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NON DESIDERARE LA DONNA D'altri

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2013)

È mezzanotte, l’ora delle streghe.

Il moro vecchio ha battuto la sua mazza contro la campana e il moro giovane ha fatto lo stesso con i soliti due minuti di ritardo; il presente che rintocca dopo il passato, è così da sempre, come la marea che va e viene o come i baci degli innamorati sui ponti, come la nebbia che arriva dalla laguna e s’infila dappertutto, lungo i canali e fra calli e campielli, confondendo uomini e cose, portandosi via la realtà e lasciando i sogni a chi sa sognare: antiche abitudini di Venezia, vecchie più delle maschere e delle gondole.

Una figura attraversa il Ponte di Rialto, la si immagina dal rumore dei tacchi lasciato sui masegni, finché un buco nella nebbia la scopre per un attimo, rivelandola.

Un mantello di velluto purpureo e la moretta, la maschera nera, a rimpiattarle il viso.

A passi svelti discende dall’altro lato e l’invisibile rifà subito sua la figura, concedendole appena il tempo di lasciare a un lampione un altro indizio del suo passaggio, un’altra sfumatura di colore, il rosso sangue appiccicato alle sue mani.

È mezzanotte, l’ora delle streghe. E delle assassine.

Giacomo Casanova quella mattina si era svegliato presto e aveva allungato la mano fra le coperte alla ricerca di lei, ma lei si era già alzata, forse per andare a guardare Venezia dal balcone della stanza accanto, o magari per andare via senza nemmeno salutare: non si sarebbe sorpreso, conosceva bene le sue maniere.

Lei era la Signora Anna Franzon vedova Grimani, nata serva e divenuta nobildonna veneziana attraverso i tre ruoli che donne come lei interpretavano alla perfezione da secoli: prima puttana, poi moglie, e infine - appunto - vedova del Marchese Matteo Grimani, appartenente all’aristocratica famiglia veneziana proprietaria del Teatro San Samuele.

Una battuta di caccia e un colpo sparato verso la parte sbagliata, con il Marchese che cade da cavallo, morto al posto della bestia: fatalità o cospirazione, l’accaduto fu dibattuto annoiatamente nei salotti nobili per alcuni giorni, senza però che si arrivasse ad alcuna certezza definitiva, con la nobildonna Anna Franzon, ora vedova Grimani, che se ne fece presto una ragione.

Nel testamento il Marchese le aveva lasciato un palazzo, due tenute e parte del Teatro: le ragioni in fondo erano anche più d’una.

Molteplici erano anche le ragioni per le quali piaceva: a parte l’amabile attaccatura dei capelli e l’inconfondibile mento a fossetta, era alta, sostanziosa, con una fronte da coronare e occhi che bruciavano.

La morbida pancia botticelliana e le forme piene, solide, senza per questo essere grasse, costituivano altre rotonde ragioni.

Si diceva, inoltre, che avesse lontane origini persiane. In effetti, il fuoco che le bruciava negli occhi deponeva a favore di quella voce.

E in fondo il Leone celeste di Persia precedeva di molti secoli il Leone celeste di Venezia.

Casanova scese dal letto a baldacchino e ancora assonnato si infilò una vestaglia e attraversò il corto corridoio che lo portò nella stanza accanto, ma il piccolo salotto era pieno di tutto all’infuori di lei e la finestra che si affacciava sul balcone era chiusa: Anna Franzon se n’era andata.

Aprì le persiane, lasciando entrare l’alba, e tornò in camera, ma prima di vestirsi si versò mezzo bicchiere di un liquore che aveva riportato dal suo ultimo viaggio in Boemia, bevendolo ritto davanti al letto.

Arrivederci a questa sera…

E sorrise, guardando le coperte sfatte e attorcigliate dalla passione dei loro corpi…

Su Giacomo Casanova si erano ormai impresse tante etichette: avventuriero, scrittore, poeta, filosofo, mago, ciarlatano, spia, ma quella di seduttore sembrava cucita con filo infernale.

Anna Franzon era invece soltanto una popolana divenuta nobile, ma con Casanova condivideva la fama di seduttrice, in ciò facilitata dal suo imponente fisico contadino, così diverso da quelli esili e raffinati delle altre nobildonne che frequentavano gli stessi salotti; e anche adesso che quel fisico cresciuto nelle campagne venete aveva 45 anni e almeno 10 chili in più del normale, la Franzon riusciva a portarsi dietro molti degli sguardi e dei pensieri proibiti altrui.

Lei era per lui una delle tante amanti, e lui era per lei uno dei tanti passatempo: tale la natura della loro liaison.

Forse per Casanova lei era anche qualcosa di più, la preferita fra le amanti, ma non glielo aveva mai detto, la conosceva e sapeva che ad Anna Franzon non sarebbe bastato essere la preferita, lei voleva essere l’unica.

Sapeva che era meglio camminare piano, stando attento a non far scrocchiare i rami sotto i piedi: la bestia che se ne stava addormentata si sarebbe potuta svegliare.

E avrebbe ucciso.

Quella stessa mattina Casanova ricevette due inviti per la serata: il primo era da parte del Conte Bragadin, che lo invitava a partecipare al Gran Ballo che si sarebbe svolto nella sala principale del suo palazzo; l’altro, invece, proveniva da un’organizzazione e lo voleva partecipe a un convegno dove si sarebbe discusso dei pericoli innescati dalle rivoluzioni che il ’700 stava cospirando e delle pessimistiche previsioni sul futuro della Repubblica di Venezia.

Decise per il ballo in maschera e sapere già dalla stessa Anna che lei sarebbe stata fra le nobildonne presenti, l’aiutò senza dubbio nella scelta.

Una scalinata in marmo bianco arrivava lucida fino alle porte d’ingresso del salone e già dagli archi soprastanti, affrescati con raffigurazioni dai colori  tenui, che andavano dal rosa antico al giallo ocra, passando per l’azzurro zaffiro, si notava un’assoluta eleganza che Casanova ammirò nella sua completezza non appena gli si spalancò davanti il salone da ballo già affollato della Venezia che contava.

La sola grandezza sarebbe bastata a distinguerlo da tutti gli altri: alto quasi come due piani e lungo come almeno quattro corridoi messi in fila, e poi affreschi a soffitto da guardare con la testa indietro e il naso all’insù, colonne pitturate e pareti abbellite da arazzi di differenti forme e colori, vetrate alte e nobili a guardare sul Canal Grande e lampadari di cristallo a far luce su tutta quella bellezza, con un pianoforte a coda sistemato in un angolo e ancora elegantemente silenzioso.

Il Conte Bragadin l’aveva arredato a suo gusto, e tale sfarzo, per alcuni eccessivo, era stata una sua consapevole scelta.

“Procul este profani”, stava inciso su un architrave all’ingresso.

Chi non aveva la capacità di apprezzare il suo palazzo poteva restarne fuori.

Anzi doveva.

Quella scritta non riguardava certo Casanova, che già conversava amabilmente con il nobile di turno, altrettanto elegante rispetto all’ambiente che lo circondava, con la sua giacca di velluto nero aperta davanti a lasciar vedere il gilet ricamato e i pantaloni corti al ginocchio, confezionati con stoffe preziose in accordo col colore della giacca.

«Messer Casanova…», si sentì sfiorare su una spalla e voltandosi vide una donna con il volto nascosto dietro una moretta; ma il corpo abbondante di lei rivelò la sua identità ben più chiaramente di quanto la maschera fosse riuscita a nascondere.

«Signora Grimani… quale piacere vedere anche lei al ballo…», e si inchinò sfiorandole la mano con un finto bacio come da galateo.

«Vedova Grimani, Messere…».

«Perdonate la mia gaffe.

Accettate il mio invito per un ballo insieme alle mie scuse».

«Scuse accettate», e si lasciò prendere la mano da Casanova, che la portò al centro del salone e delle danze.

Indossava pomposa un’andrienne grigia ricamata con fiori purpurei, che le cascava dritta fino al pavimento aderendo al busto in modo da lasciare in vista la profonda scollatura e da qui il pesante seno traboccava come schiuma da una vasca da bagno troppo piccola.

Dietro, una larga falda a pieghe scendeva fluttuante dalle spalle senza aderirle in vita, allargandosi mollemente in un amplissimo strascico.

Una donna ha due abiti: uno lo porta e l’altro lo trascina.

E Anna Franzon, mentre ballava, oltre ai due abiti, portava e trascinava con sé anche le solite occhiate proibite; ma c’era abituata. E le piacevano.

«Potevi almeno salutarmi prima di andartene».

«Sai come sono fatta».

«Lo so. E comunque non perdi occasione di ricordarmelo».

Continuarono a volteggiare sulle note di un valzer e volteggio dopo volteggio Casanova incrociò più volte lo sguardo di una donna seduta a un tavolo sistemato vicino al pianoforte.

«Sono stanca», il sudore le aveva inumidito il seno fin quasi a far perdere aderenza al finto neo di raso appiccato sopra.

«Accompagnami a sedere», e si diresse proprio verso quel tavolo: la fortuna lo aveva sfacciatamente aiutato.

«Mi permetto di presentarvi due cari amici».

Anna si stava occupando dei convenevoli.

«Il Barone Giustinian e la sua gentile consorte».

Allungarono a turno la mano.

«Giacomo Casanova».

Baciò la prima e strinse la seconda, e brindarono con sorrisi e liquori, senza sapere che fra i calici intrecciati stava brindando insieme a loro anche il destino.

Così, fra risate, pettegolezzi e cospirazioni, che in occasioni come quella non mancavano mai, i balli andarono avanti fin quasi all’alba e si conclusero solamente dopo i dovuti  complimenti al Conte Bragadin; e fra tutti gli arrivederci, quello a più breve scadenza se lo dettero con lo sguardo proprio Giacomo e Francesca, la giovane e bella consorte del Barone Giustinian.

Un imprevisto viaggio d’affari del Barone anticipò la data di quella scadenza e appena una settimana dopo nel letto di lei, oltre agli sguardi, stavolta si scambiarono anche i corpi: la Baronessa Francesca Giustinian era entrata ufficialmente nel circolo delle amanti di Casanova.

E il destino brindò al suo nuovo passo in avanti.

Le settimane successive trascorsero fra scambi di nomi, di ruoli e soprattutto fra scambi di letti, con Anna che iniziò a comportarsi in modo sempre più aggressivo, fino una notte a cavalcarlo con rabbia quasi furiosa, facendogli sentire il suo opulento peso e mettendogli più volte il grosso seno sulla faccia, quasi a soffocarlo, senza l’intenzione di farlo godere, ma piuttosto di ucciderlo.

«Cosa c’è, Anna?», Casanova se ne accorse, ma lei soffiò sul candelabro e girandosi dall’altra parte del letto finse di dormire.

Ma stava piangendo.

Casanova non si azzardò a dirle niente, ma trovò strano che piangesse, e poi per lui…?

Se anche avesse saputo che Francesca Giustinian era divenuta sua amante, che importanza avrebbe potuto avere?

Anna sapeva qual era il gioco e quali erano le regole.

Era strano piangesse, non l’aveva mai fatto.

«Casanova! Giacomo Casanova!», una voce arrivò forte dalla strada fin dentro le stanze.

Casanova si avvicinò alla finestra e guardò fra le stecche delle persiane già chiuse.

«Casanova, ho un messaggio per te!».

Aprì la finestra e guardò di sotto, ma non riuscì a vedere nessuno, l’inverno aveva portato il buio e la nebbia pensava a nascondere il resto.

«Chi è là sotto?».

«Ho un messaggio per te, Casanova.

Scendi a prenderlo».

«Dimmi, chi manda il messaggio?».

«Io non conosco nomi», la voce si stava allontanando, «io sono il messaggero».

Casanova scese e vide una pergamena incastrata in un batacchio del portone, la prese e la lesse lì, circondato dalle nebbie e forse dai fantasmi di Venezia.

Ti aspetto stasera alle 11.30 in Calle del Paradiso.

Con amore,

Francesca

Dunque era lei! Tutta quella commedia per un appuntamento!

Quasi si adirò, ma il pensiero di tanta bellezza lo calmò subito, e non gli restò che risalire in casa e aprire gli armadi per scegliere con quale vestito presentarsi all’appuntamento.

Arrivò puntuale in Calle del Paradiso, ma lei non c’era; l’aspettò camminando avanti e indietro, tirando spesso fuori dal taschino l’orologio, ma la Baronessa non si faceva vedere.

Casanova, infreddolito e ora sì adirato, stava per incamminarsi verso casa quando all’improvviso sentì rumore di tacchi.

«Francesca!».

Nella nebbia riuscì a intravedere due figure, sembravano attaccate e gli stavano andando incontro come camminassero una dietro all’altra.

«Francesca, sei tu?», ripeté verso le due figure, che ormai erano a pochi metri da lui.

Fu in quel momento che si staccarono di colpo, e mentre la figura che stava dietro si buttò dentro una porta che si affacciava sulla calle, la figura che era davanti sbucò dalla nebbia e gli finì addosso.

Si ritrovò viso contro viso con quella figura e ora neanche la nebbia poteva più mascherarla.

«Francesca!», ebbe un sussulto d’orrore.

Era la Baronessa! E aveva un pugnale nel petto, piantato dentro fino al manico d’avorio!

La figura che era scomparsa dietro una porta gliel’aveva spinta addosso. Morta!

«Francesca... Dio mio…», la sdraiò in terra, inginocchiandosi accanto.

«Chi ti ha fatto questo...? Chi mai ha potuto...?», e l’accarezzò passandole una mano fra i capelli, ma lei non poteva rispondergli, i suoi occhi guardavano fissi la morte con l’espressione di terrore di chi aveva guardato in faccia il proprio assassino.

«Ah! Se solo potessi leggere negli occhi dei morti!

Adesso, amore mio, vi leggerei il nome del tuo assassino», e pianse, stringendola a sé.

Da un vicino campanile rintoccò mezzanotte e Casanova ebbe la sensazione appena accennata del dolore, che si dissolse subito in un universo di immobile, silenzioso, cieco buio assoluto: una mano di pietra l’aveva colpito alle spalle.

Rimase svenuto per qualche minuto o forse più, ma ormai il tempo, come la vita e la morte, per lui non aveva più nessuna importanza.

«Alzati, assassino!», ancora sdraiato si prese una pedata nello stomaco, prima che quattro mani lo alzassero di peso e senza nessun riguardo.

Non riusciva a capire cosa gli stesse succedendo, perché era ancora intontito e perché tutto stava succedendo troppo in fretta.

«Cammina, bastardo!», gli misero le mani dietro la schiena facendolo camminare a spintoni: erano due guardie e lo avrebbero portato ai Piombi.

Calle del Paradiso: l’assassino non avrebbe potuto scegliere nome migliore per spedire una nobildonna all’inferno.

Il mattino dopo Casanova capì drammaticamente tutto.

«Giacomo Casanova, vi accusiamo di aver assassinato la nobildonna Francesca Gheri, baronessa Giustinian».

Adesso era tutto drammaticamente chiaro: qualcuno gli aveva fatto recapitare un messaggio in cui Francesca Giustinian gli dava appuntamento in Calle del Paradiso; poi quel qualcuno gli aveva spinto addosso la Baronessa, già colpita a morte; e infine, dopo averlo stordito, aveva estratto il pugnale dal petto di lei e glielo aveva messo in mano.

E prima di scomparire nella nebbia, aveva inviato un altro messaggio, stavolta alle guardie.

Andate in Calle del Paradiso e troverete l’assassinata e il suo assassino…

«Qualcuno mi ha incastrato!», picchiò un pugno contro le mura umide dei Piombi.

Pensò alla vendetta di un marito tradito, ma le possibilità di arrivare al colpevole, anche solo mentalmente, erano molto ridotte, considerata la vasta platea dei cornuti candidabili.

D’altra parte era Casanova, il grande seduttore, e questo era il prezzo da pagare.

Anna Franzon riuscì a ottenere il lasciapassare per entrare ai Piombi solamente dopo due settimane.

«Casanova Giacomo, c’è una visita per te», gli annunciò il carceriere dalle grate della celletta. «Ed è anche una bella donna».

Aprì la porta e lo condusse attraverso il corridoio ammuffito che dopo un gomito a destra lo portò nella stanza dove l’avrebbe incontrata.

«Ciao, Anna», si sedette sullo sgabello di legno, mentre lei, già seduta in tutta la sua imponenza, lasciò che la guardia - passandole accanto - le rimirasse il grosso seno abbellito e contornato dai pizzi del vestito a larghe falde.

«Ciao, Giacomo».

«Qualcuno mi ha incastrato, Anna...».

«Lo so, Giacomo».

«Ti supplico, Anna...

Aiutami a scoprire chi è stato a tendermi questa maledetta trappola».

«Sono qui per questo».

«Sapevo di poter contare su di te…», le avrebbe preso le mani fra le sue e l’avrebbe tirata a sé baciandola, ma la guardia rimasta ritta a cavallo della porta vigilava su tutto.

«Sono qui per dirti chi è stato», lo guardò dritto negli occhi.

«Anna! Sai dunque chi è stato...?», si eccitò sottovoce stringendo i pugni.

«Conosci il significato dei nei, Giacomo...?».

«Ma... cosa stai dicendo, Anna...?», l’espressione si fece incerta.

«Di solito ne portavo uno di raso appiccato al petto, ricordi, vero?

Ma adesso, come vedi, gli ho cambiato posizione», e si lasciò guardare, prima sul seno, poi sul viso.

«Adesso lo porto all’angolo della bocca…».

«Ma… cosa stai dicendo, Anna…?», ripeté, sul punto di adirarsi.

«Tu sai, Giacomo, chi si appicca i nei agli angoli della bocca?».

Casanova scosse la testa.

«Lo sai o no?».

«Non lo so, per Dio! Non lo so!».

«Strano, tu sai tante di quelle cose…».

«Ebbene, questa non la so…!».

«Allora la saprai da me.

L’assassino, Giacomo.

L’assassino…».

La stanza cadde nel silenzio più assoluto.

«Ma... cosa vuoi dire...», riuscì a balbettare Casanova.

«Voglio dire che chi ti ha incastrato è qui davanti a te».

Il viso gli si scolorì in un pallore livido di morte, simile a quello che lui stesso aveva visto sul volto di Francesca Giustinian, quando se l’era trovata fra le braccia, pugnalata a morte.

«Tu...».

«Sì, io.

Io sono l’assassina», lo fissò gelida e senza alcuna apparente emozione.

«Non potevo lasciarti avere anche Francesca.

Lei, no».

Casanova sentì accendersi un incontrollabile desiderio di ucciderla, ma non potendo farlo, tentò di riaversi.

«Maledetta assassina...

Sapevi che non eri l’unica puttana che mi portavo fra le lenzuola…

Cosa ti importava se mi portavo a letto una Baronessa in più...?».

«Io l’amavo, Giacomo», lo sguardo di Anna si staccò dagli occhi di Casanova e si fissò contro il muro, perso all’improvviso in un ricordo.

«L’amavi...?

Per l’amor del cielo… cosa vuol dire, Anna...?», quasi la supplicò.

«Ci amavamo…

E presto saremmo partite insieme per Parigi.

Verso la nostra nuova vita…», i suoi occhi parevano vedere tutto quello che stava dicendo.

Casanova si prese il viso fra le mani, riuscì a fare solo quello.

«Ma poi tu hai rovinato tutto.

Ho dovuto farlo, Giacomo. Ho dovuto, non avevo più scelta».

E la disperazione e la solitudine si impossessarono nello stesso momento di entrambi.

«Il tempo è scaduto, Signora», la guardia le andò incontro staccandosi dalla porta.

«Devo andare».

«Maledetta puttana!», ebbe un sussulto, uno scatto di nervi.

«Buono! Non si dicono certe cose alla Marchesa», la guardia lasciò passare la Franzon, interponendosi al recluso.

«Ti ucciderò appena uscirò da qui.

Anche fosse fra cent’anni…!».

La Marchesa sorrise.

Le bastò un cenno e un’altra guardia l’accompagnò fuori da quella stanza, da quei corridoi, da quelle mura, fuori dai Piombi.

Come sempre non si era accontentata, aveva voluto stravincere.

Cento anni erano già passati, Casanova era libero, Anna Franzon gli aveva esibito la sua potenza.

Forse l’avrebbe davvero uccisa, forse no.

Ma per una donna già morta dentro, non faceva molta differenza.

Anzi, il dubbio la eccitava.

Anche Anna Franzon uscì e si ritrovò davanti una giornata di sole che la costrinse a socchiudere gli occhi; si incamminò verso il centro della Piazza, inebriata da una sensazione di appagante onnipotenza.

Per un attimo le sembrò che tutti i piccioni di Venezia beccassero briciole dalla sua mano.

Era l’amante di uomini molto influenti e forse dello stesso Doge.

Ma sapeva anche che un giorno, non troppo lontano, avrebbe pagato cara tanta confidenza.

Conosceva troppe cose, troppi segreti.

La fuga d’amore a Parigi sarebbe servita anche a questo; per farsi dimenticare dai suoi amanti e tranquillizzarli con la sua dipartita.

Ma ora doveva rimanere e affrontare il destino.

Forse era il caso di cedere alle lusinghe del suo corteggiatore più insistente.

Forse era il tempo di ascendere al rango di Contessa.

Passò sotto la Torre e raggiunse la sponda dei canali interni.

Fece cenno a un gondoliere, che l’aiutò a salire.

Trastullata dalla dolce voga, la Marchesa rivolse un ultimo sguardo al suo passato, per poi girarsi dall’altra parte, dove l’attendeva il suo presente, vestito di sfarzosa eleganza.

Nel frattempo, a Venezia la Torre dell’Orologio batteva la sua ora, con il moro vecchio che le aveva strappato Francesca Giustinian, seguito dal moro giovane che battendo le 12 le riportò Anna Franzon.

Venezia crudele, che non tollera i tradimenti.

Benché fuggiasco, aveva deciso di tornare a Venezia.

Doveva chiudere i conti con Anna Franzon e vendicare Francesca.

Era un punto d’onore.

Gli amici gli riferirono che la Marchesa era ormai di fatto una Contessa.

Anna s’era messa in pianta stabile con il Conte Bragadin, pur avendolo sempre snobbato in passato.

Qualcosa doveva essere cambiato. Pare si concedesse ormai solo agli amanti più insistenti e influenti, quelli che non era opportuno disattendere.

Il Conte menava gran vanto di essere venuto a capo della procace Vedova Grimani. La faceva sempre scortare da due uomini armati, che avrebbe volentieri fatto eunuchi.

Alla Franzon la scorta andava bene. Non si sentiva più salda come un tempo, il suo potere era destinato a declinare. Aveva capito di dover pensare al futuro, a una serena vecchiaia.

Forse il Conte la lasciava indifferente, ma almeno poteva fidarsi di lui.

Casanova s’era fatto un quadro della situazione; ora doveva individuare il tempo e il modo, ma gliel’avrebbe fatta pagare.

L’occasione propizia giunse quando la Franzon ricevette un biglietto che l’invitava a un convegno d’amore.

Casanova la marcava stretta.

L’appuntamento era per le 11 di sera, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, sede dell’omonima Basilica progettata da Andrea Palladio, con annesso Monastero benedettino.

Di notte, la piccola isola era quasi disabitata e male illuminata.

I pochi religiosi presenti se ne stavano chiusi nei loro alloggi.

Chi vi approdava aveva a disposizione soltanto un modesto piano di calpestio. Se la Basilica era chiusa, non vi erano direzioni da percorrere.

Tuttavia, non era un luogo inconsueto per convegni d’amore di un certo livello. Offriva riservatezza e una cornice romantica unica al mondo, con spettacolare vista sul Bacino di San Marco.

La Franzon sbarcò alle undici e un quarto.

Casanova la seguiva a distanza. Avrebbe studiato la situazione e l’avrebbe fatta sua. Ancora non sapeva fino a che punto sarebbe arrivato, ma di certo l’avrebbe ridotta in suo potere. Avrebbe dovuto supplicarlo di risparmiarla. Poi avrebbe deciso. Soltanto in quel momento.

La Contessa si avviò verso i gradini della Basilica, aspettando di scorgere il suo amante.

Ma nessuna porta si apriva. L’isola rimaneva un vicolo cieco, un campiello senza sbocchi. L’unica porta sempre aperta è quella di Dite.

Finalmente giunse all’orecchio un sinistro cigolio, un portone si era socchiuso.

Due uomini mascherati la circondarono minacciosi.

La Franzon si voltò verso la sua scorta, che lungi dall’accorrere in suo soccorso, prese letteralmente il largo.

Erano stati comprati!

Era un agguato!

Nella destra dei sicari comparve una daga finemente lavorata; una coppia gemella.

Un’arma di lusso per una donna di lusso.

Anna Franzon capì che il suo momento era arrivato.

SZOCK

SZOCK

Si lasciò colpire senza opporre resistenza e senza invocare aiuto.

Sarebbe servito a poco.

Trattenne anche i gemiti di dolore, cercò di morire da nobildonna veneziana.

SZOCK

SZOCK

Ancora un paio di colpi al ventre.

La Franzon si protesse d’istinto l’addome, voltandosi di schiena.

SZOCK

SZOCK

Due crudeli colpi alle reni.

Per la Contessa era un calvario. Proprio sul sagrato della Basilica.

Ma rimaneva in piedi.

Mosse qualche passo, fu fermata e voltata a forza.

SZOCK

SZOCK

SZOCK

SZOCK

SZOCK

Una raffica rabbiosa di pugnalate al ventre interruppe la monotona regolarità dei colpi.

Fiaccata da undici coltellate, ma non ancora stroncata, Anna Franzon salì l’ultimo gradino del sagrato, puntellandosi contro l’imponente base della monumentale semicolonna palladiana - sontuosa espressione della religiosità pagana che sovrintende al culto cristiano, delineato sullo sfondo - imprimendo sul marmo bianco l’indelebile marchio del sangue.

Ma gli assassini andarono oltre.

Implacabili, la chiusero nell’angolo.

SZOCK

SZOCK

Infierirono con altri colpi alle reni.

La Franzon si voltò d’istinto.

Era esausta.

Stretta nell’angolo, tra il portone della Basilica e la base della colonna.

SZOCK

SZOCK

SZOCK

SZOCK

SZOCK

Un’altra impietosa raffica di pugnalate al ventre.

Ma la Franzon rimaneva in piedi, puntellandosi con la schiena al tempio.

«Il conto deve fare 23, bagascia!», il sicario si sentì quasi in dovere di fornire una spiegazione a quel singolare accanimento, forse non da lui, amante delle cose semplici, da buon tagliagole.

La responsabilità era dunque del committente, che evidentemente prediligeva gli stillicidi e aveva il gusto dello spettacolo tragico.

SZOCK

SZOCK

«Ecco, brava, non fare storie.

Abbiamo quasi finito…».

SZOCK

SZOCK

Altri colpi, ormai annoiati.

«A quante siamo?», verificò l’assassino, rivolgendosi al compagno.

«22, credo».

Annuì, il conto tornava.

«Beccati questa, allora!».

SZOCK

Anna incassò l’ennesima pugnalata. Allo stomaco!

Più dura delle altre.

Ma forse stavolta era l’ultima.

Il calvario era finito.

Magra consolazione.

Anna Franzon era incredula.

S’era fatta ammazzare!

Non le avevano lasciato scampo.

E non le avevano regalato una morte facile, come lei a Francesca.

Gemeva e sussultava, ma i sicari ne avevano abbastanza. Avevano ricevuto istruzioni precise: 23 pugnalate. Non 22, non 24.

«Addio, bagascia pagana. Sei fottuta».

E si dileguarono nel nero della notte.

Le gambe della Franzon cedettero.

La Contessa si lasciò scivolare lungo il marmo del tempio, finendo seduta sul sagrato.

Lottava per respirare, in un bagno di sangue. Il suo sangue.

E pensava febbrile a chi avesse osato eliminarla.

C’era l’imbarazzo della scelta: cortigiane gelose del suo ascendente, bramose di scavalcarla all’interno dei palazzi del potere; uomini traditi, uomini delusi, uomini vendicativi, uomini gelosi, uomini invidiosi; per quanto riguarda gli uomini, i profili dei possibili mandanti erano praticamente infiniti.

E poi, naturalmente, Giacomo Casanova, magari in combutta con i famigliari di Francesca o con lo stesso Barone Giustinian, ammesso che questi provasse davvero qualcosa per la moglie, senza contare i famigliari del defunto marito.

Per certi versi, lei non era diversa da Casanova: di successo e con tanti nemici.

E uno di questi l’aveva colpita a morte.

Quando Casanova vide tornare indietro la gondola della Franzon, fu indeciso sul da farsi.

D’istinto, scelse di approdare a San Giorgio. La sosta era stata troppo breve, probabilmente era rimasta lì.

Lui, però, non era l’unico a dirigersi verso l’isola.

Anche il Conte Bragadin, mosso da un oscuro presentimento, aveva deciso di raggiungere la compagna. L’appuntamento gli era ben noto. Non c’era ipocrisia tra loro.

Fu così che, quasi nello stesso momento, i due misero piede a San Giorgio Maggiore.

Non si vedeva nessun altro.

Poi, però, aguzzando lo sguardo, un’ombra tra le ombre…

E rantoli.

L’ombra rantolava in un angolo, a lato del portone della Basilica. Sembrava il sofferto miagolio di una gatta.

«Anna!», Bragadin fu il primo a lanciarsi.

Casanova lo seguì di un passo. Era venuto per ucciderne la compagna, ma qualcuno l’aveva preceduto…

Bragadin lanciò uno sguardo intorno a sé: non c’erano corpi sul piazzale, l’avevano abbandonata senza lottare. Comprati. Un agguato studiato con cura, dunque!

«Anna!».

Il largo e beffardo sorriso si era spento, in faccia solo la morte.

Con la bocca semiaperta guadagnava gli ultimi respiri, invocando un disperato aiuto con gli occhi socchiusi.

Era la fine per Anna Franzon.

E anche per il Conte Bragadin.

Per Casanova, invece, partita vinta senza giocare.

«Non mi hai mai amato, vero, Anna?», ebbe fretta di rivolgerle quella domanda, prima che fosse troppo tardi.

«No… mai… ahhh…

Mi… dispiace… ohhh…», lo uccise due volte.

«Vuoi parlare con Giacomo?».

La bocca si aprì di meraviglia.

«Sì, è qui, Anna.

È tua, Giacomo…».

«C’è qualcosa che devi dirmi, Anna?».

«Sì…

Perché… uhhh… sei… qui… ohhh…».

«Ero venuto per ucciderti».

«Tra… gli… uomini… ahhh… ho… amato… ohhh… solo… te… uhhh…

Conforta… il… mio… ohhh… Conte… ahhh… ci… rimarrà… ahhh… tanto… male… uhhh…».

«Credo che lui lo sapesse, Anna.

È per questo che non vi siete sposati, vero?

E c’è anche dell’altro…

Tu non sei vedova, è così?».

«È… così… ahhh…

È… tardi… Giacomo… ohhh… il… momento… uhhh… si… avvicina… ahhh… rimani… con… me… ohhh…».

«Come vuoi. Rimango».

Intanto Bragadin tamponava le tante ferite della compagna.

Infine, molto timidamente, si affacciarono i monaci.

La Franzon fu trasportata nella stanza dell’Abate e assistita dal monaco-farmacista, che le somministrò dei tonici per prolungarne l’agonia, su richiesta del Conte.

Si attendeva anche il medico-alchimista di Casa Bragadin, mandato a chiamare con ogni urgenza.

Casanova avrebbe voluto andarsene. Era stanco, insolitamente stanco. Decise almeno di prendere un po’ d’aria fresca.

Mentre usciva sul lungo corridoio, sembrò porsi una domanda.

Perché lui era stanco e il monaco rimasto dentro, no?!

Forse la fede gli infondeva energie superiori, ma Casanova non credeva alla fede degli inerti.

Perché non faceva anche lui una pausa, e in fondo, in ultima analisi, cosa diavolo ci stava a fare lì?

Non era mai entrato in azione, non per assistere il fratello farmacista, non per le cure compassionevoli, non per gli estremi uffici. E teneva il cappuccio ben calzato in testa…

Sì, forse era una sorta di attendente; anzi, lo era sicuramente.

Casanova tornò indietro e, con un gesto secco, gli abbassò il cappuccio.

«Enea Riboldi!

Marrano!».

Non gli diede nemmeno il tempo di mentire.

SZOCK

La sua daga era già in fondo al cuore.

THUMP

«Lui, dunque!», enfatizzò il Conte.

«Lui».

«Ti sei vendicato di chi ti ha privato della vendetta».

«Più semplicemente, ho vendicato Anna e Francesca allo stesso tempo».

Casanova perquisì il corpo di Riboldi.

Ne uscirono dei fogli manoscritti.

«Guarda… guarda…

Lo riconosci?

“Fermati, o mano audace: non toccare ciò che mira l’occhio invaghito. La bellezza che ti lusinga è cadaverosa. Costei, che ti sembra viva ed accenna di parlarti e di muoversi, è donna morta, tocca dal fulmine della impudicizia, che, consunte le viscere all’onestà, ha lasciato il di fuori intatto. Se la tocchi si dissolve e brutta il suolo di cenere.

Ella è Messalina.

Quando vidde il manigoldo sfodrar la spada per ucciderla, si appressò al collo di neve un terso pugnale con elsa d’oro, che più per bizzarria vezzosa che per uccidersi s’era recata nella mano, che punto non ubbidiva alla volontà che le comandava o fingeva di comandarle.

Avea maneggiato quella destra armi sempre troppo diverse e, se rigide, non gelide, ministre d’altro morire. Il colonnello con una barbara pietà volle sbrigarla delle sue angosce. Con un colpo le passò il petto. Si risentì ’l ferro, benché tardi, già feritala. S’intenerì il lestrigone al singhiozzare mortifero della bellezza agonizzante e vergognossi che le sue viscere avessero beuto un sorso di compassione, che perciò, vibrando lo sguardo più minaccioso che ’l ferro stesso contro la madre, appena a’ suoi prieghi concesse il corpo, che negli aneliti estremi spirava l’ultima vita.

Messalina è qui. Par viva, ma ella è estinta. La morte ha potuto arrestare, ma non estinguere le sue disonestà indelebili. Mirala, corrotto Mondo: mirala, sesso fragile, e, composto in opposte regole, vivi da lei diverso per morire diversamente”.

Sempre notevole…».

«Francesco Pona, l’Incognito. Sempre notevole».

«Riboldi ha trascritto alcuni brani della sua Messalina ed è venuto qui per goderne la messa in scena al teatro della vita.

Ma è morto prima di Messalina.

Ora è meglio che io vada.

Addio».

Giacomo Casanova lasciò con piena giustificazione il capezzale di Anna Franzon.

Giunse il medico, ma la situazione precipitava.

La Marchesa volgeva gli occhi al cielo, sbarrati all’infinito; lungo la bocca dischiusa, le labbra tremavano impercettibili.

Mal rassegnato, il Conte Bragadin si ostinava a tamponarle personalmente le ferite.

Il petto della Franzon, sempre esorbitante, non si agitava più.

La Contessa stava assumendo la postura fatale, fiaccata e costretta alla resa dalle micidiali coltellate dei sicari di Enea Riboldi.

«Chiamala, Anna… chiamala… adesso… avanti… ti prego…».

«Ve…ne…zia…», forse con l’ultimo soffio di vita, estrema fede.

La tragedia di Anna Franzon si era ormai consumata.

Una perdita estrema per Venezia.

E Venezia non tollera i tradimenti, né le perdite estreme, né di rimanere vedova anzitempo.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PESCA GROSSA

di Salvatore Conte (2013)

Nessuno nel giro si aspettava che imbolsisse in questa maniera.

Soltanto pochi anni prima, Leila era formosa e asciutta insieme.

Oggi è pasta scotta.

Prima era una mangiatrice di uomini, un’imperatrice, una che fulmina al primo sguardo, una specie di Medusa.

Assolutamente unica, eppure banalissima, fatta di tutto e di niente, fatta di sé stessa.

Oggi invece è sfatta e basta.

Cinque-sei anni sono bastati a far morire una donna e a farne nascere un’altra; non una bambina, però, bensì un’over45 da quasi 90 chili.

In ogni caso, Leila Dakmak Franzone rimane un mito. Anzi, soltanto adesso diventa un mito. Prima era una bella donna, senza però una storia da raccontare. Adesso, con una storia sulle spalle e qualche sconfitta, è un vero e proprio “donnone”.

A 30 anni lascia il Libano in guerra, arriva in Italia e si sposa con un napoletano pieno di soldi, per lo più sporchi. Un po’ lei, un po’ lui, il matrimonio salta. La Dakmak cambia aria e si stabilisce a Roma. Per mantenere i suoi lussi, finisce nel giro. Droga, prostituzione, lavori sporchi per i servizi e qualche colpetto: un curriculum di tutto rispetto.

Ho nostalgia di lei. È parecchio che non la incrocio, forse troppo. E nel giro ogni volta può essere l’ultima.

La ricontatto per proporle un affare.

La trovo stanca, giù di corda, preoccupata, dice di avere qualche problema di salute piuttosto serio.

In effetti, si tocca ripetutamente lo stomaco.

Spero non sia nulla di grave.

È dimessa, affaticata, pallida, e sempre più gonfia; non l’aiuta ad apparire meno grassa una maglietta a righe orizzontali.

Molti chili in eccesso e tante ambizioni andate frustrate l’hanno male invecchiata. Anche così, però, è sempre Leila Dakmak. Una Ferrari tenuta a un filo di gas.

Dopo un drink e i convenevoli di rito, comincio a entrare nell’argomento.

«So che non te la passi più tanto bene, Leila».

«Vieni al dunque, Sal».

«Mi serve un bravo autista. Per un colpetto facile-facile».

«Non sono più quella di un tempo».

«Una che ha imparato a guidare a Beirut va sempre bene…».

«Roma è peggio di Beirut. Qual è la mia parte?».

«Un terzo della torta».

«E la torta quant’è grande?».

«Abbastanza da mangiarci, ma senza rimanerci strozzati…

Non daremo fastidio a nessuno, insomma», con lei è meglio parlar semplice.

«Ci sto. Ho bisogno di soldi».

Vuole che le chieda perché.

«Perché?».

In risposta, si tocca per l’ennesima volta lo stomaco.

«Non è una semplice ulcera», aggiunge.

Vuole che le chieda che cos’è.

«Che cos’è?».

«È un cancro».

Fregna…!!

«Non si sapeva se conveniva operarlo. Nel dubbio, me lo sono tenuto e tiro avanti».

«Niente chemio, o mi sbaglio?», i suoi capelli sono in ordine.

«No, niente, o finiva d’ammazzarmi. Così sto campando di più».

«Sì, ma allora… come pensi di farcela?».

«È da tempo che mi sono rassegnata, Sal».

Non è vero.

«Quanto ti hanno dato?».

«Tre mesi».

Minchia…!!

«Quanto tempo fa?».

«Un anno fa».

Cazzo…!!

«I medici non sanno quanto sei tosta, Leila…

Ma ora sei riuscita a farmi preoccupare: cosa posso fare per te?».

«Sono messa male, Sal…

Non si può fare niente».

«Ma… come… e non ti sei nemmeno fatta sentire?».

«Sei un medico, tu?».

«Anche.

E i soldi a che ti servono, se non si può fare niente?».

«Voglio tentare il tutto per tutto in qualche clinica d’elite.

O magari farmi un bel viaggio, prima di mettermi a letto come un’invalida…».

«Non ti illudere. Nelle cliniche d’elite succhiano soldi e basta. Si muore lì come altrove. Devi cercare tra le cure poco costose, invece».

«Tu sapresti dove cercare?».

«Io sì. Ma lo farei solo per un amico».

«Io che cosa sono?».

«Più di un amico, meno di un amico».

«Non scherzare, Sal. Ci sto e basta.

Il terzo chi è?».

«Emiliano».

«Non andavate molto d’accordo…».

«È vero, e neanche adesso. Ma gli affari sono affari».

«Perché hai pensato a me?».

«Perché sai guidare e hai un aspetto rassicurante».

«Tu, oltre alla tua fetta, vuoi anche la ciliegina sulla torta, vero, Sal?».

Mi guarda con occhio inquisitorio.

«Io non mischio mai gli affari con le questioni personali», mi conviene negare. D’altronde una ciliegina da 90 chili non è una ciliegina.

«Ci sto solo perché ho bisogno di soldi», mi fa pesare il suo “sì”; un “sì” che pesa quasi un quintale, infatti.

Ci congediamo senza cordialità.

Leila non nasconde la sua preoccupazione. Per lei il tempo stringe.

Io non nascondo la mia irritazione. Escluso anche dalle sue ansie.

Neppure in questo frangente si è appoggiata a me.

E così, alla fine della serata, scopro che Leila Dakmak è un cadavere che cammina…

Non sarà facile buttarla giù, è più potente e massiccia che mai, ma ha il nemico dentro, e alla fine la spunterà lui.

Faccio un giro di telefonate e scopro che riesce a farsi pagare molto, molto bene, perché i clienti sanno che sta per chiudere. Lei glielo fa intendere chiaramente. Nessuno sa, però, per quanto ne abbia. I soldi li spende in medici tasto costosi quanto arroganti. Pensa di comprarsi la salvezza, di corrompere anche la morte.

Leila è ancora molto gettonata, comunque. Le ultime bottiglie di un’ottima annata sono le più preziose, infatti.

Dopo il colpo, cercherò di saperne di più sulle sue effettive condizioni, ma la brutta cera che le ho visto dipinta in faccia e lo sguardo spento, deluso, incollerito mi fanno temere il peggio.

È tutto pronto. Siamo davanti alla nuova filiale di Ostia del Banco di Roma.

La Dakmak si è presentata con una camicetta bianca, sbottonata e aderente, portata senza reggiseno; le zinne mosce giù a piombo ad alzo zero come due belle melanzane a penzoloni, i capezzoli impressi sul tessuto sintetico della camicetta.

Tre bottoncini aperti, tre bottoncini chiusi: è l’alchimia perfetta della Dakmak. Vedere, ma non tutto; immaginare, ma non toccare; senza prima pagare salato…

E sotto, pantaloni di pelle nera, attillatissimi, senza cintura, quasi una seconda pelle, che le strizzano i fianchi.

La carne si gonfia abbondante da tutte le parti, anche in doppi strati.

Un completo da cagna rabbiosa.

Forse non l’ideale per farla passare inosservata, ma giusto per darle l’adrenalina da Leila Dakmak: lei, in fondo, è una che si ciba di sé stessa.

Dozzinale, ma efficace. A 46 anni, per mantenere il suo potere, ha ceduto alla sua stessa dozzinalità, alle sue stesse brutture, ma le porta in giro con la grazia di una principessa: questo è il paradosso Dakmak.

Il profilo è imbarazzante: la pancia è più prominente del seno. Eppure piace sempre. A quanto mi risulta, c’è ancora la fila per vederla e infilarla.

Leila sa vendere anche le sue brutture.

La Dakmak sa scatenare negli uomini la loro più intima morbosità, li domina con il suo sorrisetto beffardo e gli sbatte in faccia le sue brutture senza alcuna vergogna: zinne pendenti, pancia grassa, culo grosso, collo gonfio, mento doppio, e carne ovunque.

Un corpo da bagascia che addosso a lei sembra quello d’una principessa.

Questo è il segreto di Leila Dakmak.

A lei piace guidare la Golf: è per tale motivo che le ho messo in mano una Golf rubata, con targa ripulita.

Va tutto liscio fino all’uscita.

Rapine ce ne sono tutti i giorni, ormai. È routine per gli impiegati. Minacciati da tagli e licenziamenti, rapinati ogni mese e giorno da gabelle statali e parastatali, si tengono stretta la vita, almeno quella.

Conviene pure alla banca, che esagera nel denunciare l’ammanco e fa la cresta sull’assicurazione.

L’assicurazione, a sua volta, risarcisce con soldi sporchi, rimettendoli in circolo. Le assicurazioni sono grandi, i grandi hanno appoggi all’estero, all’estero non ficca il naso nessuno.

Senza contare il business delle guardie giurate: che farebbero senza una rapina al giorno?

Insomma, alla fine è un gioco di squadra che conviene a tutti.

Ma non tutti lo sanno, purtroppo.

C’è sempre chi guarda troppi telefilm e gioca a fare il poliziotto.

Come quello che sembra aver riconosciuto Leila da qualche foto segnaletica rimastagli impressa nel cervello: niente da fare, è sempre unica e inconfondibile.

BANG

Leila spara, ha una pistola nascosta nella borsetta.

Lo fa secco.

Ma ce n’è un altro: i poliziotti sono sempre in due.

BANG

La libanese è scatenata: beccato anche questo.

BANG

Ma il secondo piedipiatti non è ancora secco e le spara contro da terra.

BANG BANG

Sono io a chiudere i conti.

È andata.

SKREEEK

Leila riparte bruciando le gomme.

Fuggiamo verso sud.

Ci aspetta una roulotte in un campeggio vicino ad Anzio.

«Quei bastardi volevano fregarci…

Brava, Leila!», Emiliano si congratula; ha preso posto dietro, con il sacco dei soldi.

Ma la Dakmak non risponde. E non lo guarda. E non guarda nemmeno me.

Continua a guidare con gli occhi fissi sul parabrezza.

C’è qualcosa che non mi quadra.

Ancora un paio di curve a tutta velocità e poi, all’improvviso, frena e accosta, fermandosi in una piazzola sterrata.

«Uhhh...», la libanese si china sul volante fino a toccarlo con la fronte.

«Che cazzo succede, Leila?!», forse è il tumore che le dà problemi.

«Quel bastardo... m’ha preso... ohhh...».

«Che cosa?!!».

La tiro su, rimettendola con la schiena contro il sedile, e allungo la testa verso la portiera...

Leila s’è presa una pallottola nel fianco...!!

Oddio... il sangue mi si gela nelle vene...

Il proiettile del poliziotto ha prima bucato la carrozzeria della Golf e poi quella della Dakmak... raggiungendola in un brutto punto, con una traiettoria sporca e sfaldato dall’impatto con la lamiera, quasi come un proiettile a espansione... è entrato nella pancia di Leila e s’è portato via tutto, come in una pesca a strascico, fino al fianco opposto... la tocco a destra, Pacific side, e le fa un male boia... la pallottola .38 del poliziotto ha fatto il “coast to coast” nella pancia della libanese...

Oddio!!

Leila non morirà di cancro.

«È grave?», Emiliano mette la testa fra i due sedili.

«Abbastanza… la pallottola è entrata dal fianco e si è persa nella pancia...», lo guardo significativamente, senza farmi vedere da Leila.

Saprà tutto al momento opportuno.

Emiliano è allibito. Anche lui ha un debole per la Dakmak.

Io non posso ancora crederci.

«E adesso che si fa con lei...?».

«Non lo so. Decide lei cosa fare di lei».

«Fa un male cane... ohhh...».

«Ti porto da un dottore... stai calma...», la tranquillizzo, asciugandole il sudore con un fazzoletto, ma la questione è decisa e devo farmene una ragione in fretta. L’avrei persa comunque da lì a pochi mesi.

«Bisogna andare via subito... fra un po’ sarà pieno di poliziotti», Emiliano pensa soprattutto a salvarsi il culo.

«Sal… guida… guida tu… uhhh… brucia… ahhh… brucia da impazzire… uhhh…».

«Stai calma, Leila. Guido io, stai tranquilla. E ti porto da un dottore...».

«Non dirai sul serio, spero...».

«Sta’ buono, dobbiamo prima cambiare auto...», la sua insensibilità mi dà noia; anch’io so che è inutile portarla da un dottore, ma sono cose che non vanno sbattute in faccia.

Mi scambio di posto con lei senza scendere dal veicolo.

«Ohhh... fa’ piano... ohhh...», lo scambio è doloroso, la pallottola si è strascicata lungo tutti gli intestini di Leila, aprendo una falla fatale.

La Dakmak sembrava inaffondabile. Ora sembra il Titanic al momento di lanciare l’ S.O.S.

«Fa un male cane… Sal… ahhh… ahhh…», è atterrata.

Si preoccupa dell’immediato, non ha ancora realizzato le conseguenze ultime.

«Così... brava... stai calma...», la sistemo contro il sedile, ma lei preferisce incubarsi di fianco, con la tempia poggiata sullo schienale e le mani a stringersi la pancia.

«Che bruttura... Sal... ahhh...», si guarda il buco chiazzato di sangue; è brutto, infatti.

«Per una come te è solo un graffio», che altro dirle?

Per ora Leila ne fa una questione prevalentemente estetica, ma in breve capirà che l’hanno fregata.

SKREEEK

Riparto con una sgommata.

La Dakmak si lamenta mentre spingo sull’acceleratore.

Resisti, vecchia troia. Morirai comoda più tardi, su una bella roulotte.

Siamo alla pineta.

Cambiamo auto, come programmato.

Una Regata è quello che ci vuole in un posto di mare.

Il trasferimento di Leila non è una cosa semplice.

Le tampono il buco. Un fazzoletto sotto la camicetta e un asciugamano sopra.

«Non è più logico farla finita qua?», suggerisce Emiliano.

«Stanno cercando un terzetto con una donna…», esplicita la sua logica.

«No, non se lo merita. Ha combattuto per noi, ha fatto fuori uno sbirro e mezzo», chiudo il discorso.

Si riparte, direzione Anzio, tratti di litoranea e deviazioni all’interno per prevenire blocchi.

«Uhhh... fermati... Sal... mi sento morire... ahhh...», Leila stacca una mano dalla pancia e l’allunga all’indietro toccandomi il ginocchio.

«Che mi succede… ahhh… aiutami… Sal... uhhh...».

«Va bene, Leila», l’accontento, vuole attenzione, vuole qualcuno intorno a sé, qualcuno che la calmi mentre vede la morte.

Un centinaio di metri più avanti c’è una strada sterrata che porta all’interno, la prendo e mi fermo all’ombra degli alberi.

«Io mi faccio una sigaretta», Emiliano scende dall’auto.

Rimango al mio posto e le tiro via i capelli appiccati alla faccia, madida di sudore per il caldo, la tensione, lo sforzo.

«Leila... fatti vedere...», provo a metterla seduta con la schiena appoggiata al sedile; la libanese ha assunto la stessa posizione fetale che aveva tenuto sulla Golf.

«Uhhh... lasciami stare...», mi scaccia le mani.

«Mi brucia ahhh… troppo… la pancia... uhhh… non… non mi toccare... ohhh…», sta cercando di stabilizzarsi, di far vedere quanto è tosta, un po’ la conosco.

Ma qui la cosa è seria. Questo è un tumore fulminante. La pesca a strascico non perdona, è devastante. Perciò è vietata.

«Non vuoi aiuto, Leila?».

«Posso… ancora… ahhh… salvarmi… Sal…?».

Sta prendendo coscienza di tutto. Tutto sta a capirlo e accettarlo.

«Non solo puoi, ma tu devi salvarti, Leila», meglio lasciarle qualche spiraglio; bisogna capirlo un po’ alla volta; e io non l’ho ancora capito.

«Io… ci provo… Sal… ahhh… ma tu… controlla… Emiliano… uhhh… o lo sistemo io… ohhh…», ha ancora la sua borsetta a portata di mano, infatti.

«Nessuno ti tocca, Leila. Tu tieni le mani a posto».

La Dakmak non vuole scorciatoie per l’inferno. Vuole tutto il tempo che le rimane, per prepararsi al grande salto.

Una donna normale, al posto suo, sarebbe già crollata, ma Leila Dakmak non è una donna normale: è una bestia.

Controllo che i tamponi siano a posto.

«Così… tieni la mano e il braccio sopra…».

«Uhhh… grazie… Sal… ahhh…», è raro che Leila ringrazi per qualcosa; le sto dando una mano e lei si aggrappa al braccio.

«Allora…?

Ne ho fumate due di sigarette…

Che ci facciamo ancora qui?».

Emiliano stavolta ha ragione.

Senza chiedere il parere di Leila, metto in moto e riparto.

Passano cinque minuti e ricomincia… la ferita è brutta, anche per una bestia.

«Sal… fermati… uhhh…», mi cerca con la mano intrisa di sangue che si è appena staccata dalla pancia.

Stavolta preferisco ignorarla.

«Emiliano… ohhh… fallo fermare…

Devo… uhhh… devo… parlarvi…», la Dakmak insiste.

«Fermati… dai… Sal…», ora acconsente, solo perché si è rivolta a lui.

Accosto e mi fermo.

«Che succede, Leila?», le domanda, con involontario umorismo.

«’Sta bruttura… uhhh…», sposta il braccio e l’asciugamano e fa vedere lo squarcio nella fiancata, parla come vivesse a Roma da sempre, «’sta bruttura… non ci voleva… ahhh… forse… non ce la faccio… ohhh… voglio… prepararvi… potrei… crollare… uhhh… siete soci… ma anche… amici… ohhh… Leila… vi saluta… uhhh…».

No, tu non vuoi preparare nessuno, tu vuoi solo essere rimpianta, Leila.

E ci stai riuscendo benissimo. Almeno con me.

«Andrà tutto bene, Leila. Al campeggio ti riposerai e stupirai tutti, ancora una volta. Con l’occasione, butterai giù qualche chilo».

Idiota…

«Posso ripartire?».

«Parti… Sal…».

Meglio sbrigarsi, non mi va di vederla crepare per strada, come una bagascia.

Ci siamo, è un bel campeggio in riva al mare.

Per lei, occhiali scuri, mani ripulite e telo da spiaggia sulle brutture. Deve sembrare viva.

«Eccoci nel nostro nido, amore…», la sollevo di peso dal sedile, non senza sforzo, simulando un atto galante.

Una volta dentro la roulotte, Emiliano chiude bene tutte le tendine e accende la tv, per coprire i mugolii di Leila, che al più sembreranno affanni d’amore.

Poi apre il letto e finalmente metto giù la libanese.

«Contali».

Mentre mi occupo della Dakmak, Emiliano si occupa del pescato.

Stavolta Leila assume una posizione stravaccata, forse vuole morire comoda, oppure ha un sussulto di arroganza: gambe aperte, un braccio sulla pancia, l’altro largo, testa circondata dai cuscini come una papessa.

Ma la bocca è semiaperta, la lingua sotto il palato, gli occhi preoccupati: mi fissano come se io potessi aiutarla. Sa che la voglio, quindi sa che cercherò di fare qualcosa per lei. Ed è curiosa, oltre che molto interessata.

Sfortunatamente, però, la situazione è compromessa, senza vie d’uscita. Lo sa lei. Lo so io. E lo sa Emiliano, ovviamente.

«Ti allento i pantaloni, Leila. Starai meglio».

«Sì… sto meglio… ohhh…».

Ecco… ora è davvero perfetta: un grande quadro tragico; sbottonata, allentata e senza futuro.

La Dakmak cerca di allentare la tensione, di buttare fuori qualcosa, tra un palpito d’angoscia e l’altro.

«Ohhh… che bruttura… Sal…», si riferisce alla ferita e alla situazione in generale; come una litania, ormai.

«È andata storta, è vero, ma niente in te può essere brutto, Leila».

«Neanche… il buco… ohhh…?», lo guarda allusivamente, con occhi allarmati.

«Neanche il buco: sei sempre bella e potente».

«Sal… è finita… ohhh… vero… Sal…?».

Sapevo che me l’avrebbe chiesto, ma mi coglie di sorpresa lo stesso.

Non le rispondo nulla.

«Il dottore… uhhh… è inutile… ohhh… vero… Sal…?».

Non le rispondo nulla.

«All’ospedale… ahhh… se c’arrivo… ohhh… faccio… una… brutta… fine… uhhh… vero… Sal… ohhh…?».

Non le rispondo nulla.

«Non mettermi… uhhh… fretta… però… ohhh…».

Ha risposto a tutto da sola.

«Il colpo… è brutto… ohhh… ma almeno… mi dà… il tempo… ahhh… di prepararmi… Sal… ahhh… sono fortunata… molti… se ne vanno… uhhh… senza… senza… capirlo…».

Leila presenta il pallore livido di chi ha preso confidenza con la morte.

«Molti preferiscono andarsene senza pensarci e comunque nessuno decide per sé, chi è saggio si prepara per tutta la vita».

«Io… non sono… saggia… Sal… ohhh… ho… cominciato… ohhh… soltanto… adesso…», in punto di morte rivela una vena ironica che non le riconoscevo.

«Leila Dakmak… è solo… ahhh… una puttana… bene… ingrassata… uhhh… che… lo fa… diventare… ohhh… grosso… a tutti… ahhh… non è vero… Sal…?».

«Forse Leila Dakmak è qualcosa in più di questo, anche se non ne sono mai stato sicuro», le asciugo il sudore dalla fronte e dal collo, e la mano scivola verso le zinne a melanzana.

«Smettila… idiota… ahhh…».

Mentre riprendo la mano dalle tette, calde di vita e fredde di morte, Leila si sforza di parlare ancora, di buttare fuori un altro po’ dell’angoscia che la opprime.

«Avevo… ancora… uhhh… due… tre… settimane… di vita… ahhh…».

«Solo due settimane…?! Ma che dici?».

«Il mio stomaco… ohhh… sta… per scoppiare… Sal… ahhh… la situazione… è… fuori… controllo… uhhh… ho resistito… anche troppo… ohhh… volevo farmi… uhhh… l’ultimo… viaggio… Sal… ohhh…».

«Con chi?».

«Non lo so… ohhh… che importa… adesso…. ahhh… tu… però… aspetti… ohhh… con me… uhhh… il momento… Sal… vero… uhhh…?».

«Sì, certo, Leila. Non mi muovo da qui fino a quando ne avrai bisogno. L’ultimo viaggio lo farai con me».

«Hai… intenzione… ohhh… di seguirmi… uhhh…?».

«Prima o poi mi capiterà».

«Ho avuto… molti amanti… ahhh… in vita… Sal… ma tu… uhhh… tu sei… ohhh… il mio unico… amante… nella morte… ahhh…».

«Amante platonico, Leila?».

«Platonico… ahhh… non… ti basta… ohhh… Sal…?».

«Ogni minuto passato accanto a te è il massimo per un uomo. E per te stessa, questi minuti fatali sono il massimo.

Ma a me non basta. Io voglio mettermi insieme a te. Ciò che è massimo non è ottimo in sé stesso. Per questo i latini specificavano “optimus maximus”».

«Insomma… ahhh… vuoi tutto… uhhh… ma questo… non è… ohhh… possibile… non è… uhhh… il momento…».

«Per te non è mai il momento, Leila…».

«È… è per questo… ohhh… che… mi hai… cercato… uhhh… vero… Sal…?

Per avermi… uhhh… vicino a te… ahhh… non per il colpo… ohhh…

Volevi… il massimo… ohhh… e poi… l’ottimo… uhhh…

Ma… così… uhhh… mi hai… fatto… ohhh… ammazzare… ahhh…

Sei… uno stronzo… ohhh… Sal…».

È troppo tardi per recriminare, Leila. Volevi la tua fetta e sei rimasta fregata. Come i due poliziotti.

La libanese ha tanto rancore in corpo, da sempre, forse per non aver raggiunto ciò che voleva nella vita.

È bianca come un fantasma e respira a scatti, con dei sibili innaturali.

Leila Dakmak non morirà di cancro allo stomaco.

La moglie di Gennaro Franzone, imprenditore della camorra, morirà per un tumore fulminante all’intestino, con metastasi al piombo.

Intanto cerco di tenerla sveglia. Prendo carta e penna.

«Cambiamo discorso. Voglio calcolarti il numero fatale, va bene?».

Non capisce di cosa stia parlando. E non per causa della pallottola, né del tumore.

«Qualunque… cosa sia… uhhh… sbrigati… Sal… ahhh…».

«Faccio subito. Tu ti chiami, nella versione occidentalizzata, Leila Dakmak. E qui siamo in Occidente. La lingua dell’Occidente è l’inglese. La lingua inglese utilizza ventisei lettere. Associamole a un numero, secondo questo schema:

LEILA = 3+5+9+3+1 = 21 = 2+1 = 3

DAKMAK = 4+1+2+4+1+2 = 14 = 1+4 = 5

LEILA DAKMAK = 3+5 = 8 = 21+14 = 35 = 3+5 = 8

Dunque “8” è il tuo numero fatale.

Ed è anche il mio, accidenti!

Otto è un numero molto femminile, e in natura rappresenta, fra l’altro, la più compiuta precocità, la prima forma della pienezza… e tu, Leila, sei la pienezza in persona…

Seguendo la lezione di Agrippa… ho qui una fotocopia… l’attributo “della plenitudine” - stiamo parlando dell’ 8 - “lo ricevette pel contesto della solidità, perché è il primo che componga un corpo solido. Questo numero fu consacrato a Dionisio, che nacque a otto mesi e l’isola di Naxos, che gli è dedicata, ha ottenuto la prerogativa che le sue abitatrici possano sgravarsi felicemente nell’ottavo mese e generare fanciulli vitali, mentre per solito, ovunque, i bimbi nati di otto mesi muoiono e mettono in pericolo l’esistenza materna”.

Infatti il cancro, che rappresenta l’anti-pienezza, il vuoto, stenta a prendere il sopravvento in te».

«Ma… ora… ohhh… ce l’ha… quasi… fatta… ahhh… e si fa… anche… uhhh… aiutare… da una… pallottola… del cazzo… ohhh…».

«I poliziotti usano pallottole calibro 38, Leila. E la pallottola, adesso, è il tuo problema più urgente…».

«Bella scoperta… coglione… ohhh…», ci scherza su anche lei. Fa bene. Allenta la tensione. Sulla faccia ha anche un sorrisetto tirato. «Coglione tu… e Agrippone… ohhh… o come… si chiama… uhhh…».

Brava, Leila. Così mi piaci anche di più.

«A proposito di Agrippone, da quando ti sei sposata con Gennaro Franzone, ti chiami Leila Dakmak Franzone.

FRANZONE = 6+9+1+5+8+6+5+5 = 45 = 4+5 = 9

LEILA DAKMAK FRANZONE = 3+5+9 = 17 = 1+7 = 8 = 21+14+45 = 80 = 8+0 = 8

Ancora “8”.

Quindi tuo marito non ha apportato nulla di nuovo in te.

Infatti vi siete separati perché non riusciva a darti niente, no?

Tu hai conservato la tua pienezza anche vicino a un simile coglione.

Se fossi sposata con me, invece, dovremmo sommare il tuo “8” al “3” del mio cognome, desunto dalla tabella anglofona, per un totale di 11, che dà “2”, il numero del Principio femminile, ovvero 3 - il primo numero maschile - meno la famosa costola.

In sostanza, con me avresti sublimato te stessa».

«Tu… tu vuoi… fregarmi… uhhh… e basta… Sal… ahhh… ma… a fregarmi… ohhh… ci pensa… la pallottola… uhhh… del cazzo… ohhh… parliamo… d’altro… ahhh… li ha contati… uhhh… i soldi… ahhh…?».

«Non stiamo parlando d’altro, Leila. Ma sempre di numeri.

Comunque il nostro Emiliano li ha contati, sì. Sono circa 1.600 testoni. Troppi.

Mi aspettavo un colpetto da 200, al massimo 300 milioni, quella filiale ha aperto da poco».

«Brutto segno… Sal… ahhh…».

«Sì, lo so. Ci cercheranno. Ci stanno già cercando».

«No… non è questo… ohhh… cercheranno voi… uhhh… ma adesso… le parti… sono… da… 500… testoni… e rotti… ahhh… crepata io… le parti… ohhh… sono da… 800… testoni… uhhh… è la mia eredità… ahhh… lasciata… a una coppia… di stronzi… ohhh…».

La Dakmak quasi mi stupisce…

È stata abilissima nel mettere in pratica il senso teorico del suo numero fatale.

Ma i Fati non sono così facili da leggere. E lei è ancora alle prime armi.

La potenza cosmica del suo numero spinge per dividere il malloppo in due sole parti. Tuttavia, non è questo il malloppo che pensavo di realizzare quando ho ideato il colpo.

Mentre ripenso alle sue parole, Leila suda. Suda come stesse lavorando per cento uomini.

La libanese è forte come un cavallo.

Una pallottola mortale e un cancro terminale non l’hanno ancora stroncata. Bisognerà aspettare. La morte non ha fretta. Lei neppure. Sarà una lunga notte.

Prima che la fine la sorprenda, glielo chiedo e basta.

«Leila… me la fai fare una scopata?», così, senza sfumature; con lei bisogna parlar semplice.

«Sal… sei scemo… ohhh…? Ho un buco… uhhh… da 'na piotta… ahhh… nela panza… ahhh…».

Però, se glielo chiedesse Emiliano, allora non farebbe storie…

Neanche da morta riesco a farmela.

«Scusate se interrompo…».

Eccolo.

«C’è una notizia sul televideo che sembra uscita da “Chi ucciderà Charley Varrick”, l’avete visto?».

Sì, l’ho visto. Non un buon auspicio per Leila.

[ 23.58 ]   ULTIM’ORA

Rapina di Ostia: clamorosi sviluppi

Il direttore della banca rapinata questo pomeriggio si è suicidato con un colpo di pistola alla testa, nella sua abitazione romana. Lascia la moglie e tre figli.

Quasi nello stesso momento è stato sequestrato un top manager del Banco di Roma, responsabile della Divisione Roma Ovest.

Secondo gli investigatori, la Banda della Magliana potrebbe essersi infiltrata nella filiale rapinata, al fine di movimentare denaro sporco.

Il Banco di Roma ha avviato un'indagine interna.

Ecco la conferma. I soldi erano in lavatrice.

Al momento i Capi della Banda pensano a una talpa, uno della rete che ha fatto il furbo, commissionando una rapina molto ricca.

E hanno sequestrato il capo divisione per farlo cantare. L’altro non ha retto alle minacce.

Non credono a una semplice coincidenza, quale in effetti è stata.

Meglio per noi.

Stanno solo perdendo tempo.

Ma ci stanno cercando.

E hanno l’appoggio dei servizi.

Riferisco tutto a Leila.

«Noi… ci teniamo… ohhh… tutto… Sal… ahhh… voglio… la mia parte… e… uhhh… voglio salvarmi… ahhh… mi aiuterai…?».

Sogna ancora di farcela. Non ha capito che è finita?

«Se posso, ti aiuto, Leila. Ma voglio essere tuo socio per sempre».

«Questo… si può fare… Sal… ohhh… ti faccio… lavorare… per me… ahhh… ho intenzione… di allargarmi… uhhh…».

Ancora?

«Parlami… di quelle… ohhh… cure strane… per i tumori… uhhh…».

Leila vuole sognare.

La accontento.

«Si conoscono poco perché su larga scala manderebbero fallite in poco tempo le grandi case farmaceutiche.

Una di queste è il metodo del Dott. Di Brutto, che ha il suo laboratorio di ricerca a Reggio Emilia.

Uno scienziato molto serio. Non si fa nemmeno pagare le visite.

Se il fisico del paziente non è definitivamente compromesso, la sua cura riesce a contrastare il cancro in quasi tutti i casi e non è né dolorosa, né invasiva, né mutilante.

E ce ne sono altre. In tutto il mondo.

Ciascuna cura sviluppa metodi terapeutici particolari, ma in comune hanno l’approccio di base, che è del tutto naturale, biologico, ed è perciò che le grandi case farmaceutiche le contrastano con ogni mezzo: per continuare a produrre costosi, inutili, dannosi artifici chimici; tutto questo, unito alle grossolane pratiche di macelleria in voga, conduce al precoce abbattimento psico-fisico del paziente.

Almeno tu ti sei sottratta alla chemioterapia…».

«Ma… ho… rimediato… ohhh… una… brutta… pallottola… ahhh…».

«Più o meno è la stessa cosa, Leila.

Non stai peggio di tanti ignari malati».

«Se… è come… dici tu… uhhh… potevo… ancora… ohhh… fare… qualcosa… Sal…».

«Se tu mi avessi cercato…».

«Sal… vaffanculo… ohhh… fammi… crepare… in pace… uhhh… e fai spazio… a Emiliano… ahhh…».

L’ho fatta incazzare. Peggio per lei. Dovevo dirglielo. Mi ha sempre snobbato.

Ha perso tempo prezioso con baroni universitari che le hanno solo succhiato soldi.

E adesso fa la difficile con me…

E sfoga la sua paura con Emiliano.

Porco mondo, quanto mi fai incazzare, Leila…

Ma senza di te, dove vado…

In mezzo a tutto questo, Emiliano se la spassa al capezzale della Dakmak.

A lui è tutto permesso. Come a tanti altri.

Lei sta sbragata sul letto come una bagascia libanese, con un piede e mezzo all’inferno, ma ancora sicura di giocarsela, arrogante come non mai.

Lui se la gode finché dura, aspettando di salire da un terzo della torta a metà della torta.

Tanto peggio per lei.

Anch’io avrò quasi un miliardo tutto per me e mi rifarò con gli interessi di questa troia languida…

Emiliano ha finito e va a farsi una sigaretta.

’Fanculo a tutti e due.

[ 02.48 ]   ULTIM’ORA

Rapina di Ostia: morto il manager sequestrato

È stato ritrovato morto il manager del Banco di Roma sequestrato in serata.

Continua la scia di sangue seguita alla rapina di questo pomeriggio nella filiale di Ostia del noto istituto bancario.

Ancora senza esito le ricerche dei rapinatori.

Gli inquirenti ritengono che il colpo, costato la vita a due agenti di polizia, sia da ricollegare agli intrecci affaristici che la famigerata Banda della Magliana ha sviluppato con settori deviati del sistema finanziario.

L’attenzione si sta spostando sugli intrecci tra criminalità, servizi, massoneria e banche.

Meglio per noi. Anche se sono in tanti a cercarci.

Io, per ogni evenienza, mi sono tenuto da parte un piano di riserva.

Non so se portarmi dietro anche Leila. Tanto non supererà la notte.

Ecco che si riaffaccia dal dormiveglia.

«Sal… c’ho riflettuto… uhhh… se… fossi… stata precoce… ohhh… non ci sarei… rimasta secca… ahhh… t’avrei… chiesto… aiuto… ahhh… tu… non avresti… pensato… al colpo… io… ohhh… avrei pensato… a curarmi… ahhh…».

Il ragionamento è giusto. Farsi sbattere le mette in moto il cervello.

«I numeri sono molto importanti, Leila. Noi stessi siamo numeri. Ma non nel senso dispregiativo della cosa. Non numeri qualunque al servizio di uomini che credono di contare, ma numeri quali particelle di un insieme cosmico in cui tutti contano davvero qualcosa, se lo capiscono».

Purtroppo, però, ha imparato tardi la lezione di Agrippa e degli antichi astronomi persiani.

E tuttavia sembra aver trovato nuova linfa vitale.

Le leggo in faccia la volontà suprema di trovare una via di scampo, sicura di avermi a sua completa disposizione e lusingata dalla possibilità di accedere alla cura Di Brutto.

Sembra un toro imbottito di picche e ricoperto di sangue, sul punto di crollare, ma che ancora si illude di incornare il torero.

È Leila Dakmak, d’altronde. Io ed Emiliano la conosciamo bene. E lei non cambia mai. È sempre la stessa: supponente, infida, tosta. Una sicurezza per certi versi, un pericolo per altri.

Ora è qui che sotto-sotto spera ancora e che si tiene le mani sulla pancia come a controllare ogni mossa falsa della pallottola: pesante, solida, arrogante, sbottonata, unica.

Solo da Leila Dakmak ci si può aspettare tutto questo.

Ed è perciò che vale tanto oro quanto pesa: ovvero un quintale scarso.

È di nuovo assopita nel dormiveglia.

«E così la vecchia troia non molla la presa, eh, Sal?», Emiliano parla sottovoce, perché è notte fonda.

«Tu che t’aspettavi?».

«Non lo so, ma che facciamo di lei? Per quanto ancora può reggere?».

«Ne so meno di te, Emiliano».

«Mi ha confessato che è malata di cancro. Lo sapevo. La davano per morta già due anni fa. Lo stomaco sta per esplodere. Perché non si lascia andare? Dove crede di andare?».

«Lo sai anche tu com’è fatta, no?

Perché non mi hai avvisato che era malata?».

«Non ci siamo più sentiti. E poi tu saresti stato l’ultimo da cui avrebbe accettato un consiglio».

«Questo è vero.

Come hai saputo del tumore?».

«Ho svolto delle indagini per conto di uno dei suoi facoltosi amanti. È pazzo di lei e, appresa la notizia, è stato colto dal panico. Le ha prestato del denaro, ma è stato tutto inutile. Il tumore ha fatto il suo corso, inesorabile.

Si è tenuta in vita grazie a tanti costosi palliativi e al suo fisico da troia, ma il cancro è da tempo allo stadio terminale. Il medico mi ha detto che il tumore è talmente grande che lo stomaco sta collassando come una mela marcia.

Sarebbe crollata di schianto, tutto in una volta. E stava per avvenire, Sal…

Sarebbe morta improvvisamente, di emorragia interna.

In sostanza, il suo corpo è stato talmente solido da neutralizzare quasi tutti i sintomi intermedi del male, rimandandoli allo shock finale e conclusivo.

Lei ha raccontato di poter resistere ancora e i suoi clienti sembrano averci creduto: pensano che possa gestire tutto almeno per un altro anno».

«A me ha detto che voleva ancora tentare qualcosa».

«Ti ha mentito. Stava aspettando la fine quando l’hai contattata. Mancava poco, insomma».

«Capisco. E sai anche cosa possa innescare lo shock fatale?».

«Sì. Il dottore mi ha detto che sarebbe accaduto a causa di uno shock collaterale…».

Fregna… ma allora…

Devo tenere calma Leila. Evitare che si agiti.

Forse, messa alle strette dalla fine incombente, è disposta a darmi retta…

Qualcosa mi dice che è ora di far scattare il piano di riserva.

«Leila…», la risveglio con un sussurro…

La Dakmak è come un tonno spiaggiato su un lido di piume.

Annaspa a bocca semiaperta, geme, suda, e soprattutto non molla, con le mani incrociate sulla pancia a reagire a ogni fitta, a opporsi a ogni accenno di crisi finale.

Perché Leila sa che deve vedersela con due nemici mortali uniti contro di lei: il tumore e la pallottola; la seconda può scatenare il primo e darle il colpo di grazia; può diventare la prima goccia di piombo che faccia traboccare il vaso.

Gli occhi sono stanchi, ma allo stesso tempo impercettibilmente accesi dalla voglia febbrile di trovare una via di scampo.

Non avrei il coraggio di finirla, anche se invece farei bene a liberarmi di lei una volta per tutte e a ricominciare tutto.

Le sussurro il piano. In poche, semplici parole.

Accetta in un battito di ciglia.

Ha paura, vuole tentare qualcosa. Qualunque cosa, pur di tentare.

Il mio sms è partito. È proprio quello che ci vuole. Anche la tecnologia è dalla parte di Leila.

Dico a Emiliano che Leila è ormai al culmine dell’agonia e che è bene dividere subito e sciogliere il gruppetto, prima dell’alba.

A lui non pare vero.

Gli lascio la parte di Leila, voglio che le parti non arrivino a 800 testoni ciascuna.

Giustifico la mia generosità ammettendo che in fondo è lui che se l’è scopata.

A lui non pare vero.

Gli lascio anche la roulotte, ma mi prendo la Regata.

Scaricherò io il corpo di Leila, lungo la mia strada.

Ci salutiamo. L’addio tra i due amanti è toccante.

«Donne come te non ce ne sono più, Leila…».

«Neanche… di stronzi… ohhh… come te… Emiliano...».

Il volto della Dakmak si indurisce.

ZIP ZIP

«Put…ta…na... be…sti…a… ahhh…».

«Cristo, Leila! Ma che hai fatto…?!».

«Voleva… fregarmi... ohhh… e poi… era solo… ahhh… uno stronzo… lo sai… Sal… uhhh…».

Le tolgo il corpo di dosso.

Spiacente, Emiliano: ti sei messo contro Leila.

Soffoco gli ultimi rantoli con un cuscino e lo nascondo nel bagnetto, mettendolo per sempre sulla tazza, nell’attesa infinita di uno stronzo che non cagherà mai.

Un po’ di grano in bocca, a strozzarlo da morto, detratto dalla sua quota.

Servirà a creare dubbi all’interno dell’organizzazione: forse qualcuno dei loro ha ripreso i soldi.

Gli altri due rapinatori hanno collaborato, in cambio della vita e di qualche spicciolo.

Ci può stare. Mi sto ispirando a un film americano girato dall’ultimo indipendente di Hollywood: Don Siegel. Anch’io sono un indipendente, in fondo.

L’unica differenza sta nel fatto che la mia Nadine sopporta meglio il piombo; e sto cercando di farla arrivare in porto.

«Prendi… tutti i soldi… Sal… uhhh… voglio tutto… ohhh… sono… Leila… Dakmak… ahhh….».

Il culto di sé è la sua unica forma di intelligenza.

«Le parti, però, le tengo separate, Leila: 500 testoni e fischia per uno; tu avrai anche quella di Emiliano, perché l’hai ammazzato tu».

«No… ohhh… fanne… due… ahhh… da… 800… testoni… uhhh…».

Se lo dice, non lo dice certo per generosità.

Credo di aver capito.

Adesso gli 800 milioni non rappresentano più la sua eredità lasciata ai compagni d’avventura. Adesso gli 800 testoni sono suoi. Finché campa.

Perciò cerca di campare. Vuole campare. A tutti i costi. È una bestia.

Ecco la sua applicazione di Agrippa.

Non male per una principiante.

Vediamo come va a finire.

Manca poco all’alba, non c’è nessuno in giro.

Con la Regata raggiungo un tratto di costa quasi deserto.

Leila è sul sedile a fianco. Sta male, ma regge. È contenta che si faccia qualcosa per lei. Era quello che voleva sin dall’inizio.

Vedo una scialuppa toccare terra. Esco dall’auto, mi sobbarco la Dakmak e scendo a riva.

Un cenno d’intesa e si riprende il mare.

Sullo sfondo c’è un peschereccio d’alta quota, adeguatamente sporco e infame.

 

La bella femmina di tonno è a bordo, sistemata nella migliore cabina, nel posto più adatto a un pesce morto come lei.

«Ma che… bruttura… è… ohhh…», protesta la Dakmak, con la sua tipica espressione.

La Bestia ha parlato.

Questi pescatori sono amici fidati da tempo.

Il loro orario è sempre il solito: prendono il mare poco prima dell’alba.

Ma stavolta faranno un giro più ampio del solito…

A bordo ci sono provviste e medicinali, è tutto organizzato.

A bordo ci sono anche due malloppi da 800 testoni ciascuno. Un numero che mi piace e che significa qualcosa.

Ma, soprattutto, a bordo c’è lei.

Lei che è il mio obiettivo sin dall’inizio.

Gli 88 chili d’oro di Leila Dakmak, pesati a occhio.

«Leila… ho fatto tutto questo per te…

Ci mettiamo insieme, allora…?», cerco di afferrarle il seno.

«Sto male… Sal… ohhh… smettila… uhhh… non darmi fastidio… ahhh… fammi… crepare… uhhh… in pace… Sal…», riesce ancora a scrollarmi via le mani.

Stronza fino all’ultimo.

Neanche l’idea di morire l’ha ammorbidita.

Mi vien voglia di scaricarla ai pesci.

È forse nata per maledirmi?

Perché non me ne libero?

La lascio da sola in cabina. È capace di farsi sbattere dal primo marinaio.

Ma non riesco a chiudere la porta.

«Sal… Sal… ahhh…», mi chiama.

Ritorno indietro.

Sta male. Ha una crisi.

E se fosse               la crisi finale… quella di cui ha parlato Emiliano?

Lo scoprirò presto.

Ha la faccia allarmata. Gli occhi spiritati. Ha paura. Ed è raro vederla mentre ha paura davvero.

Non so se sperare che crepi, oppure che tiri avanti ancora un po’.

«Leila…!», reagisco alla mia solita maniera. «Ma che cazzo hai…!».

«Vieni… qua… ahhh… Sal… ahhh… sto… morendo… uhhh…», lo dice con voce strozzata, quasi incredula; si illudeva di agonizzare per sempre...

Eppure, l’allarme è autentico, Cristo!!

Mi siedo accanto a lei, le mie mani sulle sue, tutte e quattro sull’addome macerato.

Mi preparo al peggio, la sto perdendo, sudo freddo anch’io.

Leila non guarda me, ma la sua pancia. Inorridita. Sente che qualcosa per lei vitale è sfuggita al suo controllo.

Le faccio bere un goccio. E bevo anch’io.

Sta male di brutto.

Provo a distrarla, prendendole il mento e cercando di farmi guardare.

I suoi occhi sono sbigottiti. Chiede aiuto, con tutta la forza che le rimane, opponendosi alla fine, ma io non glielo posso dare.

Respira strano, una specie di rantolo.

Ha capito, ormai, che il suo sogno finisce qui.

Non le è servito a nulla disprezzarmi fino alla fine.

«Lo sai quante volte mi hai respinto, Leila?».

Scuote lievemente il capo.

Non lo sa. Ci vorrebbe un personal computer IBM a memoria espansa per saperlo.

«Te lo dico io: quasi 800 volte; 799 volte, per l’esattezza.

Hai compreso cosa questo significhi?».

Sbatte le ciglia.

Ha compreso.

«Te lo chiedo quindi per la 800ma volta: ci mettiamo insieme o no?».

«Ci sto… ci sto… ahhh…», sussurra e geme, con un filo di voce.

«Stiamo… insieme… ohhh…», ribadisce.

«Da… adesso… ohhh…», ha premura di precisare.

«Stiamo insieme, Leila. È deciso.

Ora mangia. Mangia il piombo. E mangiati il tumore.

Ricorda chi sei: tu sei Leila Dakmak…!», un’esortazione folle, l’unica medicina possibile in questo momento.

La libanese lotta, spera, sembra riprendere il controllo.

«Forse… ahhh… è passata… Sal…

Ma… per quanto… ohhh… posso… andare… uhhh… avanti… Sal…?».

«Non per sempre, Leila».

«E tu… ohhh… non fai… niente… uhhh… per… la tua… donna… ahhh…?», mi presenta subito il conto.

«A bordo non sei sola, Leila. C’è anche una marinaia, studentessa di medicina. È una brava infermiera ed è quasi laureata. Conosce il metodo Di Brutto. Ti rimetterà in sesto».

Non è vero, nessun metodo può salvarla da questa pallottola, ma devo offrirle un’illusione da inseguire. Lei ci crederà.

«Sal… non è giusto… ohhh… ho gestito… ahhh… un cancro… schifoso… per anni… uhhh… senza… farmi fregare… ho gestito… ahhh… questa… schifosa… pallottola… ahhh… per tutta… la notte… uhhh… tutto questo… per fare cosa… per crepare… uhhh… su una barca… ahhh… non ce la faccio… Sal… dimmelo… ohhh… che… non ce la faccio… ahhh… e non… ci penso più… uhhh… dimmelo… Sal… ahhh…».

«Leila, pensa alla cura che ti avrebbe proposto Emiliano… con il quale sei pure andata a letto…».

Spunta la lingua dal labbro: «Veramente… uhhh… ci stavo… già… sopra… ahhh… Sal…», un accenno di risatina a suggello della battuta; il suo umore cambia in fretta, come in tutti i moribondi; adesso è su di giri, perché la crisi è passata e ha dimostrato di saper ancora gestire la situazione.

La Bestia è piena di sé.

Tutto sta a farle credere di potersi salvare, o almeno che morirà di cancro fra otto mesi, un anno, con calma. Precoce nella vita, tardiva nella morte.

«Leila, tu non stai andando a morire su questa barca. Tu stai andando a Cagliari, dove sarai operata d’urgenza, sotto le cure di amici fidati con cui ho fatto buoni affari in passato; oltre a rifarti gli intestini, ti toglieranno parte dello stomaco; poi penseremo al cancro».

La libanese ci pensa, lusingata: i suoi occhi si accendono, ha voglia di farcela e di tornare sulla scena, da imperatrice; la mano si aggrappa al lenzuolo e lo stringe nel pugno, rabbiosa.

È una bestia ferita a morte che tira fuori gli artigli, preparandosi ad affrontare l’ultimo combattimento.

Leila Dakmak è già morta, ma ha ancora con sé l’ultima traccia della sua bestiale potenza.

«Puoi… darmi… ohhh… un bacio… Sal… ahhh…

Leila… Dakmak… ahhh… è… la tua… uhhh… padrona… adesso… ohhh…».

È ancora piena di sé. Meglio così.

Passato il bacio, sembra volermi dare una dimostrazione.

La Dakmak, allargando i pollici, muove le altre otto dita lungo la pancia, come a controllare sé stessa e le diverse emorragie interne che la stanno uccidendo.

«Lo so che ci sai fare, Leila. Altrimenti non arriveresti viva a Cagliari».

«Sal… voglio… ohhh… riavere… la Golf… ahhh… sulla quale… mi hanno… ammazzato... uhhh…».

Non me ne stupisco più di tanto: lei ha il culto di sé, lo so.

«Sarà un gioco da ragazzi sfilarla al deposito giudiziario. Stai tranquilla, Leila: la faremo ritargare…».

«E con… la… pallottola… ahhh… voglio… farmi… uhhh… una collana… ohhh…».

«D’accordo, la farò placcare in oro…».

«Bravo… Sal… ahhh… sei… uno… stronzo… ohhh… ma… utile… uhhh… adesso… ohhh… fotti… la tua… Leila… ahhh… avanti… uhhh… serviti pure… ohhh… io… sono… invincibile… uhhh… io… sono… Leila… Dakmak... ahhh…».

Un accesso d’onnipotenza.

Una pallottola fatale, un cancro allo stadio terminale, e pensa a fottere… a fottere la morte...

Ma non riesco nemmeno a cominciare che lei va in crisi, annaspa…

Riprende faticosamente a parlare…

«È dura… Sal… ohhh… è lunga… è… come… partorire… ahhh… partorire… me stessa… uhhh…», e lo dice a bocca aperta e mani sul pancione, la voce che sembra il frinito di una grossa cicala al termine dell’estate.

Cagare un cesso da 90 chili, in effetti, deve essere davvero dura.

Le doglie mortali, comunque, sono cominciate ormai da un pezzo.

Emiliano avrebbe preferito tagliar corto con un bel cesareo, altre tecniche prevedono di stimolare il parto fatale - questo lo fanno bene i medici moderni - Leila opta per un parto ritardato che rischia di uccidere il feto del destino.

Io mi ritrovo a essere un’ostetrica senza titolo, in balia della mia impaziente moritura.

«Sal… fammi… dare… ahhh… qualcosa… ahhh… per tenermi… su… uhhh… Leila… Dakmak… ahhh… può… gestire… tutto… uhhh… tutto…!», e digrigna i denti, con rabbia, rinforzando le mani sulla pancia, determinata a strascicarsi ancora.

La Bestia è scatenata.

«Okay, vado a chiamare l’infermiera, ti darà qualcosa».

Le chiedo di darmi il cambio per qualche minuto.

Salgo sul ponte di comando e osservo il tranquillo, olimpico, immutabile andamento delle onde.

Non so quanto rimanga a Leila. Sicuramente poco.

Le onde immutabili, perenni, il poco tempo rimasto alla Dakmak.

Eppure lei naviga su queste onde.

E fino a quel momento, noi staremo insieme.

E dopo quel momento, ancora e per sempre.

La studentessa mi chiama a gran voce.

Forse Leila è arrivata allo shock finale, forse ci sono arrivato io, forse ancora mi vuole per essere tranquillizzata e credere di potersi salvare e mangiare tutto, uomini compresi, come nei suoi tempi migliori; con il mio permesso, però; quale socio, agente e compagno, per vederla trionfare su tutto e tutti, morte compresa.

A Cagliari, intanto, è tutto pronto. Chissà se faremo in tempo.

Scendo giù da lei. Fino all’inferno per te, Leila!

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA FORESTA DI PETRA

di Emiliano Caponi (2013)

Certi giorni sarebbe meglio svegliarsi già morti.

Negheremmo alla morte la soddisfazione di ammazzarci ogni volta in maniera diversa, spesso con metodi diabolicamente bizzarri.

Morire in compagnia di Morfeo, quella sarebbe la negazione perfetta, lo sgarbo ideale verso di lei.

Ma morire dormendo è un privilegio per pochi, e Petra evidentemente non fa parte di questa fortunata cerchia.

«Maledizione! Ci mancava solo questa!», picchio nervosamente le mani sul volante quasi da farmi male.

Vrrr...Vrrr...

«E accenditi... su! Fai la brava», ma il vecchio motore non vuole saperne e mi rimanda una specie di lamento meccanico, un'esalazione dell'ultimo respiro.

«Niente... maledetta!», la macchina è morta, stecchita, e mi ritrovo in panne lungo una strada che per una decina di miglia taglia precisa una foresta in due parti, come se un'ascia gigantesca si fosse abbattuta fra gli alberi e la vegetazione lasciando una profonda ferita d'asfalto.

Prendo il cellulare ma l'idea è pessima come la situazione.

«Stupida!», sul display non c'è traccia delle tacchette che misurano la linea telefonica.

«Petra... non sai che qui non c'è campo?», certo che lo so, questa strada l'ho già fatta altre volte, sotto questa galleria d'alberi non c'è nessun ripetitore che possa garantire neanche mezza tacca di linea.

Scendo dall'auto e i fari che ho lasciato accesi per fare luce illuminano la scritta su di una pietra, 663. Pessima notizia.

Se non sbaglio i calcoli le prime case dovrebbero trovarsi al numero 668, mi ritrovo esattamente a metà strada giacchè ogni pietra viene numerata un miglio dopo l'altro.

Ho percorso cinque miglia da quando sono entrata in questo tunnel naturale. Maledetta macchina.

Apro la bauliera e prendo una torcia.

Qui è sempre buio, anche di giorno, figuriamoci adesso che mancano due minuti a mezzanotte.

Clic, un fascio di luce bianca si aggiunge a quella dei fari e lo indirizzo a 360 gradi compiendo un giro completo su me stessa.

Alberi a destra e strada davanti, alberi a sinistra e strada dietro, ecco quello che oltre un lieve sbandamento mi rimanda l'illuminato girotondo.

L'unica cosa da fare è incamminarmi lungo il ciglio della strada e sperare che qualche macchina mi risparmi cinque miglia a piedi sotto questa fottuta galleria d'alberi.

«Fanculo!», e richiudo la portiera con un calcio, in fondo lei è la sola  responsabile di questa situazione di merda.

Cinque miglia davanti e cinque miglia dietro, la distanza è la stessa per uscire da qui.

Decido di andare avanti e mi incammino con la borsetta infilata sulla spalla. E non è una civetteria.

È una necessità.

Un fascio di luce che mi dà occhi fin dove arriva la potenza della pila, con una foresta ai fianchi e un cielo stellato senza luna sopra di me, se non fosse che sopra il mio vestito scollato ho solamente una leggera giacca di velluto potrei pensare che i miei brividi siano di paura.

Ma è solo freddo e mi tiro su il colletto.

Spesso la convinzione è tutto.

Davanti a te miglia e miglia di buio e la notte che non finisce nemmeno la mattina dopo.

Qui basta allontanarsi dalla strada per perdersi e non ritrovarsi più.

Qui è meglio non chiedersi dov'è il futuro perché il futuro è già passato, come l'asfalto che ti sei lasciato dietro.

Qui il fascino è l'assenza del fascino stesso, e quello che resta da percorrere può nascondere qualunque orrore. Soprattutto il tuo.

Mi vengono in mente le prime righe di un libro che non ho finito di leggere,  parole che mi passano davanti mentre guardo basso, sulla striscia di mezzadria, e che sembrano perfette per questa situazione.

Forse avessi letto tutto il romanzo adesso saprei già come va a finire questa nottata del cazzo, il mio è quasi un rimpianto.

Invece ricordo solo il nome dell'autore, un certo Caponi, uno di quei tipi che mi porterei volentieri a letto, l'ho pensato subito dopo avere visto la sua fotografia in quarta di copertina.

Ecco, adesso mi servirebbe un Caponi qualsiasi alla guida di una macchina qualunque per evitarmi di arrivare alla prima casa con i piedi massacrati.

Basterebbe girassi la torcia su di me per farlo fermare, quarantacinque anni non sono sufficienti per impedire agli uomini di sbavarmi ancora dietro.

Forse perché il mio passato da spogliarellista mi ha lasciato addosso i modi della puttana che si arrampica sul palo, e perché so bene quanto sia importante una bella scollatura. Specialmente quando si ha la fortuna di avere una quinta di seno.

«Fanculo!», mi tolgo le scarpe e decido di tenerle in mano, in quella libera dalla torcia, non posso fare tutta questa strada indossando delle decolleté col tacco da 4 pollici.

Sento lo scompiglio delle betulle che sembrano guardarmi sinistramente con i loro mille occhi di foglie al vento, mentre gli uccelli insieme a chissà quante altre specie di animali mescolano i loro versi accompagnandomi minacciosi.

La minaccia invisibile della foresta di notte.

664, la torcia illumina un'altra pietra, ho percorso la prima miglia.

Forza Petra, te ne restano solamente altre quattro.

«Deve pur passare una cazzo di macchina!», ho freddo, sono stanca, assetata come non bevessi da un mese, come stessi camminando sulla sabbia del deserto invece che su una strada che passo dopo passo sta diventando sempre più fredda sotto i miei piedi scalzi.

«Ah! Maledizione!», i piedi mi scivolano via, traditi da una foglia bagnata dalla pioggia di stamattina, e cado pesante all'indietro con le scarpe e la torcia che mi scappano di mano.

Mi rialzo subito, il cuore mi batte addosso ovunque e mi fa male il culo, ma il dolore è completamente anestetizzato dalla paura, devo subito ritrovare la torcia e uscire da questo buio che mi soffoca, che mi asfissia.

«Dov'è la mia torcia?!», che rischia di farmi impazzire se non la ritrovo immediatamente.

Cammino appoggiando piano un piede dopo l'altro, attenta, concentrata, timorosa di trovare un'altra foglia sdrucciolevole.

«Eccoti!», quasi ci inciampo sulla torcia.

«E accenditi!». Clic. È uno sparo a salve.

«Accenditi, maledetta!», la scuoto rabbiosa, cattiva.

Clic! E il rinnovato fascio di luce mi fa di nuovo respirare salvandomi da un'imminente follia claustrofobica.

Lascio l'asfalto e mi metto a camminare lungo la sottile striscia d'erba a bordo della strada, qui almeno le foglie sono un unico tappeto umidiccio dove fare affondare i piedi, la percentuale di rischio di scivolare un'altra volta dovrebbe essere più bassa.

Tremo, adesso sì che potrei farlo per colpa del freddo. Invece è solo paura.

666, la torcia illumina l'ennesima pietra, ho percorso due miglia.

Me ne rimangono altrettante per arrivare alla fine.

Mi fermo ansimando, ho la gola secca, quasi da non riuscire nemmeno a deglutire, sono esausta.

Sogno di essere sdraiata in un letto, anche se non è il mio.

Basta sia un letto.

Per allungare le gambe sotto le lenzuola e dormire un giorno intero.

Mentre continuo a pensare a immaginifici talami accoglienti, qualcosa attira la mia attenzione, come una breccia che si apre lungo il muro di alberi che fino qui è stato invalicabile, alzato compatto e senza mezza crepa fra le betulle e la strada.

Alla mia destra si apre un inaspettato sentiero largo abbastanza da permettere il passaggio di un’auto, lo deduco illuminando due strisce parallele che gli pneumatici hanno lasciato sul terriccio fangoso.

«Una luce... deve esserci una casa laggiù in fondo...», devio immediatamente nella stradina e provo un'inebriante sensazione di euforia, un calcio di adrenalina nel culo che mi spinge a rapidi passi verso quel salvifico chiarore.

Finalmente la luce della mia torcia ha trovato compagnia!

Una stradina che prima d'ora non avevo mai notato, una specie di piccola cicatrice sulla vegetazione.

«Sì... è una casetta...», per mia fortuna mi ricordavo male, c'è qualche altra abitazione in questa stramaledetta zona, le prime case non si trovano solamente all'inizio o alla fine del tratto di strada.

Percorro con passo sostenuto il centinaio di yard che mi separa da quel salvifico chiarore, voglio qualcosa di caldo da bere, voglio una coperta che mi  scaldi dal mio freddo. E voglio essere riportata in città alla svelta.

La casa è piccola, di legno, e la luce che vedevo dalla strada principale è quella di una lampada a petrolio che penzola sopra la porta, forse rimasta accesa proprio per fare arrivare fin qui chi resta in panne come me.

Nel cono d'argento
che a notte
il faro proietta sull'acqua
io vedo danzare
farfalle di luce
scintille di mare.

E quanto più buia
la notte mi appare
più forte è il potere
ammaliante e fatale
che induce il mio cuore
a volersi fermare.

Non odo rumore
non sento ragione
non voglio pensare
ma resto incantata
ancora a guardare
quel cono di luce
che danza sul mare.

Una poesia imparata a memoria un po’ di tempo fa, ecco adesso cos'è per me quella luce.

Un faro che mi strappa dagli scogli.

Guardo le due finestre laterali e dentro è tutto buio, se si esclude un bagliore che deduco essere quello di uno schermo di un televisore acceso.

Nessun campanello, non mi resta che bussare alla porta.

Toc.

Toc.

Con la mano chiusa a pugno picchio leggero, timidamente, quasi timorosa di disturbare chi c'è al di là della porta, e subito intravedo una sagoma muoversi e fermarsi dietro la tendina. Deve accertarsi di chi stia bussando a quest'ora della notte alla porta di casa sua, lo capisco.

Mi sbottono la giacca esponendo la profonda scollatura al freddo, se quella è la sagoma di un uomo si sbrigherà ad aprirmi. Penso sempre da spogliarellista, anche se adesso sono una rispettata professionista del settore immobiliare, il passato d'altronde ci trattiene. Mentre stanotte il presente sembra sfuggirmi.

Sento camminare e i passi arrivano svelti fino a me, adesso ci divide solo la porta.

«Cosa vuole?», è la voce di una donna, stanotte la sfortuna mi sta appiccata addosso come una sanguisuga.

«Sono rimasta a piedi», e mi risistemo la giacca, non serve prendere ancora freddo. «Mi si è fermata l'auto lungo la strada principale, a tre miglia da qui, le chiedo se...».

«Chiami un carro-attrezzi», la donna non mi lascia finire e mi interrompe bruscamente. Scocciata.

«In questa zona i cellulari non funzionano. Magari può farmi fare una chiamata da casa se ha un telefono fisso», prendo una pausa per respirare, la tentazione di mandarla al diavolo è subito forte.

«Oppure mi accompagna in città con la sua auto. La pagherò bene», provo subito a corromperla avendo visto una vecchia e corrosa Jeep parcheggiata un paio di yard alla mia destra, forse convinco la stronza sventolandole un bel mazzetto di sterline sotto il naso.

Per risposta un silenzio che sembra assoluto, totale, giacché anche gli animali sembrano aver rallentato i loro ritmi sonori, mentre le betulle ora che s'è calmato il vento restano immobili, fieramente vigili su tutto.

Allora, stronza?

I passi la allontanano dalla porta e la fanno ricomparire dietro alla tendina dove intravedo una seconda sagoma, probabilmente la stronza sta cercando un assenso. Oppure un diniego.

Le due ombre rimangono in piedi per un tempo che a me sembra trascorrere infinitamente lento, e dai gesti capisco che stanno discutendo, decidere di aprirmi non deve essere semplice, evidentemente.

Perché sono così malfidati? Capisco l'ora notturna, ma accidenti la stronza ha potuto vedere che sono una donna, e per di più sfinita, infreddolita e con i piedi sanguinanti e massacrati dall'asfalto: che paura posso fare?

Finalmente una sagoma si stacca dalla scena e i passi la riconducono verso la porta, mentre l'altra rimane ritta dietro la tendina, sola e senza più la luce azzurrognola sullo sfondo.

Hanno preso una decisione.

Taclac. La serratura fa un paio di giri e la piccola porta di legno si apre. È la decisione giusta.

«Quella fottuta macchina mi ha lasciato a piedi tre miglia da qui e ormai mi ero rassegnata a fare anche le altre due prima di trovare qualche abitazione», entro nella casa semibuia e la stronza, senza neanche ascoltarmi, si volta e s'allontana lungo lo stretto corridoio.

Evidentemente le presentazioni si fanno di là, dove c'è la seconda persona.

L'altra stanza è una saletta piccola come d'altronde la casa e la stronza si decide a fare un po’ di luce accendendo un paio di faretti a parete.

Adesso posso finalmente vederle la faccia.

«Mi chiamo Petra», allungo per prima la mano nonostante mi stia già sulle palle, e lei mi stupisce stringendomela con una delicatezza insospettata, in netto contrasto con i modi scontrosi avuti fin qui.

«Piacere... Anna», è una donna sui cinquanta, portati bene, capelli grigio platino e aria da aristocratica.

Indossa un trench nero lasciato lento, con invidiabile scollatura.

Comunque una bella donna, non c'è che dire, con un quid decisamente esotico, forse un dna antico.

«Lei invece è Claire», indica una bruna sulla trentina, non altrettanto piacente, e molto più grossolana.

Veste una gonna di jeans che le scopre la maggior parte delle cosce e sopra una maglietta verde che più che indossata sembra cucita sul suo corpo tant'è aderente, quasi una seconda pelle che non nasconde niente all'immaginazione, quando forse sarebbe stato meglio.

È lei la seconda ombra dietro la tendina, quella con cui ha discusso e deciso il mio destino.

«Ciao, Petra...», la sua mano invece è languida come il suo sguardo.

«Quindi sei rimasta in panne... non hai scelto certo un bel posto per essere lasciata a piedi a quest'ora della notte.

Pessimo luogo, soprattutto per una donna», Anna mi dà una strana occhiata che non riesco subito a decifrare. «Togliti questa giacca umida di dosso», e non è un consiglio, è un'azione, e me la sfila senza tanti indugi.

Resto con il mio vestito scollato e gli sguardi strani su di me raddoppiano, anche Claire difatti mi dà la stessa occhiata della sua amica.

«Mi dispiace ma per tornare in città dovrai aspettare domattina», Anna va subito al punto, si vede che qui è lei che comanda. «Il telefono di casa è staccato. Questi fottuti occidentali, basta un giorno di ritardo nei pagamenti e ti tagliano subito i fili.

E poi è tardi, ormai ti conviene dormire qui».

«Abbiamo un solo letto in camera, ma è matrimoniale, se ci stringiamo possiamo starci tutte e tre...», Claire si intromette, quasi timorosamente.

«Non è così, Anna...?».

«Certo... un po’ strette, ma ci stiamo...».

Anche gli accenti mi confermano le loro differenti etnicità, mentre questa storia della camera con un letto solo mi conferma invece che sono due dannatissime, fottute, stramaledette lesbiche.

Oltre la giacca, vorreste togliermi di dosso anche il vestito partendo dalla scollatura, vero, stronze?

Per una mezza nottata saprò tenervi a bada, anche perché siamo due contro due. Io non viaggio mai da sola.

«Vado a spostare la Jeep», la stronza esotica prende un mazzo di chiavi appoggiato sopra un mobiletto ed esce.

Spostare la Jeep? Perché è di intralcio a qualcuno?

Non ho visto altre case oppure altre auto che devono fare manovra.

Mossa strana.

«Vado a prendere un altro paio di coperte», l'inglese sparisce invece nel corridoio ed entra nella prima porta a destra. Sono rimasta sola.

Penso di ringraziare tutti e di andarmene magari con un inchino, ma camminare per altre due miglia a quest'ora della notte e nelle mie condizioni è un'alternativa che scarto subito.

Due lesbiche in fondo sono il male minore, ho visto di peggio.

Mi siedo su un divano strappato e ricucito in diversi punti, e allungando la mano mi ritrovo il telecomando fra le dita.

Accendo la televisione.

Grazie alle telecamere situate all'interno del centro commerciale è stato possibile ricostruire i primi identikit degli attentatori.

Già, l'attentato della settimana scorsa a Sheffield.

189 morti e quasi 1.000 feriti, quei bastardi hanno fatto un bel casino al Meadowhall Centre.

I terroristi vengono filmati chiaramente dal sistema di videosicurezza mentre entrano nel centro commerciale con le borse contenenti l'esplosivo.

Già, sistema di videosicurezza, e mi accendo una sigaretta con un sorriso amaro come la nicotina.

Siamo in grado di mostrarvi in anteprima le foto segnaletiche rilasciate poco fa direttamente da Scotland Yard... i due, un uomo e una donna, sono personaggi già conosciuti alle polizie di tutto il mondo per essere attivisti di Al Qaeda... si tratta di Moahmed Bahari...

Una gran brutta faccia araba con tanto di barba mediorientale, e tiro una boccata di cancro ai polmoni.

Pedina fondamentale nello scacchiere del terrorismo islamico... e di Anna Frazer, anglo-iraniana, esponente di spicco della stessa Al Qaeda, accusata fra l'altro di essere una delle menti che pianificarono gli attentati dell' 11 settembre 2001 alle Torri Gemelle.

Cazzo...

Su entrambi pendono mandati di cattura internazionali e taglie milionarie...

Cazzo... la foto della donna... ecco cos'era quel quid esotico...

Spengo la televisione e schiaccio la sigaretta nel portacenere, nello stesso momento, con un solo nevrotico gesto.

E scatto in piedi. La terrorista ricercata dalle polizie di tutto il mondo è la stronza che sta spostando la Jeep qui fuori.

Sono passata da due lesbiche a due terroriste, la situazione sta alquanto peggiorando.

«Si dice che l'ignoranza uccida.

Ma qualche volta uccide di più la conoscenza», mi volto di scatto e mi ritrovo la bionda di fronte. Con una pistola in pugno.

«Cosa succede?», la stronza terrorista è rientrata nell'abitazione.

«Claire, mi spieghi per quale cazzo di motivo le stai puntando la pistola contro?», sembra dispiaciuta della spiacevole situazione, evidentemente stava già pregustando il letto matrimoniale a tre e la pistola indirizzata verso di me le sta rovinando il programma.

«L'amichetta si è messa a guardare il notiziario della notte.

E indovina di chi parlavano alla Bbc?».

Claire tira il suo bel petto in fuori certa di avere reso un buon servizio al suo capo.

«Non sei per niente fotogenica, sei molto più bella di persona, Anna...», e la sfiora con gli occhi.

«Ci hanno identificato... era messo nel conto», l'anglo-iraniana non si scompone, come se Claire non stesse parlando di lei, come se la Bbc e le televisioni di tutto il mondo stessero mostrando la faccia di qualcun'altra anziché la sua.

«E comunque per te cambia poco, Petra», mi guarda con gli occhi immobili, come le betulle senza vento, e freddi come l'aria di questa notte maledetta.

«Hai visto la Jeep, la targa e le nostre facce.

Ti avrei uccisa domattina, dopo esserci divertite un po’».

Non si può volere tutto, Anna.

«Ammazzala», la voce è senza tono, priva di ogni umano sentimento.

«Aspetta, Anna... magari possiamo divertirci lo stesso», Claire sembra avere un'alternativa, magari mi grazia con una proposta.

«Leghiamola al letto e spassiamocela un po’... sotto quel vestito ci deve essere parecchio divertimento...».

Pessima proposta. Ma almeno posticipa il dito piegato sul grilletto.

Anna rimane in silenzio a riflettere sulla possibilità di allungarmi di vita in cambio di un orgasmo, il suo.

«Prima vado io e poi la lascio tutta per te...»

Claire è proprio una cagna in calore.

«Oppure preferisci che lo facciamo insieme?», oltre a essere una fottuta perversa.

«Portala in camera», Anna fa un cenno con la testa e mi sorride a labbra chiuse, il sorriso di una Gioconda lesbica.

«Hai sentito, puttanella... muoviti!», Claire mi indica la strada con la canna della pistola, si vede che è impaziente di dare il via ai giochi.

«Aspettate! Sono ricca, ho molti soldi», so benissimo che non gliene frega niente. «Non uccidetemi, vi darò tutto quello che ho».

«Non m'importa nulla dei tuoi soldi occidentali, puttanella.

Ha ragione Claire, prima di ammazzarti ci conviene divertirci un po’».

«Aspetta... ho un bel mucchio di sterline anche qui», e metto la mano nella borsetta che non ho mai mollato neanche per un attimo, sempre attaccata in spalla.

«All'inferno te e i tuoi soldi! Portala in camera, Claire, per diavolo!».

Carpe diem, colgo l'attimo per salvarmi il giorno dopo.

BANG

BANG

Per garantirmi un futuro oltre questa foresta.

«Ahhh!», la biondina anglosassone stramazza sul tappetto persiano con due pallottole in pancia, piazzate a un paio di pollici l'una dall'altra.

Sono stata più veloce della morte, Claire non si è neanche accorta che toccava morire a lei.

Come non potevano sospettare che la mia mano entrasse nella borsetta per un motivo e ne uscisse con un altro stretto fra le dita.

Una pistola caricata con sei pallottole, è questo il mio ottimo motivo per non  andare in giro mai da sola.

L'avevo detto che viaggio sempre in compagnia, un vizio preso ai tempi degli strip-club. E come tutti i vizi, difficile da perdere.

BANG

BANG

BANG

«Bastarda!», Anna scappa nel corridoio cercando un disperato riparo dalle mie pallottole.

«Ahhh!», ma lo trova parzialmente, dei tre colpi che sparo due centrano a mezza altezza il legno della porta, uno va a bersaglio.

Con il cuore che mi batte all'impazzata avanzo anch'io verso il corridoio, con la pistola stretta in mano e la postura abbassata di chi non vuole avere spiacevoli sorprese.

C'è sangue appiccicato alle pareti, e sotto forma di gocce ce n'è dell'altro anche sul pavimento.

Seguo le tracce ascoltando solamente l'affanno del mio respiro, con l'accortezza e l'attenzione di chi sta bonificando un campo minato.

Il corridoio e il sangue mi portano all'ingresso, la porta è spalancata su di un pozzo di buio senza fondo: Anna è uscita dalla casa.

Ma sul pianerottolo finiscono le sue tracce, comprese quelle di sangue.

Ha trovato riparo dietro un'altra porta, quella della notte, e se l'è richiusa alle spalle lasciando davanti a me una parete di oscurità.

«La torcia...», mi piego sulle ginocchia, è sempre lì dove l'avevo lasciata, appoggiata al primo dei tre scalini di legno.

La riprendo e l'accendo illuminando la notte un po’ ovunque, ma lei sembra già lontana, o comunque abbastanza per non finire nel mio cono di luce.

Con il braccio teso mi soffermo sulla Jeep e vedo che non è più parcheggiata a lato dell'abitazione, adesso è messa intraversata in mezzo alla stradina inzuppata di fango.

La parte anteriore e quella posteriore dell'auto toccano i rami della foresta che sporgono da entrambi i lati, la lunghezza del mezzo occupa infatti precisamente tutta la larghezza del sentiero. E ne impedisce il passaggio.

Ecco perché Anna è uscita a spostare la Jeep, ha voluto intralciare una mia possibile fuga verso la strada principale.

Illumino il cruscotto sperando finalmente in un colpo di culo, ma non ce l'ho.

Non ci sono chiavi lasciate nel quadro.

«Posso provare a scavalcarla...», ma ci ripenso subito, in fondo andare al di là della Jeep potrebbe essere la mia condanna a morte.

Se ritorno sulla strada sarei un bersaglio troppo visibile e una preda che si muove troppo disinvoltamente ha poche possibilità di sopravvivenza.

Perché la stronza non può essere morta così.

Spengo subito la torcia, la terrorista non è andata a crepare dietro qualche betulla, ne sono certa. Ferita ma non morta.

E una bestia ferita è sempre più pericolosa di una bestia sana.

Scelgo la foresta come via di fuga e nascondiglio, pronta a sparare al primo rumore sospetto.

Spari nel buio.

Procedo a torcia spenta, a tentoni, appoggiandomi di volta in volta ai tronchi degli alberi, cercando uno spazio fra le frasche e i rami che mi sfregano la pelle, senza sapere la direzione se non quella istintiva.

Ma il buio è come la morte, rende tutto uguale, indefinito, senza forme distinte, a parte quelle delle ombre che appena possono si aggiungono ad altre ombre.

«Ah!», un fottuto ramo più grosso e più appuntito degli altri mi entra nella scollatura lacerandomi il vestito e qualche centimetro di tetta, sono costretta a fermarmi.

«Maledetta foresta!», mi passo la mano sul petto avvertendo fra le dita la calda liquidità del sangue, ma è solo un doloroso graffio.

«Mi poteva infilzare...», e morire nella foresta con un ramo conficcato in una tetta non sarebbe stato il massimo. 

Riprendo a camminare, andare alla svelta il più lontano possibile dalla certezza che Anna sia ancora viva è la mia unica priorità adesso.

Cammino accendendo la torcia per brevi tratti e solamente quando è necessario, magari per evitare di cadere in qualche buca o per aggirare un passaggio impossibile, provando a non fare rumore neanche nel calpestare le foglie.

Cammino e mi ferisco, mi ferisco e cammino, e per un tempo che non so quantificare, non ho un orologio mentre il cellulare l'ho lasciato sul sedile della mia fottuta auto, potrebbe anche essere passata un'ora da quando mi sono inoltrata nella foresta.

Qui i minuti non contano, sono tutti uguali e le lancette del tempo potrebbero anche smettere di ticchettare inutilmente, qui sembra tutto immutabilmente fermo.

Nel frattempo ho ricaricato la pistola ma solo con due pallottole, quelle che ho trovato sparse nella borsetta e che a tatto sono riuscita a mettere nel caricatore.

Due più una avanzata da prima, non posso certo permettermi di sparare a ogni ombra sospetta.

O ad ogni lamento del vento che soffia fra gli alberi.

Cammino e riesce a tenermi in piedi solo un disperato istinto di sopravvivenza, una tenace volontà di uscire viva da questo labirinto.

Forza Petra.

Oltrepassata con grande fatica l'ennesima strettoia di fronde, finalmente sembra che la vegetazione mi conceda una tregua, un armistizio, e si allarghi consentendomi di respirare di nuovo, perché fino a qui ho proseguito quasi in apnea. La foresta se vuole sa essere soffocantemente claustrofobica. Asfissiante.

Mi ritrovo in uno spazio libero da piante largo pressapoco un paio di yard.

Forza Petra.

Accendo per un attimo la torcia e davanti a me illumino quello che sembra un sentiero sgombro e pulito.

Ritorno al buio e lo prendo.

Uno, due, tre, quattro... inizio a contare i passi per ingannare la mia mente costringendola a pensare a qualcos'altro, e perché il percorso adesso me lo consente essendo diritto e senza grossi ostacoli a parte i pezzetti di pietra e i rami spezzati che continuo dolorosamente a calpestare.

886, 887, 888. Mi fermo, devo riaccendere la torcia.

«Laggiù...», penso addirittura di mettermi a correre, ma le poche forze che mi rimangono non me lo consentono, a volte il pensiero non basta.

«Sì!», mi piego in avanti con le braccia che mi penzolano lungo il corpo e le mani oltre le ginocchia, in una postura da centometrista dopo che ha tagliato il traguardo.

E affanno come fossi in una crisi d'asma, senza più fiato e facendo uno sforzo indicibile per continuare a respirare.

Respira Petra.

Rialzo capo e torcia illuminando quella che adesso può essere la mia salvezza.

Altri trenta passi contati e i miei piedi non sprofondano più nel terriccio, ora sotto c'è l'asfalto.

Sono ritornata sulla strada principale.

Ce l'ho fatta... sì, a uscire da qui, ma a che altezza mi trovo? Spero di aver percorso abbastanza foresta per essermi allontanata il più possibile dal  punto dove il sentiero bloccato dalla Jeep riportava su questa stessa strada.

La mia mente analitica studia la nuova situazione, che in fondo è quella da dove è partito tutto.

Sono di nuovo al punto di partenza, con la differenza che adesso non so di quanto è spostato. E se in avanti oppure indietro, qui gli unici riferimenti sono le pietre, ma non ne scorgo nessuna che sia a portata di torcia.

Ricomincio a camminare prendendo verso destra e questa volta mi mantengo sull'asfalto seppur spostata lateralmente, per stanotte i miei bei piedi ne hanno avuto abbastanza di tagliarsi.

Adesso devo rischiare nell'espormi, non ho scelta se non quella di tornare a perdermi nella foresta. E quella non è una scelta.

Cammino oramai traballante e da lì riesco a percorrere solamente poche centinaie di yard quando all'improvviso le betulle alla mia sinistra si mischiano con quelle alla mia destra, in un mulinello visivo senza più nessun senso  dove le forme perdono ogni loro logica strutturale.

E senza più forze cado pesantemente sulle ginocchia, stremata.

Sono sfinita. E forse anche finita.

Mi metto le mani in faccia per non vedere più quella ridda di immagini rimescolate fra loro, mi fanno venire la nausea.

Ho voglia di vomitare.

Resto inginocchiata e mi arrendo alla mia fottuta macchina che si ferma in panne, ai cellulari senza tacchette, a Claire e Anna, mi arrendo a tutte le stramaledette lesbiche del mondo oltre che al destino che stanotte mi ha portata qui con un diabolico stratagemma.

Ma soprattutto mi arrendo davanti a questa foresta che non avrà nessuna pietà di me.

Petra, puoi morire così.

Quello che resta di me prova a scuotermi, proprio come il vento sta facendo con le teste delle betulle, con la differenza che lui ci riesce mentre io no.

A volte la resa richiede più coraggio della lotta.

Ho solo la forza di alzare le mani e protendere le braccia verso l'alto.

La mia è una resa incondizionata.

Mi lascio cadere di fianco e mi sdraio completamente sull'asfalto riuscendo a  girarmi a pancia in su, e assolutamente immobile aspetto che il destino faccia la sua prossima mossa. Quella definitiva.

Finalmente posso riposarmi e rivolgo un sorriso verso la striscia di cielo che ho sopra lasciando in terra tutto il resto di me.

Non ho più paura della foresta o di Anna, adesso provo solo l'intenso godimento di essere distesa, l'infinito sollievo di non essere più costretta a camminare, la gioiosa cosapevolezza che le mie fatiche sono finite.

In fondo volevo solamente un letto. Adesso ce l'ho.

Chiudo gli occhi e nemmeno la scomodità dell'asfalto mi impedirebbe di addormentarmi se non fosse che la strada sembra avere un subitaneo sussulto, un fremito imprevisto.

L'asfalto pare palpiti all'improvviso com'avesse un cuore.

Inclino leggermente la testa alla mia destra e appoggio l'orecchio in terra.

Sempre con gli occhi chiusi vedo l'immagine di un vecchio cacciatore che ascolta dal terreno l'arrivo della cacciagione pesante.

Con la mano mi tappo l'altro orecchio dai rumori della foresta e sì, l'asfalto sta palpitando sempre più forte, quasi da compensare i battiti del mio cuore.

Mi puntello con entrambi i gomiti sull'asfalto per provare ad alzare il busto, e con uno sforzo inenarrabile ottengo di rimettermi su quel tanto che basta per riuscire a guardare davanti a me.

E nella lontananza non quantificabile un bagliore inizia a distinguersi nel buio, l'unica certezza rimasta finora immutabilmente costante.

Il chiarore si ingrandisce sempre di più e i battiti dell'asfalto ora posso ascoltarli anche restando ferma in questa mia nuova e scomoda posizione.

Non importa più che metta l'orecchio in terra, la luce e il rumore ora sono indubbiamente reali. E sempre più vicini.

Sta arrivando una macchina. Ecco quello che voleva dirmi l'asfalto palpitando, e con gli stessi palpiti con cui il cacciatore un tempo sapeva riconoscere l’arrivo di un gruppo di cinghiali.

Mi sdraio nuovamente sulla schiena e contemporaneamente apro le braccia e allargo il compasso delle gambe per occupare più spazio e farmi vedere meglio.

Una donna vitruviana nel mezzo di una strada nel mezzo di una foresta.

Adesso devo solo aspettare di conoscere a chi appartengano quei palpiti.

L'auto mi arriva davanti fermandosi a un paio di yard dai miei piedi, il motore acceso così come i fari che mi puntano addosso.

Spero non siano abbastanza bassi da entrarmi sotto il vestito, perché io non porto mai le mutandine.

Si apre una portiera e scende un'ombra, una delle tante di questa nottata.

«Pensavi fosse davvero finita così?», l'ombra si frappone fra me e la parte anteriore della macchina oscurando la luce dei fari con il suo corpo.

«Stupida puttanella».

Anna. Da subito mi ero fatta poche illusioni che quei palpiti potessero non appartenere a lei.

Sposto di poco il capo e seppur sia in controluce posso riconoscere anche la carrozzeria della Jeep.

Lei ha già in mano una pistola mentre con l'altra si tiene una spalla.

Ecco dove l'avevo colpita. In una trascurabile spalla.

«Vai all'inferno!», si vede che ha imparato la lezione e questa volta non mi dà il tempo per offrirle nulla. Nessuna contrattazione. Nessun baratto.

BANG

BANG

BANG

Ho appena il tempo di vedere tre bagliori, tre piccoli faretti che si aggiungono a quelli della macchina, e poi tre bruciori di stomaco.

Fiammate che mi entrano dentro come incendi.

Tre incendi che mi divampano subito nella carne.

A faccia in su continuo a guardare le stelle, sempre grazie alla fessura che la foresta concede al cielo, sicuramente un gran bel panorama per chi ha appena incontrato la morte.

Mi tengo lo stomaco con entrambe le mani e anche se non lo vedo sento che il sangue mi sta uscendo abbondante dalle ferite, il suo calore mi scalda le mani e mi inzuppa il vestito.

«Crepa, puttanella», e ritorna verso l'auto.

Prima però mi sputa addosso, per averle ammazzato la sua donna, suppongo.

Non puoi cavartela così, fottuta terrorista, provo uno scatto di giustizia, quasi di patriottismo, per le vittime del Meadowhall, ma soprattutto per le tre pallottole che mi stanno facendo crepare.

No che non puoi cavartela così, e con uno sforzo disumano riesco a infilare ancora una volta la mano in quella borsetta che nemmeno la foresta è riuscita a strapparmi dalla spalla.

Le ruote della Jeep incominciano a muoversi e l'auto fa una mezza inversione per tornare indietro, questione di attimi e mi passerà accanto dandomi la fiancata destra, quella del guidatore.

BANG

BANG

BANG

Sparo le mie ultime cartucce e pareggio i conti.

Tre pari, Anna.

La Jeep accelera improvvisamente per poi rallentare subito dopo, lo fa un paio di volte e mi fa pensare a quei conigli che prima di tirare le cuoia scalciano disperatamente, con le zampe mosse solamente dai nervi in agonia.

E l'immagine mi farebbe anche sorridere se solo riuscissi a muovere le labbra.

Poi con un'ultima sgassata termina il suo andamento singhiozzante contro uno dei tanti alberi, una ventina di yard oltre me.

Io invece ho solo freddo, tanto freddo.

Un freddo così non c'era nemmeno a Mosca, due anni fa.

C'ero andata insieme a Sal, il mio uomo.

Era pieno inverno, ricordo che le temperature erano arrivate anche a venti gradi sottozero.

L'unica parte che sento calda è lo stomaco, tutto il resto è congelato, a partire dai miei piedi che non riesco più a muovere, nemmeno un dito e nemmeno di mezzo alluce.

Continuo a guardare il cielo, non l'ho mai visto così bello come stanotte, e questo mi fa rimpiangere ancora di più il fatto che sto morendo.

E adesso?

Perché sto sentendo il suono delle campane?

Qui non ci sono chiese nelle vicinanze.

Mi arriva un rintocchio di campane direttamente nelle orecchie.

Qui non c'è nulla a parte il buio. E la morte.

Cerco di capire meglio da dove vengano queste campane e sembra partano dall'interno della Jeep.

Anna è ripiegata in avanti, addosso al cruscotto, magari con la testa ha acceso lo stereo.

Hells Bells. Gli Ac/Dc.

Ecco cosa sono le campane.

Ormai sono convinta che sia andata così, che quella puttana li abbia fatti suonare crepando addosso allo stereo.

E io che pensavo che fossero per me.

Ma non dovrebbe essere già partita la voce rauca di Brian Johnson?

Invece le campane continuano a rintoccare ancora, come si fosse incantata la puntina del giradischi, o come se il campanaro godesse a picchiare sul batacchio ininterrottamente.

Della confusione della foresta non è rimasto più niente, adesso ci sono solo i rintocchi a far rumore, e si susseguono incessanti uno dopo l'altro, perfettamente cadenzati.

Smettete! Smettete!

All'improvviso non ho più freddo e non mi fanno più male nemmeno i tre buchi allo stomaco.

Mi sento completamente anestetizzata, una sensazione di sollievo che nella vita credo si provi una volta sola. Quando si muore.

Un sonno innaturale mi pigia sugli occhi con la pesantezza di un culo seduto sulle mie palpebre, mentre gli echi delle campane si fanno sempre più lontani fino a perdersi oltre le teste degli alberi, al di là della foresta e della morte.

«Anna Frazer... una delle dieci terroriste più ricercate al mondo.

Lo sapevi, John?».

«Certo... quelli dell'antiterrorismo ci aggiornano le schede quotidianamente, e questa Frazer la ricordo molto bene».

«Perché è un bel puttanone, è per questo che te la ricordi, vero?», due poliziotti dialogano osservando la scena del crimine con alle spalle lo sfondo della foresta illuminata dai lampeggianti e dall'alba che sale lentamente da dietro le betulle.

«L'hanno portata all'ospedale mezza morta», il più alto e magro guarda la fiancata della Jeep, quella bucherellata dalle pallottole.

«Sembra più resistente della carrozzeria.

Scommetto cento sterline che da domani dovremo piantonare la sua stanza, una così non crepa tanto facilmente».

Mezza morta? Più resistente della carrozzeria? Ma io l'ho ammazzata quella stronza!

«Sai quanti dollari hanno messo gli americani sulla sua testa?

Un milione tondo tondo».

Un milione? Ho sparato io a quella stronza! Il milione allora spetta a me, cazzo!

«Un milione risparmiato, a questo punto».

«E questa?», quello più basso e tarchiato sembra indicare me.

«Al momento non si sa niente di lei, a parte che si chiama Petra Morgenstein», mostra al collega un mio documento che evidentemente mi ha sfilato dalla borsetta.

Certo che sono Petra Morgenstein, figlio di puttana di uno sbirro!

Chi dovrei essere sennò?

«Magari si scopre che è una terrorista anche lei, forse una discussione finita con qualche parola di troppo.

E come conseguenza anche un bel po’ di pallottole di troppo, a quanto pare».

Ma quale terrorista! Che discussione finita male!

Stavo tornando in città da un viaggio di lavoro quando la macchina mi ha lasciata a piedi e per cercare aiuto sono finita nella casa di due fottute  terroriste e per di più lesbiche.

Ecco com'è andata, maledizione!

«Dalla centrale è stato appena diramato un comunicato dove viene riferito che in una casa poco distante da qui è stata ritrovata un'altra donna, ferita anche lei con colpi d’arma da fuoco».

«Viva?».

«Mezza viva, più o meno come la Frazer».

Anche la bruna è sempre viva... vuoi vedere che l'unica a crepare sono stata io?

«Come mai non l'hanno ancora portata via?», lo smilzo abbassa nuovamente lo sguardo su di me.

«La scientifica... se la prendono calma... e noi non possiamo toccare nulla».

«Non possiamo neanche coprirla questa poveretta?».

«Non possiamo, ma non preoccuparti, tanto ormai non penso soffra più il freddo».

Ecco, sbirro del cazzo, questa è la prima cosa intelligente e giusta che dici.

Non ho più freddo, e da un bel po’.

«Peccato, però... guarda che belle tette...».

Fottuto bastardo, vorrei alzarmi e prenderti a calci nel culo per poi buttarti in terra e camminarti sopra affondando sulle tue palle i miei tacchi appuntiti.

Ma non posso fare niente di tutto questo, perché sono morta.

Questa è la realtà.

Altri trenta passi contati e i miei piedi non sprofondano più nel terriccio, ora sotto c'è l'asfalto.

Sono ritornata sulla strada principale.

Ma non ho nemmeno il tempo di pensare alla prossima mossa che un bagliore attira subito la mia attenzione, una luce lontana che si esalta nell'oscurità fatta di pece.

Sembra un fascio solitario, unico, ma avvicinandosi si sdoppia in due rivelandosi per quello che è.

I fari di un’auto.

Sono salva! Ma la mia euforia dura un attimo più che fuggente.

E se alla guida ci fosse quella stronza?

L'ipotesi è maledettamente probabile.

Ho un'idea.

Prendo la torcia, la posiziono verticalmente nel bel mezzo della strada e l'accendo lasciandola illuminare verso l'alto.

Io invece torno a nascondermi nell'oscurità, dietro il largo fusto di un albero.

Il rumore mi porta velocemente la macchina, la strada ora è perfettamente  illuminata dai fari che si fermano solo davanti alla torcia, un ostacolo non sormontabile.

Riconosco immediatamente la carrozzeria, inconfondibile con il suo colore verde maculato che la fa uguale alla mimetica di chi la guida.

È la Jeep.

Avevo ragione.

La portiera si apre facendo scendere una sagoma che si porta subito davanti al muso dell'auto per accucciarsi e raccogliere la mia torcia.

È lei.

Aggressiva, col suo trench scollato e la sua imponenza, sembra non sentire il freddo della notte.

Indirizza il fascio di luce verso il lato opposto a quello dove sono io e inizia a scorrere gli alberi uno a uno, una betulla dopo l'altra, in un'alternanza di luci e ombre, di fusti e rami lucenti solo per l'attimo del primo piano.

Per poi ridurli nuovamente al buio, a comparse della notte.

Poi illumina la strada, la linea di mezzadria, e la segue finché riesce a vedere l'asfalto. Niente. Le resta solamente il mio lato.

Sfilo la pistola dalla borsetta senza nemmeno respirare, anche un solo sospiro potrebbe svelarmi, Anna sta annusando l'aria come un animale.

Forse ha già sentito il mio odore.

Passa di nuovo in rassegna le betulle.

La prima, molto lentamente.

Poi la seconda, soffermandosi più a lungo sul fusto.

Per la terza solo una rapida occhiata.

Mi rimane il tempo di altri due alberi, poi tocca alla mia betulla.

Devo agire adesso. Prima che mi stani dal buio.

«Butta la pistola a terra!», lascio allo scoperto solo il mio braccio armato, tutto il resto è al sicuro dietro l'ampiezza protettiva del tronco.

«Sapevo che eri tu», dirige la torcia sul mio albero e la luce è ferma, sa mantenere la calma anche in un momento come questo.

«Fai un solo gesto e sei morta», io invece devo tenermi il gomito con l'altra mano per non far ballare troppo il mio bersaglio.

«Certo... il solito vecchio gioco...

Chi si muove per prima è morta», guarda verso di me ma il buio impedisce ai suoi occhi di arrivare a destinazione.

«Ma stavolta cambiamo regola...

Muore per prima quella che si muove per seconda!», e fa per alzare la pistola contro di me.

BANG

BANG

BANG

Tre colpi, tutti quelli che mi sono rimasti.

«Ohhh...», Anna va giù sulle ginocchia come un fantoccio, uno spaventapasseri che all'improvviso non fa più paura a nessuno.

La torcia le casca davanti e la lampada che resta rivolta verso di lei la illumina sadicamente in un’inquadratura stretta.

Il primo piano della morte.

«M'hai ammazzato... non pensavo... fossi così brava...», mi fissa con un sorriso già morto, sputando più sangue che parole.

La testa reclinata in avanti con il mento a toccare il petto, sembra stia pregando inginocchiata, le manca solo un rosario da tenere stretto fra le mani rimaste attaccate sui fori delle mie pallottole; il seno a penzolare nell’aria, scoppiato ansante dal trench allentato: quasi un’offerta al suo Dio, se ne ha uno.

Prega, Anna, in fondo non è mai troppo tardi per espiare i propri peccati.

La lascio lì, tremante e agonizzante, e salgo sulla Jeep, il motore è sempre acceso.

Scansando il corpo della Frazer, procedo lungo la strada seguendo la stessa direzione lungo la quale era arrivata lei, senza capire se sto andando a sud oppure a nord, ma non me ne frega niente, voglio solo andare via da qui.

Schiaccio fino in fondo l'acceleratore con le piante sanguinanti dei piedi, e allontanandomi il buio mi porta via dallo specchietto retrovisore l'immagine di lei, lasciandomi l'ultima fotografia di Anna Frazer: una sagoma illuminata raccolta in perdurante implorazione, col seno di fuori offerto in sacrificio per guadagnare qualche minuto, un piccolo tempio che gronda sangue a terra, una specie di statua da idolatrare, eretta al centro della strada.

Forse ad uso di futuri pellegrini, che verranno a vedere dov'è morta Anna Frazer, uccisa da una principiante, sorpresa da tre colpi d'arma da fuoco che l'hanno raggiunta allo stomaco; e dove si è impegnata a fondo in un futile tentativo di sfuggire alla fine, rimanendo in ginocchio a pregare, quasi pietrificata.

Con gli occhi chiusi adesso riesco a leggere tutto quello che mi passa per la mente, anche il romanzo del bel Caponi, quello che non ho avuto voglia di finire di leggere prima.

Ah... se lo avessi fatto!

Adesso sarei sicuramente in una centrale di polizia con una coperta calda addosso e con i giornalisti di mezzo mondo che si prendono a pugni pur di avere una mia dichiarazione. E con un milione in più sul mio conto corrente.

Petra Morgenstein, l'Eroina di Sheffield, questa sarebbe stata la prima pagina a caratteri cubitali di tutti i quotidiani, anche di quelli d'oltreoceano.

E tutto sarebbe meritato, ho appena sgominato una delle più pericolose cellule terroristiche internazionali pietrificandone la mente principale, l'anglo-iraniana Anna Frazer.

Sarebbe stato così, se avessi terminato di leggere il libro, questo era il finale scritto dall'autore.

Invece ho fatto di testa mia, come sempre, e adesso sono stesa sopra il freddo dell'asfalto, senza addosso nemmeno il telo che copre i cadaveri.

«Copritela e mettetela sull'ambulanza», sembrano ascoltare i miei pensieri, la scientifica deve avere terminato di effettuare i rilevamenti.

Meno male, così riesco ad andarmene da questa Foresta di Petra, già, adesso ricordo anche il titolo del libro.

Avevo letto il mio nome in copertina e proprio per questo l'avevo scelto.

«Attenti a non calpestare la scena del crimine, maledetti idioti!».

Come se qui all'inferno potesse servirmi a qualcosa.

Il titolo.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

MORTE A PENZOLONI

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2014-2017)

Non ci siamo lasciati benissimo, ma vuole parlarmi a tutti i costi.

Nella voce mi è parso di ascoltare problemi seri, d’altra parte con una figlia così c’è da aspettarsi di tutto.

Chana Frezzi è una bella fica, anche se un po’ sfasciata rispetto a un tempo: ormai naviga sottocosta ai 50.

L’ultima volta che l’ho vista aveva un giro-pancia più largo del giro-petto; colpa anche della sua abitudine di non portare il reggiseno: le tette che le cadono a penzoloni sul ventre non sono che una logica conseguenza della forza di gravità.

Nonostante lo sfascio irreversibile, le sue camicette sono sempre sbottonate e ciò è abbastanza per invogliarmi a rivederla.

Si piace ancora, di sicuro non ha perso la sua arroganza.

Con lei c’è stato qualche bel momento e io sulle mie ex non ci sputo sopra.

L’appuntamento è a casa sua, fra un’ora.

Una cenetta intima e poi chissà… chissà se si è allargata ancora…

Non c’è un posto neanche a morire, Milano è ormai invivibile. Alla fine, ma proprio alla fine, parcheggio la mia SLK e torno indietro a piedi: la palazzina di Chana è l’ultima in fondo a viale Parigi.

Sembra una serata tranquilla, ma è evidente che mi sbaglio.

Urla di donna dal fondo del viale.

Allungo il passo.

POW

Cazzo, uno sparo!

Corro.

Mi sa tanto che si tratta proprio dell’appartamento di Chana, al secondo piano.

POW

Cazzo! Un altro sparo!

È proprio lei e sta uscendo a cosce nude dalla porta-finestra che dà sul balcone…

«Emiliano…!», mi ha visto.

POW

«Uuughh…!», un urlo soffocato.

Dopo il terzo sparo, la vedo allargare il braccio, fare ancora un passo avanti, quasi per forza d’inerzia, e infine accartocciarsi su sé stessa: Chana frana sulla ringhiera del balcone e ci rimane sospesa sopra, letteralmente a penzoloni, come un panno steso; il braccio destro ciondola nel vuoto, cadendo giù come il ramo di un salice piangente.

Quello sinistro è rimasto sotto il corpo, incollato all’addome.

Se indovino il motivo, Chana ha preso prima uno o due colpi in pancia, poi - fuggendo - il terzo alla schiena.

Ho finito di correre, adesso la vedo dalla base di una perfetta verticale, due piani più sotto: Chana Frezzi ha provato a spiccare il volo, ma pesante com’è non c’è riuscita, zavorrandosi sulla rampa di lancio; ha provato a buttar giù di colpo tutti i suoi chili, ma la trippa s’è ingrippata nella ringhiera; ora mi guarda fisso, con occhi sbarrati.

E non credo mi riconosca.

Una donna dal passato glorioso è giunta al capolinea.

Sono arrivato tardi.

Con un calcio apro il portone e mi preparo ad affrontare il killer, ma dalle scale non scende nessuno, e l’ascensore è fermo.

Uno scalpiccio rapido e sempre più remoto mi suggerisce che l’assassino sta fuggendo dall’alto.

Ha troppo vantaggio, meglio controllare l’appartamento della Frezzi, prima dell’arrivo della polizia.

La figlia giace a terra, con un buco in fronte.

Niente sconti.

Chana ha fatto qualche passo in più, ma non è arrivata lontano; la camicetta bianca con cui mi aspettava è imbrattata sulla schiena da una chiazza sanguinolenta.

In più, se l’altra è andata alla figlia, deve avere una pallottola sullo stomaco.

Conto salato anche per lei.

Ha provato però a difendersi: c’è una pistola per terra, dev’essere la sua; ma non ha sparato.

Il ventre di Chana è rimasto al di qua, la testa e le tette, più che mai a penzoloni, sono al di là.

La pancia si è dimostrata un ancoraggio più che saldo, la Frezzi è rimasta in bilico, zavorrata alla ringhiera del balcone, nonostante la spinta inerziale in avanti e la massa imponente del corpo.

Non la tocco: non vorrei accollarmi un omicidio di cui non so niente.

Avrei avuto il movente e l’occasione.

Tanto da lì non si muove.

Prima che arrivi la polizia frugo nell’appartamento.

Non ci metto molto a trovare la roba.

Ed è tanta roba…

Hai capito la vaccaccia…?!

Col pretesto della figlia è entrata nel commercio e ha preso in mano le redini, sfruttando il suo giro: “Sei troppo moscio per me, cocco, ma so io come farti andare su di giri…”, già me la vedo.

Probabilmente, però, si è allargata troppo, e non solo di pancia; Chana è sempre stata ingorda di tutto; ma l’Organizzazione non ama la concorrenza e l’ha radiata dall’albo con una buona dose di piombo caldo, anche se ha cercato fino all’ultimo di far pesare il suo fascino orientale; è mezza nuda per questo, suppongo; ma non c’è più rispetto per le vacche sacre, ai giorni nostri.

Tengo per me la roba, visto che a Chana non serve più; l’Organizzazione si è limitata a saldarle il conto e io non posso permettere che la roba della mia ex vada ad arricchire qualche piedipiatti.

Da sotto, le lancio un ultimo sguardo, prima di andarmene.

Peccato…

«E…m…i…l…i…a…n…o…», un sussurro estenuato…

Non è ancora crepata!

Avrei dovuto controllare la giugulare, ma sarei finito giù con lei.

E adesso?

È moribonda, in ospedale non c’arriva, mi viene voglia di baciarla, è sempre sexy nelle sue camicette bianche.

UAAA…

UAAA…

La polizia…

Cazzo, devo andarmene.

Sto per mollare Chana al suo destino, quando in lontananza spunta un’ambulanza…

Si è fermata molto prima, evidentemente non hanno l’indirizzo esatto, e io posso trattenermi ancora un po’.

Plic

Plic

Il sangue di Chana, goccia dopo goccia, cola di sotto con la cadenza di un rubinetto chiuso male.

Le imposte al primo piano sono chiuse. Gli inquilini devono essere in vacanza.

Mi arrampico sulla condotta di scolo e salgo sul balcone, un’idea folle mi è balenata in testa.

E ormai non posso più fermarla, è una palla di pesante pazzia che rotola a valle.

Plic

Una goccia di sangue mi finisce in testa.

«Chana...», alzo gli occhi, lei è sopra di me, a testa in giù, con metà del corpo oltre la ringhiera e le tette a penzolare oltre la stessa metà.

«Emi...lia...no...», mi guarda con gli occhi sbarrati, forse al mio posto sta già vedendo il diavolo. «M’hanno… fatto… la festa…», Chana ha la forza di concedersi un sorriso amaro, che le fa sfuggire dalle labbra una boccata di sangue.

Ma subito dopo l’aria sembra mancarle, mi guarda ormai arresa.

«Ba...cia...mi...», la sua richiesta mi arriva addosso insieme al suo sangue, che insiste a cadermi in faccia, goccia dopo goccia.

Anche lei lo vuole.

La follia ci univa, avremmo potuto rimanere insieme.

Salgo sulla ringhiera, in precario equilibrio, mi afferro al cornicione di sopra, e spingo sulla punta dei piedi, protendendomi verso di lei.

Lei scivola più giù, annullando così gli ultimi centimetri di distanza che io non sarei mai riuscito a colmare: per la prima volta nella vita ci veniamo incontro.

Spingendo ancora sulle gambe, riesco a sfiorarle le labbra: sanno di sangue e sono fredde; Chana è già morta, anche se ancora non lo sa.

Peccato, la mancanza di parcheggi uccide.

Ma è la mia Giulietta.

«Per…ché…».

Perché ci siamo lasciati.

Perché non sei arrivato in tempo.

Perché mi sono fatta ammazzare.

Mentre ancora ci penso, me la vedo andare giù a peso morto, non posso fare niente, anche se mi passa così vicino che mi pare di sentire il suo ultimo respiro.

Mi volto e la vedo là sotto, un grosso fantoccio seminudo sul bordo della strada, con una gamba rimasta impigliata tra le fronde di una siepe.

La sua pesante palla di pazzia è arrivata a valle.

In qualche modo l’ho istigata al suicidio, non sono stato un bravo ragazzo.

E non sono Romeo.

Io preferisco rimandare ad altra occasione.

Ci vediamo, Chana.

Le luci dell’ambulanza si avvicinano, sta arrivando anche la polizia, faccio appena in tempo a dileguarmi.

L’ultimo bacio di Chana poteva costarmi parecchio.

Ma ne è valsa la pena.

Guido piano, senza dare nell'occhio, stanno convergendo diverse pattuglie.

Faccio anche passare un'ambulanza che corre impazzita.

Mi comporto come un bravo cittadino.

Un'ambulanza che corre impazzita... quella folta siepe... le vacche sacre...

Ma no, che vado a pensare...

Eppure, chissà perché, mi ritrovo a seguire l'ambulanza.

E non è una cosa facile, nel traffico cittadino di Milano.

Farò finta di essere un parente al seguito.

«Può lasciarla solo cinque minuti, mi raccomando: poi non dimentichi di spostarla».

Non ce n'è bisogno, la guardia giurata dell'ospedale ha già capito tutto.

«Grazie tante per la comprensione», mentre ringrazio, i paramedici scaricano un malato intubato da tutte le parti.

«Non stia in pena, qui sono molto bravi».

«Viale Parigi», dice un barelliere all’ingresso…

Sulla figlia c'avrei messo la mano sul fuoco.

Se avessero beccato l'assassino non sarebbe stato lì.

Ma ancora non riesco ad avvicinarmi...

E devo stare attento a non farmi beccare.

Polizia per il momento non ce n'è.

Non trovando la droga, potrebbero ipotizzare un semplice delitto passionale, come suol dirsi.

Comunque ho messo baffi finti e occhiali scuri per le telecamere.

Incredibile, è proprio lei... adesso ne sono certo.

Forse non era ancora morta quando è volata giù, o forse la caduta stessa l’ha rianimata… vai a capire...

La cellulite si è rivelata preziosa in ogni caso.

E anche quella provvidenziale siepe.

Chana...

Tra noi non è ancora finita...

Assaporo quel bacio tra le labbra.

Tra noi non era mai finita davvero, ora lo sapevo.

Adesso deve lottare, se vuole tenersi la pelle.

Ma almeno è arrivata in ospedale.

Ha un polmone distrutto e chissà quale altro problema in pancia, ma può giocarsi le ultime carte.

Cerco subito di individuare il portantino più sveglio, quello che per secondo lavoro si porta via la morfina o procura troie ai primari.

C’è anche il medico, ma di quello sbarbatello non so che farmene: ho bisogno di una previsione rapida e affidabile.

Okay, ho deciso, è lui.

Lo affianco mentre caricano la lettiga sul montacarichi, diretti - presumo - in sala operatoria; il medico si è sganciato.

«Ehi… lei non può scendere, se è un parente attenda in sala d’aspetto…», ha parlato lo stupidotto.

Allungo sfuggente la mano e due biglietti da 50 al barelliere scafato, quello prende e intasca con movimento naturalissimo e altrettanto sfuggente; lo trattengo giusto un paio di secondi: «Puoi dirmi come andrà a finire?».

Increspa le labbra.

«È a pezzi, dottò… anche se…», abbassando ulteriormente la voce, «nun se offenda, ma ‘na bodrillaccia così ce ne mette ad annà sotto…».

Gli effetti delle migrazioni interne sono eloquenti.

«Comunque, dottò… je faccio sapè io quello che succede…».

Annuisco e allungo altri due biglietti color salmone: le informazioni costano e quelle che servono a me vanno controcorrente, perciò è tutto giusto.

A occhio e croce la Frezzi sta andando a crepare sotto i ferri, ma una stronza come lei può ancora rovesciare tutto: rimane a penzoloni tra la vita e la morte, in bilico sull'inferno.

Toc-toc

«Avanti».

«Don Salvatore...», l’uomo si affaccia alla porta con un fare timido che ha poco a che spartire con la sua presenza rozza e massiccia.

«È arrivato Tony».

«Fallo entrare».

«Subito, capo».

«Con permesso, Don Salvatore», il secondo uomo, una specie di fotocopia del primo, entra nella stanza meno timidamente, ostentando una malcelata sicurezza.

La convinzione di aver fatto un ottimo lavoro è il veicolo migliore per accrescere l’autostima.

«Allora, Tony?», Don Salvatore si accende con calma un cubano, rimanendo comodamente seduto sulla poltrona di pelle, dietro la grande scrivania.

«Tutto fatto», si siede senza aspettare il consenso, troppo sicuro anche in questo.

«La figlia è stesa sul pavimento con un buco in fronte.

E la troiona della mamma è rimasta a penzolare dal terrazzo come una bandiera a lutto, con due buchi nella stoffa».

«Una bandiera ammainata, spero», il boss dà una voluttuosa boccata al sigaro.

«Ammainata e ripiegata in due sopra la ringhiera».

Drin

Drin

Squilla uno dei tre cellulari sparsi sulla scrivania: più un uomo è potente e più ha il diritto di conoscere la realtà in presa diretta.

«Dimmi».

Un momento di pausa.

«Ho capito...», la tirata di sigaro è più lunga e nervosa della precedente.

«Voglio che tu mi tenga informato minuto per minuto, intesi?».

Sbang!

Uno scatto improvviso e il Samsung Galaxy si fracassa contro la parete. «Ma… capo...?! Cosa...», il costoso cellulare appena andato in pezzi ha il potere di fargli perdere all’improvviso tutta l’autostima.

«Tony, Tony...», la voce dall’altra parte della scrivania è pericolosamente calma.

«Una bandiera ammainata, eh...?

Una bandiera ammainata e ripiegata…», lo guarda fisso negli occhi, con l’espressività di uno squalo che vede colar sangue dalla sua vittima.

«Capo... cosa significa...?», una goccia di sudore gli cola dalla fronte.

«Significa che quella troia di Chana non è affatto crepata!», Don Salvatore sbatte i pugni sulla scrivania, facendo sobbalzare ogni cosa che c’è poggiata sopra.

«Ma io le ho piantato due pallottole in corpo...

Ha iniziato a spogliarsi, e non ci sono cascato.

Mi ha supplicato in tutti i modi di non eliminarla.

Quando ha capito che era finita, ha tentato di afferrare la sua pistola, ma io l'ho presa piena al fegato, con la prima pallottola.

Ha avuto uno scatto, ha cercato di fuggire, correndo verso il balcone.

Allora l'ho beccata alla schiena, con la seconda pallottola.

È crollata stecchita sulla ringhiera…».

«Vorrà dire che è resuscitata…

Ti costava tanto buttarla giù dal terrazzo?», le notizie sono ancora incomplete; restando seduto, apre il secondo dei tre cassetti, quello all’altezza delle ginocchia.

«Vediamo se saprai fare altrettanto».

«Don Salvatore! No!», Tony porta d’istinto le mani avanti.

BANG

BANG

BANG

Il gesto serve solamente a farsi bucare il palmo della mano da una pallottola, che senza fermarsi gli finisce precisa in faccia, come le altre due.

«Maledetto incapace», il boss ripone la pistola nel cassetto come niente fosse, come se avesse sparato a un piattello dopo il Pull dell’addetto al campo di tiro.

«Roberto!», Don Salvatore chiama il primo uomo, senza accorgersi che gli spari l’hanno già fatto rientrare nella stanza.

«Capo...», guarda senza particolari emozioni il corpo di Tony, quello sì ripiegato sulla sedia come una bandiera ammainata.

«Toglimi da davanti questo verme», gli fa cenno mentre si alza, dirigendosi verso l’ampia vetrata che guarda la città.

«E tieniti nei paraggi.

Potrei avere la necessità di essere accompagnato all’ospedale per andare a far visita a una mia cara amica».

«Un incidente, capo...?», l’aspetto fisico del guardaspalle è coerente con il quoziente intellettivo.

«Più o meno…

Una brutta troia che nonostante abbia sbattuto contro due pallottole, non vuole saperne di crepare», e guarda il Pirellone, senza però vederlo; davanti a lui oramai c’è solamente Chana e il suo corpo da vacca rimasto in bilico sulle porte dell’inferno.

È pronto a darle in prima persona la spinta decisiva.

Medicina Donne.

Chirurgia.

Premo il pulsante dell’ascensore e salgo, non posso affidarmi solamente a un barelliere, devo farmi altri complici per avere più notizie possibili riguardo alla bodrillaccia.

Professor Raffaele Tersilli, Primario del Reparto di Chirurgia, le porte dell’ascensore si aprono quasi precise davanti a quest’altra porta, è semichiusa e da dentro escono voci che sembrano scherzare fra loro: devo approfittare di questa favorevole fermata.

Entro sfacciatamente annunciandomi solamente con un paio di piccoli pugni sul legno che il trambusto del via-vai di persone rende del tutto inutili.

«Desidera?», una delle tre voci si gira verso di me.

«Scusatemi…», sono due infermiere più un portantino, che stavano evidentemente parlando dei cazzi propri.

«Poco fa è stata portata in ospedale una signora sui 50, caduta da un balcone», ometto volutamente l’imbarazzante particolare delle due pallottole. Vorrei sapere qualcosa riguardo alle sue condizioni», se è crepata o no, insomma, lo penso senza precisarlo.

«Lei chi è?», l’infermiera attempata anticipa quella più giovane, che mi ha rivolto per prima la parola, e si intromette dura, d’autorità.

«Sono il figlio», davanti al richiamo materno ogni donna solitamente si ammorbidisce.

D'altronde ho diversi anni meno di lei e mi sono tolto i baffi.

«Ah... mi dispiace... sua madre è arrivata in condizioni disperate», il tono diventa quasi da omelia funebre, il trucco ha funzionato.

«Ma ce la farà...? Adesso dov’è?», riesco a farmi inumidire gli occhi e mi chiedo se sono un attore così bravo, oppure se mi sto interessando veramente di questa troia sfatta.

«È in sala operatoria.

Ma se ha una possibilità di farcela, è messa nelle mani migliori, mi creda.

La sta operando il Primario in persona, il Professor...», oramai so quello che volevo sapere, non ho voglia di perdere altro tempo.

«Tersilli», aggiungo io il nome.

«Lo conosce?».

«No, ho solo letto la targhetta sulla porta.

Quanto può durare l’intervento?», la domanda mi scappa di bocca e mi accorgo subito di aver detto una gran cazzata.

L’infermiera giovane mi guarda quasi compatendomi e mi risponde cercando di non sbattermi in faccia la realtà così com’è.

«Tecnicamente l’intervento può durare diverse ore...

Ma dipende da sua madre, capisce...?».

Sì, appunto, ho detto una cazzata. Due palle in corpo, più un salto dal balcone: tecnicamente l’intervento può durare svariate ore, ma se Chana crepa sotto i ferri, i tempi si accorciano sensibilmente.

«Vi ringrazio», esco sommessamente dalla porta, visibilmente contrito.

«Si fermi giù alla cappella.

E preghi per sua madre…», l’infermiera tardona deve avere più cuore di quanto il suo aspetto sciupato e indurito dalla vita d’ospedale suggerisca.

«Certo».

Già! Come no!? Adesso ci manca solamente che mi metta a pregare per quella vecchia troia!

Anche se mi bagno solo a pensarci, accidenti a me.

«Dottò!», la voce romanesca mi arriva da dietro le spalle, è il barelliere coatto trapiantato fra i bauscia: gli vado incontro, in fondo rimane il mio complice più fidato e attendibile. «La bodrillaccia è sotto i ferri», biascica le parole insieme al chewingum.

Prendo la penna dal taschino e una banconota dal portafoglio e l'autografo con il mio numero di cellulare: stavolta cambio colore, verde come la speranza, anche se, pensandoci bene, non so neanch’io che cazzo sperare.

Se anche dovesse scamparla grossa, uscirebbe letteralmente a pezzi da questa storia, bisognosa di protezione e senza soldi.

«Voglio che mi chiami appena sai qualcosa di mia madre», gliela infilo nella tasca della tuta.

«Ammazza oh... che bbona... tu’ madre... dottò!».

Non se l'è bevuta, troppo sveglio.

«Lascia perdere…

Se crepa, se sopravvive, se resuscita, qualunque cosa faccia, tu mi chiami.

Intesi?».

«Ma dottò… fra un’ora finisco il turno…», e si infila la mano in tasca per far scivolare meglio il bigliettone.

«Vorrà dire che stanotte farai un po’ di straordinario», tiro fuori dal portafoglio un’altra banconota dello stesso colore della prima, ma a differenza di quella, finita nei pantaloni, questa gliela faccio solo annusare, un po’ come ha sempre fatto Chana, con la sua fica, per corrompere gli uomini e piegarli ai suoi disegni di potere.

«Questa te la darò a straordinario finito».

«Vabbè dottò, vorrà dì che me ne starò in giro tutta la notte a pijà caffè».

Fai il cazzo che ti pare, basta che mi chiami, pezzo d’idiota.

Esco sul piazzale dell’ospedale, finalmente un po’ d'aria fresca.

Inalo un lungo respiro e mi dirigo alla macchina decidendo di aspettare lì la telefonata del coatto: arrivato a questo punto, voglio sapere che fine farà Chana.

Plic

Plic

Le ore trascorrono lentamente e dentro l’abitacolo della mia SLK sembrano ulteriormente rallentate dalla mia solitaria attesa.

Plic

Plic

Pioviccica.

Le gocce d'acqua rimbombano attraverso il tettuccio della mia auto, lente e ossessive, come cadessero da un rubinetto, invece che da una nuvola passeggera.

Sembra che un dio tenga Chana a penzoloni sopra la mia testa...

Drin

Drin

«Raffaele...», la risposta è pronta, l’impaziente attesa della telefonata gli ha già fatto spegnere tre cubani dentro il posacenere. «Dammi buone notizie».

«Purtroppo non credo di potertele dare».

«Non dirmi che...».

«Sì... la tua amica è uscita viva dalla sala operatoria».

Silenzio da entrambi i ricevitori.

«Gravissima, ma viva».

«Maledetta puttana... non potevi lasciarti scappare il bisturi e aprirla in due quella troia?».

«Sai che non potevo comportarmi diversamente da come ho fatto.

Purtroppo ha la pelle più dura di quanto si potesse pensare».

«Lo so, Raffaele, lo so... è una grande stronza».

«Adesso che pensi di fare?».

«Quello che non hanno saputo fare due pallottole e un volo senza paracadute».

«Io invece tolgo il camice e me ne vado a casa.

Non voglio andarci di mezzo, questo puoi capirlo».

«Non c’è bisogno che ti caghi addosso, Professor Tersilli.

Non ci andrà di mezzo nessuno, a parte la Signora Frezzi…».

Clic

«Roberto, tira fuori la macchina.

Andiamo a fare un giro in ospedale…».

Drin

Drin

Finalmente mi squilla il cellulare, mi sveglia ma non è un gran peccato, non è comodo addormentarsi sul sedile di una SLK.

Più meno è come un sarcofago.

«Pronto…», ho paura di sentirmi dire che la troia è crepata, e ciò mi fa dubitare di me stesso.

«Dottò… so io».

«Allora...?», meglio togliersi subito il dente.

«Allora, dottò... la bodri… cioè su’ madre, pe’ ora je l’ha fatta...

S’è appena riportata in camera, tutt’antubbata... nun c’ha ‘n buco libero…».

Sveglio, l’amico…

Una troia che si rispetti tiene occupati tutti i buchi insieme.

E a Chana gliel’ho visto fare maledettamente bene.

«Dimmi in quale camera l’hanno portata e ti sarai meritato il secondo verdone».

«S’è portata in chirurgia generale, la camera è la seconda a destra, la numero tre me pare, se nun me sbajo».

«Arrivo».

Clic

Ci si incontra sulle porte di vetro dell’ospedale e gli retribuisco lo straordinario: la mia paga è sempre al netto delle tasse.

«Grazie, dottò.

Ammazza pure così quant'è bbona... come er pane...», e se ne va, prendendo un vecchio scooter appoggiato senza catena a un lampione.

Madre che me piacerebbe fammela: non c'è acronimo che tenga.

Rientro nell’ospedale e penso che, in mezzo a tutto questo casino, posso starci benissimo anch’io, il figlio di Chana Frezzi, che con le lacrime agli occhi sta andando al capezzale della madre moribonda.

Entro nel reparto e per prima cosa mi guardo attorno per vedere se ci sono in giro piedipiatti; d’altra parte Chana è pur sempre arrivata in ospedale con due pallottole in corpo, non è una paziente qualunque.

Ma la pista del delitto passionale deve aver preso piede, perché di sbirri non se ne vedono; grossi precedenti non ne ha; la figlia, una testimone, o una co-protagonista del torbido intrigo sentimentale.

Conto partendo da destra come da indicazioni e mi fermo davanti a una porta socchiusa: stanza tre, nun s'è sbajato...

«Dove pensa di andare lei?», la voce mi sorprende con la mano appoggiata sulla porta, già pronta a spingerla.

«Non può entrare in quella stanza!», la caposala mi affronta decisa.

Sarei tentato di tirare fuori la mia beretta e stenderla con un paio di colpi, ma non mi sembra il caso...

«Sono il figlio di Chana Frezzi...», è l’unica arma che ho e fa meno rumore. «So che è uscita dalla sala operatoria e stavo cercando la camera dove è stata portata», mi sforzo di fare una faccia addolorata e soprattutto di non pentirmi d’essermi tenuto la pistola in tasca.

«Ah... lei è il figlio della signora…», come l’infermiera di qualche ora prima anche questa attenua subito la sua durezza.

«Sì... come sta mia madre?

Se la caverà?», vado subito al sodo.

«È in coma», anche lei bada al sodo. «Considerato, però, che è arrivata in ospedale in condizioni disperate, deve ritenersi fortunato che sia ancora viva».

«Posso entrare a vederla...? È qui?».

«Da disposizioni del Professore non potrei fare entrare nessuno, ma...».

Forse cede.

«Ma dato che lei è il figlio… farò uno strappo alla regola».

Ha ceduto.

«Grazie...», è il minimo che le devo, mi ha evitato la fatica di usare altri metodi.

«Ma solo qualche minuto, intesi?».

«Intesi», la rassicuro mentre spingo la porta.

«Ah, un’ultima cosa…

Sia forte, vedere sua madre in queste condizioni non sarà un bello spettacolo».

Le faccio un cenno con il capo ed entro nella stanza.

È sdraiata sul letto, monitor a destra e a sinistra, e tubi e fili attaccati ovunque: tutt’antubbata… il coatto aveva ragione.

Mi siedo e la guardo, il viso è tumefatto, annerito dai lividi; così com'è potrebbe essere mia nonna.

Drin

Drin

Mi suona il cellulare nella tasca, chi cazzo è adesso?

Clic

Lo prendo e lo spengo, posandolo sul comodino: in questo momento non ci sono per nessuno.

Nonostante tutte le fregature che mi ha dato, adesso mi fa quasi pena…

La sua vita è letteralmente appesa a un filo.

Ma è una combattente, lotterà fino in fondo.

Senza aspettare che la caposala arrivi a ricordarmi che devo uscire, me ne vado da solo, in questo momento c'è poco da fare.

Mi faccio le scale, il pulsante dell'ascensore è perennemente rosso e non ho la pazienza di aspettare.

«A che piano va lei?».

«Medicina Donne. Chirurgia».

Don Salvatore esce dall’ascensore e si dirige subito verso la porta giusta.

Sarebbero bastati solo trenta secondi di pazienza per avere l’ascensore al piano…

Sono di nuovo alle porte di vetro dell’ospedale, quando mi frugo in tasca e... cazzo!

Il cellulare: l’ho lasciato sul comodino, al capezzale di Chana.

Mi tocca tornare su, accidenti.

Sono pronto a giustificarmi con la caposala, ma non ce n’è bisogno, il corridoio è deserto, meglio così.

La porta della camera è socchiusa, la spingo, ma invece di entrare mi fermo di colpo: c’è una figura di spalle, ritta davanti al letto.

Non si accorge che ho aperto la porta, sembra troppo impegnata a maneggiare una siringa.

Un infermiere? Non mi pare abbia il vestito giusto.

Un dottore? Nemmeno.

La figura si sposta di lato quel tanto che basta per offrire il suo profilo alla debole luce.

Cazzo! Certo che non è un infermiere!

E neanche un dottore: è Don Salvatore Petrucciani!

Il pesce più grosso che nuoti nei mari avvelenati della droga: che cazzo ci fa qui?

E che cazzo ci fa con quella siringa in mano?

La risposta è scontata, come la mossa di prendere in mano la mia beretta.

«Butta a terra quella fottuta siringa!», mi presento maleducatamente, alle sue spalle.

Ha un sussulto.

«Girati piano e niente scherzi».

Si volta e mi guarda, la siringa è ancora nella mano, stretta come fosse una pistola.

E non ho ancora capito se è riuscito a usarla.

«Emiliano...», in fondo le presentazioni non servono, ci conosciamo abbastanza bene.

«Mi stavo giusto chiedendo quando saresti entrato in scena…

Anche se ormai stanno scorrendo i titoli di coda…», l'ha usata, il suo ghigno beffardo non mente...

E intanto ha cercato di mascherare un piccolo passo in avanti.

«Fermo lì, Petrucciani.

Fai un altro passo e ti buco la pancia».

«Ehi... calmo... una siringa non dovrebbe innervosirti tanto, no?».

«E così hai tappato la bocca a questa troia una volta per tutte… ti sei scomodato di persona…».

«È solo un aiutino…».

«Butta a terra la siringa, non te lo chiederò un’altra volta».

«Okay, o-k-a-y…», l'ha mollata.

«Dovevo immaginarlo che c’entravi tu in questa storia.

Dove c’è il puzzo, c’è sempre anche il marcio…».

Chiudo la porta e la blocco con le spalle, non sono ammessi intrusi adesso.

«Quella troia là ti piaceva ancora, vero, Emiliano...?», mi sfida.

«Piuttosto dimmi perché ti è venuto in mente di far fuori sia madre che figlia», faccio finta di non aver sentito e non raccolgo il suo guanto. «Che tipi di conti avevano con te?».

«Conti che non tornavano», continua a sfidarmi, senza dare troppo peso alla mia beretta. «Cose che dovevano restituirmi...».

«Penso di sapere quali siano queste cose», lo conosco abbastanza per avere già chiara tutta la trama.

«Spara.

Le cose intendo», Don Salvatore, nonostante tutto, ha ancora voglia di fare lo spiritoso.

«Vediamo... la tossicomane non ti ha restituito un bel po’ di bigliettoni che ti doveva per la roba che le avevi dato a credito».

«Perspicace».

«E la vecchia troia ti doveva la fica che ti ha sempre promesso e fatto annusare…

Ma neanche stavolta ha mantenuto la parola, e ti sei incazzato al punto da farle piazzare un paio di pallottole in corpo… e poi di venire qui di persona a terminare il lavoro...».

Alla fine è davvero un delitto passionale, accidenti.

«Doppiamente perspicace.

E in più era entrata nel giro sotto un’altra bandiera…», e fa un altro passo in avanti, il secondo da quando abbiamo iniziato la conversazione. Troppi.

«Un altro passo e sei morto, Petrucciani», se prova a fare il terzo, si ritrova una pallottola in fronte.

«Ma se sono disarmato… non lo vedi?».

Bip-bip-bip

I monitor sembrano impazziti.

Chana ormai è fritta.

«Che cosa le hai dato?».

«Un veleno che non lascia tracce.

Me lo passano i servizi segreti.

Molta gente muore in ospedale, a volte per banali complicazioni.

E se qualcosa va storto, la colpa va a un'infermiera psicopatica».

Bip-bip-bip

L'infermiera di turno dovrebbe essere già qui.

«L'hai mandata via, vero?».

«Chi?».

«L'infermiera».

Di nuovo quel ghigno.

«Stavolta hai commesso uno sbaglio».

Mi guarda incuriosito.

«Ho solo un modo per richiamare altro personale sul posto».

«Stai scherzando...», ha capito, «non vorrai scaldarti tanto per una vecchia troia...».

Bip-bip-bip

Questo martellante cicalio elettronico sembra la voce di Chana che mi chiede di fargliela pagare.

Alzo il braccio con la beretta all'altezza della sua fronte.

Lo guardo duro.

Sa che sto per farlo.

«No, aspetta... ci metterà un po' a crepare... il veleno è lento...

C'è un modo per riprenderla... i servizi le sanno tutte...».

Bip-bip-bip

«Sputa il rospo, se vuoi salvarti. Questo infernale cicalio mi innervosisce».

«E va bene... si usa il siero antivipera...».

Abbasso la pistola.

«Contro questa non ci sono antidoti, Petrucciani».

BANG

BANG

BANG

Suono tre volte il campanello.

Ma ho sparato al petto, o avrei schizzato Chana con i pezzi del suo cervello.

Apro la finestra e lo scarico di sotto come un sacco di merda.

Un'infermiera più coraggiosa delle altre arriva sul posto.

Bip-bip-bip

«Ma che succede? Chi è lei?

Perché la collega di turno non è qui?».

«Ascolti bene: stavo vegliando mia madre quando una vipera è uscita dal bagno e l'ha morsa, prima di andarsene dalla finestra. Bisogna somministrarle subito l'antidoto.

Aveva questo colore qui...», le infilo nel taschino cinque biglietti da 100. «Gliene darò altrettanti, se entro 100 secondi lei darà l'antidoto a mia madre».

«Torno subito, ma non si preoccupi. Le vipere non uccidono prima di un'ora.

Spero sua madre possa resistere almeno dieci minuti».

Alcuni se ne sono già andati, come lei.

Non posso rimanere a verificare la sua efficienza.

Ma una buona sanità costa.

Le lascio gli altri cinque bigliettoni sotto il braccio di Chana.

Mi riprendo il cellulare e taglio la corda dalla finestra.

Addio, Chana.

Ora è davvero finita.

DUE MESI DOPO

Sono seduto al Caffè Le Procope, il tempo è uggioso, come spesso accade qui a Parigi.

Sfoglio le pagine dell’ultimo libro che sto leggendo, Voodoo e Candomblè, e mi viene da pensare che Chana Frezzi sia una specie di Zombi, al pari di Felicia Felix Mentor.

Già… la vecchia troia ce l’ha fatta anche questa volta.

Una vipera come lei era forse già immunizzata.

Dieci giorni di coma, più altrettanti di terapia intensiva, e un altro intervento per asportarle il polmone: in totale sessanta giorni di ospedale. Ma domani sarà dimessa.

Tutte le informazioni mi sono state gentilmente concesse, giorno dopo giorno, encefalogramma dopo elettrocardiogramma, dal Sor Gianni, il barelliere coatto.

Gentilmente e costosamente: oltre ai bonifici già effettuati sul suo conto corrente, gli ho promesso uno scooter nuovo.

Nel frattempo è venuto fuori quasi tutto: chi è stato a piantare le due pallottole in corpo a Chana Frezzi, e chi ha mandato al creatore la figlia; chi l’ha assoldato, e chi l’ha ammazzato.

Il quasi è riferito a chi ha buttato giù dalla finestra il boss.

Penso che gli sbirri non si danneranno troppo l’anima per scovare l’assassino di Petrucciani, in fondo chiunque l’abbia tolto di mezzo ha fatto un grosso favore anche a loro.

E poi, al massimo, cercheranno il figlio di Chana Frezzi.

Nel dubbio, però, ho voluto essere previdente, cambiando aria per un po’.

E me ne sto qui ad aspettare il grande giorno, che è domani.

Me la faccio portare qui.

Me scusi, dottò, ma su’ madre nun potrà più camminà.

I medici dicono che senza un polmone, così menomata, e con varie complicazioni in vista, non vivrà a lungo.

Non la conoscono abbastanza.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

IMPOSSIBILE

di Salvatore Conte (2014-2017)

Capelli verniciati di biondo su una camicetta bianca da troia.

Una faccia da stronza assassina, insidiosa, fiamma per farfalle.

Due tetti cadenti sulla pancia da scrofa; cadenti come lei.

Sfasciata, passata, ma sempre competitiva.

Era la mia compagna, Layla Zikhoque, una cinquantenne con la ciccia nei punti giusti.

Me l'ero goduta, ma ora era finita.

Le diedi la notizia.

«Siamo fregati, Smith ci farà a pezzi…!», imprecò, visibilmente scossa.

«Dovremmo trovare il coraggio di farlo da soli... capisci cosa intendo…?».

«Siamo a questo punto?».

«Siamo in un vicolo cieco, Layla».

«Pensi che io abbia paura di farlo?».

«Dico soltanto che non è facile farlo».

«Uno sparo e via…», mormorò con occhi trasognati.

«Quanti ne serviranno, uno alla volta», precisai.

«Chi comincia?», stava accettando l’idea.

«Insieme: tu spari a me, io sparo a te, nello stesso momento».

Si lasciò convincere: era l’unica cosa da fare.

Smith non ci avrebbe perdonato, lo sgarro era stato pesante: tutto per la sua smania di essere sempre la più furba.

Se non ci decidevamo a farla finita tra noi, rischiavamo di dover rimpiangere una fine rapida e relativamente indolore.

L’ultimo bacio suggellò il funesto accordo.

Montammo in fretta i silenziatori. A quel punto avevamo fretta di chiudere.

Non ci furono altre parole.

ZIP

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Un dolore lancinante, la sensazione di cadere nel vuoto, benché tenessi il culo sopra la poltrona.

Assorbito il colpo, rimase a guardare la tv, quasi indifferente, stravaccata sul divano, con le cosce larghe e il solito sguardo da mignottona.

«Dobbiamo deciderci, Layla… se uno non basta… ce ne vuole almeno un altro…», cercai di scuoterla.

Ma lei mantenne gli occhi sul televisore, la bocca era aperta in un'espressione di sorpresa, magari si vedeva già fottuta da Satana in persona.

L’impasse fu rotta dal suo cellulare, che cominciò a cantare nella tasca dei jeans.

«Chi è…?», rispose con voce incerta. «Io non so niente… arghh…», ebbe una fitta o fece finta di averla.

Il suo interlocutore teneva occupata la linea.

«Sì… urgh... sento… argh…», stava accentuando i lamenti.

Dopo aver lungamente ascoltato, chiuse il cellulare e lo ripose nei jeans.

«Chi era?».

«Uno stronzo… dall’inferno… dice che dobbiamo sbrigarci…».

I contorni della bocca tornarono vivi, fin troppo…

Qualcosa era cambiato, aveva deciso di fregarmi.

Tornò ad impugnare la pistola, con gesto minimo.

Poi… improvviso lo scatto!

Come una vipera schifosa puntò la canna verso di me...

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Benché nuovamente colpito, ero in allerta e riuscii a esplodere a mia volta…

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E poi con rabbia, per stroncarla, dritto nello stomaco, prima che potesse riprendersi…

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Furente, le avevo scaricato addosso altre tre pallottole!

Ma non volevo ucciderla, io volevo difendermi...

Si inclinò leggermente sul fianco sinistro, con la pistola ancora in pugno.

Immaginavo, a questo punto - non senza trepidazione, la rabbia era già svanita - un suo crollo...

E invece rise... un ghigno frenetico, isterico.

Con quella risata stralunata pensava di irretirmi, ma io la conoscevo, sapevo che non si era arresa, che stava assorbendo il triplice colpo - come aveva fatto con il primo - che aveva ancora birra, che non poteva più fermarsi, ora che mi aveva tradito, apertamente.

E infatti si voltò di scatto!

Quegli occhi assassini, carichi di follia e speranza, mi colpirono come due pallottole…

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Ma i suoi colpi malfermi andarono a vuoto, avevo scartato sul fianco, pronto a rispondere…

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Altre due pallottole, sparate quasi con calma, e messe ancora in pancia, per ucciderla senza ammazzarla troppo.

Non mi ero lasciato irretire. Il mio istinto di sopravvivenza aveva prevalso.

Sussultò due volte, con la disperazione negli occhi, perdendo definitivamente la pistola.

Stava prendendo coscienza della realtà. La bocca era paralizzata dallo spavento: assimilare altre due pallottole, nelle condizioni in cui si trovava, non era per nulla facile.

Quasi vergognandosi di non riuscire più a gestire la situazione, Layla crollò di spalle sulla seduta del divano, con le braccia protese all'indietro, come ad arrendersi, anche se non era da lei.

Benché anch'io ferito, mi portai accanto a lei.

La mia donna era con la pancia all’aria, piena di buchi sanguinolenti.

Era rimasta con le braccia stese sopra le spalle, contratta, in una posizione innaturale; i seni pressati contro la camicetta e rivoli di sangue dalla bocca; era sospesa tra la vita e la morte, inesauribile da una parte, fragile dall’altra.

Layla era allo sbando, lo sguardo confuso, ma la bocca alitava ancora veleno: mi sembrava di vederlo vagheggiare nell’aria; era consolante.

«Mi hai sfondato…», sussurrò con voce gutturale.

«Mi hai costretto… e adesso...», le mostrai la pistola, «adesso… con un'altra pallottola nella tua bocca da troia… tu vai a prenderlo in culo, Layla...».

«Aspetta…», il tono concitato, gli occhi allarmati. «Sto crepando… aspetta... voglio parlarti…».

«Fa' presto, allora… non hai molto tempo...».

«La nostra... è stata una bella storia...».

«Questo non posso negarlo».

«Io non volevo... che finisse così...».

«È tardi per i rimpianti, Layla...».

«Ma per me... è stata importante... io c'ho creduto...».

«Quante volte mi hai tradito?».

«Quello non era amore...».

Mi aveva fregato un'altra volta.

La mia mano si appoggiò istintivamente contro il suo stomaco, stavo cercando di aiutarla; perfezionai il gesto usando il fazzoletto.

«Questo è amore...», si riscopriva romantica in punto di morte. «Tu non avresti il coraggio... di uccidermi a sangue freddo... e io non voglio crepare... sono viva...».

Era dura a morire la mia Layla. Era massiccia, forte, una bella montagna di carne. Ma la sua ora era arrivata, non volevo che il dubbio potesse indebolirmi.

Io non avevo il suo fisico, stavo male; avevo due palle in corpo e la testa mi girava.

«Prima era Smith… mi ha promesso la salvezza… se ti uccidevo…».

«E tu c'hai creduto…?».

«Io dovevo crederci… era la mia ultima possibilità…».

«E a me…? Non hai pensato... un po' anche a me?».

«Ma tu… tu avevi deciso di morire…».

«Insieme a te… non da solo…».

«Ora… sono io... che muoio sola…», insomma era un gran pasticcio, le tragedie di un tempo al confronto erano roba semplice; tra la testa che mi girava e i discorsi di Layla, non riuscivo più a seguire il filo degli eventi, impossibile capirci qualcosa.

La realtà mi rimandava alla corposa figura della mia bella troia, rimasta con le braccia distese sopra la schiena per tutto il tempo, seni pressati forte contro la camicetta e rivoli estenuati di sangue dalla bocca.

«Johnny… tu non dovevi uccidermi…».

«Vuoi che chiami Smith… e ti consegni a lui…? È questo che vuoi?».

«Io… io…», anche lei era confusa.

Aveva sei pallottole in corpo: c’era da capirla.

Io ne avevo soltanto due e mi sentivo a pezzi. Ma non avevo il suo fisico.

Voleva salvarsi, era fin troppo chiaro. Aveva ceduto alle lusinghe di Smith e avrebbe fatto qualunque cosa per trovare una via di scampo: anche spararmi per l’ennesima volta; la conoscevo bene, era la mia fottuta compagna.

«Io... io non ce la faccio più… Johnny…», si lamentava così, tra vaghi sospiri, per farsi compatire.

Le riportai le braccia lungo i fianchi e le accompagnai le mani sui buchi.

«Ora devi scegliere, Layla: Smith… l’ambulanza… o una pallottola in bocca…».

Sapevo già cosa avrebbe scelto, o meglio chi avrebbe scelto.

«Dammi un bacio... e poi chiama Smith... coughh... coughh...», aveva la bocca piena di sangue.

Lo sapevo.

Avrei potuto vendicarmi, metterle in corpo il resto del caricatore, ma la verità l'aveva detta lei prima.

La baciai, con una mano nella pulsante scollatura; sangue e sudore.

Forse l'inferno poteva aspettare.

Fu così che feci due telefonate, una per lei, una per me, ma non in quest'ordine.

Non mi andava più di crepare, non prima di lei, almeno.

I lampeggianti dell’ambulanza filtrarono improvvisi dalle finestre: stavo per partire.

E stavo per lasciare Layla. Quasi di sicuro per sempre.

«Addio, Layla... riguardati...».

«Bada a te... Johnny...», tra il minaccioso e il premuroso, all'inferno le distanze si annullano.

Era sicura del fatto suo, anche con sei palle in corpo.

Con le sue tette cadenti avrebbe incastrato Smith e forse ottenuto la grazia, anche senza l'ausilio del mio scalpo.

«Dobbiamo prelevare anche la donna, signore?», mi domandò uno dei paramedici.

«No… a lei ci penserà qualcun altro…».

Loro facevano quello che dicevo io. Il meccanismo era bene oliato.

Mentre andavamo via, sul posto arrivò un'altra ambulanza...

Mi sembrava di vederla mentre si faceva caricare, intubare e scarrozzare a folle velocità... soddisfatta di aver stregato anche il Boss…

Ora stava percorrendo il suo ultimo viaggio… insieme a me... mi inseguiva... forse per sorpassarmi... e arrivare davanti...

Era carica di rabbia… aveva una dannata fretta… sperava ancora di salvarsi…

Impossibile capirci qualcosa.

L'unica certezza era lei.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZOMBI-TOWN

di Salvatore Conte (2013-2018)

        

Dopo un lungo apprendistato sulle sponde del Rio Grande, Minkoh Mulligan era passata al comando di una feroce banda di desperados.

Di padre cinese, aveva conservato il cognome della madre, ma non sopportava né la China-Town di San Francisco, né San Francisco stessa.

Aveva perciò deciso di cambiare vita, risoluta a non lasciarsi marchiare dai cliché sociali imposti alle donne di sangue cinese.

E c’era riuscita…

Il grosso, enorme seno ereditato dalla madre, molto insolito per un’orientale, le aveva fornito un grosso aiuto. Ma questo era stato soltanto l’inizio. In seguito, era stata la sua colt .45 a permetterle di impugnare un nuovo destino.

Armata d’una femminilità vischiosa e insinuante, mesmerizzante nei suoi occhi a mandorla, Minkoh Mulligan teneva in pugno i suoi uomini con calcolata spavalderia, legandoli a sé senza risparmio di lussuria e crudeltà.

Quel giorno aveva un appuntamento nella Ghost-Town con la banda di Douglas Jackson.

La cinese da 30.000 dollari affrontava le sfide decisive con addosso la sua caratteristica casacca beige, sbottonata sul gigantesco seno: si malignava che fosse troppo grosso per un'asiatica e che l'avesse ottenuto non dalla madre ma sottoponendosi a un delicato esperimento; un certo dottor Frankenstein le avrebbe impiantato un seno di gomma per soddisfare le sue smanie di grandezza; l'unico modo per conoscere la verità sarebbe stato quello di bucarglielo con una bella pallottola...

Minkoh era irresistibile e si affidava al suo dozzinale fascino come a uno scudo.

Il look era completato da un elaborato cinturone di cuoio, alto in vita, che le faceva quasi da reggipetto.

I suoi uomini, vedendola, erano sicuri di vincere; lei, pensandosi, sapeva di essere potente e di fatto invulnerabile.

Le due bande galoppavano verso l'appuntamento, convinte di fare un sol boccone dell’altra.

Il pretesto di ricettare della refurtiva rimase un pretesto. Né argento, né dinero nella Ghost-Town. L’unica merce scambiata fu il piombo.

Un’autentica pioggia di pallottole si abbatté sulla putrescente ammucchiata di baracche.

Gli uomini cadevano da entrambe le parti.

Le donne da una sola.

BANG

Con sua somma meraviglia, Minkoh Mulligan aveva scoperto di non essere poi così invulnerabile. Fu costretta a rifugiarsi nel saloon. Si era beccata una palla nel fianco e non intendeva lasciarci la pelle. La sparatoria non l’aveva risparmiata, il suo scudo stavolta non aveva funzionato.

Cercò di svignarsela dal retro, ma le cose andarono sempre più storte.

Qualcuno la stava aspettando e volò per l’aria altro piombo.

BANG

Un secondo proiettile la raggiunse al petto...

Il simbolo stesso del suo potere era stato colpito!

A quel punto fu lesta a battere in ritirata, rientrando immediatamente nel saloon, pensando prima di tutto a salvare il salvabile.

«Maledetti...!», imprecò, con il suo timbro greve e mascolino; si guardò i buchi e capì che era messa male. Non doveva più esporsi, per nessun motivo.

La cinese barcollò fino a un tavolo e prese paradossalmente posto, finendo seduta come aspettasse di bere un goccio prima di scendere all’inferno, mentre i suoi uomini, i pochi rimasti in piedi, si barricavano all’interno della fatiscente struttura.

La Mulligan si ritrovò a fissare una bottiglia lasciata lì da chissà quanto tempo…

Quello era il saloon di una città morta, il posto adatto per fantasmi, cadaveri e pistoleri imbottiti di piombo. E anche lei, adesso, aveva le carte in regola per rimanere seduta a quel tavolo per sempre…

Si piegò in avanti e appoggiò i giganteschi seni sulla superficie impolverata.

Per sua somma sventura, il seno colpito dal proiettile si era rimpicciolito rispetto all'altro.

I maligni avevano ragione.

E intanto la resa dei conti incombeva.

«Vengo a prenderti, Minkoh!», era la voce grossolana di Jackson. «Scommetto che hai bisogno di altro piombo per schizzare all’inferno…!».

Con il padrone della banda c’era la sua cagna preferita: Romina Lopez, detta l'Incassatrice, per via di una vecchia storia di pallottole; una tipa poco raccomandabile, dal fascino fin troppo esplicito, una montagna lardellosa di carne e tette.

Scollatura generosa e invitante su due pezzi da novanta, la messicana utilizzava le sue forme procaci, quasi animalesche, per ottenere favori e scalare posizioni; e adesso era rimasto soltanto l’ultimo gradino.

Infame, troia e bastarda: per questo Jackson se la portava appresso ovunque andasse, e per questo si sentiva tanto sicuro di sé.

Detto-fatto, l’inferno si strinse intorno al saloon.

La Lopez attaccava dal retro, il suo padrone dall’ingresso principale.

E Minkoh aspettava seduta, con le tettone sul tavolo, sperando in un destino dotato di buon gusto.

CRASH

Il destino, però, aveva la faccia bastarda di Romina Lopez: la messicana aveva fracassato di peso una finestra, aprendo fuoco a volontà…

Stese un paio di uomini e subito individuò la Mulligan.

«Questo è per te, troia cinese!».

«Non mi avrai!»

BANG

BANG

Minkoh agì appena in tempo, rovesciando a terra il tavolo e usandolo da scudo, visto che il suo aveva fallito.

I colpi della Lopez non ebbero effetto.

BANG

La risposta della cinese non si fece attendere.

«Uhh… bastarda…!», anche la messicana fu costretta ad assaggiare piombo, e per evitare guai peggiori e non rimetterci le penne, si affrettò a ripiegare.

«Idioti...! Inseguitela... fatela a pezzi...!», ordinò Minkoh, livida di rabbia per aver rischiato di finire zampe all'aria.

Il braccio destro di Jackson accusava una pallottola nel fegato, tuttavia era riuscita ad allontanarsi senza problemi sulle sue gambe.

La sentiva, certo, ma non ne faceva un dramma. La stazza massiccia le permetteva di assorbire il colpo e di rimanere in piedi.

L'Incassatrice c'era già passata.

Dall’altro lato del saloon, Jackson non aveva sfondato e l’incursione di Romina, pur pagata a caro prezzo, si era rivelata inutile.

La cinese era ancora viva.

Minkoh Mulligan, però, non riusciva a rialzarsi da terra.

Dovettero intervenire i suoi uomini, che la portarono al piano di sopra, adagiandola su uno sgangherato letto.

«Tornate giù... non deve... salire... nessuno...».

Minkoh aveva paura.

Era una pistolera esperta, forse le due pallottole erano entrambe mortali.

Poteva resistere per un po', ma il piombo avrebbe avuto l'ultima parola.

Però voleva provarci lo stesso.

E per provarci, doveva per prima cosa evitare altro piombo.

«Pedro... tu... rimani...

La cagna di Jackson... è ferita... è lei... la più pericolosa... senza di lei... lui è niente...

Perciò... se ne andrà presto... poi... tu... mi porterai... da un dottore...

Avvicinati...

Questa... può essere l'occasione... di liberarci... degli altri...

Rimarremo... solo... io e te... Pedro... il bottino... sarà tutto nostro...».

Un cenno di assenso.

«Il mio bottino sei tu, Minkoh».

Un altro cenno di assenso.

Ma le cose non andarono secondo gli auspici della cinese.

Non aveva fatto i conti con un pericoloso terzo incomodo, lo Sceriffo Frazer, da tempo sulle tracce dei banditi, che usciva allo scoperto soltanto adesso che le due bande si erano indebolite a vicenda.

BANG

Il primo a cadere fu proprio Pedro, appostato maldestramente alla finestra.

BANG

BANG

BANG

Quindi lo Sceriffo puntò sul saloon e gli ultimi uomini di Minkoh caddero uno dopo l’altro.

Ora, di tutta la sua banda, rimaneva soltanto lei, non poteva più contare su nessuno.

Sentì un paio di stivali percorrere lentamente il corridoio antistante la sua camera.

Impugnò la colt e la occultò sotto una piega del lercio lenzuolo su cui giaceva.

Un calcio alla porta e lo Sceriffo Anna Frazer fece il suo ingresso nella stanza con la pistola spianata.

Le fissò crudelmente i buchi sanguinolenti come a girarle il coltello nella piaga.

«E così hai barato, Minkoh...

Quelle tette non vengono dal mazzo...», da bella donna a bella donna, la vendetta fu immediata. Il seno rimpicciolito, collassato su sé stesso, letteralmente sgonfiato dalla pallottola, non lasciava adito a dubbi. «Ma il bottino... quello ce l'hai davvero...

Se vuoti subito il sacco, ti porto da un dottore e scampi la corda. Parola di Anna Frazer».

BANG

La Frazer si irrigidì.

Era ancora precisa: un buco in mezzo alla fronte.

THUD

La testa di Pedro si abbatté sul pavimento come un vaso caduto a terra.

Non era ancora morto, anche se gli mancava poco, e stava per sparare allo Sceriffo.

A Minkoh non serviva più.

«Dovresti stare… più attenta… Sceriffo… cough… cough…».

«E va bene... ti sei guadagnata la grazia...

Ma adesso si fa sul serio.

Portami dal bottino e dividiamo alla pari.

Malgrado la giornataccia, te ne rimarrà metà, proprio come...», e non riesce a trattenere un perfido sorriso.

«Attenta... Anna... io... non ho... molto da perdere... cough...».

Il dialogo fu interrotto da un improvviso strepito di cavalli.

«Quel bastardo!», la Frazer faceva capolino dalla finestra.

«Chi... Jackson…?».

«Sì, lui», confermo lo Sceriffo. «È stato furbo».

«Hai nessuno... con te...?».

«Lavoro sempre da sola».

«Allora… ricarica… la mia pistola…».

«Sei ridotta male, stanne fuori».

«Non ho scelta… capisci... devo… aiutarti… o quello... farà fuori... anche me...».

Douglas Jackson era tornato, dunque.

Da principio si era prudentemente ritirato sulle colline intorno alla città fantasma, ma poi, dopo aver udito diversi spari, aveva pensato di trarne vantaggio: forse si erano ammazzati tra loro.

E aveva quasi indovinato.

«È ancora viva la troia?», urlò Jackson, rivolto alle finestre superiori del saloon.

«Sta crepando!», rispose la Frazer.

«Tu non mi servi, stella di latta!

Esci dal retro e vattene!».

La conoscevano tutti: bastava un lembo della sua caratteristica blusa e la voce argentina.

«Spiacente, Jackson!

Sono lo Sceriffo Frazer! Arrenditi! Consegna le armi!».

«Tu sei pazza, Sceriffo!

Ti do cinque minuti per andartene! Poi vengo a prenderti!».

«Non mi fai paura, Jackson! Puoi venire subito, se vuoi!».

«Puttana…», sussurrò il pistolero, quasi tra sé.

Quindi rivolse dei gesti ai suoi uomini, che presero a circondare lo stabile.

Con un altro cenno ordinò alla sua cagna da caccia di andare avanti.

Anche se era rimasta gravemente ferita nell’assalto precedente, intendeva spremerla fino in fondo.

L’irruzione fu rapida.

La Frazer si attestò nella stanza occupata dalla Mulligan.

Una pistola in più era indispensabile in quel momento.

Gli uomini di Jackson non incontrarono resistenza.

Entrarono in tre nella stanza di Minkoh. L'Incassatrice era rimasta a controllare il corridoio.

«E così la bella stella di latta se l'è filata... peccato... mi sarebbe tanto piaciuto...».

BANG

BANG

BANG

Lo Sceriffo spalancò l’armadio e aprì il fuoco…

Una sarabanda di colpi .45 si scatenò nella camera.

C'erano anche quelli di Minkoh Mulligan.

BANG

«Puttana…».

Uno dei tagliagole di Jackson aveva reagito, sparando contro la cinese.

BANG

Fu zittito dallo Sceriffo.

I giochi erano chiusi.

Rimanevano soltanto Douglas Jackson e la sua cagna, rimasta prudentemente sul corridoio.

La Mulligan digrignava i denti, disperata, amaramente consapevole di aver incassato altro piombo, cosa che avrebbe dovuto evitare a tutti i costi.

«Mi dispiace, Minkoh».

«Sta'… attenta… alla...», le parole della cinese furono coperte da un improvviso strepito di cavalli.

«Ci mancava solo Jessica Morton… un altro avvoltoio…», la Frazer era tornata alla finestra. «Diablo... e la chiamano Ghost-Town...».

«Quella… bagascia… vuole… saldare… i conti… in sospeso…».

«E ha scelto il momento giusto, a quanto pare…».

«Sei finito, Jackson…!», la sgraziata rossa da 20.000 dollari, che dirottava gli sguardi sulla profonda scollatura della camicetta, aveva sputato la sua sentenza.

Accanto al suo, brillava il ghigno crudele della sua vice, Elisha Carson.

«Aspetta, Jessica… rifletti... di sopra c'è Minkoh Mulligan, la cinese.

Sta morendo, ma ha lo Sceriffo dalla sua parte: io e Romina possiamo aiutarti a stana…».

BANG

BANG

«Posso fare da sola, Jackson.

Tu non mi servi a niente».

THUD

Il pistolero stramazzò a terra, ai piedi della Lopez.

«Maledetta…!».

«Cagna…!».

BANG

BANG

BANG

L'Incassatrice, vistasi perduta, scelse di reagire e tentare il tutto per tutto, benché rimasta da sola contro una mezza dozzina di colt.

La Morton replicò immediatamente e i suoi uomini con lei.

La messicana, benché raggiunta da un paio di proiettili, riparò nel saloon e raggiunse il piano superiore, dove si infilò dentro una camera, senza nemmeno pensarci.

«Cagna! Non andrai lontano!», le urlò dietro la Morton. «E tu, Minkoh, sei ancora viva? Allora vengo a prenderti…!», la voce della spietata rossa rimbombò tra le marcescenti pareti di legno.

«Niente scherzi, Romina... mi dispiacerebbe bucare ancora il tuo bel pancino...», la Lopez era finita nella stanza della cinese.

«Fammela ammazzare... e poi mi arrendo... Sceriffo...».

La casacchina scollata, piegata dal pesante petto, grondava sangue dalle budella; l'Incassatrice aveva pratica di incasso, ma stavolta i suoi conti rischiavano di saltare: oltre alla palla nel fegato, aveva incamerato altri due confetti nella pancia, sebbene rimanesse bellamente in piedi.

D’altra parte, Romina Lopez era quel che si diceva una bestia: una donna giovane, ma già temprata, indurita dalla violenza e dal sangue, e sostenuta da un fisico massiccio, grazie al quale si era sempre cavata fuori dai guai.

Sull’altro fronte, Jessica Morton, cartucciera a tracolla, stava passando l’incarico alla sua luogotenente.

«Elisha… pensaci tu…».

«È cosa fatta, Jessica».

Già… Elisha…

Un’altra bestia feroce, ma dall’aspetto gentile.

Occhi profondi e labbra carnose, era il volto di rappresentanza della morte.

Scelse un paio di uomini e andò a fare il suo lavoro.

Era sicura di sé, non aveva mai fallito. Gli uomini si scioglievano quando se la trovavano di fronte.

«Ehi!», lo Sceriffo Frazer, però, oltre a ritrovarsela di spalle, era una donna.

Era passata nella camera a fianco, uscendo allo scoperto al momento giusto…

Romina era rimasta con Minkoh. La cinese aveva mormorato frasi sconnesse per attirarli nella sua stanza.

BANG

BANG
BANG

Non diede a nessuno il tempo di sparare.

Un colpo per ciascuno, compresa Elisha… che con un guizzo si era voltata e stava per reagire.

La Carson fu l’unica a rimanere in piedi. Troppo puttana per crepare subito.

Approfittando del fatto che lo Sceriffo, una bella donna come lei, non avrebbe infierito, si aggrappò al passamano della balaustra, barcollando verso le scale, cercando di tornare al pian terreno.

Ci provava.

Piano-piano, quasi senza farsi notare, imbarazzata dalla maldestra ritirata.

E con il panico che le soffocava la gola. Non si aspettava di rimanere uccisa.

Lo Sceriffo non aveva infierito, infatti, ma le aveva pur sempre bucato lo stomaco: era abbastanza…

BANG

Non perdonò invece uno dei banditi a terra, non ancora abbastanza morto, tanto da avere nostalgia della colt.

«Jessy… Jessy…!», invocò ansante la Carson, giunta in fondo alle scale sulle sue gambe, ma costretta a piegarsi in due, con le mani pressate sullo stomaco.

Jessica la fissò delusa.

«Dannata stupida! Ti sei fatta ammazzare…!».

Elisha ricambiò lo sguardo, sprizzando odio. Qualcosa scattò nella sua mente.

Si appoggiò contro la parete, scivolando lentamente verso un compagno.

La Morton si rivolse allo Sceriffo: «Lo sai, brutta stronza, che hai fatto fuori il mio migliore uomo?! Sei pericolosa, bastarda! Ma non ti conviene tirare troppo la corda! Mi hai sentito?».

«Ti ho sentito, troia! Vieni a prendermi, se hai l'utero per provarci!».

Jessica Morton, però, non aveva nessuna voglia di crepare, né di concepire un'impresa tanto incerta.

«Ti offro una tregua, bastarda! Elisha ha bisogno di un dottore!».

«Mandalo a chiamare, allora! Ma niente scherzi! Oppure chiama il beccamorto e prenota la tua cassa, Jessica!».

La Morton tornò a occuparsi della sua vice, fissandola dura.

«Io non sarei mai tornata indietro, senza prima aver finito il lavoro, Elisha…».

Un lampo d’odio saettò negli occhi della Carson.

«Fanculo… Jessica…».

Veloce come una vipera, si staccò dalla parete aggrappandosi al compagno con il braccio sinistro, mentre con la mano destra gli sfilava la colt…

BANG

BANG

BANG

Uno scambio furioso di colpi.

Due nel petto del malcapitato compagno.

E uno dritto nello stomaco della Morton!

THUD

TUMP

«Maledetta…», mormorò la rossa, crollando sulle ginocchia.

«Sono io… la Regina… adesso…», Elisha chiuse la mano, puntando la colt contro l'ultimo compagno rimasto, per non lasciare dubbi su chi comandasse da quel momento in poi e prevenire sul nascere eventuali obiezioni.

THUD

La Morton strabuzzò gli occhi, prima di franare a terra su un fianco e rovesciarsi supina.

«Mettila… su un cavallo… con una pistola… e un solo colpo…».

Si usava così da quelle parti.

Una tacita convenzione tra capi, di reciproca salvaguardia; c’era chi preferiva tirarla per le lunghe, chi farla finita con l’ultimo colpo, prima che a decidere fossero gli avvoltoi.

Un capo - in genere - era abbastanza tosto da raggiungere una città anche con diverse palle addosso; poi se la sarebbe giocata.

Oppure, se le carte erano proprio brutte, poteva alzarsi dal tavolo e spararsi una pallottola in bocca.

«Temo sia finita, Elisha…», l’ultimo compagno stava passandole la mano sul volto, senza ottenere reazioni.

«Ehi… Sceriffo… hai sentito… la mia colt…?».

«Non era la tua! La tua è rimasta al piano di sopra!

Sei sicura di sentirti bene, Elisha? Credevo di averti bucato lo stomaco…!».

«Sceriffo... la cinese...», Romina attirò l'attenzione della Frazer.

Colta dagli spasmi dell'agonia, si era rovesciata a pancia sotto, rimanendo in bilico sull'unica, gigantesca tetta.

Anna la lasciò in quella strana posizione, sedendo per terra accanto a lei, con l'orecchio all'altezza della sua bocca.

«Minkoh... me lo dici dove hai nascosto il bottino...?».

La stava confessando.

«Bill... è meglio filare... andiamo al covo... farai venire un dottore... e un paio di ragazzi nuovi... ci ridaremo da fare...», al piano di sotto si facevano progetti.

«Tu non vai da nessuna parte... Elisha...», la Lopez stava scendendo le scale.

«Tu... non molli mai... come me... possiamo trovare… un accordo...».

«Non credo...».

Romina era arrivata in fondo alle scale.

Elisha guardò allusivamente Bill, invitandolo a tenersi pronto.

«Tu mi servi vivo... ragazzo... non immischiarti...».

Sul piatto c'erano i 20.000 dollari della rossa, più i 12.000 della messicana e i 10.000 della Carson, oltre al bottino delle bande di Douglas Jackson e Jessica Morton. Un bel mucchio di soldi.

«Te lo dico... all'inferno... Anna...», sputacchiando sangue al piano di sopra, in punta di tetta.

BANG

In quello di sotto, le carte erano sul tavolo. Elisha per terra, con un buco in più nella pancia.

«Hai fatto la cosa giusta... ragazzo...

Ora mettila su un cavallo... con una pistola... e un solo colpo…

Sono io... la Regina...», la messicana sembrava semplicemente affaticata.

Neanche il tempo di far partire Elisha che un cigolio di ruote annunciò l'ennesima sorpresa.

C'era traffico nella città morta.

Un curioso personaggio montava a cassetta di un conestoga privo di telone.

Era tutto vestito di nero, sulla testa portava un cappello a cilindro e sul carro trasportava un gran numero di bare, affastellate una sull’altra.

Smontò e si diresse verso il saloon, portandosi dietro una bara di piccolo formato.

«Vedi... il whisky non muore mai...», Romina sghignazzava tranquilla, seduta a un tavolo, attaccata alla bottiglia, il liquore che le colava fra le tette grasse, e il giovane davanti a lei con la mandibola abbassata. «Se fai il bravo... rimani con me... ho bisogno... di uomini con le palle... tu ce l'hai...?», e lo fissò con aria seria. «Vai a vedere chi è...».

«È un beccamorto!».

Annunciato dal giovane bandito, lo sconosciuto fece il suo ingresso nel saloon.

«Fred Waltz, della Waltz & Co., premiata ditta di onoranze funebri, bella signora...».

«Questa è una città morta... becchino... sono tutti morti... e sepolti...

«Anche se di carogne in giro ce ne sono parecchie... e potrebbero aumentare...», la Frazer scendeva massiccia le scale, con la stella sul petto. «La sai una cosa, Romina? Sei veloce di mano e svelta di cervello, oltre che una gran mignotta, e reggi bene il piombo: ne è passato di tempo da quando eri solo la Sgualdrina di Franck...», nel Vecchio West ci si conosceva tutti. «Saresti un ottimo vice Sceriffo».

«Il tuo...?».

«Certo, il mio. Nessun uomo sarebbe degno di averti come vice.

E visto che mi hai dato una mano a ripulire la contea, il giudice - che è mio amico - potrebbe revocare il tuo avviso di taglia...».

«E in cambio...».

«Vedremo... un modo ci sarebbe... intanto evitiamo al nostro amico l'ingrato compito di servirti ai vermi».

La Frazer, giunta a metà, risalì le scale.

«Se posso riprendere la mia presentazione, bella signora... vorrei attirare la vostra attenzione su questo nuovo modello di mia concezione», il becchino si piegò sulla cassa e la scoperchiò. «Vedete... sembra una comune bara... anche piuttosto piccola... ma ha la proprietà di potersi allungare... a seconda delle dimensioni dell’estinto... e poi... ha anche un'altra proprietà...

Quando viene aperta... non rimane vuota a lungo...».

BANG

BANG

BANG

La messicana, insospettita, aveva portato la mano sulla fondina.

Il becchino aveva una colt nascosta in un inserto della bara.

Benché rallentata nei riflessi, sia dal whisky che dal piombo, la messicana riuscì a reagire, alzandosi dal tavolo e scambiando colpi col becchino.

Non voleva saperne di lasciarci la pelle, voleva sfuggirgli a tutti i costi.

BANG

BANG

BANG

Il becchino, però, la voleva morta, e così infierì con diversi colpi.

Alla sparatoria si aggiunse Bill, prendendo le parti di Romina.

«Fermi tutti!», era intervenuto lo Sceriffo.

Tutti e tre erano ancora in piedi.

La Lopez aveva incassato altri tre colpi, e per reggersi si appoggiava al tavolo.

Bill, uno.

Il becchino, tre o quattro.

«Sceriffo... io sono... un onesto cittadino... un ausiliario… del Giudice...», un cacciatore di taglie, insomma.

«Quando lo Sceriffo è sul posto, l'ausiliario si astiene da iniziative.

Questa è la mia città e la legge sono io.

Diversamente, il nostro Paese sarebbe fottuto.

E poi l'hai detto... una volta aperta... non rimane vuota a lungo...».

BANG

Il becchino stramazzò sopra la sua stessa bara con un buco nella fronte nuovo di zecca.

«E tu, ragazzo! Metti seduta quella troia e vedi se si può fare qualcosa per lei».

«Subito, signora».

Il legno marcio bruciò e i segnali si alzarono in cielo.

Non rimaneva che affidarsi a uno stregone.

La Ghost-Town aveva ancora il suo telegrafo, in un certo modo.

E in fondo, tutti quei morti le avevano ridato un po’ di vita.

Un poker di donne, quattro regine della pistola, tutte in bella vista nella bacheca dello Sceriffo, si erano date appuntamento nella città morta, in quel giorno fatale, e avevano giocato la loro partita.

Ma nessuna aveva vinto.

Dal mazzo era uscito un jolly con la stella di latta.

La città morta era rinata, almeno per un giorno, per riempirsi di cadaveri e nutrire i vermi e gli annosi dilemmi di sempre.

Chi rimane e perché.

Se non erano ancora andate, mancava poco alla partenza.

Avrebbe potuto spegnere quel falò, ormai.

Ma lo lasciò acceso, con gli occhi vitrei assorti nelle lingue di fuoco che guizzavano verso di lei, come a trascinarla nello stesso inferno.

Tutto questo, in un giorno, nella Zombi-Town.

«Ti ritroverò».

Lo Sceriffo Anna Frazer l’aveva detto davanti a quel fuoco, che sembrava avvilupparla tra le sue lingue infernali.

Una regina della pistola erano rimasta in quella città per sempre, portando nella tomba i suoi segreti.

Due erano sulla Porta di Dite: i loro segreti non erano ancora sepolti.

Una sola regina aveva lasciato Zombi-Town.

E lei l’avrebbe ritrovata.

Anna sentiva che non aveva sparato l’ultimo colpo.

Si usava così da quelle parti, almeno tra capi.

Era stata messa su un cavallo, con una pistola e una sola pallottola.

Due quelle addosso. Una era la sua, piazzata nello stomaco, che non le dava scampo e non le lasciava molto tempo. L'altra era quella di Romina.

Doveva ritrovarla in fretta.

Non meritava di crepare da sola, come una cagna.

Doveva prima rivelarle dove si trovava il bottino della banda di Jessica Morton, visto che lei non poteva più farlo.

L’avrebbe ritrovata.

Non pensava, però, di riuscirci tanto presto.

Elisha non aveva fatto molta strada.

Era stramazzata a terra, nella polvere, ancor prima di lasciare la città.

Si era quindi trascinata verso una putrida baracca, nel tentativo di riordinare le idee.

Ma non c’era riuscita.

Niente tris.

La Frazer fece ritorno dallo stregone con una sola coppia in mano.

«Tu mai chiamare me per lavoro facile... Legge di Donna», si lamentò non appena la vide.

«Per quelli vado dai segaossa bianchi, amico mio...».

Anche se qualcosa sarebbe andato perduto, il piatto rimaneva ricco a Zombi-Town.

C'era tanto bottino da raccogliere per Legge di Donna, che non è legge costante per il saggio stregone.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

SEMIRAMIS II, L'USURPATRICE

di Salvatore Conte (2014-2018)

«Dove sono i miei uomini?!», gridò impaurita, sorpresa  mezza nuda nelle sue stanze.

I due sicari, intanto, avanzavano circospetti.

«Voi non oserete… non oserete, vero?!

Io sono Semiramis!», l'Usurpatrice non aveva perso la sua arroganza.

Per tutta risposta, il sicario le vibrò un colpo micidiale, affondandole il gladio nello stomaco!

Aveva osato.

Un grugnito soffocato in gola, gli occhi fuori dalle orbite.

Cercava di trattenere la rabbia e l'impotenza, non voleva lasciare intendere di essere stata colpita a morte.

Rimase in piedi, affrontando la gelida sorpresa.

E tentò di riprendere il controllo della situazione.

«Basta così... cosa volete...», come se pensasse di sopravvivere con una certa facilità al micidiale colpo.

Anche l’altro sicario si mosse, allora.

Prima le mostrò crudelmente la punta del gladio, e poi - eludendo un vano tentativo di bloccare l’arma - gliel'affondò dentro, aprendole la pancia per la seconda volta.

Avevano osato.

Un’espressione di sconcertata delusione si dipinse sul volto della Regina.

Semiramis cercò ingobbita il sostegno di una colonna, tentando disperatamente di tamponare il sangue schiumante con le mani pressate sul ventre.

Ma stavolta scelse di stare zitta.

Forse i sicari avevano finito, si sarebbe salvata comunque, due colpi non erano abbastanza per lei.

In effetti gli assassini erano sazi: l’Usurpatrice era stata liquidata.

I colpi di gladio erano micidiali. Semiramis era stata sventrata due volte; e con lei i suoi intrighi, i complotti, l’ambizione di far rivivere Semiramis la Grande.

La morte prematura del marito. I figli di lui che lottano tra loro. Lei che ne approfitta per proclamarsi Reggente, e poi Regina, con il titolo di Semiramis II.

Virile in guerra, molle nella pace. Aveva sconfitto i figliastri, ma si era arresa agli eccessi della depravazione, nonostante l’età matura.

Vittima forse del suo stesso titolo, aveva regnato nello sfrenato lusso e folle lussuria.

La città era divisa tra miseria e prosperità, rancore e devozione.

Le strida degli scontri, intanto, la raggiunsero.

Le fazioni erano molteplici.

Alcune erano mobilitate da Roma, che amava partorire clientes.

La longa manus l’aveva raggiunta quasi all’altro capo del mondo.

Semiramis era rimasta sola, ma i suoi nemici erano nemici tra loro. Tutti i cani volevano mordere lo stesso osso.

Il capo della fazione si piegò sull’Usurpatrice, scivolata di schiena lungo la colonna, e le scostò le mani dal ventre, aprendo la tunica.

Sbudellata…

Non occorreva altro.

Lasciò che tutti vedessero e poi l'aiutò a riportare le mani sulla pancia.

Rimase in attesa, lanciando occhiate interrogative ai suoi uomini.

«Finiamola!».

«No… è già morta!».

«Che venga un chirurgo e sia poi giustiziata sulla pubblica piazza!

«Uccidiamola subito!».

«No! Non deve morire come una vacca sventrata per trarne il responso!

È un sacrilegio!», ammonì una donna con il velo sul capo.

«Chi sei?», domandò il capo.

«Il mio nome è Zondra».

«Sei una delle sue ancelle?».

«No».

«Va bene… ora non ha importanza chi sei, Zondra.

Occupati di lei. Non ci macchieremo del suo sangue. I miei uomini ti aiuteranno».

Gli eventi, però, precipitavano su sé stessi.

Altre fazioni cercavano di prendere il sopravvento.

È per questo che in molti da sempre preferivano un sovrano, un qualsiasi sovrano, anche illegittimo, pur che fosse un sovrano.

Semiramis fu deposta sul suo letto.

La Regina usurpatrice si tenne rannicchiata su un fianco, quasi in posizione fetale. Cercava di prendere tempo. Non avevano infierito. Doveva sfruttare la fortuna. Anche se sapeva, dentro di sé, che le ferite erano inesorabili.

Non fu semplice per Zondra spostarle le mani e osservarne le viscere.

«Cosa dicono... cosa dicono...?!».

«Niente che gli Dei non vogliano».

Correva intanto per la città la fatale notizia.

Semiramis II era stata giustiziata a colpi di scimitarra.

In breve tempo, dall’odio a lungo malcelato, la massa passò a un latente senso di rimpianto.

Quando trapelò la nuova che la Regina forse era ancora viva, il rimpianto crebbe e divampò come un incendio sospinto da feroce vento.

Intanto, però, la situazione stava precipitando.

Semiramis spirava delusa tra le braccia pietose di Zondra, incredula di non riuscire più a gestirsi e di vedersi sfuggire la salvezza: la bocca spalancata come quella d’un pesce spiaggiato, la lingua di fuori, gli occhi vitrei che puntavano il soffitto della camera.

Semiramis era una donna potente.

Ma il ferro era fatale, la scimitarra non perdona; e quando è necessario, repetita iuvant, dicono gli assassini. Avevano infatti osato due volte.

La folla fece irruzione nella stanza. Finalmente l’avevano trovata!

Urla, eccitazione, schiamazzi convulsi.

Zondra temette il peggio.

In realtà, però, non volevano linciarla, come tante volte minacciato di fare.

C’era commiserazione negli sguardi della plebe.

Semiramis aveva praticamente gli intestini in mano.

«Un chirurgo! Chiamiamo un chirurgo, presto!».

«E un mago! Ma subito!».

«State indietro! La Regina ha bisogno di respirare!», intervenne risoluta Zondra. «Sta cercando di parlare… zitti!».

Si fece silenzio.

«Chi… ha… subito… torto… prenda… il… pugnale… e… mi…sgozzi…».

Tutti si guardarono, ma nessuno si fece avanti con l’arma.

Allora, uno degli astanti mosse avanti con la destra aperta.

«Se tu, Regina, hai subito torto dai presenti, ordina che vengano sgozzati e saranno loro stessi a farlo».

«Che… vivano…».

«Allora vivi anche tu, Regina.

Non è vero?», rivolgendosi a tutti gli altri.

«VERO!», esplose così l’urlo corale della folla.

«Viva Semiramis II! Viva la Regina! Morte agli assassini!».

E l’ira furente della massa dilagò per i corridoi del palazzo travolgendo tutto, come l’acqua che sfondi una diga e annienti le opere umane.

Tanto può la vista del sangue, di una donna potente, e del sangue versato da una donna tanto potente.

La plebe era letteralmente impazzita.

Benché malamente armata, riuscì a disperdere la fazioni organizzate.

I sicari furono individuati. S’erano infatti vantati del delitto, aspettandosene un gran merito.

Le armi fatali, la scimitarra dell’uno e dell’altro, furono portate al capezzale della Regina e deposte ai suoi piedi.

La plebe si costituì milizia popolare, presidiando il palazzo e le strade.

Un drappello di messi partì alla volta della città alleata più vicina, con l’intento di chiedere un intervento militare a garanzia della sovrana legittima.

Così cambiano le cose per volontà popolare.

Furono fatti venire otto cavalli sulla pubblica piazza.

Possenti e sfrenati.

A ciascun arto dei sicari fu legato un cavallo.

I cavalli furono frustati.

E furono fatti venire cani affamati sui moncherini dei due sventurati e sui loro resti.

Tanto possono la crudeltà popolare e la rabbia furente della massa.

Tanto poté la crudeltà di Semiramis II, oltre sé stessa.

La Regina, intanto, veniva assistita dai migliori chirurghi e dai maghi più potenti della città.

Semiramis fu avvelenata nella Coppa di Giano, suo personale voto in oro massiccio a Diana Latina per l’oracolo a futura Regina, affinché rimanesse sospesa tra le due sponde del destino.

Ma ciò che più di tutto forse la persuadeva – se non a vivere, almeno a non morire – erano i voti dei sudditi che accorrevano incessanti a baciarle i piedi.

Nessuna Regina avrebbe avuto il coraggio o la forza di crepare in quelle condizioni.

Tantomeno una crudele usurpatrice come Semiramis II.

Zondra trasse il responso dalle viscere della potente donna persiana.

Mai nessun gladio – presente o futuro – avrebbe vinto sul sangue di Semiramis.

Fu così che quando venne il momento, Marco Licinio Crasso, ateo notorio, ignorando i segni del Cielo, andò incontro alla sua disgrazia, portando con sé 40.000 uomini e le insegne vetuste di Roma.

Di gran lunga superiore negli uomini e nelle armi, reso superbo dal numero e dalle precorse vittorie servili, con addosso la pesante arroganza del gladio, egli venne travolto dalla cavalleria persiana e trafitto dagli archi cari a Diana Latina.

Ciò che nemmeno Annibale aveva portato a termine, il completo annientamento dell’esercito romano, i fati concessero al sangue di Semiramis e rinnoveranno in futuro.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LE CRONACHE DI CHANA

di Salvatore Conte (2014-2017)

Sordidamente invischiata nei più loschi traffici di Tucson, Chana Godrich era la soubrette più famosa della città.

Scaltra, imponente e senza scrupoli, sapeva come dominare gli uomini e servirsi di loro.

In quel frangente, la Godrich si era unita ad Abel Wood e Rosie Velez, due squallidi avventurieri intenzionati a ritrovare una cassa nascosta nel deserto; uno era di passaggio nel suo hotel, l’altro di servizio come lei.

Era una cassa con tanto oro dentro.

Una cassa che faceva gola anche allo Sceriffo.

Sembrava una trama da appendice omaggio del Tucson Chroniche, ma non per questo meno letale per i suoi protagonisti.

Le cose si complicarono ulteriormente, fino a precipitare, quando la perfida Rosie divenne gelosa di Chana.

Abel non faceva troppe distinzioni e le due se la giocavano alla pari.

La Velez non esitò a puntare la colt contro Wood, minacciandolo pesantemente.

La Godrich cercò di farla ragionare, avanzando lentamente verso di lei, interponendosi massiccia fra la canna della pistola e l'uomo.

Era sempre molto sicura di sé. Si considerava intoccabile.

Seducente, torbida, grassa al punto giusto, e soprattutto scollacciata, come in quel momento, strizzata in un succinto vestitino a fiori, da puttana d'albergo; perché per la fretta non si era neppure cambiata.

Un cinturone con pistola completava l'aggressivo look.

Chana sapeva anche sparare.

BANG

Rosie Velez fece fuoco da distanza ravvicinata. Non poteva fallire.

Chana Godrich venne raggiunta in pieno stomaco…!

«Ohh...! Oh...!!», un’esclamazione insistita, quasi indignata.

Qualcosa era andato storto.

Non se l’aspettava…

Ora aveva un tunnel nella pancia, un tunnel che sbucava all’inferno.

Poteva cercare di lottare, per un po', ma sul fatto che sarebbe rimasta fottuta, c’erano pochi dubbi; quelli erano colpi che non perdonavano.

Il Far West, d'altra parte, era così. Si poteva essere scaltri e attenti in mille occasioni; ma la pallottola giusta per crepare arrivava sempre, prima o poi; perché le pallottole vanno veloci, molto più veloci della migliore idea possibile; e quella di Chana era stata pessima.

Con un perdurante sbigottimento sul volto, sorpresa a morte dagli eventi, la procace attricetta dalla scollatura sempre in mostra traballò sulle gambe, perse l’equilibrio e stramazzò nella polvere, più per la paura che per l'immediato effetto della pallottola.

Abel Wood non poté fare nulla per lei, tutto si era svolto nello spazio di un fulminante colpo calibro 45.

La Velez aveva ottenuto il suo scopo, ora voleva anche l’oro.

Riprese a minacciare Wood dal punto in cui era stata interrotta.

Manteneva la colt spianata contro di lui.

BANG

Il colpo, stavolta, partì dalla pistola di Chana Godrich, che da terra ebbe un sussulto e cercò di vendicarsi.

BANG

BANG

BANG

BANG

BANG

La reazione di Rosie Velez fu spietata: indispettita dalla resistenza della rivale, le scaricò addosso la colt, facendola sobbalzare in rapida successione, colpo su colpo, fremiti convulsi da tarantolata, gli occhi sbarrati e increduli!

Rosie fece girare l’intero tamburo, sparò fino all'ultima pallottola, un motivo di rancore in ciascuna e tutti a segno!

Tutti nella pancia di Chana Godrich, la grossa attricetta dell'Hotel Congress di Tucson, terrorizzata adesso da una fine che poteva farsi istantanea!

Il volto sbigottito della bella donna si caricò di paura in un crescendo surreale, man mano che ogni pallottola la raggiungeva, scavandole altre gallerie nella grassa pancia, ormai ridotta a un colabrodo.

Alla fine fu quasi incredula di ritrovarsi viva.

Gli occhi della formosissima cinquantenne schizzavano impazziti da destra a sinistra, da sinistra a destra, disperati e sgomenti.

Sapeva di essere perduta, ma era incredula di essere viva.

Respirava ancora.

Per il momento contava solo quello.

La pioggia di piombo che si era beccata offriva una ghiotta occasione al suo amante.

Abel Wood poteva sparare a colpo sicuro, forte del fatto che Rosie Velez avesse scaricato la colt…

SZOCK

«Uuugh…!».

TUMB

Giù di sasso, stecchito.

Neanche quella circostanza fu sufficiente a salvarlo.

La Velez aveva finito le pallottole, ma non i coltelli.

Si avvicinò a Wood, sovrastandone il corpo.

«Mi avevi già stancato… idiota…

La pallottola di quella puttana non mi ha fatto neanche il solletico, ma tu eri più lento di un cadavere».

Rosie Velez si era liberata di due scomodi complici.

Un mediocre pistolero che si credeva uno stallone - buono forse per una squallida storia d'appendice, ma fuori ruolo in una scena da vero Far West - e una bella vacca col cinturone che si credeva furba - buona senz'altro a fidelizzare i clienti, ma fuori ruolo quando le pallottole fischiano.

Stava per andarsene, padrona di tutto l’oro, quando notò muoversi le gambe di Chana.

La Godrich non aveva alcuna voglia di farsi notare, ma gli spasmi dell’agonia la costringevano a convulsioni involontarie.

Si avvicinò.

1-2-3-4-5-6…

C’erano tutte, sia pure mascherate dal vestitino nero.

Eppure si contorceva ancora.

Lo sguardo spento, smorto della grossa attricetta vagheggiò sulla mastodontica sagoma della Velez, torreggiante al suo capezzale.

Chana temeva di essere liquidata senza pietà. Non avrebbe retto altre pallottole.

«Mai mettersi davanti a una colt 45, dovevi saperlo.

E mai sfidare qualcuno che è più bastardo di te, dovevi saperlo.

Ti sei messa di mezzo per la seconda volta; e per qualcuno che non ne meritava nemmeno una».

Chana cercò di rispondere, ma si rese conto che non era affatto facile.

La Velez si piegò su di lei e le asciugò la bocca, impastata di sangue.

{Lasciami… tentare… Rosie… non... mi… fottere…»}, morente, con la lingua attaccata al palato, quasi incomprensibile.

Eppure cercava disperatamente di prendere tempo, di non farsi liquidare.

«Ti ho già fottuto, Chana, dovresti saperlo».

{Lo so... ma io… voglio... provarci…}.

«Dicono tutti così.

Fai come ti pare, non cambierà niente».

{Grazie… Rosie…}, Chana voleva provarci a tutti i costi.

Il pallore funesto che l'aveva scolorita e le convulsioni innaturali che la scuotevano lasciavano presagire un’agonia molto tribolata, animata dall’ansia di opporsi a un tragico destino.

Chana non aveva certo l’anima in pace: troppo bella e piena di vita per crepare subito.

Si portò gli avambracci sui buchi, con un gesto simile a quello di una donna nuda che nasconda pudicamente i seni.

Era come se la morte la spingesse ad avere pudore di sé, cosa per lei insolita.

In effetti, la morte è una questione molto intima, la più intima di tutte.

«Addio, Chana. Te la sei cercata…».

Velez finì di trasferire l’oro nelle bisacce, montò in sella e partì al galoppo.

La Godrich, in quel momento, si lusingò di essere ancora viva.

Ostentò a sé stessa la prorompente scollatura che il suo vestitino le disegnava sul petto.

Era un modo, non come un altro, per crederci.

Stava crepando per un pistolero che s’era fatto ammazzare da una colt scarica.

Era una fine da stupida, ma rimaneva l’unica.

Gli occhi di Chana puntavano al cielo, in cerca di qualche auspicio.

Ma fu dalla terra che provenne un ovattato tremore.

Lo Sceriffo di Tucson, Bill Jones, giunse al galoppo sulla scena della sparatoria, individuando immediatamente i corpi.

Per Abel Wood non c’era più niente da fare. Un coltello gli aveva spaccato il cuore.

Per Chana Godrich c’era poco da fare. Era stata imbottita di piombo.

Lo Sceriffo Jones non si aspettava di ritrovarla in quelle condizioni. La formosa attricetta lo faceva impazzire da tempo, insieme a mezza Tucson.

Le asciugò il labbro e la fece bere, lentamente.

Decise di non muoverla, e con l’aiuto dei suoi uomini, le montò intorno un riparo per proteggerla dal sole.

Non le tamponò i buchi, perché il sangue si stava già seccando.

«Ho fatto chiamare il Dottore, Chana. Non puoi muoverti in queste condizioni.

Ce la fai a dirmi com'è andata?».

{Rosie... Velez... mi ha ucciso... quel bastardo... ha sparato... per ammazzarmi... e ha fottuto... anche... Abel... però... io l'ho ferito... potrebbe... avere... problemi...}.

«Lo riprenderò, stai tranquilla.

E l'oro... c'era...?».

{C'era... e tanto...}.

«Basta così, Chana».

{Bill... so che... ti sembrerà... assurdo... ma io... voglio... provarci...}.

«Lo immaginavo, Chana. Il Dottore arriverà presto», e la guardò con un certo disgusto, mentre lei attendeva la fine tutta tesa, rattrappita - come dovessero spararle ancora - gli occhi sbarrati, le mascelle strette e le dita che si articolavano sulla pancia scavata, quasi a studiare cosa stesse succedendo dentro.

Appena il Vice Sceriffo ritornò in città, subito si sparse la notizia che la bella Chana, la famosa attricetta dell’Hotel Congress, era stata coinvolta in una sparatoria, rimanendo uccisa.

Il Tucson Chronicle aveva già l’inchiostro in canna per un titolo shock:

Adeguatamente sbagliato, come tutti i titoli di giornale.

Chana Godrich era un personaggio a Tucson e la sua morte avrebbe fatto scalpore.

Al seguito del Vice Sceriffo, giunsero sul posto il Dottore e un fotoreporter; ma non mancavano curiosi e affezionati clienti dell’Hotel, desiderosi di rivedere il prorompente corpo della bella attricetta.

Doc Red era dunque arrivato. Subito fu portato da Chana. Anche lui l’aveva conosciuta a fondo e il lezzo di quella vacca gli era rimasto addosso.

La imbottì di stimolanti per allungarle di un po’ la vita.

Il reporter la ritrasse avidamente, ormai cadaverica, ma sempre scollacciata e in carne; e poi ritornò di corsa in città per far pubblicare le foto.

Per il Chronicle si profilava un autentico scoop:

Fin troppo corretto, per un titolo di giornale.

Lo Sceriffo Jones cominciò a stancarsi delle eccessive attenzioni di Doc Red per la sua scollacciata paziente, nonché del turbolento capannello di curiosi assiepatosi intorno.

Con la scusa di doverla interrogare di nuovo, riuscì a parlarle.

«Avrai la prima pagina del Chronicle, Chana», profetizzò ambiguamente lo Sceriffo, asciugandole il collo, imperlato di sudore.

Le unghie infilate nella terra secca, come ad attaccarsi alla propria pelle, la Godrich teneva i freni tirati al massimo.

{Cosa… scriverà… il giornale…}.

«Dipende da te, Chana».

L’ansia montava febbrile intorno all'attricetta morente, finalmente in una parte degna di lei.

Si attendeva il momento fatale. Il destino di Chana era segnato, sei pallottole nella pancia erano troppe per sperare in un miracolo.

Si cercava di capire quanto mancasse, osservando gli sguardi dello Sceriffo e del Dottore, che le stavano sempre accanto.

Lo Sceriffo, vedendola alla stretta finale, si sarebbe portato le mani in testa.

{Io... e te... saremmo... stati... una... bella coppia...}.

Che senso ha parlarne adesso, Chana?

Non posso nemmeno allontanarmi per una pisciata, o rischio di ritrovarti... cadavere. Smettila con queste dita...», le prese la mano e la strinse nella sua.

«Vai pure... a pisciare tranquillo... Bill...», la voce si era schiarita.

«Sicura?».

Spazientito, il Direttore del Chronicle decise il seguente titolo:

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

L'ISOLA MALEDeTTA

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2014-2018)

UNDE ETIAM VULGARE GRAECIAE DICTUM
SEMPER ALIQUID NOVI AFRICAM ADFERRE
(PLINIO, NH VIII.17)

RAT!RAT!RAT!

Le raffiche costringono Milena a staccarsi dai suoi uomini.

Sono in tanti e per la spedizione ormai è finita. Il committente ha sottovalutato i rischi. Ci sarebbe voluto un esercito e lei non arriva a tanto, almeno per ora.

«Maledizione...!», con l'uzi a tracolla - malgrado la stazza imponente - comincia ad arrampicarsi svelta come una pantera su uno scosceso pendio, ora con le unghie nella speranza di trovare un terriccio ammorbidito dalla pioggia, ora aggrappandosi ai tronchi della vegetazione.

Si arrampica più svelta delle pallottole, schivando di un soffio il destino, che ripiega su un paio di fusti d'albero, scortecciandoli.

È sola, il gruppo l'ha inconsapevolmente abbandonata, adesso è una fuggitiva macchia verdognola e il colore è il suo unico alleato, l’unico giusto per una fuga mimetizzata.

La salita finisce in fretta, capita quando c'è la morte che rincorre alle spalle, e Milena si ritrova in uno spiazzo largo una ventina di metri, un cratere d'erba in mezzo agli alberi, con vista su una profonda depressione del territorio, forse quella di un lago estinto.

Una fossa che può essere la sua tomba.

«Sono fottuta...», dal ripido pendio alle sue spalle arrivano i rumori di guerra degli inseguitori, fra meno di un minuto saranno lì anche loro. E saranno molti, troppi per una sola uzi, anche se in mano a lei.

La mente dell’ex miliziana Blackwater corre veloce ai tempi in cui veniva spesso impiegata in operazioni coperte ad alto rischio.

Milena Berdicev, 50 anni vissuti pericolosamente, stazza imponente, una che te lo tira solo guardandoti; se ne va in giro con la mimetica sbottonata fino all’ombelico, esibendo le tette flaccide da vacca sformata; ma a lei piace così, e in più pensa di garantirsi una certa immunità ai colpi.

Poi la scelta di mettersi in proprio, la voglia di tanto denaro, potere, influenza.

E infine la missione scientifica, voluta da un ricco sponsor, nel cuore dell'Africa Nera.

Tutto questo le balena davanti nello spazio di un secondo.

Ma la cronaca incombe, la storia prosegue.

Da un lato, ai margini del cratere, uno strano ammasso attira la sua attenzione.

«Che cazzo...?!», un deltaplano, è quello di Kirk, lui e Douglas erano di copertura oggi, la cavalleria alata della spedizione.

Una raffica, però, l'ha buttato giù, insieme al suo deltaplano. Per sua sfortuna non è stata di vento, ma di mitra.

«È l'ultima, fottuta stronzata che farò...», Milena parla a sé stessa, come a convincersi di un pensiero folle.

Si convince abbastanza da dare all’ammasso una rapida occhiata, e sì, il deltaplano nonostante l’abbattimento è ancora abbastanza integro, perlomeno per compiere un ultimo volo.

A Kirk non serve più.

Milena si stende prona, una delle sue posizioni preferite, e s’imbraca alla svelta agganciando spalline e cosciali.

«Ci siamo...», lei è pronta, lo strapiombo è pronto.

Sotto i suoi piedi, un’ampia depressione ancor nascosta da una densa foschia mattutina, una specie di bianchissima coperta di lana sospesa nell'aria.

«Eccola! Laggiù!», non c'è più tempo, è già alla portata dei mitra.

Prende la rincorsa e si stacca dal terreno, librandosi in volo con una leggerezza che non ha mai avuto, con un profilo da farfalla che non le è mai appartenuto.

«Sì...! Fottetevi… bastardi!».

RAT!RAT!RAT!

Una raffica la sfiora bucherellando al suo posto l'ala sinistra del deltaplano, che riesce comunque a tenerla in volo, portandola rapidamente fuori tiro.

«Ce l'ho fatta...», in faccia l'appiccicosa aria africana e l'orgoglio di essere scampata a una situazione che pareva senza via d'uscita, se non quella che porta all'inferno.

RAT!RAT!RAT!

Una mitragliata arriva da sotto, purtroppo per lei i walkie-talkie funzionano bene anche nella foresta.

«Maledizione...», un altro squarcio nell'ala e la consapevolezza che continuando a sparare, sia pure alla cieca, i tiratori prima o poi arriveranno a colpire il bersaglio grosso. Lei.

Vorrebbe che il deltaplano avesse un motore, così potente da portarla via dalle pallottole e dalla stessa Africa, magari verso il sole di Acapulco.

RAT!RAT!RAT!

«Ahhh...!», l'ennesima raffica sparata nella nebbia stavolta risparmia il velivolo, ma non lei. Acapulco adesso è lontana. Una vita.

Le pallottole bucano lei e lei buca la coltre bianca, scendendo in picchiata verso la morte.

CRASH

Le fronde di un grande albero rallentano la caduta del deltaplano, forse il destino vuole illuderla, concedendole la chance di non ammazzarsi nello schianto.

TUMP

Il deltaplano conclude acrobaticamente il suo volo nella fanghiglia del sottobosco.

«Ohhh...», Milena si lamenta sotto la struttura di tubi, cavi e tela sbrindellata.

La polacca volante ha una decina di buchi nella carlinga: si contorce a terra con le braccia lunghe, protese in avanti, la mano a stringere una radice sporgente, le cosce affondate nel fango e una scia di sangue lasciata sulla pista d’atterraggio.

Perlomeno il volo è continuato abbastanza da portarla lontano dalla contraerea, la percezione che ha degli spari è adesso di un rumore ovattato, quasi sordo.

BANG

«Presto! Da questa parte!», i pochi superstiti della spedizione e della relativa scorta armata si sono riorganizzati a bordo di tre jeep. E sulla prima c'è Jack, il suo uomo più fidato.

È quasi un istinto misterioso quello che lo porta a ritrovarla.

Aiutato, certo, da questo colpo di pistola.

La polacca ha sentito le jeep e le ha riconosciute; ogni cosa ha il suo rumore: gli uccelli, le persone, le macchine.

«Milena...!».

I finimenti del deltaplano vengono sciolti, la Berdicev rivoltata supina, con le braccia che rimangono distese oltre la testa, la lingua arricciata sotto il palato, il sapore dolce del sangue in bocca, tutte le fibre del corpo tese a prolungare la vita oltre l’impossibile: una combattente abbattuta, ma che rimane attaccata alla cloche.

«Figli di puttana…», sibila rabbiosa, riportando giù le braccia, incrociandole dolente sulla pancia sbrindellata.

La mimetica verde, sbottonata languidamente fino all'ombelico, è zuppa di fango e sangue.

Sotto la mimetica, niente. Né maglietta, né reggiseno.

«Dove... cazzo... eri finito...?

Mettimi... su una jeep...

Andiamo... a fottere... quei bastardi...».

Detto-fatto, la Berdicev viene caricata sul veicolo, parabrezza abbassato, mitraglietta uzi incastrata sottobraccio, diversi tamponi di cotone infilati nella camicetta mimetica.

Vuole crepare sparando, tanto ormai c’è poco da fare.

Jack si rimette alla guida, con le altre due jeep incolonnate dietro, e via, si riparte.

Il viaggio non è lungo, le jeep nemiche emergono dalla foresta, un’ampia radura fa da cornice allo scontro finale.

Si spara all’impazzata e anche Milena fa la sua parte, è ancora in grado di colpire duro e non manca chi ne fa le spese.

La Berdicev sembra quasi cercare la pallottola giusta per farla finita, non ha molto da perdere. E invece potrebbe sbagliarsi, in fondo si trova in zona di culti voodoo, un hungan di queste parti potrebbe ancora farle comodo. Da viva o da morta. Se non si sbrandella troppo.

«Maledetti…!», e spara, spara, spara... l’adrenalina che da una parte la fa uccidere, dall'altra la mantiene in vita.

«Stai giù...!», Jack prova a tenerla a bada e le preme una mano sulla testa, ma è inutile, lei resta a capo e petto dritti, con la stessa velenosità di un cobra reale davanti alla sua preda.

«Bastardi...!», e riesce a trovare in un solo braccio la forza per tenere dritta la sua uzi mentre scarica morte a raffica.

RAT!RAT!RAT!

La raffica giusta, però, arriva anche per lei.

Se la prende tutta senza mandare un grido, per lei non cambia molto.

E continua a sparare.

«Cristo!», Jack ha capito, però, che la sorte di Milena adesso è segnata sul serio.

La Berdicev si ritova addosso una dozzina di pallottole.

Il contingente nemico, comunque, è spazzato via, anche se i rinforzi non tarderanno ad arrivare.

«Dannazione...», l'uomo cerca di tamponare i buchi con altro cotone, anche se ormai non ha scampo.

«Fanculo... Jack... è proprio... un gran casino...», con gli avambracci stretti sulla pancia, la bocca spalancata, gli occhi dilatati: stavolta sa che è finita davvero.

«Non prendertela con me... hai voluto strafare...».

«Lo so... lo so... fanculo... ma... non voglio... crepare così.. chiudi i buchi... fai presto...», con gli occhi sembra già all’inferno, ma con la mente è ancora sulla terra. «Non doveva... finire così... ho rischiato troppo... aiutami... Jack... non voglio morire...», anche una come lei alla fine ha paura.

«Cerca di stare calma. Ti ho imbottito d’ovatta, forse riusciamo a fermare il sangue».

«Ci credo poco... m’hanno fatto... il servizio completo... sto morendo... aiutami...», Milena non si dà pace, in fondo ha capito che dopo le prime ferite poteva ancora mettersi in salvo.

Un errore fatale per la bella mercenaria.

Ma poiché al peggio non c'è mai fine, dal fitto della foresta giunge il crepitio di nuove raffiche, alternato al rombo dei soliti motori.

«Sono loro... andiamo via… o prendo... altro piombo...», sussurra la polacca, aggrappata agli ultimi scampoli di vita.

«Di là! Prendiamo quel sentiero!», Jack traduce in azioni concrete le estreme volontà della Berdicev e indica agli altri la strada.

RAT!RAT!RAT!

Da dietro tuttavia parlano un'altra lingua e le raffiche sventrano tutto quello che incontrano sulla propria traiettoria: cespugli, fronde, arbusti. Solo i tronchi resistono.

«Ahhh!», non quello di Makelele, però; una delle guide locali, che cade giù dall'ultima jeep, rotolando nella morte.

È il prezzo che paga per essersi messo al soldo dell'Occidente.

«Più veloce… più veloce… Sam ci sta quasi tamponando…», Milena dà ancora ordini, piegata in due: la jeep dietro le sta baciando il culo, basterebbe un accenno di frenata e le finirebbe dentro.

«Ci provo, Milena!», Jack è un ex pilota di rally con il vanto di un secondo posto nella platinata corsa di Montecarlo, ed è stato scelto anche per questo.

Ma correre a 70/80 all'ora, facendosi spazio nella giungla dentro un sentiero largo meno della stessa jeep, è impegnativo anche per lui.

Tre veicoli in fuga e almeno il triplo all'inseguimento, in un folle, isterico trenino di jeep fra la vegetazione africana.

La Berdicev intanto si è improvvisamente calmata, abbandonandosi finalmente sul sedile, a gambe larghe, puntellate contro la scocca; adesso ha il solo, unico desiderio di respirare, e a bocca spalancata cerca il fiato come una conquista.

«Milena, resisti!», Jack la vede in difficoltà e le urla addosso; si capisce dal tono che anche lui è stato succube di lei, vittima cioè del suo cazzo di lesbica feroce.

«No...!», la terza jeep sbanda all'improvviso e l'uomo al volante non sa tenerla sul sentiero.

CRASH

Uno schianto contro l'albero più vicino e i due occupanti rimasti vengono sbalzati dal mezzo.

RAT!RAT!RAT!

E giustiziati senza esitazione dagli inseguitori.

È la legge della giungla.

«Laggiù! Un chiarore!», Jack indica qualcosa davanti a sé, approssimativamente un centinaio di metri più in là, in mezzo alla vegetazione i calcoli non possono essere precisi.

Jack schiaccia sull'acceleratore come avesse visto la bandiera a scacchi, nemmeno lui ha tanta voglia di lasciarci la pelle.

«Jack... uhhh... fanno male...», Milena si lamenta, tutti quegli scossoni sono altrettante pugnalate in pancia.

«Resisti, Berdicev!».

Il bagliore diventa sempre più intenso, inversamente alla vegetazione che si fa sempre meno fitta, allargandosi a collo d'imbuto.

SCREEKK

Jack cambia rapidamente posizione al piede, mettendolo con tutta la sua forza a pigiare sul freno.

«Cazzo...», il muso dell'auto è fermo a pochi metri dall'orlo di un precipizio illuminato dal sole.

«Il Lago Vittoria...», Jack è incredulo di fronte a quello spettacolo.

«Che si fa… adesso…?», Milena lo guarda aspettando come risposta una trovata, una di quelle idee ad effetto che di solito Jack riesce a tirar fuori.

L'altra jeep si è già acculata, mentre quelle che inseguono stanno arrivando.

RAT!RAT!RAT!

E si fanno sentire.

«Jack… siamo in trappola…».

«No... siamo salvi, invece».

«Cosa… stai... dicendo…», questa volta la trovata è fin troppo ad effetto.

«È la nostra unica speranza, Milena!», e guarda dritto avanti a sé.

«Sei pazzo Jack… non mi va… di crepare così…».

Ma lui non la sta ascoltando. C’è poco tempo.

Le allaccia la cintura di sicurezza e comincia a sgassare a folle mandando il motore su di giri.

«Jack... cosa vuoi fare... dimmelo…», Milena è confusa, o forse preferisce non capire, le pallottole le stanno anestetizzando la mente e la volontà, soltanto il dolore la tiene sveglia, appena lucida.

«Tranquilla... ce ne andiamo solamente via da qui…», la Berdicev è legata, fra l'idea della follia e la sua realizzazione non si frappone più niente.

Jack ha ormai scelto come finire il suo rally nella giungla.

«Fanculo tutti...», ingrana la marcia e schiaccia sul pedale dando libero sfogo alla potenza della jeep.

Le ruote annaspano sul terreno per qualche interminabile secondo, prima di agganciarlo e scattare in avanti con la spinta di un aereo che decolla.

«Prendeteci, bastardi!», la jeep riparte furiosa, dietro di sé solo una scia di polvere e pallottole, e davanti il nulla, il vuoto, l'azzardo più folle, la scommessa con la morte, con l'ultima fiche rimasta sul tavolo verde della giungla.

«Sì...!!», i pochi metri della stramba pista di lancio finiscono subito, il muso della jeep caricato dallo slancio della spinta sembra per attimo guardare verso il cielo, per poi reclinare all'istante e volare giù come Icaro quando volò troppo in alto e perse le ali…

Là sotto, le torbide acque del Lago Vittoria li stanno aspettando.

SPLASH

L’ammaraggio è più morbido del previsto: l’acqua, come molte altre cose, se presa per il verso giusto, non è un ostacolo mortale; il vento li ha aiutati, la jeep ha mantenuto l'assetto, più fortunati di Icaro.

La flottiglia si tiene faticosamente a galla, anche la seconda jeep infatti ha imitato il folle salto della prima, lanciandosi giù con pari fortuna.

Quelle che inseguivano, invece, hanno preferito fermarsi sul bordo, senza oltrepassarlo. La preda, a differenza del cacciatore, non ha niente da perdere. I cacciatori erano convinti che il salto nel Lago Vittoria avrebbe lavorato per loro, ammazzando le prede. Ma il Genio del Lago non lavora per nessuno.

RAT!RAT!RAT!

Sparare adesso è inutile.

«Jack… Jack…», la Berdicev chiama, ansiosa.

È sempre legata al sedile, impegnata a gestire le ultime, evanescenti energie. È giunto il momento di liberarla.

«Stai calma, Milena», il movimento di Jack fa barcollare ancor di più la jeep, che ondeggia come un naviglio alla deriva, e che tuttavia regge.

Le gomme speciali, antiforatura, tengono a galla la scocca semplice, essenziale e relativamente leggera dello storico veicolo progettato nel 1940.

General Purpose (Vehicle), GP(V), in parlata americana: jee-p(-).

Ma neanche i suoi creatori pensavano a un uso così generale.

«Jack... sto crepando... ho paura...».

«Forse no...», e le riassesta con la massima cura i tamponi applicati contro i tanti buchi, senza però guardarla negli occhi. Sa che la polacca ha ragione.

«Razza d'idiota...», e spalanca la bocca, esausta; il braccio si allarga e cade a penzoloni oltre la scocca, la mano sfiora l'acqua come un timone alla deriva.

La polacca ha ceduto.

«Milena...!», la chiama d’istinto, ad alta voce.

«Uhh...», quasi a risvegliarsi, il grido è servito a qualcosa. «Jack… questo... lago…», le parole sono sofferte, sembrano attingere alle ultime riserve d’ossigeno, «è... la... mia... tomba… e... questa... fottuta... jeep… la... mia... bara…».

«Bevici sopra, Milena...», le somministra un cicchetto di whisky, l’unica medicina a disposizione.

Inutile metterle fretta, morire è fra quelle cose che possono attendere.

A volte bisogna pazientare anche per anni, figurarsi se Milena non può aspettare qualche minuto.

Intanto, in mezzo ai sospiri della polacca, le due jeep della paradossale flottiglia vagano alla deriva sul Lago Vittoria.

FLAT-FLAT

La sagoma di un elicottero compare accanto al sole, all'improvviso.

«Sono loro!».

«Ammazzali… Jack…», ordina la Berdicev con gli occhi sbarrati, pallida di morte in volto e con la lingua sotto il palato a farla farfugliare come una vecchia rincoglionita.

RAT!RAT!RAT!

Dall’elicottero si spara pesante.

La morte cala dal cielo.

Milena stavolta si accuccia per non beccare altro piombo; evidentemente, sotto-sotto, le sue speranze di riuscire ad arrivare in porto e di rattopparsi in una qualche maniera non sono del tutto svanite.

Lotta ancora e con gli artigli in fuori, conficcati disperatamente in quel piccolo lembo di vita che le resta addosso. E che non vuole mollare a nessun costo.

«Sotto con l'RPG, ragazzi…!», tuona Jack.

WOOSH

Il tiro è fortunato: il razzo si infila dritto nel portellone dell’elicottero…

BOOOMM

Piovono lamiere dal cielo. La vittoria è della flottiglia.

Ma per la Berdicev è una vittoria di Pirro.

Jack la tira su contro il sedile.

«Sono tre volte... che mi salvo... da quando sono morta...».

«Forse vuol dire qualcosa...».

«Non credo... è più brutto... crepare... dopo averci... provato...».

La faccia pallida come fosse già un fantasma, la camicetta verde-petrolio completamente zuppa di sangue, gli occhi fuori dalle orbite, sempre più rabbiosi.

La bella polacca ha la propria morte dipinta sul volto.

«Jack! Laggiù!», dalla barcarola di dietro, la voce di Sam lo riporta alla realtà.

Il velo di foschia si è alzato e l'ha rivelato.

«Un isolotto!», e la corrente sembra spingerceli contro, sarebbe la prima buona notizia di questa maledetta giornata.

Sì, il lago li sta portando verso l'isolotto, e anche rapidamente.

Le ruote della jeep si incagliano sul fondale a pochi metri dalla terraferma, è il momento di gettare gli ormeggi.

Jack prende in braccio la Berdicev e raggiunge la riva, seguito dagli altri.

La distende sul terriccio umido e si sdraia accanto a lei, esausto, sfinito.

«Che cazzo...!», ha urtato col capo contro qualcosa di solido. Un osso che affiora dalla terra. Non ha voglia di osservarlo bene, è troppo stanco.

Finalmente una tregua, è questo che chiedeva, ma non viene ascoltato.

«Hai sentito, Jack...?», Sam, sdraiato a qualche metro da lui, si alza di scatto con il busto.

Un sibilo urlato che ha poco di umano scuote le ritrovate certezze di quegli uomini.

«Che cazzo era...?!», il sudore di Sam scende sulla fronte già bagnata dalle acque del lago.

«Non lo so... non lo so...», e sfila la pistola dalla fondina.

Il sibilo inquietante si ripete.

«Cazzo! Jack, c'è qualcosa dietro quegli alberi!».

RAT!RAT!RAT!

BANG!BANG!

Una raffica di proiettili sfronda la vegetazione.

«Ahhh...!».

«Sam!».

BANG!BANG!

Una poltiglia di sangue è tutto quello che resta di Sam e Jack ne assapora una buona parte, quella che gli finisce in faccia.

Biko, una delle guide, preferisce la morte del lago, scappando nelle sue acque in una fuga senza speranza, mentre Tom, da buon ex legionario, preferisce morire abbracciato alla sua uzi.

«Arrgghhh!», e così è. Amen.

Rimangono solamente Jack e quello che resta di Milena.

«All'inferno!», scarica inutilmente tutto il serbatoio.

ZACK

È solo un attimo, Jack non se ne accorge nemmeno.

E la testa gli rotola in terra, con gli occhi rimasti aperti a guardare ancora per qualche secondo la sua assassina.

Milena viene sollevata da terra.

Jack forse riesce ancora a vederla quando la polacca passa davanti alla sua testa mozzata.

Poi la giungla si richiude, tutto è tornato normale.

Inclusi i cadaveri rimasti a imbiancare sulla spiaggia.

QUALCHE TEMPO DOPO

È l'ora di un tramonto africano.

L'orizzonte si è già preso mezzo sole, mentre un volo di aironi passa davanti all'altra metà, quella lasciata ancora al cielo, a dipingere un quadro che nessun pittore potrebbe mai copiare, almeno nei colori.

E benché i riflessi di quest'ora non sembrino così intensi, si deve tuttavia socchiudere gli occhi per poterlo guardare appieno, forse perché questa bellezza è troppa per essere vista tutta insieme.

Ma l'Africa è questo: mandrie di elefanti che procedono lente verso un riparo per la notte, in fila dal più grande al più piccolo, antilopi e leoni che si ritemprano per la mattina dopo, quando torneranno a rincorrersi, perenni come il giorno e la notte, nel ciclo drammaticamente ripetitivo della vita.

E poi scimpanzé, colobi rossi, colobi neri, zebre, leopardi, bufali.

E ancora coccodrilli, pellicani, iene, e su tutti, lui, il leone.

Ognuno con i suoi colori, i suoi odori, i suoi versi, le sue sembianze.

La sua razza.

Tutti insieme come un popolo chiassoso, fascinosamente unico, introvabile in qualunque parte del mondo che non sia questa.

E spietatamente selettivo.

Questa è l'Africa, il suo bene e il suo male.

Difficile, se non impossibile, non provare nostalgia di lei una volta andati via.

Sempre che ci si riesca, perché spesso è difficile, se non impossibile, anche fare semplicemente questo. Andarsene.

«Bwana, tu fermare macchina...

Bandele scendere qui...».

La guida locale mi mette una mano sul braccio.

«Quindi, questo è il capolinea?», l'indigeno mi guarda senza capire il significato della parola. «È da qui che si deve proseguire a piedi, Bandele?».

«Sì, qui finire strada», ora ha compreso, e aprendo la portiera della Land Rover si fa comprendere altrettanto bene.

«Ultima fermata, Mister Fulton?», da dietro fa capolino una bella testa.

«Sì, ci fermiamo qui», scendo dal fuoristrada finendo con gli stivali nel fango, la pioggia della notte ha inzuppato tutta la giungla. «Si smonta!», do l’annuncio ufficiale stiracchiandomi le braccia dopo aver guidato per oltre tre ore; anche gli altri scendono, guardando un po' intimoriti il muro di vegetazione che sbarra il sentiero.

«Accidenti, la giungla sembra parecchio fitta.

Siamo sicuri che riusciremo a penetrarla, Mister Fulton?».

«Per stanotte ci accampiamo qui e domattina ci proveremo».

«Bene, l’esperto è lei», si volta e ripiega, ancheggiando più del solito.

Jane Frexhi, 48 anni, un passato da attricetta, poi il matrimonio con un grosso manager della TotalHealth Inc.; divorzia dal marito, ma non dalla ricca Compagnia, e oggi è qui per monetizzare il tradimento.

«Bwana, io tornare a mio villaggio».

«Non ti conviene fermarti con noi, almeno per la notte?

È un lungo viaggio quello che ti aspetta, Bandele».

«No... prima andare via, prima Bandele contento».

«Come vuoi, amico mio», gli metto una mano sulla spalla, comprendendo i suoi timori.

«Addio, Bwana», ci abbracciamo, senza aggiungere altro.

Il suo viaggio durerà tutta la notte e un pezzo del giorno dopo, ma sul viso non c'è segno di timore per la fatica che dovrà affrontare.

Incamminarsi in quella giungla sapendo dove va a finire: questo è l'unico timore che Bandele non affronterebbe mai.

«Che spiriti di foresta essere vostri amici», lo dice quasi sottovoce, prima di lasciarmi definitivamente.

Ritorno in mezzo al gruppo e li conto.

Sono sei, e sono tutti.

«Possiamo montare le tende».

«C’è la Rover per stanotte, no?», replica l’addetto universitario, di cui non ricordo il nome; una sorta di opposizione sindacale, visto che sarà lui, suppongo, che dovrà montare le sue.

«Domani non avremo la Rover».

«Bah...! Fatica sprecata...», non è convinto, ma si adegua, capisce che deve abbassare la testa.

E così osservo il formarsi delle coppie.

È sempre molto istruttivo.

I due gorilla della Frexhi dormono insieme.

La quarantottenne da sola.

Da sola anche l’impiegata dell’Università.

Il Professor Jefferson e l’addetto formano l’altra coppia, ma non credo ci sia amore fra loro.

Il tutto è una tipica espressione di puritanesimo occidentale.

E sulle cinque tende giungono i sussurri della giungla africana, con il suo linguaggio incomprensibile e la sua vita che non si addormenta mai.

«Scusa, Jake...», una voce femminile bussa alla mia tenda; è l'impiegata, durante il viaggio si è presa confidenza, e a me non è dispiaciuto.

«Che c’è?».

«Mi accompagni al bagno?».

«È una cosa lunga?».

«Solo una pisciata...».

Le faccio strada fino alla latrina.

È una mia disposizione, non voglio che i piedi dolci si mettano nei guai; dal campo ci si allontana soltanto in coppia.

E dalle coppie si impara sempre molto.

Lo ha chiesto a me piuttosto che al suo collega o all'altra donna.

«Posso sapere perché sei finito in questo deserto?».

Il puzzo di fica è ammorbante.

«Non lo so nemmeno io».

«Forse non ce la facevi con gli alimenti...».

«Stai pisciando fuori dalla tazza, Leila».

«Comunque ho finito, va bene...?».

«Di pisciare o di fare domande?».

«Di buttar fuori quel che avevo dentro...».

«Vuoi sempre l'ultima parola, scommetto.

Come la mia ex moglie».

«Vedi che avevo ragione...».

Leila Dobbs riporta il pesante culo in tenda. Il suo nome me lo sono stampato subito in testa.

Impiegata contabile dell'Università. Indispensabile nel presente contesto.

50 anni scarsi, come la Frexhi, portati pesantemente addosso.

Sentire la sua fica mi ha messo la febbre addosso.

Mi viene quasi voglia di tornare alla latrina per annusare il suo piscio...

Anche questo è Africa.

Stamattina la Dobbs è più svampita del solito in un vestitino da spiaggia del tutto inadatto al percorso: forse pensa a una scampagnata.

Per avere meno di cinquant’anni è fin troppo imbolsita, sfatta… seno giù e pancia in fuori, mascherata da comodi indumenti.

Il tutto è assolutamente dozzinale, ma al tempo stesso efficace: il suo corpo pesante, triviale, addosso a lei sembra quello d’una dama.

Anche se il fisico cede, lei si sente a posto; e non posso darle torto.

Devo scoprire il suo segreto.

Ascolterò i sussurri della foresta.

Le ore si susseguono lentamente, cadenzate esclusivamente dalle primordiali leggi della vita.

Le corse contro il tempo, i tentativi di alterarne il corso, appaiono qui in tutta la loro vanità: miseri sforzi di influire sull'unica regola esistente, quella della Natura, l’Opera perpetua.

Plic!

Plic!

Gocce di umidità cadono dai rami e colpiscono la mia tenda.

È la sveglia della giungla. E riguarda tutti.

Il tempo di alzarsi ed è già l'alba, da queste parti arriva presto e sembra venir su direttamente dalla giungla, con i primi tizzoni di sole quasi freddi, ma capaci - di lì a poco - di incendiare la giornata.

Una leggera nebbiolina circonda il campo, e tuttavia fra meno di un'ora sarà completamente dissolta.

Chissà perché, ma questa mattina lo spettacolo di quel muro biancastro già bucherellato in più punti dalla luce, come ferito da scariche di mitra, e destinato a un imminente crollo, è più affascinante che mai.

Sto per chiamare le signore, ma non me ne danno il tempo.

Jane e Leila escono dalle rispettive tende una dopo l'altra, la sveglia della giungla riguarda proprio tutti.

Solita camicetta attillata per la divorziata quarantottenne.

Solito vestitino lasco per la Dobbs.

La Frexhi è un modello: distinta, aristocratica, ben tenuta, fisico bello gonfio ma non grasso, fascino da vendere.

La Dobbs è più sgualcita, ma regge il confronto, aggrappandosi al suo fascino di dama decaduta.

«Una bella tazza di caffè per tutti?», Leila cerca di farsi benvolere e non le riesce difficile; si accuccia sul fornello da campo mandando per aria il sederone, che non passa certo inosservato.

«Ottimo, Leila. Ci voleva per dissolvere la nebbia mattutina», le riconosco un punto.

«Miss Dobbs è brava in molte altre cose...», il Professor Jefferson ci va giù pesante.

«È per questo che l'ha portata con sé?», ne approfitto per chiederglielo.

«Una donna in gamba è preziosa in ogni circostanza, Mister Fulton».

«Ne sono consapevole anch'io, Professore».

«Lei però lavora da solo».

«Una donna in gamba non è facile da trovare.

Però... visto che parliamo di una miss...».

«Non corra troppo, caro Mister Fulton. Le donne in gamba sono costose da mantenere».

Sembra che tutti conoscano i miei problemi.

«Infatti ora è tempo di camminare, signore e signori.

Lo faremo uno dietro l'altro, stando bene attenti a dove si mettono i piedi e senza mai perdere contatto con il compagno davanti», mi tocca impartire le solite raccomandazioni.

ZACK

Quando tutti sono pronti, il mio machete spacca la prima pianta che fa da intralcio.

La giungla è stata violata anche oggi.

Mi ha provocato tutto il giorno con le tette cedenti solo immaginate e il sorriso sornione tangibilmente reale.

Ora è rimasta un po’ in disparte, l’aggancio e la porto a fare un giro.

«Leila, quanto guadagni all’Università?», è sera, il meritato riposo aiuta a sciogliere la lingua.

«Una miseria: 3.500 dollari al mese, al lordo delle tasse».

«Io te ne offro 5.000, esentasse, più i premi sugli incarichi».

«Che incarichi?».

«Da queste parti si lavora parecchio e a me serve una donna come te».

«Una donna come?».

«Una donna che ci sappia fare, in tutte le cose. L'ha detto anche il Professore.

Tre mesi di prova per vedere se funziona. Nel frattempo ti metti in aspettativa, credo tu possa farlo».

«Se si fanno soldi, io non mi tiro indietro.

Però voglio tre mesi anticipati, prima di parlarne al Professore».

«Bene, li avrai quando torneremo alla base; l’affare è fatto, allora?».

«È fatto».

«Sarai la numero uno della mia scuderia».

«Con me vai sul sicuro. Ho gli occhi degli uomini sempre incollati addosso.

Ma devo pensare al futuro».

«Con me farai tanti soldi, il tuo futuro è roseo».

«Staremo a vedere…», chiude scettica, ma ha accettato in fretta: ha fame di soldi e potere, e non ha più molto tempo per procurarseli.

Si accontenta di poco, per il momento, perché sa di essere ammuffita, ma è cattiva dentro e vuole prendersi il mondo negli ultimi anni che le restano prima di scomparire.

Sfrutterò la sua ambizione fino in fondo.

Il primo passo è compiuto.

Quando la notte si fa fonda, me la porto dentro, sotto la tenda.

«Devo parlarti».

È quello che ci vuole per conoscersi davvero.

Ci sta.

«Avanti… ho voglia di sentire il mio corpo trafitto». E recita molto bene. «Lo sento in gola…».

«Ti ho impalato a sangue… bambola…».

Adesso ci siamo conosciuti sul serio.

«Ho qualche anno più di te, lo sai?».

«Non credo, tu sei perfetta: sono io che ne ho qualcuno di meno».

I nostri duetti non passano inosservati.

Non sono l'unico a comprare.

E c'è chi gioca molto più forte.

Jane mi marca stretto, ha altri piani per lei.

«Tu entrerai nel mio staff, Mister Fulton.

500.000 dollari l'anno», mi passa un anticipo da 10.000, così a occhio. «Ma lei deve sparire.

Troverà la morte in un tragico incidente.

Rimarrà uccisa in quest'avventura».

Inutile chiedere chi e perché.

Ci guadagno soldi e non ci rimetto in fica.

«Va bene, è tua, ma voglio anche altro...

Quando lo farai?».

«Al momento opportuno, per adesso fai come se niente fosse.

Questo, però, va fatto subito...», si allenta la camicetta e mi lascia l'iniziativa.

Jane è una dominatrice: una donna potente, all'apice della sua prestanza.

Dalle alture siamo in vista dell’isola e della nebbia che la circonda.

Ripenso a Milena Berdicev.

Chissà che fine ha fatto.

I pescatori non si avvicinano mai. Neanche i dollari della Frexhi li convincono a osare.

In molti credono alle maledizioni, ma per me che parlo con le persone intelligenti, le maledizioni non esistono, almeno in questo caso.

Esistono gli scienziati ribelli, allontanati dalle Università, incapaci di adeguarsi ai programmi ufficiali.

Tra questi c’è il Dottor Morton.

Si rifugia in questo angolo di mondo e mette su un laboratorio segreto.

È affascinato dalle capacità rigenerative dei rettili e riprende gli studi di Lazzaro Spallanzani.

Il mondo accademico lo dimentica in fretta, ma le persone intelligenti sono curiose di sapere dove riuscirà ad arrivare.

Scoprono quindi che il Dottor Morton è andato molto lontano e Milena Berdicev viene scelta per interfacciarsi con lui. È abile, senza scrupoli, e soprattutto è una bella donna, più che rigenerata.

Ma in Africa c’è sempre qualcosa che va storto sul nascere.

Le fazioni, talvolta, sfuggono al controllo anche delle persone intelligenti.

La Berdicev fa perdere i contatti.

Bisogna riprovarci.

La palla passa alla Frexhi, con lo schermo di una piccola spedizione scientifica.

I pescatori indigeni non si avvicinano mai, ma quando la bella Jane scova un bianco, la faccenda si risolve senza troppo problemi.

I bianchi non credono alle maledizioni.

Il peschereccio è solido, ci porterà all'isola in meno di un'ora.

Stiamo attraversando la cortina di nebbia che cinge l'isola misteriosa.

Il capitano del peschereccio ha ridotto i motori al minimo.

Non si vede davvero nulla e in più l'umidità è a livelli da record.

«Perché si forma tutta questa nebbia?».

«Vapori caldi, provenienti dal fondo del lago, riscaldano l'aria intorno all'isola.

È un fenomeno naturale, Signora Frexhi».

«Naturale, ma inquietante: sembra notte».

«Le acque del lago sono molto scure e la nebbia le riflette intorno a noi».

«Lei vale i suoi soldi, Mister Fulton».

Approdiamo sull'isola con un canotto.

Nessuno chiede come mai Leila risulti assente.

Ha comprato tutti e l'ha fatto, suppongo.

Perché poi tanto accanimento... capisco un po' di sana rivalità femminile, ma eliminare del tutto la concorrenza è voler vincere troppo facile.

I Romani ancora rimpiangono la fine di Cartagine.

«Miss Dobbs è indisposta, Mister Fulton», il Professor Jefferson fornisce la sua verità scientifica.

«L'hai fatto?», chiedo a Jane appena posso.

Annuisce.

E mi mostra un video.

È lei.

FLOP

FLOP

L'espressione inebetita, due macchie brune sul vestitino, sotto lo stomaco.

Tracolla contro la parete della cabina e scivola inerte a terra.

Viene avvolta in una coperta, portata fuori e gettata in acqua.

SPLASH

Il tonfo morbido che mi era sembrato di sentire mentre ero sul ponte.

«L'ho fatto perché so che ti sarebbe piaciuto vederla per l'ultima volta.

Visto che espressione?

Non se l'aspettava».

«Ormai è stata liquidata, non parliamone più», mando giù il boccone, pensando ironicamente che su questa spiaggia sarebbe stata - finalmente - intonata al contesto.

«Giusto».

Un giorno mi spiegherà il perché.

L’isola non è molto grande.

Dopo un breve ambientamento, cominciamo a perlustrare.

Viene individuato un sentiero e lo seguiamo.

Le orme sono inquietanti.

Il sentiero sfocia in una piccola radura ove si rende visibile una costruzione ben integrata nel contesto.

Potrebbe essere il laboratorio segreto, come un bungalow di lusso.

Il portone ad ante è socchiuso.

Basta un primo giro per chiarire che non si tratta di un prestigioso bungalow.

Sofisticati apparecchi elettronici e ampolle medievali sono quasi ovunque: un mix suggestivo e inquietante.

In una sala più grande c’è perfino un trono in pelle di zebra.

Mi guardo Jane e la quarantottenne - come pensavo - mi sembra tentata dal bell'oggetto.

Senza dubbio è degno di lei.

Ma è qui che scatta - evidentemente - la classica rivalità femminile.

«Il Dottor Morton vi prega di scusarlo».

È un ingresso teatrale.

Che mi venga un colpo se quella non è Milena Berdicev!

Non ci sono dubbi: troppo bona per non essere lei.

Sbuca fuori all’improvviso e si mette seduta sul trono, anticipando la concorrenza.

«Che cosa volete?».

«Lei chi sarebbe?», è Jane a prendere la parola per prima, tra le nostre fila.

«Sono la Regina dell'Isola di Morton, Milena I», un sorriso di scherno da parte della Frexhi, sicuramente non prudente. «Vi ripeto la domanda: che cosa volete?».

«Sono il Professor Jefferson dell'Università di Pittsburgh, mia bella signora.

E devo ritrovare un mio perduto collega studioso: il Dottor Morton, da lei citato.

Possiamo vederlo?».

«Il Dottor Morton non ha colleghi tra i viventi, professore dei miei stivali...».

«Dispiace interrompere questa simpatica commedia… ma adesso - Vostra Grazia - mi consegnerete la formula del Dottor Morton sulla rigenerazione dei tessuti», l’addetto dell’Università ha tirato fuori la pistola. Si gioca a carte scoperte, finalmente.

«Ben detto... Jim...».

Jim… si chiama Jim. Se me lo fossi ricordato, avrei capito che era un nome falso.

Ma è la voce di Leila!

E c'è anche il corpo!

Due chiazze brune sull’abitino da spiaggia, eppure è ancora in piedi: mostruosa.

La Dobbs, leggermente ingobbita, impugna una beretta: un'altra carta - la Donna di Fiori - è sul tavolo.

Sono punti pesanti, non vorrei perdere la mano.

«Tu... buona... con te... farò i conti più tardi...», il duetto è con Jane.

La vedo tranquillizzare i suoi gorilla, non vuole buchi sulla camicetta.

«Mia cara... non alzi troppo il tiro: l'ho aiutata per farla vivere, non vorrei ripensarci».

Dalle quinte appare un mostro, un vero mostro: una lucertola antropomorfa!

È pazzesco.

E ha una lancia in mano.

«Questa voce! È la voce del Dottor Morton!», Jefferson avanza di un passo.

«Fermo!», la pistola di Jim lo punta.

ZACK

«Ahh…!».

BANG

«Ohh…».

La lancia della grossa lucertola cala fulminea di taglio e gli stacca di netto la mano.

Nonostante tutto, però, i muscoli della falange si tendono e parte il colpo.

Il Professor Jefferson stramazza a terra, ai piedi di Milena.

Palla in buca.

«Una mano mozzata di netto spara meglio di una mano attaccata al braccio», nessun dubbio, è la lucertola a parlare, anche il Jolly è sul tavolo; qui si gioca forte. «Non si punta una pistola contro la Regina», lo sguardo rettile di biasimo è indirizzato all'addetto, che continua a strillare sotto shock, con il braccio monco che sprizza sangue come una fontana.

Mi sono sbagliato, la mano l’ha persa Jim.

SZOCK

«E non si urla, in presenza della Regina».

Stavolta, il lucertolone - con un gesto talmente veloce da risultare quasi presunto - l'ha trafitto di punta alla base del collo.

L'addetto crolla a terra esanime.

«Il Professor Jefferson mi ha presentato.

Ora tocca a voi...

Cominciamo dalla Signora sbottonata.

Per me può anche ricomporsi: i miei gusti sono un po’ cambiati rispetto a un tempo.

Ma ho sempre compassione per una bella donna che giunge moribonda alla mia porta», lo sguardo si indirizza a Leila. «Questo, però, non vale per tutti», gli occhi del lucertolone sembrano inghiottirci vivi. «Sì, ha ragione, bella Signora: tutto ciò è imbarazzante.

Facciamo ordine».

Il mostro emette un suono gutturale impossibile da descrivere.

Ne entrano diversi altri, simili a lui, e attendono istruzioni.

«Alla palude. Tutti e due.

Erano finti caimani e finiranno nelle bocche di quelli veri». Alcuni dei lucertoloni sopraggiunti portano via i due corpi. «Le altre non hanno un commutatore alla gola. Solo io parlo, con il mio vecchio timbro, ricostruito a perfezione», si è aggiustato le cose a suo piacimento, ma ci sa fare. «Darwin... quell'idiota massone... studiato dai bifolchi delle Università...

La voce umana... un timbro unico per miliardi di individui...

Evoluzione?

Ah-ah... demenziale...

Fino a pochissimi secoli dall'invenzione di Cristo, ovvero poco più di un istante in termini evoluzionistici, la voce umana - nella diffusa popolazione - non era utilizzata né per parlare, né tantomeno per cantare. La bocca era usata solo per mangiare, bere e respirare, in aggiunta al naso.

Dunque che evoluzione sarebbe questa?

Si tratta piuttosto di una predisposizione ancestrale, di tale lungimiranza da rimanere basiti.

Le predisposizioni moderne arrivano al massimo ad anticipare di pochi anni le esigenze future.

Ricorderete i primi computer, predisposti per un ampliamento di memoria.

Qui l'uso compiuto della voce, nell'amabile conversazione, nella retorica forense, nel teatro, nella poesia, nel canto, nella lirica, è predisposto con un'anticipazione di milioni di anni.

Capirete dunque come non potessi più far parte del consesso umano.

Del vostro consesso umano! Miserabili bifolchi!

E se concedo volentieri le giuste attenuanti alle belle donne qui presenti... di voi uomini non so che farmene», qui la mano è persa davvero, «non sareste buoni nemmeno per i miei esperimenti...

Ed è inutile che facciate mosse false… perché io e le mie simili siamo veloci come lucertole, e possiamo mozzarvi la testa ancor prima che il pensiero di quella mossa si formi per intero nel vostro miserabile cranio...».

Cazzo... bisognerà giocare d'istinto.

«Ehi, andiamoci piano, per favore. I miei amici della CIA mi hanno fornito di un congegno micidiale. Se il mio cuore cessa di battere, un mini ordigno atomico esplode e distrugge l’intera isola».

«Potrei decidere di vedere il suo bluff, tagliandole la testa, Mister Fulton...».

«Un momento, Dottor Morton... non vorrà metterci in pericolo con un'azione avventata…», Jane parla al plurale, evidentemente ha preso la guida del sindacato Belle Donne dell'Isola.

«E dove sarebbe nascosto questo ordigno atomico?», il lucertolone è scettico.

«Nelle mutande, è attaccato alle mie palle.

Se la biotecnologia ha fatto molti progressi, anche grazie a lei, Dottor Morton, la scienza delle armi ha quasi raggiunto la perfezione».

Comincia ad avere qualche dubbio. Si vede che è uno scienziato, e non un giocatore incallito.

Si accosta a Milena, ho una chance.

Mi porto alle spalle di Jane e le passo un braccio intorno alla vita.

Quasi veloce come una lucertola.

Attaccato a lei non oseranno colpirmi.

«Adesso io e la Signora Frexhi ce ne andiamo…».

«No! Lei non va da nessuna parte!», Morton si oppone.

«Ci penso io... a lei!», e purtroppo anche Leila.

BANG

BANG

Schiumando rabbia, la Dobbs spara!

Addosso a Jane!

E addosso a me che le sto giusto dietro!

I gorilla reagiscono mettendo mano ai ferri.

ZACK

THUD

THUD

Con un colpo solo Morton fa saltare due teste.

«Idiota... mi hai fatto ammazzare...», mormora Jane, ingobbita.

«Tu... mi hai fatto ammazzare... puttana...».

I due colpi sparati dalla Dobbs hanno perforato la quarantottenne e raggiunto anche me...

«È tua... Leila!», prima che crolli a terra, gliela spingo contro.

BANG

BANG
BANG

BANG

Le scarica addosso altro piombo!

Altri quattro colpi!

La Frexhi crolla pesante sulle ginocchia e mormora: «Lui... sapeva... tutto...».

Grazie, Jane.

E si abbatte a terra.

Giusto in tempo per liberare la linea di tiro.

La Dobbs mi punta contro la beretta. Di colpi ne ha ancora tanti.

«Leila... vale anche per te... se mi spari... salti in aria anche tu...».

«Davvero... sapevi?».

«Mi ha... accennato qualcosa... ma pensavo... fosse solo un bluff... devi credermi...».

Jane ha ancora dei sussulti. La rivalità femminile è più forte della morte.

Nonostante tutto, allunga il braccio verso di me.

Anch'io cado sulle ginocchia e vado lungo.

La guardo e striscio fino a lei, allungando il braccio.

Ci tocchiamo.

«Va da Morton... va da lui...».

Jane scuote leggermente il capo, dice no.

Spalanca la bocca e fissa gli occhi sul nulla.

Non sento più la sua mano...!

Cristo... non ce la fa!

È rimasta fottuta!

Se lo meritava, ma non completamente.

«Jane... no!».

«Ergghh...h...», un rantolo estenuato la sta accompagnando all'inferno.

«Respira... sforzati...!

Anch'io sono ferito...».

Mi guarda dall'inferno con occhi vitrei, cercando di capire cosa le succede intorno.

Le rimane pochissimo, non so come aiutarla.

Leila non infierisce, almeno: è già qualcosa; il sindacato Belle Donne ottiene le prime conquiste.

Estraggo un fazzoletto, le infilo il braccio sotto il corpo e cerco di tamponarle i buchi, giusto per darle una timida illusione di salvezza: «Forza... una donna come te... non può morire così...».

«Ghh...h...», Jane cerca di reagire, non se la sente di crepare.

«Dottor Morton... la prego... aiuti questa donna... presto... è in fin di vita...».

Anch'io, però, sono messo male.

«Ora, spero, vorrà riconoscere di aver scherzato, non è vero, Mister Fulton?

Sia sportivo, almeno in punto di morte.

Non esiste alcun fantasioso ordigno atomico attaccato alle sue palle e lei ha spudoratamente bluffato», Morton torreggia sopra di me.

«Non alle palle… ma c’è… se svengo… non toglietemi… la catenella…».

«Mia Regina, volete pensarci voi?».

Milena si alza dal trono e analizza - da esperta d'armi - la catenella che porto al collo.

«Può trattarsi di un ordigno?».

«La CIA è in grado di produrre qualunque diavoleria».

«Meglio non correre rischi, allora».

Fu così che mi assicurai le palle con una chincaglieria cinese da mezzo dollaro.

Milena non s'era bevuta nemmeno una goccia di quell'assurda storia dell’ordigno atomico, ma tale verità convenzionale aveva stabilizzato la situazione.

Probabilmente, sia lei che Leila avevano visto di buon occhio il mio disperato tentativo di aiutare Jane, benché ormai fottuta.

Le verità convenzionali servono a questo, in fondo, e se ne fa largo uso da sempre.

Se ricorderò di tenermela sempre addosso, le cose continueranno a funzionare.

Di andarsene da qui non se ne parla, infatti.

Primo, sarebbe impossibile.

Secondo, terzo e quarto, sarebbe stupido.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

INFERNO MAYA

di Salvatore Conte (2012-2018)

Adesso capivo davvero, sulla mia pelle, perché lo chiamassero inferno verde.

E se un patito di Dante avesse cercato le bolge, ebbene le avrebbe trovate: i cenotes dello Yucatan sono danteschi.

Il contesto era confermato dalla presenza di una diavolessa tentatrice, molto in carne: una certa Chana Dobson.

Ma perché ero finito all'inferno?

Continuavo a domandarmelo.

Era una lunga storia, come tutte. Non si finisce all'inferno in un giorno solo.

Io avevo cominciato quando il titolare della cattedra di Civiltà indigene mesoamericane, all’Università di Bologna, mi fissò, dicendomi: mi serve un assistente.

Rimasi in silenzio e cominciai a scavarmi la fossa.

Il biglietto vero e proprio è venuto dopo: me l'ha staccato un faccendiere italo-americano, arruolandomi per un pugno di dollari in una sfacchinata molto più grande di me.

Certo, la civiltà maya è sempre stata il mio sogno, ma un conto è godersela sui libri, un altro è sudarsela all'inferno.

Se non altro, tra non molto avremmo montato il campo.

L’obiettivo era ormai vicino: l’indomani, forse, sarebbe finita.

Non mi rimaneva, nel frattempo, che tornare alla mia tentazione preferita.

La giunonica, impronosticabile antropologa arruolata nella missione, disperdeva nell’aria un fascino tentacolare, che mi aveva catturato, senza scampo, nelle sue invisibili spire.

Benché giocasse a fare l’ingenua, a me non la dava a bere: avevo la netta impressione che la sapesse molto lunga sugli effettivi scopi della nostra ricerca.

La affiancai e le lanciai un’occhiata, affondando lo sguardo - senza equivoci - nello scollato vestitino a tinte etniche gonfiato magistralmente dal suo impudico seno…

Chana non perdeva occasione per farsi notare e io non avevo motivi per ignorarla: era bella e massiccia, il peso ben distribuito, pur essendo indubbiamente grassa.

In particolare, oltre ai seni di un'altra epoca, prospettava un ventre rotondo e sensuale, attraverso cui esprimeva la sua virulenta energia sessuale.

Il piacevole diversivo rendeva la marcia meno noiosa.

Il giorno seguente, ormai prossimi all’obiettivo, mi ritrovai a pensare alle tante insidie da cui eravamo circondati in quell’angolo selvaggio di mondo.

In effetti, in quella verde regione, c’era un po’ di tutto: bande di narcotrafficanti, squadroni della morte, guerriglieri comunisti, banditi comuni, e perfino - si era sentito dire - figuranti maya poco raccomandabili.

Vi erano poi da considerare le insidie specifiche: i rivali accademici della Professoressa Sandy Stark, che dirigeva la spedizione, gruppi di interesse contrari alla missione, tribù indigene, etc. etc...

Non vi fu molto da aspettare prima che i miei timori prendessero forma…

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

D’improvviso, un agguato!

Dal verde profondo della giungla, un nemico invisibile vomitò piombo su tutti noi.

Erano raffiche crepitanti!

Le guardie armate risposero al fuoco.

Io mi lanciai a terra appena in tempo, osservando allibito Chana, che a pochi metri da me, aveva estratto dallo zaino una mitraglietta...

RAT-RAT-RAT

Non che fossi un esperto d’armi, ma era una uzi.

La monumentale antropologa aveva raccolto la sfida con insospettabile pragmatismo.

Purtroppo per lei, però, fu investita in pieno da una raffica.

La biondona sussultò su sé stessa per alcuni lunghi momenti, come fosse rimasta attaccata a una presa della corrente elettrica.

RAT-RAT-RAT

Malgrado tutto, riuscì a reagire, rispondendo al fuoco e rimanendo in piedi.

BLAM

Per fermarla sul serio ci volle addirittura un fucile a pompa, che le aprì un buco nel petto da poterci infilare una braccio, mandandola a schiantarsi contro il tronco di un albero.

Purtroppo vidi anche la Professoressa Stark rimanere colpita nella sparatoria: le avevano sparato senza pietà e la vecchia gallina si era accasciata a terra.

Stroncata ogni resistenza, ormai sicuri di avere la situazione in pugno, i nostri invisibili nemici emersero dal fitto della macchia, rendendosi tangibili.

L’agguato era riuscito, la scorta armata della nostra spedizione era stata liquidata.

Rimanendo accovacciato a terra, svariavo con lo sguardo dagli assalitori a Chana e la Stark, da Chana e la Stark agli assalitori: la biondona era stata crivellata di colpi, le tinte etniche in bianco e nero avevano tragicamente acquistato colore; così anche la camicetta beige della prof; tra gli aggressori, oltre ai classici fusti tipo blackwater con mitraglietta spianata, figuravano alcuni soggetti dalla foggia davvero singolare: erano o sembravano guerrieri maya; lo sguardo era assente, i movimenti impacciati, di sicuro erano drogati.

E comunque le sorprese non erano finite: dopo i soldati, stava arrivando il generale e non poteva apparire migliore.

Avanzava con passo sicuro, attorniato dai suoi uomini, tra i quali una bella morona in nero.

Era una donna sui 45, di inarrivabile bellezza; indossava una camicetta bianca, molto elegante e molto sbottonata.

Era il capo del commando, lo si capiva subito, anche se non portava distintivi di grado.

C'era qualcosa di familiare in quel volto, e anche nell'intera figura, ma non riuscivo a capire cosa.

Al suo fianco si muoveva una mulatta dalla bellezza più greve e sanguigna.

Indossava un camicione nero, allentato fino allo stomaco, con bella vista sui pesanti seni; imbracciava una mitraglietta uzi, simile a quella utilizzata senza fortuna da Chana.

Doveva essere il braccio destro del capo.

Ancora a terra, alzai lentamente le mani, e ricevuta la necessaria attenzione e acquiescenza, mi tirai in piedi, spostandomi verso la prof.

Vederla crepare non mi faceva piacere.

Aveva un grosso buco in pancia, uno di quelli che solo un revolver americano può fare: l'aveva sventrata.

La vecchia prof comunque era di fibra robusta, si aggrappava alla vita.

«Mi trovi... tanto consumata...?

Ho ancora... bella carne... addosso...», sussurrò, affannata.

La paura di morire le aveva dato alla testa.

Però non aveva torto.

Per quanto fosse una vecchia gallina - un cesso, insomma - non era priva di un certo fascino (anzi era ancora bona e bella gonfia di carne sui fianchi).

In ogni caso era una donna, anche se per poco, e l'aiutai subito a tamponare la brutta ferita - con ogni probabilità mortale - che le avevano aperto in pancia.

Quindi passai alla biondona.

Non fu facile contare le pallottole che s’era beccata la bella antropologa dal grilletto facile.

Le macchie brune sul vestito erano così fitte che una sconfinava nell’altra: alla fine ne contai una dozzina, senza contare quella - devastante - prodotta dal fucile a pompa.

Tuttavia, perduti in quel corpo massiccio, imponente, i proiettili che l’avevano penetrato davano la sensazione di costituire un incidente trascurabile.

Ciò nonostante non tardai a tamponarle le ferite con quel che avevo sottomano.

«Che cosa credi di fare, tu? Non vedi che sono fottute?», era il capo del commando: le mie azioni la stava incuriosendo.

Si avvicinò.

«Possono ancora farcela, se le aiutiamo».

«Mi dispiace per la tue amiche… ma non sono quello che vi hanno fatto credere di essere.

Perquisite la bionda!», ordinò ai suoi.

Dallo zaino uscì fuori di tutto.

L’avevo detto io che nascondeva qualcosa.

«E la vecchia non è da meno, anche se non usa armi.

Vi siete bevuti la solita minestra della prof tutta d'un pezzo».

Certo che adesso tanto intera non era.

Dunque la biondona era un’agente sotto copertura, molto ben addestrata e col fisico potenziato dalla natura. La prof, altrettanto, ma in guanti bianchi.

«È apprezzabile che lei porti soccorso a donne in grave difficoltà, Dottor Bruni.

Io sono Hanna Redshield», la super donna allungò la mano verso di me.

«Molto piacere», la strinsi nella mia.

«A pochi mi presento con il mio vero nome», ci tenne a precisare.

«A cosa devo tanto onore?».

«Gliel'ho detto prima: al fatto che è stato il primo, fra i sopravvissuti, a preoccuparsi della sorte di due donne rimaste mortalmente ferite; anche se non è un medico e se tra voi tre non c'è nulla».

«Sa pure con quanto mi sono laureato?».

Rivolse un cenno a uno dei suoi, che consultò un computer e glielò mostrò.

«104 su 110. Non molto per un futuro assistente di cattedra».

«Ma... per loro due non si può fare niente?».

«Spes ultima dea.

I Romani la pregarono a lungo ai tempi d’Annibale.

Mitla... dà loro un'occhiata...».

Non si vedeva nessuno, eppure dopo un attimo si avvicinò uno strano tipo: una specie di sacerdotessa maya, in tunica celestina, corposa e succulenta; occhi neri come abissi infernali, sorriso beffardo; un affascinante, maledetto volto di donna, su un affascinante, maledetto corpo di donnone.

Impose le mani sulle ferite di Chana. Con la lingua prosciugò il rivolo di sangue dal labbro della biondona. Gli occhi si accesero di libidine.

L’inferno verde sfornava una sorpresa dopo l’altra. Sia pure a tinte fosche, i colori maya riprendevano vita.

Da un sacchetto, che teneva nascosto nelle mutande, estrasse della polvere nera che accostò tanto alle narici di Chana che a quelle della prof.

Le donne sembrarono perdere i sensi, pur rimanendo con gli occhi aperti.

Per un attimo pensai che fossero andate, ma la strega parve intuire il mio pensiero e mi rivolse un’occhiataccia: sembrava il fastidio sprezzante che si esprime, in certe occasioni, a un principiante.

Ne approfittai per farmi da parte e riprendere il discorso con il capo.

«Dicevamo di Annibale, vero?

Lei forse si sente un’erede del Cartaginese…».

«Veramente l’erede è lui. Come le ho detto, io mi chiamo Hanna Redshield».

«Proprio quei Redshield di cui nessuno osa mai parlare?».

«No, non quelli… altrimenti come potremmo parlarne?».

«Mi sono perso, mi perdoni».

«Più di quanto lei pensi».

«Insomma, le credo, si vede a occhio nudo che il suo nome è... Hanna.

Non vorrei, però, che questa sua franca sincerità dovesse costarmi qualcosa…».

«Dottor Bruni, visto che tra non molto dovrà morire…».

«Ecco, appunto…».

«Visto che tra non molto dovrà morire, anche se non sarà per mano mia, ho pensato di potermi confidare con lei».

«La ringrazio molto. È consolante morire informati».

«Tutte le posizioni importanti devono essere ricoperte esclusivamente da membri della famiglia, e soltanto da membri maschili quelle cruciali.

Ha riconosciuto questi comandamenti?».

«Se ho ben capito, sono tratti dallo statuto di Casa Redshield…».

«Perspicace.

Dunque, io posso essere importante, ma non cruciale, quando in realtà sono decisiva…!».

«Se avessi ancora delle prospettive di vita, appoggerei apertamente il suo partito…».

«Lei potrebbe appoggiarmi nelle ore cruciali della sua vita. Le ultime».

«È vero, la comprendo. Cosa c’è di più importante, cruciale e decisivo della morte?».

«Lei mi sta risparmiando molte inutili spiegazioni.

In realtà, però, c’è qualcosa di più importante della morte stessa…».

«Lei mi incuriosisce…».

«L’Oltretomba.

La morte è solo un passaggio, una porta.

E lei la varcherà con me…».

«Immagino abbia le chiavi».

«Non si preoccupi per questo: la Porta di Dite è sempre…».

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

Ancora raffiche!

«Ecco! Vede? È sempre aperta!

Figli di cadaveri rinsecchiti! Sono loro!».

Loro, chi?

«Presto! Nel tempio!», tuonò Hanna.

Un tempio...? E dove?

Bastarono pochi passi per vederne la porta…

L'avevamo quasi trovato!

Nella giungla è peggio che nella nebbia più fitta.

«Anamaria!», urlò la Redschield.

Mentre il suo braccio destro organizzava una linea difensiva all'esterno del tempio, Hanna mi portò con sé all’interno.

C’erano anche Chana, trasportata a braccia da due gorilla, e i membri superstiti della spedizione scientifica.

«Chi diavolo sono quelli?».

«Sono quelli che ha detto lei, Bruni.

Vuole vederli? Torniamo fuori, allora», non ebbi neanche il tempo di fiatare.

Mischiate alla macchia oscura, quasi un’unica cosa con quella, si intravedevano meschine figure sanguinolente, crivellate di colpi, ma in grado di stare in piedi.

«Vediamo adesso se sono sani».

«Sani? Quelli stanno peggio di Chana...».

«Stia a guardare…

Anamaria!».

Qualcosa stava per accadere.

La bella morona dai fianchi larghi, tipica messicana in carne, ma più vecchia di Chana, sui 50 ben portati, si rivolse a quelle ombre sanguinolente.

«Ehi, ragazzi! Ve la ricordate la vecchia Anamaria?

Vi faccio vedere qualcosa, non sparate, capito?!».

Controllò che i bottoncini cruciali del camicione fossero allentati al punto giusto, rivolse un cenno ai suoi uomini, lasciò la sua uzi e - incredibilmente - si espose al fuoco nemico, avanzando da sola nella piccola radura antistante l'ingresso del tempio.

«Ma...?».

«Zitto...», mi tacitò Hanna.

Si stava esponendo a un pericolo mortale.

Arrivò nei pressi di un tronco d’albero crollato a terra e vi montò a cavallo, ondeggiando scabrosamente avanti e indietro, palpandosi il seno, il ventre e i fianchi.

A quel punto, dalla macchia oscura, in tanti circondarono Anamaria.

Figure sanguinolente, crivellate di colpi, ma in grado di stare in piedi.

Il loro sguardo era assente come quello dei figuranti maya che obbedivano alla Redshield. Anche la foggia degli abiti sdruciti era la stessa, quella di antichi guerrieri maya.

Nessuno accorse in aiuto di Anamaria.

Io da solo potevo fare ben poco.

Il momento era cruciale.

Tuttavia il bracco destro della Redshield sembrava a suo agio.

Portò avanti lo spettacolo davanti a un pubblico più che attento, forse ipnotizzato.

Cominciavo a capire.

Voleva dominarli, ottenere il loro controllo.

Con me c'era riuscita.

«Ragazzi, vi voglio bene!», e allargò le braccia per complimentarli idealmente.

BANG

Fu in quel momento che si udì uno sparo.

Anamaria crollò in avanti, sul tronco dov'era seduta, con le braccia ancora larghe!

«Per Baal!», esclamò Hanna.

Stavolta non potevo rimanere fermo.

Un istinto folle mi spinse ad agire: mi gettai avanti, verso Anamaria.

RAT-RAT-RAT

Uno di quei miserabili fu crivellato di colpi dai suoi stessi compagni.

Dopodiché, la radura si svuotò come s'era riempita.

Rimanevano solo Anamaria, accasciata sul tronco, e il cadavere del cadavere.

La sollevai delicatamente, riportandola seduta.

Respirava, ma aveva un grosso buco sullo stomaco.

C'avrebbe lasciato la pelle!

«Non voglio morire...», sussurrò con un filo di voce.

Era piena di vita e l'aveva appena dimostrato.

I suoi uomini mi raggiunsero e la trasportarono dentro il tempio.

«Bruni... non vorrei che lei anticipasse la morte.

Mentre Mitla la rimette in sesto, concediamoci una parentesi, venga…».

«Ma c'è speranza...?».

«Spes ultima dea, gliel'ho già detto».

Hanna mi condusse tra i labirinti del tempio maya sepolto nell’inferno verde, come li conoscesse a menadito.

Stavamo lentamente scendendo, secondo un percorso vagamente elicoidale.

La luce, morbida e soffusa, filtrava da feritoie che evidentemente comunicavano con la superficie: un sistema raffinato e ingegnoso, ancora in buone condizioni o comunque rimesso a posto.

Alla fine della curva, la luce si fece più intensa, inondando il cunicolo.

«Dal ventre alla luce in soli nove minuti, Bruni…».

Lo stretto corridoio era sbucato all’interno di un cenote, appena sopra la superficie dell’acqua.

Infernale e meraviglioso insieme.

Mi sentivo rinato, forse era questo che intendeva Hanna.

«Bene, la gita è finita, ora torniamo all’inferno», e mi ricondusse nel corpo principale del tempio.

Chana era stabile.

Anamaria, invece, era in fin di vita, c'era concitazione intorno a lei.

Ero preoccupato, mi rivolsi alla Redshield.

«Non c’è niente che si possa fare per lei?».

«Sì, certo».

«Potrei sapere cosa, per favore?».

«John… prepara l’acido o la vecchia Sanchez crepa».

Uno dei suoi predispose una siringa.

«E spiega pure al Dottor Bruni di che si tratta», mi pose una mano sulla spalla. «Tanto rimarrà con noi per sempre…».

Il blackwater cominciò a parlare, guardandomi appena.

«Quando una ferita non è gestibile… aiutiamo il moribondo con un acido radioattivo… che lo tiene su… anche se poi è difficile uscirne, quasi impossibile…».

Il blackwater eseguì l’iniezione.

«In che senso è difficile uscirne?».

«Le radiazioni se la mangeranno. Avrà tumori dappertutto, ma una come la Sanchez sarà in grado di portarseli addosso per mesi».

«Ma...».

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

«Capo… attaccano di nuovo… sembra un altro gruppo rispetto a prima».

«Saranno i ricondizionati.

Aspettiamoli dentro e facciamola finita.

Aprirete il fuoco al mio comando.

La mia uzi...».

E mi trascinò con lei dietro un angolo, da cui teneva sott’occhio l’ingresso.

Sembrava quasi fossi diventato il suo assistente.

Il momento era senza dubbio cruciale.

«Potrei sapere chi sono i ricondizionati?».

«E va bene…

Tecnozombi ricondizionati attraverso una ghiandola pineale artificiale, loro impiantata dai servizi segreti cinesi.

Un negromante come Mitla li richiama a una parvenza di vita, ma poi per gestirli meglio gli inseriscono questo chip.

I nostri, invece, sono zombi biologici, provenienti da cimiteri locali; anche se talvolta fanno le bizze; ma con l'energia sessuale - come ha visto - possono essere addomesticati; lo zombi che ha ucciso Anamaria...».

«Ucciso?».

«Se non avesse preso l'acido, sarebbe crepata...

Quello zombi aveva probabilmente il chip cinese; vengono ricondizionati contro di noi.

Come questi... Ci siamo…

ADESSO!».

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

Un inferno di fuoco nel buio.

Proiettili di rimbalzo fioccavano in tutte le direzioni. Il rischio era altissimo.

L’eco degli spari sembrò durare più a lungo dell’intero conflitto a fuoco.

«Per il momento ne hanno avuto abbastanza… sono zombi, ma non stupidi, in grado di reagire agli stimoli innaturali del chip», mi spiegò la Redshield.

«Ma come si fa ad ammazzarli?».

«Testa o cuore... come noi del resto, non sono poi tanto diversi».

Eravamo rimasti in pochi, a quanto pareva…

Una mezza dozzina di blackwater, non di più; oltre agli zombi addomesticati, travestiti da guerrieri maya.

«Ma loro quanti sono?», domandai alla Redshield.

«Migliaia».

«Migliaia…?!».

«I cinesi sono molto avanti in questa tecnologia e i morti non mancano in nessuna parte del mondo.

Ma questa è la Porta dello Xibalba. Ecco perché è tanto importante».

«Chana lavorava per i cinesi?».

«No di certo. CIA non deviata. Una brava ragazza che ancora non conosce né il mondo, né l'inferno».

«I suoi colleghi, i superiori, adesso interverranno in forze, no?».

«Mi delude, Bruni. Forse non ha capito bene il mio nome. La CIA deviata lavora per noi e non ci sono non deviati tra i superiori di Chana Dobson, nome in codice Bodrilla.

Le stavo dicendo che questo tempio è l’accesso a una necropoli di guerrieri maya perfettamente conservata e meravigliosamente integrata nel suo ambiente naturale. Le radici delle piante avviluppano i cadaveri come sarcofagi viventi, mantenendoli in condizioni quasi impeccabili, come ha potuto vedere...

E ce ne sono molti altri da risvegliare, Mitla sta già provvedendo...», strinse i denti, mi sembrava affaticata. «Lasciami sola».

Ne approfittai per visitare Chana e Anamaria.

La ragazzona era pressoché incosciente, pur avendo gli occhi aperti; era una sorta di catalessi. Mi accertai che respirasse, sia pur debolmente.

Tutto sommato, considerato che aveva una decina di palle in corpo, l’effetto della polvere di Mitla era buono.

Anamaria, invece, era cosciente e febbrilmente ansiosa, come se l'acido le avesse messo il diavolo in corpo.

Si teneva una mano tra i capelli per la disperazione.

Ebbi voglia di scambiare qualche parola con lei.

«Ti sei ripresa, sono contento».

«Tu... tu sei quello... che è venuto per primo...».

«Sei una combattente, Anamaria; ho cercato di fare qualcosa.

So che dovrai pagare un prezzo. Ti va di parlarne?».

«Anche se mi assesto... tra poche settimane avrò il cancro…».

«E potrai guarire?».

«Dovrò curarmi… lottare…».

«Lo sai fare molto bene.

Vorrei esserci, se non ti dispiace».

«Sei un tipo molto strano...

Ti chiamerò...».

«Lotteremo insieme».

Tornai da Hanna.

«Lei è sola qui. Dove sono gli altri membri della famiglia, quelli che rivestono i ruoli cruciali?», era il momento di chiederglielo.

«Hanno molto fare… come forse saprà, amministrare la proprietà di cinquanta governi mondiali, solo tra i maggiori, richiede molto tempo».

«E lei perché è qui? Non poteva farsi una crociera?».

«Io sono qui… per andare oltre tutto questo… per rifondare il mio Impero».

«È un progetto folle. È come aprirsi una strada fra le montagne, o fondare una città dal nulla».

«L’abbiamo già fatto».

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

RAT-RAT-RAT

«Ci riprovano… prenda una uzi, Bruni. Il militare l’ha fatto, perciò si dia da fare».

Stavolta, però, era lei a non darsi da fare.

Quando l'incursione fu respinta, si voltò verso di me, mostrando bene la sahariana.

Aveva preso due pallottole nel fianco!

Nel corso della precedente incursione, evidentemente.

«Fabio… passami quello zaino…».

Con le mani sporche di sangue, estrasse quello che appariva un comune tablet ed eseguì alcune operazioni.

«Fabio… portami a crepare all’inferno…», aveva la bocca impastata di sangue. «Nel cenote… ti ricordi la strada…?».

«E l’acido…? Perché non prende l’acido?».

«No… niente porcherie… meglio… i vecchi sistemi… prendi solo… il tablet…».

«Come vuole…», era impossibile capirla.

La sollevai da terra e la trasportai a braccia lungo il cunicolo che portava all’interno della bolgia.

Stava crepando.

Finalmente arrivammo sul fondo del cenote, appena sopra il filo dell’acqua.

Hanna faticava a mettermi a fuoco.

«Cerchi di resistere, siamo lontani da tutto, ma non dobbiamo mollare…», provai a incoraggiarla.

«Io sono il centro… idiota… gli altri… sono lontani da me…

Se i miei segnali vitali… si indeboliscono… mio pa… », non la sentivo più.

FLAP-FLAP-FLAP

L’assordante rumore di un elicottero a bassa quota rimbombava all’interno del cenote.

Un nugolo di angeli neri calò all’improvviso su di noi.

Altri blackwater…

In pochi secondi, Hanna venne intubata, agganciata alla lettiga e trasferita all’interno dell’elicottero.

«Anche lui…», aveva detto un attimo prima.

Fu così che presero anche me.

Ero il suo assistente, adesso non c’erano più dubbi.

A bordo del velivolo, mi interrogai su quella frase troncata dalle pale dell’elicottero: se i miei segnali vitali si indeboliscono, mio pa…

Ah… l’amore paterno…!

Sicuramente decisivo.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

IL DILETTANTE

di Salvatore Conte (2011-2018)

IGNORANTIA MORBUS SINE CURA EST

(S.C.)

Dopo una lunga fuga, ero rimasto da solo a fare da tappo.

La pressione, comunque, si era allentata.

Rimanevano in sella soltanto Jesus Raza, il duro, il capo, ferito a una gamba, ma ancora pericoloso, e la sua fedele compañera, la bella e formosa Chiquita Mendez, esperta guerrigliera sempre fortunata negli scontri a fuoco.

I miei si erano portati dietro la Signora Grant, il pomo della discordia di questa brutta storia, neanche si chiamasse Elena.

In effetti si chiamava Maria, ma gli effetti erano stati gli stessi.

Il suo rapimento aveva spinto il Signor Grant a rivolgersi a dei professionisti. Ed era scoppiata una vera e propria guerra.

Perché i rapitori erano una banda di guerriglieri messicani, che tra una rapina e un rapimento si occupavano di Rivoluzione.

Fu così che finimmo in Messico, nel ventre della Sierra Madre.

E a me toccava fare da tappo.

Raza non voleva mollare e perciò dovevo aspettarmi il suo colpo di coda.

Un nugolo di sabbia prese a correre verso di me.

Qualcuno stava sollevando un polverone. E le possibilità erano soltanto due: Raza e Chiquita, Raza o Chiquita.

Forse erano tre, ma in quel momento non avevo tempo per i calcoli.

BANG

BANG

BANG

BANG

BANG

BANG

BANG

Risposi alla gragnuola di spari mirando alla nuvola di polvere.

«Urghh…», un grido soffocato.

Thud.

E un tonfo sordo.

Calata la polvere, vidi Chiquita a terra.

Era stata disarcionata. La fortuna le aveva voltato le spalle.

Sembrava proprio che l’avessi colpita.

Fatto stava che Chiquita era finita con la faccia nella sabbia e che da lì non si muoveva più.

«Raza…!».

«Sei ancora vivo, gringo?».

Tanto mi bastò. La voce era lontana.

Corsi verso di lei, uscendo allo scoperto.

La voltai supina e capii che non stava fingendo: aveva un buco da mezzo dollaro sullo stomaco…!

La bandoliera non l'aveva protetta.

Stavo per attaccarla alla borraccia del whisky, quando mi ritrovai una colt .45 puntata alla gola.

Sembrava tramortita e invece era vitale e pericolosa…

Mi fissò negli occhi.

Clic.

Aveva premuto il grilletto!

Ma la pistola era scarica.

Non aveva tenuto il conto.

E neanch'io.

Avrei potuto evitarmi un salto al cuore.

Lei, se avesse potuto, m'avrebbe ucciso con gli occhi.

«Oggi non sono fortunata», e stese le braccia, sconfortata.

Un attimo dopo gettò lo sguardo sul buco e si impennò.

«Cristo... non voglio morire... gringo... aiutami... troviamo un accordo...».

Da parte mia, non avrei scommesso mezzo dollaro bucato su di lei.

Era grossa, possente, quella pallottola c’avrebbe messo ore per ammazzarla, ma alla fine Chiquita sarebbe morta.

D’altronde, l’aveva capito lei stessa. Provava a reagire, era normale, chi non l’avrebbe fatto, ma sapeva di essere finita. La sua vita avventurosa si avvicinava all’epilogo. L’eden dei guerriglieri messicani stava per traslocare all’inferno.

«Bevi questo, Chiquita...».

Si attaccò al whisky.

«Ti ricordi… ancora… il mio nome…».

«Anche il resto, baby...».

Diedi un sorso anch’io, la sollevai in braccio, nonostante la stazza davvero impressionante, e mi portai al riparo di un costone.

La appoggiai di schiena contro il masso.

La Mendez si teneva lo stomaco con una mano sull'altra, ben sapendo che quella ferita avrebbe potuto uccidere anche una come lei.

«So quello che mi aspetta… ma la porterò... alle lunghe... Burt...

Tu... non avrai... il coraggio di...».

«Vedi di calmarti, Chiquita. Tu non mi servi, né viva né morta».

«Ma se ti fossi d'intralcio... tu...».

«Io... cosa?

Non sparo a sangue freddo, dovresti saperlo.

Neanche se me lo chiedono».

«Io... io non te lo chiederò... la voglio tirare... per le lunghe... Burt...».

«Non sarà piacevole, Chiquita».

«Tu pensa alla tua pelle... io... ho solo bisogno... di tequila...».

Avrebbe combattuto fino all’ultimo una battaglia che le era impossibile vincere.

«Spero che il whisky ti faccia bene lo stesso».

E le allungai la borraccia.

Riuscì a bere da sola. Era una dura.

«Ehi, gringo! L’hai accoppata la pupa?!», era la voce di Raza.

«È lei che ha sparato per prima, caprone!

Io non ho niente contro di voi!

Sono un professionista!

E quello che volevo l’ho già ottenuto!».

«Vaffanculo, gringo!».

Questo dialogo era concluso.

«Ti sei buttata all’assalto come una loca, Chiquita…».

«Ero sicura... di fregarti...

Tu avresti sparato... per ultimo...», era stata sincera.

«Così è stato, infatti.

E ti sei giocata la pelle per un caprone come Raza?

Una bella donna come te...».

Le mie parole la pizzicarono.

Abbassò gli occhi sulla ferita, allargò le mani, e li rialzò arrabbiata come una pantera affamata.

Era un pentimento.

«Lui… ama la yankee…», mormorò la messicana, quasi vergognandosene.

Lo stava scaricando.

«E la yankee?».

«Ama lui…».

Ora non avevo più dubbi.

La parola di un moribondo è sincera, la parola di un’amante tradita e moribonda è due volte sincera.

Proprio come nella vecchia storia di Elena, dunque: il cornuto che faceva passare per rapimento quella che era una fuga d’amore.

Mister Menelao m’aveva fregato come un pivello…

Sua moglie se n’era andata di sua volontà e io c’ero cascato in pieno.

Professionista o mercenario? Bounty-killer o sicario?

La differenza era sottile e in questa storia era svanita del tutto.

Per di più avevo ammazzato un bel po’ di gente, inclusa una bella ragazza messicana, che in fondo faceva la guerriglia a un Governo infame e che nella fattispecie si era impegnata, con i suoi compañeros, a recuperare una donna straniera rapita su commissione; cioè rapita dai miei uomini, per conto di quel gran cornuto di Mister Grant.

In quel mentre, Chiquita vomitò un fiotto di sangue.

La faccia della messicana si indurì, gli occhi guizzarono allarmati, la ragazza aveva paura.

«Burt... se continua così… non andrò tanto per le lunghe...

Eppure... conosco compagni... che se la sono cavata… con tre-quattro-cinque palle in corpo…».

Stava recriminando.

«Sono potente… no…? Che mi succede… non posso crepare così… il buco prima o poi si chiuderà… e io starò meglio… sono potente… Burt… e la pelle non ce la lascio… puoi scommetterci…».

«È meglio se ti fai un altro goccio, Chiquita».

Stavolta l'aiutai a bere.

La messicana ansimava disorientata. L'enorme petto si sollevava pesante come un macigno. La bocca era impastata di sangue.

L’aiutai a sputare, altrimenti sarebbe morta soffocata.

Potente o no, stava per calare il sipario. E forse più in fretta di quanto pensassi.

Il fatto che fosse tanto agitata e ansiosa di reggere aveva accelerato l’emorragia, con conseguenze terribili.

Mi guardò con aria interrogativa e quasi nello stesso momento prese a scivolare lungo il fianco, finendo a faccia in giù nella sabbia; le mani rimasero sotto il corpo; senza dubbio premevano contro la ferita.

La guerrigliera continuava a fissarmi, nonostante la scomoda posizione.

Si stava spremendo a fondo, pur di non cedere del tutto, ma sapeva di aver perso il controllo della situazione, nonostante fosse tanto sicura della sua potenza.

Era grossa, imponente, ciò la rendeva solida e soddisfatta di sé, ma in quelle situazioni gonfiare d’aria un petto come il suo diventava uno svantaggio enorme. Ecco perché stava morendo velocemente e senza scampo, nonostante avesse sperato di resistere a lungo.

E intanto continuava a fissarmi.

Forse si aspettava qualcosa da me; quantomeno una reazione.

«Burt... aiutami...», si fece esplicita.

Già… ma come?

«Chiquita… prova a tirarla per le lunghe».

«Sì… ma come… dammi la mano...», la fece uscire dal corpo, gliela presi.

Non serviva a molto, ma almeno la accompagnavo all'inferno.

«La tua mano… è calda... Burt...».

«Non ho mirato, Chiquita. Non avevo intenzione di ucciderti.

Ho sparato a una nuvola di polvere», era l’ultima occasione che avevo per spiegarglielo.

«Che importanza ha… adesso... sto lottando... per fare... quello… che mi hai chiesto... non voglio morire così…», mi guardò con occhi allucinati e la bocca aperta.

Così presto, insomma. Non ci credeva più. Ora si accontentava di guadagnare qualche minuto. Era disperata. Una bella donna uccisa nel pieno del suo fulgore e della sua forza.

Raza non si faceva più sentire, dovevo stare in guardia.

Un grande strepito di cavalli giunse a sbloccare la snervante impasse.

I miei erano tornati. Con loro c’era Mister Menelao Grant.

Lo scambio non era ancora avvenuto. La puzza di bruciato aveva prevalso.

La Signora Grant notò Chiquita a terra e scattò verso di lei.

«Dov’è Raza?».

«È vivo e nei paraggi, tranquillizzatevi».

«Chi è stato?», domandò perentoria, ormai tranquillizzata, alludendo a Chiquita.

Non c’erano molte alternative.

Sembrava sinceramente preoccupata.

Si piegò sulla messicana e la voltò supina, cercando di individuare l’origine del problema.

Non ci volle molto: allargò la mano di Chiquita e il buco sullo stomaco comparve eloquente.

La Grant rimase interdetta.

Ripiegò sulla ferita la mano della guerrigliera e aggiunse la sua, voltandosi verso di me in attesa di spiegazioni.

Diciamo che avrei dovuto fare da tappo, non bucare la borraccia. Quella pallottola sarebbe toccata a Raza, se il gran dritto non avesse mandato avanti la compañera.

«Mi è piombata addosso all’improvviso…

Non ho avuto il tempo di mirare…».

Dovetti giustificarmi ancora una volta. Forse è il prezzo da pagare quando si ammazza una bella donna.

Le passò una mano tra i lunghi capelli corvini.

«Chiquita…», non sapeva cosa dire, c’era poco da dire.

Gli occhi della messicana erano rivolti al cielo, senza che potessero vederlo, anche se fremeva per riuscirci ancora.

Era entrata in piena agonia. Le mancava davvero poco. Altro che tirarla per le lunghe. L’avevo freddata.

«Burt… non voglio… morire così…», insisteva, nonostante tutto, cercando di raccogliere le ultime forze, ma era la tipica difesa d’ufficio di chi sta per crepare e non lo ha ancora accettato.

Elena Molly Grant mi guardò. Non sapeva cosa fare.

Scossi la testa, ma le tornai a fianco.

«Chiquita… la tua fine… non devi accettarla… prova a reggere un altro po’…», era questo ciò che la guerrigliera voleva sentirsi dire, quasi un mantra che l’accompagnava nella fossa.

«Sì… non voglio… morire così…», era contenta, infatti; non si rassegnava; era divenuta fragile.

«Può davvero farcela?».

Scossi la testa alla domanda della Grant.

«Mi dispiace, le manca poco», parlai sottovoce.

«Voi la state illudendo, allora…».

«È quello che vuole anche lei.

Voi siete amiche, nonostante tutto?».

«Tutto cosa? Noi siamo compagne di lotta… ci battiamo contro il corrotto Governo federale del Messico, che è appoggiato da quello nord-americano… cioè il nostro, Signor Lancaster».

«Se ora vi credo, lo dovete a lei, Signora Grant.

Debbo quindi riconsegnarvi a vostro marito, o preferite il bandito messicano?».

«Jesus Raza non è un bandito, ve l’ho detto, è il capo di una legittima rivolta, è la voce del popolo messicano oppresso».

«Sì, una voce calibro 45…».

«È la stessa dei plotoni d’esecuzione, i fucili sono nord-americani, infatti.

E comunque io voglio lui».

«Così sia, allora».

«Dite sul serio?».

«Dico sul serio».

«Mio marito non la prenderà bene».

«Lo so.

Questo è affar mio».

«Aspettate… voglio fare qualcosa per lei».

«Cosa?».

Le stava tamponando la ferita, con inutile zelo.

«Non lo so, qualcosa…».

«Allora fatela… io intanto vado a tener buono vostro marito».

«Burt… Burt…».

Malgrado tutto, aveva capito che stavo per lasciarla.

«Chiquita… sono qui… sei brava a tirarla per le lunghe…».

«Non voglio morire così… io… io ci provo…», la sua determinazione era incredibile, si illudeva sul serio.

«Ora, però, devo lasciarti, ho del lavoro da sbrigare. Tu non mollare, non accettare la fine».

«No… non voglio morire così… Burt… dammi un bacio…».

Le labbra erano fredde e cianotiche, Chiquita era vicinissima alla fine.

Riusciva a respirare senza alzare il petto, una tecnica di sopravvivenza imparata alla svelta e in estremo, ma non sarebbe bastato. Ormai cercava solo di guadagnare minuti su minuti, senza pensare ad altro.

La paura la stava uccidendo insieme alla pallottola, le stava avvelenando l’anima.

«Non avere paura, o sarà finita, Chiquita. Cerca di sorridere come facevi una volta, okay?», fu il mio ultimo consiglio.

«Okay… so che mi hai ucciso… Burt… ma io non voglio… morire così…», era troppo disperata per ragionare. C’era da capirla, stava morendo male, come una cagna avvelenata. Era sola perché mi odiava, ma anche lei aveva provato a uccidermi.

«Addio, Chiquita».

Diedi un’ultima occhiata alla messicana morente che si arrovellava l’anima nella polvere della Sierra.

Me la lasciai alle spalle, come una vittima di troppo, una delle tante, forse la più penosa, di sicuro la più bella, ma dopo tre passi fui interrotto.

«Ahh!», era l’ex Signora Grant.

Vidi lo scorpione azzurro scivolare via.

«State tranquilla, è innocuo.

Vi ha punto?».

«Non me…», diresse lo sguardo verso il collo di Chiquita.

In effetti c’era un segno: era stata pizzicata.

«Non se n’è nemmeno accorta, purtroppo.

Comunque lo scorpione azzurro è innocuo, anzi gli sciamani dicono che sia in grado di curare molte malattie».

«Il piombo non è una malattia, Signor Lancaster».

«È soltanto una delle più rapide, Signora Raza».

Proprio in quel mentre la messicana ebbe un lieve sussulto e gli occhi si fissarono per sempre su qualcosa che noi non potevamo vedere.

Elena scoppiò in lacrime. In fondo era morta nel tentativo di raggiungerla e liberarla.

«Cercate di farvi forza.

Io vado dal Signor Grant».

BANG BANG BANG

BANG BANG BANG

BANG BANG BANG

La cosa non finì a belle parole.

Ma loro non erano dei professionisti e questo ebbe la sua fottuta importanza.

Mister Grant non si sarebbe più risposato.

Era stata legittima difesa. Mi scusai con i miei e salvo le spese passai l’ingaggio alla Vedova, quale regalo di seconde nozze; o terze, chissà.

Non rimaneva che mettere sotto terra Chiquita. E questo toccava a me.

Il problema fu presto risolto.

Al seguito di Grant c’era un carro, con tanto di badile.

Avevo cominciato a scavare, ma venni presto interrotto.

«Mhh… erghh…», un rantolo, una bavetta bianca sbrodolata dal labbro, insieme a un grumo di sangue.

Il volto mortalmente pallido, ma gli occhi vispi.

Si accorse di me e mi guardò.

Gli sciamani sbagliano raramente.

Fatto fu che la coricai sul carro di Grant e la riportai indietro con noi.

In fondo era uno scambio alla pari.

Un pensiero su Chiquita, a quel punto, mi sorse spontaneo.

Superata la frontiera, la portai da un dottore.

Menzionai l’episodio dello scorpione e gli feci notare la puntura.

Il dottore rise.

Forse sta ancora ridendo.

Per lui la pallottola non aveva colpito organi vitali.

Però a me, pur non essendo un dottore, non risultava che ci fosse mezzo dollaro di niente dentro una pancia, specialmente in uno stomaco.

Per lui la messicana aveva semplicemente avuto fortuna.

Compresi in quel momento che un professionista come me stava parlando a un dilettante.

Perlomeno, però, riuscì a non rovinare l’opera; della fortuna o della natura, chissà.

In ogni caso, bel colpo di coda, Chiquita…

Anzi, bel colpo di coda!

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