Publio Vergilio Marone

La Saga di Enea

(Eneide)

a cura di Plozio Tucca e Lucio Vario Rufo

MODERNA RIVISITAZIONE PAGANA

di

Vittorio Fincati

ringrazio l'autore per aver concesso l'autorizzazione alla riproduzione dell'opera

S.C.

Libro Primo

IL NAUFRAGIO

L’opera comincia con l’intenzione di narrare le vicende del troiano Enea, esule da Troia con una flotta di 20 navi, il suo tentativo di ritornare nella primordiale sede dei suoi antenati, il Lazio, per fondare una nuova Troia nonostante la volontà contraria della sposa di Giove, Giunone. Infatti non solo la Dea è adirata con i troiani per vecchi rancori ma anche perché il Destino sancisce che la stirpe di Enea debba distruggere un giorno la città di Cartagine, che le è prediletta. Pur sapendo di non potersi opporre al Fato la Dea sa che il Fato non pone una scadenza precisa agli eventi, per cui ne approfitta per procrastinare il più a lungo possibile le disgrazie dei suoi nemici. L’estate del settimo anno di peregrinazioni da che lasciarono Troia, cioè nell’814 a.C., Giunone avvista la flotta di Enea al largo della Sicilia e, con l’aiuto di Eolo re dei Venti, scatena una tempesta che ne causa il naufragio sulle coste africane. Solo grazie al tempestivo intervento di Nettuno, che non tollera che altri fuor che lui possano suscitare tempeste nel liquido reame, Enea si salva con tutta la flotta, tranne una nave. Preoccupata per la sorte del figlio Enea, la dea Venere intercede a suo favore presso Giove il quale la rassicura dicendole che è volontà del Destino che l’eroe troiano giunga nel Lazio, dove darà origine alla stirpe romana; aggiunge anche che la stessa Giunone, alla fine placata, si schiererà dalla parte dei Romani. Infine invia Mercurio a Cartagine col compito di predisporre magicamente i Cartaginesi a favore di Enea e compagni. Nel frattempo Venere si manifesta al figlio sotto le sembianze di una giovane cartaginese che spiega ad Enea la vicenda di Didone, regina di Cartagine, invitandolo a recarsi fiducioso in quella città. Didone infatti accoglie favorevolmente i naufraghi. Venere però, non paga di tale accoglienza e temendo le insidie di Giunone, Dea di Cartagine, ordina al Dio Cupido di prendere il posto del piccolo Ascanio, figlio di Enea, affinchè tocchi il cuore della regina e l’accenda d’amore per il capo troiano. Così avviene ed il primo libro si conclude con le scene del banchetto offerto da Didone ai Troiani e con l’invito al loro duce di narrare le proprie traversie.

TESTO

In azzurro è data la sintesi mentre in nero figura il testo integrale latino. Le parole in rosso bruno nel testo latino rimandano al successivo commento (le parole non consecutive sono sottolineate).

Il poeta che una volta cantò accompagnandosi con un fragile zufolo la vita dei pastori e dei campi ora celebra le imprese e l’uomo giunto profugo da Troia nel Lazio, subendo molte sciagure a causa dell’odio della Dea Giunone, finchè non riuscìrà a fondare Lavinio, da cui deriverà il Popolo Romano.

{Ille ego qui quondam gracili modulatus avena carmen, et egressus silvis vicina coegi ut quamvis avido paterent arva colono, gratum opus agricolis, at nunc horrentia Martis} arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris Italiam, fato profugus, laviniaque venit litora, multum ille et terris iactatus et alto vi Superum saevae memorem Iunonis ob iram; multa quoque et bello passus, dum conderet urbem, inferretque Deos Latio, genus unde latinum, Albanique patres, atque altae moenia Romae.

║Le parole fra parentesi {} vennero eliminate, secondo Svetonio, da Plozio Tucca e Vario Rufo nell’edizione voluta da Augusto. Furono evidentemente considerate poco consone con la sacralità dell’inizio della saga di Enea!║L’“uomo” è naturalmente Enea, già personaggio omerico, cui Virgilio conferisce una nuova caratteristica di romana fabulositas rispetto alla versione greca. In Omero è il più valoroso degli eroi troiani dopo Ettore e l’unico a cui gli Dei concedono un futuro, secondo la profezia di Poseidone:

 

…è destino per lui che la scampi,

perché non perisca, estinto e senza posteri, il ceppo

di Dardano amato da Zeus al di sopra di tutti i figli

che gli nacquero, a lui generati da donne mortali.

Infatti ormai preso in odio ha il Cronide la stirpe di Priamo:

sì, la potenza d’Enea regnare or dovrà sui Troiani

e sui figli dei figli suoi, quanti poi ne verranno”.[1]

 

Ciò spiega perché venne utilizzata la sua figura nelle narrazioni della “diaspora troiana” e perché ebbe tanta fortuna nelle narrazioni mitiche. Nei primi poemi cosiddetti ciclici Enea si allontana di poco da Troia per fondare una nuova città, mentre nei successivi racconti gli spostamenti di Enea si fanno sempre più distanti[2], fino a giungere ai margini del mondo greco, verso Occidente e, infine, in Italia. Secondo alcune fonti gli Eneadi avrebbero avuto il permesso dai Greci di abbandonare il paese in cambio della cessazione delle ostilità che Enea teneva aperte nella Troade, mentre secondo Menecrate di Xanto, Enea avrebbe addirittura tradito a favore dei Greci. Se non altro, è una spiegazione di come abbia potuto attraversare indenne tutto il mondo greco da Oriente a Occidente fino in Italia. Le peregrinazioni di Enea erano state già annunciate nel mondo greco da Arctino di Mileto verso il 750 a.C., ma soltanto un secolo dopo si diffonde la leggenda di un arrivo di Enea in Italia, fino a Cuma, con il poeta siciliano Stesicoro, che ne aveva trattato in un’opera perduta: la Caduta di Ilio. Ancora un secolo dopo, Ellanico di Lesbo e Damaste di Sigeo raccontarono di una fondazione di Roma da parte di Enea, ma chi più di tutti diffuse la falsa leggenda di un arrivo di Enea nel Lazio fu il siciliano Timeo di Tauromenio. La presenza dei “troiani” è attestata in Sicilia ancor prima di Enea: il popolo degli Elimi, stanziato nella parte occidentale dell’isola nelle città da loro fondate di Erice, Segesta ed Entella, non sarebbero altro che Troiani guidati dall’eponimo Egesto, figlio illegittimo di Anchise. Anche la città di Capua sarebbe stata fondata da un “troiano”: Capi. Probabilmente i Greci hanno utilizzato la figura di Enea – dopo aver diffuso la versione di una sua origine peloponnesiaca, cioè greca - (e altri eroi) per mitizzare il periodo dell’espansione micenea lungo la penisola italiana ed una primitiva colonizzazione della zona di Roma. I Romani avrebbero ripreso questa leggenda, sancendo in forma letteraria addirittura l’episodio della sosta di Enea a Cartagine col poeta Nevio, per dignificare le proprie origini. Virgilio riprende la leggenda greca di Enea arricchendola di nuovi particolari e investendo l’eroe troiano di una caratteristica che non aveva nelle precedenti versioni: l’assoluta dedizione (pietas) alla nuova religione augustea, il Fatalismo. Enea fu sicuramente il rappresentante di un potere sacerdotale e iniziatico importante relativo al culto di Venere – come testimoniano le qualità del padre Anchise[3] -, anche se Menecrate riferisce che a Troia non gli vollero riconoscere un’altra dignità sacerdotale[4]. Avrebbe portato via con sé da Troia le statue - i Palladii -, dei Grandi Dei di Samotracia, impiantandoli quindi nel Lazio. La divinità prediletta dagli Eneadi fu Venere e il rapporto che lega Enea alla Dea madre, specie nelle leggende pre-virgiliane (gli eressero templi lungo tutto il tragitto emigratorio), potrebbe essere una mitizzazione del summenzionato potere iniziatico, così come già per Anchise. Enea – secondo la leggenda “latinizzata” - sbarcò nel Lazio nei pressi della foce di un piccolo fiume, il Numicio (ora Fosso di Pratica), lì dove esisteva già un antico santuario che i Latini avevano dedicato a Sol Indiges (al Sole tellurico. Dionisio lo chiama Zeus Katachtonios). Questa località dovrebbe essere la vera Laurento della tradizione che come capitale del regno latino non sarebbe mai esistita, identificandosi quest’ultima, invece, in Alba, sui Colli Albani. Secondo la leggenda Enea sarebbe morto in battaglia sette anni dopo contro i Rutuli o scomparso misteriosamente (apoteosi) alcuni anni dopo nei pressi del Numicio, venendo divinizzato e omologato alla preesistente divinità del sole tellurico.Città antichissima della Frigia, “Troia”, nota agli Ittiti come Taruiša, sita nei pressi dello stretto dei Dardanelli (lett. stretto di Dardano). In base agli studi dell’indoeuropeista bulgaro Gheorghiev, che ha notato palesi similitudini fra l’etrusco e l’ittita, si ipotizza che i troiani fossero un popolo di ascendenza ittita e gli Etruschi troiani fuggiaschi. E’ significativo il fatto che nella città etrusca di Veio e almeno dal 450 a.C., gli archeologi abbiano rinvenuto diverse statuette votive raffiguranti Enea che porta in braccio Anchise e tiene in mano il figlioletto Ascanio. Queste immagini erano troppo antiche per poter risentire di un influsso romano e testimoniano dell’importanza vissuta dagli Etruschi del mito della diaspora troiana. Sempre il Gheorghiev ha dimostrato che la parola etrusco deriva da Troia[5]. Fu conquistata dagli Achei nel Giugno del 1.184, data in cui, quindi, va situata la partenza degli Eneadi. Secondo il racconto di un commentatore bizantino di Licofrone, la città sarebbe stata “consegnata” ai Greci dalla gens di Antenore, colui che fondò Padova; per altri proprio da Enea. Oltre a quello di Enea e Antenore, altri gruppi Troiani emigrarono, come Egesto e Selimo in Epiro e in Sicilia. Anche in questi casi è da notare la presenza di importanti santuari di Venere. Le vicende della guerra troiana non sono contenute tutte in Omero ma anche in un certo numero di opere andate perdute, appartenenti al cosiddetto “ciclo troiano”, le quali non sempre tramandavano gli stessi contenuti dell’Iliade: I Canti Ciprii, l’Etiopide, la Piccola Iliade, la Caduta di Ilio, i Ritorni. Per esempio, la moglie di Enea non si sarebbe chiamata Creusa ma Euridice. Molto dopo Virgilio vennero recuperate due opere sulla Guerra di Troia, scritte da Darete frigio e da Dictys di Cnosso. Sono da aggiungere anche l’Heroikos di Filostrato e il Troikos di Dione Crisostomo. E’ curiosa la notizia riportata da Orazio e Svetonio che Giulio Cesare avesse avuto in animo di ricostruire Troia e trasferirvi la sede dello Stato Romano!In realtà Enea non fu il “primo” a giungere in Italia anzi, è probabile che non vi giunse mai! Già esistevano lungo la penisola empori e fondaci commerciali greci e fenici. La leggenda di Enea prese piede in ambito latino solo nel sesto secolo ed era di provenienza magnogreca.fuggiasco a causa del Destino” è fin dalle prime parole l’enunciazione della massima concezione religiosa dell’etrusco Virgilio che percorrerà tutto il poema, dall’inizio alla fine.Le “spiaggie lavinie”, così dette perché approdando nel Lazio Enea conoscerà la nuova sposa, Lavinia figlia di Latino. Servio, con dotta argomentazione, nega questa lettura (aggiungendo che spiaggia è un traslocativo per terra) ma io ritengo che Virgilio volesse stabilire un parallelo con le spiagge di Troia, nei cui pressi perse la prima moglie Creusa.Sùperi”, letteralmente coloro che stanno sopra, è sinonimo di Dei del cielo.║La dea di Cartagine era Tanit che i Romani identificarono con “Giunone” Celeste. Prima di venire assimilata alla greca Hera aveva un antichissimo culto latino come probabile compagna di Giano. Era particolarmente venerata come Giunone Sospita (Salvatrice) nella città di Lanuvio, più nota in epoca imperiale come Lanivio e distante pochi chilometri con la città di Lavinio che si vuole fondata da Enea. Questa omofonia è piuttosto curiosa[6], specie se si considera che Enea era il “nemico” dichiarato dalla Dea (soltanto alla fine del dodicesimo Libro Giunone si rappacificherà con i Troiani)! Circa le sue origini è recente il ritrovamento di frammenti di intonaco avvenuto nel 1969 a Taormina e appartenenti al ginnasio dell'antica Tauromenion, dove si parla di Fabio Pittore e gli si attribuisce la narrazione dell'arrivo in Italia, in seguito alla guerra di Troia, di un certo Λανιοως , fondatore nel Lazio di una cittadina, che avrebbe in seguito preso da lui il nome. Un’altra tradizione vuole che venisse fondata dai Siculi. A riguardo è da menzionare il ritrovamento nel 1962 nel territorio di Centuripe, in provincia di Catania, di una lastra in calcare duro locale, in dialetto dorico che attesta rapporti di fratellanza (συγγενεια) tra le due cittadine, e a cui ha fatto seguito nel 1974 un rinnovato gemellaggio. Nel 341 a.C. si ribellò per la seconda volta contro Roma assieme ad altre città latine ma i Romani la rispettarono, chiedendo in cambio di associarsi alla gestione del santuario di Giunone, luogo sacro famosissimo non solo nel Lazio antico, ma nell'intera area mediterranea. Durante il periodo romano, fino alla caduta dell'Impero d'occidente, le fortune della città furono praticamente legate a questo santuario, nel quale accaddero prodigi strepitosi, narrati da Livio, Cicerone, Giulio Ossequiente ed altri autori classici. Stando ad una testimonianza che si ricava dal quarto libro delle Elegie di Properzio e dal trattato geografico di Eliano Perì Zoon ogni anno sul far della primavera alcune fanciulle dovevano porgere delle focacce ad un serpente sacro a Giunone Sospita che si trovava nel santuario: se l’animale accettava l’offerta veniva ritenuto presagio di buoni raccolti, se la rifiutava, veniva ritenuto presagio di carestia, e la fanciulla veniva offerta in sacrificio. Per una curiosa coincidenza, il cognato di Mecenate, Licinio Murena, poi messo a morte da Augusto, era uno dei maggiorenti della città e la sua famiglia si era occupata dell’ampliamento del santuario di Giunone. Oggi i resti del santuario sono contenuti all’interno di un edificio di Salesiani…. la statua della Dea è invece nei Musei Capitolini. L’imperatore romano Settimio Severo, nativo di Leptis Magna, 62 miglia a sud-est di Cartagine, introdurrà in seguito, a Roma, il culto vero e proprio di Tanit. Dopo la morte, Settimio venne dichiarato Dio dal Senato di Roma. E’ incredibilmente singolare, ma questo imperatore – che tentò di trasformare Leptis Magna in una seconda Roma -, vide la luce esattamente duecento anni dopo la distruzione della città: nel 146 d.C.!Come dichiara esplicitamente Giunone e lo stesso Enea più avanti, “gli Dei” che porta con sé nel Lazio sono i Penati. Con quest’ultimo nome Virgilio intende semplicemente gli Dei più caratteristici di una comunità e non gli Dei Penati della religione latina (ciò lo si evince quando più avanti parla anche di “libici Penati”). Infatti queste divinità sono del tutto estranee al mondo egeo.Il “Lazio” antico era una porzione molto ridotta di quella che è oggi la omonima regione amministrativa. Comprendeva pressappoco il territorio a Sud del Tevere, cioè le provincie di Roma e Latina.Il sito di “Roma” fu sin da epoche antichissime un importante centro di smistamento dei traffici dell’Italia centrale e popolato ben prima della data tradizionale di fondazione. Come tale venne frequentato da fenici, etruschi, greci e fors’anche egiziani. Della fondazione di Roma sono state raccolte almeno 61 differenti versioni![7]

Calliope, aiutami nel riferire le cause e i motivi per i quali Giunone condannò un uomo tanto timorato come Enea ad incontrare simili avversità. Può davvero l’ira degli Dei giungere a tanto?

Musa, mihi causas memora, quo numine laeso, quidve dolens, regina deum tot volvere casus insignem pietate virum, tot adire labores impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?

Anche qui, nel chiedere ispirazione alla “Musa”, Virgilio ricalca Omero. Pur se non nominata si tratta di Calliope, in quanto Musa della poesia epica e lirica. Erano divinità ispiratrici dell’arte di declamare versi e, successivamente, delle arti liberali: Clio (Storia), Euterpe (poesia lirica), Talia (commedia), Melpomene (tragedia), Tersicore (danza), Erato (poesia erotica), Polimnia (inni), Urania (astronomia), Calliope (poesia epica).Subito dopo avere messo nei primi versi in bella evidenza il Destino (Fatum) ora Virgilio mette in evidenza la qualità precipua dell’adoratore di questa crepuscolare divinità, Enea, con la qualifica più pertinente: “timorato, devoto” (pius). La romana pietas non è altro che il puro e semplice timor di Dio della religione cristiana con tutto il conseguente corollario basato sul formalismo più secolarizzatore.

Cartagine fu un’antica città, colonia di Tiro, posta di fronte alle foci del Tevere e dell’Italia, ricca di commerci e forte in guerra. Questa città era sacra a Giunone, che la preferiva anche all’altra sua sede di Samo, tanto che qui era conservato il suo cocchio e le sue armi. La Dea covava la segreta speranza di farne la dominatrice del mondo. Sapeva però che era volontà del Destino che da sangue troiano sarebbe disceso un giorno un popolo che avrebbe raso al suolo questa città. Conscia di ciò ma covando ancora nell’animo vecchi rancori contro i Troiani, teneva lontani dalla loro meta il gruppo degli Eneadi, cosicchè l’impresa di fondare il popolo Romano fu davvero immane!

Urbs antiqua fuit, Tyrii tenuere coloni, Karthago, Italiam contra Tiberinaque longe ostia, dives opum studiisque asperrima belli; quam Iuno fertur terris magis omnibus unam posthabita coluisse Samo; hic illius arma, hic currus fuit; hoc regnum dea gentibus esse, si qua fata sinant, iam tum tenditque fovetque. Progeniem sed enim Troiano a sanguine duci audierat, Tyrias olim quae verteret arces; hinc populum late regem belloque superbum venturum excidio Libyae: sic volvere Parcas. Id metuens, veterisque memor Saturnia belli, prima quod ad Troiam pro caris gesserat Argis; necdum etiam causae irarum saevique dolores exciderant animo: manet alta mente repostum iudicium Paridis spretaeque iniuria formae, et genus invisum, et rapti Ganymedis honores. His accensa super, iactatos aequore toto Troas, reliquias Danaum atque immitis Achilli, arcebat longe Latio, multosque per annos errabant, acti fatis, maria omnia circum. Tantae molis erat Romanam condere gentem!

Cartagine” (in fenicio Qart-hadasht) venne fondata nell’814 a.C. mentre il vero viaggio di Enea sarebbe avvenuto tre secoli prima, secondo la cronologia di Eratostene di Cirene nel 1.184 a.C. Contrariamente a quanto vuole una stereotipata storiografia, che ha voce anche in Virgilio, i Cartaginesi intrattennero buoni rapporti diplomatici con i Romani finchè quest’ultimi non si immischiarono nelle tormentate vicende siciliane, e cioè non prima del 264. Secondo alcune fonti i Fenici possedevano un emporio adiacente il guado sul Tevere dove poi sarebbe sorta Roma. Essi avrebbero innalzato l’ara maxima in onore di Melqart (Ercole). Nel 343 avevano inviato in segno di amicizia una corona d’oro del peso di 25 libbre al popolo romano. A favore dei Cartaginesi scrisse lo storico Filino di Agrigento, confutato dal romano Fabio Pittore che, per meglio diffondere le sue tesi, scrisse in greco. Con accenti da profeta biblico così si esprime il Baistrocchi contro Cartagine: “Per il popolo romano infatti la guerra tra Roma e Cartagine non era tanto sentita come un conflitto di interessi o di imperialismi economici, quanto piuttosto quale un’ordalia sacra tra due sistemi e principi religiosi antitetici ed inconciliabili, che sul piano metastorico trovava la sua espressione nel conflitto tra Giunone e Venere e, a livello mitico e metastorico, nella tumultuosa ed emblematica vicenda di Enea e Didone[8]. Il Baistrocchi in realtà non si avvede – così preso dalla sua esegesi metastorica - che tutto questo anticartaginismo nacque – e solo nella letteratura - molto dopo la distruzione di Cartagine![9] Il Dio più importante di Cartagine era Baal Shamin, Il Signore del Cielo, affiancato da Baal minori analoghi alle deità del pantheon greco. Al suo fianco prese successivamente grande rilevanza – forse per il distacco di Cartagine dalla madrepatria semitica e la contiguità col mondo mediterraneo della Potnia – la figura della Dea Tanit (Giunone). Eshmun, Reshef e Astarte avevano anch’essi un notevole culto. La religione cartaginese era di tipo crepuscolare e comprendeva sacrifici umani di massa (famoso un sacrificio di 3.000 prigionieri greci in Sicilia).Samo”, isola dell’Egeo davanti la costa anatolica dove Giunone nacque; ivi aveva un famoso santuario nel quale si celebrava la ricorrenza delle sue nozze con Zeus.Libia” per gli antichi era sinonimo di Africa settentrionale.Le “Parche” Dee romane della sorte individuale, ricalcate sulle Moire greche; in numero di tre, erano raffigurate intende attorno ad un fuso e questa attività simbolizzava l’azione del destino rivolto alla vita singola e individuale degli esseri umani. Nel mito, Apollo riuscì ad ubriacarle e così a modificare il destino dell’amato Admeto.Giunone è detta “saturnia” in quanto figlia di Saturno.Argivi” erano gli abitanti di Argo, città del Peloponneso che veneravano particolarmente la Dea ma per argivi si intendevano comunemente i Greci nel loro insieme.Il troiano “Paride”, trovatosi a decidere chi fosse la più bella tra Giunone, Minerva e Venere, aveva optato per Venere.La “stirpe invisa” è quella troiana, perché sorta dall’unione fedifraga di Giove con Elettra, da cui nacque Dardano.Ganimede” giovinetto troiano figlio di Priamo, amato e concupito da Giove.Danai” è un sinonimo per Greci, in quanto discendenti da Danao, capostipite degli Achei.

I profughi veleggiavano nel Tirreno, al largo della Sicilia, quando Giunone li vide. La Dea al colmo dell’ira si domandò perché altre divinità poterono distruggere uomini a loro nemici mentre a lei, la massima divinità dopo Giove, non lo concedeva il Destino. Desiderando perseguitare al massimo consentito Enea e i suoi, la Dea si recò in Eolia, patria dei Venti, da Eolo loro signore, che li custodiva e governava tenendoli rinchiusi in vaste caverne all’interno di un massiccio montuoso.

Vix e conspectu Siculae telluris in altum vela dabant laeti, et spumas salis aere ruebant, cum Iuno, aeternum servans sub pectore volnus, haec secum: 'Mene incepto desistere victam, nec posse Italia Teucrorum avertere regem? Quippe vetor fatis. Pallasne exurere classem Argivom atque ipsos potuit submergere ponto, unius ob noxam et furias Aiacis Oilei? Ipsa, Iovis rapidum iaculata e nubibus ignem, disiecitque rates evertitque aequora ventis, illum expirantem transfixo pectore flammas turbine corripuit scopuloque infixit acuto. Ast ego, quae divom incedo regina, Iovisque et soror et coniunx, una cum gente tot annos bella gero! Et quisquam numen Iunonis adoret praeterea, aut supplex aris imponet honorem?' Talia flammato secum dea corde volutans nimborum in patriam, loca feta furentibus austris, Aeoliam venit. Hic vasto rex Aeolus antro luctantes Ventos Tempestatesque sonoras imperio premit ac vinclis et carcere frenat. Illi indignantes magno cum murmure montis circum claustra fremunt; celsa sedet Aeolus arce sceptra tenens, mollitque animos et temperat iras. Ni faciat, maria ac terras caelumque profundum quippe ferant rapidi secum verrantque per auras. Sed pater omnipotens speluncis abdidit atris, hoc metuens, molemque et montis insuper altos imposuit, regemque dedit, qui foedere certo et premere et laxas sciret dare iussus habenas.

Teucri” è sinonimo di Troiani. Teucro (figlio del fiume Scamandro e della ninfa Idea) era il re aborigeno del paese della futura Troia che accolse e accettò l’antenato arcade di Enea, Dardano. Virgilio ricalcò il dato inventando la leggenda di Latino che accolse Enea.Pallade” è un epiteto di Atena. Sul significato di questo appellativo si fanno diverse congetture. Secondo alcuni potrebbe derivare da phallos, come ritenne il Nispi-Landi a riguardo del famoso Palladio.Virgilio forse non identifica come fa Omero in un’isola “Eolia” il regno di Eolo ma in una terra, posta probabilmente in un massicico montuoso del Sahara. Infatti specifica che da qui si generano gli Austri, tipici venti di Sud-Est. Inoltre i venti che aggrediscono la flotta troiana, tranne Aquilone, sono tutti venti meridionali! Che non sia un’isola lo si potrebbe dedurre dal fatto che prima di irrompere in mare contro Enea, i venti terras perflant, spazzano le terre.Virgilio ricalca la figura di “Eolo” da Omero così come quella dei Venti, demoni dell’aria e figli del Titano Astreo e dell’Aurora. A differenza di Eolo, peraltro figlio di Nettuno, i Venti sono oggetto di devozione popolare. Una importante “Sacerdotessa dei Venti” è ricordata in una iscrizione cretese (Knossos Corpus, Tavoletta Fp (1)1). Ai Venti pare che si sacrificassero vittime umane e più tardi, agnelli bianchi o neri, a seconda che essi fossero benefici o meno. Erano rappresentati come uomini anziani alati e dai lunghi capelli. Ecco i loro nomi: Borea o Aquilone, da Nord; Zefiro o Favonio, da Ovest; Noto o Austro, da Sud; Africo o Libeccio, da Sud-Ovest; Euro o Argeste o ancora Volturno, da Sud-Est; Subsolano o Apoliotes da Est; Grecale o Cecia, da Nord-Est; Schirone, da Ovest-Nord-Ovest.Virgilio usa il plurale poiché sottintende che con uno “scettro” Eolo ammansisca i Venti e con l’altro li susciti. Come si evince più sotto, Eolo in realtà impugna un’asta, i cui vertici hanno il potere di sciogliere o rinserrare i Venti[10].Il “padre onnipotente” è Giove.

Giunone si rivolse quindi ad esso: “Eolo, tu che hai ricevuto da Giove il mandato di governare i Venti, sappi che la gente che odio naviga il Tirreno alla volta del Lazio allo scopo di fondare una nuova Troia, recando con sè i vinti Penati. Ti prego, usa i tuoi Venti per scatenargli contro una tempesta affinchè facciano naufragio. In cambio, ti offro come moglie fedele Deiopea, la più bella delle mie 14 ninfe preferite”. Eolo non si fece pregare e immediatamente fece uscire Euro, Noto, Africo e Aquilone che irruppero in tempesta sulla flotta troiana.

Ad quem tum Iuno supplex his vocibus usa est: 'Aeole, namque tibi divom pater atque hominum rex et mulcere dedit fluctus et tollere vento, gens inimica mihi Tyrrhenum navigat aequor, Ilium in Italiam portans victosque Penates: incute vim ventis submersasque obrue puppes, aut age diversos et disiice corpora ponto. Sunt mihi bis septem praestanti corpore nymphae, quarum quae forma pulcherrima Deiopea, conubio iungam stabili propriamque dicabo, omnis ut tecum meritis pro talibus annos exigat, et pulchra faciat te prole parentem.' Aeolus haec contra: 'Tuus, o regina, quid optes explorare labor; mihi iussa capessere fas est. Tu mihi, quodcumque hoc regni, tu sceptra Iovemque concilias, tu das epulis accumbere divom, nimborumque facis tempestatumque potentem.' Haec ubi dicta, cavum conversa cuspide montem impulit in latus: ac venti, velut agmine facto, qua data porta, ruunt et terras turbine perflant. Incubuere mari, totumque a sedibus imis una Eurusque Notusque ruunt creberque procellis Africus, et vastos volvunt ad litora fluctus. Insequitur clamorque virum stridorque rudentum. Eripiunt subito nubes caelumque diemque Teucrorum ex oculis; ponto nox incubat atra. Intonuere poli, et crebris micat ignibus aether, praesentemque viris intentant omnia mortem.

Ilio” è sinonimo di Troia. Ilo fu infatti l’antenato di Enea diretto discendente di Dardano e figlio di Troo, a cui dedicò la fondazione della città.I “Penati” sono potenze invisibili tipiche della tradizione latina (identici ai Lari della tradizione etrusca e ai Terafim di quella ebraica), energie promananti dagli antenati che fornivano il sostentamento e la protezione della più antica famiglia latina. Venivano rappresentati in maniera fittile come statuine conservate gelosamente nel penetrale (penus) della casa, costituendo infatti l’identità stessa di ogni nucleo familiare. Secondo Fustel de Coulanges i Penati erano infatti gli antenati, sepolti sotto il pavimento della più antica abitazione latina. Nell’Eneide di Virgilio i Penati assumono però, esplicitamente, un’altra connotazione. Sono i “Grandi Dei” di Samotracia, i Palladii, che gli Eneadi – come scrisse già Varrone - avrebbero recato nel Lazio e a cui vennero eretti templi sia a Lavinio che ad Alba ed infine a Roma col nome di “Dei Penati”. L’erudito e iniziato romano Nigidio Figulo nonché Cornelio Labeone ipotizzano che questi Dei fossero nient’altro che Apollo e Nettuno, cioè coloro che contribuirono a edificare Troia. Macrobio, senza citare la fonte, riporta l’opinione, peraltro di carattere più speculativo e astratto, che li identifica in Giove, Giunone e Minerva. Pure Vesta farebbe parte di questa associazione. Anche Cassio Emina e Claudio Igino si occuparono dell’origine di questi Dei, dimostrando con ciò il grande interesse dei Romani per un mito “esotico” di cui non si sapeva praticamente nulla![11] (Vedi anche l’Appendice alla voce DIONISIO DI ALICARNASSO).Due volte sette”, cioè quattordici, è il numero di una mezza lunazione (i 14 giorni di maggiore illunazione) che identifica Giunone come Dea della luna piena. ║“Ninfe”, energie sottili della natura polarizzate in senso femminile e divinizzate antropomorficamente come seducenti fanciulle, corrispettive dei maschili Satiri. I latini le chiamavano anche lymphae (da “linfa”), con il che si evidenzia meglio il loro carattere di energie occulte e latenti, celate dietro l’aspetto manifestato della natura. Essendo delle energie di polarità negativa la mitologia le ha sempre raffigurate perenni vittime degli assalti erotici dei loro corrispettivi poli positivi; quasi tutte le divinità maschili hanno avuto, chi più chi meno, a che fare con queste creature equoree e diafane. Da succube delle divinità maschili esse però diventavano incube di quegli uomini che si lasciavano sedurre dalla loro malìa, ovvero attrarre dall’iper-polarizzazione del loro elemento occulto, l’acqua. Celebre è il caso di quegli uomini che grazie al contatto con una ninfa – come nel caso di Numa con Egeria – godettero di una saggezza inusuale. Con caratteristiche a volte inquietanti erano raffigurate tra gli Etruschi col nome di Lases.Lo “stabile connubio” con Deiopea che Giunone promette ad Eolo è una delle tante enfatizzazioni virgiliane che ricalcano la politica religiosa di Augusto, basata sulla morigeratezza di costumi ormai tramontati nella Roma imperiale.

Enea, atterrito dall’immane tempesta, si rivolge supplice al cielo rimpiangendo di non essere morto sotto le mura di Troia assieme a tanti valorosi, ma in quel mentre una raffica di Aquilone lo fa naufragare sulle secche delle Sirti assieme ai compagni, facendo perire la nave del licio Oronte con l’intero equipaggio.

Extemplo Aeneae solvuntur frigore membra: ingemit, et duplicis tendens ad sidera palmas talia voce refert: 'O terque quaterque beati, quis ante ora patrum Troiae sub moenibus altis contigit oppetere! O Danaum fortissime gentis Tydide! Mene Iliacis occumbere campis non potuisse, tuaque animam hanc effundere dextra, saevus ubi Aeacidae telo iacet Hector, ubi ingens Sarpedon, ubi tot Simois correpta sub undis scuta virum galeasque et fortia corpora volvit?' Talia iactanti stridens Aquilone procella velum adversa ferit, fluctusque ad sidera tollit. Franguntur remi; tum prora avertit, et undis dat latus; insequitur cumulo praeruptus aquae mons. Hi summo in flucta pendent; his unda dehiscens terram inter fluctus aperit; furit aestus harenis. Tris Notus abreptas in saxa latentia torquet (saxa vocant Itali mediis quae in fluctibus aras dorsum immane mari summo), tris Eurus ab alto in brevia et Syrtis urguet, miserabile visu, inliditque vadis atque aggere cingit harenae. Unam, quae Lycios fidumque vehebat Oronten, ipsius ante oculos ingens a vertice pontus in puppim ferit: excutitur pronusque magister volvitur in caput; ast illam ter fluctus ibidem torquet agens circum, et rapidus vorat aequore vortex. Adparent rari nantes in gurgite vasto, arma virum, tabulaeque, et Troia gaza per undas. Iam validam Ilionei navem, iam fortis Achati, et qua vectus Abas, et qua grandaevus Aletes, vicit hiems; laxis laterum compagibus omnes accipiunt inimicum imbrem, rimisque fatiscunt.

Tidide” è il greco Diomede, in quanto figlio di Tideo.Eacide” è il greco Achille in quanto nipote di Eaco, re dei Mirmidoni.Le “Are” o altari di Nettuno sarebbero stati i relitti di un’isola dove Romani e Cartaginesi avevano stabilito il confine marittimo tra le due potenze (ci sarebbe notizia in alcuni autori latini). Poi l’isola sarebbe stata sommersa lasciando affiorare soltanto questi scogli dove i Cartaginesi si recavano talora per celebrare qualche sacrificio. Ancora ieri, nel Canale di Sicilia, si è avuta notizia dell’isola vulcanica Ferdinandea, apparsa e scomparsa più volte a causa di movimenti tettonici. Sempre che la notizia non sia una fantasia che Virgilio ha ripresa dai Greci che volevano trasporre la leggenda del confine cartaginese terrestre dell’ara dei Fileni, posta di fronte alle Sirti, che divideva Cartagine da Cirene.La Grande e la Piccola “Sirte” sono due larghi golfi (oggi Sidra e Gabes: il primo di bassi fondali ed il secondo di coste rocciose) posti moltissimo più a sud di Cartagine, nell’odierna Libia, il che rende inverosimile l’episodio: Virgilio, pur essendo a conoscenza dei bassi fondali della prima Sirte non ha una adeguata conoscenza della topografia africana[12]. Ciò si evince agevolmente anche dal successivo episodio del banchetto offerto da Didone: Ascanio, chiamato dal padre giunge dalla spiaggia alla mensa di Didone nel giro di pochissimo tempo (né è valida l’obiezione che si trattasse dell’alato Cupido travestito: con lui infatti erano anche altri Troiani in carne ed ossa).

Richiamato dal grande scompiglio il Dio Nettuno emerge col volto a fior d’acqua, scorgendo la scena del naufragio e la tempesta; né gli sfuggono le macchinazioni ordite dalla sorella Giunone. Adirato perché altri ha osato sconvolgere elementi su cui lui soltanto ha competenza, chiama a se i Venti colpevoli e li ricaccia in Eolia con la minaccia di dure sanzioni e con l’ordine di riferire ad Eolo di non interferire più in un ambito che non gli compete. Fatto ciò, il Dio si affretta, con l’aiuto delle divinità Cimotoe e Tritone, a disincagliare le navi di Enea e riporta il sereno in cielo e mare volando a fior d’acqua sul cocchio tirato dai suoi cavalli. I naufraghi possono così mettersi in salvo sulla prospiciente costa africana.

Interea magno misceri murmure pontum, emissamque hiemem sensit Neptunus, et imis stagna refusa vadis, graviter commotus; et alto prospiciens, summa placidum caput extulit unda. Disiectam Aeneae, toto videt aequore classem, fluctibus oppressos Troas caelique ruina, nec latuere doli fratrem Iunonis et irae. Eurum ad se Zephyrumque vocat, dehinc talia fatur: 'Tantane vos generis tenuit fiducia vestri? Iam caelum terramque meo sine numine, venti, miscere, et tantas audetis tollere moles? Quos ego…sed motos praestat componere fluctus. Post mihi non simili poena commissa luetis. Maturate fugam, regique haec dicite vestro: non illi imperium pelagi saevumque tridentem, sed mihi sorte datum. Tenet ille immania saxa, vestras, Eure, domos; illa se iactet in aula Aeolus, et clauso ventorum carcere regnet.' Sic ait, et dicto citius tumida aequora placat, collectasque fugat nubes, solemque reducit. Cymothoe simul et Triton adnixus acuto detrudunt navis scopulo; levat ipse tridenti; et vastas aperit syrtis, et temperat aequor, atque rotis summas levibus perlabitur undas. Ac veluti magno in populo cum saepe coorta est seditio, saevitque animis ignobile volgus, iamque faces et saxa volant, furor arma ministrat; tum, pietate gravem ac meritis si forte virum quem conspexere, silent, arrectisque auribus adstant; ille regit dictis animos, et pectora mulcet: sic cunctus pelagi cecidit fragor, aequora postquam prospiciens genitor caeloque invectus aperto flectit equos, curruque volans dat lora secundo. Defessi Aeneadae, quae proxima litora, cursu contendunt petere, et Libyae vertuntur ad oras.

Il Dio del mare “Nettuno” è la trasposizione romana del greco Poseidone ma tra i latini arcaici Neptunus era il Dio delle acque interne.Nettuno ha il “volto placido” in quanto olimpico signore del mare, reggente imperturbabile dell’ordinata e regolare vita acquatica.Cimotoe” è una Nereide mentre “Tritone” (e i tritoni suoi raddoppiamenti) un antichissimo Dio mediterraneo declassato dopo l’invasione delle stirpi indoeuropee. Forse non è un caso se Virgilio abbina Tritone e la zona della Sirte poiché, secondo gli Antichi, nel prospiciente entroterra, sarebbe esistito un fiume ed un lago Tritonide, retaggio di una civiltà pre-sahariana cui non sarebbe estraneo il mito di Atena Tritonia.[13]E’ “genitore” e causa agente di tutto il mondo acquatico.Gli Eneadi, come ripetiamo più sotto, non sono i Troiani ma il gruppo gentilizio di Enea, anche se Virgilio li vuole accreditare come Troiani per eccellenza.

Enea con sette navi entra in un’insenatura protetta della costa, dotata di buoni ripari sia per le navi che per gli uomini. Appena a terra gli uomini si danno da fare: chi asciuga ciò che è stato bagnato, chi accende il fuoco mentre il duce troiano, dopo aver cercato invano con lo sguardo tracce sul mare delle rimanenti navi, scorge nell’entroterra un branco di cervi guidato da tre maschi; egli ne approfitta e ne uccide sette, uno per ogni equipaggio. Spartita la carne, così incoraggia i compagni: “Vedrete che alfine un Dio porrà fine ai nostri travagli. Voi che avete passato tante traversie un giorno riderete parlando di quest’ultime. Ma noi dobbiamo tendere al Lazio, là dove gli oracoli ci assegnano una patria certa, là dove dovrà risorgere il regno di Troia”. Poi tutti si dettero a mangiare e a meditare sulla triste situazione.

Est in secessu longo locus: insula portum efficit obiectu laterum, quibus omnis ab alto frangitur inque sinus scindit sese unda reductos. Hinc atque hinc vastae rupes geminique minantur in caelum scopuli, quorum sub vertice late aequora tuta silent; tum silvis scaena coruscis desuper horrentique atrum nemus imminet umbra. Fronte sub adversa scopulis pendentibus antrum, intus aquae dulces vivoque sedilia saxo, nympharum domus: hic fessas non vincula navis ulla tenent, unco non alligat ancora morsu. Huc septem Aeneas collectis navibus omni ex numero subit; ac magno telluris amore egressi optata potiuntur Troes harena, et sale tabentis artus in litore ponunt. Ac primum silici scintillam excudit Achates, succepitque ignem foliis, atque arida circum nutrimenta dedit, rapuitque in fomite flammam. Tum Cererem corruptam undis cerealiaque arma expediunt fessi rerum, frugesque receptas et torrere parant flammis et frangere saxo. Aeneas scopulum interea conscendit, et omnem prospectum late pelago petit, Anthea si quem iactatum vento videat Phrygiasque biremis, aut Capyn, aut celsis in puppibus arma Caici. Navem in conspectu nullam, tris litore cervos prospicit errantis; hos tota armenta sequuntur a tergo, et longum per vallis pascitur agmen. Constitit hic, arcumque manu celerisque sagittas corripuit, fidus quae tela gerebat Achates; ductoresque ipsos primum, capita alta ferentis cornibus arboreis, sternit, tum volgus, et omnem miscet agens telis nemora inter frondea turbam; nec prius absistit, quam septem ingentia victor corpora fundat humi, et numerum cum navibus aequet. Hinc portum petit, et socios partitur in omnes. Vina bonus quae deinde cadis onerarat Acestes litore Trinacrio dederatque abeuntibus heros, dividit, et dictis maerentia pectora mulcet: 'O socii (neque enim ignari sumus ante malorum) o passi graviora, dabit deus his quoque finem. Vos et Scyllaeam rabiem penitusque sonantis accestis scopulos, vos et Cyclopea saxa experti: revocate animos, maestumque timorem mittite: forsan et haec olim meminisse iuvabit. Per varios casus, per tot discrimina rerum tendimus in Latium; sedes ubi fata quietas ostendunt; illic fas regna resurgere Troiae. Durate, et vosmet rebus servate secundis.' Talia voce refert, curisque ingentibus aeger spem voltu simulat, premit altum corde dolorem. Illi se praedae accingunt, dapibusque futuris; tergora deripiunt costis et viscera nudant; pars in frusta secant veribusque trementia figunt; litore aena locant alii, flammasque ministrant. Tum victu revocant vires, fusique per herbam implentur veteris Bacchi pinguisque ferinae. Postquam exempta fames epulis mensaeque remotae, amissos longo socios sermone requirunt, spemque metumque inter dubii, seu vivere credant, sive extrema pati nec iam exaudire vocatos. Praecipue pius Aeneas nunc acris Oronti, nunc Amyci casum gemit et crudelia secum fata Lyci, fortemque Gyan, fortemque Cloanthum.

L’”insenatura protetta” dove approdano in salvo gli Eneadi è anch’essa una pura fantasia che ricalca ancora una volta Omero (Od.13,96-112), nella descrizione che quest’ultimo fa del porto di Itaca e dell’antro delle ninfe.Le navi sono dette “frigie” in quanto Troia era città della Frigia. Come ci viene riferito da Plinio (NH. 8.51) in Africa non ci sarebbero stati “cervi”!║ “Aceste”, figlio della troiana Egesta (o Segesta) che fu inviata nella Sicilia occidentale prima della Guerra troiana.║Scilla” è un’antichissima divinità pelasgica così come Cariddi. La localizzazione fattane dagli autori classici nello stretto di Messina è tardiva e non originale.I “Ciclopi” sono divinità telluriche legate alle attività vulcaniche dell’Etna e delle Eolie così come i Coribanti e i Telchini.Virgilio accredita la tesi che “è volontà del Destino che risorga Troia”. In realtà gli Antichi deducevano colonie o si spostavano (p.e. le ‘Primavere Sacre’ degli Italici) in base al movimento fortuito di un animale, cioè seguendo il criterio dell’analogia. Già nello stesso poema si vede come la destinazione degli Eneadi – che non sono i Troiani nel loro complesso ma soltanto un loro gruppo gentilizio – è diversamente interpretata dagli Oracoli. Infatti altri Troiani fondarono altre città: con il che si vede bene che l’approdo nel Lazio degli Eneadi è ben lungi dall’essere quell’evento fatidico e fatale attribuitogli dalla mitologia politica romana, ma solo un episodio di una più vasta emigrazione!

In quel momento Giove stava scrutando dall’alto la gran massa delle terre e del mare ed in particolare le terre del dominio cartaginese; la Dea Venere, madre di Enea, gli si rivolge con parole accorate e gli occhi lucidi: “Cosa ti ha fatto Enea e cosa ti hanno fatto i Troiani perché tu gli sia così d’inciampo? Eppure un giorno mi dicesti che dal sangue troiano sarebbero sorti i Romani e che essi avrebbero dominato il mondo. Questa predizione mi consolò per la perdita di Troia. Tu però non sembri voler adempiere a questa promessa mentre hai permesso che un altro troiano, Antenore, giungesse in Italia e fondasse Padova”. Giove bonario le rispose rassicurandola con queste parole: “Manterrò la promessa e vedrai sorgere la città di Lavinio e innalzata fino alle stelle la gloria di Enea. Ma poiché sei così apprensiva ti dirò di più: giunto nel Lazio, Enea sosterrà una grande guerra e dopo tre anni sarà il vincitore assoluto dominando tutta la regione. Dopodichè suo figlio Ascanio (che assumerà il nome di Iulo) regnerà per trenta anni e porterà la capitale del regno da Lavinio ad Alba Longa. Dopo trecento anni una vestale incinta di Marte darà alla luce due gemelli e, dal nome di uno di essi, Romolo, deriverà Roma e i Romani ai quali non pongo limite né di tempo né di dominio. La stessa Giunone, che ora li avversa, diverrà assieme a me la protettrice di quella gente. Così stabilisce il Destino. Verrà anche il giorno in cui questa stirpe troiana conquisterà la Grecia e dal suo nobile sangue verrà, discendente di Iulo, Giulio Cesare, che porterà i confini di Roma fin sull’Oceano e conquisterà l’Oriente; infine sarà assunto in cielo accanto ad Enea. Allora si instaurerà un’epoca di pace”.

Et iam finis erat, cum Iuppiter aethere summo despiciens mare velivolum terrasque iacentis litoraque et latos populos, sic vertice caeli constitit, et Libyae defixit lumina regnis. Atque illum talis iactantem pectore curas tristior et lacrimis oculos suffusa nitentis adloquitur Venus: 'O qui res hominumque deumque aeternis regis imperiis, et fulmine terres, quid meus Aeneas in te committere tantum, quid Troes potuere, quibus, tot funera passis, cunctus ob Italiam terrarum clauditur orbis? Certe hinc Romanos olim, volventibus annis, hinc fore ductores, revocato a sanguine Teucri, qui mare, qui terras omni dicione tenerent, pollicitus, quae te, genitor, sententia vertit? Hoc equidem occasum Troiae tristisque ruinas solabar, fatis contraria fata rependens; nunc eadem fortuna viros tot casibus actos insequitur. Quem das finem, rex magne, laborum? Antenor potuit, mediis elapsus Achivis, Illyricos penetrare sinus, atque intima tutus regna Liburnorum, et fontem superare Timavi, unde per ora novem vasto cum murmure montis it mare proruptum et pelago premit arva sonanti. Hic tamen ille urbem Patavi sedesque locavit Teucrorum, et genti nomen dedit, armaque fixit Troia; nunc placida compostus pace quiescit: nos, tua progenies, caeli quibus adnuis arcem, navibus (infandum!) amissis, unius ob iram prodimur atque Italis longe disiungimur oris. Hic pietatis honos? Sic nos in sceptra reponis?' Olli subridens hominum sator atque deorum, voltu, quo caelum tempestatesque serenat, oscula libavit natae, dehinc talia fatur: 'Parce metu, Cytherea: manent immota tuorum fata tibi; cernes urbem et promissa Lavini moenia, sublimemque feres ad sidera caeli magnanimum Aenean; neque me sententia vertit. Hic tibi (fabor enim, quando haec te cura remordet, longius et volvens fatorum arcana movebo) bellum ingens geret Italia, populosque feroces contundet, moresque viris et moenia ponet, tertia dum Latio regnantem viderit aestas, ternaque transierint Rutulis hiberna subactis. At puer  Ascanius, quoi nunc cognomen Iulo additur (Ilus erat, dum res stetit Ilia regno), triginta magnos volvendis mensibus orbis imperio explebit, regnumque ab sede Lavini transferet, et longam multa vi muniet Albam. Hic iam ter centum totos regnabitur annos gente sub Hectorea, donec regina sacerdos, Marte gravis, geminam partu dabit Ilia prolem. Inde lupae fulvo nutricis tegmine laetus Romulus excipiet gentem, et Mavortia condet moenia, Romanosque suo de nomine dicet. His ego nec metas rerum nec tempora pono; imperium sine fine dedi. Quin aspera Iuno, quae mare nunc terrasque metu caelumque fatigat, consilia in melius referet, mecumque fovebit Romanos rerum dominos gentemque togatam: sic placitum. Veniet lustris labentibus aetas, cum domus Assaraci Phthiam clarasque Mycenas servitio premet, ac victis dominabitur Argis. Nascetur pulchra Troianus origine Caesar, imperium oceano, famam qui terminet astris, Iulius, a magno demissum nomen Iulo. Hunc tu olim caelo, spoliis Orientis onustum, accipies secura; vocabitur hic quoque votis. Aspera tum positis mitescent saecula bellis; cana Fides, et Vesta, Remo cum fratre Quirinus, iura dabunt; dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus, saeva sedens super arma, et centum vinctus aenis post tergum nodis, fremet horridus ore cruento.'

Il “Giove” dell’Eneide è la trasposizione dello Zeus greco, indoeuropeo e patriarcale, subordinato però, nella particolare visione teologica di Augusto, ad un Fato oscuro e ineluttabile alla cui concezione non dovrebbero essere estranee influenze etrusche (Mecenate?).Anche “Venere” è nell’Eneide la trasposizione della greca Afrodite. La Venus degli Italici fu tardivamente accolta nel pantheon romano (il suo primo tempio a Roma risale al 295 a.c.) e divenne in seguito, dapprima con Silla e poi con Pompeo e Giulio Cesare che l’aveva retoricamente assunta quale capostipite della sua dinastia Iulia, divinità tutelare dello stato romano, raggiungendo il suo apice sotto Traiano, che identificò il suo culto con quello della stessa dea Roma. A parte questi artifici retorici – che anche Virgilio utilizzò - la vera Venus era una Dea assolutamente diversa, molto simile a Circe ed altre figlie del Sole.Su “Antenore”, importante personalità troiana, si narrava che fosse un traditore dei Troiani a favore dei Greci. In realtà si tratta di un’ipotesi sviluppata dopo la stesura dell’Iliade a causa del suo ruolo diplomatico nella vicenda del rapimento di Elena. Una tradizione ritenuta tarda ma in realtà riscontrabile nell’opera di Sofocle e poi di Eforo, vuole che Antenore, assieme al popolo anatolico dei Veneti, avesse fondato la città di Padova. Col termine di Antenoridi si designavano, per esempio in Pindaro, i Troiani in generale, cosicchè non si può sapere se le colonizzazioni di vari luoghi nel Mediterraneo attribuiti ad Antenore non vadano invece ricondotti al più generale fenomeno della “diaspora troiana” che poi, in realtà, non è troiana ma greca. Circa la colonizzazione greca dell’Adriatico, vari scrittori antichi segnalavano la differenza di questi Veneti di Antenore dall’analogo popolo celtico con lo stesso nome, confermando in tal modo l’orientalità del popolo stabilitosi nella regione omonima. Anche l’eroe omerico Diomede, dopo aver colonizzato una parte della Puglia, secondo una leggenda si sarebbe stabilito nel territorio dei Veneti; avrebbe fondato la città di Spina e goduto di un culto nel santuario a lui dedicato alle foci del Timavo. La leggenda di Diomede, originatasi nella Puglia settentrionale (Daunia) si diffuse in tutta Italia, tanto da essere considerato il fondatore di Lanuvio, a pochi chilometri da quella Lavinio che avrebbe fondato Enea!Il “regno dei Liburni” così come la descrizione della regione attraversata da Antenore è una eccessiva generalizzazione di Virgilio per indicare alcuni luoghi dell’Italia Nord-orientale. Il viaggio dei troiani Antenoridi attesta comunque – se si debbono identificare gli Etruschi con i Troiani - che quest’ultimi penetrarono in Italia risalendo l’Adriatico, approdando nella pianura Padana e colonizzando la Toscana dai valichi appenninici.║Che gli Eneadi siano “progenie” di Giove è enfatizzazione virgiliana: nella mitologia greca è difficile scorgere qualcuno che non sia disceso da Zeus!Citerea” è appellativo di Venere; Citera è l’isola tra il Peloponneso e Creta cara alla Dea.Lavinio” (odierna Pratica di Mare, vicino Roma) sarà la città che Enea fonderà poco dopo essere giunto nel Lazio. A poca distanza da Lavinio, oggi Pratica di Mare, sorgono le rovine di Lanuvio, dove era molto venerata la dea Giunone. E’ curioso – ma forse non troppo - il fatto che le due località praticamente abbiano lo stesso nome (c’è solo una metatesi) ed è curioso che anche la parola Lazio (Latium) sia rintracciabile all’interno delle due precedenti parole! Lavinio, che sorgeva poco distante dalla foce del Numicio, non fu mai fondata da Enea in quanto non era altro che una delle città della confederazione latina. Gli antichi identificavano le due parole Lavinio e Laurento come si trattasse di una stessa località, tanto che Servio la chiama anche laurolavinio. Aristotele scrisse che uno dei nomi di Lavinio era Latinion. In effetti se l’esatta lettura di Lavinio è “Latinio” proprio per lo stesso motivo per cui re Latino non è chiamato re “Lavinio” (mentre Lavinia avrebbe potuto chiamarsi “Latinia”), potremmo ipotizzare che il vero nome della città corrispondesse all’indicazione di Aristotele. Noi però ipotizziamo il nome Laurento, per i motivi che spiegheremo trattando di questo termine nel Libro VII. A Lavinio si mostra ancora oggi il mausoleo di Enea, recentemente scoperto. In realtà la struttura, tarda, fu edificata su una preesistente tomba.Giove preannunzia a Venere che Enea porterà in Italia “una grande guerra” e, come se ciò non bastasse, “abbatterà popoli valorosi e imporrà alle genti proprie costumanze e città”. Sembra di leggere le promesse che Jahvè fece a Giosuè circa la Terra Promessa: toglietevi che mi ci metto io!I “Rutuli”, popolo laziale (in realtà veri e propri Latini) guidato dal re Turno che sarà il principale oppositore degli Eneadi.Ascanio” figlio di Enea e di una certa Euridice (ma Virgilio lo attribuisce a Creusa), assumerà nel Lazio il nome di Iulo. Uno sfacciato artificio voluto per accreditare la derivazione della gens Iulia cui appartenevano Cesare e Ottaviano, direttamente da Enea. Analoghi artifici Virgilio creerà per le gentes Cluentia e Gegania dalle figure dei troiani Gyas e Cloantho; quella Sergia da Sergesto, la Memmia da Mnesteo. Secondo il racconto di Dionigi di Alicarnasso, Ascanio non sarebbe mai partito con il padre ma avrebbe fatto ritorno a Troia quando i Greci si ritirarono dalla città.I “trenta grandi mesi” sono l’arcaico modo di computare il tempo in base al calendario lunare: un grande mese non è altro che l’insieme delle 13 lunazioni che formano un anno.Secondo Virgilio, morto Enea, il suo successore dedusse trent’anni dopo lo sbarco nel Lazio (nel 1151), una nuova capitale che denominò “Alba Longa”, probabilmente l’odierna Castelgandolfo. Anziché Lavinio, Alba fu la vera capitale della confederazione latina, grazie alla sua posizione strategica sui colli Albani e preesisteva al supposto sbarco degli Eneadi. Lavinio fu solo un importante centro religioso.La “gente ettorea” sono sempre gli Eneadi ma Virgilio, ancora una volta, omologandoli alla stirpe di Ettore figlio di Priamo, li fa Troiani per eccellenza!Ilia, alta sacerdotessa” di Albalonga (anche Nevio la chiama Ilia anziché Rhea Silvia come fa Tito Livio) rimasta incinta del Dio Marte, da alla luce i Gemelli Romolo e Remo. Nella zona di Lavinio era fiorente in epoca storica un santuario di Athena Ilia (cioè Troiana).║“Mavorte”. Si tratta di un arcaismo per dire Marte. Prima della grecizzazione di Marte con Ares, gli italici lo veneravano come Mamers, Mavers o Mavors.║L”imperio senza fine” che Giove conferisce ai Romani è indubitabile purchè lo si identifichi in quel filum conduttore che si è passato la mano dal crepuscolarismo etrusco all’attuale apocalittismo cristiano.║Giunone favorirà i Romani, padroni del mondo e stirpe togata”, farà la pace con loro…ma soltanto alla fine dell’ultimo libro, come dire: sarà sempre nemica di Roma e degli Eneadi! Svetonio (40,8) riferisce proprio come parole testuali di Augusto “Romanos, rerum dominos, gentemque togatam!” pronunciate a mò di rimprovero allorchè nel Foro vide i Romani vestiti con dei “cappotti” neri che ricoprivano le toghe bianche. Dette quindi ordine che si tornasse alla prisca abitudine di sostare nel foro con la sola toga. Questa è una ulteriore ed anche sfacciata prova di quanto Virgilio fosse (o dovesse) essere ligio alle linee-guida della politica augustea. Non è facile per i lettori moderni capire quanto i testi letterari dell’antichità siano stati anche degli strumenti politici. In ogni caso la toga per i Romani antichi aveva un vero e proprio valore sacrale, tant’è vero che a seconda di come la si indossava (si veda il cinctus gabinus di cui parla Varrone) si potevano assumere varie funzioni.║la “casa di Assaraco” è la discendenza di Dardano da cui venne Enea. L’altra, quella di Ettore, discendeva da Dardano attraverso Ilo, fratello di Assaraco (vedi in appendice LA DOPPIA DISCENDENZA DARDANIDE)║Giulio Cesare “carico delle spoglie dell’Oriente”. In realtà il vero conquistatore dell’Oriente fu Pompeo, che nel 64 a.C. aveva sconfitto i Seleucidi, occupato Gerusalemme e imposto la sua protezione all’Egitto.║Giove profetizza che dopo tanto sangue “legifereranno assieme Remo e suo fratello Quirino (Romolo)”. Quest’ultimo è uno dei versi-cardine per dimostrare che l’Eneide è stata congeniata a tavolino per fungere da strumento propagandistico al nuovo corso augusteo. Ciò per noi è evidente in quanto sappiamo che Romolo uccise Remo e quindi l’assurdità di questa “riconciliazione postuma” salta agli occhi, ma non era altrettanto evidente per i contemporanei di Virgilio. Al suo tempo era praticamente perso il ricordo della tragica rivalità fra i due fratelli e una sapiente operazione di restauro politico aveva imposto la credenza che Roma venisse fondata da entrambi. Quando Ovidio alcuni anni dopo Virgilio si accinse a scrivere – sempre con il “dovere” di assecondare la politica augustea – I Fasti, commise l’errore di ricordare ai Romani la verità, e venne esiliato. La gravità – non immediatamente palese – la si capisce grazie alla ricostruzione del retroscena del nuovo mito gemellare. Spieghiamo il problema, avvalendoci di una scarna notizia di Servio (“VERA TAMEN HOC HABET RATIO, QUIRINUM AUGUSTUM ESSE, REMUM VERO PRO AGRIPPA POSITUM”. I,292) e di una più ampia analisi di T.P. Wiseman (Remus: un mito di Roma). Romolo e Remo in questo verso di Virgilio non sarebbero altri che Augusto e suo genero Agrippa. Pare che fosse nelle intenzioni di Augusto quella di proseguire in forma dinastica e a vita la formula binaria della magistratura consolare. I figli di Augusto, Tiberio e Druso, sarebbero stati i successori. Tragiche vicende familiari (con la morte di Druso e dei figli di Agrippa: Gaio e Lucio) sconvolgeranno poi tutto questo disegno, ma fino a quel momento tutto era stato orchestrato per fondare un nuovo mito di Romolo e Remo, fatto che non era assolutamente estraneo alla consapevolezza del popolo romano, in quanto Augusto aveva fatto in modo che anche nella vita materiale sua e di Agrippa si verificassero delle coincidenze che assommassero in loro due quell’antica gemellarità. Il tutto era stato perfezionato con la ricostruzione del tempio di Quirino e con le esplicite immagini che lo guarnivano. Virgilio mise il suggello con la sua grande opera propagandistica, con la profezia fatta da Giove a Venere e con il verso che qui noi abbiamo evidenziato. Ovidio, all’opposto, non sappiamo quanto involontariamente, distrusse questo progetto rivelando a tutti nella sua opera sul calendario sacro di Roma la vera leggenda, quella che parlava del fratricidio. E’ facile immaginare quali ombre di dubbio tutto ciò poteva gettare sulla pubblica opinione la figura di Romolo-Augusto-assassino! Il disegno augusteo si era già dissolto per le disgrazie familiari ma ora Ovidio ne faceva crollare anche la sovrastruttura ideale.

Detto ciò Giove inviò a Cartagine il Dio Mercurio affinchè predisponesse magicamente i Cartaginesi a favore dei naufraghi, ché li accogliessero benevolmente. Intanto Enea, col nuovo giorno, si avvia in esplorazione del territorio in compagnia del fido Acate. La madre Venere decide di apparirgli sotto le spoglie di una locale cacciatrice: “Giovani – dice rivolgendosi a loro – avete forse visto aggirarsi qui intorno una delle mie sorelle intente nella caccia?”. Gli rispose Enea: “No, non le vedemmo…ma tu, chi sei che hai l’aspetto di una Dea più che di una mortale? "Dux femina facti"Siici benigna e racconta a noi, poveri naufraghi, in che terra siamo approdati. Io ti compenserò sacrificandoti di mia mano molte vittime”. E Venere: “Oh, non sono una Dea ma una fanciulla fenicia, originaria di Tiro che ora vive qui in Africa in una nuova città. La nostra regina è Didone fuggiasca da Tiro per le macchinazioni di Pigmalione, che le uccise il marito. Partita con un gruppo di esuli e con le ingenti ricchezze svelategli dal coniuge in sogno, approdò qui, dove ora vedi la città in costruzione. Ma voi chi siete? Da dove venite? Dove siete diretti?”.

Haec ait, et Maia genitum demittit ab alto, ut terrae, utque novae pateant Karthaginis arces hospitio Teucris, ne fati nescia Dido finibus arceret: volat ille per aera magnum remigio alarum, ac Libyae citus adstitit oris. Et iam iussa facit, ponuntque ferocia Poeni corda volente deo; in primis regina quietum accipit in Teucros animum mentemque benignam. At pius Aeneas, per noctem plurima volvens, ut primum lux alma data est, exire locosque explorare novos, quas vento accesserit oras, qui teneant, nam inculta videt, hominesne feraene, quaerere constituit, sociisque exacta referre classem in convexo nemorum sub rupe cavata arboribus clausam circum atque horrentibus umbris occulit; ipse uno graditur comitatus Achate, bina manu lato crispans hastilia ferro. Cui mater media sese tulit obvia silva, virginis os habitumque gerens, et virginis arma Spartanae, vel qualis equos threissa fatigat Harpalyce, volucremque fuga praevertitur Hebrum. Namque umeris de more habilem suspenderat arcum venatrix, dederatque comam diffundere ventis, nuda genu, nodoque sinus collecta fluentis. Ac prior, 'Heus' inquit 'iuvenes, monstrate mearum vidistis si quam hic errantem forte sororum, succinctam pharetra et maculosae tegmine lyncis, aut spumantis apri cursum clamore prementem.' Sic Venus; et Veneris contra sic filius orsus: 'Nulla tuarum audita mihi neque visa sororum, o quam te memorem, virgo? Namque haud tibi voltus mortalis, nec vox hominem sonat: O, Dea certe, an Phoebi soror? an nympharum sanguinis una? sis felix, nostrumque leves, quaecumque, laborem, et, quo sub caelo tandem, quibus orbis in oris iactemur, doceas. Ignari hominumque locorumque erramus, vento huc vastis et fluctibus acti: multa tibi ante aras nostra cadet hostia dextra.' Tum Venus: 'Haud equidem tali me dignor honore; virginibus Tyriis mos est gestare pharetram, purpureoque alte suras vincire cothurno. Punica regna vides, Tyrios et Agenoris urbem; sed fines Libyci, genus intractabile bello. Imperium Dido Tyria regit urbe profecta, germanum fugiens. Longa est iniuria, longae ambages; sed summa sequar fastigia rerum. 'Huic coniunx Sychaeus erat, ditissimus agri Phoenicum, et magno miserae dilectus amore, cui pater intactam dederat, primisque iugarat ominibus. Sed regna Tyri germanus habebat Pygmalion, scelere ante alios immanior omnes. Quos inter medius venit furor. Ille Sychaeum impius ante aras, atque auri caecus amore, clam ferro incautum superat, securus amorum germanae; factumque diu celavit, et aegram, multa malus simulans, vana spe lusit amantem. Ipsa sed in somnis inhumati venit imago coniugis, ora modis attollens pallida miris, crudeles aras traiectaque pectora ferro nudavit, caecumque domus scelus omne retexit. Tum celerare fugam patriaque excedere suadet, auxiliumque viae veteres tellure recludit thesauros, ignotum argenti pondus et auri. His commota fugam Dido sociosque parabat: conveniunt, quibus aut odium crudele tyranni aut metus acer erat; navis, quae forte paratae, corripiunt, onerantque auro: portantur avari Pygmalionis opes pelago; dux femina facti. Devenere locos, ubi nunc ingentia cernis moenia surgentemque novae Karthaginis arcem, mercatique solum, facti de nomine Byrsam, taurino quantum possent circumdare tergo. Sed vos qui tandem, quibus aut venistis ab oris, quove tenetis iter?

Mercurio, figlio, “parto di Maia”. Il Dio condiziona la mente e l’animo della regina Didone e dei Cartaginesi. Diversamente, quest’ultimi non avrebbero accolto pacificamente dei visitatori inattesi e potenzialmente pericolosi.DIDONE (nella foto: Enea e Didone, mosaico frigidario dalla villa di Low Ham, Gran Bretagna. Ecco come i Romani di fede “remia” si immaginavano il pius Aeneas…). L’esistenza di una Didone storica non era in discussione nell’epoca antica, poiché il greco Timeo di Tauromenio aveva razionalizzato il mito divino di Elishat - ripreso in seguito anche da Nevio, Varrone e Pompeo Trogo - ma certamente non con i caratteri conferitigli da Virgilio. Di ciò ne era consapevole Macrobio (V, 17,5-6): “…la favola della lasciva Didone che, come tutti sanno, è falsa”. Da notare che Macrobio attribuisce a Virgilio il comportamento lascivo (lascivientis) della regina, poiché scrive che “tutti, pur essendo consapevoli della castità della regina fenicia e non ignorando che essa si uccise per evitare oltraggio al suo pudore, chiudono un occhio accettando la favola e, soffocando nella loro coscienza la credenza veritiera, preferiscono che si diffonda come vera la versione che la piacevole fantasia del poeta fece penetrare nel cuore degli uomini”. Nella realtà, Virgilio apprese della leggenda di Didone – ammesso che non lo avesse fatto dal poema di Nevio sulla Guerra Punica scritto nel 204 a.C.- dalle Storie Filippiche del contemporaneo Pompeo Trogo, il quale attingeva soprattutto da materiale greco. In base a questa grecizzazione, la figura di Didone sarebbe stata la seguente[14]: figlia di un re di Tiro, alla morte del padre assunse la reggenza in nome del fratello minorenne Pigmalione. Quest’ultimo o il suo entourage le assassinarono però il marito Sicheo, sacerdote di Ercole e seconda carica dello stato dopo il Re. Didone - il cui vero nome era Elishat (grecizzato in Elissa)-, riuscì a fuggire con una flotta portandosi appresso le ingenti ricchezze del marito e un nutrito stuolo di seguaci. Fece scalo a Cipro[15] dove avrebbero imbarcato 80 prostitute sacre e il locale sacerdote di Zeus. Infine si stabilirono nella futura Cartagine, invisi alle popolazioni locali (si veda la famosa leggenda della pelle di bue ritagliata)[16]. Didone si sarebbe poi uccisa per non contrarre matrimonio con il potente re del locale popolo dei Getuli.

 

Salvatore Conte, appassionato studioso del mito di Didone, così si esprime sulla sua figura in una comunicazione personale: “La Regina Didone di Cartagine (c.840-760 a.C.) è una delle figure più nobili e rappresentative della civiltà mediterranea, ed emblema intrinseco della bellezza integrale: visiva, morale, divina. Sotto il profilo religioso, ella è la Massima Divinità punica sotto l’appellativo di Tanit, e quale  ipostasi della Grande Dea fenicia Astarte. La relativa scarsità delle fonti storiche ha indotto una serie di ricostruzioni molto elaborata; tuttavia esse, in generale, sono state prodotte sotto il vizio ideologico dell’eurocentrismo. Al contrario, Didone è figura di sintesi culturale tra Asia Africa ed Europa. Ferma restando l’accettazione di un sentiero di ricerca denso di sviluppi, si ritiene di propendere per una ricostruzione storiografica di nuova concezione basata sulla valorizzazione di studi contemporanei indipendenti di alto profilo e sulla rivisitazione ermeneutica (a ponderazione differenziata) di autori classici rilevanti per l’indagine (Timeo di Tauromenio, Publio Virgilio Marone, Publio Ovidio Nasone, Silio Italico, Giustino Giuniano, Trebellio Pollione). Tale ricostruzione è così, allo stato, definita: Didone, o Elissa. Regina fenicia, fondatrice di Cartagine (c. 840-760 a.C.). Primogenita del Re di Tiro, la sua successione al trono fu contrastata dal fratello, che ne uccise il marito e riuscì ad imporre la propria tirannia. Probabilmente con lo scopo di evitare la guerra civile, Didone lasciò Tiro con un largo seguito e cominciò una lunga peregrinazione, le cui tappe principali furono Cipro e Malta. Approdata infine sulle coste libiche, intorno all'814 a.C., Didone scelse un luogo ove fondare la nuova capitale del popolo fenicio: Cartagine. Ella ottenne pacificamente il possesso del luogo, attraverso un ingegnoso accordo stipulato con il Signore locale

(oggi noto come "Teorema di Didone"). Durante la propria vedovanza, Didone venne insistentemente richiesta da re e principi locali; tuttavia ella sposò in seconde nozze un fedele seguace di Tiro, probabilmente di nome Barca [Silio Italico, Punica 1.71/76]. Dopo un lungo e prospero regno, Didone favorì il passaggio ad una forma repubblicana, e venne divinizzata dal proprio popolo con il nome di Tanit e quale ipostasi della Grande Dea Astarte (la Giunone romana). Il massimo scrittore latino, Virgilio, introdusse la sua figura all'interno della cultura "occidentale", attraverso il proprio sistema della "doppia scrittura" (il primo superficiale livello di scrittura era destinato al pubblico nazionale ed alle esigenze della propaganda augustea, mentre il secondo livello, quello più profondo e nascosto, riflette l'autentico punto di vista dell'Autore e la sua ricostruzione storica). Il culto di Tanit sopravvisse alla distruzione di Cartagine e fu introdotto nella stessa Roma dall'Imperatore Settimio Severo. Esso si estinse definitivamente con le invasioni barbariche. Annibale Barca fu probabilmente un diretto discendente di Didone, ed anche la Regina Zenobia di Palmira, 1.000 anni più tardi, si proclamò discendente ed erede politico di Didone”.I Cartaginesi “feroci”, nel senso latino di fieri, così come detto in precedenza dei popoli del Lazio.E’ interessante notare come Virgilio faccia assumere a Venere le sembianze di una cartaginese la quale, a sua volta, assomiglia per l’atteggiamento a delle giovani Spartane o alla “tracia Arpalice”, una figura mitologica da cui trarrà la figura di Camilla nel Settimo libro. Cè un indubbio continuum che non può non compendiare un significato ideologico: il mondo della femminilità amazzonica e guerriera contrapposto a quello romano, patriarcale e fatale. Per le vergini di Tiro è normale usare l’arco”: Virgilio racconta che le giovani di Tiro erano avvezze alla caccia e ad una vita militaresca. E’ un falso, poiché i popoli semitici non davano questa libertà alle donne. La connotazione amazzonica, casomai, potrebbe farsi derivare dai contatti dei Cartaginesi con le popolazioni numidiche retrostanti, tra le quali era ancora vivo il ricordo delle mitiche sovrane della Tritonide pre-sahariana.Per avere un’idea più veritiera delle origini della figura di Didone è invece necessario esaminare la figura del fratello “Pigmalione”. Le fonti ci danno due diversi Pigmalione: uno è il fratello di Didone, l’altro è un re di Cipro. Noi riteniamo che dal punto di vista dei significati ideologici non si debba fare questa differenza, dal momento che la figura di Didone viene a interagire con entrambi. Da Tiro, infatti, la regina Didone (in fenicio: Elishat, la gioconda) fa tappa a Cipro, a Pafo, presso il locale santuario dove imbarca le ierodule o sacerdotesse dell’amore. Secondo Filostefano di Cirene – autore di un perduto ciclo di Storie Ciprie – il Pigmalione di Cipro si era perdutamente innamorato del simulacro eburneo della Dea Afrodite che lui stesso aveva scolpito, al punto da portarsi dentro al letto questa statua e da soddisfarsi con essa![17] Colpita da tanto amore Afrodite operò un prodigio trasformando la sua statua in una giovane in carne ed ossa, Galatea (=Dea bianca). Dall’unione di Pigmalione con Galatea nacque una fanciulla, Pafo, che a sua volta generò quel Cinira, re di Cipro, che avrebbe edificato il famoso santuario dove si praticava la prostituzione sacra. Ora, il mito di Pigmalione cipriota è profondamente allusivo a pratiche di magia sessuale tipiche dei templi afroditici, dove collegi di sacerdotesse erano edotte nell’arte di ricavare dagli atti sessuali degli “spiriti elementari”. Questa doppia coincidenza di Didone con Pigmalione e l’episodio dell’imbarco delle 80 ierodule (che poco avevano a che fare con la futura progenie cartaginese) deve far supporre una componente afroditica ed orgiastica nella figura di Didone (anche il nome gioconda ne è indice), cui non dev’essere estranea nemmeno la figura della sorella Anna. Didone-Elishat rimanderebbe dunque ad un culto ed una pratica di ieropornia (del resto, nella prospiciente Sicilia, a Erice, i Fenici avevano impiantato un tempio di questo tipo) che però Virgilio - attingendo al resoconto già deformato di scrittori precedenti, come Timeo, Nevio e Pompeo Trogo -, ha trasformato nella tragica favola d’amore che tutti conosciamo. Secondo Varrone e Ateio Filologo, morti prima che Virgilio scrivesse l’Eneide, Enea a Cartagine avrebbe amato Anna non Didone.

“Oh dea, sospirò Enea, nient’affatto convinto di trovarsi di fronte ad una mortale, se dovessi raccontarti le cose fin dall’inizio non ci basterebbe tutto il giorno! Siamo troiani che han fatto naufragio ed io sono quell’Enea timorato e famoso che porta con sè i Penati della madrepatria. Discendo da Giove e sono in cerca dell’Italia, mia patria primordiale. Partii con 20 navi ed ora, a causa della tempesta, son rimasto con 7 qui, in una terra sconosciuta”.

'Quaerenti talibus ille suspirans, imoque trahens a pectore vocem: 'O Dea, si prima repetens ab origine pergam, et vacet annalis nostrorum audire laborum, ante diem clauso componat Vesper Olympo. Nos Troia antiqua, si vestras forte per auris Troiae nomen iit, diversa per aequora vectos forte sua Libycis tempestas adpulit oris. Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates classe veho mecum, fama super aethera notus. Italiam quaero patriam et genus ab Iove summo. Bis denis Phrygium conscendi navibus aequor, matre dea monstrante viam, data fata secutus; vix septem convolsae undis Euroque supersunt. Ipse ignotus, egens, Libyae deserta peragro, Europa atque Asia pulsus.'

Vespero” è il pianeta Venere, così chiamato perché si scorge, talvolta, subito dopo il tramonto.Sono il devoto Enea”: dichiarazione enfatica e troppo aulica per essere verosimile; è il proclama virgiliano della nuova religiosità augustea che fa da contraltare inconsapevole alla  successiva proclamazione di laicità di San Paolo: “sono cittadino romano” (civis romanus sum).con la madre Dea che mi indica il cammino, seguendo il destino assegnato”: il mito pre-virgiliano ci ricorda che in ogni luogo ove Enea fosse sbarcato dopo la fuga da Troia, avesse innalzato templi a Venere. Pare invece, secondo Varrone citato da Servio, che gli Eneadi si muovessero via mare seguendo la posizione della stella di Venere: "ex quo de Troia est egressus Aeneas, Veneris eum per diem cotidie stellam vidisse, donec ad agrum Laurentem veniret, in quo eam non vidit ulterius: qua re terras cognovit esse fatales''. E’ stridente e salta agli occhi quindi l’accoppiata con la fede augusteo-virgiliana nel Destino del “nuovo” Enea!

Venere lo interruppe: “prosegui il cammino e vai direttamente alla reggia. Io ti profetizzo che gli altri tuoi compagni son salvi, se è vero che i miei genitori mi seppero insegnare ad interpretare gli auguri. Non vedi infatti quel volo di cigni scampati ad un’aquila posarsi sicuri a terra? Significa che i tuoi son salvi; ma ora và, prosegui nel cammino”. Così disse e scomparve alla vista. Enea da ciò capì trattarsi di sua madre che rincorse vanamente rimproverandola di non manifestarsi a lui in forma tangibile. La Dea agevolò l’avvicinarsi dei due troiani a Cartagine avvolgendoli in un manto d’invisibilità dopodichè se ne tornò nella sede prediletta di Cipro.

Nec plura querentem passa Venus medio sic interfata dolore est: 'Quisquis es, haud, credo, invisus caelestibus auras vitalis carpis, Tyriam qui adveneris urbem. Perge modo, atque hinc te reginae ad limina perfer, namque tibi reduces socios classemque relatam nuntio, et in tutum versis aquilonibus actam, ni frustra augurium vani docuere parentes. Aspice bis senos laetantis agmine cycnos,  aetheria quos lapsa plaga Iovis ales aperto turbabat caelo; nunc terras ordine longo aut capere, aut captas iam despectare videntur: ut reduces illi ludunt stridentibus alis, et coetu cinxere polum, cantusque dedere, haud aliter puppesque tuae pubesque tuorum aut portum tenet aut pleno subit ostia velo. Perge modo, et, qua te ducit via, dirige gressum.' Dixit, et avertens rosea cervice refulsit, ambrosiaeque comae divinum vertice odorem spiravere, pedes vestis defluxit ad imos, et vera incessu patuit dea. Ille ubi matrem adgnovit, tali fugientem est voce secutus: 'Quid natum totiens, crudelis tu quoque, falsis iudis imaginibus? Cur dextrae iungere dextram non datur, ac veras audire et reddere voces?' Talibus incusat, gressumque ad moenia tendit: at Venus obscuro gradientes aere saepsit, et multo nebulae circum dea fudit amictu, cernere ne quis eos, neu quis contingere posset, molirive moram, aut veniendi poscere causas. Ipsa Paphum sublimis abit, sedesque revisit laeta suas, ubi templum illi, centumque Sabaeo ture calent arae, sertisque recentibus halant.

L’”augurio” è il tipico presagio dell’arte augurale o avispicina, consistente nel trarre indicazioni dal volo degli uccelli. Non risulta che i Cartaginesi coltivassero in modo particolare questo tipo di divinazione mentre è certo che l’arte augurale in Roma non fosse praticata dalle donne. Del resto i Romani avevano tolto dalla loro religione ogni forma di divinazione oracolare (femminile); avevano “maschilizzato” queste discipline rendendole più razionali tramite l’impiego delle regole dell’analogia. Cicerone (de Divinatione I,17,31) citando la vicenda di Atto Navio ci ha mostrato questo modo di razionalizzare l’arte divinatoria. In un libro successivo, vedremo invece una forma di divinazione oracolare, cioè femminile.Per “ali di Giove” si intende l’aquila.odore d’ambrosia”: l’ambrosia in realtà non era un profumo ma il cibo degli Dei. Probabilmente Virgilio vuole intendere che d’ambrosia stessa era consustanziato il corpo divino.Pafo”, località di Cipro orientale, famosa sede di un santuario di Venere.Alcuni commentatori hanno ritenuto che la menzione “incenso sabeo” fosse un errore di Virgilio, in quanto all’epoca troiana l’uso dell’incenso non sarebbe stato noto nel mondo greco. Riteniamo inconsistente questa cautela, che non tiene conto non solo dei vasti traffici commerciali del mondo antico, né che l’isola di Cipro era uno scalo per le navi fenicie che in Libano imbarcavano l’incenso delle carovane provenienti dalla terra di Saba (Yemen).

A Cartagine hanno modo di osservare non visti tutto il febbrile andirivieni di persone impegnate nell’edificazione della nuova città e ciò suscita in Enea un senso di bonaria invidia verso coloro che si adoperano a compiere ciò che già da tempo lui avrebbe voluto fare. Sempre invisibili giungono nel centro stesso della città, là dove sorge un ombroso bosco, sacrato a Giunone. E’ il luogo in cui la Dea indicò di scavare e dove i fuggiaschi di Tiro rinvennero il teschio di un cavallo, segnacolo di indomita forza. Al centro del bosco sorge lo stupendo tempio che Didone dedicò alla Dea; sulle pareti sono effigiate le vicende della recente guerra troiana con abbondanza di particolari e la cosa commuove fine alle lacrime Enea, il quale trae da ciò la sensazione che non saranno trattati dai Cartaginesi come dei fuggiaschi qualunque. Mentre l’eroe è intento ad osservare tutte queste pitture – un’evidente esaltazione della vittoria dei Greci di cui è auspice Giunone -, la bellissima regina Didone entra all’improvviso nel tempio.

Corripuere viam interea, qua semita monstrat. Iamque ascendebant collem, qui plurimus urbi imminet, adversasque adspectat desuper arces. Miratur molem Aeneas, magalia quondam, miratur portas strepitumque et strata viarum. Instant ardentes Tyrii pars ducere muros, molirique arcem et manibus subvolvere saxa, pars optare locum tecto et concludere sulco. Iura magistratusque legunt sanctumque senatum; hic portus alii effodiunt; hic alta theatris fundamenta locant alii, immanisque columnas rupibus excidunt, scaenis decora alta futuris. Qualis apes aestate nova per florea rura exercet sub sole labor, cum gentis adultos educunt fetus, aut cum liquentia mella stipant et dulci distendunt nectare cellas, aut onera accipiunt venientum, aut agmine facto ignavom fucos pecus a praesepibus arcent: fervet opus, redolentque thymo fragrantia mella. 'O fortunati, quorum iam moenia surgunt!' Aeneas ait, et fastigia suspicit urbis. Infert se saeptus nebula, mirabile dictu, per medios, miscetque viris, neque cernitur ulli. Lucus in urbe fuit media, laetissimus umbra, quo primum iactati undis et turbine Poeni effodere loco signum, quod regia Iuno monstrarat, caput acris equi; sic nam fore bello egregiam et facilem victu per saecula gentem. Hic templum Iunoni ingens Sidonia Dido condebat, donis opulentum et numine divae, aerea cui gradibus surgebant limina, nexaeque aere trabes, foribus cardo stridebat aenis. Hoc primum in luco nova res oblata timorem leniit, hic primum Aeneas sperare salutem ausus, et adflictis melius confidere rebus. Namque sub ingenti lustrat dum singula templo, reginam opperiens, dum, quae fortuna sit urbi, artificumque manus inter se operumque laborem miratur, videt Iliacas ex ordine pugnas, bellaque iam fama totum volgata per orbem, Atridas, Priamumque, et saevum ambobus Achillem. Constitit, et lacrimans, 'Quis iam locus' inquit 'Achate, quae regio in terris nostri non plena laboris? En Priamus! Sunt hic etiam sua praemia laudi; sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt. Solve metus; feret haec aliquam tibi fama salutem.' Sic ait, atque animum pictura pascit inani, multa gemens, largoque umectat flumine voltum. Namque videbat, uti bellantes Pergama circum hac fugerent Graii, premeret Troiana iuventus, hac Phryges, instaret curru cristatus Achilles. Nec procul hinc Rhesi niveis tentoria velis adgnoscit lacrimans, primo quae prodita somno Tydides multa vastabat caede cruentus, ardentisque avertit equos in castra, prius quam pabula gustassent Troiae Xanthumque bibissent. Parte alia fugiens amissis Troilus armis, infelix puer atque impar congressus Achilli, fertur equis, curruque haeret resupinus inani, lora tenens tamen; huic cervixque comaeque trahuntur per terram, et versa pulvis inscribitur hasta. Interea ad templum non aequae Palladis ibant crinibus Iliades passis peplumque ferebant, suppliciter tristes et tunsae pectora palmis; diva solo fixos oculos aversa tenebat. Ter circum Iliacos raptaverat Hectora muros, exanimumque auro corpus vendebat Achilles. Tum vero ingentem gemitum dat pectore ab imo, ut spolia, ut currus, utque ipsum corpus amici, tendentemque manus Priamum conspexit inermis. Se quoque principibus permixtum adgnovit Achivis, Eoasque acies et nigri Memnonis arma. Ducit Amazonidum lunatis agmina peltis Penthesilea furens, mediisque in milibus ardet, aurea subnectens exsertae cingula mammae, bellatrix, audetque viris concurrere virgo. Haec dum Dardanio Aeneae miranda videntur, dum stupet, obtutuque haeret defixus in uno, regina ad templum, forma pulcherrima Dido, incessit magna iuvenum stipante caterva.

Il miele di “timo” era uno dei più comuni nell’antichità, stante la diffusione di quella pianta. Famosi i mieli dell’Attica e di Malta.Didone è detta “sidonia” forse per variare l’aggettivazione “tiria”, essendo Sidone una città fenicia sottoposta a Tiro. Forse è questo uno dei passi che la morte impedì a Virgilio di limare.Pergamo”, poiché significa propriamente rocca, è spesse volte usato come equivalente di Troia, anche se in realtà fu una città ben distinta.La forsennata Pentesilea”, mitica regina delle Amazzoni che si vuole abbia combattuto a fianco dei Troiani[18]. Non è un caso se il popolo matriarcale delle Amazzoni (dotate dei caratteristici “scudi lunati”) sia stato accomunato ai Troiani.Didone appare “bellissima d’aspetto”, così come dovette apparire Cleopatra a Cesare e ad Antonio!

Didone va ad assidersi sul trono stesso della Dea e da lì impartisce ordini e direttive ai suoi cittadini. Di lì a poco, con grande sorpresa di tutti ma anche di Enea, fa il suo ingresso una rappresentanza di quei compagni che il duce troiano credeva di avere perso per sempre nel corso della tempesta e che invece si erano salvati. Costoro, nulla sapendo di Enea e degli altri, chiedevano infatti la clemenza e l’aiuto della regina, poiché i Cartaginesi si erano rifiutati di accoglierli e minacciavano di bruciarne le navi spiaggiate.

Qualis in Eurotae ripis aut per iuga Cynthi exercet Diana choros, quam mille secutae hinc atque hinc glomerantur oreades; illa pharetram fert umero, gradiensque deas supereminet omnis: Latonae tacitum pertemptant gaudia pectus: talis erat Dido, talem se laeta ferebat per medios, instans operi regnisque futuris. Tum foribus divae, media testudine templi, saepta armis, solioque alte subnixa resedit. Iura dabat legesque viris, operumque laborem partibus aequabat iustis, aut sorte trahebat: cum subito Aeneas concursu accedere magno Anthea Sergestumque videt fortemque Cloanthum, Teucrorumque alios, ater quos aequore turbo dispulerat penitusque alias avexerat oras. Obstipuit simul ipse simul perculsus Achates laetitiaque metuque; avidi coniungere dextras ardebant; sed res animos incognita turbat. Dissimulant, et nube cava speculantur amicti, quae fortuna viris, classem quo litore linquant, quid veniant; cunctis nam lecti navibus ibant, orantes veniam, et templum clamore petebant. Postquam introgressi et coram data copia fandi, axumus Ilioneus placido sic pectore coepit: 'O Regina, novam cui condere Iuppiter urbem iustitiaque dedit gentis frenare superbas, Troes te miseri, ventis maria omnia vecti, oramus, prohibe infandos a navibus ignis, parce pio generi, et propius res aspice nostras. Non nos aut ferro Libycos populare Penatis venimus, aut raptas ad litora vertere praedas; non ea vis animo, nec tanta superbia victis. Est locus, Hesperiam Grai cognomine dicunt, terra antiqua, potens armis atque ubere glaebae; Oenotri coluere viri; nunc fama minores Italiam dixisse ducis de nomine gentem. Hic cursus fuit: cum subito adsurgens fluctu nimbosus Orion in vada caeca tulit, penitusque procacibus austris perque undas, superante salo, perque invia saxa dispulit; huc pauci vestris adnavimus oris. Quod genus hoc hominum? Quaeve hunc tam barbara morem permittit patria? Hospitio prohibemur harenae; bella cient, primaque vetant consistere terra. Si genus humanum et mortalia temnitis arma at sperate deos memores fandi atque nefandi. 'Rex erat Aeneas nobis, quo iustior alter, nec pietate fuit, nec bello maior et armis. Quem si fata virum servant, si vescitur aura aetheria, neque adhuc crudelibus occubat umbris, non metus; officio nec te certasse priorem poeniteat. Sunt et Siculis regionibus urbes arvaque, Troianoque a sanguine clarus Acestes. Quassatam ventis liceat subducere classem, et silvis aptare trabes et stringere remos: si datur Italiam, sociis et rege recepto, tendere, ut Italiam laeti Latiumque petamus; sin absumpta salus, et te, pater optume Teucrum, pontus habet Lybiae, nec spes iam restat Iuli, at freta Sicaniae saltem sedesque paratas, unde huc advecti, regemque petamus Acesten.' Talibus Ilioneus; cuncti simul ore fremebant Dardanidae.

Come non vedere in questo mandato gioviano di “tenere a freno con la legge genti superbe” un parallelo col successivo (VI,851) “tu regere imperio populos, Romane, memento…parcere subiectis et debellare superbos”? E’ quasi un riconoscimento del ruolo imperiale di Cartagine (cioè dell’Oriente), se si volesse scorgere in alcuni versi dell’Eneide un occulto tentativo di Virgilio di esprimere i propri convincimenti! Ultimamente gli studiosi hanno ritenuto la fondazione di Cartagine come una scelta voluta dai Fenici del Libano, volta a fungere da cardine geopolitico del dominio fenicio, essendo posta esattamente a metà strada e a metà Mediterraneo. Infatti la presenza della vicinissima città di Utica rendeva assurda la fondazione di una nuova colonia.║risparmia una progenie devota”: tutta la stirpe eneade riflette le caratteristiche di timore religioso del capo.Si nega il riparo della spiaggia”: Virgilio ricorda probabilmente un vecchio trattato romano-cartaginese (348 a.C.) che permetteva alle navi romane danneggiate di sostare nei porti punici. Le navi spiaggiate dovevano invece allontanarsi entro cinque giorni.libici Penati” è un traslocativo per dire: “le divinità libiche” e conferma che Virgilio non li considera secondo l’antica tradizione latinaLa penisola italiana era detta dai Greci “Esperia”, cioè Vesperia, la Terra del Tramonto, d’Occidente.La Sicilia è qui detta “Sicania” dai suoi primitivi abitanti, i Sicani, che precedettero i Siculi giunti dall’Italia centrale.Dardanidi” sono i Troiani in quanto discendenti dal ramo greco originatosi con Dardano. Secondo l’impostura ricalcata da Virgilio[19], Dardano sarebbe giunto nella Troade dall’Italia e precisamente da Corito[20]. In base a questo dato mitico artificioso Augusto poteva giustificare ideologicamente l’espansionismo romano in Oriente e la conquista dell’Egitto! In realtà, come dimostrato anche dal ritrovamento a Veio delle statuette di Enea in fuga da Troia, è vero esattamente l’opposto. Pertanto perde di valore l’obiezione di certuni che vogliono addurre come fattore di prova di un’origine emigratoria italiana di Dardano, il ritrovamento in Tunisia di cinque cippi – posti da militari etruschi romanizzati nel I secolo a.C. e scritti in un etrusco ormai sconnesso – recanti l’iscrizione “Custodisci gli Dei Dardanidi qui portati al sicuro di lontano”. Si tratta al contrario della testimonianza dell’affezione di quegli esuli per le loro mitiche origini troiane proprio nel momento in cui, a distanza di tanti secoli, erano costretti di nuovo a peregrinare![21] Dardano sarebbe invece originario dell’Arcadia, regione del Peloponneso: “Già da altri è stato affermato in passato che il popolo troiano è genuinamente greco e che trasse la sua ori­gine dal Peloponneso, e ora anch’io lo spiegherò in poche pa­role. Il racconto è il seguente. Atlante fu il primo re del paese che è ora denominato Arcadia e viveva presso il monte attual­mente chiamato Taumasio. Egli aveva sette figlie, che si dice siano ora annoverate tra le stelle sotto il nome di Pleiadi, una delle quali, Elettra, fu sposa di Zeus e gli diede due figli, Iaso e Dardano. Iaso non si sposò, mentre Dardano si ammogliò con Crisa, figlia di Pallante, e ne ebbe i figli Ideo e Dimante. Costoro ereditarono il regno da Atlante e governarono per un pò di tempo in Arcadia; in seguito si verificò un gigantesco diluvio per cui le pianure dell’Arcadia si impaludarono e ne fu per lungo tempo impossibile la coltivazione. Gli abitanti, che. vivevano su per le montagne nutrendosi di cibi meschini, accorgendosi che la terra rimasta non era sufficiente per sfamare tutti, si divisero in due gruppi. Gli uni restarono in Arcadia e si elessero come re Dimante figlio di Dardano, gli altri abbandonarono il Peloponneso a bordo di una grande flotta. Navigando lungo le coste europee giunsero al golfo chia­mato di Melas e gettarono le ancore presso un’isola della Tracia di cui non so se fosse già abitata oppure fosse deserta, e a cui diedero un nome composto con un nome di persona ed uno di luogo, Samotracia. Era infatti una località della Tracia e il fondatore della colonia si chiamava Samone, ed era figlio di Hermes e della ninfa Cillene, detta Rene. Lì vissero per poco tempo perché la vita non era facile, dato che dovevano scontrarsi con una terra sterile e un mare tempestoso. Lasciati dunque pochi dei loro, i più ripartirono alla volta dell’Asia, sotto la guida di Dardano (Iaso infatti era morto nell’isola, colpito da un fulmine per aver cercato di aver rapporti sessuali con Demetra). Sbarcarono in quello che è l’attuale Ellesponto e si stanziarono nella regione chiamata più tardi Frigia; Ideo, figlio di Dardano, con parte dell’esercito si stabilì sui monti che da lui presero il nome di idei, dove eresse un tempio alla madre degli dèi, e istituì misteri e cerimonie sacre che sono ancora in vigore in tutta la Frigia. Dardano fondò nell’attuale Troade una città a cui assegnò il proprio nome. La terra gli era stata data dal re Teucro, onde la regione era anticamente chiamata Teucride. Assieme ad altri, anche Fanodemo, scrittore di miti attici, riferisce che costui si trasferì in Asia partendo dall’Attica, dove era stato capo del demo di Sipete, e offre molte prove di questa tesi. Ora, padrone di una terra vasta e fertile e con scarsa popolazione indigena, vide volen­tieri Dardano e i Greci che venivano con lui, pensando all’aiuto che ne avrebbe ricevuto nelle guerre contro i barbari, e vo­lendo anche che quella terra non restasse disabitata. Il nostro soggetto richiede anche che io racconti la serie degli antenati da cui discese Enea, cosa che farò ora in breve. Dardano dopo la morte di Crisa figlia di Pallante dalla quale aveva avuto i primi figli, sposò Batea figlia di Teucro; nacque loro un figlio, Erittonio, che, si racconta, fu il più fortunato dei mortali perché ereditò sia il regno paterno che quello del nonno materno. Da Erittonio e Calliroe, figlia di Scamandro, nacque Troo, dal quale tutto il popolo ricevette il nome. Da Troo e Acellaride, figlia di Eumede, nacque Assa­raco. Da Assaraco e Clitodora, figlia di Laomedonte, Capi. Da Capi e dalla naiade Ieromneme, Anchise. Da Anchise e Afro­dite, Enea. Ecco che ho mostrato come la stirpe troiana era, alle origini, greca” (Dionigi di Alicarnasso: I-61,62)

Ma quest’origine arcade di Dardano non è un’invenzione di Dionisio; essa è copiosamente attestata, e fin da un’età molto antica (…) è fuor di dubbio che i Troiani erano una di quelle popolazioni preelleniche insediate da tempi antichissimi nell’Ellade e che dovettero in parte emigrare, quando arrivarono i Greci veri e propri, verso nuove terre, soprattutto nella Troade[22]. Il fatto che Dardano venga detto nipote di Atlante è una riprova della possibile origine minoica della stirpe troiana. Oltre all’Arcadia, anche Creta fu vista come patria d’origine di Dardano. Secondo una versione i “Troiani” sarebbero approdati nelle loro peregrinazioni anche in Puglia, dando origine alla stirpe dei Dardi o Dardani e fondando la città di Dardano. Solino riferisce esplicitamente che questi Dardi sarebbero stati troiani. (si veda più avanti anche LA DOPPIA DISCENDENZA DARDANIDE)

Didone, già condizionata da Mercurio per volere di Giove, si mostra magnanima verso i naufraghi e non solo gli promette ogni aiuto ma li invita anche a stabilirsi a Cartagine e si incarica di far ricercare Enea per ogni dove. A quel punto Venere toglie l’invisibilità ai due troiani e riversa sul figlio, per renderlo fascinoso, una sembianza di maggiore gagliardìa e giovinezza. Enea quindi così si rivolge alla regina: “Sono io quell’Enea di cui parlate che purtroppo non è in grado di compensare come merita una sovrana tanto degna quale tu ti mostri; ci penseranno gli Dei che tutto vedono, ma io finchè vivrò conserverò sempre il ricordo del tuo nome e della tua grandezza” – e abbracciò i compagni ritrovati.

Tum breviter Dido, voltum demissa, profatur: 'Solvite corde metum, Teucri, secludite curas. Res dura et regni novitas me talia cogunt moliri, et late finis custode tueri. Quis genus Aeneadum, quis Troiae nesciat urbem, virtutesque virosque, aut tanti incendia belli? Non obtusa adeo gestamus pectora Poeni, nec tam aversus equos Tyria Sol iungit ab urbe. Seu vos Hesperiam magnam Saturniaque arva, sive Erycis finis regemque optatis Acesten, auxilio tutos dimittam, opibusque iuvabo. Voltis et his mecum pariter considere regnis; urbem quam statuo vestra est, subducite navis; Tros Tyriusque mihi nullo discrimine agetur. Atque utinam rex ipse Noto compulsus eodem adforet Aeneas! Equidem per litora certos dimittam et Libyae lustrare extrema iubebo, si quibus eiectus silvis aut urbibus errat.' His animum arrecti dictis et fortis Achates et pater Aeneas iamdudum erumpere nubem ardebant. Prior Aenean compellat Achates: 'Nate dea, quae nunc animo sententia surgit? omnia tuta vides, classem sociosque receptos. Unus abest, medio in fluctu quem vidimus ipsi submersum; dictis respondent cetera matris.' Vix ea fatus erat, cum circumfusa repente scindit se nubes et in aethera purgat apertum. Restitit Aeneas claraque in luce refulsit, os umerosque deo similis; namque ipsa decoram caesariem nato genetrix lumenque iuventae purpureum et laetos oculis adflarat honores: quale manus addunt ebori decus, aut ubi flavo argentum Pariusve lapis circumdatur auro. Tum sic reginam adloquitur, cunctisque repente improvisus ait: 'Coram, quem quaeritis, adsum, Troius Aeneas, Lybicis ereptus ab undis. O sola infandos Troiae miserata labores, quae nos, reliquias Danaum, terraeque marisque omnibus exhaustos iam casibus, omnium egenos, urbe, domo, socias, grates persolvere dignas non opis est nostrae, Dido, nec quicquid ubique est gentis Dardaniae, magnum quae sparsa per orbem. Di tibi, si qua pios respectant numina, si quid usquam iustitia est et mens sibi conscia recti, praemia digna ferant. Quae te tam laeta tulerunt saecula? Qui tanti talem genuere parentes? In freta dum fluvii current, dum montibus umbrae lustrabunt convexa, polus dum sidera pascet, semper honos nomenque tuum laudesque manebunt, quae me cumque vocant terrae.' Sic fatus, amicum Ilionea petit dextra, laevaque Serestum, post alios, fortemque Gyan fortemque Cloanthum.

Quale l’epoca cotanto felice che ti prescelse?”. Questa frase forse troppo laudatoria in bocca ad un “romano” potrebbe essere un altro dei versi occulti di Virgilio per esaltare un’epoca remota nella quale vigeva un ordinamento non patriarcale, quello stesso che ricordava i tempi felici decantati nelle Bucoliche.Un altro verso analogo per significato al precedente è questo: “sempre ricorderò il tuo nome, il tuo onore e la tua gloria”. Sembra quasi che sia Virgilio in persona e non Enea a volersi impegnare nel rendere immortale Didone, ovvero Cleopatra, cioè il mito dell’Oriente. Nella descrizione dello scudo di Enea (8, 671-713), come vedremo, vi è una chiara definizione dell’antitesi Oriente-Occidente.

Superata la sorpresa, Didone si rivolge ad Enea domandandogli per quale motivo esula ramingo per il mondo; gli conferma che gli sono ben note le vicende troiane; offre loro cospicui doni e ospitalità, spiegando che anche lei ebbe un tempo a condividere la stessa sorte di fuggiasca. Infine invita Enea a banchetto nella reggia, dove vengono apparecchiate le mense con grande sfarzo e ricchezza. L’eroe troiano manda Acate alle navi con l’incarico di condurre il figlio Ascanio e doni da contraccambiare. Venere invece, temendo le trame di Giunone e gli stessi Cartaginesi, ordina al Dio Amore di assumere le sembianze di Ascanio e di accendere in cuore alla regina una folle passione per Enea.

Obstipuit primo aspectu Sidonia Dido, casu deinde viri tanto, et sic ore locuta est: 'Quis te, nate dea, per tanta pericula casus insequitur? Quae vis immanibus applicat oris? Tune ille Aeneas, quem Dardanio Anchisae alma Venus Phrygii genuit Simoentis ad undam? Atque equidem Teucrum memini Sidona venire finibus expulsum patriis, nova regna petentem auxilio Beli; genitor tum Belus opimam vastabat Cyprum, et victor dicione tenebat. Tempore iam ex illo casus mihi cognitus urbis Troianae nomenque tuum regesque Pelasgi. Ipse hostis Teucros insigni laude ferebat, seque ortum antiqua Teucrorum ab stirpe volebat. Quare agite, O tectis, iuvenes, succedite nostris. Me quoque per multos similis fortuna labores iactatam hac demum voluit consistere terra. Non ignara mali, miseris succurrere disco.' Sic memorat; simul Aenean in regia ducit tecta, simul divom templis indicit honorem. Nec minus interea sociis ad litora mittit viginti tauros, magnorum horrentia centum terga suum, pinguis centum cum matribus agnos, munera laetitiamque dii. At domus interior regali splendida luxu instruitur, mediisque parant convivia tectis: arte laboratae vestes ostroque superbo, ingens argentum mensis, caelataque in auro fortia facta patrum, series longissima rerum per tot ducta viros antiqua ab origine gentis. Aeneas (neque enim patrius consistere mentem passus amor) rapidum ad navis praemittit Achaten, Ascanio ferat haec, ipsumque ad moenia ducat; omnis in Ascanio cari stat cura parentis. Munera praeterea, Iliacis erepta ruinis, ferre iubet, pallam signis auroque rigentem, et circumtextum croceo velamen acantho, ornatus Argivae Helenae, quos illa Mycenis, Pergama cum peteret inconcessosque hymenaeos, extulerat, matris Ledae mirabile donum: praeterea sceptrum, Ilione quod gesserat olim, maxima natarum Priami, colloque monile bacatum, et duplicem gemmis auroque coronam. Haec celerans ita ad naves tendebat Achates. At Cytherea novas artes, nova pectore versat consilia, ut faciem mutatus et ora Cupido pro dulci Ascanio veniat, donisque furentem incendat reginam, atque ossibus implicet ignem; quippe domum timet ambiguam Tyriosque bilinguis; urit atrox Iuno, et sub noctem cura recursat. Ergo his aligerum dictis adfatur Amorem: 'Nate, meae vires, mea magna potentia solus, nate, patris summi qui tela Typhoia temnis, ad te confugio et supplex tua numina posco. Frater ut Aeneas pelago tuus omnia circum litora iactetur odiis Iunonis iniquae, nota tibi, et nostro doluisti saepe dolore. Hunc Phoenissa tenet Dido blandisque moratur vocibus; et vereor, quo se Iunonia vertant hospitia; haud tanto cessabit cardine rerum. Quocirca capere ante dolis et cingere flamma reginam meditor, ne quo se numine mutet, sed magno Aeneae mecum teneatur amore. Qua facere id possis, nostram nunc accipe mentem. Regius accitu cari genitoris ad urbem Sidoniam puer ire parat, mea maxima cura, dona ferens, pelago et flammis restantia Troiae: hunc ego sopitum somno super alta Cythera aut super Idalium sacrata sede recondam, ne qua scire dolos mediusve occurrere possit. Tu faciem illius noctem non amplius unam falle dolo, et notos pueri puer indue voltus, ut, cum te gremio accipiet laetissima Dido regalis inter mensas laticemque Lyaeum, cum dabit amplexus atque oscula dulcia figet, occultum inspires ignem fallasque veneno.'

║“Belo” personaggio mitologico di varia identificazione, padre di Didone nella versione virgiliana; il suo nome è la latinizzazione del semitico Baal, identificato dapprima con Saturno e poi con Giove.║”abito orlato di biondo acanto”: l’acanto è la pianta ornamentale per eccellenza del mondo greco. Secondo un mito l’acanto che sorse sotto una lastra posta a protezione delle offerte votive della tomba di una fanciulla, ispirò un architetto nella creazione del famoso capitello corinzio. In realtà la pianta veniva ammirata per le forme variegate e la simmetria dei fiori. Qui i fiori sono detti biondi (crocei) probabilmente perché sono tessuti in filo d’oro. Il fiore dell’acanto in natura è bianco. Dal punto di vista medicinale le sue proprietà sono analoghe a quelle della malva. Secondo Servio quest’abito faceva parte dei sette “pignora imperii” cioè delle sette cose fatali il cui possesso avrebbe garantito per sempre a Roma il dominio universale.[23] Elena”, figlia di Leda e  Giove mutatosi in cigno, è colei che per la sua bellezza fu causa della guerra di Troia. Nell’Iliade (III,180) Omero la fa autodefinirsi: kunopidos, ”faccia di cagna”…[24]Ecco un’altra stranezza virgiliana, di quelle che ipoteticamente possono far pensare ad una ideologia sotterranea parallela a quella ufficiale dell’Eneide voluta da Mecenate e Augusto: lo “scettro” che Enea dona a Didone. Pare davvero strano che il duce troiano vada a donare alla regina di Cartagine lo scettro che impugnava a Troia Ilione, la figlia primogenita di re Priamo! Chiunque avrebbe interpretato come una consegna di dignità e prerogative, come un passaggio di poteri, il trasferimento a Cartagine dell’imperium di Troia – e il fatto che una figlia primogenita fosse, a Troia secondo Virgilio, dotata della potestà di impugnare uno scettro, potrebbe dirla lunga sulla vera concezione virgiliana della potestà governativa! Il dato è ancor più significativo perchè Iliona, una volta andata sposa al re di Tracia Polimestore[25], avrebbe consegnato lo scettro a Enea. Non solo, ma tra i doni ve ne sono altri non meno significativi e regali: una doppia corona di oro e gemme ed un mantello trapunto d’oro. Se una cosa del genere è sfuggita a chi per ordine di Augusto emendò il testo virgiliano, significa solo che Vario e Tucca furono più fedeli a Virgilio che ad Augusto né che quest’ultimo fosse al corrente o volesse credere alla possibilità di una “vendetta” virgiliana. Il Baistrocchi, da noi citato in nota, ha cercato di ovviare a questa incongruenza associando il dono dello scettro ilionaeo con quello che Enea donerà a re Latino e spiegandola come se Virgilio avesse voluto “adombrare i due retaggi e le due opzioni fatidiche entro cui è oscillata la tradizione romana dalle più remote origini” (cit. p.312)[26].Il Dio “Cupido” figlio di Venere non è altri che la ricalcatura del greco Heros, detto anche Amore dai romani.E’ abbastanza chiaro che sono proprio i doni recati da Cupido sotto sembianze di Ascanio che renderanno “la regina smaniosa” anche se Virgilio diplomaticamente nasconde la cosa come l’opera magica del Dio. Nell’ottica di questa ipotesi – non troppo peregrina – Didone intravede la possibilità di unire al suo dominio su Cartagine anche i “diritti” sul mondo greco…che invece proprio Augusto voleva avocare a sé tramite l’invenzione del mito eneadico. Didone è Cleopatra! Ribaltare almeno miticamente l’esito della battaglia di Azio e dare all’Egitto il dominio sull’Occidente. La volontà di Virgilio, vistosi moribondo, di far bruciare l’Eneide acquista quindi un altro sapore: non più eliminare un’opera perché non ancora ritoccata nei suoi ultimi dettagli (e in effetti tale motivazione è ben poco credibile), ma eliminarla per togliere ad Augusto la base ideologica e mitica del suo potere. Il doppio senso virgiliano assumerebbe in questo contesto il sapore di una tremenda pugnalata alle spalle.Cupido, la forza dell’Eros, è l’essenza stessa della Dea Venere e per questo essa chiama il piccolo Dio: “mia forza, mia unica grande potenza”.Il potere di Cupido – ed è forse questa una reminiscenza orfica - è superiore anche alle saette di Giove, che qui son dette “dardi tifei” in ricordo della lotta che vide vincitore Giove sul dio pre-indoeuropeo Tifeo o Tifone.Giunone è definita da Venere come “iniqua”, cioè ingiustamente ostile. E’ curioso notare come la parola “iniquae” sia stata sostituita in alcune edizioni moderne dal termine “acerbae” (“aspra”). Che Mario Ramous e Rosa Calzecchi Onesti abbiano ritenuto di dover continuare il lavoro dei censori augustei senza curarsi dello stesso testo latino letto da Servio?....[27].║“Idalio”, promontorio dell’isola di Cipro dov’era anche un tempio di Venere. Pare che la parola protomediterranea “Ida” significhi montagna.

Giunto Amore in sembianze di Ascanio si dà inizio al sontuoso banchetto, cui sovrintendono cento ancelle e cinquanta cuoche. Tutti ammirano i doni recati da Enea ma soprattutto Didone guarda con occhi trasognati i doni e il fanciullo. Come quest’ultimo viene da lei stretto in un abbraccio affettuoso, la magia di Venere sortisce l’effetto voluto, e la regina scorda la memoria del defunto marito per Enea. Al banchetto sussegue una festa notturna con libazioni in onore degli ospiti mentre Didone coglie l’occasione della maggiore rilassatezza per circondare l’ospite di molteplici domande sulla guerra di Troia: “Raccontaci fin dall’inizio, Enea, delle trame dei Greci, delle vostre sventure e del vostro interminabile peregrinare”.

Paret Amor dictis carae genetricis, et alas exuit, et gressu gaudens incedit Iuli. At Venus Ascanio placidam per membra quietem inrigat, et fotum gremio dea tollit in altos Idaliae lucos, ubi mollis amaracus illum floribus et dulci adspirans complectitur umbra. Iamque ibat dicto parens et dona Cupido regia portabat Tyriis, duce laetus Achate. Cum venit, aulaeis iam se regina superbis aurea composuit sponda mediamque locavit. Iam pater Aeneas et iam Troiana iuventus conveniunt, stratoque super discumbitur ostro. Dant famuli manibus lymphas, Cereremque canistris expediunt, tonsisque ferunt mantelia villis. Quinquaginta intus famulae, quibus ordine longam cura penum struere, et flammis adolere Penatis; centum aliae totidemque pares aetate ministri, qui dapibus mensas onerent et pocula ponant. Nec non et Tyrii per limina laeta frequentes convenere, toris iussi discumbere pictis. Mirantur dona Aeneae, mirantur Iulum flagrantisque dei voltus simulataque verba, pallamque et pictum croceo velamen acantho. Praecipue infelix, pesti devota futurae, expleri mentem nequit ardescitque tuendo Phoenissa, et pariter puero donisque movetur. Ille ubi complexu Aeneae colloque pependit et magnum falsi implevit genitoris amorem, reginam petit haec oculis, haec pectore toto haeret et interdum gremio fovet, inscia Dido, insidat quantus miserae deus; at memor ille matris Acidaliae paulatim abolere Sychaeum incipit, et vivo temptat praevertere amore iam pridem resides animos desuetaque corda. Postquam prima quies epulis, mensaeque remotae, crateras magnos statuunt et vina coronant. Fit strepitus tectis, vocemque per ampla volutant atria; dependent lychni laquearibus aureis incensi, et noctem flammis funalia vincunt. Hic regina gravem gemmis auroque poposcit implevitque mero pateram, quam Belus et omnes a Belo soliti; tum facta silentia tectis: 'Iuppiter, hospitibus nam te dare iura loquuntur, hunc laetum Tyriisque diem Troiaque profectis esse velis, nostrosque huius meminisse minores. Adsit laetitiae Bacchus dator, et bona Iuno; et vos o coetum, Tyrii, celebrate faventes.' Dixit, et in mensam laticum libavit honorem, primaque, libato, summo tenus attigit ore, tum Bitiae dedit increpitans; ille impiger hausit spumantem pateram, et pleno se proluit auro post alii proceres. Cithara crinitus Iopas personat aurata, docuit quem maximus Atlas. Hic canit errantem lunam solisque labores; unde hominum genus et pecudes; unde imber et ignes; Arcturum pluviasque Hyadas geminosque Triones; quid tantum Oceano properent se tinguere soles hiberni, vel quae tardis mora noctibus obstet. Ingeminant plausu Tyrii, Troesque sequuntur. Nec non et vario noctem sermone trahebat infelix Dido, longumque bibebat amorem, multa super Priamo rogitans, super Hectore multa; nunc quibus Aurorae venisset filius armis, nunc quales Diomedis equi, nunc quantus Achilles. 'Immo age, et a prima dic, hospes, origine nobis insidias,' inquit, 'Danaum, casusque tuorum, erroresque tuos; nam te iam septima portat omnibus errantem terris et fluctibus aestas'.

amaraco” o sampsuco è la nostra maggiorana. Servio, e meglio ancora il De Gubernatis (Mythologie des Plantes), riferiscono il mito del piccolo Amaraco, schiavo unguentario del re di Cipro, che trasportando dei vasi, li fece cadere a terra per sbaglio, ma dalla mescolanza dei diversi odori ne derivò uno più buono di tutti, che venne detto unguento amaracino. Caduto in un profondo torpore per l’inspirazione di quella miscela di odori, Amaraco venne trasformato dagli Dei nella pianta del sampsuco, cioè in maggiorana. Questa è la prima notazione di ierobotanica che possiamo rinvenire nell’Eneide; l’amaraco è pianta sacra alla Dea, stanti le sue signaturae: delicato di aspetto (mollis) e promanante un effluvio calmante e seducente. Esiste anche un Amaracus Dictamnus che non è altro che il Dittamo di Creta, pianta che vanta una forte tradizione come afrodisiaco. Tuttavia il suo odore non è gradevole come la maggiorana.║”Acidalia” è un appellativo di Venere, per il fatto che amava bagnarsi in compagnia delle Grazie nella fonte Acidalia, in Beozia.║il “merus” era il vino puro, usato nelle libagioni. Nei conviti e a tavola si usava diluirlo con acqua.la “patera” è il tipico recipiente, basso e svasato, usato per compiere le libagioni. In origine l’usanza di bere vino in gruppo aveva peraltro uno scopo divinatorio o entusiastico. La libazione si effettuava con diversi generi di liquidi che venivano versati su altari, mense ma anche sul terreno o nell’acqua o, nei sacrifici cruenti, sul capo degli animali. Questa pratica era compiuta dagli Antichi più volte nel corso della giornata, allorchè si riteneva che ci fosse un motivo per compierla, e si può dire che fosse il corrispettivo della pratica cristiana del recitare preghiere. La libazione era soggetta a precise norme: alle divinità infernali, alle Ninfe, al Sole, alla Luna e alle Muse si libava generalmente pura acqua di fonte; alle altre latte, miele, vino e sangue oppure una mescolanza di elementi.║Il personaggio cartaginese “Bizia”, che Servio identifica come capo della flotta cartaginese, è assiso a fianco di Didone e beve dalla sua coppa. Questo particolare rende giustizia alla storia, poiché la figura di Didone è stata falsata da Virgilio. Le colonie fenicie non furono mai rette da sovrani autonomi – men che mai donne – ma da suffeti cioè da funzionari che, almeno simbolicamente, dipendevano dalle Città-madri, cui versavano un tributo annuale. Bizia e gli altri principi erano i veri capi di Cartagine.║La costellazione delle “Iadi piovose” appariva in cielo tra il 16 Maggio e il 9 Giugno e, tramontando tra il 2 e il 7 Novembre, segnava l’inizio della cattiva stagione.║Didone è detta “sfortunata” (infelix) perché Virgilio vuole anticipare al lettore l’esito del suo amore per Enea.║Nel racconto virgiliano è la “settima estate” che gli Eneadi stanno peregrinando in cerca del Lazio. Secondo Dionisio di Alicarnasso, invece, Enea avrebbe raggiunto la terra designata dal Destino “al compimento del secondo anno dopo la presa di Troia” (I,63). Enea computa per estati anziché per anni in quanto nel mondo antico la navigazione avveniva nella stagione estiva cioè da Maggio a Novembre, mentre in quella invernale le navi venivano tirate in secco e i marinai svernavano sul posto dove si erano fermati.

CRONOLOGIA DEI TEMPI DELL’ENEIDE

(avanti Cristo)

70 – nasce Virgilio. Nasce ad Arezzo da nobile famiglia etrusca Gaio Mecenate. Diventerà l’uomo-ombra di Augusto.

69 – nasce Cleopatra

64 – Pompeo conquista la Siria e sottomette Gerusalemme.

55 – nasce Ottaviano Augusto.

51 – Cleopatra, diciottenne, regna sull’Egitto.

47 – nasce Cesarione, figlio di Giulio Cesare e Cleopatra.

44 – Cesare è ucciso

43 – nasce a Sulmona il poeta Ovidio.

42 – nella battaglia di Filippi i Triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido sconfiggono i seguaci del vecchio regime tradizionale romano.

41 – Cleopatra si unisce con Marco Antonio

40/36 – Marco Antonio sposa Ottavia, sorella di Ottaviano Augusto ma Cleopatra partorisce ad Antonio, Alessandro e Cleopatra VIII. Antonio rimanda Ottavia a Roma e si unisce politicamente a Cleopatra, da cui ha un altro figlio.

39 – Virgilio scrive le Bucoliche e viene attratto nel Circolo di Mecenate.

38 – Orazio scrive l’epodo XIV contro i Triumviri ma subito dopo viene attratto nel Circolo di Mecenate.

32 – Roma dichiara guerra all’Egitto

31 – il 2 Settembre Augusto sconfigge in battaglia navale presso Azio la flotta egiziana di Antonio e Cleopatra.

30 – Virgilio si accinge a comporre l’Eneide. Dionisio di Alicarnasso giunge a Roma per conoscere la storia di Roma e trasmetterla al mondo ellenistico.

29 – Il 1° agosto i Romani occupano Alessandria e conquistano l’Egitto. Cleopatra si suicida.

28 – Il poeta Properzio scrive le Elegie, diviene amico di Virgilio ed entra nel Circolo di Mecenate.

27 – Ottaviano assume il nome di Augusto. Tito Livio, storico ufficiale di Augusto, scrive il primo libro delle sue Storie.

23 – Viene condannato a morte per cospirazione contro Augusto il cognato di Mecenate, Licinio Murena. Probabile caduta in disgrazia di Mecenate.

19 – Muore Virgilio. Ovidio pubblica gli Amores

17 – Si pubblica postuma l’Eneide. Nessun cenno in essa a Mecenate, forse decaduto agli occhi di Augusto.

8 – Muore Mecenate.

(dopo Cristo)

8 - Ovidio viene condannanto al confino da Augusto.

14 – Muore Augusto, forse “aiutato” dalla moglie Livia.

17/18 – Muore in esilio a Tomi, sul Mar Nero, Ovidio.

dopo il 26 – Silio Italico, fervente ammiratore di Virgilio e dell’Eneide, che ricalcherà senza lode e senza infamia scrivendo le Puniche, fa restaurare la tomba del poeta mantovano, del cui terreno era divenuto proprietario.

LA DOPPIA DISCENDENZA DARDANIDE

Fiume Scamandro  ó   Ninfa Idea

                                 ò

                                 Teucroò

              Dardano ó Batieia

                             ò

                              Erittonio, Zacinto, Idea

                             ò

                              Tros ó Calliroe

                             ò                                                   

                              Ilo (fonda Troia), Assaraco, Ganimede

                             ò                                  ò

                              Laomedonte               Capi

                             ò                                  ò

                              Priamo                        Anchise ó Venere

                             ò                                  ò

                              Ettore e Paride           Enea ó Euridice (in Virgilio, Creusa)

                             ò                                  ò

            Scamandrio                                   Ascanio

Da questo schema (essenziale) si può capire meglio la questione della doppia discendenza dardanide. Dardano ebbe in moglie dal re protomediterraneo della Frigia, Teucro, la figlia Bateia. Da essa ebbe Ilo, Assaraco e Ganimede. Ilo fondò Troia e da lui discese la linea regale di Priamo. Da Assaraco, fratello di Ilo, derivò invece la discendenza di Enea. Quest’ultimo viene salvato dagli Dei in quanto non appartenente al ramo di Ilo, che si era macchiato della colpa di non aver rispettato l’impegno di ricompensare Poseidone ed Apollo per la loro costruzione delle mura di Troia. Da notare che con Scamandrio (o Astianatte) si chiude un ciclo, il lignaggio autenticamente regale di Troia che ebbe inizio dal dio-fiume Scamandro. Sul discorso della discendenza dardanide si fondano le osservazioni di un estimatore del mito augusteo-virgiliano di Roma[28]. Prendendo per buona la leggenda dell’origine italica di Dardano, egli sospetta di una “origine dei troiani diversa da quella delle popolazioni anatoliche” e ne consegue che occorre provvedere ad “un profondo riesame dello stesso ciclo mitico della guerra di Troia e, conseguentemente, del significato religioso e delle ragioni metafisiche che avrebbero indotto gli Elleni a schiacciare la civiltà troiana. (…) due weltanschauungen antagoniste ed inconciliabili e cioè tra quella dorico-achea e quella mediterraneo-orientaleggiante dei Troiani”. Il Baistrocchi però giunge ad una conclusione stupefacente, pur di asseverare l’origine italica del ramo dardanide dipartitosi poi con Assaraco: “In verità vi sarebbero non pochi elementi che farebbero ritenere che i rapporti tra le concezioni di vita dei due popoli dovrebbero invertirsi e che sarebbero state, in realtà, sotto le spoglie dorico-achee, stirpi essenzialmente preelleniche a tentare di estirpare ed annientare le ultime vestigia di ceppi primordiali troiano-pelasgici che si erano conservati in Anatolia, sia pure con contaminazioni e degenerazioni, sostanzialmente fedeli alle loro origini boreali. La presa di Troia, in tale ottica, costituirebbe allora una missione fatale, è vero, ma, nel contempo, purificatrice e rigeneratrice. Gli Elleni quindi nell’appiccare il fuoco al vetusto orno avrebbero soprattutto combusto i cascami superflui e degenerescenti del ceppo troiano contratti, come gli Ittiti, dalla diuturna vita in comune con le popolazioni autoctone, permettendo ai pur prestigiosi eredi di tale ceppo, Enea e la sua discendenza romana, di assicurare, come la Fenice, la resurrezione di Troia”. A prescindere dagli accenti di sapore razzista-biologico, questo autore, senza esserne evidentemente consapevole, è assai vicino, con le sue concezioni fatali, purificatrici e missionarie al più vieto spirito biblico che a uno spirito genuinamente romano.

[1] Iliade XX,302 ssg. Trad. di M. Giammarco. Roma 1997. Da questi versi traspare che in Troia esistevano due ceppi gentilizi, uno dei quali era ormai inviso a Zeus (Si veda più avanti la DOPPIA DISCENDENZA DARDANIDE). L’Iliade conosce già l’epos delle peregrinazioni di Enea che “grecizza” a sua volta.

[2] Cfr. Dionisio, I-49.

[3] Da notare il particolare significativo dal punto di vista religioso: nel mondo mediterraneo l’uomo viene concupito dalla Dea (Venere e Anchise, Cibele e Attis) mentre in quello greco il Dio concupisce la donna.

[4] Come sintesi dei racconti di antichissimi scrittori (Callistrato, Satiro e Arctino), Dionisio di Alicanasso (I,67) riferisce che Dardano lasciò a Samotracia il culto misterico dei Grandi Dei e portò nella futura Troade solo il culto exoterico, religioso di essi. Ciò spiegherebbe perché Menecrate di Xanto scrivesse che ad Enea non si volle riconoscere una certa qualifica sacerdotale. Allusione alla pretesa di voler impersonare il culto esoterico di Samotracia?

[5] G. Herm: L’avventura dei Fenici, p.208, Milano 1997. Si dimostra scettico a questo riguardo G. Facchetti (L’enigma svelato della lingua etrusca, p.37. Roma, 2000) il quale però riporta la sua opinione che Etruria derivi da e-trusia e aggiungendo che “effettivamente il passaggio *Trosia>*Trohia>Troia sarebbe inquadrabile nelle normali regole di mutamento fonetico della lingua greca”. Quindi Etruria, secondo il Gheorghiev, significherebbe “da Troia”.

[6] Secondo alcuni la parola si riferisce alla lana della pelle di capra con cui era rivestito il simulacro della Dea.

[7] Per l’elenco dettagliato: T.P. Wiseman: Remus – un mito di Roma, p.149, Roma 1999.

[8] M. Baistrocchi, Arcana Urbis,  p.50, Genova 1987

[9] Un altro esempio della FURIOSA SPOCCHIA BIBLICA del Baistrocchi: “…troppi studiosi infatti non sono stati disposti ad intravedere dietro tanti avvenimenti la sottile filigrana non tanto di una conflagrazione tra Imperi inconciliabili, quanto piuttosto di una titanica teomachia di principi e concezioni divine incompatibili. Da una parte la via mediterranea e ctonia delle Madri, impersonata da Tanit-Giunone e, dall’altra, la via celeste dei padri, incarnata dalla virile potenza folgoratoria di Giove Tonante, di cui i due Imperi furono soltanto l’espressione contingente. Come non riconoscere infatti dietro le straordinarie imprese belliche di Annibale anche il carattere fatale di un misterioso stratega, capace di aggregare e galvanizzare quasi asceticamente schiere disparate e raccogliticcie di schiavi, di servi e, nel contempo, di mercenari iberi, galli ed elleni, e ciò di fronte alle formidabili legioni di liberi cittadini romani? Cosa pensare poi del singolare comportamento di tante città in Italia ed in Grecia a regime aristocratico e plebeo che offrirono la loro alleanza rispettivamente a Roma e a Cartagine? Didone poi non è soltanto una rappresentazione poetica, ma costituisce l’archetipo fenicio tanto diffuso nel Mediterraneo, che confusamente sente la grandezza olimpica di Enea e se ne innamora. Ma vuole dominarlo ed incatenarlo, aspira a fargli dimenticare la sua missione fatale, le divinità uraniche, Giove, Apollo, i Penati, la Terra promessa degli avi e ad aggiogarlo a sé e al carro della implacabile e svirilizzante divinità punica. Cartagine del resto mirava al dominio mercantile delle vie di comunicazione del Mediterraneo fondandosi sulle armi prezzolate, mentre Roma aspirava all’Impero Universale liberando il mondo caotico e barbarico dal giogo della necessità e sottoponendolo all’Ordo, allo Ius e al Fas. Alla luce di tali considerazioni, sembra doversi attribuire a motivi arcani ed escatologici la decisione del Senato di procedere alla radicale disarticolazione di Cartagine” (cit. p.54).

[10] “Non bisogna infatti dimenticare che lo scettro è un bastone lungo, che viene tenuto verticalmente sul suolo e su cui ci si appoggia, un bastone cioè anche per camminare” (M. Baistrocchi: cit. p.192).

[11] “Ma cosa fossero, in ultima analisi, i Penati, gli stessi autori antichi sembravano ignorarlo, limitandosi al più ad avanzare in proposito le ipotesi più diverse e contraddittorie” (M. Baistrocchi, cit. p.198). Si potrebbe essere avviati sulla giusta strada raccogliendo l’etimologia proposta dal Dumezil (che associa penus, penitus, penetrare, penetralia e penates) e l’altra del Nispi-Landi che fa risalire la parola Palladio al greco phallos.

[12] A riguardo dell’errata descrizione della zona di Mantova nelle Bucoliche, Pierre Grimal (Virgilio) scrive bonariamente: “un poeta non è un geografo”!

[13] Su Tritone in Libia si veda Apollonio Rodio: Le Argonautiche, IV, 1550 e ssg.

[14] “Didone” potrebbe essere un lemma punico col significato di “errante, colei che vaga”. Il testo di Pompeo Trogo è andato perduto ma Marco Giuniano Giustino circa 200 anni dopo ne fece un riassunto; noi abbiamo riportato in Appendice il testo integrale riguardante la leggenda di Elissa (18.4-6).

[15] I Fenici viaggiavano verso Occidente seguendo la rotta Cipro-Rodi-Creta-Sicilia. Nel viaggio di ritorno percorrevano invece le coste dell’Africa settentrionale; si tenevano quindi più a Sud.

[16] Questa della pelle di bue è sicuramente una leggenda inventata dai Greci per significare l’abilità fenicia di insediarsi in un territorio ostile. Concedere ai fenici lo spazio di una pelle di bue avrebbe significato semplicemente respingerli!

[17] R. Graves, ne I Miti Greci, ritiene che ad una situazione simile alluda la Bibbia nell’episodio di Micol e David (Samuele, 19,13).

[18] Nell’Iliade non è fatta menzione di Pentesilea come tale ma soltanto in documenti collaterali.

[19] Virgilio ha tratto spunto da leggende già esistenti che parlavano di un’origine italica di Dardano.

[20] Identificata da alcuni in Cortona e da altri in Tarquinia che, antecedentemente al 1922 della nostra epoca si chiamava Corneto.

[21] cfr. G. Herm: L’avventura dei Fenici, p.208, Milano 1997 e M. Torelli: Storia degli Etruschi, p.273, Bari 1973.

[22] J. Bérard: La Magna Grecia, p.347, Torino 1973.

[23] E’ curioso notare come Servio (VII, 188…”velum Ilionae”) non si accorga che nel testo virgiliano l’abito non è di Ilione ma di Leda che lo donò poi ad Elena e non è un “velum” (velo) ma appunto un “velamen” (abito). Precedentemente, commentando il verso 649 del I libro, cioè la parola virgiliana “velamen”, Servio la riconosce come tale e infatti specifica: “cycladem significat” cioè “si tratta di una ciclade” (tipica veste femminile di lusso). Dal momento che Servio è l’unico autore antico a parlarci di questi sette oggetti fatali dell’antica Roma, tale equivoco – un velo al posto di un abito e Leda/Elena al posto di Ilione – getta un’ombra sulla genuinità di tutta questa storia! Di questa confusione non sembra essersi voluto accorgere un moderno e dotto continuatore dell’ideologia augustea: Marco Baistrocchi (Arcana Urbis, p.312, Genova 1987). Tralasciamo poi la pietosa pietas del Baistrocchi allorchè scrive contro ogni buon senso che “dal passo di Servio si dovrebbe presumere che il velo fu trasferito a Roma, probabilmente a seguito dell’espugnazione di Cartagine, ma si ignora in quale tempio fosse custodito” (cit. p.324, n.44). Siamo allo stesso livello di coloro che interpretano alla lettera la Bibbia. Ma Baistrocchi non si è accontentato dei sette pignora imperii di Servio ed è convinto che ce ne siano molti di più (cit. p.319, n.3)!

[24] Questa suppergiù la traduzione data dagli studiosi. Noi riteniamo però possibile che quella esatta sia “getto di dadi” (kunotòs “orecchio di cane” era infatti un tipo di lancio coi dadi), poiché Elena fu tratta a sorte, in una variante del suo mito (Plutarco: Teseo,31), fra Teseo e Piritoo. Questa variante però sarebbe stata sconosciuta ad Omero, secondo gli studiosi. Ma è così davvero?

[25] Caduta Troia, Polimestore la uccise, così come uccise anche suo fratello Polidoro.

[26] A parte il fatto che questo parallelismo è forzato, si deve notare come il Baistrocchi ammetta l’esistenza di quelle che noi abbiamo chiamato “romanità remia” e “romanità romulea”.

[27] “Le variazioni apportate al testo sono dovute a scelte operate dal traduttore” (M. Ramous: Eneide, p.64. Venezia 1998)

[28] M. Baistrocchi, cit. p.72, 69 e n.36

La Saga di Enea

MODERNA RIVISITAZIONE PAGANA

di

Vittorio Fincati