Un gladio per AnnA AgrippinA AugustA
UN GLADIO PER ANNA AGRIPPINA AUGUSTA di Salvatore Conte (2024)
Gli occhi di Agrippina indugiavano sul papiro. Il figlio la invitava al Miseno.
L'Augusta indossava una tunica gialla con borchioncini centrali, allentati fino allo stomaco. Il fisico era ormai quello di una cessa, nel linguaggio delle taverne imperiali, pur rimanendo bono e prestigioso. Insieme a Messalina e a Poppea, Agrippina formava il Triumvirato delle zoccole imperiali. Però doveva stare attenta, perché la pancia morbida di ciccia era un richiamo irresistibile per qualunque gladio.
La Sborchiata. E hanno ragione. Probabilmente pagherò per questo. Ma i Vati insegnano a cogliere l'attimo, che è un cazzo o una fregna, molto spesso. A me Petronio piace moltissimo; come autore, intendo». Mentre si preparava a partire, Agrippina si confidava con un Senatore. Nerone era sessualmente pazzo di lei. Adorava le zinne grasse della madre e la tunica sborchiata che le metteva in evidenza. Gli piaceva infilarle dentro di tutto, anche cose grosse e dure.
Dopo il banchetto dedicato a Minerva e i saluti di rito, il figlio la fece accompagnare via mare alla villa di famiglia, presso il Lago Lucrino. Un naufragio con il mare piatto: una circostanza davvero insolita, ma per Nerone il teatro non doveva ispirarsi alla realtà. Era creazione libera. Per questo il tetto del baldacchino collassò senza causa apparente e nella nave si aprì una falla anche se non avvenne alcun urto. Tuttavia Agrippina era scesa dal letto proprio in quel momento. Quanto alla falla, la nave affondava molto lentamente. Ci fu tutto il tempo di calare le scialuppe e salvare tutti.
«Augusta Signora, per dove dobbiamo remare?»,
chiese lo schiavo. Agrippina aveva deciso di raggiungere comunque la propria villa. Nascondersi tra la plebe di Puteoli le sarebbe giovato a poco: la sua presenza non poteva passare inosservata e qualcuno l'avrebbe tradita. Tanto valeva contare solo su sé stessa e sul proprio fisico.
Nerone intanto era avanti con i tempi, perché già gli era pervenuta notizia del
successo dal labbro di Aniceto, Ammiraglio della flotta, preoccupato dell’ira del Principe e
troppo fiducioso nell’opera di Nettuno. La madre era morta, colpita alla testa
dal crollo del tetto, e sommersa dai flutti con tutta la nave. Il Prefetto del Pretorio già una volta almeno aveva salvato la vita di Agrippina. Già una volta almeno era stato accusato di complicità con la cospiratrice. Non poteva più opporsi, anzi gli era stato vietato di opporsi. E doveva egli stesso offrirsi al crimine.
Ma disse che era pericoloso istigare i pretoriani contro i membri della
Casa imperiale, e che - se l’avesse fatto lui, da solo - sarebbe stato un
pessimo esempio per loro tutti. Alla fine fu scelto un gruppetto di pretoriani liberi dal servizio, che avrebbero agito di loro iniziativa, per zelo nei confronti dello Stato, prescrivendo il suicidio alla cospiratrice.
Agrippina viveva l'ansia fatale del momento, ma rimirandosi sborchiata e toccandosi le zinne, ritrovò l'innata sicurezza. Ripensò alle sue scenate con Burro e Seneca: facevano finta di odiarsi, ma piaceva molto anche a loro, e non avrebbero avuto il coraggio di farla fuori. Se poi le avessero imposto il suicidio, aveva già in mente un trucco. Nel caso la situazione fosse precipitata, fondamentale era limitare i colpi, cadendo subito a terra, o crollando sul letto. Conosceva un sistema per compensare le emorragie. In ogni caso, non sarebbe rimasta uccisa. Era troppo importante per morire. Non sarebbe finita come una zoccola qualsiasi. Agrippina era contenta di sé e si piaceva molto, anche adesso, matura e ingrassata. Era probabile che - pressati dal figlio - Burro e Seneca l'avrebbero uccisa con un colpetto di gladio nello stomaco, senza infierire, per punirla duramente, ma lasciandole aperto un piccolo spiraglio, nel caso ci fossero rimpianti da parte di Cesare. Colpita e lasciata dissanguare, nella disperazione dei suoi sodali, lasciandole il tempo di vedere la morte in faccia. Quando i sicari vanno via, si sente eccitata per essere ancora viva, ha ancora tempo per raggiungere la salvezza. Anna vedeva il suo futuro prossimo. Senza sbagliare. Mancavano solo i dettagli.
«Aspetta! Piano!». SZOCK «Potete stendervi sul letto...». L'aiutò a farlo. «Abbiamo ordine di non infierire. Un solo colpo; nello stomaco; due palmi di gladio; la longa manus del Principe e quella del popolo romano», e mostrò fino a dove arrivava il sangue, alzando la lama, a conferma della regolare esecuzione. «Questo è stato deciso da Burro e Seneca, che vogliono sapere se accettate i termini». «Ringraziali... gnhh... e digli... che sfrutterò... l'occasione... gnhh...», a pancia in giù, con la faccia schiacciata sul lenzuolo e la bocca deformata dall'agonia, sputando sangue a ogni parola. «Un attimo...!», prima che il pretoriano se ne andasse, Agrippina lo chiamò a sé. Si rivoltò supina, esponendo l'ampia scollatura della sottile tunica sborchiata, che le cadeva perfetta sulle zinne imperiali. «Come ti chiami...». «Valerio». «Ora... che hai fatto... gnhh... il tuo lavoro... dimmi... se ti piaccio...». «Per me siete la migliore del Triumvirato, ma ho dovuto farlo». «Toccami le zinne... Valerio... Caronte mi tira per i piedi... gnhh... due palmi sono tanti... mi hai sfondato... gnhh... ma sei un bel ragazzo... io... ti farò Prefetto...». Il pretoriano non se lo fece ripetere: calò le mani sulla tunica di Agrippina e le strizzò le zinne, trattenendosi a stento dal lasciarsi andare, quasi impazzito di fronte alla Sborchiata agonizzante. Però fu lei a pretenderlo: «In bocca... presto... ho bisogno di sangue... Due palmi... gnhh... il tuo... e quello... del popolo romano...».
Non appena il sicario si congedò, tutti gli schiavi e le ancelle si strinsero intorno ad Agrippina con ogni sorta di sussidio. C'era tanta disperazione fra loro. Il gladio non perdonava, lo sapevano bene. Nonostante qualche piccolo privilegio, non le avevano lasciato scampo. Il ferro piegò in fretta anche una come lei. Sprazzi di lucidità si alternavano alla perdita dei sensi. «Maledetti... mi fanno soffrire... gnhh-gnhhh... Se mi blocco... voglio... un pugnale... in gola... gnhh...», Agrippina scherzava col fuoco. Le sue parole furono tragicamente profetiche. L'Augusta rimase con gli occhi fissi e attoniti, la bocca aperta come quella di un pesce spiaggiato. Gli altri tutti a guardarla, sperando di intravedere uno spasmo, mentre la notizia schizzava impazzita... con Agrippina che sembrava morta... il gelo calava sui presenti... occhi fissi su occhi fissi... Nessuno aveva il coraggio di dire che era morta. Si sperava ancora, con il fiato sospeso. I presenti sembravano esserci rimasti secchi, insieme a lei... «Padrona...», il mormorio che le veniva rivolto; mani le sfioravano lo stomaco, cercando di portare calore sulla ferita; mani le scrutavano il volto, alla ricerca di una reazione ormai impossibile. Eppure il braccio scattò! Afferrò, mortalmente disperato, il polso dello schiavo! Agrippina reagiva!
«Erghh...», dopo aver vomitato un grumo di sangue, la
Sborchiata non fece uscire una parola, anche un alito più del
necessario poteva costarle la vita.
Appariva ormai certo che Agrippina avesse la presunzione di beffare il figlio, dimostrandogli di saper reggere l'urto di un gladio, cosa che a lui non sarebbe riuscita...
Sono viva, ci provo. Noi tre... il Triumvirato più potente... Vi aspetto, allentata... la Sborchiata Dettata la breve lettera, Agrippina si richiuse in sé stessa, con i freni tirati al massimo, stretta nella sua feroce determinazione di tirare avanti il più possibile, anche con lo stomaco diviso in due. La verità era al momento tenuta nascosta al Principe. Per Seneca e Burro, Agrippina aveva pagato abbastanza: stava a lei giocarsela con il destino. Ma il pensiero che fosse in fin di vita, li faceva tremare. Riusciva ancora - anche in limine mortis - a far pesare l'arrogante perfezione che incarnava ed esibiva. Seneca e Burro erano già a cazzo duro, e boccheggiavano come la stessa Agrippina in quel momento.
La sborra rese quasi illeggibile il papiro. Avevano passato le ultime ore nel timore di ricevere la clamorosa notizia dalle loro spie. Chiedevano continui aggiornamenti sulle sue condizioni, nella speranza che l'Augusta non si facesse sorprendere dalla morte. Come se non bastasse, Nerone voleva vedere il corpo della madre. Gli era stato raccontato da Seneca, forse con un eccesso di vena letteraria, che la madre aveva accettato il suicidio come riparazione del suo crimine, e - preso un cuscino per non vedere da vicino l'arma - si era fatta dare un pugio; quindi si era piegata sul ferro, ma senza la necessaria forza; perciò una guardia l'aveva spinta da dietro, finché la punta del pugio non le era spuntata dalla schiena, uccidendola. «Mia madre è troppo grassa per essere trapassata da un pugio... E poi il cuscino crea spessore: è evidente che intendeva salvarsi attraverso questo stratagemma! Io la conosco!»; purtroppo per Seneca, Nerone era un critico attento delle sceneggiature altrui, sebbene molto indulgente verso le proprie. Seneca aveva aggiunto che la violenta spinta da dietro della possente guardia, le aveva compresso l'addome, consentendo al pugio di fuoriuscire dalla schiena, dopo aver completamente sezionato il cuscino e le budella della madre. Messa così, funzionò un po' meglio. Nerone apprezzò la storia e per il momento troncò il discorso; ma, successivamente, era tornato alla carica per sapere cosa ne fosse stato del languido corpo e quanto c'avesse messo a crepare... e quali fossero state le sue ultime parole... «Nessuna, è morta sul colpo, mio Principe. Il cadavere è stato cremato subito, per evitare scandalose adulazioni»; Burro aveva raccolto tutto il suo coraggio e aveva dato una mano a Seneca: quando c'è poco da dire, è meglio che a parlare sia il meno eloquente. «La tunica... nel momento di morire... se l'era finalmente chiusa, quella zoccola?». Dopo un rapido cenno d'intesa con Burro, era stato Seneca a chiudere il discorso: «No, è morta come ha vissuto, cercando di suggestionare le guardie, con le borchie allentate. Ma il ferro se l'è preso tutto, fino in fondo», con un velato doppio senso, che era sicuro avrebbe eccitato Nerone. «Bravi...», un accenno d'applauso, come a teatro, e lo sguardo che cambiava velocemente. Il Principe si ritirava con i suoi liberti. Forse, nella sua lucida follia, era quello che più di tutti credeva nella madre e nella sua rara capacità di adattarsi a ogni situazione.
«Può anche darsi che io scriva un dramma per raccontare la sua morte ai Romani... Aggiungerò qualche dettaglio, spero non vi offenderete... Ho già qualche parola in mente...». Mentre moriva, rimpiangeva che il Sommo Figlio non fosse lì a vederla, sborchiata per l'ultima volta. Il trucco del cuscino non era riuscito. Ora cosa avrebbe inventato? Il ferro le era finito dietro la schiena, benché non fosse certo magra. Nessuno aveva il permesso di soccorrerla, perciò rimase a pancia sotto, sopra al cuscino stesso, con il grosso culo in fuori. La paura era tanta, d'altronde lei stessa si era suicidata, chi poteva incolpare del crimine? Accadde per questo motivo qualcosa di orribile, che colpì molto i presenti (guardie, amanti, schiavi e squallidi curiosi). La nobile Agrippina si pisciò sotto, anzi - a causa della sua anomala posizione e degli spasmi d'agonia che le avevano sollevato la tunica sopra il culo - spruzzò di augusto piscio tutto intorno, generando panico, ma anche libidine. Poi fu la volta di un'imperiale cagata. La paura di morire era troppa. Gli schiavi guardarono supplici le guardie, per capire se almeno questo potessero farlo. Il disgusto nel volto dei valenti armati non lasciava adito a dubbi. Gli schiavi ripulirono la merda e il culo di Agrippina. Se poi indugiassero troppo a lungo, questo neppure a Calliope è dato sapere... La madre del Sommo Figlio aveva la faccia schiacciata sul letto, rivoltata da un lato, con gli occhi fissi a guardare Caronte che veniva a prenderla. I presenti si chiesero se un cadavere potesse cagare. «Vi prego... gnhh... solo... un po' d'acqua... gnhh...», un drammatico appello squarciò l'aria pesante d'attesa. Una guardia annuì con un breve cenno del capo. Agrippina bevve da una scodella, come la cagna che era. «Ho fallito il colpo...», si affrettò a dire, ristorata. In realtà, vistasi perduta, lanciò l'ultimo dado. Mandando un rantolo, si rivoltò supina, facendo cadere il cuscino dal letto, in modo che le zinne tornassero visibili. Fece cadere nel vuoto un braccio, l'altro se lo teneva intorno al pugnale con cui si era uccisa. Voleva mostrarsi il più possibile disperata e zoccola. Sperava ancora che qualcuno la salvasse. Con gli occhi fissi al soffitto e la bocca spalancata, come quella di un pesce che - ingannato dalla marea - finisce intrappolato su una spiaggia, biascicò queste parole, sputacchiando sangue in giro: «Non voglio morire... cough... respingo il suicidio... ahh... chiedo perdono al Principe... ohh... accetto l'esilio.... hh-hhh...». Agrippina boccheggiava. C'era un clima di pesante attesa intorno a lei. Ma la sciagurata voleva salvarsi a tutti i costi, perché allungando il braccio, si tastò la zinna, con grave scandalo dei presenti. Agrippina si aspettava di essere soccorsa da un momento all'altro. «Tu... bel giovane... cough-cough...», parlare le costava molto, «non vorrai... farmi morire... hhh-hh...»- La madre del Sommo Figlio, a sua volta Padre di tutti i Romani, si era rivolta a una guardia, sperando di trovare aiuto. Ormai aveva ceduto al panico e si aggrappava a tutto. «Vieni... ho poco tempo... cough... corri dal Principe... hh... e digli... che la madre... oh... vuole vivere... e se viene da lei... hh-hhh... la troverà... ancora... vi...vhghh...», quest'ultima parola le si strozzò in gola. L'arroganza di Agrippina era stata punita. L'ultimo tentativo era andato a vuoto. Tutti erano con il fiato sospeso, mentre cercavano di capire se fosse morta. Lo spettacolo era finito? Pareva di sì. Gli ultimi appelli di Agrippina erano caduti nel vuoto. Nessuno avrebbe mai fatto torto al Principe. Solo lui avrebbe potuto salvare la madre. Ma se pure una guardia, suggestionata dalla sua sofferenza, fosse corsa da Cesare per avvisarlo e partecipargli la richiesta della madre, ebbene... sarebbe stato troppo tardi! Agrippina aveva esaurito i trucchi. «Hh-hh... hh...», riusciva ancora a rantolare, ma si era arresa. I presenti trattenevano il fiato. Era finita. Non aveva trovato scampo. Forse per non farsi vedere mentre moriva, Agrippina ebbe la forza di girarsi su un fianco. Occhiate interrogative serpeggiarono tra i presenti. Agrippina non dava segni di vita. Una guardia intuì che occorresse una prova.
Infilò la retropunta di un pilum nel culo
dell'Augusta.
Agrippina aveva ritrovato un po’ di fiato e
tornò a sperare. «Se lo tolgo, sarà peggio. Ma se è questo che volete...». Il pretoriano estrasse il pugio dalle budella di Agrippina. Lei spalancò la bocca e mandò un sospiro di liberazione. Lui stesso le tamponò la ferita con i lembi del lenzuolo. «Tenete le mani sopra».
Poi, rinunciando al pompino, rivolse un cenno
agli schiavi.
Durante la navigazione, che in fondo
era anche un viaggio di nozze, sebbene il marito la rifornisse con regolarità
di sborra, la misera Agrippina fu quasi affondata da un
grave mancamento, mentre le budella continuavano a uscirle
di fuori, a causa della tosse convulsa e della tremenda ferita. «Sono soddisfatto di te e di come stai gestendo la situazione, moglie mia», pare che disse, per lusingarla a sua volta. «Ho i freni tirati... cough... e questo... mi fa stare tranquilla... E anche tu... lo sei... Noi due... sappiamo... cough... che saro curata... ohh... e che tornerò... al potere... cough... nessuno... può togliermi dalla scena... ohh...». Agrippina continuava ad alimentare le proprie illusioni, incapace di accettare il destino, che pure le mandava segnali precisi. «Adesso, però, Potentissima Augusta, stai attenta a non farti sorprendere, non abbassare la guardia... il viaggio è ancora lungo...», Marco ricambiò l'arroganza della moglie con una velata minaccia e un triste gioco di parole. Non era l'ingenuo che Agrippina pensava. «Dubiti di me... Marco...?». «No, io credo in te, Agrippina. Ma un pugio ti è uscito dalla schiena... e pezzi di budella dalla pancia...». Infatti, nonostante tutti gli sforzi della donna, sempre attenta a cogliere ogni segnale della fine, un mancamento agghiacciante, e quasi improvviso, colse l'Augusta Sborchiata poco prima dell’approdo in Corsica! Tanto da lasciare migliaia di curiosi in attesa sulla riva. Calliope ha taciuto sulla sorte degli ultimi rantoli. Ha taciuto se Agrippina abbia crudelmente trovato la morte prima di aver messo sull'isola, dopo aver pensato di averla ormai fatta franca. Ha taciuto se Agrippina viva ancora, nascosta nell'interno, sognando di tornare al potere, prima di farsi troppo vecchia. Non sempre al Vate è dato dissipare la nebbia delle Muse!
Se il fato è potente, il
dubbio
lo è di più! E tutto questo per un umile pugio affondato senza timore reverenziale nelle imperiali budella e mal digerito dalla vecchia zoccola!
«La ferita non si rimargina. Agrippina soffre di continue emorragie». «Anche se costretta a governare Roma con lo stomaco diviso in due, il potere sarà diviso in tre».
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