Destini incrociati

Nuoce gravemente al cancro

La fila degli assasssini

Il Nodo

La Bottana

L'assassinio di Anna Agrippina Frexa

DESTINI INCROCIATI

di Salvatore Conte (2024)

Questo filmato, ripreso da un mio collega, non racconta tutta la storia.

Ecco perché scrivo questi appunti, per raccontare come è finita, almeno fino al punto in cui mi è permesso arrivare.

Ho previsto un titolo principale, "Destini incrociati", e uno alternativo, "Capre e Cavoli d'Arabia", se può sembrare più adatto.

Io sono una semplice guardia carceraria, ma ho assistito a questi fatti.

Il nostro ufficiale ci informò che avremmo scortato una donna di nome Rana - condannata a morte per l’omicidio del marito - a far visita a una certa Layla Al Sisi, dapprima accusata di adulterio in combutta con la vittima, ma poi scagionata. Di quest’ultima si diceva che fosse una prostituta di lusso, con protezioni molto in alto; e qualche piccolo ruolo nelle telenovelas di Stato, con i camicioni a tunica.

Rana voleva riconciliarsi con lei, prima dell’esecuzione.

Sulla teatralità della Al Sisi nel ricevere la condannata non vi è documento più efficace del filmato.

      

Era una donna ancora piena di vita, sebbene avanti con gli anni. Piuttosto grassa, con il doppio mento e le guance paffute, eppure molto bella e ben curata.

Rana, al contrario, era pallida, esile e timorosa.

Nascondeva, però, il cuore di una tigre pronta a sventrare la vittima con il suo affilato artiglio.

      

Tutto si svolse velocemente, come avete visto. Una mossa fulminea e imprevedibile. Nessuno aveva pensato a perquisirla. La stessa Al Sisi era ignara del pericolo e non si aspettava minacce. Anche il marito l’aveva sottovalutata.

Nonostante la feroce coltellata, sferrata sotto i nostri occhi, nessuno intervenne. Era una questione fra donne. E la Al Sisi era la più robusta, era nella condizione di difendersi.

Ma la fatale sorpresa l’aveva interdetta, inebetita. Riuscì soltanto a dire: «Tu volevi farmi questo…?».

Rana ebbe tutto il tempo di assestarle il colpo di grazia. E menò più forte della prima volta.

Dopo la seconda coltellata era chiaro che la situazione sarebbe precipitata.

Il volto sfigurato e impazzito della Al Sisi mi suggestionò. L'orrore della rivelazione mi associò a lei.

      

In pochi istanti non era più la donna ancora piacente che aveva intrattenuto Rana. Aveva la lingua accartocciata sotto il palato. Stava impazzendo dalla disperazione. Era stata sorpresa, nel modo peggiore. Non solo capiva di dover morire, ma non aveva tempo per tentare nulla, di fare alcunché.

Benché molto più esile, Rana aveva bruscamente scosso le certezze della Al Sisi, una donna all’apparenza solida e sicura di sé, soddisfatta di vivere una mezza età ancora avvenente, ma ora irriconoscibile nella maschera terrorizzata che le ricopriva il volto sbigottito.

La Al Sisi franò a terra con tutto il suo pesante corpo. A quel punto il collega con la camera di garanzia perse il controllo e cominciò a vomitare. Era una recluta. Poi il filmato finì nelle mani dei guru della televisione.

La Al Sisi era a terra, con lo sguardo sbarrato rivolto verso di noi, in un’estrema e silenziosa richiesta d’aiuto.

I tempi delle sue serate di gala erano lontani.

Era rimasta a bocca spalancata, sbigottita, lontana parente della potente e florida salottiera che era stata fino a poco tempo prima.

Il suo corpo si era irrigidito nell’estremo tentativo di opporsi alle mortali ferite che aveva ricevuto, cercando così di trattenere a sé la vita che sentiva ormai sul punto di spogliarsi delle sue membra.

Era chiaro che la Al Sisi stava prendendo tempo: voleva capire se poteva ancora aggrapparsi a qualcosa.

Rana lasciò cadere a terra l'arma: il suo lavoro era finito. Si trattava di un coltellaccio artigianale di ossidiana. Un arnese micidiale, dai contorni irregolari, taglienti come rasoi, la punta acuminata e il corpo della lama che si allargava verso il manico. Regalava una morte particolarmente dolorosa e lo si era visto sulla faccia della Al Sisi.

La lama era insanguinata fin quasi alla rudimentale impugnatura: ciò voleva dire che era affondata per almeno 20-25 centimetri; e tenuto conto che era stata estratta brutalmente per due volte, significava che la Al Sisi era di fatto sventrata.

Provavo una gran pena per lei. Soltanto due minuti prima era piena di vita e sicura di sé...

Nessuno si era ancora mosso. Io non potevo espormi troppo. La sua testa oscillava molle senza uno scopo apparente; infine si abbatté pesante sul pavimento, schiacciandosi sulla tempia. I rapinanti occhi nocciola sussultavano ancora, ma era chiaramente finita. Non era più la donna che avevo visto prima.

La bella adultera era rimasta uccisa, c'era poco da fare.

«Andiamo… nessuno si metterà a piangere per lei… manderemo un'ambulanza dalla macchina. Se è una prostituta, ce la farà. Le puttane non muoiono mai», l’ufficiale ruppe l’imbarazzato silenzio con le sue perle di saggezza. Era stata una questione fra donne e una troia di mezza età era stata accoltellata a morte. L'ambulanza avrebbe portato via un cadavere. Questo era ciò che tutti si aspettavano.

«Vi raggiungo subito», dissi, mentre gli altri uscivano, insieme a Rana.

Rimasto solo, mi chinai su di lei e le sollevai la testa, prendendola sotto le spalle: la sua mano afferrò il mio braccio, la sua presa era forte, stava cercando qualcosa a cui aggrapparsi.

«Non te l’aspettavi, vero?», fu la prima cosa che mi venne in mente.

La Al Sisi scosse leggermente il capo. Mi capiva.

La spogliai del velo e lo usai per tamponare le ferite.

«L’ambulanza sarà qui fra poco, ma non ti servirà a molto.

Dì la verità: sei stata a letto con il marito di quella ragazza?».

Anche se pagato poco, il poliziotto aveva preso il sopravvento su di me.

La Al Sisi sembrò tornare indietro con la mente, ricordi imbarazzanti affioravano alla superficie e si mescolavano alla disperata realtà.

Il suo capo si piegò leggermente in avanti: era una confessione in punto di morte.

Nel mentre, un colpo di clacson dall’esterno. Il capo mi sollecitava. C’erano dei rapporti da stendere, e anche questa volta la verità ne sarebbe rimasta fuori.

Ma prima di tutto il resto, stesa rigida e cadaverica, giunta alle ultime bolle d'aria, c'era Layla Al Sisi.

I miei compagni se ne sarebbero andati senza di me.

«Lo sai che è finita, vero?».

Quasi a darne conferma, lasciò la presa e allargò le braccia.

Forse fui crudo nel non nasconderle la realtà, ma una donna così sapeva quando il suo momento stava per arrivare.

«Sei molto bella», le dissi, per compensarla.

Mi rispose con un lampo d'orgoglio femminile, che le attraversò fugace gli occhi.

Tornò ad afferrare il mio braccio. Erano gli spasmi dell'agonia.

Quindi si portò entrambe le mani sulle ferite. Era consapevole del suo dissanguamento, non l'avrebbe fermato così, ma era un modo per tirare avanti e tenere unite le ultime forze.

Non riusciva a parlare, ma l'espressione tesa, impegnata del volto stava a significare che intendeva protrarre a oltranza la sua agonia. Se non poteva sopravvivere, avrebbe perlomeno guadagnato tempo. Per fare cosa, credo lo sapesse solo lei, ma non mi sentivo di dissuaderla, né di biasimare le sue remote speranze.

Non voleva perdere così tutto quello che aveva costruito, era chiaro. Avrebbe avuto ancora anni di potere davanti a sé, se non avesse ricevuto quelle coltellate d'ossidiana.

Mentre agitava il bacino e mormorava affanni sconnessi, cominciai a sentire le sirene dell’ambulanza. Il suo sguardo vitreo emanò un luccichio e la bocca si spalancò a dismisura. La stava aspettando.

Andai a riceverli sul pianerottolo: erano di una lentezza sconcertante. Il mio ufficiale superiore doveva averli tranquillizzati sulla sorte della vittima…

In effetti sembrava già morta quando la caricarono sull’ambulanza.

Le sirene, però, tornarono a ululare: era partita.

Ripensai a quegli occhi... chissà quanti uomini avevano stregato.

Come l’avrebbe presa l’amante eccellente che l’aveva salvata dalla lapidazione?

Dall’ufficio chiamai l’ospedale: mi aspettavo la conferma del decesso.

Invece la Al Sisi era in coma profondo, ma ancora viva. Era riuscita ad arrivare in ospedale. Anche se non l’avrebbero operata. Non era in condizione di affrontare un intervento. Era dissanguata.

Al suo capezzale non c’era nessuno, nemmeno l’amante eccellente.

Decisi di andare da lei.

I medici, dopo le trasfusioni, cercavano di risvegliarla per farle affrontare l'agonia in condizioni vigili; sarebbe vissuta un po' più a lungo, senza sopravvivere.

Le scariche di adrenalina ebbero effetto e la Al Sisi farfugliò alcune parole confuse, risvegliandosi…

Non so come, ma mi riconobbe; mi prese la mano per farmelo capire.

E sapeva anche che i suoi occhi mi avevano stregato…

E che non avrei parlato…

Ma si sbagliava, perché se avessi parlato, forse avrei salvato la vita a Rana.

D’altra parte, le coltellate della ragazza le stavano risparmiando la lapidazione.

Respirava in maniera irregolare, a tratti molto velocemente: sembrava esaltata dall’idea di essere ancora viva, anche se i medici le avevano tenuto nascosto che per lei era solo una questione di tempo.

Il corpo solido e la forza di volontà l’avevano sostenuta fino a quel momento, ma i medici mi avevano confidato di non avere dubbi: quelle ferite, larghe e profonde, condannavano anche una come lei; i suoi intestini erano ridotti a una poltiglia, il coltellaccio di ossidiana aveva fatto il suo sporco lavoro.

Stavolta però non dissi nulla; la Al Sisi era più che ottimista e aveva pochi dubbi sulla sua salvezza, ma credo volesse solo mostrare sicurezza e autocontrollo, mentendo a sé stessa.

Fu molto più sincera quando rimpianse amaramente la seconda ferita. Quella era stata colpa sua, mi disse. Avrebbe dovuto staccarsi da Rana. Subito! Ma era paralizzata dalla sorpresa, mi spiegò, come a giustificarsi. Quell'errore fatale la tormentò a lungo.

I rimpianti, però, erano inutili. La sua sorte era segnata.

Sopraggiunse perfino un giornalista a intervistarla, in quello che era destinato a diventare il suo canto del cigno.

Quando la Al Sisi cominciò a capire che le cose volgevano al peggio e che non la operavano perché c'era poco da fare, mi supplicò di aiutarla, mi disse che sarebbe diventata la mia donna, come fosse il premio più ambito al mondo.

Io la riportai alla realtà, dicendole che non potevo fare nulla per lei.

Allora mi insultò e mi mando via. Era isterica, diceva che non sarebbe morta.

Sulla porta, mi supplicò di farle almeno un ultimo favore: avrei dovuto contattare per suo conto una persona influente. Voleva cambiare ospedale, avere il meglio.

Annotai quel nome e la lasciai al suo destino. Prima di scomparire, la guardai un'ultima volta. Non poteva averne ancora per molto.

Il giorno dopo lessi la sua intervista sul giornale. Non si parlava del suo decesso, ma l’edizione aveva chiuso presto.

Dichiarava di credere nella vita e, a 45 anni, di avere ancora tanti progetti per il futuro.

Non chiamai l’ospedale. L'avrei appreso dai giornali. Ma anche il giorno seguente, non vi era notizia del suo decesso.

Probabilmente il suo caso aveva perso attualità.

La morte di una donna come lei non faceva notizia.

Ora avrei parlato e salvato la vita a Rana, la cui esecuzione era stata momentaneamente differita.

Non avevo prove, ma sotto giuramento la mia versione dei fatti sarebbe stata credibile.

D’altra parte, almeno una delle due donne avrebbe dovuto morire sin dal momento in cui il marito di Rana era stato ucciso. O per omicidio non giustificabile, o per adulterio.

Solo l’amante eccellente della Al Sisi avrebbe potuto salvare l’una e l’altra, omicida e adultera -  ovvero capra e cavoli, come dicono gli italiani - ma non si sarebbe mai esposto fino a questo punto. Non poteva mostrare un interesse diretto. Al più avrebbe potuto brigare per una grazia, anzi due, in nome di un umile servitore dello Stato, con impeccabile stato di servizio e integerrima abnegazione nel testimoniare la verità; e così salvare la sua donna, non ancora moglie, incorsa per leggerezza in grave peccato, ma pronta a riparare con un matrimonio legittimo e a votarsi ad assoluta fedeltà.

Se anche la Al Sisi fosse sopravvissuta a quelle dannate coltellate, quest’ultima clausola sarebbe rimasta sulla carta; ma non è forse meglio un fiore di carta che una bella donna senza vita?

Lascio questi appunti nella casa di famiglia, insieme al filmato, perché sto per cambiare città.

Ora la storia è completa.

Purché venga letta nella stessa maniera in cui è stata scritta.

Anche il lettore è un po' capra e un po' cavolo, in fondo.

NUOCE GRAVEMENTE AL CANCRO

di Salvatore Conte (2024)

«Oh! L’ha fatto davvero!».
«S’è ficcata il coltello nella panza!».
«S’è fottuta!».
«Cristo!».
«Mi sono ammazzata…», confessò la vecchia cessa, con la faccia schiacciata sul materasso.
Un cancro maligno l'aveva inchiodata sul letto; gli ultimi 300 giorni erano stati una lotta disperata; e quella sera, in preda alla follia e a una cupa disperazione, aveva chiuso i giochi in anticipo sul cancro stesso.
Adesso era giunta a un passo dalla Porta Fatale.
Divorata da un tumore inguaribile, infiltratosi in lungo e in largo nella sua carne lenta da cessa, aveva ceduto alle lusinghe di una morte rapida.
Layla Boyle era una potente libanese sui cinquanta: grassa, formosa, bella.
Malgrado la sua feroce resistenza - come quella di Leonida alle Termopili - si era dovuta piegare - piegandosi sul ferro - all’implacabile tumore, infliggendosi da sola il colpo di grazia con la fedele riproduzione di un antico pugnale persiano, acquistato su amazon.
Fino alla fine, però, si era circondata dei suoi migliori amici, veri e propri discepoli.
Per quella sera speciale aveva convocato i quattro favoriti.
«Lo sapevamo che l'avrebbe fatto… vero…?», Mark guardò gli altri, in cerca di conferme.
«E adesso… che facciamo…?», Matthew titubava.
«A me fa pena, dobbiamo starle vicino mentre crepa… non ci vorrà molto, a meno che non accada un miracolo…», Luke era fatalista.
«Amici… la nostra bella Layla è andata… l’ha scelto lei… si è aperta la pancia per far uscire il male… ormai è libera dal peso che la opprimeva… e a noi non rimane che salutarla…», la versione di John era sempre la più elaborata.
«Basta con queste stronzate…», sibilò Layla, dimenandosi sul letto, con le mani sotto il corpo. «Basta così…», ripeté la Boyle, «sono fottuta… è quello che volevo…», e si rovesciò supina a braccia larghe, in segno di resa, crocefissa sul letto, con il pugnale ben piantato nella pancia, sangue alla bocca e occhi allucinati.
Per l’occasione aveva scelto un top bianco, che metteva in grande risalto le chiazze di sangue, una giacchetta gialla molto carina e pantaloni neri attillati.
Di un pallore argenteo il volto scolorito dalla morte incombente.
Una fine da grandissima cessa, quella di Layla Boyle.
La libanese si ritrovava addosso l’ultimo pezzetto di vita.

«Mark… vieni qui…
Sono una stupida… lo sai... vero...?».
«Sei una donna molto bella, Layla, e noi ti amiamo», rispose con semplicità il ragazzo.
«Ma ora è finita... lo sai…?».
«Hai fatto tutto da sola, Layla. Non è colpa nostra», si giustificò Matthew.
«Il cancro ti stava divorando… non avevi scelta…», anche Luke portò argomenti.
«Sei stata la numero uno in vita e sei di nuovo la numero uno nella morte», John aveva un’ampiezza di pensiero che gli altri, evidentemente, non avevano.
«È vero… ma crepare non è facile… non lo sarà nemmeno per voi…», ricordò loro - sinistramente - Layla.
Mark, impietosito, le asciugò il labbro, che sbavava sangue.
Il confronto con i suoi ragazzi aveva dato a Layla qualche nuova lusinga, il contatto con quella gioventù piena di vita era contagioso, e lei era ancora lucida e in grado di respirare, specialmente se si manteneva calma.
Rimaneva una bella cinquantenne, pressoché unica nel suo genere, solida, potente, con una tempra da imperatrice.
I rimpianti e le lusinghe stavano avendo la meglio sulla tenebrosa volontà di farla finita.
D’improvviso - mentre con occhi allucinati fissava il soffitto della camera - portò ambo le mani sul ventre, intorno alla lama affondata in corpo.
Stava tentando qualcosa. Forse di ricompattarsi.
I ragazzi la osservavano incuriositi.
Era pallida e tirata in volto, ma ancora vitale come un’anguilla nell’acqua torbida.
«Da oltre nove mesi ha un tumore nell’utero grosso come un feto maledetto; avrebbe già dovuto partorire la sua stessa morte e poiché in ritardo si è aperta la pancia…».
«Però non molla…».
«È Layla Boyle».
«Non vi illudete, ragazzi. Quando la nostra Layla avrà finito l’adrenalina, la vedremo annaspare e non sarà piacevole…».
Mark, intanto, le asciugava il sudore freddo che le imperlava il collo; quindi unì la sua mano a quelle di lei, ferme intorno al ferro.
«Hai ancora birra, Layla?».
«Non farmi domande... Mark... non ho risposte…», il donnone lo fissò con un'espressione sconsolata impressa sul volto.
«Non allentare i freni, allora… d’accordo?», insistette il giovane.
Layla sospirò dolente.
«Sto tirando le cuoia... Mark... sono fottuta… capisci…», la paura negli occhi, che la consumava al pari di tutto il resto.
«Sei sicura di non volerci provare ancora?».
«E come…».
«Chiamo subito un'ambulanza, va bene?».
«No... niente macellai... voglio il mio medico... Thomas... sul cellulare... è l'unico Thomas... fate presto... sto crepando...».
«Un momento, ragazzi… a che serve illuderla?».
«Non lo so, ma penso che sia come in un rapporto interrotto: se lei dice “no”, bisogna smettere; e nel caso nostro, dobbiamo aiutarla».
«Per me ciò che dice Layla è Vangelo».
Il donnone, intanto, era in difficoltà.
Era rimasto a bocca spalancata, in attesa.
In attesa di capire se potesse illudersi un altro po'.
Quella faccia non era sfuggita ai suoi ragazzi, tutti intorno a lei, in trepida attesa della fine.
Dalla Boyle giunsero alcuni sospiri gutturali...
Sembrava proprio che stesse crepando.
«Layla... il dottore sta arrivando…».
E così fu, infatti.
In un paio di minuti squillò il campanello.
Il medico venne, vide e visitò.
«Hai fatto una grossa cazzata, Layla…».
«La colpa è tua… mi hai lasciato morire… senza speranze…».
«Anche stanotte ero sveglio per studiare una soluzione.
E forse l’ho trovata.
Ma tu hai avuto questa bella idea…».
«Parlami... della soluzione…».
«Ce n'è più di una, in effetti. Se si rompe l’argine imposto dalle case farmaceutiche, non ci si ferma più.
Tutto il mondo produce cure anticancro.

In Italia ci sono Di Bella e Simoncini; a Cuba c'è lo scorpione blu di Madre Natura; nell'intero mondo c'è la marijuana... ecco perché è proibita... non certo per tutelare i giovani... ma per occultarne i benefici sui malati...
Non chiedermi perché soltanto ora.
Tantissimi medici sono ingannati tutti i giorni dai loro medesimi colleghi.
E quando lo scoprono, troppo spesso si aggiungono agli ingannatori.
Si fa carriera solo appoggiando gli interessi delle case farmaceutiche.
E io l’ho capito grazie a te».
«Hai soluzioni... anche per il ferro...?».
Gli sguardi si incrociarono.
«Allora... proviamoci...».

LA FILA DEGLI ASSASSINI

di Salvatore Conte (2024)

       

TUT-TUT-TUT...

Era sul letto, con la mano vanamente protesa verso la cornetta del telefono, a penzoloni nel vuoto.

C’era una gran confusione e puzza di polvere da sparo come in un poligono di tiro.
Layla Boyle era sul letto.
La libanese aveva incassato tre colpi, ben marcati a sangue sul top bianco.
Non si era accorta della mia presenza.
Sbatteva gli occhi, fissi sul soffitto, con esasperante regolarità, come un tergicristallo temporizzato a motore spento.
Era infatti l'unico segno di vita.
Passai in bagno e raccolsi un paio di asciugamani; con questi tamponai i buchi sanguinolenti che aveva nella carcassa: due sullo stomaco... e uno più in basso... sull'utero.
Fui tentato di risparmiarle il viaggio.
Ma il telefono funzionava. Lei stessa aveva cercato di utilizzarlo.
Preferivo farla crepare sull'ambulanza, piuttosto che su quel letto, ammazzata come una puttana.
I fotografi della scientifica si sarebbero sbizzarriti in pose tragiche.
L’assassino l'aveva spacciata, ma non era un professionista. La sua vittima agonizzava.
Trovai dello scotch e cercai di farla bere.
Non fu semplice, però: infatti stava schiattando...
Ecco qua, Layla! Non sei più una giovanotta, però sei sempre al top, hai ancora dei bei resti, che più di una ragazza potrebbe invidiarti, ma sono resti, ormai. Hai giocato una partita pericolosa, un gioco che conosco appena, ma gli avvenimenti ti hanno scavalcato, un ingranaggio oliato male ti è scoppiato in faccia...
E poiché l'olio non serviva più, riprovai con lo scotch.
Qualcosa, finalmente, sembrò rimettersi in moto.
La libanese ingranò la marcia.
«Jack… tu... sei qui...».
«Layla... chi è stato?».
«Clara... Clara Nox...».
La donna di un attore ingaggiato dalla Boyle, precipitata nell'alcol.
«Perché?».
«Dice... che sono... una puttana...».
«E ha ragione, in fondo?».
«Le ho.. portato... via... l'uomo...». Appunto. «Ma solo... per denaro...». Doveva considerarla un'attenuante.
«Che nesso c'è con la morte di quella ragazza?».
Stavo indagando sul decesso per overdose di un'attricetta. Me l'aveva chiesto il padre. La ragazza era seguita dall'Agenzia di Layla.
«Nessuno... di droga... ne gira tanta... ma io... ne sono fuori...». Però non so fino a che punto, Layla...
«Torniamo a Clara Nox: le hai aperto tu la porta?».
«Sì... non pensavo... che…
Stavo uscendo...
Abbiamo discusso…
Mi ha detto... che... sono una puttana...
Poi... è impazzita…
Ha cominciato... a... a...».
«A sfasciare tutto».
«Sì... e poi... mi ha puntato... la pistola... addosso...
Mi ha fatto... mettere... sul letto...». La sua mano mi cercava. Gliela presi. La tenevo. «E ha sparato...!», spalancò la bocca, ancora incredula. «Due volte…!». Ebbe un sussulto. Due sussulti. «Ma non era... contenta…
Si è avvicinata...
E ha sparato... ancora…!
Più in basso...». Infatti voleva punirla in quel punto specifico. «M'ha ammazzato... Jack...!?», con un attimo di ritardo spalancò gli occhi verso di me, terrorizzata dal significato delle sue stesse parole.

Era spaventata soprattutto dalla terza pallottola, sparata con l'intenzione di non lasciarle scampo. Era stata una vendetta all'ultimo sangue.

«Ho visto... l’inferno...
Ho sentito... la morte....
E adesso... ho freddo…
Dammi... un bacio… Jack...». Infatti aveva le labbra fredde. «Jack… io… quell'uomo... l'ho mollato...», respirava con grande fatica, ma non le chiesi di risparmiarsi; sarebbe servito a poco, e poi la confessione mi interessava. «L'ho sfruttato... per i film...».
Non era certo uno stinco di santa, la bella Layla Boyle.
«Era più logico ti ammazzasse lui». Mi guardò allarmata, non era in vena di scherzare, e c'era da capirla. «Vedi, Layla... anch'io ero qui per ammazzarti.
Non mi è piaciuto come mi hai scansato. C'è la fila degli assassini alla tua porta.
Se non t'avessi messo gli occhi addosso, se fossi stato eccessivamente professionale nel condurre questa fottuta indagine, t’avrebbero trovato soltanto domani, bella fredda.
Adesso invece te ne vai in ospedale.
Però devi dirmi chi ha passato la droga alla biondina».
«Te l'ho detto... non lo so... io non c'entro... devi credermi... io sto morendo... tu... tu non pensi a me... Jack...».
«Non so se crederti, Layla; ma hai pagato abbastanza.
Il resto me lo dirai domani, all'ospedale. Non puoi non sapere chi smercia la roba nel giro».
«Domani...
Non sei bravo... a mentire… Jack...», raschiando le parole, al culmine della sua disperata agonia.
«E se anche fosse? Non è me che devi smentire, ma quella baldracca.
Layla Boyle delude Clara Nox e va a curarsi in ospedale...».
Mentre stringeva la mia mano, buttò fuori un mezzo ghigno.
«Non si può... crepare... ridendo… Jack...».
«E tu ridi, allora...».
«Bill... Bill Watson... è lui... che smercia... alle puttanelle...
Sì... », ha capito che voglio sapere se è coinvolta, «prendo dei soldi... per chiudere gli occhi...», beh, ora lo farai gratis, «sono... una fottuta... bagascia... Jack...», sul punto di crepare, stava allentando i freni.
«Meglio finire dentro una cella per un po', che al cimitero per sempre», cercai di consolarla.
«C’ho messo... vent'anni... per costruire tutto… e quella cagna... in tre secondi... distrugge tutto… mi spara in corpo... e m’ammazza... sul mio letto…
Dammi un bacio… Jack...».
Aveva le labbra gelide.
Al terzo sarebbe morta.
Ma non le avrei dato la soddisfazione di spirare dopo un mio bacio.
«Layla... mi distraggo un po'... o troveranno più sperma che sangue...».
Non so se afferrò la battuta, era troppo intenta a crepare.
In questi casi bisogna tenerli allegri, e farli parlare.
«Sei... uno stronzo...», l'aveva afferrata. «Dammi un bacio… Jack...», me lo chiese con occhi smarriti, come fosse una questione di vita o di morte.
«Ancora?». Eh no, bella. Non ci casco. Strinsi di più la mano. La tenevo. «Layla… non avere fretta…
Lasciamo qualcosa in sospeso. Per domani...». In quel momento le sirene dell’ambulanza ulularono in lontananza. «Le senti? Tra poco respirerai ossigeno fresco e ti sentirai meglio». Tremava come una foglia d’autunno al soffiar del venticello. «Coraggio... non fare la stupida...».
La squadra medica l'attaccò subito al respiratore.

Dopo il processo, ottenemmo il dissequestro dei reperti di prova: gli asciugamani incrostati di sangue, il top bianco bucato tre volte, eccetera...
E poi c’era la scena del delitto: il letto fatale, il telefono, eccetera...
Una sorta di museo molto personale.

Anche oggi la camera è rimasta così.

Tutto come nella notte fatale.

Fare l’amore su quel letto è come scopare sette volte tutte insieme.

Rivivere il brivido tragico di quei minuti infernali è da morire...
Layla si sforza sempre di ricordare le parole che ci siamo scambiati.
Ma le sembra di essere un’altra persona.

Perciò, io che sono ancora me stesso, ho scritto per lei questo racconto.

IL NODO

di Salvatore Conte (2023)

Si erano sincronizzati in un bar di Times Square.

L'accordo era stato sancito: avrebbero sfidato la morte insieme.

Ma niente di personale. Solo business.

Lei era Anna Frazer, una bella donna sulla cinquantina.

Lui, Richard Courtney, un conte inglese senza il becco di una sterlina.

Li univa la voglia di rivalsa, nient'altro.

Lei, a dispetto della faraonica bellezza, era ancora alla ricerca di un amore importante.

Un'esperienza esotica, estrema, le avrebbe forse trasmesso le emozioni che cercava e non aveva trovato presso nessun uomo.

Paradossalmente, pur sconfitta dalla vita, la Frazer appariva invincibile nelle forme della sua stazza; nel suo potere inespresso, incarnava un imperscrutabile mistero.

Si valorizzava con un semplice camicione rossiccio, un po' largo, portato fuori dai pantaloni, sapientemente sbottonato fino allo stomaco; sotto, niente reggipetto, la spaccatura bene in vista, i seni molli ma invitanti, a penzoloni sulla pancia.

L'insieme era perfetto, massiccio, imponente: esprimeva l'idea di una donna senza limiti.

Questo era ciò che interessava al conte: superare i limiti di un presente mortificante.

All'inizio era sembrata una follia.

Ma adesso sembra che il professor Biederbeck abbia avuto ragione.

Nessuno voleva dargli retta, soltanto loro due avevano trovato in quel sogno l'occasione di un'avventura.

Ma adesso che l'ingresso della tomba è stato scoperto, adesso che si è materializzato fra le sabbie del deserto, il sogno non è più tale...

Le torce elettriche spianate nel buio, i tre avanzano nella tomba del Faraone.

Si scende, ma non di molto, l'inclinazione del pavimento in pietra ha un valore simbolico.

Il sarcofago del Faraone emerge alla fine del corridoio.

È posizionato in linea verticale, contro una sorta di catafalco costruito in rilievo rispetto alla parete di fondo; non si trova al centro della stessa, ma leggermente defilato sulla parte destra.

Sulla parte sinistra, infatti, in posizione simmetrica, c'è un altro sarcofago, aperto e vuoto.

Il Faraone doveva essere morto ancora single.

Al centro della parete di fondo, tra i due sarcofaghi, posto su un piedistallo dedicato, le torce inquadrano un oggetto dorato, grande quanto il palmo di una mano.

E tutto intorno, brillanti meraviglie, ancora luccicanti nonostante la polvere dei millenni.

«È fantastico!», esclama estasiato il professore.

Courtney, tanto per cominciare, analizza il piccolo oggetto posto in evidenza sul piedistallo.

Un lampo maligno attraversa gli occhi dell'uomo.

«È oro, capisci?», dice alla donna.
«Cosa? Fai vedere...».
Quando lei allunga la mano, lui gliela stringe, insieme al talismano.
«Senti...? Sembra caldo».
«Non dire idiozie, fammi vedere...
Non sembra oro...».
«Sei sicura?».
«Che cosa rappresenta?».
«Il Nodo di Iside.
Anche se non è fatto d'oro, ha un valore inestimabile.
Mettitelo in tasca...», sussurra in tono furtivo.
«Okay», e se lo infila nella borsa.

«Un momento... cosa state facendo?», il professore ha notato il movimento. «Non dovevate toccarlo...».

«Andiamo, professore... non è nemmeno d'oro...

Io sono qui per risolvere alcuni problemi economici, lo sa.

E comunque, ditemi... sono curiosa... cosa rappresenta quell'oggetto?».

«È un talismano, signora Frazer; non un oggetto.

È il Nodo di Iside, il nodo che nessuno - nemmeno il tempo, nemmeno un dio - può sciogliere, né recidere.

Il Nodo è indissolubile.

Non è d'oro, perché ha natura non venale.

Può assumere diversi significati, ma in questo contesto indica chiaramente l'aspirazione del Faraone: legare a sé, per sempre, indissolubilmente, sotto gli auspici di Iside, la sua donna fatale.

Egli - come vediamo - morì senza riuscire, ma la ricerca - per un Faraone - non può mai dirsi conclusa...».

«Professore... ne parla come se fosse ancora vivo...».

«Egli, è ovvio, credeva nell'eternità dell'anima.

Ne parlo, dunque, secondo il suo punto di vista.

E comunque... dal Nodo di Iside deriva la concezione moderna di anello nuziale.

Infatti, questo esemplare - e dopo lo tirerete fuori - può stare nel palmo di una mano.

Io penso che gli sposi lo stringessero insieme, mano nella mano, affidando a Iside l'eterna protezione del loro amore, poiché Ella amò Osiride anche nella morte...».

«Imbecille...», la Frazer fulmina con gli occhi il conte. «Che ti sei messo in testa?

Ne sai più del professore...».
«Noi dunque non toccheremo nulla, lasceremo tutto com'è.

Avanti, rimettete a posto il talismano».

«Dice sul serio, professore?», Anna sta per perdere la pazienza.

Lo sfida con le zinne pulsanti e sudate che fremono la febbre dell'oro sotto il camicione allentato di 4 bottoni, secondo il metodo Frazer.

«Mi dispiace, signora, ma non siamo qui per farci i comodi nostri».

«Non avrei voluto farlo, professore, ma lei mi costringe.

Sospettavo che lei fosse un po' toccato e mi sono premunita...», la donna tira fuori una rivoltella. «Avanti, Ric, metti insieme un po' di questa roba e facciamo il primo viaggio».

Courtney riempie lo zaino.

«E di lui che ne facciamo?».

Con il cono di luce della torcia, la Frazer gli indica il sarcofago aperto.

«Sono spiacente per la mummia, ma dovrà accontentarsi...», un sorrisetto gelido tra le labbra.

«Non dirai sul serio...», obietta il conte.

«Avanti... fallo, o vi lascio tutti e due qui dentro, per sempre...

E chiudi bene.

Intanto, porto fuori questo».

La Frazer si carica lo zaino sulle forti spalle e si avvia verso l'uscita, dove li aspetta la loro jeep.

«Professore... faccia finta di mettersi nel sarcofago: lo appoggerò appena...».

È un attimo.

KREEEK

THUD

Anzi, due attimi. Alle spalle di Courtney.

La Frazer non ha nemmeno il tempo di urlare.

«Cristo!», il conte squattrinato illumina il fondo della buca. «Il Nodo non è durato nemmeno cinque minuti, altro che indissolubile!», con tragico sarcasmo cerca di reagire alla scellerata visione...

«Sono spiacente, Courtney, la signora è fottuta.

Se l'è cercata.
Queste trappole non perdonano.
Dobbiamo stare attenti anche noi, adesso».

«Ma... ha fatto lo stesso percorso dell'andata...», ancora sotto shock.

«Sì, ma vede, Courtney... all'andata non avevate ancora toccato il Nodo...

Non appartiene a voi, ecco perché non ha funzionato.

Evidentemente, spostandolo dalla sua sede, avete innescato la trappola.

Una trovata intelligente da parte del Faraone.

Sciocca, da parte vostra...».
«Il cadavere si muove! Professore...!», esclama eccitato il conte.

«Sì, in effetti è stata relativamente fortunata nel cadere. Solo una punta l'ha trapassata. Una su dodici.

La morte, tuttavia, sarà dolorosa: se ne avesse prese due o tre, tutte insieme, e magari una nel collo, ci sarebbe rimasta secca», argomenta macabro il professore. «Non ci perda tempo, Courtney...

Ma rimetta a posto il sacro Nodo!».

«Ce l'ha lei. Vado a prenderlo. Per fortuna c'è una scala qui», e la cala nella fossa.

«Non si tratta di fortuna, Courtney.

E riporti su anche lo zaino».

«Un momento... non c'è motivo di sbattersi, conte.

Lasciamo tutto così.

Se ne riparlerà fra due o tremila anni...».

«E questi chi sono?» domanda incredulo il professore.

La tomba del Faraone si affolla.

Sulla scena ci sono altri tre profanatori: una bella mediorientale con un fez sulla testa e due gorilla armati fino ai denti.

La donna indossa un camicione a tunica, con tanti bottoncini allacciati: anche se un po' sformata, è molto potente e della stessa stazza di Anna.

«La sua domanda è legittima, professore.

Io mi chiamo Layla.

E loro sono Joe e Bill».

«Non ne sappiamo molto di più, signora...», obietta Biederbeck.

«Infatti...

Ma è un bene che sia così, signori.

Diciamo che questa scoperta non rientra nei nostri programmi; spiacente, professore.

Tuttavia, se terrete la bocca chiusa, non sarete eliminati.

Vi terrà d'occhio, come ha fatto finora.

Vi ha dato corda, perché non vi riteneva pericolosi, e invece siete andati a meta.

Capita».

«Ma di chi sta parlando, signora? Della CIA, la Massoneria, il Vaticano?».

«Non avete ancora capito? Studiate, studiate... ma non avete ancora capito.

Parliamo di un computer, professore. Un computer molto potente».

«Un computer?!».

«Forse c'è una donna ancora viva là sotto: che ne sarà di lei?», interviene Courtney.

«Una donna qui sotto c'è di sicuro, viva non lo so...

Ma nel dubbio...», e si predispone a freddarla, tirando fuori la pistola.

«Ehi! Un momento! Non vi ha fatto niente!», il conte si mette di traverso. «Ha solo bisogno di un po' di soldi, come me. Non possiamo tirarla fuori?».

«Ma certo... lord Courtney... le belle donne vanno tutelate.

Però, strappandola da quella punta d'acciaio, l'emorragia se la porterà via in un attimo».

«Acciaio? Che acciaio?», si intromette Biederbeck. «Gli Egizi non conoscevano l'acciaio».

«Si calmi, professore.

Come le dicevo prima, il server centrale non bada troppo a queste cose. Se qualcosa non torna, ci pensano gli archeologi a sbizzarrirsi nelle più stravaganti teorie.

Una delle più divertenti è quella del meteorite che portò in Egitto metalli sconosciuti di origine cosmica.

Non c'è più niente da fare, Courtney, spiacente».

BANG!BANG!

La Frazer, invece, si è tirata in piedi e ha sparato!

«Puttana! Non sono finita!», urla, a denti digrignati, come una belva rabbiosa.

con insospettabile prontezza, benché inchiodata a terra, è ancora in grado di reagire.

Layla viene raggiunta all'addome da due pallottole.

«Bastarda... volevo aiutarti...», impreca, crollando sulle ginocchia; stando attenta a non franare nella fossa.

Potrebbe rispondere, ma Anna Frazer la tiene sotto mira.

«Calmi...», si rivolge ai suoi uomini, preoccupata di non peggiorare le cose in un ambiente così ristretto. «È una combattente come noi... non ci sta a crepare...».

«Io... ho rispetto... per le belle donne...», replica la Frazer, implicando una nota di biasimo.

Mentre le due puttane parlano tra loro e cercano un accordo, il professore si defila leggermente.

Ha notato qualcosa e preferisce tenersi in disparte.

Anche adesso è un attimo.

CRACK

CRASH

Anzi, due attimi.

Un'ombra è scivolata alle spalle dei quattro, intenti a a guardare nella buca.

È il Faraone.

Con forza innaturale, sovrumana, alimentata dall'inferno, o forse da un algoritmo, ha strappato la testa dal collo a una delle guardie e l'ha sbattuta contro l'altra, come in una schiacciata sotto canestro.

«Cazzo...!», impreca la mediorientale.

«Ferme!», urla il professore all'indirizzo delle due donne, quando vede puntare le pistole contro la mummia. «Lo fareste solo arrabbiare. State ferme, a voi non farà niente».

Ed è così, Layla e Anna non reagiscono e la mummia si ferma, rimanendo in attesa, come tornata cadavere, esaurito il furore.

Con estrema cautela, Courtney ne approfitta per calarsi nella buca e tirare su Anna.

Subito cerca di tamponarle la ferita e si premura di fare altrettanto con Layla.

Anna si tiene la pancia con l'avambraccio sinistro.

Il camicione rosso, sbottonato aggressivamente fino allo stomaco, maschera bene il sangue.

«Ma come... hai fatto...», le chiede Ric, stupito e ammirato in egual misura.

«Il tuo talismano... funziona... anzi il suo...», guardando il Faraone. «La mummia... è dalla mia parte... lo sento...».

«Cosa credi di fare, adesso?».

«Scendi... a prendere lo zaino... ce ne andiamo... ho un accordo... con Layla...

Il professore... invece... non serve più... spingilo sotto...».

«Andiamo, Anna... non essere stupida...».

«Ignobile vacca!», protesta Biederbeck.

La Frazer lo ignora e - pur a fatica - muove qualche passo in direzione dell'uscita, tenendosi stretta a Layla, a sua volta piegata a metà.

Due colonne pericolanti, poggiate l'una contro l'altra.

La mummia, però, entra in azione, le sopravanza facilmente a grandi passi, e sbarra loro la strada, senza farsi aggirare.

Un vero e proprio muro.

«Questa poi...!», esclama Courtney. «E adesso che facciamo, Anna? Lo denunciamo per stalking?

Quella non ti fa passare.

Ha tutto l'interesse che tu rimanga qui con lui, Anna.

Viva o morta, per lui non fa troppa differenza.

Credo sia innamorato di te, o di Layla, non so».

«Io... gli crepo in faccia... se non si muove...
Dannazione... Ric... hai ragione...», si volta e crolla addosso al conte. «Ric... crepo in faccia a te...».

Lui la fa sedere contro la parete della tomba.

«Ma non ti sei spaventata? Quella caduta improvvisa avrebbe terrorizzato chiunque...», il conte è ancora incredulo.

«Io... ne ho viste tante... la vita... è peggio... di tutto questo...».

«Anna... mi dispiace...», Layla striscia verso l'uscita, è riuscita a superare l'ostacolo, o per meglio dire, ha ottenuto il lasciapassare del Faraone.

«Professore... faccia qualcosa».

«Non posso fare niente, Courtney.

Lui ha scelto. È suo diritto, questa è la sua tomba. L'amuleto che avete rubato è suo.

Noi abbiamo profanato la sua tomba e lui ha scelto la signora Frazer quale sposa, da quanto vedo.

Andrà a riempire, se c'entra... il sarcofago rimasto vuoto».

«E io...? Non decido niente... io...?», Anna non ci sta.

Tira fuori il Nodo di Iside.

«Ce l'ho io... e decido io...

Stringilo... Ric... insieme a me...».

«L'abbiamo già fatto...», esita il conte.

«Avanti... dobbiamo rifarlo... adesso lui è sveglio... dobbiamo... dargli una lezione...».

GROWL...

La mummia ringhia minacciosa.

Ma è troppo tardi.

Courtney stringe il Nodo e la mano di Anna.

Un urlo disumano rimbomba nella tomba.

Sembra non finisca più.

Si trasforma in un rombo vero e proprio.

Il pavimento trema e la volta comincia a cedere.

Sembra un terremoto.

I quattro mortali si danno alla fuga: Anna in braccio a Richard, Layla in braccio al professore.

Stavolta la mummia li ignora, impazzita dal dolore.

Guadagnano l'uscita appena in tempo.

Dietro di loro tutto crolla.

La tomba rimarrà tale per sempre.

«Dunque funziona davvero, per Iside!», esclama Courtney, una volta al sicuro.

PAF!

Gli arriva uno schiaffo della Frazer, con la mano impiastrata di sangue.

«La prima volta... mi hai ingannato... non valeva... la seconda... l'ho fatto... per liberarmi... della mummia...».

«E la terza...? Se non lo fai, ci lasci la pelle, Anna. Perché io rimarrò vivo e ti terrò legata a me in questa vita...».

«Bastardo... se pensi di ricattarmi... come il Faraone... io... ti crepo in faccia...».

«Lo so, lo so... penso di sapere come sei fatta.

Se non è bastato un Faraone a metterti sotto, non ci riuscirò certo io.

Terrò il mio sarcofago nuziale aperto, ma non sarà per te...», Courtney si volta allusivamente verso la bella libanese che si tiene la pancia con entrambe le mani, cercando disperatamente di tamponarsi i buchi; il conte aggiunge le sue.

«Ehi... Ric... lo zaino dov'è...?», chiede Anna, forse per distrarlo.

«È rimasto dentro», confessa il conte. «Non c'è stato il tempo di prenderlo».

«D'altra parte, il conte Courtney ha fatto la cosa giusta, Anna...», il professore ha ripreso il controllo di sé. «Vedete... quelle gemme erano il regalo di nozze del Faraone alla sua sposa. Dal momento in cui lei lo ha rifiutato, ha perso ogni diritto su quel tesoro.

In compenso la nostra amica araba ha dichiarato che verranno presto a prenderci e che non ci saranno ulteriori conseguenze».

«Il professore ha ragione, Anna. Non puoi avere tutto. Hai rifiutato un ottimo partito».

«Ric... maledetto... vieni qui...», con la mano gli preme la testa sulle zinne palpitanti. «Almeno... voglio salvarmi...», e tira fuori il talismano.

«Hai Iside... dalla tua... bastardo...».

«La terza è quella buona, Anna».

E c'è chi ritorna con il tesoro.

LA BOTTANA

di Salvatore Conte (2017-2022)

La chiamano così, ma non è una puttana vera e propria.
Se la fa con il padrino, quando lui la chiama.
E la chiama Layla.

“È piena di grazia”, avrebbe scritto un evangelista.

Solida, abbondante, morbida, si valorizza con una tunica nera, quasi arabeggiante, allacciata da tanti bottoncini che ispirano curiosità; è la quintessenza della milf sicula, detta appunto bottana...

Le piace sfidare la grigia perversione della provincia.
I veri uomini devono cederle il passo. Anche il padrino l’ha fatto, in fondo.
La logica vorrebbe che a una puttana corrispondesse - se non altro - un puttaniere.
Invece il padrino è per tutti un uomo di mondo, quanto lei - senza attenuanti - una bottana.
Va da sé che nessun folle prenderebbe a coltellate il padrino.

Ma le belle donne tutte bottane sono... e  le vecchie del quartiere dicono che questa bottana finirà a schifio.

Layla cammina tranquilla, sta andando a trovare un'amica.

Lui esce fuori all'improvviso, le sbarra la strada, la spinge contro il muro, le fa vedere il coltellaccio.

Lei, però, non grida, non chiama aiuto.

«No! Se lo fai, m'ammazzi...!», cerca di farlo ragionare.

Ma quello ha deciso di farla fuori.

E affonda i colpi!

SZOCK
«Questo è per te, bottana!».

Layla spalanca gli occhi e la bocca.

Ha incassato la prima coltellata!

SZOCK
«È ancora tuo, bottana!».

La seconda le sventra l'utero!
A Layla non va liscia come al padrino.
La sua sensuale bellezza fa invidia a tutti, a donne e uomini, e qualcuno ha preso l’iniziativa.
Vorrebbe essere lui il padrino, ma non potendolo essere, si sfoga così.
Ha usato un grosso coltellaccio da cucina, affondato in corpo con la rabbia della follia.
Per fortuna non infierisce, due colpi sono sufficienti a farlo sfogare.
Layla rimane in piedi, lui se ne va.
Nessuno ha visto, né sentito.
Le imposte si chiudono.

La donna raggiunge la casa della sua amica.
«Layla! Cos’hai?!».
«Non è niente…», la tunica nera maschera bene il sangue.
Le vuole bene e non esita a farla sedere sulla poltrona in vecchio stile siciliano, anche se la macchierà di sangue.
«Chi è stato?».
«Non è niente… te l’ho detto…».
«Non vuoi chiamare un dottore?».
«No… non serve…
Gli è scappato… non voleva farlo…».
«Ho una bottiglia in frigo, devi bere qualcosa di forte».
Quando Carmela torna, ritrova l’amica con i palmi delle mani rivolti in alto, fuori dai braccioli, sprofondata sulla poltrona in modo allarmante.
Il ferraccio ha lavorato.
«Layla…».
Le fa trangugiare di corsa la bottiglia di Marsala: una buona parte sbrodola lungo il collo e finisce all'interno della tunica.
«La bottana ammazzata fu!», si sente urlare da fuori.
«Minchione…».
È Layla che sussurra la risposta.
Ha ripreso un po’ di controllo, cerca di riassestarsi sulla poltrona.
«Su... bevi ancora…», l’amica ne approfitta per infonderle altro calore.
«Buono…
È stato solo un momento… non mi faccio ammazzare... come dicono loro…», Layla reagisce, il Marsala - corposo come lei - l’ha corroborata; non ci sta a crepare, anche se l’hanno sventrata.
«Ora però è meglio chiamare un’ambulanza…».
«No… saranno loro a chiamare… se crepo… non sarò più la loro bottana…».
«Che vuoi dire, non capisco...».
«Voglio crepare su questa poltrona… non mi muovo da qui…».
«Chi c’è dietro?».
«È una vecchia storia…
Mi vogliono fottere…
Ma quel ragazzo… non voleva uccidermi… non capiva…».
«Vuoi dire che non voleva ucciderti con due coltellate nella pancia?».
«Avrebbe potuto... continuare… non sarei... arrivata... fino a qui... con altro ferro... in pancia...», è pallida e il petto si alza a ritmo irregolare, come se per respirare Layla dovesse arrangiarsi.
Per quanto potrà andare avanti?
E se entrasse definitivamente in crisi?
Layla rimarrebbe uccisa su quella poltrona, morta ammazzata.
Carmela, sebbene a malincuore, lo dà ormai per scontato.

«Ho avuto paura... che non mi lasciasse scampo...

Quando ha smesso... ero sicura di salvarmi...», adesso, però, Layla sembra avere molti dubbi.

«Carmela... fammi un favore...».
«Dimmi... dimmi...».

«Apri la porta... e grida anche tu... l'hanno ammazzata... venite a vedere...
E vedrai... come vengono...».
«Se è questo ciò che vuoi... lo faccio.
L'hanno ammazzata! Correte!
Hanno ammazzato Layla, la più bella donna di Trapani!
Venite a vedere!
L'hanno ammazzata a coltellate!
A schifio finì!».
In due minuti, mezza città è lì.
Ci sono tutti meno la polizia, che interviene solo previo consenso del padrino, il quale ha mandato qualcuno a osservare la scena.
«È ancora viva!».
Le voci vengono rilanciate di bocca in bocca, spesso arricchite dalla fantasia popolare.
Però la falsa notizia diventa sempre più vera, con il passare dei minuti.
Carmela le soffia aria in gola per aiutarla a respirare.
«Bottane sono...», dice un vecchio, che è riuscito a entrare.
«Ma no... la bedda sta crepando... e l'altra le passa un po’ d’aria».
«Si può sapere quanto ci mette a crepare?».
«Mica sei obbligato ad aspettare...».
«Ma che razza di bottana è... abbottonata come una vedova a lutto...».
«Perché non chiamano un dottore...».
I commenti sono alquanto variegati.
Layla crepa attorniata dalla gente della sua città: chi piange, chi ride, ma nessuno del tutto indifferente.

Stravaccata sulla vecchia poltrona, si tiene la pancia con le mani, la bocca quasi spalancata, lo sguardo confuso, perso nel vuoto.

Carmela le fa bere, di tanto in tanto, un goccio di Marsala, che si mischia al sangue che le sale in gola. Cerca di farle guadagnare altro tempo, nell’attesa che succeda qualcosa; anche lei è molto confusa.

«Qualcuno sa se è morta?».
«Perché non la sbottoniamo un po’?
Non capisco perché debba crepare come non è mai vissuta...
Bottana fu!».
«Perché non esce fuori chi l’ha ammazzata?».
Chi piange, chi ride.
Tra chi piange c’è un ragazzo.
«Dai... era solo una bottana...», lo consola un altro; e vede che estrae un coltellaccio sporco di sangue. «Se l’hai fatto tu, hai fatto bene».
Il ragazzo si avvicina con il coltello in mano.
«E tu che vuoi fare? La vuoi uccidere un'altra volta?», Carmela si interpone, non senza coraggio.
«Fallo venire... non ho paura...», mormora Layla.
«Mi riconosci?», le chiede il ragazzo.
«So che non volevi farlo... so che non sei qui... per finirmi...».
«Questo è per te!».

SZOCK
Un’esclamata meraviglia si propaga tra i presenti.
Il ragazzo si è piegato sul ferro, fino in fondo.
Adesso è ridotto peggio di Layla, forse crepa prima di lei.
«Io... non t'ho chiesto... niente...», sussurra la bottana, mentre si sbottona la tunica.
«Lo so... l’ho deciso... io...», e guardando lo spettacolo, ci rimane secco.
«Turiduzzu la bottana ammazzò!».
«Turiduzzu a schifio finì!».
Il quadro si consolida.
La polizia ne è rimasta fuori. Il padrino pure.
La gente comincia a sfollare, come in una partita già decisa.
Se la vogliono ricordare sbottonata.
Layla si stringe ai braccioli della poltrona come un pilota che sta per schiantarsi nella giungla dopo che i motori sono andati.

C'è un'ambulanza che aspetta fuori.

Ma il tempo è poco.

Si è fatto tardi.

Carmela piange sulle ginocchia dell'amica.

Layla guarda fisso il soffitto.

L'espressione è incredula.

Dev'essere atterrata.

La bottana non finì abbottonata.

L'ASSASSINIO DI

ANNA AGRIPPINA FREXA

di Salvatore Conte (2024)

Per parecchi anni la bella Frexa ha fatto la super potenza nei salotti buoni di Roma, sempre dietro le quinte del potere.

Ma adesso ha finito. Sa troppe cose. E le piace ricattare.
Qualcuno ha deciso di toglierla di mezzo.

A cinquant’anni si è gonfiata, imbolsita - meno Venere, più Giunone - ma è ancora più possente.

Indossa una tunica rosa quarzo, le borchiette nere allentate fino allo stomaco: sempre la maggiore potenza di Roma, la bella Frexa... specie dopo la fine di Messalina; e ora le tocca consolare il popolo più viziato al mondo.

O almeno la sua crema...

E infatti lei va in giro così, discinta, a borchie lente, per farsi vedere, omaggiare, far dimenticare l'imperatrice; e chissà... prenderne il posto?

E se fosse animata da un crudele rancore punico? C'è chi dice, a tal riguardo, che abbia sangue cartaginese nelle vene.

Ha appena lasciato un senatore, adesso l'aspetta un questore.
«Ave, Frexa!», è famosa a Roma.
Appena alza gli occhi, lo sconosciuto la sbatte contro il muro.
SZOCK
E le apre la pancia!

SZOCK
Due colpi di daga: uno per ucciderla, l’altro per finirla!

È uno spreco, un donnone così - degno di Giunone - non compare spesso sulla terra; prima o poi, però, finiscono tutti così.
Forte come un toro, si trascina - ancora in piedi - dal socio, un pretoriano di dubbia fama, un infame come lei.

C'è poca gente in giro, nessuno la nota.
«Frexa!».
Esperto di gladio e pugio, riconosce subito i colpi che l’hanno uccisa - entrambi inferti in pancia - ben impressi a sangue sulla tunica rosa; le budella orrendamente esposte tra le labbra delle ferite, i borchioncini allentati, le poppe ansimanti: una fine degna di lei.
Si rimette le mani sui grossi tagli e prosegue fino alla sella curule, messa lì dal socio per sognare un po’ di gloria; ci sale a cavallo e si piega pesante in avanti, rischiando di ritrovarsi per terra.
«Per tutte le cloache, chi cazzo è stato? Quanti erano?».
«Uno… uno solo… mi ha sorpreso… non l’avevo… mai visto…
Marco… chiama un carnefice… presto…!».

Un silenzio tragico.

«Ti prego... Marco... voglio tirare avanti...».
«Frexa... devi prepararti...
Conosci la legge del ferro. Te l’ho insegnata io».

Rotto da una scomoda verità.
«Che dici… Marco…
la tua Frexa... muore... e tu... non fai niente...

Io... sono... Frexa... non posso... crepare... così…».
«Non c'è dubbio, sei Frexa.

Però, nonostante ciò, hanno deciso di eliminarti. Forse perché parli troppo. E chiedi troppo denaro per non parlare».
«Abbiamo… sempre diviso…».
«Vero anche questo.

Ma tu ne troveresti facilmente un altro. Io no.
È per questo che hanno ucciso te».

Crudo, tagliente come il gladio.

Stessa sorte di Giulia Agrippina, almeno secondo la versione ufficiale.

Non ne ha preso il posto, ma lo stesso ferro.

E adesso la sua mancanza diventerà ancora più difficile da sopportare.

Legate dal nome, ma soprattutto dalle forme, vicarie di Giunone in terra, con qualche concessione a Venere.

«Prendimi il seno... sto crepando...», cerca di commuoverlo.
Il pretoriano si avvicina e le infila le mani nella tunica sborchiata.
«Sono maledette e balorde come te...».
«Marco... scopri... chi è stato...».
«A che servirebbe?».
«A vendicarmi…».
«È questo che vuoi?».
«Sì… lo voglio…».
«Allora sarai tu stessa a farlo».
«Che dici…», le braccia strette in vita, la bocca aperta e affannata, gli occhi sbarrati e impauriti: è sola contro il destino.
Marco continua a godersi le sue poppe, non è mai sazio di lei.
«Mi fai impazzire. Mi hai sempre preso per il tirso».
«Tiralo fuori…».
«Ma ce la fai…?».
«Avanti…».
La posizione è perfetta.
Dalla sella curule, Frexa - ispirata dal Tirso di Bacco - amministra la sua legge: quella della più balorda puttana di Roma.

Sangue e seme, intrisi tra loro, le colano dal labbro e l'accompagnano agli inferi.
«Voglio chiamare Zargos, il negromante persiano.
Una parte di te rimarrà con gli dei superni, comprendi?
Inviolabile dagli uomini, conscia dei fati, otterrai da te stessa la tua vendetta…».
Un bagliore sinistro, un lampo di terrore e speranza, si accende negli occhi dolenti di Frexa…
«Zargos…», mormora trasognata.
«Proprio lui. Vedo che l’idea ti alletta.
Bene, non perdiamo tempo. Non ne hai molto».
«Lo so... non dirmelo...», rassegnata e impaurita, con la bocca aperta e lo sguardo perso nel vuoto.
«Zargos ti aiuterà, Frexa», e rimette le mani dentro la tunica, avido, febbrile.
«Se... non rimane... altro...», affannata, sconvolta.
«È l'unico modo per rimanere insieme. Col mio tirso ti farò dimenticare il Lete».
Ma la grossa puttana non sembra ancora convinta, nonostante i due colpi di daga che l'hanno scannata.
Marco chiama una lettiga.
Frexa viene trasportata nella casa del negromante.
Non potrà rifiutare il suo servizio a una guardia pretoriana.
Il rito viene allestito immediatamente.

Intorno al giaciglio, ove è posta la sfortunata balorda, è segnato un cerchio. L’energia vitale della moritura, almeno in parte, rimarrà latente all’interno della figura.
Il cerchio è interrotto in un solo punto: da qui uscirà la non morta per andare incontro a nuova vita.
«Tu la aspetterai qui. E la accompagnerai fuori».
«Perché proprio qui?».
«È qui che sorge l’alba, all’equinozio».

Il negromante le allaccia al collo una spirale di rame.
È il simbolo del ciclo vitale, della rigenerazione perpetua.

La spirale magica assorbirà l’energia vitale di Frexa: una parte di questa sarà sottratta all’Averno.
«Non deve perderla per nessun motivo», è la severa ammonizione di Zargos.

La moritura, intanto, si agita sul letto, ormai agli sgoccioli.

«Addio… Marco…».
«Non è un addio, Frexa.

Come Proserpina, tu sarai divisa tra Dite e Cerere».

Al suo capezzale, Zargos recita le arcane formule della propria terra.
Una parte di Frexa non deve precipitare nel Dozakh, se la gran balorda vuole rimanere protagonista fra i vicoli di Roma.

È tutto pronto, Zargos le fa trangugiare una pozione, un veleno sottile misto al seme e al sangue del pretoriano, che ha sbattuto il tirso davanti a lei e si è ferito il braccio: sarà la sua guida tra i mortali.

{Marco... sono fottuta... lo so... ma... non voglio morire... non così... ho paura...}, Frexa biascica le parole come una vecchia rincitrullita, benché stia crepando per nulla decrepita; e fa ancora resistenza, non ci sta.

Il doppio pugio si fa sentire, però, anche in un corpo massiccio come il suo.

La pozione, poi, la stordisce come una droga, per convincerla a morire.

«Tra poco non avrai più tanti pensieri e staremo insieme per sempre».

{Non pensavo... tu mi amassi...}.

«Sei una grossa puttana. Non ci avresti creduto».

Lentamente Frexa affonda nella palude stigia, beve dal Lete, apprende ciò che rimane oscuro ai mortali.

«Tu, Frexa! Tu sei libera da ogni affanno! Alzati e sazia la tua vendetta da te stessa sola! Che la tua Dea, Diana Utrix, sia con te, Frexa!», Zargos la istruisce a dovere, secondo i dettami del pretoriano.

La balorda si alza dal giaciglio e si avvia senza titubanze verso l'uscita.

Gli occhi dilatati, come fosse buio pesto intorno a lei; il volto spettrale; i capelli incanutiti; e la tunica sempre allentata fino allo stomaco; le ferite mortali da cui si intravedono orripilanti squarci d'intestino.

Marco è impressionato.

Zargos c'è riuscito, la sua fama è meritata.

«Va'! Seguila! Avrà bisogno del tuo gladio».

Frexa si muove tra i vicoli di Roma, la notte la favorisce.

Giunge infine alla porta di una bella casa.

Marco forza la serratura e la fa entrare.

«Gudrosh! Ho sentito un rumore, vai a vedere», una voce femminile si rivolge allo schiavo.
Nonostante l'ora tarda, la donna è ancora in piedi.
Sta festeggiando.
La morte di una balorda.
Quando se la vede davanti, in quello stato, rimane allibita.
«Tu!».
Gelosia, invidia tra donne, sotto la cattiva influenza di Venere.

La mastodontica Lucretia Maxima è una matrona ancora ambiziosa, nonostante la vecchiaia; non sopporta di finire nel dimenticatoio; indossa una larga tunica bianca che le ricopre il grasso ancora abbondante.

Non sopportava che Frexa riuscisse a soppiantarla nell'oscuro dominio dei vicoli di Roma.
La balorda cinquantenne avanza con il gladio in pugno, due grosse chiazze di sangue rappreso sulla tunica rosa - ampiamente allentata - indicano i colpi fatali.

Eppure avanza.
Marco osserva di nascosto, tenendo buono lo schiavo.
Lucretia Maxima si allarma, ma non sa cosa fare.
«Gudrosh!».
Lo schiavo non risponde, Frexa l’ha chiusa in un angolo, la fissa con occhi assenti, ma la volontà è ferrea... ben presente.
«No! Che vuoi fare? Io non volevo! Te lo giuro, non volevo!».
Nel mentre il panico le fa dire cose stupide, Lucretia Maxima allunga la mano sul suo pugnale.

«No... no!».
SZOCK
Ma il colpo è fermo, implacabile, vibrato con forza sovrannaturale.
Il gladio di Marco distrugge lo stomaco di Lucretia Maxima!
La bella matrona vede la fine, ma ha uno scatto d’orgoglio.
SZOCK
Ora che il gladio è dentro di lei, può colpire a sua volta.

«Puttana...! Muori!».
Ancora forte della sua possanza, immerge la daga nel ventre di Frexa, fino al manico!
Forse è inutile, se la sua rivale è ritornata dall’inferno, ma Lucretia Maxima non rinuncia al colpo.
Gli occhi della donna di Marco, inopinatamente, strabuzzano disperati, tradiscono una tragica sorpresa, come se il colpo fosse arrivato perfino all’inferno.
Frexa non sembra affatto insensibile al dolore.
Per un attimo le due donne rimangono reciprocamente infilzate.
Poi si staccano: Lucretia Maxima scivola di schiena lungo il muro, il gladio in corpo, e finisce seduta a terra, la testa china sul gigantesco petto; Frexa si volta e cammina con il pugnale affondato nella pancia, le braccia lungo il corpo, come se il ferro fosse ormai parte di lei.
{Marco…}, la voce amorfa, oltretombale.
«Sono qui».
{Fa male… non voglio morire…}.
«Il ricordo latente della tua condizione mortale ti fa sentire un dolore che non c’è più, Frexa».
Il pretoriano si avvicina alla mastodontica matrona per recuperare il gladio.
Lo schiavo ha compreso che è meglio per lui non intromettersi.
«No… ti prego… lascialo dentro… voglio vivere… voglio salvarmi...!».
Lucretia Maxima non molla. E alza gli occhi su Marco.
È più forte di un toro, vuole provarci, non s'arrende alla legge del gladio.

«Non puoi, dovresti saperlo».

Frexa, intanto, è scivolata lungo il muro opposto della camera, i palmi delle mani all’aria, la testa piegata sul petto.
Le due rivali si fronteggiano passivamente, ciascuna col proprio ferro in corpo.
Marco si trova in mezzo.
Dalla mastodontica matrona giunge una risata beffarda, tra rivoli di sangue.
«E tu… tu… non hai ancora capito…», sibila Lucretia Maxima.
Vedere la morte è vedere cose prima nascoste.
O troppo presto dimenticate.
Marco ha un brivido lungo la schiena.
Il suo sguardo corre sulla spirale di rame.

E si fissa su questa, rimanendone quasi ipnotizzato.
Si stacca solo per andare sulla daga affondata nel ventre.
Si china su Frexa e con il dito sotto il mento le solleva il capo.
«Gudrosh!

Presto, del sale!
Poi chiama subito un carnefice.
Digli di fare presto.

Più presto che può!

A Zargos penserò io...», aggiunge, una volta rimasto solo; con le due donne.

Una ormai cadavere. E morta.

L'altra, duplice assassina, che rimpiange l'unica vita.