Donna Lombarda

La Rosa

La Regina delle Fogne

L'Uovo di Colombo

La Pumpkins ci prova ancora

Il crollo della Bubamara

DONNA LOMBARDA

di Salvatore Conte (2024)

Verona, 11 giugno 572.
«Portate il mio calice preferito!», ordinò Re Alboino.
La moglie impallidì alla vista dell’orrendo calice.
«Riempilo di buon vino, Rosmunda!».
La reazione della figlia di Cunimondo lo scontentò.
«Leggo un odio profondo nei tuoi occhi, donna!
Un odio mortale!
Non rispondi?
Come vuoi.
Tieni, bevi anche tu».
«Da quel calice?».
«Da questo, Rosmunda!
Bevi!».
La Regina accostò le labbra al teschio di suo padre, ma non riuscì a bere.
«AH-AH-AH!», la risata di Alboino risuonò nella sala.
Dopo il banchetto, la sorte decise di ricompensare la pazienza di Rosmunda.
Fu così che la figlia di Cunimondo colse una delle sue ancelle, Irina, nell’atto di uscire dall’alloggio di Peredeo, un vigoroso guerriero della sua stessa tribù, gli indomiti Gepidi, vincitori degli Unni, eppur sottomessi dai Longobardi di Alboino.
La Regina, dal canto suo, intendeva procedere spedita con il piano che aveva in mente da tempo e che prevedeva di forzare la mano di Peredeo, affinché la liberasse dal marito.
Doveva continuare ad avere pazienza, ma alla fine sarebbe stata ricompensata. E adesso la sorte le veniva incontro.
La mattina dopo, Rosmunda era già al lavoro: «Lascia quella veste e aiutami a fare il bagno, Irina».
L’ancella ubbidì.
«Perché non entri anche tu nella vasca? Ci aiuteremo l’un l’altra».
«Come vuoi tu, mia padrona».
Irina prese a detergere il bellissimo corpo della sua Regina.
Le morbide frizioni dell’ancella eccitarono Rosmunda molto al di là delle sue previsioni.
«Ora tocca a me».
«Ma posso farlo da sola».
La moglie di Alboino ignorò l’obiezione e deterse a sua volta il corpo dell’ancella.
«Lo so, ma non è la stessa cosa. Non credi?».
«Io… Io non so…», rispose titubante la serva, timorosa di ricevere troppa confidenza dalla sua Regina.
«Questa non serve. Preferisco usare le mani», disse allusivamente Rosmunda, gettando via la spugna.
E senza esitazioni, piantò le unghie sui seni di Irina.
«Mi fai male…!», protestò l’ancella.
«Lo so, ma so anche che non ti dispiace. Dillo tesoro.
Dillo, Irina!».
«Non lo so… Mi sento così strana.
È… meraviglioso…», confessò l’ancella.
«Sì meraviglioso, accarezzami anche tu».
Consumato il bagno, le effusioni proseguirono oltre.
«Vieni sul letto…», incalzò la moglie di Alboino.
«Mi fai impazzire… Prendimi, ti prego…», Rosmunda era in preda alle delizie dell’amore femminile.
«Sì… Sì…», Irina era travolta dalla passione della Regina.
«Ti è piaciuto, amore?», chiese infine Rosmunda.
«È stato bello… Fin troppo…», rispose sinceramente la serva.
«Vai, ora. Ci saranno altri momenti come questi».
L’ancella lasciò le stanze, ma Rosmunda non rimse sola che per pochi istanti.
«Ma chi… Ah! Sei tu Elmichi».
«Ho visto Irina uscire poco fa e ho immaginato che ti avrei trovata sola», spiegò il suo amante.
«Non speravo però di trovarti pronta ad amare!», chiosò il rivale di Alboino, come se la nudità fosse la chiave dell’amore femminile.
«Perché no? Conquistare quella giovane è stato facile, ma mi ha messo addosso un grande desiderio».
«Mi sarebbe piaciuto assistere allo spettacolo!».
«Sei uno sporcaccione… Ma ora taci e prendimi, fammi male, Elmichi!».
Detto-fatto.
«Pensi davvero di riuscire a costringere Peredeo?».
«Sì, non ho alcun dubbio, farà quanto vogliamo».
«Poi ci sposeremo e regneremo sul nostro popolo insieme».
Passarono i giorni, passarono soprattutto le notti, e Irina passò dal letto di Peredeo a quello di Rosmunda…
«Eccoti, finalmente. Sei stata con Peredeo, vero?».
«Sì, mia padrona…».
«Lo ami?».
«No… no… Forse all’inizio, ma ora non più… Io amo te…».
«Ne sei certa?».
«Non ho dubbi… Tu mi hai dischiuso le porte della felicità… Ho imparato ad amarti… Farei qualsiasi cosa per te…».
«Taci, ora… Pensa soltanto ad amarmi e lasciarti amare…».
La passione travolse la giovane Irina…
Furono attimi appassionati quelli vissuti dalle due donne…
Ma la passione della vendetta non era seconda a nessuna: «È stato bello, amore. Ora però devo ricordarti quanto mi hai detto poco fa… che sei pronta a qualsiasi cosa, per me».
«È così, te lo giuro.
Mettimi alla prova, se vuoi».
«È quello che sto per fare, infatti. Domani non andrai da Peredeo. Cederai a me il suo posto».
«Cosa?!».
«Gelosa, piccola?».
«Non di Peredeo…».
«Di me allora? Non ne hai motivo. Peredeo è un uomo che piace alle donne, ma non è per questo che voglio andare a letto con lui.
Quel che ti sto per dire è molto grave… Ho bisogno dell’aiuto del tuo amante per uccidere Alboino».
«Per gli Dei…!».
Più tardi Rosmunda rivelò a Elmichi che il dado era tratto…
«Non temi che quella ragazza ti tradisca?».
«Sono certa che non lo farà. Non ti preoccupare.
Dovevo metterla al corrente dei nostri progetti. Mi serve il suo aiuto per costringere Peredeo a partecipare alla congiura».
«Spero che tu non abbia commesso un errore. Ci costerebbe la testa».
«Stai tranquillo. Quella giovane mi ama. Si farebbe uccidere piuttosto che tradirmi».
La notte seguente Peredeo trovò il letto occupato…
Pensò che Irina giocasse d’anticipo e lui non volle essere da meno…
«Sono qua, amore…», e glielo fece sentire, prendendola da dietro.
Lei rimaneva di spalle.
«OH…!».
«Non sei mai stata tanto appassionata, Irina…!».
O forse solo meno assuefatta…
In ogni caso Peredeo fu tratto in allarme da una luce proveniente dall’anticamera.
«Chi è là?!».
Illuminata da una torcia, l’ “appassionata” Irina si stagliò sulla soglia.
«Irina! Ma allora chi mai…».
«Perché non la guardi, ora che la camera è illuminata?».
«Tu! La moglie del Re…!».
«Proprio io, Peredeo. Dovevo trovare il modo di costringerti a far parte della congiura ed è quanto ho fatto».
«Se credi ch’io sia disposto a uccidere Alboino, significa che sei pazza!».
«Davvero? Sai cosa ti succederà se non accetti?
Dirò a mio marito che mi hai attirata in questa stanza e che mi hai violentata».
«È una vile menzogna!».
«È vero, ma crederà a me. Inoltre, Irina è pronta a testimoniare di averti sorpreso mentre mi violentavi qui dentro».
«Non puoi farlo! Non capisci cosa significa?», protestò Peredeo, rivolto a Irina.
«Farò tutto ciò che la mia padrona vorrà, Peredeo».
«Maledetta! Che tu sia maledetta, Irina!».
«Finiscila! Ucciderai Alboino o sarà lui a darti la morte per quanto hai fatto».
«Io… Io non voglio morire… Farò quanto vuoi».
La mattina dopo, Rosmunda scese nei sotterranei del castello…
«Ho radunato i nostri amici come volevi. Sono ansiosi di vedere a che punto siamo», disse Elmichi.
«Peredeo è pronto. Stiamo aspettando l’occasione favorevole», spiegò Rosmunda.
«E se dovesse fallire?».
«Non fallirà, tuttavia abbiamo sempre una via di scampo: il Prefetto dell’Imperatore!
A Ravenna egli attende notizie ed è pronto ad aiutarci in caso di bisogno.

Il Prefetto tiene a liberarsi di Alboino… certo di poter trattare la pace con me, facendo così bella figura con l’Imperatore».
Era la sera del 28 giugno quando Re Alboino, dopo l’ennesima sbornia, si accese per la bella moglie, strattonandola fuori dal banchetto: «Vieni, donna. Ho bisogno d’un buon sonno, ma prima voglio te».
Penetrato nelle stanze, la gettò sul letto.
«Via questa veste!», e gliela strappò da dosso.
«Così Rosmunda! Così…», sfondandola di brutto.
Abbattuto dal vino, Alboino cadde in un sonno profondo.
Rosmunda ne approfittò per legare la spada al fodero e far sparire pugnale e scudo, così da rendere il marito il più inerme possibile.
Poi si affrettò a chiamare Peredeo.
Quando questi entrò nella stanza, con la spada sguainata, Alboino si era appena riavuto, scosso da un fosco presagio.
«Era soltanto un incubo…
Peredeo!!».
Allora il Re comprese…
Cercò di difendersi ma la spada rimase nel fodero.
Si oppose lanciando uno sgabello.
Ma fu il suo ultimo atto notevole.
La spada di Peredeo lo trafisse, senza lasciargli scampo.
L’odio di Rosmunda l’aveva infine raggiunto.
Passarono molte settimane, e notti di piacere tra la vedova del Re e suo marito Elmichi.
Rosmunda era soddisfatta. Aveva raggiunto il suo scopo, ma voleva ancora di più.
«I duchi dovrebbero decidersi a farmi loro Re, ormai».
«Lo faranno, non temere. Sei il marito della Regina, no?
Non ci sono motivi perché non lo facciano, Elmichi», lo rassicurò la moglie.
Ma i motivi vennero.
Lo spettro di Alboino apparve alla figlia di primo letto e al duca che la corteggiava, chiedendo vendetta.
La figlia di Alboino si precipitò furente da Rosmunda.
«Tu! Maledetta!».
«Cosa ti prende?!».
«So tutto…! Lo avete assassinato…!».
«Oh!».
«Dormi!», Elmichi la colpì alla testa.
«Siamo perduti!», esclamò Rosmunda, in preda al panico.
«No, se ci affrettiamo. Ci impadroniremo del tesoro di Alboino e fuggiremo con l’imbarcazione del Prefetto».
«PRESTO! Mi occupo io di lei. Avverti Peredeo e gli altri», Rosmunda voleva salvarsi a tutti i costi.
«Non ucciderla. Potrà servirci come ostaggio», ammonì prudentemente Elmichi.
Quella stessa notte, con il ricco tesoro del Re assassinato, con il loro ostaggio, i congiurati fuggirono da Verona scendendo l’Adige.
Ma a un tratto…
«Guardate!», esclamò Elmichi.
Un’Ombra, dalle vaghe sembianze di Re Alboino, apparve sul ponte della nave, prendendo il posto del timoniere.
Il terrore si impadronì dei congiurati, alcuni dei quali cercarono scampo nel fiume, trovandovi la morte.
«Addosso!», Elmichi lanciò la carica e si scagliò contro lo spettro, calandogli la spada sul collo…
Ma il risultato fu quello di stroncare il timoniere della nave, mentre l’Ombra di Alboino sfumava, sghignazzando.
«Alboino sta vendicandosi!», imprecò Elmichi.
«Ero certo che non ci avrebbe dato pace», recriminò Peredeo.
«Vi state comportando da stupidi codardi!
Prendi il timone, Peredeo!», intervenne decisa Rosmunda.
«Non dirmi che non l’hai visto…! Che non hai udito la sua risata…!», indugiò ancora Elmichi.
«S’è trattato d’uno scherzo della nostra fantasia, Elmichi. Non può essere che così», cercò di minimizzare Rosmunda.
Passarono molte settimane, e intensi sguardi di desiderio tra la vedova del Re e il Prefetto di Bisanzio.
«Tu mi stai provocando ormai da molto tempo, donna».
«Mi desideri, Longino?».
«Lo sai bene!».
«Prendimi, allora!
Cosa aspetti?», Rosmunda si offrì completamente nuda.
«Vieni…! Lasciati amare…!», e prese Longino fra le cosce calde.
«Ora parliamo…», disse infine il Prefetto, ricordandosi degli affari di Stato. «Sai come vanno le cose a Verona?».
«Ho sentito dire che i duchi si combattono fra di loro!».
«È vero. I Bizantini sono pronti a muovere con le loro schiere da me guidate».
«Ciò significa che presto potrò regnare sul trono dei Longobardi», si lusingò Rosmunda.
«Non al fianco di Elmichi, però. L’Imperatore non lo permetterà mai».
«Sì, credo tu abbia ragione!».
«Se però restassi vedova e sposassi me, tutto sarebbe diverso».
«Capisco. Sarebbe vantaggioso per entrambi…
Credo proprio che Elmichi possa scomparire dalla scena, Longino…».
«Se hai bisogno di aiuto…».
«No, posso arrangiarmi da sola».
E la sera stessa… Rosmunda avvelenò il vino che Elmichi era solito consumare prima di addormentarsi.
«Hai sentito le novità? Il Prefetto si prepara a muovere contro i Longobardi».
«Magnifico!».
«Non sembri preoccupata. Pensi che l’Imperatore permetterà a un longobardo come me di regnare?», disse Elmichi, impugnando la coppa del vino.
«Perché non dovrebbe? Se Alboino è morto, egli lo deve anche a te.
Bevi, non preoccuparti».
«Bevi, Elmichi!
Bevi il tuo vino avvelenato!», lo spettro di Alboino era tornato e aveva parlato!
«Attento, Elmichi! Vuole disfarsi di te, come ha fatto con me, per regnare sul mio popolo a fianco del Prefetto Longino!».
«Maledetta!», esplose furibondo Elmichi.
«Non è vero! …non è vero!», si difese Rosmunda, con scarsa convinzione, ormai preda di un folle terrore.
«Falla bere dal tuo stesso calice!», incalzò l’Ombra di Alboino.
«Sì… Sì…!», approvò Elmichi. «Bevi!», ordinò furioso a Rosmunda, protendendo la coppa verso le sue labbra.
«No, io…
NOO…! NON VOGLIO MORIRE…!», urlò terrorizzata Rosmunda, confessando il suo complotto.
«AH! AH! AH!», rideva lo spettro di Alboino, prima di sfumare, ormai certo della vendetta di Elmichi.
«Bevi!», Elmichi estrasse la spada e la puntò al collo di Rosmunda, rendendo cogente il suo ordine.
Rosmunda preferì bere. La spada beve tutto d’un fiato. Così invece, bevendo un sorso appena, poteva ancora sperare di commuovere il marito.
Aspirate le prime gocce, Rosmunda cambiò colore, diventando paonazza in volto, mentre un cieco fuoco prese ad avvolgerla tra le sue spire.
Ma tanto non bastò a placare Elmichi.
«Bevi!».
Rosmunda si rassegnò a bere ancora.
Ormai non aveva più speranze.
«Chiama il confessore… Elmichi… sono perduta…!», disse sconvolta, portandosi le mani sullo stomaco e finendo seduta sul letto.
«Bevi!», il marito non intendeva lasciarle alcuna possibilità.
Fu costretta a bere ancora.
Crollò sul letto, ormai definitivamente abbattuta.
«Elmichi… chiama… chi deve… sotterrare… tua moglie…», disse singhiozzando, in attesa della fine.
Con gli occhi smarriti, struggendosi sul letto, vide qualcosa che ritenne frutto della sua agonia, un allucinazione prodotta dal diffondersi del veleno.
Una lama protendeva dal petto di Elmichi.
Quando il marito stramazzò a terra, lasciando apparire la figura di Longino, Rosmunda non seppe più cosa pensare.
Il Prefetto di Bisanzio in Italia avanzò verso Rosmunda, guardandola impassibile.
La donna, aggredita da feroci fitte di dolore allo stomaco e all’addome, cercava disperatamente di protrarre l’agonia, invocando aiuto con gli occhi.
«Avevi detto che ti saresti arrangiata da sola, Rosmunda…», rimarcò pesantemente il Prefetto.
Con la bava alla bocca, affannando a ogni respiro, Donna Longobarda tornò a intravedere una possibilità e cercò di commuovere Longino: «A-i-u-ta-mi… A-i-u-ta-mi… Tu mi vuoi… Io sono tua…».
Il Prefetto rimase a fissarla, impassibile.
Era un uomo abituato a guardare con freddezza alle situazioni cui doveva provvedere.
Uomo d’armi, ma non privo d’ingegno.
I suoi uomini si resero disponibili, rimanendo sulla soglia.
«Portatela via!», ordinò il Prefetto.
Rosmunda fu caricata su una lettiga e trasportata in una stanza appartata, forse per sottrarla a occhi indiscreti mentre consumava la sua agonia.
Fu raggiunta poco dopo dallo stesso Longino, dal Vescovo e dagli ultimi fedelissimi.
Rosmunda doveva essere viva, perché muoveva debolmente le labbra.
Il Vescovo le impartì l’estrema unzione; il medico ancora non arrivava.
Il Prefetto provò a farla vomitare, infilandole in bocca un dito.
Rosmunda era però quasi completamente insensibile, rigida sul letto; e neppure questo drastico espediente riuscì a procurare una reazione in un corpo ormai abbandonato a sé stesso e preda di un veleno implacabile.
Per colmo di sventura non era nemmeno una morte indolore, perché le fitte allo stomaco e all’addome continuavano a tormentarla e a farla sobbalzare come ricevesse improvvise stilettate.
Rivoli di sangue si aggiunsero alla bava biancastra che le colava dal labbro: violente emorragie interne aggravavano le sue condizioni.
Se ne accorse anche lei e rispose, accentuando la pressione delle mani sull’addome e spalancando la bocca per garantirsi il respiro; con gli occhi, sempre più allarmati, scartò sul capannello dei presenti giunti al suo capezzale e si fermò su quelli di Longino.
Da questa reazione si poteva capire che Rosmunda era, nonostante tutto, mal rassegnata a finire, mal rassegnata a uscire di scena, sebbene condannata dalla sua stessa durezza.
Ciò nondimeno, quasi tutti i presenti si auguravano in cuor loro che la Regina smettesse di soffrire quanto prima.
Uno di questi mostrò il pugnale a Longino, alludendo all’opportunità di portare riposo alla loro Sovrana.
Il Prefetto d’Italia lo fissò negli occhi fin quando questi non rinfoderò l’arma; quindi conferì qualcosa all’orecchio di uno dei suoi e lasciò libero il Vescovo di raggiungere i fedeli della città e di trasmettere loro la morte della Regina dei Longobardi, uccisa dal suo stesso veleno, incappata nel suo stesso complotto.
Finalmente arrivò il medico, ma Longino non lo fece neppure entrare.
Fece entrare, invece, una vecchia, la quale era seguita da un servo molto robusto, carico di ceste e cestelli.

Gli astanti furono invitati a uscire; il cortigiano che aveva mostrato il pugnale lanciò un cenno d’intesa al Prefetto; gli altri rabbrividirono.
Rimase il solo Longino.
La vecchia osservò la bava che fuoriusciva dalla bocca dell’inferma.
Quindi fece un gesto al servitore, che in risposta le porse un cestello.
L’anziana donna ne rovesciò il contenuto sulla mano di Rosmunda.
Lo scorpione azzurro colpì quasi subito.
Poi fu ricondotto nel cestello.
La vecchia se ne andò come era venuta.
In pochi minuti, bava e rivoli di sangue si spensero.
Il corpo di Rosmunda si rilassò.
Muoveva ancora le mani, ma senza premerle.
La Regina teneva gli occhi rivolti al soffitto, e sembrava, oltre che morente, financo stordita.
Il Prefetto la fece trasportare in un’altra ala del palazzo.
La campana a morto, intanto, rintoccava cupa da tutte le sante bocche della città.
Longino abbandonò Rosmunda e fece ritorno nella Sala della Prefettura.
Fra le altre cose, comandò di allestire una nave per Bisanzio.
Infine fece chiamare un canzoniere.
L’attacco ai Longobardi fu sospeso e il corpo di Rosmunda fu gettato in mare, senza esequie, lungo la rotta per Bisanzio.
Longino non fece più ritorno a Ravenna. L’Imperatore nominò un nuovo Prefetto.
In Italia, nessuno seppe mai perché.

LA ROSA

di Giorgio Scerbanenco e Salvatore Conte (1970-2025)

Il cavalletto era sistemato all’interno della stanza, quasi in mezzo, era molto simile a un robusto treppiedi da fotografo, ma non sosteneva una macchina fotografica, sosteneva un Winchester M2 semiautomatico, una delle più potenti carabine moderne.

E sulla canna era montato il cannocchiale, e la carabina era puntata verso la finestra e prendeva d’infilata Corso di Porta Nuova, a quell’ora di mezzogiorno così piena di sole.

Faceva molto caldo. Paolo si mise al calcio del Winchester e guardò attraverso il cannocchiale, spostando lentamente l’arma. Si vedeva nitidamente a oltre duecento metri, lesse senza fatica un manifesto che invitava a uno sciopero, manovrando col calcio del fucile si ravvicinò a cinquanta metri, quasi all’altezza del bar, e inquadrò una bella donna che si rifaceva il trucco.
Nessuno poteva vederlo, sia perché il Winchester era sistemato all’interno della stanza, sia perché la serranda della finestra era abbassata quasi a venti centimetri dal davanzale della finestra; ma lui con quel cannocchiale mirava a oltre duecento metri e adesso distinse nettamente l’orologio al polso, col quadrante nero, di un giovanotto che teneva il braccio fuori del finestrino dell’auto, e se fosse andato più piano, avrebbe potuto leggere l’ora.
A proposito: guardò l’ora al suo orologio, era mezzogiorno passato da pochi minuti. Di solito Tullio Marone Isombardi veniva a prendere Pamela pochi minuti prima dell’una, cioè quando lei finiva il suo orario.

Veniva con la sua Giulietta spider rossa e si fermava lungo il marciapiede, in sosta vietata, ma Tullio Marone non era persona che usasse spendere il suo tempo nel leggere la segnaletica stradale, e restava al volante, e qualche minuto dopo, dal bar dall’altra parte della strada, usciva Pamela, a passo svelto, con le zinne che le ballavano nel camicione sbottonato, come fosse una mignotta dei Navigli e non una cassiera del centro; quindi lo raggiungeva, sedeva vicino a lui, gli si buttava addosso con tutta la sua carne: li aveva visti tante volte a occhio nudo, e questa volta li avrebbe visti meglio con quel cannocchiale.

Non che Tullio Marone venisse tutti i giorni, poteva passare anche una settimana senza che si vedesse e allora Pamela usciva dal bar e se ne andava in via dei Giardini a prendere il filobus.
Comunque adesso era appena mezzogiorno, e faceva in tempo a scendere al bar a bere l’aperitivo. Si staccò dalla carabina e dal cannocchiale come con un certo rimpianto; poi, come gli aveva insegnato il sergente O’Hirt, piegò la carabina in due; ormai stava benissimo in una qualunque sacca da viaggio, insieme col treppiedi che rientrò sulle sue gambe fino a ridursi alla misura di uno di quegli ombrellini da donna che si portano al polso. E la sacca era già lì, era la sacca delle gite di fine settimana, la sacca tranquilla con dentro il pigiama, la busta col sapone, il dentifricio e il rasoio; in quella sacca, però, adesso c’era un Winchester M2, quello in dotazione alla NATO, col quale si potevano sparare dai cinquanta ai sessanta colpi al minuto, alla distanza anche di duecento metri, pesava 2 chili e 700 grammi, era di calibro 7,62 e, nelle mani di un esperto, era più temibile di un mitra.

Paolo non era un esperto ma, per quello che doveva fare, il sergente O’Hirt gli aveva insegnato abbastanza. Mise un paio di maglie nella sacca, poi tirò la chiusura lampo, mise la sacca nell’armadio, chiuse a chiave l’armadio e uscì dalla stanza. Erano le dodici e otto minuti.
«Torno subito», disse a Michelina, la vecchia domestica.

«Sì, dottore», rispose, aprendogli le portine dell’ascensore interno.

Perché lui era un Donati Sorel: Paolo Donati Sorel.
«Se telefona mamma, per cortesia, le dica che richiamo io», disse alla vecchia domestica dall’interno della cabina.
Mamma era a Sanremo e telefonava due volte al giorno, e se non lo trovava aveva le crisi.
«Sì, dottore», rispose Michelina.
Fuori, in Corso di Porta Nuova, il sole lo schiacciò come un ferro da stiro rovente; restò correttamente rigido, non si affrettò, ma si sentì meglio quando raggiunse il bar ed entrò nell’ombra freddolina di aria condizionata del locale.
«Un Cointreau», disse, mettendo il biglietto da mille sul vassoietto della cassa.
Non alzò lo sguardo, non aveva bisogno di guardarla in viso per sapere che era Pamela, ne sentiva le onde sensuali, come lui fosse un transistor che riceve dei segnali, era venuto per sentirla, più che per guardarla, prima di ucciderla.
«Corretto gin», aggiunse, ma lei aveva già battuto lo scontrino, perché sapeva cosa avrebbe ordinato, dato che da quando lei aveva cominciato a lavorare lì come cassiera lui non beveva che Cointreau corretto gin.
Si fermò nel caffè quasi mezz’ora, come faceva sempre, col bicchiere di Cointreau tintinnante di ghiaccio in mano, cercando di guardare Pamela quando lei non sapeva di essere guardata: non era particolarmente bella, e nemmeno giovane o ben tenuta; ma c’era qualcosa, nella struttura fisica, di tozzo, di volgare, di molliccio, che era un’esplosione di femminilità, non si poteva essere più donne di come era donna lei.
“Sei un maniaco sessuale”, si disse, finendo il primo Cointreau, seduto nel caffè deserto; c’era solo lui, il barista, e lei: Pamela.

“Sì, sono un maniaco sessuale, non è che una volgarissima sciacquapiatti; però oltre a me è piaciuta a Tullio Marone. Ma quello te le ha sempre portate via per dispetto, appena vede una con te, chiunque sia, te la porta via”.
Andò alla cassa a prendere lo scontrino per un altro Cointreau, guardò la mano di lei che gli dava il resto e sentì come se quella mano lo carezzasse sul collo, e allora, intenerito, alzò il viso per guardarla.

Sperò che sorridesse, ecco, almeno un sorriso; ma lei non sapeva, in quel momento, che sarebbe stato meglio sorridere per non morire: come avrebbe potuto saperlo? Anzi restò col volto rigido, indispettito da quel suo sguardo.
“Bene”, lui pensò, prendendo il resto dal vassoietto, “fra venti minuti sei un cadavere”. Gli sarebbe bastato un sorriso.
Andò col suo bicchiere di Cointreau al tavolino in fondo al bar e pensò che doveva calmarsi e lasciar perdere; era stato un bel divertimento farsi dare il Winchester dal sergente O’Hirt, e anche provarlo alla finestra, per giorni e giorni, ma sparare davvero era diverso.

Paolo Donati Sorel non poteva rovinarsi per una sciacquapiatti, che andasse pure con tutti i Tulli Maroni che voleva. Era assurdo scoppiare solo per quegli 80 chili di carne.
“Sì”, si disse, bevendo un altro sorso di Cointreau, nel caffè deserto e silenzioso in quell’ora bollente.
Sì, voleva dire che avrebbe riportato il Winchester al sergente O’Hirt e poi, visto che era un maniaco sessuale, avrebbe cercato altre donne, ce ne erano tante, il mondo ne era pieno.
Infatti, proprio in quel momento, entrarono quattro studentesse con vistosi fagotti di libri sulle braccia, la più anziana non aveva sedici anni.
C’erano troppe donne nel mondo, era idiota tagliarsi le gambe per una sciacquapiatti qualsiasi. Che Tullio Marone se la tenesse, presto la puzza di sciacquatura di piatti sarebbe arrivata fino a lui. Si alzò, posò il bicchiere vuoto sul banco del bar e andò ancora alla cassa, guardò un momento il didietro di una delle studentesse, e disse a lei, Pamela: «Un Cointreau, corretto gin».
Lei aveva già battuto lo scontrino e glielo dette, lui non aveva più spiccioli, dal portafoglio levò un biglietto da diecimila e mentre lei contava il resto per darglielo, quasi barcollando, non per quello che aveva bevuto, ma sotto le ondate che lei gli trasmetteva e che gli facevano perdere ogni dignità, le disse: «Ti porto a casa io, oggi, Pamela».
«Sei, sette, otto, nove, dieci», contò lei, dandogli il resto; e poi: «No».
Lui prese i biglietti da mille e le monete di metallo, andò al banco e disse al barista: «Un Cointreau, corretto gin».
Cercò di ingoiare l’orrenda umiliazione di quel "no"; oh, fosse stato soltanto un "no"... era stato un "basta", volgarissimo, era stato un "ma non hai ancora capito che è no", e del resto glielo aveva già detto quella sera in auto: «Ma stai fermo con queste mani e portami a casa, non mi piacciono i ragazzini».
«E allora perché sei salita in macchina?».
«Perché piove, e per andare a casa devo prendere due tram».
Col bicchiere di Cointreau in mano ritornò al suo tavolino, beveva rapido, un sorso dopo l’altro. Guardò l’orologio: erano le 12 e 35; guardò lei, senza timidezze o inquietudini, chiusa nel chioschetto della cassa, monumento sessuale di cui sentiva sempre, come un transistor, le onde di femminilità, onde che però adesso si convertivano, anziché in amore, in odio.
“Sei morta”, pensò, “fra venti, venticinque minuti”.
Aveva finito il Cointreau, si alzò, depose il bicchiere sul banco del bar e uscì, nell’aria che era come metallo. Gli bastò attraversare la strada e fu davanti al portone di casa sua.
«Ha telefonato mamma...?», disse a Michelina.
«No, dottore», disse la vecchia.
Entrò nella sua stanza, aprì l’armadio, dall’armadio levò la sacca, tirò la chiusura lampo per aprirla, levò le due maglie di copertura e tirò fuori il Winchester e il treppiedi.

Con un colpo secco, il sergente O’Hirt aveva insistito: «Un Winchester non è una signorina da accarezzare sulle chiome, va trattato a colpi secchi, certe volte mi arrivano delle reclute tubercolose che danno dei colpettini da ridere, tossicchiando, il Winchester non si monta e non si smonta coi colpettini: ci vuole un taglio secco, così», e lui dette il taglio secco, nel punto esatto, e il Winchester, con un sonoro scatto metallico, si ricompose in tutta la sua lunghezza.

Poi allungò il treppiedi, ne regolò l’altezza e infilò il Winchester, e subito controllò al cannocchiale se la posizione era giusta.
Era giusta, perfetta: la carabina prendeva d’infilata Corso di Porta Nuova; sull’estremo limite di sinistra del campo visuale si vedevano le due porte d’ingresso del caffè dal quale sarebbe uscita Pamela, e a destra del campo visivo c’era il paletto col segnale di sosta vietata sotto cui regolarmente sostava la Giulietta di Tullio Marone.

Guardò l’orologio, erano le dodici e quarantanove. Si accese una sigaretta e, mentre l’accendeva, suonò il telefono. Era Michelina.
«La signora la chiama da Sanremo, le passo la comunicazione».
«Sì, grazie».
«Paolo...».
«Sì, mamma».
«Oh, Paolo, è successa una cosa terribile».
Per mamma tutto era terribile, non accadeva nulla nella vita che non fosse terribile.
«Sta’ calma, mamma».
«Oh, è terribile davvero, Paolo, mi vergogno a dirtelo, ma mi sono dimenticata che oggi è il quinto anniversario della morte di tuo padre. Sarei venuta a portargli un po’ di fiori, a guardare il ritratto, oh, Paolo, mi vergogno, mi vergogno, ma sono vecchia e non ho più memoria, per niente...».
«Mamma, sta’ calma, prenderò io i fiori per papà».
«Oh, sì, Paolo, ma valle a prendere tu, le rose rosa».
La voce di mamma si spezzò, come stesse per piangere, si spezzava spesso, ma non piangeva mai; Paolo non conosceva nessuna persona più gelida e calcolatrice di sua madre, infatti era l’unica giocatrice fissa di Sanremo che coi suoi sistemi e sistemini riuscisse a guadagnarsi la settimana.
«Sì, mamma, le vado a prendere io, le rose rosa», erano quelle che piacevano a papà. «Come stai, mamma?».
«Va tutto storto, Paolo; non solo ieri sera ho perso sempre, ma ho finito anche il libretto degli assegni, ho telefonato in banca a Milano, ma mi hanno detto che fino a domani non possono farmi avere un libretto di assegni nuovo». La voce le si spezzò ancora. «Così stasera non posso neppure giocare».
«Ma fatti prestare qualche cosa dalla direzione dell’albergo, mamma...».
«L’ho fatto, Paolo, mi hanno dato solo centomila lire, mi hanno detto che il regolamento vieta prestiti superiori». Questa volta sembrava davvero che stesse per piangere. «Con centomila lire, se va male, gioco solo dieci minuti».
«Su, mamma, non fare così, domani ti arriva il libretto degli assegni». Schiacciò il mozzicone della sigaretta nel portacenere. «Senti, per favore, hai potuto parlare col colonnello Drew?».
«Oh, vedi come sono vecchia, non ho più memoria, nessuna memoria; certo che ho parlato col colonnello Drew e lui ha già firmato il rimpatrio per il sergente O’Hirt, volevo telefonare per dirtelo, poi me ne sono dimenticata».
La lasciò parlare, ma guardava inquieto l’orologio: le dodici e cinquantacinque, le dodici e cinquantasette, alle dodici e cinquantanove poté riattaccare il ricevitore e si mise subito dietro il Winchester e guardò nel cannocchiale.
La Giulietta spider di Tullio Marone Isombardi era lì, sotto al segnale di sosta vietata. Tullio Marone era al volante e aspettava. Attraverso il cannocchiale ne vedeva la faccia meglio che se gli fosse stato davanti a parlare, e quella faccia, in qualunque modo l’avesse vista, col cannocchiale o a occhio nudo, aveva sempre destato in lui ricordi spiacevoli o umilianti. E guardandolo, guardando quella faccia, spinse lo scorrevole della sicura e sbloccò il grilletto: adesso sarebbe bastato anche soltanto soffiare sul grilletto e il colpo sarebbe partito.
Odiava quella faccia, perché sembrava quella di un grande uomo, di un capo, uno guardava Tullio Marone e sentiva subito che era un comandante, e la odiava, appunto, perché lui comandava, comandava anche lui, gli aveva sempre fatto fare le cose che voleva lui, andare a una festa piuttosto che a un’altra, perfino comprare l’orologio di una marca e non di un’altra. E odiava quella faccia perché era una faccia che piaceva alle donne, le donne lo vedevano e cominciavano a corrergli appresso, lasciavano tutto, marito, fidanzato, amante, e anche figli. A lui portava via regolarmente le ragazze, era arrivato al punto di dirglielo, strafottente: «Non hai ancora capito che non devi farti vedere da me in giro con una donna?».
Pamela non era che l’ultimo caso, il più clamoroso, perché ci si era messa anche la volgarità della donna, alta un metro e settanta e con almeno 80 chili addosso, che lo snobbava come un ragazzino.

Bene: adesso il ragazzino sparava.
Guardò l’orologio. Le tredici e due minuti. Tornò a guardare nel cannocchiale: Tullio Marone fumava quieto seduto al volante, ogni tanto guardava verso il caffè, e alle tredici e cinque minuti, Pamela - in una sgargiante camiciona arancio, attillatissima al corpo gonfio di carne - uscì dal caffè, attraversò la strada ancheggiando e lui seguì col cannocchiale il morbido movimento dei fianchi e delle zinne ballonzolanti di lei e la vide salire sulla Giulietta scoperta vicino a Tullio Marone.

Adesso bisognava fare presto, prima che la macchina ripartisse, e Tullio era un alfista e aveva le partenze rapide.
Fece presto, l’occhio incollato al cannocchiale, sfiorò il grilletto e partirono due colpi, uno dopo l’altro. Era proprio peggio di un mitra, non l’avrebbe mai immaginato.
I due colpi polverizzarono il cristallo del parabrezza, per un attimo non vide nulla, poi i frantumi di vetro si volatizzarono, e oltre il vuoto lasciato dal parabrezza comparve nitidissimo sotto la lente, come sotto un microscopio, il viso sanguinolento di Tullio Marone, o quelli che erano i resti di quella faccia odiosa di comandante, che ormai non comandava più nulla, irrimediabilmente morto.
Vicino a lui, nel fondo nitido, luminoso come un cinemascope del cannocchiale, vide Pamela che gli aveva messo una mano sul petto per sostenerlo e che ora si guardava, inorridita, la mano colante sangue, come l’avesse immersa in un barattolo di vernice rossa.

«Ragazzino. Perché pioveva e dovevo prendere due tram per tornare a casa, ecco perché sono salita in auto con te. Ragazzino».

Il viso gonfio di lei era inquadrato in fondo al cannocchiale, la crocetta di collimazione centrava proprio la bocca spalancata da mignotta.

Il sergente O’Hirt gli aveva detto di fare piano: «Ecco, in questo sì, il Winchester assomiglia a una bella donna sensibile: appena la si sfiora, salta su. Più tocca forte, più il Winchester spara colpi; se vuole sparare solo un colpo o due, deve appena sfiorare il grilletto».

Intanto Pamela, come avesse presagito che ora sarebbe toccato a lei, era scesa dall'auto, voltandosi di schiena e predisponendosi a una fuga disperata.

Ma non c'è fuga possibile da un Winchester M2, più veloce di uno schizzo di follia: la cinghialotta era stata inquadrata.

E lui lo sfiorò appena, per avere il tempo di comporre una tragica rosa di sangue sulla schiena ben tornita di Pamela...

La donna inarcò le spalle e allargò le braccia, come in croce, colpita a morte, se non proprio fulminata; si avvitò su sé stessa, mostrando occhi impazziti di paura e stregati da una tragica consapevolezza... ricolmi di sincero cordoglio per sé stessa...

Inutile bucarla anche in testa...

Quindi si staccò di colpo dalla carabina, andò alla finestra e lentamente abbassò tutta la tapparella.
Non voleva vedere il resto; era un maniaco sessuale, non un assassino e non un sadico. E del resto era facile immaginare quello che stava succedendo.
Cominciava a tremare, si vide le mani tremare mentre staccava il Winchester M2 dal suo treppiedi, ma sarebbe passato, il tremito, con del Cointreau. Il sergente O’Hirt lo aveva detto: «Anche se il cinghiale vi passa davanti correndo con tutte le sue gambe, e lei non ha mai visto un’arma, neppure una sputapalle di ovatta, pure, dottore, lei, con un Winchester fisso sul suo cavalletto, non può sbagliare, il cinghiale cade fulminato appena spara, se passa in fondo al cannocchiale», perché ovviamente avevano parlato di caccia al cinghiale, e il sergente O’Hirt era troppo educato per mettere in dubbio le parole di un giovane gentiluomo milanese.
E infatti non aveva sbagliato, nemmeno lui che non aveva mai sparato neppure al tira a segno del luna park, anzi si era permesso di disegnare una perfetta rosa rossa sulla schiena di Pamela, neanche avesse avuto in mano un pennarello al posto del Winchester M2.

Tremando, dette il colpo secco, col taglio della destra, al punto giusto, e la carabina gli si divise in due tra le braccia, la mise nell’apposito astuccio e solo allora si ricordò di spegnere la radio che aveva lasciato accesa piuttosto alta per coprire la secca azione del Winchester.
Nella sacca, questa volta, invece che le maglie, sopra al Winchester e al treppiedi mise una ventina di pacchetti di sigarette Camel che aveva già preparato.

Andò in sala da pranzo, suonò il campanello, si preparò un Cointreau, lo bevve a piccoli sorsi, cercando di contenere il tremito della mano, gli pareva di sentire del vocio concitato dalla strada, ma non era possibile, la sala da pranzo dava sulla via opposta.
Comparve Michelina.
«Porto subito, dottore».
Fece colazione, molto controvoglia.

E quando il tremito infine passò, guardò il quadro di suo padre.

Era a grandezza naturale, e stava in fondo alla vasta sala da pranzo, vicino a un finestrone da cui il dipinto, già paurosamente somigliante e veridico, riceveva una luce che gli dava un rilievo, e a volte quasi un movimento, come se suo padre intendesse scavalcare la cornice e venire a sedersi a tavola, con la sua inflessibile aria di inquisitore, lo sguardo inflessibile di un Donati Sorel.
“Sì, papà”, pensò, guardandolo, “sono un anormale e un delinquente. Avevi ragione”. Bevette ancora un po’ di vino e lo guardò di nuovo. “E anche un bastardo”.
Suo padre gli aveva detto queste cose quando lui aveva quattordici anni, prima di mandarlo a studiare a Londra. Gli aveva detto che non era a Londra che avrebbe dovuto mandarlo, ma in un riformatorio, e gli aveva detto che non solo era un anormale e un delinquente, ma anche un bastardo, perché sua madre era una così e così, e quindi lui non poteva essere che un bastardo, figlio di un qualsiasi giardiniere, o autista, o bagnino che sua madre doveva aver intrattenuto brevemente, e questo discorso che si era sentito fare a quattordici anni era rimasto dentro di lui.
Suonò il piccolo campanello di porcellana.

Michelina entrò.

«Per cortesia, Michelina, portami il telefono».
«Sì, dottore».

Il volto della vecchia sembrava alterato.
«Oh, dottore, sapesse, proprio qui davanti casa hanno sparato a due persone, adesso-adesso: è passata un’auto, hanno sparato dall’interno dell’auto e i due sono stati colpiti, un uomo e una donna; il nostro portinaio ha visto l’auto con l’uomo che sparava dal finestrino, ma non ha potuto prendere il numero della targa...».

Paolo Donati Sorel cominciò a recitare, da allora in avanti avrebbe dovuto recitare molto.
«Adesso? Qui davanti?».
Pensò al portinaio che aveva "visto" l’auto dalla quale erano stati sparati i colpi.
Michelina staccò l’apparecchio telefonico dal fondo della sala, lo portò sul tavolo lungo e ovoidale, e innestò la spina nella presa a terra, sotto il tavolo.
«Sì, proprio qui davanti a casa, c’è ancora un sacco di gente, è arrivata la polizia e un'ambulanza, ed è ripartita di corsa», le tremava la voce nel parlare.

«Un'ambulanza?».

«Sì, un'ambulanza, dottore. Forse uno dei due non è rimasto ucciso, per fortuna».
«Grazie, Michelina».

C’era la possibilità che da un momento all’altro la polizia salisse in casa sua e lo arrestasse: era molto remota, e comunque non poteva farci niente.

Strano, però, che fosse giunta sul posto un'ambulanza... per fare che, poi?

Di sicuro la vecchia si era sbagliata, confusa dalle sirene della polizia.
Fece dunque tre telefonate.

Per prima cosa chiamò Vicenza, la caserma della NATO.
Poi chiamò il fiorista. «Sono Donati Sorel, per favore, signor Carlo, mi faccia avere nel pomeriggio trentasei rose rosa».
«Rosa? Oh, dottore, dovrò cercarle, io ne ho appena una dozzina».
Gli disse con estrema cortesia di cercarle, ma di fargliele avere prima delle cinque.

Quindi telefonò al garage.
«Donati Sorel... per cortesia, mi faccia mandare subito l'Alfetta».

Erano le due e mezzo, in Corso Buenos Aires si fermò davanti a una banca, non era molto regolare, ma il direttore conosceva troppo bene i Donati Sorel per inimicarseli e gli dette mille e cinquecento dollari in biglietti da venti.

Alle due e cinquantadue entrava nell’autostrada Milano-Venezia e dopo qualche centinaio di metri cominciò a premere l’acceleratore, sempre di più.
Lui guidava bene, e l'Alfetta correva bene, e viaggiò sempre in corsia di sorpasso, e due ore dopo usciva alla stazione di Vicenza est, ed ecco ad aspettarlo la jeep del sergente O’Hirt.
«Prendi la sacca, ho messo delle sigarette per coprire».

«Sì, signore».
«Il colonnello Drew ha firmato il rimpatrio, entro pochi giorni potrai tornare a casa».
«Grazie, signore, il furiere mi ha già detto che sono stato trasferito».
«Questi sono mille e cinquecento dollari», gli dette la busta. «Tu non mi hai mai veduto, non mi conosci, non mi hai mai incontrato, neppure per caso, non mi hai mai prestato un Winchester.
Cerca di ricordarlo: ti conviene».

Ripartì dolcemente, e alle sette e un quarto era a casa sua.

Andò in sala da pranzo per prepararsi da bere: le rose rosa erano arrivate, troneggiavano davanti al ritratto di suo padre.

Cominciò a bere Cointreau, guardando le rose e suo padre, e aspettando di vedere che cosa sarebbe accaduto; a un tratto gli sembrò che in mezzo alle trentasei rose ne spiccasse una rossa.
Per il resto, accadde quello che lui aveva preveduto: sparando da una finestra del secondo piano, l’angolazione è così bassa che neppure l’autopsia più scrupolosa può sospettare dall’angolo di incidenza che il colpo sia stato sparato dall’alto; per di più un portinaio, proprio il portinaio di casa sua, aveva visto un’auto dalla quale avevano sparato.
Inoltre, come aveva preveduto, la polizia si era buttata addosso alla traccia del Winchester. Un Winchester M2 non si vende nelle cartolerie, o nei negozi di profumi, e nemmeno nei negozi per cacciatori e pescatori. Il Winchester M2 è un’arma da guerra in dotazione alle truppe della NATO, non è in commercio, e Paolo Donati Sorel immaginava la sorpresa del perito balistico della questura, allorché aveva esaminato i proiettili pervenuti in laboratorio: calibro 30 per Winchester M2; avevano la forma di un rossetto da donna.

La polizia, siccome l’arma era militare, seguiva la traccia dello spionaggio.

D'altra parte, al quarto giorno, quando le rose rosa non erano ancora sfiorite, già i giornali non parlavano più della storia.
Aveva previsto anche questo, ma riconosceva che era stato aiutato dalla fortuna.

Di cose impreviste ce n'era soltanto una, al momento. Una come le autopsie eseguite finora.

Michelina non si era sbagliata: un'ambulanza aveva raccolto dall'asfalto la povera Pamela, con tutta la sua rosa calibro 30 tatuata a sangue sulla schiena. Era stata coperta con fogli di giornale dai passanti pietosi, ingannati dallo sguardo ghiacciato, ma la polizia si era accorta che respirava ancora.

La presuntuosa cassiera si era aggrappata alla vita, si era zavorrata ai suoi 80 chili.

Era ricoverata senza speranze all'ospedale, non poteva neppure essere operata; era priva di coscienza, però ancora non moriva.

Aveva incassato quattro pallottole calibro 30, ma era talmente disperata da tenersi in vita.

Paolo sperava che resistesse un altro po', che riprendesse conoscenza prima di morire; sarebbe anche andato al suo capezzale.
Fu al nono giorno, quando già da tempo aveva fatto togliere le rose, che Michelina gli annunciò una visita.
«C’è un signore che desidera parlare con lei», disse. «Ha detto che è un amico del sergente O’Hirt».
Per un attimo una vertigine lo rese quasi cieco. Poi si riprese. Con voce molto lenta disse: «Fallo passare in sala da pranzo».
«Sì, dottore».
«Prima, però, metti il telefono sul tavolo».
Vi sono persone che possono sentirsi imbarazzate a sedere davanti a un tavolo a forma di uovo, e lui sentiva che il visitatore era una di queste persone.

Andò in sala da pranzo: l’uomo era lì, in piedi, goffo e volgare come aveva previsto.
«Sono un amico del sergente O’Hirt», disse.
«Si accomodi».

Lo invitò a sedere, e vide subito che lo sconosciuto si sentiva a disagio.
Era un bianco, ma sembrava nativo della Beciuania.
«Sono un amico del sergente O’Hirt», ripeté il beciuano.
Lo guardava fissamente, perché lui capisse che era un amico del sergente O’Hirt.
«Sì», ammise lui, signorilmente, guardando il ritratto di suo padre che assisteva al colloquio, pronto a scavalcare la cornice. «Sì, e che cosa desidera?».
«Il sergente O’Hirt beve», disse il beciuano, fissandolo: più che con le parole sembrava abituato a parlare con gli occhi, occhiate cariche di sottintesi.
«E allora?», domandò al beciuano.
«Quando ha bevuto parla».
«E poi?»
«Io sono suo amico».
«Questo lo ha già detto. Soltanto che io non conosco né lei né questo sergente O’Hirt».
«Il sergente O’Hirt beve molto e quando beve parla con gli amici. Io sono suo amico, io lavoro nelle cucine della caserma NATO, a Vicenza. E mi ha detto che tornava a casa, per questo si prendeva una sbornia».
«E allora?».
«Allora ha detto anche», disse il beciuano, «che c’era stato un signore che gli aveva fatto avere il trasferimento, e in più mille e cinquecento dollari, per un piccolo favore».
«Sì, e che piccolo favore era?».
«Un Winchester M2 prestato per qualche giorno», disse il beciuano, occhieggiando.
Paolo Donati Sorel si volse un momento a guardare il ritratto del padre che lo irrideva. Non era mai stato così stupido da pensare di compiere un delitto perfetto, solo i cretini pensano al delitto perfetto, e lui era tutto, anche bastardo e figlio di una così e così, ma non cretino.
«E io che c’entro, in tutto questo?», disse, cortese e paziente.
Gli occhi occhieggiarono, le folte sopracciglia nere vibrarono, le basette ondeggiarono, le mani e le braccia si mossero come in una bracciata di crawl, e il beciuano disse: «Lei è il signore che si è fatto prestare il Winchester col cannocchiale e il treppiede e che col Winchester ha sparato a quei due dalla finestra di casa. Io leggo i giornali».
Paolo Donati Sorel abbassò lo sguardo sull’apparecchio telefonico che aveva davanti a sé, e disse, rialzando subito lo sguardo: «Non ho capito quasi nulla di quello che lei dice. Comunque: che cosa vuole da me?».
«Io sto per sposarmi e volevo comprare l’appartamentino a Cologno Monzese. Costa dieci milioni».
Gli fece segno di sì, che capiva: uno che si sposa ha bisogno dell’appartamento, non può mica fare la notte di nozze al parco.
«E almeno un trecentomila al mese, per i primi tempi», aggiunse il beciuano.
«Non so se ho capito bene, ma lei vuole da me dieci milioni subito, e poi trecentomila lire ogni mese. È così?».
«Sì, è così».
«E perché io dovrei darle tutti questi soldi?».
«Perché se no, io vado in questura e racconto tutto».
Lo guardò, guardò quella melma sotto forma umana.
«Non occorre che lei vada in questura», conosceva troppo bene la sua sorte, dal momento in cui in fondo al cannocchiale del Winchester aveva inquadrato Pamela e Tullio Marone, e aveva sparato. «La chiamo io, la polizia».
Il beciuano rise, banalmente.
«Voglio vedere».
Paolo Donati Sorel compose il 113 senza rispondergli.
«Venite subito, sono in mano di un uomo che mi minaccia e mi ricatta», disse al milite e depose il ricevitore.
Il beciuano alzò una spalla, mosse ancora le braccia come nuotasse il crawl, alzò le sopracciglia, fece ondeggiare le basette, e poi rise: «Signorino, non fate lo spiritoso, voi non avete telefonato a nessuno, voi avete fatto finta di telefonare, per spaventarmi, ma io non mi spavento. Datemi i soldi, se volete vivere tranquillo».
Quando arrivarono i militi della volante, il beciuano non lo credeva ancora, e quando se ne convinse, cominciò a gridare: «Lui ha sparato a quei due qua sotto, con un Winchester, gliel’ha dato il sergente O’Hirt, per il trasferimento e mille e cinquecento dollari...», lo gridò con tutta la sua voce, per quasi un’ora di seguito, schiumando rabbia beciuana per la mancata riuscita del ricatto.
Un brigadiere disse a Paolo Donati Sorel: «Dottore... ma cosa sta dicendo?».
«La verità», rispose, pensando alle zinne di Pamela e ai suoi camicioni sbottonati.

L'altro, però, non lo ascoltava neppure.

«Scusa...», era stata la prima e unica parola detta da Pamela nei brevi momenti in cui riprendeva una tribolata coscienza.

La donna versava in condizioni disperate, ma Paolo Donati Sorel l'aveva fatta trasferire in una prestigiosa clinica privata, dove poteva controllarla molto strettamente, ed era andato personalmente a trovarla, sebbene lui non fosse presente quando l'importante donna aveva pronunciato quella parola, che però gli era stata puntualmente riferita dall'infermiera.

Molto probabilmente sarebbe stata l'ultima battuta della cassiera.

Il Comando NATO di Vicenza, con un laconico comunicato, aveva smentito le presunti farneticazioni attribuite al sergente O’Hirt, sotto-ufficiale di irreprensibile condotta, rimpatriato secondo i normali programmi.

Lo sciacquapiatti beciuano era stato licenziato in tronco, e denunciato per diffamazione, minacce e tentata estorsione.

Le pallottole incassate da Pamela erano ancora - tutte e quattro - dentro il suo massiccio corpo. La sua autopsia, che avrebbe potuto rivelare l'angolo di incidenza dei proiettili, era tuttora sospesa al filo della flebo.

Pertanto a carico di Paolo Donati Sorel non c'era praticamente nulla.

Soltanto lo sguardo ghiacciato di Pamela, la quale vedeva la morte porgerle una rosa nera, mentre lui, l'assassino, le teneva la mano e la rassicurava.

La REGINA DELLE FOGNE

di Salvatore Conte (2025)

«È rimasta solo una vecchia puttana.

Però sta male e le portano il cibo nella sua tana», continua Daniele Sterno, coordinatore della onlus Pro Tetto.

«Che puoi dirmi di lei?».

«Viene chiamata "la Sorcona del Naviglio", o anche "la Regina delle Fogne"... perché è vecchia, ma ancora bona.

È malata, ma non vuole farsi visitare. Penso abbia un tumore nelle budella; e anche piuttosto grande.

Il fatto strano è che i casi di tumore, all'interno della comunità sotterranea, sono aumentati in questi ultimi mesi».

«Devo interrogarla».

«E va bene, Maggiore. Ma non so davvero cosa possa dirle».

«Siamo arrivati...

Signora Frezzante... sono io... Daniele... c'è una persona che vuole parlarle...

Possiamo entrare?».

«Che aspetti?».

L'uomo scosta la tenda ed entra nel tugurio.

È sudicio, come tutto il resto, ma complessivamente è più decente di quanto ci si possa aspettare in un posto come quello.

Anche lei è sudicia, ma più che decente.

È seduta su un trono di plastica e indossa il tipico camicione sbottonato fino allo stomaco.

Considerato il contesto e l'età, può dirsi molto ben tenuta.

Dimostra 80 anni, ma la pancia e le zinne sono gonfie; la vecchia mantiene le braccia incrociate sull'addome, con una lieve espressione di sofferenza sul volto rugoso.

«Sono il Maggiore Layla Galliani della Polizia Municipale di Milano, e avrei qualche domanda per lei, signora...».

La donna indica degli sgabelli.

«Ci risulta che siano scomparse diverse persone nelle ultime settimane, specialmente tra i barboni che vivono nel sottosuolo.

Lei sa qualcosa di questo mistero?».

«Il Maggiore è qui per aiutarci, Anna...», Sterno intercede in favore della poliziotta.

«Ormai so tutto, Maggiore... di nome e di fatto...».

Un'occhiata d'intesa tra le due sorche. La Galliani è arrivata in borghese, in tutto il suo corpulento splendore.

«Tutto... di cosa?».

«Quella maledetta roba mi sta uccidendo, Maggiore...

Ho vissuto qui molti anni, da quando il mondo cominciò a stancarmi, ma non ho mai avuto problemi di salute.

A 80 anni potevo ancora dirmi una bella donna.

Sì... non ero finita...», con gli occhi allucinati e la bava alla bocca. «Ma poi... hanno portato giù quella roba... ed è cambiato tutto...

Gli americani lo chiamano C.H.U.D... Contamination Hazard Urban Disposal...

Chi si è avvicinato troppo, è impazzito, è diventato altro... ma non un'altra persona... è diventato un'altra cosa...

È diventato un Chud...

Io non mi sono avvicinata, ma il male mi ha raggiunto lo stesso; può uccidermi, e lo farà... però non fino a quel punto... almeno lo spero».

«Lei è una donna importante; perché non si fa curare?

Posso accompagnarla in ospedale...».

«A che servirebbe?».

«Non ha paura a vivere qui da sola? Potrebbero far sparire anche lei».

«Non hai capito, bella vigilessa... non sono scomparsi...

Loro si ricordano di me... ero la loro Regina... oohhh...!», la donna si interrompe e manda un forte gemito di dolore.

Sterno si avvicina e le tampona il sudore lungo il collo con un fazzoletto: un gesto affettuoso e compassionevole, ma non privo di un certo erotismo.

«Calmati, Anna... ci sono qua io...», le sussurra, in tono quasi confidenziale.

La vecchia si abbandona contro lo schienale, stirandosi addosso la camiciona sbottonata, per dare risalto alle zinne, come le riesce bene da molti anni, e come ha sempre fatto.

«Non voglio morire... manda giù un dottore...», sussurra in risposta la Sorcona.

«La signora ha un cancro all'intestino giunto al terzo stadio, ovvero localmente avanzato con metastasi ravvicinate, cioè fegato e altre parti dell'intestino diverse da quella in cui il tumore si è inizialmente manifestato e dove ha raggiunto la dimensione più grande.

Purtroppo il punto di non ritorno è stato abbondantemente superato, il cancro si è diffuso troppo e sembra ancora aggressivo; penso a causa di una grave contaminazione subita dalla signora: il contatto o la vicinanza con sostanze altamente tossiche».

«Insomma, quanto le rimane?».

«Purtroppo, non credo molto; rimarrà uccisa in poche settimane, nonostante il fisico ancora solido; ma potrei provare a parcellizzare il tumore e a renderlo meno aggressivo con iniezioni di alcol puro: estrarrò ascite e inietterò alcol; può aiutarla a tirare avanti».

«Lo faccia, allora...», lo incoraggia il Maggiore.

«La Frezzante si è fatta dare 50.000 euro da Striscia la Notizia per accompagnare Jimmy Ghione nelle fogne...!

Dico... è veramente assurdo!

La signora ha un tumore al terzo stadio nelle budella... e nelle condizioni in cui è... si mette a fare la guida turistica nei sotterranei della città, tra topi, scorie radioattive e umanoidi cannibali?

Va fermata, Maggiore».

«Va bene, ma non con la divisa.

Fammi una tessera della tua associazione...».

«Ora basta, la vecchia va eliminata.

L'ordine arriva da Houston.

Ci siamo divertiti tutti, ma adesso è finita».

«In che modo, Capo?

Incidente o esecuzione?».

«Una via di mezzo andrà bene.

Un bullo se la scopa, perde il controllo e le affonda il coltello nella trippa».

«Sei ancora potente, cara...», la vigilessa - con la mano infilata nel camicione - gioca con le zinne ciondolanti della vecchia puttana.

«Anche tu sei bella, Layla...».

«Ti curerai... e verrò a trovarti molto spesso...».

«Non mi sento finita.

Io ti aspetterò».

 «Anna, ci sei...?», Layla è tornata a trovarla. «Dobbiamo andare via, vogliono trasformare le fogne in una grande camera a gas...».

Sì, c'è, ma con un coltellaccio infilato nell'utero.

«Ohh... ahh... ohhh... dietro a tutto... c'è la DOW... gli americani...».

«Non parlare, chiamo un dottore!».

Ma nelle fogne non c'è campo.

Appena Layla ritrova un minimo di lucidità, si accorge che in disparte giace un cadavere smembrato di recente, il sangue colato a fiumi dalla carcassa.

Anna intuisce la perplessità della vigilessa.

«Sono stati... ohh... i miei amici... i Chud...».

   

«Allora sono arrivati tardi...».

«No... forse no... ahh... ohhh... maneggiami le zinne... come sai fare tu...».

È così che le ritrova l'oncologo della USL che ha in cura la vecchia Anna.

Tossisce in maniera artificiale, per attirare la loro attenzione.

«Ah, dottore... meno male... faccia presto...».

D'altronde, lui stesso è così zelante, al punto di visitarla a domicilio, proprio per fare colpo sulla vecchia mignotta.

«Per prima cosa le estraggo il coltello, molto lentamente...

Poi la portiamo via da qui».

Layla annuisce.

«Quante ne ha prese?».

«Cinque, compresa l'ultima, rimasta dentro».

«Non rimarrà uccisa, vero?».

«La Sorcona dei Navigli detta ancora legge, vero, Maggiore?».

Layla annuisce come a un complice.

L'UOVO DI COLOMBO

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

"Se sono l'unico a poterla incastrare, sono l'unico a poterla assolvere"

(Dissolvenza in apertura: Una villa soleggiata affacciata sulle scogliere di Malibu, 1972. La telecamera scivola su una piscina scintillante, piante esotiche mosse dalla brezza. Musica mediorientale soffusa esce da un giradischi all’interno. Vediamo LAYLA KHALIL, una bellissima libanese sulla quarantina, capelli ricci selvaggi, cappello di paglia inclinato con stile, e un prendisole hawaiano a fiori che le fascia le curve generose. È sdraiata vicino alla piscina, sorseggia un martini, ma i suoi occhi sono acuti, calcolatori. Entra la vittima: suo marito VICTOR KHALIL, un petroliere viscido, il doppio dei suoi anni, che agita furioso le carte del divorzio e le rimprovera le spese folli).
LAYLA (con accento sensuale, sorridendo dolcemente): Oh Victor, tesoro… perché dobbiamo litigare così? La vita è troppo breve per tanta bruttezza.
Victor ringhia, le volta le spalle per versarsi uno scotch dal carrello bar. Il sorriso di Layla svanisce. Il suo sguardo cade sul pugnale ottomano posato sul tavolino, che aveva detto essere “solo per decorazione”.

Con un gesto fluido lo afferra e lo affonda nella pancia di Victor.

Lui ansima, barcolla in avanti, lei lo spinge a terra facendo in modo che il pugnale affondi ancora di più sotto il peso del suo corpo.

Infine, lo fa scivolare in acqua, il sangue si allarga come inchiostro blu.

Layla aspetta che crepi, poi compone il numero della polizia con voce tremante, da attrice consumata: “Aiuto! Mio marito… è caduto! Credo sia ferito gravemente!”.
(Stacco sulla scena del crimine brulicante di agenti. Entra il TENENTE COLOMBO, strascicando i piedi con l’impermeabile sgualcito sopra l’abito da poco, sigaro spento in bocca. Si gratta la testa, osserva il cadavere che viene tirato fuori dall’acqua).
COLOMBO: Mamma mia, che disastro. Sembra che sia scivolato malamente. Lei è la moglie, signora? La signora Khalil?
LAYLA (tamponandosi gli occhi con un fazzoletto di seta, il seno che si solleva a ogni “singhiozzo”): Sì, tenente. Sono Layla Khalil. È stato terribile… stavamo solo parlando, ma lui è scivolato sulle piastrelle bagnate. Quel pugnale? Oh, era lì da sempre. Solo per decorazione. Purtroppo le cose belle sono a volte pericolose...
Colombo annuisce distratto, scruta la scena: ci sono parecchie cose strane.

Poi guarda davvero Layla, come se la vedesse soltanto ora; come se finora avesse indossato una maschera da saldatore. Quegli occhi scuri che brillano fino a produrre dolore; e qualcos’altro… di magnetico. Quell’accento che scivola come miele su ghiaia. Si impappina col taccuino.
COLOMBO: Eh sì, gli incidenti capitano. Bello quel cappello, sa? Mi ricorda quello da giardinaggio di mia moglie, solo che il suo non ha… quella testa dentro. Le dispiace se le faccio qualche domanda? Roba di routine, sa com’è.
(L’interrogatorio inizia piano-piano. Nei giorni seguenti Colombo compare nei momenti più scomodi: all’inaugurazione della sua galleria d’arte, dove lei incanta i donatori con una camicia di lino bianca scollatissima, da assassina abituale; alla sessione di yoga in spiaggia, dove posa con grazia sulle rocce.

Ogni volta dice “solo un’ultima cosina”, punzecchiando le incongruenze: il clima teso tra i coniugi, ad esempio).
LAYLA (con un sorriso malizioso, durante una visita, porgendogli un sigaro dalla sua collezione): Tenente, lei lavora troppo. Provi questo, cubano vero, non come i suoi da due soldi; ma lo fumi con l’anima. Mi dica, si rilassa mai?

Colombo lo accende, aspira profondamente. Per la prima volta esita. La risata di lei suona come una campanella nel vento; i suoi racconti delle notti di Beirut lo incantano. Si ritrova a indugiare, a raccontarle della sua cagnetta o del famoso chili di sua moglie, invece di stringere. “No, non può essere stata lei”, borbotta tra sé in macchina, ignorando le chiamate del capitano che minaccia di passare il caso a un altro. Ma in fondo i pezzi combaciano: l’incidente inscenato, il movente nel divorzio e nel testamento che lascia tutto alla moglie ancora "in carica".
(Il conflitto interiore di Colombo esplode. Durante una cena “per chiarire meglio il caso”, Layla si china verso di lui, la mano che sfiora la sua. Lui è stregato, dubbioso su ogni deduzione. Si comporta quasi da scemo, finge di perdersi in chiacchiere banali, evita le conclusioni logiche. “Sa, signora Khalil, io non sono mica un genio… magari mi sbaglio su tutto”. Ma il tempo stringe; il capitano gli dà un ultimatum: “O chiudi entro domani o il caso lo affido a McEnery”. Colombo, solo nella sua auto, fissa il mare al tramonto. Per la prima volta nella vita sente il peso di dover scegliere: incastrare una donna che lo ha fatto vacillare come nessun colpevole prima… o trovare un modo per lasciarla andare senza tradire sé stesso.
Finalmente si accende il sigaro, mormorando tra sé: “Solo una cosa ancora…”).

Malibu, estate del 1972.

Il sole era ormai basso sull’oceano, striava il cielo di arancione e viola. Colombo era ancora seduto nella Peugeot 403, motore spento, finestrino abbassato. Il sigaro si era consumato fino al filtro, lasciando solo un mozzicone amaro tra le dita. Guardava il mare senza vederlo davvero.
Sapeva tutto. Ogni tassello era al suo posto. Mancava solo la firma sul rapporto.
Eppure non riusciva a metterla.
Prese il taccuino dal taschino interno dell’impermeabile. Lo sfogliò piano. C’erano appunti scarabocchiati a matita.

Cancellò tutto.

«Se posso incastrarla solo io…», mormorò tra sé, la voce rauca per il fumo e per qualcos’altro, «allora posso anche essere il suo alibi».
Era un pensiero assurdo. Lui, che aveva passato la carriera da poliziotto a smontare alibi perfetti, a far crollare uomini e donne che si credevano intoccabili. Lui, che non aveva mai lasciato un caso aperto.
Ma Layla non era un caso. Era un'opera perfetta, che lo obbligava a interrogarsi, con implicazioni cosmiche, che andavano ben oltre la cognizione del bene e del male.
Chiuse il taccuino. Lo infilò nella tasca. Accese il motore. La Peugeot tossì, sputò una nuvola nera, poi partì lenta verso la stazione di polizia.
Il giorno dopo presentò il rapporto preliminare al capitano. Poche pagine. Molte omissioni.
«Incidente domestico, capitano. Scivolata accidentale. Il pugnale era una superflua esibizione di lusso, posizionato in maniera imprudente. Nessuna impronta estranea, nessuna effrazione, nessun testimone che contraddica la versione della vedova. Caso chiuso».
Il capitano lo guardò storto.
«Sei sicuro, Colombo? McEnery ci sta girando intorno da due giorni. Dice che puzza».
Colombo si strinse nelle spalle, l’aria da cane bastonato che gli riusciva meglio di chiunque altro.
«Puzza di sigaro cubano, forse. La signora Khalil me ne ha regalati un paio. Roba buona. Dovrebbe provarli».
Il capitano sbuffò, firmò. Caso archiviato.
Quella sera Colombo guidò fino alla villa. Non suonò il campanello. Parcheggiò lontano, spense i fari, rimase seduto al buio.

Layla uscì sul terrazzo dopo un’ora, avvolta in una vestaglia di seta color crema che le scivolava sulle spalle. Aveva i capelli sciolti, piedi nudi sulle piastrelle fredde. Si accese una sigaretta, tirò una boccata lunga, poi guardò dritto verso la Peugeot come se l’avesse sentita arrivare.
Scese i gradini lentamente. Arrivò al finestrino aperto. Si chinò, gomiti sul bordo della portiera. Il profumo di gelsomino e tabacco lo avvolse.
«Non è venuto a chiedermi un'ultima cosina, vero, tenente?».
Colombo non la guardò subito. Fissava il mare.
«No. Sono venuto a dirle che il caso è chiuso. Incidente. Fine».
Silenzio. Solo il rumore delle onde e il crepitio della sigaretta di lei.
Layla sorrise piano. Un sorriso diverso da quelli che aveva usato fino a quel momento. Non era seduzione calcolata. Era gratitudine. E qualcos’altro di più profondo.
«Lo sapevo che l’avrebbe fatto».
Lui finalmente girò la testa. La guardò negli occhi. Quegli occhi scuri che lo avevano fatto vacillare come nessun indiziato prima.
«Come faceva a saperlo?».
«Perché lei non è solo un poliziotto, tenente. È un uomo... un uomo che ha capito una cosa che molti non capiscono per tutta la vita: non basta risolvere i casi per essere integri, interi.

Non basta».
Gli sfiorò la guancia con le dita.
«Venga dentro. Non per cena. Non per chiarire il caso. Solo per stare un po’ insieme. Senza domande. Senza alibi».
Colombo esitò. Poi scese dall’auto. La seguì sul terrazzo.
Sedettero uno di fronte all’altra sotto le stelle. Parlarono poco. Di Beirut. Del chili di Mrs. Columbo. Della cagnetta che rubava le ciabatte. Di come la vita, a volte, ti mette davanti un uovo, se riesci a vederlo.
Layla gli prese la mano, intrecciò le dita alle sue.
Lui non disse niente. Non serviva.
Quella notte la Peugeot rimase parcheggiata tutta la notte davanti alla villa.

E dentro, per qualche ora, il tenente Colombo smise di essere solo il tenente Colombo.
Era diventato di più. Era diventato tutto.

LA PUMPKINS CI PROVA ANCORA

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

In un bar affollato di South Beach, Miami, sotto le luci al neon che pulsavano come vene stanche, due uomini di mezza età sedevano a un tavolo appiccicoso, sorseggiando birre calde.

Erano vecchi clienti di Penelope Pumpkins, un tempo la regina delle notti honduregne trapiantate in Florida. Frank, un camionista con le mani callose, e Miguel, un meccanico con un tatuaggio sbiadito sul braccio, si conoscevano da anni, uniti da ricordi condivisi e da una sorta di lealtà silenziosa verso quella donna che aveva illuminato le loro solitudini.

«Hai sentito di Penny?», mormorò Frank, girando il bicchiere tra le dita. Il suo viso, segnato da rughe profonde, tradiva una compassione genuina, non il solito chiacchiericcio da bar.
Miguel annuì lentamente, gli occhi persi nel vuoto. «Sì, l'ho vista l'altro giorno. Sembra l'ombra di sé stessa. Quel cancro all'utero... era al terzo stadio quando l'ha scoperto, ma non ha smesso. Continua a lavorare, come se fermarsi significasse arrendersi. Ora è al quarto, con metastasi allo stomaco e al fegato. Dio, Frank, è una sentenza di morte».
Frank sospirò, appoggiando i gomiti sul tavolo. «Povera ragazza. Di origini honduregne, è arrivata qui da Tegucigalpa con sogni più grandi di questi palazzi. Ha iniziato giovane, piena di fuoco, e ora... niente soldi per le cure. Niente assicurazione, niente famiglia. I clienti come noi le danno qualche dollaro in più, ma non basta. Chemioterapia, radiazioni... roba che costa una fortuna. E lei ride ancora, sai? Dice che il suo corpo è abituato al dolore».
«Già», replicò Miguel, la voce incrinata. «L'altro ieri mi ha confidato che le fa male tutto, ma non vuole pietà. "Sono Penelope Pumpkins", dice, "non una vittima". Ma io e te sappiamo che non durerà. Quando si aggraverà, dove andrà? In un ospizio per senzatetto? No, amico. Sto pensando di ospitarla da me. Ho una stanza libera, mia moglie è morta da anni. Potrei badare a lei, farle compagnia negli ultimi giorni».
Frank lo guardò con sorpresa, poi annuì. «Anch'io ci ho pensato. La mia casa è vuota, i figli se ne sono andati. Potremmo alternarci, no? Farle sentire che non è sola. Dopo tutto quello che ci ha dato... risate, notti folli. Merita di andarsene con dignità, non in un vicolo».
I due uomini brindarono in silenzio, i bicchieri che tintinnavano come un patto non detto. Fuori, la notte di Miami pulsava indifferente, ignara del dramma che si consumava tra le sue ombre.

Le Origini di Penelope

Penelope Pumpkins, nata come Maria Elena Rodriguez in un barrio polveroso di Tegucigalpa, Honduras, era arrivata a Miami all'età di 19 anni, con una valigia piena di sogni e un corpo che attirava sguardi come una calamita.

Figlia di una lavandaia e di un pescatore scomparso in mare, aveva imparato presto che la bellezza poteva essere una moneta di scambio. Negli anni '90, aveva iniziato come ballerina in un club di striptease, adottando il nome "Penelope Pumpkins" per i suoi seni prosperosi, che le avevano valso una fama immediata.
Miami l'aveva accolta con le sue braccia aperte e ingannevoli: spiagge dorate di giorno, vicoli oscuri di notte. Si era trasformata in una prostituta di alto livello, frequentando hotel lussuosi e clienti facoltosi. Ma gli anni passavano, e il declino era inevitabile. A 55 anni, le rughe avevano iniziato a solcare il suo viso, il corpo un tempo tonico si era appesantito, e i clienti fedeli si erano ridotti a un pugno di nostalgici come Frank e Miguel.

Fu durante una visita di routine da un medico low-cost che scoprì il cancro all'utero, al terzo stadio. «Devi fermarti», le aveva detto il dottore, ma Penelope aveva riso. «Fermarmi? E con cosa mangio?».

Continuò a lavorare, ignorando i dolori lancinanti, le notti insonni. Il cancro avanzò inesorabile, raggiungendo il quarto stadio con metastasi che si diffusero come veleno: stomaco, fegato. Ogni passo era una battaglia, ma lei indossava ancora la sgargiante maglia-camicia dell'Inter Miami – rosa shocking – e sorrideva ai clienti, nascondendo il terrore dietro un trucco pesante.

La Vita Quotidiana nel Declino

Le giornate di Penelope erano un ciclo di routine spezzato dal dolore. Viveva in un appartamento fatiscente a Little Havana, con pareti umide e un letto che odorava di sigarette vecchie. Al mattino, si preparava con cura: capelli tinti di biondo platino, unghie rosa shocking, e quel sorriso che aveva conquistato centinaia di uomini. Ma sotto, il corpo tradiva: nausea costante, fegato gonfio che le premeva contro le costole, stomaco che rifiutava il cibo.
Lavorava ancora sulle strade di Biscayne Boulevard, dove le luci al neon la facevano sembrare eterna. I clienti nuovi la evitavano, preferendo carne fresca, ma i vecchi come Frank e Miguel tornavano. «Sei sempre la mia Pumpkins», le diceva Frank, pagandola il doppio per un'ora di chiacchiere più che di sesso. Penelope accettava, ma dentro si spezzava. Non aveva risparmi: ogni dollaro era andato in affitto, medicine da banco, e qualche rimessa in Honduras per la sorella.
Una sera, dopo un incontro particolarmente faticoso, collassò sul marciapiede. Un passante la aiutò, ma lei rifiutò l'ospedale. «Non ho i soldi», mormorò. Quella notte, scrisse un diario improvvisato: «Il cancro mi mangia viva, ma io mi mangio la vita. Fino all'ultimo respiro».

L'Aggravarsi della Malattia

I mesi passarono, e il cancro non diede tregua. Le metastasi al fegato la facevano ingiallire, lo stomaco si ribellava a ogni boccone.

Penelope, però, ironia crudele, era ancora più gonfia, per la reazione del corpo ai farmaci e per i liquidi inevasi; le zinne, poi, quelle restavano imponenti: un ricordo del suo passato glorioso. Camminava curva, appoggiandosi ai muri, ma continuava a uscire. «Devo lavorare», diceva a sé stessa.
Frank e Miguel la tenevano d'occhio. Una sera, la trovarono seduta su una panchina, pallida come un fantasma. «Vieni da me», insistette Miguel. «Non puoi continuare così». Penelope esitò, ma il dolore era troppo. Accettò di trasferirsi da Miguel, in una casetta modesta a Hialeah. Frank portava cibo, medicine palliative prese da un amico farmacista. I tre formarono una strana famiglia: serate di carte, ricordi condivisi, e lacrime represse.
Ma il declino accelerò. Penelope vomitava sangue, le gambe si gonfiavano. I dottori, in una clinica gratuita, le diedero settimane. «Palliativo», dissero. Niente cure miracolose.

La Lotta Incredibile

Il tempo, che per tutti scorre inesorabile, con Penelope sembrava essersi inceppato.
I medici della clinica gratuita di Overtown, quelli con le occhiaie perenni e le cartelle cliniche che pesavano come macigni, l’avevano data per spacciata già da mesi. Metastasi al fegato grosse come arance, stomaco perforato in più punti, markers tumorali che schizzavano oltre ogni scala conosciuta. «Settimane, al massimo un mese», avevano detto a Miguel e Frank, con quel tono basso e rassegnato che usano quando non c’è più niente da inventare.
E invece no.
Penelope Pumpkins, la vecchia regina di Biscayne Boulevard, si aggrappava alla vita con la stessa ostinazione con cui da ragazza si aggrappava ai pali da lap dance quando la pancia pesava ancora poco e i clienti facevano la fila.
Si era trasferita definitivamente nella casetta di Miguel a Hialeah. Due stanze, un divano sfondato, un condizionatore che tossiva più di lei. Frank passava ogni pomeriggio, portando sempre qualcosa di utile.
Penelope riusciva ancora ad alzarsi la mattina.
Ma non era un alzarsi normale: era una guerra. Prima le gambe che tremavano come rami secchi, poi la nausea che la piegava in due, poi il dolore al fegato che sembrava una lama arroventata girata lentamente. Si sedeva sul bordo del letto per venti minuti buoni, respirando a bocca aperta. Poi, con un grugnito che sembrava più un ringhio, si metteva in piedi.
«Oggi mi trucco», annunciava.
E si truccava.
Fondotinta pesante per coprire il giallo della pelle, eyeliner nero come negli anni Novanta, rossetto fucsia che le disegnava una bocca enorme e finta. I capelli li raccoglieva in una coda alta, con un elastico rosa shocking. Indossava sempre qualcosa di aderente: un top stretch con scollatura a V, leggings neri lucidi, tacchi bassi perché quelli alti non li reggeva più.
Usciva.
Non per lavorare, quello era finito da un pezzo, i clienti erano spariti quasi tutti, tranne qualche nostalgico che le lasciava cinquanta dollari solo per guardarla e parlare. Usciva per esistere. Camminava lungo la 7th Avenue, lentamente, appoggiandosi ai muri, fermandosi ogni tanto a riprendere fiato. I passanti la guardavano: alcuni con pietà, altri con schifo, pochi con una specie di rispetto. Lei rispondeva sempre con lo stesso sorriso storto.
«Buongiorno, tesoro», diceva a chiunque incrociasse il suo sguardo.
E lo diceva come se fosse ancora il 1998 e lei la bomba sexy del locale.
Una sera d’aprile, quando ormai tutti davano per scontato che non avrebbe visto l’estate, accadde qualcosa di assurdo.
Miguel tornò a casa e la trovò in cucina.
In piedi.
Con un grembiule a fiori che le arrivava alle ginocchia, intenta a mescolare qualcosa in una pentola. L’odore era di pollo lesso, cipolla, coriandolo.
«Che cazzo fai?», le chiese lui, sbalordito.
«Sto cucinando il sancocho di mia madre», rispose lei senza voltarsi. «Se devo crepare, almeno crepo con la pancia piena di roba vera».
Frank, arrivato cinque minuti dopo, rimase fermo sulla soglia con la bocca aperta.
Penelope si girò, il mestolo in mano, il viso sudato ma vivo, gli occhi che brillavano di una luce feroce.
«Sedetevi, cabrones», disse. «Oggi mangiamo come gente normale».
Quella sera cenarono in tre attorno al tavolino traballante.
Penelope mangiò poco, ma lo tenne dentro. Non vomitò. Non si piegò in due. Rimase seduta per quasi un’ora, ridendo alle storie di Frank sul suo ultimo carico di arance marce.
Dopo cena si appoggiò allo schienale, chiuse gli occhi e disse piano: «Non so quanto mi resta. Ma finché respiro, io ci provo ancora».

Piccoli Miracoli Quotidiani

Da quel giorno iniziò una strana routine.
Penelope non tornò a lavorare, ma tornò a vivere.
Si sedeva sul portico con una sigaretta elettronica in mano e guardava i bambini giocare a calcio nella strada sterrata.
Frank le portò una vecchia radio a transistor.
La sintonizzarono su una stazione di salsa e merengue. Penelope, quando si sentiva un po’ meno morta, si alzava e ballava. Movimenti piccoli, goffi, le mani sui fianchi, il corpo che ondeggiava piano. Frank e Miguel la guardavano senza parlare, con gli occhi lucidi.
Una volta riuscì persino ad andare al mare.
Miguel la accompagnò a South Beach all’alba, quando la spiaggia era ancora vuota. La fece sedere su una sdraio presa in prestito, le mise un cappello di paglia enorme sulla testa e le spalmò crema solare sulle spalle. Penelope chiuse gli occhi, lasciò che il sole le scaldasse il viso e per un momento sembrò di nuovo giovane.

La Promessa Sottovoce

Una notte, verso la fine di giugno, il dolore tornò cattivo.
Penelope non dormì. Rimase seduta sul letto, le mani premute sullo stomaco, respirando a singhiozzo. Frank e Miguel si alternarono accanto a lei, cambiando pezze fredde, dandole sorsi d’acqua, tenendole la mano.
Verso le quattro del mattino, quando il cielo iniziava a schiarirsi, lei li guardò entrambi e disse con voce bassissima: «Se muoio… non fatemi un funerale triste. Mettetemi un vestito rosa shocking. Ballate. Mettete su Celia Cruz. E dite a tutti che la Pumpkins ci ha provato fino all’ultimo».
Frank annuì, incapace di parlare.
Miguel le strinse la mano più forte.
«Tu non muori ancora», le disse. «Non oggi».
Penelope sorrise debolmente.
«Vedremo, cabron. Vedremo».
E per quella notte, incredibilmente, resistette ancora.

Le Notti che Non Finiscono

L’estate del 2026 si era trascinata lenta e umida su Hialeah come una coperta bagnata.

Penelope passava la maggior parte del tempo sul portico, aveva una sedia a dondolo di plastica che scricchiolava a ogni respiro pesante, un ventilatore da tavolo puntato dritto in faccia, e una bottiglia d’acqua con limone che Frank le cambiava ogni ora.
Una sera di fine luglio, il cielo era color piombo e l’aria odorava di pioggia imminente. Miguel era andato a prendere medicine palliative in farmacia, Frank era rimasto con lei. Seduto sul gradino, fumava una sigaretta vera – quelle che Penelope non poteva più permettersi di inalare – e la guardava di sottecchi.
Penelope aveva gli occhi socchiusi, la testa reclinata all’indietro. Il giallo della pelle era diventato quasi arancione sotto la luce al neon del vicino. Respirava a bocca aperta, piccoli rantoli che sembravano provenire da un motore vecchio.
All’improvviso aprì gli occhi e lo fissò.
«Frankie… dimmi la verità. Quanto mi resta secondo te?».
Frank buttò la sigaretta, schiacciandola col tacco. Si passò una mano sulla faccia, come se volesse cancellare le rughe.
«Non lo so, Penny. I dottori dicono una cosa, il corpo ne fa un’altra. Tu sei… sei diversa».
Lei rise piano, una risata che finì in tosse. Si portò il fazzoletto alla bocca, lo guardò macchiato di rosso chiaro.
«Diversa un cazzo. Sto morendo, Frankie. Lo sento. Lo sento qui», si toccò il fegato con due dita tremanti, «che mi mangia pezzo per pezzo. Ma non voglio crepare piangendo».
Frank si alzò, si avvicinò e si accovacciò davanti a lei. Le prese le mani, fredde nonostante il caldo.
«Allora non piangere. Balliamo. Cantiamo. Raccontami di nuovo quella volta che hai fatto scappare nudo quel russo dal Fontainebleau perché gli hai detto che avevi l’AIDS solo per vedere la sua faccia».
Penelope sorrise, gli occhi lucidi.
«Quello stronzo ha lasciato le scarpe lì. Scarpe da mille dollari. Le ho vendute il giorno dopo a Little Havana».
Risero piano, insieme. La pioggia iniziò a cadere, grossi goccioloni che tamburellavano sul tetto di lamiera.
Miguel tornò in quel momento, bagnato fradicio, con la busta delle medicine in mano. Vide i due che ridevano e si fermò sulla soglia.
«Che c’è da ridere, eh? State festeggiando senza di me?».
Penelope alzò una mano debole verso di lui.
«Vieni qui, cabron. Siediti. Stasera parliamo di quando eravamo giovani e stupidi».
Miguel si sedette sul gradino accanto a Frank. La pioggia aumentò, ma nessuno si mosse. Rimasero lì, sotto il portico, mentre l’acqua scrosciava tutto intorno.
Dopo un po’ Penelope parlò di nuovo, la voce bassa ma ferma.
«Sapete una cosa? Non ho paura della morte. Ho paura del silenzio. Quando non ci sarà più nessuno a dirmi “buongiorno, tesoro” o “muovi quel culo, Pumpkins”. Quando non ci sarà più nessuno a portarmi gelatina al limone o a dirmi bugie per farmi sentire bella».
Frank le strinse la mano più forte.
«Non succederà. Non oggi».
Miguel annuì, serio.
«Non oggi, Penny».
Penelope li guardò uno dopo l’altro, poi chiuse gli occhi e lasciò che la pioggia facesse da sottofondo.
«Bene. Allora restiamo qui ancora un po’. Solo un altro po’».
E rimasero.
Sotto la pioggia d’estate, tre figure sfocate, aggrappate l’una all’altra come relitti in mezzo al mare.
Penelope respirava.
Ancora.
E per quella notte, bastò questo.

Agosto, il Mese della Promessa

Agosto arrivò come un pugno. Il caldo era soffocante, l’umidità entrava nelle ossa. Penelope ormai non usciva quasi più. Si spostava dal letto al portico e ritorno, con Miguel o Frank che la sorreggevano sotto le ascelle come se fosse una bambina che impara a camminare.
Ma dentro di lei c’era ancora fuoco.
Un fuoco piccolo, tremolante, ma vivo.
Una mattina si svegliò presto, prima dell’alba. Il dolore era feroce, ma sopportabile. Si alzò da sola – cosa che non faceva da settimane – e andò in cucina. Prese un coltello, tagliò un mango maturo che Frank aveva portato il giorno prima, lo sbucciò lentamente. Il succo le colò sulle dita gialle.
Tornò in camera con il piatto, si sedette sul letto e mangiò un pezzo. Piano. Senza vomitare.
Quando Miguel entrò per controllare, la trovò così: seduta, con il mango in mano, le labbra sporche di arancione, un sorriso da ragazzina.
«Guarda, Miguelito. Sto mangiando. Sto mangiando davvero».
Lui rimase fermo, incapace di parlare. Poi si avvicinò, le tolse il piatto di mano con delicatezza e le pulì la bocca con un tovagliolo.
«Sei una testona, lo sai?».
«Lo so», rispose lei. «Ma finché mangio... mango... mango sono morta...».

10 giorni al grande botto

Dentro la clinica gratuita l’aria condizionata rantolava come un vecchio motore, mantenendo un freddo umido che penetrava nelle ossa.

Frank e Miguel erano arrivati presto, prima dell’apertura ufficiale, con due caffè da asporto e facce segnate da notti insonni. Penelope aveva avuto una brutta notte: febbre alta, dolori che la facevano gemere anche nel sonno. L’avevano lasciata a casa con una vicina che le cambiava le pezze fredde.
Il dottor Ramirez alzò lo sguardo dalla cartella di Penelope, che teneva aperta sul tavolo. La conosceva bene: l’aveva seguita da quando era arrivata al quarto stadio.
«Frank, Miguel. Sedetevi. Come sta la nostra testona?».
Frank si schiarì la gola. «Male, dottore. Stanotte ha delirato per la febbre. Ma… resiste. È ancora qui. Mangia un po’ di mango, ride alle cazzate di Miguel. I dottori dicevano settimane, poi mesi. Ora siamo a… quanti? Quasi un anno da quando ha preso casa da Miguel. Come cazzo fa?».
Miguel annuì, sporgendosi in avanti.
«Esatto. Metastasi al fegato grosse come arance, stomaco bucato in più punti. Eppure tira avanti. È un miracolo? O c’è qualcosa che non capiamo? E se… se la bombardiamo con terapie aggressive? Chemioterapia pesante, radiazioni, magari roba nuova. Qualcosa per darle altro tempo. O… salvarla».
Il dottor Ramirez sospirò, si tolse gli occhiali e li pulì con l’orlo del camice. Guardò i due uomini con occhi stanchi ma onesti.
«Sentite. Penelope ha un carcinoma endometriale al quarto stadio, metastatico. Fegato, stomaco, probabilmente linfonodi lontani. Le statistiche… beh, le conoscete. La sopravvivenza a cinque anni per casi così è intorno al 15-20%. Mediana di sopravvivenza spesso sotto l’anno, a volte mesi. Con metastasi multiple al fegato e allo stomaco, molti non arrivano a sei mesi dal quarto stadio diagnosticato».
Frank batté un pugno leggero sul tavolo.
«Ma lei c’è arrivata. E oltre. Perché?».
Ramirez si appoggiò allo schienale.
«Perché è Penelope. Non è solo biologia. C’è la volontà. Il corpo a volte risponde in modi che non capiamo del tutto. Forse quella scintilla di “testardaggine” che tiene il sistema immunitario un po’ più sveglio. Ho visto casi rari: pazienti che durano anni contro ogni previsione. Non miracoli divini, ma resilienza umana. Il sistema immunitario combatte ancora, anche se perde. E lei combatte con lui».
Miguel si passò una mano sul viso.
«E le terapie aggressive? Possiamo darle qualcosa di più forte?».
Il dottore scosse la testa lentamente.
«Onestamente? No, non in modo realistico. A questo punto, qualsiasi terapia aggressiva sarebbe inutile. Potrebbe darle settimane, ma il prezzo sarebbe alto: nausea, vomito, debolezza estrema. Il fegato è già compromesso; chemio pesante lo distruggerebbe più in fretta. Radiazioni? Solo locali, per dolore, non curative. Chirurgia per metastasi al fegato? In teoria sì, in centri specializzati. Ma Penelope ha metastasi diffuse, siti multipli, stomaco coinvolto. Non è candidabile. Sarebbe rischioso, inutile, e doloroso».
Frank abbassò lo sguardo.
«Quindi… niente da fare».
«Continuiamo con i palliativi: morfina per il dolore, nutrizione controllata, supporto emotivo. E lei continua a vivere, ci crede, ci prova».
Miguel si alzò, la voce incrinata.
«Quanto, dottore? Realisticamente».
Ramirez esitò.
«Tra dieci giorni potrebbe essere morta».
Frank annuì, si alzò anche lui.
«Grazie, doc. Torneremo a casa e le diremo che è una dura. Che deve provarci ancora».
Uscirono in silenzio. Fuori, il sole accecava.

Miguel si fermò, guardò Frank.
«Le diciamo solo che il dottore ha detto che è speciale. Che resiste perché è la Pumpkins».
Frank sorrise debolmente.

La Paura che irrompe

Era una di quelle sere in cui l’umidità di Miami si appiccica alla pelle come un rimpianto. Penelope era a letto da due giorni quasi filati, il corpo un peso morto che non voleva più obbedire. La febbre saliva e scendeva a ondate, il dolore al fegato era diventato un ronzio costante, come se qualcuno le stesse segando le costole dall’interno. Miguel e Frank si davano il cambio: uno dormiva sul divano sfondato, l’altro vegliava seduto su una sedia di plastica accanto al letto.
Quella sera toccava a entrambi stare lì. Penelope aveva gli occhi aperti, fissi al soffitto macchiato di muffa. Non parlava da ore. Poi, all’improvviso, la sua voce uscì rauca, spezzata.
«Lo so».
Frank si chinò in avanti.
«Cosa sai, Pumpkins?».
«Che manca poco. Che il dottore non mi ha dato speranze. Ce l’avevate scritto in faccia, quando siete tornati dalla clinica, l’ultima volta. Avete cercato di nasconderlo, ma io non sono scema. Lo sento. Lo sento che il corpo sta mollando...».
Miguel abbassò lo sguardo, le mani strette sulle ginocchia.
Penelope girò la testa verso di loro. Gli occhi, un tempo accesi di malizia, adesso erano lucidi di lacrime che non voleva far cadere.
«Ho paura, cabrones. Ho una paura fottuta».
Frank le prese la mano. Era fredda, le dita gonfie per i liquidi che il corpo non riusciva più a smaltire.
«Tutti abbiamo paura, Penny. Ma tu sei stata la più coraggiosa che conosco».
Lei scosse la testa, piano, come se anche quel gesto le costasse fatica.
«No. Non sono coraggiosa. Sono stata testarda. Mi sono illusa. Mi sono illusa di potercela fare. Pensavo: “Se ballo ancora, se mangio un altro mango, se rido alle vostre cazzate, allora il cancro si stufa e se ne va”. Ma non se ne va. Mi sta mangiando. E io… io voglio vivere ancora. Voglio vedere un’altra estate. Voglio sentirmi il sole sulla faccia senza vomitare. Voglio… voglio andare vanti...».
La voce le si incrinò. Una lacrima le scivolò lungo la guancia giallastra, finì sul cuscino.
Poi arrivò la rabbia.
Improvvisa, come un temporale.
«Merda!», gridò, stringendo i pugni deboli sulle lenzuola. «Merda, merda, merda! Perché proprio a me? Ho fatto la puttana per ventanni, ho preso calci in culo da mezzo mondo, ho mandato soldi a una sorella che manco mi ringrazia, ho sorriso a stronzi che mi trattavano come carne da banco… e ora questo? Ora mi tocca crepare in un letto che puzza di piscio e medicine? Non è giusto! Non è giusto, cazzo!».
Sbatté il pugno sul materasso, ma era un colpo senza forza. Solo rabbia che rimbalzava contro le pareti della stanza.
Miguel si avvicinò, le mise una mano sulla spalla.
«Penny…».
«No!», lo interruppe lei, voltandosi di scatto. Gli occhi fiammeggianti. «Non dirmi “va tutto bene”. Non va bene un cazzo! Io voglio vivere! Capite? Voglio vivere! Non voglio essere la vecchia Pumpkins che muore con dignità. Voglio essere viva e incazzata. Non voglio questa merda di addio lento!».
Frank non disse niente. Si limitò a stringerle la mano più forte, lasciando che si sfogasse.
Penelope ansimò, il petto che si alzava e abbassava troppo in fretta. Poi, come se tutta l’energia le fosse uscita di colpo, si lasciò cadere indietro sui cuscini.
«Scusatemi», mormorò alla fine. «Non volevo… non volevo farvi vedere questa parte di me. Ma… ho paura. Ho tanta paura».
Miguel si chinò.
«Non devi scusarti. Hai diritto di incazzarti».
Frank annuì.
«E noi restiamo qui. Non andiamo da nessuna parte. Se vuoi urlare, urla. Se vuoi piangere, piangi. Se vuoi un altro mango, te lo sbucciamo noi. Ma non sei sola».
Penelope chiuse gli occhi. Una pausa lunga, pesante.
Poi, con un filo di voce: «Domani… domani proviamo a uscire sul portico. Anche solo cinque minuti».
Miguel sorrise piano.
«Domani usciamo. Promesso».
Frank le rimboccò la coperta.
«Dormi ora, Pumpkins. Noi vegliamo».
Penelope non rispose. Ma la sua mano rimase stretta nelle loro, un ultimo appiglio in mezzo alla tempesta che le infuriava dentro.
La paura aveva vinto quella notte.
Ma la testardaggine di Penelope non era ancora morta.
Non del tutto.

L'Incontro Inatteso

Era un pomeriggio grigio e appiccicoso, di quelli in cui Miami sembra trattenere il fiato prima di un temporale.

Frank era uscito per fare la spesa, camminava lungo la 49th Street con due buste di plastica che gli segavano le dita, quando lo vide.
Rico.
Rico “El Toro” Vargas, un vecchio cliente dei tempi d’oro, quando Penelope era ancora la regina di Biscayne Boulevard. Rico era un tipo grosso, ex buttafuori, con la pancia che strabordava dalla camicia hawaiana aperta sul petto peloso. Non si vedevano da almeno due anni, forse di più.
Rico lo riconobbe per primo. Si fermò di colpo, gli occhi spalancati.
«Frank? Frank il camionista?».
Frank annuì piano, forzando un mezzo sorriso. Non aveva voglia di chiacchiere, ma non poteva scappare.
«Rico. Quanto tempo».
Rico gli diede una pacca sulla spalla che quasi lo fece barcollare.
«Por Dios, quanto tempo davvero! Senti, dimmi una cosa… Penelope. La nostra Pumpkins. È… è morta, vero? L’ho sentito dire l’anno scorso da un paio di ragazzi al bar. Dicevano che era in fin di vita, cancro ovunque, che non ce l’avrebbe fatta. Povera vecchia. Mi ha fatto male, sai? Era una leggenda. Pensavo… beh, pensavo che fosse morta con la rabbia addosso…».
La voce di Rico si spense, ma gli occhi gli brillavano di una specie di eccitazione nostalgica, come se stesse per tirare fuori un ricordo epico.
Frank posò le buste a terra, si passò una mano sulla nuca sudata. Guardò Rico dritto negli occhi.
«No, Rico. Non è morta».
Rico rimase a bocca aperta, come se gli avessero dato un pugno nello stomaco.
«Cosa? La Pumpkins viva? Ma come? Era in fin di vita un anno fa! Metastasi, fegato andato, stomaco… tutti dicevano che non arrivava all’estate!

È… è incredibile! Un miracolo, cabron! Dov’è? Sta bene? Posso andare a trovarla? Le porto fiori, le porto rum, le dico che…».
Frank alzò una mano, interrompendolo. Il suo sguardo era pesante, stanco, senza traccia di gioia.
«Calma, Rico. Non è un miracolo. È solo… Penelope. Tira avanti perché è testarda come un mulo. Ma non sta bene. Non sta per niente bene. Ha dolori che non ti immagini. Vomita sangue quasi ogni notte. La febbre la fa delirare. Non cammina più da sola da mesi. La pelle gialla, gli occhi infossati. È alla fine. Manca poco. Molto poco».
Rico si sgonfiò visibilmente. La pancia sembrava più pesante, le spalle crollarono.
«Cazzo… pensavo… boh, pensavo che se era viva, allora magari…».
Frank scosse la testa lentamente.
«Non c’è un “magari”. Si parla di giorni, ormai. Con lei non si sa mai, ma… non è più la Pumpkins di una volta. È una donna che sta morendo, Rico. Piano. Con dignità, sì, ma sta morendo. Non è una storia da raccontare al bar con un sorriso. Non è “incredibile” nel senso bello della parola. È solo crudele. Si è spremuta, ma inutilmente».
«Posso… posso fare qualcosa? Venire a trovarla? Dirle che mi ricordo ancora di quella notte al club quando…».
Frank lo interruppe di nuovo, stavolta con voce più bassa, quasi un sussurro.
«No. Non ora. Non è in condizioni di vedere gente. Si vergognerebbe di farsi vedere così. E tu… tu la ricordi com’era prima. Lasciala così».
Rico annuì, gli occhi lucidi. Si passò il dorso della mano sul naso.
«Capito. Dille… dille che Rico El Toro pensa ancora a lei. Che era la migliore».
Frank raccolse le buste.
«Glielo dirò. Grazie, Rico».
Si strinsero la mano, un gesto breve, forte. Poi Frank si girò e riprese a camminare verso casa, le buste che dondolavano piano.
Rico rimase fermo sul marciapiede, a guardare la schiena di Frank che si allontanava. Il temporale finalmente scoppiò, grossi goccioloni che gli bagnarono la camicia hawaiana. Ma lui non si mosse.
Frank arrivò a casa zuppo. Miguel era in cucina, a sbucciare un mango per Penelope.
«Com’è andata la spesa?», chiese Miguel senza alzare lo sguardo.
Frank posò le buste sul tavolo, l’acqua che gocciolava sul pavimento.
«Ho incontrato Rico. Pensava che Penny fosse morta».
Miguel alzò gli occhi.
«E tu?».
«Gli ho detto la verità. Che è viva. Ma non per molto».
Miguel annuì piano.
Penelope, dal letto nella stanza accanto, li sentì. La sua voce arrivò debole, ma chiara.
«Chi era, Frankie?».
Frank entrò in camera, si avvicinò al letto.
«Rico. El Toro. Ti manda a dire che eri la migliore».
Penelope sorrise debolmente, un sorriso che non arrivava agli occhi.
«Lo so».
Penelope chiuse gli occhi.
E mentre fuori la pioggia continuava a cadere, dentro la piccola casa di Hialeah, la Pumpkins ci provava ancora.

Il Ricordo che Brucia

«Allora? Cos’ha detto Rico di preciso?».
«Ha detto che eri una leggenda. Che pensava… beh, pensava che ormai fossi andata via da un pezzo. Che dopo tutto questo tempo, con le voci che giravano, dava per scontato che fossi morta».
Penelope rimase in silenzio per un lungo momento. Poi un sorriso amaro le increspò le labbra screpolate.
«Una leggenda… già.

La leggenda della puttana honduregna con le tette enormi che rideva sempre, la leggenda che si è fatta fottere dal cancro invece che dagli uomini».
Miguel finì di regolare la flebo e le prese la mano.
«Non dire così, Penny».
«Perché no? È la verità. Rico mi ricorda com’ero: la bomba sexy, la regina del locale, quella che faceva impazzire i clienti con due battute e un décolleté. E ora? Ora sono questo.

Una carcassa che respira a stento. E la gente là fuori pensa che sia già sottoterra da un anno. Magari sarebbe stato meglio».
Frank scosse la testa.
«No. Non dirlo. Tu sei ancora qui. E Rico… Rico era contento quando ha saputo che respiri ancora. Anche se poi gli ho spento l’entusiasmo, dicendogli come stanno davvero le cose».
«Sai qual è la cosa peggiore? Avrei voluto dargli ragione.

Morta e basta, come dicevano le chiacchiere da bar.

Ma poi... ci provo ancora, spero, mi dico "ancora un giorno”, "ancora un mango", "ancora voi due stronzi", che mi fate compagnia e provate con me.

Una leggenda, eh?

Beh… se devo essere una leggenda, almeno che sia quella di una puttana che ci prova fino all'ultimo, che non molla niente».

E per quella notte, la Pumpkins ci provò ancora.
Con un mango mezzo mangiato sul comodino, una flebo che sgocciolava piano un po' di energia liquida, e due amici che non la lasciavano sola.

La Voce che Corre

Rico El Toro non era tipo da tenere la bocca chiusa.
Quella stessa sera, dopo aver incrociato Frank sotto la pioggia, entrò al El Rinconcito, il bar di Calle Ocho dove si riunivano i vecchi habitué di Biscayne Boulevard.

L’aria era densa di sigari, il ventilatore al soffitto girava pigro, qualche pezzo di Santana sullo sfondo.
Rico si sedette al bancone, ordinò un Presidente doppio e, senza preamboli, lasciò cadere la bomba.
«Sapete chi ho incontrato oggi? Frank, quello che andava sempre con Penelope Pumpkins. La nostra Penny… è ancora viva, cabrones. Ancora viva».
Il bar si zittì per un secondo, come se qualcuno avesse spento la musica. Poi esplose il brusio.
«Ma dai... era in punto di morte l’anno scorso!», disse uno con la barba grigia, ex cliente fisso.
«Metastasi ovunque, fegato andato, stomaco bucato… tutti davamo per scontato che fosse già al camposanto», aggiunse un altro.
Rico annuì lentamente, sorseggiando la birra.
«Frank mi ha detto che tira avanti a stento. Dolori da pazzi, flebo, non cammina più. Ma respira. Mangia un pezzo di mango ogni tanto, ride quando può. È… è incredibile. La Pumpkins non molla».
Da lì la voce partì come un incendio in un palmeto secco.
Il giorno dopo era già sui gruppi WhatsApp dei tassisti, nelle storie Instagram di qualche ballerina in pensione che postava vecchie foto sgranate di Penelope in topless con la caption: «La regina lotta ancora. Quanto può durare?».
Nei bar di Little Havana e Hialeah la leggenda prese forma vera e propria.
Non era più solo la puttana honduregna con le tette enormi. Era diventata la resistenza incarnata: la donna che aveva detto «no» al cancro per più di un anno quando tutti le davano settimane. Ogni sera qualcuno alzava il bicchiere e diceva: «Alla Pumpkins. Che ci provi ancora».
Altri scuotevano la testa: «È un assedio. Il cancro ha circondato la città, ha tagliato le provviste, ha bombardato le mura. Ma lei non si arrende. Sta tenendo duro come Sarajevo, come Leningrado, come Fort Alamo».
Si iniziò ad aspettare la notizia della morte con il fiato sospeso, non per crudeltà, ma per una sorta di rispetto reverenziale.
Come quando si dà l’onore delle armi a un nemico valoroso che finalmente alza bandiera bianca dopo un lungo assedio.
Nei bar si scommetteva sottovoce: «Vedrete, dura fino a Pasqua». «Io dico che arriva all’estate, solo per dispetto».
Ma nessuno rideva forte.
Quando entrava qualcuno nuovo, la prima domanda era sempre la stessa: «Novità della Pumpkins?».
E la risposta era sempre: «Ancora viva. Ancora ci prova. Se muore, ci avvisano».
Frank e Miguel lo seppero quasi subito.
Un tassista amico di Miguel passò da casa con una busta di empanadas calde e un messaggio: «Dille che tutta Miami sta con lei. Che è diventata una leggenda vera. Che quando arriverà il momento… le faremo un funerale da regina».
Quella sera, mentre Penelope giaceva a letto con la flebo che sgocciolava lenta, Miguel le raccontò tutto.
Penelope ascoltò in silenzio, gli occhi fissi al soffitto.
Poi, con un filo di voce:
«Una leggenda…

Ma sai una cosa, Miguelito?
Non voglio l’onore delle armi.
Non voglio arrendermi.
Voglio che il cancro alzi lui bandiera bianca.
Anche se so che non succederà».
«Allora provaci, Pumpkins. Per fare dispetto a tutti quelli che già preparano i fiori».
Fuori, Miami continuava a pulsare.
Nei bar, gli uomini alzavano bicchieri in suo nome.
E la leggenda cresceva, notte dopo notte, respiro dopo respiro.
La Pumpkins ci provava ancora.
E la città tratteneva il fiato con lei.

Le Domande che Scottano

Nei giorni seguenti all’incontro di Rico con Frank, i bar di Miami si trasformarono in una specie di sala d’aspetto collettiva.

Il nome di Penelope Pumpkins era sulla bocca di tutti. La leggenda aveva preso vita propria, ma ora la gente voleva di più: non solo voci, ma dettagli. Notizie precise sulle sue condizioni, su quanto mancava davvero alla fine, se l’imminente addio era questione di ore o di giorni, e soprattutto se c’era un piano per un’ultima disperata corsa in terapia intensiva

«Se precipita», dicevano, «la portano in ICU? Provano a stabilizzarla con macchine, tubi, roba da film? O la lasciano andare in pace?».
Rico, come un messaggero involontario, alimentava il fuoco. Ogni sera al bancone, con la birra in mano, ripeteva quello che aveva sentito da Frank: «È viva, ma a stento. Dolori da pazzi, flebo continua, non cammina. Ma resiste». La gente annuiva, ma poi partivano le domande: «Quanto manca? Settimane? Giorni? E se crolla del tutto? La portano in ospedale per un ultimo tentativo? Chemio d’urgenza, ventilatori, qualcosa per tenerla un po’ di più?».
Le voci rimbalzavano. Qualcuno giurava di aver visto Miguel al supermercato con una busta piena di medicine: «Sembrava stanco morto. Dice che la fine è imminente, ma lei non molla». Un altro, un ex tassista con la faccia da bulldog, sosteneva di aver parlato con un’infermiera della clinica gratuita: «Niente ICU, dicono. Troppo tardi, troppo costoso. Ma se precipita, chi lo sa? Magari un’ultima corsa per stabilizzarla, per farle guadagnare qualche giorno».
Frank e Miguel lo seppero presto.

Una mattina, mentre usciva, Frank si trovò circondato da tre vecchi clienti fuori dalla porta di casa. Non erano venuti a mani vuote: uno aveva una cassa di mango, un altro una bottiglia di rum honduregno, il terzo solo domande.
«Frank, dicci la verità. Quanto manca davvero? La gente nei bar dice che la fine è imminente. Giorni? Ore?».
Frank sospirò, appoggiandosi al muro.
«Ragazzi, non lo so. Neanche i dottori lo sanno. Penny… è imprevedibile. Sta male, malissimo. Febbre alta, sangue quando tossisce, dolore che non la fa dormire. Ma ride ancora, a volte. Mangia un boccone di mango e ci insulta come ai vecchi tempi».
«E se precipita? Se la situazione crolla di colpo? Avete previsto un’ultima corsa in terapia intensiva? Per stabilizzarla, intendo. Macchine per respirare, farmaci forti, roba per tenerla un po’ di più?».
Frank scosse la testa, lentamente. “Non c’è un piano per quello. La clinica gratuita non ha ICU. E un ospedale vero? Costa una fortuna, e Penny non ha assicurazione. Dice che non vuole finire attaccata a tubi, a vegetare. Vuole andarsene a casa, con dignità. Se precipita… beh, chiameremo l’ambulanza, poi decideranno loro; se qualcuno paga l'ICU, io ce la porterei; ma non c’è un miracolo in vista. Il cancro ha vinto da un pezzo. Stiamo solo… posticipando».
I tre uomini rimasero in silenzio, poi posarono i regali sotto il portico e se ne andarono, promettendo di spargere la voce.
Dentro, Penelope aveva sentito tutto dalla finestra socchiusa. Quando Frank entrò, lei era seduta sul letto, appoggiata ai cuscini; il viso giallo ma gli occhi vivi.
«Quindi ora sono l'argomento forte dei bar, eh? Tutti a chiedersi quanto manca, come se fossi una partita di calcio in overtime».
Frank sorrise debolmente.
«Già. Vogliono sapere se c’è un piano per l’ICU, se proviamo a stabilizzarti all’ultimo».
Penelope rise, una risata rauca.
«Stabilizzarmi? Per cosa? Per altri giorni di questa merda? No, Frankie. Se precipito, lasciatemi andare. Non voglio tubi in gola, macchine che bippano».
Miguel, dalla cucina, annuì.
«Hai ragione, Penny. Niente corse disperate. Solo… tempo. Il tuo tempo».
«Bene. Dite ai bar che la fine è imminente, sì. Ma non oggi. Non ancora».
E fuori, nei bar, la voce continuò a girare: pochi giorni; fine imminente, ma niente ICU eroica. La leggenda della Pumpkins si arricchì di un velo di tristezza rispettosa, come un assedio che si avvicina alla fine, con l’onore delle armi pronto per chi ha resistito fino all'ultimo.
La città tratteneva ancora il fiato.

L'Ecografia a Domicilio

La febbre di Penelope era salita di nuovo durante la notte, un'onda calda che la lasciava tremante e sudata. Miguel aveva chiamato la clinica gratuita all'alba, ma il dottor Ramirez era stato chiaro al telefono: «Portatela in ospedale se peggiora, ma per monitorare le metastasi... beh, nel suo stadio, un'ecografia addominale potrebbe dare un'idea di quanto il fegato e lo stomaco siano progrediti. Ma non cambierà il piano. Solo per sapere».
Frank e Miguel si guardarono. Penelope non voleva muoversi da casa. «Niente ambulanze. Se devo vedere le mie budella marce, fatelo venire qui».
Ramirez acconsentì. Era preoccupato per lei, anche se rimaneva sempre professionale, quando ne parlava.

Arrivò con un ecografo portatile moderno. Controllò tutto con meticolosa attenzione.
«Il referto ve lo mando via email. Ma intanto vi dico quello che ho visto, in modo semplice».
Penelope annuì.
«Il fegato è molto ingrossato. Le metastasi sono diffuse, più grandi rispetto a quelle descritte nelle vecchie cartelle. Alcune superano i 5 cm. C'è ascite moderata – liquido nell'addome – che spiega il gonfiore. Lo stomaco mostra ispessimento della parete e noduli, con probabili perforazioni. Ci sono focolai anche nell'intestino, ma senza ostruzioni acute. Sta progredendo, signora. Non è stabile. Il fegato è quasi al collasso».
Penelope annuì lentamente, come se lo sapesse già.

Quando furono soli, Penelope guardò i due amici.
«Ora lo sapete. Le metastasi hanno preso tutto il fegato. Lo stomaco è un colabrodo. L'ascite mi gonfia come un pallone».
Miguel si sedette sul bordo del letto.
«Penny...».
«Tranquillo... ci provo ancora. Anche sapendo che è quasi finita».
Fuori, la leggenda continuava a girare nei bar: «Hanno fatto l'ecografia a casa. Le metastasi sono peggiorate. Fine imminente».

La Colletta nei Bar

Nei bar di Little Havana e Hialeah non si parlava d'altro: l'ecografia a domicilio, le metastasi che avevano divorato il fegato, l'ascite che gonfiava la pancia, il referto che confermava ciò che tutti temevano.

«È quasi finita», dicevano. «Ma è ancora viva. E se precipita? Non possiamo lasciarla andare senza provare tutto; sarebbe una morte stupida».
Rico El Toro fu il primo a muoversi. Entrò con una scatola da scarpe vuota e un cartello scritto a mano con pennarello nero:

PER LA PUMPKINS – ICU SE SERVE
NON VOGLIAMO CHE MUOIA COME UNA STUPIDA

Posò la scatola sul bancone.
«Chi vuole contribuire? Frank e Miguel dicono che non c'è un piano la per terapia intensiva perché non ha soldi. Ma se crolla, se serve un letto ICU per stabilizzarla, per una chemio tardiva, per qualsiasi cosa che le dia una scossa... facciamolo noi. Tutti insieme».
Non ci fu bisogno di convincere nessuno.
La gente si avvicinò subito.
Un tassista infilò cinquanta dollari.
In due ore la scatola si riempì.
Rico la sigillò con nastro adesivo e scrisse sopra:

PER PENNY – DA TUTTI NOI

PER ICU E RICOVERO D'URGENZA NO A MORTI STUPIDE

Bussarono alla porta di casa di Miguel a Hialeah.
Frank aprì, sorpreso di vedere Rico con la scatola e due accompagnatori.
«Non è molto», disse Rico, porgendo la scatola. «Ma è quello che abbiamo raccolto in poche ore. Nei bar, da tutti quelli che la conoscono o se la ricordano. Per l'ICU, se precipita. Per una chemio tardiva, per qualsiasi cosa che le dia una scossa, anche un giorno in più. Tutti sperano non debba servire. Sperano che la Pumpkins ci provi ancora. Ma se crolla... meglio aggrapparsi a tutto. Non lasciamola andare da stupida».
Frank prese la scatola con mani tremanti. Dentro c'erano banconote stropicciate, foglietti con messaggi scritti a mano: "Per la regina che ci prova", "Che il cancro si stufi prima di lei", "Grazie di tutto, Penny. Ora tocca a noi".
Miguel uscì dalla camera da letto, sentendo le voci. Vide la scatola, capì subito.
«Non so cosa dire», mormorò. «Grazie. Davvero».
Rico gli diede una pacca sulla spalla.
«Non dire niente. Dille solo che Miami è con lei. Che se serve, la portate in ospedale e usate questi soldi per darle una chance in più. Magari una chemio d'urgenza le dà la scossa giusta. O magari no. Ma almeno ci abbiamo provato».
Frank annuì, la gola stretta.
«Glielo dico subito».
Entrò in camera.

Penelope era sveglia, appoggiata ai cuscini, la flebo che sgocciolava lenta.

«Penny... i ragazzi dei bar. Hanno fatto una colletta. Per l'ICU, se serve. Per provare una chemio tardiva, qualsiasi cosa. Dicono che sperano non serva. Che tu ce la faccia da sola. Ma se precipiti... vogliono che ti aggrappi a tutto. Altrimenti sarebbe una fine da stupida, dicono».

«Forse hanno ragione.

Se precipito... usateli. Per una chemio, per un letto decente, per farmi stare un giorno in più. Non per miracolo. Solo per... provarci ancora».
«Lo faremo, Pumpkins».
Nei bar la voce girò: «Hanno i soldi per l'ICU. La Pumpkins avrà la sua ultima chance».
E la città trattenne il fiato ancora più forte.

La Chemio Tardiva

Il giorno dopo la colletta, Frank e Miguel portarono la scatola dei soldi dal dottor Ramirez, alla clinica gratuita.

Non per un miracolo, ma per capire se quei dollari potevano comprare qualcosa di concreto: una chemio tardiva, un ciclo aggressivo in extremis, una "scossa" come dicevano nei bar.
Ramirez li ricevette nel suo ufficio minuscolo, con pile di cartelle e un ventilatore che ronzava inutilmente contro il caldo.
«Avete fatto bene a venire», disse, sistemandosi gli occhiali. «Vediamo cosa si può fare con una "chemio tardiva" in un caso come il suo. Penelope è al quarto stadio, metastasi multiple al fegato e allo stomaco, ascite moderata, fegato compromesso. Non è un caso da chemio curativa. Ma se volete provare un ciclo d'emergenza... parliamone onestamente».
«Nei bar dicono che magari una chemio d'urgenza le dà una scossa. Che rallenta le cose, le dà tempo. È vero?».
Ramirez sospirò, aprendo la cartella.
«In teoria, sì. Per il carcinoma endometriale metastatico avanzato – stadio IV con siti multipli come fegato e stomaco – la chemio palliativa è l'opzione standard quando il tumore è troppo diffuso.

Non mi addentro nella composizione chimica specifica, ma un beneficio modesto ci sarebbe».
Miguel si sporse in avanti.
«Quanto modesto? Quanto tempo in più?».
«Realisticamente? In pazienti con metastasi epatiche e gastriche, la chemio palliativa - non per guarire, ma per tamponare la fine - può aggiungere fino a 8 settimane; nel suo caso, però, non penso più di 4 settimane.

Penelope ha resistito un anno oltre le previsioni, ma ora con un fegato così compromesso, ascite, dolore costante... il beneficio è piccolo e breve: controlla sintomi, rallenta crescita, ma non cura».

Frank deglutì a vuoto.

«Dipende da lei: se vuole "provarci ancora", sì. Ma lo deve sapere: non è una scossa miracolosa. È un modo per posticipare».

Il Crollo

Era notte fonda, in tutti i sensi.
Penelope aveva passato la giornata a pensare alla chemio tardiva.
Verso le 3, un rantolo improvviso la svegliò. Il respiro si fece affannoso, irregolare. L'ascite premeva sul diaframma, il fegato gonfio non filtrava più niente. La febbre schizzò a 40 gradi in pochi minuti. Penelope afferrò la mano di Miguel, che dormiva sulla sedia accanto.
«Non... respiro...», boccheggiò. «Chiama... aiuto...».
Miguel balzò in piedi, il telefono già in mano. Frank si svegliò di colpo, corse in camera.
L'operatore del 911 promise un'ambulanza in 8 minuti.
Le sirene squarciarono la notte di Hialeah. I paramedici entrarono di corsa, la stabilizzarono con ossigeno.

Frank e Miguel la seguirono in macchina.
All'ospedale, la portarono dritta in ICU.
Folla immediata: infermieri, medici, specialisti di oncologia palliativa. Diagnosi rapida: insufficienza respiratoria acuta da ascite massiva e compressione diaframmatica, shock epatico imminente.
La chemio palliativa? I medici dissero: «Possibile un ciclo breve se si stabilizza».
Frank e Miguel firmarono i consensi con mani tremanti. Avevano depositato un patto di convivenza al Comune. I soldi della colletta coprirono il ricovero d'urgenza e il percorso di terapia.

La notizia esplose prima dell'alba.
Rico ricevette un messaggio da un amico paramedico: «La Pumpkins è in ambulanza. La portano in ICU. Crollata stanotte».
In pochi minuti i gruppi WhatsApp dei bar impazzirono.
Entro le 7 la folla si radunò fuori dall'ospedale: portavano fiori, palloncini rosa shocking, bottiglie di rum "per quando esce". Ma sapevano che forse non usciva.
Panico silenzioso: «Quanto manca?», «La chemio la provano?», «I soldi bastano?».
Rico organizzò una veglia improvvisata nel parcheggio: sedie pieghevoli, caffè da asporto, preghiere miste a bestemmie in spagnolo.

Anche i giornali di Miami diedero risalto al caso, nelle edizioni online.

La Leggenda di South Beach: crolla la prostituta honduregna

in lotta contro il cancro terminale, comunità raccoglie fondi per ICU

Penelope "Pumpkins" Rodriguez, 55 anni, nota figura delle notti di Miami,  è stata ricoverata d'urgenza al Jackson Memorial Hospital in condizioni critiche. Diagnosi: carcinoma endometriale metastatico con complicanze epatiche e respiratorie. La comunità di Little Havana e Hialeah ha raccolto migliaia di dollari in poche ore per coprire cure palliative intensive. Amici e clienti storici vegliano fuori dall'ospedale, definendola "la regina che ci prova ancora".

Arrivò pure una troupe televisiva: interviste brevi con Rico ("Era una leggenda. Abbiamo raccolto i soldi perché merita di provarci fino all'ultimo. Speriamo in una chemio che le dia una scossa"), e con altri del quartiere ("La Pumpkins ha il fuoco dentro, vuole provarci a tutti i costi", "Doveva morire un anno fa, è una che strappa tempo").
La storia rimbalzò su CBS Miami: donazioni extra arrivarono in poche ore.
Dentro l'ICU, Penelope era sedata, ventilata, con tubi ovunque.

Frank e Miguel si alternavano al capezzale, tenendole la mano.
Il primario di oncologia palliativa entrò: «Abbiamo drenato 4 litri di ascite. Stabile per ora. Possiamo provare un ciclo palliativo di cosiddetta "chemio tardiva"».

Frank annuì.
«Fate quello che serve. Lei voleva provarci fino alla fine».
Penelope, in un momento di semi-lucidità tra sedazione e morfina, aprì gli occhi quel tanto da vedere i due.
«Ci... provo...», biascicò, attraverso il tubo.
Frank le strinse la mano.
«Lo sappiamo, Pumpkins. Lo sappiamo.

E ormai lo sa tutta la Florida».
Fuori, la folla cresceva.

Miami tratteneva il fiato collettivo.
Non oggi.
Ma forse domani.

Il Jackson Memorial Hospital era diventato il centro di un circo mediatico improvvisato. La folla era cresciuta: oltre duecento persone, con cartelli rosa shocking scritti a mano – "Continua a lottare, Penny!" – e un altoparlante che diffondeva Santana a volume basso, come una veglia laica.
Alle 12:00 in punto, CBS Miami interruppe la programmazione regolare per un bollettino medico in diretta dal parcheggio dell’ospedale. La conduttrice, Ana Quintero, stava in piedi davanti alla telecamera con un microfono in mano, espressione grave ma composta.
«Buongiorno Miami. Siamo in diretta dal Jackson Memorial per un aggiornamento sul caso che sta tenendo col fiato sospeso la nostra città: Penelope "Pumpkins" Rodriguez, la figura iconica delle notti di South Beach, ricoverata in terapia intensiva da ieri notte.

Stiamo per diffondere il bollettino ufficiale dell’ospedale».
La telecamera inquadrò un medico in camice bianco – il dottor Elias Torres, primario di oncologia palliativa – che parlava da un podio improvvisato.
«La signora Rodríguez è stabile, ma ancora in condizioni critiche. Abbiamo effettuato un drenaggio ascitico nella notte, rimuovendo oltre quattro litri di liquido. La respirazione è supportata da ventilazione non invasiva, la febbre è scesa a 38.2 grazie agli antibiotici. Il fegato resta gravemente compromesso dalle metastasi, ma non c’è shock epatico acuto al momento. Stiamo valutando un ciclo di chemio palliativa a basso dosaggio – carboplatino e paclitaxel – per tentare di stabilizzare ulteriormente la malattia e migliorare la qualità di vita residua. La comunità ha fornito un supporto straordinario raccogliendo fondi per coprire queste cure».
Ana Quintero riprese la parola, riassumendo in maniera un po' faziosa: «Il dottor Torres ha concluso dicendo che, nonostante la gravità della malattia, ci sono "nuove speranze" se il corpo risponde alla chemio. Restiamo in attesa di aggiornamenti».
L’ospedale non rilasciò foto o video di Penelope – privacy assoluta – ma la frase “nuove speranze”, molto affrettata, rimbalzò ovunque.

Le edizioni online dei giornali esplosero.

Penelope Pumpkins in ICU: bollettino medico parla di "stabilità critica". Chemio palliativa in valutazione. Comunità in veglia. "Nuove speranze", se il corpo risponde, secondo l’oncologo.

Fine imminente di una leggenda? O ultimo miracolo?

Su X e Instagram le speculazioni morbose dilagarono.
«È morta stanotte e tengono nascosta la notizia per far continuare le donazioni. Classico».
«Balle. Il bollettino dice stabile. Chemio in arrivo».
Foto vecchie di Penelope in topless anni ’90 ripostate con caption: “Se sopravvive è un miracolo. Se muore è una leggenda. Comunque vada, Miami la ricorderà”.
Un account anonimo: «Ho un amico infermiere lì. Dicono che è già in coma irreversibile. Fine imminente».
Ma ci furono anche illazioni rosee.
Un medico in pensione, ex collega del dottor Ramirez, postò su Facebook (condiviso migliaia di volte): «Come oncologo con 30 anni di esperienza, quando un paziente resiste così a lungo contro ogni previsione, a volte c’è una "scossa" inaspettata. La chemio low-dose potrebbe ridurre il carico tumorale quel tanto da dare settimane o mesi di qualità. Non è impossibile. Nuove speranze vere, non slogan».
Rico lesse il post al megafono fuori dall’ospedale: la folla applaudì, qualcuno pianse.

Dentro l’ICU, Frank e Miguel erano esausti.

Penelope aprì gli occh, vide Frank al suo capezzale.
«I giornali...», biascicò, attraverso la maschera dell’ossigeno.
Frank si chinò.
«Stanno tutti con te. Dicono "nuove speranze". La chemio parte domani».
Lei annuì debolmente, un sorriso storto sotto la maschera.
Fuori, la veglia continuava: candele accese sul marciapiede, musica bassa, abbracci tra sconosciuti.
Miami ci provava.

A una settimana dal crollo notturno, Penelope era tornata a casa.
Non era un ritorno trionfale: era uscita dall’ICU ancora fragile.

Un infermiere domiciliare passava due volte al giorno. Il Jackson Memorial aveva approvato il trasferimento in regime palliativo a domicilio grazie ai fondi della comunità e a un protocollo per casi terminali stabili ma non curabili. La chemio palliativa era partita in ospedale e continuava ora a casa: infusioni lente tramite pompa portatile, antiemetici potenti, morfina per il dolore di fondo.
Penelope passava le giornate sul letto sistemato in salotto, finestra aperta sul portico, ventilatore che smuoveva l’aria.

L’ascite era sotto controllo dopo il drenaggio, il dolore meno lancinante grazie alla chemio che aveva ridotto leggermente il carico tumorale sulle metastasi.
Frank e Miguel si alternavano: uno cucinava, l’altro monitorava la pompa. La casa odorava di disinfettante.
I giornali online aggiornavano quotidianamente, come in un serial.
Penelope Pumpkins dimessa dall’ICU: chemio palliativa continua a domicilio. La leggenda di Miami resiste. La comunità continua a donare.
Paziente “lucida e combattiva”, secondo l'entourage.
Nessun bollettino ufficiale nuovo, ma “evoluzione positiva nel breve termine, grazie a supporto palliativo avanzato”.

La storia era diventata nazionale: CNN aveva lanciato un pezzo breve, definendola “il simbolo della resilienza di Miami contro il cancro terminale”.

Quella mattina, il telefono di Rico squillò.

Era l’ufficio del Governatore Ron DeSantis.
Pochi minuti dopo, un comunicato ufficiale uscì sul sito della Florida.
«Il Governatore Ron DeSantis e la First Lady Casey DeSantis si congratulano con Penelope "Pumpkins" Rodríguez per la sua incredibile forza e resilienza nella lotta contro il cancro metastatico. La comunità di Miami ha dimostrato il meglio della Florida: solidarietà, generosità e sostegno incondizionato. Congratulazioni anche al Jackson Memorial Hospital e al team di oncologia palliativa per aver reso possibile la chemio domiciliare, permettendo a Penelope di stare nella sua casa circondata da amici. La Florida continua a investire in innovazione contro il cancro, perché ogni vita merita speranza e dignità. Le nostre preghiere sono con Penelope e con tutti coloro che combattono questa malattia. Non mollate. Provateci».
Rico lo lesse ad alta voce (la veglia si era spostata a casa di Miguel), e la folla applaudì. La strada era stata transennata dalla Polizia di Miami.
Nessuno, però, festeggiava davvero. Il comunicato parlava di “resilienza” e “dignità”, non di “guarigione” o “miracolo”. Era un plauso per la lotta, non per una vittoria.
Anche nei bar la gioia era temperata.
“Bravo il Governatore, ma non parla di salvezza”.

“Dice dignità... speranza... significa che sanno che non ce la fa”.
Altri annuivano: “La chemio a casa è palliativa. Rallenta, non ferma. Settimane, forse mesi se va bene. Ma il fegato è andato, lo stomaco pure”.
Penelope, sentendo i bollettini dalla TV accesa bassa, sorrise stancamente a Frank.
«Il Governatore mi fa i complimenti… chi l’avrebbe detto?

Una vecchia puttana honduregna sul sito ufficiale della Florida».
Frank le sistemò il cuscino.
«Te lo meriti, Pumpkins. Hai fatto parlare tutta Miami. Tutto lo Stato».
Lei chiuse gli occhi, la pompa della chemio che ronzava piano.
“Non è salvezza. Lo so. Ma… ci provo ancora. Ve lo meritate anche voi».
Fuori, la città continuava a parlare di lei.
Dentro, Penelope respirava, infusa di chemio, circondata da amici.
La preoccupazione era sempre tanta.
Non si parlava di salvezza.
Solo di lotta.

Fuori dalla casetta di Hialeah, la tensione non calava mai.

La veglia si era spostata definitivamente lì. Ogni giorno arrivavano facce nuove: vecchi clienti, ballerine che avevano lavorato con lei, tassisti che la scarrozzavano gratis ai tempi d’oro, persino qualche turista incuriosito dalla leggenda che girava sui social.
I segnali erano contrastanti, e questo alimentava l’angoscia collettiva.
Da un lato, il tumore restava feroce.
L’infermiere domiciliare che passava due volte al giorno non nascondeva i fatti: le metastasi al fegato continuavano a crescere, anche se più lentamente grazie alla chemio low-dose; l’ascite tornava ogni 4-5 giorni e richiedeva drenaggio; il fegato funzionava al 20-25% della capacità, i markers tumorali restavano altissimi.
Dall’altro lato, c’era una grande attenzione nelle cure, quasi ossessiva.
L’ospedale aveva assegnato un team dedicato: oncologo palliativo che chiamava ogni mattina, infermiere 24/7 su chiamata, nutrizionista esperto per dieta ottimale. La chemio domiciliare era monitorata con prelievi frequenti; gli antiemetici erano di ultima generazione; la morfina dosata con precisione per tenere il dolore sotto soglia senza sedarla troppo.

Frank e Miguel avevano trasformato la casa in una mini-clinica: maschera dell'ossigeno, pompa per chemio, monitor portatile per valori sempre aggiornati. I fondi della colletta coprivano tutto senza che Penelope dovesse preoccuparsi di un centesimo.
Nei bar gli umori oscillavano come un pendolo.
Rico teneva banco ogni sera: «Il tumore è feroce, cabrones. Non ci raccontiamo storie. Ma guardate quanta gente le sta intorno. Chemio a casa, infermieri che corrono, persino il Governatore che parla di lei. Non è come gli altri casi. Magari… magari... tutto questo le dà una scossa, non lo so; oppure il prossimo mese è morta e addio Pumpkins».
Un tassista scuoteva la testa: «Io ho visto troppi amici andare via così. Il fegato è andato, punto. La chemio rallenta, ma non ferma. Prepariamoci al peggio».
Un'ex ballerina, con gli occhi lucidi: «Io dico che ce la fa a vedere l’estate. Ha resistito un anno quando tutti dicevano settimane. È la Pumpkins. Se qualcuno può dare un calcio al destino, è lei».
Le scommesse silenziose continuavano: «Fine entro Pasqua?», «No, arriva al 4 luglio». Ma nessuno rideva. Erano scommesse tristi, per esorcizzare la paura.
La tensione restava alta.
Pessimismo e cauto ottimismo si alternavano come le maree di Biscayne.
Nessuno parlava di salvezza.
Solo di giorni rubati.

Inter Miami vs. New York Red Bulls, partita valida per la MLS.
Al minuto 67, Lionel Messi riceve palla a centrocampo, dribbla due avversari come se fossero birilli, entra in area e piazza un sinistro secco sotto la traversa. Gol. Lo stadio esplode.
Messi corre verso la tribuna, si ferma davanti alla telecamera principale, si alza la maglia nera con un gesto lento, quasi solenne. Sotto, sulla canottiera bianca, compare una scritta:

PUMPKINS, PROVACI ANCORA!

Lo stadio ammutolisce per un secondo, poi un boato.
La telecamera zooma, il commentatore TV urla: «Messi dedica il gol a Penelope Pumpkins! La leggenda di Miami che lotta contro un cancro terminale! Che gesto, che emozione!».
La gif gira a loop su tutti i social.
Nei bar di Little Havana e Hialeah esplode un applauso collettivo: bicchieri alzati, lacrime, abbracci.
Rico El Toro piange apertamente al bancone: «Quel cabron argentino… ha capito tutto. Ha capito chi è la nostra Penny».

A casa di Miguel, la TV era accesa bassa.
Penelope, sdraiata sul divano-letto con la pompa della chemio che ronzava, vide la scena.
Un sorriso debole le increspò le labbra.
«Quel piccolo stronzo… mi dedica un gol», mormorò.
Frank rispose subito. «Non è piccolo. È il più grande. E ti ha appena dato un altro motivo per provarci».
Penelope annuì, chiudendo gli occhi.

Ma la gioia durò poco.
Quella stessa notte, verso le 2, Penelope peggiorò di colpo.
La febbre tornò a 39.8, il respiro si fece superficiale e rantolante.
Miguel chiamò l’infermiere domiciliare, che arrivò in 20 minuti e dopo un controllo rapido disse: «Non possiamo gestirla qui. Serve pre-intensiva, subito».
Frank compose il 911-
L’ambulanza arrivò silenziosa (senza sirene per non allarmare il vicinato), la caricarono con cura.
Al pronto soccorso la accolsero come una VIP: infermieri che la conoscevano già, medici pronti.
Diagnosi rapida: insufficienza respiratoria, acidosi metabolica (il fegato non ce la faceva più).

La chemio fu sospesa.
Il primario uscì dopo un’ora: «È stabile per ora, ma critica. Il fegato è al collasso terminale. Abbiamo stabilizzato la respirazione e la pressione, ma il timore è un crollo finale nelle prossime 24-48 ore».
Miguel abbassò la testa.
Fuori dall’ospedale, la veglia riprese in piena notte: Rico e una cinquantina di persone con candele, cartelli, la maglia di Messi appesa a un filo teso tra due alberi.
La notizia girò subito: «Pumpkins di nuovo in ospedale. Dopo il gol di Messi… ma ora è grave. Circolano timori di un crollo finale».
I bar rimasero aperti tutta la notte.
Ottimismo sparito.
Solo silenzio, preghiere, bicchieri alzati in silenzio.
La città tratteneva il fiato.
Il timore era palpabile: il crollo finale poteva arrivare da un momento all’altro.

Il team medico multidisciplinare – oncologi palliativi, radioterapisti, intensivisti – si riunì in urgenza nella sala riunioni del Jackson Memorial.

Le immagini dell’ultima TAC addominale erano proiettate sul monitor: il fegato appariva come un campo minato, metastasi multiple che occupavano oltre il 70% del volume, alcune lesioni necrotiche al centro ma altre attive e in rapida espansione, con la prospettiva di vedere agire un vero e proprio killer: l’insufficienza epatica fulminante; se le metastasi continuavano a divorare il fegato a quel ritmo, Penelope poteva andare in coma epatico entro 12-24 ore, forse meno.
Il radioterapista capo, la dottoressa Sofia Vargas, parlò per prima.
«Non c’è più tempo per chemio sistemica. Il fegato non regge un altro ciclo. L’unica opzione realistica per provare a guadagnare tempo è una radioterapia stereotassica corporea (SBRT) massiccia, localizzata sulle lesioni dominanti. Alta dose frazionata – in 3-5 sedute ravvicinate – per necrotizzare le metastasi più grandi e ridurre il carico tumorale sul fegato. Non è curativa, non è nemmeno palliativa standard a questo stadio. È un intervento disperato: "debulking" radioterapico per "addormentare" le lesioni e rallentare il collasso epatico».
Il primario di intensiva incrociò le braccia.
«Non credo ci siano alternative: la signora sta morendo.

Quanto può guadagnare?».
«Con la SBRT… forse guadagniamo giorni, una settimana, due se va bene. Tempo per dirsi addio, almeno».

Rico ricevette un messaggio da un infermiere amico: «Radioterapia d’urgenza massiccia sul fegato. Dicono che altrimenti muore entro poche ore».
In pochi minuti i bar esplosero di ansia palpabile.
Rico parlò al megafono: «La stanno bombardando con un raggio sul fegato. È l’ultima spiaggia. Se funziona, le dà tempo. Se no… poche ore. Pregate, cabrones. Pregate forte».
Le edizioni online si accesero come fuochi d’artificio.
«Penelope Pumpkins: radioterapia d’urgenza massiccia sul fegato per tentare di fermare il collasso terminale. La leggenda di Miami in bilico tra la vita e la morte».
«Corsa contro il tempo: la Pumpkins sottoposta a SBRT ad alta dose per "addormentare" le metastasi epatiche. Fonti interne: "È l’ultima chance disperata". La comunità in lacrime. Miami trattiene il fiato».
«Da Messi a un bombardamento radioterapico: la lotta estrema della Pumpkins. Medici optano per terapia estrema localizzata: "Altrimenti muore entro ore". La città in ansia: riuscirà la regina delle notti a sopravvivere a questa ultima battaglia?».
Titoli a effetto: “Pumpkins ai calci di rigore contro il Cancro: ci vorrebbe Messi”, “Ore contate per la Leggenda di Miami: il dramma in diretta, minuto per minuto”,
“Pumpkins in bilico: radioterapia disperata per ore contate d'agonia”.

La prima sessione di SBRT era finita da meno di un’ora.
Penelope era stata riportata in pre-intensiva.

Il primario di oncologia palliativa, il dottor Elias Torres – lo stesso che aveva parlato in conferenza stampa giorni – entrò nella stanza alle 20:15.

Si avvicinò al letto, controllò il monitor, poi si sedette piano sulla sedia di plastica.
Penelope lo fissò attraverso la maschera trasparente. La voce uscì debole, spezzata dal respiratore, ma carica di una forza che sembrava venire da un altro corpo.
«Dottore… Elias… dimmi la verità.
Come è andata?
Le metastasi… si sono addormentate un po’?».
Torres esitò.
«La prima dose è stata consegnata con precisione. Ma Penelope… lo sai. Non è una cura. È un tentativo di guadagnare tempo. Ore, giorni, forse una settimana se il fegato risponde».
Penelope chiuse gli occhi per un secondo, poi li riaprì.
«Ho lottato da pazzi per trascinarmi fino a qui.
Da quando ho scoperto il cancro all’utero… ho continuato a lavorare, a sorridere, a prendere clienti quando il dolore mi piegava in due. Ho ignorato i dottori che dicevano "ferma tutto". Ho mangiato mango quando vomitavo sangue. Ho ballato dal letto quando non riuscivo a stare in piedi.
Ho resistito un anno e mezzo quando tutti davano settimane.
Mi dispiacerebbe… mi dispiacerebbe perdere tutto proprio adesso».

La voce le si incrinò. Fece una pausa, inspirò a fatica attraverso il reaspiratore.
«Fuori da quella finestra… c’è gente che ci crede ancora.
Rico, Frank, Miguel, i bar, Miami intera.
Hanno raccolto soldi, hanno vegliato, hanno pianto per me.
Messi ha scritto il mio nome sotto la maglia, cazzo.
Messi.
Proprio sicuro che non c’è niente... da fare...?
Niente...?
Non dirmi che è finita.
Non dirmelo guardandomi negli occhi...».
Torres abbassò lo sguardo. Le mani gli tremavano leggermente sul bordo del letto. Era un medico abituato alla morte, ma quella donna – quella vecchia prostituta honduregna con i capelli tinti e le unghie rosa shocking – lo stava spezzando.
«Penelope… io… vorrei poterti dire che c’è una via d’uscita.
Vorrei dirti che la SBRT farà miracoli, che il fegato si rigenererà, che domani ti svegli e cammini.
Ma il tuo fegato è al 15-20% della funzionalità normale. Le metastasi sono ovunque. Se la seconda frazione di radio non rallenta il tumore... potresti andare in coma nelle prossime ore.
Non c’è un altro percorso per casi così avanzati.
Quello che possiamo fare è continuare il supporto: antibiotici, albumina, vasopressori, trasfusioni se serve. E finire le frazioni di radioterapia se il corpo regge.
Ma onestamente… è un ponte verso il comfort care.
Non una strada verso la salvezza».
Penelope lo fissò a lungo, delusa. Il monitor bippava piano.
«Mi dispiace…», mormorò, la voce che usciva strozzata attraverso la maschera. «Ma mi aspettavo di più.
Non so… un "forse"... un "potrebbe succedere qualcosa di inaspettato"... una di quelle frasi che i dottori tirano fuori quando non sanno più che cazzo inventare. Invece mi dici "ore, giorni, forse una settimana". Come se stessi leggendo il manuale».
Fece una pausa, inspirò a fatica.
«Io non ci sto a morire così».
Le parole uscirono basse, ma taglienti. Non era rabbia urlata, era una stanchezza feroce, una delusione che pesava più del dolore al fegato.
«Ho resistito a tutto. E ora… ora mi dici che è un ponte... verso il comfort care? Che è finita?».
Torres abbassò di nuovo lo sguardo.

Quella donna lo stava mettendo in imbarazzo in un modo che non gli era mai capitato. Non sapeva che dire. Non c’era protocollo per questo.
Penelope continuò, la voce sempre più debole ma ostinata.
«Non mi date speranze… proprio nessuna?
Nemmeno una bugia bianca?
Niente?».
Torres deglutì. Sentiva il collo sudato. Aprì la bocca, la richiuse. Poi, quasi per riflesso, inventò qualcosa, non una bugia vera e propria, ma una mezza frase, un appiglio fragile che buttò lì perché il silenzio era diventato insopportabile.
«Penelope… ascolta.
Non è che non ci sia niente.
La SBRT… a volte, in pazienti con una resilienza come la tua, ha creato… finestre.
Non aperture enormi, non miracoli.
Ma finestre.
Giorni in cui il tumore rallenta, il fegato riprende un filo di funzione, il corpo… respira.
Non lo dico per illuderti. Lo dico perché l’ho visto.
Una volta, una donna con metastasi epatiche diffuse come le tue… dopo tre frazioni di SBRT ha avuto dieci giorni quasi normali. Ha mangiato, ha riso, ha salutato i figli.
Non è successo spesso. Ma è successo».
Si fermò, si rese conto di quanto suonasse debole. Si passò una mano sul viso.
«Non ti sto promettendo dieci giorni.
Non ti sto promettendo niente di concreto.
Sto solo dicendo… che tu sei diversa.
Hai già battuto ogni statistica.
Se c’è qualcuno che può aprire una finestra… sei tu».
Penelope lo guardò. Non sorrise. Non pianse. Solo annuì piano, come se stesse pesando quelle parole su una bilancia invisibile.

Poi parlò. «Io non voglio salutare nessuno… voglio tirare avanti.
Questa finestra… può darmi una speranza?
O è solo un modo carino per dirmi... che sto morendo come una stupida?».
Torres sentì il cuore stringersi. Non aveva risposte vere da darle. Non c’erano sperimentazioni aperte, non c’erano terapie miracolose che potessero agire in tempo. Ma non poteva lasciarla lì, con quel vuoto negli occhi. Così inventò un’altra mezza verità, la voce bassa, quasi un sussurro.
«Penelope… la finestra non è garantita, lo sai.
Ma in casi come il tuo – pazienti che hanno già ribaltato ogni previsione – a volte si apre più larga di quanto ci aspettiamo.

Tu hai già fatto l’impossibile più di un volta.
Forse… forse questa radioterapia ti dà una nuova possibilità di lottare».
Penelope lo fissò per qualche secondo.
In quel momento la porta si aprì.
Entrò un infermiere: alto, sulla quarantina, barba curata, badge di cortesia che diceva “Carlos".
Non era un medico, non aveva titoli altisonanti, ma aveva visto più morti e più lotte di quasi tutti i dottori del piano.
«Dottore, c’è bisogno di lei in sala riunioni».
Torres annuì, sollevato come se gli avessero tolto un macigno dalle spalle.
«Vado subito. Carlos… resta con lei un minuto, per favore».
Uscì in fretta, lasciando la porta socchiusa.
Carlos si avvicinò al letto e si sedette sulla stessa sedia dove era stato Torres.
Penelope lo guardò. Conosceva Carlos. Con lui non c’erano giri di parole.
«Dimmi la verità, Carlos.
Niente finestre, niente storie.
Quanto manca davvero?».
Carlos sospirò, si passò una mano sulla barba.
«Penny… il fegato è quasi andato.
La SBRT può dare un colpo alle lesioni più grosse, può rallentare il sanguinamento interno, può farti guadagnare un po’ di lucidità.
Forse due giorni. Forse quattro.
Forse una settimana se il corpo risponde come un mulo testardo, e tu lo sei.
Ma non è una cura.
Non ti rimette in piedi.
Ti dà tempo per… respirare.
Quindi se vuoi tirare avanti… tira».

Penelope lo fissò.
Per un lungo momento non disse niente.
Il monitor emetteva bip regolari, quasi ipnotici.
Poi, con una voce che sembrava venire da molto lontano, spezzata ma tagliente: «Anche tu… mi deludi».
Carlos si irrigidì leggermente. Non se l’aspettava. Non da lei, non ora.
«Non mi bastano giorni… io ho bisogno di mesi, capisci?
Mesi.
Se non sai aiutarmi… lasciami sola...».
Le parole caddero pesanti nella stanza.
Non era un urlo. Era un congedo calmo, quasi gentile, ma definitivo.
Carlos abbassò lo sguardo. Sentì un nodo in gola.
Aveva visto centinaia di pazienti arrivare a quel punto: la rabbia, la negazione, il baratto con il destino.
Ma con Penelope era diverso. Lei non implorava. Ordinava.
E lui, per la prima volta in tanti anni di lavoro, non sapeva cosa rispondere.
«Penny… io…».
Lei chiuse gli occhi.

Non voleva sentire altro.

Carlos rimase fermo ancora qualche secondo.
Poi si alzò lentamente.
Uscì senza aggiungere altro.
La porta si chiuse piano alle sue spalle.
Penelope rimase sola.
Gli occhi chiusi.
Dentro di lei, la rabbia si mescolava alla stanchezza.
Non voleva giorni.
Voleva mesi.
Voleva vita.
Ma la vita, ormai, le dava solo ore contate.
Fuori, nei corridoi, Carlos si appoggiò al muro per un momento.
Aveva deluso anche lui stesso.
La notte continuava.
Penelope respirava.
Ci provava ancora.
Non oggi.
Ma forse non per molto.

La notte tra il 5 e il 6 aprile si trascinò lenta e crudele nella pre-intensiva del Jackson Memorial.
Il respiratore sibilava senza sosta, pompando aria nei polmoni che ormai faticavano a espandersi da soli. Il fegato, bombardato dalla prima dose di SBRT, non dava segni immediati di cedimento ulteriore, ma nemmeno di miglioramento: la bilirubina saliva ancora, l’encefalopatia epatica cominciava a insinuarsi come nebbia nei pensieri.
Penelope era sveglia a intermittenza.
Il corpo era un campo di battaglia: dolori lancinanti al fianco ogni volta che inspirava troppo, nausea che saliva a ondate anche a stomaco vuoto, prurito insopportabile sulla pelle giallastra, tremori leggeri alle mani. Ogni tanto un rantolo le sfuggiva, un suono gutturale che faceva voltare gli infermieri. La morfina la teneva appena sotto la soglia del delirio, ma non abbastanza da spegnere il fuoco dentro.
Eppure, nei momenti di lucidità relativa, fantasticava.
La mente, affamata di vita, le dipingeva scenari impossibili.
“Domani… domani mi sveglio e la febbre è scesa”, gli occhi socchiusi verso il soffitto illuminato dal bagliore verde dei monitor. “La SBRT ha funzionato… le metastasi si sono addormentate per sempre... mi salvo...”.
Ma poi arrivava un’ondata di dolore, un crampo al fegato che le toglieva il fiato.
La fantasia si incrinava.

La lucidità scivolava via.
La nebbia dell’encefalopatia le offuscava i pensieri.
Parlava a intermittenza, mescolando spagnolo e inglese, ricordi e allucinazioni.
«Non voglio morire… non voglio… ho ancora notti da vivere… salvatemi… salvatemi almeno a parole… ditemi che ce la faccio…».

Fuori, la stampa drammatizzava senza ritegno.
«Penelope Pumpkins: condizioni in peggioramento rapido. Fonti ospedaliere: "Ore contate, possibile annuncio imminente del decesso". La SBRT non ha ancora invertito il declino epatico».
«La veglia all'ospedale continua sotto la pioggia. Medici riservati, ma voci interne parlano di "crollo imminente". La leggenda di Miami potrebbe lasciarci nelle prossime ore».
Su X e Instagram: “È finita. RIP Pumpkins”.
Foto vecchie di lei sorridente con caption: “Ore e poi l’annuncio. Miami perde una regina».
Qualche post ancora ottimista: “No, non è vero. La Pumpkins ci prova sempre”. Ma venivano sommersi da commenti pessimisti.
Nei bar, silenzio tombale.
Rico sedeva al bancone con un bicchiere intatto.
«Nessuno dice niente. Aspettiamo.

Nessuna nuova, buona nuova; in questi casi.
Se arriva la chiamata… beviamo in suo onore.
Ma finché non arriva… vuol dire che lei ci prova ancora».
Dentro la pre-intensiva, Penelope delirava piano.
«Mesi… voglio mesi…».
Ci provava ancora.
Ma le ore ticchettavano implacabili.

Mentre Penelope delirava nella pre-intensiva, aggrappata alle sue fantasie, X era in fiamme.

La notizia del peggioramento rapido, la SBRT disperata e le voci di “ore contate” avevano scatenato un’ondata di post che mescolavano dolore, rabbia, speranza ostinata e meme strazianti.

Dolore e addii anticipati: "È grave. Medici dicono ore. Non riesco a crederci. Penny, se leggi questo: grazie per tutto. Hai fatto sognare una generazione intera. RIP queen se devi andare. Ma provaci ancora un po’".
Rabbia e negazione: “La stampa dice "ore contate" da due giorni. Hanno sbagliato tutto da mesi. Penny ha già battuto ogni previsione. Non fidatevi dei titoli a effetto. Lei ci prova ANCORA". “Basta con "annuncio imminente". Hanno detto le stesse cose una settimana fa. È la Pumpkins, cazzo. Il cancro non la batte così facile. Forza reina!”.
Teorie e speculazioni morbose: “È già morta e lo tengono nascosto per evitare contestazioni. Classico di un ospedale”. “Se sopravvive al Jackson Memorial questa è una santa, buttate fuori un santo dal calendario e inserite lei”.
Il web non dormiva.
Aspettava l’annuncio.
O un miracolo.
Non oggi.
Ma le ore continuavano a scorrere.

Il telefono nella sala riunioni del primario di oncologia palliativa squillò con un suono interno riservato alle linee protette.
Il dottor Elias Torres rispose, pensando fosse un aggiornamento dal laboratorio. Invece era la voce di un funzionario: «Dottor Torres? Un momento per il Governatore DeSantis, prego».
Torres sentì il cuore accelerare.
«Buongiorno, dottore. Ron DeSantis. Spero di non disturbare».
Torres balbettò un «No, Governatore… assolutamente».
DeSantis andò dritto al punto, tono cordiale ma con quella nota di pressione che non lasciava spazio a fraintendimenti.
«Ho seguito la storia di Penelope Pumpkins. Tutta la Florida la segue. È diventata un simbolo. Resilienza, comunità, lotta contro il cancro.
Mi piacerebbe molto poter annunciare che, grazie all’eccellenza del nostro sistema sanitario – e del Jackson Memorial in particolare – siamo riusciti a prolungare la sua vita in modo significativo. Sarebbe un messaggio potente: "In Florida non molliamo nessuno".
Vorrei passare di persona oggi pomeriggio, portare fiori, fare una foto discreta al suo capezzale, se lei è d’accordo. Ma ho bisogno che… si dia una spinta. Che si trovi un modo per stabilizzarla ancora per un po’.
Capisce cosa intendo, dottore?
Sarebbe un successo per tutti. Per lei, per l’ospedale, per lo Stato.

Altrimenti sarebbe una grossa figura di merda, per così dire».
Torres rimase in silenzio per un secondo di troppo.
Poi: «Governatore… stiamo facendo tutto il possibile. La SBRT è in corso, ma il fegato è al collasso terminale. Le metastasi…».
DeSantis lo interruppe gentilmente.
«Lo so. Ho letto i bollettini. Ma a volte basta un piccolo extra. Un consulto con specialisti fuori dallo Stato, una terapia sperimentale accelerata, qualsiasi cosa.
Vi do carta bianca. Chiamate chi serve. Io posso muovere fili anche a Washington se necessario.
Sarebbe una vittoria per la Florida».
La chiamata finì.
Torres posò il ricevitore con la mano che tremava visibilmente.

Ma nessuno lo vide.

La notizia della telefonata si sparse in pochi minuti tra lo staff.
Il primario di terapia intensiva, la dottoressa Vargas (radioterapista), l’oncologo di riferimento e il direttore medico si riunirono subito.
«Il Governatore vuole prolungare l’agonia della Pumpkins come forte immagine politica: la donna coraggiosa salvata dallo Stato che lui governa molto bene, mantenendo ad alti livelli il sistema sanitario.

Vuole portare fiori, scattare foto, un annuncio di miglioramento. Se non ci riusciamo… temo ci saranno punizioni. Non subito; ma fra un mese qualcuno potrebbe lavorare a Seattle; e poi budget tagliati, indagini interne, carriere finite».
La Vargas incrociò le braccia.
«Dispiace per il Governatore, ma non possiamo inventare miracoli. Il fegato è andato. La SBRT ha necrotizzato una lesione grossa, ma le altre stanno ancora producendo tossine. Encefalopatia in arrivo».
Il direttore medico, un uomo sulla sessantina con trentanni di ospedale alle spalle, si passò una mano sul viso.
«Eppure… dobbiamo spremerci le meningi. Se il Governatore chiama personalmente, significa che è disposto a muovere risorse. Contattiamo il Cancer Center a Tampa per un consulto urgente in telemedicina. Vediamo se c’è un trial compassionevole, o disponibilità di una chemio-embolizzazione epatica, anche se è borderline.
Chiediamo autorizzazione FDA accelerata per un farmaco off-label.
E per l’encefalopatia: albumina continua.
Non è realistico, ma dobbiamo provare. Altrimenti finiamo sui giornali: "Il Jackson Memorial affonda la leggenda Pumpkins, i fondi dello Stato finiti nelle mani sbagliate. Il Governatore si era prodigato per salvarla".
L’ansia era palpabile.
Nessuno voleva essere il capro espiatorio del sistema politico.
Ma nessuno voleva nemmeno torturare Penelope con cure inutili.

Quasi per un gioco del destino, le cose presero una piega inaspettata.
La seconda frazione di SBRT mostrò un effetto precoce sorprendente: l'ecografia bedside rivelò una riduzione del 25% rispetto al volume delle lesioni target più grandi. La bilirubina smise di salire. L’encefalopatia, che stava per diventare coma, si fermò a stadio 2: Penelope tornò più lucida, riuscì a rispondere a monosillabi.

Torres entrò nella stanza con un sorriso cauto.
«Penny… l’ecografia è buona. La radioterapia ha colpito duro le metastasi principali. Il fegato… sta tenendo. Non è un miracolo, ma… abbiamo guadagnato tempo.
E poi il Governatore vuole venire a trovarti. Portarti fiori. Se sei d’accordo».
«Fiori… dal Governatore.
Chi l’avrebbe detto.
Digli di sì»

DeSantis arrivò scortato da sicurezza discreta.
Entrò nella stanza con un mazzo di rose color rosa shocking.
Penelope, seduta sul letto con ossigeno al naso, lo guardò con un mezzo sorriso.
«Governatore… grazie per i fiori».

Il servizio di Stato scattò foto ufficiali.

La notizia uscì subito: «DeSantis visita Pumpkins: "La Florida combatte con lei". Condizioni in lieve miglioramento dopo radioterapia massiccia».
Nei bar esplose un boato.
Rico alzò il bicchiere: «La Pumpkins l'ha fatto ancora! Settimane! Provaci sempre, reina!».
Penelope, rimasta sola dopo la visita, chiuse gli occhi.
Sapeva che non erano mesi.
Sapeva che era solo una finestrella.
Ma per ora… respirava.
Ci provava.

La visita del Governatore era finita da meno di un’ora.

DeSantis se n’era andato con la sua scorta, le rose ancora sul comodino di Penelope, e una foto che già girava sui social ufficiali della Florida: “Il Governatore con una guerriera vera. La Florida combatte con te, Penelope!”.
Ma dentro la sala riunioni del Jackson Memorial l’atmosfera era tuttaltro che trionfale.
Il direttore medico, il dottor Harold Ramirez, batté il pugno sul tavolo.
Gli altri – Torres, Vargas, l’intensivista capo – erano lì, esausti, tesi.
«No», disse Ramirez con voce ferma. «Non ci fermiamo qui.
Il Governatore ha messo pressione politica, sì. Ma non è solo per quello.
Abbiamo visto un miglioramento dopo la seconda frazione di SBRT. Bilirubina stabile, encefalopatia non progredita.
È una finestra. Piccola, ma c’è.
E noi la teniamo aperta con tutto quello che abbiamo.
Anche i rimedi disperati emersi in riunione.
Tutti».
Torres si passò una mano sul viso.
“Dottore, il farmaco off-label è molto rischioso. E il TACE – chemio-embolizzazione transarteriosa – in un paziente con insufficienza epatica terminale? La letteratura dice che è controindicato oltre il 50% di coinvolgimento metastatico. Qui siamo al 70-80%.».
Ramirez lo fissò.
«La letteratura dice anche che la sopravvivenza mediana in questi casi è di giorni. La Pumpkins ha già superato settimane. Se non proviamo, perdiamo la finestra. E perdiamo anche la faccia».
Vargas intervenne, cauta.
«Tampa ha risposto al consulto telemedico. Dicono che possono fornire un nuovo protocollo, ma con alto rischio di tossicità epatica. FDA ha assicurato okay rapido per uso compassionevole, grazie alle pressioni dello Stato».
Ramirez annuì.
«Allora procediamo.
TACE selettivo domani mattina sulle lesioni dominanti residue, con farmaco sperimentale a dose ridotta».
Torres scosse la testa, ma non protestò più.
Ramirez uscì per primo, diretto alla stanza di Penelope.
La trovò sveglia, ma confusa.
Frank e Miguel erano ai lati del letto.
«Penny, abbiamo deciso di spingere.
Altri farmaci, altre procedure.
Rischiosi, ma… potrebbero darti tempo.
Forse quei mesi che vuoi».
Penelope lo fissò, gli occhi accesi di speranza.

Uscì.
Nel corridoio, si appoggiò al muro per un momento.
Sapeva che stava giocando con il fuoco.
Ma la pressione – dal Governatore, dalla comunità, da Penelope stessa – era troppa.
Le infusioni partirono quella sera.
La stampa titolava: «L'ospedale della Florida spinge al massimo: cure estreme per Pumpkins, speranza di settimane in più».
Penelope, nel suo letto, chiuse gli occhi.
Sentiva lo sgocciolio della flebo come un ticchettio di orologio.
Fantasticava ancora: mesi, forse anni...
Ma sapeva, in fondo, che erano tentativi disperati.
Tentativi di prolungare l’agonia, come aveva detto il Governatore.
Ci provava ancora.
Ma il tempo stringeva.

La TACE selettiva era andata bene, meglio di quanto chiunque osasse sperare.
Nessuna complicazione acuta: solo febbre moderata (38.4) e nausea.
L’ecodoppler post-procedura mostrava effetti positivi.
Penelope era euforica.
Ora voleva la mappa completa della guerra.
Non voleva farsi sorprendere su altri fronti.
Alle 11:00, quando Torres e Ramirez entrarono insieme per il giro mattutino, lei era seduta sul letto con due cuscini dietro la schiena, il viso ancora giallo ma gli occhi più chiari, meno velati dall’encefalopatia.
«La TACE è andata», disse Ramirez con un cenno di sollievo. «Abbiamo tamponato il fegato. Le lesioni grosse sono in necrosi. Guadagniamo tempo».
Penelope annuì piano.
Ma non sorrise.
La voce uscì rauca, determinata.
«Bene.
Ma non mi basta il fegato.
Voglio sapere tutto.
Voglio la mappa.
L’utero, quello primario, dove è iniziato tutto.
Lo stomaco.
I focolai all’intestino che avete visto alla TAC di due settimane fa.
Ditemi l’evoluzione su ogni fronte.
Non voglio che mentre festeggiamo il fegato, un altro tumore mi sfondi da dietro.
Tamponiamo tutti i fronti.
Ditemi che possiamo farcela… su tutti i lati».
Torres e Ramirez si guardarono.
Era la prima volta che Penelope chiedeva un aggiornamento sistematico, quasi clinico.
Non implorava più speranze con le parole.
Voleva fatti.
Voleva strategia.
Torres prese la cartella digitale.

«Partiamo dall’utero, il primario endometriale.
Non è cresciuto. Anzi, dalle immagini, sembra leggermente ridotto in volume.
La SBRT non l’ha toccato direttamente, ma gli effetti sono arrivati anche lì.

Non è sparito, ma non è esploso.
Stabile-aggressivo, ma non in progressione rapida».
Penelope annuì.
«Quanto allo stomaco... metastasi multiple sulla parete gastrica.
Non si è ridotto, ma non sta peggiorando velocemente».
Penelope inspirò piano.
«I focolai... sono tre, uno in leggero incremento, gli altri due stabili.
Nessuna ostruzione, nessun sanguinamento acuto.
Rischio di perforazione sempre presente, ma non aumentato.
Fronte sotto controllo, non in avanzamento».
Penelope rimase in silenzio per un lungo momento.
Poi parlò, la voce bassa ma ferma.
«Allora… non sono finita...
Il fegato ha tenuto con TACE.
L’utero rallenta.
Lo stomaco si difende.
L’intestino non attacca.
È una tregua.
Non una vittoria.
Ma una tregua importante».
Ramirez annuì.
«Esatto.
Una tregua guadagnata con cure disperate».
Penelope guardò fuori dalla finestra.
La pioggia era cessata.
Un raggio di sole filtrava tra le tende.
«Va bene.
Tamponiamo tutti i fronti.
Non mi faccio sorprendere.
Voglio la salvezza…».
La stampa titolava: «Pumpkins stabile e sotto controllo dopo TACE – speranza di settimane in più».
Miami tratteneva il fiato, ma ora con un filo di luce in più.

La TACE aveva lasciato Penelope esausta ma lucida, con una febbre bassa che non saliva più e un colore della pelle che sembrava meno velenoso.
Il respiratore era stato tolto del tutto per brevi periodi: riusciva a respirare da sola per 30-40 minuti prima di stancarsi.
Frank e Miguel erano usciti per un caffè veloce, lasciando la stanza silenziosa.
Il dottor Harold Ramirez entrò per il controllo serale.
Si avvicinò al letto con la cartella in mano, ma Penelope lo fermò con un gesto debole della mano.
«Dottore… Harold».
Ramirez si sedette.
Era la prima volta che lo chiamava per nome.
Penelope lo guardò dritto negli occhi.
La voce era rauca, ma carica di una gratitudine feroce, quasi dolorosa.
«Grazie.
Grazie per non avermi mollato.
Per aver insistito con quelle cure impossibili.
Per avermi dato questa tregua.
Se non fosse stato per te… sarei già andata.
Lo so.
Lo sento».
Ramirez abbassò lo sguardo, imbarazzato.
«Penny, è il mio lavoro.
E tu… tu sei stata una paziente che non si arrende.
È merito tuo».
Penelope scosse la testa piano.
Si chinò in avanti quanto poteva, le mani tremanti che afferrarono il bordo della coperta come se quasi volesse inginocchiarsi, anche se il corpo non le permetteva di muoversi.
«No.
Ascoltami.
Ti ringrazio in ginocchio.
Davvero.
Ma non è abbastanza.
Questa tregua… non mi basta.
Voglio un piano.
Un piano vero per la mia salvezza.
Non mesi di agonia prolungata.
Non "settimane solide".
Controllo definitivo sulla malattia.
Fermare le metastasi prima che diventino ingestibili di nuovo.
Tamponare non è vincere.
Ma io voglio vincere.
Fermarle.
Bloccarle.
Far sì che non crescano più.
Che il corpo le tenga a bada per sempre, o almeno per anni.
Se ci riesci…
se mi dai questo…
diventerò tua moglie».
Ramirez rimase immobile.
Le parole caddero nella stanza come pietre.
Non era una dichiarazione romantica.
Era un’offerta disperata, assoluta, quasi sacra: la sua vita in cambio di un miracolo medico.
Un patto con il destino, sigillato con l’ultima cosa che le restava: sé stessa.
Ramirez deglutì.
La gola gli si strinse.
Vide negli occhi di lei non follia, ma una determinazione che lo spaventava.
«Penny… io non sono Dio.
Non posso promettere il controllo definitivo.
Il carcinoma endometriale metastatico al IV stadio con coinvolgimento multiorgano… la letteratura dice che la remissione completa è rarissima.
Quasi impossibile a questo punto».
Penelope non batté ciglio.
«Allora fai l’impossibile.
Hai già fatto l’impossibile una volta.
Hai spinto il Governatore a chiamare, hai tirato fuori TACE e farmaci strani da sotto il tappeto.
Hai mentito un po’ per darmi speranza.
Ora non mentire.
Dimmi che c’è un piano.
Un piano vero.
Qualsiasi cosa, anche sperimentale.

Fermale prima che ripartano.
Dammi anni».
Ramirez rimase in silenzio per un lungo momento.
Poi annuì piano.
«Va bene.
Non ti prometto anni.
Non ti prometto la guarigione.
Ma ti prometto un piano.
Un piano aggressivo, disperato, ma logico.
Domani mattina riunisco di nuovo il team.
Se una lesione riparte… la colpiamo subito.
Non aspettiamo.
Non tamponiamo più.
Attacchiamo».
Penelope annuì lentamente.
Una lacrima le scivolò sulla guancia, ma stavolta non era di disperazione.
Era di sollievo feroce.
Le strinse la mano per un momento più lungo del necessario.
Uscì.
Penelope si lasciò cadere sui cuscini.
Chiuse gli occhi.
Non fantasticava più di mesi impossibili.
Ora aveva un obiettivo: controllo definitivo.
Fermare la guerra su tutti i fronti.
Fuori, Miami continuava a vegliare.
Ma dentro quella stanza, Penelope aveva appena dichiarato la controffensiva.
Ci provava ancora.
E stavolta, con un piano.

Il piano di Ramirez partì con la precisione di un orologio svizzero e la disperazione di chi sa che non esiste una vittoria pulita.

La cartella digitale di Penelope era diventata un dossier di guerra: non c’era più spazio per illusioni.
Ramirez lo aveva detto chiaramente a Penelope il giorno dopo la sua “proposta di matrimonio”: «Non ti mentirò più, Penny.
Remissione completa? No. Non è possibile.
Il tumore primario all’utero, le metastasi al fegato, allo stomaco, all’intestino… sono troppo diffuse, troppo radicate.
Non spariranno.
Ma possiamo cambiare le regole del gioco.
Oncologia conservativa.
Contenere primario e metastasi entro limiti accettabili.
Non letali per l’organismo.
Una convivenza lunga e forzata.
Tu e il cancro vivrete insieme per anni, se riusciamo.
Non mesi a scadenza ravvicinata.
Anni con alti e bassi, ma anni.
È questo che ti offro.
Non la salvezza.
La longevità forzata»
Penelope lo aveva guardato a lungo, poi aveva annuito.
«Va bene.
Convivenza.
Ma io comando la casa.
Non lui».
E così iniziò.
Tra alti e bassi, Penelope tornò a casa per la prima volta da due mesi.
Il tumore non sparì.
Ma non ripartì con virulenza.
Crescita media <10% in sei mesi.
Markers tumorali fluttuanti ma non esplosivi.
Funzione epatica stabilizzata intorno al 35-40% grazie a supporto continuo.
Penelope visse.
Non bene, non come prima.
Ma visse.
Camminava con bastone, usciva in sedia a rotelle.
Ogni mese, alla visita di controllo, chiedeva la stessa cosa a Ramirez: «È ancora sotto controllo? Non è ripartito?».
E Ramirez, con la cartella in mano, rispondeva sempre: «Sì, Penny.
È sotto controllo.
Convivenza forzata.
Ma convivenza lunga».

Un pomeriggio di dicembre, mentre il sole tramontava arancione su Hialeah, Penelope prese la mano di Ramirez.
«Voglio sposarti, in maniera discreta, se la cosa ti imbarazza».

«Sei libera di non farlo».

«Voglio farlo.

Mi hai dato anni.
Non mesi a scadenza ravvicinata.
Anni con alti e bassi.
È più di quanto sperassi».
Ramirez sorrise piano.
«Tu hai dato a me la forza di spingere quando volevo mollare.
Siamo pari.

Ma sei vuoi farlo davvero, nessun imbarazzo, solo orgoglio».
Penelope guardò fuori dalla finestra.
Il cancro era ancora lì.
Dentro di lei.
Ma non comandava più lui.
Ci provava ancora.
E ora, per la prima volta, poteva permettersi di pensare al domani senza un terrore immediato.
Non oggi.
E nemmeno domani.

La cerimonia si tenne nella cappella piccola e anonima del Jackson Memorial Hospital, al piano terra, quella riservata ai pazienti terminali che vogliono sposarsi in extremis o ai medici che, contro ogni logica, decidono di legarsi a una paziente che hanno salvato, o almeno tenuto in vita per anni.
Niente fiori esagerati, niente orchestra, niente abito bianco.
Presenti solo i testimoni indispensabili.
Frank e Miguel, in giacca e cravatta per la prima volta da decenni, con gli occhi lucidi.
Rico El Toro, in camicia hawaiana ma con una giacca sopra per rispetto.
Il cappellano dell’ospedale a officiare il rito.
Niente stampa.
Niente foto ufficiali.
Il Governatore DeSantis aveva mandato un biglietto privato: «Congratulazioni a due persone che hanno insegnato alla Florida cosa significa non mollare mai e provarci sempre».
Nessuno lo lesse ad alta voce.
Il cappellano iniziò con parole semplici.
«Harold Ramirez e Penelope Rodriguez…
Siete qui per unirvi in matrimonio.
Non per una favola.
Non per un lieto fine da film.
Ma per una promessa vera: stare insieme nei giorni buoni e in quelli cattivi, finché il corpo regge.
Penelope, vuoi tu prendere Harold come marito, per sostenerlo, per ridere con lui, per insultarlo quando necessario, nella salute e nella malattia, finché la vita ve lo permette?».
Penelope guardò Ramirez.
Gli occhi le si riempirono di lacrime, ma sorrise, quel sorriso storto, malizioso, che aveva conquistato Miami per decenni.
«Sì.
Voglio.
E tu, Harold… vuoi prendere questa vecchia puttana honduregna che ti ha fatto impazzire per quasi un anno, che ti ha costretto a fare l’impossibile, che ti ha minacciato di sposarti se la salvavi… vuoi prendermi come moglie?».
Ramirez rise piano, la voce incrinata.
«Sì.
Voglio.
Ma non sei una vecchia puttana.
Sei la donna più testarda, più viva, più forte che abbia mai conosciuto».
Il cappellano sorrise.
«Vi dichiaro marito e moglie».
Nessun applauso hollywoodiano.
Solo un silenzio commosso.

Fuori, Miami pulsava indifferente.
Non era una remissione.
Non era una guarigione.
Era oncologia conservativa: il tumore era ancora lì, contenuto, sotto controllo forzato, in una tregua armata che poteva durare anni o spezzarsi domani.
Ma Penelope aveva vinto la sua guerra personale.
Aveva trasformato l’agonia in convivenza.
C'aveva provato.

E c'era riuscita.

IL CROLLO DELLA BUBAMARA

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

Ha spinto al massimo come niente fosse: concerti, show televisivi, interviste a grappolo.

Poi, improvviso, il crollo e il ricovero d'urgenza.

Imbolsita da stili di vita aggressivi, dai farmaci e dai liquidi inevasi, è quasi irriconoscibile rispetto alla Bubamara del passato.

Però il suo fascino aggressivo e carismatico è rimasto.

Si è tenuta dentro il male per diversi mesi. Adesso circola l'annuncio ufficiale sui giornali: tumore al IV stadio per Draka Bubamara, partito dalle ovaie, con metastasi all'intestino e al pancreas; sfuggito di mano ai medici.

Ormai potrebbe essere questione di giorni, o forse di ore.

Nel letto della clinica privata di Belgrado, Draka – o quello che ne resta – fissa il soffitto con occhi che sembrano già altrove. Il mascara si è asciugato in righe nere sulle guance, come lacrime di fuliggine. La maglia dello Stoccarda, tesa sul seno e la pancia, per lo show con i focosi tifosi tedeschi, è ancora addosso: nessuno ha avuto il coraggio di sfilargliela.
Il medico capo, un uomo sulla sessantina con la cravatta allentata e lo sguardo stanco di chi ha visto troppi finali tristi, entra senza bussare. Tiene una cartella clinica spessa come un romanzo.

«Dobbiamo parlare di cure palliative avanzate», mormora, ma Draka lo interrompe con un gesto debole della mano.
«Ho sempre vinto io le guerre. Contro gli haters, contro gli ex, contro le etichette che mi hanno appiccicato addosso. Stavolta la guerra è con questa merda che mi mangia da dentro… ma non mi arrendo così, senza un ultimo colpo di scena».
Fuori dalla stanza, il corridoio è un caos controllato. Manager, ex fidanzati, cugine di secondo grado, giornalisti travestiti da fattorini, persino un paio di fan che sono riusciti a sgattaiolare dentro con mazzi di rose rosse e peluche a forma di cuore. Tutti aspettano il post. Quello definitivo. Quello che farà impazzire Instagram e TikTok per una settimana intera.
Draka prende il telefono con mani tremanti. La batteria è al 4%. Apre la fotocamera frontale. Non si trucca, non sistema i capelli. Guarda dritto nell’obiettivo.
«Ciao a tutti... o meglio: ciao a voi, codardi che pensavate avessi finito».
Ride, ma è un suono rotto, come vetro che si incrina.
«Sì, è cancro. Stadio quattro, metastasi ovunque. Ma sapete una cosa? Io sono Draka Bubamara. Non sono morta quando tutti mi davano per spacciata. Non morirò adesso, senza lasciarvi qualcosa da ricordare».
Fa una pausa. Respira a fatica.
«Ecco il mio ultimo successo. Lo sto registrando qui, ora. Nessuno studio, nessun produttore, solo io e l'infuso. Titolo: "The Last Dance". Testo? Lo sto ancora scrivendo nella mia testa. Ma conosco già il ritornello: "Se cado, cadi con me / Se brucia, bruciamo insieme / Mentre vado, canterò / E tu piangerai con me".
Chiude gli occhi un secondo. Una lacrima scivola, ma lei la asciuga con il dorso della mano.
«Lo annuncerò quando sarà pronto. E poi... poi deciderai tu. Vuoi che venga sepolta come una regina o come una leggenda? Perché io scelgo la seconda».
Sorride di nuovo, stavolta con un lampo della vecchia Bubamara, quella che entrava in un locale e il locale diventava suo.
Spegne la registrazione. Il telefono muore con un bip triste.
Silenzio.
Poi, dal corridoio, si sente un singhiozzo collettivo. Qualcuno inizia a battere le mani piano. Qualcun altro grida "Draka, non ti lasceremo andare!".
E in quel momento, anche se il corpo sta cedendo, qualcosa dentro di lei si accende ancora. Non è speranza. È rabbia pura, scintillante, turbo-folk fino all’ultimo respiro.
La leggenda non finisce in un letto d’ospedale.
La leggenda finisce quando lei lo decide.

La morbosa attesa si insinua nei corridoi come un fumo denso di sigarette elettroniche e profumo da discount.

Il telefono di Draka è spento da ore, batteria scarica, o forse è lei che non vuole più vedere le notifiche che esplodono.

I tabloid hanno già pronto il titolo: “Draka lotta fino alla fine – o è già finita?”.
Dentro la stanza, il medico – lo chiamano tutti dottor Milan, ma il suo vero nome è Milorad – si siede sul bordo del letto. Ha in mano una siringa ancora inutilizzata e una nuova flebo, trasparente come una promessa fragile.
«Draka», dice piano, «non si tratta più di curare. Si tratta di… guadagnare tempo. Chemioterapia palliativa. Dose bassa, mirata. Non ti guarirà, ma può rallentare questa bestia. Qualche settimana in più, forse un mese. Abbastanza per finire quel pezzo, per salutarli come si deve. Per far vedere a tutti che non ti spegni in silenzio».
Draka lo fissa. Gli occhi gonfi, ma ancora accesi di quella scintilla da palcoscenico che non si spegne nemmeno sotto morfina. Ride piano, un suono rauco che sfocia in tosse.
«Chemio? Adesso? Vuoi che sembri un fantasma nel video?».
Il dottore non sorride. Sa che non è il momento delle battute.
«Non ti sto chiedendo di essere bella per le telecamere. Ti sto chiedendo di essere viva abbastanza per premere sul tasto "pubblica". Hai detto che vuoi il colpo di scena. Questo è il colpo di scena: non muori domani. Muori quando decidi tu, dopo aver dato un ultimo schiaffo in faccia al destino».
Silenzio. Dal vetro opaco della porta si intravede l’ombra del manager che cammina avanti e indietro come un leone in gabbia, telefono all’orecchio, già a negoziare i diritti del “post mortem esclusivo” con qualche piattaforma streaming.

Draka lascia cadere il telefono sul lenzuolo. La voce le esce strozzata, ma non è più solo stanchezza: è un misto di rabbia e supplica che nessuno le ha mai sentito prima.
«La faccio solo se mi prometti che posso salvarmi. Mi piace vivere... anche da malata... anche in agonia...».

Il dottor Milan si blocca. La siringa è ancora sospesa a mezz’aria, come se il tempo si fosse inceppato. Per la prima volta da quando è entrato in quella stanza, sembra davvero spiazzato. Non dal cancro, non dalle metastasi: da quella frase. Da quella richiesta così umana, così lontana dalla diva che tutti conoscono.
«Draka», inizia, ma lei lo interrompe con un gesto secco della mano.
«No, no, no. Non voglio sentirti dire "non possiamo promettere niente". Lo so già. Lo so da mesi. Ma tu sei il medico. Tu hai il potere di dirmi una bugia bella grossa, di quelle che ti fanno tirare avanti un altro giorno. Dimmi che c’è una possibilità. Dimmi che se combatto come una pazza, se mi riempio di questa merda chimica fino agli occhi, magari… magari il corpo risponde. Magari le metastasi si fermano un attimo. Magari non muoio domani. Dimmi questo, Milan. Dimmi una cazzata confortante. Me la merito».
Il dottore posa la siringa sul vassoio. Si siede di nuovo, più vicino stavolta. Le prende la mano, piano, come se temesse di romperla.
«Va bene», dice alla fine, con voce bassa. «Ti do la bugia che vuoi. C’è una possibilità. Piccola, minuscola, ma c’è. Ho visto pazienti al quarto stadio che hanno risposto alla palliativa in modi che nessuno si aspettava. Tumori che si sono fermati, o almeno hanno rallentato. Metastasi che si sono ridotte. Non è la norma, ma succede. Succede quando il paziente ha ancora una voglia feroce di vivere. E tu… tu ce l’hai eccome».
Draka lo guarda dritto negli occhi. Cerca una crepa, un tremolio, un segno che stia mentendo. Non lo trova. O forse sceglie di non trovarlo.
«Allora fallo», sussurra. «Infilami tutto quello che hai. Voglio che mi bruci dentro. Voglio sentire che sto combattendo».
L’infermiera entra silenziosa, regola il flusso della pompa. Il liquido chiaro inizia a scendere lungo il tubicino.
Il manager, dal corridoio, ha smesso di camminare. Ora è fermo, orecchio premuto contro il vetro, telefono ancora in mano. Ha sentito tutto. Sul suo schermo c’è già un messaggio pronto a partire verso un produttore di Netflix: “Abbiamo il materiale perfetto; non un documentario sulla morte. Un documentario sulla sopravvivenza. Titolo provvisorio: "Bubamara – Tournée all'Inferno”.
Draka chiude gli occhi mentre la chemio le entra nelle vene. Sente il bruciore quasi subito, un fuoco freddo che le sale dal braccio al petto. Stringe i denti.
«Questo è il mio nuovo singolo», mormora tra sé, con un sorriso storto. «Si chiama "Brucia, stronza"».
Il monitor cardiaco accelera un po’. Non è panico. È adrenalina.
Fuori, il mondo dei social continua a girare: fan che piangono, haters che gongolano, bookmakers improvvisati che quotano le ore che le restano. Ma dentro quella stanza, in quel letto, c’è una donna che ha deciso di non arrendersi.
Non senza un ultimo, lunghissimo applauso.

Un mese dopo, la clinica di Belgrado non è più solo un ospedale: è diventato un set improvvisato, un circo mediatico blindato, un tempio della resistenza.

Draka è ancora lì, nel letto.

La chemio palliativa ha fatto il suo sporco lavoro: le ha concesso tempo.

Il corpo ha risposto, in parte. Le metastasi al pancreas si sono stabilizzate, non cresciute; quelle intestinali hanno rallentato la marcia. I markers tumorali sono scesi del 30%, numeri che il dottor Milan ripete come un mantra ai giornalisti che assediano l’ingresso.
I fan si sono divisi in due eserciti: quelli che pregano per il miracolo e quelli che già preparano il lutto collettivo.

Ma i tabloid non aspettano. Loro sparano titoli macabri, uno più velenoso dell’altro, come proiettili in una guerra di click:
“BUBAMARA IN AGONIA: LE OVAIE DIVORATE DAL MOSTRO, ADDIO TRA 48 ORE?”;
“METASTASI OVUNQUE: DARA È UN CADAVERE CHE RESPIRA, IL MEDICO: È FINITA”;
“LA REGINA DEL TURBO-FOLK DIVENTA UNA ZOMBIE: FOTO ESCLUSIVE DAL LETTO DI MORTE”;
“CHEMIO O EUTANASIA? DARA SCEGLIE IL VELENO PER RESTARE IN VITA”.
Ogni mattina Draka apre gli occhi, prende il telefono e legge. Ride. Ride forte, rauco, fino a tossire sangue. Poi chiama il dottor Milan.
Lui entra con la cartella aggiornata. Ha l’aria di chi non dorme da giorni, ma gli occhi brillano di una strana determinazione.
«Le ovaie sono il punto zero», dice senza giri di parole. «Il tumore primario è ancora lì, aggressivo come sempre. Le metastasi all’intestino si sono stabilizzate, non crescono, ma non retrocedono. Al pancreas un lieve miglioramento, il diametro è sceso del 15%. Ma le ovaie… stanno spingendo. Dolore forte, ascite che torna. I markers sono saliti di nuovo. Non è un miracolo, Draka. È una tregua armata».
«E quindi? Sono finita?».
Milan scuote la testa. Si avvicina, abbassa la voce come se stesse confidando un segreto. «No. Ti dico: bombardiamole. Radioterapia massiccia, mirata, ad alta dose. Non palliativa soft. Roba pesante: stereotassica, combinata con la chemio che già fai. È rischioso. Ma può colpire duro le ovaie, ridurre il volume tumorale, fermare l’emorragia interna che ti sta succhiando via. E soprattutto… può fare un dispetto clamoroso a quei profeti di sventura là fuori. Immaginali: titolano "È finita", e tu invece esci dal bunker e vai un salotto televisivo con Ceca...».

Draka resta in silenzio per un lungo momento. Fuori, si sente il brusio dei giornalisti.
Poi sorride, un sorriso da predatrice stanca ma non doma.
«Fallo. Bombardami. Fammi esplodere dall’interno. Voglio che le ovaie sentano il fuoco. Voglio che i tabloid debbano ritrattare».
Milan annuisce. Chiama l’oncologo radioterapista. Iniziano a pianificare la sessione: cinque frazioni intensive in dieci giorni.
Quella sera Draka apre la diretta Instagram. Voce debole, ma tagliente come un coltello. «Buonasera, avvoltoi. I tabloid dicono che sto crepando. Che le mie ovaie sono un colabrodo. Che Milan ha mollato. Beh, indovinate? Domani inizio la radio massiccia. Le bombardo io, prima che bombino me. Se va, mi vedete da Ceca».
Preme fine.
Il monitor bippa più veloce. Non è paura. È sfida.
Fuori, i titoli macabri tremano.

Il countdown rallenta.

E per un po' Draka se la ride ancora.