Libro Primo

IL CATTIVO ZELO

cacozelia (latens)

Lo studioso classicista Vittorio Fincati ha pubblicato «Il Cattivo Zelo - Virgilio e il segreto dell'Eneide», saggio erudito intorno al "Codice Virgilio", segreto codice di lettura dell'Eneide.

Si ringrazia l'autore per aver concesso una copia integrale a beneficio del nostro sito:

Publio Vergilio[1] Marone

La Saga di Enea

(Eneide[2])

a cura di Plozio Tucca e Lucio Vario Rufo

MODERNA RIVISITAZIONE PAGANA

di

Vittorio Fincati

Abbiamo posto all’interno e al termine di ognuno dei 12 Libri le adeguate considerazioni relative all’opera virgiliana. Anteponiamo quindi qui solo alcuni tratti essenziali. Virgilio fin dai primi versi stabilisce la contrapposizione mitica di Roma, Venere, Enea e Augusto, posti di fronte a Cartagine, Tanit, l’Oriente e Didone – quest’ultimi essendo i da poco sconfitti Egitto, Cleopatra e Iside; nonchè obbedendo alla direttiva di Ottaviano Augusto di esaltare il nuovo corso della storia romana e la politica di recupero di antichi valori religiosi che però non erano più vissuti dalla società romana dell’epoca, fornendone le basi celebrative. Nella vicenda di Enea e Didone riecheggia il conflitto tra lo stesso Augusto e Cleopatra, quando nei primi versi Virgilio mostra una Giunone desiderosa di dare a Cartagine il dominio del mondo. Poco mancò infatti che Giulio Cesare e Cleopatra scrivessero le pagine iniziali di un assetto mondiale del tutto nuovo! La contrapposizione è anche fra una visione rigidamente “romana, secolarizzatrice, antimitica” ed una più generale, mediterranea, quella della Antica Madre, come testimonia il libro undicesimo, con la antitesi Fato-Giunone o la vicenda di Camilla. Questa contrapposizione, vissuta anche all’interno della romanità e che potremmo identificare in visione “remia” e visione “romulea” della vita, non fu un episodio retorico ma venne vissuto realmente, non solo con Cleopatra ma ancora con la regina Settimia Zenobia di Palmyra alla fine del 3° secolo d.C., che giunse a proclamarsi discendente di Cleopatra, Didone e Semiramide[3], e un imperatore come Settimio Severo, nato nel duecentesimo anniversario della distruzione di Cartagine, che introdusse il culto di Tanit a Roma. Virgilio è senza dubbio un eccellente poeta ma non certo il Vate che molti si ostinano a celebrare (anche se non si possono negare le capacità “evocative” che aveva nel recitare personalmente), poichè è stato un emulo di Omero che ha ricalcato sfacciatamente e abbondantemente[4], nonché di Apollonio Rodio. Una parte notevole de I Saturnali di Macrobio si occupa dell’analisi del saccheggio sistematico operato da Virgilio nei confronti di Omero e, in misura minore, di altri poeti.[5] Inoltre, a differenza di Ovidio, è stato un vero e proprio cortigiano ed un falsario; cortigiano già con Asinio Pollione, nel cui figlio identificò il puer della IV ecloga e poi con la famiglia di Augusto[6]. Fu falsario nel postdatare di alcuni secoli la partenza di Enea (1184 a.C.) per farla coincidere con la fondazione di Cartagine (814 a.C.)[7], proprio nello stesso periodo in cui un Dionigi di Alicarnasso, forse su ispirazione di ambienti senatoriali ostili ad Augusto, rivelava - prudentemente in lingua greca[8] - antiche leggende sulla venuta di Enea e la nascita di Roma. Sarà anche il Maestro del cattolico Dante Alighieri. Un filo conduttore che ha unito, nei secoli, il crepuscolarismo etrusco all’apocalittismo cristiano. Questa linea emerge chiaramente nella principale qualifica di Enea, definito enfaticamente lungo tutta l’opera col termine di “pius Aeneas” unitamente all’affermazione del potere del “Fato” (Destino) a cui anche gli Dei debbono soggiacere. E’ l’esaltazione del conservatorismo religioso augusteo che non tiene conto dei mutamenti epocali, e relega l’uomo in una dimensione spirituale nella quale non può più interagire con il Mito e la Natura. Di questa politica rimase vittima, contemporaneamente, Ovidio, con il carmen et error contenuto nei Fasti, ovvero con la rivelazione della vera fine di Remo e su come presentò il personaggio Didone. Nel testo emergono tuttavia elementi che fanno intravedere una “vendetta” ideologica di Virgilio rispetto ad Augusto ma gli emendamenti apportati al poema dopo la sua morte non ci permetteranno più di ricostruire un Virgilio originale, se mai ci fu.

La nostra “rivisitazione” intende porsi da un punto di vista “remio” e contrapporsi a coloro che ancor’oggi propagandano, pur a distanza di così tanti secoli, la concezione “romulea” e augustea in tutta la sua retorica artificialità, prendendo per verità rivelata l’esposizione di Virgilio e le invenzioni propagandistiche dello Stato Romano. Leggendo gli scritti di questi moderni rappresentanti ci si stupisce di come la “mentalità religiosa” sia dura  a morire anche in seno a degli apparenti intellettuali e di come il partito preso fideistico e sentimentale abbia la prevalenza sull’oggettività dei dati e delle conoscenze.

Ad una lettura “didocentrica” dell’Eneide ha consacrato un bel sito Salvatore Conte

CONVITATI DI PIETRA

(non compaiono ma sono presenti in spirito)

CLEOPATRA

Cleopatra VII fu l’ultima regina d’Egitto, anche se di razza greca, poiché da tempo la dinastia ellenica dei Lagidi si era sostituita a quelle tradizionali egiziane. Giunta diciottenne sul trono grazie ad eventi estremamente precari dimostrò da subito un ottimo senso del governo, cercando di salvare la consistenza se non l’indipendenza di uno stato allo sbando e barcamenandosi col suo più pericoloso nemico: la rapacità del Popolo Romano. Fu donna di vasta cultura, intelligente, volitiva, più magnetica che bella[9], poliglotta, educata fin da piccola a regnare. Appoggiò tatticamente Pompeo, ma a causa di questa alleanza dovette fuggire dalla capitale poiché un intrigo di palazzo gli aveva rivoltato il popolo contro. I rivoltosi tra l’altro fecero uccidere Pompeo fuggiasco dopo la sconfitta di Farsalo. Giulio Cesare, sopraggiunto poco dopo riuscì a far tornare Cleopatra sul trono, intrecciando con essa una relazione. In base ai dati storici si può dire che se la morte non avesse colpito Cesare nel 44 a.C., il sodalizio da lui stabilito con la sovrana egizia avrebbe certamente dato alla storia del mondo antico un’impronta ben diversa – e molto meno romana - di quella che ha avuto. Nondimeno nel 45 a.C. Cesare nominò suo erede Ottaviano, figlio di sua sorella, avendone probabilmente riconosciuto le doti innate. Il figlio avuto da Cleopatra, Cesarione, era forse troppo “egiziano” anche per Cesare. Cleopatra non rinunciò nel tentativo di far sopravvivere l’Egitto e la sua civiltà coniugandola con il potere di Roma, e si unì, dopo Cesare, col suo più diretto collaboratore, Marco Antonio anche se costui non possedeva la solarità di Cesare, preferendo impersonare i tratti di un dionisismo decadente. Egli infatti formò una specie di sodalizio dionisiaco profano nella cui sfera volle attirare anche Cleopatra.[10] Era comunque evidente che il fascino e la forza trainante del millenario fulgore egizio sarebbero riusciti ad inglobare anche elementi estranei e potenti come Cesare e Antonio. Le loro meteore sarebbero cadute nel Nilo, vivificandolo ma non prosciugandolo. La mancanza di una completa attitudine strategica da parte di Antonio e l’assenza di un vero e proprio esercito egiziano determinarono la rovina di Cleopatra e Antonio con le modalità ben note ormai a tutti. Gli studi moderni hanno dimostrato quanto fu grandioso e potente l’influsso che l’Egitto esercitò sulla civiltà romana e nonostante le resistenze di quest’ultima, tanto che si potrebbe rinnovare l’antico motto con queste nuove parole: Graecia Aegyptusque Capti Ferum Victorem Cepiunt.

DIONISIO DI ALICARNASSO

Il greco Dionisio di Alicarnasso fu contemporaneo di Virgilio e visse a Roma a partire dal 30 a.C., con lo scopo di far conoscere al mondo greco la storia e le origini della potenza romana. Frequentò l’ambiente dell’aristocrazia senatoria, le antiche famiglie, ed ebbe accesso a documenti riservati, cioè conservati nelle biblioteche gentilizie, grazie ai quali riuscì a raccogliere un notevole insieme di dati con i quali potè scrivere le sue Antichità Romane. Non è verosimile che non conoscesse l’Eneide di Virgilio ma è significativo, invece, che non la menzioni mai! La sua opera, anzi, pubblicata più di vent’anni dopo, si propone uno scopo del tutto opposto a quello del poema latino (I, 5-1): “Attraverso questa mia opera mi riprometto di dimostrare che i Romani erano Greci e, per di più, provenivano da stirpi greche che non erano tra le più effimere e trascurabili”[11]. A questo riguardo Dionisio riferisce dati sulle origini peloponnesiache degli Eneadi. Non è ipotizzabile che in pieno regime augusteo, tutto volto a celebrare il mito virgiliano dei Troiani discendenti degli Etruschi e da poco “carico delle spoglie dell’Oriente”, si potesse dare spazio ad una tesi così “eversiva” se non ci fosse stata la copertura di settori illuminati del Senato e della lingua greca in cui fu redatta l’opera. Secondo uno studioso, ci sarebbe un riscontro nell’opera di Dionisio in base alla quale si potrebbe dimostrare si volesse alludere esplicitamente, ma senza nominarla, all’Eneide di Virgilio “per ribaltare le connotazioni troiane della leggenda di Enea e riportarle nell’ambito greco”. Si tratta di tre episodi in cui Virgilio descrive la foggia troiana dell’armatura di Enea; Dionisio invece, nel suo racconto, dice che i Troiani erano armati alla foggia dei Greci”[12]. Un altro passo “equivoco” nell’opera di Dionisio l’abbiamo rintracciato noi, allorchè lo storico greco dimostra una falsa affettazione a base di scrupoli religiosi che però tende ad accreditare l’opinione che si trattasse di qualche vestigia greca e che si faceva un gran mistero su ciò al solo scopo di nutrire la leggenda troiana a fini politici. Riferendo infatti sul contenuto del tempio degli Dei Penati di Lavinio (I. 67-68), Dionisio riporta la testimonianza di Timeo di Tauromenio che scrisse esserci in quei templi soltanto vecchi caducei di ferro e bronzo e vasellame di foggia greca. Dionisio si finge scandalizzato per l’audacia di Timeo e quant’altri per questa rivelazione: “Mi sdegno anzi contro tutti coloro che vogliono indagare e conoscere più di quanto sia consentito dalla legge”. Poco più in là (II.66) egli però non si perita di confermare la natura degli oggetti di provenienza “troiana” trasferiti nel tempio di Vesta: “…Io posso dedurre da molti elementi che alcune cose sacre, sconosciute alla gente, erano custodite dalle vergini e non il fuoco solamente, ma ritengo che né io né alcun altro che vuole rispettare gli Dei debba ricercare con troppa curiosità quali siano quelle cose”. E’ evidente che gli sarebbe costato caro se avesse liberamente espresso la sua convinzione circa l’assoluta inanità delle “reliquie” ma salta anche agli occhi come i suoi presunti scrupoli religiosi vadano contro il suo stesso spirito indagatore che informa tutta la sua opera!

GNEO NEVIO

Grande poeta latino che prese parte alla Prima Guerra Punica. Tuttavia fu proprio nella città punica di Utica – distante pochi chilometri da Cartagine - che Nevio andò in esilio, dopo essere stato scarcerato a Roma. La sua colpa fu quella di avere attaccato il potere dominante a Roma tanto che di lui si ricorda un celebre verso saturnio contro la potente famiglia dei Metelli: “I Metelli diventano consoli per il Destino di Roma”, là dove c’era il doppio senso della parola Destino (Fatum) che in latino significava anche “disgrazia”. Al che i Metelli gli fecero rispondere con un analogo verso: “I Metelli daranno una mela al poeta Nevio”, là dove mela (malum) in latino significava anche “male”[13]. La sua opera principale fu un poema epico, La Guerra Punica, redatta o completata con l’antico verso saturnio verso il 204 proprio a Utica. Di quest’opera restano solo pochi frammenti per cui non è possibile farsi un’idea precisa del contenuto; si sa però che la prima parte trattava delle peregrinazioni mitiche di Enea in Sicilia, a Cartagine e in Italia. Si può presumere che Virgilio attinse da quest’opera i motivi da lui descritti e modificati nell’Eneide.

MARCO TERENZIO VARRONE

Varrone, morto nel 27 a.C., fu uno dei massimi eruditi romani, autore di opere importantissime andate per lo più perdute. Schierato dalla parte di Pompeo contro Cesare, venne perdonato da quest’ultimo e incaricato di aprire la prima biblioteca pubblica di Roma. Non fu però un vero pentimento poiché Antonio lo inserì in una nuova lista di proscrizione; alla fine venne nuovamente perdonato, questa volta da Augusto. Pare che per sdebitarsi del fatto di avere avuto salvi i beni e la vita Varrone assecondasse le aspirazioni della gens Julia a dignificare se stessa con la storia dell’ascendenza troiana (nel 37 a.C. scrisse un trattato Sulle famiglie Troiane)[14]. In uno dei suoi scritti andati perduti, Varrone riferiva che non fu Didone ad essere innamorata di Enea ma sua sorella Anna, per il quale si suicidò. Virgilio scambiò le “parti” evidentemente per non far figurare che Enea si fosse invaghito di una figura minore e quindi mantenere alto il livello dello “scontro”. Varrone fu un uomo davvero eccezionale e se qui fosse il luogo ci dilungheremmo volentieri. Basti dire che lo si può considerare come l’ideologo indiretto di tutta l’operazione augustea che porterà alla redazione dell’Eneide! “La religione era per Varrone una creazione umana e l’elaborazione di una teologia “naturale” (le teorie dei filosofi sulla divinità) deve rimanere all’interno della classe dirigente e non essere divulgata fra quei ceti della popolazione che hanno appreso invece una teologia “favolosa”, elaborata nei racconti mitologici, e per cui è stata forgiata dagli stati una teologia “civile”, in cui la divinità viene concepita nel rispetto di un’esigenza politica. Per necessità politica, dunque, si impone l’esigenza di conservare il patrimonio religioso della cultura romana” (dal Dizionario della Civiltà Classica, p.1800, Milano 1993)

MARCO VIPSANIO AGRIPPA

Il genero e generale di Augusto, famoso per essere stato il committente del Pantheon di Roma (l’unico tempio pagano architettonicamente ancora in funzione), non sembra guardasse di buon occhio né Mecenate né Virgilio. Era il tipo del romano puro, alieno da compromessi, sobrio e schietto. Non privo peraltro di un certo acume e dottrina, se era riuscito a scoprire, come riferisce Elio Donato, uno strano artificio: “Marco Vipsanio accusava Virgilio di essere sottomesso a Mecenate e di essere l’inventore di una nuova artificiosità, nè  retorica nè frivola, ma fatta di parole comuni, e perciò oscura.”  (M. Vipsanius a Maecenate eum suppositum appellabat novae cacozeliae repertorem, non tumidae nec exilis, sed ex communibus verbis, atque ideo latentis). Questo passo è stato interpretato dal Prof. Maleuvre come la prova che nell’Eneide ci sia un senso nascosto, una seconda scrittura. Altri, come l’americano William Harris, ritengono trattarsi semplicemente di una accusa rivolta ad uno stile letterario che avrebbe fatto uso di un linguaggio poco forbito. Entrambe le chiavi di lettura non mancano di elementi a favore; la seconda si appoggia alla piccola letteratura anti-virgiliana da noi riferita alla nota 4, la prima anche a ciò che noi stessi abbiamo ritenuto di configurare in questa “rivisitazione”. Sulla prima ipotesi pare che un’allusione vi sia anche in Virgilio stesso: “…dedico a quest’opera anche altri studi, molto più impegnativi” (lettera ad Augusto citata da Macrobio (Sat. I,24,13), a meno di non volerla intendere esclusivamente rivolta ad argomenti di Diritto Pontificale e simili.

OMERO

Se si aprono i Saturnali di Macrobio si scopre che una grossa parte dell’opera è dedicata a Virgilio, sul quale l’autore non lesina le espressioni di ammirazione. Tuttavia, leggendo la enorme mole di dati comparativi che Macrobio apporta su Virgilio, il lettore non può fare a meno di scoprire che il solo merito di Virgilio è quello di aver saputo rastrellare e conglomerare tutta la letteratura greca e romana – ma più di tutti Omero – per usarla come materiale da costruzione della sua Eneide. In Macrobio non si avverte questo fatto come un elemento di valore negativo – per quanto grandioso nel suo risultato – e addirittura nel dialogo dei Saturnali lo si difende con argomenti che valgono per accusarlo (V,1-2 e passim): “Non sono pochi gli elementi che dedusse dai Greci e inserì nella sua poesia come se fossero ad essa connaturati” (…) “tutto il resto che compone il Libro II [dell’Eneide] è traduzione quasi letterale da Pisandro” (…) “Ma l’Eneide stessa non fu forse derivata da Omero?” (…) “Tutta l’opera di Virgilio è come uno specchio dei poemi omerici” (…) “Se volete, posso citarvi i singoli versi che risultano quasi tradotti letteralmente… Ma ora, se credete, io smetterei di confrontare i versi tradotti: non vorrei disgustarvi annoiandovi con la monotonia dell’esposizione” (…) “Ci sono tre cose, si crede, ugualmente impossibili. togliere il fulmine a Giove, la clava ad Ercole e un verso a Omero… questo poeta [Virgilio] invece riuscì a trasferire nella sua opera le parole del predecessore così bene da farle credere sue” (…) “Ci sono altri passi di moltissimi versi che Virgilio Marone introdusse nella sua opera desumendo dagli antichi con mutamenti di poche parole. Ma sarebbe troppo lungo riportare gran numero di versi dall’uno e dall’altro autore”. (…) “Anche molti epiteti ricorrenti in Virgilio son ritenuti inventati da lui; mostrerò invece che pure questi furono tratti dagli autori antichi”. Gran parte della terza giornata dei dialoghi dei Saturnali è un’interminabile sequela di passi virgiliani raffrontati agli originali non virgiliani.

OTTAVIANO AUGUSTO

Il suo vero nome era Caio Ottavio ed era nipote di Giulio Cesare. Alla morte di quest’ultimo, essendone stato nominato erede, assunse il nome di Caio Giulio Cesare e poi solo Caio Cesare. Ottaviano pare fosse un termine coniato da Cicerone con una leggera vena dispregiativa. Augusto fu il titolo che gli conferì il Senato e che fino a quel momento era stato usato per definire le cose dedicate alla divinità[15]. Certamente dotato di qualità, seppe cavalcare con innata maestria e spregiudicatezza le precarie vicende e gli interessi di parte che lo portarono alla ribalta. Nel conflitto che lo oppose ad Antonio, privo com’era di fama e di onori – se non il fatto di essere l’erede legale di Cesare – fece ricorso a mezzi demagogici per screditare l’avversario e attirare su di sé il favore delle masse e dei senatori. “La grande vittoria di Ottaviano Augusto è l’aver bruciato le carte di Cesare – tutte, non solo le lettere personali indirizzate a Cleopatra, che costei gli porse goffamente per strappargli un po’ di pietà,  ma soprattutto i documenti che Antonio possedeva da 14 anni, dal giorno dopo le idi di Marzo del 44 a.C. Vittoria da criminale, da censore della storia, che fa sparire le prove di tutto ciò che non è conforme alla verità ufficiale. Grazie a questa vittoria dobbiamo limitarci per sempre alle congetture circa gli ultimi piani di Cesare e alla continuità dell’azione di Antonio rispetto a quei piani[16]. Non esitò a sacrificare la vita di chi gli era d’intralcio per i suoi scopi, tanto che diede il suo assenso all’uccisione del Grande Romano (Cicerone) da parte di Antonio, nonostante che Cicerone avesse parteggiato per Ottaviano. “È indubbio che quest’uomo, così eccessivamente lodato per essere stato il restauratore dei costumi e delle leggi, fu a lungo uno dei più infami corrotti della repubblica romana. Tanto si diede alla dissolutezza più sfrenata, tanto la sua enorme crudeltà fu placida e meditata. Fu nel bel mezzo di festini e banchetti che ordinò proscrizioni; per circa trecento senatori e proscritti, duemila cavalieri e più di cento padri di famiglia sconosciuti ma ricchi, l’unica colpa fu la loro fortuna. È fin troppo certo che il mondo fu sconvolto, dall’Eufrate sino al profondo della Spagna, da un uomo senza pudore, senza fede, senza onore, senza onestà, subdolo, ingrato, avaro, sanguinario, placido nel delitto, e che, in una repubblica civile, sarebbe stato giustiziato al primo dei suoi crimini. Fu sempre più spietato che clemente: dopo la battaglia di Azio fece sgozzare il figlio di Antonio ai piedi della statua di Cesare, e fu così barbaro da far decapitare il giovane Cesarione, figlio di Cesare e di Cleopatra, che egli stesso aveva riconosciuto come re d’Egitto. Si sa che Cesare, suo padre adottivo, fu così grande da perdonare quasi tutti i suoi nemici; ma non mi risulta che Augusto ne abbia perdonato neppure uno solo [Cinna escluso, ma per calcolo]. Come si può rendere merito a un brigante arricchito e incalliro di godere in pace del frutto delle sue rapine, e di non assassinare ogni giorno i figli e i nipoti dei proscritti che sono in ginocchio davanti a lui e che lo adorano! Fu un politico prudente, dopo essere stato un barbaro”[17].

PUBLIO OVIDIO NASONE

Anche Ovidio nei suoi Fasti (3.545f), riprende il dato di Varrone. E’ una clamorosa smentita di Virgilio e quindi di Augusto! Sembra proprio che questo Ovidio non avesse molta paura di esprimere i valori di una Romanità di fede “remia”, contrapposta a quella “romulea” e coriacea di Augusto. La cosa gli costò la pena dell’esilio a vita e non solo per questo particolare. Sempre nella stessa opera rivelò la leggenda del fratricidio commesso da Romolo, quando Augusto si era adoperato per nasconderla, come abbiamo già detto. Non basta: nelle Eroine (Lettera VII) simulò una corrispondenza fra Didone ed Enea in termini talmente caustici che possiamo immaginare quale effetto potesse fare su Augusto (in APPENDICE riportiamo il testo integrale di questa epistola). Conobbe di vista Virgilio ma non fece mai parte del circolo di Mecenate, bensì di quello più defilato di Messalla, di cui fece parte anche Tibullo. Ovidio rappresentò con le sue opere (tranne forse i Fasti che gli vennero commissionati) l’antitesi alla poesia impegnata e celebrativa del regime augusteo.

QUINTO ORAZIO FLACCO

Il famoso poeta romano venne attratto nell’orbita del circolo augusteo di Mecenate (circa nel 38 a.C.) allorchè l’establishment si accorse della pericolosità delle sue tesi. Infatti nell’epodo XVI, redatto nel confuso periodo in cui il potere di Augusto non si era ancora consolidato, Orazio invitava il lettore ad abbandonare la partita e ritirarsi. Sosteneva che i Romani scontavano la colpa di avere ucciso Remo, la città di Roma era maledetta e giorno sarebbe venuto che verrà abitata dalle bestie selvatiche e non più dagli uomini. Bisogna prendere il largo e raggiungere le mitiche Isole Fortunate nell’estremo Occidente. E’ evidente come questo epodo si contrapponga alle pretese di grandezza della da poco scritta Quarta Ecloga di Virgilio e, quindi, vada ad intaccare gli interessi del circolo politico che faceva capo ad Augusto e Mecenate. Orazio aveva combattuto a Filippi nell’esercito repubblicano che si contrapponeva ai Triumviri. Una volta “arruolato” sotto Augusto la sua adulazione si riversò smaccata nelle sue opere letterarie.

[1] Solo a partire dal V secolo la grafia Vergilius venne mutata in Virgilius. Gli studiosi tendono a riconoscere nella famiglia di Virgilio una discendenza etrusca. Il nome Marone pare rievocasse una magistratura, forse collegata con l’arte divinatrice. Elio Donato riferisce alcuni particolari piccanti circa la sua esistenza: “Corpore et statura fuit grandi, aquilo colore, facie rusticana, valetudine varia; nam plerumque a stomacho et a faucibus ac dolore capitis laborabat, sanguinem etiam saepe reiecit. Cibi vinique minimi; libidinis in pueros pronioris, quorum maxime dilexit Cebetem et Alexandrum, quem secunda Bucolicorum ecloga Alexim appellat, donatum sibi ab Asinio Pollione, utrumque non ineruditum, Cebetem vero et poetam. Vulgatum est consuesse eum et cum Plotia Hieria”. Spiritualmente, Virgilio aveva aderito al ramo “romano” dell’epicureismo e amava vivere in una località amena nei pressi di Napoli. Si recò in Grecia e nell’Egeo allo scopo di documentarsi meglio circa il poema che aveva scritto. Ammalatosi durante il viaggio di ritorno e morto fu sepolto nei pressi della sua abitazione. Un epitaffio, certamente composto da lui stesso, lo immortalò così: Mi generò Mantova, mi uccisero le Calabrie, / ora sto a Partenope. Cantai di pascoli, campi, duci.

[2] Anche un autorevole studioso di Virgilio, Domenico Comparetti, più volte al posto di Eneide usa “la saga di Enea”, che sarebbe un altro modo forse più preciso di tradurre il titolo in italiano. Stando ad un frammento di corrispondenza fra Virgilio ed Augusto riferito da Servio, il vero titolo dell’opera potrebbe essere stato, almeno all’inizio, Enea e non Eneide: “Per quanto riguarda il mio Enea se, per Ercole, lo ritenessi già degno delle tue orecchie, te lo manderei volentieri…”. L’opera, come ricorda Servio, venne commissionata (propositam) direttamente da Augusto. Alla morte del poeta, l’imperatore, in vista della pubblicazione, ordinò di non aggiungere nulla. Furono però apportati dei tagli, alcuni noti, altri ignoti sui quali si possono fare solo congetture inutili. Elio Donato scrisse che l’opera di revisione (non furono toccati circa 84 versi rimasti incompiuti) fu comunque condotta superficialmente (summatim), e ciò contribuisce ad alimentare ipotesi su punti specifici del testo. Un grammatico riferì di aver udito da contemporanei di Vario[2] che quest’ultimo aveva fatto apparire l’originario Terzo Libro dell’Eneide come Primo libro. Pertanto il poema non sarebbe iniziato con la scena del naufragio ma con la storia della caduta di Troia. Il racconto non è però plausibile; a meno che Vario non avesse contravvenuto agli ordini di Augusto e al desiderio dello stesso Virgilio. 

[3] Storia Augusta (Tyrrani Triginta 27,30). Ma perché fermarsi al tempo di Zenobia? Il regime fascista ostracizzò anch’esso la figura di Didone. In un quartiere di Roma, le cui vie erano dedicate ai personaggi dell’Eneide, mancava quella dedicata a Didone. A ciò reagì prontamente la Royal Navy britannica, allorchè varò contro l’Italia incrociatori della classe Dido!

[4]“Il fatto è che Virgilio si accinse alla composizione dell’Eneide senza entusiasmo, perchè costretto dal debito di riconoscenza che aveva verso Augusto, e buttò giù il materiale prima in prosa, per trasformarlo poi in versi, quando gli veniva l’estro” (M. Scaffidi Abbate: Eneide. Roma 1994). E’ del tutto retorica, quindi, l’uscita pubblicitaria a suo favore del poeta Properzio, suo contemporaneo: "fatevi da parte, scrittori Romani, fatevi da parte Greci: sta nascendo qualcosa più grande dell’Iliade". Non mancarono i detrattori contemporanei di Virgilio (e certamente della politica augustea), tra cui un certo Numitorio, che scrisse un’Antibucolica con toni esilaranti e farseschi. In risposta al verso di Virgilio “nudo ara, nudo semina”, Numitorio verseggiò: “ti verranno i brividi di freddo”; o ancora: "Titiro, se hai caldo con la toga, a che scopo cercare l’ombra di un faggio?”, sottintendendo che se la poteva togliere. Un altro: “dimmi, Dameta, cuium pecus è latino secondo te? Niente affatto, mio caro Egone, così parlano i bifolchi”. Un certo Carvilio Pittore scrisse un libro contro l’Eneide, intitolato lo Stracciaeneide (Aeneidomastix). Asconio Pedanio scrisse al contrario un libro in cui confutava questi detrattori. Di tutte queste opere non ci sono rimaste che scarne notizie, riportate nella Vita di Virgilio di Elio Donato.

[5] Il Comparetti (Virgilio nel Medioevo) invece lo difende con queste parole: “…lo è perché doveva esserlo, né v’era potenza di genio che a tal condizione potesse allora sottrarsi; una emancipazione totale dell’arte da quanto imponevano le ancor vivissime creazioni greche, era cosa che niuno desiderava, niuno voleva, e sarebbe stata accolta con indignazione come una anormalità mostruosa ed inintelligibile.”

[6] Servio: “intentio Vergilii haec est, Homerum imitari et Augustum laudare a parentibus; namque est filius Atiae, quae nata est de Iulia, sorore Caesaris, Iulius autem Caesar ab Iulo Aeneae originem ducit, ut confirmat ipse Vergilius a "magno demissum nomen Iulo''. Vedi anche l’episodio di Marcello, nipote di Augusto e ancora: Georgiche, III 46-8.

[7] All’epoca di Virgilio gli eruditi sapevano già della notevole differenza temporale fra le due fondazioni. La gente comune al contrario, era del tutto succube della vox maiorum.

[8] “…vissi a Roma, dove imparai a parlare e a scrivere in latino.” (Antichità Romane).

[9] Fu di Pascal l’osservazione (forse avendo in mente Augusto) che se “il naso di Cleopatra fosse stato più corto, il volto del mondo sarebbe cambiato”.

[10] Quest’ultima assecondò per necessità Marco Antonio ma riuscì sempre a mantenersi superiore spiritualmente.

[11] Naturalmente questa affermazione è valida a patto di limitarsi a riconoscere – come per il caso degli Etruschi – un’apporto di nuclei stranieri elitari che si sono poi fusi (ma non confusi) al substrato indigeno.

[12] Cfr. la nota 57/2 a p.95 dell’edizione italiana dell’opera di Dionisio.

[13] ecco i due versi nel testo latino: “fato Metelli Romae fiunt consules” e ”malum dabunt Metelli Naevio poetae”.

[14] “Pose la sua immensa erudizione e le sue curiosità al servizio del mito troiano, che Cesare aveva vivificato” (P. Grimal: Virgilio - la seconda nascita di Roma. p.217, Milano 1985).

[15] Inizialmente il Senato voleva attribuirgli la qualifica di “Romolo” ma Ottaviano rifiutò.

[16] Paul Marius Martin: Antoine et Cléopatre, Paris 1990.

[17] Voltaire: Dizionario Filosofico.

La Saga di Enea

[ Libro Primo ]

MODERNA RIVISITAZIONE PAGANA

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Vittorio Fincati

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