La Cagna, il Brutto e la Zozza

La Perla del Wasteland

La Cagna Internazionale

Tempo rubato

Lo Squartatore di Luton

Il Canarino avvelenato

LA Cagna, Il BRUTTO E LA ZOZZA

di Salvatore Conte (2025)

«Guarda avanti, o finiremo in un pozzo».

La tentazione, d'altra parte, è forte.

I pezzi dietro sono unici, benché le zinne di Layla siano sempre più spompate.

Per quanto potente e decisa a non mollare, un tumore aggressivo al colon l'ha ridotta in fin di vita.

E adesso, arrivato al pancreas, le ha dato il colpo di grazia.

Logoranti, ripetute emorragie interne la stanno uccidendo, ma lei si danna l'anima per tirare avanti a tutti i costi.

Riesce ancora a gestirsi con la forza della disperazione, sebbene il suo tempo sia ormai agli sgoccioli.

     

E non ha rinunciato all'ultimo viaggio: niente agonia in uno squallido ospedale.

Ha lavorato fino all'estremo, facendo finta di niente.

Faceva la segretaria in un prestigioso studio legale, ma soprattutto la zozza: la segretaria allentata e sempre a disposizione del cliente, specie se imballato di soldi.

Caricata sul pianale di una vecchia Volvo station wagon, attaccata a una palizzata di flebo, sogna di vedere il tempio segreto prima di crepare e finirci seppellita dentro.

È assistita con tanta pazienza dal resto del terzetto, dai soci che provano a tenerla in vita ancora per qualche giorno, con un cocktail di schifezze nel braccio.

Layla Boyle è la Zozza.

A bordo c’è anche la Cagna, la potente Kelly Madison, quarantottenne esplosiva e prorompente, pezzo forte dei migliori night-club, ma anche esperta miliziana, praticante della guerriglia sportiva e non.

Si masturba spesso, specie davanti a Layla, che non si rassegna a perdere.

Anche adesso si trova accanto alla sua amica, sul pianale della Volvo, e le tampona la fronte e il collo, con un fazzolettino; e naturalmente le zinne, con le mani.

Ogni momento può essere quello buono, ormai.

Da quando il cancro è arrivato al pancreas, la fine si è fatta imminente.

Alla guida c’è il Brutto, un certo Tuco, uno sporco messicano.

Le due hanno molto in comune tra loro, i tre praticamente nulla.

L'idea è nata da un dialogo rubato dalla Boyle in sala d'attesa.

Una tribù primitiva nascosta nello Yucatan che custodisce un antico tempio segreto, con tanto oro dentro.

La palla è passata a Tuco, che da contrabbandiere ha cercato riscontri.

Qualcosa è venuto fuori.

Il pretesto di cercare una sepoltura speciale per un'amica malata di cancro, giunta in fin di vita, si è rivelato troppo ghiotto per non essere sfruttato.

Un violento spasmo della Zozza, un affanno disperato.

La Cagna è pronta a darle ossigeno, se serve; sulla Volvo c'è tutto.

Il Brutto si agita, è un'opportunista, ma anche un romantico, a modo suo.

E dalla sorte di Layla dipende la buona riuscita della caccia al tesoro.

«Ehi... bella... ma che muori? Non morire... io sono amico tuo, no? E non morire, adesso...! Non morire... è vero che non muori, eh, bella? Vuoi qualcosa? Kelly ti dà qualcosa, non morire... dai, bella! Vedrai che diventiamo ricchi! Ricchi...! Non è vero, bella?», il Brutto prova a trasmettere un po' di entusiasmo alla Zozza, anche se il suo ghigno sghembo certo non gli dona e non migliora le cose.

Ma per fortuna di Layla, lei non può vederlo: è distesa sul pianale con le gambe verso il retro dell'auto; d'altronde, in passato è stata anche un'ambulanza e un carro da morto.

     

«Si può sapere che ti prende? Sembra la prima volta che vedi Layla in queste condizioni», obietta la Cagna.

«Io sono un impulsivo, un generoso... sono affezionato alla ragazza... che ci posso fare?».

«Io lo sono più di te, lo sai.

Adesso cerchiamo di non suggestionarla e di farla stare tranquilla.

Ha ancora birra, io so com'è fatta».

«Meno male! Meno male, bionda!».

«Idiota... è finita... forse... non supero... la notte...».

Può sentirlo, però.

«Non dire così, cara», la Madison le tampona la fronte e il collo (e il resto), l'accudisce come una suora, lei che è sana come un pesce e se ne frega dei tumori; però deve stare attenta alle pallottole, perché le farebbero scoppiare i boccioni.

Oggi, comunque, va peggio del solito; forse è davvero finita.

Sono le ultime ore della Zozza.

«Ora facciamo un po’ d’ossigeno, Layla...».

«Ehi, bella! Domani ci prendiamo il caffè insieme... non è vero?», ancora Tuco!

«Smettila e pensa a guidare».

La Cagna si allunga e gli sposta lo specchietto.

Il Brutto soffoca un grugnito.

Quando la vedono, gli indios non possono minimamente sospettare un inganno: è una vera agonia allo stato estremo.

Potrebbe spirare nelle prossime ore, avverte la Madison.

Ma quelli l’hanno già capito.

Gli indigeni si affezionano subito alla povera Layla, scatta una gara tra stregoni per associarla a una dea del loro pantheon.

Le porte del villaggio si spalancano, comprese quelle del tempio segreto! Il piano ha funzionato.

Tenuto nascosto a tutti, ma non certo alla superba incarnazione di una dea.

L’interno, poi, come si credeva, è pieno d’oro!

Per questi selvaggi ha un valore meramente decorativo.

«Va assistita costantemente, altrimenti domattina ce la ritroviamo cadavere», Kelly si raccomanda a Tuco. «Farle superare un’altra notte non sarà facile, ma ormai vale tanto oro quanto pesa...

Non deve addormentarsi troppo profondamente, al minimo segnale di cedimento le va dato ossigeno fresco, e se proprio non ce la fa, bisogna aumentarle il flusso della flebo; in punto di morte, gonfiarla di adrenalina, per pomparla fino all’ultimo».

La Madison ha paura: con il pancreas non si scherza; adesso il tumore è fulminante e Layla può rimanere uccisa già nelle prossime ore.

C’è attesa, ansia e paura da parte di tutti.

Il colpo lo devono fare prima che ci lasci la pelle, quando saranno tutti impegnati a vegliarla.

«Ci riposiamo un po’, Layla. Sia io che Tuco. Ma questi indios sono amichevoli, ti vogliono bene, sanno tutto su come aiutarti, e vi sono stregoni esperti tra loro, sono più svegli dei nostri medici.

Noi ci rivediamo fra un po’, va bene?», e la bacia sulla guancia.

Il colpo lo fanno all'alba, per fuggire attraverso la giungla.

«Mi dispiace lasciarla a questi selvaggi, Layla pompava ancora…».

«Ma noi siamo ricchi… ricchi… non è vero, biondona?», e rimane fisso col ghigno obliquo, la sua specialità.

«Layla ha le ore contate, ma in quel momento farà il diavolo a 4.

Peccato non esserci...», la Cagna si mozzica il labbro, con occhi malati.

«Su... su... vedrai che oggi la vecchia Layla si succhia un altro caffè... zozza...».

E continuano la marcia, zaini in spalla, aiutandosi con il machete.

Sembra andare tutto liscio.

Ma seguirli è facilissimo per gli indios.

ZIF

Tuco lancia un’imprecazione. Una freccia gli ha trapassato la gamba.

RAT-RAT-RAT

La reazione della Cagna è immediata.

Con una raffica panoramica della sua uzi dà una bella sfrondata al bosco.

«Forza… dobbiamo muoverci…», la Madison avanza decisa, a mitraglietta spianata, con l’ansia che le gonfia il gigantesco petto.

«Aspetta... fa un male cane...!».

Con Tuco claudicante è costretta ad andare piano.

«Muoviti, idiota... pensa se ti arrivava nella panciona...».

All’improvviso si apre una radura: un piccolo neo nella giungla compatta.

Il silenzio è assordante, ma la Cagna non se ne accorge in tempo.

SZOCK

RAT-RAT-RAT

«Male…detti…!».

RAT-RAT-RAT

Una devastante punta di ossidiana si è piantata nelle sue budella!

Il colpo è tremendo!

Ma la Cagna reagisce subito, sparando all’impazzata.

La lancia è spuntata fuori dal nulla, gli indios sono invisibili.

La Madison, seguita dal compagno, raggiunge un riparo al centro della radura, costituito da un paio di fusti d'albero.

«Te la tolgo…», dice il Brutto, che non si sente più tanto malconcio.

«No… rimarrei uccisa…», risponde ansante la Madison.

RAT-RAT-RAT

Ingobbita in avanti, sputa ancora fuoco e veleno.

«Si va avanti… per forza...».

E infatti - dopo aver raccolto le idee - riprende la marcia, decisa a salvarsi a ogni costo e a fuggire col bottino, nonostante una lancia conficcata nel ventre.

Ricarica e va avanti.

«Coprimi... le spalle...».

«Certo... nessuno ci fermerà... sei forte, biondona!», le urla dietro Tuco, per farsi coraggio.

Se la Madison cede, è fottuto anche lui, lo sa bene.

La Cagna avanza, grottescamente piegata in due, con una mano stretta intorno alla lancia indigena e l'altra al ponticello della uzi.

RAT-RAT-RAT

In certi momenti - tirandosi leggermente su per non spararsi in faccia - fa cantare la mitraglietta per tenere lontana l’invisibile minaccia.

Ma non ce la fa più.

Si ferma.

S’appoggia di fianco a un tronco e si lascia scivolare a terra.

«Dannazione, Kelly! Ma che fai!?», Tuco impreca e si lascia scivolare giù anche lui. «Su, bevi… su… biondona… non morire, eh!», la rifocilla con cicchetti di tequila e bacetti puzzolenti sul collo.

Ma la Madison stavolta non riparte.

«Tuco... mi è entrata in pancia... non voglio morire...».

Kelly si rende conto di aver trovato la morte.

«Ma no... pensa alle tue bocce, bionda! Le tue bocce...!», lo sbilenco ghigno del Brutto torna a colpire.

«Smettila… sto crepando… prima di Layla…».

Dalla macchia escono simultaneamente allo scoperto almeno dieci guerrieri indios, ben distanziati tra loro.

Il ghigno si spegne.

«Tuco... ammazzali...».

«Sei matta? Meglio arrenderci...».

Inutile cercare di resistere, la fuga è finita.

I due razziatori vengono riportati al villaggio.

Lui, estratta la freccia, legato mani e piedi a un trespolo, come un animale.

Lei, estratta la lancia, stesa su una rudimentale lettiga, con un braccio a penzoloni nel vuoto.

«Ehi, ragazzi… la Zozza come sta? Una dea non può essere morta... non può essere morta!», Tuco è curioso e smargiasso come al solito, ma sa benissimo che gli indigeni non usano telefoni cellulari. La sua è solo una provocazione.

Uno degli indios prende a tambureggiare.

E riceve subito risposta.

«Bella Zozza fare in 4.

Potente Stregone fare in 8».

«Bionda, non morire, eh!

Anche a me fa male la gamba, sai... ma non dico niente, non mi lamento... Tuco non si lamenta... queste donne bionde... queste zozze...

L’oro ci serviva per pagare un debito… sapete cos’è un debito?

Diglielo anche tu, Kelly... non morire anche tu, eh!

Non ci bollirete dentro un pentolone, vero…?».

«Tu brutto, tu non bollire bene.

Tu buono per coccodrilli».

Il ghigno si spegne.

«Noi più avanzati di voi, stupido.

Voi mangiare voi stessi.

Voi uccidere e distruggere.

Voi morire quando bella Zozza chiudere porta per sempre; sepolti vivi con dea, nel tempio, vicino oro».

«Ehi, ragazzi… ma è davvero bravo questo vostro stregone…?

Gli do una mano io, se volete...».

Il ghigno sghembo riaffiora alla luce.

Il Brutto e la Cagna si faranno in 4 per la Zozza.

Tutto il resto è sepolto nella giungla dello Yucatan.

LA PERLA DEL WASTELAND

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

«Nessuno è più potente di me, io sono Suxana!».

Ah, Suxana si è risvegliata nel deserto...
Nessuno osa sfidarti, Imperatrice del Wasteland!
Con il tuo sguardo che incenerisce i motori e il tuo trono fatto di rottami arrugginiti, rottami il mondo ai tuoi piedi.
Chi osa alzare la voce contro la Regina delle Dune? Nessuno.
Perché il potere non si chiede... si prende. E tu l'hai preso.
Ora dimmi, mia sovrana... qual è il prossimo impero da conquistare?

Dapprima, Suxana, un'età importante sulle spalle, si accontentava di sfamarsi, partecipando alle scorribande del gruppo, ma poi capì che ai maschi piaceva sempre, si lusingò, pretese sempre di più, fino a cedere alle voci della vanità.

Ed era molto pericoloso farsi arroganti nel Wasteland!

Il sole martellava il deserto come un martello pneumatico su una strada già sfondata.

Suxana sedeva sul suo “trono” – una vecchia porta blindata, saldata male su due bidoni arrugginiti – e lasciava che la polvere le accarezzasse le cosce scoperte.

Il vento portava odore di gomma bruciata e di paura lontana.
Ai suoi piedi, inginocchiati, tre warboy nuovi di zecca: facce dipinte di bianco e nero, catene che tintinnavano come promesse non mantenute.

Uno di loro, il più giovane, aveva ancora il coraggio di guardarla dritto negli occhi. Errore fatale.
«Guarda che bel cucciolo», mormorò Suxana, la voce bassa e roca come un motore V8 che tossisce sabbia.

Si sporse in avanti, il corpetto di pelle che scricchiolava, i perni di metallo che scintillavano al sole. «Hai mai visto una perla vera prima d’ora, ragazzo?».
Fece scivolare due dita sulla collana di perle vere – unico bottino che non aveva mai barattato, mai venduto, mai regalato. Quelle perle erano il suo trofeo più crudele: un ricordo di quando il mondo aveva ancora negozi di lusso e uomini disposti a morire per un sorriso.
Il warboy deglutì. «S-sì, Imperatrice… sei… sei più bella di qualsiasi chrome che abbia visto in vita mia».
Suxana rise. Una risata breve, secca, che finì in un colpo di tosse sabbiosa. «Chrome, eh? Pensi che mi basti luccicare?». Si alzò lentamente, il gonnellino di pelle che frusciava contro le cosce abbronzate. Fece due passi verso di lui, i tacchi degli stivali che affondavano nella sabbia come pugnali. «Io non luccico, piccolo. Io brucio».
Con un movimento fluido prese la catena che il ragazzo portava al collo – un simbolo di appartenenza al suo branco – e la tirò verso di sé. Lui inciampò in avanti, finendo con la faccia a pochi centimetri dal suo décolleté.
«Dimmi», sussurrò, le labbra vicinissime all’orecchio tatuato del warboy, «cosa succede a chi osa guardarmi come se fossi una preda e non la Regina?».
Il ragazzo tremava. «Si… si finisce nel mulino delle lame, mia signora».
«Bravo». Suxana gli diede un buffetto sulla guancia, quasi materno. Poi, con la stessa mano, lo spinse indietro facendolo cadere sulla schiena. «Ma oggi sono di buon umore. Oggi mi serve un messaggero».
Si voltò verso il resto del gruppo, i warboy che aspettavano in cerchio, motori al minimo, pronti a ruggire al suo minimo cenno.
«C’è una carovana di Aqua-Cola che attraversa il Passo delle Ossa Secche. Dicono che sia scortata da quello schifo di Immortan Joe e dai suoi Razor Boys.

Bene, voglio quelle cisterne. Voglio che tutti sappiano chi è la vera perla del deserto».
Un ruggito di approvazione si alzò dai motori. Suxana tornò a sedersi, accavallando le gambe con lentezza calcolata. Il vento le scompigliò i capelli scuri.
«Muovetevi», ordinò, senza alzare la voce. «E portatemi la testa di uno dei suoi luogotenenti. La userò come posacenere».
Mentre i warboy partivano in una nuvola di polvere e urla gutturali, Suxana si appoggiò all’indietro, lasciando che il sole le scaldasse il viso. Un sorriso lento le increspò le labbra.
La vanità l’aveva resa pericolosa.
L’arroganza l’aveva resa invincibile.
E il Wasteland… il Wasteland stava per scoprire quanto costa sfidare una donna che ha smesso di chiedere permesso tanto tempo fa.

Il Passo delle Ossa Secche non era un luogo. Era una ferita nella terra, un canyon stretto dove il vento fischiava come un motore morente e le pareti erano fatte di vertebre di camion fossilizzati, scheletri di metallo contorto e teschi umani incastrati tra le rocce come decorazioni permanenti.
La carovana di Aqua-Cola procedeva lenta, un serpente di cisterna corazzate e buggy armati fino ai denti. Al comando c’era Immortan Joe, troppo brutto per essere descritto. Accanto a lui, i Razor Boys – facce tatuate con lame stilizzate, catene che collegavano polsi a manubri, urla gutturali che coprivano il rombo dei motori.
Suxana non era lì.
Suxana non scendeva più in prima linea da quando aveva capito che il potere vero non sta nel sangue versato di persona, ma nel terrore che si diffonde quando il tuo nome viene pronunciato.
Dal suo trono di rottami, a tre chilometri di distanza su una duna alta, Suxana guardava la scena attraverso un potente binocolo. Il sole le scaldava la pelle sudata sotto il corpetto di pelle. Era possente, bella per quei luoghi.

Le perle al collo le pesavano come un’accusa.
I suoi warboy erano partiti: venti veicoli, il meglio che aveva. Motori truccati, spuntoni, lanciafiamme improvvisati. Li aveva mandati con un ordine semplice: «Portatemi le cisterne. Portatemi Joe in catene. O non tornate».
Ora, dal binocolo, vedeva il caos iniziare.
La prima ondata dei suoi si era lanciata nel canyon come una torma di lupi affamati. Esplosioni di nitro, proiettili traccianti che rimbalzavano sulle pareti. Ma Joe non era stupido. Aveva piazzato mine magnetiche sul fondo del passo – roba vecchia ma letale.

Tre buggy di Suxana saltarono in aria in una fontana di sabbia e fuoco, prima ancora di arrivare a tiro. I Razor Boys risposero con una raffica di arpioni a catena: uncini che si conficcavano nei radiatori, tiravano, squarciavano. Un war rig di Suxana perse il controllo, si schiantò contro la parete e bloccò mezzo passaggio.
La Perla del Wasteland abbassò il binocolo. Il cuore le martellava nel petto più forte del rombo lontano.
«Schifoso...», mormorò tra sé, ma la voce le uscì incrinata.
Non era solo rabbia. Era paura.
Paura vera, quella che non provava da anni.
Se Immortan Joe vinceva, non si sarebbe limitato ad andarsene. L’avrebbe cercata. Joe avrebbe trascinato il suo cadavere per le dune appeso a un gancio, mostrando a tutti che la “Perla del Wasteland” era solo carne marcia con un bel vestito di pelle.
E i suoi warboy? Avrebbero cambiato bandiera in un battito di ciglia. Nel Wasteland la lealtà finisce quando smetti di vincere.
Suxana si alzò dal trono. Le gambe le tremavano appena. Si passò una mano sul ventre morbido, come per rassicurarsi che era ancora lì, ancora viva, ancora grossa e minacciosa.
«Portate i rinforzi», ordinò al ragazzo che le faceva da attendente, un moccioso con la faccia dipinta di bianco che tremava più di lei. «Tutti quelli che restano. Cannoni a molla, lanciafiamme, tutto. Se perdiamo il Passo, bruciamo il deserto intero».
Il ragazzo annuì e corse via.
Suxana tornò a guardare col binocolo.
Laggiù, in mezzo al fumo, vide Joe combattere e uccidere senza pietà.

Poi alzò lo sguardo, dritto verso la duna di Suxana.
Non poteva vederla davvero, era troppo lontano.
Eppure Suxana sentì lo stesso un brivido gelido lungo la schiena.
Le puntò contro la colt. Era un messaggio chiaro: “Ti vedo, vecchia troia. Sto arrivando”.
Suxana lasciò cadere il binocolo. Le mani le tremavano forte ora.
Per la prima volta dopo tanto tempo, l’Imperatrice del Wasteland sentì il sapore vero della paura in bocca.
Non era solo la possibilità di morire.
Era la possibilità di morire da perdente.
Da donna che aveva preso tutto e ora rischiava di perdere tutto.
Si voltò verso il deserto alle sue spalle.
C’era ancora una via di fuga. Un vecchio tunnel sotto le dune, nascosto, che portava a ovest, verso le terre dimenticate. Poteva scappare. Poteva ricominciare. Con un altro nome, un altro vestito, un altro trono.
O poteva restare.
Mandare gli ultimi uomini.
Scommettere tutto.
E se avesse vinto… oh, se avesse vinto… avrebbe fatto appendere la testa di Joe al suo nuovo trono.
Suxana chiuse gli occhi un istante.
Respirò la sabbia.
Poi li riaprì, e il sorriso tornò – storto, feroce, disperato.
«Preparate i motori», disse a voce alta, anche se non c’era più nessuno vicino. «Oggi o si muore da regine… o si muore da niente».
Il rombo dei rinforzi saliva già dalla duna dietro di lei.
Lo scontro non era finito.
Era appena diventato personale.

Il Passo delle Ossa Secche era diventato un mattatoio fumante.
Il rombo dei motori si era spento in un lamento di metallo contorto e carne bruciata. La sabbia era nera di olio, sangue e cenere.
Immortan Joe – il vero signore del deserto, il mostro con la maschera da teschio, il respiratore che sibilava come un serpente morente, il corpo avvolto in tubi e armature arrugginite – aveva schiacciato tutto.
Non era stato uno scontro. Era stata un’esecuzione.
Suxana giaceva contro il fianco rovesciato del suo war rig principale, il motore ancora caldo che le scottava la schiena attraverso il corpetto di pelle da gran puttana.
Un arpione l'aveva infilzata come un tonno, in piena pancia. Respirava a fatica.
Eppure non era morta.
Non ancora.
Dal fumo emersero le sagome dei suoi ultimi warboy – cinque, forse sei – che zoppicavano, trascinavano armi spezzate, volti dipinti di bianco e nero ora sporchi di rosso vero.
Uno di loro, il moccioso con la faccia da clown che le faceva da attendente, la vide per primo.
«Imperatrice!», gridò, correndo verso di lei con le mani tremanti.
Suxana alzò una mano – pesante come piombo – e lo fermò.
«Zitto», sibilò. La voce le uscì rauca, spezzata, ma ancora con quell’autorità che faceva tremare le ginocchia. «Non gridare. Lui… è ancora qui».
Lontano, oltre le carcasse fumanti, si sentiva il rombo basso e costante del convoglio di Immortan Joe.
Non se n’era andato.
Stava aspettando.
Aspettando che lei morisse dissanguata, o che i suoi uomini finissero per tradirla, o che il deserto facesse il lavoro sporco.

La Perla del Wasteland si fece segare la punta dell'arpione che protendeva dalla schiena, e poi se lo tirò fuori da sola, come la potentissima bestia che era.
Suxana afferrò il bordo della lamiera e si tirò su, ignorando il dolore che le esplodeva in corpo.
Il sangue le colò lungo la coscia.
Si appoggiò al relitto, ansimando.
Guardò i suoi uomini – i pochi rimasti – e per la prima volta non li vide come servi o carne da macello.
Li vide come l’ultima possibilità.
«Ascoltate», disse, la voce bassa ma tagliente come una lama. «Non c’è più tempo per le pose da regina. Non c’è più trono. C’è solo il buco sotto le dune… il vecchio tunnel, quello che porta a ovest. Se arriviamo lì, possiamo sparire. Ricominciare. O almeno morire lontani da quel bastardo con la maschera».
Uno dei warboy – un colosso con la cresta di chiodi – sputò per terra.
«Scappare? Noi? Dopo tutto quello che hai promesso?».
Suxana lo fissò. Gli occhi dietro gli occhiali da sole erano lucidi di dolore e rabbia.
«Promesso?», ripeté piano. «Vi ho promesso chrome e gloria. Ve l’ho dati. Avete bruciato carovane, bevuto Aqua-Cola rubata, scopato nelle tende di chi comandava prima di me. Ora vi prometto una cosa diversa: sopravvivenza. Chi resta qui muore da cane. Chi viene con me… forse vive abbastanza da poter tornare un giorno e ficcare un arpione nel cranio di Immortan Joe».
Silenzio.
Solo il sibilo del vento e il crepitio dei fuochi lontani.
Il moccioso fu il primo a muoversi.
Si chinò, passò un braccio sotto la spalla di Suxana e la aiutò a reggersi in piedi.
«Io vengo, Imperatrice. Sempre».
Uno dopo l’altro, gli altri si avvicinarono.
Non per lealtà cieca.
Per istinto.
Perché sapevano che senza di lei erano solo warboy randagi.
Con lei… erano ancora qualcosa.
Suxana indicò con il mento un buggy mezzo distrutto ma con il motore ancora vivo.
«Quello... caricate tutto... ahh... prendete l’acqua che resta... le munizioni... le taniche di nitro... muovetevi veloci... uhh... Joe... non aspetterà per sempre... ohh...».
Mentre la issavano sul sedile posteriore, Suxana si voltò un’ultima volta verso il canyon.
Laggiù, in mezzo al fumo, la sagoma enorme di Immortan Joe era visibile: immobile, il respiratore che pompava vapore bianco, gli occhi invisibili ma puntati dritti su di lei.
Non inseguiva.
Non ancora.
Forse la considerava già morta.
O forse voleva che soffrisse sapendo di aver perso tutto.
Suxana sorrise – un sorriso storto, insanguinato, feroce.
«Goditela ora, vecchio» mormorò. «La prossima volta che ci vediamo… sarò io ad avere il potere. Tu avrai solo un buco in mezzo alla fronte».
Il buggy tossì, e partì con un ruggito strozzato.
Scomparvero nella polvere, diretti verso l’imboccatura nascosta del tunnel.
Suxana si accasciò sul sedile.
Il sangue continuava a colare.
Ma il cuore batteva ancora forte.
Troppo forte per morire adesso.
Il Wasteland non aveva finito con lei.
E lei non aveva finito col Wasteland.

Il buggy sobbalzava sulla sabbia dura come cemento.
Suxana era sdraiata di traverso sul sedile posteriore, le gambe piegate in modo innaturale.
L’arpione l’aveva colpita dritto al centro del ventre, poco sotto l’ombelico.
Ogni respiro era un rantolo bagnato. Ogni sobbalzo del veicolo faceva zampillare altro sangue scuro che le inzuppava la gonna di pelle e colava sul pianale arrugginito.
Non urlava.
Non più.
Le urla erano finite quando l’arpione era entrato, quando aveva sentito il metallo freddo aprirle la pancia come una lattina di conserva scaduta.
Ora c’era solo un dolore sordo, profondo, che le riempiva tutto il basso ventre, come se qualcuno le avesse acceso un falò dentro le budella.
Il moccioso al volante guidava a denti stretti, gli occhi fissi sull’orizzonte dove si intravedeva l’imboccatura nascosta del tunnel – un buco nero tra due dune, coperto da strati di rottami e sabbia accumulata.
Gli altri due warboy rimasti sedevano ai lati di Suxana, uno le teneva premuta una striscia di tela sporca sulla pancia, l’altro le stringeva la mano come se potesse tenerla in vita con la forza.
«Quanto manca?», gracchiò Suxana. La voce era un filo di ruggine.
«Due minuti, Imperatrice. Forse tre. Tieni duro».
Suxana rise – un suono umido, gorgogliante, che le fece uscire un rivolo di sangue dalla bocca.
«Tieni duro», ripeté, beffarda. «Come se fosse una scelta».
Guardò in basso.
Intorno al foro la pelle era gonfia, violacea, con strisce di grasso giallastro che spuntavano dai lembi strappati.
Le viscere si muovevano piano sotto la ferita – un fremito lento, come vermi che si agitano in una scatola rotta.
Sapeva cosa significava: intestino perforato, forse stomaco sfondato, sicuramente emorragia interna massiccia.
Nel Wasteland non c’erano medici, non c’erano trasfusioni, non c’era niente se non polvere e morte lenta.
Eppure non moriva.
Il cuore le batteva ancora, testardo, rabbioso.
La testa le girava, ma gli occhi restavano aperti, lucidi di febbre e odio.
Non era ancora finita.
Non del tutto.
Se fosse arrivata al tunnel… forse qualcuno, da qualche parte, avrebbe potuto cucirla con fil di ferro e speranza.
O forse no.
Ma finché il cuore pompava, finché respirava sabbia e sangue, Suxana restava Suxana.
La Perla non si arrendeva.
Nemmeno sfondata.
Nemmeno morente.

Il tunnel era un budello scavato nella roccia e nel tempo, illuminato solo da una torcia alchemica che sputava luce verde malata.

Suxana era appoggiata contro una parete umida, le gambe spalancate, il ventre un cratere aperto coperto alla bell’e meglio da stracci intrisi di sangue. Respirava a bocca aperta, ogni inspirazione un rantolo umido. L’arpione era stato estratto, ma il danno era fatto: le viscere pulsavano visibili sotto i lembi di pelle strappati.
Il moccioso (lo chiamavano “Clown” per la pittura sbiadita) le teneva la mano. Gli altri tre – il colosso con la cresta di chiodi (“Spine”), un tipo magro con occhiali da saldatore rotti (“Occhio”) e una ragazza-warrior con i capelli rasati (“Razor”) – stavano accovacciati in cerchio, armi in grembo, come scarafaggi sotto la sabbia.

Clown (sussurrando, voce rotta): «Imperatrice… il sangue non si ferma. Dobbiamo… dobbiamo provare a cauterizzare con la torcia. O cucire con filo di motore. Qualcosa».
Suxana (occhi socchiusi, voce un filo di ruggine): «Cauterizzare? Mi fate a pezzi viva. No. Ascoltate… ascoltate bene. Joe non ci ha inseguiti fin qui. Significa che pensa che siamo già morti. O che non valiamo la benzina».
Spine (ringhiando piano): «Allora restiamo. Ci lecchiamo le ferite come cani. Quando torniamo fuori, lo prendiamo di sorpresa. Gli ficchiamo l’arpione nel culo mentre piscia Aqua-Cola».
Razor (fredda, pulendo la lama del coltello): «O scappiamo. Il tunnel esce a ovest, nelle Terre Morte. Là non c’è niente, ma neanche Joe. Possiamo rubare un mezzo da qualche clan di scarti, ricominciare. Tu guarisci… o non guarisci. Ma almeno non finiamo appesi al suo albero di trofei».
Occhio (guardando la ferita di Suxana, pallido): «Imperatrice… con rispetto… non so se ce la fai a uscire viva da questo buco. Se muori qui dentro, noi che facciamo? Torniamo a fare i randagi? O ci buttiamo sul suo convoglio urlando il tuo nome, per darti una fine da leggenda?».
Suxana (un riso gorgogliante, poi tosse con sangue): «Leggenda un cazzo. Se muoio, sono cazzi, mi gioco la pelle...».
Clown (stringendole la mano più forte): «Allora non muori. Non oggi. Dimmi cosa fare. Dimmi e lo facciamo».
Suxana (occhi che brillano debolmente nel buio): «Aspettiamo. Due giorni. Tre al massimo. Se non muoio… usciamo e colpiamo. Se muoio… io... rimango uccisa...».
Silenzio pesante.
Fuori, al Passo delle Ossa Secche, al campo di Immortan Joe, nel crepuscolo arancione, il capo era seduto sul suo trono mobile – un war rig corazzato con teschi umani saldatati ovunque. Il respiratore sibilava ritmico. Intorno a lui, i suoi War Boys più fidati, dipinti di bianco e argento, aspettavano ordini. L’aria puzzava di gomma bruciata e carne carbonizzata.
Un luogotenente – un tipo con mezza faccia di metallo (“Half-Face”) – si avvicinò inginocchiandosi.
Half-Face: «Signore… abbiamo contato i corpi. Tutti i suoi warboy sono lì. Ventitré. Più i rottami. Ma… lei non c’è. Nessun segno della puttana con le perle. Né viva, né morta».
Immortan Joe (voce distorta dal respiratore, lenta, minacciosa): «Non c’è...?».
Half-Face (nervoso): «Abbiamo rivoltato ogni carcassa. Abbiamo guardato sotto i relitti. Abbiamo setacciato la sabbia con i metal detector. Niente collana, niente corpetto di pelle, niente grasso morbido. Sparita. Come se il deserto se la fosse ingoiata».
Joe rimase immobile per lunghi secondi.

Poi alzò una mano guantata, indicò il canyon.
Immortan Joe: «Il tunnel. Quello vecchio, sotto la duna nord. L’hanno usato altre carovane per scappare. Cercate lì. Portatemi il cadavere. Vivo o morto. Ma voglio vederlo. Voglio strapparle quelle perle dal collo mentre è ancora calda… o mentre è già fredda. Non finisce così. Non una cagna come lei».
Half-Face (annuendo rapido): «Subito, Signore. Mando due pattuglie con i cani da guerra e le torce. Se è là dentro, la tiriamo fuori. Anche solo un pezzo alla volta».
Joe non rispose. Il respiratore continuò a sibilare.
Ma i suoi occhi – invisibili dietro le lenti nere – fissavano il punto in cui il tunnel spariva nella roccia.
Come se sapesse già che Suxana fosse là dentro.
A respirare.
A sanguinare.
A odiare.

Razor (orecchio contro la roccia, sussurrando): «Motori... Lontani, ma si avvicinano. Hanno capito».
Suxana (occhi che si riaprono di scatto, lucidi di febbre): «Allora non abbiamo più giorni. Abbiamo ore. Preparate le armi. Se entrano… li accogliamo come si deve. E se non ce la faccio… sapete cosa fare».
Clown (con le lacrime che rigano la pittura): «Non ti lascio qui, Imperatrice. Non ti lascio».
Suxana (un ultimo sorriso storto, insanguinato): «Bravo, piccolo. Allora combatti con me. Fino all’ultimo respiro. Fino all’ultimo proiettile. Facciamo in modo che quando Joe troverà il tunnel… senta ancora il mio odore».
Il rombo dei motori si avvicinava.
Nel buio del tunnel, la Perla morente sorrideva ancora.

Quindici anni prima, il mondo non era ancora del tutto morto, ma ci andava vicino.

Le città erano crateri fumanti, le strade un cumulo di carcasse arrugginite, e l’acqua valeva più del sangue.

Suxana si chiamava ancora Susanna. Aveva quarantanni suonati, un corpo che il Wasteland non aveva ancora consumato del tutto – curve generose, fianchi larghi, tette pesanti che attiravano sguardi anche quando era coperta di polvere e olio. Era una “scorta” in una banda di predoni chiamata i Dust Vipers: niente di glorioso, solo una donna che apriva le gambe per un posto sul convoglio, per un sorso d’acqua pulita, per non finire legata a un palo sotto il sole.
All'epoca non portava ancora perle.
Il capo dei Dust Vipers era un bastardo chiamato Razorback – un colosso con una maschera di teschio di cinghiale, che comandava a frustate e prometteva chrome eterno. Susanna era la sua “preferita” da tre anni: lo soddisfaceva quando voleva, cucinava, medicava i feriti con stracci bolliti. In cambio aveva un posto sul war rig principale e non veniva data in pasto agli altri.
Ma Razorback commise un errore: pensò che la fame e la paura l’avessero spezzata per sempre.
Una notte, dopo una scorribanda andata male – persero due buggy e metà dell’acqua – Razorback era ubriaco di guzzolina scadente. La trascinò nella sua tenda di tela cerata, la buttò sul materasso di pelli luride e iniziò a sfogarsi.
Susanna non oppose resistenza. Non all’inizio.
Ma quando lui le strinse il collo troppo forte, quando le sussurrò «Sei solo carne, troia, carne che si scambia», qualcosa dentro di lei si ruppe… no, si accese.
Con un movimento lento, quasi pigro, prese il coltello da stivale che Razorback teneva sempre sotto il cuscino. Glielo infilò sotto la mascella, dritto nel palato molle, fino al cervello.
Non gridò.
Non lottò.
Solo un gorgoglio umido, e il corpo massiccio si accasciò su di lei come un sacco di sabbia bagnata.
Susanna spinse via il cadavere, si alzò nuda e insanguinata, il coltello ancora in mano.
Uscì dalla tenda.
I warboy erano intorno al fuoco, ubriachi, esausti. La videro: nuda, coperta di sangue del loro capo, con un sorriso che non avevano mai visto prima.
«Razorback è morto», disse semplicemente.
La voce era calma. Bassa. Come se stesse annunciando che pioveva.
Silenzio.
Poi uno rise, pensando fosse uno scherzo.
Susanna gli si avvicinò, gli infilò il coltello nell’occhio destro senza battere ciglio.
Cadde come un sacco.
Gli altri si alzarono, armi in mano.
Ma lei parlò prima che sparassero.
«Voi siete stanchi di perdere. Stanchi di Aqua-Cola razionata, di donne che vi sputano in faccia, di morire per un capo che vi usa come carne da macello. Io vi do qualcosa di meglio: non chiedo di essere amata. Chiedo di essere temuta. E vi do il mio corpo come premio. Chi mi segue mangia per primo, beve per primo, scopa per primo. Chi mi sfida… finisce come lui».
Indicò il cadavere di Razorback che rotolava fuori dalla tenda.
Nessuno sparò.
Nessuno rise.
Uno dopo l’altro abbassarono le armi.
Quella notte Susanna prese il nome di Suxana.
Prese le perle vere – unico bottino personale di Razorback, rubate da un vecchio negozio di lusso anni prima – e se le mise al collo.
Non le tolse mai più.
Nei mesi successivi trasformò i Dust Vipers in qualcosa di nuovo.
Non una banda di predoni qualunque: una corte del terrore.
Insegnò loro a non chiedere, ma a prendere.
A non implorare acqua, ma a rubarla dalle vene dei nemici.
E quando un warboy la guardava troppo a lungo, lei lo lasciava avvicinare… e poi lo spezzava, lo umiliava, lo faceva implorare.
La vanità arrivò dopo: quando capì che i maschi la desideravano di più ora che era potente, ora che era grassa di bottino e di arroganza, ora che il suo corpo non era più una merce ma un trono.
Da quel momento in poi, ogni conquista era anche un’umiliazione per chi l’aveva sottovalutata.
Ogni collana di perle era un promemoria:
“Ero carne. Ora sono la Perla che vi strangola.”
Torniamo al presente, nel tunnel buio.

Suxana, sfondata dall’arpione, rantolante contro la roccia, guarda i suoi warboy con occhi febbrili.
«Ricordate come sono diventata chi sono?» sussurra.
«Da un coltello nel collo di un capo. Da un sorriso nel buio.
Se muoio qui… prendete quel coltello. E fate lo stesso con Joe.»
Il rombo dei motori di Immortan Joe si avvicina sempre di più.
Ma nel tunnel, la Perla non è ancora spenta.

Il tunnel puzzava di umidità, ruggine e sangue fresco. La torcia verde sputava ombre danzanti sulle pareti irregolari. Suxana era appoggiata alla roccia, il ventre fasciato alla meglio con stracci e cinghie di cuoio, ma il sangue continuava a filtrare, lento e ostinato, formando una pozza scura sotto di lei. Ogni respiro le costava un gemito trattenuto, eppure la voce, quando parlò, uscì ferma, quasi regale.
Suxana (occhi febbrili, ma sguardo che trafigge):
«Dobbiamo reggere. Senza subire perdite. Io non devo rimanere uccisa.»
Silenzio. I warboy si guardarono tra loro, increduli.
Clown strinse la mano di lei più forte, come se potesse trasmetterle la sua vita. Spine si passò una mano sulla cresta di chiodi, Razor pulì la lama del coltello con un gesto meccanico. Occhio si limitò a fissare il pavimento.
Clown (sottovoce, quasi implorante):
«Imperatrice… hai un buco nella pancia grande come un pugno. Stai sanguinando da ore. Non è questione di “volere”. Il deserto non ascolta gli ordini.»
Suxana (un sorriso storto, insanguinato, che le increspa le labbra):
«Il deserto ascolta me. Da quindici anni. Da quando ho piantato un coltello nel cranio di Razorback e ho preso il suo posto. Non sono arrivata fin qui per crepare in un buco come un ratto. Non oggi. Non per Joe.»
Si spostò leggermente, ignorando il lampo di dolore che le attraversò le viscere. Prese il coltello di Razor e lo puntò verso l’imboccatura del tunnel, dove il rombo dei motori di Immortan Joe si avvicinava sempre di più, un tuono lontano ma inesorabile.
Suxana (voce bassa, ma tagliente come una sega):
«Ascoltate bene, perché non lo ripeterò.
Non combattiamo per vincere. Combattiamo per non perdere me.
Niente assalti suicidi. Niente eroismi da warboy.
Usate il tunnel.
Le strettoie.
Le frane vecchie.
Le trappole che abbiamo visto venendo qui: quel cumulo di rottami a venti metri dall’uscita, le lastre di lamiera che pendono dal soffitto.
Fatele cadere al momento giusto.
Bloccateli.
Fate in modo che entrino uno alla volta, o non entrino affatto.
Se sparano, sparate voi per primi, ma da copertura.
Se avanzano, ritiratevi più in profondità.
Io resto qui. Visibile. Ferita. Debole.
L’esca perfetta.
Quando Joe mi vedrà, crederà di aver vinto.
Crederà di potermi prendere viva, o almeno di potermi finire con le sue mani.
E in quel momento voi colpite.
Non per me.
Per la leggenda.
Perché se io muoio qui, muore anche il terrore che ho costruito.
E io non permetto che il mio nome finisca nella polvere.»
Spine (ringhiando, ma con un filo di rispetto):
«Quindi ci sacrifichiamo per tenerti in vita? È questo l’ordine?»
Suxana (lo fissa dritto negli occhi):
«No. L’ordine è semplice: reggere.
Senza perdite inutili.
Senza farmi uccidere.
Se uno di voi cade, che cada solo dopo aver fatto cadere almeno tre dei suoi.
Se io muoio… allora sì, potete morire tutti.
Ma fino a quel momento, io sono invincibile.
E voi siete i miei warboy.
Non dimenticatelo.»
Razor (fredda, ma con un cenno di assenso):
«Capito. Trappole. Copertura. Colpi mirati. Niente corpo a corpo.
E tu… stai ferma. Non muoverti. Non sanguinare di più.»
Suxana (ride piano, un suono umido e spezzato):
«Ferma? Io?
Io sono Suxana.
Non sto ferma neanche da morta.»
Clown le sistemò meglio la fasciatura, con mani tremanti.
Occhio andò a controllare l’imboccatura, tornando subito dopo.
Occhio:
«Sono vicini. Due buggy davanti, poi il war rig grosso. Joe è sul tetto. Lo vedo luccicare.
Hanno torce e cani.»
Suxana (chiudendo gli occhi un istante, poi riaprendoli lucidi):
«Bene.
Preparate le lastre.
Clown, tu stai con me.
Se entro cinque minuti non sono morti o bloccati… mi dai il colpo di grazia.
Non lascio che mi prendano viva.
Ma fino ad allora… reggiamo.»
Il rombo si fece assordante.
Polvere cadde dal soffitto.
I warboy si disposero: Spine e Razor alle trappole, Occhio con il fucile da cecchino improvvisato, Clown inginocchiato accanto alla sua regina morente.
Suxana appoggiò la testa alla roccia.
Sentiva il sangue colare, sentiva le viscere muoversi debolmente.
Ma sorrideva ancora.
Perché nel suo delirio di dolore e febbre, era convinta di una cosa sola:
Io non devo rimanere uccisa.
Non oggi.
Non da lui.
Il primo buggy entrò nel tunnel.
I warboy trattennero il fiato.
Suxana sussurrò, quasi a se stessa:
«Venite, bastardi.
Venite a vedere quanto sono invincibile.»

Immortan Joe non era seduto sul suo war rig quella notte.
Era in piedi sul tetto corazzato, immobile come una statua di ruggine e tubi, il respiratore che pompava vapore bianco nel freddo secco del deserto dopo il tramonto.
I suoi War Boys avevano montato il campo provvisorio a mezzo chilometro dal Passo delle Ossa Secche, ma lui non si era mosso dal punto in cui l’aveva vista l’ultima volta: una figura insanguinata trascinata via da un buggy che spariva nella polvere.
Il caldo del giorno gli era rimasto dentro la testa, un forno che non si spegneva.
E con il caldo arrivavano i ricordi.
Non i ricordi puliti, gloriosi, di conquiste e Aqua-Cola versata a fiumi.
Ricordi sporchi.
Ricordi di lei.
Suxana.
Non la Suxana di oggi, la regina arrogante con le perle al collo e il ventre sfondato.
La Suxana di dieci anni prima, quando era ancora una preda grossa ma non ancora una minaccia.
L’aveva vista per la prima volta a un raduno di clan nel Cratere di Gastown: lei era lì con i Dust Vipers, Razorback ancora vivo, lei al suo fianco come trofeo vivente.
Joe l’aveva notata subito.
Non per le tette pesanti che sporgevano dal corpetto strappato, non per le cosce che sembravano fatte per stringere un uomo fino a spezzarlo.
L’aveva notata perché rideva.
Rideva forte, con la bocca spalancata, mentre Razorback la teneva per la vita e lei gli piantava un’unghia laccata di rosso nel petto, come per dire: “Posso ucciderti quando voglio, ma oggi ti lascio giocare”.
Joe aveva sentito un calore strano, allora.
Non solo desiderio.
Invidia.
Invidia di un capo che aveva una donna così – grossa, feroce, che non si spezzava – e non capiva quanto valesse.
Poi Razorback era morto.
Suxana aveva preso il comando.
E da quel momento in poi, ogni volta che i loro convogli si incrociavano nel deserto, c’era stato uno scambio: sguardi, insulti urlati dai finestrini, proiettili che fischiavano vicini ma mai abbastanza da uccidere.
Una volta, durante una tregua forzata per una tempesta di sabbia, si erano trovati faccia a faccia davanti a un falò morente.
Nessuno dei due aveva parlato per primi.
Lei aveva solo sorriso – quel sorriso storto, con i denti macchiati di polvere – e gli aveva offerto una bottiglia di guzzolina rubata.
Joe l’aveva presa.
Avevano bevuto in silenzio.
Poi lei aveva detto, piano:
«Un giorno ti ficcherò un arpione nel culo, vecchio. Ma prima ti lascerò scopare. Così saprai cosa perdi.»
Joe non aveva risposto.
Ma aveva sentito il calore salire di nuovo.
Non era solo lussuria.
Era qualcosa di peggio: rispetto misto a rabbia.
Lei era l’unica che non si inginocchiava.
L’unica che lo guardava come se fosse già morto.
Ora, sul tetto del war rig, con il vento che gli sferzava i tubi del respiratore, Joe si passò una mano guantata sul petto corazzato.
Sotto, il cuore pompava lento, pesante.
Voleva trovarla.
Voleva strapparle le perle dal collo, voleva vederla implorare, voleva finirla con le sue mani – schiacciarle la gola mentre lei lo fissava ancora con quegli occhi che dicevano “non mi hai mai avuta davvero”.
Ma allo stesso tempo…
Una parte di lui sperava che fosse sopravvissuta.
Che quel buco nella pancia non l’avesse uccisa.
Che fosse là fuori, nel tunnel o oltre, a leccarsi le ferite, a radunare altri warboy, a tornare più grossa, più cattiva, più invincibile.
Perché se Suxana moriva…
Se la Perla del Wasteland si spegneva in un buco buio…
Allora il deserto sarebbe diventato più vuoto.
Più noioso.
Più morto.
Joe abbassò lo sguardo verso il canyon buio.
Il suo luogotenente Half-Face salì sul tetto, cauto.
Half-Face:
«Signore… le pattuglie sono entrate nel tunnel. Hanno sentito odore di sangue fresco. Ma niente cadaveri. Niente perle. Solo tracce che spariscono nella roccia.»
Joe non rispose subito.
Il respiratore sibilò due volte, come un sospiro meccanico.
Immortan Joe (voce distorta, lenta):
«…Cercate ancora.
Ma non uccidetela subito se la trovate.
Voglio guardarla negli occhi.
Voglio vedere se ride ancora.
Se ride… allora la tengo viva.
Un po’.
Se non ride… allora finisce.»
Half-Face annuì e sparì.
Joe rimase solo con il vento e i ricordi.
Chiuse gli occhi dietro le lenti nere.
Vide Suxana: nuda nel fuoco di un falò, coperta di sangue, con le perle che luccicavano sul petto insanguinato, che gli puntava contro un coltello e rideva.
Rise anche lui, un suono rauco che uscì dal respiratore come un rantolo.
«Vecchia troia» mormorò.
«Se sei viva… torna.
Se sei morta… resta morta.
Ma non osare sparire.»
Il deserto tacque.
Ma da qualche parte, nel buio del tunnel, Suxana respirava ancora.
E sorrideva.

Il tunnel tremava come le budella di un gigante morente.
Polvere fina cadeva dal soffitto in cascate silenziose, illuminata dalla torcia verde che oscillava come un pendolo impazzito.
Suxana era ancora appoggiata alla parete, il ventre un cratere fasciato male, il sangue che colava ormai lento, quasi pigro.
Eppure rideva.
Non un riso debole da moribonda.
Era la risata di sempre: bassa, roca, gutturale, che partiva dal diaframma e saliva fino a esplodere in gola.
Una risata che diceva “vi ho fottuti tutti, e lo so”.
Suxana (tra un rantolo e l’altro, gli occhi lucidi di febbre e trionfo):
«Sentite? È lui. È qui.
Venite, vecchio porco… vieni a prendermi…»
Clown le stringeva la mano, terrorizzato.
Spine e Razor erano già in posizione: le lastre di lamiera penzolanti dal soffitto erano state allentate con corde di acciaio improvvisate, pronte a cadere al primo strappo.
Occhio teneva il fucile puntato verso l’imboccatura, il dito sul grilletto.
Il rombo dei motori entrò nel tunnel come un tuono ingoiato.
Prima un buggy isolato, poi il secondo, poi il war rig di Immortan Joe – enorme, mostruoso, con i teschi che dondolavano come pendagli osceni.
Joe era in piedi sul tetto, il mantello di tubi che sventolava, il respiratore che pompava vapore bianco nel buio.
Vide la luce verde in fondo.
Vide la sagoma di Suxana contro la parete.
Vide il sangue, le perle rosse di sangue, il sorriso storto.
E rise anche lui – un suono distorto, meccanico, che uscì dal respiratore come un rantolo di piacere malato.
Immortan Joe (voce amplificata dal metallo, delirante):
«Perla… la mia Perla…
Non sei morta.
Non ancora.
Vieni qui… fatti vedere… fammi sentire quel corpo grasso prima di spezzarlo…»
Fece un cenno.
I War Boys avanzarono a piedi, armi in pugno, cani che ringhiavano al guinzaglio.
Joe scese dal war rig con un balzo pesante, atterrando sulla sabbia compatta del tunnel.
Camminò avanti, lento, inesorabile, il braccio meccanico che ticchettava come un orologio rotto.
Suxana rise più forte.
Il suono rimbalzò sulle pareti, si moltiplicò, divenne un’eco assordante che copriva persino i motori.
Suxana (gridando tra le risate, la voce che si incrinava ma non cedeva):
«Vieni, Joe! Vieni a prenderti la tua perla!
Vieni a vedere se sono ancora calda!»
Joe accelerò il passo.
Era in pieno delirio: il desiderio, l’odio, il ricordo di quel falò di anni prima, di quella bottiglia condivisa, di quella promessa sussurrata.
Voleva strapparle le perle.
Voleva schiacciarle la gola.
Voleva sentirla implorare.
O forse voleva solo sentirla ridere ancora, un’ultima volta.
Era a trenta metri.
Venti.
Dieci.
Spine (sussurrando a Razor):
«Ora?»
Razor (fredda):
«Aspetta. Lascia che si avvicini. Che senta la risata da vicino.»
Joe era a cinque metri da Suxana.
La fissava, il respiratore che sibilava furioso.
Allungò il braccio meccanico, la sega circolare ancora spenta, ma pronta a girare.
Suxana lo guardò dritto negli occhi invisibili dietro le lenti nere.
Sorrise.
E annuì impercettibilmente verso i suoi.
Clown tirò la corda.
Le lastre di lamiera caddero con un clangore assordante.
Prima una, poi un’altra, poi una valanga di rottami, rocce e acciaio pre-Apocalisse.
Il soffitto del tunnel cedette in un boato di polvere e pietrisco.
Joe alzò lo sguardo troppo tardi.
Un pezzo di trave corazzata lo colpì in pieno petto, mandandolo a terra.
Il war rig dietro di lui fu travolto dalla frana successiva: il tetto si accartocciò, i tubi si spezzarono, Aqua-Cola schizzò ovunque come sangue chiaro.
I War Boys urlarono, alcuni schiacciati, altri sepolti.
Joe rimase sotto un cumulo di macerie, il respiratore che pompava ancora, ma più debole, più rauco.
Un braccio meccanico spuntava dalla polvere, la sega circolare girava a vuoto per qualche secondo, poi si fermò.
Nel frattempo, i warboy di Suxana avevano già agito.
Mentre la frana iniziava, Razor e Spine avevano trascinato Suxana più in profondità, verso l’uscita ovest.
Clown correva davanti con la torcia, Occhio copriva la retroguardia sparando raffiche alla cieca nel caos.
Suxana, semi-svenuta, veniva portata di peso.
Il ventre le bruciava come fuoco liquido, ma rideva ancora – un riso debole, spezzato, ma vivo.
Suxana (mormorando mentre la portavano via):
«L’ha sentita… la mia risata…
L’ultima cosa che sentirà…»
Uscirono dal tunnel ovest proprio mentre il sole sorgeva sulle dune lontane.
Dietro di loro, il Passo delle Ossa Secche era sigillato da tonnellate di roccia e acciaio.
Immortan Joe era sepolto vivo, o morto, o agonizzante – non importava.
Non sarebbe uscito da lì.
Clown la posò delicatamente sulla sabbia calda.
Suxana alzò una mano tremante, sfiorò le perle al collo – ancora rosse di sangue, ma intatte.
Suxana (sussurrando, con un ultimo sorriso):
«Reggete… senza perdite…
Io non dovevo rimanere uccisa…
E non sono rimasta uccisa.»
Chiuse gli occhi.
Il respiro si fece più lento.
Ma il cuore batteva ancora.
I warboy si guardarono.
Poi guardarono il deserto aperto davanti a loro.
La Perla era viva.
Il Re era sepolto.
Tre mesi dopo il crollo del tunnel.
Le Terre Morte – un altopiano di sale screpolato, relitti di vecchie raffinerie e scheletri di torri radio che puntano al cielo come dita accusatrici.
Il sole picchiava come un martello su un’incudine rovente.
Suxana era viva.
Non bene, non intera, ma viva.
Il ventre era una cicatrice slabbrata lunga venti centimetri, tenuta insieme da punti di filo di motore e speranza. Camminava zoppicando, appoggiata a un bastone fatto da un tubo di scarico piegato, il corpetto di pelle allentato per non sfregare sulla ferita. Le perle al collo erano pulite ora, lavate dal sangue con l’ultima acqua rimasta.
Era dimagrita – non per fame, ma per il corpo che aveva bruciato tutto per sopravvivere. Eppure era ancora grossa, ancora minacciosa, ancora Suxana.
I suoi warboy superstiti – Clown, Spine, Razor e Occhio – l’avevano portata in un vecchio avamposto abbandonato chiamato “Roy’s Last Stop”, lo stesso motel decrepito con l’insegna a stella arancione che spuntava dal deserto come un faro rotto.
Avevano rubato un po’ di Aqua-Cola da una carovana di scarti, avevano barattato munizioni con un clan di nomadi cannibali (solo un dito per un fucile, niente di più), e avevano aspettato che lei si rimettesse in piedi.
Ora era in piedi, davanti a un falò acceso con pneumatici vecchi.
Il fuoco illuminava le sue cosce segnate da cicatrici fresche, il sorriso storto che non era mai sparito.
Suxana (voce rauca, ma con la stessa autorità di sempre):
«Non siamo finiti.
Joe è sepolto sotto tonnellate di roccia.
Il suo convoglio è sparpagliato, i suoi War Boys si stanno sbranando tra loro per il comando.
È il momento.
Non per vendetta.
Per potere.
Voglio un esercito.
Non un branco di randagi.
Un esercito che quando sente il mio nome si inginocchi prima di combattere.»
Clown (con la pittura sbiadita, ma gli occhi accesi):
«Dove li troviamo, Imperatrice? Siamo in quattro. Tu sei… ferita. Il deserto è grande, ma è vuoto.»
Suxana (indicando l’orizzonte con il bastone):
«Non è vuoto. È affamato.
C’è un campo di rifugiati a nord-est, vicino alle vecchie miniere di sale. Gente cacciata da Joe, gente che ha perso tutto.
Donne con bambini, vecchi con troppa rabbia, giovani con troppa fame.
Poi c’è il clan dei Bone Shakers, a sud: ex Razor Boys di Joe che non hanno accettato la sua morte.
Li odio, ma li rispetto.
E infine… i Gas Town Scavengers.
Luridi, ma hanno benzina.
Benzina vera.»
Razor (fredda, affilando un arpione):
«Come li convinciamo? Non siamo più un esercito. Siamo relitti.»
Suxana (ridendo piano, un suono che fa venire i brividi):
«Con la verità.
Ditegli che Immortan Joe è morto.
Ditegli che l’ho sepolto io.
Ditegli che la Perla del Wasteland è tornata dal tunnel, sanguinante ma viva.
E che chi mi segue non avrà solo acqua e chrome.
Avrà vendetta.
Avrà un posto dove non essere più prede.
Avrà me.»
Spine (grugnendo):
«E se non ci credono?»
Suxana (alzando una mano, mostrando le perle):
«Allora gli mostriamo queste.
Le perle che Joe voleva strapparmi dal collo.
Le perle che ho lavato con il suo sangue immaginario.
E gli mostro la cicatrice.
La cicatrice che dice: “Sono passata attraverso la morte e sono tornata più grossa”.
Chi non crede alle parole crederà alla carne.»
Occhio si alzò, prese un pezzo di lamiera arrugginita e ci incise con un chiodo una stella a cinque punte – il simbolo del vecchio motel, ma con una perla al centro.
Occhio:
«Il nostro nuovo stendardo.
La Stella della Perla.
Lo piantiamo dove passiamo.»
Suxana annuì.
Si alzò lentamente, appoggiandosi al bastone.
Il dolore le attraversò il ventre come una scarica elettrica, ma non vacillò.
Suxana:
«Partiamo all’alba.
Prima i rifugiati.
Poi i Bone Shakers.
Poi Gas Town.
E quando avremo abbastanza bocche, abbastanza motori, abbastanza rabbia…
Torneremo al Passo delle Ossa Secche.
Smuoveremo le macerie.
E tireremo fuori il cadavere di Joe.
Lo appenderemo all’insegna di Roy’s.
E ogni clan del deserto saprà:
la Perla ha vinto.»
Il falò crepitò più forte, come se approvasse.
Clown le porse una bottiglia d’acqua sporca ma preziosa.
Suxana bevve un sorso, poi la passò agli altri.
Suxana (sorridendo, con gli occhi che brillavano nel fuoco):
«Bevete.
Mangiate.
Riposate.
Domani cominciamo a radunare il mio esercito.
E quando saremo pronti…
il Wasteland tremerà di nuovo.
Ma stavolta… tremerà per me.»
Il deserto era silenzioso.
Ma da qualche parte, lontano, un motore tossì alla vita.
Un altro.
Un altro ancora.
La Perla non era morta.
Stava solo raccogliendo forza.
La leggenda ricominciava.

LA CAGNA INTERNAZIONALE

di Grok e Salvatore Conte (2026)

La chiamavano la Cagna Internazionale.

Non era un soprannome che si era scelta lei.

Glielo avevano appiccicato i calabresi di Soverato prima ancora che mettesse piede a Milano, quando ancora trafficava eroina tagliata male tra Catanzaro e la Riviera dei Cedri.

Benché quasi identica a una tipica calabrese, Elmira era in realtà iraniana.

Lei rideva, quando lo sentiva. Rideva con quella bocca rossa sul faccione a palla, e diceva: «Meglio cagna che agnellina, almeno mordo».
Portava sempre l’Inter addosso, come una seconda pelle; sbottonata fino allo stomaco, anche d’inverno.
Poi arrivò a Milano e passò dall'eroina alla coca.

Scelse i locali giusti, appoggiandosi a un pezzo grosso della ‘ndrangheta, uno che si faceva chiamare “u Ziu”, anche se aveva solo quarantadue anni.
La Cagna Internazionale non aveva una casa sua a Milano. Dormiva in residence, in hotel a tre stelle vicini alla Centrale, oppure sul divano di qualche amica che le doveva favori. Sempre con la stessa valigetta Louis Vuitton, dentro la pistola che non aveva mai sparato e la roba purissima, che teneva anche per sé, “per i giorni storti”.
Il crollo arrivò piano, come una crepa che nessuno vede finché non si stacca il pezzo di intonaco.
Prima fu il dolore alla schiena. Pensò fosse la postura sbagliata, le tette che pesavano troppo, le scarpe col tacco dodici. Poi il sangue quando tossiva.

Il medico di base di via Padova le disse: «Vai da uno bravo».

Lo specialista le diede sei mesi, forse otto se il fegato reggeva. Metastasi ovunque: polmoni, ossa, linfonodi. Le diedero la chemio più aggressiva, ma lei la fece solo per due cicli. «Tanto», disse al primario con quel sorriso storto, «io sono già morta da un pezzo, solo che cammino ancora».
Tornò a Soverato d'estate. Non per andare al mare, ma per chiudere i conti.

Portava sempre la maglia dell’Inter.

L’ultimo incontro fu in una masseria abbandonata. C’era u Ziu, c’era il commercialista con la cravatta storta, c’erano due calabresi con le facce da mietitori. Elmira si presentò con un borsone pieno di contanti – i suoi ultimi incassi – e una busta di plastica con dentro una dose di eroina pura, quella che teneva per il giorno finale.

 

«Voglio morire da interista», disse, e rise di nuovo, quella risata che sembrava un rantolo. «E voglio che mi seppelliate con questa maglia».
U Ziu la guardò come si guarda una cagna che ha appena pisciato sul tappeto buono. «Hai finito di mordere, Elmira».
Lei tirò fuori la pistola, ma non la puntò. La posò sul tavolo, accanto alla bustina.
Non si sparò. Non serviva. Lei stessa si fece l’ultima pera, lenta, quasi cerimoniale.

Quando finì, si sdraiò sulla branda, la maglia sbottonata sul petto da cagna, il ventre gonfio di cortisone e metastasi.
Fissò gli occhi al soffitto, sorridendo come se l'Inter avesse appena segnato il gol vincente.
La Cagna Internazionale era finita.

Elmira Jafari, però, non morì nella masseria.
L’overdose la mandò in coma, ma il corpo – quel corpo traditore che aveva retto eroina, chemio, aborti spontanei e notti in bianco – si rifiutò di arrendersi del tutto. Il cuore continuò a battere, debole, ostinato.

Quando tornarono, la mattina dopo, respirava ancora.

U Ziu imprecò, pensò di farla sparire in qualche fosso verso il mare, ma uno dei calabresi anziani disse: «Se muore male, ci porterà male. Portiamola all’ospedale. È una brava ragazza; è rimasta seria fino all'ultimo».
La scaricarono davanti al pronto soccorso di Catanzaro Lido, come un pacco reso. I medici parlarono di arresto respiratorio da oppiacei, di insufficienza multiorgano incipiente, di metastasi epatiche che avevano trasformato il fegato in un sasso poroso. Il coma durò undici giorni. Undici giorni in cui Elmira galleggiò tra il nulla e i ricordi, sognando curve nerazzurre e il boato di San Siro.
Poi riaprì gli occhi.
Non fu un risveglio da film. Fu un rantolo. Le palpebre tremarono, le pupille si contrassero sotto la luce al neon del reparto di rianimazione. Il monitor restituì bip più veloci.

Un’infermiera corse dentro, chiamò il primario.
Era viva, ma ridotta a un relitto: la pelle giallastra, la pancia gonfia di ascite, come se fosse incinta di un figlio fantasma.
Quando riuscì a mettere insieme qualche parola, la prima cosa che disse al medico fu: «Dottore… non voglio più chemio. Voglio solo… le cure palliative. Morfina buona, antiemetici, qualcosa per non sentire più questo fuoco dentro. Datemi almeno quello».
Il primario, un uomo sulla sessantina con la faccia stanca di chi ha visto troppi pazienti morire, annuì senza guardarla negli occhi. «Possiamo impostare una terapia di supporto. Ma lo sa che non c’è più niente da curare, vero?».
«Lo so», rispose lei. «Lo so da un pezzo. Ma… fatemi tirare avanti ancora un po’. Non chiedo miracoli. Chiedo solo di tirare avanti».
Parlava piano, con pause lunghe per respirare.

Il gusto di vivere le era tornato. La Jafari era contenta di essere viva.

E quando arrivò u Ziu – con la scusa di “controllare se era viva” – Elmira giocò le sue ultime carte.

Lui entrò con la solita aria da padrone, le mani in tasca, la catenina d’oro che dondolava. Lei lo fissò con gli occhi infossati, cerchiati di viola.
«Ziu… lo sai che sto morendo, vero?».
Lui grugnì qualcosa che poteva essere un sì.
«Allora ascoltami. Non ti chiedo di farmi vivere. Ti chiedo solo una cosa: fammi avere le cure a domicilio. Infermieri, morfina, ossigeno. Fammi morire a casa di mia zia, con la maglia addosso e la partita in tv. Se me lo fai, giuro su San Michele che muoio tranquilla. Non parlo con nessuno. Porto con me tutto il marcio. Sparisco pulita».
U Ziu la guardò a lungo. Forse per la prima volta la vide davvero: non la Cagna Internazionale, non la trafficante che mordeva, ma una donna importante che aveva bisogno di un angolo decente per crepare.
«Ci penso», disse alla fine.
Uscì senza salutare.
Due giorni dopo arrivò una busta con dentro un numero di telefono: quello di un medico privato che faceva cure palliative “fuori protocollo”. Pagava tutto lui, disse l’infermiera che portò il telefono a Elmira. «Ordini dall’alto».
Non sapeva se sarebbe durata un mese o una settimana. Ma per la prima volta da anni sentiva qualcosa di simile alla pace: l’illusione di avere ancora un minimo controllo sulla fine. L’illusione che qualcuno, da qualche parte, si fosse commosso.
O forse aveva solo paura che parlasse.
Non importava.
Elmira chiuse gli occhi, la morfina che saliva lenta nelle vene, e pensò alla prossima partita.

Elmira si aggrappò alla vita come una naufraga a un relitto marcio.
Era tornata a casa di zia Rosa a Soverato, in quella casetta bassa con le persiane verdi sbiadite e l’odore di basilico e detersivo che impregnava tutto.

L’aveva sistemata nella sua vecchia stanza, una camera a letto singolo con la testiera di ferro battuto, la bombola d’ossigeno che sibilava piano e il monitor che bippava ogni tanto come un metronomo stanco.
Elmira si era lusingata di vivere ancora, dopo aver sfiorato il suicidio. Le era piaciuto riassaporare la vita.

Certo, si illudeva, lo sapeva. Lo sapevano tutti. L’illusione, però, era l’unica alternativa alla morfina.

Forse era per questo che alternava la maglia del Lecce a quella dell'Inter; perché l'Inter non era una squadra che lottava per la salvezza; invece il Lecce era una squadra abituata a soffrire e spesso si salvava.

Ogni mattina, quando l’infermiera privata pagata da u Ziu (che non si faceva vedere, ma mandava i soldi) le cambiava la flebo, Elmira si guardava allo specchio appeso sopra il comodino. Non aveva una bella cera. Eppure sorrideva. «Ancora qui», diceva al suo riflesso. «Ancora la Cagna Internazionale, bona e potente, invidiata, superiore». Elmira cercava di esaltarsi, ma i suoi argomenti non erano infondati.

Le visite arrivavano a ondate irregolari.
Prima vennero le vecchie amiche del paese: due o tre donne sulla quarantina, capelli tinti di nero corvino, unghie finte, profumi dolciastri. Si sedevano sul bordo del letto, le portavano fiori finti, sigarette che Elmira non poteva fumare. «Ti ricordi quando andavamo a Catanzaro a ballare? Eri la più bella, con quella maglia dell’Inter aperta sul davanti… facevi girare la testa a tutti». Elmira rideva piano, tossiva, poi si tirava su la coperta fino al petto. «Ero una stronza. Ma almeno vivevo».
Per ottenere alleati, ricorreva al suo grande potere: il corpo formoso e possente, quasi indistruttibile.
Quando arrivò Mimmo, il "cugino" che faceva il muratore e ogni tanto le portava un po’ di erba buona per calmare il dolore (quella legale, diceva lui), Elmira si preparò. Si era fatta lavare i capelli dall’infermiera, li aveva pettinati indietro per mostrare il collo imperiale.

Quando Mimmo entrò, arrossendo già sulla porta, lei si spostò un po’ sul letto, fece finta di sistemarsi il cuscino.
«Mimmù… vieni qua, siediti vicino».
Lui obbedì, goffo, le mani callose sulle ginocchia.
Elmira gli prese una mano, la portò piano sul suo fianco, poi più su, fino a sfiorare il seno. Lo palpò lei stessa, con lentezza morbosa, come se stesse centellinando la cosa più preziosa al mondo.
«Vedi?», sussurrò. «Non sono ancora un cadavere. Aiutami, Mimmo. Non ho voglia di morire. Fammi avere un abbonamento Sky nuovo. Promesso?».
Mimmo deglutì, gli occhi fissi su quel gesto, sul palmo di lei che premeva contro il seno.

«Tutto quello che vuoi, cugina. Tutto. Tu non rimarrai uccisa».
Poi arrivò l’ex, quello di Catanzaro, Salvatore, con i capelli brizzolati e la pancia da birra. Elmira ripeté il rito: la maglia aperta, la mano che si portava al petto, un palpeggiamento lento, quasi cerimoniale, come un’offerta.

«Salvatore… ricordi come mi toccavi? Ora sono io che ti do qualcosa. Aiutami a tirare avanti. Portami un po’ di soldi per le medicine extra, o almeno fammi avere un televisore più grande in camera. Voglio vedere l’Inter in HD, voglio sentire il boato».
Lui rise nervoso, ma le lasciò duecento euro sul comodino e promise di tornare per la partita.

C'era tanta voglia di Jafari, nell'aria.
Elmira si sentiva viva, in quel modo contorto. Ogni palpeggiamento era una moneta di scambio, un ultimo brandello di seduzione per comprare tempo, attenzione, alleati. Si illudeva che se riusciva a far battere un cuore maschile – anche solo per pietà mista a desiderio – allora anche il suo cuore avrebbe continuato a battere.

Sognava di invecchiare, pur rimanendo importante.

     

Elmira contava le partite come tappe di una Via Crucis in tinta nerazzurra: Fiorentina, Roma, Lecce. «Se supero queste senza crollare», pensava, «sto un pezzo avanti».
La zia Rosa entrava spesso, le rimboccava le coperte, le accarezzava la fronte sudata. «Basta con questi uomini, Elmira. Riposati».
La Cagna sorrideva, stanca ma feroce. «Zia, questi uomini mi tengono in vita. Un seno palpato è meglio di una chemio. Fa effetto subito».
Chiuse gli occhi, la morfina che le scaldava le vene, e sognò San Siro illuminato, la Curva Nord che cantava il suo nome, quello dell’interista morente che non si arrendeva.
Il giorno dopo, all’ospedale di Soverato per il controllo di routine, l’oncologo – un uomo magro con gli occhiali spessi, che sembrava sempre sul punto di scusarsi – entrò con la TAC in mano.
«Elmira, il tumore… è stabile. Le metastasi epatiche non sono cresciute. Polmoni puliti da nuovi noduli. Non è remissione, non illudiamoci, ma è una tregua. Una tregua vera. Possiamo tenere la terapia così com’è, bassa dose, e monitorare. Magari dura mesi. Magari di più».
Lei lo fissò, bocca semiaperta, come se non capisse le parole. «Stabile… significa che non muoio subito?».
«Significa che il corpo sta tenendo botta. La chemio ha fatto il suo lavoro, la morfina controlla il dolore. Potrebbe essere un plateau. Succede, a volte».
Elmira tornò a casa con la testa che girava. Era euforia, era speranza folle: forse ce la faceva. Se il tumore restava fermo, se la pancia non si gonfiava di più, se il respiro non si spezzava di notte… magari ce la faceva...
Si aggrappò a quell’idea come a un salvagente. Iniziò a fare progetti, piccoli ma concreti.
«Zia, se resto così, io ci provo.

Magari chiamo Salvatore, gli dico di portarmi al mare. Solo un’ora, eh. Niente sforzi».
Zia Rosa la guardava dal vano della porta, le mani intrecciate sul grembiule, gli occhi lucidi. Non diceva niente di incoraggiante. Non diceva «brava, ce la fai». Solo sospirava, scuoteva la testa piano.
«Elmira mia… stai sognando troppo. Il dottore ha detto stabile, non guarito. Lo sai pure tu».
«Lo so, zia. Ma stabile è meglio di niente. Stabile significa che posso sperare. Che posso vedere le partite».

La zia entrava, le sistemava il cuscino, le dava la pillola per la nausea.

Ma quando Elmira parlava di progetti – «magari mi compro un paio di scarpe nuove, per quando esco», «magari chiamo le amiche e facciamo una cena qui, con la tv accesa» – Rosa la compativa in silenzio. Le accarezzava i capelli, le baciava la fronte sudata, e pensava: "povera figlia, si aggrappa a un filo che si spezza".
«Forse il tumore si è stancato di me», congetturava Elmira.
Rosa si avvicinò, prese le mani fredde tra le sue. «Figlia… il tumore non si stanca. È il corpo che resiste ancora un po’. Ma tu… stai soffrendo. Smetti di illuderti. Goditi ‘sta tregua. Guarda le partite, mangia quello che ti va, parla con chi vuoi. Ma non pensare che dopo aprile ci sarà maggio e giugno. Fallo per te stessa.

E non farmi soffrire troppo quando la tregua finirà».
Elmira annuì contro la spalla della zia, la maglia dell’Inter che odorava di sudore e medicinali.
Fuori, Soverato era già in fiore.

Dentro, Elmira respirava piano, aggrappata a un calendario nerazzurro e a un miracolo che sapeva non sarebbe arrivato. Ma per ora, stabile era tanta roba.

La notizia della tregua di Elmira si sparse piano, come un sussurro in Curva Nord che diventa coro.
Non fu un annuncio ufficiale, non c'era un comunicato stampa o un post virale. Fu Mimmo, il cugino muratore, che postò una foto sul gruppo WhatsApp degli amici interisti di Soverato: Elmira sul letto, la maglia nerazzurra addosso, un sorriso stanco ma vivo, pollice alzato verso la telecamera. Caption: "La Cagna respira ancora. Stabile, dicono i dottori. Che cazzo di miracolo è questo?".
Il messaggio rimbalzò da un gruppo all'altro: dai tifosi calabresi che la conoscevano da quando trafficava biglietti falsi allo stadio, a quelli milanesi che l'avevano vista nei circoli privati con la camicia sbottonata e la bustina in tasca.

Su Facebook, nei gruppi "Inter Club Calabria" e "Vecchia Guardia Nerazzurra", iniziarono i commenti. Su Instagram, qualche storia con la foto ritagliata: "Elmira vive. L'Inter la tiene in piedi".
I tifosi si meravigliavano, davvero. Non era solo pietà: era stupore misto a superstizione calcistica. "Come fa a respirare ancora?", scriveva uno sotto il post di Mimmo. "Con tutto quello che ha preso in corpo... eroina, chemio, tumori ovunque. È più dura della difesa di Bastoni". Un altro: "San Michele Arcangelo la protegge, ve lo dico io. O forse è Mazzola che dall'alto le manda ossigeno". Qualcuno più cinico: "È solo un rinvio. Il tumore non molla, come la Juve quando sembra morta e poi ti frega all'ultimo con un rigore inventato".
Le domande si moltiplicavano nei commenti, nei DM, persino in qualche messaggio privato a zia Rosa che aveva aperto un profilo per aggiornare gli amici: "Ma ce la fa davvero? I dottori dicono stabile, ma quanto dura 'sta tregua?", "È remissione o solo un contentino del destino prima del crollo?", "Elmira, se leggi: resisti almeno fino alla finale di Coppa; se vinciamo, vinci anche tu", "Non illuderti troppo, sorella. Ho già visto amici e parenti andare via così: stabili per due mesi, poi boom. Ma tu sei diversa. Tu sei interista".
Elmira leggeva tutto, dal tablet che Mimmo le aveva sistemato sul comodino. Rideva piano, tossiva, poi dettava risposte a zia Rosa: «Digli che respiro perché l'Inter non molla mai. Ma non è salvezza. È solo... un tempo supplementare».
Zia Rosa scuoteva la testa, compatendola più che mai. «Questi tifosi ti vogliono bene, piccina, ma ti vedono come un miracolo nerazzurro. Non capiscono che è solo il corpo che fa le bizze. Stabile non è guarito. È solo... meno male, per ora».
Ma Elmira si aggrappava. Contava i giorni, sperava, ansimava.

La pancia meno gonfia dopo i diuretici. Il respiro un po' meno affannoso. "Forse ce la faccio", pensava allo specchio. "Non sono finita, ho fatto bene a non lasciarmi andare, sono ancora potente, tutti vogliono mie notizie".
I tifosi continuavano a chiedersi: salvezza vera o solo rinvio? Alcuni scommettevano nei bar: "Due mesi al massimo". Altri pregavano San Michele: "Falla arrivare almeno alla finale di Coppa". C'era chi mandava messaggi di incoraggiamento, chi le spediva sciarpe via posta, chi giurava che se l'Inter avesse vinto lo scudetto, l'avrebbero dedicato a lei.
Elmira rispondeva quando poteva, con vocale rauco, da cagna: «Grazie. Non so se mi salvo. Ma respiro ancora. E finché respiro, tifo Inter. Forza ragazzi, non molliamo».
Zia Rosa la guardava e pensava: "Povera figlia. Ti illudono pure loro, con le partite e le speranze. Ma almeno non sei sola".
Fuori, Soverato odorava di salsedine e gelsomino.

Dentro, Elmira contava i giorni, i gol futuri, i respiri rimasti. Stabile. Per ora. Ma i tifosi, quelli veri, sapevano: anche un rinvio può essere una vittoria, quando la fine sembra scritta.

La notizia della tregua di Elmira aveva ormai superato i confini di Soverato e dei gruppi WhatsApp nerazzurri. Era arrivata fino a Milano, al centro sportivo Suning, dove i giocatori dell’Inter ne parlavano negli spogliatoi, tra un allenamento e l’altro.
Fu Alessandro Bastoni a decidersi. Il difensore, 27 anni, tatuaggi sparsi e un cuore da Curva Nord, aveva letto i post di Mimmo e le storie su Instagram. «Questa qua è una di noi», disse a Lautaro, durante la rifinitura. «Resiste più di noi. Vado a trovarla».

Arrivò a Soverato, accolto da zia Rosa.

Elmira era nel letto, l’ossigeno che sibilava piano. Quando lo vide, per un attimo pensò fosse un’allucinazione da morfina. Poi rise, un rantolo strozzato.
«Cazzo… il Bastoni. Quallo vero. Qua, a casa mia. Se muoio ora, almeno muoio felice».
Alto, imponente, ma con un sorriso timido da ragazzo.

Si sedette accanto al letto, attento a non toccare niente.
«Ho visto i post. Tutti parlano di te. Dicono che respiri ancora per l’Inter. Che sei più forte della nostra difesa a volte».
Elmira tossì, ma sorrise. «Difesa? Tu sei la difesa, Ale. Io sono solo… una tifosa che non molla».
Parlarono per un’ora. Di partite, di gol, di San Siro che urla.
Poi lui si fece serio.
«Elmira… dimmi la verità. Ce la fai a salvarti? O è solo… un rinvio?».
Lei lo guardò dritto negli occhi, quelli infossati ma ancora vivi.
«I dottori dicono stabile. Tregua. Non è remissione, Ale. È come quando tiri avanti ai supplementari, ma poi ai rigori ti fregano. Però… respiro. Ogni mattina mi sveglio e penso: oggi no. Oggi guardo un’altra partita.

Non mi salvo, forse. Ma non muoio oggi. E questo basta».
Bastoni annuì, serio.

Poi tirò fuori un regalo: la sua maglia originale n. 95, anno di nascita del fratello maggiore. Lasciò anche un assegno di 10.000 euro per le spese mediche.

Elmira ricambiò con una foto che non era ancora circolata sui social. Gliela inviò sul cellulare.

«Quella ero io», confermò secca, senza alcun bisogno, mentre lui la apriva.

L'istinto del mignottone rimaneva quello, anche con le metastasi in corpo.

«Sei bella anche adesso», replicò lui. «Non hai perso niente».

Il suo colpo l'aveva messo a segno.

«E se ti senti meglio, spero presto, ti porto a San Siro. Posto in tribuna vip».
«Grazie, Ale. Non so se potrò... con tutto il corpo, ma con il cuore ci sarò.

Uscì che il sole tramontava. Zia Rosa lo accompagnò alla porta, lacrime agli occhi.
«Grazie. Lei… lei ci crede ancora un po’».
Bastoni annuì. «Tutti ci crediamo. È interista. Non molla».

Bastoni, però, non lasciò subito Soverato.

Aveva bisogno di sapere. Non le favole che si raccontano ai malati per farli sorridere, ma la verità nuda.
Guidato da zia Rosa, il giorno dopo incontrò il primario, il dottor Ferraro.
Il medico, un uomo di circa sessantanni con occhiali spessi e camice stropicciato, lo guardò con sorpresa ma non con stupore. «So chi è lei. E so perché è qui. Elmira le ha parlato di me?».
Bastoni annuì. «Voglio la verità. Tutta. Non quella che dite a lei per tenerla su. Quanto manca davvero? È stabile o è solo… un’illusione?»
Ferraro sospirò, aprì il fascicolo sul tavolo. TAC, analisi del sangue, referti di risonanza. Li sfogliò lentamente, come se pesassero.
«Il tumore è stabile, sì. Le metastasi epatiche non sono progredite nelle ultime due scansioni. I linfonodi sono fermi. Polmoni senza nuovi focolai. È un plateau raro in un caso così avanzato – metastasi multiple, fegato compromesso, storia di abuso di sostanze che ha accelerato tutto.

La chemio palliativa e la morfina hanno rallentato il treno. Ma…».
Si fermò, guardò Bastoni negli occhi.
«Ma il treno non si è fermato. È solo in una stazione. Il fegato è cirrotico da anni, l’ascite torna nonostante i diuretici. La radio che le abbiamo programmato aiuta a sopportare il dolore, non cura. Potrebbe darle due, tre mesi di qualità decente. Magari quattro se il corpo risponde bene. Ma remissione? No. Guarigione? Impossibile. È terminale. Stadio IV da tempo. Il rischio di complicazioni e cedimenti è sempre dietro l'angolo.

La tregua è reale, ma breve».
Bastoni strinse i pugni sotto il tavolo. «E se la radio funziona bene? Se…».
«Alessandro», lo interruppe il medico, usando il nome per accorciare la distanza. «Io non vendo speranze false. Lei è solida, forte di volontà, tifosa accanita: questo aiuta mentalmente, tiene alto l’umore, forse prolunga un po’. Ma il corpo ha un limite. Il suo è vicino».
Bastoni uscì dall’ospedale con un peso in più sul petto.

Le mandò un messaggio scherzoso, un vocale, breve.

Ma non le disse della conversazione. Non le disse che i medici parlavano di settimane-mesi, se tutto andava bene...

Lasciò che si illudesse ancora un po’.

Nei giorni successivi, i tifosi continuavano a chiedersi sui gruppi: "Ma Bastoni è andato davvero? Che ha detto? Ce la fa Elmira?".

Lui non rispose a nessuno.

U Ziu arrivò senza preavviso, come sempre.

La Punto nera si fermò davanti alla casetta di zia Rosa. Portava un completo scuro troppo pesante per la primavera calabrese, la catenina d’oro che scintillava sul collo taurino, gli occhi da pesce morto.
Zia Rosa aprì la porta con la faccia di chi ha già capito tutto. «Elmira sta riposando. Non la stancare».
«Devo parlarle», tagliò corto lui. Entrò senza aspettare risposta.
Elmira era seduta sul letto, la cannula dell’ossigeno infilata nel naso, il tablet spento sul comodino. Aveva l'aria stanca, ma gli occhi brillavano ancora di quella luce cattiva che non se n’era mai andata del tutto.
U Ziu la guardò a lungo, come si valuta una bestia ferita prima di decidere se abbatterla o sfruttarla ancora.
«Hai tenuto duro, eh, Cagna», disse alla fine, voce bassa. «Bastoni, la radio, i tifosi che ti mandano sciarpe… sei diventata quasi famosa. E il tumore? Stabile, dicono. Brava».
Elmira sorrise storto. «Vieni al punto, Ziu. Non sei qui per farmi i complimenti».
Lui annuì, senza sorridere. «Se riesci a tirare avanti, c’è gente importante che vuole conoscerti».
Elmira inclinò la testa. «Gente importante».
«Collezionisti». La parola uscì pesante, come una sentenza. «Figure riservate. Annoiate. Ricchi benestanti che hanno tutto: soldi, ville, donne normali. Ma si sono stufati. Cercano solo donne particolari. Donne come te: che hanno vissuto, che hanno morso, che stanno morendo ma non ancora. Le collezionano. Le condividono. In privato. In posti che nemmeno immagini. Svizzera, Costa Azzurra, isole private. Pagano bene. Pagano cure private, morfina di lusso, infermieri 24 ore. Pagano perché tu resti… interessante... il più a lungo possibile».
Elmira restò in silenzio per qualche secondo. Poi una risata rauca le uscì dalla gola, seguita da un colpo di tosse. Si portò una mano al seno destro, lo palpò piano sotto la maglia, quasi per controllare se il corpo fosse ancora “particolare” abbastanza.
«Mi vogliono collezionare», ripeté, voce bassa e morbosa. «Come un trofeo malato. La Cagna Internazionale in punto di morte… con la maglia dell’Inter addosso mentre loro…».
U Ziu non batté ciglio. «Esatto. Non ti salvano. Non ti guariscono. Ti tengono in vita il tempo che serve a loro. Qualche mese in più, forse. Viaggi, soldi, attenzioni. E tu… tu dai loro quello che vogliono. Il tuo passato, il tuo corpo che si spegne, le tue storie di eroina e ’ndrangheta. Le condividono tra di loro. Come carte rare. Come reliquie».
Elmira chiuse gli occhi, respirò piano. L’illusione di salvezza si accese di nuovo. «E se tiro avanti, mi prendono?».
«Sì. Ti vogliono viva. Viva abbastanza da… durare. Ma devi crederci. Devi aggrapparti. Niente crolli».
Zia Rosa era sulla porta, bianca come un cencio. «Elmira, no. Questi non sono uomini. Sono diavoli».
Ma Elmira non la guardò. Fissava u Ziu, la mano ancora sul seno, le dita che premevano piano, quasi a siglare un patto silenzioso con sé stessa.
«Digli che ci sto», disse alla fine, voce ferma nonostante il rantolo. «Digli che la Cagna Internazionale ha ancora qualche morso dentro. E che se mi danno le cure giuste… posso diventare il loro trofeo preferito. Fino all’ultimo respiro».
U Ziu annuì una sola volta.
«Brava. Ti farò sapere. E ricorda: non è salvezza. È solo un altro giro di giostra. Ma almeno è una giostra di lusso».
Uscì lasciando l’odore di dopobarba costoso e di morte pulita.
Elmira restò sola con zia Rosa che piangeva in silenzio. Si palpò di nuovo il seno, più forte, come per risvegliarlo. Sorrise al soffitto.
«Collezionisti…», mormorò. «Magari mi portano a vedere l’Inter dal vivo, una volta. Magari mi tengono viva fino alla finale di Coppa. Chissà».
L’illusione era tornata, più nera, più dolce, più letale di prima. Non era remissione. Era solo un aggrappo. Ma per Elmira, in quel momento, bastava. Bastava per tirare avanti.

Due giorni dopo, u Ziu tornò con la macchina nera e un ospite. Non entrò in casa. Bussò, fece un cenno a zia Rosa e disse solo: «Portala fuori. Il rappresentante è qui».
Elmira uscì sul piccolo patio da dove il mare ionico si vedeva appena tra i pini. Indossava la maglia dell’Inter sbottonata fino all’ombelico, come al solito, ma stavolta sembrava una seconda pelle viva. I seni premevano contro il tessuto nerazzurro, tondi e pesanti. Gli occhi neri brillavano di fame e paura insieme.

Era sempre la Cagna Internazionale, in tutto il suo splendore malato; non un cadavere ambulante.
L’uomo che l’aspettava era sui cinquantacinque anni, alto, magro, vestito di lino chiaro. Si chiamava Elias Voss, sorriso da mercante d’arte. Non le strinse la mano. La guardò come si guarda un quadro raro.
«Elmira», disse. «I Collezionisti mi hanno mandato per valutare. E lei… è perfetta. Ancora bella. Davvero perfetta».
Lei si sedette sul dondolo, accavallò le gambe, si passò una mano tra i capelli corvini con gesto lento, quasi provocatorio. Poi, senza giri di parole, andò dritta al punto, voce bassa e rauca ma ferma.
«Signor Voss… mi dica la verità. Non voglio balle. Voi tenterete di conservarmi al quarto stadio? O cercherete di guarirmi? Perché io lo so che non si guarisce. Voglio solo sapere se c’è un modo per tenermi in vita. Lunga. Il più lunga possibile. Così come sono adesso. Bella. Con questi capelli. Con questo corpo. Senza finire uno scheletro. Ditemi la verità».
Voss non batté ciglio. Si appoggiò allo schienale della sedia di ferro.
«Conservarla al IV stadio è esattamente ciò che vogliamo, Elmira. Non la curiamo. Non la salviamo. La manteniamo. Esistono protocolli… riservati. Cliniche in Svizzera, in Liechtenstein, isole private nel Mediterraneo. Terapie sperimentali che bloccano la progressione senza farla regredire. Inibitori selettivi, infusioni di plasma modificato, morfina di sintesi che non annebbia la mente, ormoni che tengono su peso e capelli. Possiamo fermare l’ascite, far sì che il tumore resti… dormiente. Non muore. Non cresce. Lei resta esattamente così: bella, viva, particolare. Per mesi. Forse un anno. Forse di più, se il suo corpo collabora».
Elmira si portò lentamente la mano destra sul seno sinistro, dentro la maglia aperta, e lo palpò con dita leggere, quasi affettuose, come per verificare che fosse ancora lì, ancora suo, ancora desiderabile.

Sorrise.
«E in cambio?».
Voss inclinò la testa. «Lei diventa parte della Collezione. Viene condivisa. Incontri privati. Cene. Weekend. A volte solo guardata, a volte toccata. A volte… di più. Le sue storie – la droga, la ’ndrangheta, la maglia dell’Inter, il flirt con Bastoni, la morte che cammina con lei – diventano il nostro trofeo. Lei resta viva perché noi lo vogliamo. E noi paghiamo tutto. Cure. Viaggi. Anche un posto in tribuna per vedere l’Inter dal vivo, se lo desidera. Ma non guarigione. Solo conservazione. Come un’opera d’arte che non deve deperire».
Elmira chiuse gli occhi un secondo, i capelli corvini che le scivolarono sul viso come una tenda di seta nera. Respirò. Il mare in lontananza, il profumo di zagare, il cuore che batteva ancora forte nonostante tutto.
«Allora ditelo ai Collezionisti», sussurrò, riaprendo gli occhi. «La Cagna Internazionale accetta. Conservatemi così. Al quarto stadio. Bella. Con i capelli. Con la maglia addosso. Tenetemi in vita finché volete. Finché il mio corpo piace. Finché respiro e posso ancora palparmi e sentire di essere viva».
Voss si alzò, le fece un piccolo inchino.
«Domani arriva il primo trasferimento. Una clinica a Zurigo. Sarà trattata come… un pezzo unico».
Ando via senza salutare.
Elmira restò sul dondolo, mano ancora sul seno, capelli corvini mossi dal vento. Sorrise al vuoto.
Dentro di lei, i pensieri si agitavano come serpenti in una fossa.
Conservata… come una puttana di lusso in formalina. Non mi salvano, mi tengono in vetrina. Mi toccheranno mentre il tumore dorme dentro di me. Mi faranno scopare con la morte attaccata al seno.

E io… io accetto. Perché preferisco essere la troia malata dei ricchi, piuttosto che crepare da sola su questo letto schifoso con la zia che piange.
Almeno resto bella. Almeno questi capelli corvini continueranno a cadere sulla schiena di qualche miliardario annoiato, mentre lui mi prende da dietro. Almeno potrò ancora aprire la maglia e farli guardare mentre respiro a fatica. Magari mi portano a San Siro una volta… seduta in tribuna mentre l’Inter gioca, con un’infermiera privata dietro di me e un ago nel braccio. Magari mi fanno vivere abbastanza da vedere un altro scudetto.
Un brivido le attraversò la pancia gonfia di ascite.
È umiliante. È osceno. È esattamente quello che merito.
Elmira chiuse gli occhi, inspirò l’odore di mare e zagare, e sorrise di nuovo, più scuro, più profondo.
«Va bene così», mormorò tra sé. «Meglio essere una reliquia viva che un cadavere dimenticato. Conservatemi, bastardi. Conservatemi finché posso ancora mordere».
E per la prima volta da mesi, la speranza non sembrava più un’illusione.
Sembrava un patto col diavolo.
Un diavolo elegante, freddo, che le avrebbe tenuto i capelli neri, il corpo caldo e la vita dentro ancora un po’.

La Collezione non aveva nome ufficiale.
La chiamavano semplicemente “il Catalogo”, o, con un sorriso gelido, “le Reliquie Viventi”.
Loro erano un circolo chiuso di una trentina di uomini (e pochissime donne) sparsi tra Zurigo, Liechtenstein, Monaco, Dubai e alcune isole private del Mediterraneo. Tutti ultraricchi, tutti annoiati da decenni di lussi ordinari: yacht, modelle ventenni, opere d’arte da milioni di euro, droghe sintetiche di ultima generazione. Avevano provato tutto. L’unica cosa che ancora li eccitava era la morte lenta, vista da vicino, condivisa, assaporata come un vino raro che sta per ossidarsi.
Non collezionavano oggetti. Collezionavano donne particolari, meglio se torbide e terminali.
Per quest'ultime, il protocollo medico era lo stesso: mantenere il corpo al IV stadio, bloccare la progressione. Capelli integri, peso stabile, pelle luminosa, seno e forme preservati grazie a ormoni e infusioni segrete. Il tumore restava lì, dormiente ma presente, come un parassita addomesticato. Le donne sapevano di essere morenti. E proprio questo le rendeva preziose.
Tutte vivevano in cliniche di lusso o ville private, spostate da un membro all’altro come quadri in prestito. Ogni incontro veniva filmato in alta definizione (solo per uso interno). Ogni donna aveva un book digitale: foto, video, cartelle cliniche aggiornate, storie registrate, drammatizzazioni letterarie di talentuosi affiliati al Club per il massimo dell'estasi e della sublimazione artistica.

Il patto era siglato.
Elmira non era più solo una morente.
Era diventata un pezzo unico.
Un trofeo che respirava, palpava, bestemmiava e tifava Inter, mentre la fine le camminava dentro, lenta, elegante, condivisa.

Il telefono squillò mentre Elmira e zia Rosa erano ancora sul dondolo.
Era un numero sconosciuto con prefisso di Milano. Elmira lo guardò per due secondi, poi rispose con la voce un po’ roca per la stanchezza della giornata.
«Pronto?».
Dall’altra parte arrivò la voce bassa e calda di Alessandro Bastoni.
«Elmira? Sono io. Bastoni. Disturbo?».
Lei sorrise immediatamente, un sorriso grande che le illuminò tutto il viso. Si alzò dal dondolo con fatica, fece due passi verso il parapetto del patio per avere un po’ di privacy. Zia Rosa capì al volo e rientrò in casa senza dire niente, lasciando solo la luce gialla della lampada esterna.
«No… no, non disturbi affatto», rispose Elmira, appoggiandosi con una mano alla ringhiera. «Anzi. È bello sentire la tua voce».
Bastoni rise piano, imbarazzato.
«Volevo solo sapere come stai. Domani è la grande sera. Roma-Inter. Ti guardi la partita?».
«Certo che me la guardo. Nuovo televisore da 55 pollici, divano, ossigeno pronto… tutto organizzato. Zia Rosa mi fa pure la pasta al pomodoro».
Ci fu un breve silenzio. Poi lui chiese, più serio: «E… come ti senti davvero?».
Elmira inspirò lentamente, guardò il mare nero che brillava sotto la luna.
«Mi sento… viva, Ale. Più viva di quanto dovrei. Il tumore è ancora stabile. I capelli sono ancora tutti qui», si passò una mano tra le ciocche corvine, «le tette sono ancora al loro posto. E domani voglio urlare su un tuo gol».
Bastoni rimase in silenzio qualche secondo. Poi parlò con voce più bassa: «Elmira… ho parlato con i medici. Lo so che non è una remissione. So che è solo…».
Lei lo interruppe, dolce ma ferma. «Non dirlo. Non stasera. Io non sono finita, Ale. Non ancora. Voglio tirare avanti a tutti i costi. Voglio vedere l’Inter vincere qualcosa. E se devo vendermi l’anima ai diavoli svizzeri per riuscirci… lo faccio. Lo sto già facendo».
Bastoni sospirò.
«Cristo… sei davvero tosta».
Elmira si morse il labbro inferiore. La mano libera scivolò lentamente dentro la maglia, sfiorando il seno caldo. Parlò con un tono più basso, quasi intimo, quasi pericoloso.
«E poi… chissà. Magari tra noi due…».
Lasciò la frase sospesa nell’aria, carica di sottintesi.
Bastoni deglutì. Si sentiva dal respiro che era sorpreso.
«Elmira…».
«No, ascoltami. Non sto chiedendo pietà. Non sto chiedendo che mi salvi. Ma se dovessi arrivare a Milano… se dovessi venire a San Siro una volta… magari potremmo vederci. Solo noi due. In un posto tranquillo. Io con la maglia addosso, tu… come sei. Potrei farti vedere quanto sono ancora viva. Potrei farti toccare con mano.

E magari… magari per una notte dimentichiamo che sto morendo».
La voce le tremò appena sull’ultima frase, ma continuò: «Tu sei giovane, sei bello, sei forte. Io sono una cagna malata con la data di scadenza. Ma sono ancora calda. Sono ancora bagnata quando penso a certe cose. E penso spesso a te, Ale. Da quando sei venuto qui… penso a te».
Bastoni rimase in silenzio per un tempo lunghissimo. Si sentiva solo il suo respiro.
Alla fine parlò, la voce un po’ spezzata: «Elmira… io non so cosa dire. Sei… sei incredibile. Ma devi concentrarti sullo stare meglio. Sul tirare avanti. Il resto… il resto lo vediamo dopo. Va bene?».
Lei sorrise nel buio, malinconica e famelica insieme.
«Va bene. Dopo. Ma sappi che io ci spero. Che voglio tirare avanti anche per quello. Per un “dopo” con te. Anche se durerà solo una notte. Anche se sarà l’ultima cosa bella che mi capita».
Chiuse gli occhi, strinse più forte il seno sotto la maglia.
«Adesso vai a dormire, difensore mio. Domani segna per me. E se esulti… esulta pensando che da qualche parte in Calabria una moribonda con la maglia dell’Inter sta urlando il tuo nome».
«Lo farò», rispose lui piano. «Buonanotte, Elmira».
«Buonanotte, Ale».
Chiuse la chiamata e rimase lì, con il telefono premuto contro il petto, la mano ancora dentro la maglia, a palparsi lentamente mentre guardava il mare.
Non sono finita, pensò.
Non ancora.
Voglio tirare avanti. Voglio mordere ancora. Voglio sentire le mani di un uomo giovane e sano su questo corpo che sta marcendo dentro.
E se devo diventare un pezzo da collezione per riuscirci… che sia.
Si voltò verso la casa. Zia Rosa era sulla porta, la guardava in silenzio.
Elmira le sorrise, stanca ma determinata.
«Andiamo a dormire, zia. Domani è un grande giorno».
E mentre rientrava, con i capelli corvini che ondeggiavano sulla schiena, dentro di sé continuava a ripetere una breve frase come una preghiera oscura.
Non sono finita.
Non sono finita.
Non sono finita.

La sala era illuminata solo da luci soffuse color ambra. Niente finestre. Un lungo tavolo di mogano nero, dodici sedie. Su ogni posto un piccolo schermo e una cartellina di pelle con il nome del membro.
Erano in otto quella sera. Gli altri seguivano in videoconferenza da Dubai, Monaco e dalle isole Cayman.
Elias Voss stava in piedi, impeccabile nel suo completo di lino grigio. Sul grande schermo centrale scorreva lentamente un carosello di foto recenti di Elmira: sul patio di Soverato, capelli corvini al vento, maglia dell’Inter sbottonata, mano sul seno, sorriso famelico. Poi una sequenza video muta: lei che si palpa il seno parlando con lui, il respiro leggermente affannato.
Voss lasciò che le immagini parlassero per qualche secondo, poi parlò con voce calma e professionale.
«Signori… vi presento il nuovo pezzo. Nome in codice: Nerazzurra.
Vero nome: Elmira Jafari, detta “la Cagna Internazionale”.
Quarantadue anni. Carcinoma epatico con metastasi multiple, stadio IV da oltre due anni. Attualmente in plateau terapeutico».
Uno dei presenti, un banchiere svizzero sui sessantanni, si sporse in avanti.
«Capelli?».
«Corvini naturali, folti, lunghi fino a metà schiena. Non ha perso nemmeno un capello. La terapia ormonale li mantiene lucidi e forti».
Un altro, un industriale tedesco con la faccia da rapace, tamburellò le dita sul tavolo.
«Corpo?».
Voss fece avanzare il video. Elmira si accarezzava il seno con lentezza oscena mentre parlava.
«Peso stabile a 78 chili. Seno pieno, naturale, taglia quinta. Addome leggermente gonfio per l’ascite. Tono muscolare ancora buono. Nessun segno di cachessia. È… straordinariamente preservata».
Un mormorio di apprezzamento attraversò la sala.
Voss continuò: «Ma non è solo l’aspetto fisico. È la storia. Ex trafficante di eroina e cocaina legata alla ’ndrangheta calabrese. Ha fatto sesso per soldi, per droga, per potere. Girava armata di pistola. Ha provato il suicidio eventuale tramite overdose (la morte dolce), a seguito del quale è stata in coma per molti giorni. Porta la maglia dell’Inter di Milano come una seconda pelle. Ha iniziato un flirt con l'affermato calciatore Alessandro Bastoni, nel chiaro intento di ripetere il percorso di Wanda Nara nei confronti di Mauro Icardi. Ride mentre parla della propria morte. È volgare, orgogliosa, seducente e consapevole di essere già morta. È… perfetta».
Il membro più anziano, un collezionista svizzero di ottantadue anni che non parlava quasi mai, alzò una mano sottile.
«Quanto pensate possa durare con il protocollo completo?».
Voss sorrise appena.
«Tra i quattordici e i ventidue mesi, con buona probabilità. Forse di più se risponde bene. Abbastanza per renderla il pezzo centrale della prossima stagione».
Silenzio.
Poi il banchiere svizzero batté lentamente le mani due volte.
«Signori… abbiamo trovato il pezzo forte».
Un applauso convinto si alzò dal tavolo.
Un altro membro, un principe arabo che seguiva da remoto, intervenne con voce bassa: «Voglio essere il primo a prenderla in prestito. Voglio vederla mentre guarda una partita dell’Inter da uno dei miei yacht, con l’ossigeno nel naso e le mie mani addosso».
Voss annuì.
«Sarà possibile. Ma prima dobbiamo completare l’ingresso nel Catalogo. La prima sessione di stabilizzazione a Zurigo è fissata per dopodomani. Dopo la partita di stasera la faremo volare qui.

Dunque è deciso. La Cagna Internazionale diventa il nuovo cuore nero del Catalogo. La conserveremo. La condivideremo. La useremo finché il suo corpo e la sua volontà lo permetteranno».
Chiuse il carosello di immagini. L’ultima foto rimase impressa sullo schermo per qualche secondo: Elmira sul dondolo, capelli corvini al vento, mano sul seno, sguardo diretto verso l’obiettivo.
Sorrideva.
Come se sapesse che la stavano guardando.

«Una domanda pratica, Voss», disse il vecchio collezionista svizzero di ottantadue anni, con voce asciutta, quasi meccanica. «C’è un rischio concreto di un crollo improvviso che possa ucciderla prima del tempo? Non voglio investire tempo, denaro e… interesse emotivo su un pezzo che potrebbe spegnersi tra due settimane come una candela».
Un silenzio pesante scese nella sala.
Elias Voss non si scompose. Aprì una cartellina sul tablet e proiettò sul grande schermo alcuni grafici medici aggiornati.
«Il rischio esiste, Baron Kohler, ma è calcolato e contenuto. Ve lo spiego con chiarezza».
Fece una pausa, poi continuò con tono professionale: «Il tumore è al quarto stadio da tempo. Il fegato è compromesso al 65%. L’ascite è sotto controllo con diuretici e infusioni, ma potrebbe tornare aggressiva in caso di stress fisico o emotivo forte. Il vero pericolo è un’embolia polmonare o un’insufficienza epatica acuta. Entrambe possono arrivare senza preavviso».
L’industriale tedesco si passò una mano sul mento.
«E se dovesse avere un crollo durante un incontro? Se muore mentre uno di noi la sta… usando?».
Voss sorrise appena, un sorriso freddo.
«È previsto. La useremo sotto scudo medico: sarà pre-allertata una squadra di pronto intervento, capace di intervenire in meno di quattro minuti. Abbiamo già salvato tre pezzi in passato con rianimazione immediata. Nel caso peggiore… la morte durante un incontro è considerata un evento ad alto valore estetico per alcuni membri. Probabile inoltre che verrà richiesta l'imbalsamazione per un pezzo così pregiato; come sapete abbiamo un tempio mascherato da museo delle cere.

Infine, se in punto di morte suscitasse nostalgia acuta, si voterà l'uso di adrenocromo puro: 2 milioni di dollari a fiala».
Un mormorio di approvazione si alzò da due o tre partecipanti.
Il vecchio Kohler non sembrava ancora convinto.
«Quindi mi sta dicendo che potrebbe morire all’improvviso mentre la stiamo toccando?».
«Esattamente», rispose Voss senza battere ciglio. «Ma è proprio questo il fascino del pezzo. La Cagna Internazionale non è una malata terminale qualsiasi. È una donna che sa di poter morire da un momento all’altro e che continua a offrirsi lo stesso. È viva, calda, bagnata e cosciente del rischio. Questo la rende unica. Nessun altra nel Catalogo ha la sua combinazione di vitalità, volgarità e consapevolezza della fine imminente».

Un altro applauso.
Voss concluse: «Signori, il rischio c’è. Ma è proprio il rischio che rende Elmira il pezzo forte. Non stiamo comprando una statua. Stiamo comprando una donna che respira, che sanguina, che gode e che può spegnersi tra le nostre mani da un momento all’altro. Questo è il lusso estremo».
Il vecchio Kohler si appoggiò allo schienale, soddisfatto.
«Allora va bene. Procediamo. Fatela arrivare a Zurigo il prima possibile. Voglio vederla di persona entro la fine del mese».
Voss fece un inchino impercettibile. «Sarà fatto».
Lo schermo si spense dopo un'ultima immagine di Elmira: capelli corvini al vento, mano sul seno, sorriso da predatrice morente.
E reliquia vivente.

Dopo aver risposto sulla possibilità di un crollo improvviso, Voss stava per chiudere l’intervento, quando il vecchio Kohler alzò di nuovo la mano sottile.
«Un’ultima domanda, Voss. Quanto può reggere realmente al quarto stadio? Parlo di tempo utile, non di sopravvivenza in barella. E soprattutto: è possibile stabilizzarla completamente? Bloccare tutto? Farla restare esattamente così per un periodo indefinito, senza sorprese?».
Nella sala calò un silenzio attento. Tutti gli occhi erano puntati su Voss.
Lui non esitò. Aprì un altro grafico sul grande schermo: una linea temporale con curve di sopravvivenza e proiezioni mediche.
«Rispondo con la massima franchezza, signori.
Al quarto stadio, con il tumore già metastatico da oltre due anni, una stabilizzazione completa — intesa come blocco totale e permanente della malattia — non è realisticamente possibile. Possiamo rallentarla drasticamente, renderla quasi dormiente, ma non cancellarla. Il tumore resta lì, come un animale in letargo dentro di lei. Può risvegliarsi in qualsiasi momento».
Fece una breve pausa, poi continuò con tono clinico: «Quanto può reggere?
Con il protocollo standard che applichiamo agli altri pezzi: tra i 10 e i 14 mesi di qualità accettabile.
Con il protocollo potenziato che riserviamo ai pezzi di alto valore come lei — dosaggi sperimentali, monitoraggio costante, infusioni personalizzate, supporto epatico aggressivo — possiamo realisticamente spingere tra i 18 e i 26 mesi».
L’industriale tedesco si sporse in avanti, occhi stretti.
«E se volessimo spingere oltre i 26 mesi? C’è margine?».
Voss scosse leggermente la testa. «Oltre i 26-28 mesi il rischio di crollo multiorgano diventa esponenziale. Il fegato è il punto debole. E quando succede, succede in fretta: da un giorno all’altro può passare da “bella e calda” a “non trasportabile”».
Il principe arabo, dal video, chiese con voce vellutata: «Quindi la risposta è: possiamo stabilizzarla parzialmente, molto bene, ma non completamente. Giusto?».
«Esatto», confermò Voss. «Possiamo farla sembrare e sentire quasi sana per lunghi periodi. Ma sotto-sotto il tumore resta vigile, pronto ad aggredire, a saltarle al collo. È proprio questa tensione — tra la bellezza arrogante e la morte che preme da dentro — che rende Elmira così preziosa. Non è una malata stabile. È una malata tenuta artificialmente in bilico. E lei lo sa. Lo sa benissimo.

Tuttavia, come detto prima, se proprio dovesse affermarsi come la Regina Nera, allora potremmo impiegare l'adrenocromo puro: un impegno rilevante anche per gente come noi, ma che potrebbe darle un'ultima scossa».

Il vecchio Kohler annuì lentamente, soddisfatto della chiarezza.

Ma non aveva ancora finito.

«Un’ultima domanda, signori…
Quando lei capirà che non può salvarsi — quando capirà che tutto questo non è una cura, ma solo una conservazione prolungata — non avrà una crisi isterica? Non crollerà? tile? Non sarà una doccia fredda per lei?

O si illuderà comunque di potersi salvare?».
Nella sala scese un silenzio denso.

Voss rimase in piedi, impassibile, ma questa volta prese qualche secondo in più prima di rispondere.
«Signor Kohler, è una domanda eccellente».
Fece un respiro misurato e continuò: «Elmira sa già di essere terminale. Lo sa da mesi. Lo ripete lei stessa: “Non mi salvo, lo so”. Al tempo stesso, però, si illude con ferocia. È una delle sue caratteristiche più forti: la capacità di aggrapparsi a qualsiasi briciolo di speranza. La tregua attuale, la sua resistenza, il flirt con Bastoni... tutto questo l’ha caricata di una speranza artificiale molto potente. Si è convinta che “tirare avanti a tutti i costi” sia possibile».
Voss fece avanzare sul grande schermo un breve video registrato durante l’incontro sul patio: Elmira che si palpa il seno mentre parla con lui, gli occhi lucidi di determinazione.
«Vedete? Anche mentre negozia la sua conservazione, continua a toccarsi, a offrirsi, a credere di avere ancora potere sul proprio corpo e sul proprio destino. Questa illusione è parte integrante del suo fascino. Non è una donna che si arrende. È una donna che combatte fino all’ultimo, anche quando sa di aver già perso.

Proprio qui sta la bellezza del pezzo. Elmira non è il tipo che si chiude in sé stessa e smette di funzionare. È il tipo che trasforma il dolore in rabbia, in seduzione, in volgarità. Probabilmente, di fronte alla sentenza di morte, diventerà ancora più oscena, ancora più esplicita. Si offrirà con più ferocia proprio perché saprà di essere finita. Piangerà, bestemmierà, riderà… e continuerà a palparsi il seno davanti a noi, a raccontare le sue storie più luride, a dire “scopatemi finché posso ancora sentirlo”».
Un leggero brivido di eccitazione attraversò alcuni dei presenti.
Voss concluse con voce bassa: «Quindi non credo che avremo un crollo emotivo invalidante. Avremo una crisi finale che renderà il pezzo ancora più vivo, ancora più tragico, ancora più desiderabile. La Cagna Internazionale non si spegnerà in silenzio. Si spegnerà mordendo, urlando, aprendo quella maglia fino all’ultimo respiro».
Il vecchio Kohler rimase in silenzio per qualche secondo, poi annuì soddisfatto.
«Perfetto. È esattamente ciò che volevo sentire».
Le luci si abbassarono. Gli schermi si spensero uno dopo l’altro.
Rimase solo l’ultima immagine di Elmira sul grande schermo centrale: mano sul seno, sorriso feroce e illuso.
Forse non sapeva che a migliaia di chilometri di distanza, una dozzina di uomini ricchi e annoiati aveva appena deciso quanto tempo le restava da vivere… e quanto dolore artistico avrebbero estratto da lei prima della fine.

O forse lo intuiva benissimo.

Negli spogliatoi dell’Inter l’aria sapeva di erba tagliata, sudore e pettegolezzo fresco.
Bastoni si stava togliendo la maglia sudata, quando Lautaro gli diede una pacca sulla spalla con quel sorriso da argentino che sa già tutto.
«Allora, Ale… hai sentito le voci?».
Bastoni non rispose subito. Si passò l’asciugamano sulla faccia.
Lautaro continuò, abbassando la voce ma non abbastanza: «Su Reddit e nei gruppi Telegram dei tifosi calabresi stanno impazzendo. “Bastoni si è preso la Cagna Internazionale”. Dicono che le hai fatto un regalo, che la chiami di notte, che sei andato fino a Soverato come un coglione. Fratello… è una malata terminale. Ha 42 anni. Tu ne hai 27».
Da un angolo dello spogliatoio arrivò la voce di Barella, mezzo serio, mezzo divertito: «Cazzo, è peggio di Mauro Icardi e Wanda Nara.

Solo che stavolta la Wanda è iraniana naturalizzata calabrese, pregiudicata, e con un tumore che la sta mangiando viva».
I vocali fioccavano nel gruppo WhatsApp “Nerazzurri Dentro”.

«Ragazzi, Bastoni è fottuto. Si è innamorato della Cagna. Quella che vendeva coca nei club e ora si fa conservare da ricconi svizzeri come un pezzo da museo».

«È più grande di lui di 15 anni, grassa, senza un lavoro onesto, con la ’ndrangheta nel curriculum e un cancro che le sta divorando il fegato. Cavallo perdente, Ale. Cavallo morto. Svegliati».
Bastoni lesse i messaggi sul telefono, la mascella contratta. Non rispose. Ma dentro gli ribolliva qualcosa di feroce.
Lautaro si sedette accanto a lui sulla panca.
«Ale, ascoltami. Wanda Nara era una che gestiva Icardi come un burattino. Lo ha fatto diventare capitano, lo ha fatto scopare con la sorella, lo ha tenuto in pugno. Elmira è peggio. È più vecchia, è più scaltra, è più malata. Ti sta usando. Vuole solo qualcuno che le tenga la mano mentre crepa. O magari vuole solo farsi scopare da un interista giovane prima di finire sotto formalina».
Bastoni alzò gli occhi. La voce uscì bassa, ma tagliente: «Voi non la conoscete».
Barella rise. «È un relitto, Ale. Un relitto sexy, okay, ma sempre un relitto».
Bastoni si alzò. La maglia dell’Inter ancora appallottolata in mano.
«Lei è più grande, sì. È più furba di tutti noi messi insieme. Ha vissuto dieci vite mentre noi giocavamo a calcio. Ha venduto droga, ha guardato la morte in faccia ridendo. E sì, sta morendo. Ma non è un cavallo perdente. È una cagna che morde ancora. E io… io voglio quella cagna».
Silenzio nello spogliatoio. Nessuno rideva più.
Bastoni continuò, quasi a sé stesso: «Wanda aveva Icardi in pugno perché era più grande e più sveglia. Elmira avrà me in pugno perché è più viva di chiunque abbia mai conosciuto. Anche mentre crepa. Soprattutto mentre crepa. Voglio essere l’ultimo uomo che la tocca mentre respira ancora. Voglio essere quello che la fa sentire donna, non solo una malata. Voglio portarla a San Siro, farla sedere in tribuna con la mia maglia addosso, farle vedere una partita dal vivo prima che…».
Non finì la frase.
Lautaro scosse la testa, quasi compassionevole.
«Sei innamorato, coglione».
Bastoni sorrise, un sorriso piccolo e ostinato.
«Sì. E non me ne frega un cazzo di quello che dite voi o i tifosi. Lei diventerà la mia donna. Anche se dura solo tre mesi. Anche se dura solo una notte».
Uscì dallo spogliatoio lasciando i compagni in silenzio.
Sul telefono aveva già pronto un messaggio per Elmira, scritto ma non ancora inviato: «Stasera voglio sentire la tua voce. E voglio dirti una cosa stupida: non sei un cavallo perdente. Sei la mia scommessa. Quella che voglio vincere a tutti i costi».
Premette invio.
A Soverato, Elmira lesse il messaggio sul dondolo.
Sorrise nel buio, un sorriso largo, cattivo, quasi commosso.
Questo ragazzo è più matto di me, pensò.
E per la prima volta da tanto tempo, la Cagna Internazionale si sentì davvero desiderata.
Non come reliquia.
Non come pezzo da collezione.
Come donna.
Anche se sapeva che era una follia.
Anche se sapeva che sarebbe finita male.

La villa sul lago di Zurigo sembrava uscita da un film di James Bond: vetro, acciaio, luci soffuse, silenzio assoluto. Nessun nome, nessuna telecamera visibile, solo sicurezza privata che non sorrideva mai.
Elmira era seduta sul grande divano bianco del salone principale, esattamente come nella foto che i Collezionisti le avevano fatto scattare due ore prima per il “Catalogo aggiornato”.

Portava la maglia dell’Inter a maniche corte, sbottonata fino al quarto bottone, i seni pieni e pesanti che spingevano contro il tessuto nerazzurro. Sotto, pantaloni di pelle nera che le fasciavano le cosce e le natiche come una seconda pelle. Capelli corvini lunghissimi, lucidi, mossi da un’onda perfetta, trucco pesante ma impeccabile: rossetto bordeaux, eyeliner affilato, ciglia finte. Anelli e bracciali d'oro, collana di diamanti al collo, unghie rosse lunghe. Sembrava una pornostar di lusso più che una malata terminale.
Il protocollo potenziato stava facendo miracoli estetici: pelle luminosa, peso stabile a 72 chili (tutti nei punti giusti), seno ancora più turgido grazie agli ormoni, occhi brillanti. Nessuno avrebbe mai detto che aveva un tumore allo stadio IV che le stava mangiando il fegato.
La porta scorrevole si aprì senza rumore.
Bastoni entrò da solo. Jeans scuri, felpa nera con cappuccio, borsa da viaggio. Quando la vide, si fermò un secondo sulla soglia.
«Cristo, Elmira…».
Lei sorrise, quel sorriso grande e cattivo che gli aveva rubato il cuore a Soverato.
«Ti piace? I tuoi amici svizzeri mi hanno rifatta di fresco. Dicono che sono il pezzo forte della collezione. E io… be’, mi sento proprio forte stasera.»
Bastoni si avvicinò, si inginocchiò davanti a lei senza neanche togliersi la felpa. Le prese le mani fredde tra le sue.
«Sei… sei bellissima. Più di prima. Sembri una regina.»
Elmira rise piano, rauca.
«Regina di cosa, Ale? Di un cimitero privato? Lo so come sto. So che sotto questa pelle perfetta c’è un fegato che sta marcendo e un tumore che dorme solo perché questi bastardi lo drogano ogni giorno. Ma per te… per te voglio essere bella. Voglio che tu mi ricordi così.»
Si passò una mano tra i capelli corvini, poi si aprì un altro bottone della maglia, mostrando la profonda scollatura e la cicatrice chiara sul seno sinistro.
Bastoni deglutì.
«Elmira… io non sono venuto qui per… per questo. Sono venuto per dirti una cosa. E voglio che tu mi ascolti fino alla fine.»
Lei inclinò la testa, curiosa.
Lui prese fiato.
«Voglio sposarti.»
Silenzio.
Elmira lo fissò, gli occhi neri che brillavano.
«Sposarmi? Ale… sono una moribonda. Una ex trafficante. Una che i tuoi compagni chiamano “cavallo perdente”. Hanno ragione. Sono più vecchia di te di quindici anni, sono piena di merda nel curriculum, e tra qualche mese… be’, potrei non essere più qui.»
Bastoni scosse la testa.
«Non me ne frega un cazzo di quello che dicono. Non me ne frega di Wanda Nara, di Icardi, di quello che scrivono su Reddit. Io ti amo. Ti amo da quando ti ho vista sul letto a Soverato con quella maglia sbottonata e gli occhi che ridevano anche mentre morivi. Voglio sposarti. Qui. Ora. In segreto. O pubblicamente, se vuoi. Voglio che tu diventi mia moglie prima che… prima che non possa più dirtelo.»
Elmira rimase in silenzio per lunghi secondi. Poi si portò una mano al seno, lo strinse piano sopra la maglia, come faceva sempre quando era emozionata o spaventata.
«Sei pazzo» disse alla fine, con voce bassa. «Pazzo da legare. Ma…»
Si chinò in avanti, gli prese il viso tra le mani, le unghie rosse che gli sfioravano le guance.
«…mi piace. Mi piace da morire. E io… io voglio morire da signora. Da signora Bastoni. Con la tua fede al dito e la maglia dell’Inter addosso.»
Lui sorrise, gli occhi lucidi.
«Allora è sì?»
«È sì, difensore mio. Sposami. Sposami prima che questi svizzeri mi mettano in formalina. Sposami mentre sono ancora calda, ancora bagnata, ancora capace di farti impazzire.»
Bastoni la baciò. Un bacio lungo, disperato, pieno di tutto quello che non potevano dire ad alta voce.
Quando si staccarono, Elmira appoggiò la fronte alla sua.
«Ma ascoltami bene, Ale. Questi Collezionisti mi hanno lasciato stare con te stanotte perché vogliono tenermi felice. Mi tengono in vita per loro, non per te. Se ci sposiamo… sarà un matrimonio segreto. Nessuno deve saperlo. Nemmeno i tuoi compagni. Nemmeno la zia Rosa, per ora. Lo facciamo qui, in questa villa, con un prete che loro pagano. E poi… poi viviamo il tempo che ci resta. Io con te. Tu con me. Finché il tumore decide di svegliarsi.»
Bastoni annuì.
«Va bene. Tutto quello che vuoi.»
Elmira si alzò, lo tirò in piedi, si strinse contro di lui. I seni pieni contro il petto di lui, i fianchi larghi nelle leather pants che luccicavano.
«Allora portami in camera, futuro marito. Voglio che mi scopi come se fosse l’ultima volta. Perché forse lo è.»
Bastoni la prese in braccio senza sforzo. Lei rise, la testa appoggiata sulla sua spalla, i capelli corvini che gli ricadevano sul braccio.
Mentre salivano le scale verso la suite privata che i Collezionisti avevano preparato per loro, Elmira chiuse gli occhi e pensò:
Sto per sposare un uomo di ventisette anni mentre un tumore mi mangia dentro. Sono pazza. Sono felice. Sono la Cagna Internazionale che ha vinto la partita più importante della sua vita: farsi amare mentre muore.
E per la prima volta da tantissimo tempo, il sorriso che le illuminò il viso non fu più quello della predatrice.
Fu quello di una donna che, per qualche mese ancora, avrebbe avuto un marito.
Un marito interista.
Un marito suo.

Elmira era ancora avvolta tra le braccia di Bastoni quando la porta della suite si aprì senza rumore. Elias Voss entrò come sempre: calmo, elegante, con quel sorriso da mercante d’arte che non arrivava mai agli occhi.
Bastoni si coprì istintivamente con il lenzuolo. Elmira invece rimase sdraiata nuda sul letto, la maglia dell’Inter buttata sul pavimento, i seni pesanti che salivano e scendevano piano, i capelli corvini sparsi sul cuscino come una macchia d’inchiostro. Non si coprì. Non aveva più vergogna di niente.
Voss si fermò ai piedi del letto e parlò con voce bassa, quasi reverenziale.
«I Collezionisti hanno deliberato. Accettano il matrimonio.»
Silenzio.
Bastoni si alzò a sedere, sorpreso. Elmira invece sorrise lentamente, un sorriso stanco ma trionfante.
«Così, senza condizioni?» chiese lei, la voce ancora roca dal piacere.
Voss inclinò la testa.
«Con una sola condizione implicita: che la tragedia si compia. Hanno capito che lei morirà. Presto. Probabilmente entro l’estate, al massimo entro l’autunno. Il protocollo può tenerla bella, calda, desiderabile… ma non può fermare il tumore per sempre. E proprio questo li affascina.»
Fece un passo avanti, gli occhi grigi fissi su di lei.
«Vogliono vedere la Cagna Internazionale sposarsi. Vogliono vederla felice per qualche settimana, forse un mese. Vogliono vederla indossare l’abito bianco sopra quella maglia nerazzurra, ripetere i voti, baciare il marito… e poi, lentamente, vederla spegnersi. Vogliono i rimpianti. Vogliono il dolore che aumenta mentre lei capisce che non godrà quasi nulla di questo matrimonio. Vogliono la tragedia. È l’aggiunta più preziosa che possano immaginare per il Catalogo.»
Elmira rimase in silenzio. La mano le scivolò istintivamente sul seno sinistro, lo strinse piano. Sotto la pelle perfetta c’era il nodulo. Lo sentiva. Piccolo, duro, ostinato.
Voss continuò:
«Potete sposarvi qui, domani sera. C’è già un prete disposto. Tutto organizzato. Dopo… lei resterà nostra, ovviamente. Ma potrà portare il cognome Bastoni. Potrà essere la moglie di un calciatore dell’Inter mentre muore. È un tocco poetico che apprezzano molto.»
Uscì senza aspettare risposta, chiudendo la porta con un clic morbido.
Bastoni si voltò verso di lei, gli occhi lucidi.
«Elmira… possiamo dirgli di no. Possiamo scappare. Io ti porto via da qui, ti porto a Milano, ti sposo in municipio, ti porto a San Siro…»
Lei scosse la testa. Si alzò dal letto, nuda, e si avvicinò alla finestra che dava sul lago nero. La luce della luna le illuminava il corpo: fianchi larghi, pancia leggermente gonfia, seno pieno e ancora turgido grazie agli ormoni. Sembrava una dea decadente.
«No, Ale. Non scappiamo. Loro mi tengono in vita. Senza di loro sarei già morta a Soverato, con la zia che piange e i vicini che mi portano minestre. Qui… qui resto bella. Qui posso essere tua moglie per qualche settimana. E voglio essere tua moglie. Voglio dire “sì” mentre sono ancora calda. Voglio che tu mi metta la fede mentre il tumore dorme ancora.»
Si voltò verso di lui. Gli occhi neri erano pieni di lacrime, ma la bocca sorrideva.
«Poi… poi verrà il resto. I dolori torneranno. I rimpianti arriveranno. Capirò che mi sono sposata solo per morire da signora. Che non avremo figli, non avremo vacanze, non avremo una casa insieme. Che il mio matrimonio durerà meno di una stagione intera. E piangerò. Urlerei. Ma almeno… almeno per un po’ sarò stata la signora Bastoni.»
Bastoni si alzò e la strinse forte a sé. Lei appoggiò la testa sul suo petto, i capelli corvini che gli cadevano sulle spalle.
Dentro di lei, però, la verità stava già affiorando come sangue da una ferita.
Mi sposo per morire. Mi sposo per farli godere della mia fine. Mi sposo sapendo che tra due mesi, forse tre, non sarò più capace di aprire le gambe, di ridere, di urlare il suo nome quando viene. Mi sposo sapendo che diventerò brutta, pelata, scheletrica. E lui… lui resterà vedovo a ventisette anni.
Un dolore sordo le attraversò il fianco destro, come una mano che stringeva il fegato. Il primo vero dolore da giorni. Lo ignorò. Si strinse più forte a Bastoni.
«Domani sposo», sussurrò contro la sua pelle. «Domani divento tua moglie. E poi… poi viviamo il tempo che ci resta. Anche se sarà poco. Anche se sarà tragico. Anche se questi bastardi ci guarderanno mentre soffriamo.»
Bastoni le baciò i capelli.
«Ti amo, Elmira.»
Lei chiuse gli occhi.
E io ti amo, Ale. Ma ti sto condannando. Ti sto dando un matrimonio che finirà in un funerale nerazzurro.
Il lago fuori era immobile.
Dentro la villa, otto uomini ricchi e annoiati stavano già brindando con champagne svizzero, immaginando la scena: la Cagna Internazionale in abito bianco, la maglia dell’Inter sotto, il sorriso stanco, il tumore che cresceva piano mentre il marito la stringeva per mano.
La tragedia era iniziata.
E loro non vedevano l’ora di vederla sbocciare.

TEMPO RUBATO

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Beh, Saada non ha vinto alla lotteria della vita stavolta.

La vecchia troia libanese trapiantata a Brighton, specializzata nel mungere vecchi coglioni, si è beccata un cancro intestinale al IV stadio, esploso come una bomba a orologeria con metastasi a fegato, stomaco e utero.

Saada è una potente donna sui 50-60: capelli tinti rosso mogano, maglia del Brighton, sorriso da “ancora ci sto, e ci sto bene”.
Sul lato medico, però, non giriamoci intorno: non è curabile.
Con metastasi multiple su organi vitali del genere (fegato + stomaco + utero da primario intestinale) si parla di malattia allo stadio terminale, anche se lei è una grossa troia. Le terapie (chemioterapia, immunoterapia, magari qualche intervento palliativo) possono rallentare la fine, ridurre il dolore e farla tirare avanti qualche mese. Ma “guarire” è una favola che si raccontano i malati per non impazzire. Statistiche ufficiali per tumore colo-rettale metastatico esteso: sopravvivenza a 5 anni sotto il 10-15%, e nella sua situazione probabilmente pure meno.

Adesso sta cercando qualcuno a cui appoggiarsi, perché sa che da sola non ce la fa economicamente e fisicamente… e pretende ancora di essere “curabile”, perché ammettere la realtà è troppo amaro.
In pratica, la specialista del succhiare soldi ai vecchi adesso ha bisogno di un nuovo sponsor per le cure e le medicine. Ironia della sorte, no?

Brighton, novembre.

Il vento dal mare puzzava di sale e piscio di gabbiano. Saada sedeva al tavolo del “The Old Ship Inn”.

Intorno a lei, tre vecchi stronzi. Tre che avevano investito forte su di lei, e che ancora credevano di poter riscuotere.
«Sei mesi, ha detto il dottore di Londra», borbottò Reggie, ex costruttore di Hove, settantadue anni, mani grosse come badili e un Rolex che valeva più della casa di Saada. «Fegato, stomaco, utero… è una bomba a orologeria. Io dico che al massimo a marzo è finita».
Saada rise, una risata rauca che finì in tosse. «Sei mesi? Ma vaffanculo, Reggie. In Libano c’è un centro che fa l’immunoterapia con le cellule CAR-T modificate in Turchia. Costa centoventimila sterline, ma mi salvano. Me l’ha garantito il medico su WhatsApp».
Davanti a lei, Tommy “Lo Squalo” McGuire, piccolo strozzino di Brighton con precedenti per estorsione, sogghignò masticando un sigaro spento. «Centoventimila. E chi le mette, principessa? Tu? O dobbiamo mettercele noi tre come al solito?».
Il terzo, Derek, pensionato della British Telecom, occhi da cane bastonato, le teneva la mano sotto il tavolo. Era quello più infatuato, quello che ancora le mandava fiori anche dopo che lei gli aveva succhiato quindicimila sterline in sei mesi. «Io ci sto», disse piano. «Saada è una guerriera. L’ho vista lottare contro tutto. Se serve, vendo la macchina. Lei… lei mi fa sentire vivo».
Reggie sbuffò. «Vivo? Derek, sei un coglione romantico. Io parlo di soldi. Abbiamo già buttato trentamila sterline nelle chemio private. Quanto tempo ci ruba ancora prima di crollare? Due mesi? Tre? E se muore, chi ci ridà indietro l’investimento?».
Saada si sporse in avanti. Gli occhi neri, ancora belli, ancora capaci di ipnotizzare. «Rubare tempo, Reggie. È quello che sto facendo. Ogni giorno che respiro è un giorno in cui vi pago gli interessi. Ricordi quando ti ho fatto firmare quel prestito per la “cura sperimentale” di agosto? Ti ho restituito il doppio in… come dire… attenzioni». Sorrise, un sorriso da predatrice che sapeva di morfina e disperazione. «Sono ancora un buon investimento. Guardami. Il cancro mi mangia, ma non mi ha ancora preso. E se mi salvano in Turchia, vi restituisco tutto con gli interessi. Tripli».
Tommy si grattò la barba bianca. «Tripli. Bella parola. Ma io ho visto mia moglie andarsene in quattro mesi con lo stesso merdaio. Un giorno rideva, quello dopo pisciava sangue. Tu sei più tosta, Saada, lo ammetto. Ma il crollo arriva. Lo sento. E quando arrivi al punto che non puoi più succhiare né soldi né cazzi, noi che facciamo?».
Saada strinse il bicchiere fino a farsi sbiancare le nocche. Dentro di sé sentiva il fuoco: l’intestino che bruciava, il fegato che si gonfiava, lo stomaco che rifiutava tutto. Ma la voce non tremò. «Io non crollo. Io vinco. Ho già fregato la morte una volta in Libano, la frego di nuovo qui. E voi… voi siete ancora pazzi di me. Lo vedo come mi guardate. Derek mi bacia la mano, tu Reggie mi scopi con gli occhi, Tommy calcola quanti soldi può ancora spremere. Quindi decidete: mollate la troia libanese o puntate sull’ultima corsa?».
Il silenzio calò pesante. Fuori, il mare sbatteva contro i pali del molo come un pugno.
Derek fu il primo a cedere. «Io ci metto altre diecimila. Per te».
Tommy rise, cattivo. «Diecimila. Io ne metto venti, ma voglio un contratto scritto: se muori entro Pasqua, i soldi li riprendo dalla tua casa e da quel cazzo di conto in Libano che non mi hai mai detto».
Reggie guardò Saada dritto negli occhi, poi annuì lentamente. «Ventimila. Ma stavolta niente stronzate. Se la Turchia non funziona, non venirmi a piangere. Ti accompagno io stesso all'obitorio».
Saada alzò il bicchiere, sorrise come se avesse già vinto la lotteria della vita. «A noi quattro. Al tempo rubato».
Bevve un sorso. Il gin bruciava come il cancro.
Dentro di sé sapeva che il conto alla rovescia era già partito. Ma finché c’erano tre vecchi infatuati disposti a pagare per illudersi, lei avrebbe continuato a rubare giorni, settimane, mesi. Una troia terminale che giocava la sua ultima partita con carte perdenti.
Fuori, il vento di Brighton ululava. Sembrava una risata.

Brighton, novembre.

Il vento dal mare portava odore di alghe marce e di morte imminente. Saada sedeva al solito tavolo del “The Old Ship Inn”, la maglia del Brighton addosso, aderente e sbottonata da stronza.

I capelli rosso mogano erano sempre belli, ma la pelle aveva preso quel colore itterico che nessun fondotinta riusciva più a nascondere. Davanti a lei, il gin tonic intatto e il blister di morfina che invece spariva velocemente.
Intorno al tavolo, i tre vecchi: Reggie, Tommy “lo Squalo”, e Derek. Tre portafogli ancora aperti, tre cuori ancora stupidi.
Saada parlava con una voce bassa, roca, ma dentro di lei bruciava un fuoco che il cancro non era ancora riuscito a spegnere.
«Io non voglio morire», disse all’improvviso, gli occhi neri che scintillavano di una fame selvaggia. «Non voglio. Capite? Non è una frase fatta. Io voglio tirare avanti. Voglio svegliarmi domani e sentire ancora il sapore del caffè, anche se mi fa male lo stomaco. Voglio camminare sul molo senza che le gambe mi cedano. Voglio continuare a respirare, anche se ogni respiro costa fatica. Il tumore è lì, lo sento che mangia, che si allarga… ma io lo tengo fermo. Lo tengo stabile. Ogni giorno che passa senza che peggiori è una vittoria per me. Una vittoria personale contro questa merda che mi sta divorando dall’interno».
Fece una pausa, la mano che tremava mentre prendeva il blister. Ingoiò due pastiglie senza acqua, come se il dolore fosse solo un fastidio secondario rispetto alla missione di tirare avanti.
«Il dottore dice che è stabile per ora. Stabile. Sapete cosa significa per me questa parola? Significa che ho ancora tempo da rubare. Tempo da strappare con le unghie. Io non chiedo la guarigione miracolosa… non più. Chiedo solo di tenere questa cosa sotto controllo. Che non esploda di nuovo. Che non mi invada il fegato fino a farmelo scoppiare, che non mi chiuda lo stomaco del tutto, che non mi riempia l’utero di morte fino a farmi sanguinare come una fontana. Voglio solo stabilità. Un mese, due mesi, sei mesi di stabilità. E in quei mesi io posso ancora vivere. Posso ancora essere Saada. Non una malata terminale, ma Saada la libanese che fa girare la testa ai vecchi, che prende i soldi, che ride, che scopa, che respira».
Reggie si appoggiò allo schienale, scettico. «Stabile… per quanto? Due settimane? Un mese?».
Saada si sporse in avanti, gli occhi che brillavano di una luce quasi folle. «Finché io decido che sia stabile. Io lotto ogni singolo giorno. Mi sveglio e controllo se ho sanguinato durante la notte. Controllo se la pancia è più gonfia. Controllo se riesco ancora a mangiare qualcosa senza vomitare. Ogni piccolo segno di stabilità è una medaglia che mi attacco al petto. E se il tumore si muove, io lo combatto. Con la chemio, con le pillole, con le preghiere al diavolo se serve. Perché io non sono pronta a mollare. Non sono pronta a diventare un cadavere che respira. Voglio tirare avanti. Voglio rubare ogni secondo possibile. E voi… voi mi aiuterete a farlo».
Tommy rise, ma c’era rispetto nella sua voce. «Sei una troia tosta, Saada. La più tosta che abbia mai visto. Ma il corpo è un traditore. Prima o poi crolla».
«Allora che crolli dopo», ringhiò lei. «Dopo che avrò rubato abbastanza tempo. Dopo che avrò pagato i debiti, dopo che avrò sistemato le cose in Libano, dopo che avrò vissuto ancora un po’ da donna, non da malata. Io voglio sentire ancora le mani di un uomo sulla pelle senza che sia solo pietà. Voglio ancora indossare questa maglia del Brighton e fingere che sia un sabato normale. Voglio ancora mentire a me stessa che domani sarà meglio. E finché il tumore resta stabile, io resto Saada. La Saada che voi tre continuate a desiderare».
Derek le strinse la mano, gli occhi lucidi. «Io ti credo. Sei una guerriera».
Saada gli sorrise, un sorriso vero, disperato e bellissimo. «Non sono una guerriera, Derek. Sono una ladra. Sto rubando tempo alla morte. E voi siete i miei complici. Perché finché mi finanzierete la terapia, e le medicine extra, io terrò questo cancro in gabbia. Lo terrò stabile. E ogni giorno di stabilità che vi regalo è un giorno in cui potete ancora illudervi che io sia la donna di sempre. Che valga ancora i vostri soldi».
Si appoggiò allo schienale, esausta ma trionfante. Il dolore all’intestino era una lama rovente, ma lei lo ignorò. Dentro di sé ripeteva come un mantra: Stabile. Deve restare stabile.
Ancora un mese. Ancora due.
Tirare avanti.
Rubare.
Vivere.
Fuori, il vento ululava contro le finestre del pub. Sembrava che ridesse di lei.

Due settimane dopo, Saada era di nuovo lì, ma questa volta il pub sembrava più piccolo, più soffocante.

Il gin tonic era diventato acqua tonica pura – «il medico turco dice che l’alcol fa esplodere le metastasi» – e sul tavolo c’era un nuovo referto: una busta gialla dell’ospedale di Brighton & Sussex.
Reggie arrivò per primo, con la sua pancia da birra e il Rolex che ticchettava come una bomba. «Allora, principessa? Che dice la TAC di controllo?».
Saada aprì la busta con le dita che tremavano. Lesse. Rilesse. Poi alzò lo sguardo, e per un attimo il suo sorriso fu quello di una volta: feroce, da predatrice.
«Stabile», disse, la voce un sussurro roco che però vibrava di trionfo. «Il tumore primario all’intestino è stabile. Le metastasi al fegato… non sono cresciute. Lo stomaco è un po’ infiammato, ma niente di nuovo. L’utero… ancora lì, ma non ha invaso di più. Due settimane di stabilità. Due settimane rubate».
Derek, che entrò subito dopo con un mazzo di rose rosse mezze appassite, le prese la mano. «Vedi? Te l’avevo detto. Sei una guerriera. La Turchia ci aspetta, la nuova immunoterapia…».
Tommy “Lo Squalo” arrivò per ultimo, sigaro spento tra i denti, e rise amaro. «Stabile. Che bella parola per dire “non è ancora morta”. Ma quanto costa questa stabilità, eh? Altre diecimila per la TAC privata? Altre cinquemila per le pillole anti-dolore? E poi?».
Saada si aggrappò a quel “stabile” come a un salvagente. Dentro di lei l’ansia era un serpente che si contorceva. Ogni mattina si svegliava presto, accendeva la luce del bagno e controllava: sangue nelle feci? No. Gonfiore alla pancia? Solo un po’. Dolore allo stomaco dopo il caffè? Sì, ma sopportabile. “Stabile” ripeteva come un mantra. “Stabile significa che posso ancora tirare avanti. Ancora un mese. Ancora due”.
Quella sera fu un alto. I tre vecchi brindarono con lei. Derek le promise altre ottomila sterline «per il volo a Istanbul». Reggie, spietato come sempre, calcolò ad alta voce: «Se resti stabile fino a Natale, siamo a posto. Se crolli prima… beh, almeno abbiamo goduto». Tommy firmò un altro “prestito” con la clausola scritta a mano: «In caso di decesso entro 90 giorni, recupero tutto dalla casa di Brighton e dal conto libanese». Saada firmò ridendo, gli occhi lucidi di morfina e speranza. «Sono ancora un buon investimento, stronzi. Guardatemi: respiro, parlo, vi faccio bagnare i pantaloni. Il cancro è in gabbia».
Ma gli alti durano poco.
Tre giorni dopo arrivò il basso.
Saada era sola nel suo appartamento di Kemptown, le tende tirate, la luce del cellulare che illuminava lo schermo del portale del medico online. Il dolore all’intestino era tornato, una lama che girava lenta. Vomito nero alle 3 di notte. Sangue nelle urine. La pancia tesa come un tamburo. Aprì la chat con l'oncologo turco: «Dr. Kemal, le metastasi al fegato… stanno crescendo di nuovo? La TAC di Brighton dice stabile, ma io sento che si muove. Ditemi la verità. Quanto tempo mi resta?».
La risposta arrivò alle 5:18: «Stadio IV con diffusione multiorgano. Stabilità temporanea. Previsione realistica: 3-6 mesi se rispondi alla terapia CAR-T. Se no, 6-8 settimane. Sintomi come i tuoi indicano possibile progressione subclinica. Venga subito a Istanbul».
Saada fissò lo schermo. Le mani le tremavano così forte che il telefono cadde nel lavandino. «Sei settimane? No. No. Lo tengo stabile. Io lotto». Si mise a piangere in silenzio, poi si asciugò le lacrime con rabbia. «Non è la fine. È solo un basso. Domani rifaccio gli esami. Domani rubo altro tempo».
La mattina dopo convocò i tre al pub. Questa volta non c’era sorriso.
«Il dottore turco dice che potrebbe essere progressione», ammise, la voce spezzata. «Ma io non ci credo. Sento che è stabile. Solo un po’ di infiammazione. Il dolore passa con altra morfina. Io voglio la terapia. Voglio Istanbul. Voglio vivere».
Reggie sbuffò. «Progressione. Lo sapevo. Da stabile a “forse 6 settimane”. Il mio investimento sta colando a picco».
Derek, con gli occhi da cane bastonato, le accarezzò il braccio. «Io ci credo ancora. Sei Saada. La mia Saada».
Tommy, freddo come sempre, tirò fuori il telefono e mostrò un grafico che aveva fatto su Excel: «Alti e bassi, ragazzi. Abbiamo già speso 47.000. Se crolla entro Natale, recuperiamo il 60% vendendo la casa. Se resiste fino a febbraio… beh, magari ci guadagniamo qualcosa in “attenzioni”. Ma la previsione è chiara: il crollo arriva. Domanda è: quando?».
Saada li guardò uno per uno, la disperazione mista a quella fame animalesca di vita. «Il crollo non arriva se io non lo permetto. I sintomi? Li gestisco. La notte mi sveglio e conto le ore senza sangue. Senza vomito. Ogni giorno senza peggioramento è una vittoria. Io sono ansiosa, sì. Ogni crampo è una sentenza. Ogni gonfiore è la fine. Ma io tengo duro. Rubo. Vivo. E voi… voi continuate a puntare su di me. Perché se mollo io, mollate anche voi. E io non mollo».
Il vento di Brighton ululava di nuovo fuori dal pub. Saada si toccò la pancia sotto la maglia, come per calmare il tumore stesso. “Stabile” pensò. “Devi restare stabile. Ancora un mese. Ancora due. Non è la fine. Non ancora”.
Dentro di lei, la speranza e la disillusione danzavano una tarantella mortale. Un giorno credeva di aver vinto. Il giorno dopo sapeva di aver già perso. Ma finché i tre vecchi infatuati e spietati continuavano a finanziare il suo gioco, Saada avrebbe continuato a rubare tempo, un respiro alla volta, tra alti che sembravano eterni e bassi che puzzavano di morte.
E il cancro, silenzioso, contava i giorni insieme a lei.

Il basso arrivò come un treno in piena notte.
Era il 12 dicembre, ore 2:47. Saada era nel suo letto singolo a Kemptown, lenzuola fradice di sudore freddo, la luce del comodino che proiettava ombre lunghe sulle pareti scrostate. La maglia del Brighton & Hove Albion era buttata per terra, sporca di vomito secco. Il cancro non era più “stabile”. Aveva deciso di muoversi.
Il dolore all’intestino era una belva viva: le artigliava le viscere, le torceva lo stomaco, le mordeva l’utero come se volesse strapparglielo via. Saada si contorceva. Gambe strette al petto, poi distese di scatto, poi di nuovo rannicchiata in posizione fetale. Le mani premute sulla pancia, unghie che graffiavano la pelle giallastra. «No… no… cazzo, no» gemeva tra i denti, la voce rotta, infantile. Il sangue usciva lento, caldo, tra le cosce e dalla bocca quando tossiva. Le metastasi al fegato avevano deciso di crescere. Lo sentiva. Lo sapeva. Non era più una sensazione: era realtà.
Paura. Una paura pura, animale, che le strizzava il petto peggio del dolore fisico.
«Sto morendo» pensò. «Questa volta sto morendo davvero.»
Gli occhi spalancati nel buio, le pupille dilatate dalla morfina che non bastava più. Immagini velocissime: il suo corpo dentro una bara libanese, i tre vecchi che si dividevano i soldi, Brighton che la dimenticava in una settimana. «Non voglio. Non posso. Non ancora.»
Si alzò barcollando, si trascinò fino al bagno, vomitò bile nera mista a sangue. Si guardò allo specchio: faccia da cadavere con gli occhi ancora vivi, ancora affamati. «Progressione» sussurrò al riflesso. «Il dottore turco l’aveva detto. Ma io vado avanti lo stesso.»
Tornò a letto strisciando. Il corpo si contorceva da solo, come se il tumore comandasse i muscoli. Ogni spasmo era una pugnalata. Eppure, tra un conato e l’altro, la mente restava lucida, spietata, ossessionata.
«Voglio andare avanti.»
La frase le usciva tra i singhiozzi, ma era un ordine, non una preghiera.
«Rubare ancora tempo. Un giorno. Una settimana. Il volo per Istanbul è prenotato per il 18. Ce la faccio. Devo farcela. Se mi fermo adesso è finita. Se mi lascio andare è finita. Io non mi lascio andare.»
Prese il telefono con le dita viscide di sudore. Chiamò Reggie per primo. Voce spezzata ma tagliente:
«C’è progressione. Lo sento. Il dolore è peggio. Sangue dappertutto. Ho paura, Reggie… ho una paura di merda. Ma la terapia CAR-T parte lo stesso. Tu mi mandi i soldi oggi. Non domani. Oggi. Se non lo fai ti rovino, lo giuro.»
Reggie, mezzo addormentato, imprecò. «Progressione. Te l’avevo detto che l’investimento colava. Quanto tempo ci resta prima del crollo totale?»
«Il tempo che decido io» ringhiò Saada, contorcendosi di nuovo mentre parlava. Un crampo le piegò la schiena ad arco. Urlò dentro il cuscino. Poi riprese: «Voglio andare avanti. Voglio Istanbul. Voglio vivere ancora un po’. Ancora un mese. Ancora due. Non mi arrendo. Non mi arrendo mai, cazzo.»
Chiamò Tommy subito dopo. «Lo Squalo» rispose al terzo squillo, già sveglio, già calcolatore.
«Progressione confermata, principessa? I sintomi?»
«Mi contorco come un verme. Paura da pisciarmi addosso. Ma parto lo stesso. Tu firmi l’ultimo bonifico o vuoi che muoia qui e ti lasci solo i debiti?»
Tommy rise, cattivo. «Sei tosta. Paura o no, sei ancora un buon investimento finché respiri. Diecimila oggi. Ma se crolli in Turchia, recupero tutto.»
Derek fu l’ultimo. Piangeva già prima che lei parlasse. «Saada… amore mio… ho paura anch’io.»
Lei, tra un singulto di dolore e l’altro: «Anch’io, Derek. Ho una paura che mi mangia l’anima. Ma voglio andare avanti. Voglio che mi vedi ancora viva. Voglio che paghi per vedermi combattere. Non mollare adesso. Nessuno molla.»
Riattaccò. Si rannicchiò di nuovo, corpo che si torceva come se il letto fosse pieno di spine. Il tumore avanzava, lento ma inesorabile. Le metastasi al fegato gonfiavano, lo stomaco si chiudeva, l’intestino bruciava. La fine era più vicina. Lo sentiva nel midollo.
Ma la voglia di vivere era più forte della paura.
«Vado avanti» ripeté al soffitto, voce roca, occhi pieni di lacrime e di fuoco.
«Progressione o no. Dolore o no. Paura o no.
Io rubo.
Io vivo.
Ancora.»
Fuori, il vento di Brighton ululava più forte che mai. Sembrava che ridesse di lei.
Saada rise di rimando, un riso spezzato, disperato, vittorioso.
Poi un altro crampo la piegò in due.
Il conto alla rovescia continuava.
Ma lei aveva ancora le unghie piantate nel tempo.

Brighton, 17 dicembre, ore 19:40.
The Old Ship Inn era mezzo vuoto, solo il bancone illuminato e l’odore di birra stantia. I tre si erano seduti al solito tavolo, senza Saada. Reggie aveva ordinato whisky doppio, Tommy un caffè nero (per restare lucido), Derek una birra che non toccava. Il telefono di Saada era spento da ore: ultimo messaggio da Istanbul alle 14: “Sono arrivata. Clinica pronta. Vi amo, stronzi. Rubo altro tempo.”
Reggie batté il pugno sul legno. «Basta cazzate. È finita. Progressione confermata, crollo in arrivo. Abbiamo già buttato 68.000 sterline tra voli, clinica, morfina. Io dico: molliamola. Recuperiamo quello che possiamo dalla casa di Kemptown e dal conto libanese. Tommy, tu hai i contatti per farle pignorare tutto prima che tiri le cuoia.»
Tommy “Lo Squalo” masticava il sigaro spento, occhi stretti come fessure. Tirò fuori il solito foglio Excel sul telefono. «Numeri: se molliamo adesso, recuperiamo il 70% entro gennaio. Se aspettiamo e lei crepa in Turchia, forse l’80% con l’assicurazione libanese che non pagherà un cazzo. Ma se per miracolo la CAR-T funziona e tira avanti altri tre mesi… ci rimettiamo altri ventimila in “attenzioni” e medicine. Domanda: è ancora un investimento o è solo un buco nero?»
Derek aveva gli occhi rossi, la voce rotta. «Non potete. È Saada. Mi ha chiamato ieri notte, si contorceva dal dolore, aveva paura… ma diceva “voglio andare avanti”. Ha lottato tutta la vita. Non la molliamo come una troia usata. Io ci metto altre cinquemila. La tengo in vita.»
Reggie rise, cattivo. «Cinquemila per un cadavere che cammina? Derek, sei sempre stato il coglione romantico. Io parlo di soldi. Lei è in Turchia da sola, collassa lì, e noi qui a pagare il funerale? No. Decidiamo stasera: stop ai bonifici. Fine dell’investimento.»
Tommy annuì lentamente. «Io voto per mollare. Ma con classe. Un ultimo bonifico piccolo per farla stare zitta, poi silenzio radio. Se muore, muore.»
Derek si alzò, mani tremanti. «Voi due siete mostri. Io resto con lei. La chiamo adesso.»
In quel momento, il telefono di Reggie squillò: numero turco sconosciuto.

Istanbul, stessa ora, 21:40 locali.
Clinica privata di Beyoğlu, corridoio asettico che puzzava di disinfettante e soldi. Saada era seduta su una sedia di plastica, camice bianco aperto sulla schiena, la maglia del Brighton infilata in borsa come un talismano. Aveva fatto la prima infusione di CAR-T due ore prima. Il medico turco aveva sorriso: «Stabile per ora. Domani secondo ciclo.»
Ma dentro di lei il fuoco era esploso.
Il dolore arrivò come un’onda. Intestino che si torceva, fegato che bruciava, stomaco chiuso come un pugno. Si alzò di scatto, gambe molli. «No… non ora…» mormorò. Fece due passi verso il bagno, poi crollò.
Ginocchia sul linoleum freddo. Corpo che si contorceva come un serpente tagliato. Vomitò bile nera e sangue sul pavimento. Le mani artigliavano la pancia, unghie che strappavano la pelle. «Aiuto… cazzo… aiuto…» urlò in un misto di arabo, inglese e italiano. Le infermiere accorsero. Il medico turco gridò ordini. Monitor che suonavano.
Saada, tra gli spasmi, afferrò il telefono che le era caduto. Lo accese con le dita viscide. Chiamò Reggie. Una sola squillo, poi voce roca, spezzata dal dolore:
«Reggie… sto crollando. Qui… il tumore… esplode. Sangue dappertutto. Paura… tanta paura. Ma non mollate. Non mollate, cazzo. Voglio andare avanti. Ancora un ciclo. Ancora un giorno. Rubo… rubo tempo…»
La chiamata cadde. Saada si contorceva sul pavimento, occhi spalancati, lacrime che si mischiavano al vomito. Il medico le infilò un ago. «Shock settico probabile. Metastasi progredite. Dobbiamo intubare.»
Lei, prima di perdere i sensi, sussurrò al soffitto: «Non ancora. Non la fine. Io vivo. Io vivo lo stesso.»

Brighton, The Old Ship Inn.
Il telefono di Reggie rimase muto dopo la chiamata. I tre si guardarono.
Reggie: «Ha crollato. In Turchia. Come previsto.»
Tommy: «Decisione presa. Stop ai soldi. Recuperiamo quello che c’è.»
Derek pianse in silenzio, ma non disse più niente.
Fuori, il vento di Brighton ululava più forte.
A Istanbul, Saada era su una barella, occhi chiusi, corpo ancora caldo.
Il conto alla rovescia aveva accelerato.
Ma dentro di lei, anche incosciente, il mantra continuava:
Voglio andare avanti.
Ancora.

Istanbul, clinica privata di Beyoğlu, 18 dicembre, ore 04:12.
Saada si svegliò dentro un corpo che non era più il suo.
Il letto di rianimazione era freddo, le luci al neon le trafiggevano gli occhi. Tubi nel naso, nel braccio, tra le gambe. Il monitor bip-bip-bip sembrava il conto alla rovescia di una bomba. Il dolore non era più una lama: era un incendio che le divorava l’intestino, il fegato gonfio come un pallone pronto a scoppiare, lo stomaco contratto in un nodo di ferro, l’utero che pulsava sangue caldo e denso sotto le lenzuola.
Si contorse.
Non poteva fare altro.
Le spalle si inarcavano, le gambe scalciavano contro le cinghie, la schiena si piegava come se il cancro stesse tirando fili invisibili. Un crampo la piegò in due. Vomito nero schizzò sul camice. Sangue fresco tra le cosce. «Cazzo… cazzo…» rantolò, voce ridotta a un filo arabo-inglese spezzato.
Paura.
Una paura che le riempiva la gola, più forte della morfina che le pompavano in vena.
«Sto morendo qui. Da sola. In questo cazzo di paese.»
Le lacrime le rigavano le guance gialle. Immagini velocissime: Brighton, il molo, la maglia del Brighton & Hove Albion sporca di sudore, i tre vecchi che ridevano di lei mentre contavano i soldi. «Non voglio. Non ancora. Non così.»
Ma dentro, sotto la paura, c’era ancora lei.
Saada
La troia libanese che non mollava mai.
Si aggrappò al bordo del letto con le unghie spezzate. Il corpo si contorceva, sudava, tremava, ma la mente restava lucida, feroce, ossessionata.
«Voglio andare avanti.»
Lo disse ad alta voce, anche se uscì solo un sussurro strozzato.
«Progressione o no. Crollo o no. Io rubo ancora tempo. Un’ora. Un giorno. Un altro ciclo di quella merda CAR-T. Non mi fermo. Non mi fermo mai.»
L’infermiera turca entrò di corsa, parlò veloce in inglese stentato: «Miss Saada, shock settico… metastasi progredite… dobbiamo sedare…»
Saada le afferrò il polso con una forza che non sapeva di avere.
«No. Non sedatemi. Voglio sentire. Voglio lottare. Chiamate il dottore. Un altro ciclo. Subito. Ditegli che pago. Che i vecchi pagano.»
Il telefono era sul comodino, spento. Lo accese con le dita viscide. Messaggi non letti dai tre. L’ultimo di Reggie, ore prima:
«Decidiamo stasera. L’investimento è finito.»
Saada lesse. Rise. Una risata roca, spezzata, che finì in tosse e sangue.
«Finito un cazzo. Io sono ancora qui. Ancora calda. Ancora Saada.»
Chiamò Derek per primo. Squillò a vuoto. Lasciò un messaggio vocale, voce rotta ma tagliente:
«Derek… amore… sono crollata. Mi contorco come un verme. Sangue dappertutto. Ho paura da pisciarmi. Ma voglio andare avanti. Un altro giorno. Un altro ciclo. Mandami i soldi. Non mollarmi. Non ora.»
Poi Reggie.
«Reggie, stronzo. Ho letto il messaggio. Molliatemi e vi rovino. Sono ancora un buon investimento. Il corpo crolla ma io no. Rubo tempo. Rubo. Mandami i soldi o vengo a Brighton a prendermeli con le unghie.»
Tommy non rispose. Saada lo sapeva: stava già calcolando quanto recuperare dalla casa di Kemptown.
Il corpo si contorse di nuovo. Un crampo più forte. Urlò dentro il cuscino. Il monitor impazzì. L’infermiera tornò con la siringa.
Saada la guardò con occhi neri, ancora belli, ancora affamati.
«Datemi solo il minimo. Voglio restare sveglia. Voglio sentire che sto vivendo. Che sto rubando.»
L’iniezione entrò. Il dolore si attutì, ma non sparì. Il fuoco restava.
Lei restava.
Sdraiata, sudata, tubi ovunque, Sasa fissava il soffitto bianco della clinica turca e ripeteva dentro di sé, come un mantra criminale:
«Progressione.
Paura.
Crollo.
Ma io vado avanti.
Ancora un respiro.
Ancora un giorno.
Ancora.
Io sono Saada.
E non mollo.»
Fuori, l’alba di Istanbul colorava il cielo di sangue.
Dentro, il cancro contava i secondi.
Ma Saada contava i secondi che rubava.
Istanbul, clinica di Beyoğlu, 20 dicembre, ore 11:30.
Saada aveva resistito altre 48 ore.
Due cicli di CAR-T ridotti al minimo, morfina a manetta, un medico turco che scuoteva la testa e ripeteva «terminale, signora, terminale». Lei non aveva risposto. Aveva solo firmato il foglio di dimissione volontaria con la mano che tremava, strappato il catetere con i denti e detto: «Chiamatemi un taxi per l’aeroporto. Vado a casa».
Non lo ammise ad alta voce.
Mai.
Ma dentro di sé, per la prima volta, la parola le rimbombava come un gong:
Terminale.
Non “stabile”. Non “progressione”. Terminale. Fine corsa. Il tumore aveva vinto la guerra, lei stava solo negoziando la resa.
Il volo Turkish Airlines Istanbul-Gatwick fu un incubo di nove ore. Sedile economico, pancia gonfia che premeva contro la cintura, sangue che le macchiava i pantaloni sotto la coperta. Si contorse per tutto il viaggio, denti stretti, occhi chiusi, ripetendo dentro di sé: Non ancora. Non qui. Voglio tornare a Brighton. Voglio morire a casa mia.
Atterrò alle 18:40. Pioggia gelida. Un taxi la portò direttamente a Kemptown. La casa puzzava di chiuso e di medicine vecchie. La maglia del Brighton era ancora sul divano dove l’aveva lasciata. La indossò subito, come un’uniforme da combattimento.
Ore 20:15. Chiamò i tre. Questa volta non urlò, non minacciò. La voce era bassa, roca, quasi dolce. Una Saada che nessuno di loro aveva mai sentito.
«Ragazzi… sono tornata. A Brighton. Ho mollato i turchi. Non ce la facevo più là. Il dolore… è peggio. Mi contorcevo anche in aereo. Ho bisogno di voi. Non per soldi stavolta. O meglio… anche per soldi, ma soprattutto per assistenza. Per compassione. Vi prego.»
Silenzio dall’altra parte. Reggie fu il primo a parlare, diffidente: «Compassione? Tu? La troia libanese che ci ha munto per anni?»
Saada chiuse gli occhi, una lacrima le scivolò sulla guancia. Non la asciugò.
«Lo so. Lo so cosa sono stata. Ma adesso… sono terminale. Non lo dico ad alta voce, non lo scrivo, non lo ammetto davanti a nessuno. Ma dentro lo so. Il cancro ha preso tutto. Fegato, stomaco, intestino, utero… è finita. Però voglio riordinare le idee. Voglio mettere a posto le cose prima che… prima. Voglio vedere il mare un’ultima volta. Voglio che qualcuno mi tenga la mano quando vomito sangue. Voglio morire senza essere sola come un cane.»
Derek pianse al telefono. «Arrivo subito. Con le rose. Con tutto.»
Tommy, freddo: «E i soldi? La casa? Il conto libanese?»
Saada sospirò, un sospiro lungo che finì in tosse. «Prendete quello che volete. Firmo tutto. Basta che mi assistiate. Basta che mi diate un po’ di compassione. Non chiedo miracoli. Chiedo solo di non essere buttata via come un sacco.»
Reggie, dopo un lungo silenzio: «Va bene. Veniamo. Ma niente stronzate. Assistenza sì. Compassione… vediamo.»
Saada riattaccò. Si lasciò cadere sul divano, la maglia del Brighton sporca di sudore fresco. Il corpo si contorse di nuovo per un crampo, ma lei non urlò. Si morse il labbro fino a farlo sanguinare.
Dentro di sé, mentre il dolore la piegava in due, riordinava le idee come se stesse facendo l’inventario di una vita da troia:

Casa di Kemptown: lasciarla a Derek, che l’ha amata davvero.
Conto libanese: dividerlo tra i tre, che almeno si riprendano qualcosa.
Il funerale: cremazione, niente messe, solo il mare.
Il tempo rimasto: settimane, forse giorni. Rubarne ancora il più possibile.

Non lo disse a nessuno.
Ma per la prima volta non fingeva più di poter vincere.
Fingeva solo di avere ancora un po’ di dignità mentre chiedeva aiuto.
Il campanello suonò. Derek entrò per primo, con gli occhi rossi e un thermos di tè. Reggie e Tommy dietro, facce da strozzini ma con le borse della spesa piene di pannoloni, morfina e cibo liquido.
Saada li guardò dal divano, debole, gialla, ma con quegli occhi neri ancora accesi.
«Grazie» disse piano. «Adesso aiutatemi a riordinare. E restate. Vi prego.»
Il vento di Brighton batteva contro i vetri.
Lei non rideva più.
Ma non aveva ancora mollato del tutto.

Kemptown, 23 dicembre. La casa era diventata un ospedale di fortuna: lenzuola pulite ogni mattina da Derek, morfina dosata da Reggie con precisione da strozzino, Tommy che controllava i bonifici come un contabile dell’inferno. Saada stava sul divano con la maglia del Brighton, più larga di giorno in giorno, la pelle che sembrava carta velina tesa su ossa sporgenti. Il cancro non le dava tregua: crampi ogni ora, sangue ogni volta che si alzava, vomito che sapeva di ferro e bile. Ma lei non parlava di morte. Non ancora.
Dentro di sé, però, era ossessionata.
La fine.
La fine la teneva sveglia alle tre di notte, la fissava dal soffitto buio mentre si contorceva sotto le coperte. Non voleva una morte gloriosa, di quelle da film con l’ultimo sorriso nobile e la musica che sale. No. Lei voleva tirare avanti. Grattare ancora giorni, settimane, mesi. Rubare tempo come aveva sempre rubato soldi: con le unghie, con la bocca, con la disperazione. «Non morirò da eroina» ripeteva tra sé. «Morirò da Saada. Da troia che non molla.»
Aveva bisogno di un nuovo cliente.
Uno fresco. Uno che potesse darle quello che i tre vecchi non potevano più: informazioni, stime, speranza falsa da masticare come morfina.
Lo trovò tramite un messaggio privato su un forum di pazienti oncologici. Si chiamava Alex. Dottor Alexander Reed, 34 anni, oncologo al Brighton & Sussex University Hospitals, giovane, single, con quel viso da bravo ragazzo che arrossiva ancora quando una donna come lei gli mandava una foto. Lo aveva adescato con la solita tecnica: un selfie dal letto d’ospedale (capelli rossi sparsi sul cuscino, sorriso debole ma occhi neri che bruciavano). «Sono Saada. Terminale. Ma ancora viva. Mi piaci. Dimmi la verità sulle mie chance.»
Alex era crollato in tre messaggi. Infatuato. Innamorato della sua forza, della sua voce roca al telefono, del modo in cui lei gli mandava vocale alle due di notte mentre si contorceva dal dolore. «Sei incredibile, Saada. Non ho mai visto nessuno lottare così.»
Da quel momento lei lo perseguitò.
Non lo chiamava “dottore”. Lo chiamava “amore mio nuovo”. Lo bombardava di messaggi, chiamate, foto di sintomi, referti scannerizzati. I tre vecchi lo sapevano e ridevano amari: «Adesso ha il quarto cliente. Il giovane medico. Ci mancava solo lui.»
Ore 01:47. Saada era a letto, pancia gonfia, mani premute sull’intestino che bruciava. Prese il telefono e scrisse ad Alex:
Saada:
Alex, non riesco a dormire. Il dolore è peggio stanotte. Ho vomitato sangue alle 23:00. Dimmi la verità: quanto manca al crollo totale? Puoi farmi arrivare all’estate? Giugno. Solo giugno. Voglio vedere il mare caldo una volta sola. Perché io non dovrei essere in quel 10% che sopravvive ancora dopo 5 anni? Ho letto le statistiche. Il 10% ce la fa. Perché non io? Dimmi che posso essere io. Dimmi che non è finita.
Alex rispose dopo sette minuti (era sveglio, lo sapeva, aspettava i suoi messaggi).
Alex:
Saada, amore… è tardi. Dovresti riposare. Le metastasi multiorgano al IV stadio… la progressione è rapida. Realmente, l’estate è un obiettivo molto ambizioso. Ma se rispondi bene alla palliativa e alla nuova immuno… forse. Non posso prometterti giugno. Le statistiche dicono che quel 10% è per casi molto selezionati: pazienti più giovani, meno metastasi, risposta eccellente alle terapie. Tu sei… più avanti. Ma non è zero. Non è zero, ok?
Saada lesse. Rise amaro, poi si contorse per un crampo che le piegò la schiena. Digitò con le dita che tremavano:
Saada:
“Più avanti”. Che bella frase per dire che sto morendo. Ma io non voglio morire gloriosa, Alex. Voglio tirare avanti. Voglio essere quel 10%. Mandami l’ultimo referto che hai visto. Dimmi esattamente quanto è cresciuto il fegato dall’ultima TAC. Dimmi se l’utero è ancora “stabile” o se mi sta scoppiando dentro. E dimmi perché non posso essere io la statistica fortunata. Perché non io? Ho già fregato la vita per 58 anni. Posso fregare anche la morte un altro po’. Per favore. Per favore, amore. Fammi arrivare all’estate. Ti do tutto quello che vuoi in cambio. Tutto.
Alex chiamò. Voce bassa, preoccupata, eccitata. Saada rispose ansimando per il dolore.
«Saada… non dovresti ossessionarti così. Ti fa male.»
Lei, tra un singhiozzo e un crampo: «Mi fa più male non sapere. Dimmi i numeri. Dimmi se posso rubare fino a giugno. Dimmi che non sono fuori da quel 10%.»
I tre vecchi erano in cucina a bere. Sentivano la voce di Saada dal corridoio, bassa ma feroce: «…perché non io, Alex? Perché cazzo non io?»
Derek scosse la testa. Reggie rise piano. Tommy aggiornò l’Excel: «Quarto cliente aggiunto. Speranza falsa a costo zero per noi.»
Saada riattaccò. Si rannicchiò sul letto, corpo che si torceva ancora, ma occhi fissi sul telefono.
Dentro di sé il pensiero della fine era un chiodo piantato.
Non voleva la morte bella. Voleva la vita brutta, lunga, rubata.
E Alex era il nuovo strumento. Il quarto portafoglio. Il quarto illuso.
«Arriverò all’estate» sussurrò al buio. «Sarò quel 10%. O morirò provandoci.»
Fuori, il vento di Brighton rideva di nuovo.
Saada non rise più.
Ma non aveva ancora chiuso gli occhi.

Tempo Rubato (Capitolo 8 – L’ossessione)
Kemptown, 27 dicembre. La casa era un bunker di sopravvivenza: finestre sigillate con scotch per non far entrare il freddo, il termosifone al massimo, il divano trasformato in trono da malata con cuscini ovunque e un secchio per il vomito sempre a portata di mano. Saada non dormiva più di due ore di fila. Ogni risveglio era un controllo: mano sulla pancia per sentire se il gonfiore era aumentato di un millimetro, dita in bocca per controllare il sapore del sangue, telefono acceso per fotografare le feci nel water e mandarle ad Alex con didascalia “aggiornamento notturno”.
L’ossessione per la sopravvivenza l’aveva presa come una droga più forte della morfina. Non era più solo paura della fine. Era un fuoco nero, costante, che le bruciava il cervello 24 ore su 24.
«Io devo arrivare all’estate» ripeteva come un mantra mentre si contorceva sul divano, le gambe strette al petto per un crampo all’intestino che sembrava un coltello girato lentamente. «Giugno. Sole caldo sul molo. Maglia del Brighton senza maniche. Un gelato che non vomito. Io devo esserci. Non mi frega di essere terminale. Terminale è una parola da medici. Io sono Saada. Io rubo tempo.»
I tre vecchi la guardavano da lontano, ormai stanchi. Reggie contava i giorni sul calendario con una X rossa ogni mattina: «Tra poco non ruba più niente». Derek le teneva la mano e piangeva in silenzio. Tommy aggiornava l’Excel con la voce bassa: «Ossessione peggiorata. Rischio suicidio assistito zero, ma rischio di farci impazzire sì».
Ma Saada non li ascoltava. La sua mente era un loop infinito di calcoli, statistiche, preghiere laiche e minacce.
Ore 03:14. Si alzò barcollando, sudata, la maglia del Brighton appiccicata alla pelle gialla. Andò in bagno, si sedette sul water e vomitò di nuovo. Sangue fresco. Lo fotografò. Lo mandò ad Alex.
Saada:
Alex, amore mio, guarda. È sangue vivo. Ma non è aumentato rispetto a ieri. Dimmi che non è un segno di fine. Dimmi che posso ancora arrivare a giugno. Il 10% sopravvive 5 anni, no? Io ho 58 anni, non 80. Il mio corpo è tosto. Libanese. Ho fregato la vita a tanti vecchi stronzi, posso fregare anche il cancro. Mandami i numeri. Quanti mesi reali se faccio l’immuno nuova? Perché io non dovrei essere quel 10%? Spiegami perché. Spiegami come fare per entrarci. Ti mando una foto nuda se mi dici che sì, posso farcela.
Alex rispose dopo quattro minuti, voce stanca al telefono (era di turno, ma rispondeva sempre).
«Saada… devi riposare. Le metastasi al fegato sono progredite del 18% dall’ultima TAC. L’utero è quasi ostruito. L’intestino… lo vedi da sola. Statisticamente, l’estate è fuori portata. Il 10% è per pazienti con un solo sito metastatico, risposta completa alla terapia, meno di 60 anni e performance status buono. Tu sei… oltre. Ma se vuoi, possiamo parlare di palliazione per guadagnare settimane.»
Saada ascoltò, poi urlò nel telefono, voce roca ma piena di furia disperata:
«Settimane? Io non voglio settimane, Alex! Voglio mesi! Voglio l’estate! Non mi frega delle statistiche del cazzo! Io sono diversa! Io lotto ogni secondo! Mi sveglio e conto i respiri senza dolore. Mi tocco la pancia e prego che non sia cresciuto. Mi guardo allo specchio e dico “non oggi”. Perché cazzo non posso essere quel 10%? Dimmi cosa devo fare! Cambiare dieta? Pregare? Scoparti per farti mentire? Dimmi! Io devo tirare avanti. Non voglio morire gloriosa, con le candele e le rose. Voglio morire sudata, incazzata, mentre rubo l’ultimo giorno di sole.»
Riattaccò senza aspettare risposta. Si contorse di nuovo sul pavimento del bagno, corpo piegato in due, unghie che graffiavano le mattonelle. Il dolore era feroce, ma l’ossessione era peggio: un pensiero che non le dava pace, che la faceva tremare più dei crampi.
Tornò sul divano. Aprì il telefono e fece quello che faceva ogni notte: un calcolo maniacale sul notes.

Giorni rubati finora: 47 dall’arrivo da Istanbul
Obiettivo giugno: 167 giorni
Terapie da provare: 4 (nuova immuno, trial clinico, cannabis oil, preghiera turca su WhatsApp)
Clienti da mungere ancora: i 3 vecchi + Alex (nuovo, giovane, debole)
Percentuale di sopravvivenza che si ripeteva: 10%. 10%. 10%. Io sono il 10%.

Derek entrò in camera con una tazza di tè. «Saada… basta. Dormi.»
Lei alzò gli occhi neri, lucidi di febbre e di follia. «Dormire? E se dormo e il tumore cresce mentre dormo? No. Io controllo. Io ossessiono. Io sopravvivo.»
Prese il telefono e scrisse ad Alex un altro messaggio, anche se lui era ancora al telefono con lei due minuti prima:
Saada:
Un’ultima cosa, amore. Se mi fai arrivare all’estate ti lascio la casa. Tutto. Ma dimmi la verità: posso essere quel 10%? Sì o no? Rispondi.
Il corpo le tremava. Il cancro avanzava.
Ma l’ossessione per la sopravvivenza era più forte di tutto.
Più forte del dolore.
Più forte della paura.
Più forte della realtà.
Saada sorrise debolmente nel buio, la mano sulla pancia come se cullasse un nemico da tenere buono.
«Arriverò all’estate» sussurrò. «O morirò provandoci fino all’ultimo respiro.»
Fuori, il vento di Brighton non rideva più.
Sembrava solo stanco.

Kemptown, 29 dicembre, ore 19:20.
La casa puzzava di morfina, sudore acido e candeggina. Saada era nel letto grande, la maglia del Brighton aperta sul petto come un camice da ospedale, lenzuola bagnate di sudore freddo. Il corpo era un relitto: pelle giallastra tesa sulle ossa, pancia gonfia che sembrava un tamburo pronto a scoppiare, gambe rannicchiate per il dolore all’intestino. Ogni respiro era un rantolo. Ogni movimento un crampo che la faceva contorcere come un verme tagliato in due.
Ma gli occhi neri erano vivi. Affamati. Astuti.
Aveva mandato il messaggio ad Alex alle 18:45:
«Amore, vieni. Sto male. Molto male. Non so se arrivo a domattina. Voglio vederti prima. Solo tu puoi dirmi la verità.»
Alex arrivò in venti minuti. Giacca bagnata di pioggia, borsa medica in mano, faccia da ragazzo spaventato. I tre vecchi lo fecero entrare senza una parola: Reggie con un ghigno, Tommy che aggiornava l’Excel sul telefono, Derek che mormorava «povero coglione».
Saada lo sentì nel corridoio e si preparò. Si morse il labbro fino a farlo sanguinare appena un po’, lasciò che una lacrima le rigasse la guancia, si contorse di proposito quando lui entrò in camera. La voce uscì debole, spezzata, da moribonda perfetta.
«Alex… sei venuto.» Tossì, un colpo secco che finì con un filo di sangue sul cuscino. «Il dolore… non ce la faccio più. Mi contorco tutta la notte. Guarda.» Sollevò piano la maglia, mostrò la pancia tesa, violacea. «Sento che sta crescendo. Dentro. Ovunque. Ma tu… tu mi dici la verità. Sempre.»
Alex si sedette sul bordo del letto, mano che tremava mentre le prendeva il polso. La pelle di Saada era gelida. «Saada… Dio, sei… sei messa male. Dovresti essere in ospedale. Non qui.»
Lei sorrise debolmente, un sorriso da santa morente, ma gli occhi scintillavano di calcolo. Gli strinse la mano con una forza finta, debole ma sufficiente. «Ospedale? Per morire là? No. Voglio stare qui. Con te. Dimmi solo… posso arrivare all’estate? Giugno. Dimmi che sì. Che posso essere quel 10%. Ti prego, amore. Guardami. Sto morendo davanti a te. Non mentirmi.»
Alex deglutì. La voce gli si ruppe. «Saada… le metastasi… il fegato è aumentato del 25% dall’ultima TAC che mi hai mandato. L’utero è quasi occluso. L’intestino… lo vedi da sola. Statisticamente… l’estate è impossibile. Il 10% è per casi diversi. Tu sei… terminale. Terminale vera.»
Saada si contorse di colpo, un crampo vero stavolta, e gemette forte, aggrappandosi a lui come se stesse per andarsene. «Ahhh… cazzo… vedi? Mi sta uccidendo. Ma io lotto. Io voglio tirare avanti. Non voglio morire gloriosa, Alex. Voglio rubare fino a giugno. Dimmi come. Dimmi cosa devo fare. Cambiare pillole? Un altro trial? Scoparti qui, adesso, anche se sto morendo, se questo ti fa dire che sì?»
La voce era un sussurro roco, moribonda, ma le parole erano lame. Lo perseguitava dal letto, senza alzare il tono, usando ogni spasmo, ogni lacrima, ogni goccia di sangue come arma. Gli mandò un altro messaggio mentre lui era lì davanti, proprio sotto i suoi occhi:
Saada:
Guarda come sto. Compatiscimi. Dimmi che posso farcela. Per favore.
Alex lesse. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Si chinò su di lei, la fronte contro la sua, voce spezzata, implorante.
«Saada… basta. Ti prego. Basta con questa ossessione. Basta con i messaggi alle tre di notte, con le foto del sangue, con le statistiche. Ti sto implorando. Lascia andare. Lascia che ti aiuti a stare comoda. Non posso farti arrivare all’estate. Nessuno può. Ma posso farti arrivare a gennaio… a febbraio… con meno dolore. Ti prego, amore. Smetti di lottare così. Smetti di perseguitarmi. Mi stai uccidendo dentro. Ti imploro… accetta. Per me. Per te.»
Saada lo guardò, moribonda, debole, lacrime vere che scendevano. Dentro di sé rideva fredda: Preso. Adesso implora lui.
Fuori, la voce era un filo: «Allora dimmi solo un’ultima cosa… se faccio tutto quello che dici… posso rubare fino a giugno? Sì o no? Dimmi di sì, Alex. Ti prego. Compatiscimi.»
Alex pianse. La strinse. «Non posso… ma ti amo. Ti amo da morire. Ti imploro… smetti.»
I tre vecchi ascoltavano dalla cucina, Reggie che rideva piano: «Il quarto cliente è cotto. Adesso implora lui.»
Saada chiuse gli occhi, contorse il corpo un’ultima volta per fare scena, ma la mano sul telefono era già pronta a mandare il prossimo messaggio appena lui fosse uscito dalla stanza.
L’ossessione non era morta.
Era solo diventata più astuta.

La stanza era un confessionale di morte: luce bassa del comodino, odore di vomito fresco e morfina, Saada sdraiata come una regina decaduta, la maglia del Brighton aperta sul petto ossuto, pancia gonfia che si alzava e abbassava a scatti. Alex era ancora lì, in ginocchio accanto al letto, le mani che stringevano quelle di lei come se stesse pregando. Le lacrime gli rigavano la faccia da bravo ragazzo. I tre vecchi erano in cucina a bere e a ridere sottovoce: «Il dottoreino è cotto. Adesso vediamo che cazzata fa».
Saada lo guardava dal basso, occhi neri lucidi di febbre e di calcolo astuto. Si contorse di proposito – un crampo lento, teatrale – gemendo piano, lasciando che un filo di sangue le colasse dall’angolo della bocca. «Alex… amore… mi stai lasciando morire così? Senza speranza? Guardami. Sto crollando. Il tumore mi mangia viva. Ma io voglio l’estate. Voglio rubare fino a giugno. Ti prego… dimmi qualcosa di vero. Non le statistiche del cazzo. Dimmi che c’è un modo.»
Alex crollò.
Non fu un crollo lento. Fu un’esplosione.
Si chinò in avanti, fronte contro il materasso, spalle che tremavano. «Saada… non ce la faccio più. Tu mi perseguiti ogni notte, mi mandi foto del tuo sangue, mi implori, mi fai sentire Dio e poi mi fai sentire un assassino. Io ti amo. Ti amo da impazzire. Non posso guardarti morire così. Non posso.»
Alzò la testa di scatto. Gli occhi erano rossi, selvaggi, disperati. La voce uscì bassa, rotta, ma piena di quella follia che solo un medico infatuato può avere.
«C’è un modo. Clandestino. Non ufficiale. Non in ospedale. Io… io posso procurarti una terapia sperimentale. Non è approvata. Non è legale qui. È roba che arriva dalla Turchia nera, da un laboratorio in Albania che conosco tramite un collega radiato. CAR-T di quarta generazione, più aggressiva, mescolata con un inibitore che non esiste ancora sui protocolli. Costa 35.000 sterline a ciclo. Due cicli. Potrebbe… potrebbe rallentare tutto. Potrebbe darti mesi. Forse fino all’estate. Forse di più. Non è garantito. È rischioso da morire. Potrei perdere la licenza, il lavoro, tutto. Ma se tu mi dici sì… io lo faccio. Per te. Solo per te.»
Saada sentì il fuoco dentro.
Non di speranza vera – sapeva che era un’altra illusione – ma di trionfo.
Il quarto cliente aveva ceduto. Alex era crollato del tutto.
Si contorse di nuovo, gemendo più forte, aggrappandosi a lui con le unghie spezzate. «Alex… amore mio… sì. Sì. Fammela avere. Rubami l’estate. Non voglio morire gloriosa. Voglio vivere da troia fino a giugno. Tu sei il mio salvatore. Pagherò. I vecchi pagheranno. Tu pagherai con la tua carriera, ma io ti darò tutto. Tutto.»
Alex pianse più forte. La baciò sulla fronte sudata, sulla bocca che sapeva di sangue. «Ti imploro… non dirlo a nessuno. Domani notte porto la prima dose. La preparo io stesso. Tu devi stare zitta. Devi fingere che sia solo morfina extra. E devi smettere di perseguitarmi con i messaggi. Almeno per un po’.»
Saada annuì debolmente, moribonda perfetta, ma dentro rideva fredda.
Appena lui uscì dalla stanza per parlare con i tre (che lo guardarono come un pollo da spennare), lei prese il telefono sotto le lenzuola e scrisse lo stesso:
Saada:
Alex, amore. Grazie. Domani notte. Non tradirmi. Fammi arrivare all’estate. Io sono il tuo 10%. Tu sei il mio clandestino.
Alex tornò in camera cinque minuti dopo, faccia distrutta. «I tuoi tre… sanno. Reggie ha detto che se funziona ci danno i soldi. Se no, mi fanno causa. Ma io lo faccio lo stesso.»
Saada si contorse un’ultima volta, gemendo, ma gli occhi scintillavano di vittoria.
«Vieni qui, dottore. Abbracciami mentre muoio un po’. Domani mi salvi.»
Alex la strinse. Tremava.
Il cancro continuava a mangiarsela.
Ma Saada aveva appena rubato un altro pezzo di tempo – clandestino, sporco, illegale – e il giovane oncologo aveva appena distrutto la sua vita per lei.
Fuori, il vento di Brighton ululava come una sirena d’allarme.
Dentro, Saada sussurrò al buio, mentre Alex le accarezzava i capelli:
«Arriverò all’estate.
Clandestina o no.
Rubata o no.
Io vivo.»

Kemptown, 30 dicembre, ore 01:20.
La casa era buia, solo la lampada del comodino accesa come un altare. Saada era sdraiata, la maglia del Brighton zuppa di sudore, corpo contorto in un crampo che non finiva più. Il dolore era un incendio: intestino che bruciava, fegato gonfio, stomaco chiuso, utero che pulsava sangue caldo. Respirava a rantoli. Gli occhi neri fissi sul soffitto, ossessionati.
Alex arrivò da solo, borsa nera sotto il braccio, faccia da condannato. Reggie e Tommy lo avevano lasciato entrare dopo avergli fatto firmare un foglio scritto a mano: «Se muore stanotte, colpa tua». Derek era in cucina a piangere.
«Nessuno deve sapere» sussurrò Alex chiudendo la porta. «Questa è la prima dose. CAR-T clandestina. Due fiale. La inietto io. Poi ti monitoro tutta la notte.»
Saada lo guardò dal basso, moribonda perfetta, ma dentro di lei il fuoco dell’ossessione bruciava più del cancro. «Falla. Subito. Voglio rubare. Voglio l’estate.»
Alex preparò tutto sul comodino: siringhe, ghiaccio, adrenalina di riserva. Le infilò l’ago nel braccio con mani che tremavano. La dose entrò lenta, fredda, come veleno e salvezza insieme. Saada non fiatò. Si contorse solo un po’, gemendo piano per fare scena, ma gli occhi erano lucidi di calcolo.
«Adesso aspetta» disse Alex, sedendosi sul bordo del letto. «Ci vogliono ore. Forse giorni.»
Passarono quaranta minuti.
E poi arrivò.
Non fu un miracolo. Fu un alto illusorio, falso, crudele, ma per Saada fu come una botta di cocaina dopo mesi di astinenza.
Alle 02:05 il crampo all’intestino si allentò. Il bruciore al fegato diventò un calore sordo. Lo stomaco si rilassò quel tanto da farle mandare giù un sorso d’acqua senza vomitare. La pancia sembrò meno tesa. Saada si mise seduta da sola, lentamente, senza aiuto. Gli occhi si spalancarono.
«Cazzo… Alex… sento… sento meno dolore.»
La voce non era più un rantolo. Era roca, ma chiara. Si toccò la pancia con entrambe le mani, incredula. «Non mi contorco più. Il sangue… non esce più così forte. Guarda.» Sollevò la maglia, mostrò la pelle meno violacea. «È stabile. È meglio. È l’alto. Lo sento. È la terapia. Funziona.»
Alex la fissava, pallido, sudato. «Saada… è troppo presto. È placebo. È l’adrenalina. Non può essere già…»
Ma lei non ascoltava. L’ossessione esplose come una fiammata.
Si alzò in piedi barcollando, ma in piedi. Fece tre passi verso la finestra, guardò il buio di Brighton e rise – una risata bassa, rauca, vittoriosa. «Guarda, amore. Cammino. Rubo tempo. Giugno è mio. Sarò quel 10%. Lo sento. Il tumore si è fermato. È spaventato. Io lo tengo fermo.»
Si voltò verso Alex, occhi neri che brillavano di follia e trionfo. Lo afferrò per la camicia, lo tirò a sé con una forza che non aveva da settimane. «Promettimelo di nuovo. La seconda dose. La terza. Fammi arrivare all’estate. Non è illusorio. È vero. Io lo sento dentro. Il dolore è andato via. Voglio il mare. Voglio il gelato. Voglio vivere da troia fino a giugno. Tu me lo dai.»
Alex crollò di nuovo, la voce un sussurro implorante: «Saada… ti prego… non esaltarti. È temporaneo. Potrebbe durare giorni, forse settimane. Ma è rischioso. Il corpo potrebbe reagire male dopo…»
Lei lo zittì con un bacio sporco di sangue secco, poi lo spinse via dolcemente, da moribonda che si sente regina. «Temporaneo un cazzo. È l’inizio. Domani mando foto ai tre. Gli dico che la clandestina funziona. Gli faccio sganciare altri soldi. E tu… tu mi porti la seconda dose entro tre giorni. O ti perseguito fino alla morte.»
Si rimise a letto, ma non rannicchiata. Sdraiata dritta, quasi regale, la mano sulla pancia come se accarezzasse un bambino invece di un tumore. Il corpo tremava ancora un po’, ma non si contorceva più. L’alto era lì: illusorio, fragile, destinato a crollare. Ma per lei era oro.
Prese il telefono e scrisse ai tre nel gruppo:
Saada:
Venite. Subito. La dose clandestina funziona. Cammino. Non sento più il fuoco. Giugno è mio. Portate soldi. Alex è un dio.
Reggie rispose con un vocale: «Cazzate. È la morfina.»
Tommy: «Excel aggiornato. Alto illusorio. Recupero probabile.»
Derek: «Amore mio… se è vero…»
Saada sorrise nel buio, Alex accanto a lei che le teneva la mano e tremava.
Dentro di sé sapeva che era illusorio. Lo sentiva nel midollo: il cancro non era spaventato, stava solo prendendo fiato. Ma l’ossessione era più forte della verità.
«Arrivo all’estate» sussurrò, chiudendo gli occhi. «Rubata, clandestina, illusoria. Ma arrivo.»
L’alto durò fino all’alba.
Poi, lentamente, il dolore ricominciò a bussare.
Ma Saada aveva già deciso: non lo avrebbe ascoltato.

Kemptown, 1° gennaio, ore 01:45.
Quarantotto ore esatte dalla prima dose clandestina.
Saada aveva passato quel tempo in un sogno drogato di vittoria. Si era alzata due volte al giorno, aveva camminato fino alla finestra, aveva mandato foto ai tre vecchi con la didascalia «guardate la troia che respira». Aveva persino chiesto a Derek di prepararle un caffè vero, senza vomitarlo. L’illusione era perfetta: il dolore era solo un’eco lontana, la pancia meno tesa, il sangue ridotto a macchie rosa. «Vedi, Alex?» gli ripeteva ogni ora. «È l’estate che arriva. Sono il 10%. Rubo. Vivo.»
Alex era rimasto lì, non era tornato a casa. Dormiva su una sedia, controllava i parametri ogni mezz’ora, il telefono pieno di messaggi del suo primario che chiedeva dove cazzo fosse. Dentro di sé sapeva che era placebo, che la CAR-T nera non poteva fare miracoli in due giorni. Ma la guardava e sperava come un ragazzino.
Poi arrivò il crollo.
Improvviso. Brutale. Come se il tumore avesse solo preso fiato per colpire più forte.
Saada stava ridendo di una cazzata di Tommy al telefono – «vedete? Sono ancora un buon investimento» – quando il fuoco esplose.
Un crampo all’intestino la piegò in due come una lama rovente. Urlò. Il telefono le cadde. Il corpo si contorse sul letto, gambe che scalciavano, schiena inarcata, mani che artigliavano la pancia come se volesse strapparsela via. Sangue fresco, nero, schizzò tra le cosce e dalla bocca. Il fegato sembrava scoppiare, lo stomaco si chiuse di colpo, l’utero pulsava come un cuore impazzito.
«Cazzo… no… NO!» rantolò, voce spezzata, occhi spalancati dal terrore puro. Si contorceva sul materasso, lenzuola inzuppate in dieci secondi, la maglia del Brighton macchiata di rosso e marrone. «Alex… Alex… il dolore è tornato… peggio… peggio di prima… mi sta mangiando…»
Alex balzò in piedi, faccia bianca come un lenzuolo. Il panico lo colpì come un pugno.
«Saada! Cazzo, Saada!» Le mani gli tremavano mentre le misurava il polso – tachicardia feroce. Controllò la pancia: gonfia, dura, calda. «Shock settico… possibile perforazione… la dose ha accelerato tutto… merda, merda, merda!»
Si mise a correre per la stanza come un pazzo, aprendo la borsa medica, rovesciando fiale, cercando adrenalina, morfina extra, qualsiasi cosa. Il respiro corto, sudore sulla fronte. «Non può essere… non così veloce… io ho ucciso… ho ucciso la mia paziente… la mia licenza… tutto finito… Saada, resisti, ti prego, resisti!»
Lei si contorceva ancora più forte, unghie che graffiavano le lenzuola, lacrime che si mischiavano al sangue. Ma la voce, tra un gemito e l’altro, restava ossessionata: «Non… non è la fine… Alex… è solo un basso… dammi la seconda dose… subito… fammi arrivare a giugno… io sono il 10%… non mollare… non mollare cazzo…»
Alex era in ginocchio accanto al letto, mani sporche di sangue, piangeva senza controllo. «Saada… ti imploro… basta… è finita… il corpo non ce la fa… ho sbagliato… ho sbagliato tutto… devo chiamare un’ambulanza… devo…»
«NO!» urlò lei, contorcendosi in un nuovo spasmo che la piegò quasi in due. «Niente ospedale… niente fine gloriosa… voglio rubare… ancora… dammi la terapia… clandestina… adesso… o ti rovino… ti rovino la vita…»
I tre vecchi irruppero nella stanza. Reggie imprecò. Tommy tirò fuori il telefono per filmare (prove). Derek si buttò su di lei piangendo.
Alex era in pieno panico: tremava, balbettava, guardava Saada come se stesse vedendo morire la sua stessa anima. «È colpa mia… la dose… l’ho fatta io… se muore stanotte… è omicidio… omicidio colposo… Saada… ti prego… lasciati portare via…»
Saada, tra un conato di sangue e un crampo che la faceva urlare, afferrò il polso di Alex con una forza disperata. Occhi neri ancora accesi di follia. «Panico… no… tu mi salvi… seconda dose… stanotte… io arrivo all’estate… rubo… vivo…»
Il corpo si contorse di nuovo, più violento. Il monitor portatile che Alex aveva attaccato suonava come una sirena.
L’alto illusorio era morto.
Il crollo era arrivato.
E Alex, il giovane oncologo che aveva distrutto tutto per lei, era nel panico più totale, in ginocchio, mentre la donna che amava si contorceva davanti ai suoi occhi implorando ancora tempo.
Fuori, il vento di Brighton ululava come un lamento funebre.
Dentro, Saada non aveva ancora smesso di lottare.

LO SQUARTATORE DI LUTON

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

Il mercato di Luton pulsava sotto il sole tiepido di fine estate.

Bancarelle di cibo, odore di kebab e patatine fritte, risate e chiacchiere in mille lingue diverse. Sandy Nejadi, cinquantotto anni portati con la sicurezza di chi sa di piacere ancora, camminava tra la folla con quel suo passo deciso, il seno generoso che tendeva la maglia arancio e blu del Luton Town.

Le donne più giovani la chiamavano “la Grassona” con un sorrisetto acido, ma tutti sapevano la verità: Sandy raccoglieva più attenzioni lei in una sola serata che loro in un mese intero. I suoi occhi scuri, dietro le lenti, brillavano di malizia iraniana mai domata. I capelli castani con la frangetta, il sorriso largo, il modo in cui ancheggiava appena… tutto in lei diceva “vivo ancora a pieno regime”.
Quella sera però qualcosa era diverso.
Sentì lo sguardo prima ancora di vederlo. Uno sguardo pesante, insistente, che le scivolava sulla nuca come una lama fredda. Si voltò di scatto, ma tra la gente c’era solo il solito viavai: famiglie, ragazzi, qualche ubriaco. Eppure la sensazione non se ne andava.
Accelerò il passo verso l’uscita del mercato, la borsa a catena che le batteva sul fianco. Il cuore le batteva un po’ più forte del solito. “Stupida”, si disse, “sei solo paranoica”.
Non fece in tempo a finire il pensiero.
Una figura alta, vestita di scuro, le comparve accanto all’improvviso, come sbucata dal nulla tra due bancarelle. Il cappuccio basso, il viso in ombra. Sandy aprì la bocca per protestare, ma la mano dell’uomo scattò veloce. Un colpo secco, brutale, alla spalla. Il dolore fu immediato, bruciante, come una staffilata di fuoco. Lei barcollò, un grido strozzato le uscì dalla gola.
«Che cazzo…!».
Cercò di allontanarsi, ma le gambe non rispondevano bene. Un altro colpo, questa volta al fianco. Sandy sentì il fiato mancarle, un calore liquido che si allargava sotto la maglia arancione. La vista le si annebbiò per un istante.
Il panico esplose.
Si girò di scatto e cominciò a correre, o almeno ci provò. Le gambe pesanti, il respiro corto, il petto che si alzava e abbassava affannosamente. La folla sembrava rallentata, come in un incubo. Qualcuno urlò, qualcun altro si scansò. Sandy spingeva via la gente con le mani, lasciando impronte rosse sui vestiti degli sconosciuti.
«Aiuto! Aiutatemi!» gridò, la voce rotta dal terrore.
L’uomo era sempre dietro di lei, silenzioso, inesorabile. Non correva. Camminava. Come se sapesse che non aveva bisogno di affrettarsi.
Sandy svoltò in un vicolo laterale, più buio, più stretto. Il sangue le colava lungo il braccio, le macchiava la maglietta, le rendeva scivolose le dita. Il dolore era ovunque, pulsante, ma la rabbia e la paura la spingevano avanti. Non voleva morire lì, non così, non per mano di quel pazzo che le gallinelle invidiose le avevano “regalato”.
Raggiunse quasi la fine del vicolo quando sentì di nuovo la presenza alle spalle. Si voltò di scatto, il viso bagnato di lacrime e sudore, il respiro che usciva in rantoli.
«Perché?!» urlò, la voce spezzata. «Che ti ho fatto io?!»
L’uomo non rispose. Sollevò solo il braccio.
Sandy indietreggiò fino a sbattere contro il muro freddo di mattoni. Il cuore le martellava nelle orecchie. Per un attimo, un solo attimo, pensò a tutte le notti passate a ridere, a bere, a prendersi ciò che voleva dalla vita. Pensò che forse, alla fine, la fortuna della “grassa” di Luton stava per finire.
Poi il mondo diventò solo dolore, buio e sirene lontane.

Camminavo tra la folla del mercato come un’ombra tra le luci. Il sole basso di fine estate allungava le sagome, rendeva tutto più confuso, più facile. Nessuno mi guardava davvero. Ero solo uno dei tanti con il cappuccio tirato su, le mani in tasca, il passo tranquillo.
Poi l’ho vista.
Sandy Nejadi. La “grassa” di Luton.

La zoccola di lusso che rideva troppo forte, che si vestiva come una ventenne anche a cinquantotto anni, che raccoglieva sguardi e piselli come se fosse il suo diritto di nascita. La polo arancione e blu del Luton Town le tirava sul petto, la scritta “FUOWN” che sembrava quasi uno scherzo. I capelli con la frangetta, gli occhiali, quel sorriso largo che diceva “io vivo ancora”.
Le gallinelle giovani la odiavano. Dicevano che rubava loro gli uomini, che era invidiosa, che era volgare. Ma io sapevo la verità: la odiavano perché lei vinceva. Sempre. E quella sera avevo deciso che la sua vittoria finiva lì.
L’ho seguita senza fretta. Lei ha accelerato, ha girato la testa un paio di volte. Sentiva la mia presenza, lo capivo dal modo in cui le spalle le si irrigidivano. Bene. Che sentisse. Che capisse che stavolta non sarebbe bastato un sorriso o un’occhiata maliziosa per cavarsela.
Quando siamo arrivati vicino all’uscita del mercato, ho chiuso la distanza. Un passo, due. Lei si è voltata di scatto.
Il primo colpo è partito prima ancora che potesse urlare. Ho sentito il corpo cedere sotto la lama, un sussulto caldo. Sandy ha barcollato, ha aperto la bocca, ma dalla gola le è uscito solo un suono strozzato, sorpreso.
«Che cazzo…!»
La sua voce era ancora piena di quella sicurezza da puttana di lusso. Mi ha fatto quasi sorridere.
Il secondo colpo è arrivato mentre lei cercava di allontanarsi. L’ho vista stringere i denti, gli occhi spalancati dietro gli occhiali. Il panico che cominciava a montare. Ha provato a correre, spingendo via la gente, lasciando impronte rosse sui vestiti degli sconosciuti. Urlava “Aiuto! Aiutatemi!” con quella voce rotta che nel mercato sembrava quasi comica, come se qualcuno potesse davvero intervenire.
Io non correvo. Camminavo. Sapevo che non mi sarebbe sfuggita. Le gambe le pesavano già, il respiro le si faceva corto, il petto generoso che si alzava e abbassava affannosamente sotto la maglietta macchiata.
L’ho seguita nel vicolo laterale. Più buio, più stretto, perfetto. Sandy ha sbattuto contro il muro in fondo, si è voltata di scatto, il viso lucido di sudore e lacrime.
«Perché?!» ha gridato, la voce spezzata dal terrore. «Che ti ho fatto io?!»
Per un attimo l’ho guardata. La polo arancione inzuppata, i capelli scompigliati, quel corpo che aveva fatto impazzire tanti uomini di Luton ora tremante contro i mattoni freddi. La “grassa” che si credeva invincibile.
Non ho risposto. Non servivano parole.
Ho solo sollevato il braccio di nuovo.
E mentre il suo ultimo grido si perdeva tra le sirene lontane che iniziavano a ululare in lontananza, ho pensato che finalmente le gallinelle invidiose avrebbero potuto dormire sonni tranquilli.
La zoccola di lusso di Luton aveva finito di raccogliere piselli.

 


Mi sono voltato senza fretta, lasciando Sandy scivolare lungo il muro del vicolo. Il suo respiro era diventato un rantolo irregolare, gli occhi ancora aperti, lucidi di shock e di qualcosa che assomigliava a incredulità. Non ho controllato se respirasse ancora. Non ne avevo bisogno. Il sangue aveva già formato una pozza scura sotto di lei, che brillava debolmente sotto la luce lontana di un lampione.
Le sirene si avvicinavano, ululando nella notte di Luton come cani impazziti. Era ora di sparire.
Ho infilato le mani nelle tasche del giubbotto, ho abbassato ancora di più il cappuccio e sono uscito dal vicolo dal lato opposto, confondendomi di nuovo tra la gente che ancora passeggiava ignara verso le bancarelle. Qualcuno gridava in lontananza, qualcuno correva verso il punto da cui provenivano le urla. Io camminavo nella direzione contraria, passo normale, cuore che batteva calmo. Nessuno mi ha fermato. Nessuno mi ha guardato due volte.
Mentre attraversavo la strada principale, diretto verso la mia macchina parcheggiata a due isolati di distanza, i pensieri hanno iniziato a girare.
“È finita davvero?”
Sandy Nejadi era forte. Più forte di quanto sembrasse quella sua carne morbida e quel sorriso da zoccola di lusso. L’avevo vista incassare i colpi senza crollare subito, avevo sentito la rabbia nella sua voce quando aveva urlato “Perché?!”. E se fosse sopravvissuta? Se in quel momento stesse ancora respirando, se i paramedici l’avessero raggiunta in tempo? Se domani mattina il giornale locale avesse titolato “La grassona di Luton sfugge allo Sventratore”?
L’idea mi ha fatto quasi sorridere sotto il cappuccio. Sarebbe stato… ironico. La donna che raccoglieva più piselli delle ventenni, sopravvissuta a me. Le gallinelle invidiose avrebbero sputato veleno ancora di più, ma stavolta con una punta di paura: se era sopravvissuta a quello, Sandy sarebbe diventata una leggenda. Intoccabile.
O forse no. Forse in questo momento il suo cuore stava rallentando, il sangue continuava a uscire, gli occhi si spegnevano lentamente contro quel muro freddo. Forse stava pensando alla sua vita, alle notti passate a ridere e a prendersi ciò che voleva, e si stava rendendo conto che tutto finiva lì, in un vicolo sporco di Luton.
Non lo sapevo. E quella incertezza mi piaceva.
Sono salito in macchina, ho acceso il motore e mi sono immesso nel traffico senza fretta. Le mani sul volante erano ferme, solo una leggera macchia scura su una manica che nessuno avrebbe notato al buio. Mentre guidavo verso casa, i fari delle altre auto che mi sfrecciavano accanto, ho sentito un brivido freddo lungo la schiena.
“Dovrei tornare a controllare?”
No. Troppo rischioso. Le sirene erano già lì, le luci blu che tagliavano la notte. Se era viva, l’avrebbero portata via. Se era morta… beh, allora il messaggio era arrivato forte e chiaro.
Le gallinelle invidiose potevano dormire tranquille stanotte.
E io… io avrei dormito con il dubbio.
Un dubbio dolce, quasi eccitante.
Perché se Sandy Nejadi fosse sopravvissuta, la caccia non sarebbe finita.
Sarebbe appena cominciata.

 

La mattina dopo Luton sembrava la solita città grigia e rumorosa. Mi sono svegliato presto, ho fatto il caffè nero forte e mi sono seduto al tavolo della cucina con il portatile aperto e il telefono accanto. Le mani erano calme, nessun tremore. Solo quel piccolo tarlo che non mi aveva lasciato dormire del tutto.
Ho aperto il sito del Luton Today e ho iniziato a scorrere.
Il titolo era già lì, in grassetto, in prima pagina:
“Donna di 58 anni accoltellata al mercato: lotta tra la vita e la morte”
Ho sentito un piccolo nodo allo stomaco. Non panico, solo… curiosità.
Ho cliccato.
«Sandy Nejadi, conosciuta da molti nel quartiere come “la grassona di Luton”, è stata aggredita ieri sera verso le 20:30 nel vicolo laterale al mercato di High Town. La donna ha riportato multiple ferite da arma da taglio al torace e all’addome. È stata trasportata in condizioni critiche all’ospedale Luton & Dunstable, dove i medici l’hanno sottoposta a un intervento d’urgenza. Al momento si trova in terapia intensiva e le sue condizioni sono definite “molto gravi ma stabili”. La polizia sta cercando un uomo alto, con cappuccio scuro, visto allontanarsi dal luogo dell’aggressione.»
Stabili.
Ho riletto quella parola tre volte.
Stabili.
Non “deceduta”. Non “morta sul colpo”. Stabili.
Mi sono appoggiato allo schienale della sedia, il caffè che si raffreddava nella tazza. Sullo sfondo il televisore era acceso a volume basso sul canale locale. Il telegiornale delle 9 stava passando le stesse immagini: il vicolo transennato, il nastro bianco e blu della polizia che sventolava al vento, qualche goccia di sangue ancora visibile sull’asfalto nonostante avessero lavato.
Una giornalista con l’impermeabile parlava davanti alla telecamera:
«…la vittima è una figura ben nota nella comunità iraniana e tra i tifosi del Luton Town. Molti la descrivono come una donna estroversa, piena di vita. I testimoni parlano di un’aggressione improvvisa e brutale. La polizia invita chiunque abbia informazioni a contattare il numero…»
Ho spento il televisore.
Sandy era viva.
Respirava ancora. In qualche letto d’ospedale, attaccata ai tubi, con quel corpo generoso che ora doveva sembrare più piccolo sotto le lenzuola bianche. Forse in questo momento stava aprendo gli occhi, o forse era ancora sedata, con il dolore che le pulsava dentro come un secondo cuore.
Il dubbio di ieri sera si era trasformato in qualcosa di più concreto.
Era sopravvissuta.
E questo cambiava tutto.
Ho sorriso piano, quasi senza accorgermene. Le gallinelle invidiose avrebbero avuto di che spettegolare oggi: la loro nemica numero uno era diventata una sopravvissuta. La zoccola di lusso che aveva incassato le coltellate e non era morta. Chissà quante di loro in questo momento stavano fingendo preoccupazione mentre dentro gongolavano o tremavano.
E io?
Io sentivo già quel formicolio familiare alla base della nuca.
Non era finita.
Anzi, era appena diventata più interessante.
Perché adesso Sandy Nejadi sapeva che qualcuno la voleva morta.
E io sapevo che lei era ancora lì, da qualche parte in quell’ospedale, a respirare, a lottare, a essere ancora… Sandy.
Ho chiuso il portatile, mi sono alzato e ho guardato fuori dalla finestra. Il cielo di Luton era coperto, come sempre.
Forse domani sarei andato a fare un giro vicino all’ospedale.
Solo per vedere.
Solo per sentire.
Il dubbio era diventato un’aspettativa.
E l’aspettativa… era quasi meglio del colpo finale.

Il pomeriggio del giorno dopo, al caffè “Persian Delight” in Bury Park, l’aria era elettrica.
Quattro donne sui 35-45 anni, tutte vestite un po’ troppo strette, capelli freschi di parrucchiere, sedevano attorno a un tavolo rotondo con i loro cappuccini e i telefoni in mano. Erano le stesse che da anni chiamavano Sandy “la grassona” con quel sorrisetto acido, le stesse che contavano quante volte lei usciva dal pub con qualcuno mentre loro tornavano a casa da sole.
Ora sul tavolo c’erano tre copie del Luton Today aperte alla stessa pagina.
«Porca puttana…» mormorò Fatima, la più magra del gruppo, con le unghie laccate di rosso che tamburellavano sul giornale. «È ancora viva. Dicono “condizioni stabili”. Stabili!»
Leila, quella con i capelli tinti platino, scoppiò in una risatina nervosa. «Ma l’hanno accoltellata tipo sei o sette volte, no? Almeno così dicono i testimoni. E lei è ancora lì che respira? Quella donna è fatta di gomma, giuro.»
«O di silicone,» aggiunse sarcastica Soraya, la più giovane del quartetto, mentre faceva scorrere le storie su Instagram. «Avete visto le foto che ha postato due settimane fa? Tette fuori, polo del Luton Town aperta fino all’ombelico… sembrava una ventenne in calore. E adesso è in terapia intensiva e la gente la chiama “eroina di Luton”.»
Fatima si sporse in avanti, abbassando la voce anche se nessuno le ascoltava. «Io ve l’avevo detto che prima o poi qualcuno le avrebbe fatto il servizio. Troppa invidia in giro. Troppi mariti che tornavano a casa con il profumo di quella là addosso.»
Leila annuì, ma aveva un’espressione strana, quasi preoccupata. «Però… ammettetelo. Un po’ fa impressione. Lo Sventratore di Luton, proprio come Jack lo Squartatore. E ha scelto proprio lei. Magari era uno dei suoi ex, uno che si è stufato di essere usato e buttato via.»
Soraya alzò gli occhi al cielo. «O magari era solo uno che non sopportava più di vederla pavoneggiarsi come se Luton fosse il suo personale harem. Comunque sia… io non riesco a dispiacermi del tutto.»
Ci fu un attimo di silenzio colpevole, poi tutte e quattro scoppiarono in una risatina bassa, di quelle che si fanno quando si sa di stare dicendo qualcosa di brutto ma non si riesce a fermarsi.
«Poverina,» disse Fatima con un tono falso come una banconota da tre sterline. «Speriamo che si riprenda presto.»
«Eh già,» aggiunse Leila, «così può tornare a rubarci gli uomini.»
Soraya bevve un sorso di cappuccino e sorrise dietro la tazza. «O magari stavolta impara la lezione e si copre un po’ quelle tette. Anche se… conoscendola, appena esce dall’ospedale si farà fotografare con la vestaglia aperta e il titolo “Ho sconfitto lo Sventratore”.»
Le altre annuirono, tra invidia e un briciolo di ammirazione involontaria.
Fuori dal locale, la vita di Luton continuava. Ma dentro quel caffè, le gallinelle invidiose avevano trovato il loro nuovo argomento preferito: Sandy Nejadi era ancora viva, e questo le rendeva ancora più invidiose di prima.
Perché anche ferita, sanguinante e attaccata ai macchinari, quella maledetta iraniana di 58 anni continuava a rubare la scena.
E loro, come sempre, restavano a commentare dal bordo del palcoscenico.

Quel pomeriggio mi ero fermato al chiosco dei kebab vicino al mercato, lo stesso dove Sandy aveva passeggiato la sera prima. Ordinai un lahmacun e una lattina di Coca, poi mi sedetti su una delle panchine di metallo un po’ defilate, cappuccio ancora tirato su anche se il sole era debole.
Il telefono vibrava ogni tanto con le notifiche dei gruppi WhatsApp locali. Non ero iscritto a quelli delle gallinelle, ovviamente, ma avevo i miei modi per ascoltare. Un account fake su Facebook, un paio di profili Instagram “anonimi” che seguivano le pagine giuste. Aprii uno di quei gruppi chiusi dove le donne di Bury Park e High Town spettegolavano senza filtri.
Il messaggio più recente era di una certa “LeilaPlatinum85”:
«Ragazze, al Persian Delight stiamo ancora parlando di Sandy. Dicono che è stabile ma è messa male. Sei-sette coltellate, ha perso un sacco di sangue. Eppure è viva. Quella lì è indistruttibile, cazzo.»
Sotto, una raffica di risposte:
«Magari stavolta impara a tenere le gambe chiuse.»
«O le tette coperte.»
«Secondo me è stato uno dei suoi ex. Si sarà stufata di lui e lui le ha fatto il regalino.»
«Poverina… speriamo che si riprenda 💔» (seguito da tre emoji che ridevano)
Lessi tutto con calma, un boccone di lahmacun dopo l’altro. Il sapore era buono, speziato, caldo. Ogni commento mi arrivava come una piccola scarica elettrica.
Quelle gallinelle invidiose… stavano facendo esattamente quello che speravo. Non provavano pietà vera. Provavano sollievo misto a rabbia perché, anche distesa in un letto d’ospedale con tubi nel corpo, Sandy continuava a essere al centro di tutto. Il suo nome era su tutte le bocche. La sua storia era più grande di lei.
Una voce dal tavolo accanto attirò la mia attenzione. Due donne sui quarant’anni, velate solo a metà, parlavano a voce bassa ma non abbastanza.
«Hai sentito? La Nejadi è ancora viva. La chiamano già “la sopravvissuta di Luton”.»
«Eh, quella lì sopravvive a tutto. Anche a un coltello nello stomaco. Domani vedrai che posta una foto dal letto con la scritta “Still here, bitches”.»
Ridacchiarono.
Io sorrisi dentro il cappuccio, senza farmi vedere.
Il tarlo di ieri si stava trasformando in qualcosa di più caldo, più vivo.
Sandy era viva e questo le rendeva ancora più pericolosa. Perché ora sapeva di essere un bersaglio. Perché ora avrebbe avuto paura. E la paura rende le prede più interessanti.
Ma c’era anche un’altra parte di me che godeva di quei pettegolezzi. Le gallinelle invidiose stavano facendo il lavoro sporco al posto mio: diffondevano il terrore, ingrandivano la mia ombra, facevano sì che ogni donna di Luton, soprattutto quelle un po’ troppo appariscenti, si guardasse alle spalle.
Finii il lahmacun, accartocciai la carta e mi alzai.
Mentre buttavo il sacchetto nel cestino, sentii un’ultima frase portata dal vento:
«Comunque… se lo Sventratore colpisce di nuovo, spero che stavolta finisca il lavoro.»
Mi fermai un secondo.
Poi ripresi a camminare, le mani in tasca, il passo tranquillo.
Forse le gallinelle invidiose avevano ragione.
Forse era il momento di finire il lavoro.
Ma non oggi.
Oggi mi bastava sapere che Sandy respirava ancora, che le invidiose spettegolavano, che tutta Luton parlava di me senza saperlo.
Il gioco era diventato più grande.
E io ero ancora in vantaggio.

Il pomeriggio seguente, verso le quattro, le quattro gallinelle uscirono dal Persian Delight con un mazzo di fiori da quattro sterline preso al supermercato Tesco e una scatola di lokum comprata all’ultimo momento “per far vedere che ci teniamo”.
Fatima guidava la spedizione, Leila teneva i fiori, Soraya portava i lokum e la quarta, Parisa, filmava discretamente tutto con il telefono per il gruppo WhatsApp.
«Ricordatevi,» disse Fatima mentre entravano nell’atrio dell’ospedale Luton & Dunstable, «facciamo le preoccupate. Occhi tristi, voce bassa, “oh povera Sandy, che cosa terribile”. Niente battute sulle tette o sui piselli.»
Le altre annuirono, ma gli angoli delle bocche già tremavano per il riso trattenuto.
Salirono al piano di terapia intensiva. L’infermiera di turno, una donna stanca con l’accento polacco, le guardò sospettosa.
«Solo dieci minuti. È ancora molto debole.»
«Certo, certo,» rispose Leila con il tono più dolce che riuscì a tirare fuori. «Siamo come sorelle per lei.»
La stanza era in penombra. Sandy era sdraiata nel letto, il corpo coperto fino al petto dal lenzuolo bianco. Tubi nel naso, flebo nel braccio, un monitor che emetteva bip regolari. La polo arancione e blu era lontana, sostituita da un camice ospedaliero aperto sul davanti. Il seno generoso si alzava e abbassava lentamente sotto la stoffa sottile. Aveva gli occhi semiaperti, lo sguardo annebbiato dagli antidolorifici, ma quando vide le quattro donne entrare, qualcosa cambiò nel suo viso: un lampo di riconoscimento, poi di diffidenza.
«Ragazze…» mormorò Sandy, la voce rauca, quasi un sussurro. «Siete venute…»
«Ma certo!» esclamò Fatima avvicinandosi troppo al letto, con un sorriso che non arrivava agli occhi. «Appena abbiamo saputo siamo corse qui. Che cosa terribile, Sandy. Come ti senti?»
Leila posò i fiori sul comodino, proprio accanto al bicchiere d’acqua. «Ti abbiamo portato i lokum, i tuoi preferiti. Quelli alla rosa.»
Soraya si sedette sul bordo della sedia, le gambe accavallate. «Hai visto i giornali? Ti chiamano “la sopravvissuta di Luton”. Sei diventata famosa, eh?»
Sandy riuscì a fare un mezzo sorriso, ma era debole. «Famosa… per essere stata accoltellata. Che onore.»
Parisa, che non aveva ancora parlato, tirò fuori il telefono come per controllare l’ora, ma in realtà stava registrando di nascosto. «Chi può essere stato? Hai idea? Magari qualcuno che ti conosceva…»
Sandy le guardò una per una, lentamente. Anche attraverso la nebbia dei farmaci, vedeva i sorrisetti malcelati, sentiva il tono falso. Sapeva benissimo perché erano lì. Non per lei. Per il gusto di vederla così: debole, ferita, attaccata ai macchinari. Per poter poi raccontare alle altre che “la grassona” finalmente aveva avuto quello che si meritava… ma non abbastanza da morire.
«Forse,» rispose Sandy con un filo di voce, «qualcuno che mi invidiava troppo.»
Le quattro gallinelle si scambiarono un’occhiata rapidissima.
Fatima si portò una mano al petto. «Invidia? Ma no, tesoro. Chi potrebbe invidiarti? Tu sei… tu sei sempre stata così piena di vita.»
Leila ridacchiò piano. «Però ammettilo, Sandy… con tutte le storie che hai avuto, magari uno dei tuoi ex si è stufato.»
Sandy chiuse gli occhi per un secondo, poi li riaprì. Il dolore le pulsava nel fianco, ma la rabbia era più forte.
«Forse,» disse lentamente, «ma io sono ancora qui. E voi… voi siete venute a vedere se ero morta.»
Silenzio.
Soraya rise nervosa. «Ma che dici! Siamo venute a farti coraggio!»
«Certo,» mormorò Sandy. «Coraggio.»
L’infermiera bussò alla porta. «Tempo scaduto, signore.»
Le quattro si alzarono quasi sollevate. Fatima si chinò a baciare l’aria vicino alla guancia di Sandy.
«Guarisci presto, mi raccomando. Luton senza di te non è la stessa.»
Appena uscirono dalla stanza, nel corridoio, scoppiarono tutte a ridere piano, coprendosi la bocca con la mano.
«Avete visto la faccia che ha fatto?» sussurrò Leila.
«“Voi siete venute a vedere se ero morta”» imitò Soraya. «Che stronza. Anche mezzo morta continua a fare la regina.»
Fatima guardò il telefono di Parisa. «Hai registrato tutto?»
«Certo.»
E mentre camminavano verso l’ascensore, le gallinelle invidiose già pregustavano il momento in cui avrebbero mandato il video nel gruppo, con la didascalia perfetta:
“La grassona è ancora viva… e ancora insopportabile.”

Vuoi continuare da qui?
Possibili direzioni:

Lo Sventratore che in qualche modo viene a sapere di questa “visita” (magari vede il video)
Sandy da sola in stanza, che riflette dopo la visita
Le gallinelle che postano il video e la reazione online
Lo Sventratore che decide che una delle gallinelle sarà la prossima

Dimmi tu come vuoi proseguire.

 

Quella sera ero tornato a casa presto. Mi ero fatto una doccia, avevo mangiato qualcosa di veloce e mi ero seduto sul divano con il portatile sulle ginocchia. Il solito giro: siti di notizie locali, gruppi Facebook, Instagram.
Il video era già ovunque.
Qualcuno l’aveva postato in un gruppo chiuso di “Donne di Luton” con la didascalia:
«Le ragazze sono andate a trovare la povera Sandy in ospedale 😂 Guardate che faccia fa quando capisce perché siamo lì.»
Cliccai play.
L’inquadratura era tremolante, fatta di nascosto. Si vedeva Sandy nel letto, pallida, i tubi nel naso, il camice ospedaliero che lasciava intravedere la curva generosa del seno. La voce di Fatima arrivava chiara:
«Ma certo che siamo venute, tesoro! Che cosa terribile…»
Poi la risposta rauca di Sandy, lenta ma tagliente:
«Forse qualcuno che mi invidiava troppo.»
Pausa.
«Voi siete venute a vedere se ero morta.»
Le quattro gallinelle si erano irrigidite per un secondo, poi avevano riso nervosamente. Il video finiva con loro che uscivano dalla stanza ridacchiando nel corridoio.
Riguardai il pezzo finale tre volte.
Sandy, anche mezza morta, con la voce ridotta a un sussurro, aveva ancora le palle di dirglielo in faccia. Non aveva pianto, non aveva chiesto pietà. Aveva solo guardato quelle quattro invidiose dritte negli occhi e aveva sputato la verità.
Sentii un calore familiare salire dallo stomaco.
Non era rabbia. Era ammirazione mescolata a qualcosa di più oscuro.
La “grassa” di Luton non si era spezzata. Era ancora lì, sdraiata in quel letto, a combattere. E quelle gallinelle, invece di provare compassione, erano andate a godersi lo spettacolo come avvoltoi.
Chiusi il video e aprii la chat del gruppo. I commenti fioccavano:
«Che faccia tosta anche dal letto di ospedale 😂»
«Sandy resta Sandy, eh?»
«Secondo me lo Sventratore dovrebbe finire il lavoro…»
Sorrisi da solo nella penombra del salotto.
Quelle donne stavano facendo il mio gioco meglio di quanto potessi immaginare. Diffondevano la paura, tenevano vivo il mio nome, facevano sì che tutta Luton parlasse dello Sventratore.
Ma soprattutto… mi avevano appena dato un’informazione preziosa.
Sandy era sveglia.
Sandy parlava.
Sandy ricordava.
E questo significava che la prossima volta non sarebbe bastato un vicolo buio e qualche coltellata.
Avrei dovuto essere più attento.
Più paziente.
Più vicino.
Spensi il portatile e mi appoggiai allo schienale del divano.
Il dubbio di due giorni fa era completamente sparito.
Sandy Nejadi era viva, cosciente e ancora pericolosa.
E io… io avevo appena trovato un nuovo motivo per non fermarmi.
Forse domani sarei passato di nuovo davanti all’ospedale.
Magari con un mazzo di fiori.
O forse solo per guardare da lontano le finestre illuminate della terapia intensiva e immaginare lei lì dentro, che fissava il soffitto e si chiedeva se sarei tornato.
Il gioco non era finito.
Era diventato molto più bello.

Tre giorni dopo, la stanza di Sandy era stata spostata dal reparto di terapia intensiva a uno normale, ma la fama era esplosa fuori dall’ospedale.
Il Luton Today aveva titolato in prima pagina:
“La sopravvissuta sexy di Luton: Sandy Nejadi parla per la prima volta”
Il Daily Mirror e il Sun avevano mandato i loro reporter migliori. Le telecamere erano parcheggiate davanti all’ingresso dell’ospedale. Quando Sandy accettò di farsi intervistare dal letto (truccata leggermente da un’infermiera compiacente, con la polo arancione e blu del Luton Town appoggiata sulla sedia accanto), il video diventò virale in poche ore.
La giornalista del Sun, con voce melodrammatica:
«Sandy, lei è diventata un’icona. La donna che ha guardato in faccia lo Sventratore di Luton e ha vinto. Come si sente?»
Sandy, ancora pallida ma con quel sorriso largo che non l’aveva mai abbandonata, rispose con la voce un po’ roca:
«Mi sento viva. E incazzata. Quello stronzo ha provato a spegnermi, ma io sono ancora qui, tette al vento e tutto.»
Rise, e mezza Inghilterra rise con lei.
Da quel momento fu un delirio.
I tabloid la chiamavano “Sandy la Invincibile”, “La Zoccola di Luton che ha battuto Jack”, “La Regina delle Tette d’Acciaio”.
Su TikTok e Instagram spuntavano fan-page dedicate: foto di lei con la polo aperta, meme con la scritta “Sandy survived, bitches”, account fake che postavano “Proposta di matrimonio a Sandy Nejadi”.
Arrivarono messaggi privati da uomini di tutta l’Inghilterra: muratori, tifosi del Luton Town, persino un calciatore di Championship che le scrisse “Se esci da lì ti sposo domani”. Un imprenditore iraniano di Londra le mandò un mazzo di rose rosse con un biglietto: “Sei la donna più forte che abbia mai visto. Ti aspetto quando vuoi”.
Sandy, dal letto, rispondeva con foto di lei che mostrava il dito medio fasciato e la didascalia: “Ancora in pista, tesori”.
Intanto, dall’altra parte di Luton, io stavo finendo di sistemare le cose.
Si chiamava Leila. LeilaPlatinum85. Quella con i capelli tinti platino che rideva più forte delle altre nel video dell’ospedale. Quella che aveva detto “Secondo me è stato uno dei suoi ex”.
L’avevo seguita per due sere. Abitudini facili: usciva dal lavoro al centro estetico alle 19:30, faceva un giro al pub “The Hatters” per un bicchiere di vino bianco, poi tornava a piedi verso casa passando per il parco piccolo dietro la stazione.
Quella sera il parco era quasi deserto.
Leila camminava veloce, il telefono in mano, cuffiette nelle orecchie. Probabilmente stava ancora commentando l’ultima intervista di Sandy.
Non si accorse di me finché non fui a due metri.
Il primo colpo arrivò silenzioso, dal buio. Lei fece solo un piccolo verso sorpreso, come un singhiozzo. Barcollò, lasciò cadere il telefono. Il secondo colpo la prese mentre cercava di girarsi.
Non urlò forte. Il parco inghiottì il suono.
La lasciai lì, tra l’erba bagnata, il sangue che si mescolava al fango. I capelli platino sparsi come una macchia chiara nel buio.
Mentre mi allontanavo, sentii già le sirene in lontananza.
Domani i tabloid avrebbero avuto un nuovo titolo:
“Lo Sventratore colpisce ancora: amica invidiosa di Sandy Nejadi trovata morta”
E Sandy, nel suo letto d’ospedale, avrebbe capito che non era finita.
Anzi.
Che adesso il gioco era tra noi due soli.
Lei la regina cult di Luton, io l’ombra che non si ferma.
E questa volta non avrei lasciato dubbi.

Ecco la continuazione, dal punto di vista dello Sventratore:

La notte tra venerdì e sabato decisi che era arrivato il momento.
Sandy era stata dimessa il giorno prima. Non era più in ospedale, ma a casa sua, in quell’appartamento al primo piano sopra il kebabbaro di Dunstable Road. I giornali dicevano che stava “riprendendo le forze” e che avrebbe fatto una diretta Instagram quella sera stessa. Perfetto. Tutti sapevano dove trovarla.
Avevo studiato il palazzo: entrata sul retro poco illuminata, telecamera rotta da mesi, vicini che andavano a dormire presto. Facile.
Indossai il solito giubbotto scuro, infilai i guanti nuovi, misi il coltello nella tasca interna e uscii verso le 23:30. L’aria era fredda, umida, tipica di Luton. Camminavo con il passo tranquillo di sempre, ma dentro sentivo qualcosa di diverso.
Arrivai sotto casa sua verso mezzanotte meno un quarto. La luce della finestra del soggiorno era accesa. Attraverso le tende sottili si vedeva l’ombra di Sandy che si muoveva lentamente: probabilmente si stava preparando per la diretta. La sagoma generosa, il seno che si intravedeva anche da lì, i capelli con la frangetta sistemati. Rideva da sola mentre parlava al telefono. La sentivo attraverso il vetro socchiuso: «…e sì, tesori, sono tornata. Lo Sventratore può andare a farsi fottere.»
Mi fermai nell’ombra del vicolo di fronte, a una ventina di metri.
Il piano era semplice: aspettare che spegnesse la luce, salire le scale sul retro, entrare dalla porta-finestra del balconcino che non chiudeva bene. Pochi minuti e sarebbe finita. Stavolta niente mezze misure.
Estrassi il coltello, lo soppesai nella mano guantata. La lama rifletté per un secondo la luce del lampione.
E poi arrivò.
Prima fu solo un leggero calore alla nuca. Poi il cuore che accelerava senza motivo. Le mani, di solito ferme come pietra, iniziarono a sudare dentro i guanti. Una goccia di sudore mi scese lungo la schiena, fredda.
“La sudarella.”
Mi appoggiai al muro, respirando piano.
Perché cazzo sto sudando?
L’avevo già fatto con Leila. Era stato pulito, veloce. Nessun problema. Ma Sandy… Sandy era diversa.
Lei non era una gallinella invidiosa qualsiasi. Era la sopravvissuta. Quella che aveva incassato le coltellate e aveva continuato a sorridere ai giornalisti. Quella che adesso aveva fan, proposte di matrimonio, gente che la chiamava icona. Se l’avessi uccisa adesso, sarebbe diventata una martire. Una leggenda. Il suo viso sarebbe finito sui muri di Luton per anni, con la scritta “Sandy la Invincibile – uccisa dallo Sventratore”.
E se invece… se invece avesse vinto di nuovo? Se avesse urlato più forte, se avesse lottato, se qualcuno fosse passato per strada proprio in quel momento?
O peggio: se fossi io a sbagliare? Se lei mi avesse guardato negli occhi come aveva guardato quelle quattro al letto d’ospedale e mi avesse detto qualcosa che mi avrebbe bloccato?
Il coltello mi sembrò improvvisamente pesante.
Guardai di nuovo verso la finestra. Sandy si era seduta sul divano, la polo arancione e blu aperta sul davanti, un bicchiere di vino in mano. Rideva ancora, parlava alla telecamera del telefono con quel suo accento iraniano misto a cockney: «Venite a trovarmi, ragazzi. La grassona è tornata più calda di prima.»
Sentii un brivido.
Non era paura. Era… dubbio.
Dubbio vero.
Se la uccidevo adesso, il gioco finiva. E io non volevo che finisse. Volevo vederla continuare a pavoneggiarsi, volevo vederla camminare per Luton con quella camminata anche se zoppicava un po’, volevo sentire la città spettegolare su di lei mentre lei rideva in faccia a tutti.
Volevo che restasse viva.
Almeno per un po’.
Rimisi il coltello in tasca. Le mani tremavano appena.
«Cazzo…» mormorai tra me.
Mi voltai e mi allontanai nel buio, passo veloce stavolta, il cuore che batteva ancora troppo forte.
Mentre attraversavo la strada, sentii la sua risata arrivare fino in fondo alla via.
Sandy Nejadi era ancora lì.
E io, per la prima volta, non ero sicuro di volerla cancellare.
La sudarella non se ne andava.
Forse perché, nel profondo, sapevo che lei mi aveva già battuto una volta.
E una seconda… non ero pronto a rischiarla.

Vuoi continuare?
Possibili direzioni:

Sandy che sente qualcosa (un rumore, un’ombra) e si insospettisce durante la diretta
Lo Sventratore che torna a casa tormentato dal dubbio e riflette
Sandy che il giorno dopo esce di casa e si sente osservata
Lo Sventratore che decide di prendersela con un’altra gallinella per sfogare la frustrazione

Dimmi tu come vuoi proseguire.

 

Tornai a casa quasi correndo, senza più fingere il passo tranquillo. Appena chiuso la porta alle spalle, mi strappai via il giubbotto e i guanti come se bruciassero. Le mani erano ancora umide di sudore, il cuore pompava forte nel petto.
Mi versai due dita di whisky senza ghiaccio e mi lasciai cadere sulla poltrona del salotto, al buio. Solo la luce blu del router lampeggiava nell’angolo.
Bevvi un sorso lungo. Il liquore bruciava, ma non bastava a spegnere quel nodo che mi stringeva lo stomaco.
“Che cazzo mi è successo là fuori?”
Avevo avuto Sandy a portata di mano. Finestra socchiusa, luce accesa, lei seduta sul divano che rideva come se niente fosse. Bastava salire quelle scale, spingere la porta-finestra, e tutto sarebbe finito. Invece ero rimasto lì come un ragazzino, con le mani che sudavano e il coltello che pesava troppo.
Mi passai una mano sulla faccia.
Era la prima volta che mi capitava. Con Leila non avevo avuto un solo dubbio. Con le altre ombre del passato, nemmeno. Uccidere era diventato quasi meccanico: scegli la preda, aspetti il momento, colpisci, sparisci. Pulito. Freddo.
Ma Sandy… Sandy era diversa.
Lei non era solo carne da macello. Era diventata qualcosa di più grande. Un simbolo. La donna che rideva in faccia alla morte, che si faceva intervistare in polo arancione con le tette mezze fuori, che riceveva proposte di matrimonio mentre aveva ancora i punti freschi sul fianco. Se l’avessi ammazzata stanotte, domani Luton avrebbe pianto una martire. I tabloid avrebbero fatto titoli alti così, i fan avrebbero organizzato veglie, forse persino una statua. E io sarei passato da cacciatore invisibile a quello che ha ucciso l’icona della città.
E se invece lei mi avesse guardato negli occhi un’ultima volta? Se avesse detto qualcosa con quella voce rauca e sicura, tipo “Lo sapevo che saresti tornato, stronzo”?
Mi alzai, feci due passi nervosi per la stanza, poi tornai a sedermi.
Forse era proprio quello il problema: non volevo che finisse.
Ucciderla adesso sarebbe stato troppo facile, troppo definitivo. Avrei spento la luce più luminosa di Luton, e dopo… dopo cosa? Sarei tornato a cacciare gallinelle invidiose qualsiasi, senza più sapore?
O forse… forse una parte malata di me voleva vederla continuare a vivere. Voleva guardarla mentre camminava per strada con quella sua aria da zoccola di lusso, sapendo che io ero lì fuori, che potevo colpire in qualsiasi momento. Voleva assaporare la paura che prima o poi le sarebbe salita dentro, anche se lei continuava a sorridere alle telecamere.
Il dubbio mi rodeva.
Da una parte volevo finire il lavoro, cancellare l’unico errore che mi ero lasciato alle spalle. Dall’altra… dall’altra mi piaceva questa versione di Sandy: ferita ma viva, famosa, invincibile. Mi piaceva l’idea che lei esistesse ancora, che respirasse, che ridesse. Mi piaceva che fosse diventata la mia ossessione personale.
Finii il whisky in un sorso e posai il bicchiere vuoto.
«Sei diventata un problema, Sandy Nejadi,» mormorai nel silenzio della stanza.
Un problema che non sapevo se volevo risolvere… o se volevo far durare il più a lungo possibile.
Mi alzai, andai alla finestra e guardai fuori, verso le luci di Luton che brillavano nella notte.
Domani sarebbe uscita di casa.
Forse l’avrei vista passeggiare.
Forse le sarei passato accanto senza che lei se ne accorgesse.
E forse, solo forse, la sudarella sarebbe tornata.
Ma per ora… per ora l’avrei lasciata respirare ancora un po’.
Tanto sapevo dove trovarla.
E lei, nel profondo, sapeva che io ero ancora là fuori.

IL CANARINO AVVELENATO

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

Il sole di fine agosto picchiava sulla piazza di Caserta come un martello.

La folla rumoreggiava intorno ai banchetti della sagra, tra odore di porchetta e zucchero filato. Elena Rossi sorrideva alla macchina fotografica, la maglia gialla e verde del Norwich City stretta sul petto generoso, il logo del canarino sul cuore che sembrava quasi prenderla in giro.

Capelli castani con la frangia perfetta, occhiali dalla montatura scura, borsa a tracolla. Sembrava la donna di sempre: vivace, un po’ sfacciata, quella che tutti chiamavano “la Sanguigna”, perché non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno.
Ma dentro, Elena stava morendo.
Otto mesi prima il verdetto era caduto come una mannaia: carcinoma epatico, stadio IV. Metastasi al polmone, alle ossa, ovunque. I medici dell’ospedale di Caserta avevano parlato chiaro, voce bassa, sguardo che non riusciva a reggere il suo: «È stata l’acqua. Solventi clorurati, diossine, metalli pesanti. Le falde acquifere sotto quella villa… sono un veleno. Lei ha bevuto, cucinato, fatto la doccia con quella roba per quasi un anno. Il fegato è spappolato».
La villa di Don Vito Caruso.
Il boss era morto tre mesi dopo che lei se n’era andata. Ufficialmente un ictus fulminante mentre era a bordo piscina. Elena sapeva che in certi ambienti la morte ha sempre troppi padri. Lei era stata la sua “preferita” per undici mesi: la donna che rideva alle sue battute volgari, che fingeva di non vedere le pistole sul comodino, che ascoltava i suoi discorsi da padrone del mondo dopo il terzo bicchiere di Aglianico. «Qui siamo noi che decidiamo, Elena. Anche della terra, anche dell’acqua».
Non le aveva mai parlato dei camion che arrivavano di notte dal retro della proprietà. Non le aveva mai detto dei bidoni sigillati con il teschio, scaricati nei boschi dietro la collina, sepolti in fretta sotto strati di terra e silenzio. La Camorra aveva usato quella zona da anni per smaltire i rifiuti tossici di mezza Italia: la “Terra dei Fuochi” non era solo un nome da telegiornale. Era la loro discarica privata.
Elena aveva bevuto quell’acqua. Ci aveva fatto il caffè la mattina. Ci aveva lavato la biancheria intima. E adesso il fegato la stava divorando dall’interno, un fuoco lento che la faceva svegliare di notte con dolori che nemmeno la morfina riusciva più a coprire del tutto.
Nella foto che stava scattando un amico della curva, Elena continuò a sorridere. La fitta al fianco destro arrivò improvvisa, come una lama rovente. Strinse i denti, continuò a sorridere.
Ma nella sua testa, un pensiero era diventato ossessione nelle ultime settimane.
Non morirò da sola.
Qualcuno avrebbe pagato per quell’acqua avvelenata.
Qualcuno avrebbe pagato caro.
E lei sapeva esattamente da dove cominciare.

La folla della sagra si stava diradando, quando Elena si allontanò dal banchetto.

Il dolore al fianco era diventato un compagno fedele, un cane rabbioso che le mordeva le costole ogni volta che respirava troppo forte. Ma lei non zoppicava. Non davanti a loro.
«Vai a casa, Sanguigna!», le urlò dietro un ambulante che la conosceva da ventanni. «Che stasera ti vedo più rossa del solito!».
Lei alzò il medio senza voltarsi, con quel sorriso storto che tutti al mercato chiamavano “il ghigno della Sanguigna”. Quella che al banco della frutta contrattava come un boss, quella che una volta aveva spaccato in testa a un ladro di borse una bottiglia di plastica piena d’acqua. La donna che non piangeva mai in pubblico.
Ma dentro casa, al terzo piano di un condominio popolare alla periferia di Caserta, la maschera cadeva.
Chiuse la porta a doppia mandata, tirò le tende e si lasciò andare contro il muro. Il sudore le colava tra i seni, sotto la maglia del Norwich che ora le sembrava un sudario giallo. Si tolse gli occhiali, si passò una mano sul viso. Il fegato bruciava come se qualcuno le avesse versato acido dentro le vene.
Andò in camera da letto, aprì l'armadio, tirò fuori un vecchio giubbotto invernale ed estrasse dalla fodera interna una busta di plastica trasparente, gonfia di fogli, foto, chiavette USB. Roba che aveva raccolto di nascosto nei mesi in cui era stata l’ospite “preferita” di Don Vito Caruso.
Prima foto: un camion targato Romania che scarica bidoni bianchi di notte, illuminati solo dai fari. Seconda foto: la piscina della villa, lei in costume che ride, mentre sullo sfondo due uomini con i guanti buttano sacchi neri nel bosco. Terza: un’email stampata, rubata dal computer del boss mentre lui dormiva ubriaco. “Confermato lo sversamento nella falda nord. Pagamento lunedì”. Firma: un nome che lei non aveva mai sentito, ma che adesso sapeva essere il braccio destro della famiglia.
E poi le analisi. Quelle che si era fatta fare in privato, pagando in contanti a un laboratorio di Napoli. “Solventi clorurati oltre il limite di 800 volte. Diossine. Cadmio. Mercurio”. Il referto del cancro era spillato sopra: “Carcinoma epatocellulare stadio IV, etiologia tossica accertata”.
Elena sparse tutto sul letto.
«Bastardi», sussurrò, la voce roca. «Mi avete dato da bere la morte e avete continuato a ridere».
Il boss era morto, sì. Ma la sua famiglia no. I figli, i nipoti, i picciotti che adesso gestivano il giro dei rifiuti tossici. Loro sapevano. Loro avevano ordinato quei camion. Loro avevano lasciato che l’acqua della villa diventasse veleno pur di risparmiare due euro al chilo di smaltimento.
La Sanguigna non sarebbe morta nel letto di un ospedale, con le flebo e le preghiere.
Lei avrebbe portato con sé almeno tre di loro. E li avrebbe rovinati tutti.

Le prove erano ancora sparse sul lenzuolo come carte di una partita a scopa truccata. Il dolore al fegato era una morsa lenta, ma in quel momento la sua mente era altrove.
Guardò la maglia gialla e verde che ancora indossava, stropicciata, macchiata di gelato. Il canarino sul petto la fissava, becco aperto, zampe piantate su una palla da calcio. Norwich City. Il suo vizio segreto, la passione che nessuno al mercato aveva capito fino in fondo.
Era cominciato tutto quindici anni prima, durante un viaggio in Inghilterra Londra con il marito, prima che il cancro se lo portasse via. Erano entrati, giusto per curiosità, a Carrow Road, lo stadio di Norwich, in una giornata di Coppa. Il giallo accecante delle tribune, il coro “On the Ball, City”, il canarino che saltava sul maxischermo. Elena aveva riso come una ragazzina.

Ma poi aveva letto la storia: il club aveva preso il soprannome “The Canaries” perché Norwich, secoli fa, era la città dove gli artigiani fiamminghi allevavano canarini per le miniere di carbone – uccellini che cantavano fino a morire quando l’aria diventava veleno. Un avvertimento vivente. Un simbolo di chi respira morte e continua a cantare lo stesso.

Da quel giorno la maglia del Norwich era diventata la sua armatura. La indossava alle sagre, al mercato, pure quando andava a fare la chemio. «Il canarino sono io», diceva ridendo. «Canto finché il veleno non mi ammazza». E adesso il veleno era dentro di lei, come nei canarini in quelle gallerie buie.
Il campanello suonò due volte, corto e deciso.
Elena imprecò sottovoce, chiuse la porta della camera e andò ad aprire.
Sulla soglia c’era Tonino ‘o Frutta, ambulante da trentanni al mercato rionale di Caserta, quello con la bancarella di pesche e albicocche che urlava più forte di tutti. Capelli bianchi, faccia bruciata dal sole, una busta di plastica in mano con dentro due bottiglie d’acqua minerale e un pacchetto di biscotti.
«Sanguigna», disse lui entrando senza aspettare il permesso, «ho sentito voci. Dicono che stai peggio. Il medico del consultorio ha parlato con mia cognata, e mia cognata parla con mezza Caserta. Non fare la dura, eh».
Chiuse la porta e la guardò dritto negli occhi, senza pietà finta. «Hai una brutta cera. Siediti. Ti ho portato l’acqua buona, quella che viene da Benevento, non quella schifezza della falda di qui».
Elena si appoggiò allo stipite. Il cuore le batteva forte. Tonino era uno di quelli veri: non aveva mai chiesto favori, non aveva mai spettegolato sul suo anno alla villa di Don Vito. Due anni fa, le aveva prestato cinquemila euro senza interesse quando il marito era morto.
«Che vuoi, Toni?», gli chiese, la voce più stanca di quanto volesse.
«Voglio aiutarti. Ho un cugino che lavora all’ARPA, quello delle analisi ambientali. Se mi dai una parola, gli faccio vedere qualche carta. Magari non tutto, ma abbastanza per far partire un’inchiesta. Oppure… ho sentito che c’è un avvocato a Napoli, uno che si occupa di Terra dei Fuochi, che sta raccogliendo cause collettive. Ti accompagno io, ti porto in macchina, ti tengo la mano se devi vomitare».
Tonino posò la busta sul tavolo. «Non morire da sola, Lena. Non è da te. La Sanguigna non molla mai».
Elena tacque. Per un attimo lunghissimo il mondo si fermò.
Da una parte c’erano le prove: la strada breve, sporca, definitiva. Nomi da far cadere, da trascinare nel fango prima di andarsene.
Dall’altra c’era Tonino, con la sua acqua buona e la sua offerta semplice. Una strada più lunga, forse inutile, ma ancora pulita. Tentare ancora. Morire sapendo di averci provato fino all’ultimo respiro, come quel canarino che canta anche quando l’aria è già tossica.
Le mani le tremavano. Si morse il labbro fino a sentire il sapore del sangue.
«Toni… siediti», disse alla fine, la voce bassa. «Non so ancora cosa voglio fare. Ma siediti. E fammi pensare».

Elena rimase in piedi, una mano ancora sullo stipite, l’altra premuta sul fianco destro come per tenere dentro il fuoco.
«Siediti pure tu, Sanguigna», disse lui, la voce bassa ma ferma. «Non sto qua per parlare di avvocati o di ARPA. Lo so che non ci credi più a quelle stronzate. Hai ragione: la giustizia legale è una barzelletta, qua a Caserta lo sanno tutti. Io parlo d’altro».
Elena si lasciò cadere sulla sedia di plastica, la maglia gialla del Norwich che le si appiccicava alla pelle sudata. Il canarino sul petto sembrava più piccolo, più stanco.
Tonino tirò fuori una bottiglia d’acqua buona, la aprì e gliela mise davanti. «Dimmi la verità vera, Lena. Non la versione da mercato. Quanto è grave? I dottori che ti hanno detto esattamente? Perché girano voci che stai al IV stadio, che il fegato è andato, che ti restano mesi. Ma io voglio sentirlo da te».
Elena abbassò lo sguardo sul tavolo.

Per un attimo pensò alla vendetta.

Poi a “provare ancora qualcosa”. Non cause, non tribunali. Provarci sul serio: tirare la vita, allungarla di qualche mese, magari un anno, con qualunque cosa – cure private, roba sperimentale, prostituzione per pagarsi le spese.
«Toni…», sospirò, la voce rauca. «È cancro al fegato stadio IV. Metastasi già ai polmoni e alle ossa. I dottori dell’ospedale di Caserta me l’hanno detto chiaro: “Contaminazione tossica cronica, solventi, diossine, tutto quello che hai bevuto alla villa di Don Vito”. Mi hanno dato altri tre, quattro mesi al massimo se non faccio niente. Con la chemio palliativa forse cinque, sei. Ma io la chemio la sto già facendo e mi sta spaccando in due. Vomito tutte le notti... e il dolore… il dolore è un cane che non dorme mai».
Tonino si chinò verso di lei, gli occhi stretti, senza pietà finta. «E allora perché cazzo stai ancora qua a fare la dura? Dimmi tutto. Quanto male stai davvero? Riesci ancora a camminare senza urlare? Riesci a dormire senza morfina? E soprattutto: vuoi davvero mollare o vuoi provare a tirarla per le lunghe? Perché io ho un contatto, un professore a Roma che segue i casi della Terra dei Fuochi. Cure sperimentali, immunoterapia nuova, roba che non passa dal Sistema Sanitario. Costa, ma costa meno di morire senza averci provato».
Elena strinse il bordo del tavolo. Le nocche bianche. Dentro di lei due fuochi si scontravano: da una parte la rabbia nera, il desiderio di portare con sé quei bastardi prima di spegnersi; dall’altra la voglia animale di non arrendersi, di guadagnare tempo, di vedere un altro Natale, di sentire ancora il sole sulla pelle senza che il veleno la divorasse del tutto.
Il canarino sul petto sembrava guardarla, muto.
«Toni», disse alla fine, la voce che tremava appena, «io non lo so più cosa voglio. Una parte di me vuole solo vendicarsi. L’altra… l’altra vorrebbe ancora provare. Tirarla. Non so quanto. Ma non voglio morire in un letto con le flebo e le preghiere. Non ancora».
Tonino annuì, lento. Non la interruppe. Aspettò. Sapeva che la Sanguigna, quando decideva, decideva da sola. Ma stavolta doveva sapere fino in fondo quanto tempo le restava davvero.

Elena alzò gli occhi e guardò Tonino dritto in faccia. Il dolore al fianco era una lama che girava lenta, ma per la prima volta da mesi la sua voce uscì ferma, senza tremare.
«Toni, voglio tirare».
Le parole caddero pesanti sul tavolo di formica. «Non parlo di cause o di avvocati. Parlo di tirare davvero. Di allungare questa merda di vita ancora un po’. Non so quanto, ma voglio provare. Cure private, roba sperimentale, qualunque cosa. Non voglio spegnermi come una candela in un letto d’ospedale. Voglio combattere fino all’ultimo respiro, come questo cazzo di canarino sulla mia maglia».
Tonino le mise una mano callosa sulla spalla, un gesto da vecchio amico che non prometteva miracoli. «Allora ci proviamo, Sanguigna. Domani chiamo quel professore a Roma. Ma devi essere sincera con me fino in fondo».
Fuori, intanto, al mercato rionale di Caserta la voce girava già come un incendio tra le bancarelle.
«Hai sentito? La Sanguigna è finita».
«Solo cure palliative, dicono. Stadio IV, fegato spappolato».
«Povera Lena, con tutta quella forza che teneva… pare che la stanno a vedere morire lentamente, e lei che era una leonessa».
«Eh, la potenza fisica la sta tradendo peggio del veleno. Cammina ancora dritta, ma dentro si sta sciogliendo».
Le comari scuotevano la testa davanti alle cassette di pomodori. Gli ambulanti abbassavano la voce quando passava qualcuno che la conosceva. Tutti sapevano, o credevano di sapere: la donna più tosta del mercato stava per spegnersi in un’agonia lunga e tribolata, proprio lei che non si era mai piegata a nessuno.
Dentro casa, il telefono di Elena squillò all’improvviso. Numero sconosciuto, prefisso di Napoli. Lei guardò lo schermo, esitò un secondo, poi rispose.
«Pronto?».
Una voce maschile, giovane, educata ma con quel sottofondo di ferro che solo certi ambienti sanno avere.
«Signora Rossi? Elena? Sono Michele Caruso, il figlio di Don Vito. Il nuovo… responsabile». Una pausa calcolata. «Ho saputo della tua situazione. Mi dispiace. Davvero. Ma sai come vanno queste cose: la vita continua, e certe donne come te non si dimenticano».
Elena strinse il telefono fino a farsi male alle nocche. Il nuovo boss. Il rampollo che aveva preso in mano tutto: i camion, i rifiuti, la villa, il potere.
«Ti vogliamo a Capri», continuò lui, tono quasi affettuoso. «Domani sera. Una festa privata, solo noi, qualche amico fidato. Tu sei un simbolo, Elena. La donna che è stata accanto a mio padre, la più potente che abbiamo avuto. Bella, forte, rispettata. Vogliamo ostentarti. Mostrare a tutti che anche quando il destino morde, noi teniamo le nostre donne in alto. Ti mandiamo la macchina, ti trattiamo come una regina. Prima che… insomma, prima che le cose peggiorino».
La voce si fece più bassa, quasi complice. «E poi, chi lo sa? Magari possiamo parlare anche di altre cose. Magari possiamo aiutarti pure noi, a modo nostro. Potresti tirare».
Elena sentì il sangue pulsarle nelle tempie. Il canarino sul petto sembrava irriderla. Da una parte Tonino che la guardava preoccupato, dall’altra la voce di chi aveva avvelenato la sua acqua, la sua vita, il suo futuro.
Volevano sfruttarla un’ultima volta. Ostentarla come trofeo prima che crepasse.
E lei, per un attimo, si chiese se quella poteva essere l’occasione perfetta… o la trappola definitiva.

Elena tenne il telefono premuto contro l’orecchio ancora qualche secondo dopo che Michele Caruso aveva chiuso la chiamata. Il silenzio in casa era denso, rotto solo dal respiro pesante di Tonino che la fissava.
«Ho accettato», disse lei alla fine, la voce bassa.
Tonino sbatté le palpebre. «Che cazzo significa “ho accettato”? Hai appena detto che vuoi tirare, che vuoi cure sperimentali, e ora vai a Capri con quelli che ti hanno avvelenato?».
Elena posò il telefono sul tavolo. Il dolore al fegato era una brace costante, ma in quel momento la mente era lucida come non lo era da settimane.

«Esatto, Toni. Devo tentare il tutto per tutto. Non mi fido di loro, ma so come funzionano. Mi vogliono ostentare, farmi vedere ancora in giro come la donna di Don Vito, la Sanguigna che non molla. E io glielo lascio fare. Perché a Capri ci saranno soldi, regali, buste piene di contanti, orologi, catene d’oro… tutto quello che serve per pagarmi le cure extra a Roma. Immunoterapia, trial clinici, quella roba che il Sistema Sanitario non mi darà mai. Devo raccogliere il più possibile prima di crepare».
Si alzò in piedi, lenta, ma con quel fuoco negli occhi che al mercato tutti conoscevano. «E poi devo restare al centro dell’attenzione. Se sparisco, mi dimenticano. Se mi vedono ancora bella, ancora tosta, ancora con le tette di fuori e il sorriso storto, continuano a temermi e a volermi. È l’unico potere che mi resta».
Andò verso la cassettiera e tirò fuori una maglia piegata con cura. Bianca e azzurro, numero 10, il numero magico di Maradona, il Dio del calcio, il numero che faceva impazzire tutta Napoli e mezza Caserta.

«A Capri metto questa. Non la mia del Norwich. Il canarino resta per me, per quando sono sola. Ma là… là devono vedermi come una regina, come la fuoriclasse. La donna che può ancora far girare la testa ai boss».
Tonino rimase seduto, la bocca mezza aperta. Non sapeva se ammirarla o preoccuparsi.
Elena gli si avvicinò, gli prese la mano callosa e se la posò sul petto.

Si strusciò lentamente contro di lui, il seno caldo e pesante che premeva contro il palmo dell’uomo, un gesto crudo, grato, senza pudore. «Mi fido solo di te, Toni. E di nessun altro. Tu mi hai portato l’acqua buona, tu mi hai offerto aiuto senza chiedere niente. Questo è il mio grazie. Non è pietà, è rispetto».
Tonino arrossì fino alle orecchie, ma non ritrasse la mano. Sentì il battito accelerato di lei, il calore della pelle, il profumo di donna che non si arrendeva nemmeno con la morte dentro. «Lena… non devi…».
«Invece sì», lo interruppe lei, la voce roca. «Domani sera mi mandano la macchina. Tu intanto chiama quel professore a Roma. Fissa tutto. E tieni la bocca chiusa su quello che sai».
Si staccò da lui, ma gli lasciò la mano sul seno ancora un secondo, come sigillo. Poi sorrise, quel ghigno da Sanguigna che non prometteva niente di buono.
«A Capri porto la 10 di Maradona. Se vogliono ostentarmi, io li lascio in mutande».

La barca privata attraccò a Marina Grande poco dopo il tramonto. Il mare era nero e lucido come petrolio. Elena scese con i tacchi alti, la maglia azzurra del Napoli, numero 10, sbottonata fino allo stomaco, da puttanone.

La 10 di Dio. La maglia che urlava potere, Napoli, rispetto. Sotto, niente reggiseno. Solo la pelle calda, sudata, e il canarino del Norwich nascosto nel cuore.
Michele Caruso l’aspettava sul molo, completo bianco, sorriso da rampollo che sa di essere già re. «Sanguigna… cazzo, sei una visione». La prese sottobraccio come una trofeo da esibire. «Guardatela, ragazzi. La donna di mio padre. Ancora qua. Ancora viva. Ancora nostra».
La festa era privata, villa sul promontorio, luci basse, champagne e cocaina sul tavolo. Tutti la volevano vicino: mani che sfioravano, complimenti pesanti, buste di contanti che passavano sottobanco. «Per le cure, Elena. Per tirare». Lei sorrideva, rideva forte, si lasciava toccare. Ogni euro era letteralmente ossigeno per lei. Il tempo stringeva, il fegato bruciava, ma lei tirava.
Più tardi, nella camera padronale con vista sui faraglioni, Michele chiuse la porta. La spinse sul letto king size. «Ora basta recitare», ringhiò, togliendole la maglia azzurra con un gesto secco. Elena rimase nuda dalla vita in su, il numero 10 abbandonato per terra. Lui la prese con fame, come se possederla fosse un modo di comandare la morte.
Elena rispose con la stessa rabbia. Lo cavalcò, i seni che ondeggiavano pesanti, i capelli castani che le cadevano sul viso. Il dolore era lì, sempre, ma lei lo usava come benzina. «Più forte», gli sibilò. «Fammi sentire che sono ancora viva».
Poi arrivò il mancamento.
Un lampo nero nel petto. Il fegato esplose dentro. Le gambe le cedettero di colpo. Frana sul letto come un sacco vuoto, la bocca spalancata in un urlo muto, gli occhi rovesciati all’indietro, il corpo che tremava. Per dieci secondi eterni rimase così: immobile, bocca aperta, un filo di saliva che colava, il respiro fermo. Michele si bloccò, spaventato. «Elena? Cazzo, Elena!».
Il tempo stringeva. Il cancro non aspettava.
Ma lei tirava.
Un rantolo. Le palpebre sbatterono. Il respiro tornò, feroce. Elena afferrò Michele per i capelli, lo tirò di nuovo dentro di sé con una forza che non avrebbe dovuto avere. «Non ti fermare», ringhiò, la voce spezzata ma viva. «Continua. Io tiro. Io tiro ancora».
Riprese a muoversi sotto di lui, più violenta di prima, come se ogni colpo fosse un dito medio alla morte. Il dolore era un cane rabbioso, ma lei lo cavalcava lo stesso. Quando lui finì, lei era già con la mente altrove: contava i soldi nella borsa, pensava alle cure a Roma, al professore di Tonino, al prossimo respiro da rubare.
Michele le lasciò una busta gonfia sul comodino. «Sei una bestia, Sanguigna».
Elena sorrise, la bocca ancora sporca di fatica. Si infilò di nuovo la maglia numero 10, sudata e stropicciata. Il canarino dentro di lei cantava ancora, anche se l’aria era veleno.
«Lo so», disse piano. «E non ho finito di cantare».

Due settimane dopo Capri, Roma puzzava di asfalto, caldo e soldi.

Elena scese dal treno alla stazione Termini con la borsa piena di contanti e orologi d’oro che ancora odoravano di cocaina e mare. Tonino l’aveva accompagnata fino a piazza della Repubblica, poi era rimasto sotto i portici: «Io aspetto qua. Tu entra e fai la Sanguigna».
Lei entrò nello studio privato del professor Marco Valenti, oncologo di fama, ex primario al Gemelli. L’uomo la guardò da dietro la scrivania e un sorriso gli illuminò la faccia da tifoso sfegatato.


«Porca puttana, la numero 9 di Chinaglia!», esclamò vedendo la maglia azzurro cielo sbottonata sul petto, il grande “9” bianco che le copriva il seno sinistro come un’insegna di guerra. «Lei è la prima paziente che si presenta così. Chinaglia era un leone, signora. Come lei».
Elena si sedette, la maglia leggera che le si appiccicava alla pelle sudata. Il dolore al fegato era una staffilata costante, ma lei sorrise lo stesso. «L’ho messa per lei, professore. Ho saputo che è laziale fino al midollo. E io, quando devo combattere, mi vesto da guerriera».
Valenti annuì, serio. Aprì la cartella sul tavolo. «Allora parliamo chiaro, Sanguigna. Ho visto tutte le analisi che mi ha mandato Tonino. TAC, PET, esami del sangue, biopsia epatica».
Fece scivolare le immagini verso di lei. Lo schermo mostrava il fegato devastato: masse multiple, metastasi ai polmoni come grappoli neri, qualche macchia anche sulle ossa.
«Stadio IV, carcinoma epatocellulare da esposizione tossica cronica. Falde inquinate, solventi clorurati, diossine. Il fegato è praticamente distrutto. Senza niente, le do tre mesi scarsi. Con le cure palliative classiche, forse quattro».
Elena non batté ciglio. Il canarino dentro di lei cantava ancora.
«Ma lei vuole tirare», continuò Valenti. «E io ho un piano sperimentale. Immunoterapia combinata con un nuovo inibitore, più una terapia mirata sulle mutazioni che abbiamo trovato. Roba che non passa dal SSN, costa trentacinquemila euro al mese. Ma i dati preliminari sono buoni: possiamo rallentare tutto.
Percentuali realistiche, senza bugie; a tre mesi: 70% di probabilità di essere ancora qui, con qualità di vita decente; a un anno: 35-40%, se rispondiamo bene; a cinque anni: meno del 5%. Ma qualcuno ce la fa. E lei ha una costituzione da cavallo».
Elena si appoggiò allo schienale. La maglia numero 9 di Chinaglia le tirava sul petto. Sentì il mancamento di Capri ancora fresco nella memoria, la bocca spalancata, il buio. Ma aveva tirato allora, avrebbe tirato adesso.
«Partiamo», disse solo. «Ho i soldi. Voglio tirarla per le lunghe, Non sono finita e non voglio cedere».
Valenti la guardò negli occhi. Sapeva che tutti quei soldi sarebbero venuti da qualcosa di sporco, ma non fece domande.
«Allora iniziamo la prossima settimana. Prima infusione qui da me. E tenga quella maglia, Sanguigna. Le porta fortuna».
Elena si alzò, il dolore che le mordeva il fianco. Strinse la mano al professore.
Fuori, Tonino l’aspettava per una breve passeggiata verso Termini.
«Tre mesi senza niente. Un anno se tiriamo. Cinque anni… quasi zero».
Fece una pausa, poi sorrise storto. «Ma io tiro, Toni. E prima di crepare, porto con me qualcuno di quei bastardi».

Passarono due mesi e mezzo.
Il caldo di ottobre aveva già iniziato a mollare la presa su Caserta, ma al mercato rionale di piazza Mazzini le bancarelle erano le stesse di sempre: odore di basilico fresco, urla di prezzi, cassette di pomodori e pesche. Solo che adesso, tra una pesata e l’altra, il nome che volava di bocca in bocca era sempre uno: la Sanguigna.
«Ma come cazzo fa a essere ancora viva?»
«Doveva essere già sottoterra da un mese, dicevano i dottori.»
«Invece eccola là, la Lena, che cammina dritta come un palo e con quelle tette che sembrano ancora più grosse di prima.»
Le comari si sporgevano sopra le piramidi di frutta, voci basse ma occhi accesi di malizia pura, quella tipica del popolo che sa tutto e non sa niente.
«Io dico che è Tonino ‘o Frutta che la mantiene.»
«Eh, certo. Quello la porta a Roma ogni quindici giorni, torna con la macchina piena di buste misteriose. Medicine sperimentali, dicono. Ma secondo me c’è anche altro…»
«Tipo?»
«Tipo che se la scopa, no? Con quelle tette che tiene, la Sanguigna lo tiene per le palle. Lui le paga le cure e lei gli dà il resto. Hai visto come la guarda?»
Un ambulante di fronte, mentre pesava le melanzane, ridacchiò. «Macché. È tutta una messa in scena dei Caruso. Il nuovo boss Michele la tiene in vita perché gli serve ancora. L’ha portata a Capri, l’ha fatta vedere a tutti, e adesso le passa i soldi sottobanco. La usano come simbolo: “Guardate, pure la morte non ce la fa con la nostra gente”.»
«O magari è il veleno stesso che l’ha resa più forte,» buttò lì una vecchia con il fazzoletto in testa, facendosi il segno della croce al contrario. «Ha bevuto quella schifezza per un anno e adesso il cancro le fa il solletico. Oppure ha trovato un antidoto segreto, roba della camorra, roba che non si può dire.»
«Balle. Secondo me si è venduta l’anima. Ha fatto un patto: lei tira ancora un po’ e in cambio non parla di quello che ha visto alla villa di Don Vito. Le falde, i bidoni, tutto.»
Le risate erano mezze nervose, mezze invidiose. La Sanguigna, quella che tutti davano per morta in agonia lenta e tribolata, adesso girava ancora per il mercato due volte a settimana. Magra in faccia, sì, ma con il passo deciso, la maglia del giorno (stavolta una vecchia Lazio numero 9 stinta) sbottonata quel tanto che bastava, e il sorriso storto che non era mai sparito.
Qualcuno giurava di averla vista vomitare dietro una bancarella, altri dicevano che rideva più forte di prima.
«Comunque sia,» concluse la fruttivendola più anziana, «quella lì è più viva di noi. E Tonino… Tonino è diventato il suo angelo custode. O il suo magnaccia. O tutte e due le cose.»
Proprio in quel momento Elena passò in fondo alla piazza, borsa a tracolla, occhiali scuri, il dolore che le mordeva il fianco ma nascosto dietro il solito ghigno. Le lingue si fermarono per un secondo, poi ripresero più veloci di prima.
Lei lo sapeva. Sentiva le voci come mosche intorno alla testa.
Ma non si fermò.
Il canarino dentro di lei cantava ancora, più forte del veleno e più forte dei pettegolezzi.
E tirava.

Passarono altri due mesi. Il mercato continuava a spettegolare, ma Elena non ci passava più tutti i giorni. Andava a Roma ogni quindici giorni, con Tonino che guidava in silenzio e la lasciava sola nello studio del professor Valenti.
Quel mattino di dicembre, la stanza era fredda, le luci bianche della Tac ancora accese. Elena si era tolta la maglia della Lazio numero 9 e stava seduta sul lettino in camice, il seno pesante che premeva contro la stoffa sottile, gli occhiali appannati dal respiro corto. Il dolore al fianco non era più solo al fianco: era sceso, profondo, come un coltello che girava dentro il ventre.
Il professore entrò con la cartella in mano. Non sorrideva più come la prima volta.
«Sanguigna… le nuove analisi non sono buone.»
Posò le immagini sul tavolo luminoso. Il fegato era ancora peggio, ma non era solo quello. Due macchie nere, grosse come noci, spiccavano sull’utero. Altre, più piccole ma multiple, sull’intestino tenue e crasso. Metastasi nuove, aggressive, che il trattamento sperimentale non era riuscito a fermare del tutto.
«Il tumore si è diffuso. Utero e intestino. È un salto di qualità, non lo nascondo.» Valenti si passò una mano sul viso. «L’immunoterapia ha rallentato qualcosa, ma non abbastanza. Ora l’ipotesi è radioterapia massiccia. Sedute quotidiane per sei settimane, dosi alte, mirate con la macchina più moderna che abbiamo. Bruceremo tutto quello che possiamo bruciare. Sarà pesante: nausea feroce, diarrea, bruciore interno, forse perdita di peso rapida. Ma è l’unica carta aggressiva che ci resta per provare a contenere l’espansione.»
Elena ascoltò senza interrompere. Il canarino dentro di lei, per la prima volta, sembrò zittirsi.
Valenti continuò, la voce bassa, senza zucchero:
«Statistiche aggiornate, Elena. Senza la radio: a tre mesi siamo al 40% di probabilità di essere ancora qui. Con la radio massiccia… forse 55-60% a tre mesi, se risponde bene. A un anno scendiamo al 15-20%. A cinque anni… sotto il 2%. È crudo, ma è la verità. Il veleno che hai bevuto alla villa ha fatto un lavoro troppo profondo.»
Elena rimase immobile. Poi, per la prima volta da quando tutto era iniziato, sentì la paura vera. Non il dolore, non la rabbia. La paura pura, animale. Le mani le tremarono. La bocca si seccò. Immaginò il suo corpo che si spegneva pezzo per pezzo: prima l’utero, poi l’intestino, poi tutto il resto. Vide se stessa al mercato, non più la Sanguigna che camminava dritta, ma una donna piegata, che vomitava dietro le bancarelle mentre le comari bisbigliavano «te l’avevamo detto». Vide Tonino che la reggeva, vide i Caruso che ridevano perché lei stava crepando davvero.
Una lacrima le scese dietro gli occhiali, veloce, quasi vergognosa. Se la asciugò con il dorso della mano.
«Professore… ho paura,» sussurrò, la voce che si incrinò per la prima volta. «Non lo dico a nessuno, ma ho paura. Non voglio morire così. Non voglio che mi mangino da dentro senza che io abbia fatto niente.»
Valenti le posò una mano sulla spalla, da laziale a guerriera. «Lo so. Ma lei è la numero 9 di Chinaglia. Lei tira. Decida: partiamo con la radio la prossima settimana o no?»
Elena strinse i pugni. La paura c’era, pesante come piombo. Ma sotto, ancora viva, c’era la Sanguigna.
«Partiamo,» disse, la voce di nuovo dura. «Brucia tutto. Io tiro ancora. E quando avrò tirato abbastanza… tornerò a Caserta a sistemare i conti con chi mi ha fatto questo.»
Fuori, Tonino aspettava in macchina. Lei salì, la faccia pallida, ma gli occhi di nuovo fuoco.
Il canarino aveva ripreso a cantare. Piano. Ma cantava.