Caccia al coniglio nero

L'ultima cena

Il marchio di Zenon

cACCIA AL CONIGLIO NERO

di Salvatore Conte (2019-2020)

Il coniglio nero... ho capito troppo tardi che aveva fatto la sua tana vicino alla mia casa per mettermi in guardia da tutto quello che poi mi sarebbe accaduto: come gli antichi traevano presagi dal volo degli uccelli, io dovevo riconoscere in lui il mio segno premonitore, il mio inequivocabile presagio.

Si è scavato una buca nel fosso che divide il mio vialetto dalla strada mortale: la chiamano così da anni perché ha ammazzato di tutto, dagli uomini agli animali, a chissà cos’altro.

A parte lui, il coniglio nero, che anzi sembra farsi beffe delle auto e dei pericoli, correndo apposta lungo il bordo della morte, sempre in veloce equilibrio.

Lo vedo quasi ogni mattina, come un morto resuscita da sotto terra e resta immobile davanti a me, fissandomi, con quegli orecchi lunghi che lo fanno assomigliare al Joker delle carte: un Joker nero, dal ghigno altrettanto demoniaco, che avrebbe, però, potuto essere la mia salvezza.

Se solo avessi saputo pescarlo dal mazzo.

Tutto ha avuto inizio alcuni giorni fa.

Percorrendo il vialetto di casa che come detto mi porta sulla strada mortale, dove ogni mattina aspetto l’autobus nella speranza che qualche carambola d’auto non coinvolga anche me, vedo il coniglio nero fermo sopra un oggetto che da lontano identifico come un pezzo di cartone o qualcosa di simile.

Resta immobile per qualche secondo e poi corre veloce verso la strada per scomparire nella sua buca evitando anche questa volta d’essere ucciso.

Sorrido davanti alla sua furbizia e pensando quanto lo sia più lui, furbo, rispetto a tutti i miei colleghi d’ufficio che sto per incontrare anche stamattina.

Passa il bus. È stato puntuale.

La scena si ripete dopo due giorni. Il solito coniglio nero che compie i soliti gesti: corre, si ferma sopra quella specie di cartone che è rimasto sempre nello stesso punto, mi fissa e poi ricomincia a correre per sparire nella sua buca. E salvarsi per l’ennesima volta.

A questo punto, incuriosito da quel cartone immobile al vento e alla pioggia, e da come faccia a essere ancora lì, esattamente nella stessa posizione, nonostante siano passati diversi giorni dalla prima volta che il coniglio me l’ha fatto notare, decido di andare a ispezionare per vedere meglio di cosa si tratti.

Mi avvicino e chinandomi vedo che non è un cartone ma un pezzo rettangolare di compensato, con una foto di donna appiccicata sopra che lo fa sembrare una specie di ritratto.

Un sasso messo sopra lo tiene fermo, e questo spiega perché possa trovarsi ancora lì.

La foto è in bianco e nero, e ritrae una donna mora con i capelli che le coprono un occhio, e lo sguardo enigmatico, quasi misterioso, anche a metà.

Una bella donna, indubbiamente. Le labbra che invitano a un bacio bollente.

La prendo e la infilo nella borsa e vado alla fermata del bus.

Passerà però con quarantacinque minuti di ritardo a causa di un incidente mortale avvenuto qualche chilometro prima lungo - sempre - questa strada maledetta.

Più tardi, in ufficio, un mio collega appassionato di numerologia e di smorfia, mi dirà che il numero quarantacinque è il numero associato al coniglio nero.

La notte sogno di conigli neri e demoniaci che si accoppiano con la donna della foto in orge infernali, attorniati da gruppi di figure diaboliche che ballano sabba e compiono rituali, mentre sopra una pietra sacrificale vedo me stesso.

Mi sveglio urlando solamente dopo avere avvertito il contatto così reale e freddo con la lama di pietra che stava per squarciarmi il petto.

Decido di non andare al lavoro, oggi in ufficio sopravvivranno anche senza di me: non sarà poi così difficile, essendo già morti da anni senza che lo sappiano.

Scendo in cucina e mi verso un caffè, scende nero nella tazza come a formare la sagoma del coniglio, e anche se è bollente lo bevo lo stesso alla svelta, per svegliarmi dalla nottata d’incubo e per fare sparire subito l’illusione del demoniaco animale.

Prendo la foto della donna e la metto sul tavolo: provo a guardarla ma mi accorgo che devo abbassare gli occhi, il suo sguardo di compensato, anche a metà, è più potente del mio.

Mi gira improvvisamente la testa tanto da buttare uno straccio sopra la foto e coprirla, prima di essere vittima di qualcosa che assomigli alla sindrome di Stendhal.

Accendo la televisione per distrarmi, per provare a scuotermi di dosso l’angoscia che mi inzuppa l’anima più di quanto abbia potuto fare il temporale con i miei vestiti.

Passo da un canale all’altro senza interessarmi a nulla, finché stanco di girovagare nell’etere mi fermo sul telegiornale della mattina.

Oggi incontro al Viminale per il punto sulla sicurezza.

Il coniglio nero, la donna della foto, le orge demoniache.

Scandalo delle tangenti: indagati cinque assessori.

I sabba, le danze, lo sguardo enigmatico, l'occhio ipnotico, le labbra che ti divorano.

Misteriosa scomparsa della moglie del console iraniano Assim Balthazar.

Alzo il volume.

La donna, Valentine Berkisha, si trovava in visita nella nostra città insieme al marito e risulta scomparsa dal tardo pomeriggio di ieri.

Alzo ancora il volume.

Il marito e la consorte dovevano presenziare alla cena con il sindaco, quando non vedendola scendere dalla camera d’albergo in cui alloggiavano, è stato lo stesso diplomatico a salire direttamente al piano trovando però la camera vuota. Avvertito il personale dell’Hotel, sono iniziate subito le ricerche all’interno dello stesso, ma senza risultato. Le forze dell’ordine sono state immediatamente allertate, dispiegandosi subito alla ricerca della scomparsa.

Questa è una sua recente foto.

Il cuore smette di battermi.

Chiunque l’avesse vista o la vedesse è pregato di telefonare al numero in sovraimpressione.

La morte a occhi aperti deve essere questa.

Tremo come in preda a convulsioni, mi alzo a fatica dal divano e raggiungo la vetrinetta dei liquori, pochi passi che mi sembrano chilometri camminati verso l’inferno.

Mi attacco al Jack Daniels e finisco il quarto di bottiglia rimasto come fosse acqua.

La donna appiccata al pezzo di compensato è la donna che ho appena visto al telegiornale.

Levo lo straccio dalla foto, magari ho preso un enorme abbaglio e non è lei, forse la stanchezza degli ultimi tempi mi sta giocando dei brutti scherzi, forse, forse, forse…

Invece è proprio lei, e anche la foto è maledettamente la stessa: come il taglio dei capelli, come gli occhi, come lo sguardo che adesso sembra diabolico. E le labbra che ti divorano.

Gli occhi... no, gli occhi non tornano. In tv sono due.

Sì, ci sono: due foto scattate a pochi istanti l'una dall'altra. O forse no. Forse una firma.

Ma non è questo il problema.

Provo a ragionare, a razionalizzare.

La foto attaccata al pezzo di compensato l’ho notata diversi giorni fa, mentre la moglie del console è scomparsa solamente ieri sera: la mia testa ormai è un turbinio di domande, un gorgo che risucchia dentro tutti i miei più oscuri pensieri.

Chi l’ha messa in fondo al mio vialetto? Per quale motivo? Chi sapeva che poi sarebbe scomparsa?

La situazione è assurda, indecifrabile, momentaneamente fuori dalla mia analitica comprensione.

Forse il coniglio nero… il presagio… prendo il telefono e compongo un numero.

Ho ancora diverse conoscenze nelle stanze che contano, anche quelle più segrete. Devo saperne di più su questa donna.

Chi sei, Valentine Berkisha? Riesco per un attimo a riguardarla in faccia.

«Pronto?

Pronto, Frank?».

Finché la voce al telefono risponde, distogliendomi dal suo incantesimo.

DUE GIORNI DOPO

Mi sveglio con un tremendo mal di testa e un senso di nausea quasi incontrollabile, apro gli occhi e cerco nell’oscurità l’appiglio di luce che filtra dalle mie tapparelle a qualunque ora, senza trovarlo: buio e soltanto buio è tutto quello che non vedo...

Allungo la mano verso il comodino per ripiegare su una luce artificiale, ma non trovo nemmeno quella; dell’abat-jour nessuna traccia tattile, e anche il muro dietro la testata del letto sembra sparito: non mi trovo nella mia camera, questo è evidente.

Cerco di mantenermi calmo, mi alzo dal letto cominciando a ispezionare alla cieca l’ambiente e capisco subito che - a parte una sedia nella quale sbatto contro - il resto della stanza è spoglio, vuoto di ogni arredamento.

Aiutandomi con la parete arrivo fino alla porta, liscia, metallica e senza maniglia, e inizio a prenderla a pugni urlando: pochi secondi e da sotto lo stipite della porta vedo il chiarore di una luce.

«Aprite!», la porta sembra ubbidirmi aprendosi e scorrendo elettrica di lato, e il suo movimento fa accendere una luce anche nella stanza in cui mi trovo. «Frank…?».

«Ciao, Sal».

«Dove mi trovo…? Cosa ci faccio qui…? Ho un gran vuoto in testa…».

«Mi dispiace, forse Mike ha esagerato un po’ troppo…», si rivolge all’uomo che è dietro di lui. «Mettiti seduto, credo che tu abbia diritto a delle spiegazioni».

«Spiegazioni…? Mi sveglio in una stanza che non conosco e mi dici che ho diritto a delle spiegazioni?!».

«Siediti e ti spiego tutto», fa un cenno. «Falla entrare, così non ripeto due volte la stessa storia», l’uomo annuisce e la porta si apre di nuovo.

«Ma cosa…?», entra una donna che riconosco subito. «Ma lei è… Santo Iddio…».

«Valentine Berkisha», Frank non perde tempo per le presentazioni.

«Maledizione… ma è la donna scomparsa!», la fisso incredulo. «Quella della foto appiccicata sul compensato lasciato nel vialetto davanti la mia abitazione», le tempie mi pulsano sempre più forte. «Che diavolo sta succedendo?! Rispondimi, Frank, maledizione!», lo prendo per il bavero del cappotto tirandomelo a me.

«Stai buono, Sal», mi stringe con forza le mani rimettendomele al loro posto. «Ti spiego tutto, ma mettiti seduto». Con la testa indica il letto. «E calmati».

Ho sempre invidiato la sua freddezza, fin dai tempi delle prime missioni insieme.

«Certo, mi metto seduto, ma parla! Voglio delle spiegazioni, e subito!», al contrario di me.

Anche se stavolta sono giustificato dalla situazione.

«È una lunga storia, ma cercherò di sintetizzarla», si siede sull’altro lato del letto, mentre la donna resta in piedi, immobile nella sua enigmatica bellezza. «Quelli dei piani alti, come sai bene anche te, qualche anno fa hanno deciso che sia io che te eravamo diventati troppo scomodi per continuare a lavorare nell’intelligence, così il più giovane l’hanno messo dietro una scrivania a firmare e timbrare fogli di nessuna importanza, mentre il più vecchio hanno pensato bene di mandarlo in pensione: sbaglio, Sal?».

«Vai avanti, Frank, in fretta».

«Ma le loro pensioni non sono poi un granché, specialmente se hai rischiato la pelle per oltre vent’anni e se ti divorzi, perché io e Barbara ci siamo lasciati, lo sapevi, no? Così sono stato costretto a rimettermi sul mercato e aspettare l’offerta migliore». Si accende una sigaretta. «E dopo qualche mese è puntualmente arrivata. Fumi?».

«No».

«Bravo Sal, gente come noi rischia la vita già per conto suo, quindi perché anche fumare? Comunque l’offerta giusta è arrivata dal Mossad». Prende una boccata di fumo. «Pagano bene e puntualmente, e poi mi mancava tremendamente l’azione, Sal, non sono certo un tipo da pensione io. Così mi hanno dato subito degli incarichi, piccole cose, ma sufficienti per rimettere in sesto il conto in banca, finché il mese scorso sono stato contattato per qualcosa di più grosso, uno di quegli affari che quando lavoravamo insieme ci mettevamo addosso così tanta adrenalina da fare il pieno per un anno», fa una pausa per poi andare subito al sodo. «Conosci il caso Leila Jasim?».

«L’agente del Mossad catturata dai servizi?», non mi trova impreparato.

«Proprio lei: vedo che nonostante ti abbiano imbavagliato e messo in punizione dietro una scrivania sei sempre sul pezzo».

«Sulla mia scrivania c’è solo passato il suo fascicolo, tutto qui. Non mi occupo più di certe cose, lo sai bene».

«Comunque, a quel punto sai cosa hanno pensato i miei nuovi datori di lavoro? Che dovevo attivarmi per liberarla e consegnarla a loro, sembra sia un pesce grosso per restare chiusa in un acquario. Così ho pensato a un piano e sapendo come ragionano dall’altra parte, ho capito che per riavere Leila dovevo proporre uno scambio, mettere sulla scacchiera un’altra pedina di uguale se non maggiore peso».

«Scommetto che non ci hai messo troppo per individuarla quella pedina, vero?».

«Una settimana scarsa, forse sono davvero invecchiato».

«Chi sarebbe?», la storia comincia a incuriosirmi, forse sta risvegliando l’agente dei servizi segreti confinato dietro una scrivania.

«Sono io», mi guarda con lo stesso occhio che negli ultimi giorni mi ha ossessionato dalla fotografia, anzi con tutti e due. «Il mio nome lo sa già», si avvicina come si muovesse in frame, forse perché devo ancora metabolizzare che si è staccata dal rettangolo di compensato, e mi porge la mano bianca ed elegante, abbellita da anelli dal taglio mediorientale. La stringo senza riuscire a dirle nulla.

«Frank… cosa c’entro io in tutto questo?», in fondo a me interessa solo questo, e come possa essere finito in questa maledetta stanza senza finestre.

«Ricordi, Sal, di avermi telefonato? E che volevi incontrarmi per parlarmi di un fatto strano che ti era accaduto?».

«Sì… volevo parlarti della donna scomparsa», cerco di fare mente locale. «E del fatto che la sua foto era stata messa in fondo al mio vialetto già diversi giorni prima che la notizia venisse diffusa».

«Rispetto alle mie previsioni, mi hai chiamato prima del previsto: con l’età stai diventando impaziente».

«Quindi… il compensato con la foto… l’hai messo tu sul vialetto?».

«Non personalmente», si guarda attorno. «Non potevo rischiare di espormi direttamente. Ma l’idea è stata mia, quella sì».

«Che tu sia maledetto».

«Ricordi poi che la sera dopo ci siamo incontrati a casa tua?».

«Certo… abbiamo parlato della donna scomparsa, forse abbiamo bevuto qualche scotch…», fisso la parete spoglia. «Poi ho come un vuoto… non ricordo altro… non so cosa mi sia successo», mi passo nervosamente le mani fra i capelli, i pochi rimasti.

«Finisco io la storia, Sal», mi mette una mano sulla gamba. «Mi hai accompagnato sulla porta e lì il vecchio Mike ti ha narcotizzato, calcando un po’ la mano, visti i risultati».

«Figlio di puttana! Io ti…», faccio per andargli contro, ma il guardaspalle mi punta subito una pistola addosso senza neanche farmi finire la frase.

«Buono, Mike, non ce n’è bisogno, siamo vecchi amici noi», gli fa rimettere la pistola nella fondina, alzando il palmo della mano. «Diglielo anche tu, Sal».

«Come no, grandissimo bastardo, mi hai narcotizzato e rapito, perché questo è il reato, lo sai, vero?», lo guardo cattivo. «Per quale stramaledetto motivo poi? Forse perché sei un pensionato rimbambito che ha nostalgia dei bei vecchi tempi e si ostina ancora a giocare a guardie e ladri?».

«No, Sal, non è per questo».

«Allora per cosa? Perché stai facendo tutto questo?».

«Perché per portare a termine questo incarico ho bisogno di te».

«Hai bisogno di me?», gli rido in faccia. «Nessuno ha più bisogno di me ormai, a parte i tarli della mia scrivania».

«Io sì, invece».

«E perché proprio tu avresti bisogno di me? Dammi un dannato motivo!».

«Farò di più, te ne darò tre di motivi», spenge la sigaretta sotto i piedi. «Il primo è che anche tu hai bisogno di riprovare ancora quella adrenalina che una scrivania con i tarli non può certo darti».

«Non psicanalizzarmi, Frank: passa al secondo motivo».

«Secondo, è perché sei il tipo più in gamba che tuttora conosco».

«Questo è già più convincente».

«Terzo, perché sei in debito con me».

Un momento di silenzio da parte di entrambi, poi decido di ricordare io.

«L’attentato a Beirut, ricordo tutto nei minimi dettagli», rivivo la scena guardando un punto a caso della stanza. «Dieci morti, e sarei stato l’undicesimo, se non mi avessi avvertito dell’imboscata».

«Quindi sono sufficienti tre punti per convincerti?».

«A fare cosa?», quel ricordo merita perlomeno la mia disponibilità ad ascoltarlo.

«Te l'ho detto, no?

Ti metterai in ferie e prenderai un volo diplomatico per Beirut, incontrerai un contatto, sponda italiana, e accompagnerai la qui presente signora nel luogo convenuto.

Tornerai indietro con Leila. E la porterai dove lei stessa ti dirà.

A quel punto ci penserà l'Istituto e il tuo lavoro sarà finito.

Tutto chiaro?».

«Come no, chiarissimo.

E perché proprio io?».

«Ci risiamo?

Stai sbagliando la domanda, Sal.

Perché non tu?

Lo capirai strada facendo».

«Quanto verrò pagato?».

«Niente, si capisce».

«Niente...?!».

«Niente soldi.

Capirai strada facendo.

Intanto scopriamo la prima carta», si fa dare un plico dal suo scagnozzo. Mi mostra delle foto.

«E chi sarebbe? Il contatto a Beirut?».

«No.

Non hai detto di aver visto il suo fascicolo?».

«Il fascicolo...? Ma...».

«Il fascicolo era senza foto... lo so, Sal. Perché pensi che io lavori per l'Istituto?

Questa è Leila».

Deglutisco.

«Ce l'hai una caramella?».

Frank alza gli occhi.

«Non dirmi che... ti fai pure tenere le... caramelle...», neanche il tempo di finire la frase che Mike me ne lancia una.

Metto in bocca e cerco di rendermi spigliato, cammuffando la voce.

«Dunque, è Leila... Leila Ja...».

«Jasim».

«Leila Jasim», cerco di memorizzare, sono arrugginito, devo riprendere confidenza con le procedure.

«Qualcosa non va, Sal?».

«No... è che...».

«Che...?».

«Che... non so... sembra abbia qualcosa di famigliare».

«Ti sbagli, di sicuro non la conosci. Abbiamo verificato».

«D'accordo. M'era sembrato.

Ma perché proprio io? Di sicuro avete gente più qualificata di me sotto contratto».

«Avete? Avete chi? Stai parlando con me, Sal.

Comunque, ho capito: intendi gente con un coefficiente operativo più alto?».

«Quello, sì».

«Forse è vero. Sei un po' arrugginito, Sal. Ma supponi che il coefficiente operativo non sia la sola variabile in gioco.

Saresti contento di saperlo?».

«Cambia qualcosa?».

«Avanti, Frank, perché non glielo dici? O devo spiegarglielo io?», questo Mike non lo sopporto proprio. «E va bene. Te lo dico io. In certi tipi di operazioni, la presenza di un idiota confonde le idee al nemico, fa saltare i parametri del gioco».

«Sei cambiato davvero, Sal.

Qualche anno fa a Mike te lo saresti mangiato.

Oppure lui avrebbe mangiato te.

E invece mi tocca assistere a un nulla di fatto.

Mike come al solito esagera, ma c'è un fondo di verità in ciò che ha detto.

In certe faccende non basta la professionalità.

Però se non ti senti pronto, darò l'incarico a qualcun altro.

Vuoi mettere in pericolo la vita di Leila, obbligandomi a una seconda scelta?».

«Non ho detto questo...», mi accorgo di ringhiare senza volerlo. «Se siete convinti, cioè se sei convinto... se posso aiutare... lo farò».

«Visto che ci sei arrivato? Con te non c'è spazio per un ragionamento logico, Sal. Il discorso bisogna farlo al contrario, cominciando dalla fine.

Ma l'importante è esserci capiti.

Sal... questa è la tua grande occasione per tornare nel giro che conta».

«È inutile, Frank. È già la sua priorità numero due».

«Esageri sempre, Mike».

«Non vorrei deludervi, ragazzi, ma la priorità numero uno è uscire dall'acquario per sempre».

Mentre allaccio le cinture, mi chiedo come farò a tenere a bada la sfolgorante Valentine al mio fianco.

«Per due motivi.

Primo, ha il suo tornaconto personale.

Secondo, sa che con l'Istituto si può giocare, ma non scherzare».

Frank ha sempre una risposta per tutto.

Anch'io devo stare attento, con l'Istituto non si scherza. Però se non lo freghi non ti frega. Questo almeno l'ho imparato.

A proposito di tornaconto personale, perché diavolo non ho contrattato un cachet? Va bene darsi da fare, uscire dall'acquario, ma rimanere a bocca asciutta...

«Capirai strada facendo».

Già, capirò cosa? Che sono un fesso?

«Scusa, caro, ma ti sei fissato con questa guida turistica? Potrei diventare gelosa...».

Guida turistica?

Ho l'impressione che tutti sappiano molte più cose di me. E non è una semplice impressione, è una certezza.

«Hai ragione, cara. Una guida turistica vale l'altra. Se questa è in ferie, ne troveremo un'altra».

Rimetto a posto le foto di Leila.

Chissà perché Frank me le ha lasciate. Non fa niente a caso lui.

Una donna così non si dimentica facilmente. Espressione rassicurante ma decisa. E poi ha qualcosa di famigliare, ne sono convinto.

Il volo prosegue per Mumbai. Noi però siamo arrivati.

Berito... che piacere rivederti...

Fino al Caffè italiano vicino all'Ambasciata italiana va tutto liscio.

«Sto cercando chi cerca Didone».

È la parola d'ordine.

«L'ha trovato. Si accomodi».

In questa storia non ci sono mezze misure.

Un'altra bambola da capogiro, anche piuttosto allentata.

Una specie di incrocio tra la classe di Rita Hayworth e la carne di Anita Ekberg.

«Posso sapere il suo nome?».

«Anna Frezzante».

Le belle donne devono subito avere un nome. Altrimenti che missione sarebbe?

«Come saprete, Didone è una regina fenicia», insiste.

«Scusi... era... fu...», la rettifico.

«Scusi lei... è...

Altrimenti non saremmo qui a parlarne, non le sembra?».

Ho già detto che tutti la sanno più lunga di me. E lo confermo.

«Comunque non dovrete preoccuparvi di nulla. Vi farò conoscere io la guida turistica migliore». Sembra che Valentine e Anna parlino la stessa lingua, benché la prima iraniana e la seconda italiana.

«Il posto migliore per cominciare è di sicuro Baalbek.

Sì, certo, l'hanno costruito i Romani, ma il progetto e le fondamenta pare siano di Erode il Grande.

Comunque sono chiare le origini fenicie, in situ, del culto di Baal e Astarte.

E poi il vino l'hanno inventato i Fenici, no?

Cito a memoria: "Baalbek è il trionfo della pietra, una magnificenza lapidaria il cui linguaggio, superbamente visivo, riduce New York a una dimora di formiche"; un giudizio severo, ma impeccabile, non credete?

Certo, New York non è più la stessa di Robert Byron, quella degli anni '30, ma credo non cambi molto».

   

       

 

Ha studiato bene la parte, non sembra avere il physique du rôle della talentuosa critica d'arte, ma forse è un solo un pregiudizio maschilista.

«E quando si parte?».

«Perché non subito?

In un paio d'ore ci arriviamo. E la sera l'atmosfera è splendida...».

Qui hanno fretta. Meglio così, mi tolgo il pensiero subito.

«Una domanda, signora Frezzante...

La Didone si è conservata così bene dopo tutti questi anni?».

Per la prima volta Valentine e Anna mi guardano all'unisono. Anzi, mi squadrano all'unisono.

Sarò pure arrugginito, ma qualcosa ancora mi riesce.

«I ruderi sanno affascinare con la loro polvere e il peso delle forme; però a volte è meglio guardarsi intorno e ammirare ciò che è ancora fresco».

Un contatto, sì, ma non certo tenero.

Di sicuro la Barkisha concorda.

Però vedi le donne... credono tu debba riscuotere un bel cachet per il tuo sporco lavoro, e ti cascano quasi addosso.

Tuttavia non sanno che quel cachet non esiste, e che capirò strada facendo...

Ma forse è di nuovo un pregiudizio maschilista. Didone mi manca da troppo tempo. Forse non ci credo più.

Tra una cosa e l'altra si è fatta pure Pasqua.

Come tocco il cellulare mi arrivano immagini di graziosi addobbi pasquali, con una spiccata presenza di conigli, perfino neri.

Non ricordavo fossero tanto popolari, in Libano poi...

Ma appunto, non è mai un caso.

Lavora di fino, e se proprio non riesci a fartelo amico, cerca almeno di non fartelo nemico.

L'ho capito a mie spese. Però ho giocato male, ma non ho scherzato. E questo per ora mi ha salvato.

Se aggiungiamo che l'Istituto ha rispetto per Didone, quasi fosse un Istituto di lingue classiche, questa volta potrei perfino ricavarci qualcosa.

Però a me interessano i progetti a lunga scadenza.

Stavolta voglio uscire dall'acquario per sempre.

Farò del mio meglio e me ne tornerò buono come un agnellino a Roma.

Non lo puoi forzare, ma se lavori ti rispetta.

Anni di timbri e firme inutili per cominciare a capirci qualcosa.

È vero, in certi campi sono bravo; come filologo dilettante ho riscosso dei buoni riconoscimenti, ma come filologo della mia vita sono davvero un ritardato.

Magari mi becco una pallottola e la faccio finita qui.

Il finale non lo conosco, ma il finale è la parte più importante di ogni storia.

A che serve seguire Didone fino al rogo?

Tutti la seguono: le ancelle, gli eneadi, i lettori, i professori, gli dei.

Ma come finisce?

C'è una bella differenza tra l'ammazzarsi per un grosso cretino e fargliela pagare cara.

Proprio il contrario di "It's never an accident": se non capiamo il finale della storia, allora davvero crediamo alle coincidenze.

Il fato, il caso.

O Didone? O l'Istituto?

E poi c'è una cosa che mi lascia perplesso: l'immagine con conta?

Sì, conta. Certo, non è tutto. Didone è bella. Le tre donne di questa storia sono belle.

Il Capo dell'istituto, per essere un uomo, ha davvero una bella immagine. E ha 60 anni.

Un'immagine pulita, bella, emana forza. Ecco perché le regine sono tutte belle. Anche se in giro vi sono parecchi falsi d'autore.

E in questa storia devo sperare che nei paraggi non ce ne siano troppi. Possibilmente, meno di tre.

«A che stai pensando?», mi sussurra Valentine. «La sai una cosa? Saremmo una bella coppia io e te...».

Ecco, appunto.

«Siamo quasi arrivati», dice Anna.

Ecco, appunto.

E per non farmi mancare il terzo, mi ripasso il volto di Leila.

È calato un crepuscolo da brivido sulle rovine di Baalbek.

Sanguigno e anche un po' funereo.

In effetti Leila vuol dire crepuscolo, l'ultima luce prima del buio.

Quante speranze hanno visto morire queste maestose colonne...

È vero, muore per ultima, ma alla fine - se non è sostenuta da qualcosa di reale - muore comunque.

«Facciamo in tempo a vedere l'ultimo raggio del sole», dice Anna. «In estate si svolgono importanti eventi e spettacoli tra queste rovine.

Vi sono delle scale che portano in cima, a uso dei tecnici delle luci. Da lassù, ve lo assicuro, la vista è mozzafiato. Non solo si vede bene il crepuscolo, quasi lo si può incontrare...».

La Frezzante pare una sibilla.

E pensare che mi sono preso una settimana intera di ferie. Qui la situazione precipita. Speriamo non in tutti i sensi.

L'invito mi pare esplicito.

La beretta è sotto l'ascella con il colpo in canna.

Devo concentrami sulla mia sfera di controllo. Questo mi ha detto Frank.

«Ognuno farà il suo, tu fai il tuo».

Ognuno chi?

Qui non vedo nessuno.

Certo, l'Istituto ha occhi dappertutto, come Argo.

Vediamo Anna che fa, se sale sulla scala con noi, oppure si ritira.

«Vado avanti io».

Non si ritira.

La scala è a chiocciola, in acciaio.

Dietro Anna mando Valentine.

Potrebbe scapparmi da sotto, altrimenti.

In vetta potrebbe non esserci nessuno, a parte il crepuscolo.

Dall'alto la struttura del tempio principale appare ancora più maestosa, se possibile; fa venire le vertigini, non solo per l'altezza in sé, ma per la sua sublime magnificenza.

Se non è questa la Casa del Dio, quale può essere?

In giro non c'è un'anima. Gli scavi sono chiusi a quest'ora.

In cima ci sono due persone, a una distanza di 30 metri.

Il numero è quello giusto, ma il crepuscolo è ormai notte.

La Frezzante si defila, ha fatto il suo. È l'intermediaria.

Se gli altri due sono Leila e un agente iraniano, allora fino a qui va bene.

Tengo sotto braccio la Barkisha e cerco di avvicinarmi, molto lentamente.

Dalla parte di Anna, però, i conti non tornano più: sono spuntate, letteralmente dall'ombra, altre due sagome, non molto alte, anzi basse, più basse della Frezzante, che è comunque una donna; che siano cinesi e non portoghesi?

I tecnici della luce sulla scena sono diventati troppi. E sono troppo in anticipo rispetto alla kermesse estiva.

Qualcosa sta andando storto.

Io mi avvicino al presunto iraniano e lui no.

Mentre avanzo a piccolissimi passi, mi copro dietro alla Barkisha: non riuscirei neppure a vedere una pistola con questo buio.

I tecnici della luce stanno lavorando davvero male.

Rimango però scoperto dal lato di Anna.

Stranamente l'iraniano, o presunto tale, rimane allineato con la presunta Leila, cioè non segue la mia tattica, non si fa scudo con il corpo dell'ostaggio.

Lei potrebbe anche essere Leila: la sagoma è imbolsita, quella di una donna matura e sovrappeso.

Devo ragionare.

Una parola...

Perché lui non si avvicina, perché non si fa scudo con il corpo di lei.

No, giusto, non devo prendermi Leila adesso. O ci ammazzano tutti e due.

Devo tenermi Valentine.

Ma allora perché i due portoghesi si sono fatti notare?

Forse proteggono la Frezzante e basta.

L'Istituto che fine ha fatto?

Argo è ormai diventato un pavone?

Potrei chiederlo a Giove, visto che ci sono.

«Tu fai il tuo», le parole di Frank mi pulsano nelle tempie.

Già... ma qual è il mio, Frank?

Mi sono fermato. Da questa distanza comincio a vedere qualcosa, gli occhi si stanno abituando all'oscurità.

Ho un salto al cuore.

È lei.

Sono troppo emotivo per questo genere di lavoro, l'ho sempre saputo.

Perché diavolo ho accettato, ma soprattutto perché diavolo l'hanno fatto fare a me?!

«Capirai strada facendo», ma qui la strada è bella che finita.

Lei è serena, non come nelle foto, ma quasi.

Ha sangue freddo, al contrario di me.

Ogni tanto guardo alle mie spalle. Non devo mostrarmi troppo nervoso. Le tre sagome si mantengono a una certa distanza. Al momento sembrano solo controllare.

È stallo.

«Lasciami, dai... chiudiamo l'affare...», la Barkisha si divincola dal mio abbraccio.

Ho solo un istante per tenerla o lasciarla andare.

Anche Leila si spinge in avanti.

Non la trattengo.

«Torna al tuo posto», dice la libanese all'iraniana, anche se tutti parlano italiano, fino a questo momento.

Io a stento parlo inglese, dopo una vita che provo a parlarlo.

Lo spazio è stretto e le due sono ben piazzate.

Dal lato interno il parapetto è scarno: si tratta della balaustra metallica di un ponteggio volante, tirato su - penso - per gli immancabili e redditizi restauri; lungi dal portare offerte al Dio, oggi se ne prendono.

Lottare in quel tratto sarebbe quindi molto pericoloso, data l'altezza da terra. Gli dei non soffrono la forza di gravità, le belle donne sì.

Valentine torna da me, Leila dall'iraniano.

Caspita, che donna...

Se l'Istituto sceglie i migliori, perché diavolo ha scelto me?

«Lo vogliamo concludere o no, quest'affare?».

Alle mie spalle risuona la voce melodiosa di Anna Frezzante.

E nella mano distinguo una pistola, una beretta; con silenziatore.

Fregato da un'italiana: il colmo.

Comunque è buio pesto, la luna non si vede, da quella distanza può colpire la Barkisha, che intanto mi spalmo addosso come una crema solare.

Quando mi sento relativamente coperto, estraggo anch'io.

«A che gioco stai giocando, Anna? Ti consiglio di non fare scherzi, mi dispiacerebbe perderti di vista».

«Avanti, concludi lo scambio. Siamo qui per questo, no? Non mi pagano, se l'operazione non riesce».

La sua voce è falsa come il terzo Jolly del mazzo.

«Allora metti via il ferro e aspettami sotto».

ZIP

ZIP

ZIP

ZIP

La situazione precipita.

Mi spara due colpi. Io ribatto colpo su colpo.

Quello in pieno petto la mette in difficoltà.

Inarca la schiena, barcolla, e perde l'equilibrio...

«AAHHH...!!».

SDENG!

È ancora viva mentre va giù.

Il grido è pieno di orrore.

Ma viene trattenuta, sia pure a stento, dal parapetto sommitale dell'impalcatura volante. La Frezzante si ferma a penzoloni della balaustra, le braccia molli e abbandonate piangenti verso il fondo del baratro; sembra un panno steso ad asciugare.

Io ho un dolore al fianco, ma sembra gestibile.

Valentine si è divincolata e sta per raggiungere il connazionale.

Ma questa volta Leila non si contrappone e viene verso di me, ma poi si ferma a metà strada.

Che cosa le prende?

Nel dubbio mi gioco il Jolly.

La pietra sotto i piedi è ben levigata, liscia come un tavolo da biliardo.

«کشتن آنها».

Stavolta la Barkisha non parla italiano. Non so cosa abbia detto al suo compagno, ma penso niente di buono, a giudicare dal tono ringhioso.

ZIP

Un solo colpo in mezzo agli occhi.

POW

E un solo colpo di cannone. Nel petto.

L'iraniana non si lascia scappare nemmeno un gridolino.

Intercetto solo un sussulto negli occhi, come un bambino dopo una fastidiosa iniezione, ma senza far lacrime.

Quando l'iraniano ha alzato l'arma, Leila l'ha freddato con la mia beretta. Era più vicina di me per un colpo del genere.

Quando l'iraniana c'ha riprovato con la seconda pistola del compagno, anch'io ho usato il cannone di riserva. Al bersaglio grosso.

Intanto, però, trascinando i piedi a terra, le braccia molli lungo i fianchi, un sorriso sardonico sul volto, l'iraniana si avvicina!

Giunta a un paio di metri, mi fa vedere un pezzetto di lingua; poi, quasi punita per la sua arroganza, è scossa da un brivido fatale e viene spinta sulle ginocchia da una forza misteriosa.

L'iraniana spalanca gli occhi, ora c'è paura nel suo sguardo.

I giorni felici sono lontani.

È scossa da una lunga contrazione ed è costretta a piegare la testa sul petto.

Aspetto qualche istante, ma rimane così.

Se non fosse quasi impossibile, direi che è morta.

In ginocchio, davanti a me. Si è venuta a consegnare con le sue ultime forze.

Comunque rimangono gli altri due.

Sono troppo eccitato per capire se ho preso una pallottola pericolosa, oppure di striscio.

Anna si muove ancora, ma è stordita, può precipitare nel vuoto da un momento all'altro. Nonostante tutto, mi dispiacerebbe se rimanesse uccisa; anche se temo che il mio colpo al petto sia mortale.

Mi appoggio alla parete di fondo e mi preparo a sparare ancora, se occorre.

Leila, però, appare serena.

Si è portata accanto a me e mi sta toccando.

Certo, sono il suo salvatore, ma la ragazza non mi sembra tanto avventata.

«Riprendi la pistola», le intimo, come fossi io a comandare.

«Stai calmo.

Non sembra grave. Mi dispiace».

«Ti dispiace che non sia grave?», anche io non sono mai contento. «E quei due? Chi saranno?».

«Non ci sono più. Sono fuggiti come conigli».

Ecco, siamo tornati lì.

«Vuoi dire che...?».

Annuisce.

Mi sposto verso Anna e la osservo cinicamente mentre cerca di trovare gli ultimi respiri fissando il baratro, con il seno quasi uscito dalla camicetta che sembra inseguire le braccia a penzoloni nel vuoto.

La Frezzante non si consegna come la Barkisha: cerca disperatamente di prendere tempo, e intanto gronda sangue al Dio, a mo' di offerta.

«Potevano darci una mano», riprendo il discorso con Leila.

«L'avrebbero fatto, ma non ce n'è stato bisogno.

Sei stato bravo.

Però penso che la tua Anna si ritrovi sulla schiena qualche scheggia di piombo».

«Vuoi dire che l'hanno uccisa loro?».

«Stai calmo, non è morta.

Però sa troppe cose».

E si avvicina sinistramente alla Frezzante.

«Non c'è un altro modo?».

«Certo che c'è: aiutami».

«Da che parte?», la stiamo afferrando insieme.

Leila tira dalla mia stessa parte.

E la mettiamo seduta contro la parete solida del tempio.

«Perché hai detto la mia Anna...?».

«Hai civettato con lei fino all'ultimo».

«Non è vero... è pur sempre una bella donna... ma io...

Che c'entra questo? Perché i conigli non le hanno impedito di sparare?».

«Non lo so, sei tu l'agente, lo hai dimostrato. Forse l'hanno messa alla prova. Non era sicuro che tradisse, almeno non fino all'ultimo».

«E tu, invece, non saresti un'agente?».

«Certo che no, che agente? Mi hanno sequestrato. Grazie per quello che hai fatto per me».

Tampono con un fazzoletto il buco in pancia di Anna. Quello al polmone, no; sarebbe più doloroso per lei, se lo facessi. Ha difficoltà a respirare, ma riesce a tirare avanti.

«Senti, Leila, io questa non me la bevo. Devo portarti dove tu decidi di andare. E poi sarà finita. Quanto a lei, che ne facciamo?».

«Lei, se ce la fai, e visto che ci tieni tanto, te la carichi in spalla e la porti giù. Può darsi che vogliano riconvertirla. Una grossa jena così, buona incassatrice, può sempre far comodo.

Quanto a me, va bene. Decido di andare a Tripoli».

«Nel Libano?»

«Certo, è la mia città».

«Allora non ci vorrà molto. Dobbiamo sbrigarci. I custodi avranno sentito il mio sparo».

«Stai calmo. I conigli li avranno distratti. Da queste parti si spara facile, pure alle feste di matrimonio.

Ma non sei stato in Libano per diversi anni?».

«E tu che ne sai?

Sei mai stata in Italia?».

«Mai».

«Eppure mi ricordi qualcuno».

«Forse la tua donna».

«Che donna... sono anni che non sto con una donna».

«Hai la risposta facile. Ma pensi mai prima di rispondere?

Chi dovevi cercare in questa missione? Chi hai cercato nella vita?».

«Leila... come faccio a pensare con te davanti?».

«Provaci, senza fare il galletto».

«So solo che non vogliono pagarmi neanche un euro.

Hanno detto che avrei capito strada... facendo...

Ora che ci penso è una bella canzone di Baglioni...».

«Dunque hai capito adesso che ti sarò grata... diciamo... per un bel po'?».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

L'ULTIMA CENA

di Salvatore Conte (2021)

Ormai nessuno ci fa più caso, a parte le donne.
Mano Tagliente paga visita allo stalliere. Lui sa tutto di tutti...
Gli lancia subito mezzo dollaro d'anticipo.
Sa come sciogliere la lingua ai bianchi.
Anche se è cresciuto con loro, non si è scolorito abbastanza.
«Anna Frazer...?

Se la incontri, rimarrai parecchio deluso, amico.
È cambiata molto...
Beve... si è ingrossata come una botte... e pare sia anche malata...
È sempre pallida. Qualcuno dice che non le rimanga molto...
E anche la taglia non vale più niente.
Non vale la pena di schiantare un cavallo legandoci di traverso un peso del genere.
Vuoi sapere come la chiamano... beh... quelli della tua razza?
Zinna Moscia...
Ah-ah...
Oppure, lo sai come?
Luna Pendente...
Ah-ah...
Siete in gamba con i nomi, voi musi rossi!».
«Tu, invece, come ti chiami?».
«Io?
Jonathan Wilson; ma gli amici mi chiamano Joe».
«Sempre di fretta voi.
Avete tutti gli stessi nomi.
Comunque, anche se malandata, mi interessa trovare Zinna Moscia».
«Nessun problema. Ma stai attento, perché sa ancora sparare.
Vive in una topaia lungo la pista per Abilene.

La riconoscerai facilmente, perché vi cresce vicino un grosso saguaro».
Mano Tagliente gli lancia l'altro mezzo dollaro e se ne va.

Sarà davvero così malridotta?

Non la vede da molte lune.
E in effetti è molto cambiata.

Lo aspetta stravaccata sulla sedia a dondolo, con il winchester puntato e la bottiglia del whisky sul tavolino.
«Sei qui per intascare la taglia?».
«I musi rossi non possono incassare taglie».
«Ma possono mettersi in società con un bianco».
«Appunto».
«Appunto, cosa? Hai dei complici?
Bada che ti faccio saltare il cervello...».
«Stai calma, Zinna Moscia.
O dovrei chiamarti Luna Pendente?».
«Sono belli tutti e due, decidi tu.
Sono gli altri che ci chiamano...
Ma se qualcuno sbaglia le parole... io gli faccio saltare il cervello...».
Mano Tagliente ha calcolato il rischio, sa che Anna è fiera della sua carne, che è perversamente innamorata di sé e soddisfatta di passare da bocca a bocca...
«Fra poco sarà il 13 maggio».
«E allora?
A proposito... prenditi una sedia e serviti da bere.
Chi viene per uccidere, non corre certi rischi».
«Non sono qui per uccidere, ma per raccontare una storia...», e alza il bicchierino verso la Frazer, facendosi sorprendere mentre infila gli occhi nel camicione sbottonato fino allo stomaco.
La pistolera, in risposta, sporge la lingua dal labbro.
Comanda ancora lei.

«C'era una volta una banda di ladroni. Erano una dozzina. Fecero un colpo da 30.000 dollari. E lo fecero il 13 maggio...».

«Non sei bravo a raccontare storie».

«Lo so, racconto l'essenziale, i frati non mi hanno insegnato tutto».

«Continua».

«I ladroni decisero di far calmare le acque, prima di spartire il bottino...

Ma c'era un problema: a chi lasciarlo?

A chi se non a un uomo di legge, degno di fiducia e rispetto?

Fu dunque il Giudice della città a tenerlo in custodia.

I ladroni si diedero appuntamento al 13 maggio dell'anno successivo. Al tramonto».

«La storia è bella... cough... è tua?», Zinna Moscia tossisce e sputacchia sangue.

«No. Me l'hanno raccontata».

«E chi?».

«Le puttane parlano...».
«Tu vai a puttane?».
«Certo».

«Puttane rosse o bianche?».
«Non ci sono puttane rosse».
«Ah no?
E perché la racconti a me?
».
«Mi serve un socio».
«Per fare cosa?».
«Per prendermi una parte del bottino».
«Sono troppi...».
«Lo so, ma quando si divide spesso succede qualcosa... e poi un anno è lungo: qualcuno mancherà l'appuntamento...
Ma se anche fossero tutti e non succedesse niente, io prendere una parte di tredici, Zinna Moscia. Sono tanti dollari...
».

«Tredici?».

«Il Giudice non lavora gratis».
«Io, allora, a che servire...?».

«Ne seguiamo uno e lo prendiamo tra due fuochi.

Così è più facile e non corriamo rischi. Poi dividiamo a metà».
«Ci riusciresti anche da solo».
«Forse... ma correrei più rischi. Non sono ingordo».
«E va bene... cough... mi sembra un lavoretto tranquillo».
«Se invece si sparano addosso, e rimangono in pochi, noi prendere tutto il piatto...
Ce l'hai il fegato di finirli?
».
«Cough... certo...».

«E a te quanto rimane, Luna Pendente?».
«Mi hanno detto che è lento, posso andarci avanti...».

«Quanto ti rimane?».

Lusingata dall'insistenza di Mano Tagliente, Zinna Moscia sporge ancora la lingua dal labbro.

«Non lo so...».

«Non sembri molto preoccupata; stanca di vivere?».

«Troppo sangue... troppi morti...

Qualcuno... cough... vuole portarmi con lui...», con gli occhi fissi nel vuoto.

«Quel qualcuno rimarrà deluso, Zinna Moscia...».

«Sì, lo so...», riprendendosi, «nessuno può fermarmi... nemmeno un tumore; in qualche modo me la caverò».

«Ben detto».
«Sto ancora in sella... cough... questo è ciò che conta... adesso...
».

La Frazer cerca di defilarsi dal suo destino, si illude di avere ancora tempo.
«Alla fine, però, ti farai visitare da un medico... Luna Pendente...

E intanto devi smettere di bere».
«Non mi fido dei segaossa».
«Allora ti farai vedere da uno stregone...».
«Cosa te ne frega a te... di quello che farà Zinna Moscia...».
«Puoi fare come ti pare, infatti.

Ma fino al 14 maggio... Mano Tagliente cavalca con la potente Anna Frazer...».

E alza il bicchierino, abbassando gli occhi sulle zinne mosce, mentre lei fa altrettanto, sporgendo la lingua con occhi malati e fiato stretto, improvvisamente ansiosa di trovare una via di scampo.

Arrivano alla spicciolata, poco prima del tramonto.

Ma sono solo in quattro.

Otto banditi mancano all'appello.

Un anno è lungo e gli incerti del mestiere numerosi: il carcere e il cimitero ne inghiottono tanti.

Buon per i quattro che vedono triplicata la loro parte.

Sono ricevuti dall'anziana governante del Giudice, una messicana rugosa e d'aspetto sinistro, che si muove con vacillante passo senile, ma ancora gonfia.

«La cena è servita, signori».

Il sole è tramontato, ormai è difficile che si aggiungano altri ospiti.

I banditi passano dalla veranda al soggiorno, elegantemente arredato.

La governante aveva preparato dodici posti, ma ha portato pane, formaggio e vino per quattro persone.

«Ehi, vecchia!».

«Dite a me, signore?».

«Perché, ti credi giovane? Ah-ah...

Una cosa è vera, però: ti tieni molto bene, vecchia...

Il Giudice è ancora vedovo? Ah-ah...

Assaggia!», Sancho non si fida.

La governante manda giù un pezzo di formaggio.

Il bandito si lecca la forchetta utilizzata dalla serva, fissandola in modo allusivo. Vecchia, ma ancora provocante.

«Bevi, adesso...

Brava...

Come ti chiami?».

«Esmeralda».

«Esmeralda...

Adesso, Esmeralda... ti metti a tavola con noi e ci fai compagnia...».

I banditi mangiano allegramente e attingono vino dal fiasco.

«Basta così, hombres...

Esmeralda... prendi una lanterna...».

I cinque escono dall'abitazione e si dirigono verso la cripta di famiglia del Giudice.

È ricavata da un anfratto roccioso: dopo una porta di ferro, numerosi scalini portano a una grotta naturale, ove alcune bare di legno pregiato sono collocate su ripiani scavati nella roccia.

Sono state ripulite da poco: non ci sono ragnatele, né polvere.

«È questa! Me lo ricordo come fosse ieri...».

La tirano giù e allentano le viti. Pesa un accidente.

Pesa come se fosse piena d'argento.

Si levano urla di giubilo dal fondo della grotta.

Ma in pochi istanti accade di tutto.

La lanterna si spegne, iniziano i malori, un rumore metallico risuona grave verso il basso.

Dal giubilo alla paura.

Qualche sparo di frustrazione; ma ormai è finita.

Un cenno di conferma con il capo e due mani che si stringono eccitate sulle grosse tette ancora burrose: è fatta, l'uomo della legge fa suo l'intero piatto.

«Mani in alto, signor Giudice...

E anche tu, messicana... buona... se vuoi invecchiare ancora...».

«Chi sei? Un ritardatario?

Dopo il tramonto non si riscuote più...».

«E quelli là sotto, allora?».

«Non è colpa mia se non hanno retto il vino».

«Vino dei Borgia, scommetto...».

«Sì, d'annata, ma non così vecchio...».

«Allora, signor Giudice... poiché non sono ingordo, dividiamo il piatto a metà. Adesso si va giù insieme e si riporta su il malloppo...».

«E va bene, la cassa riapre...».

«Adesso non ci rimane che dividere, signor Giudice...».

«Fatica sprecata, hombres...

Mani in alto, bamboccio!

Prima di ammazzarti voglio sapere chi sei».

«Sono un indiano cresciuto tra i bianchi, mi chiamo Zoccolo Duro, e ho saputo da una puttana ciò che stava accadendo...».

«Cabrones...

Bene, i conti tornano.

Il veleno a rilascio lento nel fiasco, l'uscita secondaria dalla grotta...

Ma sono i dettagli a tradire il traditore.

Giuda!

Due grosso dettagli... ah-ah...», il bandito mima le grosse tette della governante messicana. «Due bei pezzi per un posto così sperduto. E quando le cose non mi tornano, il mio cervello comincia a girare... a girare come il tamburo di una colt...

Ma il dettaglio decisivo è stato un altro...

Esmeralda Lopez... nata nel secolo scorso... ma non ancora deceduta...

Una targhetta su una bara.

La fedele governante del Giudice... vecchia, ma ancora dotata...

Con la sua fedeltà si deve guadagnare una tomba di lusso... anche perché di anni davanti ne sono rimasti pochi... e già da stasera, con una calibro 45 nello stomaco, la bella Esmeralda potrebbe unirsi alla sua bara di lusso... e la cassa da morto chiudersi sul lussuoso cadavere designato...».

Il bandito spiana la colt...

«NO!», urla disperata la messicana.

«Ci tieni alla pelle, eh, vecchia?

Meglio una vita di merda, che una bara di lusso...

Ne hai avuto di fegato, Esmeralda, per aver fatto quello che hai fatto...

Potrei aggiungerti al mio argento, sei un bel pezzo, anche se con me finiresti sepolta sotto la sabbia di un deserto...

Avanti! Spostati da lì...

E vieni qui».

L'indugio della messicana dura un attimo.

Per farsi vedere ancora meglio, si stira addosso la casacca rossiccia e passa dall'altra parte.

La fedeltà va bene, fino a quando non diventa eccessiva.

«In fondo la giustizia esiste: io sono l'unico ad aver rapinato questi dollari.

Questi dollari sono miei...

Ma ora dobbiamo emettere la sentenza, Esmeralda.

Tu che dici?

Li ammazzo... oppure li lasciamo in mutande?

Voglio sentirlo da te, Esmeralda...», il tono duro, grave. «Allora...?

Con i miei compañeros non ti sei fatta tanti scrupoli... vecchia ruffiana...

Erano dei cabrones, ma non avevano colpe».

«Ammazzali... oppure ci daranno la caccia...».

Ormai ha cambiato padrone.

«Però lasciarsi dietro un Giudice morto non è mai una buona idea...

L'indiano lo ammazzo di sicuro, però...

Su le mani, ti ho detto!».

BANG

SWISHH

A Mano Tagliente si dovrebbe dire mani larghe...

Alzandole, infatti, le avvicina al suo tomahawk, che tiene nascosto dietro la schiena.

Lo sparo è di Zinna Moscia; di avvertimento.

Il tomahawk apache in mezzo alle gambe del bandito messicano è di Mano Tagliente; di avvertimento.

«Okay... okay... ma quanti siamo questa sera?», Sancho getta il ferro a terra.

Anna Frazer esce dall'ombra, il winchester spianato.

«Però una cosa giusta l'hai detta: sei l'unico che si è guadagnato questi soldi.

Un terzo per uno...».

«E la ragazza?», Sancho allude ironico alla vecchia messicana.

«Decide lei con chi andare».

«Vado per conto mio, voglio la mia parte».

Ormai si è bruciata, deve stare attenta, la mossa è astuta.

La Frazer incrocia lo sguardo di Mano Tagliente.

«Allora un quinto per uno: una parte a testa.

Tu hai fatto la rapina, il Giudice ha fatto il banchiere onesto per un anno, lei ne ammazzati tre, io e il muso rosso... cough... abbiamo chiuso la mano, e tu ce l'hai ancora attaccata al braccio...

Niente ripensamenti, niente vendette... cough... niente soffiate.

Se ci incontriamo, siamo pari».

Zinna Moscia rimane in attesa.

«Io ho qualcosa per te, bella donna...».

Non tutte le avvelenatrici vengono per nuocere.

L'accordo c'è. Si divide in cinque parti.

L'unico che rimane è Il Giudice.

Avrà da rimettere a posto la cripta di famiglia e da assumere una nuova governante. Meglio se in quest'ordine.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

IL MARCHIO DI ZENON

di Salvatore Conte (2021)

Le pallottole fioccano nella grande sala da pranzo del vecchio hotel abbandonato.

I troppi interessi in gioco hanno spento le ultime speranze di negoziare un accordo.

Le due bande hanno scelto i loro elementi migliori per "discutere" d'affari.

Ma ormai gli argomenti si sono esauriti, insieme agli stessi "negoziatori".

Da una parte rimangono la famosa Anna Frezzi e Bill Jones, dall'altra lo spietato Zenon, l'Infallibile.

La donna, cinquantenne, è molto conosciuta nell'ambiente: esperta, ambiziosa, abile nel preservarsi, prestigiosa, è nota per i camicioni sbottonati con perizia artigianale, portati addosso con cura sacerdotale e pagana disinvoltura, nonostante l'età, il seno flaccido e un giro-pancia da vecchia signora; si stringe in vita una grossa cinta nera, per darsi forma, ricompattarsi, e - si dice - quale sorta di talismano contro le pallottole nemiche. Completano il novero delle sue armi segrete, le tette semoventi, che lei dirige come fossero arti indipendenti, facendole premere contro la camicetta o sporgere dalla profonda scollatura; Anna è una donna da sei arti.

La Frezzi fa gola ai collezionisti della città, che fanno a gara per procacciarsi le sue vecchie foto e i video di quand'era meno grassa e al culmine della sua bellezza.

Ma lei non cede alle lusinghe: non vuole dipendere da nessuno, preferisce guadagnarsi "onestamente" da vivere, tra rapine, sequestri ed esecuzioni, portando a casa lo stipendio.

Bill Jones è un anonimo comprimario della banda.

Zenon, un killer spietato e autorevole, detto l'Infallibile. Il suo vero nome è sconosciuto.

Si stanno sparando addosso protetti dai grossi tavoli in legno massello del vecchio hotel, rovesciati a 90 gradi.

Gli altri sono morti.

«Ahh...!», Zenon è stato colpito!

«L'ho beccato!», gioisce Bill.

Sul volto di Anna affiora un ghigno soddisfatto.

«Ora dovrai scendere a patti con me, bellimbusto...!», gli strilla contro la Frezzi.

La donna si alza in piedi, in tutta la sua possanza e tracotanza, e lo minaccia: «Vieni fuori, Zenon! Molla i ferri e ti prometto che troveremo un accordo!».

Ma evidentemente non è giornata.

«Vecchia fallita!».

BANG

BANG

BANG

Zenon schizza fuori all'improvviso e spara!

Lui spara e a incassare è Anna!

Tre colpi la raggiungono, due al petto e uno sotto la spalla.

La donna reagisce, sparando a sua volta, ma l'Infallibile torna al riparo del robusto tavolo.

Jones ha assistito impotente.

Anche Anna torna al riparo, lasciandosi scivolare dietro al tavolo.

Il suo complice la raggiunge subito.

Respira in maniera affannosa, ha gli occhi allucinati: sembra che a prendere tre pallottole sia stato lui.

Ma vederla così lo fa andare completamente in tilt. Inoltre sa che con la Frezzi fuorigioco il suo destino è segnato.

Con tre pallottole nel corpo, il sorriso tranquillo e serafico di Anna ha fatto posto a un'espressione neutra, assorta, ma ancora minacciosa, sfidante, speranzosa: c'è tempo per morire. Zenon non l'ha fulminata e questo è molto importante. Un buco nella fronte o in mezzo al cuore sarebbe stato complicato da gestire anche per la Frezzi.

È stata colpita, però la vecchia Anna rimane invincibile.

Da un parte sente la morte, è rabbiosa.
Dall'altra è talmente sicura di sé che pensa di potersi salvare abbastanza facilmente.
BANG

BANG

Anna fa esplodere la sua rabbia, vuole salvarsi, risponde al fuoco.

Ma non ha capito che farebbe bene, per prima cosa, a evitare altro piombo, che come pioggia sul bagnato si aggiungerebbe a quello fatale che Zenon le ha sparato in corpo: il countdown ha iniziato a scorrere, benché una tipa arrogante come lei si rifiuti di crederlo.
«Anna... ti allento la cinta?», le chiede preoccupato Bill, pensando di farla respirare meglio.

«No... è questa che mi salva... mi tiene la pelle addosso... mi tiene stretta la vita...».

«Adesso ho capito», risponde Jones.

«Quel maledetto Zenon ha sparato... ha sparato contro di me... è pazzo... devo sapere perché... devo capire... poi raggiungerò la clinica del dottore... (COUGH...) che colleziona le mie foto...», Anna comincia a tossire e a sputare sangue.

«Zenon... mi senti...? Voglio sapere... (COUGH...) perché lo hai fatto... mi hai preso in pieno... (COUGH...) ho tre pallottole nel corpo... bastardo...!».

«Risparmia il fiato, Anna! Ne avrai bisogno!

Stasera le tue foto varranno dieci volte tanto..!».
«Bastardo...

Mentre io lo distraggo... tu prendilo alle spalle... (COUGH...) poi mi porterai in clinica...», Anna istruisce il complice.

La Frezzi è speranzosa di avere tempo sufficiente per farsi curare e conta sul fatto che Zenon non infierirà su una donna del suo rango; poco prima, infatti, si è preoccupato per lei.
«Zenon... se per me è tardi... (COUGH...) voglio che sia tu... a chiudermi... per sempre... la camicetta...!
Se invece... posso ancora farcela... voglio che tu... tu mi scorti in clinica...!

Poi faremo la pace... (COUGH...) e mi vedrai ancora... con il camicione sbottonato...! Ti piace... vero...?
Non sarai frocio... spero...!».

«Hai una brutta tosse, Anna!

Non vorrei che la cosa si facesse troppo rapida...!

Anna! Vengo a chiuderti la camicetta!».
«Non ci provare...!».
«Vecchia fallita... non fare cazzate... se vuoi vivacchiare un altro po'!».

BANG

BANG

«Maledetta! Volevi fregarmi!».

Bill è entrato in azione, ma ha rimediato una palla in mezzo agli occhi e c'è rimasto secco.

Adesso Anna deve stare attenta.
La Frezzi sa che Zenon non scherza.

Proverà a blandirlo con le sue tette semoventi, muovendole sotto il camicione come tentacoli di una piovra.
Anna le pensa tutte, pur di ottenere la salvezza e riportare la pelliccia a casa.
È sicura che nessuno avrebbe il coraggio di finirla o di negarle un'ambulanza.
La grossa cinta nera stretta alta in vita, la camicetta sbottonata con precise leggi tecniche, le tette dirigibili, la lingua che sporge dal labbro: sono le armi segrete della Frezzi, quando la cose si mettono male.

«Io non c'entro...! È stata... (COUGH...) una sua idea...!».

Adesso è Zenon che deve decidere.

Se l'ammazza, il gioco finisce.

È tentato di saldarle il conto, con un bel colpo nello stomaco; gli piacerebbe farlo ancora, ma deve trattenersi, perché la prestigiosa Frezzi è ferita a morte...

Zenon aggira la postazione di Anna e si appalesa alla donna tenendola sotto tiro.

«Ferma! Non fare scherzi...».

«Zenon... aspetta solo un attimo... (COUGH...) so che vuoi finirmi...
Dammi il tempo di parlare...
Non sento più le braccia...
Ho finito di combattere... (COUGH...)».

Zenon si siede, tranquillo, accanto a lei.
«Prima di ogni azione … cercavo di immaginare... come sarebbe stato... rimanere uccisa...

Un colpo in pancia... (COUGH...) che ti toglie il respiro...

Io... che lotto per salvarmi...

Mi faccio portare in ospedale...

Ma sento... di non avere tempo... (COUGH...) ho paura...

Decido allora... di portare con me... i miei complici...

Da dietro... sparo nella schiena a tutti e due...

La macchina sbanda... (COUGH...) e butta giù un muro...

Quando arriva la polizia... io sono l'unica ancora viva...

E riesco anche... (COUGH...) ad arrivare in ospedale...

Ma non ne ho per molto...

L'emorragia... mi uccide in un paio d'ore...

Con la rabbia ancora in corpo... (COUGH...) mi coprono la faccia... e mi portano all'obitorio... per eseguire l'autopsia... (COUGH...) per estrarmi da morta... la pallottola che mi ha ucciso... e mostrarla in tribunale... accanto alla mia foto...

Non mi sono... sbagliata di molto...», sbarrando gli occhi.

«Temo di no, Anna

Ma capisco la tua rabbia...».

«Zenon... io ne ho visti morire tanti... e ho un brutto vizio... (COUGH...) io... mi gustavo la loro morte... a due di questi... ho sparato io... il colpo di grazia...

È stato eccitante... come una droga... loro morti... io viva...
Oggi... però... (COUGH...) è toccato a me... e voglio che sia tu a farlo...
Premi la tua canna... contro la mia cinta...
Sarà il tuo marchio... per sempre...».
Anna fissa la pistola di Zenon con occhi allucinati, la sua fine è segnata.

Il killer esegue.

La Frezzi vacilla.

È colta dal panico.
«Aspetta...!», si oppone rabbiosa. «Fammi finire...», conciliante. «Non farlo...».

«Okay, aspetto... ma l'iniezione è pronta, Anna...».

Annuisce, sollevata.

«Devi sapere... che ci sono poliziotti... che dopo ogni sparatoria... si informano subito... se... (COUGH...) se anch'io... sono rimasta uccisa... o coinvolta... se sono ferita... se rischio la vita...».

«Sì, ho afferrato il concetto», replica brusco il killer.
«C'è chi... mi telefona di nascosto... per sapere come sto...
Stavolta... troveranno il mio cadavere... e rimarranno a bocca aperta... (COUGH...) la Frezzi uccisa... con quatto colpi...

Vorranno sapere tutto...

Chi ha sparato... contro il mio camicione...», mentre parla, gli occhi guardano al cielo, sempre più inespressivi.

È ancora seduta contro lo spesso tavolo di legno, rovesciato a 90 gradi, dietro a cui si è riparata durante la sparatoria.

«Anna...», sussurra Zenon, quasi stupito di vederla alla deriva.
La Frezzi si lusinga subito, e manovra le tette, facendole sporgere dalla camicetta: sono un po' flaccide, cadono a penzoloni sul ventre gonfio, ma sono belle, ben fatte, e lei sembra ancora una super modella.

Preparato il terreno, Anna manda un leggero colpo di bacino contro la canna della pistola che le preme sulla pancia attraverso la cinta.
È una sfida mortale. Un gioco pesante. Se Zenon preme il grilletto, lei rimane fulminata.
Il camicione è teso allo spasimo, lei pure.
La paura l'ha resa una maschera di sudore.
Zenon se la gusta.
«Queste tette non ti fanno ragionare... ti tolgono le forze...», concedendole l'onore delle armi.

«Mi dispiace, Anna, ma quando sparo, lo faccio per uccidere», riportandola alla realtà.

«E un altro colpo non lo reggi. Sei finita...», freddo, ma solo per farle capire che il gioco ha dei limiti che neanche lei può superare.

«Se proprio insisti, però, ti faccio un altro buco nella cinta, così la puoi stringere ancora di più...», e le preme contro la canna della pistola, mentre l'altra mano si infila dentro il camicione, sulle tette flaccide e sudaticce; e parte anche un bacio in bocca, dentro l'hotel abbandonato nel bosco, che però non riesce a risvegliare la bella Frezzi dalla morte che le sta gelando le membra.

Quando l'uomo si stacca, la pistola rimane premuta: sembra disposto a sparare.

«Vacci piano... Zenon...
Stai per uccidere... Anna Frezzi...».
«Pensavo fossi già morta, Anna...».
«So che è finita... non sono una stupida... (COUGH...) anche le gambe sono andate... non le sento più... ma se spari... (COUGH...) mi togli di mezzo... mi finisci... uccidi una grande donna...

Non sarebbe galante...».
«Io non lo sono, infatti».
«Però ti piaccio... non puoi negarlo... hai toccato con mano...».
«Sì, ma cosa me ne faccio di un cadavere?».
«Lo accompagni... all'obitorio... (COUGH...)», le parole profetiche di Anna.
«E va bene... preferisci sudarti tutta la schiuma addosso...».
La Frezzi annuisce con occhi allucinati.

«Non capisci che è tutto inutile, Anna?», con un tono confidenziale nella voce.
«Se hai tanta fretta... spara... Zenon... spara... (COUGH...) e gelami per sempre...».
«Tu hai paura, Anna.

Non ti sparo addosso, se speri ancora di salvarti...».

«Stai diventando galante...».

«Non credo. Mi dispiace solo tu non abbia capito la gravità della situazione, Anna», con tono serio.
«Io so tutto... bastardo...», gli occhi si fanno vitrei. «Sento le sirene... intorno a me...
Vedo occhi che mi fissano...
E poi... (COUGH...) vedo un telo bianco... chiudersi sui miei occhi...
Vuol dire che sono morta...», la Frezzi conclude la sua ieratica visione con occhi sbarrati e voce costernata.
«Su questo temo non ci siano dubbi, Anna.
Devi solo decidere come».
«No... tu devi decidere... io sono finita...», con faticosi rantoli gutturali.
«Tu non hai tanta fretta, Anna. Non mi freghi. Tu ti illudi di farla franca.

Hai il fisico, hai l'esperienza, hai migliaia di tifosi che palpiteranno per te mentre muori.

Sei quasi invincibile.

Questo ti fa sentire salva».
Gli occhi della Frezzi si accendono, la bocca si spalanca come a inghiottire un boccone succulento: l'illusione della salvezza la fa impazzire, non può negarlo.

E allora decide di confessare: «Sì... io voglio provarci... (COUGH...)», guardandolo negli occhi, sebbene lui scuota la testa, «so di essere una stupida... ma voglio tentare... e tu... anche tu... (COUGH...) avrai paura... quando... mi vedrai morire... sarai il primo... a scaricarmi addosso... l'ultima scossa...

Se spari... (COUGH... COUGH...) uccidi Anna Frezzi...».

«Capisco la tua rabbia, Anna. Per te vivere è come una droga.

E non riesci a smettere...».

Zenon la guarda con compassione.

Le ultime dosi sono finite. La roba è introvabile.

Anna dovrà imparare a smettere (!).

Sullo sfondo strillano le sirene.

«È ora di chiudere il camicione, Anna...».
Zenon posa a lato la pistola e le chiude i bottoni, fino al collo.
«Ti manca solo la cravatta, ma la mia è marrone, non ti starebbe bene...».

E senza aggiungere altro, l'Infallibile si dilegua nel crepuscolo, lanciando un ultimo sguardo alla bella sbottonata agonizzante: la testa piegata sul petto e il camicione chiuso che sembra il sudario della tomba, un sarcofago abbottonato.

«Zenon... non lasciarmi...», riesce ancora a sussurrare.

«Adesso, crepa!!!».

La Frezzi, a quelle parole, spalanca la bocca.

È rimasta fulminata come se Zenon le avesse sparato il quarto colpo.

«Stai correndo troppo, figliolo.

Lo sai a cosa servono le sirene?».

«Certo. Per fare prima in mezzo al traffico».

«Vedi del traffico qui?».

«Beh no... questo è un posto isolato».

«Spero tu mi dia la risposta giusta, prima che io vada in pensione, figliolo.

Se vuoi arrivarci anche tu...

Adesso rallenta e falle sentire bene».

Poco dopo, mezza dozzina di auto della polizia scortano un'ambulanza in ospedale.

I poliziotti trattengono il fiato, mentre l'autolettiga scarica il corpo.

Anche il telefono di Zenon squilla...
Vigile attesa e adrenalina.

Impossibile operarla, dicono i medici.

Due colpi sono classificati come mortali.

Zenon non si trattiene più: deve vederla morire con i suoi occhi.

Raggiungerà subito l'ospedale sotto falsa identità e la vedrà gelare per sempre. Uno spettacolo sontuoso, imperdibile.

Solo lei lo riconoscerà, mentre la morte viene a prenderla.

Lo guarderà delusa, incredula di fare quella fine.

Lui non potrà fare niente, l'aveva avvisata. Potrà solo dare l'addio alla vecchia signora, la prestigiosa Frezzi.

Ci sarà un dialogo silenzioso, con gli occhi al posto della bocca.

«Non pensavo di rimanere uccisa dopo i tuoi tre colpi, ero convinta che mi bastasse limitare i danni ed evitare guai peggiori per venirne fuori, ma tu l'hai capito subito e non me lo hai nascosto. Ti ho chiesto di uccidermi, ma non hai voluto farlo. Sarei morta fra le tue braccia. Adesso invece muoio in mezzo a tanti. Ma almeno ho coltivato la mia illusione».

«Non potevo ucciderti, tu da sola dovevi capire che eri già morta. Stavolta ti ha condannato proprio il tuo camicione, Anna: quando ti ho visto così... sbottonata... prestigiosa... arrogante... non sono riuscito a trattenermi, anche se avrei dovuto... potevo farti uno sconto, ma tu stessa ti sei ammazzata con i tuoi maledetti bottoni allentati e le tue tette da super modella...

Ora non posso far altro che accompagnarti all'obitorio, insieme agli altri».

«E così finisco nella fossa, a cinquant'anni, per un paio di bottoni lenti...».

«Cinquantasette anni non sono pochi per chi fa il nostro mestiere, Anna...

Molte volte il tuo camicione ti ha protetto; oggi no. Oggi ti è stato fatale.

Ma su una cosa avevi ragione: ci sarò io a darti l'ultima scossa».

«Io sarò pronta a riceverla. Ma spero che non si arrivi a tanto. Ho voglia di sognare, di illudermi. Ho voglia di salvarmi. E di sbottonarmi ancora».

A ogni minimo cedimento della Frezzi, verrà allertata l'infermiera in servizio, per farla subito bucare con qualcosa di disumano. Anche se condannata, bisognerà avere pazienza e accompagnarla fino all'obitorio: un lenzuolo bianco fra tanti, ma - sotto - un cadavere prestigioso.

Chi non reggerà la tensione, comincerà a sfollare, come in una partita dal finale scontato.

Zenon, però, rimarrà fino all'ultimo.

Perché ha lasciato il suo marchio nel corpo di Anna. I suoi bottoni di piombo. Tre.

Come i due bottoni lenti della camicetta, necessari per mostrare le tette; più il terzo, abbastanza innocuo.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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