Il cottage dalla persiana che sbatte
di Salvatore Conte (2024) Girando per Tucson, si è preso una cotta per una puttana di prestigio: l'animalesca Maggie O'Hara.
La tratta come una sgualdrina, e non ha ancora deciso se presentarla o no ai suoi pards.
Al momento si limita ad assecondarla nei suoi commerci illeciti con banditi messicani, da cui si rifornisce di droga per i suoi clienti. «Io e te, Tex... abbiamo il West in pugno... nessuno potrà fermarci...». «Sei una bella puttana, Maggie... ma è presto per fare certi discorsi; sono un ranger, lo sai, e poi non so se hai la testa per starmi dietro, le zinne di sicuro...; e non so nemmeno come la prenderebbe il vecchio cammello...». «Quel che conta è che te lo faccia venire duro, no? Perché non ci sposiamo, Tex? Una come me non la trovi più». «Sei una pragmatica, Maggie... Non dico di no a una bella donna come te, ma devi aspettare, voglio convincermi che sei la migliore...». «Mi fai bagnare...». «Sei una lurida vacca, Maggie... ma con te ci sto bene».
Il rapporto, se così si può chiamare, va avanti in questa maniera, tra insulti e schizzi di follia. E tra commerci pericolosi.
Se lei ci lasciasse la pelle, lui in fondo ci godrebbe. Ma per il momento non vuole farne a meno, l'ha intossicato. C'è un imprevisto sulla pista, prima dell'incontro con i messicani.
Un gruppo di indiani ha fatto secco un mercante di whisky. E non devono essere lontani. «Zoccola... te lo sei mai fatto un indiano?». «Certo, scopano anche loro». «Io mi sono fatto un'indiana, molto tempo fa. Per fortuna è crepata giovane, mi stava scassando le palle». «Ma di me non sei mai stanco...». «È presto per dirlo, vecchia troia; ma prometti bene; hai le zinne, e sono due punti a tuo vantaggio». «Con me vai sul sicuro, ti metti a posto per sempre...». «Potrebbe anche essere, visti i tuoi numeri. Ma le pallottole, le sai reggere? Intorno a me fischiano spesso». «Nessuno mi ha mai sparato contro». «C'è sempre una prima volta, Maggie». «Non mi faccio ammazzare, se è questo il tuo problema». «Lo vedremo, il piombo è una brutta bestia». «So sparare e so uccidere, nessuno può fermarmi». «Meglio così. Perché adesso voglio dare una lezione a questi miserabili». Tex si mette in caccia e dopo non molto riesce ad avvistare un bivacco indiano. Devono essere gli autori dell'eccidio. E per giunta sono navajos! Tex decide di dar loro una bella strigliata. «Tu non ti mettere in mezzo, stai zitta e rimani a guardare». Gli
indiani fanno bisboccia svuotando intere casse di whisky, sparando colpi a
vuoto nel cielo terso del deserto straziato dal sole. «Vi piacerebbe... ma è la mia
vacca!». «Basta! Siete troppi!». Ma la gran troia ben presto si
lascia ammansire, volente o nolente.
«Bastardi… Ne ho viste di donne crepare lungo la
mia strada…». Ti presenterò ai ragazzi».
Un paio di giorni e i due si rimettono in movimento. Ora cavalcano affiancati, a passo d'uomo. Poiché hanno mancato l'appuntamento, andranno a casa del bandito. «Se quel pendaglio da forca ci farà storie, non lo riconoscerà nemmeno sua madre...», Amarillo è in vista. «Fai sempre il gradasso, non è vero? Con gli indiani, però, abbiamo preso una bella ripassata...». «Quei bastardi mi hanno preso alla sprovvista, ma con Sancho andrà diversamente. È un figlio di cagna e lo tratterò come tale». «Cerca di non rovinarmi gli affari... per fortuna non hanno guardato negli stivali, è lì che tengo i soldi». «Tanto dovrai smettere comunque». Due tirapiedi del bandito li accolgono in città come sapessero del loro arrivo, forse la loro fama li precede, già si dice in giro che Willer voglia prender moglie. «Non sei ancora sposata, vero, Maggie?», esordisce Sancho. «Andiamo di là a discutere di affari...». Willer lascia fare, gli sta bene che la sua donna vada forte. Il ranger indugia per qualche secondo, poi si mette a guardare dal buco della serratura. Sancho si sta palleggiando le tettone sobbalzanti di Maggie. Tex non sta più nella pelle, sente scoppiarsi il cazzo nei pantaloni, libera il suo arnese e comincia a menarselo come un forsennato, con la faccia schiacciata sul buco della porta. Tex e Sancho arrivano nello stesso momento. Lo scambio avviene senza rogne, Maggie ha ottenuto uno sconto ed è contenta. «Sei un pezzo di figa, Maggie. Non mi stancherò mai di te». I due lasciano la periferia della città, carichi di droga e progetti.
La loro cavalcata felice, però, dura poco, perché Sancho gli ha messo alle costole un gruppetto di bei figli di puttana. I messicani non sparano, forse per non colpire Maggie, che - a parte la droga - deve essere il vero obiettivo del loro capo. «Forza! Dai di speroni!». Tex sprona il cavallo e Maggie. E
ha un'idea. Il ranger non si sbaglia. Stanno arrivando! Proprio in quel momento, però, il cavallo di Willer si becca una pallottola nelle chiappe... Ne consegue un capitombolo colossale. «Maggie, fermati! Stavolta t'ammazzano!», Tex urla all'indirizzo della donna, che non accenna a rallentare. Il ranger si attesta dietro la carcassa del suo animale e risponde al fuoco dei messicani.
Gli indiani gli vengono involontariamente in soccorso, scontrandosi con gli
uomini di Sancho.
Riconosciuto Aquila della Notte, evitano di infierire e si allontanano lanciando
nel vento grida di vittoria. Recupera un cavallo e ne segue le tracce. Purtroppo non si sbagliava. Ben presto avvista il suo corpo massiccio a terra, con una lancia indiana conficcata dentro. È stata punita. Ma è ancora viva.
«Dannata stupida! Te l'avevo detto di fermarti!». «Aiutami... Tex... sono tua moglie...». «Mia moglie un cazzo, tesoro... Non te la levo, altrimenti rimarresti uccisa subito. Voglio farmi un'ultima scopata». Detto-fatto, il ranger glielo infila dentro, duro come un tomahawk. Quando viene, capisce che la moglie non è ancora morta, reagisce e ansima disperata, anche se con occhi spenti che fissano l'inferno. È andata male un'altra volta. «Maggie, hai qualcuno da avvisare?». «Di cosa...». «Che sei morta, no?». «Bastardo...». È staccato da lei da un calcio nel costato. Rotola nella sabbia con le chiappe nude e il pene al vento, impanandosi di polvere come una cotoletta. È una visione degradante e triste. Distratto dalla sua gran figa, si è fatto sorprendere come un novellino da una precisa tecnica navajo: l'avvicinamento silenzioso tra cespugli e ciuffi d'erba alta. Ora sta arrivando il resto del gruppo. E stavolta saranno dolori sul serio. Cominciano a prenderlo a calci nel pallido deretano scoperto. Tex striscia umiliato, mentre gli indiani ridono sguaiatamente, sollevandolo di peso fino al corpo della donna. Lo scaricano molto vicino, a portata di lingua... «Già tutti davano lei come quinto pard della tua banda, cane bianco... La moglie che avresti usato per certi lavoretti sporchi...
L'avevi pensata bene: due grosse tette e una gran voglia di fare la zoccola e leccarti gli stivali. Finora sembrava indistruttibile, l'ideale per te... Ma guarda adesso come è ridotta! È una cagna miserabile! E allora leccala, su! Cane! Leccatevi! E sarete marito e moglie, per Manitù!». «Non voglio morire... aiutatemi...», sussurra Maggie. A un cenno del capo, un indiano le appoggia una bottiglia di whisky alle labbra. «Non siamo selvaggi, donna. Se non avessi sparato, non ti avremmo fatto niente. Ma la colpa è di questo cane, che ti ha spaventato con i suoi discorsi fatti con lingua biforcuta! Purtroppo la lancia ti ha distrutto lo stomaco. Questo cane è già vedovo. Non ne hai per molto, ma se estraessimo la punta, moriresti all'istante. Cosa preferisci, donna?». «Voglio... vivere... ohh... fino all'ultimo... acqua... acqua...». «Mi dispiace, Maggie... io non volevo che finisse così...». «Sta' zitto... idiota... E lui... ahh... lui non lo ammazzate...», Maggie si sta rivolgendo al capo del gruppo. «No, lui è Aquila della Notte. C'è ancora chi crede a queste stronzate. Se la cava con qualche calcio nelle palle». «Io... invece...». «Tu, invece, hai trovato la morte, donna. Potrei farti scopare da tutti i miei guerrieri, ma ho compassione di te, hai combattuto, non meriti di morire come una cagna». «Capo... ho due figli... ohh... devono sapere...». «Sapranno, donna. Ci penserà il tuo uomo». Maggie sussurra i nomi e l'indirizzo al marito. «Tex... voglio una croce... ohh... a Tucson... verranno... ahh... a piangere lì...». «Va bene... appena crepi ti metto su un cavallo e ti porto lì. Capo... ho bisogno di un cavallo per trasportare il cadavere di mia moglie».
L'indiano fa un cenno a accontenta Aquila della Notte. «Addio, donna. Lasci due figli a causa di questo cane». Il gruppo se ne va, lasciandoli soli. «Sicura di non volerti togliere il pensiero? Fa caldo sotto questo sole». «Sei scemo... io... ohh... non sono pronta... ho paura...». «Devi affrontare la realtà, Maggie. Non c'è molto da fare». Tex è tentato di farla finita con una pallottola nel fianco, da parte a parte; rimarrebbe gelata». «So... a cosa stai pensando... ohh... se vuoi... fallo... ma prima... baciami...». Mentre Tex la baciava, Maggie si aspettava di ricevere una pallottola in corpo. SWISHH Ma Tex aveva altro in mente ed estrasse fulmineamente la punta della lancia dal corpo di Maggie, senza darle il tempo di avere paura. «Urghh!!», il rantolo di liberazione della donna. Tex è pronto a tamponarle il sangue con tutto quello che ha. «Basta puttanate, Maggie. Stavolta voglio sistemarmi. A Tucson ci devi arrivare dritta sulla sella!». L'ordine è perentorio, Tex si è proprio intossicato di questa mignotta.
di Salvatore Conte (2025)
La super puttana che tutti ricordavano, non esisteva praticamente più. Il tumore se la stava mangiando.
Aveva letteralmente mangiato una buona scarica di thompson.
Una dura, una bestia stronza, che però adesso rischiava di chiudere i battenti prima della Boyle. Layla, se non altro, queste complicazioni le aveva evitate; la raffica era toccata a Chana. I regolamenti di conti tra bande rivali erano frequenti in quegli anni; ma solo quando venivano toccati in prima persona, i pezzi grossi realizzavano la pesante tragedia del piombo. Oggi era toccato a Chana scendere dal piedistallo. La
stavano portando da Williams, medico di fiducia della banda e Primario di
un'importante
clinica privata; una specie di area franca, dove né la polizia, né le varie bande
osavano disturbare la degenza dei malati di piombo.
Minata da un male incurabile, infagottata nel suo camicione bianco, ossessionata dal poco tempo che le rimaneva, impegnata con tutti i mezzi a differire il proprio tramonto, la massiccia quarantottenne era la lontana parente della felice mignottona di qualche anno prima.
Le diagnosi di Williams furono spietate: Chana aveva le ore contate, Layla i giorni. «Ma
qual è il problema, Doc?», chiedeva Bill.
«Ascite...?». Doc, non puoi tirarle fuori
questo liquido?». Layla Boyle aveva l’intestino consumato da un tumore molto aggressivo; però era arrivata bene alla fase terminale, con disturbi fino a quel momento limitati e occlusioni intestinali che, pur dolorose, non si erano rivelate fatali; un blocco intestinale in grado di ucciderla non si era ancora realizzato, data anche la sua tempra fisica, e così lei aveva tirato avanti, tanto bene che ora sembrava assurdo avesse poco da vivere.
«Layla...
tu... mi raggiungerai... presto... ohh...».
Dopo l'estrazione delle scorie tumorali per mezzo di una grossa siringa, Layla
aveva fatto visita a Chana; la tensione, però, si tagliava con il coltello. La Papessa Nera stava rantolando. Ormai non c'era più niente da fare.
«Tra
poco toccherà a me».
«Basta stronzate: quanto mi rimane?». Ora, però, rilassati: non sei in pericolo di vita, la fine non è imminente». «Cosa intendi per adattamento totale?». «Una tecnica estrema che vorrei sperimentare nei miei laboratori su pazienti selezionati e che consiste in una radioterapia generale e periodica, fino al raggiungimento di un punto di equilibrio con la tossicità tumorale: più radiazioni vogliono dire più tossicità nelle cellule sane, ma anche meno tossicità in quelle malate...». «È dolorosa questa tecnica?». «Assolutamente indolore». «E allora cosa mi costa provare?».
Williams condusse Layla nei sotterranei della clinica, dove aveva installato i suoi laboratori segreti. Solo lui aveva la chiave per consentire al montacarichi di scendere al di sotto del livello -1. «Oltre alla tecnica dell'adattamento totale, avrai a disposizione un'arma estrema: la rianimazione forzata; ma speriamo di non doverci arrivare. Però intanto la proveremo su Chana». Il medico aprì una porta e Layla vide il cadavere della compagna disteso su un lettino.
Williams preparò all'uso uno strano congegno. Il medico digitò sul pannello di comando una serie di istruzioni. «È l'algoritmo della rianimazione!
Stai indietro, adesso». Adesso fai parlare me...». «Finora hai parlato solo tu...», precisò Layla. «Chana! Io, John Williams, ti ho ridato la vita! Io sono il tuo padrone, Chana! E
tu mi devi obbedienza, se vuoi vivere ancora! E la devi anche a Layla Boyle, la
donna che è accanto a me! Layla Boyle è la tua padrona, Chana!
«Il cervello non è più quello di prima, ma con il tempo può riacquistare diverse
funzioni; almeno credo.
«Questo tornerà utile quando riprenderà a sparare...
«Mi è venuta un'idea, John...», si rialzò dal lettino completamente nuda, a parte gli stivali, e indossò il camicione bianco da gran puttana, allacciando a malapena un paio di bottoni, all'altezza dello stomaco. Aveva gli occhi allucinati. «Ecco... questo è perfetto...», estrasse un revolver a canna corta dalla tasca dell'impermeabile e lo porse a Williams. «Io sono pronta. E tu? Diamoci un taglio, Doc». Quindi strinse la mano del medico intorno al calcio dell'arma e orientò la canna verso sé stessa, contro la pancia gonfia...
«Vedrai come cola via l'ascite...».
È finita, lo hai
ammesso». Certo...
le tue cure attente... mi farebbero campare qualche settimana in più, ma la fine
sarebbe la stessa. No, non mi salvo da questo tumore, per me finisce male;
anche se sono stata brava a tirarla per le lunghe, anzi bravissima... alla fine
avrei troppi rimpianti. Fammi rinascere...
John…». La
Boyle indurì lo sguardo. «Layla... cosa cazzo... hai
combinato...?!», mentre lei cadeva sulle
ginocchia. Layla si
accasciò in avanti con un gemito di sofferenza. Si era fatta letteralmente esplodere e ora aveva tanti
rimpianti. Adesso
tutto era pronto per la seconda resurrezione. Puttana...! Zoccola...!». BANG
«Tu sei bravo... a muovere quel coso...».
«Quale coso, signora?». «Ah... questo... vede... ho preso la patente da poco, forse sono ancora un po' insicuro...». «No, sei bravo». «Non vorrei sembrarle inopportuno, ma se vuole ritoccarsi il rossetto... può usare lo specchietto del passeggero; ha una... piccola sbavatura... su un lato...». «Che specchietto? Io non vedo specchietto». Dopo aver ripreso il montacarichi, era uscita nell'autorimessa e aveva fermato una macchina: si trattava di un giovane che aveva visitato un parente ricoverato nella clinica di Williams.
«Mi scusi, signora... è sicura di sentirsi bene?». Il trench nero mascherava bene le tracce di sangue e il buio dell'abitacolo faceva il resto. «Però non mi ha detto dove è diretta... insomma dove posso lasciarla...». «Io... a casa tua... andrà bene».
«Signora...
lei è molto attraente, ma non so se... ecco...». Era
una torcia elettrica. Come ti chiami, bella signora?». «Mi chiamo... inizia...
inizia con la elle... almeno credo...».
Erano giunti a casa del ragazzo. Un alloggio di fortuna, nell'estrema periferia della città.
La zombi camminò ingobbita verso la porta, con entrambe le mani pressate
sull'addome.
Sono un semplice studente, mia cara Lana... mi dispiace non poterti offrire di
più...».
A quattro settimane da quella incredibile
serata, la malattia di Layla si era pesantemente aggravata.
Layla andò in crisi alle undici della sera. Non respirava più senza mascherina.
Bill viveva praticamente in clinica. Al
capezzale della Boyle c'era anche il giovane studente di medicina...
La situazione era critica, ma relativamente sotto controllo. Il
Capo volle parlarle. Le fu tolta la maschera dell'ossigeno. «Brava... brava Layla...».
La Boyle superò la notte e passò una settimana relativamente tranquilla. Però Layla aveva la faccia triste, perché la tenevano a galla, ma il tumore si era allargato ancora e aveva prodotto metastasi molto preoccupanti. Per quanto si sforzasse, non vedeva alcun futuro per la sua carne marcia. Viveva solo nel presente e si attaccava alla vita che le rimaneva. «Se anche oggi respiro... allora è un gran giorno. Non voglio morire...», sussurrava ai tre affezionati, aggrappandosi al fisico da gran puttana; il Boss intorno a lei come un avvoltoio, gli altri a sperare nella radioterapia generale che lo staff medico di Williams stava mettendo a punto. E allora... faccia triste, ma con il sorriso...
E tanta voglia di tirare avanti.
di Salvatore Conte (2024)
Patrick Hale le ha messo gli occhi addosso, smentendo sé stesso.
Per lui è ormai diventata la sorca dei pozzi, perché tutto ha inizio da una parola magica e da strane voci nel deserto. Non si può stare fermi, il sistema è programmato per generare conflitti e allora il brutale Rafeeq deve tirare per la dishdasha il Re buono, il Re santo, King Awad.
Si sono conosciuti tra i pozzi, dove il potere non conosce limiti.
A lui piace questa carne grassa, da mignottona. E l'uniforme sbottonata fino allo stomaco. «Forse è meglio se smetti, troppi rischi... Quando ho finito qui, puoi venire con me...». «Qui mi piace, cowboy, ho potere... però so bene di rischiare...», gli occhi si fanno allucinati. «A volte mi chiedo se... se sarei in grado di gestire una raffica di kalashnikov in pancia...», la lingua che spunta dal labbro. «Non è pensabile che tu debba correre un rischio del genere, Hayat... Le pallottole uccidono anche una come te...». «Stai calmo... finora non sono morta. Qui ho il mio potere, ma con me ti metti a posto, è chiaro: sono il tuo pozzo». Hayat ha ragione, ammesso che non abbia torto: nel cervello gli è entrata forte, lei e le sue zinne sbottonate da sorcona, il pisello si fa subito duro quando la vede.
La storia diviene ancora più sbagliata quando a King Awad le voci del deserto (la CIA e il Mossad) suggeriscono di regalare due valigie atomiche a Rafeeq. La cosa si fa imbarazzante, quasi giusta.
A questo punto parte la corsa alle valigie. E dentro c'è pure Hayat Saudi, tanto sbottonata quanto risolutiva.
Siamo dunque alla resa dei conti: quel che è giusto è sbagliato, e ciò che è sbagliato è perfino giusto.
«Non pensavo che... m'avrebbero sparato addosso... ormai sono famosa...», Hayat è stata raggiunta da una raffica nella pancia, come nei suoi incubi o desideri più perversi. Mentre si aspetta l'ambulanza, Patrick Hale è accanto a lei, in veste di giornalista. «Volevo... mettermi in salvo... sapevo che l'elicottero... sarebbe stato abbattuto... ma prima... dovevo... mandare... a morire... le puttanelle... dell'Islam...». Una confessione completa, da sbottonata.
«La famosa terrorista è stata trasportata in ospedale, in fin vita, accompagnata da Patrick Hale in persona. Sulle sue condizioni c'è il massimo riserbo, ancora non trapela se sia deceduta, o rimasta uccisa. Nel suo caso, comunque, la cintura esplosiva non è esplosa: una bella fortuna per la signora...», strombazzano dalle TV.
Rimane solo da disfare le valigie, 20 anni prima.
di Salvatore Conte (2024)
«Io sto crepando... e tu vieni a chiedermi informazioni...», l'accoglienza non è
delle migliori, ma c'è da capirla.
È sofferente, angosciata, imbarazzata per la sua fine; non è più giovanissima, però è sempre una bella donna. Layla è una vecchia cessa sbottonata, che continua a rimorchiare nei pub, malgrado un cancro all'intestino arrivato al IV stadio (!). «Non vedi come sto male...?». «A me veramente non sembra...». «Non fare lo scemo, John...». «Se ti rifiutano le cure, gli schiarisco io le idee...». «No, John... sono ancora in cura... ma ho troppe metastasi, non posso più salvarmi, solo tirare avanti».
La stessa vita è un tirare avanti, bellezza... Ma se ti fa piacere, verrò a trovarti più spesso, Layla». «No, vecchio bufalo, non mi basta... Stavolta ci sposiamo...». «Mi piaci sempre, Layla, ma il passo, per uno come me, lo sai... è troppo grande...». «Non me ne frega niente. Se vuoi farmi cantare, stasera mi scopi e domani ti metti l'anello. Non ho molto tempo. Due mesi e torni libero». «Non ci credo che ci metti due mesi a crepare». «Ormai ce l'ho dappertutto: non mi piace dirlo, ma sono finita». «Mi dispiace, Layla...». «John... non canto, senza qualcosa di grosso in cambio...». «Tu giri ancora per i pub, ti chiedo solo qualche nome». «Non mi freghi, John... io il nome giusto forse ce l'ho, ma se canto... mi becco anch'io tre pallottole nello stomaco come quella tua amica di nome Myra...
E tanta fretta di crepare non ce l'ho...». «Ancora con quella storia? È stata una fatalità». «Già... una fatalità... che però potrebbe ripetersi...». «Piuttosto... perché non te lo sei fatto togliere?». «Il tumore?». Annuisce. «Si è allargato in fretta. Si chiamano tumori galoppanti. E adesso, se non sto attenta, rischio di rimanere fulminata, perché a questo stadio, il Quarto, il tumore può farsi fulminante...». «Come una pallottola?». Annuisce. «Allora... se è così... non c'è tempo da perdere, no?».
Layla Boyle è riuscita a convincere il tenente Parker: è ancora una grossa fica e risponde ai trattamenti; se non subentrano complicazioni, può tirare avanti e tenere legato il vecchio bufalo. «Proprio vero che non tutti i mali vengono per nuocere... alla fine ti ho beccato, John...». «Adesso cerca di durare, Layla...». «Nessuna fretta di tornare libero?». «Nessuna fretta». «Ci provo, ma siamo grandi, lo sai quello che mi aspetta...». Annuisce. La moglie di Parker ha un tumore all'intestino giunto da tempo al IV stadio, con metastasi a fegato, stomaco e utero: un quadro allarmante, da cui non si esce vivi. Il tenente Parker ha il gioco in mano: ha parlato con i medici e sa la verità; anche se risulta ancora ufficialmente in cura, la moglie è da considerarsi una malata terminale con poche settimane di vita. Lei si ostina a promettergli anni di matrimonio, ma nasconde la realtà a sé stessa, come molti malati spaventati dalla fine. John ha già assunto un'infermiera per gli ultimi giorni. Layla sarà assistita a casa, niente ricovero, morirà in pace, tra le sue braccia. E lui tornerà libero all'anagrafe.
Però, arrivati alla fine, anche il vecchio bisonte è nervoso. Layla ha avuto un infarto, ma è stata rianimata dall'infermiera, molto preparata e diligente. La moglie alterna momenti di relativa lucidità, in cui afferma di volersi salvare, a periodi di coma durante cui balbetta mezze parole prive di senso, come "sal... sal...", che con molta probabilità riflettono il sogno di una salvezza ormai impossibile. Layla non è per niente rassegnata, crede di potersi riprendere e di essere ammessa a nuove terapie. Ancora non capisce che è in fin di vita. L'infermiera le asciuga il collo con pazienza: diverse gocce di sudore freddo lo imperlano, Layla si spreme a fondo per resistere.
«Sal... ohh... salv... ohh... Salvatore... aiutami... ohh...». Non era "salvezza", dunque, la parola balbettata in coma; ma il nome di uno dei suoi clienti più assidui. D'altronde è sempre stata una mignotta. Era nato qualche progetto, qualche suggestione, che adesso rivive sull'orlo della fossa. Parker ci rimane male, ma ha compassione di lei. D'altra parte, i Collezionisti della città si stanno muovendo. Layla sarà ricoverata e sottoposta a radioterapia d'urgenza, bruciando sul tempo le liste d'attesa degli ospedali. Pronta per lei anche la nuova terapia ipertermica. Si cerca di tenerla a galla, di trovare il modo per farla arrivare al primo anniversario di matrimonio.
«La tua informazione era giusta, finalmente l'abbiamo pizzicato. Però quell'altra...». «Quale...?». «Quella relativa ai due mesi...». «Sta al poliziotto... vagliare le informazioni...». «È vero... avrei dovuto capire che stavi per fregarmi...». «Lo sai come sono fatta...». «Lo so. Lo so bene...». Una conferma che sottintende molte cose.
di Salvatore Conte (2025)
Ufficialmente è ancora in cura, ma le metastasi sono troppe per sperare di invertire la tendenza. Finché il fisico regge, può tirare avanti, ma senza un futuro. A 60 anni, con l'ascite in bocca, non ha perso il vizio di sbottonarsi le camicette, è ancora una gran puttana, anche se i dolori alla pancia non le concedono tregua. Un'emittente televisiva vuole realizzare un documentario sulla sua vita avventurosa, da diffondere prima della sua morte, per creare ulteriore eccitazione intorno al suo disperato caso, come ai tempi di Farrah Fawcett.
«Ho cominciato in una sala giochi di New York: facevo la stronza per incentivare le giocate... è lì che ho conosciuto l'incredibile Hulk. Si spacciava per un uomo tranquillo, all'inizio aveva ingannato persino me, ma poi l'ho visto incazzarsi di brutto in mezzo al traffico... e allora ho capito che era meglio non farlo arrabbiare. New York non era una città adatta a lui».
«Poi mi sono spostata a Las Vegas; facevo la zoccola in un casinò spaziale... una di quelle cose per cui Las Vegas è famosa. Lì conobbi Buck Rogers, il grande astronauta. Faceva lo schizzinoso, il damerino dello spazio...».
«E va bene... A Los Angeles facevo coppia con un truffatore; era uno stronzo; e ci siamo fatti beccare. Ma alla fine abbiamo restituito tutto; ero al verde, in quel periodo».
«Alle Hawaii, una volta, ho cercato di adescare un magnate del petrolio, ma a momenti ci rimanevo secca: proprio quella sera cercarono di rapirlo... bella fortuna... Quello spilorcio si sdebitò del mio aiuto con un drink...!».
«Comunque... visto che mi trovavo ancora lì, alle Hawaii... ci riprovai con il famoso Tom Selleck; però all'epoca se la tirava un sacco... fu un altro fiasco. Ero una fica, del resto lo sono sempre stata, ma a volte la fortuna era come se mi abbandonasse...».
«Tornata a Las Vegas, ho frequentato Robert Urich, ma non è durata; in quel momento era ossessionato dal suo lavoro di detective privato, e forse è andata bene così: non era il mio tipo...».
«Per un periodo lavorai a Fantasy Island, il luna park per ricchi messo su alle Hawaii da Ricardo Montalban. Fu disgustoso farsi baciare da certi vecchi bavosi, annoiati e prepotenti, e una volta fui perfino minacciata da autentici galeotti evasi dal carcere».
«A Chicago accettai un incarico dalla mala locale e dovetti subito pentirmene... a momenti, tanto per cambiare, ci rimanevo secca...».
«Ebbene sì... a San Diego ero un'addetta alla sicurezza... e mi imbattei nei famosi fratelli Simon: fu divertente».
«Potrei proseguire per ore, ma purtroppo le mie ore sono divenute preziose. Concludo accennando alla mia esperienza presso un Circo itinerante dell'Arkansas come equilibrista... funambola... in bilico sul precipizio, proprio come adesso...
Tale esperienza fu resa problematica da un caso di omicidio; in quella circostanza fui interrogata dalla famosa Signora in Giallo, una rompiscatole insaziabile ma risolutiva.
E poi c'è quella volta che ho spennato un pollo... ma era un tipo...
E altre cose che non posso raccontare.
Potrei andare avanti per ore, ma il tempo rimasto è poco. Vorrei vederlo anch'io questo documentario...».
Quando le condizioni di Pamela Shoop si aggravano, si diffonde il panico tra i suoi numerosi fans. Non è ancora in fin di vita, ma manca poco. Ormai solo la paura di morire mantiene in vita la Shoop. La donna è ricoverata nel reparto dei malati terminali, non avrebbe diritto alla terapia intensiva, ma il Primario ha promesso ai fans che non la lasceranno morire. C'è ressa all'ospedale: tutti vogliono vederla, tutti vogliono consolarla. L'ospedale è diventato la struttura più frequentata della città. I medici impazziscono per cercare di allungarle la vita: sono pressati dal Primario, dai fans e dallo stesso Sindaco, stufo del caos determinatosi intorno all'ospedale; ma la situazione precipita giorno per giorno, Pamela non ce la fa più. È così che i medici prendono il coraggio a quattro mani: la Shoop verrà operata, ripulita e rispedita a casa, con un paio di mesi da vivere. Due mesi di speranza e disperazione, ma lontano dall'ospedale, con tutte le cure domiciliari del caso. Di sicuro la Shoop e i fans ci proveranno fino all'ultimo. Intanto, almeno, rivedrà da casa la sua incredibile vita. E se dovesse trovare l'accordo economico, non esiterebbe a girare il sequel di "Stirba", il famoso film con Sybil Danning e Christopher Lee, nel corso del quale l'avvenente non-morta potrebbe finalmente incontrare la morte, forse a causa di un'oscura maledizione che la divori dall'interno...
DALLA PERSIANA CHE SBATTE di Super Grok e Salvatore Conte (2026) Elmira Jafari scese dal traghetto nel porticciolo di un villaggio sperduto nelle paludi del Norfolk, Inghilterra.
L'aria umida puzzava di fango marcio e di quel tanfo dolciastro di erba bagnata che nascondeva il vero fetore della società: eroina tagliata male, sudore di corpi abusati, e il silenzio complice di chi voltava la testa.
Elmira, con il suo corpo esplosivo – seni pesanti come meloni maturi, fianchi larghi da vacca, pancia tonda con geometrie perfette, e una carnalità bestiale che la rendeva la stella del giro – non era lì per scelta. I suoi connazionali iraniani, intrecciati con la mala locale, l'avevano chiamata in quel buco per un "lavoro speciale". «C'è un cottage nella palude che ti aspetta», le avevano detto a Londra, con ghigni unti e mani che le palpavano il culo come se fosse merce. «C'è una leggenda macabra su quel posto e la gente paga il triplo per farlo con i fantasmi che guardano».
Elmira aveva il fuoco persiano dentro, una rabbia animalesca che la faceva
gemere come una belva in calore, attirando clienti sadici da mezza Inghilterra. La bande criminali si infiltravano viscide in ogni ambito, ma senza la spettacolare organizzazione e la coreografica narrativa che aveva reso celebri le mafie in altre nazioni: anche la criminalità era apatica, priva di idee e identità; c'era perché doveva esserci, come la pioggia. Un nano tozzo, il sindaco Solmi – un italiano emigrato decenni fa, con un passato oscuro alle spalle – la aspettava al molo. «Benvenuta, signorina Jafari», biascicò viscido, gli occhi che scivolavano untuosi sul décolleté esplosivo, in mezzo alla maglia sbottonata del Barcellona (un regalo di un cliente spagnolo), messa a dura prova dalle zinne prepotenti. «Il cottage è laggiù, al limite delle paludi. Apparteneva alle sorelle Woods, morte da anni. Ci sono leggende su quel posto, ma niente di serio: folklore... un po' di colore nel cielo grigio, niente di più. Con lei tornerà a vivere». Ufficialmente era una rifugiata, sussidiata e coccolata dalle Autorità; una studiosa di storia antica, a cui il regime di Teheran aveva negato ogni possibilità di carriera; ma non era vero niente, Elmira non aveva mai aperto un libro, e non era interessata a farlo; forse perché era lei in persona la storia antica, non aveva senso studiare sé stessa, dal momento che si conosceva benissimo: erano gli altri che dovevano studiarla, e a caro prezzo. Il sindaco la accompagnò di persona. Il cottage apparve velato da una leggera foschia: era una casupola di mattoni sgretolati e legno marcio, con persiane che sbattevano al vento quasi seguendo un preciso ritmo, talvolta annunciate da disturbanti cigolii, che ricordavano stridule risate di vecchie megere. Dentro, l'aria era densa di muffa e di un odore metallico, come sangue secco misto a sperma rancido. «Non c'è stato il tempo di ripulirlo...», precisò il sindaco, in maniera del tutto superflua. Salita al piano superiore, mentre la persiana sbatteva più forte del solito, Elmira notò subito l'inquietante affresco che occupava quasi tutta la parete di fondo.
Una donna appesa a una corda, con la veste fradicia di sangue, accoltellata più volte, massacrata in un ambiente squallido, stranamente simile a quello stesso salone. «Io avevo ordinato di coprirlo sotto un intonaco fresco, ma l'assessore alla cultura si è opposto: ha detto che è un'opera d'arte... e pensare che l'ho nominato io nella giunta comunale... Se le fa impressione, domani mando qualcuno a coprirlo con un lenzuolo; ma per carità, non lo rovini...». «Ho visto cose peggiori, signor sindaco». «Certo, lei ha del temperamento, signorina». Del resto non sarebbe rimasta sola a lungo, aggiunse fra sé.
Quella notte, mentre la persiana batteva come un cuore malato, Elmira ricevette il primo cliente: un prete locale, con mani tremanti e un'erezione rabbiosa. La prese con violenza, mordendole i seni fino a farli sanguinare, sussurrando preghiere distorte.
«Sei la martire perfetta», grugnì, mentre lei
urlava in un misto di dolore e piacere animale. Ma nel buio, Elmira sentì voci,
sussurri dalle pareti, risate soffocate. Al pub, controllata con discrezione da un paio di connazionali, fu avvicinata da un pescatore. «Benvenuta, signora. Posso offrirle una birra?». All'inizio pensò di mandarlo via, ma si accorse che c'era gentilezza nei suoi modi e lo fece sedere. Dopo qualche chiacchiera comune, lui cambiò registro: «Stia attenta. Questo villaggio nasconde segreti. Le sorelle non sono morte... e il cottage è maledetto». Elmira sorrise, ma dentro di sé capì che il pescatore diceva sul serio. Era il classico uomo semplice che ispirava subito fiducia. Ma questo al momento non cambiava niente. Il
vento non si poteva fermare.
Elmira camminava lungo il sentiero fangoso
che collegava il cottage al villaggio. L'erba alta ondeggiava come un mare verde
sotto il cielo
grigio. Mucche pascolavano sparse, muggendo piano, ignare del marciume che
fermentava intorno a loro. Il Norfolk era così: superficie placida, sottofondo
putrido. Alta, formosa, esotica, con magnifici capelli ondulati che le ricadevano sul petto.
«Elmira Jafari, la vacca iraniana, dal valore incalcolabile», disse Elissa, con voce bassa, rauca,
accendendo una sigaretta. «Ho
sentito dire che fai urlare pure i preti. Brava. Ma stai con i perdenti». «Passi la notte tra l'erba alta? Puoi entrare e guardare da vicino, se vuoi...». Elissa rise di gusto. «Una vacca persiana che sprizza humour britannico: sei un mostro, ragazza». «Sai molto di me, ma io poco di te». «Sono la Libanese. Controllo i porti, le bustine che fanno sognare, le ragazze che valgono davvero; solo roba di lusso, capisci. Vacche con il campanaccio di Cartier. E tu potresti essere la mia numero 10».
Si avvicinò, tirando fuori dalla borsa una maglia del Norwich con il numero 10 sulla schiena e "JAFARI" stampato sopra.
Gliela
porse come un presidente di club che presenti un top-player alla stampa e ai
tifosi.
Protezione vera, dosi sicure, e una fetta grossa. Non più
un cottage marcio e persiane che sbattono».
Elmira strinse la
maglia. Il giallo e il verde sembravano urlare contro il grigio delle paludi.
Accettare significava tradire i suoi connazionali. Rifiutare significava morte lenta. «Pensa veloce, bella. Il campionato inizia presto».
Gli iraniani avevano osservato tutto da lontano, nascosti tra i canneti come serpenti. Aspettarono il tramonto per avvicinarsi al cottage.
Elmira era sola, seduta sul pavimento del salone, lo sguardo fisso
sull'affresco. Ma
se firmi per lei... beh, lo sai come finiscono le traditrici. Le paludi ingoiano
in fretta». Un
rumore di passi sulle scale. Altre due dietro, più piccole. Due donne anziane. Con pennelli e tavolozza. La trascinarono dall'altra parte del salone, di fronte alla parete bianca: la tela delle sorelle Woods. «Diventerai un'opera d'arte...», mormorò crudo Reza. Il secondo la colpì al fianco: una coltellata controllata, per farla sanguinare piano. Elmira urlò. Altre coltellate "di assaggio". Poi l'appesero al soffitto, come nell'affresco. Con velocità sorprendente, mentre una Elmira moriva, un'altra nasceva di fronte al suo cadavere. I pennelli delle Woods intinsero nelle piaghe della persiana. Reza e Amir erano pronti con i colpi mortali alla persiana, aspettavano un cenno delle due artiste, che a loro volta aspettavano l'ultimo colpo di persiana. Ma il vento della palude si fece calmo, come volesse partecipare, estendere l'agonia. Elmira percepiva su di sé una strana estasi. Terrore opprimente. Ed estasi. Le sue forme gonfie e immensamente provocanti danzavano in circolo, appese alla corda, colando sangue: la sua copia affrescata sarebbe risultata ineguagliabile per chiunque altra. Proprio allora, le sembrò che il vento portasse un leggero sciabordio. Ma era sicura che fosse l'agonia. Non urlava nemmeno più. Nessuno poteva sentirla. Erano tutti d'accordo. Sin dall'inizio. Il vento sembrò riprendere forza. La vicinanza della morte le conferiva un'estrema lucidità: aveva capito che la persiana stava per sbattere e lei per morire. Sarebbe bastato un buon carpentiere, per salvarsi, pensò nel suo delirio. RAT-RAT-RAT La raffica esplose improvvisa. Fu seguita da un tonfo sordo. Quello di un oggetto pesante che cadeva su una superficie soffice. Legno marcio su erba alta e muschio. «Maledetta persiana», mormorò una voce femminile nella notte. Era quella di Elissa. Mise il piede a terra e seguita dai suoi uomini fece irruzione nel cottage. Il pescatore del pub rimase sulla barca a remi. «Stop!», gridò la Libanese. «Il resto lo finite con la fantasia e con un rosso acrilico». Un rapido cenno ai suoi uomini, mentre lei spianava la uzi contro gli iraniani. Elmira venne sciolta dai legami. «La persiana passa con me. Non ammazzo nessuno. Domani ve ne tornate a Londra. Le sorelle si troveranno un'altra modella». Un cenno di reazione da parte delle Woods. Elissa puntò la mitraglietta contro l'affresco di Elmira. Le due lanciarono un verso stridulo di disperazione, come colpite a morte. «Vi lascio la vita e il vostro capolavoro. Ma se mi create problemi, se a Elmira viene anche un leggero raffreddore, io vi ammazzo tutti, spero sia chiaro». La barca del pescatore scivolò via sull'acqua stantia. Trasportava tre libanesi e una persiana rotta.
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