Tiberio Asconio Silio Italico

nel capolavoro di Vincenzo Ruggiero Perrino

(si ringrazia l'autore per aver concesso l'autorizzazione alla riproduzione dell'opera)

Il Proconsole d'Asia, Silio Italico, è l'Autore di Punica,

il più lungo poema della letteratura latina,

concepito quale continuazione ed esplicazione dell'Eneide virgiliana.

Sperimenta il linguaggio di Silio Italico con la nostra prova di logica deduttiva

Dallo stesso autore: Appendix VergilianaL'Appendix Vergiliana e gli inediti di Virgilio (199 Kb)

l’ultimo uomo ed il primo uomo

in memoria di Publio Virgilio Marone

… Ricordare… ricordare… ricordare…

«Quei versi, come cominciavano? Ecco, sì, mi pare di ricordare…

 

Lusimus, Aureli, gracili modulante Julia
utque araneoli tenuem formavimus orsum;
lusimus: haec propter culicis sint carmina docta,

omnis et historiae per ludum […]

notitiae et ducum voces, licet invidus adsit.

 

Erano proprio così? Forse, non era Aurelio, ma Ottavio? Ed era sicuramente Giulia, o un altro nome? E dopo quel ludum, cosa c’era? I versi si confondono nella mia mente… La memoria mi tradisce… Ho paura di sbagliare… Perché tutti i miei ricordi mi sembrano così lontani? Ci vorranno mesi per completare tutto il lavoro…

Divinità tutte assistetemi, muse ispiratrici aiutatemi! Fate in modo che questi versi immortali non vadano dimenticati. Che io, Tiberio Asconio, possa far rivivere questi versi e farli conoscere al mondo intero!».

… Ricordare… ricordare… ricordare…

 

Il giorno prima.

Tiberio Asconio camminava, a passo svelto, per la piazza della città.

«Tiberio!», ad un tratto si sentì chiamare.

Si voltò, e riconobbe Caio: «Salve, Caio!».

«Sei al corrente di quanto sta succedendo a corte?».

«Solo in parte».

«Nerone non è più tanto amato dalla gente, e questo si sa. Pisone e i suoi compagni stanno tramando qualcosa. E Nerone diventa ogni giorno più sospettoso. Per ora si accontenta di sfogare la sua rabbia, perseguitando i cristiani».

«Cosa hai tu da temere da Nerone, Caio?».

«Io? Nulla!».

«Quindi, stai pur tranquillo».

«Piuttosto, mi preoccupano un po’ Pisone e i suoi amici…».

«Ma, anche da loro non dobbiamo temere nulla. Nerone saprà benissimo come mettere a tacere le voci di malcontento, che quei traditori stanno diffondendo. Non temere, Caio, andrà tutto bene!».

«Finché ci saranno cristiani da mandare al circo, si placa, in parte, l’ira di Nerone…».

«Ora vado, poiché ho da incontrare una persona».

«Salve, Tiberio!».

Tiberio affrettò il passo. L’incontro con il suo amico Caio gli aveva fatto perdere un po’ di tempo.

Si avvicinò al banco di un venditore di focacce, che ripeteva:

«Focacce, focacce di Publio! Venite, assaggiate le ottime focacce di Publio».

«Senti, Publio, ti chiedo un’informazione. Io sto cercando Carito di Nicea, il venditore greco. Sai dirmi dove posso trovarlo?», disse Tiberio.

«Dovrebbe trovarsi laggiù, in fondo alla piazza».

Tiberio Asconio cercava Carito di Nicea, che era un venditore di manoscritti. Non di rado, costui, dalle sue lontane terre, portava qualche prezioso testo, del quale magari non si sapeva neanche l’esistenza.

Il romano aveva una fornita collezione di testi rari. Possedeva papiri molto antichi. La sua sete di conoscenza lo spingeva a ricercare le opere più introvabili. Era disposto a pagare qualsiasi cifra, pur di entrare in possesso di manoscritti sconosciuti di autori celebri.

Carito di Nicea era stato assente da Roma per mesi. Era tornato in Asia Minore con la promessa a Tiberio che, al rientro a Roma, avrebbe portato con sé delle opere interessanti, molto interessanti.

Il venditore era in fondo alla piazza, come aveva detto Publio. Era un tipo basso; la sua pelle era bruciata dal sole. Era abbastanza grasso, brutto, con pochi capelli. Aveva il comportamento tipico dei liberti arricchiti con il commercio, solo a volte lecito.

«Ti saluto, mio signore!», dise Carito, ossequioso e sempre enigmaticamente sorridente.

«Mio buon Carito, com’è andato il tuo soggiorno in Asia Minore?».

«Gli dei sono stati benigni con me. Sono riuscito a tornare a Roma con molte preziosità. E penso che per te ce ne sia una molto interessante».

«Di cosa si tratta?».

«Entra nella mia tenda».

Questa era stata montata dietro al banco. Il venditore fece accomodare il suo cliente su uno sgabello. Poi, da una cassa di legno, tirò fuori tre rotoli, il cui stato di conservazione non era soddisfacente.

«Dai un’occhiata al contenuto di questi tre rotoli».

Il primo conteneva l’opera di Aristide da Mileto, “Milesiakà”. Tiberio Asconio, dato uno sguardo al testo, esclamò: «Le famose fabule milesie! Erano anni che non riuscivo a trovare la loro traduzione di Sisenna a Roma! Come hai fatto, lestofante, a trovare le stesse, addirittura in lingua greca?».

Carito sorrise compiaciuto.

Il secondo conteneva poesiole di carattere licenzioso, sicuramente di scarso interesse. Infatti, Tiberio accantonò subito il papiro.

Il terzo, con grande stupore e contentezza di Tiberio, era una rarità. Conteneva, quasi certamente, versi di varie opere perdute di Virgilio.

«Grandi dei!», esclamò Tiberio Asconio, mentre con gli occhi sembrava quasi divorare quel rotolo.

Poi, alzò lo sguardo e chiese al venditore:

«Come sei venuto in possesso di questo papiro?».

«Ho rinvenuto questo rotolo presso un altro venditore, che, a sua volta, lo aveva trovato presso il proprietario di un’osteria, il cui padre aveva ospitato Virgilio, quando questi soggiornò brevemente in Asia Minore. Il poeta gli aveva donato dei versi… ».

Tiberio lesse:

 

Copa Surisca, caput Graeca redimita mitella,
crispum sub crotalo docta movere latus,
ebria fumosa saltat lasciva taberna,
ad cubitum raucos excutiens calamos.

 

Disse, poi, al venditore:

«Continua il tuo racconto sul ritrovamento del testo… Anzi, no, aspetta!», Tiberio era rimasto colpito da alcuni versi:

 

De qua saepe tibi, venit: sed, Tucca, videre
non licet: occulitur limine clausa viri.
de qua saepe tibi, non venit adhuc mihi: namque
si occulitur - longe est, tangere quod nequeas.

venerit: audivi. sed iam mihi nuntius iste

quid prodest? illi dicite cui rediit.

 

Tiberio esclamò: «Questi versi li conosco bene! Io sono già in possesso di un altro papiro, nel quale sono contenuti alcuni di questi versi! Lo comprai dai figli di Vario Rufo, il quale lo aveva ricevuto in dono direttamente dall’autore, dallo stesso Virgilio! Allora, tutti questi versi sono certamente del grande poeta! Grazie, dei!».

Tiberio Asconio non stava in sé dalla gioia. Il proconsole di Nerone, poeta di discrete qualità, autentico veneratore della figura di Virgilio, aveva tra le mani un rotolo con non pochi versi sconosciuti dell’amato poeta.

«Quanto vuoi per questo manoscritto?», chiese, stringendo tra le mani il prezioso testo virgiliano.

«Mio signore, tu vedi da te il valore di quello che hai tra le mani... Tutto ciò non ha prezzo!», disse, astutissimo, Carito.

«Carito, per l’amore di tutti gli dei, quanto vuoi per questo rotolo?», disse a voce alta Tiberio.

«Vale almeno quindici monete d’oro...».

Nonostante avesse sentito l’esosa richiesta, Tiberio mise mano al sacchetto di monete, che portava sempre con sé. Ma Carito, assunta un’espressione laida, aggiunse:

«Quindici sesterzi… e il tuo pupillo!».

Tiberio rimase senza parole. Era costernato. Non si spiegava come quel venditore greco potesse conoscere Alessandro. Poi, ricordò che qualche mese prima lo aveva mandato a saldare un debito presso Carito!

«Alessandro... no..., non puoi chiedermi questo!»

«Mio signore, temo, allora, che il papiro resterà qui, ad aspettare un altro compratore!».

«No!», gridò Tiberio.

«Pensa bene alla mia offerta. Io, domani mattina, sarò di nuovo qui», disse Carito, riprendendo il papiro dalle mani dell’esterefatto Tiberio.

Il proconsole, agitatissimo, uscì dalla tenda e si avviò  verso casa. Rimuginava tra sé il da farsi: avere il manoscritto al prezzo di perdere il suo amatissimo pupillo, Alessandro, o perderlo e accontentarsi solo dei versi, che già possedeva, del suo poeta prediletto?

 

… Ricordare… ricordare… ricordare…

«Muse, perché non riesco a ricordare certi versi? Perché? Parte della mia casa è ridotta ad un mucchio di pietre fumanti. L’incendio ha seminato distruzione e morte… Sono scomparsi nel nulla molti miei preziosi papiri. Anni ed anni di ricerche e di fatica, per arricchire la mia biblioteca, sono stati inutili. Sono bastate poche ore, per distruggere tutti i miei sogni di salvaguardare la memoria di grandi autori… Fragilità dei sogni! Dei, perché? Avevo sperato di perpetuare il ricordo di poeti e scrittori del passato. Invece, un furioso incendio, appiccato dai nostri nemici, i cristiani, ha distrutto tanti preziosi testi! E sono morte alcune persone, a me carissime…

 

… rhetorum ampullae,
inflata rhoezo non Achaico verba

 

Ecco, questi versi sono certamente del “mio” Virgilio!  Devo assolutamente ricordare molti, possibilmente tutti i versi del poeta  e trasmetterli ai posteri. Sarebbe da sconsiderati perdere un patrimonio di versi immortali!».

… Ricordare… ricordare… ricordare…

 

Il giorno prima.

Tiberio giunse a casa sua. Era in preda a grande turbamento per quanto gli aveva detto Carito. Volle subito vedere Alessandro. Ordinò ad uno dei servì di farlo venire da lui. Poco dopo, il ragazzo giunse.

«Oh, Alessandro! Vieni, fatti vedere!», disse, quasi piangendo, Tiberio.

«Sei triste, mio signore?».

«Sì, non poco!».

Alessandro era un ragazzo molto sveglio. Aveva capelli ricci. I suoi occhi erano vivissimi. Tiberio lo aveva acquistato da un mercante di schiavi della Tracia, rimanendo molto colpito dalla bellezza e dalla intelligenza del ragazzo. Lo aveva fatto istruire da un buon precettore, e ne aveva fatto il suo pupillo.

Anche Cornelia, la fedele moglie di Tiberio aveva accettato il ragazzo in casa, forse perché non aveva potuto dare figli al marito. Alessandro era come un figlio per Tiberio. Infatti, questi aveva già dato disposizioni nel suo testamento: la maggior parte dei suoi beni sarebbe andata al ragazzo.

«Che cosa ti turba?», chiese Alessandro.

«Ho incontrato Carito…».

«Il venditore di papiri?».

«Sì! E mi ha fatto vedere un rotolo del mio amato Virgilio».

«Mio signore, tu possiedi non poco di quello che Virgilio ha scritto! Non solo le sue opere più celebri, ma anche quello che nessun altro ha mai letto, per esempio, i versi che il sommo poeta scrisse, quand’era un ragazzo come me! Hai perfino comprato il suolo dove egli riposa!».

«Carito ha un rotolo che contiene versi virgiliani, che io non ho mai letto!».

«Neanche nel rotolo che ti fu venduto dai figli di Rufo?».

«No».

«Allora, certamente acquisterai quel rotolo…», disse gioiosamente Alessandro.

«Già», ribatté Tiberio con aria triste.

Poi, abbracciò il ragazzo. Lo strinse fortemente tra le sue braccia. Il ragazzo non riusciva a spiegarsi il perché di quell’abbraccio improvviso. Gli sembrava quasi che il suo signore gli volesse dire addio. Gli venne naturale chiedere:

«Signore mio, stai bene? Forse qualche dispettosa divinità ti ha giocato un brutto tiro?».

«Sto bene, ragazzo mio. E’ che ora la mia testa è piena di pensieri spiacevoli!».

«Ho capito», disse il ragazzo, sciogliendosi dall’abbraccio, «Forse il mio signore vuole rimanere solo, per riflettere un po’?».

«Sì, forse è meglio. Vai a riprendere i tuoi studi, così che io possa restare solo con i  miei pensieri».

Il ragazzo baciò il suo signore ed uscì.

Tiberio, rimasto solo, andò nella sua biblioteca. Cominciò a prendere tra le mani i suoi rotoli più o meno antichi, contenenti opere, spesso rare. Volle consultare il testo virgiliano, vendutogli dai figli di Vario Rufo. Questo rotolo conteneva dei bellissimi versi del giovanissimo Virgilio. Quando cominciò a leggere, ebbe come un fremito. Gli sembrò di avere accanto il suo poeta, nell’atto di comporre quei versi, ancora acerbi, ma pieni di sublime fascino, per un lettore appassionato come lui. L’emozione era profonda. Ma anche l’angoscia lo era. Con quale coraggio avrebbe potuto dare il suo Alessandro a quel laido animale, all’immondo Carito? Un testo di versi virgiliani, sconosciuti persino ad un grande collezionista di rarità come lui, valeva veramente l’innocenza di un ottimo ragazzo, come Alessandro?

 

… Ricordare… ricordare… ricordare…

«C’erano alcuni versi virgiliani, molto belli, dedicati alla focaccia… Ecco sì, mi pare di ricordare bene…

 

eruit interea Scybale quoque sedula panem,
quem laetus recipit manibus, pulsoque timore
iam famis inque diem securus Simulus illam

ambit crura ocreis paribus tectusque galero
sub iuga parentis cogit lorata iuvencos
atque agit in segetes et terrae condit aratrum

 

Terminavano proprio così, sono sicuro. Non mi resta che appuntare questi versi... Devo fare presto. Potrei dimenticarli… Che siano di Virgilio anche questi altri versi?

 

Villula, quae Sironis eras, et pauper agelle -
verum illi domino tu quoque divitiae -
me tibi, et hos una mecum, quos semper amavi,
si quid de patria tristius audiero,

commendo, in primisque patrem. tu nunc eris illi
Mantua quod fuerat quodque Cremona prius.

 

Che Giove mi fulmini, se non sono suoi! Ed ora bisogna che ricordi ancora altri versi di Virgilio, contenuti in papiri irrimediabilmente perduti nell’incendio…».

… Ricordare… ricordare… ricordare…

 

La notte non fu senza incubi per il povero Tiberio. Il suo sonno fu agitatissimo, tanto che la moglie gli chiese se si sentisse bene.

«Tutto bene. Ho soltanto avuto qualche incubo», rispose lui.

«Che incubi?».

«Non ricordo».

Nella mattinata, accompagnato da due servitori, Tiberio si recò nuovamente nella piazza, dove il giorno prima aveva incontrato Carito. Quando quest’ultimo vide arrivare il suo cliente, assunse una espressione furbescamente gioviale, come di chi sa che il compratore, il sicuro compratore dipende ormai strettamente da lui.

«Ben tornato, mio signore! Ti vedo un po’ giù…», esordì Carito, accogliendo Tiberio nella sua tenda.

«Non essere ipocrita, Carito. So benissimo che a te interessano solo i grossi guadagni e che non disdegni affari illeciti!».

«Mio signore, permettimi di ricordarti che anche a te non interessa nulla della mia persona. Sei qui soltanto per i rotoli, i preziosi rotoli, che io provvedo a trovare per i facoltosi clienti come te!».

«Carito, non essere insolente! Ricorda che io sono un proconsole dell’imperatore, e, come tale, posso sempre denunciare i tuoi affari disonesti!».

«Già, ma cosa penserebbe l’imperatore se un suo proconsole partecipa agli stessi? Cosa pensi che possa dire Nerone del fatto che, per anni, tu hai incaricato me di procurarti, con ogni mezzo, papiri rari e preziosi?».

«Cosa vuoi dire?».

«Che se tu proverai a fare qualcosa contro di me, io non esiterei a denunciarti pubblicamente!».

«Cane!», disse Tiberio, quasi aggredendo il suo interlocutore. Riuscì a dominarsi.

«Stai calmo, mio signore! Piuttosto, hai riflettuto sulla mia proposta?».

«Certo!».

«E allora? Non è per metterti fretta, ma avrei già un altro potenziale acquirente, per quel rotolo…».

«Chi?».

«Un tale che è passato da me, poco dopo che tu eri andato via… Un signore molto ricco e potente…».

«Stai mentendo. Dici questo soltanto per sollecitarmi a comprare!».

«Credi pure quel che ti pare. Io, domani, sarò ancora qui per l’ultimo giorno. Poi, torno nella mia terra, per degli affari urgenti. Entro domani avrò venduto quel rotolo, o a te, o a quell’altro. Mi è indifferente il fatto che lo acquisti uno, anziché un altro…».

Improvvisamente, Tiberio rivide quel rotolo di Virgilio tra le sue mani, quei rari versi, e fu assalito dal panico. Non si sarebbe mai potuto perdonare la leggerezza di perdere un manoscritto così importante! Il proconsole era molto agitato e non sapeva cosa fare. Comunque, non voleva rinunciare né al papiro, né al suo pupillo. Accecato dalla brama di possedere quello che voleva, senza perdere quello che già aveva, estrasse il suo gladio e minacciò di morte Carito.

«Dammi quel rotolo, altrimenti ti ammazzo!».

«Signore, sei forse uscito di senno? Metti via quel gladio!».

«Ho detto di darmi il rotolo».

«Sai bene quel che voglio in cambio».

«Non lo avrai mai!», disse Tiberio, avvicinandosi a Carito.

I due si azzuffarono violentemente. Carito, con mosse rapidissime, si difendeva con una spranga di ferro.

I servitori del proconsole, attirati dalle grida del loro padrone, accorsero.

«Padrone, padrone cosa succede?», gridò uno dei due servitori, entrando nella tenda e vedendo il suo signore, quasi sopraffatto da Carito.

«Aiuto, questo venditore mi ha aggredito e vuole uccidermi».

«E’ lui che ha aggredito me!», disse Carito, che ormai stava per avere la meglio sul proconsole.

Mentre uno dei due servitori cercava di difendere il suo  padrone, l’altro andò a chiamare alcuni  soldati che facevano la guardia al mercato, nella piazza.

In breve, con l’aiuto del servitore, Tiberio costrinse a terra Carito e gli puntò contro il suo gladio.

«Non uccidermi», disse Carito, in preda al terrore.

«Non permetterò che un testo prezioso resti nelle mani di un sudicio venditore come te. Tu non sei degno neanche di toccare qualcosa del sommo Virgilio! Il grande poeta vivrà soltanto grazie a me, grazie alla mia grande passione per i suoi versi!».

«Tu sei pazzo! Aiuto! Aiuto!», gridava Carito.

«Sì, sono pazzo!», disse Tiberio, e squarciò il petto di Carito con il suo gladio.

Qualche attimo dopo, nella tenda entrarono l’altro servitore e alcuni soldati.

«Cosa sta succedendo qui?», chiese uno dei soldati a Tiberio.

«Sono Tiberio Asconio Silio Italico, proconsole dell’imperatore. Ero venuto da questo venditore per acquistare un suo rotolo, e lui, per derubarmi di tutte le monete che avevo addosso, mi ha aggredito. Mi sono difeso e l’ho ucciso».

Detto questo, Tiberio diede un’eloquente occhiata ai suoi servi che sapeva fedelissimi, e che non avrebbero mai tradito il loro padrone.

«Purtroppo, nel mercato di Roma, viene proprio la feccia degli altri popoli!», commentò uno dei soldati.

Poco dopo, Tiberio, salutato rispettosamente dai soldati, si allontanò dalla tenda di Carito, non dimenticando di prendere quel rotolo.

 

… Ricordare… ricordare… ricordare…

«Oh, dei, chiedo il vostro perdono! Mi sono macchiato di un crimine! Ho ucciso un uomo, ho dichiarato il falso. Io, un proconsole dell’imperatore. Ho commesso un reato terribile, per il quale incorro nella vostra ira… Ho agito in modo indegno, unicamente per possedere dei versi virgiliani, da me ritenuti di inestimabile valore. Oh, Minerva, a te in particolare chiedo perdono, a te che proteggi ogni passione intellettuale, a te chiedo pietà. In nome della mia sete di conoscenza, non ho esitato a ricorrere alla violenza. So di essere degno di grandi castighi. Ma, credo di essere già stato punito abbastanza. L’incendio, appiccato dai cristiani, ha seminato distruzione in tutta Roma. E anche la mia villa non è scampata alle fiamme. Delle persone a me care sono morte. Questo è già un castigo del cielo. Minerva… Minerva… aiutami. Forse la mia passione per Virgilio mi ha completamente sconvolto la mente…

 

…Minervae
tardaque confecto redeunt quinquennia lustro,

cum levis alterno Zephyrus concrebuit Euro
et prono gravidum provexit pondere currum.

 

Sì, questi sono altri versi del sommo Virgilio! Meglio annotarli subito… ».

… Ricordare… ricordare… ricordare…

 

Tiberio rincasò. Sembrava alquanto tranquillo, poiché sapeva che nessuno avrebbe potuto denunciare il suo crimine. La moglie lo accolse con un abbraccio, contenta dello scampato pericolo. Aveva, infatti, saputo da una schiava dell’”aggressione” subita dal marito. Tiberio volle vedere Alessandro. Lo salutò affettuosamente.

«Signore, ti vedo contento!».

«Sì, ragazzo mio. Vedi questo? E’ il rotolo di cui ti parlavo ieri», disse Tiberio, mostrando al suo pupillo il testo contenente i preziosi versi del grande Virgilio.

«Ora capisco perché ti brillano gli occhi!».

«Bisognerà festeggiare! Darò ordine ai servitori di preparare un lauto banchetto per domani».

«Oh, che bello, mio signore!», disse Alessandro, abbracciando Tiberio, in un impeto di gioia. Al ragazzo piacevano tanto i ricchi e gioiosi banchetti. Erano momenti di grande festa, che apprezzava moltissimo.

Tiberio Asconio se ne stette, gran parte del giorno, chiuso nella sua biblioteca, leggendo e rileggendo il rotolo, di cui era entrato in possesso.

Poi, lo ripose al sicuro. Sbrigò qualche piccolo affare e andò a coricarsi presto.

Diversamente dalla notte precedente, il suo sonno fu sereno.

Poche ore dopo, un furioso incendio divampò in gran parte della città. In casa di Tiberio si svegliarono, innanzitutto, alcuni servitori. Dalle grida, che s’udivano dalla strada, pareva sicuro che i cristiani avessero appiccato il fuoco.

Qualcuno sosteneva che l’imperatore, tranquillo nella sua reggia, suonasse la lira, ispirato dall’ardere del fuoco per tutta la città.

Quando, in casa di Tiberio, ci si accorse del crepitare delle fiamme, queste avevano già invaso alcuni locali. I servi, a fatica, riuscirono a svegliare i padroni. Tiberio e la moglie cercarono di uscire fuori. Ma, la donna inciampò e cadde proprio sull’uscio. Alcune pietre le rovinarono addosso, uccidendola. Alessandro fu avvolto dalle fiamme, mentre dormiva.

Dopo molte ore, l’incendio fu domato. Tiberio rimase inebetito dall’evento disastroso. Aveva perduto in breve tempo, sua moglie, Alessandro, alcuni servi e gran parte della sua amatissima biblioteca.

«Oh, dei, perché? Che i cristiani possano essere maledetti! Che Nerone possa perseguitarli con sempre maggiore crudeltà!», diceva Tiberio, fissando le rovine fumanti di quella che, fino a poco prima, era una grandiosa villa.

Ora Tiberio era un uomo completamente distrutto.

 

… Ricordare… ricordare… ricordare…

«Il sole è ormai alto. Non ho potuto che trascrivere pochi versi di Virgilio. Solo quelli che sono riuscito a ricordare. Cosa farò ora? Il mondo ha bisogno di quei versi. Io credo nell’immortalità dell’arte del mio sommo poeta! Virgilio non può morire…

 

Corinthiorum amator iste verborum,
iste, iste rhetor, […] totus
Thucydides, tyrannus Atticae febris,
tau Gallicum, min et sphin ut male illisit,

ita omnia ista verba miscuit fratri.

 

Cercherò di appuntare quanti più versi sarò in grado di ricordare. Laddove non ci riuscirò, ne scriverò di nuovi, imitando lo stile di Virgilio. Io sono l’ultimo uomo ad aver letto degli antichi versi virgiliani, e il primo a crearne di nuovi. Il mondo non sarà mai privato della poesia di Virgilio! Questa resterà immortale… E’ una cosa necessaria e  vitale per tutti… Cosa sarebbero gli esseri umani se non avessero una sì grande poesia… Ho bisogno di credere che essa sia un bene immortale per ogni essere vivente… A costo di falsificare i miei ricordi, la poesia di Virgilio deve sopravvivere… Ma voi, Muse, ascoltate la preghiera di un povero pazzo, che ha perso quasi tutto! Ascoltate la preghiera del povero Tiberio. Venite in mio aiuto. Aiutatemi a ricordare… ricordare… ricordare… Oh, Muse, che i versi del grande Virgilio possano riecheggiare in eterno nella mia e nell’altrui esistenza…».

© 2004 Vincenzo Ruggiero Perrino/Centro Iniziative Culturali

L’ultimo uomo ed il primo uomo è incluso nella raccolta La fragile natura di tutte le cose,

edito dal Centro Iniziative Culturali, Angri (SA).