Didone Liberata

L'autentica Didone di Virgilio

Dramma teatrale in quattro Atti

di Salvatore Conte

basato sulla Eneide

di Publio Virgilio Marone,

e su La Didone

di Giovan Francesco Busenello.

Un'opera Manifesto.

Filippo Falciatore - La caccia di Didone ed Enea, particolare (1765, ns. elaborazione grafica)

Welcome to QDido.org,

the new landing of the real Virgil's Dido:

an open, multilingual, cosmopolitan website,

dedicated to Elissa the Jocund, alias Queen Dido (a. 840-750 B.C.),

and to her inexhaustible aspects: historical, social, poetical, spiritual ones, and so on...

This website is co-directed by distinguished Latin scholar Prof. Loredana Marano and by Dr. Salvatore Conte (VS:SV, CLE).

Questo sito è condiretto dalla chiarissima Latinista Prof.ssa Loredana Marano e dal Dott. Salvatore Conte.

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Encyclopedia Phoeniciana

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Eine kommentierte Bibliographie zum Dido-Mythos in Literatur und Musik

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con il Patrocinio di S.E. il Presidente della Repubblica Italiana

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«Regina, io son

   confuso;
L’anima mia vorrebbe
Concepir il suo debito al

   tuo merto,
Ma l’obbligo disperde
I pensieri in se stesso,
Stà il buon voler dal non

   poter oppresso.
E non formo parole,
Per non scemar,

   parlando,
La gloria, che

   dall’obbligo mi nasce,
E mentre il cor

   nell’obbligo ti honora,
Honorato t’adora»

La Didone II, 10 (Enea a Didone)

La D. storica

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La D. di Virgilio

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Didon - Didone

Agrippina A.

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Elissar

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Publio Vergilio Marone

La Saga di Enea

(Eneide)

a cura di Plozio Tucca e Lucio Vario Rufo

MODERNA RIVISITAZIONE PAGANA

di

Vittorio Fincati

ringrazio l'Autore per aver concesso l'autorizzazione alla riproduzione dell'Opera

S.C.

Libro Primo

IL NAUFRAGIO

L’opera comincia con l’intenzione di narrare le vicende del troiano Enea, esule da Troia con una flotta di 20 navi, il suo tentativo di ritornare nella primordiale sede dei suoi antenati, il Lazio, per fondare una nuova Troia nonostante la volontà contraria della sposa di Giove, Giunone. Infatti non solo la Dea è adirata con i troiani per vecchi rancori ma anche perché il Destino sancisce che la stirpe di Enea debba distruggere un giorno la città di Cartagine, che le è prediletta. Pur sapendo di non potersi opporre al Fato la Dea sa che il Fato non pone una scadenza precisa agli eventi, per cui ne approfitta per procrastinare il più a lungo possibile le disgrazie dei suoi nemici. L’estate del settimo anno di peregrinazioni da che lasciarono Troia, cioè nell’814 a.C., Giunone avvista la flotta di Enea al largo della Sicilia e, con l’aiuto di Eolo re dei Venti, scatena una tempesta che ne causa il naufragio sulle coste africane. Solo grazie al tempestivo intervento di Nettuno, che non tollera che altri fuor che lui possano suscitare tempeste nel liquido reame, Enea si salva con tutta la flotta, tranne una nave. Preoccupata per la sorte del figlio Enea, la dea Venere intercede a suo favore presso Giove il quale la rassicura dicendole che è volontà del Destino che l’eroe troiano giunga nel Lazio, dove darà origine alla stirpe romana; aggiunge anche che la stessa Giunone, alla fine placata, si schiererà dalla parte dei Romani. Infine invia Mercurio a Cartagine col compito di predisporre magicamente i Cartaginesi a favore di Enea e compagni. Nel frattempo Venere si manifesta al figlio sotto le sembianze di una giovane cartaginese che spiega ad Enea la vicenda di Didone, regina di Cartagine, invitandolo a recarsi fiducioso in quella città. Didone infatti accoglie favorevolmente i naufraghi. Venere però, non paga di tale accoglienza e temendo le insidie di Giunone, Dea di Cartagine, ordina al Dio Cupido di prendere il posto del piccolo Ascanio, figlio di Enea, affinchè tocchi il cuore della regina e l’accenda d’amore per il capo troiano. Così avviene ed il primo libro si conclude con le scene del banchetto offerto da Didone ai Troiani e con l’invito al loro duce di narrare le proprie traversie.

TESTO

In azzurro è data la sintesi mentre in nero figura il testo integrale latino. Le parole in rosso bruno nel testo latino rimandano al successivo commento (le parole non consecutive sono sottolineate).

Il poeta che una volta cantò accompagnandosi con un fragile zufolo la vita dei pastori e dei campi ora celebra le imprese e l’uomo giunto profugo da Troia nel Lazio, subendo molte sciagure a causa dell’odio della Dea Giunone, finchè non riuscìrà a fondare Lavinio, da cui deriverà il Popolo Romano.

{Ille ego qui quondam gracili modulatus avena carmen, et egressus silvis vicina coegi ut quamvis avido paterent arva colono, gratum opus agricolis, at nunc horrentia Martis} arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris Italiam, fato profugus, laviniaque venit litora, multum ille et terris iactatus et alto vi Superum saevae memorem Iunonis ob iram; multa quoque et bello passus, dum conderet urbem, inferretque Deos Latio, genus unde latinum, Albanique patres, atque altae moenia Romae.

║Le parole fra parentesi {} vennero eliminate, secondo Svetonio, da Plozio Tucca e Vario Rufo nell’edizione voluta da Augusto. Furono evidentemente considerate poco consone con la sacralità dell’inizio della saga di Enea!║L’“uomo” è naturalmente Enea, già personaggio omerico, cui Virgilio conferisce una nuova caratteristica di romana fabulositas rispetto alla versione greca. In Omero è il più valoroso degli eroi troiani dopo Ettore e l’unico a cui gli Dei concedono un futuro, secondo la profezia di Poseidone:

 

…è destino per lui che la scampi,

perché non perisca, estinto e senza posteri, il ceppo

di Dardano amato da Zeus al di sopra di tutti i figli

che gli nacquero, a lui generati da donne mortali.

Infatti ormai preso in odio ha il Cronide la stirpe di Priamo:

sì, la potenza d’Enea regnare or dovrà sui Troiani

e sui figli dei figli suoi, quanti poi ne verranno”.[1]

 

Ciò spiega perché venne utilizzata la sua figura nelle narrazioni della “diaspora troiana” e perché ebbe tanta fortuna nelle narrazioni mitiche. Nei primi poemi cosiddetti ciclici Enea si allontana di poco da Troia per fondare una nuova città, mentre nei successivi racconti gli spostamenti di Enea si fanno sempre più distanti[2], fino a giungere ai margini del mondo greco, verso Occidente e, infine, in Italia. Secondo alcune fonti gli Eneadi avrebbero avuto il permesso dai Greci di abbandonare il paese in cambio della cessazione delle ostilità che Enea teneva aperte nella Troade, mentre secondo Menecrate di Xanto, Enea avrebbe addirittura tradito a favore dei Greci. Se non altro, è una spiegazione di come abbia potuto attraversare indenne tutto il mondo greco da Oriente a Occidente fino in Italia. Le peregrinazioni di Enea erano state già annunciate nel mondo greco da Arctino di Mileto verso il 750 a.C., ma soltanto un secolo dopo si diffonde la leggenda di un arrivo di Enea in Italia, fino a Cuma, con il poeta siciliano Stesicoro, che ne aveva trattato in un’opera perduta: la Caduta di Ilio. Ancora un secolo dopo, Ellanico di Lesbo e Damaste di Sigeo raccontarono di una fondazione di Roma da parte di Enea, ma chi più di tutti diffuse la falsa leggenda di un arrivo di Enea nel Lazio fu il siciliano Timeo di Tauromenio. La presenza dei “troiani” è attestata in Sicilia ancor prima di Enea: il popolo degli Elimi, stanziato nella parte occidentale dell’isola nelle città da loro fondate di Erice, Segesta ed Entella, non sarebbero altro che Troiani guidati dall’eponimo Egesto, figlio illegittimo di Anchise. Anche la città di Capua sarebbe stata fondata da un “troiano”: Capi. Probabilmente i Greci hanno utilizzato la figura di Enea – dopo aver diffuso la versione di una sua origine peloponnesiaca, cioè greca - (e altri eroi) per mitizzare il periodo dell’espansione micenea lungo la penisola italiana ed una primitiva colonizzazione della zona di Roma. I Romani avrebbero ripreso questa leggenda, sancendo in forma letteraria addirittura l’episodio della sosta di Enea a Cartagine col poeta Nevio, per dignificare le proprie origini. Virgilio riprende la leggenda greca di Enea arricchendola di nuovi particolari e investendo l’eroe troiano di una caratteristica che non aveva nelle precedenti versioni: l’assoluta dedizione (pietas) alla nuova religione augustea, il Fatalismo. Enea fu sicuramente il rappresentante di un potere sacerdotale e iniziatico importante relativo al culto di Venere – come testimoniano le qualità del padre Anchise[3] -, anche se Menecrate riferisce che a Troia non gli vollero riconoscere un’altra dignità sacerdotale[4]. Avrebbe portato via con sé da Troia le statue - i Palladii -, dei Grandi Dei di Samotracia, impiantandoli quindi nel Lazio. La divinità prediletta dagli Eneadi fu Venere e il rapporto che lega Enea alla Dea madre, specie nelle leggende pre-virgiliane (gli eressero templi lungo tutto il tragitto emigratorio), potrebbe essere una mitizzazione del summenzionato potere iniziatico, così come già per Anchise. Enea – secondo la leggenda “latinizzata” - sbarcò nel Lazio nei pressi della foce di un piccolo fiume, il Numicio (ora Fosso di Pratica), lì dove esisteva già un antico santuario che i Latini avevano dedicato a Sol Indiges (al Sole tellurico. Dionisio lo chiama Zeus Katachtonios). Questa località dovrebbe essere la vera Laurento della tradizione che come capitale del regno latino non sarebbe mai esistita, identificandosi quest’ultima, invece, in Alba, sui Colli Albani. Secondo la leggenda Enea sarebbe morto in battaglia sette anni dopo contro i Rutuli o scomparso misteriosamente (apoteosi) alcuni anni dopo nei pressi del Numicio, venendo divinizzato e omologato alla preesistente divinità del sole tellurico.Città antichissima della Frigia, “Troia”, nota agli Ittiti come Taruiša, sita nei pressi dello stretto dei Dardanelli (lett. stretto di Dardano). In base agli studi dell’indoeuropeista bulgaro Gheorghiev, che ha notato palesi similitudini fra l’etrusco e l’ittita, si ipotizza che i troiani fossero un popolo di ascendenza ittita e gli Etruschi troiani fuggiaschi. E’ significativo il fatto che nella città etrusca di Veio e almeno dal 450 a.C., gli archeologi abbiano rinvenuto diverse statuette votive raffiguranti Enea che porta in braccio Anchise e tiene in mano il figlioletto Ascanio. Queste immagini erano troppo antiche per poter risentire di un influsso romano e testimoniano dell’importanza vissuta dagli Etruschi del mito della diaspora troiana. Sempre il Gheorghiev ha dimostrato che la parola etrusco deriva da Troia[5]. Fu conquistata dagli Achei nel Giugno del 1.184, data in cui, quindi, va situata la partenza degli Eneadi. Secondo il racconto di un commentatore bizantino di Licofrone, la città sarebbe stata “consegnata” ai Greci dalla gens di Antenore, colui che fondò Padova; per altri proprio da Enea. Oltre a quello di Enea e Antenore, altri gruppi Troiani emigrarono, come Egesto e Selimo in Epiro e in Sicilia. Anche in questi casi è da notare la presenza di importanti santuari di Venere. Le vicende della guerra troiana non sono contenute tutte in Omero ma anche in un certo numero di opere andate perdute, appartenenti al cosiddetto “ciclo troiano”, le quali non sempre tramandavano gli stessi contenuti dell’Iliade: I Canti Ciprii, l’Etiopide, la Piccola Iliade, la Caduta di Ilio, i Ritorni. Per esempio, la moglie di Enea non si sarebbe chiamata Creusa ma Euridice. Molto dopo Virgilio vennero recuperate due opere sulla Guerra di Troia, scritte da Darete frigio e da Dictys di Cnosso. Sono da aggiungere anche l’Heroikos di Filostrato e il Troikos di Dione Crisostomo. E’ curiosa la notizia riportata da Orazio e Svetonio che Giulio Cesare avesse avuto in animo di ricostruire Troia e trasferirvi la sede dello Stato Romano!In realtà Enea non fu il “primo” a giungere in Italia anzi, è probabile che non vi giunse mai! Già esistevano lungo la penisola empori e fondaci commerciali greci e fenici. La leggenda di Enea prese piede in ambito latino solo nel sesto secolo ed era di provenienza magnogreca.fuggiasco a causa del Destino” è fin dalle prime parole l’enunciazione della massima concezione religiosa dell’etrusco Virgilio che percorrerà tutto il poema, dall’inizio alla fine.Le “spiaggie lavinie”, così dette perché approdando nel Lazio Enea conoscerà la nuova sposa, Lavinia figlia di Latino. Servio, con dotta argomentazione, nega questa lettura (aggiungendo che spiaggia è un traslocativo per terra) ma io ritengo che Virgilio volesse stabilire un parallelo con le spiagge di Troia, nei cui pressi perse la prima moglie Creusa.Sùperi”, letteralmente coloro che stanno sopra, è sinonimo di Dei del cielo.║La dea di Cartagine era Tanit che i Romani identificarono con “Giunone” Celeste. Prima di venire assimilata alla greca Hera aveva un antichissimo culto latino come probabile compagna di Giano. Era particolarmente venerata come Giunone Sospita (Salvatrice) nella città di Lanuvio, più nota in epoca imperiale come Lanivio e distante pochi chilometri con la città di Lavinio che si vuole fondata da Enea. Questa omofonia è piuttosto curiosa[6], specie se si considera che Enea era il “nemico” dichiarato dalla Dea (soltanto alla fine del dodicesimo Libro Giunone si rappacificherà con i Troiani)! Circa le sue origini è recente il ritrovamento di frammenti di intonaco avvenuto nel 1969 a Taormina e appartenenti al ginnasio dell'antica Tauromenion, dove si parla di Fabio Pittore e gli si attribuisce la narrazione dell'arrivo in Italia, in seguito alla guerra di Troia, di un certo Λανιοως , fondatore nel Lazio di una cittadina, che avrebbe in seguito preso da lui il nome. Un’altra tradizione vuole che venisse fondata dai Siculi. A riguardo è da menzionare il ritrovamento nel 1962 nel territorio di Centuripe, in provincia di Catania, di una lastra in calcare duro locale, in dialetto dorico che attesta rapporti di fratellanza (συγγενεια) tra le due cittadine, e a cui ha fatto seguito nel 1974 un rinnovato gemellaggio. Nel 341 a.C. si ribellò per la seconda volta contro Roma assieme ad altre città latine ma i Romani la rispettarono, chiedendo in cambio di associarsi alla gestione del santuario di Giunone, luogo sacro famosissimo non solo nel Lazio antico, ma nell'intera area mediterranea. Durante il periodo romano, fino alla caduta dell'Impero d'occidente, le fortune della città furono praticamente legate a questo santuario, nel quale accaddero prodigi strepitosi, narrati da Livio, Cicerone, Giulio Ossequiente ed altri autori classici. Stando ad una testimonianza che si ricava dal quarto libro delle Elegie di Properzio e dal trattato geografico di Eliano Perì Zoon ogni anno sul far della primavera alcune fanciulle dovevano porgere delle focacce ad un serpente sacro a Giunone Sospita che si trovava nel santuario: se l’animale accettava l’offerta veniva ritenuto presagio di buoni raccolti, se la rifiutava, veniva ritenuto presagio di carestia, e la fanciulla veniva offerta in sacrificio. Per una curiosa coincidenza, il cognato di Mecenate, Licinio Murena, poi messo a morte da Augusto, era uno dei maggiorenti della città e la sua famiglia si era occupata dell’ampliamento del santuario di Giunone. Oggi i resti del santuario sono contenuti all’interno di un edificio di Salesiani…. la statua della Dea è invece nei Musei Capitolini. L’imperatore romano Settimio Severo, nativo di Leptis Magna, 62 miglia a sud-est di Cartagine, introdurrà in seguito, a Roma, il culto vero e proprio di Tanit. Dopo la morte, Settimio venne dichiarato Dio dal Senato di Roma. E’ incredibilmente singolare, ma questo imperatore – che tentò di trasformare Leptis Magna in una seconda Roma -, vide la luce esattamente duecento anni dopo la distruzione della città: nel 146 d.C.!Come dichiara esplicitamente Giunone e lo stesso Enea più avanti, “gli Dei” che porta con sé nel Lazio sono i Penati. Con quest’ultimo nome Virgilio intende semplicemente gli Dei più caratteristici di una comunità e non gli Dei Penati della religione latina (ciò lo si evince quando più avanti parla anche di “libici Penati”). Infatti queste divinità sono del tutto estranee al mondo egeo.Il “Lazio” antico era una porzione molto ridotta di quella che è oggi la omonima regione amministrativa. Comprendeva pressappoco il territorio a Sud del Tevere, cioè le provincie di Roma e Latina.Il sito di “Roma” fu sin da epoche antichissime un importante centro di smistamento dei traffici dell’Italia centrale e popolato ben prima della data tradizionale di fondazione. Come tale venne frequentato da fenici, etruschi, greci e fors’anche egiziani. Della fondazione di Roma sono state raccolte almeno 61 differenti versioni![7]

Calliope, aiutami nel riferire le cause e i motivi per i quali Giunone condannò un uomo tanto timorato come Enea ad incontrare simili avversità. Può davvero l’ira degli Dei giungere a tanto?

Musa, mihi causas memora, quo numine laeso, quidve dolens, regina deum tot volvere casus insignem pietate virum, tot adire labores impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?

Anche qui, nel chiedere ispirazione alla “Musa”, Virgilio ricalca Omero. Pur se non nominata si tratta di Calliope, in quanto Musa della poesia epica e lirica. Erano divinità ispiratrici dell’arte di declamare versi e, successivamente, delle arti liberali: Clio (Storia), Euterpe (poesia lirica), Talia (commedia), Melpomene (tragedia), Tersicore (danza), Erato (poesia erotica), Polimnia (inni), Urania (astronomia), Calliope (poesia epica).Subito dopo avere messo nei primi versi in bella evidenza il Destino (Fatum) ora Virgilio mette in evidenza la qualità precipua dell’adoratore di questa crepuscolare divinità, Enea, con la qualifica più pertinente: “timorato, devoto” (pius). La romana pietas non è altro che il puro e semplice timor di Dio della religione cristiana con tutto il conseguente corollario basato sul formalismo più secolarizzatore.

Cartagine fu un’antica città, colonia di Tiro, posta di fronte alle foci del Tevere e dell’Italia, ricca di commerci e forte in guerra. Questa città era sacra a Giunone, che la preferiva anche all’altra sua sede di Samo, tanto che qui era conservato il suo cocchio e le sue armi. La Dea covava la segreta speranza di farne la dominatrice del mondo. Sapeva però che era volontà del Destino che da sangue troiano sarebbe disceso un giorno un popolo che avrebbe raso al suolo questa città. Conscia di ciò ma covando ancora nell’animo vecchi rancori contro i Troiani, teneva lontani dalla loro meta il gruppo degli Eneadi, cosicchè l’impresa di fondare il popolo Romano fu davvero immane!

Urbs antiqua fuit, Tyrii tenuere coloni, Karthago, Italiam contra Tiberinaque longe ostia, dives opum studiisque asperrima belli; quam Iuno fertur terris magis omnibus unam posthabita coluisse Samo; hic illius arma, hic currus fuit; hoc regnum dea gentibus esse, si qua fata sinant, iam tum tenditque fovetque. Progeniem sed enim Troiano a sanguine duci audierat, Tyrias olim quae verteret arces; hinc populum late regem belloque superbum venturum excidio Libyae: sic volvere Parcas. Id metuens, veterisque memor Saturnia belli, prima quod ad Troiam pro caris gesserat Argis; necdum etiam causae irarum saevique dolores exciderant animo: manet alta mente repostum iudicium Paridis spretaeque iniuria formae, et genus invisum, et rapti Ganymedis honores. His accensa super, iactatos aequore toto Troas, reliquias Danaum atque immitis Achilli, arcebat longe Latio, multosque per annos errabant, acti fatis, maria omnia circum. Tantae molis erat Romanam condere gentem!

Cartagine” (in fenicio Qart-hadasht) venne fondata nell’814 a.C. mentre il vero viaggio di Enea sarebbe avvenuto tre secoli prima, secondo la cronologia di Eratostene di Cirene nel 1.184 a.C. Contrariamente a quanto vuole una stereotipata storiografia, che ha voce anche in Virgilio, i Cartaginesi intrattennero buoni rapporti diplomatici con i Romani finchè quest’ultimi non si immischiarono nelle tormentate vicende siciliane, e cioè non prima del 264. Secondo alcune fonti i Fenici possedevano un emporio adiacente il guado sul Tevere dove poi sarebbe sorta Roma. Essi avrebbero innalzato l’ara maxima in onore di Melqart (Ercole). Nel 343 avevano inviato in segno di amicizia una corona d’oro del peso di 25 libbre al popolo romano. A favore dei Cartaginesi scrisse lo storico Filino di Agrigento, confutato dal romano Fabio Pittore che, per meglio diffondere le sue tesi, scrisse in greco. Con accenti da profeta biblico così si esprime il Baistrocchi contro Cartagine: “Per il popolo romano infatti la guerra tra Roma e Cartagine non era tanto sentita come un conflitto di interessi o di imperialismi economici, quanto piuttosto quale un’ordalia sacra tra due sistemi e principi religiosi antitetici ed inconciliabili, che sul piano metastorico trovava la sua espressione nel conflitto tra Giunone e Venere e, a livello mitico e metastorico, nella tumultuosa ed emblematica vicenda di Enea e Didone[8]. Il Baistrocchi in realtà non si avvede – così preso dalla sua esegesi metastorica - che tutto questo anticartaginismo nacque – e solo nella letteratura - molto dopo la distruzione di Cartagine![9] Il Dio più importante di Cartagine era Baal Shamin, Il Signore del Cielo, affiancato da Baal minori analoghi alle deità del pantheon greco. Al suo fianco prese successivamente grande rilevanza – forse per il distacco di Cartagine dalla madrepatria semitica e la contiguità col mondo mediterraneo della Potnia – la figura della Dea Tanit (Giunone). Eshmun, Reshef e Astarte avevano anch’essi un notevole culto. La religione cartaginese era di tipo crepuscolare e comprendeva sacrifici umani di massa (famoso un sacrificio di 3.000 prigionieri greci in Sicilia).Samo”, isola dell’Egeo davanti la costa anatolica dove Giunone nacque; ivi aveva un famoso santuario nel quale si celebrava la ricorrenza delle sue nozze con Zeus.Libia” per gli antichi era sinonimo di Africa settentrionale.Le “Parche” Dee romane della sorte individuale, ricalcate sulle Moire greche; in numero di tre, erano raffigurate intende attorno ad un fuso e questa attività simbolizzava l’azione del destino rivolto alla vita singola e individuale degli esseri umani. Nel mito, Apollo riuscì ad ubriacarle e così a modificare il destino dell’amato Admeto.Giunone è detta “saturnia” in quanto figlia di Saturno.Argivi” erano gli abitanti di Argo, città del Peloponneso che veneravano particolarmente la Dea ma per argivi si intendevano comunemente i Greci nel loro insieme.Il troiano “Paride”, trovatosi a decidere chi fosse la più bella tra Giunone, Minerva e Venere, aveva optato per Venere.La “stirpe invisa” è quella troiana, perché sorta dall’unione fedifraga di Giove con Elettra, da cui nacque Dardano.Ganimede” giovinetto troiano figlio di Priamo, amato e concupito da Giove.Danai” è un sinonimo per Greci, in quanto discendenti da Danao, capostipite degli Achei.

I profughi veleggiavano nel Tirreno, al largo della Sicilia, quando Giunone li vide. La Dea al colmo dell’ira si domandò perché altre divinità poterono distruggere uomini a loro nemici mentre a lei, la massima divinità dopo Giove, non lo concedeva il Destino. Desiderando perseguitare al massimo consentito Enea e i suoi, la Dea si recò in Eolia, patria dei Venti, da Eolo loro signore, che li custodiva e governava tenendoli rinchiusi in vaste caverne all’interno di un massiccio montuoso.

Vix e conspectu Siculae telluris in altum vela dabant laeti, et spumas salis aere ruebant, cum Iuno, aeternum servans sub pectore volnus, haec secum: 'Mene incepto desistere victam, nec posse Italia Teucrorum avertere regem? Quippe vetor fatis. Pallasne exurere classem Argivom atque ipsos potuit submergere ponto, unius ob noxam et furias Aiacis Oilei? Ipsa, Iovis rapidum iaculata e nubibus ignem, disiecitque rates evertitque aequora ventis, illum expirantem transfixo pectore flammas turbine corripuit scopuloque infixit acuto. Ast ego, quae divom incedo regina, Iovisque et soror et coniunx, una cum gente tot annos bella gero! Et quisquam numen Iunonis adoret praeterea, aut supplex aris imponet honorem?' Talia flammato secum dea corde volutans nimborum in patriam, loca feta furentibus austris, Aeoliam venit. Hic vasto rex Aeolus antro luctantes Ventos Tempestatesque sonoras imperio premit ac vinclis et carcere frenat. Illi indignantes magno cum murmure montis circum claustra fremunt; celsa sedet Aeolus arce sceptra tenens, mollitque animos et temperat iras. Ni faciat, maria ac terras caelumque profundum quippe ferant rapidi secum verrantque per auras. Sed pater omnipotens speluncis abdidit atris, hoc metuens, molemque et montis insuper altos imposuit, regemque dedit, qui foedere certo et premere et laxas sciret dare iussus habenas.

Teucri” è sinonimo di Troiani. Teucro (figlio del fiume Scamandro e della ninfa Idea) era il re aborigeno del paese della futura Troia che accolse e accettò l’antenato arcade di Enea, Dardano. Virgilio ricalcò il dato inventando la leggenda di Latino che accolse Enea.Pallade” è un epiteto di Atena. Sul significato di questo appellativo si fanno diverse congetture. Secondo alcuni potrebbe derivare da phallos, come ritenne il Nispi-Landi a riguardo del famoso Palladio.Virgilio forse non identifica come fa Omero in un’isola “Eolia” il regno di Eolo ma in una terra, posta probabilmente in un massicico montuoso del Sahara. Infatti specifica che da qui si generano gli Austri, tipici venti di Sud-Est. Inoltre i venti che aggrediscono la flotta troiana, tranne Aquilone, sono tutti venti meridionali! Che non sia un’isola lo si potrebbe dedurre dal fatto che prima di irrompere in mare contro Enea, i venti terras perflant, spazzano le terre.Virgilio ricalca la figura di “Eolo” da Omero così come quella dei Venti, demoni dell’aria e figli del Titano Astreo e dell’Aurora. A differenza di Eolo, peraltro figlio di Nettuno, i Venti sono oggetto di devozione popolare. Una importante “Sacerdotessa dei Venti” è ricordata in una iscrizione cretese (Knossos Corpus, Tavoletta Fp (1)1). Ai Venti pare che si sacrificassero vittime umane e più tardi, agnelli bianchi o neri, a seconda che essi fossero benefici o meno. Erano rappresentati come uomini anziani alati e dai lunghi capelli. Ecco i loro nomi: Borea o Aquilone, da Nord; Zefiro o Favonio, da Ovest; Noto o Austro, da Sud; Africo o Libeccio, da Sud-Ovest; Euro o Argeste o ancora Volturno, da Sud-Est; Subsolano o Apoliotes da Est; Grecale o Cecia, da Nord-Est; Schirone, da Ovest-Nord-Ovest.Virgilio usa il plurale poiché sottintende che con uno “scettro” Eolo ammansisca i Venti e con l’altro li susciti. Come si evince più sotto, Eolo in realtà impugna un’asta, i cui vertici hanno il potere di sciogliere o rinserrare i Venti[10].Il “padre onnipotente” è Giove.

Giunone si rivolse quindi ad esso: “Eolo, tu che hai ricevuto da Giove il mandato di governare i Venti, sappi che la gente che odio naviga il Tirreno alla volta del Lazio allo scopo di fondare una nuova Troia, recando con sè i vinti Penati. Ti prego, usa i tuoi Venti per scatenargli contro una tempesta affinchè facciano naufragio. In cambio, ti offro come moglie fedele Deiopea, la più bella delle mie 14 ninfe preferite”. Eolo non si fece pregare e immediatamente fece uscire Euro, Noto, Africo e Aquilone che irruppero in tempesta sulla flotta troiana.

Ad quem tum Iuno supplex his vocibus usa est: 'Aeole, namque tibi divom pater atque hominum rex et mulcere dedit fluctus et tollere vento, gens inimica mihi Tyrrhenum navigat aequor, Ilium in Italiam portans victosque Penates: incute vim ventis submersasque obrue puppes, aut age diversos et disiice corpora ponto. Sunt mihi bis septem praestanti corpore nymphae, quarum quae forma pulcherrima Deiopea, conubio iungam stabili propriamque dicabo, omnis ut tecum meritis pro talibus annos exigat, et pulchra faciat te prole parentem.' Aeolus haec contra: 'Tuus, o regina, quid optes explorare labor; mihi iussa capessere fas est. Tu mihi, quodcumque hoc regni, tu sceptra Iovemque concilias, tu das epulis accumbere divom, nimborumque facis tempestatumque potentem.' Haec ubi dicta, cavum conversa cuspide montem impulit in latus: ac venti, velut agmine facto, qua data porta, ruunt et terras turbine perflant. Incubuere mari, totumque a sedibus imis una Eurusque Notusque ruunt creberque procellis Africus, et vastos volvunt ad litora fluctus. Insequitur clamorque virum stridorque rudentum. Eripiunt subito nubes caelumque diemque Teucrorum ex oculis; ponto nox incubat atra. Intonuere poli, et crebris micat ignibus aether, praesentemque viris intentant omnia mortem.

Ilio” è sinonimo di Troia. Ilo fu infatti l’antenato di Enea diretto discendente di Dardano e figlio di Troo, a cui dedicò la fondazione della città.I “Penati” sono potenze invisibili tipiche della tradizione latina (identici ai Lari della tradizione etrusca e ai Terafim di quella ebraica), energie promananti dagli antenati che fornivano il sostentamento e la protezione della più antica famiglia latina. Venivano rappresentati in maniera fittile come statuine conservate gelosamente nel penetrale (penus) della casa, costituendo infatti l’identità stessa di ogni nucleo familiare. Secondo Fustel de Coulanges i Penati erano infatti gli antenati, sepolti sotto il pavimento della più antica abitazione latina. Nell’Eneide di Virgilio i Penati assumono però, esplicitamente, un’altra connotazione. Sono i “Grandi Dei” di Samotracia, i Palladii, che gli Eneadi – come scrisse già Varrone - avrebbero recato nel Lazio e a cui vennero eretti templi sia a Lavinio che ad Alba ed infine a Roma col nome di “Dei Penati”. L’erudito e iniziato romano Nigidio Figulo nonché Cornelio Labeone ipotizzano che questi Dei fossero nient’altro che Apollo e Nettuno, cioè coloro che contribuirono a edificare Troia. Macrobio, senza citare la fonte, riporta l’opinione, peraltro di carattere più speculativo e astratto, che li identifica in Giove, Giunone e Minerva. Pure Vesta farebbe parte di questa associazione. Anche Cassio Emina e Claudio Igino si occuparono dell’origine di questi Dei, dimostrando con ciò il grande interesse dei Romani per un mito “esotico” di cui non si sapeva praticamente nulla![11] (Vedi anche l’Appendice alla voce DIONISIO DI ALICARNASSO).Due volte sette”, cioè quattordici, è il numero di una mezza lunazione (i 14 giorni di maggiore illunazione) che identifica Giunone come Dea della luna piena. ║“Ninfe”, energie sottili della natura polarizzate in senso femminile e divinizzate antropomorficamente come seducenti fanciulle, corrispettive dei maschili Satiri. I latini le chiamavano anche lymphae (da “linfa”), con il che si evidenzia meglio il loro carattere di energie occulte e latenti, celate dietro l’aspetto manifestato della natura. Essendo delle energie di polarità negativa la mitologia le ha sempre raffigurate perenni vittime degli assalti erotici dei loro corrispettivi poli positivi; quasi tutte le divinità maschili hanno avuto, chi più chi meno, a che fare con queste creature equoree e diafane. Da succube delle divinità maschili esse però diventavano incube di quegli uomini che si lasciavano sedurre dalla loro malìa, ovvero attrarre dall’iper-polarizzazione del loro elemento occulto, l’acqua. Celebre è il caso di quegli uomini che grazie al contatto con una ninfa – come nel caso di Numa con Egeria – godettero di una saggezza inusuale. Con caratteristiche a volte inquietanti erano raffigurate tra gli Etruschi col nome di Lases.Lo “stabile connubio” con Deiopea che Giunone promette ad Eolo è una delle tante enfatizzazioni virgiliane che ricalcano la politica religiosa di Augusto, basata sulla morigeratezza di costumi ormai tramontati nella Roma imperiale.

Enea, atterrito dall’immane tempesta, si rivolge supplice al cielo rimpiangendo di non essere morto sotto le mura di Troia assieme a tanti valorosi, ma in quel mentre una raffica di Aquilone lo fa naufragare sulle secche delle Sirti assieme ai compagni, facendo perire la nave del licio Oronte con l’intero equipaggio.

Extemplo Aeneae solvuntur frigore membra: ingemit, et duplicis tendens ad sidera palmas talia voce refert: 'O terque quaterque beati, quis ante ora patrum Troiae sub moenibus altis contigit oppetere! O Danaum fortissime gentis Tydide! Mene Iliacis occumbere campis non potuisse, tuaque animam hanc effundere dextra, saevus ubi Aeacidae telo iacet Hector, ubi ingens Sarpedon, ubi tot Simois correpta sub undis scuta virum galeasque et fortia corpora volvit?' Talia iactanti stridens Aquilone procella velum adversa ferit, fluctusque ad sidera tollit. Franguntur remi; tum prora avertit, et undis dat latus; insequitur cumulo praeruptus aquae mons. Hi summo in flucta pendent; his unda dehiscens terram inter fluctus aperit; furit aestus harenis. Tris Notus abreptas in saxa latentia torquet (saxa vocant Itali mediis quae in fluctibus aras dorsum immane mari summo), tris Eurus ab alto in brevia et Syrtis urguet, miserabile visu, inliditque vadis atque aggere cingit harenae. Unam, quae Lycios fidumque vehebat Oronten, ipsius ante oculos ingens a vertice pontus in puppim ferit: excutitur pronusque magister volvitur in caput; ast illam ter fluctus ibidem torquet agens circum, et rapidus vorat aequore vortex. Adparent rari nantes in gurgite vasto, arma virum, tabulaeque, et Troia gaza per undas. Iam validam Ilionei navem, iam fortis Achati, et qua vectus Abas, et qua grandaevus Aletes, vicit hiems; laxis laterum compagibus omnes accipiunt inimicum imbrem, rimisque fatiscunt.

Tidide” è il greco Diomede, in quanto figlio di Tideo.Eacide” è il greco Achille in quanto nipote di Eaco, re dei Mirmidoni.Le “Are” o altari di Nettuno sarebbero stati i relitti di un’isola dove Romani e Cartaginesi avevano stabilito il confine marittimo tra le due potenze (ci sarebbe notizia in alcuni autori latini). Poi l’isola sarebbe stata sommersa lasciando affiorare soltanto questi scogli dove i Cartaginesi si recavano talora per celebrare qualche sacrificio. Ancora ieri, nel Canale di Sicilia, si è avuta notizia dell’isola vulcanica Ferdinandea, apparsa e scomparsa più volte a causa di movimenti tettonici. Sempre che la notizia non sia una fantasia che Virgilio ha ripresa dai Greci che volevano trasporre la leggenda del confine cartaginese terrestre dell’ara dei Fileni, posta di fronte alle Sirti, che divideva Cartagine da Cirene.La Grande e la Piccola “Sirte” sono due larghi golfi (oggi Sidra e Gabes: il primo di bassi fondali ed il secondo di coste rocciose) posti moltissimo più a sud di Cartagine, nell’odierna Libia, il che rende inverosimile l’episodio: Virgilio, pur essendo a conoscenza dei bassi fondali della prima Sirte non ha una adeguata conoscenza della topografia africana[12]. Ciò si evince agevolmente anche dal successivo episodio del banchetto offerto da Didone: Ascanio, chiamato dal padre giunge dalla spiaggia alla mensa di Didone nel giro di pochissimo tempo (né è valida l’obiezione che si trattasse dell’alato Cupido travestito: con lui infatti erano anche altri Troiani in carne ed ossa).

Richiamato dal grande scompiglio il Dio Nettuno emerge col volto a fior d’acqua, scorgendo la scena del naufragio e la tempesta; né gli sfuggono le macchinazioni ordite dalla sorella Giunone. Adirato perché altri ha osato sconvolgere elementi su cui lui soltanto ha competenza, chiama a se i Venti colpevoli e li ricaccia in Eolia con la minaccia di dure sanzioni e con l’ordine di riferire ad Eolo di non interferire più in un ambito che non gli compete. Fatto ciò, il Dio si affretta, con l’aiuto delle divinità Cimotoe e Tritone, a disincagliare le navi di Enea e riporta il sereno in cielo e mare volando a fior d’acqua sul cocchio tirato dai suoi cavalli. I naufraghi possono così mettersi in salvo sulla prospiciente costa africana.

Interea magno misceri murmure pontum, emissamque hiemem sensit Neptunus, et imis stagna refusa vadis, graviter commotus; et alto prospiciens, summa placidum caput extulit unda. Disiectam Aeneae, toto videt aequore classem, fluctibus oppressos Troas caelique ruina, nec latuere doli fratrem Iunonis et irae. Eurum ad se Zephyrumque vocat, dehinc talia fatur: 'Tantane vos generis tenuit fiducia vestri? Iam caelum terramque meo sine numine, venti, miscere, et tantas audetis tollere moles? Quos ego…sed motos praestat componere fluctus. Post mihi non simili poena commissa luetis. Maturate fugam, regique haec dicite vestro: non illi imperium pelagi saevumque tridentem, sed mihi sorte datum. Tenet ille immania saxa, vestras, Eure, domos; illa se iactet in aula Aeolus, et clauso ventorum carcere regnet.' Sic ait, et dicto citius tumida aequora placat, collectasque fugat nubes, solemque reducit. Cymothoe simul et Triton adnixus acuto detrudunt navis scopulo; levat ipse tridenti; et vastas aperit syrtis, et temperat aequor, atque rotis summas levibus perlabitur undas. Ac veluti magno in populo cum saepe coorta est seditio, saevitque animis ignobile volgus, iamque faces et saxa volant, furor arma ministrat; tum, pietate gravem ac meritis si forte virum quem conspexere, silent, arrectisque auribus adstant; ille regit dictis animos, et pectora mulcet: sic cunctus pelagi cecidit fragor, aequora postquam prospiciens genitor caeloque invectus aperto flectit equos, curruque volans dat lora secundo. Defessi Aeneadae, quae proxima litora, cursu contendunt petere, et Libyae vertuntur ad oras.

Il Dio del mare “Nettuno” è la trasposizione romana del greco Poseidone ma tra i latini arcaici Neptunus era il Dio delle acque interne.Nettuno ha il “volto placido” in quanto olimpico signore del mare, reggente imperturbabile dell’ordinata e regolare vita acquatica.Cimotoe” è una Nereide mentre “Tritone” (e i tritoni suoi raddoppiamenti) un antichissimo Dio mediterraneo declassato dopo l’invasione delle stirpi indoeuropee. Forse non è un caso se Virgilio abbina Tritone e la zona della Sirte poiché, secondo gli Antichi, nel prospiciente entroterra, sarebbe esistito un fiume ed un lago Tritonide, retaggio di una civiltà pre-sahariana cui non sarebbe estraneo il mito di Atena Tritonia.[13]E’ “genitore” e causa agente di tutto il mondo acquatico.Gli Eneadi, come ripetiamo più sotto, non sono i Troiani ma il gruppo gentilizio di Enea, anche se Virgilio li vuole accreditare come Troiani per eccellenza.

Enea con sette navi entra in un’insenatura protetta della costa, dotata di buoni ripari sia per le navi che per gli uomini. Appena a terra gli uomini si danno da fare: chi asciuga ciò che è stato bagnato, chi accende il fuoco mentre il duce troiano, dopo aver cercato invano con lo sguardo tracce sul mare delle rimanenti navi, scorge nell’entroterra un branco di cervi guidato da tre maschi; egli ne approfitta e ne uccide sette, uno per ogni equipaggio. Spartita la carne, così incoraggia i compagni: “Vedrete che alfine un Dio porrà fine ai nostri travagli. Voi che avete passato tante traversie un giorno riderete parlando di quest’ultime. Ma noi dobbiamo tendere al Lazio, là dove gli oracoli ci assegnano una patria certa, là dove dovrà risorgere il regno di Troia”. Poi tutti si dettero a mangiare e a meditare sulla triste situazione.

Est in secessu longo locus: insula portum efficit obiectu laterum, quibus omnis ab alto frangitur inque sinus scindit sese unda reductos. Hinc atque hinc vastae rupes geminique minantur in caelum scopuli, quorum sub vertice late aequora tuta silent; tum silvis scaena coruscis desuper horrentique atrum nemus imminet umbra. Fronte sub adversa scopulis pendentibus antrum, intus aquae dulces vivoque sedilia saxo, nympharum domus: hic fessas non vincula navis ulla tenent, unco non alligat ancora morsu. Huc septem Aeneas collectis navibus omni ex numero subit; ac magno telluris amore egressi optata potiuntur Troes harena, et sale tabentis artus in litore ponunt. Ac primum silici scintillam excudit Achates, succepitque ignem foliis, atque arida circum nutrimenta dedit, rapuitque in fomite flammam. Tum Cererem corruptam undis cerealiaque arma expediunt fessi rerum, frugesque receptas et torrere parant flammis et frangere saxo. Aeneas scopulum interea conscendit, et omnem prospectum late pelago petit, Anthea si quem iactatum vento videat Phrygiasque biremis, aut Capyn, aut celsis in puppibus arma Caici. Navem in conspectu nullam, tris litore cervos prospicit errantis; hos tota armenta sequuntur a tergo, et longum per vallis pascitur agmen. Constitit hic, arcumque manu celerisque sagittas corripuit, fidus quae tela gerebat Achates; ductoresque ipsos primum, capita alta ferentis cornibus arboreis, sternit, tum volgus, et omnem miscet agens telis nemora inter frondea turbam; nec prius absistit, quam septem ingentia victor corpora fundat humi, et numerum cum navibus aequet. Hinc portum petit, et socios partitur in omnes. Vina bonus quae deinde cadis onerarat Acestes litore Trinacrio dederatque abeuntibus heros, dividit, et dictis maerentia pectora mulcet: 'O socii (neque enim ignari sumus ante malorum) o passi graviora, dabit deus his quoque finem. Vos et Scyllaeam rabiem penitusque sonantis accestis scopulos, vos et Cyclopea saxa experti: revocate animos, maestumque timorem mittite: forsan et haec olim meminisse iuvabit. Per varios casus, per tot discrimina rerum tendimus in Latium; sedes ubi fata quietas ostendunt; illic fas regna resurgere Troiae. Durate, et vosmet rebus servate secundis.' Talia voce refert, curisque ingentibus aeger spem voltu simulat, premit altum corde dolorem. Illi se praedae accingunt, dapibusque futuris; tergora deripiunt costis et viscera nudant; pars in frusta secant veribusque trementia figunt; litore aena locant alii, flammasque ministrant. Tum victu revocant vires, fusique per herbam implentur veteris Bacchi pinguisque ferinae. Postquam exempta fames epulis mensaeque remotae, amissos longo socios sermone requirunt, spemque metumque inter dubii, seu vivere credant, sive extrema pati nec iam exaudire vocatos. Praecipue pius Aeneas nunc acris Oronti, nunc Amyci casum gemit et crudelia secum fata Lyci, fortemque Gyan, fortemque Cloanthum.

L’”insenatura protetta” dove approdano in salvo gli Eneadi è anch’essa una pura fantasia che ricalca ancora una volta Omero (Od.13,96-112), nella descrizione che quest’ultimo fa del porto di Itaca e dell’antro delle ninfe.Le navi sono dette “frigie” in quanto Troia era città della Frigia. Come ci viene riferito da Plinio (NH. 8.51) in Africa non ci sarebbero stati “cervi”!║ “Aceste”, figlio della troiana Egesta (o Segesta) che fu inviata nella Sicilia occidentale prima della Guerra troiana.║Scilla” è un’antichissima divinità pelasgica così come Cariddi. La localizzazione fattane dagli autori classici nello stretto di Messina è tardiva e non originale.I “Ciclopi” sono divinità telluriche legate alle attività vulcaniche dell’Etna e delle Eolie così come i Coribanti e i Telchini.Virgilio accredita la tesi che “è volontà del Destino che risorga Troia”. In realtà gli Antichi deducevano colonie o si spostavano (p.e. le ‘Primavere Sacre’ degli Italici) in base al movimento fortuito di un animale, cioè seguendo il criterio dell’analogia. Già nello stesso poema si vede come la destinazione degli Eneadi – che non sono i Troiani nel loro complesso ma soltanto un loro gruppo gentilizio – è diversamente interpretata dagli Oracoli. Infatti altri Troiani fondarono altre città: con il che si vede bene che l’approdo nel Lazio degli Eneadi è ben lungi dall’essere quell’evento fatidico e fatale attribuitogli dalla mitologia politica romana, ma solo un episodio di una più vasta emigrazione!

In quel momento Giove stava scrutando dall’alto la gran massa delle terre e del mare ed in particolare le terre del dominio cartaginese; la Dea Venere, madre di Enea, gli si rivolge con parole accorate e gli occhi lucidi: “Cosa ti ha fatto Enea e cosa ti hanno fatto i Troiani perché tu gli sia così d’inciampo? Eppure un giorno mi dicesti che dal sangue troiano sarebbero sorti i Romani e che essi avrebbero dominato il mondo. Questa predizione mi consolò per la perdita di Troia. Tu però non sembri voler adempiere a questa promessa mentre hai permesso che un altro troiano, Antenore, giungesse in Italia e fondasse Padova”. Giove bonario le rispose rassicurandola con queste parole: “Manterrò la promessa e vedrai sorgere la città di Lavinio e innalzata fino alle stelle la gloria di Enea. Ma poiché sei così apprensiva ti dirò di più: giunto nel Lazio, Enea sosterrà una grande guerra e dopo tre anni sarà il vincitore assoluto dominando tutta la regione. Dopodichè suo figlio Ascanio (che assumerà il nome di Iulo) regnerà per trenta anni e porterà la capitale del regno da Lavinio ad Alba Longa. Dopo trecento anni una vestale incinta di Marte darà alla luce due gemelli e, dal nome di uno di essi, Romolo, deriverà Roma e i Romani ai quali non pongo limite né di tempo né di dominio. La stessa Giunone, che ora li avversa, diverrà assieme a me la protettrice di quella gente. Così stabilisce il Destino. Verrà anche il giorno in cui questa stirpe troiana conquisterà la Grecia e dal suo nobile sangue verrà, discendente di Iulo, Giulio Cesare, che porterà i confini di Roma fin sull’Oceano e conquisterà l’Oriente; infine sarà assunto in cielo accanto ad Enea. Allora si instaurerà un’epoca di pace”.

Et iam finis erat, cum Iuppiter aethere summo despiciens mare velivolum terrasque iacentis litoraque et latos populos, sic vertice caeli constitit, et Libyae defixit lumina regnis. Atque illum talis iactantem pectore curas tristior et lacrimis oculos suffusa nitentis adloquitur Venus: 'O qui res hominumque deumque aeternis regis imperiis, et fulmine terres, quid meus Aeneas in te committere tantum, quid Troes potuere, quibus, tot funera passis, cunctus ob Italiam terrarum clauditur orbis? Certe hinc Romanos olim, volventibus annis, hinc fore ductores, revocato a sanguine Teucri, qui mare, qui terras omni dicione tenerent, pollicitus, quae te, genitor, sententia vertit? Hoc equidem occasum Troiae tristisque ruinas solabar, fatis contraria fata rependens; nunc eadem fortuna viros tot casibus actos insequitur. Quem das finem, rex magne, laborum? Antenor potuit, mediis elapsus Achivis, Illyricos penetrare sinus, atque intima tutus regna Liburnorum, et fontem superare Timavi, unde per ora novem vasto cum murmure montis it mare proruptum et pelago premit arva sonanti. Hic tamen ille urbem Patavi sedesque locavit Teucrorum, et genti nomen dedit, armaque fixit Troia; nunc placida compostus pace quiescit: nos, tua progenies, caeli quibus adnuis arcem, navibus (infandum!) amissis, unius ob iram prodimur atque Italis longe disiungimur oris. Hic pietatis honos? Sic nos in sceptra reponis?' Olli subridens hominum sator atque deorum, voltu, quo caelum tempestatesque serenat, oscula libavit natae, dehinc talia fatur: 'Parce metu, Cytherea: manent immota tuorum fata tibi; cernes urbem et promissa Lavini moenia, sublimemque feres ad sidera caeli magnanimum Aenean; neque me sententia vertit. Hic tibi (fabor enim, quando haec te cura remordet, longius et volvens fatorum arcana movebo) bellum ingens geret Italia, populosque feroces contundet, moresque viris et moenia ponet, tertia dum Latio regnantem viderit aestas, ternaque transierint Rutulis hiberna subactis. At puer  Ascanius, quoi nunc cognomen Iulo additur (Ilus erat, dum res stetit Ilia regno), triginta magnos volvendis mensibus orbis imperio explebit, regnumque ab sede Lavini transferet, et longam multa vi muniet Albam. Hic iam ter centum totos regnabitur annos gente sub Hectorea, donec regina sacerdos, Marte gravis, geminam partu dabit Ilia prolem. Inde lupae fulvo nutricis tegmine laetus Romulus excipiet gentem, et Mavortia condet moenia, Romanosque suo de nomine dicet. His ego nec metas rerum nec tempora pono; imperium sine fine dedi. Quin aspera Iuno, quae mare nunc terrasque metu caelumque fatigat, consilia in melius referet, mecumque fovebit Romanos rerum dominos gentemque togatam: sic placitum. Veniet lustris labentibus aetas, cum domus Assaraci Phthiam clarasque Mycenas servitio premet, ac victis dominabitur Argis. Nascetur pulchra Troianus origine Caesar, imperium oceano, famam qui terminet astris, Iulius, a magno demissum nomen Iulo. Hunc tu olim caelo, spoliis Orientis onustum, accipies secura; vocabitur hic quoque votis. Aspera tum positis mitescent saecula bellis; cana Fides, et Vesta, Remo cum fratre Quirinus, iura dabunt; dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus, saeva sedens super arma, et centum vinctus aenis post tergum nodis, fremet horridus ore cruento.'

Il “Giove” dell’Eneide è la trasposizione dello Zeus greco, indoeuropeo e patriarcale, subordinato però, nella particolare visione teologica di Augusto, ad un Fato oscuro e ineluttabile alla cui concezione non dovrebbero essere estranee influenze etrusche (Mecenate?).Anche “Venere” è nell’Eneide la trasposizione della greca Afrodite. La Venus degli Italici fu tardivamente accolta nel pantheon romano (il suo primo tempio a Roma risale al 295 a.c.) e divenne in seguito, dapprima con Silla e poi con Pompeo e Giulio Cesare che l’aveva retoricamente assunta quale capostipite della sua dinastia Iulia, divinità tutelare dello stato romano, raggiungendo il suo apice sotto Traiano, che identificò il suo culto con quello della stessa dea Roma. A parte questi artifici retorici – che anche Virgilio utilizzò - la vera Venus era una Dea assolutamente diversa, molto simile a Circe ed altre figlie del Sole.Su “Antenore”, importante personalità troiana, si narrava che fosse un traditore dei Troiani a favore dei Greci. In realtà si tratta di un’ipotesi sviluppata dopo la stesura dell’Iliade a causa del suo ruolo diplomatico nella vicenda del rapimento di Elena. Una tradizione ritenuta tarda ma in realtà riscontrabile nell’opera di Sofocle e poi di Eforo, vuole che Antenore, assieme al popolo anatolico dei Veneti, avesse fondato la città di Padova. Col termine di Antenoridi si designavano, per esempio in Pindaro, i Troiani in generale, cosicchè non si può sapere se le colonizzazioni di vari luoghi nel Mediterraneo attribuiti ad Antenore non vadano invece ricondotti al più generale fenomeno della “diaspora troiana” che poi, in realtà, non è troiana ma greca. Circa la colonizzazione greca dell’Adriatico, vari scrittori antichi segnalavano la differenza di questi Veneti di Antenore dall’analogo popolo celtico con lo stesso nome, confermando in tal modo l’orientalità del popolo stabilitosi nella regione omonima. Anche l’eroe omerico Diomede, dopo aver colonizzato una parte della Puglia, secondo una leggenda si sarebbe stabilito nel territorio dei Veneti; avrebbe fondato la città di Spina e goduto di un culto nel santuario a lui dedicato alle foci del Timavo. La leggenda di Diomede, originatasi nella Puglia settentrionale (Daunia) si diffuse in tutta Italia, tanto da essere considerato il fondatore di Lanuvio, a pochi chilometri da quella Lavinio che avrebbe fondato Enea!Il “regno dei Liburni” così come la descrizione della regione attraversata da Antenore è una eccessiva generalizzazione di Virgilio per indicare alcuni luoghi dell’Italia Nord-orientale. Il viaggio dei troiani Antenoridi attesta comunque – se si debbono identificare gli Etruschi con i Troiani - che quest’ultimi penetrarono in Italia risalendo l’Adriatico, approdando nella pianura Padana e colonizzando la Toscana dai valichi appenninici.║Che gli Eneadi siano “progenie” di Giove è enfatizzazione virgiliana: nella mitologia greca è difficile scorgere qualcuno che non sia disceso da Zeus!Citerea” è appellativo di Venere; Citera è l’isola tra il Peloponneso e Creta cara alla Dea.Lavinio” (odierna Pratica di Mare, vicino Roma) sarà la città che Enea fonderà poco dopo essere giunto nel Lazio. A poca distanza da Lavinio, oggi Pratica di Mare, sorgono le rovine di Lanuvio, dove era molto venerata la dea Giunone. E’ curioso – ma forse non troppo - il fatto che le due località praticamente abbiano lo stesso nome (c’è solo una metatesi) ed è curioso che anche la parola Lazio (Latium) sia rintracciabile all’interno delle due precedenti parole! Lavinio, che sorgeva poco distante dalla foce del Numicio, non fu mai fondata da Enea in quanto non era altro che una delle città della confederazione latina. Gli antichi identificavano le due parole Lavinio e Laurento come si trattasse di una stessa località, tanto che Servio la chiama anche laurolavinio. Aristotele scrisse che uno dei nomi di Lavinio era Latinion. In effetti se l’esatta lettura di Lavinio è “Latinio” proprio per lo stesso motivo per cui re Latino non è chiamato re “Lavinio” (mentre Lavinia avrebbe potuto chiamarsi “Latinia”), potremmo ipotizzare che il vero nome della città corrispondesse all’indicazione di Aristotele. Noi però ipotizziamo il nome Laurento, per i motivi che spiegheremo trattando di questo termine nel Libro VII. A Lavinio si mostra ancora oggi il mausoleo di Enea, recentemente scoperto. In realtà la struttura, tarda, fu edificata su una preesistente tomba.Giove preannunzia a Venere che Enea porterà in Italia “una grande guerra” e, come se ciò non bastasse, “abbatterà popoli valorosi e imporrà alle genti proprie costumanze e città”. Sembra di leggere le promesse che Jahvè fece a Giosuè circa la Terra Promessa: toglietevi che mi ci metto io!I “Rutuli”, popolo laziale (in realtà veri e propri Latini) guidato dal re Turno che sarà il principale oppositore degli Eneadi.Ascanio” figlio di Enea e di una certa Euridice (ma Virgilio lo attribuisce a Creusa), assumerà nel Lazio il nome di Iulo. Uno sfacciato artificio voluto per accreditare la derivazione della gens Iulia cui appartenevano Cesare e Ottaviano, direttamente da Enea. Analoghi artifici Virgilio creerà per le gentes Cluentia e Gegania dalle figure dei troiani Gyas e Cloantho; quella Sergia da Sergesto, la Memmia da Mnesteo. Secondo il racconto di Dionigi di Alicarnasso, Ascanio non sarebbe mai partito con il padre ma avrebbe fatto ritorno a Troia quando i Greci si ritirarono dalla città.I “trenta grandi mesi” sono l’arcaico modo di computare il tempo in base al calendario lunare: un grande mese non è altro che l’insieme delle 13 lunazioni che formano un anno.Secondo Virgilio, morto Enea, il suo successore dedusse trent’anni dopo lo sbarco nel Lazio (nel 1151), una nuova capitale che denominò “Alba Longa”, probabilmente l’odierna Castelgandolfo. Anziché Lavinio, Alba fu la vera capitale della confederazione latina, grazie alla sua posizione strategica sui colli Albani e preesisteva al supposto sbarco degli Eneadi. Lavinio fu solo un importante centro religioso.La “gente ettorea” sono sempre gli Eneadi ma Virgilio, ancora una volta, omologandoli alla stirpe di Ettore figlio di Priamo, li fa Troiani per eccellenza!Ilia, alta sacerdotessa” di Albalonga (anche Nevio la chiama Ilia anziché Rhea Silvia come fa Tito Livio) rimasta incinta del Dio Marte, da alla luce i Gemelli Romolo e Remo. Nella zona di Lavinio era fiorente in epoca storica un santuario di Athena Ilia (cioè Troiana).║“Mavorte”. Si tratta di un arcaismo per dire Marte. Prima della grecizzazione di Marte con Ares, gli italici lo veneravano come Mamers, Mavers o Mavors.║L”imperio senza fine” che Giove conferisce ai Romani è indubitabile purchè lo si identifichi in quel filum conduttore che si è passato la mano dal crepuscolarismo etrusco all’attuale apocalittismo cristiano.║Giunone favorirà i Romani, padroni del mondo e stirpe togata”, farà la pace con loro…ma soltanto alla fine dell’ultimo libro, come dire: sarà sempre nemica di Roma e degli Eneadi! Svetonio (40,8) riferisce proprio come parole testuali di Augusto “Romanos, rerum dominos, gentemque togatam!” pronunciate a mò di rimprovero allorchè nel Foro vide i Romani vestiti con dei “cappotti” neri che ricoprivano le toghe bianche. Dette quindi ordine che si tornasse alla prisca abitudine di sostare nel foro con la sola toga. Questa è una ulteriore ed anche sfacciata prova di quanto Virgilio fosse (o dovesse) essere ligio alle linee-guida della politica augustea. Non è facile per i lettori moderni capire quanto i testi letterari dell’antichità siano stati anche degli strumenti politici. In ogni caso la toga per i Romani antichi aveva un vero e proprio valore sacrale, tant’è vero che a seconda di come la si indossava (si veda il cinctus gabinus di cui parla Varrone) si potevano assumere varie funzioni.║la “casa di Assaraco” è la discendenza di Dardano da cui venne Enea. L’altra, quella di Ettore, discendeva da Dardano attraverso Ilo, fratello di Assaraco (vedi in appendice LA DOPPIA DISCENDENZA DARDANIDE)║Giulio Cesare “carico delle spoglie dell’Oriente”. In realtà il vero conquistatore dell’Oriente fu Pompeo, che nel 64 a.C. aveva sconfitto i Seleucidi, occupato Gerusalemme e imposto la sua protezione all’Egitto.║Giove profetizza che dopo tanto sangue “legifereranno assieme Remo e suo fratello Quirino (Romolo)”. Quest’ultimo è uno dei versi-cardine per dimostrare che l’Eneide è stata congeniata a tavolino per fungere da strumento propagandistico al nuovo corso augusteo. Ciò per noi è evidente in quanto sappiamo che Romolo uccise Remo e quindi l’assurdità di questa “riconciliazione postuma” salta agli occhi, ma non era altrettanto evidente per i contemporanei di Virgilio. Al suo tempo era praticamente perso il ricordo della tragica rivalità fra i due fratelli e una sapiente operazione di restauro politico aveva imposto la credenza che Roma venisse fondata da entrambi. Quando Ovidio alcuni anni dopo Virgilio si accinse a scrivere – sempre con il “dovere” di assecondare la politica augustea – I Fasti, commise l’errore di ricordare ai Romani la verità, e venne esiliato. La gravità – non immediatamente palese – la si capisce grazie alla ricostruzione del retroscena del nuovo mito gemellare. Spieghiamo il problema, avvalendoci di una scarna notizia di Servio (“VERA TAMEN HOC HABET RATIO, QUIRINUM AUGUSTUM ESSE, REMUM VERO PRO AGRIPPA POSITUM”. I,292) e di una più ampia analisi di T.P. Wiseman (Remus: un mito di Roma). Romolo e Remo in questo verso di Virgilio non sarebbero altri che Augusto e suo genero Agrippa. Pare che fosse nelle intenzioni di Augusto quella di proseguire in forma dinastica e a vita la formula binaria della magistratura consolare. I figli di Augusto, Tiberio e Druso, sarebbero stati i successori. Tragiche vicende familiari (con la morte di Druso e dei figli di Agrippa: Gaio e Lucio) sconvolgeranno poi tutto questo disegno, ma fino a quel momento tutto era stato orchestrato per fondare un nuovo mito di Romolo e Remo, fatto che non era assolutamente estraneo alla consapevolezza del popolo romano, in quanto Augusto aveva fatto in modo che anche nella vita materiale sua e di Agrippa si verificassero delle coincidenze che assommassero in loro due quell’antica gemellarità. Il tutto era stato perfezionato con la ricostruzione del tempio di Quirino e con le esplicite immagini che lo guarnivano. Virgilio mise il suggello con la sua grande opera propagandistica, con la profezia fatta da Giove a Venere e con il verso che qui noi abbiamo evidenziato. Ovidio, all’opposto, non sappiamo quanto involontariamente, distrusse questo progetto rivelando a tutti nella sua opera sul calendario sacro di Roma la vera leggenda, quella che parlava del fratricidio. E’ facile immaginare quali ombre di dubbio tutto ciò poteva gettare sulla pubblica opinione la figu