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Il Brutto, la Bonazza, la Bruciata

Il Buono, il Brutto, la Cattiva

L'Incassatrice

Addio calibro 38

Morte all'ombra del Faraone

Una pallottola per Leila

Caduta e ascesa di Fina

Mai mollare, anche se è finita

Giulietta 2000

La piscina maledetta

Zothique: Fine di una cortigiana

IL BRUTTO, LA BONAZZA, LA BRUCIATA

di Salvatore Conte (2017-2018)

«Se continui a guardare nello specchietto, non troveremo nessun tempio. Anzi finiremo in un burrone».

La tentazione, d'altra parte, è forte.

I pezzi sono unici e le occasioni ormai finite.

Trebiglietti è sempre un bel guardare.

Fu ribattezzata così da un controllore del metrò, che in piena rush-hour le chiese di esibire tre biglietti: uno per lei e due per le sue tette.

Il terzetto che viaggia è tutto speciale.

Per quanto potente e decisa a non mollare, un tumore aggressivo al colon l'ha ridotta in fin di vita.

E adesso, arrivato al pancreas, le ha dato il colpo di grazia.

Logoranti, ripetute emorragie interne la stanno uccidendo, ma lei si danna l'anima per tirare avanti a tutti i costi. Riesce ancora a gestirsi con la forza della disperazione, sebbene il suo tempo sia ormai agli sgoccioli.

Non è più la cinquantenne esplosiva e prorompente che tutti ricordano, pezzo forte dei migliori nightclubs, ma una donna finita, consumata, che crepa difficile, mal rassegnata, assetata di vita.

E infatti, nonostante tutto, non ha rinunciato all'ultimo viaggio; niente agonia in uno squallido ospedale.

Caricata sul pianale di una vecchia Volvo station wagon, attaccata alla flebo, ignara se in grado o meno di superare la notte, sogna di vedere il tempio segreto prima di crepare e comunque di finirci seppellita dentro.

È assistita con tanta pazienza dal resto del terzetto, dai soci che provano a tenerla in vita per qualche altro giorno, con un cocktail di schifezze attaccato al braccio.

Chana Dobbs è la Bruciata.

A bordo c’è anche la Bonazza, grossa e potente come la stessa Bruciata, ma molto più giovane, e perciò l'erede naturale, benché bruna.

Romina Lopez è la cameriera d’albergo sempre sbottonata e a disposizione del cliente, specie se imballato di soldi.

È dietro con la sua amica, sul pianale della Volvo, e le tiene la mano. Ogni momento può essere quello buono, ormai.

Da quando il cancro è arrivato al pancreas, la fine è diventata imminente.

Alla guida c’è il Brutto, un certo Tuco, un altro sporco messicano.

Le due hanno molto in comune tra loro, i tre praticamente nulla.

L'idea è nata da una chiacchiera raccolta dalla Lopez fra i salottini dell'hotel.

Una tribù primitiva nascosta nello Yucatan che custodisce un antico tempio segreto.

La palla è passata a Tuco, che da contrabbandiere ha cercato riscontri.

Qualcosa è venuto fuori.

E il pretesto di cercare contatti esotici per dare sepoltura speciale a un'amica agonizzante, appassionata di antichi miti, si è rivelato troppo ghiotto per non essere sfruttato.

«Dai, bionda! Vedrai che diventiamo ricchi! Ricchi...! Non è vero, bionda?», Tuco prova a trasmettere un po' di birra alla Bruciata, anche se il suo ghigno demente certo non gli dona e non migliora le cose: sempre brutto e squallido rimane.

Per sua fortuna Chana non può vederlo: è distesa sul pianale con le gambe verso il retro dell'auto; d'altronde in passato è stata anche un'ambulanza e un carro da morto.

«Idiota... è finita... non supero la notte...».

Ma può sentirlo.

«Non dire così, Chana», la Lopez le tampona il sudore sulla fronte e il collo, l'accudisce come una sorella.

Oggi, però, va peggio del solito; forse è davvero finita.

Sono le ultime ore della Dobbs.

«Guarda qui…», Romina le mostra una foto.

«Ero bella…».

La Dobbs è stravolta, quasi irriconoscibile, spettrale, livida: un cadavere mal rassegnato.

«Lo sei sempre.

Ora facciamo un po’ d’ossigeno».

«Ehi, Chana! Sono sicuro che domani ci prendiamo il caffè insieme...», ancora Tuco.

«Smettila e pensa a guidare».

La Lopez si allunga e gli sposta lo specchietto.

Il Brutto se la guarda come gli avesse tolto il lecca-lecca.

«Va tutto bene, Romina... non sono ancora crepata...».

La bellona lotta fino all'ultimo, ma ne ha per poco.

Quando la vedono, gli indios non possono minimamente sospettare un inganno: è una vera agonia allo stato estremo.

Potrebbe spirare nelle prossime ore, avverte Romina.

Ma quelli l’hanno già capito.

Gli indigeni si affezionano subito alla povera Chana, scatta una gara tra stregoni per associarla a una dea del loro pantheon.

I capelli - dicono unanimi - sono stati imbevuti nell’oro liquido.

Le porte del villaggio si spalancano, comprese quelle del tempio segreto!

Il piano ha funzionato.

Tenuto nascosto a tutti, ma non certo alla corpulenta incarnazione di una dea.

E l’interno è pieno d’oro!

Per questi selvaggi ha un valore meramente decorativo.

«Va assistita costantemente, altrimenti domattina ce la ritroviamo cadavere», Romina si raccomanda a Tuco: farle superare un’altra notte non sarà facile, ma ormai vale tanto oro quanto pesa, e non è poco.

Non deve addormentarsi troppo profondamente, al minimo segnale di cedimento le va dato ossigeno fresco, e se proprio non ce la fa, bisogna aumentarle il flusso della flebo; in punto di morte, bucarla di adrenalina per pomparla fino all’ultimo, cercando di riprenderla.

Con il pancreas non si scherza: adesso il tumore è fulminante e Chana può rimanere uccisa già nelle prossime ore.

C’è attesa, ansia e paura da parte di tutti.

Il colpo lo devono fare prima che ci lasci la pelle, quando sono tutti impegnati a vegliarla.

«Ci riposiamo un po’, Chana. Sia io che Tuco. Ma questi indios sono amichevoli, ti vogliono bene, sanno tutto su come aiutarti.

Noi ci rivediamo fra un po’, va bene?», e la bacia sulla guancia.

Il colpo lo fanno di giorno, per fuggire attraverso la giungla e raggiungere un vicino porto fluviale.

«Mi dispiace lasciare Chana a questi selvaggi - il bisonte è ancora vivo… - ma noi siamo ricchi… ricchi… è vero, bodrillona?», e rimane fisso col ghigno obliquo, la sua specialità.

«Chana ha le ore contate, pensiamo a noi, Tuco», e riprendono la marcia, zaini in spalla, aiutandosi con il machete.

Sembra andare tutto liscio.

Ma seguirli è facilissimo per gli indios.

ZIF

Tuco lancia un’imprecazione. Una freccia gli ha trapassato la gamba.

RAT-RAT-RAT

La reazione della Bonazza è immediata.

Con una raffica panoramica della sua uzi dà una bella sfrondata al bosco.

«Forza… dobbiamo muoverci… forse gli è bastata», la Lopez avanza decisa, a mitraglietta spianata, con l’ansia che le gonfia il gigantesco petto.

Ma con Tuco claudicante, vanno più piano di prima.

D’altronde è il suo unico aiuto e poi ha uno zaino pieno d’oro sulle spalle.

All’improvviso si apre una radura: un piccolo neo nella giungla compatta.

Il silenzio è assordante, ma la Bonazza non se ne accorge in tempo.

SZOCK

RAT-RAT-RAT

«Ma…le…det…ti…!».

RAT-RAT-RAT

Una devastante punta di ossidiana si è piantata nelle sue polpose interiora!

Il colpo è tremendo!

Ma la Bonazza reagisce subito, sparando all’impazzata.

La lancia è spuntata fuori dal nulla, gli indios sono invisibili.

La Lopez, seguita dal compagno, raggiunge un riparo al centro della radura, costituito da un paio di isolati alberi.

«Te la tolgo…», dice il Brutto, che non si sente più tanto malconcio.

«No… rimarrei… uccisa…», risponde affannata la Bonazza. «Si va avanti…».

E infatti - dopo la breve pausa - riprende la marcia, decisa a salvarsi a ogni costo e a fuggire col bottino.

Ricarica e va avanti.

«Sei forte, bodrillona!», le urla dietro Tuco, per farsi coraggio.

Se la Lopez cede, è fottuto anche lui, lo sa bene.

Romina avanza, grottescamente piegata in due, con le mani strette intorno alla lancia indigena.

RAT-RAT-RAT

E in certi momenti - tirandosi leggermente su per non spararsi in faccia - fa cantare la uzi per tenere lontana l’invisibile minaccia.

Ma non ce la fa più.

Si ferma.

S’appoggia di fianco a un tronco e si lascia scivolare a terra.

«Dannazione, bambina!», Tuco impreca e si lascia andare giù anche lui. «Su, bevi… su… bodrillona…», la rifocilla con cicchetti di tequila e bacetti puzzolenti sul collo.

Ma la Lopez, stavolta, non riparte.

«Sei bona, Romina, bona!», lo sbilenco ghigno del Brutto torna a colpire.

«Smettila… rischio di crepare… prima di Chana…».

Dalla macchia escono simultaneamente allo scoperto almeno dodici guerrieri indios, ben distanziati tra loro.

Il ghigno si spegne.

Inutile cercare di resistere, la fuga è finita.

I due razziatori vengono riportati al villaggio.

«Ehi, ragazzi… Chana come sta? La dea è ancora viva?», Tuco è curioso, Trebiglietti lo fa sempre impazzire e ora spera di rivederla non troppo cadavere, almeno un’ultima volta, prima che ci lasci la pelle, la povera Chana.

Uno degli indios prende a tambureggiare.

E riceve subito risposta.

«Chana lotta. Stregone aiutare Chana».

«Visto che è così bravo, dovrebbe dare un’occhiata anche a Romina, la dea bruna, va bene, ragazzi? L’oro ci serviva per pagare un debito… sapete cos’è un debito?».

«Voi debito con dea, adesso».

«Non ci friggerete dentro un pentolone, vero…?».

«Tu brutto, tu non friggere bene.

Tu buono per coccodrilli».

Il ghigno si spegne.

«Noi più avanzati di voi, stupido.

Voi mangiare voi stessi.

Voi uccidere e distruggere.

Voi morire quando Chana morire, se morire; sepolti vivi con Chana, nel tempio, accanto oro.

Voi vivere se Chana vivere».

«Ehi, ragazzi… ma è davvero bravo questo vostro stregone…?».

Il ghigno sghembo riaffiora alla luce.

Tutto il resto è sepolto nella giungla dello Yucatan.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

IL BUONO, IL BRUTTo, LA CATTIVA

di Salvatore Conte e Loredana Marano (2011-2018)

Un cielo lattiginoso ricopriva l’arida spianata adattata a cimitero, nella quale migliaia di tumuli erano trafitti da misere croci di legno. La Morte era la Signora del luogo fino alle colline, che occultavano, agli umili paesi posti oltre, la vista della spettrale distesa di croci. Una polverosa piazza ellittica, delimitata da un muracciolo di pietra, costituiva il nucleo centrale del cimitero, dal quale si irradiavano a perdita d’occhio le pietose croci; un baraccato di legno fungeva da stazione per i carri e da tetto per gli occasionali visitatori.

Un cimitero dimenticato di poveri soldati spiantati, mandati al macello per ridefinire le forme di sfruttamento delle masse, era il luogo più sicuro per nascondere un tesoro, ma era anche una trappola senza scampo e un accesso diretto all’inferno. Lo sapeva bene Nada, la Cattiva, messicana dai capelli corvini.

Piantata ai margini dell’ellisse, pronta a dare battaglia, si guardava intorno per scorgere una qualche via di fuga. La posta in gioco era alta e le possibilità ridotte a una su tre. Scaltra, fredda e senza scrupoli, Nada sapeva fin troppo bene che se voleva sopravvivere in un mondo duro e senza regole, doveva usare gli uomini a suo vantaggio. “Io ti do, tu mi dai”: formula-base della vita, che lei tentava di semplificare in un “tu mi dai”, senza contropartita.

Aveva iniziato con lo scambiare il corpo. Che altro e di meglio, dopotutto? Un corpo bello, solido, straripante da camicie sbottonate o pantaloni attillati, troppo stretti per contenere tanta abbondanza di forme.

Per un vestito, per mangiare, per qualche occasionale lusso, era passata di letto in letto, vivendo alla giornata, finché allo specchio non aveva visto un’altra Nada: una donna che stava sfiorendo, sfruttata, che aveva dato più di quanto non avesse ricevuto.

Sparì dai luoghi della sua irrequieta giovinezza ed emigrò verso il West, in una regione squallida e incivile. Frequentava soprattutto i saloon, ove recitava - da grande attrice - la parte che le risultava più congeniale: suscitare il desiderio degli uomini, muovere i loro impulsi più scabrosi, senza diventarne schiava. Illusionista dell’amore, incantatrice, amministratrice di sogni di cui gli uomini si sentivano protagonisti.

Lusinghe, sogni, aria, questo era ciò che vendeva. E a caro prezzo. Alla lunga si era fatta tanti nemici, troppi, e non poteva contare sulla protezione di nessuno: non era la donna di nessuno, in particolare.

Fu così che imparò a sparare, in fretta e molto veloce. E quando svanirono anche le ultime illusioni, si fece strada con la violenza.

La sua formosa bellezza, dura a morire, le offriva un’arma in più: era raro che i suoi avversari non indugiassero al suo cospetto, e nel gioco mortale della colt .45, dove tutto era deciso da chi sparava per primo, gli indugi si pagavano con la vita.

In quei fatali attimi, quando una frazione di secondo poteva decidere della sua vita, Nada si faceva scudo delle sue forme esuberanti, alle quali ricorreva per confondere le idee agli avversari, per renderli meno veloci del solito, e comunque meno veloci di lei: in questa maniera aveva fatto fuori diversi malcapitati, buoni o cattivi che fossero. In questo rito risiedeva la sua cattiveria: giocare sulle debolezze, sui pregiudizi, sulle esitazioni, per distruggere e creare un varco alla morte. Per tutto questo era Nada la Cattiva.

Gli occhi neri, intensi, penetranti come pallottole, feroci all’occasione, erano il segno perentorio di una bellezza, che - sulla soglia dei cinquanta anni - era diventata arma letale.

Il tempo era giunto, l’occasione attesa per mettersi a riposo e vivere nell’oro i giorni che le restavano. Il tesoro era a portata di mano, non restava che eliminare i concorrenti.

La Cattiva era sempre sicura di vincere, in un modo o nell’altro, ma quel giorno, contro il Buono e il Brutto, sapeva che sarebbe stata dura, perché per denaro, per tanto denaro, l’uomo scatena tutte le sue forze.

Era preparata: la camicia chiara, imbrunita di polvere e sudore, accuratamente sbottonata fino allo sterno e indossata con meditata indifferenza.

Ma occorreva altro, in quell’occasione; di più.

Non erano sufficienti i trucchi della donna scaltra e consumata a ogni inganno. Lo sapeva e sudava. Il cuore pulsava incontrollabile, il seno si sollevava e comprimeva con cadenza sempre più eccitata e disordinata. Una strana passione la scuoteva, ma gli occhi erano duri e mobili, attenti a ogni mossa degli avversari.

Ciascuno aveva il suo posto all’interno dell’ellisse fatale.

L’estasi dell’oro brillava nelle loro menti come una musica trionfante.

Ma un silenzio immobile raggelava l’aria torrida.

Chi avrebbe spezzato il triello?

Chi avrebbe sparato a chi?

Il Buono e il Brutto avrebbero davvero sparato a una donna, sebbene fosse la Cattiva?

Alla fine dello stallo, sarebbero giunte tutte le risposte, e avrebbero avuto il calibro di una colt 45.

BANG BANG

Due spari simultanei.

Un’espressione di vago stupore sul volto di Nada.

Due macchie brune sul bianco sudicio della sua camicia.

Il Buono e il Brutto avevano scelto la Cattiva per uscire dal triello.

E avevano lasciato il segno. Un doppio segno.

Nada digrignò i denti e rimase in piedi.

Le pallottole bruciavano.

Ma lei non era tipo da rotolare nella fossa così su due piedi.

Per un attimo voltò le spalle al Brutto, poi con un guizzo viperino - BANG - lo sorprese con una palla in corpo, smorzandogli in gola il ghigno borioso.

L’uomo reagì molto male, vomitandole addosso altro piombo.

BANG

BANG

BANG

Due pallottole si persero tra le croci del cimitero, ma una finì nella pancia di Nada. Era la terza.

Il brutto ghigno riprese forma.

BANG

Ma tramutò in meno di un istante in tuttaltro: Nada stavolta aveva centrato il brutto cuore. L’uomo era impietrito, sbigottito, quella puttana l’aveva spedito all’inferno.

Per qualche secondo ancora rimase in equilibrio.

Poi si schiantò esanime nella polvere.

Il respiro di Nada si fece affannato. Aveva atterrato il Brutto, ma al prezzo di tre palle di piombo rovente nella pancia. Un fuoco cieco sembrava esploderle dentro.

Il Buono era sulla sua tangente e aspettava le sue mosse.

Freddo, imperscrutabile, Biondo.

Inutile sperare di commuoverlo.

Aveva già dimostrato di volerla morta, sparandole al primo colpo, quando lei, invece, era ancora appesa al triello.

Tanto valeva rischiare il tutto per tutto. Giocarsi le ultime pallottole.

Anche se sapeva di essere in svantaggio.

La Cattiva si guardò le ferite.

Nell’intervallo fra la vita e la morte, i secondi si fanno eternità e ogni attimo strappato la faceva sentire una dea.

Erano ferite gravi, ma forse non era ancora finita. E il Brutto era fuori dal gioco.

Tra lei e l’oro c’era rimasto soltanto il Buono.

Fece finta di crollare a terra e tentò il colpo.

BANG BANG

Due spari simultanei.

Una calibro 45 raggiunse il Biondo all’addome, l’altra centrò Nada nello stomaco.

Spalancò gli occhi e la bocca, incredula e sgomenta.

Annaspò alla ricerca d’aria.

Doveva riprendersi e riprendere il controllo della situazione.

Aveva beccato il Buono.

Ora doveva finirlo.

BANG

La pallottola raggiunse il Biondo al braccio. La mira di Nada cominciava a scarseggiare.

BANG

Non quella del Buono, che imbottì la Cattiva con l’ennesimo proiettile nella pancia, facendola sobbalzare con gli occhi sbarrati dal terrore.

Erano cinque.

La colt di Nada divenne dannatamente pesante e scivolò dalla sua mano come fosse una saponetta.

Stava ansando.

Si portò entrambe le mani sulla pancia e si ingobbì in avanti.

Era ancora in piedi.

Con la bocca aperta e gli studiati, oscillanti movimenti del corpo, cercava in qualche modo di irretire il Biondo.

Ma il Buono aveva spianato la colt. E armato il cane.

Il dito era sul grilletto. E la guardava fisso.

Era risentito soprattutto per quella palla nel fianco.

Nada staccò una mano dall’addome e la sollevò sanguinante verso il Biondo, scuotendo leggermente il capo.

Gli chiedeva di risparmiarla, aveva ricevuto abbastanza guai, cinque grossi guai calibro 45, e aveva offerto un bel bersaglio al Brutto, non si poteva negarlo.

Il Buono si guardò il buco nella pancia e rialzò gli occhi verso la Cattiva, mostrandosi molto contrariato.

Anche lui scosse il capo. E le sventagliò contro la colt.

La mano protesa di Nada si ritrasse. Lo sguardo si indurì, pronto al peggio. Il Biondo non voleva saperne e per lei era finita.

«BANG».

Con un ghigno beffardo il Buono accompagnò il cane a riposo e la colt nella fondina, mentre scrutava incuriosito lo sguardo spento di Nada, nel quale, repentino, si accese un lampo di trionfante cattiveria.

Ciò nondimeno, la figura della Cattiva, piegata in avanti, con la camicia piena di buchi e macchie brune che sputavano sangue, risultava patetica.

Cosa sperava di fare?

Ma per Nada quello era un risultato, perché non era facile ottenere qualcosa dal Biondo.

Si erano già incontrati. Altro duello con triello. Solo che allora il Cattivo era un altro e loro due erano alleati. Non si conoscevano, inseguivano lo stesso ricercato. Allora era bastato uno sguardo per capirsi, per decidere che potevano dividersi la taglia, senza complicazioni fra loro.

Conclusa la sfida, lui era andato a rinfrescarsi presso una tinozza d’acqua. Quasi un gesto rituale, liberatorio. Si era bagnato il collo e la faccia. Mentre lavava il sudore, la guardava: la stava controllando o era un invito? Ora lo avrebbe scoperto.

Sotto gli occhi del Buono, la Cattiva prese a barcollare in direzione del baraccato, con le gambe larghe e gli avambracci piegati in avanti a reggersi le ferite nella pancia, esaltata dalla sua capacità di rimanere in piedi, come se avesse la vita ancora in suo potere.

Il Biondo la osservava incuriosito. Mentre camminava, si sentiva i suoi occhi addosso.

Fu allora che, mentre brancicava sulle ferite, si sbottonò la camicia fino all’ombelico, mettendo quasi a nudo il petto: il richiamo era potente.

Il Buono accusò il colpo, ma il rimescolio che provò dentro di sé si raggelò quand’egli considerò lucidamente l’insieme: era troppo tardi.

Avrebbe dovuto capire che la sua ultima ora era arrivata. Stavolta era toccato a lei.

Lui aveva una palla nel fianco e l’oro era ancora da scavare.

Di certo non poteva chiedere aiuto a Nada…

Il paradosso lo fece sorridere.

Buttò giù un sorso e si avviò verso il tumulo che dava sepoltura all’oro sospirato, lasciando la bella pistolera al suo destino.

Tanto non poteva andare da nessuna parte, né avrebbe potuto eliminarla a sangue freddo. Lui era il Biondo.

L’estasi del gran colpo fu tale che il Buono, nonostante le ferite, impiegò pochi minuti a mettere le mani su due sacche strapiene di dollari d’oro.

Era fatta.

Era il più forte, il più potente del mondo.

Era l’estasi dell’oro.

Ritornò verso l’ellisse.

Era vuota. Stupito, si guardò intorno e cercò di capire dove fosse finita Nada.

Non si vedeva da nessuna parte.

Per quanto diabolica fosse, Nada non poteva essere andata lontano con tutto quel piombo in corpo.

Rimandò a dopo il problema e si diresse verso la tinozza della stazione. Forse conservava un po’ d’acqua piovana.

Il suo auspicio si era appena dissolto, quando nel suo campo visivo entrò, con sua grande sorpresa, Nada la Cattiva: era sulle ginocchia, piegata contro la sponda interna della grossa tinozza.

Era quasi di spalle.

Con l’avambraccio sinistro si reggeva la pancia. Quello destro era occultato dal corpo.

I loro occhi si incrociarono.

Il Biondo era stupito di vederla ancora penare, in quella strana posizione.

Un lieve sorriso si delineò sul suo volto.

Ma si spense subito dopo…

Nada si era voltata e la sua mano stringeva una colt .45, con la canna puntata contro di lui.

Lo stava aspettando.

Per vendicarsi.

Era rimasta in vita per vendicarsi…

In un sol momento, il Buono ricostruì cos’era avvenuto: Nada era passata accanto al brutto cadavere, si era impossessata della sua colt, c’erano due colpi ancora da sparare, poi era andata ad aspettarlo.

Che fottuta puttana!

E adesso era lì, con la camicia sbottonata, ansiosa di mettere in atto il suo piano: «Potrei… fot-terti come un cane… ma non… ci gua-da-gno niente… Voglio… me-tà… dell’oro… e… un dot-tore…».

Il respiro si fece affannoso, il seno trasaliva a ogni sforzo che sosteneva per sopravvivere: «Non mi ba-sta… crepa-re… dopo di te… Vo-glio sal-var-mi… e vo-glio… me-tà dell’oro…».

Aggiunse ancora qualcosa: «Mi ser-ve… la tua paro-la…».

L’espressione tirata del Biondo si allentò: non voleva portarlo con sé all’inferno, almeno per il momento. Era meno sconsiderata di quanto si potesse pensare.

La situazione ora quasi lo divertiva: «Non dimenticare che ti ho permesso io di arrivare a questa fottuta tinozza. Avevo altre tre pallottole pronte per te…».

«Al-lora… ci stai…?», Nada non aveva tempo per discutere.

«D’accordo, hai la mia parola. Ma non sono un dottore. Come pensi di trattare quei buchetti nella pancia?».

«C’è un villag-gio… di peo-nes… a un’ora…», gli rispose Nada.

«Un villaggio di peones…? Vuoi che ti porti lì? Se il patto è questo, siamo soci al 50. Ci muoviamo?».

Il Buono poteva facilmente fregarla, ma per lei non sarebbe cambiato niente. Non poteva ottenere altre garanzie, doveva fidarsi per forza. Non aveva nulla da perdere. Accopparlo non le sarebbe servito a nulla. Aveva poco da vivere. Senza aiuto non aveva scampo.

Nada abbassò la colt, cercando di posarla nella fondina, ma il suo sguardo era annebbiato e la mano incerta. Il Biondo la aiutò a completare l’operazione.

Poi la tirò fuori da lì, prendendola fra le braccia. Lei gli passò un braccio intorno al collo, premendo il viso contro la sua spalla. Altera e sensuale.

Lui la trasportò all’interno della stazione.

Aprì la porta con un calcio e cercò con lo sguardo una superficie su cui distenderla. Non c’era niente di meglio di un tavolaccio scorticato occupato da cianfrusaglie: con una mano, piegando la gamba a mo’ di sgabello sotto il corpo di Nada, il Buono sgomberò il piano.

La distese e le aprì la camicia. Era peggio di quanto pensasse. La pancia era maciullata dalle pallottole: carne scoperta, pulsante, grumi di siero e sangue.

Il Biondo non batté ciglio: lei lo fissava, attenta alle sue reazioni. Lui non faceva trapelare alcuna emozione, se pure ne aveva.

Si guardò intorno: in un angolo erano ammucchiati dei lenzuoli, destinati probabilmente ad avvolgere i cadaveri. Con queste bende improvvisate, imbevute d’alcool, le fasciò le ferite; poi le abbottonò la camicia, le sollevò la testa e la fece bere.

Le stava dimostrando che non aveva intenzione di fregarla, almeno per il momento.

Lei non perse l’occasione di ingraziarselo: dopo aver bevuto, gli prese una mano e se la piantò sul seno. Lui incedette per qualche secondo, ne venne catturato, la baciò sul labbro e sul collo, sciogliendosi in lei. Era sua, docile e sensuale. Lo faceva per calcolo, ma a lui bastava.

L’estasi di Sandy prendeva corpo.

Allestito alla meno peggio un carro, vi sistemò la bella messicana, distendendola sul pianale di carico.

La Cattiva pretese di tenere l’oro vicino a sé.

Il Buono la lasciò fare.

Erano partiti.

Mentre la pista si snodava, quasi indistinta dal desolato contesto, il Biondo si interrogava sul villaggio di peones verso il quale stava conducendo la sua improvvisata compagna di viaggio.

Che cosa poteva mai aspettarsi da quella gente? Nada era una donna priva di illusioni e sapeva di avere poco da vivere. Se aveva pensato a quel posto, un motivo doveva esserci.

Ma era inutile indagare ora. La questione lo appassionava ben poco. Prima ci lasciava la pelle, prima l’avrebbe sciolto dal suo patto.

E lui si sarebbe trovato un vero dottore per le sue ferite. Lui aveva più tempo.

Il Buono stava trascurando il fatto che, a dispetto della loro misera condizione, i peones di certi villaggi disponevano di droghe molto speciali, che usavano secondo i consigli degli sciamani, i guaritori della loro antica tradizione.

Forse Nada, sebbene diffidasse dei sentimenti, credeva nell’energia del corpo, quella concreta, non fondata soltanto su parole. Forse cullava quest’ultima illusione.

Trascorsa la prima mezzora di viaggio, la Cattiva cominciò a lamentarsi insistentemente.

Il Biondo fu costretto a fermarsi e a passare dietro, sul pianale del carro ove giaceva Nada.

«Allora… cosa c’è che non va…?».

«Ho pau-ra… Bion-do…».

Il Buono la fece bere.

«Non sei una donna di primo pelo, Nada. Sappiamo che sei messa male…», il Biondo preferiva che lei non si facesse troppe illusioni.

«Non sai… di-re altro…?», lo fissò, rimanendo in attesa.

«Anch’io ho una palla in pancia. E fa male. Me l’hai messa tu.

Ma le cose sono cambiate, no...?», le toccò il seno e la baciò avidamente sul collo, come se fosse sbronzo. «È la legge del piombo: molto spesso divide per sempre, talvolta avvicina l’impossibile».

Il Buono era anche un filosofo, tra una pallottola e l’altra.

«Io… io… non pos-so… mo-ri-re…», protestò ostinata Nada, stringendo le mani sulle ferite.

«Hai afferrato il concetto».

Quindi tornò a cassetta e riprese la marcia, senza aggiungere altro.

Era bella, ma mortale, come tutti quelli che aveva spedito anzitempo al diavolo. Il Biondo si augurava di non assistere a inutili scene di disperazione: al culmine della tragedia, Nada avrebbe potuto reagire in qualunque maniera, ma ciò non le avrebbe allungato la vita.

La Cattiva si consumava inquieta, cambiando ripetutamente postura e sfregando gli stivali sul pianale del carro con fare convulso.

Non riusciva a stare ferma, perché non sapeva come placare la paura di morire, che le metteva in corpo un’innaturale, incontrollabile frenesia.

Ripensava alle parole di lui e si guardava le mani impregnate di sangue caldo: la vita le sfuggiva fra le dita e lei non sapeva rassegnarsi. Non le giovava la vista dei dollari d’oro, beffardamente coricati accanto a lei, che tintinnavano a ogni sobbalzo del carro.

Passato un altro quarto d’ora, sentì arrivare l’irreparabile.

«Bion-do… Bi-on-do…».

Lui fece finta di non sentire.

«Sto cre-pan-do…», la voce di Nada era eloquente.

Non era preparata alla morte. Nessuno le aveva insegnato come si muore, né, in particolare, perché si muore. Non sapeva nulla del corpo umano, lei viveva nella sua testa. Tutto il resto era accessorio. Questa convinzione l’aveva salvata più d’una volta, a dispetto di ogni conoscenza scientifica. Ora, però, avrebbe voluto sapere, ora che l’aria le sfuggiva e non tornava più.

Il Buono fermò il carro.

«Siamo quasi al villaggio, Nada».

«È fini-ta… Bion-do…», la Cattiva si guardò intorno spaurita, come se la Morte portasse la colt e stesse per spararle ancora una volta.

I respiri erano corti e affannati.

«C’è sta-to… un mo-men-to… in cui… mi sono… illu-sa…».

Il Biondo tamponò il sangue che le colava dal labbro.

«Dim-mi... una pa-ro-la... Bion-do...», Nada cercava un po’ d’aiuto, ma lui non sapeva che dire.

«Fai pre-sto... dim-mi... una pa-ro-la...», insistette Nada, che non riusciva più a controllarsi; gli occhi fissi su di lui, il respiro sempre più contratto, come al termine di una lunga corsa...

Poi, per un attimo, il furore prese il sopravvento sulla rassegnazione, l’agitazione interna esplose; stizzita dal silenzio dell’uomo, Nada ebbe un’impennata: «Mi hai fot-tuto… Bion-do…», e lo afferrò furiosamente per il collo, quasi a volerlo trascinare con sé, per odio, tardiva passione, o forse per tutte e due le cose insieme.

Il Buono se la scrollò di dosso.

Quello che aveva temuto, una disperata scena finale, stava per piombargli addosso.

Ma lui non aveva nessuna voglia di starla a guardare mentre crepava.

Sembravano una coppia sposata, ormai.

La lasciò lamentarsi e arrovellarsi come una puttana furiosa che andava incontro alla sua fine.

Tornò alla guida del carro e raggiunse il villaggio in pochi minuti.

«Siamo arrivati: cerca di non crepare proprio adesso!», le gridò da cassetta.

Nada fu trasportata all’interno d’una modesta casupola e medicata dall’anziana del villaggio, mentre un ragazzino correva a chiamare lo sciamano, che abitava in disparte.

Alla Cattiva fu somministrata una droga che ne stabilizzò il corpo sulla soglia che separa la vita dalla morte. Il principio di questo intervento, praticato dagli sciamani indios di quella regione, si fondava sul presupposto che l’organismo fosse perfettamente autosufficiente anche nel più completo stato di incoscienza e che la cura di ferite molto gravi richiedesse la riduzione ai minimi consentiti delle funzioni vitali.

Del resto anche la medicina moderna stava andando in quella direzione, anche se non avrebbe mai ammesso di essere arrivata buona seconda.

Il Biondo ebbe la netta impressione che Nada fosse morta stecchita, ma lo sciamano lo rassicurò che per il momento non era così.

Poi lo informò che il passo successivo sarebbe stato quello di bloccare le emorragie interne. A quello scopo avrebbe usato un potente contrattore della circolazione sanguigna, in virtù del quale le vene si restringevano a tal punto che qualunque emorragia veniva efficacemente arginata.

Quindi avrebbe prevenuto infezioni letali facendole ingurgitare, goccia a goccia, una potentissima pozione caustica in grado di stroncare ogni potenziale minaccia.

Per quanto riguardava gli organi vitali - e la donna aveva una brutta ferita allo stomaco - bisognava aspettare pazientemente che le lesioni si rimarginassero. Lo sciamano si disse nettamente contrario ai metodi praticati dai segaossa di città: mutilare era contro i suoi principi. Nelle città dei bianchi si tagliava selvaggiamente, eliminando o riducendo al minimo gli organi lesi da ferite gravi, lasciando i sopravvissuti in condizioni terribili, menomati e debilitati per il resto della vita. In realtà occorreva essere pazienti e permettere che l’organismo si adeguasse alle mutate condizioni, a funzioni vitali ridotte, al fine di ottenere il completo recupero degli organi lesi.

La donna si sarebbe alimentata con pastine vegetali assimilabili per lingua, fino a quando il suo stomaco non si fosse rimarginato da sé. Poteva sembrare strano, ma l’uomo moderno non era in grado di capire quanto la natura fosse perfetta e contenesse in sé tutte le risposte.

Lo sciamano sembrava molto fiero del suo lavoro e particolarmente compiaciuto di questo compito.

Il Buono non faticò a capirne il motivo: anche lui, benché anziano e dedito allo studio della medicina, era rimasto fatalmente affascinato da quelle forme letali, senza misura, incommensurabili e dalla misteriosa passione che esondava silente dai fluenti capelli corvini.

Addormentata, poi, Nada poteva perfino sembrare una donna per bene.

Per lui era tempo di andarsene: si era stancato di star lì a guardarla, mentre dormiva, accudita da mezzo villaggio.

Andò a controllare il carro. Per il momento filava tutto liscio. I peones erano gente pacifica.

Si trovò un letto e si fece portare da mangiare.

Dopo un po’, lo sciamano si occupò anche di lui.

Non avrebbe voluto domandarlo, ma alla fine non riuscì a trattenersi: «Come sta la… signora…?», chiese il Biondo.

«Dea di Terra ha dato lei molta forza. Però ancora ombre girano intorno a signora come avvoltoi, ma io ho spinto ombre lontano da collo di signora. Quando tu hai portato a me signora, ombre erano su collo di lei».

«Signora è amica degli indios. Vi proteggerà con sua forza, se manderete via le ombre dal suo collo», il Buono improvvisava.

«Natura è madre, ma è matrigna anche. Tua signora nel buio, ma io spero di salvare lei».

Lo sciamano non voleva sbilanciarsi. Le condizioni di Nada erano molto gravi, ma lei si era rimessa in gioco e questo sembrava impossibile soltanto un’ora prima.

«Allora lavora per la signora, amico mio. Questo è solo un graffio».

Lo sciamano annuì e tornò dalla donna.

Il Biondo si mise a sbuffare. Il giorno seguente non si sarebbe fatto trattenere in quello schifo di posto per nessuna ragione al mondo.

La notte passò tranquilla.

Di buon mattino, prima che lo straniero potesse approntare la partenza, lo sciamano portò le ultime notizie: le ombre erano state ricacciate indietro, da dove erano venute.

Aggiunse alcune parole: «Quando signora risveglia da lungo sonno, è momento difficile per lei, può morire senza persona che signora riconosce di sua precedente vita. Dopo che signora riprende da sonno, tu puoi andare via, straniero».

Il Buono aveva la netta impressione che lo sciamano stesse giocando, avendo intuito il rapporto complicato che intercorreva fra i due forestieri giunti al suo villaggio.

Non gli rimaneva che stare al gioco, dunque. Al diavolo la sua fretta di ripartire…

Il Brutto era morto, lui era il Buono e aveva una Cattiva come Nada a portata di mano, oltre a tanto oro da spendere.

Poteva scegliere tra l’estasi dell’oro e l’estasi di Nada. Oppure, perché no, non rinunciare a nessuna delle due.

Il Buono, il Fortunato, la Cattiva”: forse questo sarebbe stato il seguito di quella storia.

La storia di un pistolero buono, ma anche molto fortunato, e quella d’una puttana cattiva, che se l’era vista brutta, ma che non voleva crepare.

Quanto sarebbe durata?

Chiedetelo allo sciamano...

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

L'INCASSATRICE

di Salvatore Conte e Loredana Marano (2011)

Il saloon di Hondo, nel Nuovo Messico, si era improvvisamente svuotato.

Risaltava così lo squallore del locale, costruito in fretta per spennare gli illusi in cerca di un sogno, fondato sul nulla.

Non diverso dagli altri saloon cresciuti intorno ai fiumi dell’oro, una baracca in legno a due piani, si affacciava sull’unica strada del paese. Traballante, dava il senso della precarietà del luogo. Le vetrate al piano terra erano velate dalla polvere sollevata dai cavalli o trasportata dal vento del deserto. Agli angoli degli scalini stazionavano a turno fili d’erba secca raccolti a palla: pochi attimi, prima di volare via e dare spazio ad altre palle, in una catena che sembrava infinita e che almeno scandiva il tempo dei perdigiorno.

L’interno dava l’impressione di un luogo provvisorio, senza ordine; le mercanzie erano ammucchiate alla rinfusa. Whisky, lardo, patate: un terribile odore di alcool, unito alla puzza di rancido e tabacco, gravava nell’aria. Solo il bancone, in quercia, aveva qualcosa di stabile, fungendo da spartiacque fra padrone e avventori.

Ma ora quelle acque si erano improvvisamente ritirate...

Circondata da un paio di scagnozzi, Romina, la messicana, affrontò Bill Watson con la sua abituale spavalderia.

Immobili, senza diversivi, uno di fronte all’altra. Duri, senza scrupoli, calcolatori, tutti e due erano cresciuti nella violenza, fra soprusi e brutalità di ogni genere. Niente li fermava, perché avevano un unico credo: la pelle. A qualunque costo.

Lui, Bill, robusto, saldo sulle gambe tozze, la faccia strafottente di chi si prendeva gioco di tutto, morte compresa. Agile di mano e di mente, si fidava solo della colt, del fuoco - come usava dire - che faceva ballare. Temuto dagli avventurieri della regione, era odiato dagli sfruttatori: chi non temeva la morte non era acquistabile.

Lei, Romina, una puttana. Un tipo tosto, provocante, che sapeva mettere in mostra e a frutto le sue belle curve. Non conosceva altro nella vita. Cercare i disperati, vendere piacere e spennarli. Nessuno scrupolo. Mai. Il piacere – diceva – vale più della vita, perché è raro. Aveva meno di 30 anni, ma molta fretta di arrivare. Ambizione. Non aveva che da scegliere e scelse Franck, uno dei tanti banditi che sfruttavano cow-boy, operai della ferrovia e spiantati, riducendoli in miseria ai tavoli da gioco. Il poker era stato il suo asso nella manica. Si era circondato di pistoleri da mezzo dollaro e si sentiva il padrone. Aveva accettato Romina perché una puttana faceva comodo in una compagnia di soli uomini. Ma non si fidava di lei. La impiegava nelle imprese più rischiose per liberarsene quanto prima, perché intuiva che presto o tardi avrebbe ottenuto troppo potere.

Romina si era fatta sempre più sfrontata. Adesso si era messa in testa di conquistarlo. Una sgualdrina con poco cervello, che affrontava le missioni come se andasse a letto. Non sapeva neppure perché uccideva. Lo faceva e basta. Inaffidabile, ambigua, troppo pericolosa. Da eliminare.

Romina appoggiò il palmo della mano sul calcio della colt .45.

C’era. Era al suo posto, nella fondina del suo cinturone.

Ora doveva fregare Bill Watson e farlo sparire per sempre. Erano gli ordini di Franck. E poi aveva già incassato l’acconto di 500 dollari e al saldo ne aspettava altrettanti.

Tanto peggio per Mr. Watson, dunque.

Ma il rude Bill non era tipo da farsi scavare la fossa sotto i piedi: nonostante tenesse gli occhi fissi sulle curve della bella messicana, seguiva con altrettanta attenzione i movimenti delle sue mani e quelli dei due tagliagole che le facevano da contorno.

«Getta la pistola a terra, Bill. Ti conviene…», Romina sapeva che non l’avrebbe fatto, ma in qualche modo cercava di distrarlo per sorprenderlo.

«E a te conviene non metterti contro di me. Mi dispiacerebbe aprire dei buchi nella tua bella carcassa…».

«Avanti, Bill… Molla il ferro…», Romina si era avvicinata ancora, spalleggiata dai tangheri messi a disposizione da Franck.

L’aria era satura di piombo: sembrava mancare soltanto la scintilla…

Uno degli scagnozzi non resse la tensione e tradì il gesto con cui avrebbe aperto il ballo…

BANG BANG BANG

Bill Watson sembrò sparare con tre pistole, ma era soltanto la sua che aveva cantato tre volte: anticipò tutti e spedì all’inferno i due balordi che affiancavano la messicana. Lei, Romina, fu risparmiata: Bill le fece saltare la colt dalla mano. Per il momento se l’era cavata a buon mercato…

Superato il momento di panico, Romina si convinse, resa superba da tanto trattamento di favore, di poter ancora tirare la corda e si avvicinò con fare seducente al pistolero: «Hai fatto bene a non sciuparmi. Ora possiamo metterci insieme. Questi uomini erano solo degli idioti…».

Gli si strusciò addosso, cercando di stringerlo fra le sue grasse tette.

Aveva un sorriso ambiguo.

Mentre lo fissava e con la lingua umettava le labbra di saliva, cercando di distrarlo, aveva impugnato una pistola di piccole dimensioni, una derringer, occultata in una tasca dei pantaloni, all’altezza della coscia. Era quasi pronta a fare fuoco.

Gli occhi guizzarono crudeli.

BANG

Il suo vago sorriso mutò istantaneamente in un’espressione terrificata. Una calibro 45, sparata a bruciapelo, le aveva bucato la pancia.

Bill non l’aveva perdonata una seconda volta.

Gli occhi di Romina erano increduli, la bocca spalancata. Lei lo guardò con aria accusatoria, come se lui l’avesse colpita ingiustamente…

Furiosa per tanto affronto, gli rimproverava con gli occhi di non averle lasciato scampo…

Romina si ritrasse rabbiosa da Bill e barcollò verso il bancone del saloon, tamponandosi nervosamente la ferita in pancia con entrambe le mani.

Bill la lasciò fare: era curioso di vedere quanta birra avesse ancora in corpo.

Giunta al bancone, la bella pistolera si voltò verso Bill, puntellandosi contro la struttura. Schiumava rabbia. Watson non avrebbe infierito su di lei, ma neppure l’avrebbe aiutata. Doveva decidere che cosa fare. Intanto rimaneva in piedi a fronteggiarlo. E aveva ancora la sua derringer nella tasca del pantalone.

«Non fare altre cazzate, Romina. Ne hai già fatta una bella grossa, e dovrebbe bastarti», la avvertì Bill.

«Bastar-do… Franck mi fa-rà sec-ca…».

E proprio in quel momento, il temuto Franck fece il suo ingresso nel saloon, seguito da un paio di scagnozzi. Era venuto a controllare il lavoro di Romina. Era arrivato il momento atteso. Finse di non aver preventivato l’incidente: «Mi hai deluso, Romina: sei soltanto una puttana, non dovevo fidarmi di te…».

«Aspet-ta Franck…».

L’uomo si avvicinò minaccioso alla donna.

«Aspet-ta… aspetta…», supplicò Romina.

«Lasciala perdere, Franck. È solo una puttana, l’hai detto. È me che vuoi, no?», era la voce di Bill.

«Questa puttana mi ha fottuto 500 dollari per ammazzarti, Bill Watson; e mi è costata anche la pelle di due uomini…

Ma ora mi ha stancato.

Falla finita, Cody!», ordinò perentorio Franck.

«No… Franck… no!

Ecco-ti… i tuoi spor-chi dol-lari…», dal taschino della camicia, uno dopo l’altro, Romina lasciò cadere a terra dieci biglietti da 50.

Sul pavimento del saloon, alcuni mostravano la faccia grigia, altri quella verde; tutti, però, avevavo la faccia sporca di sangue.

«È troppo tardi per rescindere il contratto, sporca puttana messicana…», intimò Franck.

«Io sono… di Asunción… ba-stardo…», puntualizzò Romina.

Ma Franck non diede importanza alla cosa e lanciò uno sguardo allusivo al suo tirapiedi…

Cody recepì il messaggio e avanzò di qualche passo, con il ghigno di chi da tempo aspettava quel momento...

Bang

Ma quando accennò ad estrarre, fu preceduto dalla derringer di Romina, che lo centrò in fronte.

BANG

A questo punto fu lo stesso Franck a estrarre la colt, e prima che la donna potesse tentare una nuova reazione, le piazzò una pallottola nello stomaco.

Romina s’avvitò su sé stessa per un giro intero e quando tornò a voltarsi verso Franck, gli esplose contro la sua derringer, colpendolo all’addome…

Bang

«Fottuta puttana…», il pistolero reagì subito, scaricando nella pancia di Romina altri due colpi in rapida successione…

BANG BANG

La donna spalancò la bocca, ormai certa di avere incassato una dose fatale di piombo, e finì seduta a terra contro la sponda del bancone. Le braccia si distesero inerti lungo i fianchi. La mano impugnava ancora la derringer. Un rivolo di sangue le bagnava il labbro.

Romina le aveva provate tutte, prima di farsi ammazzare, e respirava ancora, nonostante avesse incassato quattro pallottole.

Il bandito puntò la colt verso di lei. Nuovamente.

«Ora basta, Franck: è fottuta, non lo vedi?», Bill aveva parlato senza rendersene conto.

«Tu non la conosci abbastanza, Bill Watson…

Questa puttana è pericolosa come un serpente…», e accennò a metterle in corpo altro piombo.

A quel punto Bill ne approfittò per regolare i suoi conti…

BANG BANG

Estrasse fulmineo la colt e con le ultime due pallottole spezzò il cuore a Franck e allo scagnozzo superstite.

Il capo dei tagliagole di Hondo sembrò rimanere indifferente per alcuni secondi, poi crollò improvvisamente a terra, cadavere, accanto ai suoi uomini.

Romina colse l’occasione al balzo per tentare un’ultima volta la fortuna: Bill aveva finito il piombo e prima di morire lei voleva vendicarsi e dimostrare a tutti di essere una vera pistolera.

La sua derringer disponeva ancora di due pallottole. Sembrava tutto facile. La donna di Asunción fu colta dalla stupida smania di essere l’ultima a morire in quel tragico saloon, e senza altre esitazioni puntò l’arma che ancora stringeva nella mano e fece fuoco contro Bill…

Bang

Ma Watson non aveva dimenticato l’ultimo ammonimento di Franck e d’istinto si lanciò a terra, schivando il colpo.

Romina aveva a disposizione un ultimo proiettile. Poteva ancora morderlo.

Bill Watson si affrettò ad allungarsi sul cadavere di Franck, mettendo mano alla sua colt, soltanto un attimo prima che Romina gli puntasse nuovamente contro la sua derringer…

BANG

L’arma saltò via dalla mano della ragazza.

Ora non poteva più mordere.

Bill aveva scelto di non infierire su di lei.

Per quanto avesse cercato di ucciderlo, non una ma quattro volte, era pur vero che l’aveva aiutato a liberarsi di Franck.

E di piombo in corpo ne aveva incassato parecchio. Non sarebbe andata lontano.

Bill si tirò in piedi e rimase a guardarla: era seduta contro il bancone con il capo reclinato sulla spalla, la bocca semiaperta e gli occhi stralunati che fissavano il soffitto del saloon.

La sua camicia grondava sangue. La sua pancia era imbottita di piombo.

Ne aveva abbastanza.

Si sentì osservata e cercò di incontrare lo sguardo di Bill: gli occhi di Romina erano persi nel vuoto e atterriti per una fine che non doveva essere molto lontana.

Ma lo sguardo compiaciuto di Bill la fece reagire come una belva ferita: introdotto da un sospiro furioso, un urlo impazzito, indescrivibile, di dolore, rassegnazione e rabbia, si liberò nell’atmosfera tragica del saloon. Era un grido di battaglia. Romina era furiosa.

Tutto volgeva al peggio, tutto era andato storto, ma lei non ci stava.

Mentre la guardava consumarsi e ribellarsi impotente al proprio destino, Bill decise come organizzarsi.

La gente di Hondo sarebbe tornata molto presto.

Per prima cosa ricaricò la colt. E questo lo fece sentire meglio.

Quindi si avvicinò per parlarle.

Raccolse da terra le dieci banconote e gliele infilò di nuovo nel taschino della camicia: «Il saldo te lo puoi scordare, ma l’acconto rimane tuo…».

Gli occhi di Romina si fissarono lentamente su di lui.

Aveva perduto la sua tracotanza, ma era ancora in cerca di qualcosa.

«Ero… sicu-ra… di po-terti… fot-tere...», seguì un ghigno amaro e forzato. «Per-ché… non… mi hai… fini-to…?».

Bill le asciugò il labbro.

Fu scossa da un brivido, ma riuscì a riprendersi: «Con la pisto-la… mi è an-da-ta male… ma pos-so anco-ra… suc-chiar-ti il caz-zo… grin-go…».

Lo stava provocando. Velenosa fino alla fine.

«Non credi che sia finita, Romina?», la incalzò, per tutta risposta, Bill Watson.

«Fot-ti-ti…», sussurrò risentita la donna.

L’uomo stava per andarsene.

Ma un’ultima occhiata alla ragazza, che nel frattempo aveva orgogliosamente distolto lo sguardo, lo indusse a riflettere su come l’avrebbero trattata: era una puttana, era una messicana, forse nemmeno quello, e per di più era una donna.

La gente di Hondo stava per tornare.

L’avrebbero violentata, umiliata e lasciata morire dissanguata.

Bill aveva perduto la sua sicurezza.

Alcune voci, provenienti dall’esterno, lo costrinsero a rompere gli indugi.

La gente stava tornando.

Sollevò Romina da terra, afferrò una bottiglia dal bancone e trasportò la donna al piano di sopra.

La distese su un letto.

Gli occhi di Romina tradirono l’inevitabile stupore.

Bill chiuse la porta a chiave e si organizzò per medicarla.

«Vo-glio il tuo caz-zo… Bill…», insistette Romina, benché in stato di agonia.

Ma l’uomo non tentò neppure di farla ragionare, e con parte del lenzuolo ricavò delle bende; quindi le imbevette di whisky e le applicò sulle ferite; infine, le fece bere il resto della bottiglia.

Aveva fatto il possibile, ma almeno un paio di quei buchi sembravano prometterle un viaggio all’inferno.

Non poteva far altro che aspettare. Era inutile cercare un dottore. In quello schifo di paese, a stento avrebbe trovato un segaossa.

«Non ti muovere di qui», le disse, accennando ad allontanarsi.

«Aspet-ta... non vo-glio mo-ri-re... Bill... Non è fini-ta... non è fi-ni-ta... vero...?», chiese con scarsa convinzione la bella Romina, intercettando il suo sguardo e cercando di leggere negli occhi di lui il proprio destino.

«Non è ancora finita, no», le rispose Bill, senza guardarla negli occhi. Le rimaneva poco tempo, e lei fingeva di non saperlo.

«Stammi vici-no Bill… non voglio cre-pare così… Ho tan-to… piom-bo… in cor-po… non ce la farò…», aveva bisogno di parlare, ma neppure lei sapeva cosa dire.

«Torno subito, vado a prenderti qualcosa», Bill dovette quasi divincolarsi, prima di uscire dalla stanza. Andò a procurarle del cibo e dell’acqua, in particolare della carne al sangue, tritata in pezzi piccolissimi. Avrebbe provato a reggerla per i capelli. Di sicuro era una lottatrice. Sarebbe morta senza mollare un attimo prima del tempo.

Al piano di sotto nessuno fece domande. Nemmeno lo sceriffo. Con cinque morti ammazzati a terra, nessuno a Hondo aveva voglia di fare domande a chi poteva saperne qualcosa, specie se poteva trattarsi proprio di colui che era stato cinque volte più veloce.

Bill si accostò al bancone e ordinò ciò che occorreva a Romina.

Fra i tanti avventori rientrati nel saloon dopo la sparatoria, c’era un vecchio indiano apache, che se ne stava per i fatti suoi.

Forse eccitato dal sangue, uno spaccone di paese lo notò e gli si fece incontro: «Ehi, vecchio, che ci fai qui? Ti sei perso? Il tuo brutto muso rosso è davvero brutto così da vicino… Non ti piace quel pezzo di schifoso deserto che lo Stato chiama Riserva?».

L’anziano apache non rispose.

«Ti ho fatto una domanda, sporco muso rosso…!», gli ringhiò contro il bianco, ormai pronto a passare alle mani.

In quel momento, Bill Watson ebbe un’idea. Quel vecchio forse non era un vagabondo. Si smosse dal bancone, dove stava aspettando il cibo per Romina, e si portò alle spalle dello spaccone: «Ehi, bianco! Dico a te!».

Appena l’attaccabrighe si voltò, Watson gli rifilò un cazzotto in faccia da stenderlo lungo a terra.

«Da dove vieni, fratello?», domandò quindi all’indiano.

«Da quello che rimane di mia terra».

A sud-ovest di Hondo c’era una Riserva Apache.

«Tu conosci la medicina, vero?», il pistolero cercava conferme.

«Ugh, fratello bianco».

Watson gli sussurrò all’orecchio: «Ho bisogno di te per una mia amica. Non può darti più di 500 dollari, però».

Lo stregone apache lo guardò stupito: «Chiedi quello che tu vuoi e io faccio, ma tu non offendere Falco Grigio con carte verdi e carte grigie».

«Allora vieni con me, fratello».

Watson tornò verso il banco e ritirò il cibo per Romina, seguito dall’indiano.

Quindi salì al piano superiore e mostrò la donna all’apache.

«Bill... aiuta-mi...!», la messicana era in grande difficoltà; con gli occhi cercava di comunicare la sua disperazione e la sua urgenza all’uomo. Non l’avrebbe ammesso, ma stava crepando.

«Vec-chio... aiu-ta-mi tu...», insistette Romina, con la rabbia di chi non vede molto lontano davanti a sé.

«Puoi aiutarla?», chiese Bill, tirando l’apache in disparte.

Lo stregone esitava.

Watson sbuffò, deluso.

«Squaw di terra lontana è molto forte. Ma lei viaggia verso celesti praterie», disse sottovoce l’indiano.

«Come non detto, allora», commentò stizzito Bill Watson.

Falco Grigio comprese allora che la squaw era importante per l’uomo bianco.

«Ma se tu volere, io provare a rimandare viaggio».

«Allora prova, Falco Grigio. Tu conosci la medicina.

Per me la squaw è già nelle praterie, perciò non avere paura, non sei tu che le hai sparato, no?», Watson gli diede carta bianca.

«Bill… Bill… pri-ma di crepa-re… vo-glio il tuo caz-zo…», insistette Romina, attirando l’attenzione su di sé.

Ma Bill Watson si ritrasse. Al suo posto si fece avanti lo stregone apache.

Fu così che il viaggio della squaw di Asunción verso le celesti praterie venne rimandato di ora in ora e di giorno in giorno.

Una settimana dopo, un carro trainato da quattro cavalli trasportava nella sua Riserva lo stregone apache Falco Grigio.

Distesa sul pianale di carico, viaggiava anche una squaw mezzosangue di nome Romina, detta un tempo - nel paese di Hondo - “la Sgualdrina di Franck”.

Il carro era guidato da un viso pallido di nome Bill Watson.

Dopo quattro settimane, gli apache chiamavano la squaw, “Incassa Tanto Piombo”, e il viso pallido, “Lunga Pazienza”.

E nessun popolo della Terra sceglie i nomi meglio di quello apache.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ADDIO

CALIBRO 38

di Salvatore Conte

e Loredana Marano (2011)

Jane aveva deciso di mollarlo.

Si era stancata. L’avrebbe mollato e l’avrebbe fatto quella sera stessa.

Avrebbe aspettato Drake indossando una camicia ben attillata, bianca, con bottoni bianchi. Sopra la camicia avrebbe messo una giacca bianca.

Il bianco rappresentava la rinascita dopo l’addio.

Quel bianco cercato invano in una vita troppo spesso infangata. Bastava poco per diventare preda dei desideri altrui e ci si poteva difendere solo se si era capaci di provare odio. Jane aveva imparato a odiare, per sua fortuna. In tante forme: da principio sfogava la sua rabbia senza controllarsi, poi si era fatta astuta e aveva appreso a inghiottire le sciocche pretese di quegli omuncoli che credevano, soltanto perché maschi, di essere superiori a lei e di avere potere su di lei. Il veleno ingerito si trasformava, all’occasione, in sorriso, gentilezza, sguardo carezzevole. Una difesa ben strutturata, che impediva a quei rozzi approcci di toccare la sua mente. E men che meno il suo cuore. Così, da stupida rappresentazione dell’innamorata di un tizio qualunque, si era fatta donna, stabile e forte, dietro un viso da bambola. Una donna perfetta in un corpo perfetto.

E quella sera, oltre a questo, vestiva di bianco.

Non era più una donna, ma l’incarnazione stessa del potere femminile. Difficile descriverla: le forme fiorivano nei vestiti come il vento di mare gonfia le vele. Forme sinuose, flessuose, che assecondavano al meglio i seducenti ondeggiamenti del corpo, qual fosse perennemente mosso dall’invisibile dondolio dei flutti marini.

Era pronta. Si guardò allo specchio e si sbottonò la camicia: uno, due, tre bottoni, fino al punto in cui risplende quella speciale linea femminile ove i seni si attaccano fra loro, che in America chiamano “the cleavage”, la spaccatura.

Si poteva andare oltre? Jane poteva arrivare ovunque, ma non aveva bisogno di pentirsi della sua bellezza. Ciò che è visto, tutti lo vedono, ma a pochi un dio permette di guardare oltre.

Sebbene ultrasessantenne, Jane non temeva né confronti, né la soglia critica dei 70. Per Drake non sarebbe stato facile incassare un colpo così duro: perdere la donna perfetta.

Jane versò da bere a entrambi. Non aveva ripensamenti. Il mondo le aveva dato ben poco. Lei invece aveva dato molto. Ed era libera di lasciare Drake, come tutto il resto del mondo, se soltanto lo voleva.

Jane non esitò oltre a comunicargli i suoi intendimenti.

Ma quella camicetta bianca, sapientemente sbottonata fino alla linea fatale, non incoraggiò affatto Drake a un improvviso e definitivo distacco.

L’uomo ascoltò in silenzio, serrando le mascelle. Una smorfia di disgusto segnò il montare della rabbia; prima un rumore sordo dentro di sé, poi l’esplosione del furore.

Jane attese che sbollisse.

«Che ti aspettavi?», lei non tornava indietro.

Lui diede in escandescenze.

«Niente da fare, Drake: non è affatto il caso che ti scaldi così. La decisione è presa», puntualizzò Jane.

«Non puoi farmi questo…», insistette lui.

«Io posso, eccome. E ora è tempo che tu vada…», Jane si alzò in piedi e si avvicinò alla porta.

Fu allora che Drake perse la testa.

Aveva con sé la sua pistola e l’avrebbe usata. Non sarebbe mai uscito da quella porta se non quando l’avesse deciso lui.

Rimanendo seduto, estrasse il suo revolver calibro 38 e lo puntò contro di lei senza rivolgerle parola.

Jane non si fece intimorire: «Avanti, non fare sciocchezze… Abbassa quella pistola…», e accennò a tornare verso di lui.

Ma lei era troppo intelligente per non capire dai suoi occhi che Drake stava per premere il grilletto...

BANG

Un proiettile calibro 38 la raggiunse all’altezza del fegato. Barcollò all’indietro, portando d’istinto la mano destra sul punto di massimo dolore. Con gli occhi esterrefatti, la ritrasse e rimase a osservare inorridita la chiazza vermiglia, striata da lingue brune, che si andava allargando sulla camicia bianca...

La mano tornò a comprimere la ferita, mentre il volto si spostava sull’uomo: «Ora basta Drake… ba-sta…», disse affannata.

Ma Drake non sembrava soddisfatto di vederla ancora in piedi.

Uno sguardo gelido anticipò l’esplosione di un altro confetto calibro 38…

BANG

Jane venne colpita in pieno stomaco: un’espressione attonita si dipinse sul suo volto.

Barcollò ancora, sbattendo sulla credenza del soggiorno. Cominciò ad ansimare, portandosi entrambe le mani sulla nuova ferita. I seni opulenti, a stento trattenuti dalla camicetta sbottonata, palpitavano impazziti. Si rese conto che la situazione stava precipitando, che stava per rimanere uccisa proprio quando aveva deciso di ricominciare tutto.

Drake sapeva sparare e aveva dimostrato di volerla morta. Ora non poteva più fermarsi.

Ma Jane non aveva intenzione di rassegnarsi; avrebbe giocato le sue cartucce.

Gli rivolse uno sguardo languido, sforzandosi di rimanere in piedi: «Aspet-ta… Dra-ke… Dam-mi… una… possi-bili-tà…».

«Volevi mollarmi, Jane. Ho dovuto farlo».

«Trovia-mo… una… solu-zione… Ho mol-ti sol-di…», insistette lei.

Drake ci stava pensando, ma soprattutto stava guardando. Ancora lì, sempre lì, l’occhio era fisso su quella linea perfetta. E poi c’era lo sguardo vivo, intenso, passionale, che lo supplicava di non sparare ancora. La bocca semiaperta, che cercava aria, che gli chiedeva di respirare...

Eppure ormai sembrava andata, era evidente, bastava guardare dove s’erano piazzate le sue pallottole e il sangue che stava perdendo. Presto avrebbe perso il controllo della situazione, sarebbe crollata a terra, moribonda. Il suo volto stava sbiancando. Forse sarebbe morta entro pochi minuti. Ormai ne era certo. E l’aveva uccisa lui.

Decise di darle corda, rimanendo comodamente seduto: «Dove tieni i soldi? Non mi hai mai parlato di tanti soldi…».

«Nel cas-setto…», Jane volse lo sguardo verso l’estremità opposta della credenza.

Sapeva di essere lenta e traballante, e sapeva anche che lui avrebbe sospettato un colpo di coda. Aveva capito ormai da tempo che Drake odiava le donne come molti altri uomini, per i quali non sono che vipere pronte a sputare veleno fino all’ultimo.

Ma non aveva scelta. Doveva giocare l’ultima mano della partita anche con carte perdenti. Aspettare sarebbe stato inutile. Stava morendo e forse era già tardi per chiamare un’ambulanza. Lui, tanto, non glielo avrebbe mai permesso; avrebbe chiuso il conto con altro piombo: ormai ne era certa.

Jane pensava in fretta mentre si trascinava faticosamente lungo la credenza, puntellandosi con le braccia e facendo sponda del bordo. Il suo petto, il suo corpo, lei stessa, erano esposti, senza difesa, allo sguardo avido di Drake, sconvolto dalla gelosia, assetato di vendetta, delirante di desiderio e nello stesso tempo inibito dallo schiaffo ricevuto. Un turbine di passioni, retto dall’odio, ma in cui era presente anche il dolore di vederla ormai perduta per sempre, vicina alla fine. Non poteva sperare in questo dolore, ma lo avrebbe utilizzato. O con lui, o con nessuno. Questo dicevano gli occhi di Drake. Insieme al rimpianto di averla perduta.

Jane sapeva che difficilmente poteva evitare di incassare altre pallottole. Era lenta e appannata, e Drake l’avrebbe anticipata. Ma lei non doveva mollare, doveva far fuoco a ogni costo. Doveva colpirlo al cuore o alla testa, prima che lui potesse reagire. Aveva bisogno di molta fortuna.

Mancava poco al cassetto dove lei custodiva un revolver sempre carico.

Ci credeva. Ci credeva ancora, nonostante tutto. Lei non si rassegnava mai.

Per distrarre Drake dalle sue mani, Jane recitò, favorita dagli eventi, la parte della femmina ansimante, supplichevole, scossa dalla paura, pronta a consegnarsi a lui, con i seni agonizzanti che pulsavano eccitati sotto la camicetta semiaperta, nella frenesia del respiro affannato...

E l’uomo abboccò: «Mi dispiace, Jane. Io non volevo…», il trucco stava funzionando, Drake stava cedendo al fascino intramontabile della donna. Jane si sentiva pronta a eliminarlo. Era il momento giusto. Aveva ancora il controllo della situazione. Poteva vendicarsi e l’avrebbe fatto.

Si voltò di schiena e aprì il cassetto. Impugnò il revolver e si preparò a scaricarlo sull’uomo.

«Dra-ke… ec-co… gli asse-gni…».

L’uomo si scosse dal torpore appena realizzò che Jane non avrebbe toccato dei veri assegni con la mano impregnata di sangue.

Quando la donna si voltò verso di lui, con un sorriso latente fra le labbra, stringendo una pistola nella mano, Drake aveva già capito e quell’attimo gli fu prezioso.

BANG

La smorfia fiduciosa di Jane mutò – in meno di un istante – in un’attonita espressione di terrore.

Aveva ricevuto un’altra calibro 38 in pancia.

Sussultò bruscamente senza per questo abbassare la pistola. La bocca si spalancò a dismisura. Gli occhi erano increduli e sgomenti, come quelli di chi viveva un terribile incubo senza poterne uscire.

Drake, per un attimo, si pentì di avere infierito su di lei. Ora sarebbe crollata morta in pochissimo tempo, insieme alla sua perfetta spaccatura. Tanto valeva farla finita. Tanto valeva aiutarla a crepare.

BANG

Alcuni istanti più tardi, il corpo dell’uomo si rovesciò in avanti. Un getto di sangue sgorgava dalla sua fronte, defluendo sul pavimento del soggiorno.

Una scossa di adrenalina fece quasi scoppiare la camicetta di Jane.

La Fortuna l’aveva aiutata. Lo aveva centrato. Era stata brava a non mollare il revolver. E a sfruttare il fatale attimo di esitazione che l’aveva colpito. La sua spaccatura, the cleavage, era stata preziosa quanto la sua pistola.

Ma ora le gambe non la sostenevano più. Finì sulle ginocchia senza nemmeno accorgersene.

Lasciò cadere il revolver, ormai non le serviva più.

Non aveva il coraggio di guardare in che condizioni s’era ridotta. Le bastava provare il terribile freddo che la sferzava. Un attimo dopo si sentì spingere in avanti da una forza sconosciuta. Ebbe appena il tempo di attutire la caduta protendendo la mano.

Si ritrovò faccia a terra, con la testa vuota. Non capiva neppure perché si trovasse lì e cosa stesse facendo.

Le pallottole calibro 38 di Drake la stavano divorando.

Jane alternava momenti di consapevole disperazione ad altri in cui si accontentava di riuscire a respirare.

Sebbene imbottita di piombo, riuscì a concepire, se non un piano, un’idea, o forse un concetto latente, fatto a brandelli.

Resistere, arrivare al telefono, un’ambulanza.

Con la mano intrisa di sangue, si protese in avanti, arrancando ventre a terra. Cercava di sostenere il faticoso movimento del corpo spingendo con le gambe. Aveva sangue in bocca e gli occhi faticavano a fissarsi su un qualsiasi obiettivo.

Stava per cedere.

Ma insistette.

Il telefono non era lontano.

Protese il braccio in avanti e cercò di guadagnare altri centimetri.

Il respiro, ansimante, si accompagnava, in un crescendo parossistico, alla sua pazza voglia di vivere.

Ma il telefono sembrava rimanere dov’era.

La camicetta bianca era zuppa di sangue. Spalancò la bocca perché l’aria mancava. La spalancò così tanto che questo le fece più male dei buchi calibro 38.

Sapeva di essere alla fine, ma continuava.

C’era quasi, doveva spingere con le gambe, doveva continuare.

Non poteva crepare proprio ora. Cercò di resistere al freddo fatale e agli oscuri presagi delle tre pallottole assassine. Rivedeva davanti a sé la bocca calibro 38 del revolver di Drake, che le sputava addosso la morte…

Allungò il braccio, protese la mano, stirò il dito, sfiorò qualcosa.

Il capo di Jane si schiacciò sul pavimento a non più di mezzo metro dal telefono.

Dietro di lei una scia di sangue.

S’era fermata.

CRASH

Il rumore di una porta in frantumi.

Si sentì sollevare.

Non sapeva nemmeno se fosse vero, o frutto della sua agonia, oppure se fosse già morta, in viaggio verso qualcosa.

Vide occhi che la guardavano. Forse era riuscita a chiamare, forse stava morendo, forse era già morta, oppure nessuna di queste cose.

La curiosità dei vicini, a volte, è un vero salvavita. O quantomeno permette di illudersi.

L’ambulanza ripartì a grande velocità.

Trasportava una donna perfetta, imbottita di piombo, e le sue ultime illusioni.

Una come Jane non le avrebbe mai mollate.

Quell’addio le era costato troppo…

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

MORTE ALL'OMBRA DEL FARAONE

di Salvatore Conte e Loredana Marano (2011)

L’avidità di Machika era senza limiti. Voleva tutto. Niente era mai troppo.

Si era fatta una strada fra le bande di Chicago. Era abile a tenersi in disparte, facendo consumare gli altri; diffidente, sospettosa, non si esponeva mai, pronta a intervenire soltanto quando l’affare era grosso.

Così le aveva insegnato il vecchio Yu Ma, il cattivo maestro della malavita cinese, nelle loro passeggiate silenziose sulla Wentworth Avenue.

Yu Ma l’aveva trovata in un quartiere periferico, dove era solito reclutare la manovalanza non cinese; lei era stata abbandonata vicino ai bidoni dell’immondizia, spelacchiata, denutrita, con gli occhi cisposi; sembrava una scimmietta invecchiata. Nonostante la sua durezza, in quel momento sentì ritorcersi le budella. La portò nel suo covo; e quella fu la sua seconda nascita in meno di tre giorni.

Non le diedero un nome cinese, perché non lo era, sebbene per un occidentale la differenza fosse invisibile. La chiamarono Machika, sebbene fosse coreana, perché era un modo per offendere i giapponesi, tanto era misera; quando le cose cominciarono a cambiare, il nome era dato.

Crebbe in mezzo a criminali, assassini e puttane; ognuno le insegnò qualcosa, ognuno le rubò un brandello delle sue illusioni; il suo rancore verso il mondo divenne sempre più aspro; lo teneva represso non per paura, bensì in attesa che esplodesse in tutta la sua forza, facendo più danni possibili. L’unico indizio era il suo tipico sguardo corrucciato, che spesso trovava conferma nelle pieghe ai lati della bocca.

Era nauseata, in particolare, dalla storiella della brutta anatroccola, trovata vicino all’immondizia. Sentiva che in qulche modo doveva vendicarsi del suo destino.

Ed era lì, infatti, in Egitto, nella tomba di un Faraone di cui neppure conosceva il nome. Stava per portare a termine il capolavoro della sua vita, stava per toccare l’apice della sua vendetta.

Nel crescere, nonostante i suoi occhi di fuoco, aveva invano sognato di diventare una bella ragazza: era rimasta piccola, esile e senza forme, insignificante. E gli sguardi di commiserazione che la raggiungevano dagli occhi delle puttanelle di passaggio, che avevano solo qualche anno più di lei, le ricordavano quale sarebbe stata la sua sorte: una sguattera o una prostituta da marciapiede, sfruttata da un brutale selvaggio.

La sua favola, quella della brutta anatroccola che un giorno si scopre uno splendido cigno, avrebbe dovuto scriverla da sé stessa.

Senza un corpo femminile, facilmente identificabile, non sarebbe andata da nessuna parte; lo aveva capito subito, sin da quando aveva visto Yu Ma rotolarsi sul divano con Stella; allora era rimasta impressionata non dalle convulsioni dell’amplesso, ma dal pianto di Stella che era seguito alla prestazione; aveva giurato di non cadere mai nelle mani di un uomo, ma per riuscirci davvero aveva bisogno di un corpo sensuale, speciale, che la rendesse padrona e non serva.

Si informò sui costi delle operazioni estetiche e per tre anni si diede da fare per mettere insieme i soldi.

Venne così il gran giorno: non chiese un seno di due o tre taglie più grande del suo, ma pretese una cosa abnorme come due ceste. Il chirurgo era perplesso, ma, visto il denaro, la assecondò. Il risultato fu sconvolgente: gli enormi seni erano sproporzionati rispetto al corpo, rimasto magro, gracile. Sembravano le escrescenze di un olmo millenario, impiantate su un tronco di pochi decenni.

Ma lei era felice: finalmente attirava gli sguardi vogliosi degli uomini, che ben volentieri avrebbero affondato il volto e le mani fra quelle immense rotondità.

Cominciò a curare con molta attenzione il suo vestito: camicette fatte su misura, atte a nascondere quanto possibile per attirare meglio la curiosità.

Si attorniò di giovani particolarmente suggestionabili e tramite questi divulgò storie mirabolanti sulle sue protuberanze, che acquistavano sempre più potere.

Gli effetti armoniosi della maturità e ritocchi di minore importanza portarono a compimento la favola: era bella, era un bellissimo cigno d’Oriente, con occhi di fuoco.

Di tempo ne era passato da allora e Machika aveva da poco toccato i 40 anni; non molti in fondo, ma la vita sfrenata, senza limiti, fra sesso, droga e alcool, era scolpita nei lineamenti tesi e corrucciati del volto; una pelle indubbiamente vissuta, ma cosa avesse vissuto, neppure lei avrebbe saputo dire: ricordava a malapena dieci giorni della sua vita; il resto era ripetizione, monotona ripetizione.

Gli enormi seni rifatti gonfiavano allo spasimo la sahariana ben sbottonata, che aveva scelto per la missione in terra d’Egitto.

La notte precedente, nella vasta oasi, aveva sognato. Un vecchio, all’ingresso dell’antica tomba, la ammoniva con parole sibilline: «Nella tomba troverai la morte». Ma lei non aveva ascoltato. Non credeva ai sogni. E non credeva neppure alla morte. Era già morta una volta, appena nata. Che poteva spaventarla ormai?

E quando furono nella tomba, quando il tesoro tanto sperato apparve ai loro occhi, facile preda, nulla sembrava poterla fermare.

Machika, Robert e Paul si guardarono, divisi fra l’estasi dell’oro e il timore dato dalla sensazione che fosse tutto troppo facile.

Una goccia di sudore si perse fra i grossi seni: il tesoro era suo, Robert e Paul erano comparse di un piano pensato in tre, ma voluto fin nei dettagli da lei. Da lei soltanto. In lei l’estasi dell’oro prevalse su ogni timore.

Fu in quel momento che Machika mosse il passo fatale, accesa nell’animo, avida, incapace di fermarsi.

Al primo passo ne seguirono altri, fino a quando non fu ormai davanti all’antico altare sul quale splendevano, sfidando millenni di polvere e oblio, numerosi oggetti d’oro, incastonati di gemme preziose. Il petto accompagnava il respiro sempre più accelerato: si alzava e tornava giù come se una pompa interna gonfiasse il silicone a mo’ di cuscinetto.

Robert e Paul rimasero indietro. Nessuno dei due ebbe la prontezza di fermare Machika, oppure a entrambi faceva comodo che lei si esponesse.

La donna era a non più di un paio di metri dall’oro e tutto stava procedendo bene.

Mosse un altro passo in avanti, ansiosa di poter finalmente abbrancare il tesoro. Machika, protesa verso l’oro, sembrava dimentica di tutto quello che le stava intorno, e perfino di sé stessa.

Fu in quel preciso momento che un dardo di bronzo saettò nell’aria fetida e si infisse profondo nel ventre della donna, trapassandola da parte a parte.

Era il benvenuto agli inferi del Faraone. La aspettava da 6.000 anni.

L’urlo soffocato di Machika vagheggiò nell’aria. Entrambe le mani scattarono sull’addome trafitto, chiudendosi attorno all’asta di bronzo. Il tronco si piegò in avanti. Un furore folle le invase il volto, mentre - ruotando su sé stessa - cercava disperata gli occhi dei compagni.

Paul si compiacque che la trappola fosse toccata a lei.

Robert era incredulo e rimase - come paralizzato - a osservare i suoi movimenti, attendendosi il crollo.

Gli occhi di Machika si fissarono su di lui; i denti erano digrignati in un’espressione irreale. Gli stava chiedendo di aiutarla, ma lui non sapeva cosa fare.

Intanto Paul si era avvicinato all’altare, passando al largo. Confidava sul fatto che la trappola fosse ormai scattata e che il Faraone non potesse immaginare che in questo futuro i razziatori di tombe fossero divenuti così numerosi.

Machika aveva dimenticato l’oro e si sforzava di rimanere in piedi, cercando di trascinarsi verso Robert, barcollando in precario equilibrio, aggrappandosi proprio all’asta che la trafiggeva.

La sua figura era surreale.

Non più quella di una donna potente e invincibile, ma quella di una ricca preda caduta nelle mani del suo cacciatore. L’asta era lunga oltre un metro, con un diametro che doveva sfiorare i due centimetri, ovvero più che sufficiente per ucciderla: lo sapevano loro, lo sapeva lei; la punta del bronzo protendeva dalla schiena di Machika; era una punta semplice, priva di uncini, unica circostanza favorevole.

A parte quest’ultimo aspetto, si trattava di un proiettile micidiale, in grado di abbattere un rinoceronte. Eppure Machika era ancora in piedi.

Robert era sbigottito. Non poteva credere che l’avessero fregata. Sembrava ancora aspettarsi una sua reazione.

Da tutto questo trasse vantaggio Paul, che senza curarsi del contesto, afferrò lesto quanto la sua borsa poteva contenere e si dileguò nell’ombra, riservando un ultimo sguardo alla bella Machika impalata dal dardo, ancora in piedi, ma non più interessata all’oro.

Robert non ebbe la forza di fermarlo. La sorte di Machika l’aveva gelato, non riusciva a distogliere lo sguardo da lei, che era rimasta come ad aspettarlo, traballante sulle gambe divaricate e malferme. Un rivolo di sangue le era salito alla bocca.

Erano entrambi imbarazzati e paralizzati: lei avrebbe dovuto rassegnarsi alla sconfitta, ma non sapeva farlo, lui non osava né compatirla, né incoraggiarla.

Dall’espressione tesa e angosciata degli occhi di Machika, si poteva intuire che lei cercasse di capire quanto tempo le rimanesse. Mentre s’affannava a rimanere in equilibrio, la sahariana eburnea s’era impregnata di sangue, in un infuocato contrasto visivo.

Con una torsione del collo, cercò di scorgere la punta del dardo, che sentiva averla trapassata, ma non riuscì nel suo intento.

Faceva uno strano effetto osservare l’avventuriera cinese, fino a poco prima forte e desiderabile, e ora spaccata a metà.

Con la mano tremante e intrisa di sangue, cercò il contatto con la punta dell’asta. Il suo intento era evidente: verificare la conformazione della punta per capire come estrarre il dardo; fortunatamente, ma era una modesta fortuna, la punta non presentava uncini e il proiettile poteva estrarsi dalla via più breve.

«Rob… Rob… ascol-tami…», Machika ruppe gli indugi; il tono era pressante, la sua pesante voce gutturale era vitale. C’era ancora.

Ma Robert non riuscì a scuotersi.

«Devi ti-rare. Senza strap-pi… Capi-to...?», l’ordine era chiaro, Machika era ancora sicura di sé, convinta di farcela anche questa volta.

Robert era perplesso. Forse era meglio per lei non toccare quel bronzo, ma ormai era stanco della sua arroganza. Avrebbe eseguito il suo comando.

Come una vespa, che estraendo il pungiglione dal tessuto in cui si è conficcato, affretta la propria fine, così Machika sarebbe andata incontro al suo destino. Era lei che lo chiedeva.

Fu in tal modo che Robert estrasse il bronzo dalla pancia di Machika.

La fece piegare in avanti, poi afferrò il dardo e lo tirò in fuori, con un movimento secco e regolare, senza strappi, sforzandosi di non avere esitazioni.

«ARGHH…».

Per Machika fu una specie di parto, ma il dolore non corrispondeva a nuova vita. Tuttaltro.

L’asta era fuori dal ventre.

Robert si ritrasse, stremato dall’orrore, e gettò a terra il macabro arnese impregnato delle budella di Machika. Un clangore metallico echeggiò sinistro nel silenzio tombale, più viscido e pesante di una minaccia esplicita.

Dopo il grido di sollievo, la bella avventuriera era rimasta con la bocca spalancata in tutta la sua ampiezza, mentre entrambe le mani si premevano a tutta forza contro la ferita, nel vano tentativo di arginare il flusso sanguigno; Robert le tamponò la piaga con un panno di fortuna, cercando di sostenerla, guardandola intensamente negli occhi.

Machika rimase in piedi ancora per qualche istante, con lo sguardo torvo e inquietante di chi non sapeva adattarsi alla propria situazione.

Crollò sulle ginocchia senza nemmeno accorgersene, manifestando il suo disappunto con una smorfia di delusione. Aveva disceso un altro gradino verso l’inferno. E lo sapeva.

Un dolore fitto la fece piegare in avanti.

«Robert…», Machika invocò il compagno col timbro gutturale che caratterizzava la sua voce.

Robert era lì, ma non sapeva cosa fare.

Machika lo fissò da terra, con sguardo freddo, spietato: «Paul ci ha tra-dito… Ucci-dilo… e pren-di l’oro… Io ti aspet-terò qui…», la voce grave e mascolina la rendeva ancora più maligna.

Dunque non si era affatto dimenticata dell’oro. Avida com’era, nonostante il grosso buco che si apriva nella pancia e finiva nella schiena, Machika si preoccupava di raggiungere un tesoro che ormai, con ogni probabilità, non le sarebbe servito a niente.

«Machika, io devo portarti fuori da qui. Poi studieremo la situazione», le rispose Robert.

«Sei un idio-ta…», pronunciate a fatica queste parole, la cinese si rovesciò su un fianco.

Era in grande difficoltà, la situazione le sfuggiva di mano.

Allungò le gambe all’indietro nel tentativo di sospingersi in avanti, ventre a terra, in direzione dell’uscita.

Robert si chinò d’istinto su di lei, per aiutarla.

Un attimo dopo un sibilo sordo attraversò la tomba, seguito da un vibrante clangore metallico.

Machika aveva fortuitamente attivato un secondo dardo della morte, perché nello spostarsi verso l’uscita aveva in realtà pressato, con la punta degli stivali, una porzione di pavimento ancora più vicina all’altare del tesoro.

Ripensò a poco prima, a quando la forza d’inerzia, prodotta dall’estrazione del proiettile, l’aveva spinta due passi indietro, verso l’altare. Se ne avesse percorso un terzo, avrebbe ricevuto un altro dardo. E questa volta sarebbe stata la fine. La fine, subito.

Non era dunque vero che il Faraone non avesse previsto che in questo futuro i razziatori di tombe divenissero così numerosi, ma forse non s’era figurato che divenissero tanto esperti, come Paul, da raggirare le sue stesse trappole.

Se Robert non si fosse piegato per aiutare Machika, il dardo lo avrebbe colpito in pieno. La sua compagna gli aveva fatto sfiorare la morte, ma al tempo stesso gli aveva salvato la vita.

Rimanendo accovacciato, Robert trascinò la donna il più possibile lontano dall’altare; poi, senza attendere approvazioni, si tirò su e considerò i punti di presa più propizi; aveva paura di sbagliare qualcosa, era imbarazzato a toccarla in quelle condizioni, ma vinse le sue paure e la sollevò fra le braccia, ripercorrendo con lei gli oscuri cunicoli della tomba.

La luce irradiata dagli elmetti protettivi era l’unica fonte di illuminazione.

Durante la marcia, Robert sentiva Machika contorcersi fra le sue braccia come un’anguilla morente.

Appena fuori le avrebbe fasciato la ferita, di più non poteva fare.

Robert varcò a ritroso l’ingresso della tomba ipogea e subito dopo dispose Machika a terra, mettendola seduta contro la parete esterna della struttura.

Le tolse l’elmetto e con le maniche della propria sahariana ricavò bende di fortuna per la donna.

Machika era aggrappata alla vita, interamente assorbita dal tentativo di regolare il ritmo del proprio respiro, che le gonfiava il petto ora pesantemente, ora freneticamente.

Le labbra sembravano tremare, dal freddo o dalla paura. Aveva perso sicurezza, forse sentiva arrivare la fine prima di quanto si fosse figurata e ne rimaneva sgomenta.

«Do-ve-vo fermar-mi… vero…?».

«Nessuno ti ha mai tenuto ferma, Machika. È il tuo destino», rispose Robert, con profonda conoscenza del problema.

Le asciugò il sudore che dal collo si incuneava nel petto. La mano del compagno indugiò tremante lungo la spaccatura del gigantesco seno.

Lei era sempre più in difficoltà. Sapeva di non avere molto tempo.

«Ho biso-gno… di una macchi-na… Ti ricordi la vec-chia… che abita qui…? Devi por-tarmi.. su-bi-to da lei…», fu la pressante richiesta di Machika.

«Non ti interessa più inseguire Paul?», domandò sferzante Robert.

«A lui pen-sere-mo dopo… ora sbri-gati…!», lo incalzò rabbiosa, ansiosa di trovare una via di scampo prima che fosse troppo tardi.

Robert, però, non capiva il suo piano. A che cosa poteva servire la vecchia? Li aveva aiutati con qualche informazione, questo era vero, ma di che aiuto sarebbe stata a una donna con un buco in pancia da due centimetri di diametro?

D’altra parte, era inutile fare domande a Machika. Di sicuro lei non aveva intenzione di crepare, quindi una ragione doveva esserci.

Ma prima di utilizzare il telefono satellitare per far venire una jeep, operazione che avrebbe richiesto parecchio tempo, Robert decise di controllare se Paul fosse effettivamente fuggito a bordo del loro fuoristrada, che era stato nascosto a poche centinaia di metri dalla tomba. Qualcosa gli diceva che valeva la pena di tentare.

Senza perdere altro tempo, accennò l’idea alla compagna e la lasciò sul posto. Machika biascicò qualcosa, poi scosse la testa. Forse si lamentava di non avere abbastanza tempo. Con gli stivali strofinò la sabbia, tenendosi una brutta sensazione nel petto.

Robert intanto stava correndo fra le palme; percorsi 200 metri, si fece guardingo, cercando di non farsi scorgere: se Paul, per qualunque ragione, fosse rimasto sul posto, avrebbe certamente reagito in maniera violenta.

Dietro un muro di palme, Robert quasi non credette ai suoi occhi quando vide il loro fuoristrada nella stessa posizione in cui l’avevano lasciato.

Perché Paul non era ancora fuggito? Quella sorta di presentimento era stata dunque preziosa…

Robert estrasse la pistola e si avvicinò alla jeep, sgusciando fra le palme.

Infine, lo vide.

Vide Paul a terra, accanto al veicolo. Con la pistola spianata gli fu addosso. Ma non dava segni di vita.

Era andato. Aveva bava alla bocca. Un infarto o un avvelenamento. E la borsa dell’oro era sul sedile. Lo sportello era aperto.

Robert attese, guardingo.

Qualcosa non tornava.

Si guardò intorno e raccolse da terra un ramo secco, lungo più o meno un metro e mezzo.

Con questo cominciò a sondare l’interno della jeep, senza entrare nell’abitacolo.

Passarono un paio di minuti e un tremendo fruscio anticipò la vista di un serpente: fuoriuscì infido dalla borsa dell’oro e si allungò per non meno di due metri, abbandonando l’interno della jeep.

Lo strano caso di Paul era dunque risolto.

Ma quel serpente rappresentava solo una coincidenza o l’oro era stato impregnato di qualche particolare sostanza? E come avrebbe potuto – qualunque sostanza fosse stata – rimanere ancora efficace dopo 6.000 anni?

Forse Paul aveva indugiato troppo, non aveva resistito alla tentazione di giocare con l’oro e quell’esitazione gli era costata la vita.

Comunque fosse andata, ora Robert aveva un grosso problema in meno e tanto oro in più.

Poteva lavorare con quel ramo e una volta certo che non ci fossero altri serpenti, poteva mettere in moto e andarsene. Ricco sfondato.

Ma c’era ancora Machika…

Valeva la pena di rischiare per lei?

Non era affatto da escludere che lei fosse già deceduta a quel punto, ma se l’avesse ritrovata viva, che vantaggio avrebbe avuto dal tirarsela dietro moribonda?

Comparò le due prospettive: quella di andarsene e quella di tornare indietro. Solo un pazzo sarebbe tornato indietro. Lo sapeva, eppure decise di tornare, d’impulso, senza riflettere.

Diede altri colpi con il ramo secco, poi caricò l’oro sul tetto della jeep e chiuse bene i finestrini del veicolo. Mise in moto e mezzo minuto dopo era di nuovo all’ingresso della tomba.

Appena sceso, guardò Machika: aveva cambiato posizione. Non era più seduta contro la parete, ma giaceva supina a terra, con le gambe disarticolate.

Forse la morte l’aveva sorpresa in quella posizione. Oppure era vittima degli spasmi dell’agonia.

Robert dovette ingoiare la propria delusione. Eppure sapeva che sarebbe finita così. Mantenendo la calma, si avvicinò alla donna. Ormai non c’era più fretta. Lo sguardo era assente, la bocca aperta in modo orribile, la sahariana zuppa di sangue come una spugna, sebbene le mani brancicassero ancora sulla ferita: Machika era viva, ma durante la sua assenza la situazione era precipitata.

Ora non c’era più tempo per portarla da nessuna parte.

Le sollevò il capo e cercò di parlarle: «Machika… Machika… Mi dispiace…», Robert non riuscì a dire altro.

Lo sguardo della bella cinese cercò di posarsi sul compagno.

«Machika… Quanto dista la casa della vecchia? Da che parte si trova?», Robert lo sapeva, ma stava cercando di farla parlare.

Lei avrebbe voluto rispondere, ma il fiato non saliva alla gola. L’enorme busto si sollevava appena, la tela della camicetta imbevuta di sangue aderiva alle forme, disegnando i contorni di un tormento in estenuazione.

«Do-ve.. sei.. sta-to…? Vuoi far-mi cre-pa-re…?», sussurrò infine la tenace avventuriera.

«Ascolta, bellezza: sei ricca sfondata, lo sai? Paul ha tirato le cuoia. L’oro è nostro e ho la macchina. So dove abita la vecchia. Vuoi andarci davvero o ti porto in ospedale?», erano le parole di un uomo che non l’aveva mai desiderata tanto.

Un guizzo di feroce illusione, simile a lussuria, balenò negli occhi di Machika.

Ma l’esaltazione durò poco, e tornò lo sgomento.

«Robert... ti ricor-di...».

«Quando ci siamo conosciuti?».

Lei annuì.

«Mi hai fatto perdere una grossa mano...».

«Ma... hai… tro-vato me…».

Forse aveva ragione; con lei aveva avuto tutto.

Da quel giorno l’americano teneva il banco.

«Robert... aiuta-mi...!», il tono di Machika era concitato, estremo. La cinese spalancò disperata la bocca per guadagnare più aria possibile. Gli occhi erano atterriti. Con la mano insanguinata cercò di afferrare Robert, ma lo vedeva a stento.

Machika era dura a morire, ma ormai per lei non c’era più niente da fare. Il suo errore le era stato fatale.

«Tu non arrivi più da nessuna parte, Machika», disse Robert frastornato, spaventato, quasi fra sé, dopo essersi ritratto dalla sua donna; forse per non vedersela morire fra le braccia, o per convincersi che era meglio lasciarla al suo destino e continuare da solo.

«Tu dalla vecchia non ci arrivi», ribadì l’uomo, scuotendo la testa, come a stornare da sé ogni tentazione di trasportarla in quelle condizioni.

«Forse Machika non può arrivare dalla vecchia, ma la vecchia può arrivare da Machika», disse una voce senile alle spalle di Robert.

L’uomo si voltò di scatto: una figura femminile, infagottata in un abito nero, piccola, esile, dal volto pallido e rugoso e dalla testa canuta, stava dritta in piedi a pochi passi da lui.

Robert era esterrefatto: che diavoleria era mai questa?

Le sorprese non mancavano, all’ombra del Faraone.

Senza curarsi dell’uomo, l’anziana donna si avvicinò a Machika e si distese sopra di lei, coprendola con il proprio corpo.

Robert la lasciò fare: non sembrava una minaccia e in ogni caso Machika era ormai in fin di vita, senza contare che lei stessa aveva chiesto di rivedere la vecchia.

L’anziana pronunciò strane parole, incomprensibili a Robert, quindi baciò sulla bocca, per tre volte, il cigno d’Oriente.

Gli occhi della cinese erano non solo appannati, ma ormai vitrei, fissi nel vuoto; le braccia abbandonate inerti lungo i fianchi; l’enorme petto immobile, compresso dal peso, sia pur modesto, dell’esile donna anziana.

«Ti sei fatta fregare, Machika», disse sottovoce Robert, risentito dal non esserne venuto fuori insieme a lei. «Almeno ti sei procurata una tomba da regina…», concluse, con l’amaro in bocca.

Poi, improvvisamente, soltanto per un attimo, gli sembrò di scorgere delle ombre oscure aleggiare minacciose intorno alle donne riverse a terra.

Robert sorrise, scuotendo la testa. Faceva caldo in quell’antica oasi, prescelta dal figlio minore del Faraone per l’eterno sonno.

Era amaro lasciare Machika cadavere in quella tomba, ma lei se l’era cercata, aveva pagato per la sua avidità, e anche ferita a morte si era illusa di poter gestire la situazione. Sicura, sempre sicura di ottenere quello che voleva.

Come la volta che si erano conosciuti, in una bisca clandestina. Lui era al tavolo del poker, concentrato, assorto in un delicato passaggio. Lei era passata silenziosa dietro di lui: indossava un lungo abito nero, coperto da una corta mantella di pizzo nero, che lasciava scoperte solo le braccia. Lui sentì le mani di lei sulle spalle, leggere, poi le sentì sulla nuca. Quindi aveva proteso il busto, piegandosi leggermente in avanti e aprendo, con fare inavvertito, la mantella: lui s’era dato servito con una coppia d’assi e aveva perso un piatto in stallo da tre mani.

Lei piazzò i due assi nella spaccatura.

«Per me hai fatto poker, non te la prendere…».

Lui la osservò, incuriosito, dalla spaccatura in alto, dall’alto alla spaccatura. «Cosa c’era nel piatto?», chiese infine.

«Vuoi scoprirlo davvero…?».

Si scoprirono. Si capirono. Rimasero insieme. Si piacevano e scoprirono di farsi comodo.

Ma ora il suo seno di pietra non incantava più nessuno. Non era buono nemmeno per un tris. Non sussultava più, a ogni movimento, sotto la sahariana attillata al busto. Quel dardo non poteva darle scampo.

Robert si scosse dai suoi pensieri e notò la vecchia che agitava febbrilmente le braccia esili, come a scacciare un nugolo di fastidiose mosche.

Mosche e moscerini… o quelle ombre di poco prima?

Robert scosse la testa; faceva davvero molto caldo.

Si stancò di aspettare e si avvicinò alla vecchia: «È finita, vero?».

L’anziana non rispose, ma lasciò il corpo di Machika, tornando in posizione eretta.

Robert si chinò sulla sua donna: gli occhi erano persi nel vuoto, la bocca semiaperta.

Strinse la sabbia nel pugno.

«Machika… Mi hai mollato… Mi hai mollato…».

Mollò la sabbia.

E ritornò in piedi, voltandosi verso l’anziana: «Ora vattene, vecchia. Non sei servita a nulla».

«Ti piace questa donna?», fu la risposta della vecchia.

«Era la mia donna…

Ma, ormai, che senso ha…

È finita e ti ho detto che devi andartene».

«Saresti disposto a privarti dell’oro per lei?», insistette l’anziana, in perfetta lingua inglese.

«Oro? Che oro? Che cazzo stai dicendo?», quella vecchia lo stava innervosendo.

«Devi portare Machika a casa mia. Senza perdere tempo».

E senza attendere risposte, si diresse verso la jeep e vi prese posto, accomodandosi sul sedile posteriore.

Robert era sconcertato.

Cosa voleva da lui?

A ogni modo ormai sapeva troppo, e quindi o la eliminava, oppure tanto valeva assecondarla. E dare sepoltura a Machika, per quanto doloroso, era comunque necessario.

Sollevò il corpo esanime e lo sistemò sul sedile anteriore della jeep, accanto al posto di guida. Il cadavere era ancora caldo.

Robert provò il desiderio di toccarla ancora, le sfiorò le labbra e i fianchi, mentre ne fissava lo sguardo sbarrato, perso lontano, nel vuoto. Per quanto dura, quella vista era il suo ultimo contatto con lei, ed era stato per questo motivo che non aveva avuto il coraggio di chiuderle gli occhi.

Robert sembrava ipnotizzato. Si ritrovò a toccarle il seno e a tamponarle inutilmente la fatale ferita aperta nel ventre, che ancora emetteva sangue e siero giallognolo.

«Cristo… è finita, Machika…», per Robert era dura rinunciare per sempre alla bella cinese.

L’uomo si separò a fatica dal corpo della donna e si mise alla guida.

L’anziana reclinò il sedile occupato dall’orientale, affinché il corpo non fosse sballottato durante la marcia.

Dopo pochi minuti i tre erano giunti a destinazione.

La casupola della vecchia si trovava isolata ai margini dell’oasi, quasi lambita dall’infuocato deserto.

«Prendi il corpo di Machika e portalo dentro, ma non trattarlo come fosse un cadavere qualsiasi».

L’anziana non attese risposte e precedette l’uomo all’interno della casa.

Robert rimase da solo, con il corpo di Machika accanto.

Il cuore gli pulsava veloce.

Si ritrovò a inseguire gli occhi vitrei della sua donna, nelle siderali distanze in cui s’erano smarriti.

Non si avvide che era tornato da lei e che le stava toccando il seno, impaurito, quasi a cercare un’evidenza di verità. Si impegnò nel tamponarle la mortale ferita, come se fosse ancora importante farlo.

«Machika… non ce l’hai fatta…», mormorò Robert, catturato dagli occhi languidi della donna.

Alla fine si scosse e portò dentro il corpo.

Il cadavere era ancora caldo.

La vecchia gli mostrò il letto ove andava deposto.

Poi accese tre bracieri e da ognuno si librò nell’aria un vapore di colore diverso.

«Se vuoi andartene con Machika, devi lasciarmi la metà dell’oro che avete razziato. Sarà sepolto vicino alla mia casa. Nessuno lo dovrà mai possedere. È un sacrificio a Dite per chiedergli di non aprire la Porta a Machika», disse seria l’anziana.

«Ma le Porte di Dite sono sempre aperte, no…?», replicò sarcastico Robert, citando un celebre passo di Virgilio.

«Sono sempre aperte, è vero, ma talvolta, in casi speciali, al momento giusto, possono richiudersi. Se Dite lo vuole», spiegò la donna.

«Toglimi una curiosità, vecchia. Se sei tanto timorosa degli antichi dei, per quale motivo ci hai aiutato a trovare la tomba? L’oro sarebbe ancora al suo posto, se la tomba fosse rimasta nascosta…».

«La tua è una buona domanda, ma la tua mente è piena di false cognizioni».

Dopo una breve pausa, l’anziana continuò: «Il figlio del Faraone era un essere empio.

Pugnalò selvaggiamente una donna che l’aveva respinto.

Ora egli risiede nel profondo Tartaro, dimora degli empi, e il suo oro può riscattare, contro la sua stessa volontà, la sua condotta empia».

«Sono tutte fandonie!», Robert aveva perso la pazienza.

«Ma visto che è solo un gioco… Quella donna, quella che non voleva concedersi, venne pugnalata a morte?».

L’anziana sorrise misteriosa: «Tu hai qualcosa di speciale, anche se non è chiaro nemmeno a te stesso.

Quella donna seguì lo stesso destino di Machika. Si spinse molto avanti, fin sulla Porta di Dite.

Non posso dirti di più. Sei ancora molto giovane», concluse la donna.

«Invece tu sei vecchia, e sebbene molto vecchia, l’oro ti fa gola, non è vero?», Robert cercava di provocarla per farla uscire allo scoperto.

«Ascolta, ragazzo… Tra poco, le Ombre del profondo Tartaro che si nutrono delle morti accidentali, torneranno a cercare Machika. Se prima di quel momento, tu avrai seppellito metà dell’oro razziato nella tomba, rinunciandovi per sempre, Machika avrà una possibilità di riprendersi. In caso contrario, discenderà fra le Ombre infernali, e quando verrà a sapere che tu potevi salvarla, ti perseguiterà per sempre. Ma ricorda...», e puntò l’indice verso l’alto per intimare un ordine sacro. «Nessuno dovrà tornare a recuperare l’oro sepolto. Né tu, né lei. Nessuno. Per nessun motivo. Mi hai compreso bene?», fu la secca conclusione dell’anziana donna.

«Ora mi hai stancato, vecchia. Machika si è fatta fregare ed è crepata come una stupida. Se anche volessi lasciarti dell’oro, a che servirebbe ormai?», Robert non voleva illudersi, né essere raggirato.

L’anziana non aggiunse altro.

L’uomo fu preso dallo sgomento.

Lanciò uno sguardo verso il cadavere di Machika.

Gli sembrò che quegli occhi, benché sbarrati, lo chiamassero. Si avvicinò e si sedette sul letto. Con la mano percorse l’enorme petto, fino a toccarle il collo e la bocca. Neanche lui sapeva cosa stesse cercando. Smosse ancora le labbra carnose, ma ne defluì un sinistro rivolo di sangue. Riportò il capo al centro, ma un attimo dopo si afflosciò di nuovo da una parte. Le tamponò la ferita al ventre con entrambe le mani, con forza, ma un nuovo rivolo di sangue fuoriuscì dal labbro: il sangue era risalito dalle interiora alla bocca.

«Machika… Lo sapevo che non potevi farcela. Ti sei illusa anche tu… Ma la morte ti ha sorpreso, non ti ha dato scampo… Eppure so che volevi farcela… fino all’ultimo ci hai provato, lo so…».

Robert la guardò ancora da alcuni metri di distanza: «Sembra addormentata… sembra sospesa nel vuoto… eppure si è fatta fregare…», disse quasi involontariamente.

«Tu ti sei fatto fregare, Robert.

Il sonno è l’immagine della morte, non lo sai, Robert?

Il sonno profondo, il sonno mortifero, è un’immagine molto stretta della morte, non lo sai, Robert?

E nel sonno che somiglia alla morte, non vi è nulla a sorreggere chi muore, né sotto, né sopra.

Mi hai compreso, uomo?».

Robert era confuso.

«Tutto quell’oro non mi serve, vecchia. Te ne voglio regalare la metà. Ma dovrai tenere la bocca chiusa sull’altra, capito?», fu la velata minaccia dell’uomo.

«Sento arrivare le Ombre… Devi sbrigarti, Robert…», lo ammonì l’anziana.

Robert eseguì quanto annunciato. Seppellì metà dell’oro a dodici palme di distanza dalla casa della vecchia, in direzione del mezzogiorno.

Quando rientrò nell’abitazione, vide l’anziana intenta a declamare formule accanto ai tre bracieri, con le braccia tese verso il corpo di Machika.

«Siedi accanto a lei e attendi la risposta di Dite», ordinò perentoria, prima di uscire dalla casa.

Dopo alcuni minuti, Robert si lanciò fuori gridando: «Signora…! Dove siete? La mia donna ha bisogno di voi…!».

Le sue parole si propagarono nell’antica oasi sull’onda di un’eco eterna, raggiungendo - come da sempre - la dotta mente della Vecchia Sacerdotessa.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

UNA PALLOTTOLA PER LEILA

di Salvatore Conte e Loredana Marano (2011)

Era appena rientrata a casa. E indossava ancora l’avvolgente camicia bianca, sbottonata fino al seno.

Salì al piano superiore, nell’ampio salotto, lasciò la borsetta sul mobiletto e si guardò allo specchio, in una luce soffusa: le piaceva guardare il proprio corpo. Un tempo molto bella, ora poteva definirsi piacente; con qualcosa in più di quand’era ventenne. Le forme abbondanti, il seno generoso, il sorriso largo, la bocca sensuale, la rendevano molto desiderabile. Con la mano si lisciò il petto, accompagnando le curve fino ai fianchi, fermandosi a guardare, compiaciuta, l’immagine riflessa nello specchio.

Doveva dimagrire, era vero. Era la solita promessa che non aveva mai messo in atto.

D’altronde, piaceva così com’era, lo sapeva, piaceva anche se la pancia prominente la rendeva tozza. Anche se le cosce grassocce erano attaccate, anche se il seno stava perdendo tonicità.

Si ravvivò i capelli con le mani, lentamente, con fare sapiente, rimanendo a guardarsi nello specchio. Era il gesto che conquistava, il segnale della disponibilità, anche se nell’ultimo periodo si era data una calmata, perché piaceva a Wil e poteva esserle utile.

Era da tempo ormai che Leila aveva spezzato la routine della sua anonima vita da impiegata con un genere di affari molto pericoloso. Era entrata in un giro sempre più grosso e ora cominciava ad avere paura. Ma non poteva dire di avere rimpianti, se guardava al suo passato. E questo l’aiutava a sopportare il presente.

Era in fuga da una vita. Fuggita dal Libano, assieme alla famiglia, era finita a New York, sposa di un certo Abdel, commerciante di animali esotici. Il matrimonio era durato due anni. Anche troppo visto che niente li univa, se si escludeva la terra di nascita.

Per lei era iniziato un periodo di vagabondaggio, che si era concluso a Phoenix, in Arizona, dove aveva trovato un lavoro presso una grande azienda di pannelli solari. Credeva di aver trovato un posto tranquillo, ma la sua assunzione era stata pilotata per orientarla verso altro. All’inizio solo compiti di informazione, poi consegne e attività sempre più azzardate, che Leila eseguiva sulla propria pelle, giocandosela a carte con la Morte.

Forse era anche per questo che nello specchio si vedeva come la Donna di picche.

Nella sua quotidiana partita a carte scoperte, Leila non nascondeva nulla del proprio corpo, tutto in evidenza con qualche trucco, come quello di indossare camicioni enormi, che la rendevano per certi versi informe, ma proprio per questo ancora più appetitosa. La morbida pelle ambrata, tipica d'una donna libanese, il collo corto che le conferiva forza e l’attaccatura del seno bene in vista, facevano sospirare uomini e donne.

Uno stridio di gomme sotto casa la distolse dallo specchio. Si mosse verso la porta-finestra che dava sul balcone. Il suo corpo massiccio si stagliava nella semiombra del salotto. Fu una mossa imprudente.

Si udì un sibilo sinistro. Il proiettile raggiunse Leila proprio in mezzo allo stomaco.

La libanese barcollò all’indietro fino a sprofondare sul divano, assumendo una postura goffa e contorta. Incredula, abbassò gli occhi sullo stomaco e - inorridita - si portò entrambe le mani a coprire lo scempio.

Leila percepì una strana, sconosciuta sensazione, un odore di morte attorno a lei. Era finita?

La suoneria del cellulare la scosse. Era rimasto nella borsetta, sul mobiletto dei liquori. Chi era? Chi poteva essere? Il suo assassino? Oppure Wil? Con lui si stava frequentando da non molto tempo, dopo che i rischi erano aumentati sempre di più. Non poteva ancora fidarsi, ma aveva sentito il bisogno di alleati e Wil era quanto di meglio fosse riuscita a lavorarsi finora.

Leila non poteva commiserarsi: la sua bella casa con giardino stava a testimoniare che i soldi non le mancavano. Ma ora, tutto quello che aveva conquistato facendo la doppia vita, senza scrupoli, senza pentimenti, era arrivato alla resa dei conti.

Prostrata sul divano, cercava di capire come arrivare al mobiletto. Si lasciò scivolare a terra, finì con la faccia schiacciata contro il tappeto. La bocca era spalancata per l’ansia, lo sguardo incerto e sbarrato dalla paura. Per un attimo sembrò che dovesse rimanere così per sempre.

La terra dei cedri, il suo Libano, le passò davanti agli occhi come attraverso una densa caligine. Le immagini erano sfocate: non aveva conservato alcun ricordo della sua fanciullezza. E niente ora la poteva sostenere nell’estremo tentativo di salvarsi.

Rompendo quell’attimo, con un lungo, disperato gemito, Leila prese a trascinarsi pancia a terra verso il mobiletto dei liquori, sopra al quale continuava a suonare il telefono cellulare.

Forse era Wil, forse era lui, Leila provava a crederci.

Continuò ad allungarsi verso il cellulare, irrigidendo le gambe per sospingersi in avanti.

Sembrava un’anguilla ormai a secco che si allungava lenta e pesante verso un’impossibile salvezza.

Ma c’era quasi… C’era riuscita… Al telefono c’era arrivata…

Rovesciò a terra la borsetta e afferrò l’apparecchio con la mano intrisa di sangue.

«...».

«Leila… Che succede?», era la voce di Wil.

«Sto… crepan-do… Wil…».

«Ma che cazzo dici…?», eppure la voce della donna era stata eloquente.

«Vie-ni subito… subi-to…», un attimo dopo il capo della donna si schiacciò sul pavimento, con gli occhi ritorti verso il soffitto. Sentì la bocca impastarsi di sangue. Era il segno che stava morendo, lo sapeva ormai.

Chi l’aveva uccisa? Da chi s’era fatta fregare?

Abdel...

Era stato un matrimonio combinato, lo sapevano. Ma quello stupido pretendeva che lei fosse moglie a tutti gli effetti, esigeva i diritti tirannici del marito. Lei aveva iniziato a disprezzarlo e a non risparmiargli il suo rancore, finché, esasperato, aveva acconsentito al divorzio. Tuttavia, aveva continuato a cercarla, perché una come lei mancava - latente - a chi non l’aveva conosciuta, bruciava - immanente - in chi l’aveva perduta.

E benché fosse una sorta di fallito nella vita - incredibile a dirsi - era riuscito a rintracciarla in tutti i posti dov’era andata a finire.

Ma Abdel non aveva mai imparato a sparare ed era troppo vigliacco per uccidere, lo sapeva per esperienza. Avrebbe ucciso soltanto in un accesso d’ira, a calci e pugni, al più con un coltellaccio, ma mai con un atto pulito e meditato.

Leila sapeva ancora tessere il senso delle cose, nonostante la perdita di sangue e la paura.

Abdel era da scartare. Doveva essere qualcuno del giro.

Oltre a vagheggiare possibili trame, Leila avrebbe dovuto chiamare un’ambulanza, ma ormai le forze la abbandonavano. Tutto il mondo intorno a lei prese a ruotare e a lei sembrò di non avere più voglia di andare da nessuna parte.

Wil, però, era già nei pressi. Non era lontano quando l’aveva chiamata. Voleva chiederle di uscire, come stavano facendo da un po’ di tempo, e confidava in un assenso.

Lasciò l’auto a breve distanza e si avvicinò a piedi, senza dare nell’occhio. Il vicinato era tranquillo. Giunto sotto al balcone di Leila, notò - con occhio esperto - il caratteristico foro di un proiettile nella vetrata. Un foro netto e incrinature concentriche.

Decise di entrare da lì, issandosi furtivo. Ma prima di forzare la porta-finestra, guardò dentro: nella penombra del salotto, vide Leila a terra, una lunga scia di sangue dietro di lei, dal tappeto persiano fino al mobiletto dei liquori. L’avevano fregata!

Entrò nella stanza e si piegò su di lei, voltandola supina: il braccio si allargò inerte dal fianco, rivelando una tremenda ferita d’arma da fuoco in pieno stomaco; una ferita di grosso calibro, che non le lasciava scampo. Non era stato un avvertimento, ma un’esecuzione. La libanese si era ficcata in qualche grosso guaio.

Attraverso la fitta nebbia che la circondava, Leila si rese conto che Wil era arrivato e il suo istinto di conservazione ebbe immediatamente il sopravvento: iniziò ad agitarsi e a muovere le gambe come a fargli capire che era ancora viva, così viva e vitale da protendere il petto verso di lui, quasi a volerlo sedurre. Non dimenticava di essere donna.

Wil allungò il braccio per afferrare dal mobile una bottiglia di whisky. Le labbra scomposte di Leila trangugiarono un po’ d’alcool, il resto colò giù dal mento fino a spargersi sul petto ansante. Un debole colore tornò a dipingere il volto della donna, gli occhi cercarono di posarsi su quelli di Wil, mentre questi le tamponava la ferita con un fazzoletto.

«Wil… aiuta-mi…».

Lui preferì cambiar discorso: «Chi è stato? Gliela farò pagare…».

«Prima… un dot-tore… fai… pre-sto… non vo-glio… lasciar-ci… la pel-le… Wil…», la Donna di picche si giocava le ultime carte.

«L’ordine di fotterti è venuto dall’alto, Leila.

E tu conosci le regole: se mi metto dalla tua parte, farò la tua stessa fine».

Lei lo sapeva, non poteva fidarsi di quello stronzo. Un’ondata di panico la travolse.

«Fan-culo Wil… lascia-mi cre-pare… fan-culo…», imprecò risentita.

L’importante era che avesse capito. Wil le sistemò un paio di cuscini intorno alla testa e l’aiutò a premersi una mano sulla ferita, sopra al suo fazzoletto.

Quindi si affondò nel divano come a prendersi una pausa. Era il suo stile. In ogni circostanza. Un bell’uomo, alto, asciutto, di poche parole: nessuno sapeva con esattezza chi fosse. Si prendeva molta cura di evitare intromissioni nelle sue vite. Leila era stata un’eccezione. Doverosa.

Anche lui aveva una doppia vita, inversamente proporzionale a quelle di Leila: nel suo caso si ignorava l’identità apparente.

Come si presentava alla società civile?

Senza radici, spiantato. Un apolide per vocazione.

Nessun legame, nessun impegno.

Tuttavia, messa di fronte al fascino di Leila, la sua fermezza aveva vacillato. Non glielo aveva mai detto, ma era più di una semplice attrazione.

Forse la stimava, se un tal verbo poteva aver senso in un mondo dove certi termini erano banditi. Oppure non sapeva bene cosa fosse. Di fatto uscivano a cena insieme, qualche volta lui si fermava a dormire da lei. Con la libanese respirava diverso.

Leila lo guardava rabbiosa, da terra, con il sangue alla bocca.

Ma conosceva le regole del gioco. Non poteva aspettarsi niente di diverso. Fosse stato un altro, le avrebbe riempito la pancia di piombo.

«Sei sempre la migliore, lo sai, Leila?», disse con tono impenetrabile l’uomo.

«Fan-culo Wil…», Leila non si trovava nelle condizioni di scherzare.

Aveva un debole per lei, ma a cosa sarebbe servito illuderla?

Solo a mettere nei guai lui. Lei sarebbe morta e l’avrebbe lasciato solo, in mezzo ai guai.

Decise di parlarle, sporgendosi dal divano.

«Leila, so che una donna come te non la trovo più, ma ho paura che nessuno possa aiutarti, mi dispiace», parlò tutto d’un fiato, cercando di rimanere controllato.

Se Leila avesse potuto sorridere, lo avrebbe fatto, ma era troppo sgomenta per ridere di quello stronzo di Wil.

Già una volta l’aveva abbattuta. Stavano andando a piedi verso il ristorante, quando Wil era sparito senza dire una parola, senza dare alcun segnale. Lei era rimasta in strada da sola. Gli aveva telefonato, ma senza risposta. Faceva freddo. Una fredda notte di gennaio, spazzata da un vento pungente. Lei con un pellicciotto bianco, che a malapena le copriva le spalle. Sotto un vestito leggero, da sera, scollato. Aveva aspettato più di 20 minuti. Nulla. Nessun segnale. Aveva cominciato a pensare che qualcuno lo avesse rapito o eliminato quando stavano camminando insieme. Chiamò un taxi e ritornò a casa, tutta intirizzita. Si buttò sul divano e si addormentò con il cellulare in mano. Un sonno breve, agitato, interrotto dall’atteso suono: Wil la ringraziava per la serata, come se non fosse successo nulla. Era furibonda. E ottenne una spiegazione: si era dissolto perché aveva riconosciuto una tale persona e non voleva farsi vedere con una come lei. Passata la rabbia, le sembrò di ricordare che quella persona potesse essere una donna. Vestita in abiti da uomo.

Tanta freddezza l’aveva lasciata interdetta, ma a mente lucida aveva avvertito un segnale latente da parte di Wil.

Lei non era nessuno sulla faccia della terra.

Accettò di rivederlo solo perché poteva fargli comodo.

Ma ora si stava rendendo conto che i suoi calcoli erano di nuovo sbagliati.

Con le unghie della mano prese a raschiare il pavimento: era un moto di rabbia e disperazione; e l’ultimo richiamo per Wil.

Il fisico solido e ostinato e la sete di vendetta la tenevano in vita.

I loro sguardi si incrociarono.

A Wil sembrò che il divano fosse divenuto scomodissimo. Fu spinto ad alzarsi.

La raccolse da terra e la distese dov’era seduto un attimo prima, con la testa poggiata sul bracciolo e un paio di cuscini a sostenerle la schiena. Le asciugò la bocca e le smosse i capelli.

Un’improvvisa fitta di dolore la fece sussultare. Si irrigidì, cercando di controllare la crisi.

«Leila…!», la mano di Wil si strinse sul lembo della camicia, strattonando a sé la morente, nell’istintivo, quasi involontario gesto di strapparla al suo destino.

Leila lo fissava con la bocca spalancata e gli occhi sbarrati di paura.

«Fanculo Leila…», Wil lasciò la presa e la donna si afflosciò sul divano.

Era deluso: Leila non lo seguiva, quella stupida stava crepando, la ferita era fatale.

Non poteva che essere il Sergente, solo lei agiva così. Fredda, spietata. Un buco solo, sufficiente a spedire all’inferno anche i più duri. Una guerra fra donne, dunque. Wil scosse la testa. Non capiva cosa potesse aver fatto Leila per meritarsi di essere eliminata così. Se avesse sbagliato un compito, o - peggio - se avesse cercato di fregare l’organizzazione, l’avrebbero arrostita a fuoco lento nella “sala giochi”. L’avrebbero fatta a pezzi.

Qui, invece, era stato un lavoro pulito. Leila non gli raccontava tutto, evidentemente. Forse uno sgarbo? Aveva tentato di soffiare il capo al Sergente? Lo tradiva dunque?

Ebbe l’impulso di abbandonarla alla sua sorte e andarsene. Davvero si era presa gioco di lui?

Ma Wil ricordò che il capo era lontano da tempo.

Un lampo gli balenò nella mente: era lui che il Sergente voleva...

Gli aveva chiesto di ridimensionare il capo e di spartirsi la torta.

Leila era un ostacolo, perché lo tratteneva. Ora era tutto chiaro.

La guardò, commiserandola. Stava crepando come una stupida.

Lei capì tutto e lo afferrò in un abbraccio disperato, cercando di mostrargli di avere ancora il controllo: «Non... vo-glio cre-pare... Non... vo-glio… crepa-re… Non... voglio crepa-re…», ripeté tre volte, quasi d’un fiato, affinché Wil se ne persuadesse una volta per tutte.

«Sì, lo so, Leila. Nessuno vuole morire. Ma ora cerca di calmarti, okay?».

La tirò su, seduta, contro lo schienale del divano, e le parlò: «Ascolta, Leila… Fanculo le regole. Ti faccio sistemare questo buco e ci mettiamo insieme. Che ne dici? Ci stai?». Wil aveva capito che non poteva lasciarla morire così, anche se era un gioco dannatamente pericoloso, soprattutto per lui, che aveva molto ancora da perdere.

«Ci sto… Non mi fac-cio… fot-tere…», rispose esaltata la bella libanese, sputando bava dalla bocca.

La decisione era presa, dunque.

Ma c’era un piano da curare nei minimi dettagli. Wil sapeva che il Sergente avrebbe atteso la controprova della sua mira infallibile: una telefonata che la informasse dell’omicidio di Leila. E finché questa non fosse arrivata, lei avrebbe smaniato in lungo e in largo nel suo covo, in mimetica e scarponi, maltrattando i suoi uomini, specialmente le reclute, per sentirsi onnipotente.

Rabbrividì. Il volto stravolto del Sergente metteva ribrezzo a chiunque. Sembrava un’invasata. Colpiva, uccideva senza dare scampo, avida di sangue, furiosa d’una crudeltà insensata.

Wil pensò che doveva prevenirne la reazione.

Non poteva esporre Leila a un simile rischio.

Ma prima telefonò alla clinica.

Poche parole in linguaggio convenzionale furono sufficienti. L’avrebbe portata dal Dottor Jenkins, il medico della mala.

Ebbe quindi il tempo per un’altra telefonata: «Perché lo hai fatto?».

«Che cazzo vuoi dire?», la voce dura del Sergente lo investì come una mazzata.

«Perché hai ucciso Leila?».

«Era una puttana... e poi... era diventata un intralcio.

Non dirmi che facevi sul serio con lei...».

«Era solo una puttana, l’hai detto».

Il Sergente voleva conoscere i particolari, ma Wil tagliò corto dicendo che stava per arrivare la polizia.

Aveva guadagnato un po’ di tempo.

«L’ambulanza sta per arrivare, Leila.

Non rischierei la mia vita per salvare una puttana», fu la risposta agli occhi di lei.

Anche fra delinquenti c’era una zona franca ed era quella: la clinica privata del Dottor Jenkins, dove nessuno faceva domande, inclusa la polizia, foraggiata a dovere per starsene alla larga.

Gli sarebbe costato un mucchio di dollari, ma per quale altra donna avrebbe dovuto spenderli?

Jenkins avrebbe dovuto sapere che Leila era solo una puttana che gli rendeva bene e che doveva sopravvivere senza troppi danni. Così avrebbe risparmiato sulla parcella e non avrebbe dato troppo nell’occhio.

Anche se avido, Jenkins era un vero medico e forse era in grado di tirare fuori dai casini anche una nelle condizioni di Leila.

Con le mani libere dai protocolli industriali applicati negli ospedali pubblici e nelle altre cliniche private, forte della sua esperienza nei confronti di un particolare tipo di pazienti, tutti reduci da sparatorie e regolamenti di conti, Jenkins aveva messo a punto protocolli di sopravvivenza molto efficaci, che erano riusciti a risolvere casi più o meno disperati come quello della libanese.

«Ascolta Leila, quando sarai ricoverata dovrai confermare che sei la mia migliore puttana, capito? Mi hai sentito bene? È la copertura più efficace», spiegò Wil in maniera assolutamente seria.

«Io non so-no… la tua put-tana…», biascicò Leila.

La prova era riuscita: c’era ancora, ancora dura a morire. E più stronza che mai.

Un bip dal cellulare. Wil si avvicinò alla porta-finestra che dava sul balcone. Un’ambulanza aveva accostato, silenziosa, all’indirizzo di Leila. Era un’Unità speciale per le rianimazioni d’emergenza.

In pochi minuti, la libanese fu intubata e stabilizzata.

Forse gli sarebbe costato molto più di quanto previsto, perché la storia della puttana non avrebbe retto, ma qualunque cifra gli avesse estorto quel sanguisuga di Jenkins, spesa per una donna come Leila, sarebbe stata un affare unico al mondo.

Prima che l’ambulanza fosse pronta a ripartire, Wil si appartò dietro a un furgone in sosta. Compose un numero, poi riapparve dall’ombra e salì a bordo accanto a Leila.

L’ambulanza ripartì a forte velocità.

Dall’altra parte della città di Phoenix, quel che rimaneva di un’anonima palazzina di tre piani era in fiamme per lo scoppio di un potente ordigno piazzato nelle fognature, forse fatto detonare a distanza attraverso un telefono cellulare.

Leila rimase cosciente finché non si sentì sistemata, poi si lasciò andare al sonno, certa di esistere, di essere qualcuno sulla terra.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

CADUTA E ASCESA DI FINA

di Salvatore Conte e Loredana Marano (2011)

     

Sdraiata sul divano, la testa affondata fra i cuscini, l’aria annoiata di chi sembra essere al mondo per capriccio, Fina trastullava fra le mani una collana d’oro con particolari in filigrana: «Bella… ma non abbastanza… e non abbastanza pesante…». Guardò suo marito con aria disgustata. Patesi Urlumma fingeva di non sentirla, assorbito da un calice di vino stretto con religiosa cura. Fina afferrò un cuscino e lo lanciò verso il marito colpendolo sul viso. Il calice oscillò, parte del vino si sparse sul pavimento. Due servitori arrivarono all’istante, pulirono e scomparvero. Tutto nel silenzio più assoluto. Nessuno fiatava.

Anche questa volta, esaurita la furia, ricadde fra i velluti; con sguardo latente contemplava annoiata le venature dei marmi.

La sala del trono si apriva attraverso ampie logge sulle popolose colline del regno. Pavimento e pareti erano rivestiti di marmo bianco con venature grigie. Nessun dipinto, nessuna decorazione. Un pesante drappo rosso separava la zona delle udienze dal resto del mondo.

«Sei bellissima e i sudditi ti onorano con regali preziosi. Tutti invidiano gli omaggi che ricevi, sembrano quelli d’una regina. Hai tutto… e altre immense ricchezze ti aspettano…», Patesi Urlumma sapeva di doverla lusingare se non voleva subirne la collera. Aveva davanti a sé un esemplare di femmina che faceva gola a tutti, sebbene lui non provasse più niente; ormai sformato dal bere e dall’ozio, passava i giorni differendo al domani ogni decisione.

Per questo Fina disprezzava il marito; perché era un inetto, incapace di esercitare il potere. Era disposta ad ascoltarlo solo quando la adulava. Le lusinghe la appagavano per un breve momento, ma ciò che davvero voleva se lo sarebbe presa con le sue mani.

«Voglio un uomo, un vero uomo, non un rammollito dalla pancia enorme… e con i gusti d’un verme molliccio… Voglio un vero uomo!», si sollevò dal divano con uno scatto e girò intorno alla stanza. «Che uomo sei tu? Non hai idee, non hai forza, non sai fare l’amore, sei un invertebrato che gode nel vedere sua moglie con altri… Io non voglio finire i miei giorni in questo modo, voglio altro!».

«E cosa vuoi?».

«Il comando».

«Lo avrai».

«Quando…? In che modo…?». Si avvicinò e gli sussurrò all’orecchio: «Come fai a non capire che il pericolo è qui, intorno a noi…».

Gli passò l’indice sotto il mento come fosse la lama di un coltello: «Mio figlio, mio figlio ci ucciderà. E io non voglio morire…», disse con occhi spiritati.

«Non è possibile. Il palazzo è inaccessibile».

«Ci ucciderà, ti dico».

«È scappato, lontano».

«Ci ucciderà, lo so».

«Nessuno lo ha più visto…».

«O noi uccidiamo lui, o lui ucciderà noi. Lo vuoi capire?», gridò stizzita e impaurita. Il pensiero del figlio la faceva tremare, le faceva perdere ogni interesse per quello che la circondava. Gettò a terra la collana. Urlumma temeva quei momenti e cercò di farla ragionare.

«È pur sempre tuo figlio…».

«Significa forse qualcosa? È un pericolo per me e questo basta. Va eliminato. Io non voglio morire con un pugnale nel cuore come la greca Clitennestra. Non lo merito».

Urlumma non sembrò comprendere l’allusione della moglie, che ancor più nervosa, gli prese le spalle, scuotendolo: «Ma non capisci che ucciderà anche te? Tu hai ucciso suo padre!», gli occhi neri di Fina si fissarono, accesi d’ira, sul volto ebete del secondo marito; nell’avvicinarsi, gli aveva pressato la pancia con un ginocchio. Lo sovrastava.

«Lasciamolo dov’è, è un nulla che non può farci paura.

Noi avremo i nostri figli… noi due… futuri Re…».

«Bisogna trovare il bastardo», insistette Fina.

«Tuo figlio?».

La moglie del Patesi lanciò uno sguardo sprezzante al marito e lasciò la sala del trono con passo ostentato.

L’ambizione del potere la consumava.

Fina nascondeva un fuoco interno, una fiamma che distruggeva ogni altro pensiero, ogni sentimento. E il suo corpo se ne alimentava: bello e statuario come la scultura di un dio, agile come quello di una pantera, morbido e sinuoso come null’altro. I lunghi capelli biondi addolcivano le spalle larghe, forti, da combattente, e ricadevano sui seni turgidi, che il suo incedere superbo ostentava arditi.

Si sentiva una Regina.

Lo era. Quasi.

Forse lo sarebbe stata.

Ma lei voleva esserlo a tutti gli effetti. Perché se la Bellezza era la divinità più potente del pensiero umano, la sua incarnazione doveva essere riconosciuta Regina.

Raggiunse le sue stanze, seguita dal fidato Ush, l’amante favorito.

«Quel vecchio non capisce niente. Non lo sopporto più… grasso… puzza di tomba… ma non muore… Promette, promette per tenermi buona, ma rimanda ogni cosa di giorno in giorno», il tono di voce si alzò, improvviso, duro: «Basta!».

«Aspetta il momento opportuno, mia Signora…», tergiversò Ush.

«No, basta, bisogna agire e subito. Prima di invecchiare… Io devo essere potente e bella insieme, capisci? E poi non voglio invecchiare…!»

«Tu sei bellissima…».

«Prima un marito-eroe, che amava le guerre più di me… Poi una mummia miserabile!».

Si guardò allo specchio: lo stato d’ira le induriva i lineamenti. La mascella era contratta, le labbra carnose serrate in un “no” contro l’intero mondo. Il nero degli occhi, approfondito dalla larga sottolineatura di kajal nero, fiammeggiava di sangue e vendetta, riflettendo un abisso senza fondo.

Si sentiva indomita, perché sola a difendere la sua bellezza e il suo status. Era un’idea fissa, che non l’abbandonava mai.

Era stanca di promesse e di inetti.

Era arrivato il momento di agire, di far valere i suoi diritti.

Lei meritava di essere Regina.

«Sei un idiota!», la rabbia esplose e capro espiatorio ne fu Ush, a cui Fina aveva assestato un perentorio schiaffo in faccia.

Benché forte come un leone, il giovane non fece una piega: era completamente sottomesso alla sua padrona.

Non ancora appagata, Fina lo graffiò a sangue con l’indice: «La condizione che mi si addice è quella della vedova. Attento a te!».

Quindi si distese sul letto e affondò il viso nel cuscino, lasciando alla vista la massa di capelli biondi e la perfezione di una schiena segnata da una linea pulita, pura, che terminava nella rotondità dei glutei, per poi spandersi in due tornite colonne, affusolate da mano d’artista: «E adesso vieni qui e fai il tuo dovere. Sei pagato soprattutto per questo…».

Ush non esitò a soddisfarla.

     

Il giorno seguente, il giovane consegnò a Fina la notizia che mai avrebbe voluto ascoltare: «Come…? Che cosa significa?».

«È proprio così, mi ha informato una delle guardie… Cosa devo fare?».

«Non lo sai? Devi ucciderlo e subito… Se si tratta davvero di uno dei suoi compagni di ventura, può diventare pericoloso… Questa gente è legata da un insensato codice d’onore».

Fina era allarmata. «Un momento… Che aspetto aveva?».

«Hmm… Capelli scuri… occhi azzurri… corpo da lottatore… bene armato… spavaldo, sprezzante… Questo è quanto mi ha riferito la guardia».

«Oh, no… Potrebbe essere Hiras…».

«Chi è Hiras?».

«È un guerriero piuttosto famoso e soprattutto molto pericoloso… Se è venuto per vendicare il suo amico… nessuno lo fermerà, capisci?».

«Io non ho paura. E tu lo sai», dichiarò Ush.

«Sì, lo so, non hai paura, ma solo perché sei un idiota… Bello e idiota. Non hai alcuna possibilità contro Hiras. E mio marito non mi prenderebbe sul serio. Dovremo assumere degli assassini degni di questo nome per farlo fuori. Datti da fare, non possiamo perdere tempo…».

ShUshan, d’altra parte, valeva un assassinio tanto rischioso. ShUshan, la città più potente della regione, che protendeva gli artigli al di là del fiume Tigri, valeva quella scia di sangue. Opulenta come i suoi grandi palazzi in pietra dorata e le possenti mura sormontate da lunghe schiere di leoni.

Comandare a ShUshan significava avere in mano i traffici che dalle sponde del Golfo Persico si dipanavano verso l’India e la Cina da una parte, verso il Mediterraneo dall’altra.

     

Dopo poche ore, Ush fu di ritorno.

Lo accompagnava una squadra di esperti assassini.

A riceverli vi era la stessa Fina che, profittando dell’assenza del marito, si era comodamente allungata sul trono, lusingata di pregustare la definitiva affermazione.

«Io sono Dancan e questi sono i miei uomini. Che devo fare?».

«Mi piace chi arriva subito al punto…», Fina sorrise freddamente. «Un uomo alto, robusto, dai capelli neri… un assassino come voi… Il mio servo ti spiegherà tutti i particolari».

Ush si avvicinò al mercenario e gli fornì il resto delle informazioni.

«Facciamo noi. Dancan sa cosa fare. Dancan esegue qualsiasi servizio. Ma visto che Hiras è un caso difficile, quanto intendi pagarmi?», chiese rivolto alla donna.

Fina indirizzò un cenno a Ush. Questi ritornò con un sacchetto pieno di monete d’oro e lo lanciò a Dancan.

«Come vedi, non bado a spese… Purché tu faccia bene ciò che devi. Questo è solo un anticipo, avrai il resto a cose fatte».

Dancan annuì e si appartò brevemente con l’amazzone della sua squadra. Questa lasciò la compagnia e si pose sulle orme della preda.

La sua figura, snella e muscolosa insieme, non sfuggì all’attenzione di Fina: «Chi è? Tua moglie…?».

«Irina…? Non la vorrei come moglie per tutto l’oro del mondo… È capace di ammazzare chiunque, ma credo che il marito sarebbe la vittima preferita…».

Fina emanò un sorriso allusivo e tornò con la mente a quella figura intrigante… Bionda come lei, ma più alta e più robusta, aveva abilmente nascosto i muscoli sotto nastri rossi che le avvolgevano, a fasce, le braccia e il petto, lasciando maliziose aperture attraverso cui sbocciavano i seni quali fiori carnosi…

Ciò che Fina non poteva sospettare era che una circostanza molto importante le divideva nettamente una dall’altra: Irina conosceva personalmente Hiras, lei no.

A tarda sera, l’amazzone assassina si ricongiunse a Fina e Dancan in una stanza appartata, ove la moglie del Patesi l’attendeva infiammata dalla voglia di agire senza perdita di tempo.

«Fatto… ho l’informazione che ci serve… Possiamo muoverci all’alba…», disse Irina, rivolgendosi soprattutto a Dancan.

«Tu mi piaci, Irina… Potresti rimanere al mio servizio. Che cosa ne dici…?», disse Fina, prendendo una mano fra le sue.

«Io non servo nessuno in particolare… solo la mia libertà», rispose ambiguamente Irina, mentre Fina leccava la sua mano, vinta da un singolare piacere, ignara di quale mortale minaccia cullasse in grembo e dei fati che la sovrastavano.

Irina lasciò fare, impassibile.

Fina si era condannata da sé: l’assassina aveva annusato in lei la paura della solitudine.

Il giorno seguente, mentre Dancan e i suoi davano la caccia a Hiras, il momento tanto atteso da Fina giunse a compimento: suo marito si accasciò a terra, ai piedi del trono, l’enorme pancia all’aria e la bava alla bocca.

Malattia o veleno, spesso le due cose si somigliano e in fondo non sono che la stessa cosa.

«Credo che il Patesi… sia morto… mia Signora…», annunciò Ush.

«Morto? Questo significa che sono la Regina?», domandò Fina, fingendo stupore, mentre si alzava dal divano e si dirigeva verso il trono.

     

«La prima Regina di ShUshan dopo il grande diluvio… Fina I, Fina la Conquistatrice, Fina la Grande», confermò Ush, sviluppando il concetto.

«Dove hai imparato queste cose? Ti sei preparato per il mio trionfo, Ush?», Fina scostò il braccio di Urlumma, ancora avvinghiato al seggio, e si sedette sul trono. Finalmente era arrivata sul punto più alto del potere.

Appoggiò i piedi sulla pancia del Patesi, premendo bene per evidenziare possesso e dominio.

«È perfetto per te, mia Signora…», la lusingò ancora lo stolto amante.

«Una coppa di vino, Ush, svelto… Dobbiamo festeggiare…».

Fina si proclamò subito Regina di ShUshan e convocò una festa orgiastica per la sera stessa, appena vedova per la seconda volta.

«A me gli uomini belli e muscolosi!», proruppe rivolta agli invitati, alla corte di giovani di cui amava circondarsi nelle sue pazze scorribande.

«Io sono pronta…!», esaltata dal vino, si spogliò anche dello straccetto di pelle che le copriva una piccola parte del busto. Rimase con lo slip, per mettere in risalto le belle gambe e il seno prominente.

La nuova Regina di ShUshan godeva così le prime ore del suo regno, bevendo e trastullandosi fra le braccia dei suoi amanti. Intorno a lei l’alcool soggiogava i corpi e le menti.

«Dimentichi qualcosa, Regina», Irina era comparsa nella sala ed era l’unica con qualcosa addosso.

«Cosa?», domandò Fina, sollevandosi dal divano.

«Hiras.

Io ci penserei…».

«Non lo hai ancora trovato? Dov’è Dancan?

Nemmeno Hiras può opporsi alla Regina e al mio potere», affermò Fina, sicura di sé, benché la lingua si muovesse impastata.

«Il potere può essere fumo che si dissolve fra le mani, senza lasciare traccia…», insistette Irina, con oscuro pronostico. «Tu, piuttosto, fai attenzione alla tua vita… perché è già in forse…», la ammonì seria l’amazzone.

Fina si trascinò barcollante fino all’assassina e scivolata sulle ginocchia, prese ad accarezzarne le gambe con ogni cura: «Sei bella, Irina… Smettila con questi pensieri… vieni con me… il tuo corpo è fatto per godere… vieni…», e la tirò a sé.

«Io non sono una puttana!», Irina urlò, balzando indietro.

«Fuori di qui, allora…! Non voglio rivederti mai più!», sbottò Fina, tirandosi in piedi.

«Io vado via… ma lui verrà», concluse Irina, lasciandosi dietro le spalle Fina e la sala del trono.

     

La Regina era furiosa e si rivolse minacciosa al fidato Ush: «Vai, corri, Ush… mi ascolti…? Una pugnalata e tutto sarà finito…», Fina aveva perso il senso della realtà, o forse non lo aveva mai posseduto.

«Corro, mia Signora», Ush era convinto che si trattasse solo di una donna.

Fina, intanto, come nulla fosse, continuò eccitata il banchetto di vino e sesso: «Vino, portate altro vino…! La Regina vuole allegria…! Vi ordino di essere felici o morirete!».

Un brusio di approvazione accompagnò l’ordine.

Le coppe si svuotavano, i minuti passavano, ma Ush non tornava.

«Dov’è Ush?», urlò Fina ad alta voce, visibilmente ansiosa.

Nessuno lo aveva visto.

«Ush è nei corridoi del tuo palazzo, con il petto aperto».

La risposta era giunta dal labbro di Irina, tornata nella sala del trono, con Hiras al proprio fianco, per saldare il conto a Fina: «L’hai mandato a uccidermi, non è così…? Beh… non valeva molto, ma questo tu lo sapevi. Anche Dancan è morto. Si era messo contro un mio vecchio amico. E adesso tocca a te…», Irina estrasse la spada, con un guizzo assassino negli occhi.

     

«Guardie…! Uccideteli…!», gridò allarmata Fina, con gli occhi sbarrati che cercavano di fissarsi ora su Irina ora sul poderoso Hiras.

Ma le guardie si erano fatalmente adeguate alla festa; ebbre e molli non potevano difenderla.

Fina fu colta dal panico: scattò davanti al trono, come se fosse la sua ultima difesa, come se potesse trovarvi protezione. Era completamente nuda e ormai terrorizzata: «Non puoi farlo. Io sono la Regina… non puoi uccidermi!».

Ma Irina aveva la spada in pugno, mentre i giovani presenti erano disarmati, imbelli e intontiti dal vino.

«Tu lo dici!», fu la terribile risposta dell’amazzone.

Un attimo dopo, prima che Fina potesse tentare una qualsiasi reazione, senza darle il tempo di fuggire o di farsi scudo con un giovane, la spada di Irina saettò nell’aria e si infisse nel petto della Regina, in mezzo al seno: «AHH!», un urlo secco, disperato, risuonò nella sala; il corpo di Fina fu sbalzato all’indietro, sprofondando nello stesso trono sul quale la moglie del Patesi si era seduta trionfante soltanto poche ore prima.

«Ohh…!», esclamazioni di stupore si levarono nella sala.

Gli occhi della Regina erano rimasti spalancati in un’espressione carica di orrore allo stato puro: un abisso si era aperto sotto il suo trono e Fina poteva leggerne l’infernale oscurità negli occhi attoniti dei presenti.

Gli occhi della donna si abbassarono, infine, increduli e sconcertati, sulla spada che l’aveva trafitta e inchiodata al trono tanto agognato.

Stava perdendo tutto, il suo regno era durato lo spazio di un’orgia: il dolore più immediato era questo, il gelo mortifero dalla lama era diluito nel vino.

Fina voleva parlare prima di uscire dalla scena, ma dovette faticare non poco per dare fiato alle sue parole, fra il sangue che le saliva alla bocca e le colava dal labbro, annunciando la sua fine ai presenti e partecipando a lei stessa l’amaro sapore della morte: «Come hai… potuto…», disse infine, nel silenzio generale carico di attesa, indirizzandosi a Irina, che era rimasta impassibile a guardarla.

«Maledetta… Tu mi piacevi… Noi due… potevamo… fare… grandi cose…», ogni parola era sofferta.

«Pagherai caro… tutto quanto…. Anche tu… Hiras… Maledetti…».

Fina rimase superba fino all’ultimo. Non chiese aiuto. Non cercò di commuovere nessuno degli astanti verso la sua terribile sorte.

Con gli occhi dilatati, fissi, ormai incapaci di vedere, e la bocca vanamente spalancata, cercava di rimanere aggrappata alla vita, non potendo sfuggire al suo destino.

La testa stava per caderle sul petto, ma raccolse le forze e rialzò la fronte.

«Nessuno… può… fermarmi…».

La vana sofferenza di Fina e la sua delirante ostinazione, sembrarono scuotere per un attimo la dura maschera di Irina, che fu indotta a muovere alcuni passi verso la morente.

La testa di Fina tornò a oscillare, sembrava sul punto di afflosciarsi in avanti.

Ancora una volta, però, la donna riuscì a reagire e a raccogliere forze residue. Irina l’aveva quasi raggiunta. Per un attimo ebbe l’impulso di sostenerla.

«Io… sono… ancora… la… la…», la Regina non riuscì a completare la frase: il volto assunse un’espressione di crescente orrore e un fiotto di sangue uscì dalla bocca al posto delle parole mancanti.

L’amazzone non le aveva lasciato scampo. Era chiaro a tutti presenti.

Irina le afferrò la mano, in un moto di pietas, sotto gli occhi di Hiras. Fina boccheggiò ansante per qualche secondo, mentre gli occhi neri vagavano sbigottiti da una parte all’altra del salone, cercando di intercettare uno sguardo di buon auspicio, nella poca luce che rimaneva loro; ma non ce n’era nessuno.

Si accorse della presenza di Irina al suo capezzale, strinse la sua mano, ma non le diede la soddisfazione di incontrare i suoi occhi.

La testa, sempre più pesante, era sul punto di flettersi, ma Fina, con penoso sforzo, stringendo forte la mano di Irina, riuscì a risollevarla ancora una volta.

L’amazzone avrebbe potuto precipitarne la fine, semplicemente estraendo la lama dal petto, ma rispettò l’estrema volontà di Fina, che si stava struggendo per rimanere aggrappata alle ultime forze.

Un’atmosfera di fatalistica attesa impregnava la sala.

A nessuno venne in mente di chiamare un medico.

Eppure la Regina respirava ancora.

Soltanto in ultimo, sentendosi definitivamente perduta, Fina lanciò uno sguardo disperato a Irina, vincendo il proprio orgoglio.

L’amazzone ne fu colpita come da una pugnalata.

Ma era troppo tardi per entrambe: dopo una convulsa catena di gemiti e sospiri, seguendo un rantolo soffocato, il capo della Regina si afflosciò in avanti e i lunghi capelli si sparsero sul petto.

La mano non stringeva più. Irina insistette, ma la mano di Fina non stringeva più. Appena la lasciò andare, cadde inerte sul grembo, accanto all’altra.

Pagava la smania di potere.

Un brusio inquieto serpeggiò nella sala.

Ma nessuno si diede troppa pena per lei. C’era poco da fare. Era finita.

«La Regina è morta», esclamò Hiras.

Un giovane curioso si avvicinò al trono e sollevò la testa della donna, afferrandola per i capelli: due occhi sbarrati, fissanti il nulla, furono una vista più che eloquente. Fina aveva mollato, era stroncata. Quando la mano del giovane abbandonò incurante il capo della donna, la bionda testa della Regina tornò ad afflosciarsi sul petto.

«Sciacalli…», mormorò Irina. «Ti lascio la mia spada, Fina. Portala con te all’inferno».

Subito la fama si involò per tutta la città e le vaste contrade: Fina era stata colpita a morte e detronizzata.

L’attenzione dei convitati venne dirottata su Kuri, il figlio di Fina, che Hiras e Irina avevano ritrovato e condotto con sé per sostituirlo alla nuova regnante, risparmiandogli la combattuta morte della madre.

Kuri diventava, da quel momento, per acclamazione generale, il nuovo Patesi, nonostante la giovane età, in forza del sangue di sua madre Regina.

Il ragazzo fu omaggiato da tutti i presenti: chi vince ha sempre ragione, chi perde è dimenticato in fretta.

Il figlio di Fina, benché la odiasse, anziché compiacersi della vendetta, non riuscì a sopprimere un folgorante rimpianto nel vedere il corpo esanime della madre, imbrattato di sangue e brutalmente impalato da una lama; ma non ebbe la possibilità di avvicinarsi, perché fu portato fuori in trionfo, a raccogliere l’abbraccio dei sudditi che si ammassavano intorno al palazzo reale.

Tutti lo seguirono. Nella sala rimase soltanto il muto corpo di Fina, vanamente seduto sul trono, con la spada di Irina, l’arma fatale, ancora infissa nel petto.

Nessuno si era preoccupato di rimuovere, anche simbolicamente, la Regina dal suo trono.

Un servo zelante afferrò la questione.

Il trono doveva essere ripulito al più presto, pronto per il nuovo Patesi.

Furono chiamati una lettiga e due barellieri.

Mentre dall’esterno del palazzo giungeva l’eco dei festeggiamenti al nuovo Re, i due servi designati stavano per occuparsi del cadavere della Regina. C’era la spada da estrarre, ma i biondissimi capelli di Fina erano d’impaccio all’operazione. Uno dei due sollevò il capo della donna, con grande delicatezza, quasi a non disturbarla da un sonno profondo: due occhi spenti e tristi, come quelli di un pesce sfiatato sulla sabbia arsa dal sole, sembrarono dirigersi su di lui, fissandolo. Nessuno dormiva con gli occhi aperti. Nessuno avrebbe dormito con occhi così tristi.

L’uomo ebbe un sussulto e lasciò andare la testa, che tornò a piegarsi sul petto.

«È morta, non ti preoccupare», lo tranquillizzò il compagno.

L’altro riprese un po’ d’animo e sollevò di nuovo la testa, senza guardarla negli occhi; il compagno estrasse la spada con un movimento secco ed esperto, deponendo l’arma su una mensola attigua; il corpo, disincagliato dallo schienale, franò in avanti, a stento trattenuto dalle braccia del servo; in quel momento sembrò rilasciare un grugnito soffocato.

Il servo guardò il compagno con aria interrogativa.

«È morta, è morta. Vuoi lasciarla lì per caso?», lo fissò irritato. «Gran puttana, ma l’hanno spaccata. Su, aiutami…».

Il corpo fu caricato sulla lettiga e coperto fino al collo da un drappo pietoso e pudico insieme.

Quando la Regina deposta sfilò esanime lungo il salone, con i suoi occhi fissi e increduli, i servi presenti ne furono raggelati: lo sguardo sbarrato tratteneva impresso il momento della fatale sorpresa, la bocca dalle labbra rosse e carnose e dai denti bianchissimi era contorta in una smorfia di tragica amarezza, un braccio cadeva a penzoloni dalla barella.

Forse sembrava loro impossibile che una donna tanto irrequieta, sempre in movimento, fosse portata via su quattro gambe non sue, spenta, fredda, bianca come il marmo della sala.

Fu lasciata sopra la lettiga, in una saletta attigua, esposta su un basamento di pietra: in fondo era stata Regina, anche se per poco.

Non mancarono i giovani che accorsero pietosi, da tutta la città, per vederla.

Qualcuno sperava che la notizia della morte si rivelasse infondata, gli altri, che la guardavano, piangevano.

La sua bellezza continuava a sedurli, anche nella trance della morte, anche se non erano stati chiamati al convitto fatale.

Volevano sapere perché fosse rimasta uccisa, volevano vedere le ferite di cui era morta, era corsa fama di una serie furiosa di pugnalate.

«Una sola ferita, ma fatale», spiegò uno dei barellieri. «Io stesso ho estratto la spada che l’ha freddata», disse ancora, con inopportuna ostentazione.

«Vogliamo vedere la ferita fatale, Fina era la nostra Regina…», pretese uno dei giovani.

Il drappo fu sollevato e rivelò la spietata piaga fra i due grossi seni perfettamente rotondi, resi ancor più prominenti dalla marmorea rigidità del corpo. Il sangue si era ormai coagulato; le sue propagazioni imbrunite sembrano le venature di un marmo pregiato.

«Ohh…», una sommessa esclamazione accomunò i presenti.

A tutti costoro sembrava impossibile vedere Fina stesa morta su un’umile lettiga.

Uno di loro, particolarmente pietoso, si avvicinò alla salma per chiuderne gli occhi.

«Non meritava questa fine», disse, ritraendosi.

Un altro si avvicinò: «Era bellissima… e lo è ancora… bellissima… Per tutti gli Dei… non le hai chiuso gli occhi…?».

Quasi contemporaneamente un rantolo sordo sembrò vagheggiare nell’atmosfera immobile.

«È il petto che rilascia aria», disse un giovane.

Ma gli occhi erano di nuovo aperti.

Tutti si avvicinarono con un sol movimento. Tutti intorno al corpo di Fina, fra eccitazione e incredulità giovanili.

«La mano… guardate! Si è mossa… forse cerca un sostegno…».

«Se muove la mano, potrebbe non essere morta…», suggerì uno, forse un lontano antenato di Jacques de la Palisse.

Sembrava infatti ovvio, prematuramente lapalissiano, che se Fina non era morta, allora era ancora viva, come d’altra parte che era nuda perché non indossava niente. Ma era davvero così?

«Presto! Dobbiamo chiamare il Gran Sacerdote Nero. Solo lui può aiutarla, se - grazie agli Dei - è ancora viva. Ma non verrà a palazzo, ne è escluso da tempo… Svelti, allora, copriamola con il lenzuolo e portiamola via…».

Detto fatto, i giovani si disposero intorno alla barella, così da occultarla ai curiosi. Tutto il resto della città partecipava al trionfo di Kuri.

Giunti al Tempio amministrato dal Gran Sacerdote Nero, presentarono il corpo all’altare.

«Presto, cercate il Sacerdote…», disse uno di loro, Nebu, colui che vede.

«Sono qui, ragazzo. Fate vedere cosa avete portato».

Il Mago protese le mani sulla figura esanime: «Lo spirito di Fina si è ristretto nel sangue rimasto. Si è rifiutato di abbandonare il corpo. Si è asserragliato nei suoi più remoti recessi. Solo una donna, dispensatrice di vita, può opporre tanto alla morte. La vostra Regina è ancora aggrappata alla vita, ma non può parlarci né vederci».

Espressioni di meraviglia sottolineavano le parole del Sacerdote.

«Tu puoi aiutarla, vero?», domandò Nebu, senza timore reverenziale.

«La vostra Regina non è in fin di vita: è oltre la vita, ma prima della morte. Il soffio vitale l’ha abbandonata, la sua vita è finita, ma lo spirito si annida ancora fra le spoglie, perché è assetato di vendetta, si aggrappa a qualunque cosa e ha trovato calore nel vino di cui il corpo è saturo».

«Quanto può resistere ancora?».

«Non molto. I fati la sovrastano. Le potenze infernali la reclamano».

«Noi ti preghiamo, Gran Sacerdote: aiutala!», gli occhi dei giovani erano eloquenti.

«A qualunque costo?».

«A qualunque costo!».

Il Gran Sacerdote li guardò tutti, sembrò contarli, quindi accostò la bocca a quella della donna e vi soffiò dentro: pochi attimi dopo, le labbra di Fina si mossero, sebbene gli occhi rimanessero persi nel vuoto.

Il Gran Sacerdote batté le mani e un discepolo, rimasto fino ad allora in disparte, ritornò con un vassoio d’argento e delle ampolle.

Il contenuto di una di queste, verdognolo, fu versato nella bocca di Fina.

«Portatela dentro», ordinò il Mago.

La barella fu introdotta nei recessi del Tempio e Fina venne adagiata su un letto.

Il Sacerdote Nero cosparse la piaga con un unguento di colore cinereo; poi, con una fasciatura a croce, parte sopra, parte sotto il seno, bendò la ferita.

«Ora vestitela. Con delicatezza».

Sembrava paradossale vestire un cadavere, ma i giovani si attennero con scrupolo all’ordine, utilizzando i raffinati indumenti messi a disposizione dal discepolo del Mago. Vestire una donna come Fina, con la speranza che potesse in qualche modo riprendersi, divenne un’esperienza esaltante ed estatica.

«Nebu, spiegami perché non possiamo fare a meno di lei», chiese uno di loro.

«C’è un rapporto fra bellezza e morte, nella vita femminile; e fra questa e le nostre possibilità - se non di sviluppo - di sopravvivenza.

Chi è bella non può morire anzitempo. Scompare quando la bellezza scompare.

La perdita della bellezza è una malattia mortale. Una bellezza dura a morire è garanzia di longevità.

Fra tutte le altre, una Regina muore insieme alla sua bellezza, mai prima, mai dopo, sempre.

Se la regola è rotta, tutto il popolo è condannato. Coloro che vedono, lo sentono, anche senza capirlo.

E la bellezza di Fina, come vedi, è persistente nella morte, che non è perciò morte fatale, ma mortale, causa dell’uomo.

Noi tutti siamo qui per questo. La regola è stata rotta. La nostra civiltà rischia di scomparire.

E risorgerebbe solo se la regola fosse ripristinata.

Fino a quel giorno rimpiangeremmo il passato, senza dare forma al presente, andando incontro alla nostra estinzione».

«È quello che sentivo. Grazie, Nebu».

«Ora tutti dovete versare», proruppe il Sacerdote.

I giovani rimasero interdetti, ma quando il discepolo estrasse un affilato coltello e si piazzò accanto a un tripode sormontato da una bacinella d’oro massiccio, rimanendo in attesa, tutto fu abbastanza chiaro: in fila per uno, i giovani si incamminarono verso il discepolo.

Nebu si fece avanti, ostentando la propria devozione: «Per Fina!», esclamò, nell’offrirsi al pugnale, benché ignaro sull’entità del versamento.

Gli venne incisa una vena del braccio sinistro e il sangue si riversò nella bacinella; al termine dell’operazione, l’emorragia venne smorzata attraverso un laccio stretto sotto la spalla, e si passò al successivo offerente. Uno dei giovani, spaventato dalla vista del sangue, cercò di sottrarsi al sacrificio, sfilandosi dalla coda.

Poco dopo, fece il suo ritorno nella stanza, con un pugnale affondato nello stomaco, accompagnato da un tenebroso guardiano: quando questi mollò la presa, l’altro crollò a terra; una pozza di sangue prese a spandersi sul pavimento.

Allorché tutti i giovani ebbero versato la loro offerta, la bacinella era ormai stracolma e il sangue fu tripartito in contenitori più piccoli.

Intervenne allora il Gran Sacerdote, che pronunciò alcune formule rituali, rivolte alle potenze infernali; poi, con il sangue, tracciò un simbolo arcano sul cuore e sulla fronte della donna.

Quindi immerse ciascuna mano di Fina in una bacinella e collocò la terza intorno alla testa.

Gli occhi della donna rimasero fissi nel vuoto per tutta la cerimonia, la bocca semiaperta, il volto esangue.

I giovani vivevano una forte apprensione, nell’attesa di un qualche evento.

Il Sacerdote abbassò la testa in raccoglimento, e quando la rialzò, la sua espressione era vaga e assente.

Improvvisamente, proruppe: «Fina! Io, Assurbanipal, ti chiamo! Riprendi te stessa!», quindi accostò la bocca a quella di Fina e sembrò vedersi un vapore nero passare dalla prima alla seconda.

Nebu aveva osservato tutto: l’Aurora del Nuovo Tempo era finalmente arrivata. Lo sentiva. L’aveva attesa, anche se non sapeva cosa stesse aspettando; ma il solo fatto di vivere nel buio della notte, lo aveva indotto a sperare nel domani. In un mondo di bruti non restava che diventare bruto o smettere di respirare, trattenere il fiato nel presente per vivere in un tempo a venire.

E il domani era giunto.

Dopo l’operazione, il Mago si ritirò, senza fornire alcuna spiegazione o significare pronostici ai giovani in attesa.

Trascorsero molti lunghi minuti, poi, finalmente, un lamento soffocato, carico di sofferenza, si liberò dalle labbra di Fina; gli occhi ritorti, rivolti al soffitto, piano-piano-piano, quasi a scatti successivi, ripresero la posizione normale e si allargarono meravigliati sugli astanti. L’attenzione generale si fece passione, e quando la mano si portò istintivamente sulla ferita, esplose in una spontanea esclamazione: «FINA!».

La Regina, ancora stordita, reagì scompostamente alla vibrante invocazione e la mano rovesciò a terra la bacinella colma di giovane sangue.

I giovani si strinsero intorno a lei, muti, smarriti ed esaltati insieme. Uno di loro alzò gli occhi al cielo come a ringraziare gli Dei, ma forse avrebbe dovuto guardare verso il pavimento.

«Regina, come vi sentite?», domandò Nebu, con estrema semplicità.

«La… Re-gi-na… Io… sono… ancora… la… Regina…».

La frase era stata completata.

«Sono ancora la Regina… e voglio la mia vendetta… Voi… chi siete? Dov’è Assurbanipal?», gli occhi redivivi cominciavano a indagare i volti dei presenti.

«Sono qui, Fina. Questi giovani ti hanno portato a me», il Sacerdote era rientrato nella stanza. «La tua ferita è molto grave, hai rischiato di rimanere uccisa per sempre. Ora devi riposare…», il Mago passò la mano sul capo della donna e le palpebre di Fina divennero sempre più pesanti fino a chiudersi completamente.

«Ora lasciatela riposare. Tornate alle vostre occupazioni. La Regina ha recuperato la vita, ma nessuno deve saperlo, almeno per ora. Brucerete il cadavere del vostro stupido compagno e quello sarà il corpo di Fina per tutti coloro i cui occhi sono sbarrati. Andate…!», il tono di Assurbanipal era imperativo.

Hiras e Irina avrebbero presto lasciato la città.

E lui, Assurbanipal, aveva il dominio su colei che avrebbe dominato su tutti gli altri. Non solo sugli uomini di ShUshan, ma su quelli dell’intero Golfo.

E questa volta lo avrebbe fatto con una volontà di ferro, perché sarebbe stata la stessa volontà di Assurbanipal, il Gran Mago Nero!

Nebu sentì in sé nuova forza e decise di non allontanarsi, contravvenendo agli ordini del Mago; aspettò in disparte che tutti se ne fossero andati, poi ritornò da Fina.

Respirava.

Le appose una mano sulla fronte e pronunciò, a bassa voce, un solenne giuramento…

«Per te, che sei Bellezza, la nostra Giovinezza.

Per te, che sei Vita, il nostro Sangue.

Per te, che sei Tempo, la nostra Eternità.

Per te, che sei Donna, la nostra Umanità.

Io sono Nebu. Puoi disporre di me».

Un attimo dopo, Assurbanipal era già a conoscenza di ogni parola: la forza del potere si misura infatti dalla rapidità con cui si viene informati su ciò che altri credono di tenere segreto. Detiene il potere chi agisce nell’ombra, chi non smania di apparire, chi studia gli uomini e padroneggia la potentissima arma dell’illusione.

Al risveglio da un lungo sonno durato giorni, Fina si sentiva un’altra.

Si sentiva più forte, invincibile: aveva sconfitto la morte. Si alzò, benché ancora debole e, barcollando, andò a cercare uno specchio. Mentre a fatica muoveva i primi passi, sopraggiunse nella stanza Assurbanipal, con uno specchio nella mano.

Un lampo attraversò la sua mente: a tal punto la adorava, da prevenire i suoi desideri? Era dunque arrivata al massimo grado del piacere? Dominare la mente di un uomo potente, tanto da renderlo schiavo?

Ma fu un attimo, un bagliore della vecchia Fina.

Non appena recepì lo sguardo di Assurbanipal, posato su di lei, perse il senso di sé e si identificò in lui, il suo salvatore.

Fina non ebbe più voglia di specchiarsi.

Assurbanipal si ritrasse, portando con sé lo specchio.

Subito dopo fecero il loro ingresso delle guardie.

«Divina, il Gran Sacerdote ci ha ordinato di vegliare su di te. Non potrai allontanarti senza il nostro parere, né appartarti. Tutto davanti a noi. Per la tua sicurezza».

Un sorriso malizioso passò sulle labbra di Fina. Non avrebbe mai creduto che Assurbanipal fosse tanto ingenuo. Lasciarla fra le sue guardie era come invitarla a un banchetto.

Tornò a letto e di nuovo si lasciò andare al sonno. Ora aveva tutto il tempo per sedurli, ora non stava più morendo.

Nel sogno pregustò il piacere dell’amplesso e dei giochi che tanto piacevano ai giovani. Si vedeva in un letto immenso, carico di cuscini e drappi di seta dalle mille e una sfumature, le pareti ricoperte di formelle di maiolica decorate a fiori stilizzati in una ricca varietà di colori, il soffitto a cassettoni tutto rivestito in oro, il pavimento in marmo azzurro. I loggioni erano nascosti da drappi bianchi frangiati d’oro. I giovani, dieci, venti, trenta… danzavano intorno al letto, muovendo ventagli di piume…

E lei nel letto, nel mezzo della stanza.

E tutti la adoravano.

Si alzò di scatto, scossa da una sensazione di freddo diffuso.

Il letto, i marmi, l’oro, i drappi, era tutto sparito: si trovava invece in una stanza fredda e maleodorante. Le pareti presentavano ampie macchie di muffa e qua e là strane incrostazioni. Una candela rischiarava a malapena l’ambiente. Era sola. Si avvicinò alle pareti e vide che i grumi erano sangue rappreso: schizzi di sangue ovunque.

Rabbrividì.

Si mise a urlare.

Giunse una guardia, brutta e truce. Un vecchio infastidito, perché Fina lo aveva svegliato.

Invece di chiederle cosa fosse successo, tirò fuori la frusta e la colpì: «Tieni, brutta cagna, impara a dormire tranquilla… e a non svegliare la gente che lavora…».

Per proteggersi, urlò il nome di Assurbanipal.

E ricevette un’altra frustata.

«Ma cosa gridi a fare? In tutto il sotterraneo siamo soltanto io e te.

Gli altri prigionieri sono tutti morti. E il Patesi è molto sopra di noi. Non ti può sentire. E se ti sentisse, non te la caveresti con tre frustate…».

La colpì di nuovo.

«Brutto verme schifoso! Come osi toccarmi? Io sono la Regina! Il Patesi è morto!».

«Patesi Assurbanipal gode di ottima salute, per quanto io ne sappia. E per punizione, niente da mangiare. Mangerò io la tua razione, puttana assassina!», il vecchio si allontanò e chiuse la porta.

Rassegnata, incredula, si sprofondò sull’umido giaciglio e chiuse gli occhi.

Un brusio sommesso la svegliò.

Proveniva dalla stanza vicina.

Tutto era avvolto nella penombra. Si tastò, era nuda. Cercò di capire dove si trovasse, ma non affioravano ricordi dalle memorie.

Si alzò a fatica e si diresse silenziosa verso la sorgente dei suoni. In un tempo che le parve infinito, si ritrovò in una sala debolmente illuminata, avvolta nel fumo.

Prima forme indistinte, tenebrose, infine - tendendo occhi e orecchie a cogliere il minimo particolare - si rese conto che si trattava di persone.

Si fece avanti.

Fu investita da nuvole di fumo dolciastro, che penetrava nelle narici, facendo perdere l’orientamento.

Sprofondò su un divano.

Intorno a lei, persone nude, ammucchiate una sull’altra.

Trattenne il respiro. Erano vive o morte?

Vive, ma sprofondate in un sonno drogato.

Infine, dall’abisso del tempo, riconobbe il trono.

Si fece strada fra i corpi avvinghiati, stramazzati sui divani, per terra, ovunque, finché arrivò al trono: là, fra le braccia e le carezze di giovani e ragazzi, stava seduto Assurbanipal.

Si accorse di lei.

«Che vuoi? Non vedi quanto sei brutta? Vattene…».

Assurbanipal le porse uno specchio.

Era invecchiata, consumata, pallida, e la ferita di Irina era lì, ancora aperta, paurosamente orribile.

Incredula e terrorizzata, lasciò cadere lo specchio.

«Come ti senti, Fina?», Assurbanipal era seduto sul letto, accanto a lei, e le teneva la mano.

Fina aprì gli occhi.

«Hai provato il potere e la miseria, adesso sta a te scegliere cosa prendere».

«Prendo il potere».

«Io sono il Potere, donna».

«Allora ti prendo».

«Nessuno può avere potere su di me. Non tu, comunque».

«Allora, cosa posso fare?».

«Nulla. Tu non puoi nulla, senza di me».

«Ho sonno. Ti prego, fammi dormire».

Il dialogo fu interrotto bruscamente: nella stanza fece irruzione un giovane. Diceva di chiamarsi Nebu.

Senza curarsi del Sacerdote, la sollevò dal letto fra le sue braccia e scomparve con lei fra le viuzze di ShUshan, dirottando l’ordine del tempo.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

MAI MOLLARE, ANCHE SE È FINITA

di Salvatore Conte e Loredana Marano (2011)

In quei giorni, bisognava arrangiarsi come si poteva. Dalla Rivoluzione alle rapine, non si poteva trascurare nessuna opportunità.

Non era insolito passare da ricercati a eroi nazionali, e di nuovo a ricercati, in breve tempo.

Anche io ero cresciuto tra cactus e fucili. Avevo quindici anni quando divenni un rivoluzionario: ero analfabeta, non sapevo niente di giustizia, ma quando quel porco di fazendero fece frustare mio padre perché era malato e lavorava poco, allora capii subito che cosa dovessi fare, anche se all’epoca non conoscevo i congiuntivi.

Ma i congiuntivi non fanno buchi in testa. Forse ogni tempo ha la sua grammatica. Da piccolo, avevo giocato con le pistole, quelle vere. E quando il tirapiedi con la frusta si prese un attimo di riposo, io gli portai un po’ d’acqua, lui bevette, gli passai vicino come niente fosse e la sua pistola finì nelle mie mani…

Credo che l’ultima cosa che vide fu la canna della sua pistola, puntata contro i suoi occhi. Il porco smise di ridere. Mia madre mi urlava di lasciare la pistola, ma io volevo ammazzarlo. Ancora oggi non capisco cosa mi trattenne dal farlo. Forse pensai a mio padre e a mia madre, non lo so. Gli altri peones della fazenda mi guardavano sconcertati. Il porco tremava. Mi prepararono un sacco e uno di loro mi disse, a bassa voce: «Scappa, vai sulle montagne e chiedi di Pancho».

I miei non li ho più rivisti, ma so che mio padre non fu mai più frustato, neanche quando era malato.

Da quel momento, la mia vita iniziò una seconda volta. Ebbi il sole come padre e l’acqua come madre, e tanti fratelli e sorelle, tutti pezzenti come me.

Passò il tempo e imparai i congiuntivi, nelle pieghe della Sierra, durante le lunghe soste. La Rivoluzione aveva bisogno di relazioni, di scrivere e di essere scritta, oltre che di buchi in testa. Non si poteva fare con tanta gentilezza, ma le si poteva dare una bella grammatica.

In quei giorni, mi muovevo con un gruppo composto da una ventina di elementi, incluse alcune donne.

Per loro la gamma degli epiteti era particolarmente ampia: guerrigliere quando la Rivoluzione andava bene, puttane, ladre, streghe fattucchiere di campagna e molti altri - per lo più negativi - quando il Governo riprendeva fiato. Tutti gli epiteti possibili, tranne quelli di sante e vergini.

Per la verità, le donne messicane erano sempre le stesse. La Rivoluzione le rendeva solo più necessarie, perché davano un tocco di popolare all’impresa.

In quel gruppo avevo conosciuto Anna Maria Sanchez.

Aveva superato la cinquantina, con un fisico gigantesco e una vitalità da trentenne.

Per il resto nessuno sapeva nulla di certo su di lei. Ma gli occhi duri e le rughe scavate ai lati della bocca parlavano più di qualunque storia. Tuttavia i giudizi, si sa, e l’abbiamo detto, tendono sempre verso gli estremi e i compagni erano infatti divisi. Chi era Anna Maria? Una disgraziata, stuprata e abbandonata molte volte, o una donna ribelle, feroce, che sapeva tenere in pugno gli uomini, non solo con le armi, ma soprattutto con la sua sfrenata passione? Quest’ultima fama non era certo in minoranza all’interno del gruppo e intorno a lei, come a un favo di miele, ronzavano uomini d’ogni età e d’ogni risma. Non era lei a cercarli. Ma venivano. E non stavano a ricamare sui contorni di quel corpo tozzo e sulle sfumature di quelle mani ruvide e callose, così grandi da sembrare pale.

Anche a me piaceva. E tanto. Mi piaceva perché non mollava mai quello che aveva iniziato. Fra di noi non c’era niente, beninteso, ma a me piaceva lo stesso. In mezzo alle sparatorie ero più in ansia per lei che per me, anche se era difficile farglielo sapere; passato il pericolo, se la spassava senza andare troppo per il sottile con i congiuntivi.

Quel giorno, come spesso accadeva, eravamo in marcia sotto un sole a picco, su una mulattiera che si incuneava nella Sierra. Terra battuta, rossa, sfarinata. La nostra colonna avanzava in doppia fila, senza una particolare disciplina.

Io cavalcavo dietro ad Anna Maria per tenerla d’occhio. Le spalle vigorose e il rotondo fondo schiena, ben piazzato in sella, erano punti di riferimento certi. Il compagno di fila poteva godersi il ritmico penzolare dei suoi giganteschi seni, a stento trattenuti dalla camicia grigio scura, spavaldamente sbottonata fino allo stomaco.

A cinquant’anni suonati, non si sentiva finita, e non lo era.

In un tratto più largo della pista, quelli più avanti si sfilarono e lei si ritrovò in prima fila. Sapeva montare molto bene, poteva rimanere in sella per ore e la sera era di solito la meno affaticata del gruppo, uomini compresi.

Il rumore della fucilata echeggiò lugubre nel canyon, Anna Maria allargò le braccia e venne sradicata da cavallo, sotto ai miei occhi.

Era un agguato. Mentre i proiettili presero a grandinare, nella confusione generale, tutto il gruppo smontò immediatamente da cavallo e ciascuno cercò di raggiungere il riparo più vicino. Raggiunsi d’istinto un grosso masso rotolato giù dalla Sierra chissà quanto tempo prima. Ero in pieno panico. Non tanto per l’agguato, che non era cosa nuova, ma per Anna Maria. Era molto probabile che ci fosse rimasta secca...

Sbirciai verso di lei: per fortuna i cavalli imbizzarriti dagli spari la stavano risparmiando passandole intorno; di ciò doveva ringraziare madrenatura, perché il cavallo è tra gli animali che tiene di più alle proprie zampe e in cui la capacità di evitare ostacoli di qualsiasi genere è particolarmente innata.

Ma il vecchio trucchetto della camicia sbottonata stavolta non aveva funzionato. Quegli stronzi dei governativi non s’erano fatti incantare, anzi l’avevano presa di mira. Ormai era conosciuta. Era stata una vendetta.

Le tempie mi pulsavano. Mi sporsi di nuovo dalla roccia per vedere se Anna Maria si muoveva. Era a venti metri da me, ma sotto quella pioggia di fuoco era come a un chilometro. Purtroppo non dava segni di reazione. Era stramazzata ventre a terra, con gambe e braccia disarticolate. Sembrava morta stecchita, anche se una come lei era scaltra abbastanza da rimanersene buona a terra per non farsi impiombare ancora. Questo era ciò che speravo.

Per qualche secondo gli spari si placarono. Poi ripresero più violentemente di prima. Il nostro volume di fuoco era superiore al loro. L’effetto-sorpresa si era esaurito.

A quel punto vidi Anna Maria che cercava di strisciare al riparo di un roccione. Ebbi un salto al cuore: era viva…

Forse era svenuta, forse la nuova gragnola di spari l’aveva fatta rinvenire. D’altra parte non solo era stata sicuramente colpita, ma la brusca caduta da cavallo doveva averla tramortita. Ora stava approfittando della confusione generale per cercare di trascinarsi al riparo di una roccia. Rimanere ferma era troppo pericoloso. Se anche non l’avessero presa nuovamente di mira per infierire su di lei, qualunque proiettile vagante avrebbe potuto inchiodarla. Questo spiegava perché ora stava strisciando ventre a terra, spingendo con le gambe e allungandosi in avanti con il braccio. Se i governativi l’avessero notata, lei poteva dirsi spacciata. Ma la polvere alzata dai cavalli copriva il suo movimento. Io alimentavo il fuoco di copertura.

Alla fine scomparve dietro al costone di roccia e io potei tirare un primo sospiro di sollievo. Ora speravo di tirarne un secondo; ero ansioso, infatti, di conoscere l’entità della ferita.

E c’era solo un modo per saperlo subito.

Lanciai il sombrero nella direzione opposta a quella verso cui cominciai a correre e completai il tratto con un tuffo, che mi consentì di raggiungere indenne il costone dietro al quale aveva trovato rifugio Anna Maria.

La appoggiai seduta contro la parete di roccia e cercai ansioso il punto dov’era stata ferita. Al primo colpo d’occhio non rimbalzarono macchie di sangue. Allora osservai meglio la camicia grigio; fu allora che lo vidi: un buco all’altezza del fegato…

Lei stessa chinò la testa per osservare il punto fatale. E si portò la mano fra i capelli, per la disperazione.

Risposi al suo sguardo annichilito, cercando di infonderle un dubbio; un dubbio a suo favore.

Era una brutta ferita, infatti; anche per una come lei.

Questa volta non era stata fortunata. Troppe volte aveva sfidato il pericolo. Forse pensava di essere ormai invulnerabile, quasi una sorta di intoccabile, ma stava scoprendo di essersi sbagliata, di avere coltivato una pericolosa illusione, una stupida esaltazione, frutto della sua facile eccitabilità e della sua sfrenata voglia di vivere e sentirsi importante.

Le allungai le gambe per cercare di calmarla e le tamponai la ferita con il fazzoletto, imbevuto di tequila, mentre intorno fioccavano ancora pallottole. Il resto del liquore fu per lei.

«Perché cazzo sei andata avanti?», le chiesi d’impeto.

«Non voglio crepare… Non voglio crepare…», fu la prima cosa che mi disse, lucida e decisa a non mollare.

Non sembrava affatto disponibile a immolarsi per la Rivoluzione. D’altra parte tutti sapevano che Anna Maria aveva scrupoli solo per sé stessa: ora avrebbe pensato a trovare una via di scampo e non certo a farla finita, almeno non subito, non quando poteva ancora illudersi.

Mi diedi da fare con il fucile e intanto la osservavo: stava strofinando gli stivali nella sabbia. La ferita la tormentava. Non so chi altri fra noi si sarebbe mosso da terra con una palla di winchester nel fegato; ma lei sì. Lei era strisciata via e ora cercava di capire cosa fare. Aveva ancora la colt nel cinturone e avrebbe potuto spararsi una pallottola in bocca. Difficilmente avrei potuto impedirglielo.

A proposito di colt, risuonarono spari e grida.

I compagni uscirono allo scoperto. La sortita era riuscita.

Il gruppetto di cecchini era stato individuato ed eliminato. Era solo una pattuglia, che aveva sopravvalutato i vantaggi della posizione e della sorpresa.

Ora la marcia poteva riprendere, ma avevamo perso diversi uomini.

Anche Anna Maria era obbligata a tornare a cavallo.

Mostrarsi deboli era molto pericoloso. Chi rimaneva indietro veniva eliminato, perché sarebbe stato torturato dai governativi e costretto a parlare. Al più gli veniva data la possibilità di farla finita da sé.

Anna Maria fu aiutata a rimettersi in sella, anche se era chiaro a tutti che non sarebbe andata molto lontano.

Cavalcava piegata in due, con una mano sulle redini e l’altra sulla ferita.

Il suo cavallo rimaneva costantemente indietro e io, ogni volta, lo affiancavo per spronarlo in avanti.

Lei manteneva la testa bassa, nascosta fra i capelli corvini, forse per non mostrare agli altri quanto fosse provata.

Ma il tramonto era vicino, e se Anna Maria avesse retto ancora per un po’, nella notte avrei escogitato un piano.

Nel gruppo non c’era un vero capo, la Rivoluzione era anche questo; c’era piuttosto un modo di fare condiviso da tutti.

Trovato un punto adatto, ci fermammo per trascorrere la notte.

Tirarono giù Anna Maria e la distesero su una coperta. Se non avesse dato problemi, sarebbero stati gentili.

Per il momento non mi avvicinai.

Dovevo evitare di rendere prevedibile il mio comportamento.

Mi controllai, mantenendomi apparentemente distaccato, quando un compagno sogghignò al mio indirizzo, sapendomi tanto attaccato a lei.

Non potendo dormire, mi offrii per il primo turno di guardia.

Se avessi mostrato di volerla aiutare a tutti i costi, mi avrebbero prevenuto. Invece nessuno doveva pensare che mi sarei opposto all’idea di eliminarla.

E poiché non avrebbero accettato discussioni a riguardo, per salvare una donna moribonda, forse soltanto per poche ore, avrei dovuto fare parecchi morti ammazzati subito.

L’effetto-sorpresa sarebbe stato decisivo.

In mezzo a questi pensieri, dalla postazione di guardia la vidi agitare le braccia, la sentii chiamare, si fece portare della tequila e poi cominciò a spassarsela…

In pochi minuti era già al terzo…

Nessun dubbio che fosse consenziente… Non era ancora crollata e benché ferita gravemente, tutti la temevano; portava ancora, bene in vista, stretto alla pancia, il suo cinturone con relativa colt; anche in quel momento, durante i suoi atti selvaggi…

Non voleva morire da perdente; sprezzante e spavalda fino all’ultimo; ma così si consumava prima del tempo.

Forse sperava che la morte la cogliesse all’improvviso, insieme all’amplesso, ma a me sembrava una cosa senza senso.

Nei miei confronti non si era mai spogliata tanto, anche se in azione, nelle azioni di guerriglia, eravamo efficaci e affiatati.

Qualcosa di me la inibiva. Forse intuiva che le avrei chiesto troppo. Non voleva né legami, né progetti, che andassero oltre una singola scopata.

Intanto si fece avanti il quarto.

Stavolta, però, prima del servizio, Anna Maria si piegò su un fianco e finì con la faccia schiacciata a terra.

Era mancata.

Ebbi un salto al cuore.

Subito ci fu animazione intorno a lei. La voltarono supina, le diedero da bere.

Vidi le gambe e le braccia muoversi leggermente.

Non era ancora finita.

Il capannello di compagni accorsi al suo capezzale si sciolse.

Si era ripresa, c’era ancora da aspettare.

Il quarto della serie fu il più sfortunato. Viste le mutate condizioni di Anna Maria, si ricompose e rinunciò.

Finito il mio turno di guardia, continuai a osservarla di nascosto per tutta la notte.

Si contorceva su sé stessa, in mezzo ad affanni soffocati; ma continuava a rimandare la fine: la sua forza di volontà era pari al fisico possente.

All’alba riprendemmo la marcia.

Anna Maria tornò in sella fra il sommesso stupore di tutti.

Più di qualcuno doveva aver pensato che non avrebbe superato la notte, oppure che avrebbe scelto di piegarsi sul proprio coltello, una lama da trenta centimetri che Anna Maria ostentava spesso nei momenti di euforia.

Ma il coltello era ancora nel fodero, stretto alla coscia e fuori dalla pancia. Lei non si sarebbe ammazzata tanto facilmente, se la conoscevo un po’ meglio di loro... Strano a dirsi per uno dei pochi che non se la fosse sbattuta.

Anna Maria riusciva ancora a stare sul cavallo, sebbene praticamente piegata in due.

Perché lo facesse non lo aveva capito nessuno.

Ma la storia non poteva durare. Dopo un paio d’ore accadde ciò che più temevo: il corpo di Anna Maria si rovesciò a terra con un tonfo sordo, rotolando supino con le braccia allargate dai fianchi. Lo sguardo era assente, un rivolo di sangue le colava dalla bocca. Era rimasto solo il debole movimento delle dita, che raschiavano disperate la sabbia della pista.

Quello, per tutti loro, era il segno della resa.

Era finita.

Era da tutti accettato che i feriti andassero finiti. Erano un pericolo per gli altri, perché sarebbero caduti nelle mani dei governativi. In particolare era condannato chi non si reggeva a cavallo. Era una dimostrazione oggettiva di debolezza.

Anna Maria lo sapeva e aveva provato a reggersi fino all’ultimo…

A quel punto, giocai il mio bluff.

«Ci penso io, voi andate avanti. È meglio non perdere altro tempo», dissi, cercando di essere convincente.

Il cuore pulsava veloce mentre aspettavo la giocata dei compagni.

Se non avessero abboccato, avrei scatenato l’inferno. I più duri erano soltanto cinque o sei, tanti quanti le pallottole calibro 45 della mia colt.

Ma non arrivò nessun rilancio, nessuno venne a constatare il mio bluff.

Dopo alcune variegate occhiate d’addio all’indirizzo di Anna Maria, tutti gli altri ripresero la marcia.

Fin quando rimasero in vista, finsi di procedere come chiunque altro avrebbe fatto.

Smontai, estrassi la colt e la puntai verso Anna Maria.

Non dimenticai di stare molto attento ai movimenti delle sue mani, perché da lei c’era da aspettarsi di tutto: benché morente, avrebbe potuto reagire, portandomi con sé all’inferno; prospettiva che per il momento preferivo differire.

Ma Anna Maria era tuttaltro che stupida: sapeva che con me poteva giocarsi altro.

«Aspet-ta… aspetta… Tu non sei… co-me… gli altri…».

«Soltanto adesso te ne rendi conto, Anna Maria Sanchez?», scandii le parole lentamente, perché era giunto il mio momento.

Puntai la colt.

BANG

Si irrigidì tutta, come se l’avessi centrata.

«Non ti muovere, sono ancora in vista. Da adesso tu sei morta per loro. Mi prenderò del tempo per seppellirti, poi dovrai decidere cosa fare del tuo cadavere, Anna Maria.

Se rompiamo le regole, siamo tutti e due fuori dalla Rivoluzione».

Credo che Anna Maria fosse sicura di essere morta dopo quello sparo. Ma aveva il cuore forte.

Rimase a respirare visibilmente incredula. Nonostante le sue brutte condizioni, per lei non era ancora finita. E sembrava ancora cercare una via di scampo.

Gonfiò d’orgoglio il pesante petto, sbottonandosi come mai aveva fatto prima: mi ero messo dalla sua parte e di certo lei sapeva come ringraziarmi.

«Juan… Ju-an…», mormorò sbavando, come per avvolgermi nella sua ragnatela.

«Hai detto che non vuoi morire. Ebbene, “per prima cosa non nuocere”, si dice. Al resto devi pensarci tu. In mezzo alla Sierra sarà difficile trovarti un dottore», fui costretto a ricordarglielo.

«Juan… vieni qui… prendi-mi... scava-mi… la fos-sa… », lei stava al gioco, pazza com’era.

E io non me lo feci ripetere, stavolta era arrivato il mio turno e c’era molto da scavare, dopo tutto quel tempo.

Il terreno era duro da quelle parti e il mio ritardo era giustificato. Gli avvoltoi, che dall’alto annusavano la morte, fungevano da macabri comprimari di scena.

Mi distesi accanto a lei, nella polvere selvaggia, a lei piaceva, lo sapevo, per lei era birra. Con una mano sulla sua, premute insieme contro la ferita, fui dentro di lei: volevo darle forza, tutta la mia forza.

«Non mollare, Anna Maria. Ti tirerò fuori dalla fossa. Poi nessuno ti obbligherà a fare progetti. Nessuno può legarti a nulla, che tu non voglia».

Mi sorrise con labbra amare. Nella fossa c’era davvero.

Ma questo non le impedì di accompagnarmi fino alla straripante estasi: era il nostro esorcismo contro tutti gli avvoltoi.

Mi ricomposi e la feci bere. Mi confidò la sua paura. Si portò la mano fra i capelli. L’aveva già fatto appena individuato il buco nel fegato. Rimasi a osservarla mentre il suo respiro si faceva sempre più affannoso, non riusciva più a parlare, le asciugai la bocca, lei scosse la testa, distrutta.

Gli occhi vagarono incerti al cielo, come a raccogliere segnali.

Mi coricai di nuovo accanto a lei e seguii il suo sguardo.

Sopra gli avvoltoi, volava un’aquila. Da quell’altezza controllava con un solo occhio tutta la Sierra Madre, unico essere mortale a conoscerne tutti i recessi.

D’improvviso, con una sorta di ruggito, attingendo a non so quali riserve, forse sconosciute a lei stessa, la vecchia pantera della Sierra riprese il controllo.

Ansimò freneticamente, con il sudore che le colava lentamente sul petto.

«Mai mol-lare… Mai…

Ora va me-glio… È stato so-lo… un momen-to…», forse stava bluffando con sé stessa, ma lo faceva bene.

L’importante era che non fosse ancora finita.

L’avevo posseduta per un breve momento, l’avevo posseduta annebbiata dal dolore, stordita dalla tequila: lei, avida di vita, mi aveva assecondato. L’avrei seguita anche all’inferno.

Ma proprio in quel momento - mai evocare le potenze infernali - si udirono diversi spari in rapida successione.

Provenivano dal canyon entro cui si erano diretti i nostri compagni.

Rimasi in ascolto. Gli spari divennero meno frequenti, fino a quando le bocche dei fucili tacquero.

Un gran numero di avvoltoi cominciarono a volteggiare al di sopra del canyon, compresi quelli che stavano sulla testa di Anna Maria.

Quando li vidi calare all’interno del canyon, fu il segno che nessun essere umano era più in grado di difendersi.

E poiché non c’era polvere che si alzasse nella nostra direzione, i governativi dovevano essersi allontanati verso l’uscita opposta del canyon. Stavolta erano probabilmente molti di più e avevano chiuso i conti in fretta.

Era paradossale, ma Anna Maria mi aveva salvato.

Ed eravamo liberi, perché i vecchi compagni non erano più un problema per noi e i governativi avevano preso un’altra strada.

Lei aveva capito la musica: «Sono sta-ta… bra-va… ».

«Bravissima… infatti mi hai salvato le chiappe.

Ora però ce ne andiamo da qui», conclusi, rompendo gli indugi.

Caricai Anna Maria sul suo cavallo, che era più forte del mio, quindi montai anch’io, tenendola stretta contro di me.

Non avevo la più pallida idea di dove dirigermi. Mentre pensavo a qualche soluzione disperata, con gli occhi assorti verso il cielo, misi a fuoco un’aquila che iniziava un volo in picchiata, forse per catturare la preda. Mi venne in mente che in quella direzione avrei trovato un pueblo semiabbandonato; potevo raggiungerlo prima del tramonto.

Non potevo trasportare Anna Maria da nessun altra parte. Eravamo troppo lontani da tutto. E lei non aveva molto davanti a sé. Almeno lì avrei trovato una sorgente, forse qualche vecchio nostalgico che potesse procurarmi della droga e - se la Fortuna non mi voltava le spalle - uno sciamano guaritore.

Il resto dipendeva da lei, dalla sua forza, dalla sua voglia di vivere.

Il suo corpo si abbandonava pesante contro il mio, mentre procedevo a passo andante.

Forse non ce n’era bisogno, ma la tenevo stretta con tutte e due le braccia. E la stringevo più forte quando la sentivo gemere e abbandonare la testa sulla mia spalla. Allora le baciavo la nuca, come fosse una bambinetta, ma il suo pesante seno, che le mie mani congiunte sul grembo sostenevano, mi ricordava chi era. E la passione saliva e scendeva, dal cuore alle gambe, dalle mani al cervello, e di nuovo la stringevo a me e le soffiavo sul collo il mio calore. Lei ansimava affannosamente, per catturare aria e trattenere la vita, con le mani che fremevano nervose intorno alle mie, socchiuse a pugno per reggere le briglie.

Di tanto in tanto mandava una sorta di ruggito, come per caricarsi. E si pressava ancora di più al mio torace, cercando un appiglio in quel contatto. A tratti, invece, era arrendevole, troppo arrendevole per una pantera della Sierra come lei: in quei casi la dovevo scuotere.

E lei gonfiava il petto per dimostrarmi che c’era, per poi afflosciarlo d’improvviso, esausta, lasciandomi basito.

Arrivò il momento in cui il sangue mi si raggelò nelle vene: dopo alcuni spasmi, la bocca le rimase semiaperta, mentre gli occhi si andavano fissando su un punto lontano, sempre più sgomenti e a poco a poco carichi d’una fatale sorpresa…

Infine, Anna Maria buttò fuori il fiato, come a sputare un rospo, e mi sussurrò felice: «È pas-sa-to… è passa-to…», sebbene con l’ombra della paura che ancora le velava il volto.

«Questa sto-ria… mi farà invec-chiare… di 10 an-ni… Fra un mese… avrò i capelli bian-chi…», io me lo auguravo, sembrava che non stesse scherzando.

«Sarai bellissima anche fra 10 anni».

Dopo quell’episodio, cercò di ricomporsi, di sistemarsi meglio in sella, di controllare meglio il respiro, per non farsi più sorprendere da uno spavento del genere.

Non era molto per sperare di farcela, ma dovevo accontentarmi.

Era inutile fare progetti in quel momento, era inutile avere pensieri.

Mi allarmai solo quando cominciò a parlare senza un apparente motivo: «Non è... fini-ta... non è fi-ni-ta...», forse lo faceva per caricarsi, ma con quelle parole Anna Maria sembrava, purtroppo, ammettere il contrario.

Non era ancora finita, comunque. Tanto bastava a entrambi, mentre cavalcavamo, ciondolando l’uno sull’altra.

Mai mollare” era la cosa più bella che avesse detto e ce l’aveva ancora sulla bocca. A ogni respiro. Questa era l’unica cosa che potesse davvero aiutarla, oltre alla forza del suo corpo solido e tosto.

Forse sarebbe spirata in quel vecchio pueblo dove la stava portando, forse sarebbe finita ancor prima di arrivarci, ma se fossi riuscito a farla tribolare ancora su questo Mondo, la Rivoluzione avrebbe aspettato per un bel pezzo.

Forse la portavo a morire in un posto ormai spettrale, forse non l’avrebbe nemmeno visto, ma nel sentirla ancora in sella, con la camicia sbottonata e quel “Mai mollare” sulle labbra, mi convincevo a giocarmi la pelle accanto a lei e a scommettere che il suo non fosse un bluff.

Aveva avuto tanti uomini. Conosceva l’uomo e quella voglia beffarda che prende il corpo, anche quando non lo vorrebbe.

Sapeva come soddisfarli, senza fare la difficile. Quel che c’era, dava. Ora toccava a lei, era lei a ricevere.

A obbedire alle pressioni che il mio corpo le trasmetteva.

Un abbraccio che non le lasciava scelta.

Non mollare.

Mai.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

GIULIETTA 2000

di Giorgio Scerbanenco, Emiliano Caponi e Salvatore Conte (1967-2018)

La rapina avvenne a Villa Estense, un piccolo comune vicino a Padova, alla filiale del Banco Credito Padano, in una già calda mattina di maggio e, come disse il brigadiere Vestucci della questura di Padova, di oltre cinquant’anni, era stata la rapina più imbecille e sanguinosa che avesse visto nella sua carriera.

«Sono tre bambini che hanno tentato di imitare le rapine dei film. Il più anziano aveva diciannove anni. Sono entrati al Credito Padano e hanno fatto come al cinema: “Tutti distesi in terra se no vi bruciamo”. Il terzo era fuori, al volante della Flaminia rubata, con il motore acceso. Nella banca c’erano solo quattro persone: il macellaio del paese che stava depositando dei soldi, un falegname che veniva a pagare una cambiale, la vecchia signora Rescini, una nobildonna di Villa Estense, accompagnata dalla sua nipote di ventidue anni. “Tutti in terra”, hanno urlato questi tre bambini, con le rivoltelle puntate», così raccontò il brigadiere Vestucci ai giornalisti.

All’intimazione, i due impiegati della piccola filiale, al di là del bancone, si buttarono in terra, si buttarono in terra anche il macellaio e il falegname, ma la vecchia nobildonna, a parte il fatto che era completamente sorda, e per questo era accompagnata dalla nipote, prima rimase paralizzata, insieme con la sua giovane accompagnatrice, alla vista delle rivoltelle che i due giovani puntavano proprio contro di loro, poi non potendo obbedire all’ordine di buttarsi in terra per semplice motivo di terrore, non per cattiva volontà, sempre per terrore, erano corse verso la porta, tutte e due, istintivamente, e allora i due avevano sparato e, per loro disgrazia, le avevano prese in pieno: fulminate.

«Ma intanto che sparavano», disse ai giornalisti il brigadiere Vestucci, «un impiegato della banca tirò una piccola cassetta di sicurezza che aveva sul banco contro uno dei rapinatori e lo prese in piena testa facendolo crollare. L’altro impiegato intanto si buttava addosso al secondo rapinatore e lo atterrava. C’era di fuori il terzo, al volante della Flaminia rubata, che sentendo gli spari deve essere impazzito dal terrore, ha messo subito in moto per fuggire, senza guardare niente, cieco per il terrore, e ha investito e ucciso un bambino di cinque anni che, attirato dagli spari, attraversava la strada per vedere che cosa succedeva. Non lo abbiamo ancora preso, ma sarà questione di ore. I suoi amici hanno subito detto tutto. Si chiama Antonio Fornari, ha compiuto diciotto anni solo da poche settimane, abbiamo anche la sua fotografia e il numero della sua patente. È fuggito verso Rovigo. Ci sono già blocchi stradali dappertutto. Lo prenderemo».

Il telefono squillò, e lei si svegliò quasi subito, aveva il sonno leggero perché non aveva mai preso sonniferi, ma appunto per questo, a cinquantadue anni, ne dimostrava meno di quaranta, gli istituti di bellezza l’avevano aiutata, ma l’aiutava anche la sua inflessibile volontà di restare giovane. E lo restava.

Ancora un trillo di telefono. Lei guardò la piccola sveglia, le sette e mezzo, aveva smesso di fare l’amore alle tre e si sentiva un po’ torpida.

Terzo trillo del telefono. Sollevò il ricevitore. «Pronto?». Ascoltò. Poi disse: «Un momento». Allungò la mano e toccò il magro, maschio viso, scabroso per la barba già in crescita. «Francino, svegliati».

Lui invece aveva il sonno duro. Ci volle un po’ di tempo perché si svegliasse, poi disse: «Eh?».

«Telefona uno che vuole parlare con te, dice che è urgente, che si chiama Antonio».

«Sì», disse lui. Ci voleva molto a svegliarlo, ma dopo era subito lucido. La scavalcò, per raggiungere la parte del letto dove era lei e dove era il telefono e intanto le fece una carezza sul viso, poi si distese accanto a lei con il ricevitore del telefono all’orecchio. «Ciao, Antonello!» disse caldo. «Sai che ora è?», disse allegro. Stette ad ascoltare e divenne molto meno sorridente. Poi disse: «Sì, vai avanti». Stette in silenzio quasi due minuti, poi disse: «Vai avanti». Ascoltò ancora un minuto, poi ripeté: «Vai avanti». E lo ripeté varie volte: «Vai avanti, vai avanti, vai avanti», con una voce sempre più dura, amara ma, oltretutto, addolorata. Alla fine disse: «Non posso risponderti subito. Ritelefona tra un quarto d’ora». Riattaccò il ricevitore, uscì dal letto, nel pigiama blu scuro, con la grossa iniziale F sul petto, ricamata bianca, in rilievo. In piedi guardò il telefono, con senso di orrore, poi, zoppicando, si avviò verso la porta della secentesca stanza da letto, con cassettoni panciuti, armadi ondulati, specchiera a forma quasi di violino.

Lei si alzò con scatto giovanile, oggi non esistono più donne vecchie, lo conosceva troppo bene quel ragazzo, sapeva che era entrato in crisi, lo sentiva: «Che cosa c’è, Francino?».

«Vado a fumare in sala», disse lui. Lei non amava che lui fumasse in camera da letto, e un mantenuto, con più eleganza si dice playboy, è meglio che non contraddica l’ape regina.

In sala le finestre erano aperte, le tende erano avvolte, e si vedeva scorrere sotto il sole del primo mattino l’Adige, in tutta la sua pienezza, liquido verde in quel punto, dal secondo piano di quella villa antica; si accese una sigaretta e guardò l’acqua scorrere, e sentì la presenza di lei alle spalle.

           

«Dimmi che cosa è successo, Francino». Anche la sua voce era bella, due volte all’anno andava a Sirmione, per le inalazioni, non aveva nulla di quel troppo grave, o un poco stridulo che veniva un tempo alle donne dopo i cinquant’anni.

Egli respirò guardando l’Adige scorrere oltre i rami di melo fioriti come in una scenografia. «Sì, adesso te lo dico». Aprì l’armadietto delle bottiglie, prese quella di gin, prese il calice fragilissimo che serviva per lo champagne e lo riempì, poi cominciò a berlo, e al primo sorso scrollò violentemente il capo.

«Non preferiresti un caffè?», lei disse alle sue spalle, nella lunga vestaglia grigia lunga fino ai piedi, decorata però di fiorellini d’oro, come ramoscelli di ulivo, che la rendeva giovane e molto vistosa.

«No, preferisco il gin». Dopo il primo sorso non scrollò più il capo. Sedette sul piccolo, ma prezioso divano. «Ho bisogno di te, Giulietta», disse.

Lei sedette sulla poltroncina davanti a lui. Non aveva paura della luce spietata che veniva dalla finestra sul fiume, i suoi capelli erano a posto, e il suo viso non aveva creme notturne o bisogno di rifacimenti al mattino. «Parla, Francino».

Posò il bicchiere e disse, lentamente, gravemente: «Mi ha telefonato un amico, è un ragazzo figlio di contadini, come anch’io sono figlio di contadini, lui è molto più giovane di me, non ha neppure diciannove anni, io ne ho ventisette, i nostri padri erano amici, si aiutavano, per i loro piccoli pezzi di terra vicino a Padova, si prestavano gli attrezzi, perfino le bestie, oltre i soldi, s’intende, e io non avevo ancora nove anni quando andai al battesimo di Antonello appena nato. L’amicizia, sai, nasce così: per vicinanza di abitazione, per somiglianza di gusti e di abitudini, perché anche le nostre famiglie erano amiche. Sono io che ho insegnato ad Antonello ad andare in bicicletta, poi gli ho insegnato a fumare, e poi anche le donne, nonostante sia così giovane, lui è alto, robusto, e dimostra molto più della sua età, abbiamo fatto strage di ragazze, nella provincia di Rovigo, insieme».

Lei sorrise, poi disse gentile: «Non bere più, ti prego».

«Sì, hai ragione», disse, pensò che doveva sbrigarsi, aveva solo un quarto d’ora, poi Antonello avrebbe ritelefonato. Posò il bicchiere, disse: «Solo che Antonello è stato molto sfortunato. Suo padre è morto di colpo che lui aveva sedici anni, erano carichi di debiti e lui è rimasto solo con la madre malata. Proprio in quell’epoca io ero di servizio a Roma e ci sono stato un anno, e alla fine dell’anno, in quello sciopero, mi hanno colpito alla gamba e mi hanno azzoppato. Allora mi hanno rimandato quassù, tu lo sai, all’ospedale di Rovigo, e lui veniva a trovarmi. La prima volta che mi rivide, a letto, pianse, mi veniva a trovare due volte alla settimana, ogni volta che erano permesse le visite, forse per lui io sono più che un fratello maggiore, sono un padre giovane. Dai suoi discorsi capivo che le cose gli andavano molto male. È un ragazzo orgoglioso, e non me lo diceva, ma io lo capivo. Cercai, attraverso un collega della questura di Padova, di trovargli un lavoro in quella città, ma trovammo solo posti di fattorino e lui si vergognava ad andare in giro con il ciclofurgoncino con i pacchi. Poi arrivasti tu, una delle più alte patronesse dell’ospedale di Rovigo».

Lei si commosse al ricordo. «E ti feci la corte».

Egli disse: «Mi portasti qui, per fare la convalescenza, e da allora non l’ho visto più. Ci siamo scritti, ma volevo che venisse a trovarmi. E stamattina è venuto. Mi ha telefonato adesso da un bar di San Martino di Venezze, a neppure un chilometro da qui». Riprese il bicchiere e bevve un altro sorso di gin. «Che cosa vuoi, Francino?», lei disse.

Egli disse: «Senti, Giulietta. Questo ragazzo si è messo insieme con della teppaglia e insieme con altri due ha tentato una rapina a una banca di Villa Estense. Lui era al volante dell’auto, fuori della banca, gli altri due sono entrati, ma dovevano essere troppo nervosi e hanno sparato, può darsi che abbiano ucciso qualcuno, anzi, è molto probabile. Allora lui, sentendo gli spari, è scappato, ed è riuscito ad arrivare fin qui e mi ha telefonato. Ah, dimenticavo: fuggendo ha investito un bambino e pensa di averlo ucciso. Adesso è nascosto in quel bar e aspetta di ritelefonarmi». Mentre parlava, vedeva il volto di lei, sempre un poco severo, divenire più severo, quasi duro.

«Perché deve ritelefonarti? Perché non gli hai detto di costituirsi?», lei disse freddamente.

«Perché non si costituirà mai», lui disse calmo e amaro. «Piuttosto si ucciderà». Conosceva Antonello, e del resto lui gli aveva detto chiaramente questa cosa.

«E che cosa potrei fare, io?», lei disse.

«Lo so che questa storia non ti piace», lui disse, «ma ascolta, Giulietta. Questo ragazzo che al massimo è soltanto un ignorante, non un criminale, è inseguito come una belva sanguinaria, circondato da tutte le parti, sono stato in polizia e so che cosa succede in questi casi. Entro un paio di giorni sarà morto, o perché si è ucciso lui, o perché gli sparano. Lui vuole che lo nasconda. Io vorrei almeno salvargli la vita».

«Come?».

«Giulietta: vorrei far venire qui Antonello, l’ha chiesto lui, e tenerlo nascosto qui una settimana o due. Intanto, comincio a levargli la rivoltella, poi cercherò di convincerlo a costituirsi, non sarà facile, forse è impossibile, ma devo tentare. Se non tento, lui è morto». Aspettò una risposta da lei, ma non venne. «Se non tento, è morto, fra due o tre giorni al massimo», ripeté.

Lei allora disse: «Ti rendi conto di quello che stai dicendo?».

«Sì, Giulietta. Lo so che la cosa non ti piace».

«Non si tratta di piacere o no, si tratta di altro», lei disse. «La nostra relazione già suscita molti commenti, come puoi immaginare, sia per il mio nome, sia per la mia età. Ma questo non mi fa molta impressione, né mi danneggia. Sono certa che molte mie amiche e coetanee di Padova mi invidino di avere un ragazzo così giovane e che cerchino di imitarmi. Ma ti immagini che cosa accadrebbe se questo ragazzo, con tutti i carabinieri che gli danno la caccia, venisse scoperto nascosto qui? Immagini i titoli dei giornali? Il pericoloso delinquente nascosto nella villa di un’anziana nobildonna padovana. Era amico di un poliziotto che vive con la nobildonna cinquantaduenne. Ti piace questo genere di titoli? Tu andresti a finire in galera, e forse anch’io, ma anche senza andare in galera, dovrei andare suora missionaria tra i lebbrosi per sfuggire alle risate che farebbero tutti da Padova a Rovigo al solo vedermi».

«Non riusciranno a scoprirlo nascosto qui, nella villa di una signora come te, insospettabile».

«Prima di tutto io credo», lei disse quasi scolasticamente e sempre molto fredda, «che possano scoprirlo benissimo, nascosto qui. Ma voglio concederti che non lo scoprano e che tu in un paio di settimane riesca a convincerlo a costituirsi. Bene: lui si costituisce e la polizia lo interroga e gli chiede dove ha passato quel paio di settimane di latitanza, e lui presto o tardi finisce per dirlo. E allora siamo da capo, tu e io sui giornali, con quei titoli, e anche in carcere». Lei si alzò, fece qualche passo e gli volse le spalle. «Strano che proprio un poliziotto non sappia queste cose».

«Le so, ma ne so anche delle altre che tu non sai: ho degli amici in polizia, mi vogliono bene, spiegherò che non ho nascosto questo ragazzo per aiutarlo a fuggire, ma per convincerlo a costituirsi ed evitare che si uccidesse. Forse riuscirò a evitare che sia fatto il tuo nome. Parleranno al massimo di una signora di Padova».

«Forse!», lei disse, volgendosi e fissandolo negli occhi. «E io gioco tutto il mio nome, il nome della mia famiglia, metto in piazza tutta la mia parentela, mio figlio, mia nuora, i miei nipoti, le mie sorelle su un forse! Ti prego di ragionare da uomo, non da bambino. Quando ritelefona digli di costituirsi».

«Sarebbe perfettamente inutile, Giulietta. A quell’età e con quel carattere, quando si dice: “Non mi lascio prendere”, vuol dire solo “Non mi lascio prendere”».

«Ma perché noi dobbiamo rovinarci per un altro? Io poi non lo conosco neppure. Sai quale sarebbe il tuo dovere? Telefonare subito alla polizia e dire dove si trova questo ragazzo. Sei un poliziotto».

Egli abbassò il capo. «Ho la faccia di uno che può fare una cosa simile a un suo amico, a un suo fratello minore?» gli tremò la voce dall’umiliazione. «Poi non sono più un poliziotto», disse rialzando il viso. «Sono un invalido. Ancora per sei mesi mi passeranno lo stipendio, poi mi daranno la liquidazione e una piccola pensione, e appena tu mi scaricherai, perché presto o tardi questo avverrà, andrò, a trent’anni, ai giardini comunali a leggere il giornale, o al massimo troverò un lavoro di dattilografo in prefettura, con la gamba rigida sotto il tavolo, a scrivere gli indirizzi sulle buste. Non sono più un poliziotto, e anche se lo fossi non potrei tradire un amico in un modo così ignobile. Mi stimi troppo poco, e forse hai ragione, per farmi una proposta simile. Ma questo non lo farò».

«Non si tratta di stima. Si tratta di realismo. Se non vuoi avvertire tu la polizia, allora l’avverto io».

Egli si alzò. Zoppicando ancora più forte le andò vicino. «Prova a farlo e ti strangolo».

Lo guardò, con un tremolio di ironia nell’espressione statuaria. «Prova a toccarmi con un dito, e ti scarico subito, come hai detto nel tuo linguaggio pesante, ti faccio buttar fuori da Francesco. Subito, ho detto». Uscì dalla sala, percorse il corridoio e andò al telefono, una derivazione, che era davanti alla bella scalea curva che scendeva al piano di sotto.

Zoppicando ancora più forte lui le andava appresso. «Non farlo, Giulietta, ti prego, non farlo». Dalle minacce alla supplica.

«Non toccarmi neppure con un dito», disse lei mentre sfogliava la rubrichetta per cercare il numero della polizia. «E non impedirmi di telefonare».

«Non farlo, non farlo, lascialo almeno andare da solo, morirà forse qualche giorno più tardi, forse si calmerà e non si ucciderà. Non farlo».

Aveva afferrato la cornetta mentre l’indice dell’altra mano era già infilato nel foro del disco combinatore corrispondente alla prima cifra del numero da comporre, quando si ritrovò scaraventata a terra, a coprire con il culo il tramonto del finto tappeto persiano.

«Ti ho detto di lasciare stare quel maledetto telefono!», la forza che gli mancava nella gamba gli era di certo stata restituita nelle braccia.

«Francino… sei impazzito?», lo guardò incredula, mai si sarebbe aspettata un gesto simile da un uomo mite come lui. «Mi sta sanguinando il naso», tirata per un braccio all’indietro, aveva fatto un mezzo giro su sé stessa battendo la faccia sul pavimento, in parte ammorbidito dai colori dell’antica Persia, e adesso gli mostrava, senza riuscire a tenerla ferma, il dorso insanguinato della mano.

«Giulietta, perdonami… non volevo farti del male», fece per aiutarla a rimettersi in piedi, ma lei si rialzò da sola, sdegnata e furente.

«Sai che ti dico?», ritornò al mobiletto, dove c’era sistemato il telefono. «Che non solo chiamo la polizia per dire dove si trova il tuo caro amichetto, ma ti denuncio pure per violenza», tirò su la cornetta.

«Giulietta, mettila immediatamente giù», il tono era diventato fermo e deciso, freddamente cattivo. «Non peggioriamo le cose», le puntò contro la pistola d’ordinanza, anche se invalido si sentiva ancora un poliziotto, e uno sbirro ha sempre la propria arma a portata di mano.

«Sei pazzo… posa quella pistola».

«Inizia tu con quella cornetta».

«Non hai certo il coraggio di farlo», si mise quasi a ridere mentre digitò la prima cifra. «Sei sempre stato un codardo».

«Fermati, per l’amor di Dio!».

«Un codardo e adesso anche storpio», il dito entrò una seconda volta nel foro, e poi una terza e una quarta.

«Metti giù quel dannato telefono o…».

«O cosa…? Non avresti mai il coraggio di sparare alla tua Giulietta», digitò la quinta e la sesta cifra. «E per di più alle spalle».

BANG

Il colpo rimbombò lungo il corridoio e l’eco parve rimbalzare su ogni parete della casa prima di trovare il suo sordo sfogo in una finestra lasciata aperta dall’estate.

«Cosa…?», troppo tardi e con un gesto casuale rimise la cornetta precisa sopra il telefono. «Mi hai sparato…», si girò verso di lui con entrambi i gomiti a cercare l’aiuto del mobiletto per non scivolare subito nella morte.

«Giulietta! Dio mio!», la sorresse e la sdraiò a terra, stavolta con tutt’altra maniera rispetto a poco prima. «Amore mio… cosa ho fatto!», anche se le buone maniere adesso non servivano più.

«Mi hai sparato davvero…», cercò un appiglio con lo sguardo trovandolo negli occhi di lui. «Alla schiena… e per cosa…?», fece una smorfia di dolore che le aggrottò la fronte, portandola a mostrare tutti insieme i suoi cinquant’anni.

«Non parlare… chiamo subito un’ambulanza, non è niente, vedrai…», le passò la mano sul viso, una carezza in un pugno.

Fece per alzarsi e tornare a quel maledetto telefono, a quella stramaledetta cornetta, ma lei lo bloccò, piantandogli le unghie in un braccio.

«Mi hai ammazzato… al posto del tuo amichetto…», gliele conficcò nella carne con la forza di chi compiva l’ultimo gesto e poi solo un disperato rantolo, interminabile come l’eco dello sparo.

«Giulietta!», la scosse come una bambola di pezza. «Rispondimi!», e senza più peso, Giulietta si lasciò strattonare come e più di una bambola di pezza.

BANG

Le cadde sopra come un pupazzo di stoffa, non sarebbe riuscito a vivere con quel peso sulla coscienza, e poi la galera non perdonava mai un poliziotto, seppur ex e invalido.

Quando non si ha scelta, l’unica scelta è questa. Specialmente se si ha una pistola in mano.

Un pupazzo di stoffa e una bambola di pezza: adesso erano finalmente fatti dello stesso tessuto.

DRIN

DRIN

DRIN

Il telefono suonò ininterrottamente per tutto il tempo che la linea permise, fino all’ultimo squillo; finché la chiamata venne chiusa automaticamente.

DRIN
DRIN

DRIN

Il sonoro trillo riprese subito dopo, amplificato dal rimbombo nel lungo corridoio.

Dall’altra parte del filo non mollavano.

Da questa si sarebbe risvegliato un morto.

Una mano si protese verso il filo… e tirò forte.

L’apparecchio finì sulla schiena del poliziotto in congedo permanente, la cornetta si staccò da sé.

«Franco… Franco! Sei tu?».

«Il tuo amico… lo trovi all’inferno… tu sei finito… come lui…».

«Signora!», esclamò Francesco, accorso in vestaglia con la pistola in mano.

«Toglimi... questo pupazzo... di dosso… chiama un’ambulanza... e la polizia… l’uomo che cercano... si trova... in un bar... di San Martino…».

Il domestico eseguì prontamente le disposizioni, ma quando tornò a voltarsi verso la padrona, realizzò tutta la portata della tragedia.

«Signora!, esclamò Francesco, visibilmente allarmato per le condizioni della cinquantenne.

«Sono mancata... ma... non intendo crepare...», sussurrò Giulietta, scolorita in volto e in fin di vita, cercando di mostrarsi decisa. «M'ha ammazzato... ma... mi sono vendicata...», bocca spalancata, palpebre pesanti e mano che cercava il domestico.

EDIZIONE STRAORDINARIA

Ex poliziotto si uccide nella casa di una nobildonna, dopo averla ferita a morte.

A breve distanza, il terzo rapinatore di Villa Estense si spara alla bocca pur di non essere catturato.

La Bassa Padovana sconvolta da un’ondata di morte e terrore.

Le pagine dei giornali non bastavano più a riassumere tutti i tragici eventi, c’erano state più cose da raccontare nelle ultime ore che in una vita intera, che da queste parti di solito scorre lenta e sonnacchiosa come i mille canali e fossi che prima o poi si ricongiungono all’Adige.

In paese c'era chi giurava di sentire il telefono nella casa della nobildonna squillare per dodici volte ogni mezzanotte in punto, come le campane della chiesa a mezzogiorno, oppure chi affermava di avere intravisto al chiar di luna due strane ombre, di cui una zoppa, camminare insieme sull'acqua scura dell'Adige.

Racconti e suggestioni scambiati dai paesani nei bar, solitamente dopo il terzo giro di grappini.

E per questo quasi mai attendibili.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

LA PISCINA MALEDETTA

di Salvatore Conte (2018)

Il proprietario è morto annegato in piscina, dopo un malore.

I misteriosi incidenti che hanno coinvolto i nuovi acquirenti dell’immobile, con annessa piscina, hanno fatto pensare che il defunto voglia vendicarsi della propria sorte, facendola sperimentare agli altri, dopo di lui.

Questi curiosi fatti e strane dicerie danno una buona idea a una coppia di sicari.

Hanno ricevuto l’incarico di eliminare Xenia Dobbs: una segretaria formosa che ha visto troppo.

La villetta è stata rimessa in vendita, ma è disponibile per piccoli rinfreschi.

La invitano a bordo piscina, simulando una festicciola aziendale.

Comincia a far caldo, si scherza, ci si schizza.

La Dobbs mette le gambe in acqua, scendendo qualche gradino.

A questo punto, qualcosa l’afferra per i piedi.

Un tubo di gomma per l’irrigazione del giardino si stringe intorno alle sue caviglie e la tira giù.

L’ha capito.

Non l’ha ancora capito.

È inutile che ti sforzi, Xenia…

Il problema è più grande di te.

Non puoi fare niente.

Dovevi pensarci prima.

L’hai capito, adesso?

Sono le ultime bolle, infatti.

Ma quanto ci metti?

In superficie stanno perdendo la pazienza.

E anche sotto.

Non ti arrendi mai, Xenia?

Sei scoppiata.

Come potevi pensarlo?

Non farla così facile: prima si passa all’obitorio.

Ormai non pensi neanche più, Xenia.

Ti sei trasformata in un pesce, senza avere le branchie.

Brutta fine.

In superficie, il complice aspetta di vedere l’ultima bollicina della segretaria.

Intanto i figuranti sono stati mandati via.

La festa è finita, vadano in pace.

Il sicario immerso in acqua può lasciare l’estremità del tubo.

Il corpo di Xenia Dobbs emerge in superficie a pancia sopra, con le tette appena sopra il filo dell’acqua.

Gli occhi vitrei puntano il cielo plumbeo, le braccia sono allargate.

Fa la morta a galla, e le riesce spaventosamente bene.

La camicetta bianca, resa trasparente dall’acqua, mette la fregola addosso ai sicari.

«È morta da poco. Perché non ci divertiamo un po’?

Dev’essere ancora calda.

Dai, tiriamola fuori.

In fondo, potrebbe averlo fatto durante la festa, prima di morire».

I sicari si accaniscono a turno.

Involontariamente, mentre fottono, si appoggiano con le mani contro il petto dell’impiegata. Esce fuori parecchia acqua.

E poi le botte. Forti.

Sono soddisfatti quando finiscono.

Sollevano il corpo e lo ributtano in acqua.

La scena è perfetta.

La maledizione ha colpito ancora.

«C’è nessuno?».

Il cancelletto è facile da aprire.

L’acquirente ha fretta, quel villino è ciò che fa per lui.

Il portone d’ingresso è chiuso e nessuno risponde.

Dovrà prendere un appuntamento.

Ma intanto può dare un’occhiata al giardino e alla piscina.

Quando allarga lo sguardo, rimane basito.

Si getta in acqua e la tira fuori.

E prova in tutti i modi a rianimarla.

Lo smartphone si è bagnato nel tuffo.

È lui che deve fare da 911.

Gli occhi sono vitrei, c’è poco da fare.

Ma il corpo ha degli spasmi, ancora non si capisce se condizionati o meno dal tentativo di rianimazione.

L’acquirente va avanti.

Gli avevano detto di lasciar perdere, ma lui non voleva crederci.

Ci prova ancora, le pupille sembrano mandare qualche riflesso.

Alla fine può dirsi che la maledizione della piscina non sia l’unica ad abbattersi sulla Contea: c’è anche quella che colpisce i mandanti di omicidio.

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ZOTHIQUE:

FINE DI UNA CORTIGIANA

di Salvatore Conte (2018)

È riuscita a raggiungere casa con le budella in mano, ma ora la gran puttana deve predisporsi a crepare.

Cortigiana di Re Fidelius, sovrano di Dooza Thom, ha pagato la congiura che ha deposto il monarca.
In tali casi, chiunque si trovi accanto al capo viene sventrato con un colpo di spada, donne incluse.
Poi possono anche andarsene. Se ce la fanno…
Ciò che conta è il segno della disfatta impresso loro: tutti in città, ad Avandas, li riconosceranno come perdenti.
Bochra ha possanza da vendere agli uomini, ma con le budella non si scherza.
Viene subito soccorsa dai servi ed esposta nella camera ardente, ove giungeranno congiunti, amici e curiosi, per assistere all'agonia e confortarla nel trapasso.
All’inizio sembra che la cortigiana riesca a gestirsi, nonostante il colpo fatale, ma quando vomita un grosso fiotto di sangue, i servi mandano via tutti.
È costume che in questi casi, quando la morte si fa imminente, il momento culminante non sia concesso a tutti, ma vissuto in privato dai congiunti più intimi.
Rassegnati ad attendere fuori dalla casa la tragica notizia, i tanti curiosi sciamano all’esterno.
Poiché, però, questa tarda ad arrivare, si riaccende in loro una morbosa curiosità.
Alla fine, i servi - dopo aver chiesto il permesso direttamente alla padrona - riammettono i presenti assiepati fuori.
Il livello è piuttosto basso.
Bochra non è di quelle donne che piacciono solo ai raffinati.
L’attesa viene ingannata con sommessi cori macabri.
Quando la cortigiana è all’apice delle difficoltà, quindi in procinto di crepare, con il respiro bloccato, monta un verso da stadio, che prelude al grande passo.
Ooohhh!-Ooohhh!-Ooohhh!
Quando poi riprende fiato, la tensione si sgonfia e il coretto si smorza.
Paradossalmente si vede la stessa Bochra abbozzare un sorriso: la follia macabra dei curiosi la sta contagiando.
Ma è lei sulla graticola, è lei in fin di vita!
Sembra averlo dimenticato.
Si attende il suo definitivo aggravamento e la fine.
Bochra non può sfuggire agli artigli della morte.
È stata sventrata.

C'è però rabbia, rancore per la sorte della cortigiana: una bella donna, invecchiata così bene, spenta da un gesto banale come quello di un crudele colpo di spada.

Bochra meritava di più.

Ma è tardi per i rimpianti, il tempo stringe.

Anche se si prova a sostenerla, non può reggere ancora a lungo.

La possente cortigiana è la vittima più scomoda della congiura.

Ad Avandas lascerà una sensazione di vuoto.

La notizia si è già diffusa per la città: Bochra è alla stretta finale; colpita a morte, ha lottato fino adesso con la forza della disperazione, solo per rimanere con un pugno di mosche in mano.

Non era pronta a morire, non sapeva di dover morire oggi.

Ma deve rassegnarsi, non c'è niente da fare: il colpo è fatale, lo hanno stabilito tutti i chirurghi intervenuti.

Il suo sforzo è inutile.

La città accoglie la sua fine con risentimento nei confronti dei congiurati: anche se in genere non si fanno eccezioni, potevano risparmiarla. In fondo era solo una vecchia puttana, molto ben tenuta.

Malgrado fossero ben più di 50 i soli che le premevano in faccia e sul corpo, il tempo l'aveva resa sempre più tonda e possente.

Ooohhh!-Ooohhh!-Ooohhh!

E Bochra continua a sorridere.

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