La Mummia colpisce ancora

Inutile fuga

Avanti, c'è spazio

Pallottole e Pupe

ZTL tragica alle Cisternole

Zombi-Cessa incassa e ammazza

La Minotaura

LA MUMMIA COLPIsce ANCORA

di Salvatore Conte (2025)

Il caso non è di quelli comuni.
L’Agenzia di Jack Thunder annovera clienti molto particolari. Ciò gli ha consentito di mettere su un po’ di grana e di assumere finalmente una segretaria.
Le cose sono andate come vanno di solito.

Si è presentata al colloquio con una camicetta sbottonata e un sorriso sardonico sul volto da sfinge, nonostante l'età importante.

Layla Boyle ha due divorzi e un passato oscuro alle spalle; gli ha nascosto di tirare avanti da un bel po' con un brutto tumore nell'intestino, per non perdere subito il posto, ma questa è stata l'unica omissione benevola.

Sfondata da troppi cazzi, di lusso e non, come donna è finita, ma cerca ancora di tenersi a galla con i suoi camicioni sbottonati da vecchia puttana, gonfiati di morbida carne.

Una volta scoperta, per commuovere il suo nuovo datore di lavoro, ha prodotto tutte le cartelle cliniche: ce l'ha nelle budella, bello grosso, si è allargato parecchio e lei non sa più cosa fare.

Il tumore è aggressivo e le sbarra la strada.

«Cosa pensi di fare?», le chiede, a riguardo, Thunder.

«Non lo so, ho paura; quando ci penso, non riesco a ragionare...», gli risponde, mentre fuma una sigaretta col suo fare da zozza.

«Sei ancora potente, Layla...», lui c'è cascato con tutte le scarpe.

«Me la cavo, ma ho paura...».

La segretaria ha fretta di mettergli le zampe addosso, perché il tempo non gioca a suo favore.

Layla ha un'età importante, anche se riesce a gestirsi e a rimanere nel giro che conta.
Infatti ha conservato uno strano fascino, nelle cui spire è rimasto invischiato proprio il detective Jack Thunder, 20 anni più giovane di lei.

E così, ormai sono soci, oltre che amanti.

«Se mi va male questa Tac, sono finita».
«Siamo a questo punto?».
«Mi ha scavato di brutto, forse sono fatta...», ha voglia di farsi compatire.
«Per quanto abbia scavato… è rimasta tanta roba…», si avvicina con due bicchieri di whisky. «Alla tua vittoria, Layla…».

Il liquore gli fa pregustare il trionfo.
È ormai da un po', infatti, che se la porta a letto.
E benché non tutti la ritengano un grosso trofeo, lui è contento così.
Qualcuno dei colleghi l'ha ribattezzata la Mummia.
In effetti Layla si è imbolsita, ha il sottomento gonfio da vecchia cessa e 20 anni più di lui; non è una storia che possa durare.

Però sembra tenuta in grande considerazione presso i collezionisti della città, in virtù della possanza fisica, della forza di volontà e del prestigio accumulato negli anni.

Le quotazioni sono importanti, e infatti viene costantemente monitorata, benché ormai imbalsamata.

Thunder non saprebbe dare un volto preciso a questi collezionisti, ma di loro ha già sentito parlare, e adesso sente riaffiorare strane voci.

D'altronde Layla è ancora una grandissima puttana, anche con un grosso tumore nella pancia e vari scheletri nell'armadio.
E lui se la gode, senza farsi troppi problemi.

«Hai saputo scegliere, Jack. Non sono finita. E tu lo sai... col tempo la differenza di età non si noterà più.

Non mi farò decrepita, so gestirmi, con me vai sul sicuro...», facendosi sotto, con i suoi modi da stronza.

«Lo so, ma devi curarti, Layla...».
«Ai tuoi amici, invece, piacciono le sciacquette d'oggi. Ho visto come mi guardano. Come fossi una scarpa vecchia».
«Ti guardano così perché vorrebbero metterti le zampe addosso, Layla».
«Basta stronzi, Jack».
«Pienamente d'accordo».

«Se credi in me, durerò molti anni. Non mi lascio andare.

Non sarò mai una vecchia decrepita», con ambiguo presagio.

«Io credo in te, Layla. Dureremo più di loro, più di tutti...».

Gli prende la testa fra le mani e l'accompagna in mezzo alle tette.

«La Mummia colpisce ancora...», mormora a Jack, rivelando una certa vena di humour, per una che è considerata una puttana spremuta, ormai fuori dai giochi.
«Lascia perdere quegli imbecilli...».
«E perché? Le mummie hanno molti poteri...»
«Come te, allora. Va a finire che hanno ragione...».

L'Organizzazione ha subito un ammanco da 10 milioni di dollari.

Un colpo sospetto in una filiale bancaria preposta al riciclaggio.

Così i boss, oltre a sguinzagliare i propri uomini, hanno ingaggiato gli investigatori privati di fiducia.

C'è Jack Thunder.

E c'è anche Luciana Paluzzi, ex attrice di film d'azione, che ci ha preso gusto.

Fra loro non è mancato del tenero.

Entrambi, però, brancolano nel buio.

«Ho una notizia che può interessarti».

«Sputa».

«Non per telefono.

Vediamoci tra mezzora al luna park abbandonato.

Porta gli attrezzi...».

Piove forte sulla ruggine del vecchio luna park, ma i tuoni devono ancora arrivare.

STUMPF!

STUMPF!

Una figura sfuggente, infagottata in un impermeabile scuro, con il cappuccio calzato, ha appena saldato il conto, senza far rumore, a due giovanotti troppo fortunati.

Il terzo del gruppetto c'era rimasto secco all'interno della banca.

I 10 milioni ci sono tutti.

«Tesoro, non mi servi più...».

«No! Maledetta...».

STUMPF!

STUMPF!

L'ex marito merita due colpi tutti per lui.

Barcolla e stramazza addosso a uno dei mostri di cartapesta rimasti disoccupati nel tunnel dell'orrore.

Ora fa parte della scena.

«Metti giù il ferro!

E non fare scherzi, se ci tieni a vivere».

Il luna park non è morto del tutto, perché la giostra del piombo è ancora in pieno esercizio.

«C'è anche Jack?».

«C'è anche lui».

«Te lo sei scopato?».

«Ho già il mio uomo».

«Non dovevi essere da tua sorella, questa sera, Layla?», Thunder la fulmina con lo sguardo.

«Un cambiamento di programma, Jack.

Il tempo di ammazzare il mio ex marito e recuperare 10 milioni.

Non lavoriamo a questo?».

«Dimentichi che conduco io le indagini e che tu dovevi avvertirmi, anche se andiamo a letto insieme».

«Va bene, ho fatto la stronza...

Ma non sono la tua puttana, io e te ci amiamo.

Che vuoi fare adesso?

Farmi sparare da questa troia col suo cannone?

Mi perderesti per sempre, Jack».

«Intanto metti giù il ferro, bambola», tuona Jack. «O ti farai male.

Luciana non scherza».

«Okay, okay... non voglio buchi nella carcassa», la Boyle lascia cadere la pistola.

«In ogni caso i soldi vanno restituiti al cliente».

«Vuoi scherzare?!

Questo è un maledetto mucchio di grano e sai bene che il cliente non è per niente in regola. Ha denunciato un ammanco di soli 200.000 dollari...».

«È gente pericolosa, meglio avere un credito che un debito...

Inoltre hai complicato le cose con la morte di questo idiota...

Arriveranno fino a te».

«Davvero pensi che starò qui ad aspettarli?».

Un lampo crudele le brilla negli occhi.

Nonostante la stazza, ha la prontezza di scagliare un manichino del tunnel contro la Paluzzi! E per pura fatalità si tratta proprio di una mummia...

Layla ne approfitta per sgusciare via dalla fatiscente struttura con la preziosa valigetta nella mano!

L'investigatrice, però, non molla.

La inquadra nella zona dell'autoscontro, un ampio piazzale punteggiato di macchinette incrostate dalla ruggine.

Qualche vecchio lampione funziona ancora. È in grado di colpirla.

«Mi dispiace, Jack».

«Layla, fermati!», tuona da lontano Jack Thunder.

POW

Luciana spara il primo colpo.

È un revolver molto potente, da stringere con due mani.

Il colpo sembra andato a vuoto, perché Layla prosegue la sua corsa normalmente, tra una macchinetta e l'altra, nonostante l'età, la stazza e il grosso tumore accampato da tempo nel suo intestino.

La Boyle è sicura che Jack, in qualche modo, le coprirà le spalle.

La Paluzzi, però, non si commuove ed è un'ottima tiratrice.

E sta per aggiustare il tiro.

POW

Il secondo colpo arriva a segno!

Entra nella spalla, ma la donna di Thunder non sembra nemmeno accorgersene, talmente è decisa a fuggire con i soldi e a salvarsi dalla sedia elettrica.

L'obiettivo rimane la sua auto, nascosta dietro le montagne russe.

«Layla, ti farai uccidere!», Jack prova a fermarla con le parole.

Luciana con il piombo.

POW

Il terzo sparo raggiunge la Boyle in piena schiena!

La donna accusa per la prima volta il colpo, perde l'equilibrio come avesse incespicato su qualcosa e per un attimo sembra destinata a scontrarsi con qualche macchinetta; tuttavia, rimessa in asse dalla sua folle disperazione, riprende a correre più di prima!

POW

Il quarto colpo la raggiunge ai reni!

Per un attimo Layla sembra ignorarlo, ma subito dopo la sua falcata si appesantisce e la donna di Thunder comincia a caracollare.

Cerca disperatamente di riprendere l'equilibrio, come fatto poco prima, ma stavolta è troppo anche per una troia invasata come lei.

Il gioco è finito. A tuonare è solo il cielo.

La Boyle si abbatte contro una macchinetta, spingendola avanti come ai bei tempi: l'inerzia è tale che per qualche momento, caduta con le braccia sul volante, la donna di Jack Thunder riesce a guidare schivando le altre macchine presenti in pista.

POTCH!

Come ai vecchi tempi, però, lo scontro è inevitabile.

Il gettone è finito.

Luciana e Jack sopraggiungono subito.

Layla è rimasta attaccata al volante.

La valigetta è finita sul sedile, se l'è portata dietro fino all'ultimo.

Sull'impermeabile della donna, nonostante il fondo scuro, si notano i tre grossi buchi prodotti dal revolver di Luciana Paluzzi: uno sulla spalla e due in pieno dorso.

La Boyle ha uno spasmo e si rovescia a terra, pancia all'aria.

La collega di Thunder le allenta l'impermeabile, per farla respirare meglio.

Jack è infatti paralizzato.

Layla ha lo sguardo confuso e la bocca spalancata: le manca l'aria, per la gran corsa, e per il polmone bucato dal revolver.

«Apri tutto... troia... ohh...», nonostante la situazione, la donna di Thunder non perde la sua arroganza: sotto indossa il camicione che piace tanto a Jack, già sbottonato fino allo stomaco.

Era tutto studiato per provocarlo in caso di bisogno.

«Ma come diavolo hai fatto a metterti con una stronza del genere?», domanda Luciana, con il dovuto sarcasmo. «Sta crepando e pensa a fare la puttana...».

«Jack...!», Layla chiama disperata, dopo aver vomitato un fiotto di sangue.

«Layla!», la Paluzzi alla fine si commuove, attratta anche lei da quella importante scollatura. «Stai calma... te la caverai... io non volevo...».

«Ho paura... aiutami... cough-cough...».

La Boyle è isterica, sa che è troppo tardi per salvarsi.

«Layla... risparmia il fiato... non perdere il controllo...

Jack farà sparire il corpo di tuo marito, tu verrai ricoverata in una clinica privata, dove non si fanno domande».

«Io... cough... non sento le gambe... ho paura... cough...».

«Layla... toglimi una curiosità da donna... tu lo ami davvero Jack, o ti fa solo comodo?».

«Io... sono sua moglie... cough... il terzo... è quello giusto...».

«Molto romantica...

Comunque lui ti ama sul serio.

E anch'io ho scoperto le tue qualità...», le palpeggia le zinne... scivolando nel camicione sbottonato...

«Le tue... sono più belle... cough...».

«Ma a lui piace la tua aria da troia...

E anche a me... baby...», insistendo sulle zinne.

«Luciana... io sono una puttana... cough... e muoio da puttana... hh... ggh...».

La donna spalanca la bocca e sembra sul punto di crepare.

«Layla!».

La Paluzzi le strizza ancora le zinne; avrebbe dovuto farlo Jack, ma l'uomo è sconvolto e rassegnato.

«Hh... ggh... Luciana... cough...».

«Layla... ti ascolto, cara... parla... parla...!», la Paluzzi vorrebbe farla reagire.

«Fai presto... hh... mettimi... cento dollari... ghh... in mezzo... alle zinne... cough...».

Una richiesta folle, ma nello stile di Layla Boyle.

Luciana non ci mette molto ad accontentarla: apre la valigetta e le infila un pezzo da 100 nel camicione, come si fa con le puttane di lusso.

«Cara, questo centone è per te: te lo meriti tutto, bambola...».

L'importante donna abbassa per un attimo lo sguardo e si morde la lingua, per l'eccitazione, la sofferenza e il rimpianto.

«Cara... ho un'ansia terribile... erghh... come se... cough-cough...».

Come se stessi morendo, Layla?

Luciana non ha il coraggio di sbatterglielo in faccia.

«L'ambulanza sta arrivando. Un ultimo sforzo e poi ti sentirai meglio».

La Paluzzi in quel momento sente una strana puzza e capisce subito, prima che la Boyle metta insieme qualche parola. Non vuole proprio morire.

«Scusami... cough... ma ho paura...».

Layla si è pisciata addosso.

«Il panico può uccidere più di una pallottola, cara.

Pensa ad altro... pensa alle tue zinne... ai tuoi camicioni sbottonati...».

Luciana sa che Layla non farà in tempo a raggiungere l'ospedale, ma non vuole scoraggiarla.

«E se... se io... crepassi... cough... se... non facessi in tempo... cough-cough...», la donna di Jack le ha letto negli occhi.

«Questo non può accadere, baby. Tu non vuoi morire. Hai saputo gestire un cancro terminale, me l'ha detto Jack».

«Ho mentito... io... cough... ho due settimane di vita... cough-cough...».

«Nella clinica dove stai andando curano anche il cancro: sono molto bravi. Ti salveranno». Ormai siamo alle favole per grosse bambine. «Guardati le zinne... Layla!».

La donna abbassa lo sguardo e risponde a tono: «Una... con le mie tette... cough... non può morire...».

«Brava, cara... così devi ragionare...».

Luciana continua a divertirsi con la gran troia che lei stessa ha colpito a morte. La Boyle sta rantolando, al culmine dell'agonia, praticamente già cadavere.

Il quarto della serata.

Sarebbe potuta rimanere all'interno del luna park, nel tunnel dell'orrore, come la Mummia Sbottonata.

«La senti la sirena?

L'ambulanza è arrivata, Layla. Jack ti accompagnerà in clinica.

Non deluderlo».

INUTILE FUGA

di Salvatore Conte (2024)

Anna Frentzen e Nathalie Fadlallah: due socie, due sicarie.

«Ho avuto un contatto con la Spectre.

Provo a entrare.

Mi sono fatta notare.

Sono da Premier League, ormai».

«Non sei più una ragazzina, Anna.

Potrebbe essere pericoloso...».

«È sempre pericoloso. Ma fino a qui ci sono arrivata».

«Lo credo, sei una strafiga, Anna... questo ti aiuta molto...».

Due donne pericolose, certo.

Qualche colpo nelle gioiellerie, una banca ripulita.

Okay... okay... anche alcuni lavoretti per conto di Jack Moreno.

Ma a chi può importare di un paio di troie freddate per disubbidienza?

Lavoretti puliti, in fondo. Due colpi di grosso calibro da una macchina in corsa. E amen.
Eppure Anna e Nathalie stasera hanno qualcuno alle costole.

Una Mercedes nera sta per raggiungere l'auto guidata un po' troppo distrattamente da Anna, immersa nei suoi pensieri e impaziente - dopo una bella carriera - di ricevere un incarico dalla prestigiosa Spectre.

Stump! (d1), Stump! (d2)

Da dietro si spara verso le sue gomme!
L’auto sbanda ed esce di strada!

Anna frena bruscamente, ma vede proiettarsi dinanzi a sé il fusto di un grosso albero...

La distanza è troppo esigua e l’urto inevitabile!

Il muso della sua auto si schianta contro la base del tronco!

Gli airbag fanno il loro lavoro, ma la Frentzen - come al solito senza cintura - sbatte violentemente contro il cuscino d'aria, perdendo i sensi.

La cintura - che passa tra i grossi seni spioventi della Fadlallah - schiaccia invece il torace della libanese, lasciandola senza fiato per un istante.

L’auto è ancora avvolta dal vortice di polvere sollevato dalla frenata; del fumo esce dal radiatore sfondato.

Nathalie cerca di svegliare la socia, scuotendola: «Anna! Dannata troia!»; poi, alzando lo sguardo verso l’esterno, vede l'auto attorniata da quattro puttanelle, armate di pistola.

Proprio stasera che non s'è portata la sua... tranquilla com'era...

Si slaccia la cintura, urlando ancora: «Anna!! Ci ammazzano!!».

Niente da fare.

Apre lo sportello in preda al terrore e scappa verso il bosco, con il seno che quasi le schizza fuori dalla camicia sbottonata.
Una delle quattro ragazze, al cenno di una compagna, comincia a inseguire la Fadlallah.

La sicaria mira verso di lei e spara senza esitare - Stump! (d3), Stump! (d4-1!) - raggiungendola alla schiena: il proiettile le fuoriesce dal petto formando un buco quasi invisibile.

Il colpo la fulmina, bloccandola a braccia aperte e gambe divaricate; con la testa pencolante all’indietro e il fiato mozzato, inarca la schiena.

Nathalie ha lo sguardo sbigottito. Cerca in qualche modo di reagire, ma le gambe si piegano lentamente.

Cade in ginocchio: l’immagine di una sconfitta. Non è durata molto.

La sicaria, con la pistola puntata, cammina a passo rapido verso di lei.

Stump! (d5-2!)

Parte un altro colpo.

Il proiettile, entrando dalle reni, esplode dalla pancia, ma la camicia presenta solo un lieve difetto, una piccola fallatura.

Il suo gemito soffoca nel sangue che le sale per la gola.

Una mano si preme sull'invisibile ferita, lo sguardo si perde smarrito.

Grande e grossa com'è, la Fadlallah non si rivela una buona incassatrice, tenuto conto che le sono arrivate addosso due pallottole calibro 22, insidiose, agili e penetranti, ma non certo devastanti.

Nathalie ha troppa paura di morire.

Dopo qualche fremito, stramazza a terra. Respira annaspando, soffocata nei tremori di un'agonia per ora immaginaria; è disperata, ansiosa e destabilizzata.

Sono lontani i tempi in cui godeva spensierata e si considerava invincibile.

Raggiunta dal piombo, adesso non ride più.

     

Adesso ha paura di rimanere uccisa.

Se quella non si ferma, per lei è finita.

Eppure è stata potentissima.

E crudele.

Ma se rimane uccisa, resta con un pugno di mosche nella mano.

La Fadlallah prova a strisciare, sollevando il culo e muovendo le gambe, come un verme che cerca una spinta. Arrivata a un albero, si avvinghia al tronco, risollevandosi con tenacia. Punta le scarpe a terra e mugolando a più riprese riesce a rimettersi in posizione eretta.

Vuole vivere, vuole salvarsi.

Nathalie ha un fisico bestiale, deve provare a sfruttarlo, a gestirlo, e a controllare con la mente una soffocante sensazione di morte, dovendo pur sapere di non essere una tanto facile da ammazzare.

Aveva molti progetti per sé. A quarantotto anni non si sentiva certo finita.

Era una splendida libanese, molto potente.

La killer la osserva compiaciuta ed eccitata.
Nathalie stringe l’albero come un ultimo amante. La testa le cade all’indietro.

Offrendo alla sicaria lo spettacolo della sua agonia, con voce bassa e gutturale la supplica: «Non voglio morire... ti prego... non ammazzarmi…».

La sicaria, tuttavia, dopo aver liberato il viso dai capelli con un gesto deciso del capo, tende il braccio armato verso di lei.

La preda, ferita e implorante, non rassegnata alla fine, e anche molto bella, la eccita da morire.

Con la mano si sfiora una coscia e, accarezzandosi l’inguine, punta l’arma verso il bersaglio.

Nathalie mormora ancora: «Aiutami... ti supplico... non spararmi...».

E invece, in balia di una irrefrenabile libidine, la sicaria preme il grilletto senza fermarsi.

Stump! (d6-3!), Stump! (d7-4!), Stump! (d8-5!), Stump! (d9-6!)

La Fadlallah è investita da una scarica di proiettili che le crivella la schiena.

Si scuote convulsamente, abbracciando il tronco con tanta forza che le unghie le si spezzano quando, come artigli disperati, si conficcano nella corteccia.

Si sente attraversare dal piombo che le perfora il corpo. Le gambe si stringono come una morsa al fusto dell’albero. Solo la testa resta libera e oscilla a ogni proiettile che la trafigge.

Quando il fuoco cessa, la schiena rimane inarcata e tesa, mentre dalla bocca schiusa il sangue esce a fiotti. Piccole, ma terribili, come piranha.

Stremata, la povera Nathalie scivola lungo il tronco, e per qualche attimo rimane in una curiosa posizione, inginocchiata e contrapposta al fusto, la fronte premuta sul tronco, le zinne a pendolo e le braccia molli.

È una posizione mistica, che rimanda ad antichissimi riti, anche se lei non lo sa di certo.

Il rito si realizza quando due grosse puttane, morenti o cadaveri, si ritrovano inginocchiate e contrapposte, una fronte premuta sull'altra, in un culminante, estatico equilibrio, le quattro zinne a pendolo che si sfiorano tra loro e con la terra.

Poi cede e si rovescia a terra.

Contorcendosi e curvando la schiena, prova a respirare gonfiando il torace.

La killer si inginocchia davanti a lei, e le piazza in mezzo ai grossi seni la punta della canna, rovente di morte.

Ma neanche l'intenso calore riesce a scuotere la Fadlallah: le palpebre tremolanti e lo sguardo offuscato.

Attimi di lucidità e la sua vista sfuocata si fa più nitida, concentrandosi sulla ragazza che le preme la pistola sullo stomaco. La vede palparsi tra le cosce.

Sa che l’orgasmo della sicaria coinciderà con la sua fine e, non appena la ragazza accenna a una smorfia di piacere, Nathalie realizza che le restano pochi secondi di vita.

In un ultimo, disperato sforzo, urla il suo terrore con la bocca piena di sangue: «No! No!!».

«Sei finita... troia!».

Stump! (d10-7!)

È il settimo sigillo.

«Urghh!!», Nathalie è esterrefatta...

Ha trovato la morte!

Niente vie di scampo. Eppure c'aveva sperato fino alla fine...

Il colpo di grazia le attraversa lo stomaco facendola sussultare bruscamente. L’ultimo spasmo la obbliga a sollevare il bacino e a inarcare la schiena. Poi il corpo si distende, la bocca si apre e gli occhi restano spalancati in uno sguardo ghiacciato. Cosi rimane per alcuni secondi: gli ultimi istanti di vita. Scalcia senza volerlo. Infine il suo corpo si irrigidisce, senza più mostrare segni di lotta.

La bastarda che l’ha ammazzata si sfila la mano dalle mutandine e si succhia avidamente le dita.

Prima di abbandonare quel meraviglioso cadavere, schiaffeggia il volto ghiacciato di Nathalie Fadlallah, sussurrando sprezzante: «Ti ho fottuto, stronza!».

Mentre la libanese cerca disperatamente di salvarsi, Anna riprende i sensi, sforzandosi di ricordare quel che è avvenuto.

Pochi secondi e il suo pensiero va alla socia che non è più al suo fianco.

Mette a fuoco lo sguardo e vede tre giovani puttanelle che le fanno cenno di scendere dall’auto. Impugnano delle classiche Ruger calibro 22, da 10 colpi. È un calibro da non sottovalutare, ma che non può mettere troppa paura a una bestia come lei.

La Frentzen non esita un attimo: apre lentamente la portiera, ma l'altra mano se la passa dietro la schiena - sotto il camicione bianco, portato fuori dai pantaloni e sbottonato aggressivamente fino allo stomaco - per afferrare la sua Beretta di grosso calibro, 15 colpi più quello in canna.

È sotto tiro e ogni suo movimento è controllato, ma l'airbag scoppiato la copre abbastanza.

La gamba sinistra spunta dalla portiera semiaperta, il tacco dello stivalone affonda nel terreno.

Una delle ragazze la provoca: «Su, bella... vieni fuori! Che aspetti?».

Anna abbassa il finestrino, solleva di scatto il braccio destro e preme il grilletto un paio di volte - Bang! (A1), Bang! (A2) - facendone fuori una.

Le altre due, allora, iniziano a far fuoco contro l’auto.

Stump! (a1), Stump! (b1-1!), Stump! (a2-2!), Stump! (b2), Stump! (a3-3!)

Anna si scuote sul sedile, ferita tre volte all’addome.

Cerca di reagire, puntando la pistola, ma non ha tempo per mirare di nuovo, perché le arriva addosso un’altra scarica di piombo...

Stump! (b3-4!), Stump! (a4-5!), Stump! (b4), Stump! (a5), Stump! (b5-7!)

Anna è colpita ripetutamente, allarga le braccia e scalcia, inarcandosi sul sedile, mentre il busto le si riempie di piccoli fori, grandi come i bottoncini della camicia, ma cuciti in ordine sparso.

Le sicarie interrompono momentaneamente il fuoco.

Anna stringe ancora la pistola nella mano destra, appoggiata di fianco sul sedile. Il suo piede sinistro, fuori dall’auto, striscia lento sul suolo, avanti e indietro. Ha la testa piegata sul petto. Controlla le sue tette, che pulsano ansiose sotto il camicione da puttana.

Anna comincia ad avere paura. Non ha ancora incassato colpi mortali, ma se quelle non si fermano, per lei sono guai seri, si gioca la pelle.

Anna Frentzen è una super cinquantenne sempre in tiro: stivaloni, camicie sbottonate, tette a penzoloni, carne che scoppia da tutte le parti; spregiudicata e aggressiva, finora non l'ha fermata nessuno.

Ruota lentamente il bacino e anche l’altra gamba si poggia sul terreno.

Stump! (b6-8!), Stump! (b7-9!)

Ma non appena prova a sollevare il braccio per sparare, una delle sicarie, scivolata sul lato opposto dell'auto, la colpisce alla schiena, vigliaccamente e inaspettatamente.

Sussulta e si spinge dal sedile verso l’esterno, puntellandosi con la schiena al bordo del montante, riuscendo in qualche modo a mettersi in piedi.

Poi con lo sguardo torna sulle sicarie - ha fatto ritorno dalla sua missione anche l'altra, che ha raccolto la pistola della compagna caduta - le quali, eccitate da quello spettacolo, temporeggiano estasiate.
Anna, però, non si dà per vinta, ritiene di poter assorbire i colpi presi e anche quelli che dovessero ancora arrivare.

E così, ancora una volta, alza il braccio destro per sparare, senza aspettare che siano loro a farlo.

Ma le sicarie fanno fuoco prima che riesca a puntare.

Stump! (a6-10!), Stump! (b8-11!), Stump! (a7-12!), Stump! (b9-13!)

La paura dilaga in lei, mentre si agita all’impatto dei piccoli proiettili che la trapassano. I piranha la stanno spolpando.

Bang! (A3), Bang! (A4), Bang! (A5)

Lascia partire alcuni colpi dalla pistola, solo perché le dita le si contraggono sul grilletto.

Colpi innocui verso il suolo.

Stump! (c1), Stump! (c2), Stump! (a8), Stump! (c3), Stump! (c4)

Anna gira su sé stessa, aggrappandosi all’auto e dando le spalle alle sicarie, che le sparano intorno ai piedi, per pizzicarle il culo, metterle addosso altra paura e farle ballare una sensuale danza della morte.

La Frentzen saltella quel poco che può, cercando di limitare i danni, sperando che quelle puttanelle le dimostrino un po' di rispetto e rinuncino a infierire su di lei, e così facendo si appoggia col culo al cofano posteriore, sputando e gemendo, e puntando a terra i tacchi degli stivaloni per non cadere.

La grandissima mignottona butta sangue dalla bocca, ma poco o niente dalle tante ferite. La schiena, negli spasimi dell’agonia, si inarca più volte. La mano destra, ancora armata della pistola, oscilla verso l’alto in cerca di chissà quale bersaglio.

È un grande spettacolo vederla morire.

E così, puntando al niente, la Frentzen spara...

Bang! (A6), Bang! (A7), Bang! (A8)

E mentre un fiotto più copioso di sangue sgorga dalla bocca...

Bang! (A9), Bang! (10), Bang! (A11)

Altri colpi a vuoto sparati da Anna.

Bang! (A12), Bang! (A13), Bang! (A14)

Sta scavando una buca nel terreno.

Le sicarie la osservano eccitate e lasciano che sia l’agonia a farla crepare.

Nessuna di loro sembra avere il coraggio di spararle addosso altri colpi.

Stump! (c5), Stump! (c6), Stump! (c7), Stump! (c8)

Se non intorno ai piedi.

E intanto arriva un altro lungo lamento...

Bang! (A15), Bang! (A16)

Stump! (c9), Stump! (c10), Stump! (b10), Stump! (a9)

Altri spari innocui, a fui fanno eco le sicarie; tanto lei ha finito i colpi, il carrello è rimasto aperto.

Ma il ballo non è finito: con uno sforzo disperato, la Frentzen si stacca dall'auto.

Ha riacquistato un po' di fiducia e prova a salvarsi.

Muove qualche passo in avanti, in precario equilibrio.

È sempre convinta di poter raggiungere un'ospedale, non appena sarà possibile, e quindi di potersi gestire, perché in fondo quelle sono pallottole di piccolo calibro.

«Non sono... ancora... fatta... cough... risparmiatemi... cough... basta piombo... sono... una bella donna... cough...

Non... posso... morire...», con la mano sinistra si stira addosso la camicia per farlo capire ancora meglio, «non merito... di crepare... cough-cough...», in effetti è sempre una grandissima puttana.

Quelle, però, non la prendono troppo sul serio.

La preferivano mentre sparava a vuoto, appannata dalla fine incombente.

«Ho bisogno... di un dottore... cough... sono... molto... più grande... di voi... ragazze... cough... voi... non ucciderete... una donna... anziana... cough-cough...»; impazzita dalla paura di morire, cullando la dolce speranza di potersi salvare, raggiungendo in tempo un ospedale ben attrezzato - forte della sua stazza e del suo carisma, che lasciano il segno anche sulle donne - Anna tenta fino all'ultimo di commuovere le sue sicarie con gli argomenti più strampalati.

Ma una delle tre si fa avanti e le punta la canna allo stomaco, a bruciapelo, per infierire e stroncarla una volta per tutte.

Anna impazzisce di rabbia.

«NO!!».

««No!»», anche le compagne si oppongono.

«E va bene...», qualcosa attira la sua attenzione in mezzo alle sterpaglie: una bottiglia di vetro, a collo lungo, rotolata dalla strada. «So io quello che fa per te...

Mettete la signora sul cofano».

Comincia l'ultima cavalcata della Frentzen.

Gli stivaloni da bagascia e la bottiglia ficcata dentro, la sicaria che se la struscia addosso, sudata e sanguinolenta, e le altre due che guardano estasiate.

«Coraggio, vecchia troia... non lasciarti andare... la salvezza te la devi guadagnare...».
La Frentzen viene spremuta come una vacca, la testa le ciondola sul petto, ma non sembra perdere il controllo.
«Non ammazzarla subito, capito?».
Le compagne si preoccupano, la possente Frentzen - con i bottoni allentati - che pur annaspando cerca di salvarsi, è uno spettacolo troppo allettante.

Deve continuare.
La sicaria le tiene la canna premuta sul fianco, pronta a sparare in qualsiasi momento.

«Non farlo...», la supplica Anna, quando si scuote dal suo torpore. Le emorragie interne la stanno uccidendo. «Voglio un dottore... cough... voglio... un'ambulanza...», adesso sta esagerando, ma la Frentzen ha fretta, sente la morte, non può morire su quel cofano con una bottiglia nella fregna.
«Adesso ti do io quello che ti serve...».

Ha capito. È finita.

«Solo un favore... ti prego...».

«Parla...».

«Lasciami... la bottiglia... dentro... cough-cough...».

«Va bene, sarai accontentata, troiona».

La Frentzen annuisce.

La sicaria la guarda.

Anna spalanca la bocca, aspettandosi il peggio.

L'altra indugia.

Anna ha il tempo di avere paura.

«Se spari... m'ammazzi...», glielo ricorda.

Ma quella la guarda ancora più dura.
«NO!!», urla disperata.
««No!»», ancora una volta si oppongono anche le compagne.
Stump!
(a10-14!)

Ma stavolta non ci sono rinvii.

La sicaria spara senza pietà. Nel fianco. Con l'ultimo colpo.
Un altro buco - piccolo fuori, ma feroce dentro - per la potente signorona.

La Frentzen strabuzza gli occhi e si accascia all'indietro, le braccia larghe e la bocca spalancata, sbigottita, come se rimanesse uccisa per quell'unica pallottola; il collo della bottiglia ancora nella vagina, i tacchi all'aria, da vacca che ha finito la corsa e si vede arrivare in faccia la porta dell'obitorio!
È una visione spettacolare.
Lo sguardo è ghiacciato; le tette sudaticce premono contro la camicia sbottonata, ma non si muovono!
Questa l'ha digerita male. Sono diventate troppe.

Piccole, ma terribili; i piranha si sono mangiati la Frentzen.
«Perché?!», protesta una compagna, mentre corrucciata cerca di cogliere uno spasmo nella bestia.
«Si è fatto tardi, ragazze.

È incredibile quanta birra avesse in corpo. Voleva salvarsi a tutti i costi».
Però una di loro si accorge che le punte degli stivaloni hanno dei leggeri sussulti; forse Anna è ancora viva, e sperando di averne conferma, le spinge la bottiglia nel ventre, mentre l'altra le ripulisce con un fazzoletto le labbra impastate di sangue.
«Incredibile quanto sei tosta; se fosse per me, ti chiamerei l'ambulanza...», le sussurra ammirata.
«Ne ha di birra in corpo in questa vacca...
Ma forse è solo la paura fottuta di morire, che le ghiaccia il sangue...
In ogni caso, basta così. Ce ne possiamo andare».

«Ma almeno... sui giornali troveremo scritto come andrà a finire?».

«Come vuoi che finisca?

Con una bottiglia che spilla dal fusto...».

«Però sarebbe stato bello scortare l'ambulanza che viaggia a sirene spiegate... mentre lei, dentro, si illude di arrivare viva in ospedale...».

«Le sirene sono inutili, per lei ci vuole il Coroner.

Ma sarà divertente leggere la descrizione del cadavere... e chissà che non mettano pure le foto...».

Temuta sicaria della Mala assassinata con numerosi colpi di pistola e rinvenuta cadavere con una bottiglia di vetro infilata nella vagina: gli occhi fissi alle stelle vedono già i titoli di domani.

E quelle foto sconcie; la camicia sbottonata e le zinne da puttana.
L'immagine di sé da morta fa eccitare la stessa Anna, che accenna un sorriso, mentre uno spasmo agonico le scuote il bacino.

In molti sarebbero venuti a piangerla, increduli, all'obitorio.

In molti si sarebbero bagnati, disperati, su quelle foto.

Ma adesso, mentre ci lascia la pelle, non c'è nessuno accanto a lei.

Flash! Flash! Flash!

Le stelle si avvicinano di molto.

C'è fretta di immortalarla.

«Esame superato, Signora Frentzen: lei lavorerà per noi».

Prova a parlare, ma non ci riesce.

Tuttavia la sua obiezione viene raccolta per intuito.

«Sono proiettili di piccolo calibro, non ci sono grossi problemi per una come lei».

Anche la domanda su Nathalie viene raccolta.

«Per la sua amica niente di troppo grave, la metà dei suoi colpi.

Però non ha il suo talento; quindi non è adatta per noi.

Signora Frentzen, in che ramo si sente più portata...?».

AVANTI, C'È SPAZIO

di Salvatore Conte (2024)

Era conosciuta come la Fata, ma in realtà era uno spietato boss di mafia.

     

Stazza imponente, gretta e grossolana, cercava di dissimulare con modi grottescamente affabili la sua mente omicida: aveva infatti ucciso, oltre a tanti uomini, una dozzina di donne nella sua scalata al potere, senza rimorso alcuno.

Margot Duvalier stava ritornando da un regolamento di conti, ed era di buonumore, perché i conti li aveva chiusi.
Le sue guardie del corpo, Orange Babe e Black Jane, chiacchieravano con lei, scherzando sui morti ammazzati.
La prima era una vacca importante, cinica e boriosa.
La seconda una bella donna invecchiata bene.
Le tre si dirigevano presso uno dei covi della banda, un cottage nei boschi, appena fuori città.

Orange Babe, affondata nel divano del soggiorno, sorrise all’indirizzo di Black Jane.

«Hai visto che ballo quella puttana?
Cazzo… non ho mai visto nessuno prendere così tanto piombo e rimanere in piedi…».
«Le puttane senza cervello non sentono dolore: ha preso una trentina di pallottole come niente fosse, le sue tette sono diventate di piombo… alla fine non aveva più spazio dove metterlo... penso che parecchi proiettili abbiano parcheggiato in seconda e tripla fila».

«Trenta non lo so. Però una ventina, di sicuro...».
Margot si era data una rinfrescata e ora girava in accappatoio, sigaretta alla bocca.

Era una calda sera d’estate e le finestre del cottage erano tutte aperte.
Improvvisamente la quiete notturna fu scossa dall’esplosione di numerosi colpi d’arma da fuoco.

Diverse schegge di legno volarono per aria.
«Merda! Ci hanno trovato!».
Orange Babe si affrettò a riprendere il suo tommy-gun, ma prima che potesse rispondere al fuoco, fu raggiunta da più colpi.
Fu costretta ad abbassare l’arma e a barcollare come un'ubriacona, mentre altri colpi la raggiungevano.
Perse definitivamente il mitra e finì per sbattere contro la parete.
Jane si era gettata a terra e assisteva impotente al massacro della sua amica, bersagliata dalle pallottole.
«Babeee…!», urlò enfaticamente.
La donna, pur rimanendo a lungo sulle proprie gambe, era stata crivellata di colpi, e adesso scivolava di schiena lungo la parete: la tuta arancione, sbottonata fino allo stomaco, era imbrattata di sangue, gli occhi allucinati.
Black Jane era inferocita, strisciò fino al tommy-gun e si tirò su, pronta a rispondere al fuoco.

La Fata si attrezzò subito con i ferri giusti: un tommy-gun per braccio, più imponente che mai.

Rinfrancata dalla ferocia del suo boss, Black Jane aprì la porta d’ingresso e sparò all’impazzata, nel buio totale, fasciata fino al collo dal suo cappotto nero, a cui - per una questione di stile - non sapeva rinunciare, nonostante il caldo.
«Fottuti bastardi! Veniteci a prendere!».
Orange Babe, intanto, continuava a scalciare, aggrappata alla vita, nonostante i tanti colpi incassati.
Quando però Black Jane finì i colpi, l'esperta gangster rimase pericolosamente esposta e fu raggiunta in pancia da una raffica.
Barcollò di lato, stramazzando sul divano.
Adesso Margot doveva fare tutto da sola.
Li avrebbe aspettati.
E arrivarono.

Si infilarono dentro dalla porta e dalle finestre.
Erano quattro.
I proiettili esplosi furono talmente tanti che il cottage sembrò vacillare.
Alla fine, Margot Duvalier, pur rimanendo i piedi, aveva incassato più di venti colpi…
Si alleggerì dei suoi fedeli tommy-gun e raggiunse il divano, dove crollò addosso a Jane.
Ansimava e grondava sangue dalla bocca.

«Io ce l'ho... lo spazio... e tu... Jane...», nel gergo era un modo per chiedere se riusciva a reggere, a metterle da qualche parte.

«Io... sono piena...», riconobbe Jane, con la lingua arricciata sotto il palato, impegnata a non farsi sorprendere.

«Vecchia zoccola... non vuoi crepare...

Erano... gli Intoccabili... Jane... brutti stronzi...», recriminò Margot.

Rimase con la bocca spalancata a gestire le ultime bolle d’aria e gli occhi a fissare il soffitto.
La Fata era grossa e potente; aveva tanto spazio; ma anche tanto piombo in corpo; stava per scoppiare;
non sapeva dove metterle.

Uno stridio di gomme risuonò acuto all’interno.

«Per fortuna abbiamo con noi Tappa-Buchi.

Hai del lavoro, doc...
Per i famosi quattro, invece,
lo spazio è finito
...».

PALLOTTOLE E PUPE

di Salvatore Conte (2024)

Il boss ha voluto una scorta di sole donne.

Perché Orange Babe e Black Jane sono i suoi uomini migliori...

La mattinata è bella, gli affari vanno bene, Margot Duvalier vuole farsi un giro.

Al volante c’è Orange Babe, la meccanica allentata che per secondo lavoro fa la gangster.

Al suo fianco, fa la sua nera figura Black Jane.

Sul sedile posteriore viaggia tranquilla la Fata.

Il passaggio a livello è chiuso.
Capita.
Un buon tommy-gun è in grado di spianare qualsiasi problema, ma se il treno riga dritto, non è il caso di prendersela.

Sembra tutto normale.
Ma c’è un però.
Anzi, tanti però calibro 45.
RAT-RAT-RAT
RAT-RAT-RAT
RAT-RAT-RAT

Si rialzano dai cespugli dietro cui si erano acquattati e sputano piombo dalle bocche dei loro Thompson.
Sono tre per lato: un agguato in piena regola.
«Fuori!», urla Black Jane rivolta a Orange Babe.
Margot, invece, si accuccia bassa, cercando di limitare i danni.
Le due ragazze di scorta escono allo scoperto.
Sembra una tattica folle, quasi meccanica, e in effetti per Orange Babe non ci sarebbe nulla di strano.
Invece Black Jane sa il fatto suo.
RAT-RAT-RAT
RAT-RAT-RAT
Le ragazze, pur crivellate di colpi, rispondono.
Fossero rimaste all’interno dell’abitacolo, non avrebbero trovato scampo.
Adesso invece ribattono colpo su colpo.
I cespugli non costituiscono un valido riparo dalle pallottole.
Gli assalitori vengono falciati.

RAT-RAT-RAT

E su di loro infierisce Margot.

Il boss non sbagliava.
«Ce la fai… a guidare…?».
«Sì… certo… ma prima… mi faccio un tiro…».
«Il treno per l’inferno lo hanno preso loro, ragazze…», chiosa la Fata, rimasta illesa, alzando la voce per farsi sentire.

E appena la sbarra si rialza, Orange Babe rientra alla base a tutto gas, finendo la corsa dentro la fontana della villa.
Gli uomini accorrono.
«Presto! Andate a prendere Watson.
Si va sui materassi, ragazzi!».

ZTL TRAGICA ALLE CISTERNOLE

di Salvatore Conte (2024)

Camiciona aderente e carne gonfia in evidenza, pronta all'uso.

Non pensare troppo al grosso problema insinuato nella pancia, ma sfidarlo a colpi di tette e cellulite.

Ha il controllo della droga nelle borgate a sud di Roma e lo gestisce dalla sua villetta alla periferia di Frascati, nel quartiere di Cisternole.

Anna Frezzante ce l'ha tutti letteralmente in mano: commissario, questore e magistrato.

È una consumata stronzona di 52 anni, ma il malaccio l'ha trasformata in un cadavere deambulante: la morte le cammina a fianco e la sorveglia...

Ciò nondimeno, Anna rimane - per tutti quelli del giro - la Stronzona delle Cisternole...

Fino ad anni recenti, Anna Frezzante è stata il top assoluto; come un long playing, sembrava non finire mai...

   

Poi, però, il disco è finito: Anna è invecchiata e ingrassata, il tumore e le medicine hanno fatto il resto; combatte da quattro lunghi anni, opponendo il suo fisico massiccio.

Adesso ormai, in pieno declino, con un fisico ormai scoppiato e con un problema sempre più grosso da gestire, che fa paura a lei e ai suoi amanti, e che non è riuscita a fermare, si accontenta di tirare avanti e di barcamenarsi in ogni modo...

I nemici non le mancano: rivali in affari, donne giovani e ambiziose che aspettano imbarchi altra acqua, uomini spremuti, gente truffata, e tanti altri, i quali amerebbero saperla ricoverata in terapia intensiva.
È per questo che quando le viene diagnosticata una metastasi al pancreas, sono in tanti a festeggiare. Ora c'è poco da aspettare.

Anna è al quarto stadio, l'ultimo, quello delle metastasi, e la prima ad arrivare è anche la peggiore possibile.

La Frezzante è disperata, è pazza di rabbia e terrore. Si era illusa di poter controllare la situazione, di rimanere al terzo stadio: tumore grande, ma localizzato nell'intestino.
Adesso, invece, i medici non le danno più di sei settimane, perché il fisico è compromesso e il pancreas non perdona. In pratica, un tumore fulminante per Anna Frezzante.
Lei, però, la gran puttana, si porta ancora in giro.
È decisa a regolare i suoi conti, prima di sprofondare su un letto.
Non vuole arrendersi un attimo prima del necessario.

Vuole farli ansimare fino all'ultimo.
La Frezzante è proprio una stronzona.

I servizi le hanno chiesto il favore di fargli fuori un giornalista scomodo.
In cambio la faranno traslocare tranquilla in Svizzera, dove passerà le ultime settimane in una prestigiosa clinica.

Anna ha deciso di abbordare il giornalista all'osteria.

Poi, al momento opportuno, lo toglierà di mezzo.
Tanto, dopo il fatto, sparirà dalla circolazione e andrà a morire in Svizzera.
È mal messa e affaticata, ma non passa mai inosservata.
L'elegante camicia rosa con i bottoncini dorati, quasi in tinta con le tovaglie, è attillata al corpo e mette in risalto le forme gonfie e provocanti; un'altra donna sembrerebbe grassa nelle sue condizioni, ma lei no: è imponente, massiccia, ha il grasso che serve; il colesterolo buono, potrebbe dirsi.
Franco Cardella ci casca subito sopra, con tutte le orbite. A momenti l'oste deve raccogliergli il labbro dal tavolo.
Bevono qualcosa, scambiano delle parole.
Lui ha 20 anni di meno.
A un certo punto, però, la Frezzante comincia a sudare freddo.
Le cose non vanno.
Ha una crisi. E anche violenta.
«Non ti senti bene?».
«No… è che… ho un problema…

È galoppante... questo bastardo...».
«Ti accompagno a casa?».
«Cisternole è lontana…
Portami a casa tua… è meglio… vivi solo?».
«Sì… infatti…», un po’ stupito che la donna l’avesse dato quasi per scontato.
«Aiutami…», Anna non finge, non riesce proprio a stare in piedi.
«Tutto bene, signori?», l'oste ha buttato l’occhio in quella direzione, anzi per la verità non l'ha mai tolto.
«Solo un po’ di stanchezza. Me ne occupo io».
Cardella ha buon gusto e non divide la preda con nessuno.
In macchina la Frezzante si aggrava, comprimendosi le mani sulla pancia, adesso con rabbia e preoccupazione.

«Ma che hai...?!».
«Accosta… devo parlarti…».
«Come vuoi…
Ma se preferisci... chiamo un’ambulanza».
«No… è inutile… sto crepando…
Spero non stasera… ma comunque sono finita…».
«Sei malata?».
«Molto…».
«Non si può fare niente?».
«No.
Ti piaccio, vero…?».
«Molto...».
«Potresti… aiutarmi... a farla finita…», forse Anna è tentata davvero, ha estratto il revolver dalla borsetta e se l’è puntato contro il fianco.
«Sei impazzita? Non fare sciocchezze!».
«Fallo tu… avanti… non è difficile…».
Gli mette in mano la pistola, puntando la canna contro la pancia, quasi a bruciapelo.
«Se premi il grilletto… tu mi ammazzi… Franco…», gli sussurra con occhi vitrei, carichi di follia e paura.

I due si guardano fissi.
BANG
Gli occhi di Anna si sbarrano increduli.
È rimasta uccisa, si è fatta ammazzare come una stupida.
«NO!», grida l’uomo, a sua volta spaventato.
Non capisce come sia successo.
Anna abbassa gli occhi sullo stomaco e li rialza ringiovanita di 10 anni.
«Questa la prendo io…
Ci hanno sparato contro, Franco…
Sono degli incapaci… ma potrebbero aggiustare il tiro…».

Cardella capisce soltanto ora che Anna è illesa.

«Metti in moto, presto… e spingi a tavoletta…».
Il reporter di “Ultima Notizia” non se lo fa ripetere.
Riparte sgommando e fila via, controllando nervosamente lo specchietto.
«Chi può essere stato? Chi sei?».
«Sono in tanti… a volermi morta…», Anna si è fatta apatica, non sente più le gambe.
La crisi è più grave del previsto.
«C’è un fosso da queste parti… puoi scaricarmi lì…».
«Perché dovrei?
Ti porto all’ospedale... o dalla polizia…».
«No… lì no… capito…?», gli mostra la punta della canna; stavolta è orientata verso di lui.
«Okay… sta’ tranquilla… andiamo dove dici tu».
«Ho sete… dicono… che le bestie… hanno sete… quando muoiono…».
«Aspetta… mi fermo a comprare una bottiglia…».
Quando rientra in auto, glielo chiede.
«Dove ce l’hai?».
«Nelle budella... e adesso anche nel pancreas…».
«Allora è proprio una cosa brutta, Anna… mi dispiace...».
«Cosa te ne importa… mi hai appena conosciuto…».
«Sei una donna interessante, combattiva, attraente. Mi piaci molto.
E di sicuro vuoi salvarti, non sembri stanca di vivere».
«Mi conosci già abbastanza… in fondo…
Ma adesso guida… guida… portami lontano…».
I minuti passano, insieme alle luci della città, ai semafori rossi e a quelli verdi.
«Fermati…», un sibilo sofferto lascia le labbra di Anna.
E Franco si ferma subito.
La Frezzante, con le mani pressate sulla pancia, si sporge in avanti e appoggia la testa contro il cruscotto dell’auto, smaniosa e impotente, gli occhi annebbiati e la bocca aperta e affannata; sembra avere un disperato bisogno d’aria.
«Non ce la faccio… chiama un’ambulanza… non voglio… crepare così…».
«Certo… subito…».
«Mi chiederanno… perché… non gli ho fatto… l’ultimo favore…».

Ma lui è impegnato a chiamare il 118.

Ricoverata d’urgenza, in terapia intensiva, la 52enne Anna Frezzante, malata terminale di cancro.

Le condizioni della donna si sono improvvisamente aggravate nella serata di ieri.
Una folla di curiosi si è radunata nella hall dell’ospedale. Si teme infatti il peggio.

Il portavoce della donna, il giornalista Franco Cardella, ha però fatto trapelare un cauto ottimismo: «La signora Frezzante è cosciente e non si è arresa. Domani stesso intende ritornare nel suo quartiere, alle Cisternole, nel territorio di Frascati, dove proseguirà le cure a domicilio».
Dalla redazione di Radio Cronaca Vera è tutto per ora, ma vi terremo aggiornati.

«Bravo… niente funerali… non devono sapere… quanto mi rimane…
Oggi stesso… mi faccio bombardare... il pancreas… con la radio…

Chissà… tu che dici…».
«Dico che ti conviene provare. Se non fai qualcosa, ci duri poco alle Cisternole...».
«Sta' calmo… non sono finita... voglio salvarmi…
A casa… mi farò portare... ossigeno… plasma… farmaci…
Ho parecchi soldi... da parte…
Te l’ho detto… io ci credo... voglio bombardarmi… fino alla fine…
Se perdo conoscenza... tu spingi... per farmi tenere in vita...», parla affannata,
«continua... a farmi curare... fai venire... qualche medico... diciamo "strano"…».

«Va bene, ho afferrato il concetto. Un medico che tenti il tutto per tutto.

Anna... di sotto sono talmente in tanti... che a Cisternole dovranno istituire una ZTL intorno casa tua...».

«Sì... è probabile... avvoltoi da asfalto... saranno tutti lì... ad aspettare... di vedere uscire il mio cadavere...», Anna smarrisce lo sguardo nel vuoto. «Tu parlerai di condizioni critiche... ma stabili... non devono sapermi... in fin di vita... nessun titolo a effetto...».

«Non ti piacciono?».

«Non quando... mi riguardano... in prima persona...».

«Senti questi: "Le ultime ore della Dama di Cisternole", oppure "L'ambulanza arriva a sirene spente"; che ne dici?».

«Che avrei fatto meglio... a spararti...».

«Aspetta...: "La morte a un passi dalla ZTL"».

«Ah-ahh... questa è buona...», le ha strappato una risata.
«D’accordo, allora: subito la radio.
A meno che tu non voglia tentare con un mio amico medico, che cura i tumori in un altro modo e che per questo ha subito numerose intimidazioni».
«Un personaggio… scomodo…?

A cui un giovane giornalista... ha dato troppo risalto...?».
«Proprio così… lo sapevi già?

Ma adesso fatti un riposino, io rimango nei paraggi.

E dopo, se ti va, mi spieghi quella storia dell’ultimo favore…».

Aveva sentito, dunque.

«Tu... però... fai compagnia a qualche infermiere... evita la solitudine... in certi casi... può essere... più fulminante... di un tumore al pancreas...», lo fissa seria. «E sospendi gli articoli... capito...?».

«Anna... le tue tette non usciranno sgonfie dalle Cisternole... male che vada, sarai tenuta in coma controllato dal mio amico... stai tranquilla...».

«Sai una cosa... Franco...?

Sto diventando... scomoda... anch'io...

Mettimi la rivoltella... vicino alla flebo... e rimani nei paraggi...».

ZOMBI-CESSA INCASSA E AMMAZZA

di Salvatore Conte (2024)

L'incarico è quello di eliminare Jack Saponetta, un pericoloso sicario che qualcuno ha deciso di far tacere.

Lei è una stimata free-lance dai modi gentili: niente di personale, solo business.

Layla Boyle è quel che si dice una vecchia cessa: tanti anni - cinquantaquattro, portati male - tanto grasso, tanta mignottaggine; però ancora in tiro, bona, gonfia e allentata.

Gli tende una trappola in uno spiazzo di periferia, attirandolo con un falso affare: soldi sporchi da ripulire.

Lo attende imbottita di carne come al solito, per rallentargli i riflessi; con una camicia di jeans che ne evidenzia la possanza.

Si è informata e pare abbia un certo gusto in fatto di donne; secondo altri sarebbe un necrofilo.

Nel dubbio ha omesso il fondotinta: fra tette, grasso e occhi da zozza, dovrebbe cuocersi a dovere.

Data l'ora, non c'è nessuno in giro; la luce bianca dei lampioni pubblici conferisce un pallore cimiteriale ai volti dei rari passanti.

«Hai portato quelli buoni?», avanza spavalda verso di lui, gonfia come una scrofa, sempre sicura che nessuno osi toccarla.

Eppure sa che Jack Saponetta ha eliminato più di quindici obiettivi, ed è sempre scappato in tempo.

Stavolta, però, tocca a lui.

«Certo... 20.000 contro 100.000, ma puliti...».

La valigetta nella sinistra, la destra libera.

«Mi fido, prendila...», giunta a pochi metri, gliela lancia.

Ma lui non ci casca, scarta a destra e infila una mano nella tasca del cappotto; sempre coperto, nonostante il bel tempo.

STUMPF

Prima che la beretta di Layla lo punti, lui la fulmina.

Non ha nemmeno estratto, ha sparato con la glock ancora nella tasca.

La 54enne strabuzza gli occhi.

È stata raggiunta all'addome, nella pancia grassa.

Barcolla, ma rimane in piedi, la stazza funziona e fa da contrappeso alla pallottola, che avrebbe scaraventato a quattro metri una ragazza in linea.

Lo guarda quasi mortificata, imbarazzata; non per lo sgarro, perché ci sta nel giro di fregarsi a vicenda, ma per aver dimostrato di essere ormai sul viale del tramonto.

«Mollala... non ti faccio niente, la cosa finisce qui...».

Ha ancora la beretta nella mano ed è tentata di giocarsi le ultime carte.

Ma stavolta si fida sul serio.

Impossibile fregare in quelle condizioni uno come Jack Saponetta.

Tanto vale affidarsi alle zinne grasse e alla carne gonfia.

«Adesso torna verso la macchina».

«Grazie... grazie...», sussurra la 54enne.

Jack non ha intenzione di finirla.

Raccoglie la pistola da terra e senza dire nient'altro, se ne va; mentre Layla, ingobbita, si tampona il buco incrociando gli avambracci sulla pancia, cercando di raggiungere l'auto.

Ce la fa, riesce a mettersi seduta alla guida, ma la soddisfazione dura poco.

Neanche il tempo di riprendere fiato, che lo sportello del passeggero si apre.

Un uomo vestito di nero, dissimulato con una calza da donna in testa, le entra in macchina e le punta contro il fianco un revolver con il silenziatore innestato.

Evidentemente anche il suo incarico era solo un inganno per prenderla alla sprovvista ed eliminarla. Oppure le fanno pagare il fallimento.

«NO!».

Ma è tutto inutile.

STUMPF
M'ammazzano...

STUMPF
Mi fottono...

STUMPF
Basta... ma quando smettono...

STUMPF
Sono pazzi... se continua così, non mi salvo...
STUMPF
Adesso smette...

STUMPF
Non ci posso credere... non può essere toccato a me...

CLICK

CLICK

È finita... ha finito i colpi...
A ogni colpo, il killer si gode il sensuale sussulto di Layla, che - ignara del suo potere - gli mette voglia di spararle addosso per tutta la notte; tanto che le svuota contro il caricatore; e che rimane deluso, quando si accorge che sta girando a vuoto.

«È andata, capo. Imbottita di piombo... il grasso fuso le colava dalla pancia..», il sicario riferisce di persona al boss.

«Quella troia mi aveva stancato.
Quali sono state le sue ultime parole?».
«Mi sembra... ah sì... “siete pazzi”.
Poi si è accasciata sul volante e ha tirato le cuoia».
«Che cosa voleva dire?».
«Non lo so, capo».
«Quanti colpi?».
«Tutti e sei, più quello che s'era presa cercando di ammazzare Jack Saponetta, e che forse sarebbe già bastato, visto che buttava sangue come una fontana».
«Sei?!
Non pensavo fossi così cattivo...
Ecco perché ha protestato...
Sempre stata una presuntuosa. Ma a 54 anni... farsi tante illusioni...
Gran puttana, comunque. Domani compra il giornale: voglio leggermi il necrologio».
«Cinquantaquattro anni, ma sempre quel sorriso sornione da strappona svampita...».
«Già... deve esserle bruciato parecchio dover tirare le cuoia, visto che si sentiva ancora tanto in forma...».
«Quando si è aggrappata al volante, tra il peso e la rabbia, ho pensato che lo staccasse dal cruscotto.
Ma è durata poco, le braccia sono diventate di burro e ha perso la presa.
Un rantolo, un calcio a vuoto, ed è crepata.
D'altronde, aveva fatto il pieno di piombo!».
«Non le hai lasciato scampo, bravo.
Altrimenti ti avrebbe supplicato, prima di morire.

No, aspetta... parliamo col capo...», scimmiottandola. «Dammi una possibilità... posso esservi utile... farò qualunque cosa... aiutami... non respiro... allentami la camicetta...».
«Quando ho finito, guardava fisso da tuttaltra parte, capo. Non ha avuto il tempo di fare discorsi».
«Hai saputo giocare d'anticipo...».

Poco dopo, Layla riceve un'altra visita.

Era rimasto nei paraggi per vedere se riusciva a ripartire, portandosi in ospedale. Così ha avuto paura che ci fosse rimasta secca.

Entra anche lui nell'abitacolo e la trova con la testa infilata nel volante.

La libera e la porta contro lo schienale.

«Ma che cazzo fai, stasera?!».

«Oohhh... Jack... l'ovatta...», Layla indica con la mano tremante lo sportello portaoggetti.
Lui la prende e gliela preme addosso.
«Spingi... spingi... ohh...
Sono pazzi... cough...
Non si ammazza... così... una vecchia signora... cough-cough...».
«Vuoi tentare, o la facciamo finita?».
«Tu... cosa pensi...».

«Con tutto questo piombo addosso è un po' tardi per correre in ospedale».
Gli occhi di Layla sono delusi, tormentati.
«Lo so... io muoio... ma tu... cough... non mi dare niente... aspetta...», il fiato corto, concitato.
«D'accordo».
«Hai capito... cosa... cough... hanno fatto...».
Ha un gran bisogno di parlare.
«Lo vedo: un lavoro sporco, non si spara così a una bella signora».
«Io... non volevo... cough... è stato... solo... business...».
«Non ti porto rancore, Layla», il tono è calmo, rassicurante; Jack le prende la mano, lei la stringe.
«Non sento... più... le gambe...

Jack... finirò... cough... bruciata... nell'auto... cough...».
«No, non saresti carina all'obitorio.
Ti ritroveranno alla guida, con la macchina intera».

«Jack... io... cough... io... io...».
Uno-due-tre calci a vuoto, con gli occhi fissi che guidano nel buio.

La bocca rimane spalancata.

La mano di Jack le scappa come fosse una saponetta.

Il killer sta per andarsene, quando un impulso lo frena.
Sono stati pazzi a liquidarla così; con la sua pallottola arrivava perlomeno in ospedale.
Adesso bisogna inventarsi qualcosa.
A mali estremi, estremi rimedi.
Non rimane che la carta di quel tale medico, radiato dall'albo per i suoi esperimenti estremi.
«Ti porto con me, vecchia troia...
Con Malmstrom non è mai troppo tardi».

«È morta da poco. Il corpo è caldo...», al telefono con il professore.

«Allora la porti, ma faccia presto.
È più facile se comincio a lavorarla sotto l'ora».
«Fra 10 minuti sono da lei, professore».

«Adesso... io... voglio... ammazzare...», il linguaggio della Zombi-Cessa è rallentato. «Io... ho creduto... di morire...», deve sforzarsi per trovare le parole.

Ha qualche lampadina bruciata, ma le tette sono tornate nuove.

«Sei morta davvero».
«Tu... sei sulla lista...

Sei morto... come me...».

«Allora... ci sposiamo... tra cadaveri... e andiamo... ad ammazzare... insieme!», Jack parla lento come lei, altrimenti il senso le scappa come una saponetta.

E stavolta lui non ha bisogno di scappare.

LA MINOTAURA

di Salvatore Conte (2024)

Roma versava nel più totale declino.

Le fazioni patrizie si affrontavano senza esclusione di colpi, in cruente sfide alla luce del sole.

Folle di plebei assistevano non troppo in disparte a questa sorta di spettacoli, eccitate dal sangue, parteggiando per l'una o per l'altra frazione.

Quel giorno corsero ad ammazzarsi Sillani e Costantiniani.

Dopo le minacce rituali, ricevuti gli auspici dei rispettivi faziosi, le bighe cominciarono a macinare l'arena campestre, teatro della battaglia.

     

I Sillani schieravano sul carro del comandante il loro Senatore, affiancato dalla  moglie Chana, abile sagittaria, detta la Minotaura per la possanza bestiale e la forza taurina; di origine padano-celtica, aveva la pelle molto chiara.

Due bighe di scorta, armate di giavellotti, precedevano la coppia senatoria, lanciata contro il fronte nemico.

I Costantiniani schieravano - sul carro di comando - Lazarus, il famoso zombi rianimato dalla loro negromanzia, vulnerabile solo nel cuore e nella testa, addestrato al lancio del giavellotto, e la vecchia Maria, ancora in carne e forte nelle braccia, con un velo bianco che le scendeva dal capo.

In faccia appariva tristemente decrepita, ma il fisico rimaneva imponente e contava un nugolo di ammiratori.

Le bighe si rincorrevano compiendo manovre azzardate, cercando di portarsi alle spalle di quelle nemiche, posizione in cui aurighi e guerrieri della fazione avversa risultavano più vulnerabili.

La Minotaura aveva già scoccato le sue frecce, trapassando la gola a un giavellottiere costantiniano.

Questi fu subito rimpiazzato dopo un passaggio del carro presso lo stazionamento della fazione.

Lazarus, animato dalla sua forza infernale, aveva squarciato la schiena a un auriga sillano, con tale potenza che perfino la palla di piombo innestata nel giavellotto - atta a potenziare l'impatto e rendere preciso il tiro - si era conficcata nel dorso dello sventurato.

       

Ora Maria si recava presso la stazione d'appartenenza per fargli riprendere il giavellotto.

La vecchia sgualdrina sapeva che per porre fino allo scontro occorreva togliere di mezzo il campione nemico, la Minotaura.

E lo sapeva anche il negromante che controllava Lazarus da bordo campo e che lo allenava tra uno scontro e l'altro.

Fu così che venne dedicato a tale obiettivo, e quando riuscì a portarsi alle spalle di Chana Sillana, ricevette il comando di sferrare il colpo mortale.

La Minotaura si avvide della minaccia e si voltò di scatto, più vipera che toro in questa circostanza.

SWISH

SWISH

Due proiettili fendettero l'aria nello stesso momento.

Lazarus fu colpito al cuore dalla freccia e si abbatté contro il parapetto della biga, come un cadavere rigido da tempo.

La Minotaura fu raggiunta all'addome dal giavellotto.

La punta si conficcò profonda nelle budella, fino alla sfera di piombo, che rimase però esterna alla ferita.

Il clamore del pubblico salì al cielo.

Chana Sillana incassò la punta senza battere ciglio, forte della sua possanza.

Il problema immediato era quello di girarsi: con il giavellotto nella pancia non poteva muoversi più di tanto.

In quelle condizioni non poteva approfittare del vantaggio conseguito con l'abbattimento del duce nemico.

Il marito, preoccupato per lei, optò per la ritirata.

Ma prima ordinò di vendicarsi su Maria.

Il secondo giavellottiere sillano, con un preciso lancio dalla distanza, infilzò nelle reni la lurida vecchia - che nonostante l'età ragguardevole, combatteva indossando una tunica celeste sborchiata fino allo stomaco - creando lo scompiglio tra i suoi tanti tifosi, che imprecarono sonoramente a bordo campo.

La biga di Maria, senza più controllo, si rovesciò su un fianco, sbalzando la vecchia nel fosso di bordo campo, atto a prevenire tumulti e invasioni da parte dei numerosi sostenitori assiepati oltre, su cumuli di cocci.

Subito soccorsa dal medico dei Costantiniani, fu portata fuori campo in barella, definitivamente espulsa dalla battaglia.

Alla fine non ci furono vincitori, ma le emozioni non erano mancate.

Il pubblico rientrò a piccoli gruppi in Città, mentre la morbosa curiosità per la sorte di Chana Sillana e di Maria Costantiniana montava frenetica tra i faziosi di entrambe le sponde.

Pasquino avrebbe aggiornato a breve la situazione, su un muro chiamato "Tutto il ferro, colpo su colpo".

Intanto seguiva da vicino gli eventi, incerto su quale fosse la curiosità maggiore da soddisfare. Optò per tallonare personalmente Chana, mentre avrebbe inviato un suo adepto a seguire le sorti di Maria, in stretto collegamento con lui.

La moglie del Senatore Sillano era tra le braccia del marito.

«Toglilo via... oppure impazzisco...».
«Ma ti strapperà le budella... meglio aspettare un chirurgo...».

«Non cambia niente... fallo subito...».

«Come vuoi...

State pronte, voi».

Il Senatore si era indirizzato alle sue serve, che avevano alla mano diverse spugne per tamponare il sangue e riempire il buco.

Chana rientrò in città sulla sua lettiga.

A un tratto, però il braccio della Minotaura cadde a penzoloni nel vuoto.

«Ferma!».
Al marito Senatore, che le aveva ceduto per intero il posto, e che l'appaiava a piedi, non era sfuggito il preoccupante segnale.

«Chana...», la vista annebbiata, le budella di fuori e la bocca spalancata orrendamente. «Chana, che fai? Siamo quasi arrivati a casa. Presto ci saranno i nostri faziosi...

La ferita è profonda, d'accordo, ma tu... sei... lo sai chi sei?».
Chana Sillana lo guardava sconsolata, con poca aria da gestire.
Stava agonizzando e aveva cominciato ad ammetterlo.
Quel maledetto zombi costantiniano...
«Con te viaggerà Cecilia.
Devi tamponare forte sulla ferita e dare la mano alla padrona.
E avvisarmi se...
».
«Giove non voglia...».
«Va bene, cara?
Arriverai a casa tranquilla, e troverai il chirurgo ad aspettarti. Non ci saranno problemi. Niente di doloroso. Verrai curata e ti sentirai meglio».
Il Senatore cercava di minimizzare, cercando di non impressionare troppo la moglie; possente, coraggiosa, ambiziosa, sì, ma di fronte a Dite un po' fifona come tutti.
«Certo... ma... ma... rimani vicino...».
Chana Sillana aveva paura che la situazione potesse precipitare.
Tuttavia il conforto e le cure di Cecilia furono utili e la moglie del Senatore riuscì a gestirsi fino a casa.

Nella battaglia, colpita anche Chana Sillana, moglie del Senatore!
Non è chiara per niente la sorte della potente Minotaura!

Secondo alcuni è rimasta uccisa!

Secondo altri è ferita a morte, ma ancora in controllo!

Gli strilloni si riversavano per le vie della Città.

Quando si ebbe la certezza che era stata raggiunta da un giavellotto e che - a seguito della sua estrazione - era rimasta sbudellata, una folla di curiosi circondò la domus Sillana per seguire da vicino, minuto per minuto, il crollo della potente Chana.
La morte è lenta in questi casi, ma tutti ci provano fino all'ultimo.

Inoltre la stazza possente della Minotaura avrebbe reso l'agonia molto combattuta, ben oltre i tempi normali.
La morbosa attesa del risultato finale teneva tutti con il fiato sospeso, anche se molti altri avevano preferito la domus Costantiniana, ove la vecchia Maria era ormai data per morta.

Però avere notizie non gli bastava più: volevano visitare a turno, in piccoli gruppi, le superbe matrone, anche a costo di invadere le domus.

I pochi pretoriani in servizio faticavano a tenere separati gli opposti faziosi, che - quando venivano a contatto - si minacciavano reciprocamente e si lanciavano contro i pesanti mattoncini di selce del fondo stradale, battezzati "sanpietrini" dai costantiniani.

La crescente violenza della plebe era ormai un problema serio per Roma, e si andava aggiungendo a tanti altri.

La morbosità della plebe era divisa tra le due campionesse morenti.

La loro resistenza era eroica, la loro fine sarebbe stata leggendaria e si sarebbe legata ai simboli di famose Città, perdurando nei secoli e contagiando gli ignari posteri.