diventata più bassa. «Davvero. Non ne vale la pena».
Lui estrasse qualcosa. Non un coltello da macellaio. Non una pistola. Qualcosa di più piccolo, più banale: un coltello da cucina con la lama di una dozzina di centimetri e il manico di plastica nera, del tipo che si trova in qualsiasi cassetto.
Anna lo guardò e per un attimo restò zitta. Poi rise di nuovo, ma questa volta la risata uscì un po’ più corta.
«Un coltello da cucina. Che romantico. Sei venuto a farmi la cena o ad ammazzarmi?».
L’uomo non sorrise.
«A finirti», disse soltanto.
Anna buttò via la sigaretta. Il filtro cadde sulla sabbia e continuò a bruciare un secondo. Lei fece un mezzo passo indietro, poi si fermò. Sapeva di non poter correre. Il corpo non glielo permetteva. E comunque non era tipo da scappare.
Alzò le mani, non in segno di resa, ma per cercare di prendere tempo e trattare.
«Aspetta. Possiamo parlare. Hai un problema con me? Dimmi quanto vuoi. Soldi, una botta di culo, scuse pubbliche, quello che ti pare. Io sono Anna Frezzante. So sistemare le cose».
L’uomo scosse la testa.
«Non si sistemano più».
E fece il primo passo verso di lei.

Anna restò ferma. La camicia aperta le lasciava scoperta quasi tutta la parte alta del petto; sotto, la pancia premeva contro la stoffa e le pieghe si facevano più profonde. Non aveva più la sigaretta in mano e non sapeva dove mettere le braccia. Alla fine le tenne sollevate, a metà strada tra la difesa e l’offerta.
«Non fare lo stronzo», disse. «Guarda chi sono. Guarda quanta carne c’è. Non è che mi ammazzi con due colpi e via. Ci metti una vita. E io nel frattempo urlo. Urlo da far venire mezza Fregene».
L’uomo non rispose. Continuava ad avvicinarsi, lento, con il coltello tenuto basso lungo il fianco. La lama da dodici centimetri brillava appena nella luce residua. Sembrava quasi ridicola, così piccola rispetto al corpo di lei. Eppure lui la teneva come se fosse sufficiente.
Anna fece un altro mezzo passo indietro. I piedi nudi affondarono nella sabbia non più bollente. Sentì il peso delle cosce, il peso del ventre, il peso di tutto il resto. Per la prima volta la sua sicurezza cominciò a incrinarsi, non perché il coltello fosse impressionante, ma perché l’uomo non parlava più, non trattava, non guardava il suo corpo come facevano tutti gli altri.
«Ascoltami», insisté. «Ho soldi. Ne ho abbastanza. Posso farti avere quello che vuoi entro domani mattina. Oppure…», fece un gesto vago verso il proprio seno, verso la pancia. «Oppure ti do quello che di solito gli altri mi chiedono».
L’uomo si fermò a meno di un metro. Alzò finalmente lo sguardo dal coltello al suo volto.
«Non voglio i tuoi soldi», disse. «E non voglio scoparti».
Anna deglutì. La saliva le era diventata densa.
«Allora cosa vuoi?».
«Che tu stia zitta».
E alzò la mano con il coltello.
Anna non ebbe il tempo di fare un vero passo indietro. Il corpo era troppo pesante, troppo lento. Fece solo un mezzo movimento laterale, alzando un braccio per proteggersi. La lama da dodici centimetri le entrò sotto l’ascella sinistra, in pieno fianco, attraverso la camicia rosa. Non fu un colpo da film. Fu secco, corto, sporco.
Anna emise un suono basso, tra il rantolo e la sorpresa. La mano destra andò subito a cercarsi il fianco. Sentì la stoffa già bagnata e calda. Il coltello era ancora dentro.
«Figlio di puttana…», riuscì a dire. La voce le era uscita diversa, più sottile.
L’uomo non rispose. Tirò indietro la lama e la colpì di nuovo, più in basso, verso il ventre. Questa volta la lama incontrò più resistenza: la ciccia grassa. Entrò lo stesso. Anna piegò il busto in avanti, come se qualcuno le avesse dato un pugno forte allo stomaco. Le gambe le tremarono. Cercò di restare in piedi e non ci riuscì. Cadde prima in ginocchio, poi di fianco, sulla sabbia.
Il seno le si riversò pesante da una parte, una delle mammelle era rimasta quasi fuori. Lei ci mise sopra una mano senza pensarci, non per pudore, ma per tentare di capire dove fosse ferita.
«Aspetta…», disse. Respirava a fatica. «Aspetta, cazzo… possiamo ancora…».
L’uomo si chinò su di lei. Non aveva fretta. La guardava come si guarda una cosa che sta finendo. Anna alzò il braccio e gli afferrò la giacca, tentando di tirarlo verso di sé o di allontanarlo, non si capiva bene. Le dita le scivolarono. Non aveva più forza.
«Non così…», mormorò. «Non così… ho ancora…».
Il terzo colpo arrivò più in alto, verso il petto, tra le zinne. La lama era corta, ma questa volta entrò in un punto che le tagliò il respiro. Anna aprì la bocca e non uscì quasi niente. Solo un suono umido, strozzato. Gli occhi le si allargarono. Per un attimo sembrò stupita, come se non riuscisse ancora a credere che stesse davvero succedendo.
L’uomo le tenne il coltello conficcato un secondo di più, poi lo estrasse. Anna restò sdraiata di fianco, una gamba piegata, l’altra stesa.

Continuava a muovere le labbra, ma non riusciva più a formare parole chiare.
«Soldi…», riuscì ancora a bisbigliare. «Ti do… tutto…».
Lui scosse la testa. Si alzò. La guardò ancora un momento, poi si voltò e cominciò a camminare via, lungo la riva, senza correre.
Anna restò lì. Il respiro le usciva a pezzi. Il seno le si muoveva a ogni rantolo, pesante.
La Star di Fregene stava morendo su una spiaggia quasi deserta, per un coltello da cucina di dodici centimetri e la camicia rosa aperta sul petto.
E per la prima volta, forse, non sapeva più come sistemare le cose.

Anna restò distesa di fianco sulla sabbia. Poi, senza volerlo, si rovesciò un poco sulla schiena. Il peso la portava dove voleva lui, non dove voleva lei. Il seno le cadde da una parte e dall’altra, pesante, e lei non ebbe la forza di sistemarselo. Una mano restava premuta sulle ferite, l’altra cercava qualcosa nell’aria e non trovava niente.
Il pensiero le arrivava a pezzi.
Aveva detto che avrebbe urlato.
Non aveva urlato quasi niente.
Aveva detto che si sarebbe difesa.
Aveva alzato un braccio. Punto.
Aveva detto che l’avrebbe fatto trovare dalla gente giusta.
Adesso non riusciva nemmeno a dire una frase intera.
La prima ferita, quella sotto l’ascella, non era andata al cuore, lo capiva. Dodici centimetri non bastavano, non da quella angolazione. Ma faceva male lo stesso, un male sordo che le toglieva il fiato a ondate. La seconda, quella al ventre, era quasi un’offesa. Aveva sentito la lama entrare, ma poi aveva incontrato soprattutto ciccia. La terza, invece...
Quella in mezzo al petto, tra le zinne.
Lì non c’era ciccia a proteggerla. Quella era andata dritta. E adesso ogni respiro le usciva corto, umido, sbagliato.
Si contorse. Il corpo grosso si spostò di nuovo di fianco, poi tornò quasi supino. Sabbia le entrò nella camicia aperta, le si attaccò alla pelle sudata e al sangue. Nella testa le passò, confusa, l’immagine di sé stessa sotto l’ombrellone. La mano che si solleticava le zinne. I ragazzi che la guardavano. I debiti. Le minacce. La voce rauca con cui sistemava tutti.
Tutto quel potere.
Tutta quella carne.
E adesso non le serviva a niente.
Proprio a niente.
Provò ancora a parlare. Le labbra si mossero.
«Aspetta…».
Uscì solo un suono rotto. Poi un altro, più debole. Poi quasi niente.
L’uomo era già lontano. Non si era voltato. Non aveva guardato lo spettacolo. Aveva fatto quello che doveva e se n’era andato, come qualcuno che ha chiuso una pratica noiosa. Anna, in un angolo ancora lucido della mente, lo trovò strano. La maggior parte di quelli che la odiavano, se la sarebbero goduta almeno per un po'. Lui no. L'aveva solo finita.
Lei restò lì, a contorcersi piano, sempre meno. Il sangue le scorreva lento sul petto e sulla pancia, mescolandosi alla sabbia. Il seno le si muoveva ancora a ogni rantolo, ma i rantoli stavano diventando rari.
Pensò, confusa, che avrebbe dovuto fare qualcosa di diverso.
Non sapeva cosa.
Sapeva solo che aveva sempre sistemato tutto.
E questa volta no.
Questa volta la Star di Fregene stava semplicemente finendo, grossa, aperta, sola, su una spiaggia a cui di lei non fregava niente.

Passò un tempo che lei non seppe misurare.
A tratti il mondo si faceva nero. A tratti tornava, confuso: il rumore del mare, la sabbia contro la guancia, il peso enorme del proprio corpo che non riusciva più a spostare.

Ogni tanto un rantolo le usciva ancora, più debole. Ogni tanto le labbra si muovevano da sole e formavano di nuovo quella parola senza senso.
«Aspetta…».
Poi niente.
Qualcuno arrivò quando la notte era calata.
Si sentì prima il passo sulla sabbia bagnata, lento, incerto. Poi una luce bassa, forse di telefono. La luce andò avanti e indietro lungo la riva, fermandosi a tratti. Chi camminava non stava cercando niente di preciso. Stava solo tornando, o forse andando verso casa, o forse aveva deciso di fare una passeggiata a quell’ora.
La luce si fermò.
Ci fu un secondo di silenzio. Poi un passo più deciso, e un altro. La luce scese più in basso, illuminando prima le gambe grosse e immobili, poi la camicia rosa aperta, poi il seno pesante macchiato, poi il volto di Anna, di lato, con la bocca socchiusa e gli occhi che non guardavano più niente di preciso.
Chi teneva il telefono restò fermo.
Non disse niente. Non gridò. Solo il respiro gli si era fatto più corto. La luce tremava, perché la mano non era più ferma.
Anna, in un angolo ancora acceso della coscienza, percepì la luce. Qualcosa, dentro di lei, fece un ultimo tentativo. Le labbra si mossero. Uscì di nuovo quel suono rotto, quasi senza voce.
«Aspetta…».
Poi la testa le rotolò un poco di più sulla sabbia. Il seno le si spostò con tutto il peso del corpo sopra. Un ultimo, lentissimo movimento di una bestia che non ce la fa più.
La luce restò puntata su di lei.
Chi era arrivato non si avvicinò subito. Restò a due passi, come se avesse paura che quella massa di carne potesse ancora alzarsi, o parlare, o fare una di quelle cose che Anna Frezzante aveva sempre fatto, quando voleva sistemare una situazione.
Ma Anna non sistemava più niente.
Restava soltanto lì, grossa, aperta, con il sangue che ormai non usciva quasi più e il mare che continuava a fare lo stesso rumore di sempre, a pochi metri di distanza.

La luce restò ferma più a lungo di quanto sembrasse possibile.
Chi la teneva non parlava. Non si chinava. Non faceva il gesto di chiamare. Solo il fascio bianco del telefono si spostava di poco, andando dal volto di Anna al petto aperto, poi alla mano che ancora premeva debolmente, poi di nuovo al volto. La sabbia intorno era scura in certi punti, più chiara in altri.
Anna percepì la luce come un calore strano sulla pelle. Non riusciva a capire se fosse vicina o lontana. Le labbra si mossero ancora una volta, come un disco rotto.
«Aspetta…».
La luce tremò. Chi stava in piedi fece un mezzo passo indietro, poi uno avanti. La sabbia scricchiolò sotto le scarpe. Per un attimo sembrò che stesse per spegnere il telefono e andarsene. Poi, invece, si chinò.
Non del tutto. Solo quanto bastava per vedere meglio.
Il fascio illuminò da vicino il seno pesante di Anna, macchiato, schiacciato dal peso del corpo. Illuminò la camicia rosa aperta, le pieghe della stoffa, il ventre molle che si alzava e si abbassava ancora, ma a intervalli sempre più lunghi. Illuminò infine il volto: gli occhi socchiusi, la bocca aperta, un filo di saliva e sangue all’angolo delle labbra.
Anna sentì un odore. Non seppe dire di cosa. Solo che era diverso dalla sabbia e dal mare. Un odore di persona viva, vicina.
Qualcosa, dentro di lei, fece un ultimo tentativo. La mano che non era sulla ferita si mosse di pochi centimetri sulla sabbia, come a cercare una caviglia, il bordo di un pantalone, qualsiasi cosa. Le dita non arrivarono. Si chiusero a vuoto e restarono così.
La luce restò puntata sul suo volto ancora qualche secondo.
Poi, lentamente, si alzò.
Chi teneva il telefono restò in piedi, immobile, a guardare quella massa grande e aperta che ancora non era del tutto ferma. Il respiro di Anna, se ancora c’era, era diventato così sottile da confondersi con il vento leggero che veniva dal mare.
Il telefono non venne spento.
Né avvicinato del tutto.
Né usato per chiamare.
Restò solo lì, acceso, in mano a qualcuno che ancora non aveva deciso cosa fare di ciò che aveva davanti.

Poi la mano che lo teneva si abbassò di poco, come se il braccio si fosse stancato. La luce, invece di spegnersi, venne orientata di nuovo verso il volto di Anna.
Chi stava in piedi respirava in modo irregolare. Non era il respiro di chi ha appena scoperto un corpo per caso e sta per chiamare i soccorsi. Era il respiro di qualcuno che stava facendo i conti con una cosa già nota, e che adesso doveva decidere se restare o andarsene, se toccare o non toccare, se finire o lasciare che finisse da sola.
Si chinò.
Una ginocchio toccò la sabbia. Poi l’altro. Adesso era inginocchiato accanto a lei, abbastanza vicino da sentire se usciva ancora aria dalla bocca. La luce del telefono venne posata a terra, di fianco, ancora accesa, in modo che illuminasse il petto e il volto senza doverla tenere in mano.
Una mano – maschile, non giovane – si avvicinò al collo di Anna. Due dita cercarono il punto sotto l’angolo della mandibola. Restarono lì diversi secondi, con una pressione leggera ma precisa.
Anna non reagì. Solo il seno, per inerzia, si spostò un poco quando il corpo venne leggermente mosso.
Le dita si staccarono dal collo. L’uomo restò inginocchiato, guardandola. Non disse niente. Solo il respiro gli era diventato più lento, come se una parte della tensione se ne fosse andata.
Si alzò.
Raccolse il telefono. La luce si mosse di nuovo, illuminando per un ultimo attimo il corpo grosso e fermo, la camicia aperta, la sabbia scura. Poi il fascio si allontanò, e i passi ricominciarono, questa volta in direzione opposta a quella da cui erano venuti.
Non corse.
Non si voltò.
Dietro di lui, Anna restò nella posizione in cui l’aveva lasciata: quasi prona, testa che tendeva a schiacciarsi sulla sabbia. Il vento leggero muoveva appena un lembo della camicia rosa.
Se c’era ancora un filo di coscienza, adesso era troppo sottile per registrare che qualcuno era venuto, aveva controllato, e se n’era andato.

Anna restò sola.
Il tempo, adesso, non aveva più misura. A tratti qualcosa dentro di lei registrava ancora il contatto della sabbia contro la guancia, il peso del seno che la tirava da una parte, il bruciore sordo e continuo delle ferite. A tratti non registrava più niente. Solo un buio denso, interrotto ogni tanto da un’immagine confusa: la sdraio arancione, la camicia rosa, la mano che faceva il solletico alle zinne, un ragazzo timido che abbassava lo sguardo poiché "colto sul fatto". Poi di nuovo il buio.
Il respiro, se c’era ancora, era diventato così leggero da non muovere quasi il petto. La mano che restava premuta sulla ferita al petto aveva perso forza e adesso stava solo lì, appoggiata, come un oggetto.
Passò altro tempo.
A un certo punto, da lontano, si sentì un motore. Un’auto, forse, o uno scooter, che percorreva la strada sterrata parallela alla spiaggia. La luce dei fari non arrivò fino a lei. Il rumore crebbe, restò costante per qualche secondo, poi diminuì e sparì. Nessuno si fermò. Nessuno scese.
Anna, in un angolo ancora acceso e sempre più piccolo della coscienza, ebbe una sensazione strana. Non di paura. Non di dolore. Piuttosto di leggero stupore. Come se, dopo una vita passata a sistemare tutto e tutti, adesso stesse assistendo alla prima cosa che non poteva più sistemare.

La cosa, semplicemente, andava avanti senza di lei.
Le labbra si mossero un’ultima volta.
Non uscì più nessuna parola.
Nemmeno il solito "aspetta".
La testa, per il peso, si sistemò ancora un poco sulla sabbia. Il corpo grosso fece un minimo assestamento, quasi impercettibile, e poi restò fermo.
Se qualcuno fosse passato in quel momento con una luce, avrebbe visto una donna matura, grassa, distesa quasi prona, la camicia rosa aperta, una mano sul petto, gli occhi socchiusi, la bocca aperta.

Avrebbe potuto pensare che dormisse. O che fosse ubriaca. O che fosse morta.

Dentro di lei qualcosa si ruppe.
Non fu un pensiero chiaro. Fu un panico improvviso, animale, che arrivò quando il filo stava per spezzarsi del tutto. Il corpo, che fino a un momento prima sembrava aver accettato la quiete, ebbe un sussulto grosso, disordinato. Le spalle si mossero, il bacino si sollevò di poco, e il peso enorme la fece rovesciare completamente prona.
La faccia finì nella sabbia.
La bocca, già socchiusa, si riempì di granelli. Anna cercò di respirare e ingoiò. La sabbia le entrò tra i denti, sulla lingua, più in fondo. Un rantolo umido e soffocato le uscì dalla gola, ma uscì più forte di quanto sembrasse possibile. Un mugolio lungo, roco, quasi da sirena ferita, che si sparse per qualche secondo nella notte
Il corpo restò così: prono, massiccio, il sedere grande in fuori. La testa era girata di tre quarti, una guancia premuta forte sulla sabbia, la bocca aperta e ormai piena.
A pochi metri di distanza, qualcuno si era fermato.
Era un uomo magro, scosso, con la faccia scavata e gli occhi troppo aperti. Stava cercando un posto appartato per farsi la sua pera quando aveva visto quella massa scura sulla riva. All’inizio aveva pensato che fosse l’effetto dell'astinenza. Una donna enorme, a faccia in giù, con il culo all’aria, sulla spiaggia di Fregene a quell’ora. Sembrava troppo strana per essere vera.
Poi aveva sentito il mugolio.
Il suono lo aveva attraversato. Non era un suono da allucinazione. Era troppo pieno, troppo di gola, troppo pieno di sabbia e di dolore.

L’uomo restò fermo, e guardò.
Il tossico fece un passo avanti. Poi un altro. Le gambe non gli obbedivano bene, ma avanzava lo stesso. Quando fu abbastanza vicino da vedere la camicia rosa e il sangue scuro sulla sabbia, capì che non era un effetto dell'astinenza da droga. Era una donna. Una donna vera, grossa, ferita, con la faccia conficcata nella sabbia.
Si accovacciò un poco, tenendosi a distanza di sicurezza, come se quella massa potesse ancora muoversi di scatto.
«Ehi…», disse. «Ehi, signora…».
Anna non rispose.
Il tossico era rimasto lì, accovacciato, a guardarla,
quando si sentirono altri passi, accompagnati da una voce.
«Anna…».
La chiamata era bassa, quasi ironica.
«Bella Anna… Stella di Fregene… dove cazzo sei finita?».
Il ragazzo camminava lungo la riva con le mani in tasca. Aveva i soldi del padre in una busta piegata nel posteriore dei jeans. Quattrocento euro, forse un po’ di più, quanto bastava per non farsi umiliare di nuovo la mattina dopo. Le aveva mandato un messaggio due ore prima, ma lei non aveva risposto. Sapeva però dove cercarla, specie d’estate: verso quel tratto di spiaggia isolato, dove chiudeva certi discorsi e certe notti.
Quando vide la sagoma del tossico chino su qualcosa di grande e scuro, rallentò. Si avvicinò senza fretta, già pronto a chiedere se avessero visto una donna grossa in camicia rosa.
Poi la luce del telefono che aveva acceso per vedere meglio gli mostrò il corpo.
Anna era prona, la faccia affondata nella sabbia, il sedere sollevato. C’era sangue intorno al corpo.
Il ragazzo si fermò di colpo.
«Madonna…».
Il tossico alzò gli occhi, spaventato, come se l’arrivo di qualcuno potesse complicargli ulteriormente la notte.
«L’ho trovata così…», borbottò. «Credevo fosse… non so…».
Il ragazzo non lo ascoltò fino in fondo. Si era già tolto il telefono dalla tasca e stava componendo il 118. La voce gli uscì ferma, più ferma di quanto si sarebbe aspettato da sé stesso.
«Pronto? C’è una donna a terra sulla spiaggia di Fregene, tratto nord, oltre gli stabilimenti. Sembra accoltellata. Sì, respira ancora… credo. Mandate qualcuno in fretta».
Riattaccò. Si chinò di scatto accanto al corpo.
«Aiutami», disse al tossico. «Solleviamole le gambe».
Il tossico esitò un secondo, poi obbedì. Insieme afferrarono le caviglie grosse di Anna e le sollevarono, tenendole in alto, verso il cielo scuro. Il sangue, forse, poteva scorrere un po’ di più verso il cuore.
Il ragazzo guardava la camicia aperta, e per la prima volta non pensava ai quattrocento euro né alle umiliazioni della mattina. Pensava solo che quella donna, che fino a poche ore prima gli aveva fatto abbassare lo sguardo, adesso dipendeva da lui che le teneva le gambe alzate.
«Anna», disse a voce bassa, quasi senza accorgersene. «Tieni duro. Arrivano».
Dal mare non arrivò nessuna risposta.
Rimaneva il respiro irregolare di due uomini che tenevano sollevate le gambe di una donna che forse stava ancora vivendo, o forse no.

Dalla strada principale cominciarono a sentirsi le sirene.
Prima una, poi un’altra, sovrapposte. Il ragazzo alzò la testa, ancora con la gambe di Anna sollevate tra le mani. Il tossico si stava dileguando.
Le sirene si avvicinavano velocemente. Poi, all’improvviso, una delle due si interruppe. C’era stato un rumore sordo, metallico, come di qualcosa che si ribalta e poi resta ferma.
L’altra sirena, quella dell’ambulanza, continuò. Si fece più vicina, rallentò, e infine si fermò da qualche parte dietro le dune. Si sentirono portiere, voci, passi frettolosi sulla sabbia.
Il ragazzo non lasciò le gambe di Anna finché non vide i due operatori che arrivavano correndo con la barella. Solo allora le abbassò con cautela e si spostò di lato, ansimando.
«È lei», disse soltanto. «È Anna Frezzante», come fosse Jacqueline Bisset dei tempi d'oro.
Dal mare arrivava sempre lo stesso suono, basso e regolare.
Eppure, la Star di Fregene era rimasta uccisa, ed era cambiata, allo stesso identico tempo. Il sussurro del mare era complice.