Tex: La puttanata

Una faccia triste per Layla

La sorca dei pozzi

L'informatrice

The incredible Shoop

Il cottage dalla persiana che sbatte

TEX: LA PUTTANATA

di Salvatore Conte (2024)

Girando per Tucson, si è preso una cotta per una puttana di prestigio: l'animalesca Maggie O'Hara.

La tratta come una sgualdrina, e non ha ancora deciso se presentarla o no ai suoi pards.

Al momento si limita ad assecondarla nei suoi commerci illeciti con banditi messicani, da cui si rifornisce di droga per i suoi clienti.

«Io e te, Tex... abbiamo il West in pugno... nessuno potrà fermarci...».

«Sei una bella puttana, Maggie... ma è presto per fare certi discorsi; sono un ranger, lo sai, e poi non so se hai la testa per starmi dietro, le zinne di sicuro...; e non so nemmeno come la prenderebbe il vecchio cammello...».

«Quel che conta è che te lo faccia venire duro, no?

Perché non ci sposiamo, Tex? Una come me non la trovi più».

«Sei una pragmatica, Maggie...

Non dico di no a una bella donna come te, ma devi aspettare, voglio convincermi che sei la migliore...».

«Mi fai bagnare...».

«Sei una lurida vacca, Maggie... ma con te ci sto bene».

Il rapporto, se così si può chiamare, va avanti in questa maniera, tra insulti e schizzi di follia. E tra commerci pericolosi.

Se lei ci lasciasse la pelle, lui in fondo ci godrebbe.

Ma per il momento non vuole farne a meno, l'ha intossicato.

C'è un imprevisto sulla pista, prima dell'incontro con i messicani.

Un gruppo di indiani ha fatto secco un mercante di whisky.

E non devono essere lontani.

«Zoccola... te lo sei mai fatto un indiano?».

«Certo, scopano anche loro».

«Io mi sono fatto un'indiana, molto tempo fa. Per fortuna è crepata giovane, mi stava scassando le palle».

       

«Ma di me non sei mai stanco...».

«È presto per dirlo, vecchia troia; ma prometti bene; hai le zinne, e sono due punti a tuo vantaggio».

«Con me vai sul sicuro, ti metti a posto per sempre...».

«Potrebbe anche essere, visti i tuoi numeri.

Ma le pallottole, le sai reggere?

Intorno a me fischiano spesso».

«Nessuno mi ha mai sparato contro».

«C'è sempre una prima volta, Maggie».

«Non mi faccio ammazzare, se è questo il tuo problema».

«Lo vedremo, il piombo è una brutta bestia».

«So sparare e so uccidere, nessuno può fermarmi».

«Meglio così.

Perché adesso voglio dare una lezione a questi miserabili».

Tex si mette in caccia e dopo non molto riesce ad avvistare un bivacco indiano.

Devono essere gli autori dell'eccidio.

E per giunta sono navajos!

Tex decide di dar loro una bella strigliata.

«Tu non ti mettere in mezzo, stai zitta e rimani a guardare».

Gli indiani fanno bisboccia svuotando intere casse di whisky, sparando colpi a vuoto nel cielo terso del deserto straziato dal sole.
I navajos, con sorpresa della donna, conoscono bene Tex, lo considerano un capo, chiamandolo col lusinghiero nome di Aquila della Notte.
Per questo Maggie è ancora più sorpresa quando Tex molla il calcio del proprio fucile sul muso di uno di quegli indiani.
«Siete solo degli ubriaconi, ve ne state a spulciarvi in questo deserto come dei luridi coyotes!».
Il più prestante degli indiani, dal corpo possente segnato da svariate cicatrici dovute a lame e pallottole, si fa avanti gettando via la bottiglia che ha appena svuotato; regge bene l’alcool, non sembra nemmeno brillo.
«Non puoi fare questo, cane bianco, non ho mai approvato tutte le stronzate che dicono su di te, sei solo un razzista che pensa ai soldi e vuoi sporcarci con la tua ideologia da cane addomesticato, ma hai detto bene, noi siamo coyotes e adesso ci fotteremo in gruppo la tua vacca bianca!».
C’è un tripudio di ghigni lascivi tra i navajos.

«Vi piacerebbe... ma è la mia vacca!».
Tex si fa avanti, è abituato a trattarli come cani randagi da ammansire e prendere a calci, ma questa volta non funziona.
Quello con le cicatrici schiva il colpo e accoltella il braccio del ranger, la ferita è di striscio, ma basta a fargli abbassare la guardia; presto si ritrova immobilizzato nella polvere con un pesante corpo sulla schiena, faccia a terra tanto da soffocare.
«Ringrazia che non ci inculiamo anche te, Aquila della Notte!», sussurra una voce piena di intenzioni all’orecchio di Willer.
Tex non vede il resto, sente solo le urla della O'Hara.

«Basta! Siete troppi!».

Ma la gran troia ben presto si lascia ammansire, volente o nolente.
Niente di nuovo per la bella zoccola: culo rotto senza tanti riguardi, innumerevoli posizioni stranamente fantasiose per dei coyotes, e infine tanta di quella sborra da coprire non solo interamente il corpo nudo ed esausto di Maggie, ma da rendere umida, simile a una pozza viscida, persino l’arida terra del deserto dove si è consumato il violento coito.
Una volta finita la festa, gli indiani si divertono a prendere Tex a calci in culo, lo rotolano nella polvere a suon di zampate nelle palle, fino a farlo sbattere contro la sua ganza imbrattata di sperma.
«Volevi maltrattarci, vero, Aquila della Notte?
Solo per esserci divertiti con quel bianco e aver bevuto la sua acqua di fuoco; adesso hai capito che non abbiamo nessuno come padrone, tantomeno un cane addomesticato come te; nessun navajo crederà mai più alle tue storielle!
Ora andiamocene, fratelli.
La bava di questo cane rognoso è disgustosa da vedere».

«Bastardi…
Le abbiamo prese, puttana…», Tex aspetta che gli indiani si allontanino, prima di rivolgersi alla donna.
«Sei uno stronzo… guarda come sono ridotta… ahh…», la donna è dolorante e perde sangue.
«Tu sei indistruttibile, Maggie; è un complimento quello che ti faccio. Nessuno può fermarti, è la prova che volevo.

Ne ho viste di donne crepare lungo la mia strada…».
«Io non sono… come una di quelle cagne… ahh… te l'ho detto... io non mi faccio ammazzare…».
«Questo lo vediamo subito… mi hai fatto venire una gran voglia… di fotterti… anche così… sfondata da mezza tribù…».
La O'Hara deve subire l’ennesimo assalto.
Piove sul bagnato, nel deserto più arido del West.
«Sei una puttana, Maggie…», Tex si dichiara soddisfatto, quando estrae la colt fumante dalla figa sanguinante della sua donna.
Più duro di così non gli era mai venuto.
«Ci sposiamo, va bene?

Ti presenterò ai ragazzi».
Il patto è suggellato.

Un paio di giorni e i due si rimettono in movimento.

Ora cavalcano affiancati, a passo d'uomo.

Poiché hanno mancato l'appuntamento, andranno a casa del bandito.

«Se quel pendaglio da forca ci farà storie, non lo riconoscerà nemmeno sua madre...», Amarillo è in vista.

«Fai sempre il gradasso, non è vero?

Con gli indiani, però, abbiamo preso una bella ripassata...».

«Quei bastardi mi hanno preso alla sprovvista, ma con Sancho andrà diversamente.

È un figlio di cagna e lo tratterò come tale».

«Cerca di non rovinarmi gli affari... per fortuna non hanno guardato negli stivali, è lì che tengo i soldi».

«Tanto dovrai smettere comunque».

Due tirapiedi del bandito li accolgono in città come sapessero del loro arrivo, forse la loro fama li precede, già si dice in giro che Willer voglia prender moglie.

«Non sei ancora sposata, vero, Maggie?», esordisce Sancho. «Andiamo di là a discutere di affari...».

Willer lascia fare, gli sta bene che la sua donna vada forte.

Il ranger indugia per qualche secondo, poi si mette a guardare dal buco della serratura.

Sancho si sta palleggiando le tettone sobbalzanti di Maggie.

Tex non sta più nella pelle, sente scoppiarsi il cazzo nei pantaloni, libera il suo arnese e comincia a menarselo come un forsennato, con la faccia schiacciata sul buco della porta.

Tex e Sancho arrivano nello stesso momento.

Lo scambio avviene senza rogne, Maggie ha ottenuto uno sconto ed è contenta.

«Sei un pezzo di figa, Maggie. Non mi stancherò mai di te».

I due lasciano la periferia della città, carichi di droga e progetti.

La loro cavalcata felice, però, dura poco, perché Sancho gli ha messo alle costole un gruppetto di bei figli di puttana.

I messicani non sparano, forse per non colpire Maggie, che - a parte la droga - deve essere il vero obiettivo del loro capo.

«Forza! Dai di speroni!».

Tex sprona il cavallo e Maggie.

E ha un'idea.
«Li sto portando in territorio indiano, adesso scoppia un casino!».

Il ranger non si sbaglia.

Stanno arrivando!

Proprio in quel momento, però, il cavallo di Willer si becca una pallottola nelle chiappe...

Ne consegue un capitombolo colossale.

«Maggie, fermati! Stavolta t'ammazzano!», Tex urla all'indirizzo della donna, che non accenna a rallentare.

Il ranger si attesta dietro la carcassa del suo animale e risponde al fuoco dei messicani.

Gli indiani gli vengono involontariamente in soccorso, scontrandosi con gli uomini di Sancho.
Urla invasate e selvagge, tomahawk che affondano nei crani. Qualcuno spara ancora, ma è inutile, gli indiani compiono un massacro e scalpano i messicani.

Riconosciuto Aquila della Notte, evitano di infierire e si allontanano lanciando nel vento grida di vittoria.
Tex è preoccupato per Maggie, ha un brutto presentimento.

Recupera un cavallo e ne segue le tracce.

Purtroppo non si sbagliava.

Ben presto avvista il suo corpo massiccio a terra, con una lancia indiana conficcata dentro.

È stata punita.

Ma è ancora viva.

«Dannata stupida! Te l'avevo detto di fermarti!».

«Aiutami... Tex... sono tua moglie...».

«Mia moglie un cazzo, tesoro...

Non te la levo, altrimenti rimarresti uccisa subito.

Voglio farmi un'ultima scopata».

Detto-fatto, il ranger glielo infila dentro, duro come un tomahawk.

Quando viene, capisce che la moglie non è ancora morta, reagisce e ansima disperata, anche se con occhi spenti che fissano l'inferno.

È andata male un'altra volta.

«Maggie, hai qualcuno da avvisare?».

«Di cosa...».

«Che sei morta, no?».

«Bastardo...».

È staccato da lei da un calcio nel costato. Rotola nella sabbia con le chiappe nude e il pene al vento, impanandosi di polvere come una cotoletta. È una visione degradante e triste.

Distratto dalla sua gran figa, si è fatto sorprendere come un novellino da una precisa tecnica navajo: l'avvicinamento silenzioso tra cespugli e ciuffi d'erba alta.

Ora sta arrivando il resto del gruppo.

E stavolta saranno dolori sul serio.

Cominciano a prenderlo a calci nel pallido deretano scoperto.

Tex striscia umiliato, mentre gli indiani ridono sguaiatamente, sollevandolo di peso fino al corpo della donna.

Lo scaricano molto vicino, a portata di lingua...

«Già tutti davano lei come quinto pard della tua banda, cane bianco...

La moglie che avresti usato per certi lavoretti sporchi...

L'avevi pensata bene: due grosse tette e una gran voglia di fare la zoccola e leccarti gli stivali.

Finora sembrava indistruttibile, l'ideale per te...

Ma guarda adesso come è ridotta! È una cagna miserabile!

E allora leccala, su! Cane!

Leccatevi!

E sarete marito e moglie, per Manitù!».

«Non voglio morire... aiutatemi...», sussurra Maggie.

A un cenno del capo, un indiano le appoggia una bottiglia di whisky alle labbra.

«Non siamo selvaggi, donna. Se non avessi sparato, non ti avremmo fatto niente. Ma la colpa è di questo cane, che ti ha spaventato con i suoi discorsi fatti con lingua biforcuta!

Purtroppo la lancia ti ha distrutto lo stomaco. Questo cane è già vedovo.

Non ne hai per molto, ma se estraessimo la punta, moriresti all'istante.

Cosa preferisci, donna?».

«Voglio... vivere... ohh... fino all'ultimo... acqua... acqua...».

«Mi dispiace, Maggie... io non volevo che finisse così...».

«Sta' zitto... idiota...

E lui... ahh... lui non lo ammazzate...», Maggie si sta rivolgendo al capo del gruppo.

«No, lui è Aquila della Notte. C'è ancora chi crede a queste stronzate. Se la cava con qualche calcio nelle palle».

«Io... invece...».

«Tu, invece, hai trovato la morte, donna.

Potrei farti scopare da tutti i miei guerrieri, ma ho compassione di te, hai combattuto, non meriti di morire come una cagna».

«Capo... ho due figli... ohh... devono sapere...».

«Sapranno, donna. Ci penserà il tuo uomo».

Maggie sussurra i nomi e l'indirizzo al marito.

«Tex... voglio una croce... ohh... a Tucson... verranno... ahh... a piangere lì...».

«Va bene... appena crepi ti metto su un cavallo e ti porto lì.

Capo... ho bisogno di un cavallo per trasportare il cadavere di mia moglie».

L'indiano fa un cenno a accontenta Aquila della Notte.

«Addio, donna. Lasci due figli a causa di questo cane».

Il gruppo se ne va, lasciandoli soli.

«Sicura di non volerti togliere il pensiero? Fa caldo sotto questo sole».

«Sei scemo... io... ohh... non sono pronta... ho paura...».

«Devi affrontare la realtà, Maggie. Non c'è molto da fare».

Tex è tentato di farla finita con una pallottola nel fianco, da parte a parte; rimarrebbe gelata».

«So... a cosa stai pensando... ohh... se vuoi... fallo... ma prima... baciami...».

Mentre Tex la baciava, Maggie si aspettava di ricevere una pallottola in corpo.

SWISHH

Ma Tex aveva altro in mente ed estrasse fulmineamente la punta della lancia dal corpo di Maggie, senza darle il tempo di avere paura.

«Urghh!!», il rantolo di liberazione della donna.

Tex è pronto a tamponarle il sangue con tutto quello che ha.

«Basta puttanate, Maggie. Stavolta voglio sistemarmi.

A Tucson ci devi arrivare dritta sulla sella!».

L'ordine è perentorio, Tex si è proprio intossicato di questa mignotta.

UNA FACCIA TRISTE PER LAYLA

di Salvatore Conte (2025)

La super puttana che tutti ricordavano, non esisteva praticamente più.

Il tumore se la stava mangiando.

Aveva letteralmente mangiato una buona scarica di thompson.
Sette-otto pallottole .45 in pancia, difficili da contare sulla tuta scura.
Erano tante anche per una come Chana, la Papessa Nera.

Una dura, una bestia stronza, che però adesso rischiava di chiudere i battenti prima della Boyle.

Layla, se non altro, queste complicazioni le aveva evitate; la raffica era toccata a Chana.

I regolamenti di conti tra bande rivali erano frequenti in quegli anni; ma solo quando venivano toccati in prima persona, i pezzi grossi realizzavano la pesante tragedia del piombo.

Oggi era toccato a Chana scendere dal piedistallo.

La stavano portando da Williams, medico di fiducia della banda e Primario di un'importante clinica privata; una specie di area franca, dove né la polizia, né le varie bande osavano disturbare la degenza dei malati di piombo.
«Va bene, Layla?», domandò Fred, dal posto di guida.
La Boyle aveva la faccia sempre più triste, ma con la sua carne gonfia cercava di mantenersi credibile, come donna e come sicaria; infatti era ancora considerata potente da alcuni membri della banda.

Minata da un male incurabile, infagottata nel suo camicione bianco, ossessionata dal poco tempo che le rimaneva, impegnata con tutti i mezzi a differire il proprio tramonto, la massiccia quarantottenne era la lontana parente della felice mignottona di qualche anno prima.

Le diagnosi di Williams furono spietate: Chana aveva le ore contate, Layla i giorni.

«Ma qual è il problema, Doc?», chiedeva Bill.
«E me lo chiedi? Il piombo se l’è mangiata…».
«E Layla?», anche la Boyle, che accusava dolori all’intestino, era stata visitata.
«Layla è arrivata… ha l’addome gonfio di ascite».

«Ascite...?».
«Insomma... ha la pancia piena zeppa di liquido tumorale!
È solo questione di tempo, e neanche di molto.
È finita, nessuno può salvarla».
Una doccia fredda per Bill, che pensava Layla potesse ancora gestirsi, come aveva fatto fino a quel momento.
«Ma l'ascite cosa sarebbe esattamente?».
«L’ho appena detto: è una raccolta di liquido, conseguenza di un tumore in fase molto avanzata».
«Layla è malata da tempo, lo sappiamo. Ma finora ha sempre tirato avanti, si è gestita bene. È grossa e potente, e ci tiene alla pelle.

Doc, non puoi tirarle fuori questo liquido?».
«Lo faccio tutte le settimane, però il tumore si è allargato e il liquido aumenta sempre di più; adesso glielo tolgo, ma fra due giorni starà di nuovo male...».

Layla Boyle aveva l’intestino consumato da un tumore molto aggressivo; però era arrivata bene alla fase terminale, con disturbi fino a quel momento limitati e occlusioni intestinali che, pur dolorose, non si erano rivelate fatali; un blocco intestinale in grado di ucciderla non si era ancora realizzato, data anche la sua tempra fisica, e così lei aveva tirato avanti, tanto bene che ora sembrava assurdo avesse poco da vivere.

«Layla... tu... mi raggiungerai... presto... ohh...».
«Non sei carina, Chana.
Sì, è vero, sono fottuta. Ma ho più tempo di te.
Molto di più».

Dopo l'estrazione delle scorie tumorali per mezzo di una grossa siringa, Layla aveva fatto visita a Chana; la tensione, però, si tagliava con il coltello.
«Ghh...».

La Papessa Nera stava rantolando.

Ormai non c'era più niente da fare.

«Tra poco toccherà a me».
«No. Fermeremo il cancro, in un modo o nell’altro».
«Ci riuscirai davvero, John?».
«Dipende anche da te, Layla».

«Basta stronzate: quanto mi rimane?».
«Non è così semplice, bambola.
Sei dentro la fase avanzata del cancro già da diversi mesi.
Però, nonostante tutto, il tuo fisico massiccio è riuscito ad adeguarsi e a trovare un equilibrio, sia pur precario, con il tumore; è per questo che voglio ancora tentare qualcosa… ossia... l’adattamento totale!», esclamò il medico, con enfasi innaturale.
«Tu non vuoi dirmelo...».
«Se va avanti con questo ritmo, tra una settimana dovrai metterti a letto.
Poi, la durata dell'agonia dipenderà da quanta voglia avrai di lottare.
Sono sicuro che una come te non si arrenderà.
Col tuo fisico potrai trascinarti per un paio di mesi, anche tre.
Ma sarà dura. Ci sarà da soffrire. E se attaccasse il pancreas, la situazione precipiterebbe nel giro di pochi giorni.
Io ti sarò vicino, sarai ricoverata qui».
«Bene... ora so che è finita».
«Lo sapevi già, Layla».
«Ma non volevo crederci.
Non so se avrò voglia di lottare».
«Ti verrà. Ne ho visti tanti di pazienti nelle tue condizioni.
Non ci si rassegna mai. E tu non farai eccezione.

Ora, però, rilassati: non sei in pericolo di vita, la fine non è imminente».

«Cosa intendi per adattamento totale?».

«Una tecnica estrema che vorrei sperimentare nei miei laboratori su pazienti selezionati e che consiste in una radioterapia generale e periodica, fino al raggiungimento di un punto di equilibrio con la tossicità tumorale: più radiazioni vogliono dire più tossicità nelle cellule sane, ma anche meno tossicità in quelle malate...».

«È dolorosa questa tecnica?».

«Assolutamente indolore».

«E allora cosa mi costa provare?».

Williams condusse Layla nei sotterranei della clinica, dove aveva installato i suoi laboratori segreti. Solo lui aveva la chiave per consentire al montacarichi di scendere al di sotto del livello -1.

«Oltre alla tecnica dell'adattamento totale, avrai a disposizione un'arma estrema: la rianimazione forzata; ma speriamo di non doverci arrivare.

Però intanto la proveremo su Chana».

Il medico aprì una porta e Layla vide il cadavere della compagna disteso su un lettino.

Williams preparò all'uso uno strano congegno.
«È un apparecchio rianimatore di ultima generazione. L’ho progettato io stesso», spiegò alla Boyle.

Il medico digitò sul pannello di comando una serie di istruzioni.

«È l'algoritmo della rianimazione!

Stai indietro, adesso».
Williams spinse l'interruttore e dopo una sequenza di micro-scosse preparatorie, una forte scarica elettrica attraversò il corpo di Chana.
Complessivamente, il medico generò dall'apparecchio tre scosse principali ad intensità crescente.
Il cadavere di Chana sussultò due volte, per poi tornare rigido.
Dopo la terza scarica, però, avvenne l'impensabile: la bocca della Papessa Nera si dischiuse, gli occhi si riaprirono.
Chana era rinata!
«È fatta...!

Adesso fai parlare me...».

«Finora hai parlato solo tu...», precisò Layla.

«Chana! Io, John Williams, ti ho ridato la vita! Io sono il tuo padrone, Chana! E tu mi devi obbedienza, se vuoi vivere ancora! E la devi anche a Layla Boyle, la donna che è accanto a me! Layla Boyle è la tua padrona, Chana!
Le istruzioni devono essere semplici, capito?».
«Capito».

«Il cervello non è più quello di prima, ma con il tempo può riacquistare diverse funzioni; almeno credo.
Chana! Se qualcuno minaccia la vita dei tuoi padroni, tu devi uccidere quel qualcuno, chiunque sia, mi hai capito bene?».
Un blando cenno di assenso con il capo.

«Questo tornerà utile quando riprenderà a sparare...
Ora alzati e cammina! Ritorna alla vita, Chana!».
La zombi si alzò lentamente, goffamente, come avesse dimenticato tutto, anche le cose più semplici.
Una volta in piedi, la rediviva non prese iniziative, rimanendo immobile, come un braccio a riposo.
«Chana! Tu sei la guardia di questo edificio! Uccidi chi è nostro nemico!
È meglio darle subito un obiettivo, intorno a cui aiutarla a ricostruire la propria identità», spiegò il medico, rivolgendosi di nuovo a Layla.
La zombi prese a muoversi lentamente.
Individuò l'uscita della stanza e la oltrepassò, sbattendo dapprima contro la porta chiusa, per poi ricordarsi che andava aperta.
Williams la seguì a distanza: Chana stava perlustrando il corridoio sotterraneo; quindi si piazzò al fianco di un armadio, in piedi, impostata come una guardia; le mancava solo un'arma.
«Perfetta... che ne dici di festeggiare il tuo successo, John...?».
«Mi sembra più che giusto, Layla...».

           

«Mi è venuta un'idea, John...», si rialzò dal lettino completamente nuda, a parte gli stivali, e indossò il camicione bianco da gran puttana, allacciando a malapena un paio di bottoni, all'altezza dello stomaco.

Aveva gli occhi allucinati.

«Ecco... questo è perfetto...», estrasse un revolver a canna corta dalla tasca dell'impermeabile e lo porse a Williams. «Io sono pronta. E tu?

Diamoci un taglio, Doc».

Quindi strinse la mano del medico intorno al calcio dell'arma e orientò la canna verso sé stessa, contro la pancia gonfia...

«Vedrai come cola via l'ascite...».
«Layla... è una follia...».
«Perché mai, John...? La follia sarebbe quella di illudermi ancora.

È finita, lo hai ammesso».
«Ma io ti sarò vicino... hai ancora mesi davanti a te, Layla...».
«Sì, mesi di sofferenza su un lettino a contorcermi come una biscia, sperando che il pancreas non mi dia subito il colpo di grazia.
No, non fa per me. Non voglio crepare come una puttana.

Certo... le tue cure attente... mi farebbero campare qualche settimana in più, ma la fine sarebbe la stessa.
E tu lo sai per primo che non sarebbe piacevole vedermi arrovellare su un letto a gestire gli ultimi spiccioli, già di fatto sottoterra.

No, non mi salvo da questo tumore, per me finisce male; anche se sono stata brava a tirarla per le lunghe, anzi bravissima... alla fine avrei troppi rimpianti.
Verrebbero a trovarmi qui da te, morbosamente ansiosi di vedermi lottare inchiodata al letto, invocando una mascherina dell'ossigeno o una trasfusione, per tirare avanti a oltranza e guadagnare qualche giorno, spaventata a morte dalla fine.
Ma un'altra possibilità c'è...

Fammi rinascere... John…».
«Layla... no!».

La Boyle indurì lo sguardo.
BANG
L'aveva fatto...!

«Layla... cosa cazzo... hai combinato...?!», mentre lei cadeva sulle ginocchia.
Il dottore si chinò su di lei: la pallottola era esplosa nelle budella, a bruciapelo.
Un colpo mortale, anche per una donna in piena salute, e lei non lo era.
Williams impallidì. Non c’era alcuna possibilità di salvarla.

Layla si accasciò in avanti con un gemito di sofferenza.
«John… sto morendo…», cercava un po’ di compassione in quel momento estremo.
«Maledizione...», Williams la sollevò, non senza fatica, e la distese sul lettino del laboratorio.
Sangue e ascite colavano dal buco.
«No… non voglio morire…», Layla si guardava attorno con occhi spaventati. Aveva qualche comprensibile rimpianto. Ampiamente tardivo.
«Fermarsi adesso sarebbe assurdo, Layla.
Rimarresti a metà del guado, non torneresti in vita e non avresti nemmeno la possibilità di tirarla per le lunghe… con questo buco non arrivi a domani mattina!».
«Lo so... dannazione... lo so... aspetta solo un attimo... ohh...», la bocca spalancata e gli occhi dilatati, ma le mani a stringere forti la pancia, addosso al buco e allo stesso tumore, quasi a controllare la situazione e a misurare il tempo che le rimaneva.

Si era fatta letteralmente esplodere e ora aveva tanti rimpianti.
«Lasciati andare, Layla...».
A rompere l'impasse giunse la crisi della Boyle.
«John...!», lo invocò allarmata. «John...», ripeté debolmente, ormai stordita. «Non voglio... morire... ho sbagliato... aiutami...».
Seguirono degli spasmi; poi le mani caddero lungo i fianchi e gli occhi raggelarono.
La Boyle, che con feroce lucidità si era fatta esplodere la pancia, aveva stirato le zampe.
Williams attaccò Layla al rianimatore e inserì la sequenza personalizzata dell'algoritmo da eseguire, basata su peso, età, durata dell'agonia.

Adesso tutto era pronto per la seconda resurrezione.
Bastava solo spingere l'interruttore.
Lo fece senza indugi e in breve tempo la prima scossa importante attraversò il corpo della Boyle.
Poi la seconda e la terza, a intervalli calcolati e intensità crescente.
Il dottore osservò ansioso il letto ove giaceva il cadavere di Layla.
Le gambe reagivano!
Si scuoteva!
Anche stavolta ce l'aveva fatta...
Era rinata!
«Layla Boyle! Tu sei la mia schiava! E tu perciò farai tutto quello che io ti chiederò di fare!», Williams aveva un debole per lei, ma Layla era abituata bene, e se aveva ceduto qualcosa negli ultimi tempi, a lui, un viscido, stempiato, imbranato segaossa, era stato soltanto per farsi curare con maggiore attenzione, visto che perlomeno le stava allungando la fine.
Adesso, però, Williams poteva asservirla per sempre.
«Vieni verso di me, Layla!».
Un paio di barcollanti passi e gli fu davanti, camiciona bianca a malapena abbottonata e stivali neri, mentre lui si era già allentato i pantaloni.
«Inginocchiati all'altezza del mio membro... il pisello... il cazzo!», chiarì più volte il concetto, a beneficio della zombi. «E prendilo in bocca!», la mano sulla testa di lei, ad accompagnarla nella giusta direzione.
«Sì, Layla! Fammi godere...!

Puttana...!

Zoccola...!».

BANG

«Tu sei bravo... a muovere quel coso...».

«Quale coso, signora?».
La Boyle imitò il ragazzo che guidava, le mani sul volante.

«Ah... questo... vede... ho preso la patente da poco, forse sono ancora un po' insicuro...».

«No, sei bravo».

«Non vorrei sembrarle inopportuno, ma se vuole ritoccarsi il rossetto... può usare lo specchietto del passeggero; ha una... piccola sbavatura... su un lato...».

«Che specchietto? Io non vedo specchietto».

Dopo aver ripreso il montacarichi, era uscita nell'autorimessa e aveva fermato una macchina: si trattava di un giovane che aveva visitato un parente ricoverato nella clinica di Williams.

«Mi scusi, signora... è sicura di sentirsi bene?».
«Io... sto bene... sì».

Il trench nero mascherava bene le tracce di sangue e il buio dell'abitacolo faceva il resto.

«Però non mi ha detto dove è diretta... insomma dove posso lasciarla...».

«Io... a casa tua... andrà bene».

Tenuto conto della camicia poco abbottonata, il ragazzo cominciò a nutrire dei dubbi.

«Signora... lei è molto attraente, ma non so se... ecco...».
La zombi notò un oggetto sul ripiano dell'auto.

Era una torcia elettrica.
«Mi ricorda qualcosa... lo prendo...».
Layla afferrò la torcia e se la infilò senza esitazioni nella sorca.
Così facendo, si accese e il riflesso del cono di luce proiettato sui piedi, ne illuminò il volto spettrale.
Il ragazzo era basito.
«Signora... se lei si sente così sola... beh... io ho un'altra torcia: non fa luce, ma funziona lo stesso... e senza batterie...

Come ti chiami, bella signora?».

«Mi chiamo... inizia... inizia con la elle... almeno credo...».
«Sarai anche suonata, però sei un bel tipo, sai?».

Erano giunti a casa del ragazzo. Un alloggio di fortuna, nell'estrema periferia della città.

La zombi camminò ingobbita verso la porta, con entrambe le mani pressate sull'addome.
«Tutto bene?

Sono un semplice studente, mia cara Lana... mi dispiace non poterti offrire di più...».
«Tu... cosa studi...?».
«Medicina».
La Boyle si accasciò sull'unica poltroncina del monolocale, il volto sofferente e tirato.
«Lana... vuoi farti una doccia?».
«No... Layla... mi chiamo Layla...».
«La sbornia sta passando, eh?».
«Se studi medicina... vuol dire... che diventerai... un dottore... come John...?».
«Prima o poi... ma chi è questo John?».
«Hai già fatto... l'esame... dei tumori... i tumori che uccidono?».
«Oncologia...?
L'ho appena superato!».
«Bene... allora mi aiuterai... fammi una visita...».
La zombi si aprì il trench.
«Ma...!? Sei ferita! Questo è il buco di una pallottola!».
«No... controlla il tumore...
Eh...? Cos'è questo buco...?».
«Qualcuno ti ha sparato, Layla. Non te lo ricordi?».
«Sì... sono stata io... no... lui... John...».
«Io... io... chiamo subito un'ambulanza...».
«No... pensaci tu...
e non fare scherzi...», la zombi estrasse il revolver dalla tasca dell'impermeabile scuro e glielo puntò contro.
«Come vuoi... stai calma... ho delle bende».
«Non ce n'è bisogno...
Per il tuo bene, figliolo, vai a nanna e dimentica tutto...
Ci occupiamo noi della signora».
L'avevano ritrovata.

A quattro settimane da quella incredibile serata, la malattia di Layla si era pesantemente aggravata.
La Boyle si era ridotta a fare la biscia umana dei suoi peggiori incubi: avvitata al letto, inquieta, impotente e senza prospettive, nonostante il fisico possente.
Le complicanze della pallottola nelle budella l'avevano ulteriormente indebolita.
Si diceva ormai che ne avesse per pochissimo.
Il Boss la visitava spesso, per non perdersi il momento fatale.
Vederla annaspare lo eccitava, ed era per questo che si augurava la fine non giungesse rapida.
Il dottor Williams - salvo, ma rimasto su una carrozzella - lo aveva avvisato che la situazione poteva precipitare da giorno all'altro. L'ingegnoso Primario non si era ancora deciso a sottoporre Layla alla radioterapia generale; aveva paura di darle il colpo di grazia; preferiva tenerla in vita con le cure conservative tradizionali: trasfusioni, ossigeno, incisioni mirate; la Terapia Intensiva era sempre pronta.

Layla andò in crisi alle undici della sera. Non respirava più senza mascherina.
Il Boss aveva interrotto una riunione e stava arrivando di corsa.
Trovò il Primario intento a ridurre l'ascite della Boyle con una siringa di grandi dimensioni: incuteva soggezione solo a guardarla.
Era tutto inutile, ma si cercava di farle guadagnare altro tempo.
Anche Fred era arrivato e assillava lo staff medico con le sue domande. Voleva assolutamente sapere se poteva trattarsi della crisi fatale.

Bill viveva praticamente in clinica.
Il loro speciale interesse per la moribonda era noto. L'avevano incoraggiata insieme fino a quello stesso pomeriggio.

Al capezzale della Boyle c'era anche il giovane studente di medicina...
«Non mi lascio andare... promesso.... meglio fare la biscia... che essere mangiata dai vermi...», aveva detto, con la faccia tesa, poche ore prima che le mancasse il respiro.

La situazione era critica, ma relativamente sotto controllo.
L'ennesima trasfusione era pronta.
Non si badava a spese per lei.
Se Layla non si fosse ulteriormente aggravata, avrebbe superato la notte.
L'obiettivo era quello di stabilizzarla.
Non sarebbe servito ad allungarle di molto la vita, ma nessuno aveva il coraggio di staccarle la spina.

Il Capo volle parlarle. Le fu tolta la maschera dell'ossigeno.
«Layla... vecchia mia... stanno facendo il massimo... e anche tu... vedi di non mollare...».
«Okay... ci provo... Boss... ci provo...».

«Brava... brava Layla...».

La Boyle superò la notte e passò una settimana relativamente tranquilla.
Era orgogliosa della sua tenuta e chiedeva spesso notizie di improbabili miglioramenti.
I giorni continuavano a passare tra frequenti malesseri, ma senza crisi acute.
Il suo organismo sembrava adattarsi di continuo.
Sangue a volontà, ossigeno, vitamine, farmaci, un monitoraggio medico continuo e frequenti prelievi di ascite la rendevano una privilegiata nella sventura, anche se il fisico massiccio risultava ancora la sua risorsa più preziosa.
Erano passati 15 giorni dalla crisi che aveva minacciato di risultarle fatale e la Boyle riusciva tuttora a gestire la situazione, con Bill, Fred e Paul (lo studente di medicina) sempre accanto a lei.

Però Layla aveva la faccia triste, perché la tenevano a galla, ma il tumore si era allargato ancora e aveva prodotto metastasi molto preoccupanti.

Per quanto si sforzasse, non vedeva alcun futuro per la sua carne marcia. Viveva solo nel presente e si attaccava alla vita che le rimaneva.

«Se anche oggi respiro... allora è un gran giorno.

Non voglio morire...», sussurrava ai tre affezionati, aggrappandosi al fisico da gran puttana; il Boss intorno a lei come un avvoltoio, gli altri a sperare nella radioterapia generale che lo staff medico di Williams stava mettendo a punto.

E allora... faccia triste, ma con il sorriso...

E tanta voglia di tirare avanti.

LA SORCA DEI POZZI

di Salvatore Conte (2024)

È al servizio di Rafeeq, il braccio armato di King Awad, Re d'Arabia e del Petrolio. È una grossa puttana sempre sbottonata, senza invidia per le occidentali: si chiama Hayat Saudi.

Patrick Hale le ha messo gli occhi addosso, smentendo sé stesso.

È una storia sbagliata, con una donna sbagliata, ma in un mondo sballato come questo, non si può escludere che sia la cosa giusta.

Per lui è ormai diventata la sorca dei pozzi, perché tutto ha inizio da una parola magica e da strane voci nel deserto.

Non si può stare fermi, il sistema è programmato per generare conflitti e allora il brutale Rafeeq deve tirare per la dishdasha il Re buono, il Re santo, King Awad.

Si sono conosciuti tra i pozzi, dove il potere non conosce limiti.

A lui piace questa carne grassa, da mignottona.

E l'uniforme sbottonata fino allo stomaco.

«Forse è meglio se smetti, troppi rischi...

Quando ho finito qui, puoi venire con me...».

«Qui mi piace, cowboy, ho potere... però so bene di rischiare...», gli occhi si fanno allucinati. «A volte mi chiedo se... se sarei in grado di gestire una raffica di kalashnikov in pancia...», la lingua che spunta dal labbro.

«Non è pensabile che tu debba correre un rischio del genere, Hayat...

Le pallottole uccidono anche una come te...».

«Stai calmo... finora non sono morta.

Qui ho il mio potere, ma con me ti metti a posto, è chiaro: sono il tuo pozzo».

Hayat ha ragione, ammesso che non abbia torto: nel cervello gli è entrata forte, lei e le sue zinne sbottonate da sorcona, il pisello si fa subito duro quando la vede.

La storia diviene ancora più sbagliata quando a King Awad le voci del deserto (la CIA e il Mossad) suggeriscono di regalare due valigie atomiche a Rafeeq.

La cosa si fa imbarazzante, quasi giusta.

A questo punto parte la corsa alle valigie. E dentro c'è pure Hayat Saudi, tanto sbottonata quanto risolutiva.

Siamo dunque alla resa dei conti: quel che è giusto è sbagliato, e ciò che è sbagliato è perfino giusto.

«Non pensavo che... m'avrebbero sparato addosso... ormai sono famosa...», Hayat è stata raggiunta da una raffica nella pancia, come nei suoi incubi o desideri più perversi. Mentre si aspetta l'ambulanza, Patrick Hale è accanto a lei, in veste di giornalista.

«Volevo... mettermi in salvo... sapevo che l'elicottero... sarebbe stato abbattuto... ma prima... dovevo... mandare... a morire... le puttanelle... dell'Islam...».

Una confessione completa, da sbottonata.

«La famosa terrorista è stata trasportata in ospedale, in fin vita, accompagnata da Patrick Hale in persona. Sulle sue condizioni c'è il massimo riserbo, ancora non trapela se sia deceduta, o rimasta uccisa.

Nel suo caso, comunque, la cintura esplosiva non è esplosa: una bella fortuna per la signora...», strombazzano dalle TV.

Rimane solo da disfare le valigie, 20 anni prima.

L'INFORMATRICE

di Salvatore Conte (2024)

«Io sto crepando... e tu vieni a chiedermi informazioni...», l'accoglienza non è delle migliori, ma c'è da capirla.

È sofferente, angosciata, imbarazzata per la sua fine; non è più giovanissima, però è sempre una bella donna.

Layla è una vecchia cessa sbottonata, che continua a rimorchiare nei pub, malgrado un cancro all'intestino arrivato al IV stadio (!).

«Non vedi come sto male...?».

«A me veramente non sembra...».

«Non fare lo scemo, John...».

«Se ti rifiutano le cure, gli schiarisco io le idee...».

«No, John... sono ancora in cura... ma ho troppe metastasi, non posso più salvarmi, solo tirare avanti».

«E ti sembra niente?

La stessa vita è un tirare avanti, bellezza...

Ma se ti fa piacere, verrò a trovarti più spesso, Layla».

«No, vecchio bufalo, non mi basta...

Stavolta ci sposiamo...».

«Mi piaci sempre, Layla, ma il passo, per uno come me, lo sai... è troppo grande...».

«Non me ne frega niente.

Se vuoi farmi cantare, stasera mi scopi e domani ti metti l'anello. Non ho molto tempo. Due mesi e torni libero».

«Non ci credo che ci metti due mesi a crepare».

«Ormai ce l'ho dappertutto: non mi piace dirlo, ma sono finita».

«Mi dispiace, Layla...».

«John... non canto, senza qualcosa di grosso in cambio...».

«Tu giri ancora per i pub, ti chiedo solo qualche nome».

«Non mi freghi, John... io il nome giusto forse ce l'ho, ma se canto... mi becco anch'io tre pallottole nello stomaco come quella tua amica di nome Myra...

E tanta fretta di crepare non ce l'ho...».

«Ancora con quella storia?

È stata una fatalità».

«Già... una fatalità... che però potrebbe ripetersi...».

«Piuttosto... perché non te lo sei fatto togliere?».

«Il tumore?».

Annuisce.

«Si è allargato in fretta. Si chiamano tumori galoppanti.

E adesso, se non sto attenta, rischio di rimanere fulminata, perché a questo stadio, il Quarto, il tumore può farsi fulminante...».

«Come una pallottola?».

Annuisce.

«Allora... se è così... non c'è tempo da perdere, no?».

Layla Boyle è riuscita a convincere il tenente Parker: è ancora una grossa fica e risponde ai trattamenti; se non subentrano complicazioni, può tirare avanti e tenere legato il vecchio bufalo.

«Proprio vero che non tutti i mali vengono per nuocere... alla fine ti ho beccato, John...».

«Adesso cerca di durare, Layla...».

«Nessuna fretta di tornare libero?».

«Nessuna fretta».

«Ci provo, ma siamo grandi, lo sai quello che mi aspetta...».

Annuisce.

La moglie di Parker ha un tumore all'intestino giunto da tempo al IV stadio, con metastasi a fegato, stomaco e utero: un quadro allarmante, da cui non si esce vivi.

Il tenente Parker ha il gioco in mano: ha parlato con i medici e sa la verità; anche se risulta ancora ufficialmente in cura, la moglie è da considerarsi una malata terminale con poche settimane di vita.

Lei si ostina a promettergli anni di matrimonio, ma nasconde la realtà a sé stessa, come molti malati spaventati dalla fine.

John ha già assunto un'infermiera per gli ultimi giorni.

Layla sarà assistita a casa, niente ricovero, morirà in pace, tra le sue braccia.

E lui tornerà libero all'anagrafe.

Però, arrivati alla fine, anche il vecchio bisonte è nervoso.

Layla ha avuto un infarto, ma è stata rianimata dall'infermiera, molto preparata e diligente.

La moglie alterna momenti di relativa lucidità, in cui afferma di volersi salvare, a periodi di coma durante cui balbetta mezze parole prive di senso, come "sal... sal...", che con molta probabilità riflettono il sogno di una salvezza ormai impossibile.

Layla non è per niente rassegnata, crede di potersi riprendere e di essere ammessa a nuove terapie.

Ancora non capisce che è in fin di vita.

L'infermiera le asciuga il collo con pazienza: diverse gocce di sudore freddo lo imperlano, Layla si spreme a fondo per resistere.

«Sal... ohh... salv... ohh... Salvatore... aiutami... ohh...».

Non era "salvezza", dunque, la parola balbettata in coma; ma il nome di uno dei suoi clienti più assidui.

D'altronde è sempre stata una mignotta.

Era nato qualche progetto, qualche suggestione, che adesso rivive sull'orlo della fossa.

Parker ci rimane male, ma ha compassione di lei.

D'altra parte, i Collezionisti della città si stanno muovendo.

Layla sarà ricoverata e sottoposta a radioterapia d'urgenza, bruciando sul tempo le liste d'attesa degli ospedali.

Pronta per lei anche la nuova terapia ipertermica.

Si cerca di tenerla a galla, di trovare il modo per farla arrivare al primo anniversario di matrimonio.

«La tua informazione era giusta, finalmente l'abbiamo pizzicato.

Però quell'altra...».

«Quale...?».

«Quella relativa ai due mesi...».

«Sta al poliziotto... vagliare le informazioni...».

«È vero... avrei dovuto capire che stavi per fregarmi...».

«Lo sai come sono fatta...».

«Lo so.

Lo so bene...».

Una conferma che sottintende molte cose.

THE INCREDIBLE SHOOP

di Salvatore Conte (2025)

Pamela sta crepando di cancro, non ha più un futuro davanti.

Ufficialmente è ancora in cura, ma le metastasi sono troppe per sperare di invertire la tendenza. Finché il fisico regge, può tirare avanti, ma senza un futuro.

A 60 anni, con l'ascite in bocca, non ha perso il vizio di sbottonarsi le camicette, è ancora una gran puttana, anche se i dolori alla pancia non le concedono tregua.

Un'emittente televisiva vuole realizzare un documentario sulla sua vita avventurosa, da diffondere prima della sua morte, per creare ulteriore eccitazione intorno al suo disperato caso, come ai tempi di Farrah Fawcett.

«Ho cominciato in una sala giochi di New York: facevo la stronza per incentivare le giocate... è lì che ho conosciuto l'incredibile Hulk.

Si spacciava per un uomo tranquillo, all'inizio aveva ingannato persino me, ma poi l'ho visto incazzarsi di brutto in mezzo al traffico... e allora ho capito che era meglio non farlo arrabbiare.

New York non era una città adatta a lui».

«Poi mi sono spostata a Las Vegas; facevo la zoccola in un casinò spaziale... una di quelle cose per cui Las Vegas è famosa. Lì conobbi Buck Rogers, il grande astronauta. Faceva lo schizzinoso, il damerino dello spazio...».

«E va bene...

A Los Angeles facevo coppia con un truffatore; era uno stronzo; e ci siamo fatti beccare.

Ma alla fine abbiamo restituito tutto; ero al verde, in quel periodo».

«Alle Hawaii, una volta, ho cercato di adescare un magnate del petrolio, ma a momenti ci rimanevo secca: proprio quella sera cercarono di rapirlo... bella fortuna...

Quello spilorcio si sdebitò del mio aiuto con un drink...!».

«Comunque... visto che mi trovavo ancora lì, alle Hawaii... ci riprovai con il famoso Tom Selleck; però all'epoca se la tirava un sacco... fu un altro fiasco.

Ero una fica, del resto lo sono sempre stata, ma a volte la fortuna era come se mi abbandonasse...».

«Tornata a Las Vegas, ho frequentato Robert Urich, ma non è durata; in quel momento era ossessionato dal suo lavoro di detective privato, e forse è andata bene così: non era il mio tipo...».

«Per un periodo lavorai a Fantasy Island, il luna park per ricchi messo su alle Hawaii da Ricardo Montalban. Fu disgustoso farsi baciare da certi vecchi bavosi, annoiati e prepotenti, e una volta fui perfino minacciata da autentici galeotti evasi dal carcere».

«A Chicago accettai un incarico dalla mala locale e dovetti subito pentirmene... a momenti, tanto per cambiare, ci rimanevo secca...».

«Ebbene sì... a San Diego ero un'addetta alla sicurezza... e mi imbattei nei famosi fratelli Simon: fu divertente».

«Potrei proseguire per ore, ma purtroppo le mie ore sono divenute preziose.

Concludo accennando alla mia esperienza presso un Circo itinerante dell'Arkansas come equilibrista... funambola... in bilico sul precipizio, proprio come adesso...

Tale esperienza fu resa problematica da un caso di omicidio; in quella circostanza fui interrogata dalla famosa Signora in Giallo, una rompiscatole insaziabile ma risolutiva.

E poi c'è quella volta che ho spennato un pollo... ma era un tipo...

E altre cose che non posso raccontare.

Potrei andare avanti per ore, ma il tempo rimasto è poco.

Vorrei vederlo anch'io questo documentario...».

Quando le condizioni di Pamela Shoop si aggravano, si diffonde il panico tra i suoi numerosi fans.

Non è ancora in fin di vita, ma manca poco.

Ormai solo la paura di morire mantiene in vita la Shoop.

La donna è ricoverata nel reparto dei malati terminali, non avrebbe diritto alla terapia intensiva, ma il Primario ha promesso ai fans che non la lasceranno morire.

C'è ressa all'ospedale: tutti vogliono vederla, tutti vogliono consolarla.

L'ospedale è diventato la struttura più frequentata della città.

I medici impazziscono per cercare di allungarle la vita: sono pressati dal Primario, dai fans e dallo stesso Sindaco, stufo del caos determinatosi intorno all'ospedale; ma la situazione precipita giorno per giorno, Pamela non ce la fa più.

È così che i medici prendono il coraggio a quattro mani: la Shoop verrà operata, ripulita e rispedita a casa, con un paio di mesi da vivere.

Due mesi di speranza e disperazione, ma lontano dall'ospedale, con tutte le cure domiciliari del caso.

Di sicuro la Shoop e i fans ci proveranno fino all'ultimo.

Intanto, almeno, rivedrà da casa la sua incredibile vita.

E se dovesse trovare l'accordo economico, non esiterebbe a girare il sequel di "Stirba", il famoso film con Sybil Danning e Christopher Lee, nel corso del quale l'avvenente non-morta potrebbe finalmente incontrare la morte, forse a causa di un'oscura maledizione che la divori dall'interno...

IL COTTAGE

DALLA PERSIANA CHE SBATTE

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

Elmira Jafari scese dal traghetto nel porticciolo di un villaggio sperduto nelle paludi del Norfolk, Inghilterra.

L'aria umida puzzava di fango marcio e di quel tanfo dolciastro di erba bagnata che nascondeva il vero fetore della società: eroina tagliata male, sudore di corpi abusati, e il silenzio complice di chi voltava la testa.

Elmira, con il suo corpo esplosivo – seni pesanti come meloni maturi, fianchi larghi da vacca, pancia tonda con geometrie perfette, e una carnalità bestiale che la rendeva la stella del giro – non era lì per scelta. I suoi connazionali iraniani, intrecciati con la mala locale, l'avevano chiamata in quel buco per un "lavoro speciale".

«C'è un cottage nella palude che ti aspetta», le avevano detto a Londra, con ghigni unti e mani che le palpavano il culo come se fosse merce. «C'è una leggenda macabra su quel posto e la gente paga il triplo per farlo con i fantasmi che guardano».

Lei sapeva cosa significava: era la vacca da resa, la più potente del gruppo, quella che poteva soddisfare branchi interi senza spezzarsi. Da anni in Inghilterra, fuggita dall'Iran per un matrimonio fallito, era finita nelle grinfie di quei bastardi. Droga per tenerla docile, un po' di coca per l'energia, oppioidi per il dolore dopo le sessioni, e prostituzione per pagare i debiti ed evitarle il rimpatrio.

Elmira aveva il fuoco persiano dentro, una rabbia animalesca che la faceva gemere come una belva in calore, attirando clienti sadici da mezza Inghilterra.
Il villaggio sulla palude ero lo specchio di una società in putrefazione, in cui indigeni ubriachi si mescolavano a immigrati sfaccendati, sussidiati da una burocrazia corrotta, apatica e senza progetti per il futuro.

La bande criminali si infiltravano viscide  in ogni ambito, ma senza la spettacolare organizzazione e la coreografica narrativa che aveva reso celebri le mafie in altre nazioni: anche la criminalità era apatica, priva di idee e identità; c'era perché doveva esserci, come la pioggia.

Un nano tozzo, il sindaco Solmi – un italiano emigrato decenni fa, con un passato oscuro alle spalle – la aspettava al molo.

«Benvenuta, signorina Jafari», biascicò viscido, gli occhi che scivolavano untuosi sul décolleté esplosivo, in mezzo alla maglia sbottonata del Barcellona (un regalo di un cliente spagnolo), messa a dura prova dalle zinne prepotenti. «Il cottage è laggiù, al limite delle paludi. Apparteneva alle sorelle Woods, morte da anni. Ci sono leggende su quel posto, ma niente di serio: folklore... un po' di colore nel cielo grigio, niente di più.

Con lei tornerà a vivere».

Ufficialmente era una rifugiata, sussidiata e coccolata dalle Autorità; una studiosa di storia antica, a cui il regime di Teheran aveva negato ogni possibilità di carriera; ma non era vero niente, Elmira non aveva mai aperto un libro, e non era interessata a farlo; forse perché era lei in persona la storia antica, non aveva senso studiare sé stessa, dal momento che si conosceva benissimo: erano gli altri che dovevano studiarla, e a caro prezzo.

Il sindaco la accompagnò di persona.

Il cottage apparve velato da una leggera foschia: era una casupola di mattoni sgretolati e legno marcio, con persiane che sbattevano al vento quasi seguendo un preciso ritmo, talvolta annunciate da disturbanti cigolii, che ricordavano stridule risate di vecchie megere.

     

Dentro, l'aria era densa di muffa e di un odore metallico, come sangue secco misto a sperma rancido.

«Non c'è stato il tempo di ripulirlo...», precisò il sindaco, in maniera del tutto superflua.

Salita al piano superiore, mentre la persiana sbatteva più forte del solito, Elmira notò subito l'inquietante affresco che occupava quasi tutta la parete di fondo.

Una donna appesa a una corda, con la veste fradicia di sangue, accoltellata più volte, massacrata in un ambiente squallido, stranamente simile a quello stesso salone.

«Io avevo ordinato di coprirlo sotto un intonaco fresco, ma l'assessore alla cultura si è opposto: ha detto che è un'opera d'arte... e pensare che l'ho nominato io nella giunta comunale...

Se le fa impressione, domani mando qualcuno a coprirlo con un lenzuolo; ma per carità, non lo rovini...».

«Ho visto cose peggiori, signor sindaco».

«Certo, lei ha del temperamento, signorina».

Del resto non sarebbe rimasta sola a lungo, aggiunse fra sé.

Quella notte, mentre la persiana batteva come un cuore malato, Elmira ricevette il primo cliente: un prete locale, con mani tremanti e un'erezione rabbiosa. La prese con violenza, mordendole i seni fino a farli sanguinare, sussurrando preghiere distorte.

«Sei la martire perfetta», grugnì, mentre lei urlava in un misto di dolore e piacere animale. Ma nel buio, Elmira sentì voci, sussurri dalle pareti, risate soffocate.
Il giorno dopo, era già una celebrità per le vie del villaggio: le stesse donne, per lo più secche e ingrigite, non evitavano di riconoscere una sottomessa sudditanza alla sua straripante potenza di fuoco.

Al pub, controllata con discrezione da un paio di connazionali, fu avvicinata da un pescatore. «Benvenuta, signora. Posso offrirle una birra?».

All'inizio pensò di mandarlo via, ma si accorse che c'era gentilezza nei suoi modi e lo fece sedere.

Dopo qualche chiacchiera comune, lui cambiò registro: «Stia attenta. Questo villaggio nasconde segreti. Le sorelle non sono morte... e il cottage è maledetto».

Elmira sorrise, ma dentro di sé capì che il pescatore diceva sul serio.

Era il classico uomo semplice che ispirava subito fiducia.

Ma questo al momento non cambiava niente.

Il vento non si poteva fermare.
La persiana continuò a battere.

Elmira camminava lungo il sentiero fangoso che collegava il cottage al villaggio. L'erba alta ondeggiava come un mare verde sotto il cielo grigio. Mucche pascolavano sparse, muggendo piano, ignare del marciume che fermentava intorno a loro. Il Norfolk era così: superficie placida, sottofondo putrido.
Lì, appoggiata a un cancelletto di legno marcio, c'era Elissa.

Alta, formosa, esotica, con magnifici capelli ondulati che le ricadevano sul petto.

Indossava la maglia del Norwich City, giallo vivace con inserti verdi.

«Elmira Jafari, la vacca iraniana, dal valore incalcolabile», disse Elissa, con voce bassa, rauca, accendendo una sigaretta. «Ho sentito dire che fai urlare pure i preti. Brava. Ma stai con i perdenti».
Elmira si fermò. La squadrò.

«Passi la notte tra l'erba alta? Puoi entrare e guardare da vicino, se vuoi...».

Elissa rise di gusto.

«Una vacca persiana che sprizza humour britannico: sei un mostro, ragazza».

«Sai molto di me, ma io poco di te».

«Sono la Libanese. Controllo i porti, le bustine che fanno sognare, le ragazze che valgono davvero; solo roba di lusso, capisci. Vacche con il campanaccio di Cartier.

E tu potresti essere la mia numero 10».

Si avvicinò, tirando fuori dalla borsa una maglia del Norwich con il numero 10 sulla schiena e "JAFARI" stampato sopra.

Gliela porse come un presidente di club che presenti un top-player alla stampa e ai tifosi.
«Entra nella mia squadra, Elmira. Lascia quei bastardi che ti pompano eroina per tenerti al guinzaglio. Con me avrai clienti puliti, ricchi allevatori, avvocati di Norwich, persino qualche calciatore dei tempi gloriosi che voglia alzare di nuovo la Coppa attraverso te.

Protezione vera, dosi sicure, e una fetta grossa. Non più un cottage marcio e persiane che sbattono».
Elmira prese la maglia, la stoffa sintetica fresca tra le dita. Guardò le mucche che pascolavano, placide, ruminanti. Simili a lei, pensò: bestie da latte, da monta, da macello.
«E se dico no?», chiese, la voce bassa.
Elissa scrollò le spalle, aspirando fumo. «Allora resti con i perdenti. La prossima persiana che sbatte potrebbe essere il coperchio della tua bara. O peggio: ti spediscono indietro in Iran, dove le vacche come te finiscono appese per i capezzoli in qualche scantinato di Teheran».
Le mucche muggirono in coro, come chiamate in causa.

Elmira strinse la maglia. Il giallo e il verde sembravano urlare contro il grigio delle paludi. Accettare significava tradire i suoi connazionali. Rifiutare significava morte lenta.
«Ci penso», disse infine.
Elissa sorrise, scoprendo denti bianchi come perle false.

«Pensa veloce, bella. Il campionato inizia presto».

Gli iraniani avevano osservato tutto da lontano, nascosti tra i canneti come serpenti. Aspettarono il tramonto per avvicinarsi al cottage.

Elmira era sola, seduta sul pavimento del salone, lo sguardo fisso sull'affresco.
Un certo Reza entrò per primo, la porta che cigolò come un lamento. «Hai parlato con la puttana libanese, eh? L'abbiamo vista».
Elmira alzò gli occhi. «E allora?».
L'altro, di nome Amir, rise grasso, chiudendo la porta. «Allora pensaci bene, vacca. Elissa è brava a promettere maglie gialle e clienti puliti, ma noi ti abbiamo tirato fuori dall'Iran. Ti abbiamo dato eroina buona, non quella schifezza da strada. Ti abbiamo fatto guadagnare. Senza di noi, saresti già in una cella di detenzione o peggio, appesa per i capezzoli in qualche bordello di Mashhad».
Reza si avvicinò, accarezzandole i capelli con falsa dolcezza. «Sei la nostra stella. Carnalità esplosiva, resistenza da campionessa. I clienti impazziscono per te. Ti aumentiamo la quota.

Ma se firmi per lei... beh, lo sai come finiscono le traditrici. Le paludi ingoiano in fretta».
Minacce velate da lusinghe, come sempre. Elmira annuì piano, ma dentro ribolliva. Non rispose. I due uscirono, lasciando l'odore di sudore marcio.
Poco dopo arrivò il sindaco Solmi. Bussò educato, ma entrò senza aspettare. Giacca stropicciata, cravatta allentata. «Signorina Jafari... ho pensato di passare. Ufficialmente per controllare i lavori di restauro. Ma in realtà...». Gli occhi furono risucchiati dal décolleté. «Vorrei... assaggiare la celebrità del mio villaggio».
Elmira lo guardò con disprezzo misto a rassegnazione. Lo fece sdraiare sul divano sfondato. Lui la prese con avidità goffa, mani piccole che affondavano nella carne abbondante, bocca bavosa sui seni. «Sei magnifica... una vacca da premio...», grugniva, mentre lei lo cavalcava meccanicamente, la mente altrove. Finì in fretta, lasciò i soldi sul tavolo e se ne andò, biascicando ringraziamenti.
Sola di nuovo, Elmira tornò all'affresco. Si avvicinò, ipnotizzata. La figura femminile – appesa a una corda grezza, veste lacera fradicia di rosso, corpo trafitto da decine di coltellate, viso distorto in un misto di agonia ed estasi – era troppo reale. Dettagli impossibili: vene gonfie sul collo, schizzi di sangue arterioso sul muro, la pelle pallida con lividi viola autentici. E quel rosso... non vernice. Screpolato, rappreso, con minuscole incrostazioni che odoravano ancora di ferro e morte. Elmira sfiorò il dipinto: sotto le dita, una consistenza viscida, come se il pigmento fosse stato mescolato con sangue fresco. Sangue vero. Della vittima stessa.
Improvvisamente capì. Non era un affresco di fantasia, pur macabra. Era la scena reale di un omicidio. Quella donna era stata uccisa proprio lì, in quel salone, appesa e accoltellata mentre qualcuno dipingeva il suo martirio con il suo stesso sangue. Le sorelle Woods non erano artiste deliranti. Erano assassine rituali. E il cottage... era un mattatoio per "modelle" votate a un martirio inconsapevole.
Rabbrividì violentemente. Le persiane iniziarono a sbattere con furia, come se il vento sapesse.

Un rumore di passi sulle scale.
Aveva capito troppo tardi. O forse troppo presto.
Due figure emersero dal buio; Reza e Amir; coltelli in mano.

Altre due dietro, più piccole.

Due donne anziane. Con pennelli e tavolozza.

La trascinarono dall'altra parte del salone, di fronte alla parete bianca: la tela delle sorelle Woods.

«Diventerai un'opera d'arte...», mormorò crudo Reza.

Il secondo la colpì al fianco: una coltellata controllata, per farla sanguinare piano. Elmira urlò. Altre coltellate "di assaggio". Poi l'appesero al soffitto, come nell'affresco.

Con velocità sorprendente, mentre una Elmira moriva, un'altra nasceva di fronte al suo cadavere.

I pennelli delle Woods intinsero nelle piaghe della persiana.

Reza e Amir erano pronti con i colpi mortali alla persiana, aspettavano un cenno delle due artiste, che a loro volta aspettavano l'ultimo colpo di persiana.

Ma il vento della palude si fece calmo, come volesse partecipare, estendere l'agonia.

Elmira percepiva su di sé una strana estasi. Terrore opprimente. Ed estasi.

Le sue forme gonfie e immensamente provocanti danzavano in circolo, appese alla corda, colando sangue: la sua copia affrescata sarebbe risultata ineguagliabile per chiunque altra.

Proprio allora, le sembrò che il vento portasse un leggero sciabordio.

Ma era sicura che fosse l'agonia. Non urlava nemmeno più. Nessuno poteva sentirla. Erano tutti d'accordo. Sin dall'inizio.

Il vento sembrò riprendere forza. La vicinanza della morte le conferiva un'estrema lucidità: aveva capito che la persiana stava per sbattere e lei per morire. Sarebbe bastato un buon carpentiere, per salvarsi, pensò nel suo delirio.

RAT-RAT-RAT

La raffica esplose improvvisa.

Fu seguita da un tonfo sordo.

Quello di un oggetto pesante che cadeva su una superficie soffice.

Legno marcio su erba alta e muschio.

«Maledetta persiana», mormorò una voce femminile nella notte.

Era quella di Elissa.

Mise il piede a terra e seguita dai suoi uomini fece irruzione nel cottage.

Il pescatore del pub rimase sulla barca a remi.

«Stop!», gridò la Libanese. «Il resto lo finite con la fantasia e con un rosso acrilico».

Un rapido cenno ai suoi uomini, mentre lei spianava la uzi contro gli iraniani.

Elmira venne sciolta dai legami.

«La persiana passa con me.

Non ammazzo nessuno.

Domani ve ne tornate a Londra.

Le sorelle si troveranno un'altra modella».

Un cenno di reazione da parte delle Woods.

Elissa puntò la mitraglietta contro l'affresco di Elmira.

Le due lanciarono un verso stridulo di disperazione, come colpite a morte.

«Vi lascio la vita e il vostro capolavoro.

Ma se mi create problemi, se a Elmira viene anche un leggero raffreddore, io vi ammazzo tutti, spero sia chiaro».

La barca del pescatore scivolò via sull'acqua stantia.

Trasportava tre libanesi e una persiana rotta.