Thunderwhore

Quinto Stadio

La maledizione di Blackmoor Castle

La fine di Anna

Magliana 2.0

Diabolik: Gita al mare con rapina

THUNDERWHORE

di Salvatore Conte (2024)

0

Giamaica, Port Royal, 7 Giugno 1692.

La tua amata città natale, Port Royal, è covo di pirati e assassini di ogni specie, provenienti da diverse zone del mondo; inglesi, francesi, spagnoli, olandesi, ma anche danesi, svedesi, indigeni e schiavi liberati provenienti dall'Africa.

E tu, vecchia canaglia, non sei da meno.

Alcuni in cerca di ricchezza, altri di gloria, altri ancora di vendetta, mercanti, pirati, corsari e mercenari senza scrupoli hanno fatto di Port Royal il luogo ideale dove concludere affari, di qualunque affare si tratti.

Effettivamente, da quel che hai potuto vedere in giro per le taverne, tutti i pirati che battono le acque caraibiche vengono qui a dividere il bottino e a spenderlo in donne e festeggiamenti; qui, a Port Royal, dove lo status sociale è determinato dal numero di pistole possedute.

È proprio a causa di queste peculiarità che la città viene spesso ribattezzata la “Sodoma del Nuovo Mondo”.
Oggi è sabato ed è il giorno del tuo quarantottesimo compleanno.

L'hai festeggiato degnamente, in compagnia di Luaxana, una grossa puttana di cui ti sei invaghito, ormai stanca di Port Royal.

Hai un piano per lei. E uno per te.

Con questa grande cessa al fianco, ti sarà facile essere accettato da qualunque ciurma sbarchi a Port Royal.

Uscite insieme da casa tua. La strada è molto trafficata. Sono le dieci del mattino e come sempre la città brulica di persone affaccendate nelle più diverse attività.

Vi trovate nella parte est di Port Royal, lungo High Street, a poca distanza dalle porte che conducono all'esterno, verso la lingua di terra e sabbia chiamata Palisades, che collega la città al resto della Giamaica.

Un grande trambusto, proveniente dall'esterno delle mura, attira la tua attenzione.

A ovest, invece, alla fine della strada, si trova il porto, con le sue locande malfamate sempre piene di avventurieri in transito.
Se vuoi dirigerti al porto, cammina fino all'1; altrimenti, se vuoi controllare cosa stia succedendo fuori dalle mura, avviati al 148.

1

Vi incamminate verso ovest in direzione del porto.

Sei in compagnia di Luaxana, la più grossa puttana di Port Royal (e forse dei Caraibi); nessun altra può competere con lei.

Al pari di oggi, se ne va spesso in giro con il camicione sbottonato a cuneo, gonfiato dai grossi seni e dalla pancia molle; si dice che sappia anche sparare, tanto da essere chiamata Thunderwhore: la puttana che tuona!

Passeggi con calma, gustandoti questa giornata di sole, gli sguardi rapiti dei passanti e quelli invidiosi delle donne.

Superate la Vecchia Chiesa e le viuzze del Mercato, e raggiungete infine la zona portuale.

Oggi è una giornata movimentata, un nuovo carico è arrivato dal vecchio continente e al molo i facchini si avvicendano a ritmo frenetico.

Un anziano dai capelli unti, con indosso una divisa da ufficiale inglese, grida a squarciagola: «Due real d'argento a chi ci aiuta a scaricare la mercanzia! Fatevi avanti!».
Di fronte al molo, la Tortuga Tavern non ha ancora aperto i battenti, ma il portone è semiaperto e supponi che a quest'ora vi siano solo gli inservienti intenti a pulire.

Decidi di curiosare un po' e di raccogliere qualche chiacchiera.

Vai al 196.

 

14

Cerchi di non farti spaventare dall'ambiente tetro e inospitale, e procedi a passo lento nell'acquitrino.

La melma fredda e densa ti fa desiderare ardentemente di non aver mai lasciato il villaggio arawak, ma procedi imperterrito lasciandoti guidare soltanto dall'istinto e dalla memoria. Per ore procedi in direzione sud senza intravedere mai la fine della palude, accompagnato dal rumore degli insetti e dei piedi che affondano nel fango.
Vai al 284.

 

38
Il ponte è in fermento. Ogni uomo della ciurma sembra essere indaffarato, mentre la Bookaneer si avvicina sempre di più al mercantile spagnolo.
Quando mancano una cinquantina di metri all'abbordaggio, la vostra imbarcazione effettua una brusca virata a sinistra e una voce possente risuona sopraccoperta: «Fuoco a dritta!».
Un boato impressionante squarcia la calma. Le palle chiodate sparate dai cannoni danneggiano le vele nemiche, colpendo anche un gran numero di marinai.
La Bookaneer esegue quindi una veloce manovra per avvicinarsi abbastanza da poter lanciare i rampini.
«All'arrembaggio!», grida il Capitano, dando inizio all'attacco; scarica le sue due pistole sui primi bersagli a tiro, poi estrae una sciabola e un pugnale, immergendosi nella battaglia.
Come il resto della ciurma, salti sul ponte dello sloop spagnolo, portandoti appresso Luaxana, visibilmente spaventata.
Vai al 149.

 

43
La notte scorre tranquilla.
Al risveglio hai finalmente il tempo di guardarti attorno; sei sorpreso da come un branco di criminali possa essere così organizzato. Nella nave non manca nulla, sebbene tutto sia razionato, e vi sono persino galline rinchiuse in piccole gabbie, grazie alle quali si ha una produzione giornaliera di uova.
Dopo dodici ore di viaggio in direzione sud-est, all'alba dell’8 giugno 1692, la vedetta si precipita giù dalla coffa e avverte il resto della ciurma: «Un brigantino a palo! Si direbbe un mercantile spagnolo!».
Il Capitano piomba fuori dalla sua cabina.
«All'armi, ciurmaglia! C'è un bersaglio all'orizzonte! Tutti ai posti di combattimento!»; poi si gira nella tua direzione: «Tu e la tua amica, trovatevi un'arma decente e preparatevi all'arrembaggio!».
«Ma io so combattere solo per gioco! Non voglio finire spanzata!», protesta Luaxana al tuo indirizzo, appena il Capitano si concentra su altro.
«Non fare storie, pensavi fosse un viaggio di piacere? Baderò io a te».
L'armeria è al 167. Una volta effettuata la vostra scelta, continua a leggere a partire da questo punto.
Mentre vi preparate, fai in tempo a notare che la vedetta sta prontamente issando una bandiera spagnola, per trarre in inganno la possibile preda.
La presenza accanto a te di Luaxana ti esalta: vai al 38.
La grossa sgualdrina potrebbe lasciarci la pelle e il grasso, potrebbe cadere sotto i tuoi occhi…

48
Nonostante la sciabola sia un’ottima arma da usare contro uno stocco, la maestria del Capitano annulla ogni vantaggio che potresti avere dalle armi stesse.
È Luaxana che – con grande coraggio – spezza l’impasse, andando a disturbare il Capitano con il suo coltellaccio da cucina.
Tu ne approfitti subito.
Vai al 173.

 

50

Grazie alle zinne di Luaxana, riesci a farti assegnare un lavoro meno fastidioso.

Oltre alle mille battutine che la riguardano, riesci a distinguere anche alcuni discorsi relativi ai progetti del Capitano. Da ciò che ti sembra di aver capito, ha intenzione di compiere qualche saccheggio per poi ripiegare verso un temporaneo rifugio, ancora da stabilire.
Vai al 241.

 

56

Ti avvicini al gruppetto di pirati. Sono ancora intontiti dalla sbornia della sera precedente e parlano a bassa voce tra loro.
Se desideri dire: “Sono Jack Sparrow. Voglio unirmi alla vostra ciurma!”, vai al 141.
Se preferisci non disturbare la loro conversazione, esci dalla taverna. Vai al 227.

 

64
L'agile mercenario impugna lo stocco con scioltezza; dà l'idea di essere un bravo combattente.
Purtroppo non hai tempo per masticare una foglia di kuka.
A malapena riesci a sbirciare in direzione di Luaxana, che sibila qualcosa nei tuoi confronti: «Maledetto…».
«Prendi una foglia!».
Con il pugnale che ti ha trafitto ancora in pancia, affronti eroicamente il mercenario.
Se possiedi un pugnale e desideri usarlo, vai al 297.
Se possiedi una sciabola e desideri usarla, vai al 279.

76
Se desideri utilizzare una dose di foglie di kuka, annota il numero di questo paragrafo e vai al 195, poi continua a leggere da qui.
Il mercenario giace a terra in un lago di sangue e il tuo viso è ora trasfigurato dalla frenesia della battaglia. Lanci uno sguardo a Luaxana, che - ingobbita - si tiene il pugnale in pancia con ambo le mani. Subito dopo si tira su dritta come niente fosse: le foglie di kuka hanno fatto effetto.
Ti guardi attorno roteando il capo con un rapido gesto; lo scontro continua su quasi tutto il ponte della nave anche se ti sembra stia volgendo a vostro favore.
Ti avvicini alla grossa cessa di Luaxana e le tiri fuori il coltello dalla pancia con un gesto secco, mentre perdura l’effetto delle foglie; un attimo dopo, fai altrettanto con te stesso, senza avvertire il minimo dolore.
Vi trovate a babordo, all'estremità opposta rispetto a dove avete effettuato l'arrembaggio, e devi decidere verso quale direzione procedere.
Se vuoi dirigerti a prua, vai al 36.
Se preferisci dirigerti a poppa, vai al 296.

 

84

Lo sguardo di Barbanera sembra trasfigurato: «Sarà la nostra nuova ammiraglia! Questa notte, durante la festa, approfittando della confusione, ci impadroniremo dello sloop massacrando ogni anima che si metta sul nostro cammino!», esclama, piantando un pugnale sul tavolaccio di legno.
Black Bart raccoglie l'arma restituendola all'amico.
«Calma, furfante! Tagliare teste, solo quando necessario!

Basterebbe pagare un paio di prostitute per distrarre quei quattro sfortunati che saranno in cantiere la notte di capodanno...».
Barbanera estrae un altro pugnale, piantandoli entrambi sul tavolo.
«Non sprecherò neanche un real, se li tolgo di mezzo a modo mio!».
Black Bart si alza in piedi e dice: «Facciamo decidere a Luaxana!

Cosa te ne pare?».
Barbanera annuisce sbuffando, mentre raccoglie con sdegno i propri pugnali.
«Per me va bene! Ma sappiate che non sborserò...».
«Nemmeno un real, abbiamo capito!», confermate all'unisono.
Se Luaxana asseconda il piano di Bart, vai al 175.
Se preferisce appoggiare il massacro proposto da Ed, vai al 157.

 

86

In quel momento un gran numero di torce spuntano sulla spiaggia; sembra un gruppo di persone proveniente dal porto.
Si avvicinano producendo un incredibile baccano e vi affrettate a concludere le operazioni per il varo, maledicendo la malasorte.
«Non so cosa vogliano quelli, ma non ho intenzione di scoprirlo!», esclami con fermezza.
Moody si precipita a poppa e preso il timone dello sloop, impartisce gli ordini necessari alla partenza.
«Lasciate le cime! Bordate le gabbie! Ai posti di manovra!».
In quel momento giunge al cantiere il gruppo con le torce; stanno inseguendo un ragazzo dall'esile corporatura che corre come se fosse inseguito dal diavolo.

Alla vista dello sloop, si getta in acqua e prende a nuotare nella vostra direzione. Un paio di uomini cercano di inseguirlo a nuoto, ma l'impressionante agilità del ragazzo gli permette di raggiungere la vostra imbarcazione in un paio di minuti.
«Uomo in mare!», grida Bart, quando si accorge del ragazzo, appeso a una cima rimasta in acqua.
«Pare che abbiamo trovato il nostro primo mozzo!», esclama Barbanera, divertito, sporgendosi fuoribordo per vederlo meglio.
Mentre lo issate a bordo, fissi le luci di Port Morant, dove la festa per il secolo entrante continua.

Nel frattempo l'imbarcazione si allontana dalle acque costiere di Morant Bay con a bordo il suo primo incredibile equipaggio.
Vai al 292.

91
I
pugnali fendono l'aria veloci come proiettili e ti affidi ai tuoi riflessi per cercare di evitarli. Colpiscono nelle seguenti direzioni: Centro, Sinistra, Sinistra, Destra.
Confronta questa sequenza con quella scelta da te al paragrafo precedente (Sinistra, Destra, Sinistra, Centro).
Se le direzioni coincidono, significa che il pugnale ti ha colpito.
Se non coincidono, tu sei salvo, ma non altrettanto Luaxana, che viene colpita dai pugnali lanciati in direzione Centro.
«AH!», senti il suo grido di dolore, un attimo prima che tocchi a te!
Ma non è finita!
Lo scattante mercenario, che non sembra possedere altri pugnali, estrae uno stocco, pronto a dare battaglia!
Vai al 64.

 

100

Con uno scatto istintivo ti abbassi a sufficienza per evitare la lama sibilante.
«Ci vuol ben altro per colpirmi! Ed ora tocca a te...».
Mentre dici questo sollevi il tuo pugnale, come a volerlo lanciare nella sua direzione.
Lo sbigottito pirata indietreggia spalmandosi contro il muro.
«Ehy, ehy, ehy... calma. Non volevi un posto a bordo?».
Il tuo sguardo si fa serio, ma il pirata non sembra molto spaventato.
«Certamente! Ma ora i posti sono due, e non credo farai storie per il secondo...».
«Perché, il secondo per chi sarebbe?».

«Per lei...».

«Per la barba di mio nonno!

Siediti e beviamo alla tua salute, benvenuto nella ciurma, Jack!».
Ti siedi al tavolo e bevi un abbondante bicchiere di rum Kill Devil. Luaxana rimane in piedi, alle tue spalle.

Dopo pochi attimi una figura appare sulle scale che portano alle stanze del piano superiore.

Si tratta di un donnone imponente.

«Si può sapere chi sta bevendo il mio rum?».
L'uomo che ti ha ingaggiato, a quanto pare il Quartiermastro della nave, si alza e spiega l'accaduto.
Il Capitano si unisce al tavolo, iniziando a raccontare aneddoti d'avventura, parlandoti come fossi un membro dell'equipaggio da tutta la vita.

Il tempo passa in fretta e ben presto il Capitano ordina a tutti gli uomini di prepararsi a tornare alla nave.
Vai al 118.

 

118

Sei dunque arruolato agli ordini del Capitan Zinnagrossa, una vecchia zoccola che vuole potere.

La donna non ti lascia indifferente, potresti puntare su di lei, anche se avrai Thunderwhore con te.

Assieme ai tuoi nuovi compagni, t'incammini verso il molo dove è ormeggiata la Bookaneer.
L'aria frizzante e calda riempie i tuoi polmoni. Espiri con calma dopo essere salito sul ponte della nave. Guardi la città, finché non senti una voce sfibrata risuonare a poppa: «Uomini! Tutti ai posti di manovra! Salpiamo tra dieci minuti!».
Vai al 209.

 

132

Il grosso pirata barbuto ti scruta con fermezza: «Solo una persona mi chiamerebbe così... per tutte le meretrici, sei vivo! E pure Luaxana!».
«Che piacere rivederti!

Andiamo a bere del rum per festeggiare!».
Vai al 208.

 

133

Mentre gironzolate, osservando i preparativi per la notte di capodanno,
noti uno strano movimento all'entrata di un vicolo.
Ti avvicini cautamente e vedi un losco personaggio con una lunga ispida barba scura, che porta numerose pistole in una vistosa bandoliera.

Sta inveendo contro un marinaio che tiene sotto tiro con due trabucchi; nel frattempo un suo compagno lo sta incitando al duello e pare divertirsi un mondo.

Anche se non ne puoi essere certo, ti sembra di riconoscere in quel brutto ceffo barbuto il tuo vecchio compagno Ed.
Se desideri richiamare l'attenzione dei pirati e chiarire il dubbio immediatamente, vai al 219.
Se preferisci attendere che si risolva la disputa, vai al 234.

 

141

Uno dei pirati al tavolo ti risponde bruscamente.
«Smamma, coglione! Torna più tardi, non vedi che stiamo parlando?».
Se desideri accettare il consiglio dell'indisponente energumeno, vai al 227; se invece preferisci insistere, vai al 166.

 

148

A poca distanza dalle mura est della città, dove la strada si inoltra lungo le Palisades, un gruppetto di uomini sbraita mentre crea un capannello attorno a due combattenti; si tratta di un duello, una contesa che secondo le leggi dei pirati dev’essere risolta a terra.

I due energumeni, armati di sciabola, si danno lotta senza tregua e sai che uno dei due dovrà morire.
Se vuoi vedere come va a finire, vai al 32; altrimenti dirigiti al porto, andando all'1.

 

149
Vi trovate a tribordo, nella sezione centrale della nave, e accanto a voi, su entrambi i lati, si ergono due alte sartie. Ovunque sulla nave c'è grande tumulto. D'un tratto un grosso marinaio, con in mano una lunga corsesca, ti prende di mira. Evidentemente pensa tu sia un avversario facile da sconfiggere, visto il suo sguardo sicuro mentre si fa strada per raggiungerti.
«Ci penso io!», Luaxana ha osservato tutto e decide di entrare in azione, sparando.
Vai al 264.

164
Il Capitano, un uomo sulla quarantina dall'ottima forma fisica, è visibilmente affaticato e riporta alcune ferite leggere.
Fissandoti negli occhi, pianta lo stocco sul solido ponte di legno e come un fulmine estrae due tra le innumerevoli pistole che spiccano appese alla sua bandoliera.
Le punta verso di te prendendo la mira per un breve istante, poi preme il grilletto, mentre il suo stocco ondeggia ancora, piantato al suolo.
Vai al 203.

 

166

Fai un passo in direzione dei pirati.

Non fai in tempo ad aprire bocca che un sibilo improvviso ti avverte dell'arrivo di un coltello, lanciato nella tua direzione.

I tuoi riflessi sono ottimi, ma non è facile schivarlo a una distanza cosi ravvicinata.
Vai al 100.

 

167
Un membro della ciurma, chiamato Dolly a causa del suo corpo estremamente glabro, vi guida verso l'armeria e vi mostra le armi a disposizione.
«Prendete soltanto un'arma e una munizione a testa, o non ne rimarranno a sufficienza! Intesi?».
Annuite mentre fate la vostra scelta tra pugnale, sciabola o pistola (con una sola munizione).
Luaxana ti guarda fiera, puntandoti per scherzo la pistola scarica.
«Bum!», preme il dito sul grilletto e mima uno sparo. «Credo che prenderò questa! Ho già un'arma per il corpo a corpo…», con evidente allusione al grosso seno, ma non solo…
Ripone la pistola nella cintura e ti mostra sorridente un coltellaccio da cucina rimediato in chissà quale taverna.
«Nessuno oserebbe scannarti, Luaxana: combatteremo fianco a fianco, e conserverai la pelle».
«Certo… a 60 anni penso sia presto per crepare».
La donna se li porta abbastanza bene, la tunica giallastra, sbottonata a cuneo sul grosso seno, la svecchia, ma gli anni ce li ha tutti sul groppone.
Tu prendi una sciabola.
Una volta effettuata la scelta, Dolly si avvicina a voi allungandovi un paio di sacchettini di tela contenenti alcune foglie di un verde intenso.
«Queste sono foglie di kuka, una pianta speciale... se la mangiate in battaglia vi aiuterà a sopportare il dolore e la fatica... c’è gente che ha continuato a combattere con le budella di fuori…».
Luaxana si passa una mano sulla pancia gonfia di ciccia.
Ringraziate il vecchio marinaio e tornate insieme sul ponte, andando al 43.

 

169

Nonostante tu sia seriamente preoccupato per Luaxana, dopo le cattive notizie giunte dalla medicheria di Port Morant, decidi di seguire l'arawak; subito dopo ti recherai a visitare la grossa cessa che ti sei portato dietro. La possibilità che rimanga uccisa non è certo remota, purtroppo. La ferita non le dà tregua, e benchè massiccia, potrebbe cedere.

Nessuno fa caso a te mentre esci dalla Saint Thomas Tavern e ti avvicini all'enigmatico indigeno pirata. Vi avviate verso il cancello nord del villaggio, oltre il quale si estende un'area acquitrinosa dalla densa vegetazione.
«Cosa intendevi dire con quelle parole, vecchio?».
L'arawak continua a guardare fisso davanti a sé e risponde con tono pacato: «Ben presto ti sarà tutto chiaro...».
La tua pazienza si sta rapidamente esaurendo e devi decidere cosa fare.
Se sei convinto di voler assecondare l'indigeno, vai al 187.
Se vuoi minacciarlo per fargli sputare il rospo, vai al 13.
Se non vuoi perdere altro tempo e preferisci divertirti in taverna, prima di andare da Luaxana, vai all'80.

 

170

Sei un comune membro della ciurma, ma per esserti distinto in battaglia ogni compagno aggiunge mezzo real alla tua quota, che diventa quindi di 6 pezzi da otto e 2 reales; inoltre ti viene affidata anche la quota di Luaxana; speri di addolcirla un po' con tutto quel denaro.

Una volta diviso il bottino, la taverna riapre i battenti e si dà il via alla festa.
Vai al 180.
 

173
Il Capitano giace morto ai tuoi piedi!
Attorno a voi la battaglia volge al termine e il risultato è una netta vittoria per i pirati di Zinnagrossa. I vostri compagni si accalcano per complimentarsi con voi, cominciando subito a tamponarvi le ferite.
Tu e Luaxana siete gli eroi del giorno, e lo stesso Capitano esalta il vostro coraggio.
Vai al 174.

174

È passato un giorno dall'arrembaggio, al quale ti senti fortunato di essere sopravvissuto, sebbene malconcio.

Hai visto il volto della morte e al solo pensiero ti si accappona ancora la pelle; per di più Luaxana ti tiene il broncio da ieri: non accetta di aver sentito il ferro nelle budella ed è preoccupata per il decorso della ferita, perché l'emorragia non si è ancora completamente arrestata.

Si crede una gran fica, una regina; non vuole essere considerata carne da macello.
Nonostante siano passati circa due giorni, il fumo provocato dalla distruzione di Port Royal è ancora visibile in lontananza, come ultimo testimone del tragico evento.
Vi state dirigendo a Port Morant; pare che il Capitano abbia intenzione di farne la propria base operativa in attesa di trovare un luogo più adatto.

La ciurma è in fermento poiché tra meno di un giorno dormirete avvolti da comode lenzuola, possibilmente in compagnia di qualche amabile prostituta.
Vai al 192.

 

175

Trascorrete la serata in taverna, bevendo e cantando strofe popolari, poi all'incirca alle ventitre vi incamminate verso il cantiere in compagnia di tre amabili prostitute, le quali purtroppo desiderano essere pagate in anticipo.

Dato che Ed è stato chiaro riguardo al non voler spendere per questa faccenda, dovrete dividere i costi tu e Bart.
Quando raggiungete il luogo, ti accorgi che il compagno di Barbanera aveva ragione; soltanto alcuni individui sorvegliano l'imbarcazione, cinti attorno un tenue fuoco. Le ragazze non perdono tempo, avvicinandosi con movenze accattivanti e raccogliendo subito commenti piccanti, per poi farsi condurre all'interno dell'officina del cantiere.

Finché rimarranno persi tra le grazie delle meretrici, i custodi saranno disattenti.
Vai al 263.

 

176

Poco prima che l'uomo riesca a premere il grilletto, un pugnale lanciato dalla spiaggia fende l'aria silenzioso, colpendo in pieno il tuo aggressore, che stramazza a terra in preda a convulsioni.

Non fai in tempo a battere ciglio che i tuoi compagni l'hanno già spedito all'altro mondo, trapassandolo più volte con la sciabola. Allo stesso tempo, dalle ombre della spiaggia sbucano due figure.
«Capitan Frazer! Moody! Che mi caschi la barba! Grazie dell'aiuto!», esclama Barbanera.
«Abbiamo sentito i vostri discorsi giù in taverna e vi abbiamo seguito... volevo soltanto augurarvi buona fortuna», dice Anna Frazer, avvicinandosi allo sloop. «Inoltre il vecchio Moody desidera unirsi al vostro equipaggio... credo che fareste bene ad accettare, anche se preferirei non lo faceste!».
Barbanera si avvicina al bordo dello sloop: «Ci farà comodo uno con la sua esperienza! È in mare da più tempo di chiunque altro, quella vecchia carcassa!».
Tutti ridono alla battuta, compreso Moody, che sale a bordo dimostrando un'agilità non comune tra gli uomini della sua età.
Vai all' 86.

 

180

Improvvisamente il locale si riempie; è abbastanza comune che i pirati diventino generosi in giornate come questa e molti cittadini ne approfittano per bere gratis.

Ascolti con scarso interesse i discorsi dei presenti, e tra i tanti pettegolezzi uno ti colpisce in particolar modo. Gira voce che un giovane pirata, autoproclamatosi corsaro, stia facendo piazza pulita dei nemici dell'Inghilterra, dai Caraibi a New York; il suo nome è Capitan Kidd.
Se sei al seguito del Capitano Zinnagrossa, vai al 313; altrimenti vai all'80.

 

187

L'indigeno dice di chiamarsi Ichirouganaim. Ti guida attraverso l'acquitrino con incredibile sicurezza e procedete a rilento, affondati fino al polpaccio, in una puzzolente melma nera.

Nell'arco di un'ora i rumori di Port Morant si fanno sempre più lontani, fino a sparire completamente.
Vai al 201.

 

192

È la mattina del 10 Giugno 1692 e la splendida insenatura di Port Morant è già ben visibile all'orizzonte.

Coloro tra di voi che sono marinai esperti si impegnano nelle manovre necessarie all'attracco e in meno di due ore vi trovate già sulla banchina di Port Morant, un piccolo villaggio inglese costruito su un'area paludosa, che in una quarantina di anni i coloni sono riusciti a trasformare in terreno fertile e rigoglioso.
Le due navi, la Bookaneer e il mercantile spagnolo, sono saldamente ancorate nelle acque placide del porto e il Capitano, affiancato dal Quartiermastro, conducono l'orda di marinai assatanati lungo le stradine fangose della città.

Due tra i più forti dei tuoi compagni trasportano a fatica un forziere. La gente del luogo è abituata alla presenza di bucanieri e pirati; nessuno sembra particolarmente infastidito, né incuriosito dalla vostra presenza.

Luaxana è stata trasportata in barella dal medico, le sue condizioni non sono buone.

«Vattene...», ti ha detto.
Una volta raggiunta la principale taverna del villaggio, la Saint Thomas Tavern, il Capitano intima all'oste di chiudere i battenti gettando sul bancone un'abbondante manciata di pezzi da otto.

Tra le urla di gioia della ciurma, l'oste si precipita a sprangare porte e finestre, mentre iniziate a dividere il bottino ottenuto con il saccheggio del mercantile spagnolo.
Se ti sei distinto, uccidendo il Capitano, vai al 170.
Se non hai abbandonato il posto di combattimento fino a fine scontro, vai al 21.
Altrimenti, se hai disertato, abbandonando il posto di combattimento, vai al 212.

195
Mangiare le foglie di kuka può restituirti un po’ di vigore.
Dopo aver mangiato le foglie inizi a percepire uno strano tremolio nei muscoli e d'un tratto ti senti invadere da una prorompente ebbrezza; ora ti senti invincibile.
Torna al paragrafo dal quale sei venuto.

 

196

Entrate nella taverna semivuota.

L'odore nauseabondo del vino e del sangue rappreso rimasto per terra dopo le inevitabili risse della sera precedente invade violentemente le tue narici e ti vedi obbligato a coprirti la faccia con le maniche della camicia.

Stessa cosa fa Luaxana.
Una ragazzina sta pulendo il pavimento e un paio di avventurieri parlano tra loro a bassa voce, in un angolo della sala. Non c'è segno dell'oste e ti domandi se non sia veramente troppo presto.

Vuoi parlare con gli avventurieri al tavolo? Vai al 56.
Se l'idea non ti soddisfa, puoi sempre fare un giro per la città fino a che non apre la taverna (227).

 

201

Ben presto superate l'acquitrino, penetrando nella selva.
Dopo un'altra ora di marcia raggiungete un piccolo villaggio arawak, costruito nei pressi di un ruscello.

Il volto di Ichirouganaim sembra rilassarsi alla vista della sua gente. Si avvicina ad alcuni bambini pronunciando parole a te incomprensibili, e improvvisamente questi ultimi corrono via in direzione della tenda più grande del villaggio.
«Non c'è posto migliore in tutta Xaymaca!», esclama l'arawak, allargando le braccia.
«Xay...», lo fissi con stupore mentre procedete verso la grande tenda.
«Era così che si chiamava questa terra prima dell'arrivo dell'uomo bianco... significa terra ricca di acqua e legno».
Detto questo accelera il passo, procedendo verso la grande tenda.

Dopo alcuni minuti di animate discussioni, vieni fatto accomodare all'interno della tenda, dove alcune donne stanno preparando un comodo letto di foglie in cui ti indicano di stenderti. Nel frattempo, un individuo agghindato con feticci di ogni sorta fa il suo ingresso nella grande tenda con in mano un idolo di legno.

Quello che pare essere il capo tribù, porge al sacerdote uno strano inalatore di bambù, a forma di Y, e un contenitore di legno colmo di una polvere marrone.
«Lo yopo lo aiuterà a mettersi in contatto con gli dei...», ti sussurra Ichirouganaim.
Dopo una lunga litania, il sacerdote inala tutta la polvere in un solo colpo. Un violento tremore sembra scuotere tutto il suo corpo, prima di piombare in stato di trance.
I suoi grugniti e balbettii diventano ben presto parole, che Ichirouganaim traduce per te, sussurrandotele all'orecchio.
«Si trova in una taverna... forse a Port Morant, forse no... ci sono molti uomini ubriachi... d'improvviso si trova al porto... sì, è di certo Port Morant... una grande nave con le bandiere gialle... sembrano insospettiti, agitati... un gruppo di uomini ben armati risale il villaggio... si dirigono alla taverna... sangue... un'ondata di sangue... è la fine!».
Lo sciamano si risveglia dalla trance, emettendo un urlo spaventoso.
Ichirouganaim si avvicina a lui con fare agitato, scambiando un paio di parole e in breve ritorna da te.
«Ho domandato al sacerdote quando avverranno questi eventi...», ti dice con amarezza, «e la risposta è stata: sono appena avvenuti!».
«Le bandiere gialle...», esclami, «non possono essere che spagnoli!

Questo vorrebbe dire che gli spagnoli stanno massacrando la nostra ciurma a Port Morant in questo momento?».
Il triste silenzio dell'indigeno non lascia spazio a dubbi; il sacerdote ha appena visto la fine di Capitan Zinnagrossa, portata via agonizzante, e della sua ciurma.

Le calme parole dell'arawak pesano come macigni: «Non c'è nulla da fare amico mio, hai sentito le parole dello sciamano... è la fine.

Riposati qui questa notte, poi deciderai cosa fare della tua vita...».
Se credi alle parole di Ichirouganaim e decidi di rimanere al villaggio questa notte, vai al 194.
Se vuoi comunque provare a far qualcosa, o semplicemente se non credi alle parole degli indigeni e preferisci tornare subito a Port Morant, per mettere in salvo Luaxana, vai al 240.

 

203
Spingi lontano Luaxana e ti accucci, schivando i colpi.
Il rinculo generato dagli spari fa retrocedere il Capitano, che barcolla leggermente; hai il tempo di effettuare un attacco rapido lanciando un pugnale: proprio quello che ti aveva colpito, ancora sporco del tuo sangue.
La lama va a segno, ma il Capitano non molla: ripresosi dal momentaneo disorientamento, raccoglie il suo stocco, pronto a dare battaglia al 230.

 

208
Prendi posto a sedere attorno ad uno dei rozzi tavoli di legno della Catherine Tavern in compagnia di Luaxana, Ed e di un suo amico.
«La ciurma mi chiama Barbanera...», vi dice Ed sogghignando.
«Come te la sei passata in questi anni, vecchio mio?», domandi, dopo aver tracannato un bicchiere di pessimo rum. «Noi abbiamo fatto parte della ciurma di parecchi Capitani, fino a quello attuale, Anna Frazer...».
Barbanera sgrana gli occhi dallo stupore.
«Anna Frazer? Ma siete matti? Quella è la peggior sottospecie di mignotta che...», si interrompe qualche secondo, poi continua, «sentite... che ne dite di unirvi a noi? Il Capitano Quelch è un tipo in gamba...».
«Non credo di volerlo fare... ma sarebbe diverso se creassimo la nostra compagnia...».
Ed osserva, cercando di capire se fai sul serio.
«Ci sono uomini della ciurma che mi seguirebbero anche all'inferno, ma Quelch non merita un ammutinamento...».

Il compagno di Ed, finora rimasto in silenzio, interviene nella discussione: «Senza dubbio. Non tradirei mai il vecchio Quelch!

Ci sarebbe comunque un'alternativa...».
Detto questo fa una lunga pausa e si crea un improvviso silenzio al tavolo.
«Per tutti i trabucchi! Sputa il rospo, Black Bart!», sbotta Ed.
«Mi è parso di vedere Quelch, là fuori... mah... in ogni caso la provvidenza ha fatto sì che uno sloop fresco di scalpello sia pronto per il varo in un cantiere mal custodito alla periferia della città... si tratta di una commessa di Thomas Wright, il mercante...».
«Come fai a sapere queste cose?», domandi incuriosito.
«Indiscrezioni del porto...», risponde Bart, strizzando l'occhio.
Vai all' 84.

 

209

Mollate gli ormeggi e vi dirigete al largo.

Per ora nessuno pretende nulla da te o da Luaxana.

Dopo circa mezz'ora dalla partenza, un forte boato si fa udire: proviene da Port Royal. La ciurma si fa inquieta e si accalca sul ponte per osservare la città che sembra essere vittima di un assedio da parte di navi inesistenti.
««Un terremoto!»», gridano alcuni.
In breve, una gigantesca onda si scontra con la nave, facendola dondolare violentemente, per poi tornare al suo assetto originale, senza evidenti danni.
Nell'arco di pochi minuti assistete impotenti alla distruzione di Port Royal; la città è sprofondata per tre quarti nelle acque della baia, dove galleggiano già corpi e detriti. I pochi edifici rimasti in superficie ardono in fiamme formando una colonna di fumo nero in cielo. Molti membri dell'equipaggio, compreso te stesso, hanno almeno un familiare in città e questo rende la scena ancora più agghiacciante.
Il Capitano si fa scuro in volto, si leva il cappello stringendolo alle grosse zinne, poi esclama: «Non si torna indietro!».
Vai al 243.

 

219

Ti avvicini al gruppo gridando: «Ed! Sei per caso tu?».

Il bruto dalla folta barba, colto di sorpresa, si volta di scatto puntandoti un trabucco carico. Con l'altro continua a tenere sotto tiro il marinaio.
Vai al 132.

 

230
Il Capitano nemico è deciso più che mai a respingere il vostro arrembaggio. Ondeggia sicuro in attesa di una tua mossa.
Se possiedi un pugnale e desideri usarlo, vai al 268.
Se possiedi una sciabola e desideri usarla, vai al 48.

237
Uno dei marinai del mercantile, forse uno dei mercenari a guardia del carico, ti prende di mira quando nota che cerchi di avanzare verso l'interno della nave.
Interrompi la tua marcia, ma è troppo tardi: il mercenario ha già lanciato contro di te due pugnali e si prepara a lanciarne altri due. Non hai tempo di ragionare e devi agire d'istinto, cercando di evitare i pugnali con quattro rapidi movimenti del corpo. Puoi scegliere ogni volta fra tre direzioni: Centro, Sinistra, Destra.
Scegli la sequenza che desideri realizzare (ad esempio: Destra, Sinistra, Centro, Destra).
Una volta preso nota dei movimenti, dirigiti al 91.
Ma se ti salvi tu, ci rimette Luaxana, che è proprio dietro di te!

 

240

Con uno spintone micidiale allontani l'arawak, mentre esci dalla grande tenda senza voltarti indietro, procedendo a passo sostenuto sulla via che hai percorso all'andata.

A nulla servono le esortazioni di Ichirouganaim a rimanere al villaggio, le cui urla si odono per oltre mezz'ora fino a sparire in lontananza.
Attraversi la foresta senza sosta fino a trovarti completamente avvinto dall'oscurità. La luna è una sottile striscia in cielo.
Se vuoi proseguire verso Port Morant, vai al 14.
Se preferisci tornare al villaggio, vai al 220.

241
Il primo giorno scorre lentamente, ma senza troppa fatica sul groppone.
Luaxana è sempre più convinta che qualcosa di buono uscirà fuori, da quest’avventura.
Se tuttavia ci hai ripensato, puoi approfittare della quiete notturna per rubare una scialuppa al 120; altrimenti scendete sottocoperta al 43 per riposare.

 

243

Una volta in mare aperto, il Quartiermastro vi chiama a rapporto per illustrarvi i vostri diritti e doveri sulla nave, recitando più volte quello che chiama "Codice dei Pirati".

CODICE DEI PIRATI
1) Ognuno ha diritto di voto nelle questioni in discussione;

ha egual diritto a cibo fresco e liquori.
2) Nessuno deve giocare a carte, dadi o altri giochi d'azzardo
utilizzando denaro.
3) Luci e candele devono essere spente alle otto di sera;

se un uomo, dopo quell'ora, ha ancora inclinazione a bere,

dovrà farlo sul ponte scoperto.
4) Se un uomo viene sorpreso a rubare alla compagnia,

gli saranno tagliate le orecchie e il naso

e sarà messo a terra in un luogo deserto.
5) Le armi devono essere tenute pulite e pronte all'uso.
6) Nessun bambino piccolo e nessuna donna

sono ammessi a bordo (salvo eccezioni).
7) Disertare la nave o la postazione in battaglia

è punito con la morte o l'abbandono in un luogo deserto.

In battaglia, la parola del Capitano è legge.
8) A bordo non sono ammessi duelli

e le dispute debbono essere terminate a terra.
9) Se un marinaio dovesse diventare storpio

a seguito di una battaglia,

riceverà fino a 800 pezzi da otto dalla cassa comune,
a discrezione del Quartiermastro.
10) 2 parti del bottino vanno al Capitano,

1 parte e mezza al Quartiermastro

e 1 parte al resto dell'equipaggio.

Si dovranno anche conservare 2 parti nella cassa comune.

Lo sloop sul quale viaggiate, la Bookaneer, è leggero ma resistente.
Si tratta di un vascello di quaranta piedi ad un solo albero, equipaggiato con due vele quadre e tre fiocchi. È estremamente veloce e con il vento adeguato, capace di compiere manovre eccezionali. La ciurma è composta da uomini di varie nazionalità, tra cui un paio di schiavi africani liberati, uno svedese e un indigeno arawak.
Dato che siete gli ultimi arrivati nella ciurma del Capitan Zinnagrossa, a voi toccano le mansioni più repellenti e fastidiose.
Vi vengono messi in mano due spazzoloni e sai che vi aspettano attività alquanto spiacevoli.

Qua ci vuole un'idea, anzi due.
Vai al 50.

 

262
Luaxana è stata preziosa, ma adesso ti rendi conto di quanto sia cruento e pericoloso un arrembaggio e temi per la tua vita.
Se non sei sicuro di voler affrontare la morte, sei ancora in tempo per scappare. Se vuoi farlo, corri al 26, altrimenti fatti forza e continua a leggere.
Il corpulento marinaio è ormai fuori combattimento e dirigi il tuo sguardo avanti, scrutando nella mischia per individuare il fulcro della battaglia.
Avanzi qualche metro tra quella marmaglia furibonda, colpendo chi ti capita a tiro, tenendo sempre coperta Luaxana, mentre la tua camicia si tinge ben presto di un rosso intenso.
Raggiungete in questo modo una zona più aperta, al centro esatto della nave.
Vai al 237.

 

263

Lo sloop, pronto per essere varato all'alba di domani, si trova a poca distanza dall'officina del cantiere. Lo raggiungete e salite a bordo con poche agili mosse. Anche Luaxana, nonostante la stazza imponente, si disimpegna bene.

Barbanera e Black Bart sono esperti marinai e non è difficile per voi realizzare in breve le manovre necessarie a fargli prendere il mare per la prima volta.
«Non ha ancora un nome», sussurra Bart, con evidente eccitazione.
«Ci penseremo più avanti!», dici, voltandoti in direzione della spiaggia. «Ora svigniamocela!».
In quel momento, poco prima che issiate le vele pronti a partire, un uomo sbuca da sottocoperta; evidentemente si era nascosto in attesa di un momento propizio. Impugna una pistola e procede puntandola nella tua direzione, apparentemente intenzionato a spararti.
Vai al 176.

264
«Brava! Ben fatto!».
Il colpo preciso di Luaxana manda in frantumi il ginocchio destro del malcapitato marinaio, che si accascia emettendo strazianti urla di dolore, impossibilitato a proseguire il combattimento.
Vai al 262.

279
La tua sciabola è più resistente del suo stocco e avanzi con sicurezza, nonostante il pugnale nella pancia, liberando un poderoso fendente.
L’hai fatto secco!
Vai al 76.

 

280

Il 31 Dicembre del 1699, dopo circa otto anni dal terremoto e dalla fatidica notte di sangue, finalmente rimetti piede a Port Morant.

Le tragedie di Port Royal e Port Morant ti hanno accompagnato come un'ombra spaventosa durante tutti questi anni.

Luaxana è sempre più logora e appesantita, ma è rimasta una grossa fica e ha conservato il suo soprannome.

Per lei è come se fossero passati 20 anni da quella notte tragica, quando se la vide davvero brutta: è rimasta segnata, ma riesce ancora a difendersi.
Adesso siete al seguito del Capitan Anna Frazer, un'altra donna, un'altra sbottonata, ma soprattutto una persona arrogante e senza scrupoli che non rifiuta nessun tipo di carico, esseri umani compresi.

Da quanto sei riuscito a capire, è ricercata dalla marina britannica per crimini commessi sulle coste dell'oceano indiano. Quando è ubriaca, come oggi, riesce a essere simpatica e parla spesso di un luogo chiamato New Providence, che gli uomini dicono essere il paradiso dei pirati.

Dopo aver diviso il bottino dell'ultima preda come di consueto, ti avvii tranquillo per le vie di Port Morant, che ora non è più un semplice villaggio ma una piccola città. Ci sono parecchie taverne, artigiani e a quanto pare, anche un grande emporio dove è possibile acquistare di tutto.

Capitan Zinnagrossa fa il puttanone di lusso in uno dei tanti bordelli. Evidentemente, l'ha scampata grossa anche lei.

La Saint Thomas Tavern esiste ancora, ma non ci pensi nemmeno ad andarla a visitare.
Oggi la città è in fermento e si respira aria di festa; tutti si preparano all'avvento del nuovo secolo.
Passeggi tranquillamente per la città, in compagnia della tua donna, procedendo al 133.

 

284

Avverti qualcosa di strano nell'aria e ti fermi di scatto.

Il rumore sordo di un grosso essere sembra venire nella tua direzione e decidi di arrampicarti su alcune alte mangrovie per allontanarti dal suolo paludoso.

In breve un terrificante alligatore giunge sul luogo, agitandosi nel fango con impazienza.
Riesci a scorgere la sua figura nell'oscurità della palude e preghi che non fiuti la tua presenza un paio di metri sopra di lui; le mangrovie sono fragili e potrebbe facilmente spezzarle.
Non ci vuole molto prima che il grosso rettile si stanchi dell'infruttuosa ricerca, abbandonando il luogo.

Una volta sicuro della sua assenza, ridiscendi al suolo proseguendo la marcia e alle tre del mattino circa raggiungi infine Port Morant.
Al tuo arrivo, ti attende l'orribile verità: la Saint Thomas Tavern è distrutta e al suolo ci sono mucchi di cadaveri.

Ti guardi intorno e senti un debole lamento provenire da dietro il bancone.
Si tratta di uno dei tuoi compagni. È gravemente ferito e ti parla a fatica, mentre sputa grumi di sangue: «È stato quel maledetto indiano... gli spagnoli... mio Dio, è stato un massacro!».
Non puoi fare nulla per lui, senza esporti in prima persona e decidi di andartene, per andare subito da Luaxana, presso la medicheria, nella speranza che gli spagnoli non siano arrivati pure lì.

Per fortuna, no; ma le buone notizie sono finite.

Le condizioni di Luaxana si sono ulteriormente aggravate.

«Finalmente sei arrivato, ragazzo.

Non le rimane molto, stalle vicino.

Purtroppo non c'è stato modo di fermare l'emorragia», ti dice il medico.

«Luaxana... sono Jack... riesci a sentirmi?».

La grossa cessa ti riconosce a stento.

È stordita, gli occhi fissi sul soffitto.

«I nostri compagni sono tutti morti, anche Zinnagrossa pare sia crepata.

Per le tettone è una brutta nottata, mi dispiace.

Saresti morta di più qui.

Invece, in questa maniera, non sei ancora finita.

Allora... mi perdoni, o no?».

«No... mi fa rabbia... crepare così..

Voglio... che anche tu... soffra...».

La paura della morte l'ha sconvolta, non l'hai mai sentita parlare in una maniera così fredda e crudele.

Le appoggi una mano sulla ferita, cercando di calmarla.

«Luaxana... io ti sono vicino...

Provaci fino all'ultimo...

Anch'io non me l'aspettavo...».

Ma è tutto inutile, è chiaro che non sarebbe arrivata all'alba.

I tuoi sogni sono finiti presto.

A meno che la grossa mignotta non riesca a gestirsi, perché a quel punto avresti fatto bottino sul serio!

Vai al 280.

 

292

È mattina e il sole scintilla luminoso nel cielo terso.

Vi trovate all'interno degli alloggi di poppa del vostro nuovo sloop e state per concludere una riunione in cui avete deciso i vostri ruoli e le vostre prime regole.

Come proposto da Ed, decidete di adottare il Codice dei Pirati.

«John Rackam!», risponde deciso il nuovo mozzo della nave.
«Perfetto...», riprende Black Bart, «ora il libromastro è completo!».
Detto questo rilegge la lista ad alta voce, perché tutti possano sentire: «Christopher Moody, Nocchiero; Bartholomew Roberts, Quartiermastro; Edward Teach, Capoguardia; John Rackam, Mozzo; Luaxana, detta Thunderwhore, Guardia scelta.
E visto che Moody ha deciso di non accettare la carica di capitano, Jeff Rocknan, Capitano!».
«Evviva il Capitano!», gridano i tuoi compagni, mentre uscite sul ponte scaldato dal sole del mattino.
Festeggiate bevendo l'ottimo rum trovato da Bart nella stiva dello sloop, che avete deciso di battezzare Golden Age.
Nella stiva della nave ci sono anche vettovaglie, utensili da cucina, coperte, armi, munizioni, mappe, sestanti e ogni sorta di oggetti necessari durante la permanenza in mare. A quanto pare Wright aveva preparato lo sloop ad un lungo viaggio ed è probabilmente questo che ti aspetta; un lungo viaggio.
Congratulazioni Jeff! Sei finalmente diventato Capitano di un vascello pirata, concludendo con successo la tua avventura.

Ma soprattutto sei il fortunato uomo di Luaxana Thunderwhore, potente e terribile come nessuna!

F I N E


296
Cercando di evitare le lame degli avversari, vi addentrate tra la massa di uomini furibondi fino a raggiungere il quadro di poppa.
All'entrata degli alloggi riservati agli ufficiali, il Capitano nemico si trova in piedi, con in pugno un lucente stocco.
Ai suoi piedi giacciono tre corpi senza vita; si tratta di tuoi compagni. Il suo sguardo torvo ti gela l'anima. A quanto pare sei tu il suo prossimo obbiettivo.
Vai al 164.

 

313

Ti siedi in un angolo del bancone, quando un componente della ciurma, un taciturno indigeno arawak dai lineamenti severi, si avvicina a te.
«Non dovresti rimanere qui...».

Lo scruti con attenzione cercando di intuire il significato di quelle parole.
«Perché mai dovrei andarmene?», dici infine, alzando le spalle.
L'arawak ti fissa con i suoi intensi occhi neri.
«Il Dio Cielo e la Dea Terra mi hanno parlato... tu hai un grande destino... ma potrebbe non compiersi...».
Stai per rispondere, quando vieni investito in pieno da Ed, un altro compagno, già completamente ubriaco, che ti scaraventa giù dallo sgabello sul quale sei seduto.
«Vieni a divertirti, Jack... per tutti i satanassi, non stare li impalato come una sardina affumicata!».
Mentre dice questo ti rovescia mezza bottiglia di rum in testa, tra le risate incontenibili della ciurma.

Quando ti rialzi noti che l'arawak si trova già sulla strada, dalla quale ti guarda mentre procede lentamente verso nord.
Se vuoi seguire l'indigeno, vai al 169.
Se preferisci darti ai bagordi, vai all'80.

QUINTO STADIO

di Salvatore Conte (2025)

Le piaceva viaggiare; adesso è già molto se riesce ad alzarsi dal letto.

Layla Jasim è arrivata al Quinto Stadio, un livello non codificato dalla letteratura scientifica, ma importante per segnalare questa situazione estrema: una delle metastasi ha superato per dimensione il cancro originario.

Nel caso specifico è la metastasi all'utero, ormai fuori controllo.

Lei vorrebbe farsi operare, ma nessun medico dell'ospedale si prende la responsabilità: la libanese è una donna prestigiosa, con molto seguito.

E così è costretta a languire sul proprio letto, in attesa della fine, sognando di viaggiare ancora.

Layla riceve molte visite; ogni volta si sforza di accennare un sorriso per non deludere i fans; per il resto non fa calcoli su quanto le rimanga e prova a tirare avanti.

È viva solo grazie al suo fisico massiccio; fosse stato per le cure che ha ricevuto, sarebbe già morta.

Il suo caso ha destato l'attenzione dei Collezionisti.

È una donna poco oltre i 50, possente, di buon carattere; dà fastidio che abbia poco da vivere.

Il Club dei Collezionisti ha deciso di aiutare Layla Jasim: verrà interrogato l'Algoritmo Generale e saranno applicate le procedure necessarie.

A Layla sarà applicato l'algoritmo della camomilla, ove lo zucchero diventa la terapia necessaria alla conservazione della vita: se il destino della donna rimane troppo amaro, bisogna aggiungere altre cure e non accontentarsi di vederla crepare dopo una disperata agonia e qualche giorno di terapia intensiva.

Layla sta sempre peggio e ha paura.

L'ospedale è sotto assedio, perché ormai si teme il peggio da un giorno all'altro.

La libanese è cosciente e continua a ricevere parenti, amici e fans.

Nessuno si rassegna alla sua fine.

Il Primario annuncia che Layla verrà operata all'utero.

È al Quinto Stadio, ma ancora in cura, e non va considerata finita.

Dopo l'intervento, la malattia ritornerà al Quarto Stadio.

C'è preoccupazione, ma anche entusiasmo tra i numerosi fans che affollano l'ospedale.

«Altro zucchero, dottor Milani», ha detto proprio così, ero lì vicino, e non è la prima volta che glielo sento dire.

«Forse stava prendendo il caffè...».

Un ammiratore della Jasim riferisce agli altri le parole del Primario, rivolte a un assistente che regolava delle manopole intorno al letto della paziente.

«Ma quale caffè...! Layla è in fin di vita, il Primario non si prende il caffè al suo capezzale; è preoccupato anche lui; e pare sia stato minacciato di morte».

«Da chi? Da noi, in quanto fancazzista ignorante?».

«Se fossimo stati noi, ci avrebbero subito arrestato».

«Forse era un modo di dire, tipo: più vitamine... più chemio... più plasma...».

«No, c'è qualcosa di strano».

«Pensi che non la curino bene?».

«No, questo no. Adesso Layla è monitorata costantemente, c'è sempre qualcuno intorno a lei; in questo sono quasi ossessivi».

«E allora di che ti preoccupi?

Fatti una camomilla, ben zuccherata, che è meglio...».

«Bah, forse avete ragione voi, ragazzi».

LA MALEDIZIONE

DI BLACKMOOR CASTLE

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

La nebbia di Londra avvolgeva Baker Street come un sudario grigio, trasformando le sagome dei lampioni a gas in fantasmi tremolanti.

Era una di quelle sere autunnali in cui il Tamigi sembrava sussurrare segreti antichi, e l'aria umida portava con sé l'eco di carrozze lontane e il lamento di un violino malinconico. Al 221B, Sherlock Holmes sedeva nella sua poltrona preferita, la pipa tra le labbra, immerso in un silenzio meditabondo. Di fronte a lui, il dottor John Watson sfogliava distrattamente un giornale, lanciando di tanto in tanto uno sguardo al suo amico.
«Una serata tranquilla, Holmes», mormorò Watson, rompendo il silenzio. «Troppo tranquilla, forse. Mi chiedo se il mondo del crimine non si sia preso una pausa».
Holmes sorrise debolmente, gli occhi acuti fissi sul fuoco scoppiettante nel caminetto. «Il crimine non si ferma mai, Watson. Aspetta solo il momento giusto per emergere dalla nebbia».
Proprio in quel momento, un bussare energico alla porta interruppe i loro pensieri. La signora Hudson, la fedele padrona di casa, annunciò una visitatrice inaspettata. «Una signora americana, signor Holmes. Dice che è urgente».

Entrò Pamela Shoop, una figura che sembrava fuori posto in quell'ambiente vittoriano come un lampo di colore in un quadro in bianco e nero.

Era una donna di mezza età, con i capelli biondi arruffati in una pettinatura voluminosa che ricordava le mode d'oltreoceano. Il suo viso, un tempo forse affascinante, era segnato da gonfiori innaturali, conseguenza di anni di abusi: droghe, alcol e farmaci che avevano lasciato il loro marchio. Indossava una camicia sgargiante a quadri verdi e blu, sbottonata quel tanto da rivelare una scollatura audace, poco consona alle rigide convenzioni londinesi. Camminava con andatura incerta, sostenendosi al bastone, e il suo respiro era affannoso, come se ogni passo le costasse uno sforzo immane.
«Signor Holmes, dottor Watson», esordì con un accento americano marcato, la voce rauca e tremante. «Mi chiamo Pamela Shoop. Vengo da Boston, ma il destino mi ha portato qui, in questa città di ombre e segreti. Ho bisogno del vostro aiuto. Sto morendo, e non è solo la malattia... c'è qualcosa di più oscuro».
Holmes la scrutò con il suo sguardo penetrante, notando immediatamente i segni: le pupille dilatate, il pallore malsano, il modo in cui si stringeva l'addome. «Si accomodi, signorina Shoop. Watson, un brandy per la signora, o preferisce qualcosa di più forte?».
Pamela si lasciò cadere sulla poltroncina, ignorando l'offerta. «No, grazie. Ho già abbastanza veleni nel mio corpo. Ho un cancro all'intestino, stadio 3; in America vuol dire che è molto avanzato, non so qui da voi; però io so che non è naturale. Qualcuno mi sta avvelenando, signor Holmes. Lentamente, inesorabilmente».
Watson aggrottò la fronte, scambiando uno sguardo con Holmes. «Avvelenamento? Signorina, il cancro non è causato da veleni comuni. Potrebbe essere una conseguenza delle sue... ehm, abitudini passate».
Lei scosse la testa, gli occhi pieni di una disperazione febbrile. «No, dottore. Tutto è iniziato sei mesi fa, quando ho ereditato un castello in Scozia da un parente lontano che non sapevo nemmeno di avere. Il Castello di Blackmoor, sulle Highlands, un posto maledetto, avvolto in una nebbia perpetua, con torri che sembrano artigli contro il cielo grigio. Sono andata lì per reclamare l'eredità, pensando che fosse la mia salvezza: soldi, un posto dove ritirarmi, lontana dal caos di Boston. Ma da allora, la mia salute è crollata. Ho trovato lettere antiche nella biblioteca del castello, parlavano di un'antica maledizione, di delitti irrisolti avvenuti tra quelle stesse mura. Qualcuno – o qualcosa – non vuole che io viva per godermelo abbastanza».
Holmes si chinò in avanti, intrecciando le dita. «Interessante. E quali prove ha di questo avvelenamento?».
Pamela frugò nella sua borsa logora e tirò fuori una fiala di vetro, contenente una polvere biancastra. «Ho trovato questa nelle mie stanze al castello. L'ho assaggiata, sa di amaro, come i farmaci che prendo, ma più forte.

E poi ci sono stati incidenti: un'alabarda si è staccata dall'armatura e a momenti mi tagliava in due; un incendio nella biblioteca, quando stavo leggendo i diari di famiglia.

E visioni... fantasmi nella nebbia, che sussurrano il mio nome; la Vergine di Norimberga che mi abbraccia...

Ho assunto oppiacei per il dolore, alcol per dimenticare, ma ora so che è tutto collegato.

Il mio parente è stato ucciso, ne sono certa, tramite un delitto mascherato da incidente. E ora tocca a me. Sono venuta a Londra perché ho sentito parlare di voi. Solo voi potete risolvere questo mistero, prima che mi porti nella tomba».
La nebbia fuori dalla finestra sembrava addensarsi, come se il castello scozzese avesse esteso le sue ombre fino a Baker Street. Holmes accese la pipa, un bagliore di eccitazione nei suoi occhi. «Molto bene, signorina Shoop. Watson, prepara le valigie. Partiamo per Blackmoor all'alba. Misteri, delitti, castelli avvolti nella bruma... sembra l'inizio di un'avventura degna di nota».
Mentre Pamela annuiva debolmente, grata, l'orologio batté la mezzanotte. La nebbia inghiottì la strada, e con essa, i primi fili di un intreccio che avrebbe portato Holmes e Watson nelle profondità di un enigma antico, dove la linea tra malattia e maledizione si dissolveva come fumo nel vento.

Pamela Shoop sedeva sulla poltrona di velluto logoro, la camicia a quadri sbottonata sul petto invitante, quasi a sfidare le convenzioni vittoriane. Il suo respiro era corto, il colorito terreo; le mani tremavano leggermente mentre stringeva la fiala di polvere biancastra.
«Arsenico misto a laudano», sentenziò Holmes, dopo un esame rapido con la lente. «Dosaggi calibrati per aggravare una patologia preesistente. Il vostro cancro all’intestino, signora Shoop, non è solo una condanna medica: è un’arma».
Watson, che aveva appena finito di auscultarle il cuore, scosse la testa con gravità. «Stadio 3… con questo veleno cronico, i sintomi si sovrappongono perfettamente. Ma chi? E perché?».
Pamela alzò gli occhi. «Il castello. Blackmoor. L’ho ereditato da un prozio che non ho mai conosciuto. Un vecchio eccentrico, morto in circostanze mai chiarite; dicono "caduta accidentale" dalle torri. Ma io ho trovato i diari di famiglia: parlavano di una maledizione, di veleni tramandati di generazione in generazione, di un tesoro nascosto che qualcuno non vuole dividere».
Holmes si alzò di scatto.

«Il treno per Inverness parte all’alba. Watson, porta la tua valigetta medica; e il revolver. La nebbia delle Highlands nasconde più di quanto riveli».

Il viaggio fu un susseguirsi di binari sferraglianti e paesaggi sempre più selvaggi. Man mano che il treno saliva verso nord, la civiltà sembrava dissolversi: prima le fabbriche fumanti, poi le colline brulle, infine le torri nere di Blackmoor che emergevano dalla bruma come dita scheletriche puntate al cielo.
Il castello era immenso e decrepito: mura di pietra coperta di muschio, finestre ad arco spazzate dal vento, un ponte levatoio che cigolava come un lamento. Pamela li guidò attraverso il grande salone, dove arazzi sbiaditi raffiguravano cacce medievali e duelli fatali.
Holmes si chinò su una macchia scura sul pavimento. «Sangue vecchio di mesi. E impronte recenti, stivali da uomo, suola consumata dal cammino sulle rocce. Non siete sola qui, signora Shoop».

Pamela annuì debolmente, ma non rispose. Un accesso di tosse la piegò in due; portò alla bocca un fazzoletto di pizzo che si macchiò subito di un rosso vivo. Watson fu al suo fianco in un istante, le mani ferme ma gentili mentre la aiutava a sedersi.
«Respirate piano, signora. Inspirate dal naso, espirate dalla bocca. Ecco, così». Le posò due dita sul polso. «Il battito è accelerato, la febbre sta salendo di nuovo. Dobbiamo portarvi in una stanza calda, con coperte e brodo. Niente scale per oggi».
«Sto bene, dottore», mentì lei con un sorriso stanco. «Solo… un po’ di stanchezza». Ma quando provò ad alzarsi, le ginocchia cedettero. Watson la sorresse senza fatica, guidandola verso una poltrona più comoda, vicino al camino del grande salone.
Holmes osservava la scena in silenzio, poi si voltò verso il corridoio buio da cui proveniva un lieve scricchiolio di passi.
«Chi c’è là?», chiamò con voce neutra, ma tagliente.
Dall’ombra emerse una figura che sembrava materializzarsi dalla pietra stessa del castello.
Susan MacLeod.

Era alta, robusta, con i fianchi larghi e un portamento che un tempo doveva essere stato imponente. Ora, verso i sessantacinque anni, portava i segni del tempo e di una vita dura: rughe profonde intorno alla bocca, capelli diradati. Indossava un camicione logoro, con i bottoni della pancia sotto evidente sforzo; la scollatura, audacemente aperta, lasciava intravedere una pelle ancora soda e un seno generoso che sfidava la gravità e le convenzioni. La collana di perle false e gli occhiali grandi e rotondi, le davano un’aria da vecchia bibliotecaria dissoluta.
«Sono io, signore», disse, con un accento scozzese marcato. «Susan MacLeod. Governante di Blackmoor da trentasette anni. E voi dovete essere il famoso signor Holmes, accompagnato dal dottor Watson».
Il suo sguardo scivolò su Pamela, sdraiata sulla poltrona con gli occhi semichiusi. Non c’era compassione, né sorpresa. Solo una valutazione fredda, come si guarda un mobile rotto che si sa di dover buttare.
Holmes la scrutò da capo a piedi, notando il mazzo di chiavi antiche che le pendeva dalla cintura, il fisico possente e l’espressione cinica.
«Siete imparentata con Angus MacLeod, il maggiordomo?», chiese Holmes.
Susan rise piano. «Cugino di terzo grado. Mezzo villaggio si chiama MacLeod. Sangue dello stesso clan».
Poi si avvicinò, posando sul tavolino una teiera fumante. «Bevete, padrona. È solo tè con un goccio di whisky. Vi scalda le budella. E non vi preoccupate: non ci ho messo niente dentro. Non sono io quella che vuole vedervi sotto terra».
Holmes intercettò lo sguardo di Watson. Un cenno impercettibile: osserva. Tutto.
Watson si chinò su Pamela, controllandole di nuovo la fronte. «La febbre è alta. Signora MacLeod, portate dell’acqua fredda e panni puliti, per favore».

«Solo una curiosità, signora...», Holmes la trattenne ancora un momento.

Lei aspettò la domanda.

«Quali sono i colori del clan locale?».

La donna, per risposta, estrasse un fazzoletto.

«Questi».
Holmes rimase immobile.

Curiosamente, non c'era molta differenza con l'iconica camicia sbottonata della Shoop.

Una volta andata, Holmes impartì istruzioni al suo fidato amico.
«Watson», mormorò, «tenete d’occhio la signora Shoop. Io invece terrò d’occhio Susan MacLeod. Non è una nemica… ma non è nemmeno un’alleata. E sa molto più di quanto dica».
Pamela tossì di nuovo, questa volta più forte. Watson le tamponò la bocca, cercando di nascondere l’angoscia. «Resistete, Pamela. Abbiamo tempo. Abbiamo Holmes. E io non vi lascerò andare senza combattere».

Sherlock lo fissò.

John si prendeva cura di lei con grande zelo. Perfino troppo.

LA FINE DI ANNA

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

Ventanni prima era stata una bellissima donna.

Adesso, a 60 anni, imbolsita, e con tumore allo stadio IV che avanza su più fronti, ha bisogno di soldi per tirare avanti.

Si fa risentire con quelli della vecchia banda, che un tempo la corteggiavano.
Arrugginiti come lei, bisognosi di soldi come lei.

Anna (parlando al telefono, voce ferma nonostante il dolore): Dottor Moretti, lo so che il protocollo sperimentale costa 180.000 euro. Lo so che è in Svizzera. Ma io ho i soldi per la caparra. No, non sto bluffando. Mi dia solo un mese. Un mese e li trovo.

Anna (voce rauca, tossendo leggermente): Pronto? Mario? Sono io, Anna. Sì, quella Anna. Ventanni fa ti facevi in quattro per portarmi a cena, e ora? Non mi riconosci nemmeno?
Mario (sorpreso e burbero): Anna? Porca miseria, pensavo fossi morta. Che diavolo vuoi dopo tutto 'sto tempo? Io sto a pezzi, la pensione non basta nemmeno per il pane.
Anna: Morta? Quasi, caro. Ho un tumore che mi sta mangiando viva, stadio IV. Non mi resta molto. Ma ho bisogno di soldi, e so che anche tu non navighi nell'oro. Ricordi la vecchia banda? Tu, io, e quel matto del Gino. Eravamo imbattibili.
Mario (ridendo amaramente): Imbattibili? Eravamo giovani e stupidi. Gino è mezzo cieco ora, e io ho l'artrite che mi uccide. Che idea ti frulla in testa, eh? Non dirmi che vuoi rimettere su il colpo del secolo.
Anna: Proprio quello. Una bambina, figlia di un industriale pieno di grana. Riscatto facile, niente spargimenti di sangue se giochiamo bene. Ma ci serve uno specialista. Ricordi il Francese? Quello astuto, Philippe. Senza scrupoli, ma sa il fatto suo.
Mario: Il Francese? Quello è un serpente. E se ci pianta in asso?
Anna: Non abbiamo scelta. Siamo arrugginiti, ma uniti possiamo farcela. Chiamalo tu Gino, io contatto Philippe. Domani ci vediamo qui da me. Porta del vino.

Philippe (in italiano, con accento francese, chiudendo la porta): Anna, ma chérie. Hai un aspetto... invecchiato. Mi hai chiamato per una rimpatriata o per affari?
Anna: Affari, Philippe. Siediti. Conosci Mario e Gino. Siamo tutti sulla stessa barca: rotti e disperati. Ma io ho un piano. La figlia di un industriale, sei anni, scuola privata. La prendiamo all'uscita, chiediamo dieci milioni. Niente violenza, solo soldi per tirare avanti.
Gino: Dieci milioni? Sei pazza, Anna. E se il padre chiama la polizia?
Philippe (ridendo piano, accendendosi una sigaretta): Lasciate fare a me, mes amis. Ma io prendo il 40%, e decido le regole. Niente errori, o vi abbandono.
Mario (brontolando): Il 40%? Ma va bene, purché funzioni. Anna, tu stai male, si vede. Sicura di reggere?
Anna (stringendo i denti): Reggerò. Ne va della mia vita. Domani sorvegliamo la scuola. Muoviamoci.

Gino: Eccola. Piccola, indifesa. Mi fa schifo 'sta roba, Anna.
Anna (pallida, sudando per il dolore): Zitto. Pensate ai soldi. Philippe, tu guidi. Io e Mario la prendiamo.
Philippe (freddo): Facile. Ma ricordate: se piange, la calmate voi. Io non faccio da babysitter.

Bambina (piangendo piano): Voglio la mamma... chi siete voi?
Anna (sedendosi accanto a lei, con insolita tenerezza): Shh, piccola. Non ti facciamo male. È solo un gioco. Come ti chiami? Io sono Anna.
Bambina: Sofia. Ho paura...
Anna: Anch'io ho paura, Sofia. Di una cosa brutta dentro di me. Ma presto tornerai a casa.

Mario: Il riscatto è stato chiesto. Ora aspettiamo. Ma Philippe, tu sembri troppo calmo. Hai contattato qualcuno?
Philippe (sorridendo enigmatico): I miei debiti con certi tipi... questo colpo li salda. Ma se la polizia si intromette, taglio la corda.
Gino: Anna, stai male. Vai dal medico.
Anna (tossendo sangue in un fazzoletto): No. Prima finisco questo. Per tutti noi.

Luca (detective privato assunto dal padre di Sofia, ex amante di Anna, irrompendo nel covo dei rapitori con una pistola): Anna? Dio, sei tu. Pensavo fossi sparita per sempre.
Anna (sorpresa, debole): Luca... l'amore della mia giovinezza. Sei qui per salvarla o per me?
Luca: Per entrambe. Il tumore... lo so. Lascia andare la piccola. Ti porto via, ti curo.
Philippe (puntando una pistola): Nessuno si muove. I soldi, dove sono?

La sparatoria è inevitabile.

Un colpo bastardo raggiunge Anna al fianco: si fa tutte le budella, da parte a parte.

Anna (cadendo in ginocchio, mano sulla ferita): No… non ora…

Anna è ancora intubata, pallida come un lenzuolo, ma viva.

Chirurgo (rivolto a Luca): Abbiamo fermato l'emorragia. Ha perso quasi due litri, ma l'abbiamo ripresa in tempo. Ora la teniamo stabile in rianimazione. Il tumore... quello non lo fermiamo con un bisturi, ma almeno non è morta dissanguata.

Anna (voce debole): Luca... sono... ancora qui?
Luca: Sì. I medici hanno fatto un miracolo. Il proiettile ha fatto casino, ma tu sei più tosta. Sei in rianimazione, ma... viva.
Anna (un debole sorriso): Viva... per quanto? Il tumore non aspetta, Luca. Mi sta mangiando il fegato, le budella...
Luca: Il padre di Sofia ha parlato con i carabinieri, ha visto i referti. Ha deciso di coprire parte della terapia sperimentale. Non per pietà, dice, ma perché "quella donna ha evitato il peggio". È abbastanza per iniziare il protocollo. Se ci credi ancora.
Anna: Certo che ci credo... non mi sono arresa... a una pallottola stronza... l'hai visto... voglio andare avanti... con te...

Luca: Sei ancora perfetta, Anna. Rimettiamoci insieme...

Anna inizia la terapia sperimentale: i markers tumorali calano leggermente dopo le prime settimane. Non è una remissione, ma un rallentamento. Il cancro è ancora lì, aggressivo, ma per la prima volta da mesi non avanza a passo di carica.

Passano i mesi. Anna è dimessa dalla clinica, in cura domiciliare.

Il tumore è stabile, non guarito; in stallo. Cammina con il bastone, ma respira. È soddisfatta, ci crede, si sente ancora una strafiga.

Mario e Gino hanno patteggiato: domiciliari per entrambi, per l'età e la collaborazione. Philippe è latitante.

Passano altri mesi. Il fragile armistizio con il tumore regge, anche se ha messo a dura prova la pazienza di Luca, costretto a vivere accanto a una donna ossessionata dalla fine e dalla speranza di guadagnare tempo.

Per divagare un po', si vede con un amico, al bar.

Paolo: Allora, Luca? Come va con la tua... resuscitata?

Luca (guardando il bicchiere, girandolo piano): Va... i markers calano, le metastasi non crescono più di tanto. Non è guarita, eh. Ma respira. Cammina. Sorride, a volte. Però, per me, è stato pesante. Ha sempre paura che la situazione precipiti, vorrebbe salvarsi.
Paolo: E tu? Quanto pensi di reggere? Guarda che non è più la Anna di ventaanni fa, quella che faceva girare la testa a mezza Milano. Ora è... come dire... un relitto con un buco nel fianco e un mostro che le mangia il fegato da dentro. Non ne ha per molto, Luca. Sei mesi? Un anno se va bene? E tu stai lì a caricarti di debiti, a giocarti la pensione, la salute, il sonno. Vale la pena?
Luca (alzando gli occhi, voce bassa ma ferma): Vale la pena? Non lo so, non lo so più.
Paolo (scrollando le spalle, macabro): Senti, non fraintendermi. Anna è stata una donna da urlo, ai tempi. Corpo da pin-up, occhi che ti fottevano l’anima. Ma ora? È una vecchia cessa, con la pancia di fuori, e le zinne sgonfie, tenuta insieme con la colla. Ogni tanto tossisce sangue, hai detto, no? Immaginala tra sei mesi: catetere, morfina a palla, e occhi che non riconoscono più nessuno. Tu lì a cambiarle le lenzuola, a pulirle il culo, a sentirle l’alito che puzza di  morte. E poi? Funerali, lapide, fine.
Luca (stringendo il bicchiere, un sorriso amaro): Grazie per il quadretto, Paolo. Molto incoraggiante. Ma sai una cosa? Non è questione di bellezza o di sesso. Non più. È che... è una sorta di monumento. Una super potenza che striscia per terra. Un tempio pagano di cui rimangono ruderi. I turisti ne vanno pazzi; ruderi che producono ricchezze.
Paolo: Romantico. Ma realistico? No. Pensa a te. Sei più giovane di lei. Potresti trovare una tipa normale, una che ti cucina la pasta senza vomitare poco dopo, che ti fa compagnia senza avere una scadenza. Invece stai investendo in un titolo che sta crollando in Borsa. Quando scenderà a zero, che farai? Piangi? O ti incazzi con te stesso per averci buttato sopra tutto?

Anna: Allora? Hai sentito il dottore. Non è più “stabile”. Ha ripreso a muoversi. Lento ma inesorabile.

Devo spremermi ancora, o mi lascio andare?

Cure palliative, morfina a volontà, e via. Che ne pensi, Luca? Tu che sei sempre stato il realista tra noi due.
Luca: Penso che devi essere tu a decidere, Anna. Non io.
Anna: Bravo. Risposta diplomatica. Ma dimmelo chiaro. È meglio se mi rassegno, no?
Sai qual è la cosa che mi spaventa di più? Non la morte. Quella la sento arrivare da mesi, come un treno lento. Mi spaventa non essere più me stessa. Finora ho retto anche fisicamente, Luca. Sono ancora bella, grassa, non dimostro 60 anni.

Non voglio esplodere, non voglio fare schifo, Voglio rimanere importante fino all'ultimo...

Anna e Luca decidono di prendersi una pausa. Non è una rottura vera e propria, piuttosto un respiro necessario.

Sola nel suo appartamento milanese, Anna si guarda intorno e capisce che non può stare ferma ad aspettare. Dentro ha sempre quella fame di sentirsi viva.

Così riprende, piano-piano, a fare quello che sapeva fare molto bene ventanni prima: la prostituta di lusso, ma solo a casa sua, solo per clienti selezionati, solo per chi paga bene e sa tacere.
Non è più la dea che faceva perdere la testa agli uomini potenti; ora è una donna matura, malata, con un’aura di fine imminente che, paradossalmente, la rende ancora più magnetica per certi tipi. Si veste di giallo, è il suo colore, camicie sbottonate da gran puttana. E riceve. Pochi, scelti. Uomini che arrivano con fiori costosi e partono con la sensazione di aver rubato un pezzo unico, qualcosa di irripetibile.
Gino e Mario la vanno a trovare. Entrano con le buste della spesa – pane, formaggio, un fiasco di Chianti – come se fosse una visita di routine tra vecchi amici. Si siedono sul divano sfondato, guardano Anna che si muove lenta in cucina, e non riescono a nascondere il disagio.
Non vogliono brutte notizie da estranei, dicono. Non dai giornali, non dai carabinieri, non da qualche medico svizzero che parla in percentuali. Vogliono sentirlo da lei, ogni volta che c’è un peggioramento, ogni volta che i markers salgono o le metastasi si muovono.

Lei annuisce, versa il vino, e promette. Li aggiornerà. Li terrà dentro il cerchio, come ai vecchi tempi.

Qualche giorno dopo arriva anche lui: il padre di Sofia. L’industriale. L’uomo che ha pagato per la terapia, che ha visto sua figlia tornare a casa illesa. Entra nell'appartamento con un mazzo di rose bianche – non gialle, come se temesse di rubarle il colore – e un’aria che tradisce più di quanto vorrebbe ammettere. Si siede sul bordo della poltrona, le mani giunte come in preghiera laica. Parla poco all’inizio: le chiede come sta, se la terapia tiene, se ha bisogno di altro. Ma i suoi occhi dicono altro. La guardano con una fame morbosa, attratti proprio da quella voglia di vivere feroce che Anna non ha mai cessato di avere, nemmeno ora che il corpo la tradisce. È come se vedesse in lei l’ultima fiamma prima del buio, e volesse scaldarsi prima che sia troppo tardi.
Anna lo capisce subito. Non si stupisce. Sa riconoscere il desiderio quando lo incontra, anche quando è intrecciato alla pietà e al macabro. Non lo respinge. Lo lascia avvicinarsi, gli permette di sfiorarle la mano, di dirle che è bellissima anche così, che la sua forza lo spaventa e lo attrae allo stesso tempo. Non fanno l’amore, ma resta per ore. Parlano di Sofia, della vita che scorre fuori da quelle mura, del fatto che il tempo sta finendo per tutti, ma per lei in modo più crudele. Lei ascolta, sorride piano, e per un momento si sente di nuovo importante, desiderata, al centro di qualcosa.
Quando lui se ne va, le lascia un assegno sostanzioso – “per quello che ti serve” – e un bacio sulla fronte che dura un secondo di troppo. Anna chiude la porta, si appoggia al muro, respira a fondo. Il fianco le fa male, il respiro è corto, ma dentro c’è ancora fuoco. Non è finita. Non del tutto.

«Non ce la fa più, te lo dico io. È finita. Si vede da lontano. Quando sono entrato stasera l’ho trovata sul divano, vestita di giallo come al solito. Ha sorriso, ha fatto la solita scena – “caro, che piacere rivederti” – ma gli occhi… gli occhi sono vuoti. Non tristi, no. Rassegnati. Come se avesse già firmato l’addio e stesse solo aspettando che il tempo timbri il cartellino.
È una donna il cui necrologio può uscire sul Corriere domani mattina, o dopodomani, o tra un mese. Lo sento. Lo sento nell’aria che respira a fatica, nel modo in cui si muove piano, come se ogni passo costasse un debito che non può più pagare. Eppure è ancora potente. Porca miseria, Roberto, è ancora potentissima. Quando mi ha preso per mano e mi ha portato in camera, ho sentito la stessa scarica di ventanni fa. Non è più la dea che faceva inginocchiare gli uomini, ma c’è qualcosa di feroce, di disperato, che ti entra dentro e non ti lascia più. Gode, sai? Gode davvero. Non finge. Si morde il labbro, stringe le lenzuola, ansima piano. È come se nel piacere trovasse l’unico modo per dire “sono ancora qui, cazzo, non sono andata via”. E questo mi fa venire i brividi prima ancora di entrarle dentro.
Nasconde tutto, però. Nasconde il peggio con una maestria che mi spaventa. Ogni dieci minuti trova una scusa per andare in bagno: “un secondo, amore, mi sistemo il rossetto”, oppure “devo prendere una cosa in cucina”, o semplicemente “torno subito, non muoverti”. Ma io lo sento. Sento il rumore dell’acqua che scorre per coprire i conati, il tossire soffocato nel fazzoletto, il respiro che si spezza. Esce con il rossetto color sangue fresco sulle labbra, impeccabile, come se niente fosse successo. Sorride di nuovo, si sdraia, mi guarda con quegli occhi che dicono “fammi dimenticare per cinque minuti che sto morendo”. E io ci casco. Ci casco ogni volta.
È cotta, Roberto. È cotta dentro e fuori. Ma la voglia di vivere… quella non è cotta. Quella brucia ancora. Mi ha detto stasera, mentre eravamo lì, nudi e sudati: “Voglio un’altra estate. Solo un’altra”. L’ha detto ridendo piano, come se fosse una battuta. E io ho sentito un brivido che partiva dalla nuca e arrivava dritto al cazzo. Non è pietà. È terrore misto a desiderio. Terrore perché so che potrebbe essere l’ultima volta che la vedo così, viva, calda, che mi stringe. Desiderio perché proprio quella consapevolezza – che è un filo teso sul baratro – la rende la donna più viva che abbia mai toccato.
Ho pagato il doppio, stasera. Non perché me l’ha chiesto. L’ho fatto io. Le ho lasciato i soldi sul comodino e le ho detto “per l’estate che verrà”. Lei ha riso di nuovo, ha preso i soldi senza contarli, li ha infilati nel cassetto dove tiene le medicine. Sono uscito con le gambe molli.
Non so se tornerò la prossima settimana. Forse sì. Forse no. Ma so che penserò a lei ogni notte. A quella donna che sta morendo in piedi, che gode ancora, che nasconde il sangue dietro un sorriso e un rossetto dello stesso identico colore. E mi verranno i brividi. Prima di dormire, prima di sognare, prima di masturbarmi».

Anna risponde al secondo squillo, come se si aspettasse la chiamata.
Lui parla per primo, senza preamboli, la voce spezzata, accelerata dal panico che ancora non ha mollato la presa. Dice che ha avuto una crisi di ansia poco fa. Si è svegliato di soprassalto pensando a lei, pensando che magari era peggiorata all’improvviso, che magari era già andata via senza dirlo a nessuno. Ha sudato freddo, il cuore gli è salito in gola. Non è la prima volta, confessa, ma stasera è stata peggiore.
Anna ascolta in silenzio, lasciando che le parole gli escano a fiotti. Poi, quando lui rallenta, gli chiede piano come sta Sofia. Lui risponde che dorme, che è serena, che parla ancora della “signora in giallo” che è stata gentile con lei. Poi le chiede aggiornamenti precisi, quasi clinici, come se volesse aggrapparsi ai fatti per non annegare nell’angoscia. Come stanno i markers tumorali? La PET-TC dell’ultima settimana ha mostrato qualcosa di nuovo? Il dottor Kuhn le ha dato una prognosi aggiornata? Vuole sapere tutto, anche i dettagli che fanno male, perché l’incertezza lo sta uccidendo più della certezza.
Anna risponde con onestà brutale, ma senza autocommiserazione. I markers sono saliti di nuovo, dice. Le metastasi al fegato hanno ripreso a crescere. L'organo resiste ancora, ma è al limite della sopportazione. Il dottor Kuhn le ha proposto un ciclo terapico extra – un cocktail più aggressivo, con un inibitore mirato – ma le ha anche detto chiaro che i benefici saranno modesti: forse sei settimane in più, forse due mesi se va bene. Lei ci sta pensando. Non ha ancora deciso. Una parte di lei vuole provare, vuole spremere ogni giorno possibile. Un’altra parte è stanca di vomitare, di tremare, di fingersi forte quando il corpo urla di smettere.
Lui ascolta, respira pesante all’altro capo. Poi, dopo un lungo silenzio, confessa il resto. È in crisi con la moglie.
Anna lo lascia parlare fino in fondo. Non lo interrompe, non lo giudica. Quando lui finisce, con la voce rotta, le chiede scusa per averla chiamata a quest’ora, per averle scaricato addosso tutto.
Lei risponde piano, con un filo di ironia stanca.
«Non scusarti. Mi fa piacere sapere che qualcuno ha paura che io muoia. Vuol dire che conto ancora per qualcuno».
L'ha calmato.

I clienti di Anna si scambiano informazioni frammentarie, come relitti che galleggiano dopo un naufragio. Uno scrive in una chat anonima: “Ho visto le ultime PET. I noduli al fegato sono cresciuti del 30% in sei settimane. Non è più stabile”. Un altro risponde con un link a un articolo medico molto tecnico, e aggiunge: “Lei non rientra più nei criteri. È fuori dai protocolli che funzionano”. Rimpiangono apertamente il periodo d’oro, quei mesi in cui Anna sembrava aver trovato un fragile equilibrio: markers che calavano, progressione minima. “Sembrava che potesse durare anni”.

Ora temono il precipizio: un peggioramento improvviso, un ricovero d’urgenza, la fine che arriva senza preavviso, mentre loro sono ancora in fila per un appuntamento.
Il panico si trasforma in un’urgenza morbosa. Si invitano a vicenda a documentare tutto, prima che sia troppo tardi. “Scattatele tante foto”, scrive uno. “Video brevi e ripetuti. Prima che crolli definitivamente”. Non è solo voyeurismo; è un tentativo disperato di catturare l’ultima versione di lei, quella ancora viva, ancora desiderabile, ancora potente nonostante il corpo che tradisce. Qualcuno propone di creare una cartella condivisa criptata: “Mettiamoci dentro tutto. Le foto, i video dove ansima piano, le mani che tremano ma stringono ancora. Per ricordarcela così, tra non molto avremo solo questo”.
Anna lo sa, in parte. Vede gli sguardi più lunghi del solito, nota come alcuni insistano per “immortalarla” con il telefono prima di iniziare. Non dice niente. Si lascia fotografare quando vogliono loro. E gode ancora, quando può: il piacere è l’ultima ribellione, l’unico modo per sentirsi padrona del suo corpo morente.
I clienti continuano a chattare. Uno confessa: “Ho paura che la prossima volta non la trovo più in piedi. Ma non riesco a smettere di andarci. È come rubare tempo a un orologio che sta per fermarsi”. Un altro risponde: “Allora rubiamolo insieme. Foto, video, ricordi. Prima che precipiti tutto”.

E così fanno: immortalano frammenti di lei, di una donna che combatte ancora, che ride piano nonostante il respiro corto, che indossa il giallo anche quando il mondo le dice di arrendersi.
Anna, sola nel suo appartamento dopo l’ultimo cliente, guarda il telefono silenzioso. Sa che il cerchio si sta stringendo. Ma per ora respira. Per ora è ancora qui. E il suo fuoco - piccolo, testardo - brucia ancora sotto la cenere.

Anna ha sospeso gli appuntamenti da una settimana. Non ha mandato messaggi di addio, non ha spiegato niente: ha semplicemente smesso di rispondere ai clienti, ha bloccato i numeri uno dopo l’altro.

La chat anonima dei “fedeli” si è riempita di panico e speculazioni – “è andata in ospedale?”, “l’hanno portata via?”, “forse è già…” – ma nessuno ha osato suonare il campanello. Sanno che è grave. Lo sentono.
Anna non si fa ricoverare. Lo ha detto chiaro a Luca, a Gino, a Mario, persino al padre di Sofia quando ha provato a insistere: «Non finisco in un letto con tubi e monitor che bippano come un conto alla rovescia».
A gestirla arriva un’anziana infermiera, la signora Rosa, settantotto anni portati con una schiena dritta come un fuso e mani che non tremano mai. Rosa ne ha visti morire a centinaia: giovani, vecchi, disperati, rassegnati, combattivi. Sa riconoscere il momento in cui il corpo molla, e sa anche quando la mente tiene in ostaggio il corpo per pura ostinazione.
Rosa arriva ogni mattina alle otto in punto, con una borsa di tela piena di tante cose. Quando Anna è sveglia e lucida – e lo è ancora spesso – Rosa si siede accanto al letto e le parla come se fossero due vecchie amiche.
Una sera, mentre le sistema un cuscino dietro la schiena per aiutarla a respirare meglio, Rosa le dice la sua nuda verità.
«Il tumore non è solo cellule che crescono a casaccio, sai? Ha una mente sua. Autonoma. A volte si diverte ad aspettare. Si gode l’agonia della vittima come un gatto con il topo. Lo lascia lì a sanguinare, invece di finirlo in un colpo solo. L’ho visto decine di volte. Un mese in più, due, anche tre. Non per pietà, eh. Per sadismo. O per curiosità. Chissà».
Anna la guarda con gli occhi infossati, ma ancora accesi. «E allora? Che significa per me?».
«Significa che potrebbe darti altro tempo. Proprio perché tu lo vuoi così tanto. Sei avida di vita, Anna. Avida in un modo che il tumore forse rispetta. O forse no. Ma l’ho visto: quando uno non si rassegna, quando continua a dire "non ancora, non ora", a volte il mostro si ferma a guardare. Si diverte di più a tenerti in bilico che a buttarti giù subito».
Anna chiude gli occhi per un momento. Il respiro è corto, sibilante. «Io non voglio solo tempo. Voglio salvarmi. A tutti i costi. Non mi rassegno. Non ce la faccio».
Rosa annuisce, senza pietà né condiscendenza. «Lo so. Lo vedo. Per questo resto qui. Non per farti soffrire di meno – non posso – ma per darti la possibilità di combattere fino all’ultimo respiro. Se il tumore vuole giocare, giochiamo anche noi. Provo a farti reggere il più possibile».
«Sei particolare, Rosa».
«Sono vecchia.

Ne ho visti tanti arrendersi quando potevano ancora lottare.

Tu non ti arrendi. Quindi resto. E ti pompo al massimo, perché è questo che vuoi tu. E anche quelli fuori. Chiedono continui aggiornamenti».

«È mai successo... che uno si è salvato, a forza di lottare?».

«Certo. Succede. Il tumore va in remissione, senza alcuna spiegazione scientifica. Secondo me, ne grazia qualcuno per illuderne mille; una sorta di lotteria macabra, in cui si vince la vita.

Tu puoi essere quel qualcuno, oppure uno dei mille illusi.

Ma per saperlo, bisogna acquistare il biglietto e aspettare l'estrazione: e tu il biglietto ce l'hai, sotto forma della tua risoluta voglia di vivere».

Anna è stazionaria. Il tumore, dopo settimane di avanzata inesorabile, ha concesso una tregua imprevista. I markers tumorali si sono fermati, non saliti, non scesi, solo fermi. La PET-TC di controllo, fatta in day-hospital con Rosa che la teneva per mano durante l’attesa dei risultati, ha mostrato noduli epatici che sembrano essersi addormentati. Il dottor Kuhn, al telefono da Zurigo, ha usato parole caute: “possibile effetto ritardato dell’ultimo ciclo”. Non è una vittoria, ma un cessate il fuoco temporaneo.

Anna lo sa: il mostro non se n’è andato, si è solo seduto a guardare.
Ma può approfittarne, per il momento.

Anna riprende il telefono. Non è un ritorno trionfale. È un passare le notizie lento, controllato.
A uno scrive: «Sto meglio. Non guarita, ma meglio. Calma, non fatevi prendere dal panico. Non sono ancora sparita». A un altro: «Sì, la tregua c’è. I controlli dicono che non avanza. Non so quanto duri, ma per ora respiro. Non stressatemi con le domande, okay?». A un terzo, che le aveva mandato un audio tremante: «Sto qui. Giallo addosso come sempre. Non piangere, dai. Se vuoi passare, dimmi quando. Ma piano, eh. Non sono più quella di prima, ma ci sono ancora».
Si mostra paziente, quasi materna con loro. Li rassicura senza mentire. Fa filtrare notizie dosate: «I markers sono fermi da due settimane», «Rosa dice che è strano ma buono». Non promette miracoli, non nasconde la fragilità. Ma non li lascia nel terrore totale. Sa che per loro la sua fine imminente era diventata una specie di ossessione condivisa, un countdown morboso. Ora spegne quel timer, almeno per un po’. Li tiene in sospeso, li fa sperare senza illuderli.
Qualcuno osa chiedere se riprenderà a ricevere. Lei risponde con un messaggio breve, lo stesso per tutti: «Non ora. Forse dopo. Vediamo. Intanto state buoni». Non è un no definitivo. È un forse che li tiene agganciati, come un filo sottile ma resistente.
Rosa la osserva mentre risponde ai messaggi, sdraiata sul letto con il telefono in mano, le dita che tremano meno di prima. «Sei ancora avida», le dice una sera, mentre le sistema il cuscino. «Non solo di tempo. Di loro. Di sentirti desiderata, importante. È normale».
Anna alza gli occhi, sorride piano.

Il tumore tace, per ora. Lei non si illude che sia finita, ma per la prima volta da mesi non sente il fiato della morte sul collo. È una tregua. Fragile, temporanea, forse crudele. Ma è sua. E lei la stringe forte, avida come sempre. Giallo addosso, telefono in mano, pronta a rubare un altro giorno, un altro messaggio, un altro sguardo.

Suona il campanello. Un suono discreto, quasi timido.

Anna sa chi è. Uno dei fedeli più silenziosi, quello che non scriveva mai nei gruppi, che non chiedeva foto o video, che arrivava sempre con fiori freschi e partiva senza fare domande. Lo chiama “il Tranquillo”.

Ha mandato un messaggio la sera prima: “Posso passare domani? Solo per vederti”. Lei ha risposto: “Vieni quando vuoi».
Apre la porta appoggiandosi al bastone – cammina ancora, ma non bene – e lo fa entrare. Lui è sulla cinquantina, giacca scura, cravatta allentata, un mazzo di tulipani gialli stretti tra le mani come un’offerta. Non la bacia sulla guancia, non la abbraccia. Si limita a guardarla, a lungo, come se volesse memorizzare ogni dettaglio prima che sparisca.
«Sei qui», dice lui, la voce bassa, quasi sorpresa.
«Sono qui», risponde Anna, facendolo accomodare sul divano. Si siede di fronte a lui, lenta, attenta a non far vedere quanto le costi lo sforzo.
Lui posa i tulipani sul tavolino, li sistema con cura. «Non ce la facevo più ad aspettare notizie da altri. I gruppi… sono impazziti. Dicevano che eri sparita, che forse eri in ospedale, che forse… non volevo crederci».
Lei annuisce. «Lo so. Ho letto qualche messaggio. Sono entrata nella chat con un nickname falso. Li ho lasciati lì a bollire nel loro panico. Ma tu… tu non eri in quei gruppi, vero?».
«No. Non mi piace condividere certe cose. Preferisco venire di persona».
Silenzio. Lui la guarda: il viso provato, ma deciso, come sempre.

«Come stai davvero?», le chiede
Anna sospira, un respiro corto ma controllato. «Sto in una tregua. Il tumore ha deciso di fermarsi un attimo. Non so perché. Rosa dice che a volte fa così, si diverte a guardare invece di mordere subito. I markers sono fermi da due settimane. Non scendono, ma non salgono. Respiro meglio. Mangio qualcosa senza dover vomitare. È poco, ma è qualcosa».
Lui annuisce piano. «Mi fa piacere sentirtelo dire. Pensavo… pensavo che l’ultima volta fosse stata l’ultima».
Anna allunga una mano. Non lo tocca, ma è un invito. Lui la prende, delicatamente, come se temesse di romperla. Le dita di lei sono fredde, ma stringono con una forza sorprendente.
«Non ti chiedo niente», dice lui. «Non foto, non video, niente di quello che chiedono gli altri. Volevo solo vederti. Sapere che respiri ancora. Sapere che indossi ancora il tuo giallo».

Anna ride, un suono rauco ma vero. «Sempre. È l’unico colore che mi resta. Mi fa sentire… non so. Importante. Viva».
Restano così per un’ora.

Lui non chiede di toccarla, non propone niente di intimo. Si limita a stare lì, a guardarla, a tenerle la mano quando lei gliela porge.
Fuori, la città continua a correre; inutilmente.

Dentro, la tregua regge. Anna respira. Ancora. E per adesso è abbastanza; più di quanto si potesse sperare.

Rosa arriva alle otto in punto, come sempre. Bussa due volte, entra con la sua chiave.

«Buongiorno, ladra di tempo», dice, entrando in camera, con quel tono secco che nasconde affetto.
Rosa la visita e annota i valori su un quadernetto logoro.
«Ieri sera ho pensato a te.

Tu stai vincendo tempo non perché sei fortunata. Stai vincendo perché non molli la presa. Il tumore lo sente. A volte si stanca di chi combatte troppo forte.
Tu sei avida, te l’ho detto. Ma è una bella avidità».
«Già... finché basta... io non la perdo di certo...», risponde Anna, lucida e realistica.

MAGLIANA 2.0

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

Via Gabriello Chiabrera è una di quelle strade che non finiscono mai di stupire: lunga, dritta, stretta, trafficata come un'autostrada, i balconi pieni di gerani e le insegne dei negozi ferme agli anni '80.

Il traffico scorre lento, a singhiozzo, dopo 5 minuti alla guida si è stanchi come se ne fossero passati 50, i riflessi devono essere quelli di un pilota di Formula 1, tra motorini in slalom, parcheggi in doppia fila, e pedoni che evitano accuratamente le strisce pedonali.

Eppure, proprio davanti al bar, c'è una striscia di quattro parcheggi liberi. Quattro. Incredibile. A Roma nel 2026 è come vedere un unicorno in tangenziale.
Sulla panchina comunale di ferro verde, sono seduti quattro uomini. Non parlano forte, non gesticolano come i vecchi di una volta. Sono calmi, quasi immobili, ma gli occhi girano ovunque: sul traffico, sulle facce dei passanti, sulle macchine che rallentano un attimo di troppo.
Stanno lì da quasi un'ora. Parlano a mezza voce, frasi spezzate, codici che solo loro capiscono.

I quattro parcheggi restano deserti, come se avessero un cartello invisibile: "Riservato, 4 posti".

Arriva lenta una macchina; procede a passo d'uomo, come se stesse cercando parcheggio. Il guidatore, probabilmente incredulo, mette la freccia a destra per accostarsi.

Arriva subito un ragazzino, uno del quartiere.

«Zio, nun te ferma' qua. So' riservati 'sti posti».
Il conducente, che vede un sogno infrangersi
, si rabbuia: «Riservati a chi? Non vedo cartelli. Sparisci».
Il ragazzino scuote la testa. «Poi nun di' che non t'ho avvisato».
L'uomo parcheggia, spegne il motore, scende.

Entra al bar. Va al bagno. Esce dopo dieci minuti.

Guarda a destra, guarda a sinistra... la faccia gli si allunga.
La macchina non c'è più.
Al suo posto, esattamente dove l'aveva lasciata, c'è solo asfalto vuoto.
L'uomo si guarda intorno, confuso. Si avvicina ai quattro sulla panchina; ricorda benissimo che c'erano anche prima.

«Scusate... avete visto che è successo alla mia macchina? Era qui cinque minuti fa».
Silenzio. Pesante.

«Forse s'è sfrenata... 'ste macchine moderne so' strane».

«Ma...», l'uomo sta per obiettare qualcosa, però le 4 facce non sono certo raccomandabili; capisce che non intendono aiutarlo, e che forse, se insiste, potrebbe rimediare una criccata sulla testa.

Si gira, bestemmia sottovoce e nota un vigile urbano in fondo alla strada.

Cammina veloce verso di lui.

Dopo 10 minuti ritorna sul posto con il pizzardone.

«Vede? L'ho lasciata qua, regolarmente parcheggiata: entro al bar cinque minuti, esco e non la trovo più!».

Il vigile lo ascolta annoiato.

Non gli chiede nemmeno che auto fosse.

Fa qualche passo avanti, lungo la strada.

«Che tante volte è questa la sua macchina?».

A quello gli casca il labbro per terra.

«La sua patente, prego».

La macchina è in sosta su un parcheggio invalidi.

Si è sfrenata ed è pure andata in salita.

La pizzeria è una di quelle storiche, nel quartiere.

La pizza alla romana, sottile, scrocchiarella, è ormai roba per pochi.

Layla è seduta da venti minuti al tavolo d’angolo, quello vicino alla vetrata che dà sulla strada.

Bellezza libanese, esotica, gonfia come un melone maturo; sguardo calmo ma vigile.

Davanti a lei un bicchiere di prosecco e il menù chiuso: non ha fame, aspetta lui.
Marco arriva in ritardo, parcheggiando proprio davanti al locale con la sua Giulia del 1971 targata Roma: sembra un tipo fortunato.

«Scusa il ritardo. Solito traffico».

«Almeno non hai perso tempo con il parcheggio».

«Almeno quello...».

Ordinano, mangiano in silenzio per un po’.

È un dialogo fatto di sguardi, umori, sensazioni. Si annusano così.
«Senti, Layla… ho delle cose da seguire».

«Cose bionde... o brune?».

«Non farmi ridere, tu butti giù il Colosseo, nessuna è come te».

Sorride.

«Sei proprio scemo, riesci a farmi sorridere».

«La vita qui non è come a Beirut, dove basta saltare qualche bomba.

Qui solo per tornare a casa senza multe, devi avere un radar nel cervello, infrarossi negli occhi, i riflessi di Ayrton Senna.

E poi c'è tutto il resto».

«Il resto...».

«Stacchiamo un po'. E la prossima volta ti porto a mangiare la vera pizza, non questa colla di Pompei».

«Dimmi la verità, Marco», il tono indurito, più fenicio che libanese.

«Cerca di capire...».

La bionda apparve in quel momento.

«Hai capito, adesso?», le disse, posando una mano sulle spalle di Marco.

Layla avvampò come una liceale, eppure aveva visto tante cose brutte nella sua vita.

Non fece scenate, con un nodo alla gola si alzò e lasciò il locale.

Camminò a vuoto per un po', quando un colpo di clacson attirò la sua attenzione: «Signora, scusi, è lei che ha chiamato?»; era un taxi.

«Ehm... veramente...».

Ma quello si era già fermato e le aveva aperto lo sportello.

Accettò quel piccolo colpo di fortuna e salì.

Lei, però, non aveva chiamato nessuno.

TRE GIORNI DOPO

Layla fa colazione al bar sotto casa, prima di andare in ufficio. Fa la segretaria per una multinazionale. Diverso elicotteri sorvolano Roma quella mattina.

La radio rimbalza subito la notizia.

Il famoso giornalista d'inchiesta, Giorgio Luparelli, è stato assassinato con numerosi colpi di pistola. L'omicidio è avvenuto di mattina presto, in Via della Magliana. Ad agire un commando armato che non gli ha lasciato scampo. Nessun passante è rimasto ferito.

Incuriosita, Layla scorre la notizia sul cellulare.
"Esecuzione in stile paramilitare alla Magliana", "Il Ritorno della Banda?", "Chi ha attirato Luparelli alla Magliana?", "Magliana 2.0?".

La Questura smentisce: “Indagini in corso, nessuna pista certa”.
Pian-piano i pezzi si incastrano nella sua mente.

Il parcheggio da boss...

Ho delle cose da seguire...

La bionda...

Il taxista troppo tempestivo...

Le prime due cose che aveva imparato a Roma erano: 1) i parcheggi sono introvabili; 2) tutto funziona in ritardo; variante 2b) se chiami un taxi, non aspettarlo in piedi.

Le notizie sono due: una buona, una cattiva.

Marco ci tiene a lei, la bionda era ossigenata; ha frequentato un boss della più temuta banda criminale italiana.

Layla cammina sul marciapiede del Lungotevere Arnaldo da Brescia, cappotto beige lungo fino al ginocchio sopra il tailleur chiaro e attillato per curve che non si nascondono. Ha i capelli sciolti, mossi dal vento umido, e gli orecchini di perle che tintinnano piano.

Rilegge il messaggio per l'ennesima volta: “19:30. Obelisco Flaminio. Vieni sola. Parliamo di Marco”.
Ha pensato di chiamare la polizia, di tornare a Beirut, di ignorare tutto. Ma la curiosità – o forse la rabbia – ha vinto.

Arriva puntuale. L'obelisco egizio ricoperto di geroglifici è maestoso e ben integrato nella piazza, come fosse lì da sempre.

Sui gradini c'è diversa gente; comodi in una zona dove sedersi al bar costa 50 euro ancor prima di ordinare.

Lei non è difficile da notare, deve solo aspettare.

«Ciao, bella, serve niente?».

«No, grazie», dopo un attimo di esitazione.

Layla risponde in modo formale, come se la domanda fosse seria, non sapendo ancora che è solo un approccio da coatti molto comune a Roma.

Glielo chiedono tre volte. Il servizio è impeccabile sotto l'Obelisco.

Alla quarta, sta quasi per urtarsi, ma la voce è di donna.

Alza gli occhi e stavolta dice: «Sì. Spiegazioni».

L'altra si siede accanto a lei. Indossa una tuta da motociclista.

«Chi sei?».
«Chiamami Luciana. Lavoro per gente che... segue certe cose. Marco non è uno qualunque. È uno dei quattro. Lo sai, vero?».
«So che frequenta gente sbagliata. So che la bionda ossigenata è un dettaglio. E so che un giornalista è morto dopo aver ficcato il naso negli affari di gente potente».
Luciana ride piano, cattiva. «Giorgio Luparelli. Bravo ragazzo, ma troppo curioso».
Layla sente un brivido. «E Marco... mi ha staccato apposta? Per non coinvolgermi?».
«Esatto. Ti ha usato come copertura per un po': bella straniera, insospettabile, perfetta per pranzi e cene "normali". Ma quando è arrivata la prenotazione, ti ha mollato per tenerti fuori. Fuori e viva».

«Che tipo di prenotazione?».

«È un modo di dire. Leggiti qualche vecchio articolo. L'Agenzia del Crimine... lavora su prenotazione... di persone importanti».
«E tu? Da che parte stai?».
«Nessuna, facciamo solo manutenzione. Sigilliamo gli spifferi, arrotondiamo gli spigoli, cose di questo genere».

«Io sarei uno spigolo? O uno spiffero?».

«Vogliamo che tu stia attenta. E se Marco ti cerca di nuovo – perché lo farà, è debole con te, l'hai colpito – tu ci avvisi. In cambio, ti teniamo d'occhio. Niente eroi, niente sparatorie. Solo manutenzione».
Layla annuisce piano.

«I geroglifici sopra di noi sono niente a confronto».

«Anche l'obelisco... non è altro che un pisello di granito rosso; l'hai colpito, perché sei bona; ma anche per la tua allegra intelligenza, che a lui piace, perché a sua volta si crede intelligente».
Luciana si allontana verso una moto parcheggiata poco distante.

Layla resta seduta.
Sa che ormai c'è dentro fino al collo; che non può commettere errori; e che il primo uomo della sua vita veramente interessato a lei è anche un boss criminale e un assassino.

«Layla, sta salendo un Ispettore della Questura, un controllo a campione sui passaporti del personale extracomunitario... a me sembra strano, ma tu comportati normalmente; se ci crea problemi, sappiamo a chi rivolgerci».

«Non si preoccupi, Direttore: a Beirut ne ho viste di peggio».

Bussano.

«Buongiorno, sono l'Ispettore Tortora della Questura di Roma, Ufficio Passaporti; se è a tutto posto, ci vorrà solo un minuto; altrimenti ci vorrà molto di più. Sapete... sono controlli a campione...».

«Io sono italiano, Ispettore», il Direttore gli mostra la Carta d'Identità.

«La signorina, no, però; si vede che non è italiana; di Beirut, scommetto.

Pensi Roma dentro il Libano, sarebbero tutti di Roma...», e ride da solo.

Layla fa per alzarsi, ma l'Ispettore con un mezzo balzo la raggiunge alla sua scrivania e si siede. «Resti pure seduta, gli italiani sono famosi per certe buone maniere».

La donna gli esibisce il passaporto libanese.

L'Ispettore non lo apre neppure.

«Sa... è un controllo a campione; e lei, che è una campionessa, ci rientra in pieno», parla piano, un sussurro che arriva distorto e incomprensibile al Direttore.

Lo tiene ancora un po' tra le mani, chiuso.

E glielo rende. «Tutto a posto, veramente tutto a posto; nei posti giusti.

Ci vede bene il ragazzo.

Ma c'è anche del temperamento, vero?».

«Quando vorrà rivederlo, glielo mostrerò ancora, Ispettore», Layla regge il gioco con brillantezza.

«Ecco... avevo ragione...

La preferisce scrocchiarella o gommosa?

Scrocchiarella, vedrà...», si risponde da solo. «E in Giulia c'è mai stata? No, ancora no. La storia si farà seria, da quel momento in poi. Quella... è un'autobomba, signorina... non le sue, che esplodono, cose brutte, volgari, polvere, calcinacci; per cosa?».

Si alza e torna dal Direttore.

«Il controllo a campione è andato a meraviglia, l'Ufficio Passaporti della Questura si scusa per il il disturbo».

«Nessun disturbo, Ispettore. Sempre lieti di collaborare con le Autorità».

Una frase fatta, priva di ironia, quasi disturbante nella sua banalità.

L'ispettore sembra uscire, ma si ferma.

«Un'ultima cosa, Direttore...», quasi un'imitazione del Tenente Colombo. «L'Ufficio controlli mirati ai fondi neri delle multinazionali... quelli con cui si ammorbidiscono i politici  e si fanno prenotazioni... c'è anche quello in Questura».

Stavolta se ne va davvero.

Il pomeriggio è di quelli che Roma regala solo a marzo: cielo limpido, luce dorata che rimbalza sui sanpietrini, aria fresca ma non fredda.

Layla cammina su via del Corso, borsa a tracolla, l’aria di chi sta cercando di fingere che tutto vada bene.

Da dietro arriva un rombo basso, quasi animalesco.

Quello di un'Alfa Romeo Giulia del 1971, verde pino, linee tese come una lama. Marco accosta piano, abbassa il finestrino dal lato del passeggero, allungando il braccio.
«Ciao, bella. Serve niente?».

«Ma insomma!», sbotta Layla, ancor prima di guardare.

Poi si immobilizza.

Lui sorride, ma è un sorriso teso, di chi sa di giocare una carta rischiosa.

Lei esita un secondo, poi apre la portiera e sale.

L’odore dentro è di cuoio vecchio, olio motore e selvaggia follia; sono in una bolla del tempo.

«Dove andiamo?», chiede lei, come se nulla fosse.
«Dove capita. È tutto suo. La Giulia è la Padrona di Roma».
Parte piano, ma appena esce dal traffico di via del Corso, scala in seconda e tira su via dei Fori Imperiali. La Giulia risponde come una bestia liberata dalla gabbia: l'asfalto sembra liquefarsi al suo passaggio, i normali rumori del traffico scompaiono in sottofondo; uno stridore rabbioso di gomme prevale su tutto, non ce la faceva proprio più; sembra un ragazzino del liceo che cerca di fare una buona impressione sulla compagna più carina; solo che qui siamo all'Università, al Master, alla Formula Uno Plus; un omaggio al Colosseo e poi di nuovo gas, quello che serve. Seconda-terza, il motore sale come un concerto di violini, le altre auto scompaiono come coni stradali messi lì per lavori in corso.

Roma è grande, ma in Giulia sembra piccola; pur senza spremersi più di tanto, il giro è quasi finito.

La destrezza animalesca dell'auto non comporta disagio per il passeggero: nonostante i cambi di corsia da slalom speciale, Layla non deve sostenersi da nessuna parte; l'auto bilancia i pesi da sola, l'abitacolo è stabile e confortevole, è il ventre della bestia.

La libanese guarda fuori: Roma le scorre addosso come in un time-lapse; tanta storia in pochi istanti.

Un semaforo rosso bruciato sul Lungotevere, un posto di blocco dei Carabinieri subito dopo.
Layla si irrigidisce. È rassegnata: multa, forse sequestro, forse peggio.

Il brigadiere è con la paletta in mano. Sta per fermarlo.

Ma non succede niente, la paletta rimane distesa lungo la gamba.

Il brigadiere ferma la macchina dopo, passata regolarmente con il verde.

E poi i vicoli di Trastevere, dove le altre auto non riescono a infilarsi neppure dopo quattro manovre; ma la Giulia è anche un gatto, non solo una pantera; entra dappertutto, al primo tentativo, quando lo spazio è poco e il tempo prezioso.

Adesso sono fermi davanti al Pantheon, divieto di accesso, sosta vietata, zona a traffico limitato. Però la Giulia è lì, come se la piazza fosse il suo garage a cielo aperto. I pizzardoni passano a due metri, ma non succede niente. È come se la Giulia non fosse verde, ma invisibile, mimetizzata come il Predator del film; del resto è la grande predatrice della giungla d'asfalto, da oltre 50 anni.

I turisti scattano foto: una Giulia del ’71 davanti al Pantheon è roba da cartolina; a una vecchia signora si perdona qualsiasi ZTL. Tecnicamente è un'opera d'arte e prodigio meccanico su ruote. Pertanto assoggettata al Codice delle Belle Arti, non al Codice della Strada. Nessuna violazione, solo applausi.
Layla rompe il silenzio.
«C’eri anche tu?».
Marco non fa finta di non capire. Sa esattamente a cosa si riferisce: il commando armato che ha messo fine alle inchieste di Giorgio Luparelli.
Un secondo interminabile. Lui guarda dritto davanti a sé, le mani ancora sul volante, a motore spento, come cercasse il sostegno di quell'animale invincibile.
Poi annuisce.

Layla cerca di aprire portiera. Si impappina.
«Fammi scendere», in tono perentorio.
Marco scende e le apre la portiera.

Non dice niente. Non la ferma.

Layla se ne va.

Senza voltarsi indietro.

Marco guarda la sua figura, magnificamente strutturata, allontanarsi tra la folla.
La Giulia sembra improvvisamente più vecchia, vecchia di un millennio.

Mentre inciampa sui sanpietrini irregolari della zona intorno al Pantheon, i pensieri le vorticano in testa come il traffico romano.

Marco è un mostro, si dice, stringendosi alla borsa. Ha premuto il grilletto, insieme agli altri boss, per sancire un patto col sangue di quel poveraccio.

Luparelli era di sicuro uno stronzo spaccone, uno che ficcava il naso dove gli veniva comodo, e magari ricattava altrove per chiudere un occhio; ma non meritava di finire, virtualmente, in un fosso della Magliana.

Marco è pericoloso, brucia semafori come sigarette, fa impazzire gli autovelox, la sua Giulia deve avere una fedina stradale lunga quanto la Cristoforo Colombo, mi ha usato come copertura, come un vestito pulito da indossare per sembrare normale. Devo starne lontana, prima che mi trascini giù con lui.
Ma poi, un passo dopo l'altro, raggiunto il traffico scellerato di via del Corso -  osservando quelle auto che salgono e scendono senza alcun motivo apparente, quella monotonia assassina e imperscrutabile, la vile ripetizione di un movimento insensato in una società insensata - il dubbio si insinua, subdolo come il vento che le scompiglia i capelli.

E io? In fondo è solo ipocrisia, la mia. Lavoro per una multinazionale che ha causato morti su morti: operai bruciati vivi in incendi facilmente evitabili; consumatori avvelenati da prodotti chimici non testati, politici corrotti con tangenti per fargli chiudere entrambi gli occhi su inquinamenti letali che ammazzano intere città. Giornalisti pagati per tacere, o pagati per scrivere menzogne di comodo.

E io? Ho continuato a lavorare lì, a incassare lo stipendio, a sorridere nelle riunioni, a fingere che il mio tailleur bianco non sia macchiato di sangue.

Se lui è un mostro, io cosa sono? Una complice perbene? Almeno Marco non finge di essere un santo; io sì, ogni giorno, in ufficio.
Il conflitto le stringe il petto, come un nodo che non si scioglie. I turisti intorno ridono, scattano selfie, mangiano gelati.

Roma continua indifferente: maestosa nella sua storia, squallida nell'insensato presente.

DIABOLIK: GITA AL MARE CON RAPINA

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

La filiale della Banca Popolare era una di quelle periferiche: vetrate sporche, insegna arrugginita e un parcheggio con erbacce che spuntavano dall’asfalto.

Layla Rossi scese dalla Panda grigia con il cappello di paglia calcato in testa, la camicia hawaiana sbottonata quel tanto che bastava a far vedere il seno pesante. Aveva 48 anni, un IV stadio partito dal pancreas che non le dava tregua, e una Beretta 92 nella borsa di tela.

Doveva essere un veloce prelievo lungo la strada per il mare.
Accanto a lei c’erano Enzo, ex meccanico con la faccia da cane bastonato, e Marco, più giovane, nervoso, con tatuaggi diffusi.

Il piano era semplice: entrare, prendere i soldi delle pensioni, uscire in cinque minuti e tornare alla barca ancorata in baia come se niente fosse. Gitanti qualsiasi con qualche soldo in più degli altri. Layla aveva insistito per fare il colpo. «Tanto muoio lo stesso. Almeno crepo sulla nostra barca».

L'avevano acquistata insieme: bella, efficiente, sapeva tenere il mare grosso; ma troppo costosa da mantenere.

Entrarono. Layla davanti, con il cappello di paglia e un sorriso da turista; e le zinne; e le cosce; ad alzare la temperatura già calda.

Tirò fuori la pistola. Enzo bloccò la porta, Marco saltò il bancone. Nessuno gridò. Solo un vecchio con la pensione in mano che mormorò «Madonna mia».
Andò storta quasi subito. La guardia, che quando c'era stava all'ingresso, quel giorno venne fuori dal retro con la sua calibro 38. Sparò due volte. Uno dei colpi prese Layla all’addome.

Lei rimase in piedi un secondo, sorpresa, poi cadde in ginocchio con un gemito strozzato. Il sangue si allargò sulla camicia hawaiana come inchiostro rosso su carta assorbente.

Marco sparò al guardiano, lo prese in fronte.

Enzo afferrò la borsa con i soldi – circa 300.000 euro – e trascinarono Layla fuori.
In macchina, la donna respirava a rantoli. «Pensavo di avere... ancora... un mese...», mormorò, la voce liquida. «Il piombo è veloce…». Enzo guidava come un pazzo; Marco, dietro con lei, premeva qualcosa sul foro. «Non mollare, Lilly, resisti», le diceva, ma si vedeva che era andata.
Arrivarono alla baia in venti minuti. La barca era lì, verde e bianca, 14 metri, motore affidabile. C'era un canotto nascosto nei cespugli che li aspettava. Non c'era gente, perché il tratto di costa era Riserva naturale integrale; avevano pensato a tutto, tranne che a quella pallottola.

Salirono a bordo. Enzo levò l'ancora, Marco mise in moto. Layla era sdraiata sul divanetto di poppa, pallida e abbattuta.
Apriva gli occhi ogni tanto. «Ossigeno…», biascicò. Marco prese una bombola da sub, le infilò il respiratore in bocca. L’aria sibilava, lei inspirava debolmente. Era ossigeno arricchito, ne bastava poco.

«Pensavo... di avere... ancora un mese…». Ripeteva la frase come un mantra, ogni dieci minuti, con voce sempre più flebile.
Uscirono dalle acque territoriali, il mare era piatto.

Layla non parlava più, solo respiri corti, gorgoglianti.
Marco si chinò su di lei. «Lilly… riesci a sentirmi?».
Lei mosse le labbra. «Il piombo è veloce…».

Enzo spense il motore con un gesto secco.

Il rombo morì, lasciando solo il rumore del mare contro lo scafo e il sibilo intermittente del boccaglio da sub che Marco le teneva ancora premuto sulla bocca. La barca cominciò ad andare alla deriva, come Layla stessa.
«Portiamola sotto», disse Enzo. «Qui fuori ci vedono, se passa qualcuno».
La presero in due, goffi, attenti a non farla sbattere. Layla era pesante, molle, il corpo già freddo alle estremità. La sdraiarono su una cuccetta, la testa su due cuscini, le gambe tenute rialzate per mandarle sangue al cuore.

Di più non sapevano.

Il buco era orrendo, scuro, slabbrato, sporco.

Usarono tutta l'ovatta che c'era in giro.

Enzo si passò una mano sulla faccia sudata.
«Qui è un bel casino».
Marco guardò la ferita, poi Layla.
«Potremmo chiamare qualcuno. Ho ancora il numero di quel tizio, l’infermiere che beveva con noi… come si chiama, Fabio?».
Enzo rise amaro, senza allegria.
«E che gli diciamo? Ehi, Fabio, hanno sparato a una tipa durante una rapina, sta crepando dissanguata su una barca in mezzo al mare: ti andrebbe di tamponarle l’emorragia? Ci denuncia in trenta secondi».
Il cellulare di Layla, intanto, continuava a bippare. Notifiche su notifiche. Era una sim "fantasma", intestata a un nome falso.

Sara: Layla amore, hai preso le pillole stamattina? Non saltarle, lo sai che non va bene, se le salti.
Mara: Ehi, tutto ok? Mi hai detto che andavi al mare, ma non mi hai scritto niente… fammi sapere, non farmi stare in pensiero.
Giulia: Layla non devi aggravarti, mi hai promesso che avresti tirato avanti almeno fino a Natale. Chiamami quando puoi, ti voglio bene.
Sara di nuovo: Se non rispondi chiamo l’ospedale, giuro. Non fare la stronza proprio ora. Ti puoi gestire anche al IV stadio, capito? Non sei finita.
Mara di nuovo: Tesoro, so che sarai stanca, ma rispondi almeno con un sì o un no. Non devi affrontare tutto da sola.

Giulia di nuovo: La pressione di tutti noi è enorme, lo capisco; ma non vogliamo vederti cedere.
Marco lesse in silenzio, poi girò lo schermo verso Enzo.
«Guarda qua. Non sanno un cazzo della rapina. Pensano solo al tumore».
Enzo scosse la testa.
«Lascia stare il telefono. Spegnilo. Tanto tra poco non ci sarà più segnale».
La barca dondolava piano, alla deriva.

Layla respirava ancora più piano, ogni inspirazione un rantolo umido.

Enzo si sedette sul bordo della cuccetta, gomiti sulle ginocchia.
«Senti… se continua così, non arriva a sera».
Marco annuì lento, senza guardarla.
«Lo so. Ma che vuoi fare… è Layla, cazzo».

Tre giorni dopo, o quattro, chi li contava più, la barca procedeva lenta al largo di Clerville.

Layla aveva smesso di sanguinare come un rubinetto rotto. Non sapevano come: forse era stata la "forza della disperazione", come diceva lei tra un rantolo e l'altro.
La potente libanese era sdraiata sul divano della sala centrale, quella che si apriva sulla plancia di comando. La barca era un trawler vecchio ma solido, con cabine sottocoperta e ponte superiore per prendere il sole.

Lei aveva la faccia grigia, gli occhi infossati, i capelli ricci appiccicati dal sudore. Ma non mollava.
Il tumore era tornato a mordere, più feroce ora che il corpo era debilitato dal colpo. Il IV stadio non perdonava: blocchi intestinali che la facevano piegare in due dal dolore, crampi come coltellate che la lasciavano senza fiato per ore. Incontinenza umiliante. Svenimenti improvvisi: un minuto parlava, il successivo crollava, pallida, con il polso debole. «Il piombo è veloce, questo bastardo è lento e sadico».
Enzo era al timone. Marco sedeva accanto a lei.

«Non ci sto a crepare così», disse Layla all'improvviso. «Prendete terra. Trovate un oncologo e portatelo a bordo».
Marco la guardò, incredulo. «Lilly, siamo ricercati. Non possiamo attraccare come niente fosse».
«A Clerville hanno altro a cui pensare», sussurrò lei, la faccia da stronza che emergeva di nuovo, quella che li aveva convinti a fare il colpo. «Abbiamo i soldi. Pagate uno che stia zitto. Portatelo qui, con medicine, chemio portatile, quel che serve. Non voglio crepare a giorni... voglio tirare avanti...».
Marco scambiò un'occhiata con Enzo. Lei aveva ragione, sia pure in modo distorto. Il tumore la stava mangiando viva: un altro blocco intestinale e sarebbe finita in coma, o peggio. L'incontinenza la umiliava. Gli svenimenti la facevano sembrare un fantasma.
«Okay», disse Enzo alla fine, dalla plancia.

La barca accelerò, puntando terra.

Layla chiuse gli occhi, un sorriso debole sulle labbra. «Bravi, ragazzi. Non crepo così».

Attraccarono in un molo secondario, lontano dalle luci del centro.

Enzo e Marco scesero a terra, contattarono un vecchio conoscente del porto, un trafficante che conosceva mezza Clerville. «Abbiamo una donna malata grave. Serve un medico discreto, uno che non faccia domande».
Un'ora dopo, un uomo salì a bordo con una valigetta di pelle nera e un impermeabile scuro. Alto, magro, occhiali sottili. Si presentò come il dottor Alain Moreau, oncologo specializzato in cure palliative e terapie sperimentali. Enzo e Marco lo fecero accomodare nella sala centrale, vicino al divano dove Layla giaceva, sudata e tremante.
Il dottore si chinò su di lei, le tastò il polso, le controllò la ferita con guanti sterili, ascoltò il respiro gorgogliante.

«Questa è una metastasi calibro 38», ironizzò il medico.

Layla lo fissò con occhi febbrili. «Mi faccia tirare avanti. Non mi interessa quanto tempo, basta non crepare subito. Le mie amiche… mi scrivono ogni giorno, pensano al mio tumore, temono un mio aggravamento, tifano per me. Non le deluda».
Moreau annuì piano, aprì la valigetta. Tirò fuori fiale, siringhe, un piccolo ecografo portatile. Esaminò la cartella che Marco aveva scaricato dal telefono di Layla: vecchi referti, TAC, chemio interrotte. Poi, con un sospiro quasi impercettibile, si voltò verso Enzo.
«Quanto avete preso?», chiese sottovoce, mentre Layla era incorsa in un altro svenimento.
Enzo esitò. «Trecentomila, valuta dell'Unione».
Moreau rise piano, una risata fredda e breve. «Trecentomila in tre.

A Clerville si rubano diamanti da 10 milioni l'uno, solo per farsi le ossa.

Questa donna è una donna importante. Vale 10 diamanti da 10 milioni.

E voi la fate ammazzare per pochi spiccioli».

Si alzò, richiuse la valigetta con un clic. «Mi dispiace. Il tumore è troppo avanti. Si parla di giorni, ormai».
Marco fece un passo avanti. «Aspetti. Layla… lei non molla. Guardi com’è ridotta, ma resiste. Non possiamo lasciarla così».
Moreau si fermò un attimo, la luce del porto che gli illuminava metà faccia. Guardò Layla, immobile sul divano, la camicia bianca sbottonata, il petto che saliva e scendeva piano. Qualcosa passò nei suoi occhi: pena, forse compassione, un’emozione rara per uno come lui.
Sospirò. Riaprì la valigetta, estrasse una fiala piccola, trasparente, con un liquido ambrato. «Questo è mio. Una mia invenzione. Non è approvato da nessuna agenzia, non esiste su nessun registro. Inibisce temporaneamente la progressione aggressiva del tumore, riduce infiammazione, blocchi, dolore. Le darà settimane, forse un mese. Non è una cura. Ma le darà tempo per rassegnarsi».
Iniettò la dose nel braccio di Layla con precisione chirurgica e le sussurrò qualcosa nell'orecchio. Lei si mosse appena e mormorò. «Grazie… grazie... Maestro...», senza aprire gli occhi.
Moreau si rialzò, infilò la valigetta sottobraccio. «E ora… me ne vado. Non vi ho mai visti. Non sono mai stato qui».

«E i soldi? Non vi abbiamo pagato...».

«Conservate i vostri spiccioli per questa poveraccia».

«E tra un mese? Dove possiamo trovarvi? Layla chiederà altro tempo, la conosciamo».

Sospirò.

«Tornate quando ne avrà bisogno, era l'ultima fiala, ne preparerò altre.

Sta barando col destino. Ammiro la sua sfacciataggine.

Voglio vedere quanto resiste una come lei.

Tornate e io vi vedrò arrivare. Layla vi spiegherà quando sarete al largo.

E se un giorno, riuscirete a combinarne una giusta, cosa di cui dubito, allora ripagherete il vostro debito».

Scese dalla passerella senza voltarsi, sparendo tra le ombre del molo.

Enzo e Marco rimasero in silenzio, guardando Layla che respirava un po’ più regolare, il colorito meno terreo.
La barca mollò gli ormeggi, motore basso, verso il largo.

Layla aprì gli occhi per un secondo, un sorriso debole. «Non crepo subito».

La libanese era riuscita a rubare altro tempo al destino.

«Allora, bellezza, ci spieghi perché il dottore non ha preso soldi? Una tua vecchia fiamma?».

«Era Diabolik... imbecilli».

Il labbro di Enzo e quello di Marco finirono in fondo al Golfo di Clerville.

La barca ondeggia piano al largo.

Il motore è spento da ore per risparmiare carburante e non attirare l'attenzione; il sole è tramontato da poco, lasciando un cielo viola scuro striato di nuvole basse.

Layla è ancora sul divano della sala centrale, avvolta in una coperta leggera, la camicia bianca sbottonata sul petto.

La fiala di Diabolik le ha dato un po' di sollievo: il dolore è meno lancinante, i blocchi intestinali meno frequenti, ma il tumore resta lì, un predatore paziente. Respira piano, occhi socchiusi, il telefono stretto in mano come un talismano.
Improvvisamente vibra. Un messaggio in arrivo. Numero sconosciuto, nessuna immagine del mittente, solo testo puro.
«Aggiornamento sulle tue condizioni. Non mentire: so riconoscere una bugia anche da qui.
D.».
Layla fissa lo schermo per un lungo momento, un sorriso stanco che le increspa le labbra screpolate. Enzo, al timone, alza la testa. Marco, seduto sul pavimento con una birra tiepida, si irrigidisce.
Layla (voce bassa, rauca, ma con quel tono da stronza che non molla): «È lui. Il maschera. Vuole sapere come sto».
Enzo si avvicina, guarda lo schermo.
«Rispondi o blocchiamo tutto? Potrebbe essere una trappola».
Layla: «No. È curioso, non cattivo. Almeno non con me».
Digita piano, le dita tremanti ma decise. «Sto tirando avanti. Il tuo intruglio funziona: meno dolore, respiro meglio. Il tumore è sempre un bastardo, ma non mi ha ancora preso. Grazie, stronzo con la maschera.
L.».
Silenzio. La barca rolla leggermente su un'onda lunga. Passano due minuti. Poi vibra di nuovo.
«Bene. Il composto inibisce le metastasi per un periodo variabile da 4 a 8 settimane. Non è magia, è chimica. Torna per un'ecografia di controllo. Se ti aggravi, ti mando in terapia intensiva. Con le banche sei una frana, ma il destino lo sai truffare».

«Tranquillo, maschera. Ho i freni tirati. E rubo».

La barca continua alla deriva nel buio, il mare nero come l'inchiostro di un fumetto. Layla respira regolare, per la prima volta da giorni, senza rantoli. Da qualche parte, in una villa anonima di Clerville, Diabolik ripone il telefono, un'ombra di curiosità negli occhi. Il Re del Terrore non aiuta per pietà, aiuta per vedere fino a dove può arrivare la volontà di una donna che ha rubato tempo al destino.