Assassinio sul Bermuda Express

Ferrum et Fulgur

Il grillo e la cicala

La Ballata della Sceriffa

La Sceriffa balla ancora

Il rigurgito della fossa

Una bara per Layla

Cessa in Giallo contro Sbottonata Rosa

ASSASSINIO SUL BERMUDA EXPRESs

di Salvatore Conte (2024)

C'è sempre chi ama i misteri, a tutte le latitudini, e il Capitano Wilson ci tira su qualche soldo.

Se il Triangolo Maledetto si prendesse la sua carretta, tuttavia, non sarebbe di certo una clamorosa scomparsa.

Forse per questo l'ha sempre fatta franca, fino a oggi.

Imbarca i turisti a Miami e li porta in giro per il Triangolo. Qualche bagno al largo, qualche immersione.

Talvolta, per eccitarli un po', si inventa strane anomalie, tipo inspiegabili disturbi alle frequenze radio, o misteriose oscillazioni della bussola di bordo.

E per non farli annoiare ha un asso nella manica che si chiama Jane Frexhi, ex casalinga di origine greche, che ha cercato miglior fortuna per le sue grazie.

Mollato il marito, ha ottenuto qualche particina in produzioni minori, senza però decollare.

Forse si è decisa tardi, a cinquant'anni e con qualche chilo di troppo, per i canoni dello show-business.

Adesso è entrata in società con Wilson e si adatta a fare tante cose: primo ufficiale, segretaria, guida turistica, animatrice, barista, etc.

Di sicuro non parte mai battuta, perché è gonfia di carne dappertutto: davvero un bel pezzo; una strafica incompresa dai geni di Hollywood.

Sarà una coincidenza, ma anche oggi il battello è pieno.

Il tour prosegue fra i soliti disturbi e le misteriose oscillazioni.

Anche Jane è sempre attiva: adocchia, rimorchia e si porta in cabina gli ospiti, se hanno soldi da spendere.

«Basta mariti, me la faccio solo con i dollari, mister», risponde a chi va troppo oltre. «Sono una grande attrice, sarò presto in prima pagina», a chi tira sul prezzo, o forse per un sinistro presentimento; sì, Jane, magari a quattro colonne nella Cronaca nera del Miami Herald, vista la schiera di mogli e compagne che stai mortificando.

SZOCK

Il colpo arriva improvviso, nell'oscurità.

Aveva appuntamento con più di un ospite, uno spettacolino di gruppo, per risalire la china di Hollywood.

Poi uno di loro fa finta di aver dimenticato qualcosa e torna indietro.

Come lei apre - distratta, quasi infastidita - si prende la coltellata!

Profonda, nello stomaco.

Jane non ha la forza di urlare, il colpo l'ha gelata.

E quello se ne va subito, richiudendo la porta.

Non ha nemmeno guardato chi fosse.

Dopo qualche attimo, assorbito lo shock, esce dalla cabina - rischiando altri colpi - e cerca di raggiungere la sala comune, dove si radunano gli ospiti e vengono serviti i pasti.
Lì troverà qualcuno, non rischierà di bussare al suo assassino.
Raggiunge barcollante la sala, ma è troppo tardi, non c'è nessuno, sono tutti in cabina.
E l'assassino potrebbe riprenderla.

È disperata.

Se bussasse a qualche porta, potrebbe aprirgli proprio l'omicida.

Perfino Wilson potrebbe avere i suoi motivi, visto che si è rifiutata di sposarlo.

CRASH
Ma senza farlo apposta, si appoggia pesante al tavolo e rovescia a terra una bottiglia.
Il rumore richiama l'Ispettore Jones, della Polizia di Miami.
La trova seduta sulla poltroncina della sala, con indosso la sua caratteristica camicetta rosa, sbottonata aggressivamente, il volto sbiancato, gli occhi allucinati, la bocca spalancata e un coltellaccio nello stomaco.
È in fin di vita.
«Chi è stato?».
La Frexhi scuote leggermente il capo, senza nemmeno guardarlo.
«Non l'hai visto? Era mascherato?».
L'Ispettore capisce subito che non riuscirà a cavarle niente.
«Capitano!», lo chiama a gran voce per svegliarlo.
«Cristo...!», la sorpresa sembra autentica, ma di buoni attori in giro, ingiustamente trascurati, ce ne sono tanti.
«Un asciugamano e del whisky, presto...».
L'Ispettore le lascia dentro il coltello, perché altrimenti rimarrebbe uccisa all'istante.
«A me non ha risposto, Capitano. E se non erro, siamo in acque internazionali. La giurisdizione è sua».
«Veramente io... non ho pratica di certe cose...

Ispettore... affido a lei il caso».
«Provi a vedere se ci mandano un elicottero, Capitano. Specifichi che la donna ferita è in fin di vita».
Wilson torna con notizie negative.
«Purtroppo la radio non funziona. Ci sono strani disturbi. E i cellulari, in questa zona, non prendono».
«Se questo è uno scherzo, Capitano...».
«Ispettore... ammetto di averci giocato sopra ogni tanto, ma ci tengo molto alla mia socia e si ricordi che siamo nel Triangolo delle Bermude, e che certe cose avvengono davvero, talvolta».
«L'arma del delitto, il coltello... lo riconosce?».
«Sì...», sospiro sofferto e occhi trasognati a fissare Jane. «Il coltello proviene dalla cambusa e serve a lavorare il pesce. La porta è rotta, purtroppo. Chiunque può essere entrato».
«Ma sicuro... c'era da immaginarselo...
Quanto alla sua socia... con quali passeggeri se l'è fatta in questo viaggio?».
«E va bene... forse le è arrivata qualche voce, Ispettore. Ma non c'è niente di illegale. Ed è una brava donna, la mia Jane; un'attrice incompresa.
Rapporti consenzienti tra adulti, con la speciale emozione della sfida al Triangolo Maledetto».
«Dunque una prostituta d'alto bordo...».

«No!», scatta duramente. «Jane non è una prostituta. È una donna sola, delusa, incompresa, che cerca qualche soddisfazione», intanto aiuta l'Ispettore a premere l'asciugamano contro la ferita sanguinolenta.

«Certo se lavora sulla sua tinozza, d'alto bordo non può essere...».
«Non siamo sulla Regina dei Mari, lo so anch'io, ma la mia barca tiene bene anche il mare aperto e lei evidentemente non poteva permettersi di più, Ispettore...
Però si ricordi che qui, nel Triangolo, il mare non fa distinzioni: bordo alto o basso, sono scomparse navi di tutte le dimensioni...».
«Non si scaldi tanto, Capitano.
La sua tinozza mi sta simpatica; e anche se il mio stipendio è magro, l'ho scelta per questo.
Ora mi ascolti...», tirandolo in disparte. «C'è una cassa frigorifera su questa tinozza? Perché quando la poveretta avrà mollato gli ormeggi, dovremo conservare il corpo al fresco, per la successiva autopsia...».
«Jane? Non ce la farà?», quasi incredulo.
«Temo di no».
«Faccio liberare la cassa, allora.
Lei le rimanga vicino...».
«Bevi...», Jones la conforta con il whisky, intanto.
{Ispettore... voglio... un bacio...}, è riuscita a biascicare qualche parola.

Lui ci sta.
{I…s...p...e...t…t...o…r...e...}, sempre più gutturale, mentre il braccio le cade a penzoloni oltre la sponda della poltroncina.
«Wilson... ci siamo…», il poliziotto richiama l'attenzione del Capitano, che - imbarazzato - era rimasto in disparte.
{Ho… sba… sba... gliato…}, la Frexhi tira un calcio a vuoto, spalanca la bocca, e incrocia gli occhi sul nulla.
«È finita… non poteva fare di più.
Mettiamola nella cassa, coraggio...», l’Ispettore la prende per le spalle, il Capitano per le gambe, e la trasportano in cambusa.

«Ho sbagliato…

Cosa avrà voluto dire la mia socia, Ispettore?».
«Che ha sbagliato a mettersi in società con lei, Capitano?».
Wilson abbassa il capo; una sera aveva perso le staffe quando era stato respinto per l'ennesima volta, e le aveva augurato - in cuor suo - di finire morta ammazzata.
«E adesso… i miei surgelati?», cercando di riprendersi con una battuta.
Giunti in cambusa, il Capitano indirizza lo sguardo verso le confezioni estratte dalla cassa frigorifera per far posto a Jane.
«Non aveva detto di cucinare pesce fresco?».
«Talvolta bisogna arrangiarsi. Quando il mare è mosso non si può pescare.

Ma insomma... perché la prossima volta non prenota sulla Regina dei Mari?
Non le basterebbe un anno di stipendio…».

Il corpo di Jane è entrato preciso nella cassa, solo le gambe sono un po’ piegate.
«Questo possiamo toglierlo, adesso…

Un tovagliolo…».
Avviluppa il manico del coltello - per non rovinare eventuali impronte digitali - e lo tira a sé.
SWISH
«A…h…h…h…!», un lungo sospiro estenuato.
La cinquantenne sembra spirare in questo momento!
Lo shock dell’estrazione le ha dato una scossa.
««Cristo!»», esclamano in coro i due.
«Dei tovaglioli, presto…», l’Ispettore tampona con forza la ferita, che ha ripreso a buttare sangue più forte di prima.
La tira su da solo e la porta in cabina.
«Non si illuda, Wilson. È solo un sussulto.
Rimanga qui e l’accudisca.
Io vado a interrogare gli ospiti.
Mi chiami quando sarà finita per davvero».
Jones prende una persona a caso e la porta nella cabina di Jane.
Non può escludere che l’assassino sia Wilson, pertanto deve evitare che, pur moribonda, le infligga il colpo di grazia, magari soffocandola.
«Grazie per la fiducia, Ispettore», la mossa non sfugge al Capitano.
Quindi passa a interrogare gli altri passeggeri e l’equipaggio, come nel più classico racconto giallo.
Tutti avrebbero potuto farlo, donne comprese, per vendetta o gelosia, anche se il colpo sembrava inferto con la forza di un uomo.
Però non esce fuori nulla di strano: niente contraddizioni, reticenze, esitazioni.
In tre hanno visto il suo blando spogliarello, poco prima che venisse uccisa.
Ma sono usciti insieme dalla sua cabina.
E chiunque altro avrebbe potuto rientrarvi.
L’unica reticente, in fondo, è stata lei: non ha fornito alcun indizio sul suo assassino.

Certo è stata colta di sorpresa, però una donna qualche idea se la fa sempre, specie una sveglia come Jane.
Inoltre bisogna dare un senso alle sue ultime parole: "ho sbagliato".
«Ispettore…!», Wilson lo chiama dalla porta della cabina.
«È finita?».
«Manca poco! Sta tribolando...!

 Io non me la sento di…».
«Va bene, ho capito».
Non vuole vedersela morire in faccia, prendersi la responsabilità di ritrovarsela cadavere.
«No, lei rimane», dice l’Ispettore al passeggero che si trova accanto alla Frexhi. «Anch’io potrei essere l’assassino».
{I…s...p...e...t…t...o…r...e...}.
«Coraggio, bella. L’ultima volta che mi hai chiamato così, hai fatto una brutta fine.
Bevi un goccio…
Va meglio?».
Annuisce debolmente.
«Ispettore… non voglio... morire…».
«Sei proprio sicura di non avere sospetti su nessuno?».
«Io… io…».
È in fin di vita.
Non è una bella scena.
C’è da capire Wilson.
È una donna molto forte, esperta, fibra robusta e stazza.
In certi casi l’agonia diventa una vera e propria tribolazione.
«Non posso prometterti niente, Jane.
Ma sei bella tosta; sembravi morta, prima; e invece hai avuto un sussulto.
Può essere un buon segno. Sta a te lottare, se vuoi tenerti la pelle…».
«Io… non volevo… farlo…».
«Non volevi fare cosa?
Jane! Parla…!».
«Io… ho spinto… troppo… in fondo…», mormora triste la cinquantenne, con la bocca che rimane spalancata - come quella di un pesce arenato sulla spiaggia - e gli occhi che fissano vitrei il tetto della cabina.
«Non è il momento di crepare, Jane!», le riporta entrambe le mani sulla ferita e ci aggiunge le sue; un gesto poco più che simbolico, per darle ancora un po’ di spinta.
«Brava... non perdere il controllo...», le smuove i capelli sudati appiccicati alla fronte, facendole sentire la sua presenza.
Adesso che si è leggermente calmata, che appare meno rigida, e meno pronta a crepare, adesso glielo chiede.
«Vuoi dire che hai fatto tutto da sola?».
«Non sono... una puttana… voglio... vivere…».
I venti, però, soffiano in direzione contraria. La tragedia non le lascia scampo.

«Jane, sei stata tu?», la incalza, vuole una confessione.
Il volto tirato, imperlato di sudore, e lo spurgo di sangue dalla bocca, dicono all'Ispettore che è rimasto poco tempo per vuotare il sacco.

«Alan... vero...», è ancora sufficientemente lucida.

«Alan Jones, Ispettore della Polizia di Miami», con un pizzico d'orgoglio, quasi a intendere che se lei si accontentasse...

«Sì...», ha confessato.
Un vero peccato, perché era una bella donna.

Jane ha confessato il proprio assassinio.

La solitudine affettiva di una cinquantenne, la delusione per non aver ottenuto ruoli importanti, la rabbia di mettersi fatalmente in mostra: l’Ispettore non è un fine psicologo, ma vive per strada e certe cose le inquadra abbastanza bene.
Però, alla fine, come spesso accade, ha sentito qualcosa. Un richiamo, una sirena. La lusinga di vivere è diventata un piacere proibito, che l’ha intrigata come mai prima.
La Frexhi ha ritrovato emozioni vere.
La ricerca del colpevole, il teatro della vita che va in scena davanti ai suoi occhi vitrei, l’ironico duetto tra il Capitano e l’Ispettore, la galanteria del poliziotto di fronte a una puttana che crepa sventrata; tutto questo le ha trasmesso una scossa.
«Per favore, vada a comunicare che l’inchiesta è finita.
Ha sentito bene, vero?».
«Ha detto "sì", ma non ho ben capito a cosa», l'onestà di un testimone imparziale.
«Dica almeno al Capitano che può rimettere a posto i surgelati.
Prima che sia troppo tardi...».
Poi, guardandola spalancare la bocca per attaccarsi alle ultime bolle d'aria, gli viene un lampo.
«Come ho fatto a non pensarci prima!».
E chiama subito Wilson.
«Adesso ti fai una bella immersione, Jane».
Oltre alle normali bombole da sub, ce ne sono alcune di ossigeno puro - perfino sul Bermuda Express - che servono a ricaricare le prime e a rianimare chi dovesse cadere in crisi respiratoria.

«Impacchettami...», prima di beccarsi la mascherina in faccia, brancica sui bottoncini della camicetta, invitando Jones a chiuderne qualcuno.

Uno-due.

È il segno. Se non crepa, se la porta a casa, oppure entra in società con una quota della tinozza.

La bella Jane Frexhi prova disperatamente a fare la sua parte e a non scomparire dalla scena.

Anche se sa di trovarsi nel Triangolo Maledetto, sarebbe senza dubbio una scomparsa clamorosa; specie per un poliziotto galante che le ha messo gli occhi addosso.

Potrebbe scapparci un film, un poliziesco, con lei protagonista nella parte di una dura che - benché colpita a morte da una brutta pallottola - prova a non arrendersi, ma arriva in ospedale sui titoli di coda, ormai spacciata, con i paramedici addosso, lasciando gli spettatori con il fiato sospeso e la sensazione che se non arrivasse subito la fine, smetterebbero di friggerla e le calerebbero un lenzuolo sulla faccia gelata.

Lui ci metterebbe dentro un poliziotto che giunge trafelato sul posto, in tempo per vederla sballottolata dalla friggitrice, incredulo che il suo proiettile le avesse fatto tanto male, dopo anni di conflitti a fuoco in cui non s'era fatta nemmeno un graffio.

FERRUM ET FULGUR

di Salvatore Conte (2024)

Il senatore Publio Aurelio Stazio era di ottimo umore mentre si avviava in portantina verso la casa della sua ultima conquista: sui cinquanta, ma in condizioni perfette e sempre sorridente; un vero e proprio mostro: un po' donna, un po' vacca.
Era una serata umida con imminente minaccia di pioggia.
In lontananza, nell'ombra latente, si stagliavano i colli bianchi di templi e fitti di pini a ombrello, indispensabili - unitamente ai cornioli - per dar vita all’appuntito tirso.
Lo schiavo annunciatore si faceva largo nelle strade caotiche, sgombrando il passo alla lettiga.
La portantina lasciò le vie affollate del centro per inoltrarsi fra gli orti dell'Aventino e dopo un breve percorso tortuoso giunse davanti alla casa di Corinna.

Impaziente di entrare, si affrettò a congedare la scorta, indirizzando i portatori a una bettola poco lontana, con l'obolo necessario per una lunga bevuta.

La porticina si aprì cigolando e il senatore entrò.
La casa sembrava deserta.
Strano che non ci fosse nessuno: Corinna non poteva aver dimenticato l'appuntamento, dato che gli aveva lasciato la porta aperta.

Il silenzio della casa cominciava a infondergli una certa apprensione.
Non c'era l'ombra di uno schiavo né di una cameriera.
Finalmente individuò una stanza da cui provenisse una luce: forse era la camera da letto di Corinna.

Rinfrancato, Aurelio si avviò verso la stretta apertura e si affacciò all’interno.
Sotto le cortine del letto - riconoscendone le spalle possenti - giaceva la mostruosa bellona.

Indossava la stretta tunica porpora di quella stessa mattina.

L’aveva trovata.
Una statua di Bacco con relativo tirso e un affresco di Priapo la dicevano lunga sulle aspettative dell'esperta Corinna.
Il viso era affondato nel cuscino.
Forse si era stufata di aspettare.
Il giovane senatore si avvicinò ammirato, pregustando la morbidezza di quella carne abbondante.
La sfiorò con una carezza, aprendosi in un caldo sorriso.
Al contatto con la pelle gelida, trasalì e di scatto voltò il corpo abbandonato, che gli si rovesciò quasi addosso.

Mentre per un attimo sentì su di sé il contatto del seno pesante, sballonzolato dal suo stesso gesto, apparvero ai suoi occhi il volto sbiancato di Corinna e il manico di un coltellaccio affondato quasi per intero nella morbida carne della mostruosa bellona!

Adesso Corinna non rideva più!

Era stata colpita senza pietà, per non lasciarle scampo e non correre il rischio di avere ripensamenti, nel caso avesse agonizzato e lottato per sopravvivere.

La daga l'aveva gelata. Un'arma di lusso, che rifletteva una certa considerazione per l'importanza della vittima.

Ma come era stato possibile? Una donna così potente ammazzata come una volgare puttana?

Eppure l'avevano stroncata; gli occhi sbarrati, ghiacciati, che sembravano fissarlo, increduli; la prese per il collo, nel tentativo di suscitare una reazione, ma rimase deluso.
Un languido rivolo di sangue colava dalle labbra ben disegnate, come un rossetto dalla tinta stonata, rispetto al viola porpora del trucco e della tunica; con quel colore Corinna esprimeva la sua volontà di potenza.

Poco sangue, invece, intorno alla ferita, dato che la daga era penetrata in profondità, con precisione e fermezza.
Aurelio, dopo un attimo di intenso turbamento, ritrovò la compostezza abituale.
Rimise a posto il corpo dell'incredibile bellona, come ripiegasse una tunica di lusso, e si guardò intorno.
Il delitto era stato compiuto da poco, perché il cadavere di Corinna non era ancora rigido; tanto che aveva cercato di tirarne fuori uno spasmo o due.

Nella piccola stanza non c'era traccia di lotta, tutto sembrava in ordine e tranquillo.
I gioielli che la bellona aveva indossato quel giorno giacevano in un mucchietto su uno sgabello di legno di cedro, come li avesse tolti da poco; nel groviglio di collane e bracciali, Aurelio distinse l'anello che le aveva regalato quella mattina.
Chiunque fosse, l'assassino non l'aveva certo uccisa per derubarla: anzi doveva essere di casa, se lei l'aveva ricevuto in camera sua vestita di una tunica molto sensuale, con le borchie d'avorio allentate fino allo stomaco; a meno che non gliele avesse slacciate lo stesso omicida, dopo averla colpita; ma era improbabile.
Era probabile, invece, che Corinna fosse stata uccisa durante un convegno d'amore: dall'aspetto ancora ordinato del corpo, Aurelio dedusse che il pugnale avesse colpito prima che le effusioni cominciassero.
Forse un amante licenziato? Forse un protettore geloso? Bisognava appurare immediatamente chi fossero i frequentatori più assidui della mostruosa bellona, che doveva aver avuto infiniti successi galanti, a giudicare dalla ricchezza degli arredi e dalla sua stessa prestanza.
Mentre rifletteva rapidamente, il patrizio sentì un suono soffocato proveniente dall'atrio: il passo strascicato di chi fatica a camminare per l'età o per il troppo peso.
Si sporse cautamente, in silenzio, e nella fioca luce dell'atrio scorse una vecchia rigonfia di carne, in una distinta tunica grigia, che tentava di dirigersi senza far rumore verso un cubicolo vicino all'entrata.

Si trattava certo della nutrice, o meglio, della ruffiana di Corinna, abbastanza discreta da non voler turbare il convegno amoroso in cui credeva impegnata la padrona.

Il senatore osservò la grossa cessa per alcuni istanti: si comportava normalmente, come se ignorasse la presenza del cadavere.
Si guardava in giro, circospetta e curiosa.

Malgrado l'età, si teneva bene: imbolsita, con il collo gonfio, ma solida, imponente; quasi perfetta, per certi versi; vecchiotta, ma non decrepita; una donna così - se la salute non l'abbandonava - poteva essere ambiziosa; però doveva stare attenta a non fare la fine di Corinna.

Sicuramente di esperienza ne aveva da vendere: in gioventù doveva essere stata una gran puttana, anche meglio della stessa Corinna, ma pure adesso pareva difendersi bene.

La padrona doveva averla avvertita dell'appuntamento e adesso l'importante cessa, credendo la sua signora occupata col nuovo amante, cercava di indagare, senza dare troppo nell'occhio, sulle disponibilità finanziarie del cliente.
Aurelio si rese subito conto che se la ruffiana l'avesse trovato in casa, col corpo ancora caldo della padrona nel letto, l'avrebbe scambiato per l'assassino.
Allora - mentre cominciava a piovere - uscì dal retro e saltò il muro di cinta, seguendo probabilmente la stessa via percorsa pochi minuti prima dal vero omicida.
Poi, senza esitare, raggiunse la bettola dove i suoi schiavi lo stavano aspettando e bevve tranquillamente un gotto di vino allungato.
Non dovette aspettare molto: le urla della cessa giunsero presto alle orecchie degli avventori che si precipitarono verso la casa in tempo per vedere la grossa puttana che ne fuggiva stravolta.
«L'ha ammazzata! Me l'ha ammazzata! Ha ammazzato la mia Corinna!», gridava a perdifiato. «È là, con un ferro nella pancia, Sacra Artemide! L'ha ammazzata! Non si muove! Fate qualcosa! Non può essere morta così! Bisogna aiutarla!».
Aurelio si fece largo tra la folla e, forte della sua carica di magistrato, prese il comando delle operazioni.
«Calma, vecchia. Ora andiamo a vedere», la rassicurò, trascinandola all'interno, sempre urlante, subito seguito dal capannello di inarrestabili curiosi che si era assiepato davanti alla porta.

La possente bellona era nota e apprezzata in zona, talvolta si faceva vedere anche nella bettola, e la notizia della sua morte stava facendo scalpore; fu data voce ai chirurghi del rione, nella speranza che le urla della megera fossero tragicamente esagerate e che si potesse ancora tentare qualcosa in favore dell'importantissima prostituta: la plebe romana era generosa con le belle donne.

Ma di esagerazione ce n'era poca.
La vecchia, fra pianti e grida, mostrò al senatore il cadavere di Corinna.
L'aspetto della camera era immutato, solo il corpo, spostato dalla nutrice, ora giaceva di traverso sul letto: con un braccio che penzolava fuori e l'altro largo, sembrava crocifissa; il seno flaccido, spremuto, da prostituta cinquantenne, gelato dal ferro, premeva contro la tunica allentata fino allo stomaco, gonfiata dal grosso cadavere; i capezzoli irrigiditi, puntuti, erano facilmente riconoscibili sotto il morbido tessuto; la daga assassina, che emanava un sinistro riverbero, protendeva dal fianco.
I gioielli sul sedile erano ancora al loro posto: tutti, salvo l'anello di Aurelio.
La ruffiana non doveva essere così sconvolta, se aveva pensato d'intascare l'unico monile che nessuno aveva ancora visto addosso alla sua padrona.
«Allora, donna!», l'apostrofò duramente il patrizio dall'alto della sua autorità. «Chi è l'uccisa?».

KRA-KOOM

Un roboante tuono conferì ancor più solennità alla tragica atmosfera.
«La mia signora... la potente Corinna... importantissima liberta greca di Taranto...

Non si può fare niente per lei?».

Il senatore scosse la testa. La vecchia proseguì.

«Dieci anni fa si è trasferita a Roma con me, la sua nutrice, per esercitare la sua arte».
«Quale arte? La prostituzione? Sei forse una ruffiana?», domandò il senatore, sprezzante.
Gli occhi dell'infida serva si riempirono di terrore.
La prostituzione era libera a Roma, ma non era ben vista - se meramente profana - da certi ambienti conservatori, molto influenti.
«No, no, cosa dite! La mia padrona dipingeva su stoffa con polveri d'oro e di cinabro.

Ecco, guardate...», ansimò la vecchia, mostrando alcune pezze di lino finemente dipinte. «Già a Taranto la mia bambina si guadagnava la vita con questa antica arte, che aveva appreso dalla madre; morendo, mi affidò la figlia, che ho sempre custodito gelosamente.

E ora, povera piccola... che ti è successo?».
«Non mi sembra tanto piccola, donna... e non penserai di farmi credere che questa casa e questi marmi... la tua padrona abbia potuto acquistarli col lavoro delle sue mani...
Certo, anche con quelle... ma non solo…
Dimmi, chi erano i suoi clienti?
Ne ricattava forse qualcuno?».
«Ah, la padrona non frequentava uomini! Le sue stoffe erano contese dalle più ricche matrone e...».
«Piantala di mentire, stupida vecchia!
Hai provato almeno a rianimarla, anziché far finta di piangere?
Il corpo è gelido per una puttana, ma caldo per un cadavere.

Forse Caronte non l'ha ancora scaricata...».
«Ma…».
«Niente ma…

I fati sono propizi.

C'è un'ultima possibilità di darle una scossa e farle perdere il traghetto.

Presto!

Radunate delle aste di ferro e portatela fuori, lasciando il pugnale dentro.

Fate piano».

Il cadavere fu portato sotto la pioggia battente.

Aurelio lo fece adagiare sul terreno zuppo.

Quindi conficcò personalmente tre aste nel terreno stesso, secondo uno schema piramidale: due tra le ascelle e una tra le gambe chiuse, a contatto con la vagina; dunque le legò al vertice con un laccio ben stretto.

«State indietro!

GIOVE!

OTTIMO!

MASSIMO!

Anche voi!».

««GIOVE!!

OTTIMO!!

MASSIMO!!»».

Ora bisognava aspettare un cenno dal Sommo Padre.

Durante il tragitto fatale non c'erano più leggi.

Ciò che era mortale per un vivo, poteva essere vitale per un morto.

Il senatore si inginocchiò davanti al corpo di Corinna.

Un atto d'umiltà atipico per un alto magistrato romano.

Le gocce d'acqua gli scorrevano sul volto, impossibile capire se nascondessero delle lacrime.

KRA-KOOM

KRA-KOOM

I rombi di tuono si sovrapponevano fra loro, le saette illuminavano a giorno la notte: la tempesta era all'apice, non c'erano più regole.

Il cadavere fu scosso dalla folgore con una potenza sconosciuta allo stesso Inferno.

Corinna fu attraversata dalla luce di Giove.

«Ghh…hh… ghhh…».
Come il colpo fulmineo del ferro crudele, profondo e improvviso, l’aveva stroncata, così il colpo della sacra folgore, propiziato dallo stesso ferro, l'aveva ridestata, ripescandone i sensi smarriti nell'oblio del Lete.
«Corinna! Corinna!», la voce della cessa si sentì fino al Campidoglio.

««CORINNA!!»», i curiosi che erano sciamati incontenibili nella casa fecero coro alla ruffiana, facendo quasi smottare la struttura.
«Del vino, presto!».
Il senatore, sotto la pioggia, rischiando egli stesso una saetta, la fece bere per cercare di scaldarla.

Quindi fu riportata dentro, con ogni cautela, sempre con il pugnale immerso nel fianco.
Era livida in faccia come un cadavere, sembrava ancora morta, ma aveva dei sussulti.

Gli occhi erano vitrei, spiritati, come di chi viaggiasse tra mondi opposti e avesse smarrito ogni riferimento.

Respirava a singhiozzo, senza mai sollevare il flaccido seno, che rimaneva affossato sul ventre.

Strappata alla morte, ma non restituita alla vita.

La vecchia nutrice e i presenti più vicini si affannavano intorno al corpo, portandole conforto: asciugavano la pioggia e il sudore dell'agonia, e le prendevano le mani.

Più che in fin in vita, Corinna era in fin di morte.

Stava ritornando lentamente alla vita, ma rischiava di morire per sempre e sprofondare nel Lete.
«Fate chiamare Locusta, l’avvelenatrice di Saxa Rubra.
Che si sbrighi. Sarà pagate bene».
Solo lei, adesso, poteva fare qualcosa per Corinna.

Aurelio non si fidava dei chirurghi.

Solo Locusta avrebbe estratto il ferro dalla pancia della potentissima bellona.

Mentre il senatore continuava a tenerla sotto stretta osservazione, volle al contempo soddisfare la curiosità della plebe che affollava il il cubicolo dell'importantissima prostituta.
«Vi sono morti che sembrano morti; ma non ancora separati dai vivi.
E morti che sembrano vivi; ma morti, separati da noi.
L’osservatore è in genere inesperto e il suo animo è alterato, vuoi perché era affezionato al defunto, vuoi per la stessa morte.

Pertanto può essere facilmente ingannato.

La morte, pur costantemente ripetendosi, è ogni volta diversa: anche un osservatore esperto può essere ingannato.

La morte stessa è un sommo inganno».

Si involano i pasquini di Roma e corrono a imbrattare i muri della Città.

«Adesso, vecchia, di fronte alla tua padrona, mi dirai chi è stato.

Con chi doveva vedersi e perché.

Di certo lo conosceva».

A quel punto la bella megera abbassò il capo e vuotò il sacco, all'orecchio del senatore.

Aurelio sentì il contatto con i grossi seni della vecchia, ancora gonfi.

Era degna della sua padrona.

«Egli è uomo d'onore.

Non ucciderebbe una donna.

Corinna lo ricattava?».

Una contrita ammissione.

«Non l'avrebbe uccisa comunque.

Conosco bene chi stai chiamando in causa, stai attenta a non mentire», l'ammonì severo il senatore di Roma.

La megera impallidì alle parole di Aurelio.

Tuttavia si accostò di nuovo all'orecchio e fornì alcuni dettagli.

«Il Sommo Giove non rimane indifferente alle suppliche oneste e ai delitti invendicati.

Bada a te, vecchia!».

Qualche plebeo già la strattonava per linciarla, pur non avendo compreso l'intera storia.

«Lasciatela!

Seguirà la sorte della sua padrona...».

Aurelio non era rimasto indifferente al torbido fascino e al lascivo contatto della megera...

«Come ti chiami, donna?».

«Ecuba, mio signore...».

E di nuovo si accostò all'orecchio: «Anch'io voglio morire col ferro di un senatore romano nel ventre... però dev'essere il vostro, vi prego...», e gli si accostò addosso con la pancia gonfia, impudica.

«Subito?», domandò severo Aurelio.

Per risposta, la bella megera allargò attonita la bocca, sapendo di fare ancora il suo effetto, sicura che non l'avrebbe colpita, ma perversamente suggestionata dall'idea.

La vecchia baldracca aveva capito di suscitargli interesse, curiosità, di apparire tuttaltro che finita agli occhi di un così raffinato interlocutore, rispettoso di una tarda maturità affrontata con il coltello fra i denti; e cercava di guadagnarsi la salvezza e un futuro, disperatamente vogliosa di vivere bene.

Diverse cose univano tra loro Corinna ed Ecuba. Una, specialmente.

La osservò per qualche istante.

Il suo crepuscolo sembrava possedere un indubbio gusto estetico.

Le rughe, addolcite dalla ciccia, non l’avevano stravolta; anzi avevano reso più aggressiva la sua bellezza.

Aveva una storia lunga alle spalle e questo contava molto a Roma, dove valevano le cose antiche e quelle nuove erano considerate vili.

Certo, una donna non invecchiava bene come il marmo, ma valeva dieci volte tanto, finché si manteneva in bilico sullo sprofondo.

Perciò sei decenni potevano valere sei secoli, in una città che divorava tutto.

«La carne c'è. Vedremo...».

E la lasciò in sospeso.

Tuttavia non passò molto tempo prima che Aurelio la traesse in disparte con decisione.

«Verrai a servire da me, Ecuba.

Ma non dovrai cedere al tempo... mai...».

«No, mio signore... non rimarrete mai deluso: berrò sangue d'uomo, mi ungerò d'olio, il tempo non potrà nulla, non sarò mai decrepita, la voglia di vivere mi manterrà potente per voi...

Non sono troppo vecchia, non sono finita, non sarete mai stanco di me, mio signore...», e gli si strusciò addosso, pienamente ricambiata.

«Sarai la mia favorita per molti anni, Ecuba... perché hai temperamento e sei potente... ma non dovremo contarli... perché sei molto vecchia; e potresti cedere all'improvviso, pagare in una sola volta tutto quello che osi ancora alla tua età».

«Non succederà, mio signore... non cederò: vi servirò bene e a lungo, molto a lungo...», concluse la megera, prendendolo tra le zinne a penzolo e la pancia gonfia.

«Ecuba... non sei finita...

Sarai tu la più potente di Roma...».

«E voi... il mio Signore e Padrone...».

Improvvisamente arrivarono tanto Locusta - a cavallo, data l'urgenza - quanto - sulle ali del vento infame - la notizia della clamorosa confessione del senatore Marco Furio Rufo.

L'ex comandante aveva dunque finto di cedere al ricatto, di voler pagare, e aveva chiesto alla potente prostituta di sancire il patto a letto; quindi l'aveva uccisa con un colpo secco - senza esitazioni e senza farsi coinvolgere, nonostante si trattasse di un'importantissima bellona.

Aurelio si era fatto restituire l'anello e adesso lo infilava intorno all'anulare di Corinna.

Lui sì che era rimasto coinvolto. E non avrebbe rinunciato neppure all'ambiziosa megera.

Bella, pingue e capace di riprendersi la vita nonostante una pugnalata mortale nel fianco, e di sopravvivere, almeno per un po', al suo assassino: un'impresa titanica.

Con i funghi, però, Locusta ci sapeva fare.

Sapeva uccidere, ma anche non completamente. Portare morte e lasciare vita.

C'erano proprio tutti nella casa di Corinna, in quella sera fattasi notte, e anche giorno.

IL GRILLO E LA CICALA

di Salvatore Conte (2024)

Aveva ricevuto il compito di agganciarmi. Sapevano che mi faceva venire le vertigini.

Si era presentata sotto il mio ombrellone con una banale scusa e aveva attaccato bottone.

Era Anna Frezzante, cameriera alla Locanda del Marinaio, nel centro di Torvaianica.

Non credo ce ne fossero molte altre, come lei, in giro.

Il fatto poi che combattesse contro un cancro all’intestino, me la rendeva anche simpatica. Lei era convinta di gestirsi, ma non sarebbe andata lontano.

Alla fine dell'attacco mi concesse un incontro privato, sebbene con troppa facilità.
Pensava che mi fossi bevuto il cervello per lei.
D'altronde, di fronte a una così, non ero capace di tirarmi indietro.

La Frezzante aveva il fascino drammatico della vecchia gloria che lottava per non uscire di scena; insomma, benché invischiata in loschi traffici, appesantita dall'età e invasa dal cancro, non accettava di scomparire.

E questo mi piaceva.

Ci vedemmo in un pied-à-terre di via Siviglia, nei pressi del lungomare.

Indossava un camicione rosa da gran puttana, sbottonato da zozzona.

«Allora, il tumore come va?», ero curioso, volevo sapere quanto tempo le rimaneva.
«Quello? Niente di grave… ne esco fuori tranquillamente».
Le informazioni che avevo raccolto, però, dicevano il contrario.
«Cos’è? Te preoccupi pe' 'na cameriera?
Io c’ho 'na camicia sola sa’…».

Ma quella che aveva valeva per cento.
Anna si era riferita a una poesia del Trilussa.
Però se pensava de damme la cojonella co' quarche stornello, se sbajava: era una cameriera, sì, ma arrotondava bene con lavoretti sporchi per mala e servizi.
Stavo per allentarle fino in fondo il camicione, quando si divincolò sapientemente, calandosi giù dal letto: «Scusa... mi è caduto un orecchino…».
La Frezzante, però, non era tipo da scusarsi, e poi non avevo sentito il tintinnio del metallo sul pavimento.
Un attimo prima che l’armadio si spalancasse avevo già la mano dentro il borsello.
POW
Sparai con la rivoltella ancora all'interno.
STUMPF
THUD
Nel cadere a terra come un frutto maturo, il sicario fece partire un colpo per la tangente.
Niente di preoccupante.
La Frezzante si era abbassata come il casellante del Padrino.

«Ora puoi rialzarti…», Anna era fuori dal mio campo visivo, ma ero sicuro che fosse carponi ai piedi del letto.
Aspettai un paio di secondi, perplesso.
Non c’era tempo da perdere, il mio sparo aveva fatto rumore.
Girando intorno al letto, non mi fu difficile capire perché non rispondesse…
Sulla schiena aveva il foro d’entrata di un proiettile.
La voltai.
La pallottola era uscita dallo stomaco, scavandole un grosso buco.
Affrontai il suo sguardo.
Aveva gli occhi allucinati.
Per lei c’era poco da fare.
Era la fine di Anna Frezzante... uccisa da fuoco amico.
Le asciugai la bocca e le appoggiai un fazzoletto sulla ferita: «Su, avanti... te la caverai…».
Ma anche lei non sembrava molto convinta.
Il volto era sbiancato e le palpebre le premevano sugli occhi…
«Dimmi chi è stato».
«Ho voluto troppo... ma non voglio morire... portami con te...
Sarò la tua donna... la tua puttana... quello che vorrai...».
Come non m'avesse nemmeno ascoltato, aveva cominciato un discorso tutto suo e campato in aria.
Però decisi di accontentarla: caricata in macchina, la portai verso il mio covo segreto, ai Castelli.
Lei sembrava contenta di fuggire da Torvaianica.
Era Anna Frezzante.
La sua morte avrebbe fatto rumore nel giro.
«Io... non voglio morire...», come se m'avesse ascoltato, stavolta.

La bocca spalancata e le palpebre pesanti, Anna cercava di reggere.

Ma non ne aveva per molto, non riusciva nemmeno a premersi il buco.
Fui colto da un impulso improvviso, accostai l'auto e le tamponai io lo stomaco.

«Ci mettiamo insieme... ci stai...», mi afferrò il braccio, aveva ancora forza.
Era Anna Frezzante.
Di grilli - 'na cecala così - poteva averne a iosa.

Ripartii. Volevo arrivare al covo prima che andasse definitivamente in crisi.

Avevo dell'ossigeno, le sarebbe servito come il pane.
BANG
BANG
Mi sparavano, cazzo!
Mentre perdevo tempo con la Frezzante, quelli m’avevano individuato.
Riuscii comunque a seminarli, il covo adesso era vicino.

Usai subito l'ossigeno.
Si sentì meglio.
«Allora... ci tieni a me...».
«Sei Anna Frezzante, no? O hai cambiato nome?».

«Sono... la regina... di Torvaianica...».
«Di più: sei l'imperatrice di Roma.

Ma con il tumore, come la mettiamo?
Si è sparso dappertutto, ti rimangono un paio di mesi, non è vero?».
«Fregnacce... ho un paio di metastasi... ma mi sto gestendo... e posso uscirne...

O almeno... allungarmi...», aveva corretto il tiro.
Nonostante tutto, comunque, aveva voglia di lottare.
Forte come una bestia, la cameriera voleva apparecchiarsi la salvezza; anche a costo di bussare alle porte di tutti gli oncologi di Roma.

Ma ignorava di non avere più uno stomaco.
Io stavo aspettando Gina, una vecchia amica e una brava infermiera; le avevo fatto uno squillo, perché avevo bisogno di lei per gestire la fine di Anna.

Le donne fra loro si capiscono.
Le avrebbe prestato un'attenzione diversa dalla mia.

«Cristo... ma...», fu la prima cosa che mi disse, appena in disparte.
«Sì, lo so», fu la prima cosa che le dissi io.

Uscii dalla stanza e le lasciai sole.
«Tu... ci vai anche... a letto...».
Ascoltavo dalla porta. E non mi irritavo.
Anzi la trovavo simpatica, la vecchia Anna.
«Risparmia il fiato, bella.
Tra non molto ne avrai bisogno

Ti vesti come una zoccola, figlia mia...».
Gina non fu tanto tenera.
Dopo un po' mi cercò, perché Anna chiedeva di me.
Le premevo una mano sullo stomaco, non troppo forte, per darle una sensazione di controllo.
«Tanto... avevo poco da vivere...», mormorò triste. «Sono piena... di metastasi... non... non mi salvo... più...».
«Non sforzarti, Anna».
Ma la Frezzante proseguì.
«Ho preso... 3.000 euro... per farti la festa...
L'incarico... me l'ha dato... er Ciuccio...».
Aveva vuotato il sacco.
Lo chiamavano così perché faceva tutto quello che gli chiedevano, senza mai fare domande o porsi questioni.
Di certo Anna non poteva conoscere il mandante del Ciuccio.
Non sapeva altro.
Lusingata dalla mia mano calda, ebbe un sussulto di nostalgia per la vita.
«Non voglio morire...».
«Cerca di stare calma, Anna. Ti stai stabilizzando, ne verrai fuori.

Gina è molto brava, ma tu non provocarla».

«Gina... l'ossigeno... ti prego...».

L'infermiera aveva fatto arrivare del plasma fresco per Anna.

Le rimase accanto, prendendole la mano: era scattata la solidarietà tra donne.
Ma chi l'avrebbe immaginato?
Anna Frezzante rimasta uccisa in uno scontro a fuoco...
Pensava ancora di avere un paio di mesi, e invece...
Una donna potente come lei pensa sempre di poter risolvere tutto.

Ma non è così semplice.

Per sua fortuna ha incontrato il grillo giusto per lei.

Proverò ad apparecchiarle la tavola. Gina è brava anche con i tumori.

E alla fine si ritroveranno simpatiche.

LA BALLATA DELLA SCERIFFA

di Salvatore Conte (2024)

Sistemo la tesa del cappello e continuo a suonare la mia armonica a bocca, facendo finta che il sole non stia arroventando il paesaggio fatto di rocce, polvere e rara vegetazione, per metà ingiallita e secca.

«Tutto bene là dietro?», mi giro socchiudendo ancora di più gli occhi, per aver guardato in direzione del sole, mentre anche i cavalli oramai trascinano gli zoccoli, che riescono ad alzare solo piccoli sbuffi di polvere che si dissolvono subito nel niente.

«Finché cavalchi tu, cavalchiamo anche noi».

«Bene», mi volto di nuovo verso l'orizzonte che si distende infinito davanti a me. «Allora si va avanti», picchio lo sperone sul fianco di Black, che lo ignora e prosegue con la sua andatura svogliata.

Lo stesso fanno le mie socie spronando con il medesimo risultato i loro due ronzini.

Le mie socie sono Jasmine e Layla, le ho arruolate un anno e mezzo fa, dopo che nell'assalto al convoglio diretto a Yuma avevo perso Tico, Mick e Gonzales.

Tico e Mick erano crepati imbottiti di piombo, mentre Gonzales era stato ferito e catturato dai Federali.

E impiccato dopo cinque giorni senza nessun processo.

Acqua passata, ormai; nel cambio non c'ho certo rimesso...

Jasmine, oltre ad essere una brava puttana, è anche la figlia di un ex generale messicano e prima di scappare da casa ha imparato a maneggiare bene le pistole.

È lei che ha scovato Layla, una vecchia cessa altrettanto disinvolta con la colt.

In poco tempo siamo diventati un terzetto ben affiatato e ho rinunciato a cercare altri soci.

«Emiliano, quanto manca al luogo dell'appuntamento?», Jasmine tira le redini al cavallo, quasi fermo di suo, e si snoda il fazzoletto avvolto al collo asciugandosi il prosperoso seno messo in mostra dalla profonda scollatura.

«Ancora un miglio e ci siamo», è dannatamente sexy nella sua camicia di jeans celeste.

Due metri dietro viene Layla: grassa e arrogante, con la camicetta sbottonata fino allo stomaco e le cosce gonfie, strizzate in vecchi pantaloni di jeans.

Mi piacciono tutte e due, ma la carne di Layla è senza limiti.

Sebbene grossolana, a lei non saprei rinunciare. Quando si spara, controllo subito che non sia rimasta colpita.

«Speriamo che l'incontro con la tua amica sia conveniente come dici», Layla mi affianca con il cavallo.

«Sarà molto conveniente», sottolineo la parola molto e mi infilo l'armonica nel taschino.

«Stasera saremo più ricche di quanto potresti mai immaginare», Jasmine mi affianca sull'altro lato. «La sua amica ha un bel po' di cose luccicanti che a noi donne piacciono molto», e mi strizza l'occhio mentre si riannoda il fazzoletto al collo.

Le cose luccicanti sono un bel po' di diamanti e la mia amica, per modo di dire, è la vecchia Anna Frazer, un grosso mignottone che - grazie alle zinne - si è fatto eleggere Sceriffo di un piccolo paese sperduto, tanto per dare una buona copertura ai suoi loschi affari.

Dopo un po' di anni, durante i quali avevo perso le sue tracce, si è rifatta viva all'improvviso mandandomi un suo uomo, ma dovrei dire un suo vice, a propormi un affare: un bel sacchetto di diamanti a prezzo di rapida realizzazione.

Deve averlo spremuto a qualche canaglia, evitando accuratamente di riconsegnarlo al legittimo proprietario, forse una banca.

La vecchia Anna fino a questo momento si è limitata a mandarmi messaggi e messaggeri, rimanendo una presenza intangibile, quasi eterea.

Anche per questo ieri notte non sono riuscito a dormire: dopo cinque anni, forse più dei diamanti mi interessa vedere lei.

«Siamo arrivati», tiro le redini a Black e indico davanti a me il luogo dove, oltre ad Anna, avremmo incontrato il nostro destino.

«Finalmente posso mettere il culo a terra», Jasmine toglie gli stivali dalle staffe e allunga le gambe tenendosi alle redini, mentre Layla preferisce restare zitta e bagnarsi le labbra screpolate con l'ultimo goccio d'acqua rimasto nella borraccia.

Il posto dell'incontro ricorda un'arena romana: una grande piazza ellittica di terra polverosa, chiusa tuttattorno da rocce che sembrano sistemate una sopra all'altra, come a comporre asimmetriche gradinate da dove i fantasmi di trapassati pistoleri possono godersi lo spettacolo.

Per accedervi, un unico largo passaggio aperto dalla corrosione del tempo: lo oltrepassiamo uno alla volta, guardando con sospetto anche le nostre ombre e sulla piazza ci accoglie un mulinello di vento che spolverando il terreno fa rotolare vorticosamente palle di sterpaglie secche.

«Brutto posto per morirci», Jasmine si guarda attorno facendo una smorfia.

«Non esiste un posto bello dove morire», Layla scende pesante dal cavallo. «Ogni posto può essere bello o brutto, dipende da chi ci muore», si palpeggia la pancia grassa e le zinne cedenti, per esorcizzare l'aura di morte: lo fa spesso, e mi fa impazzire.

«Lasciate i morti nelle tombe», intervengo, il discorso non mi piace. «Abbiamo altre cose a cui pensare in questo momento».

«Infatti la tua amica è puntuale», Jasmine fa cenno con il capo oltre il corridoio di rocce, dove in lontananza si intravedono le sagome di un gruppo di cavalli al galoppo.

Lo è sempre stata.

Specialmente quando si trattava di fregarmi.

Le sagome diventano metro dopo metro sempre più riconoscibili, fino a farsi contare: quattro cavalli, Anna davanti a tutti e dietro tre dei suoi uomini.

Quattro contro tre, si parte già sbilanciati, ma questo deve essere uno scambio vantaggioso per tutti, non uno scontro.

Arrivano alzando un vortice di polvere e il primo cavallo si ferma davanti a me: si imbizzarrisce mettendosi su due zampe, ma con una strigliata la sua padrona lo rimette subito a terra.

«Emiliano... è passato tanto tempo dall'ultima volta...», si aggiusta il cappello per vedermi bene.

La vecchia Anna. Eccola di nuovo davanti a me.

Più o meno 50 anni, ma ancora potente.

Camicione sbottonato fino all'ombelico, il suo marchio di fabbrica, e zinne ancora più a penzoloni di cinque anni fa.

Ma con la grossa novità di una bella stella di latta sul petto: le dona...

Credo la indossi come fosse bigiotteria, tanto per evitare guai, ma non penso che questa sia una missione ufficiale, tuttaltro...

«Cinque anni...», sono sempre stato un tipo preciso.

«Non sei poi cambiato così tanto...», mi guarda con gli occhi sornioni che conosco bene.

«Neanche tu, Anna», ricambio il complimento, e in effetti non è cambiata per niente: nonostante l'età importante, è sempre la migliore.

E adesso ce l'ho a un metro da me, finalmente in tutta la sua tangibilità.

Il fisico è sempre solido e formoso; il fascino inossidabile; il volto concreto, ben disegnato; gli occhi penetranti; l'aura da dura, invincibile: tutto concorre al suo mito, ma soprattutto quelle zinne a penzoloni che spiovono all'interno del camicione di jeans, sbottonato in maniera a dir poco aggressiva.

Prima o poi crollerà anche lei di fronte alla maledetta clessidra del tempo, ma di sabbia ne dovrà cadere davvero tanta.

Al presente è la solita, irresistibile troia, come cinque anni fa, come la prima volta che l'ho incontrata, come sempre.

«Veniamo a noi, Emiliano», i convenevoli sono già finiti. «Ci sono tutti i dollari?», scende da cavallo, tornando subito concreta, come da sua abitudine.

«Tutti, fino all'ultimo biglietto», smonto anch'io. «Sono nelle due sacche attaccate al cavallo», le faccio cenno indicando il ronzino di Jasmine.

«Vedo che ti tratti bene», la guarda con superiorità. «Bei puttanoni, niente da dire...».

«Layla, tira giù le sacche...», meglio cambiare discorso. «Adesso tocca a te, Anna».

«Jack!

Ronnie!

Portate qui il sacchetto», i due uomini smontano subito, mentre il terzo rimane in sella, qualche metro più dietro.

«Ecco, capo», le passano un sacchetto di velluto nero.

Lo prende e lo butta in terra.

«Dagli un'occhiata, Emiliano...».

Mi accuccio e sciogliendo il piccolo laccio che lo lega, permetto al sole di riflettersi sui diamanti e mi lascio accecare piacevolmente.

«Le sacche. Falle aprire... non vorrai far scomodare una signora...», è il suo turno.

Layla allenta una cerniera e lancia le sacche verso Anna, facendo in modo che i dollari escano da sé: è il suo modo di sfidarla, la conosco bene.

«Prendine un mazzetto, Ronnie», Anna non si scomoda a controllare di persona e questo Ronnie fa frusciare i dollari come un giocatore di poker mentre si prepara a smistare le carte.

«Tutto in regola», sorride sdentato, ributtando il mazzetto sopra la sacca.

«Bene, Emiliano...

È sempre un piacere fare affari con te», guarda il terzo uomo, quello rimasto a cavallo, e in un momento capisco tutto. Ma è già troppo tardi.

Ho commesso una tremenda leggerezza.

Il terzo uomo estrae...

BAM

BAM

Eppure la conosco bene: come ho potuto commettere uno sbaglio del genere?

«UHHH!», un colpo centra Jasmine in piena pancia, mentre il secondo ferisce di striscio Layla a una spalla.

«Maledetti bastardi!», urlo buttandomi a terra.

BAM

BAM

Centro il terzo uomo in mezzo agli occhi. Cade da cavallo come un fantoccio, finendo nella polvere.

«Layla! Ohhh... sono stata colpita», Jasmine - nonostante si sia beccata una pallottola nella pancia - è rimasta in piedi e guardandosi la mano insanguinata estrae la pistola per vendicarsi subito di quel brutto buco.

«Figli di cani! Avete sparato a Jasmine!», Layla ruggisce furiosa.

BAM

La ferita alla spalla non le impedisce di tirar fuori la colt: il colpo raggiunge la gola di Ronnie, prima che questi riesca a muovere un solo muscolo.

BAM

BAM

«Andate all'inferno, maledetti!», e Jasmine pianta due pallottole in corpo a Jack, che per tutta risposta reagisce al fuoco sparando di nuovo verso di lei.

BAM

BAM

BAM

Tre colpi, due persi nella polvere, mentre il terzo la colpisce in pieno petto e l'impatto della pallottola le fa sobbalzare il seno.

«AHH!», il secondo proiettile la mette a sedere con il culo per terra.

Jasmine si guarda il prosperoso petto forato dal proiettile, e rabbiosa, da seduta, scarica il tamburo della colt contro Jack, mandandolo definitivamente all'inferno.

Anna intanto ha trovato riparo dietro l'unico masso roccioso presente in mezzo all'arena e da lì si prepara a sparare: il posto lo conosceva bene, come sempre non ha lasciato niente al caso.

BAM

BAM

BAM

Esplode tre colpi e tutte e tre le pallottole centrano Layla costringendola a inginocchiarsi.

Ma non è finita, ne sono certo.

«AHHH...!», si porta entrambe le mani sulla pancia. «Emiliano...», mi guarda cercando un aiuto che non posso darle. «Quella maledetta troia...», stacca una mano dalle ferite e cerca di riprendere la colt, ma Anna non le dà il tempo.

BAM

BAM

BAM

Oh, no! No! Non può essere... ora è davvero troppo...

Altri tre colpi imbottiscono di piombo la pancia di Layla, e con un rantolo si accascia a terra, faccia in avanti, assaporando il mortale sapore della polvere mista al sangue...

Assisto impietrito alla fine di Layla, che avviene proprio sotto i miei occhi.

O è morta, o ne ha per poco.

Neanche una grossa vacca come lei può reggere una scarica di piombo del genere.

Vorrei controllare se respira ancora, ma devo concentrarmi su Anna.

Mi giro verso di lei e vedo che sta istericamente rimettendo i proiettili nel tamburo: ha finito i colpi.

Questo è il mio momento, ho qualche secondo per alzarmi e spararle, prima che ricarichi la pistola e mi spari lei.

Devo ucciderla, o lei uccide me.

BAM

BAM

Altri due colpi riecheggiano nell'arena fatta di pietre, polvere e cadaveri.

Mi guardo d'istinto per vedere se sono stato colpito, ma non provo né dolore né vedo buchi di pallottole.

«Vieni all'inferno con me, bagascia...», Jasmine è stata più veloce del mio pensiero e più veloce di Anna nel ricaricare la pistola.

«Il tuo troione ci sa fare... uhhh...», Anna, poggiata a terra su un fianco, si porta le mani all'altezza dello stomaco per coprire le ferite delle due pallottole che si è appena beccata; né i suoi uomini, né il masso roccioso l'hanno salvata, ma ha ancora la forza di puntare contro Jasmine la pistola ricaricata per metà.

BAM

Jasmine ha però il vantaggio di averla già saldamente in pugno e un'altra pallottola colpisce Anna in pancia, facendole quasi fuoriuscire dalla camicia - per il contraccolpo e lo shock - le zinne da puttana; le braccia lunghe sui fianchi, la bocca aperta in una sorpresa mortale, a ingoiare la sconfitta...

«Stavolta hai vinto tu, Emiliano... uhhh...», abbassa lo sguardo sulla pancia bucata tre volte e si distende sulla schiena guardando fissa il cielo azzurro e senza nuvole.

Mi alzo dalla mia posizione e mi precipito intorno a Layla.

La volto delicatamente.

«Layla...

Layla...», la chiamo due volte, paralizzato dallo sconforto.

Non risponde, ma sembra ancora viva.

Jasmine invece è andata, in questi casi il fisico è tutto.

Adesso è il turno di vedere come sta la vecchia Anna.

Mi avvicino con la pistola in pugno e il cane alzato, per oggi ho già commesso abbastanza errori.

Struscia gli stivali nella polvere, avanti e indietro, come fossero zoccoli di una bestia ferita.

Mi abbasso su di lei, è ridotta male.

«Stavolta è finita, Anna», le sposto le mani dallo stomaco e dalla pancia e allo stesso tempo la guardo negli occhi.

«No... non voglio... morire...!», con uno scatto di rabbia. «Emliano... ohhh... forse... puoi ancora aiutarmi...», dando per scontato che io sia disposto a farlo. «A meno... di due miglia... cough... c'è un villaggio…», mi prende la mano e se la porta sulle zinne. «E c'è un dottore...», mi guarda con gli occhi allucinati da quella remota speranza affacciatasi nel suo diabolico cervello; vi aggiunge una smorfia, le pallottole fanno male.

Purtroppo è bella anche ridotta così.

«Per quale motivo dovrei portarti da un dottore...», distolgo lo sguardo da lei e fisso l'orizzonte come a cercare un motivo nel passato. «Mi hai appena teso un tranello e hai riempito di piombo le mie socie...».

«I tuoi puttanoni...», mi corregge. «Lo farai... perché... cough... mi hai... sempre... amato...».

Rimango in silenzio, mentre la mia mano va su e giù, mossa dal suo petto.

Distolgo lo sguardo dall'orizzonte, come se avessi trovato il motivo, e agisco.

«Ce la fai a metterti in piedi?».

«Ci provo...

Ohhh... fa' piano...», si lamenta, mentre con un certo sforzo riesco a spingerla in groppa a Black.

Layla, invece, sulla sella non è in grado di starci; almeno non in verticale.

Quindi raccatto le sacche dei dollari e il sacchetto dei diamanti, rimasti in terra in mezzo ai cadaveri.

«Sbrigati...», Anna si tiene a fatica sul cavallo.

Mi affretto, anche se non lo merita, e monto dietro di lei.

«Fammi vedere».

Con il foulard le asciugo il viso e il petto dal sudore e dopo glielo metto sulla pancia a coprire le ferite.

«Tienilo premuto più forte che puoi, mi raccomando».

«Ci provo... ohhh...».

E lei preme e si spreme, mentre io picchio gli speroni contro il mio Black...

«Emiliano...!».

«Non dirmi che... quella Layla... cough... è ancora viva...».

«Pare di sì».
«L’ho… imbottita… di piombo… ohhh....», Anna non può crederci.
«Anche lei sa incassare. Vedremo presto chi sarà la più brava…

Layla! Tieni duro!».

È sul cavallo al traino di Black, orizzontale sulla sella.

Guardo il cielo, ci sono due nuvole bianche e poi solo azzurro, degli avvoltoi non c'è più traccia, in questo momento hanno altro da fare: vanno sul sicuro e non si fidano di queste grosse troie.

«Prendi la tua armonica… e suonami qualcosa... cough...», Anna ha ancora la forza di fare richieste. «Se suoni… resto sveglia… cough... e se resto sveglia… vuol dire… che resto viva…».

La Ballata della Sceriffa la tiene sveglia per altri due minuti, giusto il tempo di avvistare il villaggio.

«Dottore... c'è del lavoro per lei...».

Prendo un mucchietto di dollari e glielo lancio.

Se riuscirà a salvarne anche una sola, se lo sarà meritato tutto.

LA SCERIFFA BALLA ANCORA

di Salvatore Conte (2024)

Il sole è a picco, ce l’ho dappertutto.

«Ah-ah-ah!», rido isterico, folle, allucinato: già… forse tutto questo può essere soltanto un’allucinazione della mia mente un po’ troppo surriscaldata.

Mi sforzo, mi dimeno, provo a muovermi, ma le corde che mi bloccano sono più forti di me e mi tengono inchiodato alla mia croce, fatta di terra polverosa.

Un rumore strisciante desta la mia attenzione.

Cristo...

Apro e chiudo gli occhi diverse volte, con la speranza che sia tutta colpa del sole, ma ogni volta che li riapro lui è sempre lì.

Lui è un Mostro di Gila, un bel lucertolone colorato con l’unico difetto di essere più velenoso di una vipera rabbiosa.

È a un paio di metri da me, cerco di stare fermo e di respirare senza dare troppo nell’occhio, ma seppur lentamente il Mostro sta muovendo le sue dannate zampacce nella mia direzione…

«Vieni, bastardo!», cambio subito idea, non mi va di crepare stando zitto. «Fanculo! Mordimi e facciamola finita!».

La bestiaccia sembra aver capito e mi prende in parola, adesso i metri fra noi sono più che dimezzati, mi è arrivato così vicino che mi sembra di sentire il suo alito puzzolente.

BAM

BAM

Due improvvisi colpi di colt rompono la quiete del deserto e spappolano la testa del lucertolone, fermandolo a pochi centimetri da me e facendomi finire sul viso qualche suo schifoso pezzetto.

Mi scrollo di dosso la sua carne fetida, mentre il sole sembra di colpo bruciare meno.

Cosa diavolo...? Una figura si è interposta fra me e lui, mettendomi in ombra.

«Emiliano...

Ti ho legato qui per farti morire in un altro modo.

La tua morte sarà quella che ho scelto io…».

L’artificiosa eclissi di sole mi consente di tenere aperti gli occhi e di mettere a fuoco la figura che sta a picco sopra di me.

Cazzo!

Layla...

La più bella vacca del West...

Adesso so per certo che il morso del lucertolone sarebbe stata la soluzione più rapida.

«Non mi ringrazi per averti salvato la pelle...?», sempre in piedi sopra di me, ha divaricato le gambe e si è messa all’altezza del mio viso, una gamba alla mia destra e l’altra alla mia sinistra, con gli speroni a sfiorarmi le ascelle.

L'avevo lasciata con mezza dozzina di pallottole in corpo.

Non riuscivo più a stare lì a vederla consumarsi, senza potere fare niente.

Ma evidentemente non si è consumata abbastanza, anzi è più grassa che mai.

Si è digerita sei pallottole in corpo!

Ed è tornata sulla scena nella sua camicetta paglierina da troione, sbottonata come sempre fino allo stomaco.

E poi l'aria si era fatta pesante in quel villaggio, almeno per me.

Avevo addosso un mucchio di grana e la presenza ingombrante di uno Sceriffo, ingombrante di suo, accanto a me.

Mi fissa sorniona, pregustando la preda: sembra abbia rubato gli occhi al lucertolone, sembra lei il mostro.

L’unica cosa che la differenzia sostanzialmente da quella bestia, anzi le uniche due cose, sono quelle che lascia intravedere così bene sotto la pellaccia paglierina...

Se si sporge un altro po’, mi finiranno in bocca…

«Grazie...», provo ad accennarle un sorriso, ma non mi viene ironico come vorrei, perché le labbra mi fanno tremendamente male e mi impediscono un’espressione migliore.

«Non sei bello come al solito...», cala su di me mettendosi a sedere sul mio petto, e a questo punto - se avessi una lingua come quella del lucertolone - le potrei leccare le tette, ma non è detto che non ci riesca ugualmente. «Vorresti baciarmi, vero...?», è pur sempre una donna, ragiona a modo suo, e avvicina il viso al mio; perlomeno il suo alito è migliore rispetto a quello del lucertolone. «E allora… questo bacio…? Ah già... con le labbra ridotte così, dubito che ce la faresti», le appoggia alle mie, dopo aver appoggiato ben altro...

Quindi torna dritta in piedi, ma sempre divisa a metà sopra di me.

«Non so neanche io come abbia fatto, se è questo che vuoi sapere.

Ero troppo tesa per morire. Mi sono sentita mancare più volte, ma avevo talmente rabbia che ogni volta sono riuscita a ritrovare il respiro...

Non potevo crepare così, a me piace vivere...», e mi ripropone i suoi classici gesti, palpeggiandosi la pancia con una mano e le tette con l'altra. «Di spazio per il piombo ne ho... come vedi...

Volevo darti una lezione, cowboy... e te l'ho data.

Ora siamo pari. Hai preferito quella troia a me».

«Non è vero...».

«Ma potrei sempre ripensarci... e chiudere la partita...», estrae minacciosa la colt. «Sul tuo cavallo c'è salita lei, è di lei che ti preoccupavi...».

Le donne ci conoscono meglio di noi stessi.

E adesso ricordo anche come sono finito in croce.

Un appuntamento misterioso presso una catapecchia abbandonata, io che entro con la colt in pugno, e poi un dolore alla testa, improvviso, lancinante, che mi stende ai piedi di una scalinata di legno marcio.

Dopo, d’improvviso, il sole a togliermi dall’oscurità, un passaggio dal nero al giallo paglierino, senza gradazioni intermedie.

BAM

«Ach! Che cazzo...?!», Layla si guarda la mano rimasta senza colt, uno sparo giunto a segno gliel’ha fatta schizzare sulla terra polverosa, lasciandole una riga di sangue fra le dita. «Maledizione!», scatta subito giù per riprendersela.

BAM

Secondo sparo e secondo centro, la colt salta da terra e ricasca a un metro buono da lei, che resta accucciata con la mano protesa invano: qualcuno sta sparando da dietro una roccia e pare abbia una discreta mira.

BAM

Terzo colpo e adesso la colt è spezzata in due: sì, chiunque stia sparando ci sa fare con i suoi attrezzi.

«Chi cazzo sei?! Esci e fatti vedere!», Layla impreca furiosa, è esposta e senza colt.

Con una torsione della testa mi giro quel tanto che basta per vedere una figura uscire dal suo nascondiglio di rocce, con un winchester sotto braccio.

Cazzo...

Anna!

La camicia sbottonata fino all'ombelico e le zinne a penzolarci dentro.

Inconfondibile.

«Emiliano... cercavo un'occasione per ricambiarti il favore...

E questo puttanone me l'ha data».

Il complimento nasconde un pizzico di ammirazione.

Anna si accuccia accanto a me e con un coltello inizia a tagliare i lacci.

«Tu, buona, Layla... se non vuoi bruciarti una volta per tutte...», il braccio destro di Anna tiene ben saldo il winchester, con la canna sempre puntata verso la mia ex socia.

«Ce la fai ad alzarti?».

«Ci provo...», a stento riesco a rimettermi in piedi, mi gira la testa e mi brucia maledettamente tutto il corpo, ma sono sceso dalla mia croce e questo mi basta.

«Vai a prendere i cavalli... e niente scherzi, Emiliano...

Stavolta sono in missione ufficiale.

E voi due siete dei pericolosi ricercati.

Ricercati vivi o morti...», ci tiene a precisare e a far pesare la sua stella di latta.

Ma, almeno per quanto mi riguarda, tendo a dare molto più peso alle sue zinne...

«Come vuoi… sei tu che hai il fucile… Sceriffa...», mi avvio lento verso le bestie, sono legate nei pressi della baracca; rimarrò in vista per tutto il breve percorso, non posso permettermi nessuno scherzo; e poi, perché dovrei?

Mi volto per un solo attimo: la vecchia Anna ha spostato il fucile dalle tette di Layla al mio fondoschiena e questo è un errore che neanche la Frazer può permettersi.

«All’inferno, vecchia troia!», veloce come una vipera, Layla si sfila un coltello dallo stivale e mi rimane appena il tempo di vedere il luccichio della lama mentre sibila in volo.

Il ferro è sempre utile, quando non hai piombo sottomano.

SZOCK

«Ah!».

BAM

«Arghh!».

Tutto è così veloce che non c’è tempo di parteggiare per nessuna delle due.

«Uhhh...», Layla barcolla all’indietro e sbatte contro un grosso masso alle sue spalle, finendo col culo a terra, mentre le mani si uniscono sullo stomaco.

Dannazione... ci risiamo...

Anna invece è sempre in piedi.

«Stupida puttana...», il coltello si è conficcato in una spalla, poteva andarle molto peggio; con un gesto deciso se lo toglie subito e lo butta a terra, rabbiosa. «Emiliano…! I cavalli!».

«Aspetta un attimo, Anna».

Torno indietro e mi piego accanto a Layla.

«Fa' vedere…», le prendo una mano e gliela sposto, per guardare se è conciata così male come sembra.

«Uhh... piano...», si lamenta, la ferita brucia.

«Maledizione! Non ti ho detto di giocare al dottore!», Anna si incazza, forse è gelosa, forse - malata com’è - preferirebbe esserci lei al posto di Layla, pallottola in corpo compresa. «Vai a prendere i cavalli!».

«Cazzo, Anna! È ferita gravemente...

Se non provo almeno a tamponarle la ferita, potrebbe rimanere uccisa, capisci?!».

«È una grande incassatrice, l'ha già dimostrato.

E poi non me ne frega un cazzo di come rimane.

Ti ho già detto che siete ricercati vivi o morti...».

«Vuoi che dia un’occhiata anche alla tua spalla?», mi rialzo in piedi, cercando di mostrarmi conciliante.

«È solo un graffio, cowboy...».

Un graffio, è vero, ecco cos’è per Anna Frazer una ferita di quel genere.

«Come vuoi».

Arrivo ai cavalli e li porto docile verso Anna.

È presto per tentare una sortita. Mi sono appena rimesso in piedi. E poi devo capire che intenzioni abbia.

Anna è già montata in sella, ha richiamato il suo ronzino con un fischio.

«Aiutala a salire».

Mi riaccuccio accanto a Layla.

«Passami un braccio attorno al collo».

«Ci provo... uhh...».

«Brava... così».

Non senza fatica, siamo tutti a cavallo, adesso.

«Adesso spiegami cosa vuoi fare, Anna…», la guardo, e intanto che aspetto la risposta, osservo preoccupato Layla, che se ne sta incurvata in groppa, gemendo di tanto in tanto.

«È semplice.

Questo troione stava per farti la pelle, ma io ti ho tirato fuori dai guai.

Perciò ho pagato il debito che avevo con te...».

«Veramente, nell'ultimo incontro, hai cercato di fregarmi, e hai riempito di piombo le mie socie.

Credo tu mi debba ancora qualcosa...».

«Ascolta, Emiliano... nel nostro mondo una fregatura ci può stare, lo sai; anche più di una.

Ho voluto ripianare il mio debito quale segno di buona volontà e per ricreare una banda con te.

Ci stai?

Oggi vanno in giro solo mezze cartucce, a me serve uno come te».

La proposta è allettante.

«Di lei cosa farai?», indico Layla con un cenno del capo.

«Non lo so ancora, ma penso che tra non molto non sarà più un problema.

E allora...?», si stira addosso la camicia.

Impossibile resisterle.

«Allora, cosa?

Impossibile dirti di no».

«Bene.

Allora sprona il cavallo... andrà a morire lontano da noi...

Non ci può essere un'altra donna nella mia banda», anticipando la mia obiezione.

«Te la caverai anche questa volta...», sussurro a Layla. «Sprono il cavallo a est, a poche miglia da qui c'è la fattoria degli Smith, sono brava gente, ti cureranno...».

Lancio il ronzino nella direzione giusta e ritorno verso Anna.

«Sai ancora scegliere, Emiliano.

Bravo...».

Si umetta il labbro e attende che le passi una mano sulle zinne.

L'attesa è brevissima.

Il loro ballo è sempre da capogiro.

E anche la latta sembra argento, gonfiata dalle sue zinne.

IL RIGURGITO DELLA FOSSA

di Salvatore Conte (2024)

C’è dell’oro nascosto in una cassa da morto.

Però non è abbastanza per tutti e tre.

Sono ossi duri, ma con tanta carne.

Chi perde rimane al cimitero, chi vince avrà tempo per tornarci.

Qualcuno prenderà l'oro, e qualcun altro prenderà il posto dell'oro, riempiendo la bara con il proprio cadavere.

Succede sempre così.

Tutti si conoscono.

Tutti sono stati amici.

Tutti sono stati nemici.

Ognuno è parte a sé.

Il Porco è furbo e veloce, ma anche l'unico uomo in piedi, oggi, al cimitero.

Potrebbe non giovargli.

Il Sergente è abbronzato e sempre in forma.

Durante le licenze arrotonda la paga con qualche affaruccio.

La Vacca è grossa, ma non si fa mungere.

Al tavolo della morte si cambia l'oro col sangue.

I tre giocatori tengono le carte coperte.

BANG

Ma è venuto il momento di calare il punto.

Il diavolo è dalla parte della Vacca.

Lea ha scelto di togliere di mezzo il pericolo maggiormente graduato.

Anna si rovescia a terra.

Ma non ha perso la pistola...

Il Sergente non accetta la sconfitta!

Vuole tentare il tutto per tutto.

Con una palla in corpo, Anna Frazer rilancia!

La Vacca le lascia un po' di corda, la fa appoggiare sul gomito.

BANG

Ma appena ci prova, la fulmina!

Anna rotola letteralmente nella fossa; le misure sono giuste.

In un cimitero c’è n'è sempre qualcuna pronta per i nuovi arrivi.

A volte i clienti hanno fretta, o puzzano troppo.

Oppure fanno tutto da soli.

Tuco è rimasto a fare lo spettatore, perché la sua pistola si è inceppata.

Ma aveva mirato anche lui alla più pericolosa; mai farsi troppa fama.

Perciò Lea lo risparmia.

E gli lascia anche un terzo della torta.

Ma dovrà guadagnarsela.

Lo fa salire su una pericolante croce di legno e lo impicca a un albero.

L'equilibrio è fatalmente precario.

La mano della morte è su di lui.

Lei gli lascia la sua parte ai piedi della croce.

La Vacca è fatta così.

BANG

Lo fa stare sulla croce per un bel po' e poi lo tira giù.

Non servono miracoli, ma un preciso colpo di winchester, indirizzato alla corda dell'impiccato.

Il Porco cade giusto sul mucchio d'oro, come il Sergente nella fossa.

Dall'inferno al paradiso in un colpo solo.

È letteralmente frastornato dal bottino.

«Ah!», la mano della morte lo sfiora ancora.

Tuco urla il proprio ribrezzo, ma quando si volta cambia faccia.

Impegnato a non impiccarsi, non si era accorto della camicia blu.

Non servono miracoli - per uscire dalla tomba - ma un bel fisico, quello sì.

«T…u…c…o…», un sussurro estenuato, mentre cerca di rialzare la testa.

L’aiuta lui, prendendola per lo scalpo canuto.

«Anna!

La Vacca è stata proprio cattiva a bucarti la pancia…».

Il Porco molla la presa e la testa si affloscia a terra.

«Sergente, ascolta… la Vacca mi ha lasciato la mia parte... lo vedi?!

Anche tu avrai un po' di monete… eh… sei contenta?».

«M...u...o...i...o...».

Nessuno l'aveva mai toccata, ci voleva una donna per farla fuori.

«Su... su... bevi… non darla vinta a quella cattiva della Vacca...

Avanti, Sergente… butta giù... brava...

Guarda che facciamo, adesso...».

L'afferra e la mette con la testa sopra il mucchio dell'oro, più o meno come ci stava lui prima.

«Così ti senti meglio, vero...?», e ride con il suo ghigno sghembo sulla faccia da porco. «Non rimarrai a bocca asciutta, te lo prometto: c’è un po’ d’oro anche per te, Sergentona bella…».

«Ho lo stomaco... gnhh... bucato... Tuco...», gli annuncia funerea.

Ha il volto pallido di morte e un doppio rivolo di sangue alla bocca.

«Dovevi stare più attenta... una come te non deve farsi fregare!».

«Quella bastarda... gnhh... ha sparato... per uccidermi... gnhh... gnhh...».

«Ha il diavolo dalla sua, quella; accidenti a lei! A momenti finivo impiccato...

E senza aver fatto niente...!», ancora il suo ghigno obliquo.

«Tuco... non voglio... tornare... gnhh.. nella fossa...», la rigurgitata preferisce l'aria aperta.

«Ehi... te lo ricordi quando mi hai fatto pestare, in quel campo nordista?

Non è stato divertente...

Ma non ti porto rancore.

Oggi ti ho mirato contro, perché credevo fossi tu la più veloce...».

«Ma... gnhh... non mi avresti ucciso... vero...».

«No, certo... che vai a pensare, Sergentona! Solo un colpo per tenerti buona...

Una vacca come te, con tanto grasso, vale parecchio da queste parti... di' un po'... sei tanto costosa da mantenere?».

«Adesso... non valgo... molto... gnhh...», serrando le mascelle. «Tuco...!», lo chiama ansante. E gli allunga la mano. Vuole essere accompagnata all'inferno. «Quella puttana... gnhh... mi ha giocato... un brutto scherzo...

Fammi un favore... gnhh... ammazzala...!».

«Non essere così cattiva... vacca blu... in fondo anche tu volevi ammazzarla, no...?».

«Tuco...!», il Sergente spalanca la bocca e finisce quasi per ingoiare una moneta d'oro.

Per pagarsi Caronte la Frazer non ha problemi.

C'è rimasta strozzata con quell'oro.

«Non... voglio... cre...pa...hghh... gnhh... hh...».

E rimane con la bocca spalancata sul gruzzolo d'oro, lo sguardo gelato dalla delusione.

C'ha provato fino all'ultimo.

È tornata.

La mia bella vacca è tornata.

Il bottino è ben legato sulla sella.

E si porta appresso anche una camicia blu.

«Ha chiesto di te».

Le sollevo la testa, prendendola per i capelli.

Io il Sergente ci siamo conosciuti.

L'ha caricata di traverso sul cavallo a rimorchio, a penzoloni sulla sella.

«M...u...o...i...o...».

È uno spettro.

«Pensavo peggio, Anna».

Non è ancora crepata.

Ora me la devo gestire io.

Dieci anni fa le sue tette erano già mosce.

Però gli occhi mi ci vanno ancora sopra.

Le mollo la testa.

«E...m...i...l...i...a...n...o...».

Protesta subito.

«Anna... adesso ti controllo...

Con tutto quel posto, nel cimitero, proprio qui dovevi portarla?», mi rivolgo a Lea, la domanda mi sembra pertinente.

«A parte che si calcola valga più di 100.000 dollari... ha chiesto di te, te l'ho detto.

Ho avuto il presentimento che non fosse ancora cadavere e sono tornata indietro a controllare.

Sembrava morta stecchita, ma è dura a crepare, e vuole tentare.

Ci sono passata anch'io, prima o poi ci passiamo tutti...

Per guadagnare un po' di tempo è disposta a fare qualsiasi cosa».

«Non c'era una fossa aperta al cimitero?», le domando ancora.

Se non c'era, tanto vale scavarla qui.

ZACK

Vorrei tanto tagliare la corda.

Ma è solo per tirare giù la vacca blu.

E non è affatto semplice...

LA FINE DEL SERGENTE

L’ho messa con la testa contro la sella, per evitare che i rigurgiti di sangue la soffochino; e vicina al fuoco.

Più di questo non si può fare.

E naturalmente la mano nella mia.

La situazione può precipitare rapidamente, devo tenermi pronto.

I segnali sono partiti, ma non sempre si trova uno stregone a portata di fumo.

Anna, comunque, è contenta.

Si gode questo tempo che è riuscita a guadagnare.

Ha avuto paura di crepare nella fossa.

Devo essere paziente con lei, ha una certa età, e non si aspettava di rimanere uccisa.

Sta bene attenta a non perdere il controllo, respira lentamente, e mi guarda spesso, per verificare le mie reazioni.

«Quanti anni… posso reggere… gnhh... come donna…», ogni tanto tira fuori il fiato e mi parla, per tenermi coinvolto.

«Una come te può arrivare a 90 anni in buone condizioni».

«Però… ho bisogno… gnhh... di un uomo… fisso…».

Mi guarda allusivamente, con la faccia da spettro.

«Mi spieghi perché hai due pallottole in corpo?».

«Non lo so... gnhh... gnhh... non lo so...».

«Calmati…», si sta agitando. «Ormai è andata così».

Ridotta com’è, non supererà la notte, ma non posso dirglielo.

Mi sembra restia a saperlo.

Le tampono delicatamente, con la punta del fazzoletto, il sudore freddo che le imperla la fronte e il sangue che le risale in bocca.

Tutto sta nel darle una sensazione di controllo.

«Con te… non ho paura…».

Aspetta ancora un po’, e poi ne riparliamo, Sergente…

«Non vorrei fare il menagramo, ma il peggio deve ancora venire, Anna…».

«Non penserai… che io… gnhh... rimanga uccisa…».

«No, questo no…», mi affretto a smentire, «ma ci sarà da soffrire».

«Io… voglio salvarmi… Emiliano… gnhh... ho chiesto di te… per tenermi… la pelle…».

«Hai fatto bene. Per noi sarà un nuovo inizio, Anna», e le infilo la mano dentro la camicia, per prendermi un anticipo.

«Sono mosce…?».

«Sono perfette».

Ha una fitta, storce la bocca.

«Tu... gnhh... non mi lascerai crepare... gnhh... lo so...».

Ho paura che rimarrai delusa, Anna.

«Lea ti ha preparato un brodino».

Dentro c’è sicuramente qualche droga; per tenerla arzilla.

Glielo mando giù piano-piano.

«Ci tieni... proprio… a me…».

«Donne come te non ce ne sono più; bisogna tenerti da conto.

Presto sarà l’alba e arriverà uno stregone, vedrai…

Adesso riposa un po'...».

Mentre Anna socchiude gli occhi, vedo Lea che scava una fossa.

E ha già preparato una croce con relativa iscrizione.

E la mia vacca, di solito, non fa niente a caso.

UNA BARA PER LAYLA

di Salvatore Conte (2023)

«Sei tu la Legge, Bob.

Mandalo via», e gli lascia sul tavolo una mazzetta extra.

«Non ho il potere di farlo, lo sai.

Il delitto è avvenuto nella sua città».

«Ma di che delitto parli?

La morte di un vecchio, per una pallottola di rimbalzo?».

«È lui che fa la Legge».

«Sistemerò la faccenda a modo mio.

Tu non impicciarti».

Lee Cobb ha deciso.

Non è tipo da farsi imporre convocazioni.

È allergico ai giudici.

Non ha ancora confidenza con i nuovi tempi.

È un gradasso, ma all’antica.

E ha trovato uno sceriffo più all’antica di lui, lo Sceriffo di Big Sandy, nel Montana, dove i suoi uomini - dopo aver bevuto - hanno fatto secco - per errore - un vecchio di passaggio.

Non rischia la corda, ma non gli sta bene che si ficchi il naso nel suo territorio.

Tutta la Contea di Fort Benton è praticamente sua.

«Lo farai nel saloon: voglio che tutti vedano.

Quattro testimoni diranno che ha estratto lui per primo.

Qui non ha alcuna giurisdizione. Può solo notificare i suoi maledetti ordini di comparizione.

Tu gli notificherai qualcos’altro».

L’ordine è dato, se ne occuperà Layla, la pistolera più prepotente della Contea.

Layla Mitchell è una bella donna molto in carne, che ha imparato presto a difendersi e a uccidere.

Poi ha cominciato a prenderci gusto, a cercare moribondi per dargli il colpo di grazia; oppure a crearli lei stessa.

Si veste da puttana e in fondo lo è: la camicetta color paglierino è sempre sbottonata fino allo stomaco; nessuno, però, ha il coraggio di dirglielo in faccia, nemmeno il pastore luterano, perché è molto veloce e ne ha già ammazzati parecchi.

Tuttavia ha avuto l'accortezza di farli fuori all'interno della Contea di Fort Benton, dove lo sceriffo Robert Ryan ha sempre chiuso un occhio, anzi due, accecato dalle mazzette di patron Cobb e ingolosito dalla sua bella ciccia grassa.

Sceglie due uomini e lo aspetta con la sigaretta in bocca.

«Portate una carta della regione allo Sceriffo».

«Conosco molto bene questo territorio, signorina».

«Non si direbbe, visto che si è perso.

La sua città è molto più a nord».

«Lo so. Ma il lavoro talvolta mi porta lontano».

La Mitchell si alza dal tavolo, imitata dai suoi scagnozzi.

Uno a destra, l’altro a sinistra.

«Stavolta potrebbe portarla sotto due metri di terra».

«È la fine che faremo comunque».

«Mi sembra nervoso, sceriffo.

Vuole forse impiccarci tutti per una semplice disgrazia?».

«Sarà il giudice a stabilirlo.

Tuttavia non ci sono donne sulla mia lista».

«Lei però è sulla mia!».

BANG

BANG

BANG

«Qualcuno chiami lo Sceriffo!

E l’undertaker...!».

Gli scagnozzi sono andati giù secchi, lei barcolla verso il tavolo, con la sigaretta ancora in bocca.

Ha un bel buco sullo stomaco, che butta fuori sangue e grasso fuso.
Lo sceriffo Jared Maddox non le ha fatto sconti.

Va giù pesante sulla sedia e lo fissa attonita.

Sembra stia aspettando l'ultima cena.

Ezechiel Balm - l’undertaker di Fort Benton - arriva subito, lui non fa mai aspettare i suoi clienti.

Si è portato appresso la bara, ma ne serviranno altre.

«Sceriffo, mi scusi, ma la cliente si muove troppo. Temo non sia ancora pronta.

Consiglio, al momento, un medico o un prete».

«Quanti ne ammazza il segaossa di questo posto?», gli chiede lo sceriffo.

«È il mio principale fornitore».

«Portala via lo stesso, nella tua bottega.

La interrogherò con calma».

«Accidenti, di calma ne avrà eccome, sceriffo.

I miei clienti non fanno rumore.

Mi occorre una mano, però...».

La Mitchell è dentro la bara.

Lo sceriffo Maddox e l’undertaker la usano a mo' di barella per trasportarla fuori dal saloon.

Nel frattempo arrivano il dottore e il prete.

«Per questi serve Balm, chiamatelo».

Layla Mitchell è sul letto dell’undertaker, che avendo una sorta di vocazione per il suo lavoro, ha fatto casa e bottega.

Maddox le sta guardando il buco.

E non solo.

«Tu quella sera non potevi esserci.

Ti avrebbero notato...

Ma di sicuro sai chi ha sparato il colpo...

Dimmelo...

Rischi di crepare, lo sai?».

Layla non parla.

«Vuoi dirmelo o no?», le preme un dito intorno al buco.

«Ahh…!».

«Sceriffo…!», l’undertaker fa capolino nella stanza.

«Il figlio… di Cobb… ».

«C’è un vecchio farmacista da queste parti, Ezechiel?».

«Niente del genere, che io sappia».

«Uno stregone indiano, un brujo, ci sono i Crow da queste parti, sulle Badlands…».

«I miei clienti hanno il viso pallido, sceriffo; molto pallido».

«Accatasta un po' di legna marcia sul retro della bottega, allora: devo chiamare qualcuno.

Tu stai buona, hai parlato abbastanza».

In quel momento Maddox intravede la canna di una colt che fa capolino dalla finestra…

Rovescia di scatto la branda ed estrae.

BANG

BANG

Un bandito ha cercato di zittirla, ma l’ha beccato.

BANG

BANG

Ferito, sta cercando allontanarsi, ma lo sceriffo lo fa secco con due colpi alla schiena.

È lui la Legge.

«Fermo!».

E quello obbedisce.

Comunque è la conferma che non gli ha mentito: è coinvolto in prima persona il figlio del capo.

Balm fa di nuovo capolino nella stanza - stavolta molto prudentemente - per capire cosa sia successo.

«C'è un tale fuori dalla finestra che moriva dalla voglia di diventare tuo cliente.

Scontagli il trasporto».

Lo sceriffo sta rimettendo a posto il letto.

La Mitchell è stata scaraventata a terra, ma non ha riportato troppi danni.

«Spiacente per il disagio, ragazza. Ma almeno hai conservato un filo di buccia.

Una volta con i Crow mi è andata bene, ma non posso prometterti nulla.

So solo che così non ne hai per molto».

Annuisce debolmente.

«Hanno veleni molto potenti, che inducono un sonno profondissimo.

Se il sangue si ferma, l’emorragia si ferma, è un principio semplice.

La ferita andrà lentamente a posto, con un po' di fortuna...

Ezechiel, tu le terrai la mano.

Non devi lasciarla mai. Nel profondo sonno, vicina alla morte, avrà bisogno di un contatto con la vita.

Non prenderla anzitempo per una delle tue clienti».

«Conosco il mio mestiere, sceriffo.

Ma cercate di salvarla solo per impiccarla?».

«Non essere drammatico.

Non ha commesso delitti all'interno della mia giurisdizione. E nello spararmi ci ha rimesso lei.

Per me il discorso è chiuso.

Vado ad accendere la miccia, Ezechiel.

E a procurarti un importante cliente».

«Sapete che vi dico, sceriffo?

Dovreste passare più spesso…».

«Non lamentarti. Con il tuo mestiere i clienti non mancano mai.

Ma conserva la bara di Layla per un altro giorno».

CESSA IN GIALLO

contro

SBOTTONATA ROSA

di Salvatore Conte (2024)

La corsara era rientrata nella sua lussuosa cabina - nel castello di poppa - dove oro e porpora la facevano da padroni. Era il suo habitat naturale.

ll suo vascello, lo Squalo di Haiti, incrociava al largo di Cuba.

In lontananza era ancora visibile il fumo rilasciato dal brigantino della Sbottonata Rosa: soltanto un'ora prima, tra le due navi infuriava la battaglia.
Nessun pirata s’era arreso: sapevano che Layla Dakmak non faceva prigionieri.
La Cessa in Giallo era a capo di una variegata ciurma di tagliagole, per lo più composta da arabi, negri e indigeni.
Layla non era una corsara come tanti altri, perché non aveva licenze di comodo da parte di nessun monarca; combatteva solo per sé stessa, ma aveva vincolato i suoi a un patto: nessuna spartizione del bottino, le ricchezze accumulate avrebbero finanziato un ambizioso progetto.
Ecco perché, anche senza licenza, era per tutti una corsara e non una semplice pirata; e corsari, di conseguenza, erano chiamati i suoi uomini.
Un superstite della recente battaglia, in ogni caso, c’era; e si trattava del capo dei pirati, la Sbottonata Rosa, lasciata in vita per offrire un macabro rituale ai pendagli da forca dello Squalo di Haiti.
La prigioniera era legata all'albero maestro del vascello.
Ancora qualche minuto e la Cessa in Giallo avrebbe combattuto a morte contro di lei.

Era un rito, necessario per mantenere il controllo dei suoi uomini.

Ma era anche un gioco, un gioco molto pericoloso, che le metteva il fuoco addosso.

Negli assalti, infatti, Layla mandava a morire i suoi corsari, rimanendo nelle retrovie. Era molto abile nel preservarsi, ma non tanto per mancanza di coraggio, quanto piuttosto per il valore inestimabile che si attribuiva: chi altri avrebbe potuto prendere il suo posto, nel caso fosse mancata?

Non aveva tutti i torti, in fondo.

Pirati e corsari se ne trovavano in abbondanza; e le belle donne non erano rare. Ma una come lei, nata per dominare, bella come nessuna, e fin troppo audace nei suoi progetti, non si sapeva dove andare a cercarla.

Prima dei duelli fatali che si tenevano sulla sua nave, le vittime designate venivano drogate, in modo che lei non corresse troppi rischi nell'ammazzarle davanti alla sua ciurma.

Sfrenatamente ambiziosa, con le immense ricchezze accumulate in anni di corseria, meditava di fondare un suo regno e si diceva che il sito prescelto si trovasse sulla misteriosa isola di Haiti; altre voci parlavano delle grandi paludi del continente, là dove gli alberi stavano in acqua; e anche gli alberi dello Squalo stavano in acqua, dopotutto.

L’intero equipaggio si era raccolto sul ponte per godersi lo scannamento. La partecipazione di un'altra donna rendeva lo spettacolo ancora più eccitante.

Layla sapeva cosa offrire ai suoi uomini, e benché la sua avversaria non fosse per niente male, non temeva confronti.

Sapeva di essere la numero uno. Sempre.

Eccola…

Stava arrivando.

Layla indossava il solito camicione giallo, scollato a cuneo e stragonfio del grosso seno, come la vela maestra con il vento da prora.

Scosciata e scoppiata, con il fisico sfondato da tanti eccessi, 50 anni pesanti e tanta ciccia: Layla non faceva mistero di essere una grossa cessa, anzi ci teneva a mostrarlo, a cominciare dalle navigate poppe, per finire a tutto il resto, suggellato da un sorriso sardonico da vecchia mignottona.
Sapeva bene come incantare la sua feccia.

Di fronte a lei, legata all'albero, c’era la sua avversaria: Anna Frazer.

Si trattava di una donna ben fatta, sebbene anche lei grassotella; avrebbe combattuto nel suo tipico camicione rosa quarzo, sbottonato fino allo stomaco.

«Sbottonata Rosa... sei pronta a combattere per la tua vita?».

Anna la fissò dritta negli occhi: «Perché dovrei farlo? Sono morta in ogni caso».

Layla era preparata: «Oh, sì... probabilmente lo sei. Ma non ti alletta l’idea di scannare la famigerata Cessa in Giallo?».

«Sì, questo mi alletta molto…».

«Bene».

Le girò intorno e la sciolse dai legami.

«Una daga e una sciabola alla Sbottonata Rosa!», tuonò la Dakmak.

L’attesa era finita, lo scontro a morte cominciava.

CLANG

CLANG

Le sciabole facevano scintille.

Ma per il momento erano solo schermaglie.

Layla aspettava che la droga sciolta nell’acqua della prigioniera allentasse i riflessi della sua avversaria.

CLANG

CLANG

La Frazer, però, era tenace, reggeva bene i colpi e non rinunciava a qualche pericoloso affondo.

Un lampo di nervosismo balenò sugli occhi neri di Layla Dakmak.

La piratessa non si piegava e sembrava immune agli effetti della droga. Forse l’adrenalina dello scontro, l’eccitazione di lottare per la propria vita, la stazza, le facevano compensare tutto il resto. Forse i suoi uomini avevano sbagliato dose. Forse l'avevano sbagliata apposta. C'è sempre un traditore nell'ombra.

La paura partoriva mostri nella sua testa.

CLANG

CLANG

I colpi si fecero più pesanti, la sciabola faceva perdere lucidità, se impugnata troppo a lungo.

Layla provò a risolvere lo scontro, affondando decisa, ma la Frazer riuscì a scartare di fianco con insospettabile agilità.

Qualche mormorio di delusione, e anche di preoccupazione, cominciò a serpeggiare fra i membri dell’equipaggio; senza trascurare qualche segreto impulso di ammirazione per la tenace piratessa.

Layla era una bella donna, ma non la combattente che voleva far credere. E loro lo sapevano.

CLANG

CLANG

Lo scontro stava durando fin troppo e Anna si faceva sempre più aggressiva; Layla decise che era il momento di farla finita.

Non vedeva l'ora di affondare la sciabola nel pingue ventre della Frazer e di vederla gemere mentre crepava abbracciando la mortale ferita, lottando per estrarre gli ultimi respiri dal proprio cadavere, rimanendo infine con la bocca orrendamente spalancata, come un pesce fuor d'acqua, lasciando tutti - lei compresa - con il fiato sospeso, in attesa di un ultimo sussulto della Sbottonata Rosa.

Fu così che la corsara moltiplicò gli sforzi per ridurre all’impotenza la pericolosa rivale.

CLANG

CLANG

Le sciabole si sbarrarono l’una contro l’altra, determinando uno stallo.

Fu allora che la Frazer seppe cogliere l’attimo.

SZOCK

Ambidestra, estrasse fulminea la daga e colpì!

Un attimo dopo, l’intera lama era sepolta nel ventre della Cessa!

«Oughh…», Layla sentì insieme il freddo gelido del pugnale e un fremito di panico che dalle budella le salì in gola: stavolta, dopo tante vittorie, era toccato a lei...

La fortuna l’aveva abbandonata.

Spalancò la bocca, costernata, senza avere il coraggio di guardare né i suoi uomini, né la sua avversaria.

Subito dopo lasciò cadere la sciabola. Impossibile reagire con quella daga in corpo: l'aveva raggelata.

Se trapassata dalla sciabola, avrebbe potuto salvarsi, ma la daga era devastante. Non perdonava.

Nonostante l'euforia, Anna intuì che il lavoro andava finito; Layla si sarebbe aggrappata alla vita, bisognava impedirglielo: strappò la daga dalla pancia della corsara, ma solo per affondargliela dentro un'altra volta, con ancora più forza e cattiveria!

SZOCK

«Urghh…», Layla si ingobbì in avanti, con occhi increduli e frastornati, costretta ad accettare il colpo di grazia della Frazer.

Il suo ambizioso castello di sogni stava crollando miseramente.

Si sforzò subito di sapere.

Gli occhi della Cessa strabuzzarono dalle orbite, atterriti, quando capì che i colpi erano mortali, che la piratessa cicciotella l'aveva fatta fuori!

E ancora non la tirava via...

Anzi, la fissava crudelmente negli occhi...

E gliela rivoltò dentro!

Occorreva forza per farlo.

Layla spalancò la bocca per l'indicibile dolore.

La Frazer aveva infierito come la consumata tagliagole che era!

Soddisfatta, si decise - finalmente - a tirar fuori la maledetta lama dalla sua pancia!

Le aveva regalato una brutta morte.

Uno squalo più cattivo di lei l'aveva fatta a pezzi!

Le mani di Layla corsero disperate a reggersi le budella, temendo a quel punto che la morte potesse arrivare fulminea.

E intanto guardava ansiosa la mano di Anna, che avrebbe potuto colpire ancora.

«Hai vinto... basta... ti prego...», supplicò senza ritegno, sputando più sangue che parole.

La Frazer si era divertita abbastanza.

Avrebbe sofferto prima di morire.

La corsara, benché scannata, non appena vide abbassarsi la daga, si lusingò di essere ancora in piedi, intravedendo una possibile via di scampo; accentuò quindi la pressione delle braccia intorno al ventre, tentando disperatamente di contenersi le budella.

Layla era troppo ambiziosa e piena di sé per rinunciare a tutto.

Come niente fosse, piegata in due, barcollò verso la porta che portava sottocoperta, dove dormiva la ciurma.

Si ritirava.

Accettava il declassamento, ma non di perdere la vita.

Qualcuno dei suoi l'avrebbe raggiunta nelle budella dello Squalo e l'avrebbe curata.

Si sfilò il cappello e lo lasciò cadere a terra. Ora apparteneva ad Anna.

C'era quasi.

Poteva salvarsi.

Si illuse di potercela fare.

Ma le gambe non la sostenevano più.

Cadde in ginocchio, lo sguardo deluso, ma ancora ambizioso, che guardava la porta, come se le sbarrasse la salvezza.

Si fece cadere in avanti e cominciò a strisciare sul ponte, come una serpe, spingendo solo con le gambe, le braccia sotto il corpo.

Aveva ancora la forza di stringersi le budella, cercando con ciò di arginare la perdita di sangue, ma il respiro si era fatto sinistramente gutturale.

Layla boccheggiava come uno squalo spiaggiato.

La situazione stava per precipitare.

La corsara era stata sventrata come un grosso pesce.

Languiva agonizzante sul ponte della sua nave.

Stava perdendo il controllo, malgrado cercasse ancora - a tratti - di reagire.

Era dura a crepare.

Per questo Anna non le aveva lasciato scampo.

Layla sentì arrivare la fine, ma non voleva morire; si era illusa di aver fatto un buon lavoro fino a quel momento, evitando altri colpi e riuscendo a trascinarsi a un solo metro dalla maledetta porta: sarebbe rotolata giù per gli scalini e di sotto qualcuno l'avrebbe soccorsa; si sarebbe scaldata con del rhum e le avrebbero tamponato come si deve quelle brutte ferite; alla fine, una come lei si sarebbe salvata.

Sorretta dalla forza di volontà, ebbe uno scatto improvviso, riuscì a coprire l'ultimo spazio che la separava dalla porta e ad allungare il braccio verso la maniglia.

La sfiorò per un attimo.

Ma subito dopo ricadde pesante a terra.

Gli occhi spaventati vagarono storditi: aveva fallito.

E non c'era tempo per riprovare...

Spalancò la bocca, ma le mancò lo stesso l'aria.

Due attimi dopo gli occhi si fissarono sul nulla... le pupille fisse e inespressive di uno squalo appena infilato da dieci arpioni.

La bocca rimase spalancata.

L’agonia era finita.

Layla era crepata attaccata alla porta, inseguendo la sua ultima illusione.

Nei suoi occhi vitrei tutti potevano leggere la tragica delusione per aver sperato invano di poter sopravvivere allo scannamento.

I compagni rimasero interdetti nel vedere la Cessa in Giallo morta ammazzata sul ponte della sua stessa nave.

In due fecero per avvicinarsi; sui loro occhi c’era la stessa espressione perplessa rimasta dipinta sul volto di cera di Layla.

A quel punto Anna capì che doveva agire in fretta.

E allora gridò all'equipaggio: «Questa nave ha un nuovo Capo!», e per dare forza alle sue parole, raccolse il cappello di Layla e lo indossò lei stessa.

Quindi si rivolse ai due corsari: «Legatela all’albero, in piedi, con le mani dietro la schiena».

L’ordine, malgrado una fugace titubanza, fu eseguito. La Frazer aveva assunto il comando.

La corsara fu legata all’albero maestro, allo stesso modo della Sbottonata Rosa prima del duello.

Lo scambio di consegne era avvenuto.

Layla penzolava in avanti a capo chino, con il bustino inzuppato di sangue e pezzi di intestino che le fuoriuscivano orripilanti dalla pancia.

Anna si guardò intorno superba.

«Questo è ciò che accade a chi mi sfida».

L'equipaggio rimase in silenzio.

La nuova Capitana continuò: «C’è qualcuno che ha da obiettare qualcosa?».

Ancora silenzio.

Anche la filibusta aveva le sue leggi e davano diritto alla Frazer di proclamarsi Capo.

Layla, d’altronde, era ciccia per gli squali, ormai.

Silente nel silenzio, pendeva in avanti senz'anima, come una struttura pericolante, tragica ombra della potente Cessa in Giallo; la testa affossata nel petto come a confessare la propria sconfitta e distruzione, con il bustino che continuava a sgocciolare sangue e le budella meschinamente in vista.

La perturbante solennità della morte, però, unita al richiamo dei procaci seni - quasi fuoriusciti dalla morbida casacchina bianca e leggermente ballonzolanti a causa dell'involontario dondolio - attizzava la nostalgia della ciurma.

«Bene!

Anche lei non ha nulla da dire...

E allora adesso in pasto ai pesci! Avanti…!», la Capitana cercò di essere convincente e di prevenire eventuali resistenze.

Tuttavia meglio non irridere i morti, non porta bene e i marinai più esperti lo sanno.

I corsari stavano sciogliendo il nodo con troppa premura.

«Largo… si fa così!», la Frazer recise i legami con la daga, anche se ci mise più del necessario; aveva i riflessi appannati, la droga - pur in ritardo - stava facendo effetto.

Il corpo crollò pesante sul ponte.

La faccia di Layla, a bocca spalancata, era premuta a terra. La Dakmak aveva vomitato un grosso grumo di sangue, forse a causa del violento impatto contro la tolda.

«Cough… cough…», banali colpi di tosse… ma singolari per un cadavere.

Layla si girò sulla schiena e fissò il cielo con sguardo infantile, tra la sorpresa generale.

«Che cosa…?! Questa cagna è ancora viva...!».

La Frazer, inferocita, estrasse la sciabola e si apprestò a infliggere l'ennesimo colpo alla rivale.

Vedere la Cessa ancora viva, però, aveva rianimato l’equipaggio.

Anche la filibusta aveva le sue leggi e la Sbottonata Rosa aveva smesso di infierire.

Aveva accordato alla sua nemica una morte sofferta.

Ora doveva accettare l'esito della sua decisione: la Cessa in Giallo aveva lottato bene e se adesso aveva un ultimo sussulto, doveva lasciarglielo.

Non era degno uccidere a sangue freddo, lei stessa aveva avuto una possibilità, sia pure annacquata...

Layla, nel frattempo, aveva cambiato espressione: anche lei aveva capito di essere ancora viva.

Mentre Anna mulinava la sciabola per distruggerla definitivamente, barcollando sulle gambe, la corsara lanciò uno sguardo ai suoi.

Subito si ritrovò in mano una pistola.

POW

Armò il cane e sparò.

Sullo stomaco di Anna, quasi in mezzo alle tette, sbocciò un fiore purpureo.

Il fiore della morte.

Le mani, però, rimasero serrate sull’elsa della sciabola, la lunga lama indirizzata verso il petto di Layla.

Crollando rigida in avanti, la Frazer - anche da morta - cercò di spegnere le ultime resistenze della rivale.

La corsara fu tentata di accettare il colpo e farla finita.

La lama stava per abbattersi su di lei, ma all’ultimo momento - lusingata dal gusto agrodolce della vita - si rotolò sul fianco, schivando per un soffio l’estremo affondo della piratessa sbottonata.

«Stupida cagna… sai morire… una volta sola…», l’aspro epitaffio di Layla, mentre si riprendeva il cappello.

«Uhh... erghh... uhhh...!».

Ma anche la Sbottonata Rosa non mollava le cime facilmente.

Con gli occhi fissi al cielo, vedeva la morte, ma estraeva ancora respiri dal proprio cadavere.

Layla era affascinata, quasi ipnotizzata, dalla fine di Anna, da quella grossa carne morta.

Era un cadavere eccellente, con il camicione sbottonato teso allo spasimo dagli strazi dell'agonia.

Sebbene i suoi uomini premessero intorno a lei per portarla via e soccorrerla, la corsara voleva gustare l'agonia della sbottonata fino in fondo, quasi dimenticando la propria.

«Non fatela morire...», ordinò ai suoi, prima di cedere ai compagni e separarsi dalla rivale.

I suoi uomini la trasportarono in cabina, nel suo castello, adagiandola sull'ampio letto.

In quei casi si attendeva che il Capo facesse il nome del proprio successore.

Ma Layla non parlava, limitandosi a tenersi dentro le budella e a vivacchiare ancora un po'.

«Voglio del rhum…».

Beveva. E tanto. Per scaldare il corpo e dilatare la fine.

Stava cercando di mantenere il controllo della situazione, sapendo che quella sarebbe stata la sua ultima possibilità.

Il momento fatale sembrò arrivare quando perse improvvisamente i sensi, piegandosi su un fianco con la bocca spalancata e gli occhi spiritati.

Un’onda di panico attraversò lo Squalo di Haiti.

Si sapeva che sarebbe accaduto, ma ciò non rendeva il fatto meno sconcertante.

Layla, tuttavia, con l’aiuto dei sali, si riprese: era stato un mancamento.

Non era ancora finita, anche se il tempo stringeva.

«È morta...?», nonostante tutto, chiedeva spesso notizie della sbottonata.

«È finita...?», ma non si riferiva a sé stessa, quanto piuttosto ad Anna; si preoccupava più della fine della piratessa che non della propria.

Sapeva di averla ammazzata e temeva che la fatale notizia potesse raggiungerla da un momento all'altro.

Ormai c'era un vincolo tra loro.

Un pericoloso vincolo...

«Tenete il corpo... sulla nave...», immaginandola cadavere, per evitare che finisse ai pesci.

Aveva in mente qualcosa?

«Maledetta cagna… mi hai ucciso... due volte…», mormorò la corsara, fissandosi nel grande specchio della sua bella cabina.

Nessuno del suo equipaggio osò ricordarle che avrebbe dovuto scegliere il successore.

«È stato... solo un momento... sono ancora io… il Capo…», leggendo negli occhi, con la tipica preveggenza dei moribondi. «Chi... ha preparato... la droga...».

«Buck...», risposero in coro. Di sicuro non sarebbe stato lui il successore.

«Ai pesci...».

Cercava di riportare la disciplina, ma tutti quelli che le stavano intorno sentivano salire alle nari un rancido odore di morte.

«Adesso... via tutti... andate... a farvi una sega...

Voi due... rimanete... per passarmi il rhum...».

Beveva per guadagnare tempo, ma quando si rese conto che il liquore, dopo un po', colava dalle budella aperte, se ne inorridì al punto di smettere.

Non poteva salvarsi, ridotta in quelle condizioni.

Si teneva in vita solo con la sua disperata ambizione; una droga molto potente, ma come tutte le droghe destinata a lasciare spazio alla realtà.

Layla fremeva sul letto, impotente, disillusa.

Non poteva far altro che aspettare il momento, tenendolo ben nascosto alla ciurma, facendo loro credere che poteva riprendersi.

Nessuno era degno di lei. Non avrebbe nominato nessun successore.

Si sarebbero scannati fra loro.

Solo Anna lo sarebbe stata, ma anche lei doveva morire.

Sentiva la sua paura, la sua disperata voglia di salvarsi, destinata a rimanere una vana aspettativa.

Avrebbe comandato di raggiungere un porto e di cercare un chirurgo.

Fece chiamare il timoniere e impartì la rotta.

Ogni tanto si scostava di dosso le spugne di mare che assorbivano il sangue e si guardava le budella scoperchiate.

«Quella cagna... m’ha scannato… ma ci sa fare...», i due rimasti accanto a lei avevano ormai capito il gioco, ciascuno interpretandolo a suo modo.

Andò avanti così per un po’, dimenandosi sul letto, boccheggiando come uno squalo spiaggiato.

«Ho ancora... il controllo…», diceva ai suoi, mentre crepava.

D'improvviso si ritrovò senza respiro e con le gambe bloccate.

Rantolò rabbiosa cercando di riprendere fiato, non voleva saperne di mollare.

Aveva lottato duramente per tutta la vita, non poteva buttare via ogni cosa.

Con il sangue che le colava da entrambi gli angoli della bocca, continuò a rantolare, raccogliendo un filo di fiato per mantenersi in agonia.

I compagni presenti erano costernati.

Uno di dei due, infastidito dalla scena, uscì dalla cabina, riversandosi sul ponte: «Layla è morta. Basta. È morta».

Presto fu raggiunto dall'altro, molto più vecchio: «Calma! Calma...».

Ne chiamò un altro con sé.

Ma non biasimò il giovane, aveva ragione.

«Non... è... ancora... arrivato…», la prima cosa che ascoltarono da Layla.

Doveva riferirsi al momento fatale.

La notte si protraeva lenta, attraverso gemiti estenuati, mormorii d’attesa e sinistri scricchiolii di fasciame.

L’intera ciurma e forse lo stesso Squalo agonizzavano con lei.

Il vecchio corsaro, uscito dalla cabina, fu avvicinato dal compagno più giovane.

«Perché non dici a tutti che è finita?».

«Perché... è come uno squalo... ma respira anche sulla terra...

Guarda laggiù… vedi quelle luci? Quello è Port au Prince.

E laggiù troveranno molto più di un semplice chirurgo...».