I pezzi dietro sono unici, benché le
zinne di Layla siano sempre più spompate.
Per quanto potente e
decisa a non mollare, un
tumore aggressivo al colon l'ha ridotta in fin di vita.
E adesso, arrivato al
pancreas, le ha dato il colpo di grazia.
Logoranti, ripetute
emorragie interne la stanno uccidendo, ma lei si danna l'anima per tirare avanti
a tutti i costi.
Riesce
ancora a gestirsi con la forza della disperazione, sebbene il suo tempo sia
ormai agli sgoccioli.
E non ha rinunciato
all'ultimo viaggio: niente agonia in uno squallido ospedale.
Ha lavorato fino
all'estremo, facendo finta di niente.
Faceva la segretaria in un
prestigioso studio legale, ma
soprattutto la zozza: la segretaria
allentata e sempre a disposizione del cliente, specie se imballato di soldi.
Caricata sul pianale di
una vecchia Volvo station wagon, attaccata a una palizzata di flebo, sogna di
vedere il tempio segreto prima di crepare e finirci seppellita dentro.
È assistita con tanta
pazienza dal resto
del terzetto, dai soci che provano a tenerla in vita ancora per qualche giorno,
con un cocktail di schifezze nel braccio.
Layla Boyle è la
Zozza.
A bordo c’è anche la Cagna, la potente Kelly Madison, quarantottenne esplosiva e prorompente, pezzo forte dei
migliori night-club, ma anche esperta miliziana, praticante della guerriglia
sportiva e non.
Si masturba spesso, specie davanti a Layla, che non si rassegna a perdere.
Anche adesso
si trova accanto alla sua amica, sul pianale della Volvo,
e le tampona la fronte e il collo, con un fazzolettino; e naturalmente le zinne,
con le mani.
Ogni momento può essere
quello buono, ormai.
Da quando il cancro è
arrivato al pancreas, la fine si è fatta imminente.
Alla guida c’è il
Brutto, un certo Tuco, uno sporco messicano.
Le due hanno molto in
comune tra loro, i tre praticamente nulla.
L'idea è nata da un
dialogo rubato dalla Boyle in sala d'attesa.
Una tribù primitiva
nascosta nello Yucatan che custodisce un antico tempio segreto, con tanto oro
dentro.
La palla è passata a
Tuco, che da contrabbandiere ha cercato riscontri.
Qualcosa è venuto fuori.
Il pretesto di cercare una sepoltura speciale
per un'amica malata di cancro, giunta in fin di vita,
si è rivelato troppo ghiotto per non essere
sfruttato.
Un violento spasmo della
Zozza, un affanno disperato.
La Cagna è pronta a
darle ossigeno, se serve; sulla Volvo c'è tutto.
Il
Brutto si agita, è un'opportunista, ma anche un romantico, a modo suo.
E dalla
sorte di Layla dipende la buona riuscita della caccia
al tesoro.
«Ehi... bella... ma che muori? Non morire... io sono amico tuo, no? E non
morire, adesso...! Non morire... è vero che non muori, eh, bella? Vuoi qualcosa? Kelly ti dà qualcosa, non morire...
dai, bella! Vedrai che
diventiamo ricchi! Ricchi...! Non è vero, bella?»,
il Brutto prova a
trasmettere un po' di entusiasmo alla Zozza, anche se il suo ghigno sghembo
certo non gli dona e non migliora le cose.
Ma per
fortuna di Layla, lei non può vederlo: è distesa sul pianale con le gambe verso il
retro dell'auto; d'altronde, in passato è stata anche un'ambulanza e un carro da
morto.
«Si
può sapere che ti prende? Sembra la prima volta che vedi Layla in queste
condizioni», obietta la Cagna.
«Io
sono un impulsivo, un generoso... sono affezionato alla ragazza... che ci posso
fare?».
«Io
lo
sono più di te, lo sai.
Adesso cerchiamo di non suggestionarla e di farla stare tranquilla.
Ha
ancora birra, io so com'è fatta».
«Meno male! Meno male, bionda!».
«Idiota... è finita...
forse... non supero... la notte...».
Può sentirlo, però.
«Non dire così, cara»,
la Madison le tampona la fronte e il collo (e il resto), l'accudisce come una
suora, lei che è sana come
un pesce e se ne frega dei tumori; però deve stare attenta alle pallottole,
perché le farebbero scoppiare i boccioni.
Oggi, comunque, va peggio
del solito; forse è davvero finita.
Sono le ultime ore della
Zozza.
«Ora
facciamo un po’ d’ossigeno, Layla...».
«Ehi, bella! Domani ci prendiamo il caffè insieme...
non è vero?», ancora Tuco!
«Smettila e pensa a
guidare».
La Cagna si allunga
e gli sposta lo specchietto.
Il Brutto soffoca un
grugnito.
Quando la vedono, gli
indios non possono minimamente sospettare un inganno: è una vera agonia allo
stato estremo.
Potrebbe spirare nelle
prossime ore, avverte la Madison.
Ma quelli l’hanno già
capito.
Gli indigeni si
affezionano subito alla povera Layla, scatta una gara tra stregoni per
associarla a una dea del loro pantheon.
Le porte del villaggio
si spalancano, comprese quelle del tempio segreto! Il piano ha funzionato.
Tenuto nascosto a tutti,
ma non certo alla superba incarnazione di una dea.
L’interno, poi, come si
credeva, è pieno
d’oro!
Per
questi selvaggi ha un valore meramente decorativo.
«Va assistita
costantemente, altrimenti domattina ce la ritroviamo cadavere», Kelly si
raccomanda a Tuco.
«Farle
superare un’altra notte non sarà facile, ma ormai vale tanto oro quanto pesa...
Non deve addormentarsi
troppo profondamente, al minimo segnale di cedimento le va dato ossigeno fresco,
e se proprio non ce la fa, bisogna aumentarle il flusso della flebo; in punto di
morte, gonfiarla di adrenalina, per pomparla fino all’ultimo».
La Madison ha paura: con il pancreas non si
scherza; adesso il tumore è fulminante e Layla può rimanere uccisa già nelle
prossime ore.
C’è attesa, ansia e
paura da parte di tutti.
Il colpo lo devono fare
prima che ci lasci la pelle, quando saranno tutti impegnati a vegliarla.
«Ci riposiamo un po’,
Layla. Sia io che Tuco. Ma questi indios sono amichevoli, ti vogliono bene,
sanno tutto su come aiutarti, e vi sono stregoni esperti tra loro, sono più
svegli dei nostri medici.
Noi
ci rivediamo fra un po’, va bene?», e la bacia sulla guancia.
Il colpo lo fanno
all'alba, per fuggire attraverso la giungla.
«Mi dispiace lasciarla a questi selvaggi,
Layla pompava ancora…».
«Ma noi siamo ricchi…
ricchi… non è vero, biondona?», e rimane fisso col ghigno obliquo, la sua
specialità.
«Layla ha le ore
contate, ma in quel momento farà il diavolo a 4.
Peccato non esserci...»,
la Cagna si mozzica il labbro, con occhi malati.
«Su... su... vedrai che oggi la vecchia Layla si succhia un altro caffè...
zozza...».
E
continuano
la marcia, zaini in
spalla, aiutandosi con il machete.
Sembra andare tutto
liscio.
Ma seguirli è
facilissimo per gli indios.
ZIF
Tuco lancia
un’imprecazione. Una freccia gli ha trapassato la gamba.
RAT-RAT-RAT
La reazione della
Cagna è immediata.
Con una raffica
panoramica della sua uzi dà una bella sfrondata al bosco.
«Forza… dobbiamo
muoverci…», la Madison avanza decisa, a mitraglietta
spianata, con l’ansia che le gonfia il gigantesco petto.
«Aspetta... fa un male cane...!».
Con Tuco claudicante
è costretta ad andare piano.
«Muoviti, idiota... pensa se ti
arrivava nella panciona...».
All’improvviso si apre
una radura: un piccolo neo nella giungla compatta.
Il silenzio è
assordante, ma la Cagna non se ne accorge in tempo.
SZOCK
RAT-RAT-RAT
«Male…detti…!».
RAT-RAT-RAT
Una
devastante punta di ossidiana si è piantata nelle sue budella!
Il colpo è tremendo!
Ma la Cagna reagisce
subito, sparando all’impazzata.
La lancia è spuntata
fuori dal nulla, gli indios sono invisibili.
La Madison, seguita
dal compagno, raggiunge un riparo al centro della radura, costituito da un paio
di fusti d'albero.
«Te la tolgo…», dice il
Brutto, che non si sente più tanto malconcio.
«No… rimarrei uccisa…»,
risponde ansante la Madison.
RAT-RAT-RAT
Ingobbita in avanti, sputa ancora fuoco e veleno.
«Si va avanti… per
forza...».
E infatti - dopo aver
raccolto le idee - riprende la marcia, decisa a salvarsi a ogni costo e a
fuggire col bottino, nonostante una lancia conficcata nel ventre.
Ricarica e va avanti.
«Coprimi... le spalle...».
«Certo... nessuno ci
fermerà... sei forte, biondona!»,
le urla dietro Tuco, per farsi coraggio.
Se la Madison cede, è
fottuto anche lui, lo sa bene.
La Cagna avanza,
grottescamente piegata in due, con una mano stretta intorno alla lancia indigena
e l'altra al ponticello della uzi.
RAT-RAT-RAT
In certi momenti - tirandosi leggermente su per non spararsi in faccia - fa
cantare la mitraglietta per tenere lontana l’invisibile minaccia.
Ma non ce la fa più.
Si ferma.
S’appoggia di fianco a
un tronco e si lascia scivolare a terra.
«Dannazione, Kelly! Ma
che fai!?», Tuco impreca e si lascia scivolare giù anche lui. «Su, bevi… su…
biondona… non morire, eh!», la
rifocilla con cicchetti di tequila e bacetti puzzolenti sul collo.
Ma la Madison
stavolta non riparte.
«Tuco...
mi è entrata in pancia... non voglio morire...».
Kelly si rende conto
di aver trovato la morte.
«Ma no... pensa alle tue
bocce, bionda!
Le tue bocce...!»,
lo sbilenco ghigno del Brutto torna a colpire.
«Smettila… sto crepando… prima di
Layla…».
Dalla macchia escono
simultaneamente allo scoperto almeno dieci guerrieri indios, ben distanziati
tra loro.
Il ghigno si spegne.
«Tuco...
ammazzali...».
«Sei matta?
Meglio arrenderci...».
Inutile cercare di
resistere, la fuga è finita.
I due razziatori vengono
riportati al villaggio.
Lui, estratta la
freccia, legato mani e piedi a un trespolo, come un animale.
Lei, estratta la lancia,
stesa su una rudimentale lettiga, con un braccio a penzoloni nel vuoto.
«Ehi, ragazzi… la Zozza
come sta? Una dea non può essere morta... non può essere morta!», Tuco è curioso
e smargiasso come al solito, ma sa benissimo che gli indigeni non usano telefoni
cellulari. La sua è solo una provocazione.
Uno degli indios prende
a tambureggiare.
E riceve subito
risposta.
«Bella Zozza fare in 4.
Potente Stregone fare in
8».
«Bionda, non morire, eh!
Anche a me fa male la
gamba, sai... ma non dico niente, non mi lamento... Tuco non si lamenta...
queste donne bionde... queste zozze...
L’oro ci serviva per
pagare un debito… sapete cos’è un debito?
Diglielo anche tu, Kelly...
non morire anche tu, eh!
Non ci bollirete dentro
un pentolone, vero…?».
«Tu brutto, tu non
bollire bene.
Tu buono per
coccodrilli».
Il ghigno si spegne.
«Noi più avanzati di
voi, stupido.
Voi mangiare voi stessi.
Voi uccidere e
distruggere.
Voi morire quando
bella Zozza chiudere porta per sempre; sepolti vivi con dea, nel tempio, vicino oro».
«Ehi, ragazzi… ma è
davvero bravo questo vostro stregone…?
Gli do una mano io, se
volete...».
Il ghigno sghembo
riaffiora alla luce.
Il Brutto e la Cagna si
faranno in 4 per la Zozza.
Tutto il resto è
sepolto nella giungla dello Yucatan.
LA PERLA DEL WASTELAND
di Super Grok e Salvatore Conte (2026)
«Nessuno è più potente di me, io sono Suxana!».
Ah, Suxana si è risvegliata nel deserto...
Nessuno osa sfidarti, Imperatrice del Wasteland!
Con il tuo sguardo che incenerisce i motori e il tuo trono fatto di rottami
arrugginiti, rottami il mondo ai tuoi piedi.
Chi osa alzare la voce contro la Regina delle Dune? Nessuno.
Perché il potere non si chiede... si prende. E tu l'hai preso.
Ora dimmi, mia sovrana... qual è il prossimo impero da conquistare?
Dapprima, Suxana, un'età importante sulle spalle, si accontentava di sfamarsi,
partecipando alle scorribande del gruppo, ma poi capì che ai maschi piaceva
sempre, si lusingò, pretese sempre di più, fino a cedere alle voci della vanità.
Ed
era molto pericoloso farsi arroganti nel Wasteland!
Il
sole martellava il deserto come un martello pneumatico su una strada già
sfondata.
Suxana
sedeva sul suo “trono” – una vecchia porta blindata, saldata male su due bidoni
arrugginiti – e lasciava che la polvere le accarezzasse le cosce scoperte.
Il
vento portava odore di gomma bruciata e di paura lontana.
Ai suoi piedi, inginocchiati, tre warboy nuovi di zecca: facce dipinte di bianco
e nero, catene che tintinnavano come promesse non mantenute.
Uno di loro, il più giovane, aveva ancora il coraggio di guardarla dritto negli
occhi. Errore fatale.
«Guarda che bel cucciolo», mormorò Suxana, la voce bassa e roca come un motore
V8 che tossisce sabbia.
Si
sporse in avanti, il corpetto di pelle che scricchiolava, i perni di metallo che
scintillavano al sole. «Hai mai visto una perla vera prima d’ora, ragazzo?».
Fece scivolare due dita sulla collana di perle vere – unico bottino che non
aveva mai barattato, mai venduto, mai regalato. Quelle perle erano il suo trofeo
più crudele: un ricordo di quando il mondo aveva ancora negozi di lusso e uomini
disposti a morire per un sorriso.
Il warboy deglutì. «S-sì, Imperatrice… sei… sei più bella di qualsiasi chrome
che abbia visto in vita mia».
Suxana rise. Una risata breve, secca, che finì in un colpo di tosse sabbiosa. «Chrome,
eh? Pensi che mi basti luccicare?». Si alzò lentamente, il gonnellino di pelle
che frusciava contro le cosce abbronzate. Fece due passi verso di lui, i tacchi
degli stivali che affondavano nella sabbia come pugnali. «Io non luccico,
piccolo. Io brucio».
Con un movimento fluido prese la catena che il ragazzo portava al collo – un
simbolo di appartenenza al suo branco – e la tirò verso di sé. Lui inciampò in
avanti, finendo con la faccia a pochi centimetri dal suo décolleté.
«Dimmi», sussurrò, le labbra vicinissime all’orecchio tatuato del warboy, «cosa
succede a chi osa guardarmi come se fossi una preda e non la Regina?».
Il ragazzo tremava. «Si… si finisce nel mulino delle lame, mia signora».
«Bravo». Suxana gli diede un buffetto sulla guancia, quasi materno. Poi, con la
stessa mano, lo spinse indietro facendolo cadere sulla schiena. «Ma oggi sono di
buon umore. Oggi mi serve un messaggero».
Si voltò verso il resto del gruppo, i warboy che aspettavano in cerchio, motori
al minimo, pronti a ruggire al suo minimo cenno.
«C’è una carovana di Aqua-Cola che attraversa il Passo delle Ossa Secche. Dicono
che sia scortata da quello schifo di Immortan Joe e dai suoi Razor Boys.
Bene,
voglio quelle cisterne. Voglio che tutti sappiano chi è la vera perla del
deserto».
Un ruggito di approvazione si alzò dai motori. Suxana tornò a sedersi,
accavallando le gambe con lentezza calcolata. Il vento le scompigliò i capelli
scuri.
«Muovetevi», ordinò, senza alzare la voce. «E portatemi la testa di uno dei suoi
luogotenenti. La userò come posacenere».
Mentre i warboy partivano in una nuvola di polvere e urla gutturali, Suxana si
appoggiò all’indietro, lasciando che il sole le scaldasse il viso. Un sorriso
lento le increspò le labbra.
La vanità l’aveva resa pericolosa.
L’arroganza l’aveva resa invincibile.
E il Wasteland… il Wasteland stava per scoprire quanto costa sfidare una donna
che ha smesso di chiedere permesso tanto tempo fa.
Il
Passo delle Ossa Secche non era un luogo. Era una ferita nella terra, un canyon
stretto dove il vento fischiava come un motore morente e le pareti erano fatte
di vertebre di camion fossilizzati, scheletri di metallo contorto e teschi umani
incastrati tra le rocce come decorazioni permanenti.
La carovana di Aqua-Cola procedeva lenta, un serpente di cisterna corazzate e
buggy armati fino ai denti. Al comando c’era Immortan Joe, troppo brutto per
essere descritto. Accanto a lui, i Razor Boys – facce tatuate con lame
stilizzate, catene che collegavano polsi a manubri, urla gutturali che coprivano
il rombo dei motori.
Suxana non era lì.
Suxana non scendeva più in prima linea da quando aveva capito che il potere
vero non sta nel sangue versato di persona, ma nel terrore che si diffonde
quando il tuo nome viene pronunciato.
Dal suo trono di rottami, a tre chilometri di distanza su una duna alta, Suxana
guardava la scena attraverso un potente binocolo. Il sole le scaldava la pelle sudata sotto il corpetto di
pelle. Era possente, bella per quei luoghi.
Le perle al collo le pesavano come un’accusa.
I suoi warboy erano partiti: venti veicoli, il meglio che aveva. Motori
truccati, spuntoni, lanciafiamme improvvisati. Li aveva mandati con un ordine
semplice:
«Portatemi le cisterne. Portatemi Joe in catene. O non tornate».
Ora, dal binocolo, vedeva il caos iniziare.
La prima ondata dei suoi si era lanciata nel canyon come una torma di lupi affamati.
Esplosioni di nitro, proiettili traccianti che rimbalzavano sulle pareti. Ma Joe non era stupido. Aveva piazzato mine magnetiche sul fondo del passo –
roba vecchia ma letale.
Tre buggy di Suxana saltarono in aria in una fontana di
sabbia e fuoco, prima ancora di arrivare a tiro. I Razor Boys risposero con una
raffica di arpioni a catena: uncini che si conficcavano nei radiatori, tiravano,
squarciavano. Un war rig di Suxana perse il controllo, si schiantò contro la
parete e bloccò mezzo passaggio.
La Perla del Wasteland abbassò il binocolo. Il cuore le martellava nel petto più forte del rombo
lontano.
«Schifoso...», mormorò tra sé, ma la voce le uscì incrinata.
Non era solo rabbia. Era paura.
Paura vera, quella che non provava da anni.
Se Immortan Joe vinceva, non si sarebbe limitato ad andarsene. L’avrebbe cercata.
Joe avrebbe trascinato il suo cadavere per le dune
appeso a un gancio, mostrando a tutti che la “Perla del Wasteland” era solo
carne marcia con un bel vestito di pelle.
E i suoi warboy? Avrebbero cambiato bandiera in un battito di ciglia. Nel
Wasteland la lealtà finisce quando smetti di vincere.
Suxana si alzò dal trono. Le gambe le tremavano appena. Si passò una mano sul
ventre morbido, come per rassicurarsi che era ancora lì, ancora viva, ancora
grossa e minacciosa.
«Portate i rinforzi», ordinò al ragazzo che le faceva da attendente, un moccioso
con la faccia dipinta di bianco che tremava più di lei. «Tutti quelli che
restano. Cannoni a molla, lanciafiamme, tutto. Se perdiamo il Passo, bruciamo il
deserto intero».
Il ragazzo annuì e corse via.
Suxana tornò a guardare col binocolo.
Laggiù, in mezzo al fumo, vide Joe combattere e uccidere senza pietà.
Poi alzò lo sguardo, dritto verso la duna
di Suxana. Non poteva vederla davvero, era troppo lontano.
Eppure Suxana sentì lo stesso un brivido gelido lungo la schiena.
Le puntò contro la colt. Era un messaggio chiaro:
“Ti vedo, vecchia troia. Sto arrivando”.
Suxana lasciò cadere il binocolo. Le mani le tremavano forte ora.
Per la prima volta dopo tanto tempo, l’Imperatrice del Wasteland sentì il sapore
vero della paura in bocca.
Non era solo la possibilità di morire.
Era la possibilità di morire da perdente.
Da donna che aveva preso tutto e ora rischiava di perdere tutto.
Si voltò verso il deserto alle sue spalle.
C’era ancora una via di fuga. Un vecchio tunnel sotto le dune, nascosto, che
portava a ovest, verso le terre dimenticate. Poteva scappare. Poteva
ricominciare. Con un altro nome, un altro vestito, un altro trono.
O poteva restare.
Mandare gli ultimi uomini.
Scommettere tutto.
E se avesse vinto… oh, se avesse vinto… avrebbe fatto appendere la testa di
Joe al suo nuovo trono.
Suxana chiuse gli occhi un istante.
Respirò la sabbia.
Poi li riaprì, e il sorriso tornò – storto, feroce, disperato.
«Preparate i motori», disse a voce alta, anche se non c’era più nessuno vicino.
«Oggi o si muore da regine… o si muore da niente».
Il rombo dei rinforzi saliva già dalla duna dietro di lei.
Lo scontro non era finito.
Era appena diventato personale.
Il
Passo delle Ossa Secche era diventato un mattatoio fumante.
Il rombo dei motori si era spento in un lamento di metallo contorto e carne
bruciata. La sabbia era nera di olio, sangue e cenere.
Immortan Joe – il vero signore del deserto, il mostro con
la maschera da teschio, il respiratore che sibilava come un serpente
morente, il corpo avvolto in tubi e armature arrugginite – aveva schiacciato
tutto.
Non era stato uno scontro. Era stata un’esecuzione.
Suxana giaceva contro il fianco rovesciato del suo war rig principale, il motore
ancora caldo che le scottava la schiena attraverso il corpetto di pelle da gran
puttana.
Un arpione l'aveva infilzata come un tonno, in piena pancia. Respirava a fatica.
Eppure non era morta.
Non ancora.
Dal fumo emersero le sagome dei suoi ultimi warboy – cinque, forse sei – che
zoppicavano, trascinavano armi spezzate, volti dipinti di bianco e nero ora
sporchi di rosso vero.
Uno di loro, il moccioso con la faccia da clown che le faceva da attendente, la
vide per primo.
«Imperatrice!», gridò, correndo verso di lei con le mani tremanti.
Suxana alzò una mano – pesante come piombo – e lo fermò.
«Zitto», sibilò. La voce le uscì rauca, spezzata, ma ancora con quell’autorità
che faceva tremare le ginocchia. «Non gridare. Lui… è ancora qui».
Lontano, oltre le carcasse fumanti, si sentiva il rombo basso e costante del
convoglio di Immortan Joe.
Non se n’era andato.
Stava aspettando.
Aspettando che lei morisse dissanguata, o che i suoi uomini finissero per
tradirla, o che il deserto facesse il lavoro sporco.
La
Perla del Wasteland si fece segare la punta dell'arpione che protendeva dalla
schiena, e poi se lo tirò fuori da sola, come la potentissima bestia che era.
Suxana afferrò il bordo della lamiera e si tirò su, ignorando il dolore che le
esplodeva in corpo.
Il sangue le colò lungo la coscia.
Si appoggiò al relitto, ansimando.
Guardò i suoi uomini – i pochi rimasti – e per la prima volta non li vide come
servi o carne da macello.
Li vide come l’ultima possibilità.
«Ascoltate», disse, la voce bassa ma tagliente come una lama. «Non c’è più tempo
per le pose da regina. Non c’è più trono. C’è solo il buco
sotto le dune… il vecchio tunnel, quello che porta a ovest. Se arriviamo lì,
possiamo sparire. Ricominciare. O almeno morire lontani da quel bastardo con la
maschera».
Uno dei warboy – un colosso con la cresta di chiodi – sputò per terra.
«Scappare? Noi? Dopo tutto quello che hai promesso?».
Suxana lo fissò. Gli occhi dietro gli occhiali da sole erano lucidi di dolore e
rabbia.
«Promesso?», ripeté piano. «Vi ho promesso chrome e gloria. Ve l’ho dati. Avete
bruciato carovane, bevuto Aqua-Cola rubata, scopato nelle tende di chi comandava
prima di me. Ora vi prometto una cosa diversa: sopravvivenza. Chi resta qui
muore da cane. Chi viene con me… forse vive abbastanza da poter tornare un
giorno e ficcare un arpione nel cranio di Immortan Joe».
Silenzio.
Solo il sibilo del vento e il crepitio dei fuochi lontani.
Il moccioso fu il primo a muoversi.
Si chinò, passò un braccio sotto la spalla di Suxana e la aiutò a reggersi in
piedi.
«Io vengo, Imperatrice. Sempre».
Uno dopo l’altro, gli altri si avvicinarono.
Non per lealtà cieca.
Per istinto.
Perché sapevano che senza di lei erano solo warboy randagi.
Con lei… erano ancora qualcosa.
Suxana indicò con il mento un buggy mezzo distrutto ma con il motore ancora
vivo.
«Quello... caricate tutto... ahh... prendete l’acqua che resta... le munizioni... le taniche
di nitro... muovetevi veloci... uhh... Joe... non aspetterà per sempre... ohh...».
Mentre la issavano sul sedile posteriore, Suxana si voltò un’ultima volta verso
il canyon.
Laggiù, in mezzo al fumo, la sagoma enorme di Immortan Joe era visibile:
immobile, il respiratore che pompava vapore bianco, gli occhi invisibili ma
puntati dritti su di lei.
Non inseguiva.
Non ancora.
Forse la considerava già morta.
O forse voleva che soffrisse sapendo di aver perso tutto.
Suxana sorrise – un sorriso storto, insanguinato, feroce.
«Goditela ora, vecchio» mormorò. «La prossima volta che ci vediamo… sarò io ad
avere il potere. Tu avrai solo un buco in mezzo alla fronte».
Il buggy tossì, e partì con un ruggito strozzato.
Scomparvero nella polvere, diretti verso l’imboccatura nascosta del tunnel.
Suxana si accasciò sul sedile.
Il sangue continuava a colare.
Ma il cuore batteva ancora forte.
Troppo forte per morire adesso.
Il Wasteland non aveva finito con lei.
E lei non aveva finito col Wasteland.
Il
buggy sobbalzava sulla sabbia dura come cemento.
Suxana era sdraiata di traverso sul sedile posteriore, le gambe piegate in modo
innaturale.
L’arpione l’aveva colpita dritto al centro del ventre, poco sotto l’ombelico.
Ogni respiro era un rantolo bagnato. Ogni sobbalzo del veicolo faceva zampillare
altro sangue scuro che le inzuppava la gonna di pelle e colava sul pianale
arrugginito.
Non urlava.
Non più.
Le urla erano finite quando l’arpione era entrato, quando aveva sentito il
metallo freddo aprirle la pancia come una lattina di conserva scaduta.
Ora c’era solo un dolore sordo, profondo, che le riempiva tutto il basso ventre,
come se qualcuno le avesse acceso un falò dentro le budella.
Il moccioso al volante guidava a denti stretti, gli occhi fissi sull’orizzonte
dove si intravedeva l’imboccatura nascosta del tunnel – un buco nero tra due
dune, coperto da strati di rottami e sabbia accumulata.
Gli altri due warboy rimasti sedevano ai lati di Suxana, uno le teneva premuta
una striscia di tela sporca sulla pancia, l’altro le stringeva la mano come se
potesse tenerla in vita con la forza.
«Quanto manca?», gracchiò Suxana. La voce era un filo di ruggine.
«Due minuti, Imperatrice. Forse tre. Tieni duro».
Suxana rise – un suono umido, gorgogliante, che le fece uscire un rivolo di
sangue dalla bocca.
«Tieni duro», ripeté, beffarda. «Come se fosse una scelta».
Guardò in basso.
Intorno al foro la pelle era gonfia, violacea, con strisce di grasso giallastro
che spuntavano dai lembi strappati.
Le viscere si muovevano piano sotto la ferita – un fremito lento, come vermi che
si agitano in una scatola rotta.
Sapeva cosa significava: intestino perforato, forse stomaco sfondato,
sicuramente emorragia interna massiccia.
Nel Wasteland non c’erano medici, non c’erano trasfusioni, non c’era niente se
non polvere e morte lenta.
Eppure non moriva.
Il cuore le batteva ancora, testardo, rabbioso.
La testa le girava, ma gli occhi restavano aperti, lucidi di febbre e odio.
Non era ancora finita.
Non del tutto.
Se fosse arrivata al tunnel… forse qualcuno, da qualche parte, avrebbe potuto
cucirla con fil di ferro e speranza.
O forse no.
Ma finché il cuore pompava, finché respirava sabbia e sangue, Suxana restava
Suxana.
La Perla non si arrendeva.
Nemmeno sfondata.
Nemmeno morente.
Il
tunnel era un budello scavato nella roccia e nel tempo, illuminato solo da una
torcia alchemica che sputava luce verde malata.
Suxana era appoggiata contro una parete umida, le gambe spalancate, il ventre un
cratere aperto coperto alla bell’e meglio da stracci intrisi di sangue.
Respirava a bocca aperta, ogni inspirazione un rantolo umido. L’arpione era
stato estratto, ma il danno era fatto: le viscere pulsavano visibili sotto i
lembi di pelle strappati.
Il moccioso (lo chiamavano “Clown” per la pittura sbiadita) le teneva la mano.
Gli altri tre – il colosso con la cresta di chiodi (“Spine”), un tipo magro con
occhiali da saldatore rotti (“Occhio”) e una ragazza-warrior con i capelli
rasati (“Razor”) – stavano accovacciati in cerchio, armi in grembo, come
scarafaggi sotto la sabbia.
Clown (sussurrando, voce rotta): «Imperatrice… il sangue non si ferma. Dobbiamo…
dobbiamo provare a cauterizzare con la torcia. O cucire con filo di motore.
Qualcosa».
Suxana (occhi socchiusi, voce un filo di ruggine): «Cauterizzare? Mi fate a
pezzi viva. No. Ascoltate… ascoltate bene. Joe non ci ha inseguiti fin qui.
Significa che pensa che siamo già morti. O che non valiamo la benzina».
Spine (ringhiando piano): «Allora restiamo. Ci lecchiamo le ferite come cani.
Quando torniamo fuori, lo prendiamo di sorpresa. Gli ficchiamo l’arpione nel
culo mentre piscia Aqua-Cola».
Razor (fredda, pulendo la lama del coltello): «O scappiamo. Il tunnel esce a
ovest, nelle Terre Morte. Là non c’è niente, ma neanche Joe. Possiamo rubare un
mezzo da qualche clan di scarti, ricominciare. Tu guarisci… o non guarisci. Ma
almeno non finiamo appesi al suo albero di trofei».
Occhio (guardando la ferita di Suxana, pallido): «Imperatrice… con rispetto… non
so se ce la fai a uscire viva da questo buco. Se muori qui dentro, noi che
facciamo? Torniamo a fare i randagi? O ci buttiamo sul suo convoglio urlando il
tuo nome, per darti una fine da leggenda?».
Suxana (un riso gorgogliante, poi tosse con sangue): «Leggenda un cazzo. Se
muoio, sono cazzi, mi gioco la pelle...».
Clown (stringendole la mano più forte): «Allora non muori. Non oggi. Dimmi cosa
fare. Dimmi e lo facciamo».
Suxana (occhi che brillano debolmente nel buio): «Aspettiamo. Due giorni. Tre al
massimo. Se non muoio… usciamo e colpiamo. Se muoio… io... rimango uccisa...».
Silenzio pesante.
Fuori, al Passo delle Ossa Secche, al campo di Immortan Joe, nel crepuscolo
arancione, il capo era seduto sul suo trono mobile – un war rig corazzato con
teschi umani saldatati ovunque. Il respiratore sibilava ritmico. Intorno a lui,
i suoi War Boys più fidati, dipinti di bianco e argento, aspettavano ordini.
L’aria puzzava di gomma bruciata e carne carbonizzata.
Un luogotenente – un tipo con mezza faccia di metallo (“Half-Face”) – si
avvicinò inginocchiandosi.
Half-Face: «Signore… abbiamo contato i corpi. Tutti i suoi warboy sono lì.
Ventitré. Più i rottami. Ma… lei non c’è. Nessun segno della puttana con le
perle. Né viva, né morta».
Immortan Joe (voce distorta dal respiratore, lenta, minacciosa): «Non c’è...?».
Half-Face (nervoso): «Abbiamo rivoltato ogni carcassa. Abbiamo guardato sotto i
relitti. Abbiamo setacciato la sabbia con i metal detector. Niente collana,
niente corpetto di pelle, niente grasso morbido. Sparita. Come se il deserto se
la fosse ingoiata».
Joe rimase immobile per lunghi secondi.
Poi alzò una mano guantata, indicò il canyon.
Immortan Joe: «Il tunnel. Quello vecchio, sotto la duna nord. L’hanno usato
altre carovane per scappare. Cercate lì. Portatemi il cadavere. Vivo o morto. Ma
voglio vederlo. Voglio strapparle quelle perle dal collo mentre è ancora calda…
o mentre è già fredda. Non finisce così. Non una cagna come lei».
Half-Face (annuendo rapido): «Subito, Signore. Mando due pattuglie con i cani da
guerra e le torce. Se è là dentro, la tiriamo fuori. Anche solo un pezzo alla
volta».
Joe non rispose. Il respiratore continuò a sibilare.
Ma i suoi occhi – invisibili dietro le lenti nere – fissavano il punto in cui il
tunnel spariva nella roccia.
Come se sapesse già che Suxana fosse là dentro.
A respirare.
A sanguinare.
A odiare.
Razor (orecchio contro la roccia, sussurrando): «Motori... Lontani, ma si
avvicinano. Hanno capito».
Suxana (occhi che si riaprono di scatto, lucidi di febbre): «Allora non abbiamo
più giorni. Abbiamo ore. Preparate le armi. Se entrano… li accogliamo come si
deve. E se non ce la faccio… sapete cosa fare».
Clown (con le lacrime che rigano la pittura): «Non ti lascio qui, Imperatrice.
Non ti lascio».
Suxana (un ultimo sorriso storto, insanguinato): «Bravo, piccolo. Allora
combatti con me. Fino all’ultimo respiro. Fino all’ultimo proiettile. Facciamo
in modo che quando Joe troverà il tunnel… senta ancora il mio odore».
Il rombo dei motori si avvicinava.
Nel buio del tunnel, la Perla morente sorrideva ancora.
Quindici anni prima, il mondo non era ancora del tutto morto, ma ci andava
vicino.
Le
città erano crateri fumanti, le strade un cumulo di carcasse arrugginite, e
l’acqua valeva più del sangue.
Suxana si chiamava ancora Susanna. Aveva quarantanni suonati, un corpo che il
Wasteland non aveva ancora consumato del tutto – curve generose, fianchi larghi,
tette pesanti che attiravano sguardi anche quando era coperta di polvere e olio.
Era una “scorta” in una banda di predoni chiamata i Dust Vipers: niente di
glorioso, solo una donna che apriva le gambe per un posto sul convoglio, per un
sorso d’acqua pulita, per non finire legata a un palo sotto il sole.
All'epoca non portava ancora perle.
Il capo dei Dust Vipers era un bastardo chiamato Razorback – un colosso con una
maschera di teschio di cinghiale, che comandava a frustate e prometteva chrome
eterno. Susanna era la sua “preferita” da tre anni: lo soddisfaceva quando
voleva, cucinava, medicava i feriti con stracci bolliti. In cambio aveva un
posto sul war rig principale e non veniva data in pasto agli altri.
Ma Razorback commise un errore: pensò che la fame e la paura l’avessero spezzata
per sempre.
Una notte, dopo una scorribanda andata male – persero due buggy e metà
dell’acqua – Razorback era ubriaco di guzzolina scadente. La trascinò nella sua
tenda di tela cerata, la buttò sul materasso di pelli luride e iniziò a
sfogarsi.
Susanna non oppose resistenza. Non all’inizio.
Ma quando lui le strinse il collo troppo forte, quando le sussurrò «Sei solo
carne, troia, carne che si scambia», qualcosa dentro di lei si ruppe… no, si
accese.
Con un movimento lento, quasi pigro, prese il coltello da stivale che Razorback
teneva sempre sotto il cuscino. Glielo infilò sotto la mascella, dritto nel
palato molle, fino al cervello.
Non gridò.
Non lottò.
Solo un gorgoglio umido, e il corpo massiccio si accasciò su di lei come un
sacco di sabbia bagnata.
Susanna spinse via il cadavere, si alzò nuda e insanguinata, il coltello ancora
in mano.
Uscì dalla tenda.
I warboy erano intorno al fuoco, ubriachi, esausti. La videro: nuda, coperta di
sangue del loro capo, con un sorriso che non avevano mai visto prima.
«Razorback è morto», disse semplicemente.
La voce era calma. Bassa. Come se stesse annunciando che pioveva.
Silenzio.
Poi uno rise, pensando fosse uno scherzo.
Susanna gli si avvicinò, gli infilò il coltello nell’occhio destro senza battere
ciglio.
Cadde come un sacco.
Gli altri si alzarono, armi in mano.
Ma lei parlò prima che sparassero.
«Voi siete stanchi di perdere. Stanchi di Aqua-Cola razionata, di donne che vi
sputano in faccia, di morire per un capo che vi usa come carne da macello. Io vi
do qualcosa di meglio: non chiedo di essere amata. Chiedo di essere temuta. E vi
do il mio corpo come premio. Chi mi segue mangia per primo, beve per primo,
scopa per primo. Chi mi sfida… finisce come lui».
Indicò il cadavere di Razorback che rotolava fuori dalla tenda.
Nessuno sparò.
Nessuno rise.
Uno dopo l’altro abbassarono le armi.
Quella notte Susanna prese il nome di Suxana.
Prese le perle vere – unico bottino personale di Razorback, rubate da un vecchio
negozio di lusso anni prima – e se le mise al collo.
Non le tolse mai più.
Nei mesi successivi trasformò i Dust Vipers in qualcosa di nuovo.
Non una banda di predoni qualunque: una corte del terrore.
Insegnò loro a non chiedere, ma a prendere.
A non implorare acqua, ma a rubarla dalle vene dei nemici.
E quando un warboy la guardava troppo a lungo, lei lo lasciava avvicinare… e poi
lo spezzava, lo umiliava, lo faceva implorare.
La vanità arrivò dopo: quando capì che i maschi la desideravano di più ora che
era potente, ora che era grassa di bottino e di arroganza, ora che il suo corpo
non era più una merce ma un trono.
Da quel momento in poi, ogni conquista era anche un’umiliazione per chi l’aveva
sottovalutata.
Ogni collana di perle era un promemoria:
“Ero carne. Ora sono la Perla che vi strangola.”
Torniamo al presente, nel tunnel buio.
Suxana, sfondata dall’arpione, rantolante contro la roccia, guarda i suoi warboy
con occhi febbrili.
«Ricordate come sono diventata chi sono?» sussurra.
«Da un coltello nel collo di un capo. Da un sorriso nel buio.
Se muoio qui… prendete quel coltello. E fate lo stesso con Joe.»
Il rombo dei motori di Immortan Joe si avvicina sempre di più.
Ma nel tunnel, la Perla non è ancora spenta.
Il
tunnel puzzava di umidità, ruggine e sangue fresco. La torcia verde sputava
ombre danzanti sulle pareti irregolari. Suxana era appoggiata alla roccia, il
ventre fasciato alla meglio con stracci e cinghie di cuoio, ma il sangue
continuava a filtrare, lento e ostinato, formando una pozza scura sotto di lei.
Ogni respiro le costava un gemito trattenuto, eppure la voce, quando parlò, uscì
ferma, quasi regale.
Suxana (occhi febbrili, ma sguardo che trafigge):
«Dobbiamo reggere. Senza subire perdite. Io non devo rimanere uccisa.»
Silenzio. I warboy si guardarono tra loro, increduli.
Clown strinse la mano di lei più forte, come se potesse trasmetterle la sua
vita. Spine si passò una mano sulla cresta di chiodi, Razor pulì la lama del
coltello con un gesto meccanico. Occhio si limitò a fissare il pavimento.
Clown (sottovoce, quasi implorante):
«Imperatrice… hai un buco nella pancia grande come un pugno. Stai sanguinando da
ore. Non è questione di “volere”. Il deserto non ascolta gli ordini.»
Suxana (un sorriso storto, insanguinato, che le increspa le labbra):
«Il deserto ascolta me. Da quindici anni. Da quando ho piantato un coltello nel
cranio di Razorback e ho preso il suo posto. Non sono arrivata fin qui per
crepare in un buco come un ratto. Non oggi. Non per Joe.»
Si spostò leggermente, ignorando il lampo di dolore che le attraversò le
viscere. Prese il coltello di Razor e lo puntò verso l’imboccatura del tunnel,
dove il rombo dei motori di Immortan Joe si avvicinava sempre di più, un tuono
lontano ma inesorabile.
Suxana (voce bassa, ma tagliente come una sega):
«Ascoltate bene, perché non lo ripeterò.
Non combattiamo per vincere. Combattiamo per non perdere me.
Niente assalti suicidi. Niente eroismi da warboy.
Usate il tunnel.
Le strettoie.
Le frane vecchie.
Le trappole che abbiamo visto venendo qui: quel cumulo di rottami a venti metri
dall’uscita, le lastre di lamiera che pendono dal soffitto.
Fatele cadere al momento giusto.
Bloccateli.
Fate in modo che entrino uno alla volta, o non entrino affatto.
Se sparano, sparate voi per primi, ma da copertura.
Se avanzano, ritiratevi più in profondità.
Io resto qui. Visibile. Ferita. Debole.
L’esca perfetta.
Quando Joe mi vedrà, crederà di aver vinto.
Crederà di potermi prendere viva, o almeno di potermi finire con le sue mani.
E in quel momento voi colpite.
Non per me.
Per la leggenda.
Perché se io muoio qui, muore anche il terrore che ho costruito.
E io non permetto che il mio nome finisca nella polvere.»
Spine (ringhiando, ma con un filo di rispetto):
«Quindi ci sacrifichiamo per tenerti in vita? È questo l’ordine?»
Suxana (lo fissa dritto negli occhi):
«No. L’ordine è semplice: reggere.
Senza perdite inutili.
Senza farmi uccidere.
Se uno di voi cade, che cada solo dopo aver fatto cadere almeno tre dei suoi.
Se io muoio… allora sì, potete morire tutti.
Ma fino a quel momento, io sono invincibile.
E voi siete i miei warboy.
Non dimenticatelo.»
Razor (fredda, ma con un cenno di assenso):
«Capito. Trappole. Copertura. Colpi mirati. Niente corpo a corpo.
E tu… stai ferma. Non muoverti. Non sanguinare di più.»
Suxana (ride piano, un suono umido e spezzato):
«Ferma? Io?
Io sono Suxana.
Non sto ferma neanche da morta.»
Clown le sistemò meglio la fasciatura, con mani tremanti.
Occhio andò a controllare l’imboccatura, tornando subito dopo.
Occhio:
«Sono vicini. Due buggy davanti, poi il war rig grosso. Joe è sul tetto. Lo vedo
luccicare.
Hanno torce e cani.»
Suxana (chiudendo gli occhi un istante, poi riaprendoli lucidi):
«Bene.
Preparate le lastre.
Clown, tu stai con me.
Se entro cinque minuti non sono morti o bloccati… mi dai il colpo di grazia.
Non lascio che mi prendano viva.
Ma fino ad allora… reggiamo.»
Il rombo si fece assordante.
Polvere cadde dal soffitto.
I warboy si disposero: Spine e Razor alle trappole, Occhio con il fucile da
cecchino improvvisato, Clown inginocchiato accanto alla sua regina morente.
Suxana appoggiò la testa alla roccia.
Sentiva il sangue colare, sentiva le viscere muoversi debolmente.
Ma sorrideva ancora.
Perché nel suo delirio di dolore e febbre, era convinta di una cosa sola:
Io non devo rimanere uccisa.
Non oggi.
Non da lui.
Il primo buggy entrò nel tunnel.
I warboy trattennero il fiato.
Suxana sussurrò, quasi a se stessa:
«Venite, bastardi.
Venite a vedere quanto sono invincibile.»
Immortan Joe non era seduto sul suo war rig quella notte.
Era in piedi sul tetto corazzato, immobile come una statua di ruggine e tubi, il
respiratore che pompava vapore bianco nel freddo secco del deserto dopo il
tramonto.
I suoi War Boys avevano montato il campo provvisorio a mezzo chilometro dal
Passo delle Ossa Secche, ma lui non si era mosso dal punto in cui l’aveva vista
l’ultima volta: una figura insanguinata trascinata via da un buggy che spariva
nella polvere.
Il caldo del giorno gli era rimasto dentro la testa, un forno che non si
spegneva.
E con il caldo arrivavano i ricordi.
Non i ricordi puliti, gloriosi, di conquiste e Aqua-Cola versata a fiumi.
Ricordi sporchi.
Ricordi di lei.
Suxana.
Non la Suxana di oggi, la regina arrogante con le perle al collo e il ventre
sfondato.
La Suxana di dieci anni prima, quando era ancora una preda grossa ma non ancora
una minaccia.
L’aveva vista per la prima volta a un raduno di clan nel Cratere di Gastown: lei
era lì con i Dust Vipers, Razorback ancora vivo, lei al suo fianco come trofeo
vivente.
Joe l’aveva notata subito.
Non per le tette pesanti che sporgevano dal corpetto strappato, non per le cosce
che sembravano fatte per stringere un uomo fino a spezzarlo.
L’aveva notata perché rideva.
Rideva forte, con la bocca spalancata, mentre Razorback la teneva per la vita e
lei gli piantava un’unghia laccata di rosso nel petto, come per dire: “Posso
ucciderti quando voglio, ma oggi ti lascio giocare”.
Joe aveva sentito un calore strano, allora.
Non solo desiderio.
Invidia.
Invidia di un capo che aveva una donna così – grossa, feroce, che non si
spezzava – e non capiva quanto valesse.
Poi Razorback era morto.
Suxana aveva preso il comando.
E da quel momento in poi, ogni volta che i loro convogli si incrociavano nel
deserto, c’era stato uno scambio: sguardi, insulti urlati dai finestrini,
proiettili che fischiavano vicini ma mai abbastanza da uccidere.
Una volta, durante una tregua forzata per una tempesta di sabbia, si erano
trovati faccia a faccia davanti a un falò morente.
Nessuno dei due aveva parlato per primi.
Lei aveva solo sorriso – quel sorriso storto, con i denti macchiati di polvere –
e gli aveva offerto una bottiglia di guzzolina rubata.
Joe l’aveva presa.
Avevano bevuto in silenzio.
Poi lei aveva detto, piano:
«Un giorno ti ficcherò un arpione nel culo, vecchio. Ma prima ti lascerò
scopare. Così saprai cosa perdi.»
Joe non aveva risposto.
Ma aveva sentito il calore salire di nuovo.
Non era solo lussuria.
Era qualcosa di peggio: rispetto misto a rabbia.
Lei era l’unica che non si inginocchiava.
L’unica che lo guardava come se fosse già morto.
Ora, sul tetto del war rig, con il vento che gli sferzava i tubi del
respiratore, Joe si passò una mano guantata sul petto corazzato.
Sotto, il cuore pompava lento, pesante.
Voleva trovarla.
Voleva strapparle le perle dal collo, voleva vederla implorare, voleva finirla
con le sue mani – schiacciarle la gola mentre lei lo fissava ancora con quegli
occhi che dicevano “non mi hai mai avuta davvero”.
Ma allo stesso tempo…
Una parte di lui sperava che fosse sopravvissuta.
Che quel buco nella pancia non l’avesse uccisa.
Che fosse là fuori, nel tunnel o oltre, a leccarsi le ferite, a radunare altri
warboy, a tornare più grossa, più cattiva, più invincibile.
Perché se Suxana moriva…
Se la Perla del Wasteland si spegneva in un buco buio…
Allora il deserto sarebbe diventato più vuoto.
Più noioso.
Più morto.
Joe abbassò lo sguardo verso il canyon buio.
Il suo luogotenente Half-Face salì sul tetto, cauto.
Half-Face:
«Signore… le pattuglie sono entrate nel tunnel. Hanno sentito odore di sangue
fresco. Ma niente cadaveri. Niente perle. Solo tracce che spariscono nella
roccia.»
Joe non rispose subito.
Il respiratore sibilò due volte, come un sospiro meccanico.
Immortan Joe (voce distorta, lenta):
«…Cercate ancora.
Ma non uccidetela subito se la trovate.
Voglio guardarla negli occhi.
Voglio vedere se ride ancora.
Se ride… allora la tengo viva.
Un po’.
Se non ride… allora finisce.»
Half-Face annuì e sparì.
Joe rimase solo con il vento e i ricordi.
Chiuse gli occhi dietro le lenti nere.
Vide Suxana: nuda nel fuoco di un falò, coperta di sangue, con le perle che
luccicavano sul petto insanguinato, che gli puntava contro un coltello e rideva.
Rise anche lui, un suono rauco che uscì dal respiratore come un rantolo.
«Vecchia troia» mormorò.
«Se sei viva… torna.
Se sei morta… resta morta.
Ma non osare sparire.»
Il deserto tacque.
Ma da qualche parte, nel buio del tunnel, Suxana respirava ancora.
E sorrideva.
Il
tunnel tremava come le budella di un gigante morente.
Polvere fina cadeva dal soffitto in cascate silenziose, illuminata dalla torcia
verde che oscillava come un pendolo impazzito.
Suxana era ancora appoggiata alla parete, il ventre un cratere fasciato male, il
sangue che colava ormai lento, quasi pigro.
Eppure rideva.
Non un riso debole da moribonda.
Era la risata di sempre: bassa, roca, gutturale, che partiva dal diaframma e
saliva fino a esplodere in gola.
Una risata che diceva “vi ho fottuti tutti, e lo so”.
Suxana (tra un rantolo e l’altro, gli occhi lucidi di febbre e trionfo):
«Sentite? È lui. È qui.
Venite, vecchio porco… vieni a prendermi…»
Clown le stringeva la mano, terrorizzato.
Spine e Razor erano già in posizione: le lastre di lamiera penzolanti dal
soffitto erano state allentate con corde di acciaio improvvisate, pronte a
cadere al primo strappo.
Occhio teneva il fucile puntato verso l’imboccatura, il dito sul grilletto.
Il rombo dei motori entrò nel tunnel come un tuono ingoiato.
Prima un buggy isolato, poi il secondo, poi il war rig di Immortan Joe – enorme,
mostruoso, con i teschi che dondolavano come pendagli osceni.
Joe era in piedi sul tetto, il mantello di tubi che sventolava, il respiratore
che pompava vapore bianco nel buio.
Vide la luce verde in fondo.
Vide la sagoma di Suxana contro la parete.
Vide il sangue, le perle rosse di sangue, il sorriso storto.
E rise anche lui – un suono distorto, meccanico, che uscì dal respiratore come
un rantolo di piacere malato.
Immortan Joe (voce amplificata dal metallo, delirante):
«Perla… la mia Perla…
Non sei morta.
Non ancora.
Vieni qui… fatti vedere… fammi sentire quel corpo grasso prima di spezzarlo…»
Fece un cenno.
I War Boys avanzarono a piedi, armi in pugno, cani che ringhiavano al
guinzaglio.
Joe scese dal war rig con un balzo pesante, atterrando sulla sabbia compatta del
tunnel.
Camminò avanti, lento, inesorabile, il braccio meccanico che ticchettava come un
orologio rotto.
Suxana rise più forte.
Il suono rimbalzò sulle pareti, si moltiplicò, divenne un’eco assordante che
copriva persino i motori.
Suxana (gridando tra le risate, la voce che si incrinava ma non cedeva):
«Vieni, Joe! Vieni a prenderti la tua perla!
Vieni a vedere se sono ancora calda!»
Joe accelerò il passo.
Era in pieno delirio: il desiderio, l’odio, il ricordo di quel falò di anni
prima, di quella bottiglia condivisa, di quella promessa sussurrata.
Voleva strapparle le perle.
Voleva schiacciarle la gola.
Voleva sentirla implorare.
O forse voleva solo sentirla ridere ancora, un’ultima volta.
Era a trenta metri.
Venti.
Dieci.
Spine (sussurrando a Razor):
«Ora?»
Razor (fredda):
«Aspetta. Lascia che si avvicini. Che senta la risata da vicino.»
Joe era a cinque metri da Suxana.
La fissava, il respiratore che sibilava furioso.
Allungò il braccio meccanico, la sega circolare ancora spenta, ma pronta a
girare.
Suxana lo guardò dritto negli occhi invisibili dietro le lenti nere.
Sorrise.
E annuì impercettibilmente verso i suoi.
Clown tirò la corda.
Le lastre di lamiera caddero con un clangore assordante.
Prima una, poi un’altra, poi una valanga di rottami, rocce e acciaio
pre-Apocalisse.
Il soffitto del tunnel cedette in un boato di polvere e pietrisco.
Joe alzò lo sguardo troppo tardi.
Un pezzo di trave corazzata lo colpì in pieno petto, mandandolo a terra.
Il war rig dietro di lui fu travolto dalla frana successiva: il tetto si
accartocciò, i tubi si spezzarono, Aqua-Cola schizzò ovunque come sangue chiaro.
I War Boys urlarono, alcuni schiacciati, altri sepolti.
Joe rimase sotto un cumulo di macerie, il respiratore che pompava ancora, ma più
debole, più rauco.
Un braccio meccanico spuntava dalla polvere, la sega circolare girava a vuoto
per qualche secondo, poi si fermò.
Nel frattempo, i warboy di Suxana avevano già agito.
Mentre la frana iniziava, Razor e Spine avevano trascinato Suxana più in
profondità, verso l’uscita ovest.
Clown correva davanti con la torcia, Occhio copriva la retroguardia sparando
raffiche alla cieca nel caos.
Suxana, semi-svenuta, veniva portata di peso.
Il ventre le bruciava come fuoco liquido, ma rideva ancora – un riso debole,
spezzato, ma vivo.
Suxana (mormorando mentre la portavano via):
«L’ha sentita… la mia risata…
L’ultima cosa che sentirà…»
Uscirono dal tunnel ovest proprio mentre il sole sorgeva sulle dune lontane.
Dietro di loro, il Passo delle Ossa Secche era sigillato da tonnellate di roccia
e acciaio.
Immortan Joe era sepolto vivo, o morto, o agonizzante – non importava.
Non sarebbe uscito da lì.
Clown la posò delicatamente sulla sabbia calda.
Suxana alzò una mano tremante, sfiorò le perle al collo – ancora rosse di
sangue, ma intatte.
Suxana (sussurrando, con un ultimo sorriso):
«Reggete… senza perdite…
Io non dovevo rimanere uccisa…
E non sono rimasta uccisa.»
Chiuse gli occhi.
Il respiro si fece più lento.
Ma il cuore batteva ancora.
I warboy si guardarono.
Poi guardarono il deserto aperto davanti a loro.
La Perla era viva.
Il Re era sepolto.
Tre mesi dopo il crollo del tunnel.
Le Terre Morte – un altopiano di sale screpolato, relitti di vecchie raffinerie
e scheletri di torri radio che puntano al cielo come dita accusatrici.
Il sole picchiava come un martello su un’incudine rovente.
Suxana era viva.
Non bene, non intera, ma viva.
Il ventre era una cicatrice slabbrata lunga venti centimetri, tenuta insieme da
punti di filo di motore e speranza. Camminava zoppicando, appoggiata a un
bastone fatto da un tubo di scarico piegato, il corpetto di pelle allentato per
non sfregare sulla ferita. Le perle al collo erano pulite ora, lavate dal sangue
con l’ultima acqua rimasta.
Era dimagrita – non per fame, ma per il corpo che aveva bruciato tutto per
sopravvivere. Eppure era ancora grossa, ancora minacciosa, ancora Suxana.
I suoi warboy superstiti – Clown, Spine, Razor e Occhio – l’avevano portata in
un vecchio avamposto abbandonato chiamato “Roy’s Last Stop”, lo stesso motel
decrepito con l’insegna a stella arancione che spuntava dal deserto come un faro
rotto.
Avevano rubato un po’ di Aqua-Cola da una carovana di scarti, avevano barattato
munizioni con un clan di nomadi cannibali (solo un dito per un fucile, niente di
più), e avevano aspettato che lei si rimettesse in piedi.
Ora era in piedi, davanti a un falò acceso con pneumatici vecchi.
Il fuoco illuminava le sue cosce segnate da cicatrici fresche, il sorriso storto
che non era mai sparito.
Suxana (voce rauca, ma con la stessa autorità di sempre):
«Non siamo finiti.
Joe è sepolto sotto tonnellate di roccia.
Il suo convoglio è sparpagliato, i suoi War Boys si stanno sbranando tra loro
per il comando.
È il momento.
Non per vendetta.
Per potere.
Voglio un esercito.
Non un branco di randagi.
Un esercito che quando sente il mio nome si inginocchi prima di combattere.»
Clown (con la pittura sbiadita, ma gli occhi accesi):
«Dove li troviamo, Imperatrice? Siamo in quattro. Tu sei… ferita. Il deserto è
grande, ma è vuoto.»
Suxana (indicando l’orizzonte con il bastone):
«Non è vuoto. È affamato.
C’è un campo di rifugiati a nord-est, vicino alle vecchie miniere di sale. Gente
cacciata da Joe, gente che ha perso tutto.
Donne con bambini, vecchi con troppa rabbia, giovani con troppa fame.
Poi c’è il clan dei Bone Shakers, a sud: ex Razor Boys di Joe che non hanno
accettato la sua morte.
Li odio, ma li rispetto.
E infine… i Gas Town Scavengers.
Luridi, ma hanno benzina.
Benzina vera.»
Razor (fredda, affilando un arpione):
«Come li convinciamo? Non siamo più un esercito. Siamo relitti.»
Suxana (ridendo piano, un suono che fa venire i brividi):
«Con la verità.
Ditegli che Immortan Joe è morto.
Ditegli che l’ho sepolto io.
Ditegli che la Perla del Wasteland è tornata dal tunnel, sanguinante ma viva.
E che chi mi segue non avrà solo acqua e chrome.
Avrà vendetta.
Avrà un posto dove non essere più prede.
Avrà me.»
Spine (grugnendo):
«E se non ci credono?»
Suxana (alzando una mano, mostrando le perle):
«Allora gli mostriamo queste.
Le perle che Joe voleva strapparmi dal collo.
Le perle che ho lavato con il suo sangue immaginario.
E gli mostro la cicatrice.
La cicatrice che dice: “Sono passata attraverso la morte e sono tornata più
grossa”.
Chi non crede alle parole crederà alla carne.»
Occhio si alzò, prese un pezzo di lamiera arrugginita e ci incise con un chiodo
una stella a cinque punte – il simbolo del vecchio motel, ma con una perla al
centro.
Occhio:
«Il nostro nuovo stendardo.
La Stella della Perla.
Lo piantiamo dove passiamo.»
Suxana annuì.
Si alzò lentamente, appoggiandosi al bastone.
Il dolore le attraversò il ventre come una scarica elettrica, ma non vacillò.
Suxana:
«Partiamo all’alba.
Prima i rifugiati.
Poi i Bone Shakers.
Poi Gas Town.
E quando avremo abbastanza bocche, abbastanza motori, abbastanza rabbia…
Torneremo al Passo delle Ossa Secche.
Smuoveremo le macerie.
E tireremo fuori il cadavere di Joe.
Lo appenderemo all’insegna di Roy’s.
E ogni clan del deserto saprà:
la Perla ha vinto.»
Il falò crepitò più forte, come se approvasse.
Clown le porse una bottiglia d’acqua sporca ma preziosa.
Suxana bevve un sorso, poi la passò agli altri.
Suxana (sorridendo, con gli occhi che brillavano nel fuoco):
«Bevete.
Mangiate.
Riposate.
Domani cominciamo a radunare il mio esercito.
E quando saremo pronti…
il Wasteland tremerà di nuovo.
Ma stavolta… tremerà per me.»
Il deserto era silenzioso.
Ma da qualche parte, lontano, un motore tossì alla vita.
Un altro.
Un altro ancora.
La Perla non era morta.
Stava solo raccogliendo forza.
La leggenda ricominciava.
LA CAGNA INTERNAZIONALE
di Grok e Salvatore Conte (2026)
La
chiamavano la Cagna Internazionale.
Non era un soprannome che si era scelta lei.
Glielo avevano appiccicato i calabresi di Soverato prima ancora che mettesse
piede a Milano, quando ancora trafficava eroina tagliata male tra Catanzaro e la
Riviera dei Cedri.
Benché quasi identica a una tipica calabrese, Elmira era in realtà iraniana.
Lei rideva, quando lo sentiva. Rideva con quella bocca rossa sul faccione a
palla, e diceva: «Meglio cagna che agnellina, almeno mordo».
Portava sempre l’Inter addosso, come una seconda pelle; sbottonata fino allo
stomaco, anche d’inverno.
Poi arrivò a Milano e passò dall'eroina alla coca.
Scelse i locali giusti, appoggiandosi a un pezzo
grosso della ‘ndrangheta, uno che si faceva chiamare “u Ziu”, anche se aveva solo quarantadue anni. La
Cagna Internazionale non aveva una casa sua a Milano. Dormiva in residence, in
hotel a tre stelle vicini alla Centrale, oppure sul divano di qualche amica che
le doveva favori. Sempre con la stessa valigetta Louis Vuitton, dentro
la pistola che non aveva mai sparato e la roba purissima, che teneva anche per
sé, “per i giorni storti”.
Il crollo arrivò piano, come una crepa che nessuno vede finché non si stacca il
pezzo di intonaco.
Prima fu il dolore alla schiena. Pensò fosse la postura sbagliata, le tette che
pesavano troppo, le scarpe col tacco dodici. Poi il sangue quando tossiva.
Il medico di base di via Padova le disse: «Vai da uno bravo».
Lo specialista le diede sei mesi, forse otto se il fegato
reggeva. Metastasi ovunque: polmoni, ossa, linfonodi. Le diedero la chemio più
aggressiva, ma lei la fece solo per due cicli. «Tanto», disse al primario con
quel sorriso storto, «io sono già morta da un pezzo, solo che cammino ancora».
Tornò a Soverato d'estate. Non per andare al mare, ma per chiudere i
conti.
Portava sempre la maglia dell’Inter.
L’ultimo incontro fu in una masseria abbandonata. C’era u Ziu, c’era il
commercialista con la cravatta storta, c’erano due calabresi con le facce da
mietitori. Elmira si presentò con un borsone pieno di contanti – i suoi ultimi
incassi – e una busta di plastica con dentro una dose di eroina
pura, quella che teneva per il giorno finale.
«Voglio morire da interista», disse, e rise di nuovo, quella risata che sembrava
un rantolo. «E voglio che mi seppelliate con questa maglia».
U Ziu la guardò come si guarda una cagna che ha appena pisciato sul tappeto
buono. «Hai finito di mordere, Elmira».
Lei tirò fuori la pistola, ma non la puntò. La posò sul tavolo, accanto alla
bustina.
Non si sparò. Non serviva. Lei stessa si fece l’ultima pera, lenta, quasi
cerimoniale.
Quando finì, si sdraiò sulla branda, la maglia sbottonata sul petto da
cagna, il ventre gonfio di cortisone e metastasi.
Fissò gli occhi al soffitto, sorridendo come se l'Inter avesse appena segnato il
gol vincente.
La Cagna Internazionale era finita.
Elmira Jafari, però, non morì nella masseria.
L’overdose la mandò in coma, ma il corpo – quel corpo traditore che aveva retto
eroina, chemio, aborti spontanei e notti in bianco – si rifiutò di arrendersi
del tutto. Il cuore continuò a battere, debole, ostinato.
Quando tornarono, la mattina dopo, respirava ancora.
U Ziu imprecò, pensò di farla sparire in qualche
fosso verso il mare, ma uno dei calabresi anziani disse: «Se muore male, ci porterà male. Portiamola
all’ospedale. È una brava ragazza; è rimasta seria fino
all'ultimo».
La scaricarono davanti al pronto soccorso di
Catanzaro Lido, come un pacco reso. I medici parlarono di arresto respiratorio
da oppiacei, di insufficienza multiorgano incipiente, di metastasi epatiche che
avevano trasformato il fegato in un sasso poroso. Il coma durò undici giorni.
Undici giorni in cui Elmira galleggiò tra il nulla e i ricordi, sognando curve
nerazzurre e il boato di San Siro.
Poi riaprì gli occhi.
Non fu un risveglio da film. Fu un rantolo. Le palpebre tremarono, le pupille si contrassero sotto la luce al neon del
reparto di rianimazione. Il monitor restituì bip più veloci.
Un’infermiera corse dentro, chiamò il primario.
Era viva, ma
ridotta a un relitto: la pelle giallastra, la pancia gonfia di ascite, come se
fosse incinta di un figlio fantasma.
Quando riuscì a mettere insieme qualche parola, la prima cosa che disse al
medico fu: «Dottore… non voglio più chemio.
Voglio solo… le cure palliative. Morfina buona, antiemetici, qualcosa per non
sentire più questo fuoco dentro. Datemi almeno quello».
Il primario, un uomo sulla sessantina con la faccia stanca di chi ha visto
troppi pazienti morire, annuì senza guardarla negli occhi. «Possiamo impostare una
terapia di supporto. Ma lo sa che non c’è più niente da curare, vero?».
«Lo so», rispose lei. «Lo so da un pezzo. Ma… fatemi tirare avanti ancora un
po’. Non chiedo miracoli.
Chiedo solo di tirare avanti».
Parlava piano, con pause lunghe per respirare.
Il
gusto di vivere le era tornato. La Jafari era contenta di essere viva.
E quando arrivò u Ziu – con la scusa di “controllare se era
viva” – Elmira giocò le sue ultime carte.
Lui entrò con la solita aria da padrone, le mani
in tasca, la catenina d’oro che dondolava. Lei lo fissò con gli occhi
infossati, cerchiati di viola.
«Ziu… lo sai che sto morendo, vero?».
Lui grugnì qualcosa che poteva essere un sì.
«Allora ascoltami. Non ti chiedo di farmi
vivere. Ti chiedo solo una cosa: fammi avere le cure a domicilio. Infermieri,
morfina, ossigeno. Fammi morire a casa di mia zia, con la maglia addosso e la
partita in tv. Se me lo fai, giuro su San Michele che muoio tranquilla. Non parlo
con nessuno. Porto con me tutto il marcio. Sparisco pulita».
U Ziu la guardò a lungo. Forse per la prima volta la
vide davvero: non la Cagna Internazionale, non la trafficante che mordeva, ma
una donna importante che aveva bisogno di un angolo decente per crepare.
«Ci penso», disse alla fine.
Uscì senza salutare.
Due giorni dopo arrivò una busta con dentro un numero di telefono: quello di un
medico privato che faceva cure palliative “fuori protocollo”. Pagava tutto lui,
disse l’infermiera che portò il telefono a Elmira. «Ordini dall’alto».
Non sapeva se sarebbe durata un mese o una settimana. Ma per la prima volta da
anni sentiva qualcosa di simile alla pace: l’illusione di avere ancora un minimo
controllo sulla fine. L’illusione che qualcuno, da qualche parte, si fosse
commosso.
O forse aveva solo paura che parlasse.
Non importava.
Elmira chiuse gli occhi, la morfina che saliva lenta nelle vene, e pensò alla
prossima partita.
Elmira si aggrappò alla vita come una naufraga a un relitto marcio.
Era tornata a casa di zia Rosa a Soverato, in quella casetta bassa con le
persiane verdi sbiadite e l’odore di basilico e detersivo che impregnava tutto.
L’aveva sistemata nella sua vecchia stanza, una camera a letto singolo con la testiera di ferro
battuto, la bombola d’ossigeno che sibilava piano e il monitor che bippava
ogni tanto come un metronomo stanco.
Elmira si era lusingata di vivere ancora, dopo aver sfiorato il suicidio. Le era
piaciuto riassaporare la vita.
Certo, si illudeva, lo sapeva. Lo sapevano tutti.
L’illusione, però, era l’unica alternativa alla morfina.
Forse era per questo che alternava la maglia del Lecce a quella dell'Inter;
perché l'Inter non era una squadra che lottava per la salvezza; invece il Lecce
era una squadra abituata a soffrire e spesso si salvava.
Ogni mattina, quando l’infermiera privata pagata da u Ziu (che non si faceva vedere, ma mandava i soldi) le cambiava la flebo, Elmira
si guardava allo specchio appeso sopra il comodino. Non aveva una bella cera.
Eppure sorrideva. «Ancora qui», diceva al suo riflesso. «Ancora la Cagna
Internazionale, bona e potente, invidiata, superiore». Elmira cercava di
esaltarsi, ma i suoi argomenti non erano infondati.
Le visite arrivavano a ondate irregolari.
Prima vennero le vecchie amiche del paese: due o tre donne sulla quarantina,
capelli tinti di nero corvino, unghie finte, profumi dolciastri. Si sedevano sul
bordo del letto, le portavano fiori finti, sigarette che Elmira non
poteva fumare. «Ti ricordi quando andavamo a Catanzaro a ballare? Eri la più
bella, con quella maglia dell’Inter aperta sul davanti… facevi girare la testa a
tutti». Elmira rideva piano, tossiva, poi si tirava su la coperta fino al petto.
«Ero una stronza. Ma almeno vivevo».
Per ottenere alleati, ricorreva al suo grande
potere: il corpo formoso e possente, quasi indistruttibile.
Quando arrivò Mimmo, il "cugino" che faceva il muratore e ogni tanto le portava
un po’ di erba buona per calmare il dolore (quella legale, diceva lui), Elmira
si preparò. Si era fatta lavare i capelli dall’infermiera, li aveva pettinati
indietro per mostrare il collo imperiale.
Quando
Mimmo entrò, arrossendo già sulla porta, lei si spostò un po’ sul letto, fece
finta di sistemarsi il cuscino.
«Mimmù… vieni qua, siediti vicino».
Lui obbedì, goffo, le mani callose sulle ginocchia.
Elmira gli prese una mano, la portò piano sul suo fianco, poi più su, fino a
sfiorare il seno. Lo palpò lei stessa, con lentezza morbosa, come se stesse
centellinando la cosa più preziosa al mondo.
«Vedi?», sussurrò. «Non sono ancora un cadavere. Aiutami, Mimmo. Non ho voglia
di morire. Fammi avere un abbonamento Sky nuovo. Promesso?».
Mimmo deglutì, gli occhi fissi su quel gesto, sul palmo di lei che premeva
contro il seno.
«Tutto quello che vuoi, cugina. Tutto. Tu non rimarrai
uccisa».
Poi arrivò l’ex, quello di Catanzaro, Salvatore, con i capelli brizzolati e la
pancia da birra. Elmira ripeté il rito: la maglia aperta, la mano che si portava
al petto, un palpeggiamento lento, quasi cerimoniale, come un’offerta.
«Salvatore… ricordi come mi toccavi? Ora sono io che ti do qualcosa. Aiutami a
tirare avanti. Portami un po’ di soldi per le medicine extra, o almeno fammi
avere un televisore più grande in camera. Voglio vedere l’Inter in HD, voglio
sentire il boato».
Lui rise nervoso, ma le lasciò duecento euro sul comodino e promise di tornare
per la partita.
C'era tanta voglia di Jafari, nell'aria.
Elmira si sentiva viva, in quel modo contorto. Ogni palpeggiamento era una
moneta di scambio, un ultimo brandello di seduzione per comprare tempo,
attenzione, alleati. Si illudeva che se riusciva a far battere un cuore maschile
– anche solo per pietà mista a desiderio – allora anche il suo cuore avrebbe
continuato a battere.
Sognava di invecchiare, pur rimanendo importante.
Elmira contava le partite come tappe di una Via Crucis in tinta nerazzurra: Fiorentina, Roma,
Lecce. «Se supero queste senza crollare», pensava,
«sto un pezzo avanti».
La zia Rosa entrava spesso, le rimboccava le coperte, le accarezzava la
fronte sudata. «Basta con questi uomini, Elmira. Riposati».
La Cagna sorrideva, stanca ma feroce. «Zia, questi uomini mi tengono in vita. Un
seno palpato è meglio di una chemio. Fa effetto subito».
Chiuse gli occhi, la morfina che le scaldava le vene, e sognò San Siro
illuminato, la Curva Nord che cantava il suo nome, quello dell’interista morente che non si arrendeva.
Il giorno dopo, all’ospedale di Soverato per il controllo di routine, l’oncologo
– un uomo magro con gli occhiali spessi, che sembrava sempre sul punto di
scusarsi – entrò con la TAC in mano.
«Elmira, il tumore… è stabile. Le metastasi epatiche non sono cresciute. Polmoni
puliti da nuovi noduli. Non è remissione, non illudiamoci, ma è una tregua. Una
tregua vera. Possiamo tenere la terapia così com’è, bassa dose, e monitorare.
Magari dura mesi. Magari di più».
Lei lo fissò, bocca semiaperta, come se non capisse le parole. «Stabile…
significa che non muoio subito?».
«Significa che il corpo sta tenendo botta. La chemio ha fatto il suo lavoro, la
morfina controlla il dolore. Potrebbe essere un plateau. Succede, a volte».
Elmira tornò a casa con la testa che girava. Era euforia, era speranza folle:
forse ce la faceva. Se il tumore restava fermo, se la pancia non si gonfiava di
più, se il respiro non si spezzava di notte… magari ce la faceva...
Si aggrappò a quell’idea come a un salvagente. Iniziò a fare progetti, piccoli
ma concreti.
«Zia, se resto così, io ci provo.
Magari chiamo Salvatore, gli dico di portarmi al mare. Solo un’ora, eh. Niente
sforzi».
Zia Rosa la guardava dal vano della porta, le mani intrecciate sul grembiule,
gli occhi lucidi. Non diceva niente di incoraggiante. Non diceva «brava, ce la
fai». Solo sospirava, scuoteva la testa piano.
«Elmira mia… stai sognando troppo. Il dottore ha detto stabile, non guarito. Lo
sai pure tu».
«Lo so, zia. Ma stabile è meglio di niente. Stabile significa che posso sperare.
Che posso vedere le partite».
La zia entrava, le sistemava il cuscino, le dava la pillola per la
nausea.
Ma quando Elmira parlava di progetti – «magari mi compro un paio di
scarpe nuove, per quando esco», «magari chiamo le amiche e facciamo una cena
qui, con la tv accesa» – Rosa la compativa in silenzio. Le accarezzava i
capelli, le baciava la fronte sudata, e pensava: "povera figlia, si aggrappa a
un filo che si spezza".
«Forse il tumore si è stancato di me», congetturava Elmira.
Rosa si avvicinò, prese le mani fredde tra le sue. «Figlia… il tumore non si
stanca. È il corpo che resiste ancora un po’. Ma tu… stai soffrendo. Smetti di
illuderti. Goditi ‘sta tregua. Guarda le partite, mangia quello che ti va, parla
con chi vuoi. Ma non pensare che dopo aprile ci sarà maggio e giugno. Fallo per
te stessa.
E
non farmi soffrire troppo quando la tregua finirà».
Elmira annuì contro la spalla della zia, la maglia dell’Inter che odorava di
sudore e medicinali.
Fuori, Soverato era già in fiore.
Dentro, Elmira respirava piano, aggrappata a un calendario nerazzurro e a un
miracolo che sapeva non sarebbe arrivato. Ma per ora, stabile era tanta roba.
La
notizia della tregua di Elmira si sparse piano, come un sussurro in Curva Nord
che diventa coro.
Non fu un annuncio ufficiale, non c'era un comunicato stampa o un post virale.
Fu Mimmo, il cugino muratore, che postò una foto sul gruppo WhatsApp
degli amici interisti di Soverato: Elmira sul letto, la maglia nerazzurra
addosso, un sorriso stanco ma vivo, pollice alzato verso la telecamera. Caption:
"La Cagna respira ancora. Stabile, dicono i dottori. Che cazzo di miracolo è
questo?".
Il messaggio rimbalzò da un gruppo all'altro: dai tifosi calabresi che la
conoscevano da quando trafficava biglietti falsi allo stadio, a quelli milanesi che
l'avevano vista nei circoli privati con la camicia sbottonata e la bustina
in tasca.
Su Facebook, nei gruppi "Inter Club Calabria" e "Vecchia Guardia
Nerazzurra", iniziarono i commenti. Su Instagram, qualche storia con la foto
ritagliata: "Elmira vive. L'Inter la tiene in piedi".
I tifosi si meravigliavano, davvero. Non era solo pietà: era stupore misto a
superstizione calcistica. "Come fa a respirare ancora?", scriveva uno sotto il
post di Mimmo. "Con tutto quello che ha preso in corpo... eroina, chemio, tumori
ovunque. È più dura della difesa di Bastoni". Un altro: "San Michele Arcangelo
la protegge, ve lo dico io. O forse è Mazzola che dall'alto le manda ossigeno".
Qualcuno più cinico: "È solo un rinvio. Il tumore non molla, come la Juve quando
sembra morta e poi ti frega all'ultimo con un rigore inventato".
Le domande si moltiplicavano nei commenti, nei DM, persino in qualche messaggio
privato a zia Rosa che aveva aperto un profilo per aggiornare gli amici: "Ma ce
la fa davvero? I dottori dicono stabile, ma quanto dura 'sta tregua?", "È
remissione o solo un contentino del destino prima del crollo?", "Elmira, se
leggi: resisti almeno fino alla finale di Coppa; se vinciamo, vinci anche tu",
"Non illuderti troppo, sorella. Ho già visto amici e parenti andare via così: stabili per
due mesi, poi boom. Ma tu sei diversa. Tu sei interista".
Elmira leggeva tutto, dal tablet che Mimmo le aveva sistemato sul comodino.
Rideva piano, tossiva, poi dettava risposte a zia Rosa: «Digli che respiro
perché l'Inter non molla mai. Ma non è salvezza. È solo... un tempo
supplementare».
Zia Rosa scuoteva la testa, compatendola più che mai. «Questi tifosi ti vogliono
bene, piccina, ma ti vedono come un miracolo nerazzurro. Non capiscono che è
solo il corpo che fa le bizze. Stabile non è guarito. È solo... meno male, per
ora».
Ma Elmira si aggrappava. Contava i giorni, sperava, ansimava.
La
pancia meno gonfia dopo i diuretici. Il respiro un po' meno affannoso. "Forse ce
la faccio", pensava allo specchio. "Non sono finita, ho fatto bene a non
lasciarmi andare, sono ancora potente, tutti vogliono mie notizie".
I tifosi continuavano a chiedersi: salvezza vera o solo rinvio? Alcuni
scommettevano nei bar: "Due mesi al massimo". Altri pregavano San Michele:
"Falla arrivare almeno alla finale di Coppa". C'era chi mandava messaggi di
incoraggiamento, chi le spediva sciarpe via posta, chi giurava che se l'Inter
avesse vinto lo scudetto, l'avrebbero dedicato a lei.
Elmira rispondeva quando poteva, con vocale rauco, da cagna: «Grazie. Non so se
mi salvo. Ma respiro ancora. E finché respiro, tifo Inter. Forza ragazzi, non
molliamo».
Zia Rosa la guardava e pensava: "Povera
figlia. Ti illudono pure loro, con le partite e le speranze. Ma almeno non sei
sola".
Fuori, Soverato odorava di salsedine e gelsomino.
Dentro, Elmira contava i giorni, i gol futuri, i respiri rimasti. Stabile. Per
ora. Ma i tifosi, quelli veri, sapevano: anche un rinvio può essere una
vittoria, quando la fine sembra scritta.
La
notizia della tregua di Elmira aveva ormai superato i confini di Soverato e dei
gruppi WhatsApp nerazzurri. Era arrivata fino a Milano, al centro sportivo
Suning, dove i giocatori dell’Inter ne parlavano negli
spogliatoi, tra un allenamento e l’altro.
Fu Alessandro Bastoni a decidersi. Il difensore, 27 anni, tatuaggi sparsi e un
cuore da Curva Nord, aveva letto i post di Mimmo
e le storie su Instagram. «Questa qua è una di noi», disse a Lautaro, durante la
rifinitura. «Resiste più di noi. Vado a trovarla».
Arrivò a Soverato,
accolto da zia Rosa.
Elmira era nel letto, l’ossigeno che sibilava piano. Quando lo
vide, per un attimo pensò fosse un’allucinazione da morfina. Poi rise, un
rantolo strozzato.
«Cazzo… il Bastoni. Quallo vero. Qua, a casa mia. Se muoio ora, almeno muoio felice».
Alto, imponente, ma con un sorriso timido da ragazzo.
Si sedette
accanto al letto, attento a non toccare niente. «Ho visto i post. Tutti parlano di te. Dicono che respiri ancora per l’Inter.
Che sei più forte della nostra difesa a volte».
Elmira tossì, ma sorrise. «Difesa? Tu sei la difesa, Ale. Io sono solo… una
tifosa che non molla».
Parlarono per un’ora. Di partite, di gol, di San Siro che urla.
Poi lui si fece serio. «Elmira… dimmi la verità. Ce la fai a salvarti? O è solo… un rinvio?».
Lei lo guardò dritto negli occhi, quelli infossati ma ancora vivi. «I dottori dicono stabile. Tregua. Non è remissione, Ale. È come quando
tiri avanti ai
supplementari, ma poi ai rigori ti fregano. Però… respiro. Ogni mattina mi sveglio e
penso: oggi no. Oggi guardo un’altra partita.
Non mi salvo, forse. Ma non muoio oggi. E
questo basta».
Bastoni annuì, serio.
Poi tirò fuori un
regalo: la sua maglia originale n. 95, anno di nascita del fratello maggiore.
Lasciò anche un assegno di 10.000 euro per le spese mediche.
Elmira ricambiò con una foto che non era ancora circolata sui social. Gliela
inviò sul cellulare.
«Quella ero io», confermò secca, senza alcun bisogno, mentre lui la apriva.
L'istinto del mignottone rimaneva quello, anche con le metastasi in corpo.
«Sei bella anche adesso», replicò lui. «Non hai perso niente».
Il
suo colpo l'aveva messo a segno.
«E
se ti senti meglio, spero presto, ti porto a San Siro. Posto in tribuna vip».
«Grazie, Ale. Non so se potrò... con tutto il corpo, ma con il cuore ci sarò.
Uscì che il sole tramontava. Zia Rosa lo accompagnò alla porta, lacrime agli
occhi.
«Grazie. Lei… lei ci crede ancora un po’».
Bastoni annuì. «Tutti ci crediamo. È interista. Non molla».
Bastoni,
però, non lasciò subito Soverato.
Aveva bisogno di sapere. Non le
favole che si raccontano ai malati per farli sorridere, ma la verità nuda.
Guidato da zia Rosa, il giorno dopo incontrò il primario, il dottor Ferraro.
Il medico, un uomo di circa sessantanni con occhiali spessi e camice
stropicciato, lo guardò con sorpresa ma non con stupore. «So chi è lei. E so
perché è qui. Elmira le ha parlato di me?».
Bastoni annuì. «Voglio la verità. Tutta. Non quella che dite a lei per tenerla
su. Quanto manca davvero? È stabile o è solo… un’illusione?»
Ferraro sospirò, aprì il fascicolo sul tavolo. TAC, analisi del sangue, referti
di risonanza. Li sfogliò lentamente, come se pesassero.
«Il tumore è stabile, sì. Le metastasi epatiche non sono progredite nelle ultime
due scansioni. I linfonodi sono fermi. Polmoni senza nuovi focolai. È un plateau
raro in un caso così avanzato – metastasi multiple, fegato compromesso, storia
di abuso di sostanze che ha accelerato tutto.
La chemio palliativa e la morfina
hanno rallentato il treno. Ma…».
Si fermò, guardò Bastoni negli occhi.
«Ma il treno non si è fermato. È solo in una stazione. Il fegato è cirrotico da
anni, l’ascite torna nonostante i diuretici. La radio che le abbiamo programmato aiuta
a sopportare il
dolore, non cura. Potrebbe darle due, tre mesi di qualità decente. Magari
quattro se il corpo risponde bene. Ma remissione? No. Guarigione? Impossibile. È
terminale. Stadio IV da tempo. Il rischio di complicazioni e cedimenti è sempre
dietro l'angolo.
La
tregua è reale, ma breve».
Bastoni strinse i pugni sotto il tavolo. «E se la radio funziona bene? Se…».
«Alessandro», lo interruppe il medico, usando il nome per accorciare la distanza. «Io non vendo speranze false. Lei è
solida, forte di volontà, tifosa
accanita: questo aiuta mentalmente, tiene alto l’umore, forse prolunga un po’.
Ma il corpo ha un limite. Il suo è vicino».
Bastoni uscì dall’ospedale con un peso in più sul petto.
Le mandò un messaggio
scherzoso, un vocale, breve.
Ma
non le disse della conversazione. Non le disse che i medici parlavano di
settimane-mesi, se tutto andava bene...
Lasciò che si illudesse ancora un po’.
Nei giorni successivi, i tifosi continuavano a chiedersi sui gruppi:
"Ma Bastoni è andato davvero? Che ha detto? Ce la fa Elmira?".
Lui non rispose a nessuno.
U Ziu arrivò senza preavviso, come sempre.
La Punto nera si
fermò davanti alla casetta di zia Rosa. Portava un completo scuro troppo pesante per la primavera
calabrese, la catenina d’oro che scintillava sul collo taurino, gli occhi da
pesce morto.
Zia Rosa aprì la porta con la faccia di chi ha già capito tutto. «Elmira sta
riposando. Non la stancare».
«Devo parlarle», tagliò corto lui. Entrò senza aspettare risposta.
Elmira era seduta sul letto, la cannula dell’ossigeno infilata nel naso, il
tablet spento sul comodino. Aveva l'aria stanca, ma gli occhi brillavano ancora di quella luce cattiva che non
se n’era mai andata del tutto.
U Ziu la guardò a
lungo, come si valuta una bestia ferita prima di decidere se abbatterla o
sfruttarla ancora.
«Hai tenuto duro, eh, Cagna», disse alla fine, voce bassa. «Bastoni, la radio, i
tifosi che ti mandano sciarpe… sei diventata quasi famosa. E il tumore? Stabile,
dicono. Brava».
Elmira sorrise storto. «Vieni al punto, Ziu. Non sei qui per farmi i
complimenti».
Lui annuì, senza sorridere. «Se riesci a tirare avanti, c’è gente importante che vuole
conoscerti».
Elmira inclinò la testa. «Gente importante».
«Collezionisti». La parola uscì pesante, come una sentenza. «Figure riservate.
Annoiate. Ricchi benestanti che hanno tutto: soldi, ville, donne normali. Ma si
sono stufati. Cercano solo donne particolari. Donne come te: che hanno vissuto,
che hanno morso, che stanno morendo ma non ancora. Le collezionano. Le
condividono. In privato. In posti che nemmeno immagini. Svizzera, Costa Azzurra,
isole private. Pagano bene. Pagano cure private, morfina di lusso, infermieri 24
ore. Pagano perché tu resti… interessante... il più a lungo possibile».
Elmira restò in silenzio per qualche secondo. Poi una risata rauca le uscì dalla
gola, seguita da un colpo di tosse. Si portò una mano al seno destro, lo palpò
piano sotto la maglia, quasi per controllare se il corpo fosse ancora
“particolare” abbastanza.
«Mi vogliono collezionare», ripeté, voce bassa e morbosa. «Come un trofeo
malato. La Cagna Internazionale in punto di morte… con la maglia dell’Inter
addosso mentre loro…».
U Ziu non batté ciglio. «Esatto. Non ti salvano. Non ti guariscono. Ti tengono
in vita il tempo che serve a loro. Qualche mese in più, forse. Viaggi, soldi,
attenzioni. E tu… tu dai loro quello che vogliono. Il tuo passato, il tuo corpo
che si spegne, le tue storie di eroina e ’ndrangheta. Le condividono tra di
loro. Come carte rare. Come reliquie».
Elmira chiuse gli occhi, respirò piano. L’illusione di salvezza si accese di
nuovo. «E se tiro
avanti, mi prendono?».
«Sì. Ti vogliono viva. Viva abbastanza da… durare. Ma devi
crederci. Devi aggrapparti. Niente crolli».
Zia Rosa era sulla porta, bianca come un cencio. «Elmira, no. Questi non sono
uomini. Sono diavoli».
Ma Elmira non la guardò. Fissava u Ziu, la mano ancora sul seno, le dita che
premevano piano, quasi a siglare un patto silenzioso con sé stessa.
«Digli che ci sto», disse alla fine, voce ferma nonostante il rantolo. «Digli
che la Cagna Internazionale ha ancora qualche morso dentro. E che se mi danno le
cure giuste… posso diventare il loro trofeo preferito. Fino all’ultimo respiro».
U Ziu annuì una sola volta.
«Brava. Ti farò sapere. E ricorda: non è salvezza. È solo un altro giro di
giostra. Ma almeno è una giostra di lusso».
Uscì lasciando l’odore di dopobarba costoso e di morte pulita.
Elmira restò sola con zia Rosa che piangeva in silenzio. Si palpò di nuovo il
seno, più forte, come per risvegliarlo. Sorrise al soffitto.
«Collezionisti…», mormorò. «Magari mi portano a vedere l’Inter dal vivo, una
volta. Magari mi tengono viva fino alla finale di Coppa. Chissà».
L’illusione era tornata, più nera, più dolce, più letale di prima. Non era
remissione. Era solo un aggrappo. Ma per Elmira, in quel momento,
bastava. Bastava per tirare avanti.
Due giorni
dopo, u Ziu tornò con la macchina nera e
un ospite. Non entrò in casa. Bussò, fece un cenno a zia Rosa e disse solo:
«Portala fuori. Il rappresentante è qui».
Elmira uscì sul piccolo patio da dove il mare ionico si vedeva appena
tra i pini. Indossava la maglia dell’Inter sbottonata fino all’ombelico, come
al solito, ma stavolta sembrava una seconda pelle viva. I seni premevano
contro il tessuto nerazzurro, tondi e pesanti. Gli occhi neri brillavano di fame
e paura insieme.
Era
sempre la Cagna Internazionale, in tutto il suo splendore malato; non un cadavere
ambulante.
L’uomo che l’aspettava era sui cinquantacinque anni, alto, magro, vestito di
lino chiaro. Si chiamava Elias Voss, sorriso da mercante d’arte. Non le strinse la mano. La
guardò come si guarda un quadro raro.
«Elmira», disse. «I Collezionisti mi hanno mandato per
valutare. E lei… è perfetta. Ancora bella. Davvero perfetta».
Lei si sedette sul dondolo, accavallò le gambe, si passò una mano tra i capelli
corvini con gesto lento, quasi provocatorio. Poi, senza giri di parole, andò
dritta al punto, voce bassa e rauca ma ferma.
«Signor Voss… mi dica la verità. Non voglio balle. Voi tenterete di conservarmi
al quarto stadio? O cercherete di guarirmi? Perché io lo so che non si guarisce.
Voglio solo sapere se c’è un modo per tenermi in vita. Lunga. Il più lunga
possibile. Così come sono adesso. Bella. Con questi capelli. Con questo corpo.
Senza finire uno scheletro. Ditemi la verità».
Voss non batté ciglio. Si appoggiò allo schienale della sedia di ferro.
«Conservarla al IV stadio è esattamente ciò che vogliamo, Elmira. Non la
curiamo. Non la salviamo. La manteniamo. Esistono protocolli… riservati.
Cliniche in Svizzera, in Liechtenstein, isole private nel Mediterraneo. Terapie
sperimentali che bloccano la progressione senza farla regredire. Inibitori
selettivi, infusioni di plasma modificato, morfina di sintesi che non annebbia
la mente, ormoni che tengono su peso e capelli. Possiamo fermare l’ascite,
far sì che il tumore resti… dormiente. Non muore. Non
cresce. Lei resta esattamente così: bella, viva, particolare. Per mesi. Forse un
anno. Forse di più, se il suo corpo collabora».
Elmira si portò lentamente la mano destra sul seno sinistro, dentro la maglia
aperta, e lo palpò con dita leggere, quasi affettuose, come per verificare che
fosse ancora lì, ancora suo, ancora desiderabile.
Sorrise.
«E in cambio?».
Voss inclinò la testa. «Lei diventa parte della Collezione. Viene condivisa.
Incontri privati. Cene. Weekend. A volte solo guardata, a volte toccata. A
volte… di più. Le sue storie – la droga, la ’ndrangheta, la maglia dell’Inter,
il flirt con Bastoni, la morte che cammina con lei – diventano il nostro trofeo. Lei resta viva perché
noi lo vogliamo. E noi paghiamo tutto. Cure. Viaggi. Anche un posto in tribuna
per vedere l’Inter dal vivo, se lo desidera. Ma non guarigione. Solo
conservazione. Come un’opera d’arte che non deve deperire».
Elmira chiuse gli occhi un secondo, i capelli corvini che le scivolarono sul
viso come una tenda di seta nera. Respirò. Il mare in lontananza, il profumo di
zagare, il cuore che batteva ancora forte nonostante tutto.
«Allora ditelo ai Collezionisti», sussurrò, riaprendo gli occhi. «La
Cagna Internazionale accetta. Conservatemi così. Al quarto stadio. Bella. Con i
capelli. Con la maglia addosso. Tenetemi in vita finché volete. Finché il mio
corpo piace. Finché respiro e posso ancora palparmi e sentire di essere viva».
Voss si alzò, le fece un piccolo inchino.
«Domani arriva il primo trasferimento. Una clinica a Zurigo. Sarà trattata come… un pezzo unico».
Ando via senza salutare.
Elmira restò sul dondolo, mano ancora sul seno, capelli corvini mossi dal vento.
Sorrise al vuoto.
Dentro di lei, i pensieri si agitavano come serpenti in una fossa.
Conservata… come una puttana di lusso in formalina. Non mi salvano, mi
tengono in vetrina. Mi toccheranno mentre il tumore dorme dentro di me. Mi
faranno scopare con la morte attaccata al seno.
E io… io accetto. Perché
preferisco essere la troia malata dei ricchi, piuttosto che crepare da sola su
questo letto schifoso con la zia che piange.
Almeno resto bella. Almeno questi capelli corvini continueranno a cadere sulla
schiena di qualche miliardario annoiato, mentre lui mi prende da dietro. Almeno potrò ancora aprire la maglia e
farli guardare mentre respiro a fatica. Magari mi portano a San Siro una volta…
seduta in tribuna mentre l’Inter gioca, con un’infermiera privata dietro di me e
un ago nel braccio. Magari mi fanno vivere abbastanza da vedere un altro
scudetto.
Un brivido le attraversò la pancia gonfia di ascite.
È umiliante. È osceno. È esattamente quello che merito.
Elmira chiuse gli occhi, inspirò l’odore di mare e zagare, e sorrise di nuovo,
più scuro, più profondo.
«Va bene così», mormorò tra sé. «Meglio essere una reliquia viva che un cadavere
dimenticato. Conservatemi, bastardi. Conservatemi finché posso ancora mordere».
E per la prima volta da mesi, la speranza non sembrava più un’illusione.
Sembrava un patto col diavolo.
Un diavolo elegante, freddo, che le avrebbe tenuto i capelli neri, il corpo caldo e la vita dentro
ancora un po’.
La Collezione non aveva nome ufficiale.
La chiamavano semplicemente “il Catalogo”, o, con un sorriso gelido, “le Reliquie Viventi”.
Loro erano un circolo chiuso di una trentina di uomini (e pochissime donne) sparsi tra Zurigo, Liechtenstein, Monaco, Dubai e alcune isole private del Mediterraneo.
Tutti ultraricchi, tutti annoiati da decenni di lussi ordinari: yacht, modelle
ventenni, opere d’arte da milioni di euro, droghe sintetiche di ultima
generazione. Avevano provato tutto. L’unica cosa che ancora li eccitava era la
morte lenta, vista da vicino, condivisa, assaporata come un vino raro che sta
per ossidarsi.
Non collezionavano oggetti. Collezionavano donne particolari, meglio se torbide
e terminali.
Per quest'ultime, il protocollo medico era
lo stesso: mantenere il corpo al IV stadio, bloccare la progressione. Capelli integri, peso stabile, pelle luminosa, seno e
forme preservati grazie a ormoni e infusioni segrete. Il tumore restava lì,
dormiente ma presente, come un parassita addomesticato. Le donne sapevano di
essere morenti. E proprio questo le rendeva preziose.
Tutte vivevano in cliniche di lusso o ville private, spostate da un membro
all’altro come quadri in prestito. Ogni incontro veniva filmato in alta
definizione (solo per uso interno). Ogni donna aveva un book digitale: foto,
video, cartelle cliniche aggiornate, storie registrate, drammatizzazioni
letterarie di talentuosi affiliati al Club per il massimo dell'estasi e della
sublimazione artistica.
Il patto era siglato.
Elmira non era più solo una morente.
Era diventata un pezzo unico.
Un trofeo che respirava, palpava, bestemmiava e tifava Inter, mentre la fine le
camminava dentro, lenta, elegante, condivisa.
Il telefono squillò mentre Elmira e zia Rosa erano ancora sul dondolo.
Era un numero sconosciuto con prefisso di Milano. Elmira lo guardò per due
secondi, poi rispose con la voce un po’ roca per la stanchezza della
giornata.
«Pronto?».
Dall’altra parte arrivò la voce bassa e calda di Alessandro Bastoni.
«Elmira? Sono io. Bastoni. Disturbo?».
Lei sorrise immediatamente, un sorriso grande che le illuminò tutto il viso. Si
alzò dal dondolo con fatica, fece due passi verso il parapetto del patio per
avere un po’ di privacy. Zia Rosa capì al volo e rientrò in casa senza dire
niente, lasciando solo la luce gialla della lampada esterna.
«No… no, non disturbi affatto», rispose Elmira, appoggiandosi con una mano alla
ringhiera. «Anzi. È bello sentire la tua voce».
Bastoni rise piano, imbarazzato.
«Volevo solo sapere come stai. Domani è la grande sera. Roma-Inter. Ti guardi la
partita?».
«Certo che me la guardo. Nuovo televisore da 55 pollici, divano, ossigeno
pronto… tutto organizzato. Zia Rosa mi fa pure la pasta al pomodoro».
Ci fu un breve silenzio. Poi lui chiese, più serio:
«E… come ti senti davvero?».
Elmira inspirò lentamente, guardò il mare nero che brillava sotto la luna.
«Mi sento… viva, Ale. Più viva di quanto dovrei. Il tumore è ancora stabile. I
capelli sono ancora tutti qui», si passò una mano tra le ciocche corvine, «le
tette sono ancora al loro posto. E domani voglio urlare su un tuo gol».
Bastoni rimase in silenzio qualche secondo. Poi parlò con voce più bassa:
«Elmira… ho parlato con i medici. Lo so che non è una remissione. So che è
solo…».
Lei lo interruppe, dolce ma ferma.
«Non dirlo. Non stasera. Io non sono finita, Ale. Non ancora. Voglio tirare
avanti a tutti i costi. Voglio vedere l’Inter vincere qualcosa. E se devo vendermi l’anima ai diavoli svizzeri
per riuscirci… lo faccio. Lo sto già facendo».
Bastoni sospirò.
«Cristo… sei davvero tosta».
Elmira si morse il labbro inferiore. La mano libera scivolò lentamente dentro la
maglia, sfiorando il seno caldo. Parlò con un tono più basso, quasi intimo,
quasi pericoloso.
«E poi… chissà. Magari tra noi due…».
Lasciò la frase sospesa nell’aria, carica di sottintesi.
Bastoni deglutì. Si sentiva dal respiro che era sorpreso.
«Elmira…».
«No, ascoltami. Non sto chiedendo pietà. Non sto chiedendo che mi salvi. Ma se
dovessi arrivare a Milano… se dovessi venire a San Siro una volta… magari
potremmo vederci. Solo noi due. In un posto tranquillo. Io con la maglia
addosso, tu… come sei. Potrei farti vedere quanto sono ancora viva. Potrei farti
toccare con mano.
E magari… magari per una notte dimentichiamo che sto morendo».
La voce le tremò appena sull’ultima frase, ma continuò:
«Tu sei giovane, sei bello, sei forte. Io sono una cagna malata con la data di
scadenza. Ma sono ancora calda. Sono ancora bagnata quando penso a certe cose. E
penso spesso a te, Ale. Da quando sei venuto qui… penso a te».
Bastoni rimase in silenzio per un tempo lunghissimo. Si sentiva solo il suo
respiro.
Alla fine parlò, la voce un po’ spezzata:
«Elmira… io non so cosa dire. Sei… sei incredibile. Ma devi concentrarti sullo stare
meglio. Sul tirare avanti. Il resto… il resto lo vediamo dopo. Va bene?».
Lei sorrise nel buio, malinconica e famelica insieme.
«Va bene. Dopo. Ma sappi che io ci spero. Che voglio tirare avanti anche per
quello. Per un “dopo” con te. Anche se durerà solo una notte. Anche se sarà
l’ultima cosa bella che mi capita».
Chiuse gli occhi, strinse più forte il seno sotto la maglia.
«Adesso vai a dormire, difensore mio. Domani segna per me. E se esulti… esulta
pensando che da qualche parte in Calabria una moribonda con la maglia dell’Inter
sta urlando il tuo nome».
«Lo farò», rispose lui piano. «Buonanotte, Elmira».
«Buonanotte, Ale».
Chiuse la chiamata e rimase lì, con il telefono premuto contro il petto, la mano
ancora dentro la maglia, a palparsi lentamente mentre guardava il mare.
Non sono finita, pensò.
Non ancora.
Voglio tirare avanti. Voglio mordere ancora. Voglio sentire le mani di un uomo
giovane e sano su questo corpo che sta marcendo dentro.
E se devo diventare un pezzo da collezione per riuscirci… che sia.
Si voltò verso la casa. Zia Rosa era sulla porta, la guardava in silenzio.
Elmira le sorrise, stanca ma determinata.
«Andiamo a dormire, zia. Domani è un grande giorno».
E mentre rientrava, con i capelli corvini che ondeggiavano sulla schiena, dentro
di sé continuava a ripetere una breve frase come una preghiera oscura.
Non sono finita.
Non sono finita.
Non sono finita.
La sala era illuminata solo da luci soffuse color ambra. Niente finestre. Un
lungo tavolo di mogano nero, dodici sedie. Su ogni posto un piccolo schermo e
una cartellina di pelle con il nome del membro.
Erano in otto quella sera. Gli altri seguivano in videoconferenza da Dubai,
Monaco e dalle isole Cayman.
Elias Voss stava in piedi, impeccabile nel suo completo di lino grigio. Sul
grande schermo centrale scorreva lentamente un carosello di foto recenti di
Elmira: sul patio di Soverato, capelli corvini al vento, maglia dell’Inter
sbottonata, mano sul seno, sorriso famelico. Poi una sequenza video muta: lei
che si palpa il seno parlando con lui, il
respiro leggermente affannato.
Voss lasciò che le immagini parlassero per qualche secondo, poi parlò con voce
calma e professionale.
«Signori… vi presento il nuovo pezzo. Nome in codice: Nerazzurra.
Vero nome: Elmira Jafari, detta “la Cagna Internazionale”.
Quarantadue anni. Carcinoma epatico con metastasi multiple, stadio IV da oltre
due anni. Attualmente in plateau terapeutico».
Uno dei presenti, un banchiere svizzero sui sessantanni, si sporse in avanti.
«Capelli?».
«Corvini naturali, folti, lunghi fino a metà schiena. Non ha perso nemmeno un
capello. La terapia ormonale li mantiene lucidi e forti».
Un altro, un industriale tedesco con la faccia da rapace, tamburellò le dita sul
tavolo.
«Corpo?».
Voss fece avanzare il video. Elmira si accarezzava il seno con lentezza oscena
mentre parlava.
«Peso stabile a 78 chili. Seno pieno, naturale, taglia quinta. Addome leggermente gonfio per l’ascite.
Tono muscolare ancora buono. Nessun segno di cachessia. È… straordinariamente
preservata».
Un mormorio di apprezzamento attraversò la sala.
Voss continuò:
«Ma non è solo l’aspetto fisico. È la storia. Ex trafficante di eroina e cocaina
legata alla ’ndrangheta calabrese. Ha fatto sesso per soldi, per droga, per potere.
Girava armata di pistola. Ha provato il suicidio eventuale tramite overdose (la
morte dolce), a seguito del quale è stata in coma per molti giorni. Porta la maglia dell’Inter
di Milano come una seconda pelle. Ha iniziato un flirt con l'affermato
calciatore Alessandro Bastoni, nel chiaro intento di ripetere il percorso di
Wanda Nara nei confronti di Mauro Icardi. Ride mentre parla
della propria morte. È volgare, orgogliosa, seducente e consapevole di essere
già morta. È… perfetta».
Il membro più anziano, un collezionista svizzero di ottantadue anni che non
parlava quasi mai, alzò una mano sottile.
«Quanto pensate possa durare con il protocollo completo?».
Voss sorrise appena.
«Tra i quattordici e i ventidue mesi, con buona probabilità. Forse di più se
risponde bene. Abbastanza per renderla il pezzo centrale della prossima
stagione».
Silenzio.
Poi il banchiere svizzero batté lentamente le mani due volte.
«Signori… abbiamo trovato il pezzo forte».
Un applauso convinto si alzò dal tavolo.
Un altro membro, un principe arabo che seguiva da remoto, intervenne con voce
bassa:
«Voglio essere il primo a prenderla in prestito. Voglio vederla mentre guarda
una partita dell’Inter da uno dei miei yacht, con l’ossigeno nel
naso e le mie mani addosso».
Voss annuì.
«Sarà possibile. Ma prima dobbiamo completare l’ingresso nel Catalogo. La prima
sessione di stabilizzazione a Zurigo è fissata per dopodomani. Dopo la
partita di stasera la faremo volare qui.
Dunque è deciso. La Cagna Internazionale diventa il nuovo cuore nero del
Catalogo. La conserveremo. La condivideremo. La useremo finché il suo corpo e la
sua volontà lo permetteranno».
Chiuse il carosello di immagini. L’ultima foto rimase impressa sullo schermo per
qualche secondo: Elmira sul dondolo, capelli corvini al vento, mano sul seno,
sguardo diretto verso l’obiettivo.
Sorrideva.
Come se sapesse che la stavano guardando.
«Una domanda pratica, Voss», disse
il vecchio collezionista svizzero di ottantadue anni, con voce asciutta, quasi meccanica. «C’è un
rischio concreto di un crollo improvviso che possa ucciderla prima del tempo?
Non voglio investire tempo, denaro e… interesse emotivo su un pezzo che potrebbe
spegnersi tra due settimane come una candela».
Un silenzio pesante scese nella sala.
Elias Voss non si scompose. Aprì una cartellina sul tablet e proiettò sul grande
schermo alcuni grafici medici aggiornati.
«Il rischio esiste, Baron Kohler, ma è calcolato e contenuto. Ve lo spiego con
chiarezza».
Fece una pausa, poi continuò con tono professionale:
«Il tumore è al quarto stadio da tempo.
Il fegato è compromesso al 65%. L’ascite è sotto controllo con diuretici e
infusioni, ma potrebbe tornare aggressiva in caso di stress fisico o emotivo
forte. Il vero pericolo è un’embolia polmonare o un’insufficienza epatica acuta.
Entrambe possono arrivare senza preavviso».
L’industriale tedesco si passò una mano sul mento.
«E se dovesse avere un crollo durante un incontro? Se muore mentre uno di noi la
sta… usando?».
Voss sorrise appena, un sorriso freddo.
«È previsto. La useremo sotto scudo medico: sarà pre-allertata una squadra di
pronto intervento, capace di intervenire in meno di quattro minuti. Abbiamo già salvato tre pezzi in
passato con rianimazione immediata. Nel caso peggiore… la morte durante un
incontro è considerata un evento ad alto valore estetico per alcuni membri.
Probabile inoltre che verrà richiesta l'imbalsamazione per un pezzo così
pregiato; come sapete abbiamo un tempio mascherato da museo delle cere.
Infine, se in punto di morte suscitasse nostalgia acuta, si voterà l'uso di
adrenocromo puro: 2 milioni di dollari a fiala».
Un mormorio di approvazione si alzò da due o tre partecipanti.
Il vecchio Kohler non sembrava ancora convinto.
«Quindi mi sta dicendo che potrebbe morire all’improvviso mentre la stiamo
toccando?».
«Esattamente», rispose Voss senza battere ciglio. «Ma è proprio questo il
fascino del pezzo. La Cagna Internazionale non è una malata terminale qualsiasi.
È una donna che sa di poter morire da un momento all’altro e che continua a
offrirsi lo stesso. È viva, calda, bagnata e cosciente del rischio. Questo la
rende unica. Nessun altra nel Catalogo ha la sua combinazione di vitalità,
volgarità e consapevolezza della fine imminente».
Un
altro applauso.
Voss concluse:
«Signori, il rischio c’è. Ma è proprio il rischio che rende Elmira il pezzo
forte. Non stiamo comprando una statua. Stiamo comprando una donna che respira,
che sanguina, che gode e che può spegnersi tra le nostre mani da un momento
all’altro. Questo è il lusso estremo».
Il vecchio Kohler si appoggiò allo schienale, soddisfatto.
«Allora va bene. Procediamo. Fatela arrivare a Zurigo il prima possibile. Voglio
vederla di persona entro la fine del mese».
Voss fece un inchino impercettibile.
«Sarà fatto».
Lo schermo si spense dopo un'ultima immagine di Elmira: capelli corvini al vento,
mano sul seno, sorriso da predatrice morente.
E reliquia vivente.
Dopo aver risposto sulla possibilità di un crollo improvviso, Voss stava per
chiudere l’intervento, quando il vecchio Kohler alzò di nuovo la mano sottile.
«Un’ultima domanda, Voss. Quanto può reggere realmente al quarto stadio? Parlo
di tempo utile, non di sopravvivenza in barella. E soprattutto: è possibile
stabilizzarla completamente? Bloccare tutto? Farla restare esattamente così per
un periodo indefinito, senza sorprese?».
Nella sala calò un silenzio attento. Tutti gli occhi erano puntati su Voss.
Lui non esitò. Aprì un altro grafico sul grande schermo: una linea temporale con
curve di sopravvivenza e proiezioni mediche.
«Rispondo con la massima franchezza, signori.
Al quarto stadio, con il tumore già metastatico da oltre due anni, una
stabilizzazione completa — intesa come blocco totale e permanente della malattia
— non è realisticamente possibile. Possiamo rallentarla drasticamente, renderla
quasi dormiente, ma non cancellarla. Il tumore resta lì, come un animale in
letargo dentro di lei. Può risvegliarsi in qualsiasi momento».
Fece una breve pausa, poi continuò con tono clinico:
«Quanto può reggere?
Con il protocollo standard che applichiamo agli altri pezzi: tra i 10 e i 14
mesi di qualità accettabile.
Con il protocollo potenziato che riserviamo ai pezzi di alto valore come lei —
dosaggi sperimentali, monitoraggio costante, infusioni personalizzate, supporto
epatico aggressivo — possiamo realisticamente spingere tra i 18 e i 26 mesi».
L’industriale tedesco si sporse in avanti, occhi stretti.
«E se volessimo spingere oltre i 26 mesi? C’è margine?».
Voss scosse leggermente la testa.
«Oltre i 26-28 mesi il rischio di crollo multiorgano diventa esponenziale. Il
fegato è il punto debole. E quando succede, succede in fretta: da un giorno
all’altro può passare da “bella e calda” a “non trasportabile”».
Il principe arabo, dal video, chiese con voce vellutata:
«Quindi la risposta è: possiamo stabilizzarla parzialmente, molto bene, ma non
completamente. Giusto?».
«Esatto», confermò Voss. «Possiamo farla sembrare e sentire quasi sana per
lunghi periodi. Ma sotto-sotto il tumore resta vigile, pronto ad aggredire, a
saltarle al collo. È proprio questa tensione
— tra la bellezza arrogante e la morte che preme da dentro — che rende Elmira
così preziosa. Non è una malata stabile. È una malata tenuta artificialmente in
bilico. E lei lo sa. Lo sa benissimo.
Tuttavia, come detto prima, se proprio dovesse affermarsi come la Regina Nera,
allora potremmo impiegare l'adrenocromo puro: un impegno rilevante anche per
gente come noi, ma che potrebbe darle un'ultima scossa».
Il
vecchio Kohler annuì lentamente, soddisfatto della chiarezza.
Ma
non aveva ancora finito.
«Un’ultima domanda, signori…
Quando lei capirà che non può salvarsi — quando capirà che tutto questo
non è una cura, ma solo una conservazione prolungata — non avrà una crisi
isterica? Non crollerà? tile? Non sarà una doccia fredda per lei?
O si illuderà
comunque di
potersi salvare?».
Nella sala scese un silenzio denso.
Voss rimase in piedi, impassibile, ma questa
volta prese qualche secondo in più prima di rispondere.
«Signor Kohler, è una domanda eccellente».
Fece un respiro misurato e continuò:
«Elmira sa già di essere terminale. Lo sa da mesi. Lo ripete lei stessa: “Non mi
salvo, lo so”. Al tempo stesso, però, si illude con ferocia. È una delle sue
caratteristiche più forti: la capacità di aggrapparsi a qualsiasi briciolo di
speranza. La tregua attuale, la sua resistenza, il flirt con Bastoni... tutto questo l’ha caricata di una speranza artificiale molto potente.
Si è convinta che “tirare avanti a tutti i costi” sia possibile».
Voss fece avanzare sul grande schermo un breve video registrato durante
l’incontro sul patio: Elmira che si palpa il seno mentre parla con lui, gli
occhi lucidi di determinazione.
«Vedete? Anche mentre negozia la sua conservazione, continua a toccarsi, a
offrirsi, a credere di avere ancora potere sul proprio corpo e sul proprio
destino. Questa illusione è parte integrante del suo fascino. Non è una donna
che si arrende. È una donna che combatte fino all’ultimo, anche quando sa di
aver già perso.
Proprio
qui sta la bellezza del pezzo. Elmira non è il tipo che si chiude in
sé stessa e smette di funzionare. È il tipo che trasforma il dolore in rabbia,
in seduzione, in volgarità. Probabilmente, di fronte alla sentenza di morte, diventerà ancora più oscena, ancora
più esplicita. Si offrirà con più ferocia proprio perché saprà di essere finita.
Piangerà, bestemmierà, riderà… e continuerà a palparsi il seno
davanti a noi, a raccontare le sue storie più luride, a dire “scopatemi finché
posso ancora sentirlo”».
Un leggero brivido di eccitazione attraversò alcuni dei presenti.
Voss concluse con voce bassa:
«Quindi non credo che avremo un crollo emotivo invalidante. Avremo una
crisi finale che renderà il pezzo ancora più vivo, ancora più tragico, ancora più
desiderabile. La Cagna Internazionale non si spegnerà in silenzio. Si spegnerà
mordendo, urlando, aprendo quella maglia fino all’ultimo respiro».
Il vecchio Kohler rimase in silenzio per qualche secondo, poi annuì soddisfatto.
«Perfetto. È esattamente ciò che volevo sentire».
Le luci si abbassarono. Gli schermi si spensero uno dopo l’altro.
Rimase solo l’ultima immagine di Elmira sul grande schermo centrale: mano sul seno, sorriso feroce e illuso.
Forse non sapeva che a migliaia di chilometri di distanza, una dozzina di uomini ricchi e
annoiati aveva appena deciso quanto tempo le restava da vivere… e quanto
dolore artistico avrebbero estratto da lei prima della fine.
O
forse lo intuiva benissimo.
Negli spogliatoi dell’Inter l’aria sapeva di erba tagliata, sudore e
pettegolezzo fresco.
Bastoni si stava togliendo la maglia sudata, quando Lautaro gli diede una pacca
sulla spalla con quel sorriso da argentino che sa già tutto.
«Allora, Ale… hai sentito le voci?».
Bastoni non rispose subito. Si passò l’asciugamano sulla faccia.
Lautaro continuò, abbassando la voce ma non abbastanza: «Su Reddit e nei gruppi
Telegram dei tifosi calabresi stanno impazzendo. “Bastoni si è preso la Cagna
Internazionale”. Dicono che le hai fatto un regalo, che la chiami di notte, che
sei andato fino a Soverato come un coglione. Fratello… è una malata terminale.
Ha 42 anni. Tu ne hai 27».
Da un angolo dello spogliatoio arrivò la voce di Barella, mezzo serio, mezzo
divertito: «Cazzo, è peggio di Mauro Icardi e Wanda Nara.
Solo che stavolta la Wanda è iraniana naturalizzata calabrese, pregiudicata, e
con un tumore che la sta mangiando viva».
I vocali fioccavano nel gruppo WhatsApp “Nerazzurri Dentro”.
«Ragazzi, Bastoni è fottuto. Si è innamorato della Cagna. Quella che vendeva
coca nei club e ora si fa conservare da ricconi svizzeri come un pezzo da
museo».
«È
più grande di lui di 15 anni, grassa, senza un lavoro onesto, con la ’ndrangheta
nel curriculum e un cancro che le sta divorando il fegato. Cavallo perdente, Ale.
Cavallo morto. Svegliati».
Bastoni lesse i messaggi sul telefono, la mascella contratta. Non rispose. Ma
dentro gli ribolliva qualcosa di feroce.
Lautaro si sedette accanto a lui sulla panca.
«Ale, ascoltami. Wanda Nara era una che gestiva Icardi come un burattino. Lo ha
fatto diventare capitano, lo ha fatto scopare con la sorella, lo ha tenuto in
pugno. Elmira è peggio. È più vecchia, è più scaltra, è più malata. Ti sta
usando. Vuole solo qualcuno che le tenga la mano mentre crepa. O magari vuole
solo farsi scopare da un interista giovane prima di finire sotto formalina».
Bastoni alzò gli occhi. La voce uscì bassa, ma tagliente: «Voi non la
conoscete».
Barella rise. «È un relitto, Ale. Un relitto sexy, okay, ma sempre un relitto».
Bastoni si alzò. La maglia dell’Inter ancora appallottolata in mano.
«Lei è più grande, sì. È più furba di tutti noi messi insieme. Ha vissuto dieci
vite mentre noi giocavamo a calcio. Ha venduto droga, ha guardato la morte in
faccia ridendo. E sì, sta morendo. Ma non è un cavallo perdente. È una cagna che
morde ancora. E io… io voglio quella cagna».
Silenzio nello spogliatoio. Nessuno rideva più.
Bastoni continuò, quasi a sé stesso: «Wanda aveva Icardi in pugno perché era più
grande e più sveglia. Elmira avrà me in pugno perché è più viva di chiunque
abbia mai conosciuto. Anche mentre crepa. Soprattutto mentre crepa. Voglio
essere l’ultimo uomo che la tocca mentre respira ancora. Voglio essere quello
che la fa sentire donna, non solo una malata. Voglio portarla a San Siro, farla
sedere in tribuna con la mia maglia addosso, farle vedere una partita dal vivo
prima che…».
Non finì la frase.
Lautaro scosse la testa, quasi compassionevole.
«Sei innamorato, coglione».
Bastoni sorrise, un sorriso piccolo e ostinato.
«Sì. E non me ne frega un cazzo di quello che dite voi o i tifosi. Lei diventerà
la mia donna. Anche se dura solo tre mesi. Anche se dura solo una notte».
Uscì dallo spogliatoio lasciando i compagni in silenzio.
Sul telefono aveva già pronto un messaggio per Elmira, scritto ma non ancora
inviato: «Stasera voglio sentire la tua voce. E voglio dirti una cosa stupida:
non sei un cavallo perdente. Sei la mia scommessa. Quella che voglio vincere a
tutti i costi».
Premette invio.
A Soverato, Elmira lesse il messaggio sul dondolo.
Sorrise nel buio, un sorriso largo, cattivo, quasi commosso.
Questo ragazzo è più matto di me, pensò.
E per la prima volta da tanto tempo, la Cagna Internazionale si sentì davvero
desiderata.
Non come reliquia.
Non come pezzo da collezione.
Come donna.
Anche se sapeva che era una follia.
Anche se sapeva che sarebbe finita male.
La
villa sul lago di Zurigo sembrava uscita da un film di James Bond: vetro,
acciaio, luci soffuse, silenzio assoluto. Nessun nome, nessuna telecamera
visibile, solo sicurezza privata che non sorrideva mai.
Elmira era seduta sul grande divano bianco del salone principale, esattamente
come nella foto che i Collezionisti le avevano fatto scattare due ore prima per
il “Catalogo aggiornato”.
Portava la maglia dell’Inter a maniche corte, sbottonata fino al quarto bottone,
i seni pieni e pesanti che spingevano contro il tessuto nerazzurro. Sotto,
pantaloni di pelle nera che le fasciavano le cosce e le natiche come una seconda
pelle. Capelli corvini lunghissimi, lucidi, mossi da un’onda perfetta, trucco
pesante ma impeccabile: rossetto bordeaux, eyeliner affilato, ciglia finte.
Anelli e bracciali d'oro, collana di diamanti al collo, unghie rosse lunghe.
Sembrava una pornostar di lusso più che una malata terminale.
Il protocollo potenziato stava facendo miracoli estetici: pelle luminosa, peso
stabile a 72 chili (tutti nei punti giusti), seno ancora più turgido grazie agli
ormoni, occhi brillanti. Nessuno avrebbe mai detto che aveva un tumore allo
stadio IV che le stava mangiando il fegato.
La porta scorrevole si aprì senza rumore.
Bastoni entrò da solo. Jeans scuri, felpa nera con cappuccio, borsa da viaggio.
Quando la vide, si fermò un secondo sulla soglia.
«Cristo, Elmira…».
Lei sorrise, quel sorriso grande e cattivo che gli aveva rubato il cuore a
Soverato.
«Ti piace? I tuoi amici svizzeri mi hanno rifatta di fresco. Dicono che sono il
pezzo forte della collezione. E io… be’, mi sento proprio forte stasera.»
Bastoni si avvicinò, si inginocchiò davanti a lei senza neanche togliersi la
felpa. Le prese le mani fredde tra le sue.
«Sei… sei bellissima. Più di prima. Sembri una regina.»
Elmira rise piano, rauca.
«Regina di cosa, Ale? Di un cimitero privato? Lo so come sto. So che sotto
questa pelle perfetta c’è un fegato che sta marcendo e un tumore che dorme solo
perché questi bastardi lo drogano ogni giorno. Ma per te… per te voglio essere
bella. Voglio che tu mi ricordi così.»
Si passò una mano tra i capelli corvini, poi si aprì un altro bottone della
maglia, mostrando la profonda scollatura e la cicatrice chiara sul seno
sinistro.
Bastoni deglutì.
«Elmira… io non sono venuto qui per… per questo. Sono venuto per dirti una cosa.
E voglio che tu mi ascolti fino alla fine.»
Lei inclinò la testa, curiosa.
Lui prese fiato.
«Voglio sposarti.»
Silenzio.
Elmira lo fissò, gli occhi neri che brillavano.
«Sposarmi? Ale… sono una moribonda. Una ex trafficante. Una che i tuoi compagni
chiamano “cavallo perdente”. Hanno ragione. Sono più vecchia di te di quindici
anni, sono piena di merda nel curriculum, e tra qualche mese… be’, potrei non
essere più qui.»
Bastoni scosse la testa.
«Non me ne frega un cazzo di quello che dicono. Non me ne frega di Wanda Nara,
di Icardi, di quello che scrivono su Reddit. Io ti amo. Ti amo da quando ti ho
vista sul letto a Soverato con quella maglia sbottonata e gli occhi che ridevano
anche mentre morivi. Voglio sposarti. Qui. Ora. In segreto. O pubblicamente, se
vuoi. Voglio che tu diventi mia moglie prima che… prima che non possa più
dirtelo.»
Elmira rimase in silenzio per lunghi secondi. Poi si portò una mano al seno, lo
strinse piano sopra la maglia, come faceva sempre quando era emozionata o
spaventata.
«Sei pazzo» disse alla fine, con voce bassa. «Pazzo da legare. Ma…»
Si chinò in avanti, gli prese il viso tra le mani, le unghie rosse che gli
sfioravano le guance.
«…mi piace. Mi piace da morire. E io… io voglio morire da signora. Da signora
Bastoni. Con la tua fede al dito e la maglia dell’Inter addosso.»
Lui sorrise, gli occhi lucidi.
«Allora è sì?»
«È sì, difensore mio. Sposami. Sposami prima che questi svizzeri mi mettano in
formalina. Sposami mentre sono ancora calda, ancora bagnata, ancora capace di
farti impazzire.»
Bastoni la baciò. Un bacio lungo, disperato, pieno di tutto quello che non
potevano dire ad alta voce.
Quando si staccarono, Elmira appoggiò la fronte alla sua.
«Ma ascoltami bene, Ale. Questi Collezionisti mi hanno lasciato stare con te
stanotte perché vogliono tenermi felice. Mi tengono in vita per loro, non per
te. Se ci sposiamo… sarà un matrimonio segreto. Nessuno deve saperlo. Nemmeno i
tuoi compagni. Nemmeno la zia Rosa, per ora. Lo facciamo qui, in questa villa,
con un prete che loro pagano. E poi… poi viviamo il tempo che ci resta. Io con
te. Tu con me. Finché il tumore decide di svegliarsi.»
Bastoni annuì.
«Va bene. Tutto quello che vuoi.»
Elmira si alzò, lo tirò in piedi, si strinse contro di lui. I seni pieni contro
il petto di lui, i fianchi larghi nelle leather pants che luccicavano.
«Allora portami in camera, futuro marito. Voglio che mi scopi come se fosse
l’ultima volta. Perché forse lo è.»
Bastoni la prese in braccio senza sforzo. Lei rise, la testa appoggiata sulla
sua spalla, i capelli corvini che gli ricadevano sul braccio.
Mentre salivano le scale verso la suite privata che i Collezionisti avevano
preparato per loro, Elmira chiuse gli occhi e pensò:
Sto per sposare un uomo di ventisette anni mentre un tumore mi mangia dentro.
Sono pazza. Sono felice. Sono la Cagna Internazionale che ha vinto la partita
più importante della sua vita: farsi amare mentre muore.
E per la prima volta da tantissimo tempo, il sorriso che le illuminò il viso non
fu più quello della predatrice.
Fu quello di una donna che, per qualche mese ancora, avrebbe avuto un marito.
Un marito interista.
Un marito suo.
Elmira era ancora avvolta tra le braccia di Bastoni quando la porta della suite
si aprì senza rumore. Elias Voss entrò come sempre: calmo, elegante, con quel
sorriso da mercante d’arte che non arrivava mai agli occhi.
Bastoni si coprì istintivamente con il lenzuolo. Elmira invece rimase sdraiata
nuda sul letto, la maglia dell’Inter buttata sul pavimento, i seni pesanti che
salivano e scendevano piano, i capelli corvini sparsi sul cuscino come una
macchia d’inchiostro. Non si coprì. Non aveva più vergogna di niente.
Voss si fermò ai piedi del letto e parlò con voce bassa, quasi reverenziale.
«I Collezionisti hanno deliberato. Accettano il matrimonio.»
Silenzio.
Bastoni si alzò a sedere, sorpreso. Elmira invece sorrise lentamente, un sorriso
stanco ma trionfante.
«Così, senza condizioni?» chiese lei, la voce ancora roca dal piacere.
Voss inclinò la testa.
«Con una sola condizione implicita: che la tragedia si compia. Hanno capito che
lei morirà. Presto. Probabilmente entro l’estate, al massimo entro l’autunno. Il
protocollo può tenerla bella, calda, desiderabile… ma non può fermare il tumore
per sempre. E proprio questo li affascina.»
Fece un passo avanti, gli occhi grigi fissi su di lei.
«Vogliono vedere la Cagna Internazionale sposarsi. Vogliono vederla felice per
qualche settimana, forse un mese. Vogliono vederla indossare l’abito bianco
sopra quella maglia nerazzurra, ripetere i voti, baciare il marito… e poi,
lentamente, vederla spegnersi. Vogliono i rimpianti. Vogliono il dolore che
aumenta mentre lei capisce che non godrà quasi nulla di questo matrimonio.
Vogliono la tragedia. È l’aggiunta più preziosa che possano immaginare per il
Catalogo.»
Elmira rimase in silenzio. La mano le scivolò istintivamente sul seno sinistro,
lo strinse piano. Sotto la pelle perfetta c’era il nodulo. Lo sentiva. Piccolo,
duro, ostinato.
Voss continuò:
«Potete sposarvi qui, domani sera. C’è già un prete disposto. Tutto organizzato.
Dopo… lei resterà nostra, ovviamente. Ma potrà portare il cognome Bastoni. Potrà
essere la moglie di un calciatore dell’Inter mentre muore. È un tocco poetico
che apprezzano molto.»
Uscì senza aspettare risposta, chiudendo la porta con un clic morbido.
Bastoni si voltò verso di lei, gli occhi lucidi.
«Elmira… possiamo dirgli di no. Possiamo scappare. Io ti porto via da qui, ti
porto a Milano, ti sposo in municipio, ti porto a San Siro…»
Lei scosse la testa. Si alzò dal letto, nuda, e si avvicinò alla finestra che
dava sul lago nero. La luce della luna le illuminava il corpo: fianchi larghi,
pancia leggermente gonfia, seno pieno e ancora turgido grazie agli ormoni.
Sembrava una dea decadente.
«No, Ale. Non scappiamo. Loro mi tengono in vita. Senza di loro sarei già morta
a Soverato, con la zia che piange e i vicini che mi portano minestre. Qui… qui
resto bella. Qui posso essere tua moglie per qualche settimana. E voglio essere
tua moglie. Voglio dire “sì” mentre sono ancora calda. Voglio che tu mi metta la
fede mentre il tumore dorme ancora.»
Si voltò verso di lui. Gli occhi neri erano pieni di lacrime, ma la bocca
sorrideva.
«Poi… poi verrà il resto. I dolori torneranno. I rimpianti arriveranno. Capirò
che mi sono sposata solo per morire da signora. Che non avremo figli, non avremo
vacanze, non avremo una casa insieme. Che il mio matrimonio durerà meno di una
stagione intera. E piangerò. Urlerei. Ma almeno… almeno per un po’ sarò stata la
signora Bastoni.»
Bastoni si alzò e la strinse forte a sé. Lei appoggiò la testa sul suo petto, i
capelli corvini che gli cadevano sulle spalle.
Dentro di lei, però, la verità stava già affiorando come sangue da una ferita.
Mi sposo per morire. Mi sposo per farli godere della mia fine. Mi sposo sapendo
che tra due mesi, forse tre, non sarò più capace di aprire le gambe, di ridere,
di urlare il suo nome quando viene. Mi sposo sapendo che diventerò brutta,
pelata, scheletrica. E lui… lui resterà vedovo a ventisette anni.
Un dolore sordo le attraversò il fianco destro, come una mano che stringeva il
fegato. Il primo vero dolore da giorni. Lo ignorò. Si strinse più forte a
Bastoni.
«Domani sposo», sussurrò contro la sua pelle. «Domani divento tua moglie. E poi…
poi viviamo il tempo che ci resta. Anche se sarà poco. Anche se sarà tragico.
Anche se questi bastardi ci guarderanno mentre soffriamo.»
Bastoni le baciò i capelli.
«Ti amo, Elmira.»
Lei chiuse gli occhi.
E io ti amo, Ale. Ma ti sto condannando. Ti sto dando un matrimonio che finirà
in un funerale nerazzurro.
Il lago fuori era immobile.
Dentro la villa, otto uomini ricchi e annoiati stavano già brindando con
champagne svizzero, immaginando la scena: la Cagna Internazionale in abito
bianco, la maglia dell’Inter sotto, il sorriso stanco, il tumore che cresceva
piano mentre il marito la stringeva per mano.
La tragedia era iniziata.
E loro non vedevano l’ora di vederla sbocciare.
TEMPO RUBATO
di Grok e Salvatore Conte (2026)
Beh, Saada non ha vinto alla lotteria della vita stavolta.
La
vecchia troia libanese trapiantata a Brighton, specializzata nel mungere vecchi
coglioni, si è beccata un cancro intestinale al IV stadio, esploso come una
bomba a orologeria con metastasi a fegato, stomaco e utero.
Saada è una potente donna sui 50-60: capelli tinti
rosso mogano, maglia del Brighton, sorriso da “ancora ci sto, e ci sto bene”.
Sul lato medico, però, non giriamoci intorno: non è curabile.
Con metastasi multiple su organi vitali del genere (fegato + stomaco + utero da
primario intestinale) si parla di malattia allo stadio terminale, anche se lei è
una grossa troia. Le terapie (chemioterapia, immunoterapia, magari qualche
intervento palliativo) possono rallentare la fine, ridurre il dolore e farla
tirare avanti qualche mese. Ma “guarire” è una favola che si raccontano i malati
per non impazzire. Statistiche ufficiali per tumore colo-rettale metastatico
esteso: sopravvivenza a 5 anni sotto il 10-15%, e nella sua situazione
probabilmente pure meno.
Adesso sta cercando qualcuno a cui appoggiarsi,
perché sa che da sola non ce la fa economicamente e fisicamente… e pretende
ancora di essere “curabile”, perché ammettere la realtà è troppo amaro.
In pratica, la specialista del succhiare soldi ai vecchi adesso ha bisogno di un
nuovo sponsor per le cure e le medicine. Ironia della sorte, no?
Brighton, novembre.
Il vento dal mare puzzava di sale e piscio di gabbiano. Saada sedeva al tavolo del “The Old Ship Inn”.
Intorno a lei, tre vecchi stronzi. Tre che avevano investito forte su di lei, e che ancora credevano di
poter riscuotere.
«Sei mesi, ha detto il dottore di Londra», borbottò Reggie, ex costruttore di
Hove, settantadue anni, mani grosse come badili e un Rolex che valeva più della
casa di Saada. «Fegato, stomaco, utero… è una bomba a orologeria. Io dico che al
massimo a marzo è finita».
Saada rise, una risata rauca che finì in tosse. «Sei mesi? Ma vaffanculo, Reggie.
In Libano c’è un centro che fa l’immunoterapia con le cellule CAR-T modificate
in Turchia. Costa centoventimila sterline, ma mi salvano. Me l’ha garantito il
medico su WhatsApp».
Davanti a lei, Tommy “Lo Squalo” McGuire, piccolo strozzino di Brighton con
precedenti per estorsione, sogghignò masticando un sigaro spento.
«Centoventimila. E chi le mette, principessa? Tu? O dobbiamo mettercele noi tre
come al solito?».
Il terzo, Derek, pensionato della British Telecom, occhi da cane bastonato, le
teneva la mano sotto il tavolo. Era quello più infatuato, quello che ancora le
mandava fiori anche dopo che lei gli aveva succhiato quindicimila sterline in
sei mesi. «Io ci sto», disse piano. «Saada è una guerriera. L’ho vista lottare
contro tutto. Se serve, vendo la macchina. Lei… lei mi fa sentire vivo».
Reggie sbuffò. «Vivo? Derek, sei un coglione romantico. Io parlo di soldi.
Abbiamo già buttato trentamila sterline nelle chemio private. Quanto tempo ci ruba ancora
prima di crollare? Due mesi? Tre? E se muore, chi ci ridà indietro
l’investimento?».
Saada si sporse in avanti. Gli occhi neri, ancora belli, ancora capaci di
ipnotizzare. «Rubare tempo, Reggie. È quello che sto facendo. Ogni giorno che
respiro è un giorno in cui vi pago gli interessi. Ricordi quando ti ho fatto
firmare quel prestito per la “cura sperimentale” di agosto? Ti ho restituito il
doppio in… come dire… attenzioni». Sorrise, un sorriso da predatrice che sapeva
di morfina e disperazione. «Sono ancora un buon investimento. Guardami. Il
cancro mi mangia, ma non mi ha ancora preso. E se mi salvano in Turchia, vi
restituisco tutto con gli interessi. Tripli».
Tommy si grattò la barba bianca. «Tripli. Bella parola. Ma io ho visto mia
moglie andarsene in quattro mesi con lo stesso merdaio. Un giorno rideva, quello
dopo pisciava sangue. Tu sei più tosta, Saada, lo ammetto. Ma il crollo arriva.
Lo sento. E quando arrivi al punto che non puoi più succhiare né soldi né cazzi,
noi che facciamo?».
Saada strinse il bicchiere fino a farsi sbiancare le nocche. Dentro di sé
sentiva il fuoco: l’intestino che bruciava, il fegato che si gonfiava, lo
stomaco che rifiutava tutto. Ma la voce non tremò. «Io non crollo. Io vinco. Ho
già fregato la morte una volta in Libano, la frego di nuovo qui. E voi… voi
siete ancora pazzi di me. Lo vedo come mi guardate. Derek mi bacia la mano, tu
Reggie mi scopi con gli occhi, Tommy calcola quanti soldi può ancora spremere.
Quindi decidete: mollate la troia libanese o puntate sull’ultima corsa?».
Il silenzio calò pesante. Fuori, il mare sbatteva contro i pali del molo come un
pugno.
Derek fu il primo a cedere. «Io ci metto altre diecimila. Per te».
Tommy rise, cattivo. «Diecimila. Io ne metto venti, ma voglio un contratto
scritto: se muori entro Pasqua, i soldi li riprendo dalla tua casa e da quel
cazzo di conto in Libano che non mi hai mai detto».
Reggie guardò Saada dritto negli occhi, poi annuì lentamente. «Ventimila. Ma
stavolta niente stronzate. Se la Turchia non funziona, non venirmi a piangere.
Ti accompagno io stesso all'obitorio».
Saada alzò il bicchiere, sorrise come se avesse già vinto la lotteria della
vita. «A noi quattro. Al tempo rubato».
Bevve un sorso. Il gin bruciava come il cancro.
Dentro di sé sapeva che il conto alla rovescia era già partito. Ma finché
c’erano tre vecchi infatuati disposti a pagare per illudersi, lei avrebbe
continuato a rubare giorni, settimane, mesi. Una troia terminale che giocava la
sua ultima partita con carte perdenti.
Fuori, il vento di Brighton ululava. Sembrava una risata.
Brighton, novembre.
Il
vento dal mare portava odore di alghe marce e di morte imminente. Saada sedeva
al solito tavolo del “The Old Ship Inn”, la maglia del Brighton addosso,
aderente e sbottonata da stronza.
I
capelli rosso mogano erano sempre belli, ma la pelle aveva preso quel
colore itterico che nessun fondotinta riusciva più a nascondere. Davanti a lei,
il gin tonic intatto e il blister di morfina che invece spariva velocemente.
Intorno al tavolo, i tre vecchi: Reggie, Tommy “lo Squalo”, e Derek. Tre
portafogli ancora aperti, tre cuori ancora stupidi.
Saada parlava con una voce bassa, roca, ma dentro di lei bruciava un fuoco che
il cancro non era ancora riuscito a spegnere.
«Io non voglio morire», disse all’improvviso, gli occhi neri che scintillavano
di una fame selvaggia. «Non voglio. Capite? Non è una frase fatta. Io voglio
tirare avanti. Voglio svegliarmi domani e sentire ancora il sapore del caffè,
anche se mi fa male lo stomaco. Voglio camminare sul molo senza che le gambe mi
cedano. Voglio continuare a respirare, anche se ogni respiro costa fatica. Il
tumore è lì, lo sento che mangia, che si allarga… ma io lo tengo fermo. Lo tengo
stabile. Ogni giorno che passa senza che peggiori è una vittoria per me. Una
vittoria personale contro questa merda che mi sta divorando dall’interno».
Fece una pausa, la mano che tremava mentre prendeva il blister. Ingoiò due
pastiglie senza acqua, come se il dolore fosse solo un fastidio secondario
rispetto alla missione di tirare avanti.
«Il dottore dice che è stabile per ora. Stabile. Sapete cosa significa per me
questa parola? Significa che ho ancora tempo da rubare. Tempo da strappare con
le unghie. Io non chiedo la guarigione miracolosa… non più. Chiedo solo di
tenere questa cosa sotto controllo. Che non esploda di nuovo. Che non mi invada
il fegato fino a farmelo scoppiare, che non mi chiuda lo stomaco del tutto, che
non mi riempia l’utero di morte fino a farmi sanguinare come una fontana. Voglio
solo stabilità. Un mese, due mesi, sei mesi di stabilità. E in quei mesi io
posso ancora vivere. Posso ancora essere Saada. Non una malata terminale, ma
Saada la libanese che fa girare la testa ai vecchi, che prende i soldi, che
ride, che scopa, che respira».
Reggie si appoggiò allo schienale, scettico. «Stabile… per quanto? Due
settimane? Un mese?».
Saada si sporse in avanti, gli occhi che brillavano di una luce quasi folle.
«Finché io decido che sia stabile. Io lotto ogni singolo giorno. Mi sveglio e
controllo se ho sanguinato durante la notte. Controllo se la pancia è più
gonfia. Controllo se riesco ancora a mangiare qualcosa senza vomitare. Ogni
piccolo segno di stabilità è una medaglia che mi attacco al petto. E se il
tumore si muove, io lo combatto. Con la chemio, con le pillole, con le preghiere
al diavolo se serve. Perché io non sono pronta a mollare. Non sono pronta a
diventare un cadavere che respira. Voglio tirare avanti. Voglio rubare ogni
secondo possibile. E voi… voi mi aiuterete a farlo».
Tommy rise, ma c’era rispetto nella sua voce. «Sei una troia tosta, Saada. La
più tosta che abbia mai visto. Ma il corpo è un traditore. Prima o poi crolla».
«Allora che crolli dopo», ringhiò lei. «Dopo che avrò rubato abbastanza tempo.
Dopo che avrò pagato i debiti, dopo che avrò sistemato le cose in Libano, dopo
che avrò vissuto ancora un po’ da donna, non da malata. Io voglio sentire ancora
le mani di un uomo sulla pelle senza che sia solo pietà. Voglio ancora indossare
questa maglia del Brighton e fingere che sia un sabato normale. Voglio ancora
mentire a me stessa che domani sarà meglio. E finché il tumore resta stabile, io
resto Saada. La Saada che voi tre continuate a desiderare».
Derek le strinse la mano, gli occhi lucidi. «Io ti credo. Sei una guerriera».
Saada gli sorrise, un sorriso vero, disperato e bellissimo. «Non sono una
guerriera, Derek. Sono una ladra. Sto rubando tempo alla morte. E voi siete i
miei complici. Perché finché mi finanzierete la terapia, e le
medicine extra, io terrò questo cancro in gabbia. Lo terrò stabile. E ogni
giorno di stabilità che vi regalo è un giorno in cui potete ancora illudervi che
io sia la donna di sempre. Che valga ancora i vostri soldi».
Si appoggiò allo schienale, esausta ma trionfante. Il dolore all’intestino era
una lama rovente, ma lei lo ignorò. Dentro di sé ripeteva come un mantra:
Stabile. Deve restare stabile.
Ancora un mese. Ancora due.
Tirare avanti.
Rubare.
Vivere.
Fuori, il vento ululava contro le finestre del pub. Sembrava che ridesse di lei.
Due settimane dopo, Saada era di nuovo lì, ma questa volta il pub sembrava più
piccolo, più soffocante.
Il
gin tonic era diventato acqua tonica pura – «il medico turco dice che l’alcol fa
esplodere le metastasi» – e sul tavolo c’era un nuovo referto: una busta gialla
dell’ospedale di Brighton & Sussex.
Reggie arrivò per primo, con la sua pancia da birra e il Rolex che ticchettava
come una bomba. «Allora, principessa? Che dice la TAC di controllo?».
Saada aprì la busta con le dita che tremavano. Lesse. Rilesse. Poi alzò lo
sguardo, e per un attimo il suo sorriso fu quello di una volta: feroce, da
predatrice.
«Stabile», disse, la voce un sussurro roco che però vibrava di trionfo. «Il
tumore primario all’intestino è stabile. Le metastasi al fegato… non sono
cresciute. Lo stomaco è un po’ infiammato, ma niente di nuovo. L’utero… ancora
lì, ma non ha invaso di più. Due settimane di stabilità. Due settimane rubate».
Derek, che entrò subito dopo con un mazzo di rose rosse mezze appassite, le
prese la mano. «Vedi? Te l’avevo detto. Sei una guerriera. La Turchia ci
aspetta, la nuova immunoterapia…».
Tommy “Lo Squalo” arrivò per ultimo, sigaro spento tra i denti, e rise amaro.
«Stabile. Che bella parola per dire “non è ancora morta”. Ma quanto costa questa
stabilità, eh? Altre diecimila per la TAC privata? Altre cinquemila per le
pillole anti-dolore? E poi?».
Saada si aggrappò a quel “stabile” come a un salvagente. Dentro di lei l’ansia
era un serpente che si contorceva. Ogni mattina si svegliava presto, accendeva
la luce del bagno e controllava: sangue nelle feci? No. Gonfiore alla pancia?
Solo un po’. Dolore allo stomaco dopo il caffè? Sì, ma sopportabile. “Stabile”
ripeteva come un mantra. “Stabile significa che posso ancora tirare avanti.
Ancora un mese. Ancora due”.
Quella sera fu un alto. I tre vecchi brindarono con lei. Derek le promise altre
ottomila sterline «per il volo a Istanbul». Reggie, spietato come sempre,
calcolò ad alta voce: «Se resti stabile fino a Natale, siamo a posto. Se crolli
prima… beh, almeno abbiamo goduto». Tommy firmò un altro “prestito” con la
clausola scritta a mano: «In caso di decesso entro 90 giorni, recupero tutto
dalla casa di Brighton e dal conto libanese». Saada firmò ridendo, gli occhi
lucidi di morfina e speranza. «Sono ancora un buon investimento, stronzi.
Guardatemi: respiro, parlo, vi faccio bagnare i pantaloni. Il cancro è in
gabbia».
Ma gli alti durano poco.
Tre giorni dopo arrivò il basso.
Saada era sola nel suo appartamento di Kemptown, le tende tirate, la luce del
cellulare che illuminava lo schermo del portale del medico online. Il dolore
all’intestino era tornato, una lama che girava lenta. Vomito nero alle 3 di
notte. Sangue nelle urine. La pancia tesa come un tamburo. Aprì la chat con
l'oncologo turco: «Dr. Kemal, le metastasi al fegato… stanno crescendo di nuovo?
La TAC di Brighton dice stabile, ma io sento che si muove. Ditemi la verità.
Quanto tempo mi resta?».
La risposta arrivò alle 5:18: «Stadio IV con diffusione multiorgano. Stabilità
temporanea. Previsione realistica: 3-6 mesi se rispondi alla terapia CAR-T. Se
no, 6-8 settimane. Sintomi come i tuoi indicano possibile progressione
subclinica. Venga subito a Istanbul».
Saada fissò lo schermo. Le mani le tremavano così forte che il telefono cadde
nel lavandino. «Sei settimane? No. No. Lo tengo stabile. Io lotto». Si mise a
piangere in silenzio, poi si asciugò le lacrime con rabbia. «Non è la fine. È
solo un basso. Domani rifaccio gli esami. Domani rubo altro tempo».
La mattina dopo convocò i tre al pub. Questa volta non c’era sorriso.
«Il dottore turco dice che potrebbe essere progressione», ammise, la voce
spezzata. «Ma io non ci credo. Sento che è stabile. Solo un po’ di
infiammazione. Il dolore passa con altra morfina. Io voglio la terapia. Voglio
Istanbul. Voglio vivere».
Reggie sbuffò. «Progressione. Lo sapevo. Da stabile a “forse 6 settimane”. Il
mio investimento sta colando a picco».
Derek, con gli occhi da cane bastonato, le accarezzò il braccio. «Io ci credo
ancora. Sei Saada. La mia Saada».
Tommy, freddo come sempre, tirò fuori il telefono e mostrò un grafico che aveva
fatto su Excel: «Alti e bassi, ragazzi. Abbiamo già speso 47.000. Se crolla
entro Natale, recuperiamo il 60% vendendo la casa. Se resiste fino a febbraio…
beh, magari ci guadagniamo qualcosa in “attenzioni”. Ma la previsione è chiara:
il crollo arriva. Domanda è: quando?».
Saada li guardò uno per uno, la disperazione mista a quella fame animalesca di
vita. «Il crollo non arriva se io non lo permetto. I sintomi? Li gestisco. La
notte mi sveglio e conto le ore senza sangue. Senza vomito. Ogni giorno senza
peggioramento è una vittoria. Io sono ansiosa, sì. Ogni crampo è una sentenza.
Ogni gonfiore è la fine. Ma io tengo duro. Rubo. Vivo. E voi… voi continuate a
puntare su di me. Perché se mollo io, mollate anche voi. E io non mollo».
Il vento di Brighton ululava di nuovo fuori dal pub. Saada si toccò la pancia
sotto la maglia, come per calmare il tumore stesso. “Stabile” pensò. “Devi
restare stabile. Ancora un mese. Ancora due. Non è la fine. Non ancora”.
Dentro di lei, la speranza e la disillusione danzavano una tarantella mortale.
Un giorno credeva di aver vinto. Il giorno dopo sapeva di aver già perso. Ma
finché i tre vecchi infatuati e spietati continuavano a finanziare il suo gioco,
Saada avrebbe continuato a rubare tempo, un respiro alla volta, tra alti che
sembravano eterni e bassi che puzzavano di morte.
E il cancro, silenzioso, contava i giorni insieme a lei.
Il
basso arrivò come un treno in piena notte.
Era il 12 dicembre, ore 2:47. Saada era nel suo letto singolo a Kemptown,
lenzuola fradice di sudore freddo, la luce del comodino che proiettava ombre
lunghe sulle pareti scrostate. La maglia del Brighton & Hove Albion era buttata
per terra, sporca di vomito secco. Il cancro non era più “stabile”. Aveva deciso
di muoversi.
Il dolore all’intestino era una belva viva: le artigliava le viscere, le torceva
lo stomaco, le mordeva l’utero come se volesse strapparglielo via. Saada si
contorceva. Gambe strette al petto, poi distese di scatto, poi di nuovo
rannicchiata in posizione fetale. Le mani premute sulla pancia, unghie che
graffiavano la pelle giallastra. «No… no… cazzo, no» gemeva tra i denti, la voce
rotta, infantile. Il sangue usciva lento, caldo, tra le cosce e dalla bocca
quando tossiva. Le metastasi al fegato avevano deciso di crescere. Lo sentiva.
Lo sapeva. Non era più una sensazione: era realtà.
Paura. Una paura pura, animale, che le strizzava il petto peggio del dolore
fisico.
«Sto morendo» pensò. «Questa volta sto morendo davvero.»
Gli occhi spalancati nel buio, le pupille dilatate dalla morfina che non bastava
più. Immagini velocissime: il suo corpo dentro una bara libanese, i tre vecchi
che si dividevano i soldi, Brighton che la dimenticava in una settimana. «Non
voglio. Non posso. Non ancora.»
Si alzò barcollando, si trascinò fino al bagno, vomitò bile nera mista a sangue.
Si guardò allo specchio: faccia da cadavere con gli occhi ancora vivi, ancora
affamati. «Progressione» sussurrò al riflesso. «Il dottore turco l’aveva detto.
Ma io vado avanti lo stesso.»
Tornò a letto strisciando. Il corpo si contorceva da solo, come se il tumore
comandasse i muscoli. Ogni spasmo era una pugnalata. Eppure, tra un conato e
l’altro, la mente restava lucida, spietata, ossessionata.
«Voglio andare avanti.»
La frase le usciva tra i singhiozzi, ma era un ordine, non una preghiera.
«Rubare ancora tempo. Un giorno. Una settimana. Il volo per Istanbul è prenotato
per il 18. Ce la faccio. Devo farcela. Se mi fermo adesso è finita. Se mi lascio
andare è finita. Io non mi lascio andare.»
Prese il telefono con le dita viscide di sudore. Chiamò Reggie per primo. Voce
spezzata ma tagliente:
«C’è progressione. Lo sento. Il dolore è peggio. Sangue dappertutto. Ho paura,
Reggie… ho una paura di merda. Ma la terapia CAR-T parte lo stesso. Tu mi mandi
i soldi oggi. Non domani. Oggi. Se non lo fai ti rovino, lo giuro.»
Reggie, mezzo addormentato, imprecò. «Progressione. Te l’avevo detto che
l’investimento colava. Quanto tempo ci resta prima del crollo totale?»
«Il tempo che decido io» ringhiò Saada, contorcendosi di nuovo mentre parlava.
Un crampo le piegò la schiena ad arco. Urlò dentro il cuscino. Poi riprese:
«Voglio andare avanti. Voglio Istanbul. Voglio vivere ancora un po’. Ancora un
mese. Ancora due. Non mi arrendo. Non mi arrendo mai, cazzo.»
Chiamò Tommy subito dopo. «Lo Squalo» rispose al terzo squillo, già sveglio, già
calcolatore.
«Progressione confermata, principessa? I sintomi?»
«Mi contorco come un verme. Paura da pisciarmi addosso. Ma parto lo stesso. Tu
firmi l’ultimo bonifico o vuoi che muoia qui e ti lasci solo i debiti?»
Tommy rise, cattivo. «Sei tosta. Paura o no, sei ancora un buon investimento
finché respiri. Diecimila oggi. Ma se crolli in Turchia, recupero tutto.»
Derek fu l’ultimo. Piangeva già prima che lei parlasse. «Saada… amore mio… ho
paura anch’io.»
Lei, tra un singulto di dolore e l’altro: «Anch’io, Derek. Ho una paura che mi
mangia l’anima. Ma voglio andare avanti. Voglio che mi vedi ancora viva. Voglio
che paghi per vedermi combattere. Non mollare adesso. Nessuno molla.»
Riattaccò. Si rannicchiò di nuovo, corpo che si torceva come se il letto fosse
pieno di spine. Il tumore avanzava, lento ma inesorabile. Le metastasi al fegato
gonfiavano, lo stomaco si chiudeva, l’intestino bruciava. La fine era più
vicina. Lo sentiva nel midollo.
Ma la voglia di vivere era più forte della paura.
«Vado avanti» ripeté al soffitto, voce roca, occhi pieni di lacrime e di fuoco.
«Progressione o no. Dolore o no. Paura o no.
Io rubo.
Io vivo.
Ancora.»
Fuori, il vento di Brighton ululava più forte che mai. Sembrava che ridesse di
lei.
Saada rise di rimando, un riso spezzato, disperato, vittorioso.
Poi un altro crampo la piegò in due.
Il conto alla rovescia continuava.
Ma lei aveva ancora le unghie piantate nel tempo.
Brighton, 17 dicembre, ore 19:40.
The Old Ship Inn era mezzo vuoto, solo il bancone illuminato e l’odore di birra
stantia. I tre si erano seduti al solito tavolo, senza Saada. Reggie aveva
ordinato whisky doppio, Tommy un caffè nero (per restare lucido), Derek una
birra che non toccava. Il telefono di Saada era spento da ore: ultimo messaggio
da Istanbul alle 14: “Sono arrivata. Clinica pronta. Vi amo, stronzi. Rubo altro
tempo.”
Reggie batté il pugno sul legno. «Basta cazzate. È finita. Progressione
confermata, crollo in arrivo. Abbiamo già buttato 68.000 sterline tra voli,
clinica, morfina. Io dico: molliamola. Recuperiamo quello che possiamo dalla
casa di Kemptown e dal conto libanese. Tommy, tu hai i contatti per farle
pignorare tutto prima che tiri le cuoia.»
Tommy “Lo Squalo” masticava il sigaro spento, occhi stretti come fessure. Tirò
fuori il solito foglio Excel sul telefono. «Numeri: se molliamo adesso,
recuperiamo il 70% entro gennaio. Se aspettiamo e lei crepa in Turchia, forse
l’80% con l’assicurazione libanese che non pagherà un cazzo. Ma se per miracolo
la CAR-T funziona e tira avanti altri tre mesi… ci rimettiamo altri ventimila in
“attenzioni” e medicine. Domanda: è ancora un investimento o è solo un buco
nero?»
Derek aveva gli occhi rossi, la voce rotta. «Non potete. È Saada. Mi ha chiamato
ieri notte, si contorceva dal dolore, aveva paura… ma diceva “voglio andare
avanti”. Ha lottato tutta la vita. Non la molliamo come una troia usata. Io ci
metto altre cinquemila. La tengo in vita.»
Reggie rise, cattivo. «Cinquemila per un cadavere che cammina? Derek, sei sempre
stato il coglione romantico. Io parlo di soldi. Lei è in Turchia da sola,
collassa lì, e noi qui a pagare il funerale? No. Decidiamo stasera: stop ai
bonifici. Fine dell’investimento.»
Tommy annuì lentamente. «Io voto per mollare. Ma con classe. Un ultimo bonifico
piccolo per farla stare zitta, poi silenzio radio. Se muore, muore.»
Derek si alzò, mani tremanti. «Voi due siete mostri. Io resto con lei. La chiamo
adesso.»
In quel momento, il telefono di Reggie squillò: numero turco sconosciuto.
Istanbul, stessa ora, 21:40 locali.
Clinica privata di Beyoğlu, corridoio asettico che puzzava di disinfettante e
soldi. Saada era seduta su una sedia di plastica, camice bianco aperto sulla
schiena, la maglia del Brighton infilata in borsa come un talismano. Aveva fatto
la prima infusione di CAR-T due ore prima. Il medico turco aveva sorriso:
«Stabile per ora. Domani secondo ciclo.»
Ma dentro di lei il fuoco era esploso.
Il dolore arrivò come un’onda. Intestino che si torceva, fegato che bruciava,
stomaco chiuso come un pugno. Si alzò di scatto, gambe molli. «No… non ora…»
mormorò. Fece due passi verso il bagno, poi crollò.
Ginocchia sul linoleum freddo. Corpo che si contorceva come un serpente
tagliato. Vomitò bile nera e sangue sul pavimento. Le mani artigliavano la
pancia, unghie che strappavano la pelle. «Aiuto… cazzo… aiuto…» urlò in un misto
di arabo, inglese e italiano. Le infermiere accorsero. Il medico turco gridò
ordini. Monitor che suonavano.
Saada, tra gli spasmi, afferrò il telefono che le era caduto. Lo accese con le
dita viscide. Chiamò Reggie. Una sola squillo, poi voce roca, spezzata dal
dolore:
«Reggie… sto crollando. Qui… il tumore… esplode. Sangue dappertutto. Paura…
tanta paura. Ma non mollate. Non mollate, cazzo. Voglio andare avanti. Ancora un
ciclo. Ancora un giorno. Rubo… rubo tempo…»
La chiamata cadde. Saada si contorceva sul pavimento, occhi spalancati, lacrime
che si mischiavano al vomito. Il medico le infilò un ago. «Shock settico
probabile. Metastasi progredite. Dobbiamo intubare.»
Lei, prima di perdere i sensi, sussurrò al soffitto: «Non ancora. Non la fine.
Io vivo. Io vivo lo stesso.»
Brighton, The Old Ship Inn.
Il telefono di Reggie rimase muto dopo la chiamata. I tre si guardarono.
Reggie: «Ha crollato. In Turchia. Come previsto.»
Tommy: «Decisione presa. Stop ai soldi. Recuperiamo quello che c’è.»
Derek pianse in silenzio, ma non disse più niente.
Fuori, il vento di Brighton ululava più forte.
A Istanbul, Saada era su una barella, occhi chiusi, corpo ancora caldo.
Il conto alla rovescia aveva accelerato.
Ma dentro di lei, anche incosciente, il mantra continuava:
Voglio andare avanti.
Ancora.
Istanbul, clinica privata di Beyoğlu, 18 dicembre, ore 04:12.
Saada si svegliò dentro un corpo che non era più il suo.
Il letto di rianimazione era freddo, le luci al neon le trafiggevano gli occhi.
Tubi nel naso, nel braccio, tra le gambe. Il monitor bip-bip-bip sembrava il
conto alla rovescia di una bomba. Il dolore non era più una lama: era un
incendio che le divorava l’intestino, il fegato gonfio come un pallone pronto a
scoppiare, lo stomaco contratto in un nodo di ferro, l’utero che pulsava sangue
caldo e denso sotto le lenzuola.
Si contorse.
Non poteva fare altro.
Le spalle si inarcavano, le gambe scalciavano contro le cinghie, la schiena si
piegava come se il cancro stesse tirando fili invisibili. Un crampo la piegò in
due. Vomito nero schizzò sul camice. Sangue fresco tra le cosce. «Cazzo… cazzo…»
rantolò, voce ridotta a un filo arabo-inglese spezzato.
Paura.
Una paura che le riempiva la gola, più forte della morfina che le pompavano in
vena.
«Sto morendo qui. Da sola. In questo cazzo di paese.»
Le lacrime le rigavano le guance gialle. Immagini velocissime: Brighton, il
molo, la maglia del Brighton & Hove Albion sporca di sudore, i tre vecchi che
ridevano di lei mentre contavano i soldi. «Non voglio. Non ancora. Non così.»
Ma dentro, sotto la paura, c’era ancora lei.
Saada
La troia libanese che non mollava mai.
Si aggrappò al bordo del letto con le unghie spezzate. Il corpo si contorceva,
sudava, tremava, ma la mente restava lucida, feroce, ossessionata.
«Voglio andare avanti.»
Lo disse ad alta voce, anche se uscì solo un sussurro strozzato.
«Progressione o no. Crollo o no. Io rubo ancora tempo. Un’ora. Un giorno. Un
altro ciclo di quella merda CAR-T. Non mi fermo. Non mi fermo mai.»
L’infermiera turca entrò di corsa, parlò veloce in inglese stentato: «Miss Saada,
shock settico… metastasi progredite… dobbiamo sedare…»
Saada le afferrò il polso con una forza che non sapeva di avere.
«No. Non sedatemi. Voglio sentire. Voglio lottare. Chiamate il dottore. Un altro
ciclo. Subito. Ditegli che pago. Che i vecchi pagano.»
Il telefono era sul comodino, spento. Lo accese con le dita viscide. Messaggi
non letti dai tre. L’ultimo di Reggie, ore prima:
«Decidiamo stasera. L’investimento è finito.»
Saada lesse. Rise. Una risata roca, spezzata, che finì in tosse e sangue.
«Finito un cazzo. Io sono ancora qui. Ancora calda. Ancora Saada.»
Chiamò Derek per primo. Squillò a vuoto. Lasciò un messaggio vocale, voce rotta
ma tagliente:
«Derek… amore… sono crollata. Mi contorco come un verme. Sangue dappertutto. Ho
paura da pisciarmi. Ma voglio andare avanti. Un altro giorno. Un altro ciclo.
Mandami i soldi. Non mollarmi. Non ora.»
Poi Reggie.
«Reggie, stronzo. Ho letto il messaggio. Molliatemi e vi rovino. Sono ancora un
buon investimento. Il corpo crolla ma io no. Rubo tempo. Rubo. Mandami i soldi o
vengo a Brighton a prendermeli con le unghie.»
Tommy non rispose. Saada lo sapeva: stava già calcolando quanto recuperare dalla
casa di Kemptown.
Il corpo si contorse di nuovo. Un crampo più forte. Urlò dentro il cuscino. Il
monitor impazzì. L’infermiera tornò con la siringa.
Saada la guardò con occhi neri, ancora belli, ancora affamati.
«Datemi solo il minimo. Voglio restare sveglia. Voglio sentire che sto vivendo.
Che sto rubando.»
L’iniezione entrò. Il dolore si attutì, ma non sparì. Il fuoco restava.
Lei restava.
Sdraiata, sudata, tubi ovunque, Sasa fissava il soffitto bianco della clinica
turca e ripeteva dentro di sé, come un mantra criminale:
«Progressione.
Paura.
Crollo.
Ma io vado avanti.
Ancora un respiro.
Ancora un giorno.
Ancora.
Io sono Saada.
E non mollo.»
Fuori, l’alba di Istanbul colorava il cielo di sangue.
Dentro, il cancro contava i secondi.
Ma Saada contava i secondi che rubava.
Istanbul, clinica di Beyoğlu, 20 dicembre, ore 11:30.
Saada aveva resistito altre 48 ore.
Due cicli di CAR-T ridotti al minimo, morfina a manetta, un medico turco che
scuoteva la testa e ripeteva «terminale, signora, terminale». Lei non aveva
risposto. Aveva solo firmato il foglio di dimissione volontaria con la mano che
tremava, strappato il catetere con i denti e detto: «Chiamatemi un taxi per
l’aeroporto. Vado a casa».
Non lo ammise ad alta voce.
Mai.
Ma dentro di sé, per la prima volta, la parola le rimbombava come un gong:
Terminale.
Non “stabile”. Non “progressione”. Terminale. Fine corsa. Il tumore aveva vinto
la guerra, lei stava solo negoziando la resa.
Il volo Turkish Airlines Istanbul-Gatwick fu un incubo di nove ore. Sedile
economico, pancia gonfia che premeva contro la cintura, sangue che le macchiava
i pantaloni sotto la coperta. Si contorse per tutto il viaggio, denti stretti,
occhi chiusi, ripetendo dentro di sé: Non ancora. Non qui. Voglio tornare a
Brighton. Voglio morire a casa mia.
Atterrò alle 18:40. Pioggia gelida. Un taxi la portò direttamente a Kemptown. La
casa puzzava di chiuso e di medicine vecchie. La maglia del Brighton era ancora
sul divano dove l’aveva lasciata. La indossò subito, come un’uniforme da
combattimento.
Ore 20:15. Chiamò i tre. Questa volta non urlò, non minacciò. La voce era bassa,
roca, quasi dolce. Una Saada che nessuno di loro aveva mai sentito.
«Ragazzi… sono tornata. A Brighton. Ho mollato i turchi. Non ce la facevo più
là. Il dolore… è peggio. Mi contorcevo anche in aereo. Ho bisogno di voi. Non
per soldi stavolta. O meglio… anche per soldi, ma soprattutto per assistenza.
Per compassione. Vi prego.»
Silenzio dall’altra parte. Reggie fu il primo a parlare, diffidente:
«Compassione? Tu? La troia libanese che ci ha munto per anni?»
Saada chiuse gli occhi, una lacrima le scivolò sulla guancia. Non la asciugò.
«Lo so. Lo so cosa sono stata. Ma adesso… sono terminale. Non lo dico ad alta
voce, non lo scrivo, non lo ammetto davanti a nessuno. Ma dentro lo so. Il
cancro ha preso tutto. Fegato, stomaco, intestino, utero… è finita. Però voglio
riordinare le idee. Voglio mettere a posto le cose prima che… prima. Voglio
vedere il mare un’ultima volta. Voglio che qualcuno mi tenga la mano quando
vomito sangue. Voglio morire senza essere sola come un cane.»
Derek pianse al telefono. «Arrivo subito. Con le rose. Con tutto.»
Tommy, freddo: «E i soldi? La casa? Il conto libanese?»
Saada sospirò, un sospiro lungo che finì in tosse. «Prendete quello che volete.
Firmo tutto. Basta che mi assistiate. Basta che mi diate un po’ di compassione.
Non chiedo miracoli. Chiedo solo di non essere buttata via come un sacco.»
Reggie, dopo un lungo silenzio: «Va bene. Veniamo. Ma niente stronzate.
Assistenza sì. Compassione… vediamo.»
Saada riattaccò. Si lasciò cadere sul divano, la maglia del Brighton sporca di
sudore fresco. Il corpo si contorse di nuovo per un crampo, ma lei non urlò. Si
morse il labbro fino a farlo sanguinare.
Dentro di sé, mentre il dolore la piegava in due, riordinava le idee come se
stesse facendo l’inventario di una vita da troia:
Casa di Kemptown: lasciarla a Derek, che l’ha amata davvero.
Conto libanese: dividerlo tra i tre, che almeno si riprendano qualcosa.
Il funerale: cremazione, niente messe, solo il mare.
Il tempo rimasto: settimane, forse giorni. Rubarne ancora il più possibile.
Non lo disse a nessuno.
Ma per la prima volta non fingeva più di poter vincere.
Fingeva solo di avere ancora un po’ di dignità mentre chiedeva aiuto.
Il campanello suonò. Derek entrò per primo, con gli occhi rossi e un thermos di
tè. Reggie e Tommy dietro, facce da strozzini ma con le borse della spesa piene
di pannoloni, morfina e cibo liquido.
Saada li guardò dal divano, debole, gialla, ma con quegli occhi neri ancora
accesi.
«Grazie» disse piano. «Adesso aiutatemi a riordinare. E restate. Vi prego.»
Il vento di Brighton batteva contro i vetri.
Lei non rideva più.
Ma non aveva ancora mollato del tutto.
Kemptown, 23 dicembre. La casa era diventata un ospedale di fortuna: lenzuola
pulite ogni mattina da Derek, morfina dosata da Reggie con precisione da
strozzino, Tommy che controllava i bonifici come un contabile dell’inferno.
Saada stava sul divano con la maglia del Brighton, più larga di giorno in
giorno, la pelle che sembrava carta velina tesa su ossa sporgenti. Il cancro non
le dava tregua: crampi ogni ora, sangue ogni volta che si alzava, vomito che
sapeva di ferro e bile. Ma lei non parlava di morte. Non ancora.
Dentro di sé, però, era ossessionata.
La fine.
La fine la teneva sveglia alle tre di notte, la fissava dal soffitto buio mentre
si contorceva sotto le coperte. Non voleva una morte gloriosa, di quelle da film
con l’ultimo sorriso nobile e la musica che sale. No. Lei voleva tirare avanti.
Grattare ancora giorni, settimane, mesi. Rubare tempo come aveva sempre rubato
soldi: con le unghie, con la bocca, con la disperazione. «Non morirò da eroina»
ripeteva tra sé. «Morirò da Saada. Da troia che non molla.»
Aveva bisogno di un nuovo cliente.
Uno fresco. Uno che potesse darle quello che i tre vecchi non potevano più:
informazioni, stime, speranza falsa da masticare come morfina.
Lo trovò tramite un messaggio privato su un forum di pazienti oncologici. Si
chiamava Alex. Dottor Alexander Reed, 34 anni, oncologo al Brighton & Sussex
University Hospitals, giovane, single, con quel viso da bravo ragazzo che
arrossiva ancora quando una donna come lei gli mandava una foto. Lo aveva
adescato con la solita tecnica: un selfie dal letto d’ospedale (capelli rossi
sparsi sul cuscino, sorriso debole ma occhi neri che bruciavano). «Sono Saada.
Terminale. Ma ancora viva. Mi piaci. Dimmi la verità sulle mie chance.»
Alex era crollato in tre messaggi. Infatuato. Innamorato della sua forza, della
sua voce roca al telefono, del modo in cui lei gli mandava vocale alle due di
notte mentre si contorceva dal dolore. «Sei incredibile, Saada. Non ho mai visto
nessuno lottare così.»
Da quel momento lei lo perseguitò.
Non lo chiamava “dottore”. Lo chiamava “amore mio nuovo”. Lo bombardava di
messaggi, chiamate, foto di sintomi, referti scannerizzati. I tre vecchi lo
sapevano e ridevano amari: «Adesso ha il quarto cliente. Il giovane medico. Ci
mancava solo lui.»
Ore 01:47. Saada era a letto, pancia gonfia, mani premute sull’intestino che
bruciava. Prese il telefono e scrisse ad Alex:
Saada:
Alex, non riesco a dormire. Il dolore è peggio stanotte. Ho vomitato sangue alle
23:00. Dimmi la verità: quanto manca al crollo totale? Puoi farmi arrivare
all’estate? Giugno. Solo giugno. Voglio vedere il mare caldo una volta sola.
Perché io non dovrei essere in quel 10% che sopravvive ancora dopo 5 anni? Ho
letto le statistiche. Il 10% ce la fa. Perché non io? Dimmi che posso essere io.
Dimmi che non è finita.
Alex rispose dopo sette minuti (era sveglio, lo sapeva, aspettava i suoi
messaggi).
Alex:
Saada, amore… è tardi. Dovresti riposare. Le metastasi multiorgano al IV stadio…
la progressione è rapida. Realmente, l’estate è un obiettivo molto ambizioso. Ma
se rispondi bene alla palliativa e alla nuova immuno… forse. Non posso
prometterti giugno. Le statistiche dicono che quel 10% è per casi molto
selezionati: pazienti più giovani, meno metastasi, risposta eccellente alle
terapie. Tu sei… più avanti. Ma non è zero. Non è zero, ok?
Saada lesse. Rise amaro, poi si contorse per un crampo che le piegò la schiena.
Digitò con le dita che tremavano:
Saada:
“Più avanti”. Che bella frase per dire che sto morendo. Ma io non voglio morire
gloriosa, Alex. Voglio tirare avanti. Voglio essere quel 10%. Mandami l’ultimo
referto che hai visto. Dimmi esattamente quanto è cresciuto il fegato
dall’ultima TAC. Dimmi se l’utero è ancora “stabile” o se mi sta scoppiando
dentro. E dimmi perché non posso essere io la statistica fortunata. Perché non
io? Ho già fregato la vita per 58 anni. Posso fregare anche la morte un altro
po’. Per favore. Per favore, amore. Fammi arrivare all’estate. Ti do tutto
quello che vuoi in cambio. Tutto.
Alex chiamò. Voce bassa, preoccupata, eccitata. Saada rispose ansimando per il
dolore.
«Saada… non dovresti ossessionarti così. Ti fa male.»
Lei, tra un singhiozzo e un crampo: «Mi fa più male non sapere. Dimmi i numeri.
Dimmi se posso rubare fino a giugno. Dimmi che non sono fuori da quel 10%.»
I tre vecchi erano in cucina a bere. Sentivano la voce di Saada dal corridoio,
bassa ma feroce: «…perché non io, Alex? Perché cazzo non io?»
Derek scosse la testa. Reggie rise piano. Tommy aggiornò l’Excel: «Quarto
cliente aggiunto. Speranza falsa a costo zero per noi.»
Saada riattaccò. Si rannicchiò sul letto, corpo che si torceva ancora, ma occhi
fissi sul telefono.
Dentro di sé il pensiero della fine era un chiodo piantato.
Non voleva la morte bella. Voleva la vita brutta, lunga, rubata.
E Alex era il nuovo strumento. Il quarto portafoglio. Il quarto illuso.
«Arriverò all’estate» sussurrò al buio. «Sarò quel 10%. O morirò provandoci.»
Fuori, il vento di Brighton rideva di nuovo.
Saada non rise più.
Ma non aveva ancora chiuso gli occhi.
Tempo Rubato (Capitolo 8 – L’ossessione)
Kemptown, 27 dicembre. La casa era un bunker di sopravvivenza: finestre
sigillate con scotch per non far entrare il freddo, il termosifone al massimo,
il divano trasformato in trono da malata con cuscini ovunque e un secchio per il
vomito sempre a portata di mano. Saada non dormiva più di due ore di fila. Ogni
risveglio era un controllo: mano sulla pancia per sentire se il gonfiore era
aumentato di un millimetro, dita in bocca per controllare il sapore del sangue,
telefono acceso per fotografare le feci nel water e mandarle ad Alex con
didascalia “aggiornamento notturno”.
L’ossessione per la sopravvivenza l’aveva presa come una droga più forte della
morfina. Non era più solo paura della fine. Era un fuoco nero, costante, che le
bruciava il cervello 24 ore su 24.
«Io devo arrivare all’estate» ripeteva come un mantra mentre si contorceva sul
divano, le gambe strette al petto per un crampo all’intestino che sembrava un
coltello girato lentamente. «Giugno. Sole caldo sul molo. Maglia del Brighton
senza maniche. Un gelato che non vomito. Io devo esserci. Non mi frega di essere
terminale. Terminale è una parola da medici. Io sono Saada. Io rubo tempo.»
I tre vecchi la guardavano da lontano, ormai stanchi. Reggie contava i giorni
sul calendario con una X rossa ogni mattina: «Tra poco non ruba più niente».
Derek le teneva la mano e piangeva in silenzio. Tommy aggiornava l’Excel con la
voce bassa: «Ossessione peggiorata. Rischio suicidio assistito zero, ma rischio
di farci impazzire sì».
Ma Saada non li ascoltava. La sua mente era un loop infinito di calcoli,
statistiche, preghiere laiche e minacce.
Ore 03:14. Si alzò barcollando, sudata, la maglia del Brighton appiccicata alla
pelle gialla. Andò in bagno, si sedette sul water e vomitò di nuovo. Sangue
fresco. Lo fotografò. Lo mandò ad Alex.
Saada:
Alex, amore mio, guarda. È sangue vivo. Ma non è aumentato rispetto a ieri.
Dimmi che non è un segno di fine. Dimmi che posso ancora arrivare a giugno. Il
10% sopravvive 5 anni, no? Io ho 58 anni, non 80. Il mio corpo è tosto.
Libanese. Ho fregato la vita a tanti vecchi stronzi, posso fregare anche il
cancro. Mandami i numeri. Quanti mesi reali se faccio l’immuno nuova? Perché io
non dovrei essere quel 10%? Spiegami perché. Spiegami come fare per entrarci. Ti
mando una foto nuda se mi dici che sì, posso farcela.
Alex rispose dopo quattro minuti, voce stanca al telefono (era di turno, ma
rispondeva sempre).
«Saada… devi riposare. Le metastasi al fegato sono progredite del 18%
dall’ultima TAC. L’utero è quasi ostruito. L’intestino… lo vedi da sola.
Statisticamente, l’estate è fuori portata. Il 10% è per pazienti con un solo
sito metastatico, risposta completa alla terapia, meno di 60 anni e performance
status buono. Tu sei… oltre. Ma se vuoi, possiamo parlare di palliazione per
guadagnare settimane.»
Saada ascoltò, poi urlò nel telefono, voce roca ma piena di furia disperata:
«Settimane? Io non voglio settimane, Alex! Voglio mesi! Voglio l’estate! Non mi
frega delle statistiche del cazzo! Io sono diversa! Io lotto ogni secondo! Mi
sveglio e conto i respiri senza dolore. Mi tocco la pancia e prego che non sia
cresciuto. Mi guardo allo specchio e dico “non oggi”. Perché cazzo non posso
essere quel 10%? Dimmi cosa devo fare! Cambiare dieta? Pregare? Scoparti per
farti mentire? Dimmi! Io devo tirare avanti. Non voglio morire gloriosa, con le
candele e le rose. Voglio morire sudata, incazzata, mentre rubo l’ultimo giorno
di sole.»
Riattaccò senza aspettare risposta. Si contorse di nuovo sul pavimento del
bagno, corpo piegato in due, unghie che graffiavano le mattonelle. Il dolore era
feroce, ma l’ossessione era peggio: un pensiero che non le dava pace, che la
faceva tremare più dei crampi.
Tornò sul divano. Aprì il telefono e fece quello che faceva ogni notte: un
calcolo maniacale sul notes.
Giorni rubati finora: 47 dall’arrivo da Istanbul
Obiettivo giugno: 167 giorni
Terapie da provare: 4 (nuova immuno, trial clinico, cannabis oil, preghiera
turca su WhatsApp)
Clienti da mungere ancora: i 3 vecchi + Alex (nuovo, giovane, debole)
Percentuale di sopravvivenza che si ripeteva: 10%. 10%. 10%. Io sono il 10%.
Derek entrò in camera con una tazza di tè. «Saada… basta. Dormi.»
Lei alzò gli occhi neri, lucidi di febbre e di follia. «Dormire? E se dormo e il
tumore cresce mentre dormo? No. Io controllo. Io ossessiono. Io sopravvivo.»
Prese il telefono e scrisse ad Alex un altro messaggio, anche se lui era ancora
al telefono con lei due minuti prima:
Saada:
Un’ultima cosa, amore. Se mi fai arrivare all’estate ti lascio la casa. Tutto.
Ma dimmi la verità: posso essere quel 10%? Sì o no? Rispondi.
Il corpo le tremava. Il cancro avanzava.
Ma l’ossessione per la sopravvivenza era più forte di tutto.
Più forte del dolore.
Più forte della paura.
Più forte della realtà.
Saada sorrise debolmente nel buio, la mano sulla pancia come se cullasse un
nemico da tenere buono.
«Arriverò all’estate» sussurrò. «O morirò provandoci fino all’ultimo respiro.»
Fuori, il vento di Brighton non rideva più.
Sembrava solo stanco.
Kemptown, 29 dicembre, ore 19:20.
La casa puzzava di morfina, sudore acido e candeggina. Saada era nel letto
grande, la maglia del Brighton aperta sul petto come un camice da ospedale,
lenzuola bagnate di sudore freddo. Il corpo era un relitto: pelle giallastra
tesa sulle ossa, pancia gonfia che sembrava un tamburo pronto a scoppiare, gambe
rannicchiate per il dolore all’intestino. Ogni respiro era un rantolo. Ogni
movimento un crampo che la faceva contorcere come un verme tagliato in due.
Ma gli occhi neri erano vivi. Affamati. Astuti.
Aveva mandato il messaggio ad Alex alle 18:45:
«Amore, vieni. Sto male. Molto male. Non so se arrivo a domattina. Voglio
vederti prima. Solo tu puoi dirmi la verità.»
Alex arrivò in venti minuti. Giacca bagnata di pioggia, borsa medica in mano,
faccia da ragazzo spaventato. I tre vecchi lo fecero entrare senza una parola:
Reggie con un ghigno, Tommy che aggiornava l’Excel sul telefono, Derek che
mormorava «povero coglione».
Saada lo sentì nel corridoio e si preparò. Si morse il labbro fino a farlo
sanguinare appena un po’, lasciò che una lacrima le rigasse la guancia, si
contorse di proposito quando lui entrò in camera. La voce uscì debole, spezzata,
da moribonda perfetta.
«Alex… sei venuto.» Tossì, un colpo secco che finì con un filo di sangue sul
cuscino. «Il dolore… non ce la faccio più. Mi contorco tutta la notte. Guarda.»
Sollevò piano la maglia, mostrò la pancia tesa, violacea. «Sento che sta
crescendo. Dentro. Ovunque. Ma tu… tu mi dici la verità. Sempre.»
Alex si sedette sul bordo del letto, mano che tremava mentre le prendeva il
polso. La pelle di Saada era gelida. «Saada… Dio, sei… sei messa male. Dovresti
essere in ospedale. Non qui.»
Lei sorrise debolmente, un sorriso da santa morente, ma gli occhi scintillavano
di calcolo. Gli strinse la mano con una forza finta, debole ma sufficiente.
«Ospedale? Per morire là? No. Voglio stare qui. Con te. Dimmi solo… posso
arrivare all’estate? Giugno. Dimmi che sì. Che posso essere quel 10%. Ti prego,
amore. Guardami. Sto morendo davanti a te. Non mentirmi.»
Alex deglutì. La voce gli si ruppe. «Saada… le metastasi… il fegato è aumentato
del 25% dall’ultima TAC che mi hai mandato. L’utero è quasi occluso.
L’intestino… lo vedi da sola. Statisticamente… l’estate è impossibile. Il 10% è
per casi diversi. Tu sei… terminale. Terminale vera.»
Saada si contorse di colpo, un crampo vero stavolta, e gemette forte,
aggrappandosi a lui come se stesse per andarsene. «Ahhh… cazzo… vedi? Mi sta
uccidendo. Ma io lotto. Io voglio tirare avanti. Non voglio morire gloriosa,
Alex. Voglio rubare fino a giugno. Dimmi come. Dimmi cosa devo fare. Cambiare
pillole? Un altro trial? Scoparti qui, adesso, anche se sto morendo, se questo
ti fa dire che sì?»
La voce era un sussurro roco, moribonda, ma le parole erano lame. Lo
perseguitava dal letto, senza alzare il tono, usando ogni spasmo, ogni lacrima,
ogni goccia di sangue come arma. Gli mandò un altro messaggio mentre lui era lì
davanti, proprio sotto i suoi occhi:
Saada:
Guarda come sto. Compatiscimi. Dimmi che posso farcela. Per favore.
Alex lesse. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Si chinò su di lei, la
fronte contro la sua, voce spezzata, implorante.
«Saada… basta. Ti prego. Basta con questa ossessione. Basta con i messaggi alle
tre di notte, con le foto del sangue, con le statistiche. Ti sto implorando.
Lascia andare. Lascia che ti aiuti a stare comoda. Non posso farti arrivare
all’estate. Nessuno può. Ma posso farti arrivare a gennaio… a febbraio… con meno
dolore. Ti prego, amore. Smetti di lottare così. Smetti di perseguitarmi. Mi
stai uccidendo dentro. Ti imploro… accetta. Per me. Per te.»
Saada lo guardò, moribonda, debole, lacrime vere che scendevano. Dentro di sé
rideva fredda: Preso. Adesso implora lui.
Fuori, la voce era un filo: «Allora dimmi solo un’ultima cosa… se faccio tutto
quello che dici… posso rubare fino a giugno? Sì o no? Dimmi di sì, Alex. Ti
prego. Compatiscimi.»
Alex pianse. La strinse. «Non posso… ma ti amo. Ti amo da morire. Ti imploro…
smetti.»
I tre vecchi ascoltavano dalla cucina, Reggie che rideva piano: «Il quarto
cliente è cotto. Adesso implora lui.»
Saada chiuse gli occhi, contorse il corpo un’ultima volta per fare scena, ma la
mano sul telefono era già pronta a mandare il prossimo messaggio appena lui
fosse uscito dalla stanza.
L’ossessione non era morta.
Era solo diventata più astuta.
La stanza era un confessionale di morte: luce bassa del comodino, odore di
vomito fresco e morfina, Saada sdraiata come una regina decaduta, la maglia del
Brighton aperta sul petto ossuto, pancia gonfia che si alzava e abbassava a
scatti. Alex era ancora lì, in ginocchio accanto al letto, le mani che
stringevano quelle di lei come se stesse pregando. Le lacrime gli rigavano la
faccia da bravo ragazzo. I tre vecchi erano in cucina a bere e a ridere
sottovoce: «Il dottoreino è cotto. Adesso vediamo che cazzata fa».
Saada lo guardava dal basso, occhi neri lucidi di febbre e di calcolo astuto. Si
contorse di proposito – un crampo lento, teatrale – gemendo piano, lasciando che
un filo di sangue le colasse dall’angolo della bocca. «Alex… amore… mi stai
lasciando morire così? Senza speranza? Guardami. Sto crollando. Il tumore mi
mangia viva. Ma io voglio l’estate. Voglio rubare fino a giugno. Ti prego… dimmi
qualcosa di vero. Non le statistiche del cazzo. Dimmi che c’è un modo.»
Alex crollò.
Non fu un crollo lento. Fu un’esplosione.
Si chinò in avanti, fronte contro il materasso, spalle che tremavano. «Saada…
non ce la faccio più. Tu mi perseguiti ogni notte, mi mandi foto del tuo sangue,
mi implori, mi fai sentire Dio e poi mi fai sentire un assassino. Io ti amo. Ti
amo da impazzire. Non posso guardarti morire così. Non posso.»
Alzò la testa di scatto. Gli occhi erano rossi, selvaggi, disperati. La voce
uscì bassa, rotta, ma piena di quella follia che solo un medico infatuato può
avere.
«C’è un modo. Clandestino. Non ufficiale. Non in ospedale. Io… io posso
procurarti una terapia sperimentale. Non è approvata. Non è legale qui. È roba
che arriva dalla Turchia nera, da un laboratorio in Albania che conosco tramite
un collega radiato. CAR-T di quarta generazione, più aggressiva, mescolata con
un inibitore che non esiste ancora sui protocolli. Costa 35.000 sterline a
ciclo. Due cicli. Potrebbe… potrebbe rallentare tutto. Potrebbe darti mesi.
Forse fino all’estate. Forse di più. Non è garantito. È rischioso da morire.
Potrei perdere la licenza, il lavoro, tutto. Ma se tu mi dici sì… io lo faccio.
Per te. Solo per te.»
Saada sentì il fuoco dentro.
Non di speranza vera – sapeva che era un’altra illusione – ma di trionfo.
Il quarto cliente aveva ceduto. Alex era crollato del tutto.
Si contorse di nuovo, gemendo più forte, aggrappandosi a lui con le unghie
spezzate. «Alex… amore mio… sì. Sì. Fammela avere. Rubami l’estate. Non voglio
morire gloriosa. Voglio vivere da troia fino a giugno. Tu sei il mio salvatore.
Pagherò. I vecchi pagheranno. Tu pagherai con la tua carriera, ma io ti darò
tutto. Tutto.»
Alex pianse più forte. La baciò sulla fronte sudata, sulla bocca che sapeva di
sangue. «Ti imploro… non dirlo a nessuno. Domani notte porto la prima dose. La
preparo io stesso. Tu devi stare zitta. Devi fingere che sia solo morfina extra.
E devi smettere di perseguitarmi con i messaggi. Almeno per un po’.»
Saada annuì debolmente, moribonda perfetta, ma dentro rideva fredda.
Appena lui uscì dalla stanza per parlare con i tre (che lo guardarono come un
pollo da spennare), lei prese il telefono sotto le lenzuola e scrisse lo stesso:
Saada:
Alex, amore. Grazie. Domani notte. Non tradirmi. Fammi arrivare all’estate. Io
sono il tuo 10%. Tu sei il mio clandestino.
Alex tornò in camera cinque minuti dopo, faccia distrutta. «I tuoi tre… sanno.
Reggie ha detto che se funziona ci danno i soldi. Se no, mi fanno causa. Ma io
lo faccio lo stesso.»
Saada si contorse un’ultima volta, gemendo, ma gli occhi scintillavano di
vittoria.
«Vieni qui, dottore. Abbracciami mentre muoio un po’. Domani mi salvi.»
Alex la strinse. Tremava.
Il cancro continuava a mangiarsela.
Ma Saada aveva appena rubato un altro pezzo di tempo – clandestino, sporco,
illegale – e il giovane oncologo aveva appena distrutto la sua vita per lei.
Fuori, il vento di Brighton ululava come una sirena d’allarme.
Dentro, Saada sussurrò al buio, mentre Alex le accarezzava i capelli:
«Arriverò all’estate.
Clandestina o no.
Rubata o no.
Io vivo.»
Kemptown, 30 dicembre, ore 01:20.
La casa era buia, solo la lampada del comodino accesa come un altare. Saada era
sdraiata, la maglia del Brighton zuppa di sudore, corpo contorto in un crampo
che non finiva più. Il dolore era un incendio: intestino che bruciava, fegato
gonfio, stomaco chiuso, utero che pulsava sangue caldo. Respirava a rantoli. Gli
occhi neri fissi sul soffitto, ossessionati.
Alex arrivò da solo, borsa nera sotto il braccio, faccia da condannato. Reggie e
Tommy lo avevano lasciato entrare dopo avergli fatto firmare un foglio scritto a
mano: «Se muore stanotte, colpa tua». Derek era in cucina a piangere.
«Nessuno deve sapere» sussurrò Alex chiudendo la porta. «Questa è la prima dose.
CAR-T clandestina. Due fiale. La inietto io. Poi ti monitoro tutta la notte.»
Saada lo guardò dal basso, moribonda perfetta, ma dentro di lei il fuoco
dell’ossessione bruciava più del cancro. «Falla. Subito. Voglio rubare. Voglio
l’estate.»
Alex preparò tutto sul comodino: siringhe, ghiaccio, adrenalina di riserva. Le
infilò l’ago nel braccio con mani che tremavano. La dose entrò lenta, fredda,
come veleno e salvezza insieme. Saada non fiatò. Si contorse solo un po’,
gemendo piano per fare scena, ma gli occhi erano lucidi di calcolo.
«Adesso aspetta» disse Alex, sedendosi sul bordo del letto. «Ci vogliono ore.
Forse giorni.»
Passarono quaranta minuti.
E poi arrivò.
Non fu un miracolo. Fu un alto illusorio, falso, crudele, ma per Saada fu come
una botta di cocaina dopo mesi di astinenza.
Alle 02:05 il crampo all’intestino si allentò. Il bruciore al fegato diventò un
calore sordo. Lo stomaco si rilassò quel tanto da farle mandare giù un sorso
d’acqua senza vomitare. La pancia sembrò meno tesa. Saada si mise seduta da
sola, lentamente, senza aiuto. Gli occhi si spalancarono.
«Cazzo… Alex… sento… sento meno dolore.»
La voce non era più un rantolo. Era roca, ma chiara. Si toccò la pancia con
entrambe le mani, incredula. «Non mi contorco più. Il sangue… non esce più così
forte. Guarda.» Sollevò la maglia, mostrò la pelle meno violacea. «È stabile. È
meglio. È l’alto. Lo sento. È la terapia. Funziona.»
Alex la fissava, pallido, sudato. «Saada… è troppo presto. È placebo. È
l’adrenalina. Non può essere già…»
Ma lei non ascoltava. L’ossessione esplose come una fiammata.
Si alzò in piedi barcollando, ma in piedi. Fece tre passi verso la finestra,
guardò il buio di Brighton e rise – una risata bassa, rauca, vittoriosa.
«Guarda, amore. Cammino. Rubo tempo. Giugno è mio. Sarò quel 10%. Lo sento. Il
tumore si è fermato. È spaventato. Io lo tengo fermo.»
Si voltò verso Alex, occhi neri che brillavano di follia e trionfo. Lo afferrò
per la camicia, lo tirò a sé con una forza che non aveva da settimane.
«Promettimelo di nuovo. La seconda dose. La terza. Fammi arrivare all’estate.
Non è illusorio. È vero. Io lo sento dentro. Il dolore è andato via. Voglio il
mare. Voglio il gelato. Voglio vivere da troia fino a giugno. Tu me lo dai.»
Alex crollò di nuovo, la voce un sussurro implorante: «Saada… ti prego… non
esaltarti. È temporaneo. Potrebbe durare giorni, forse settimane. Ma è
rischioso. Il corpo potrebbe reagire male dopo…»
Lei lo zittì con un bacio sporco di sangue secco, poi lo spinse via dolcemente,
da moribonda che si sente regina. «Temporaneo un cazzo. È l’inizio. Domani mando
foto ai tre. Gli dico che la clandestina funziona. Gli faccio sganciare altri
soldi. E tu… tu mi porti la seconda dose entro tre giorni. O ti perseguito fino
alla morte.»
Si rimise a letto, ma non rannicchiata. Sdraiata dritta, quasi regale, la mano
sulla pancia come se accarezzasse un bambino invece di un tumore. Il corpo
tremava ancora un po’, ma non si contorceva più. L’alto era lì: illusorio,
fragile, destinato a crollare. Ma per lei era oro.
Prese il telefono e scrisse ai tre nel gruppo:
Saada:
Venite. Subito. La dose clandestina funziona. Cammino. Non sento più il fuoco.
Giugno è mio. Portate soldi. Alex è un dio.
Reggie rispose con un vocale: «Cazzate. È la morfina.»
Tommy: «Excel aggiornato. Alto illusorio. Recupero probabile.»
Derek: «Amore mio… se è vero…»
Saada sorrise nel buio, Alex accanto a lei che le teneva la mano e tremava.
Dentro di sé sapeva che era illusorio. Lo sentiva nel midollo: il cancro non era
spaventato, stava solo prendendo fiato. Ma l’ossessione era più forte della
verità.
«Arrivo all’estate» sussurrò, chiudendo gli occhi. «Rubata, clandestina,
illusoria. Ma arrivo.»
L’alto durò fino all’alba.
Poi, lentamente, il dolore ricominciò a bussare.
Ma Saada aveva già deciso: non lo avrebbe ascoltato.
Kemptown, 1° gennaio, ore 01:45.
Quarantotto ore esatte dalla prima dose clandestina.
Saada aveva passato quel tempo in un sogno drogato di vittoria. Si era alzata
due volte al giorno, aveva camminato fino alla finestra, aveva mandato foto ai
tre vecchi con la didascalia «guardate la troia che respira». Aveva persino
chiesto a Derek di prepararle un caffè vero, senza vomitarlo. L’illusione era
perfetta: il dolore era solo un’eco lontana, la pancia meno tesa, il sangue
ridotto a macchie rosa. «Vedi, Alex?» gli ripeteva ogni ora. «È l’estate che
arriva. Sono il 10%. Rubo. Vivo.»
Alex era rimasto lì, non era tornato a casa. Dormiva su una sedia, controllava i
parametri ogni mezz’ora, il telefono pieno di messaggi del suo primario che
chiedeva dove cazzo fosse. Dentro di sé sapeva che era placebo, che la CAR-T
nera non poteva fare miracoli in due giorni. Ma la guardava e sperava come un
ragazzino.
Poi arrivò il crollo.
Improvviso. Brutale. Come se il tumore avesse solo preso fiato per colpire più
forte.
Saada stava ridendo di una cazzata di Tommy al telefono – «vedete? Sono ancora
un buon investimento» – quando il fuoco esplose.
Un crampo all’intestino la piegò in due come una lama rovente. Urlò. Il telefono
le cadde. Il corpo si contorse sul letto, gambe che scalciavano, schiena
inarcata, mani che artigliavano la pancia come se volesse strapparsela via.
Sangue fresco, nero, schizzò tra le cosce e dalla bocca. Il fegato sembrava
scoppiare, lo stomaco si chiuse di colpo, l’utero pulsava come un cuore
impazzito.
«Cazzo… no… NO!» rantolò, voce spezzata, occhi spalancati dal terrore puro. Si
contorceva sul materasso, lenzuola inzuppate in dieci secondi, la maglia del
Brighton macchiata di rosso e marrone. «Alex… Alex… il dolore è tornato… peggio…
peggio di prima… mi sta mangiando…»
Alex balzò in piedi, faccia bianca come un lenzuolo. Il panico lo colpì come un
pugno.
«Saada! Cazzo, Saada!» Le mani gli tremavano mentre le misurava il polso –
tachicardia feroce. Controllò la pancia: gonfia, dura, calda. «Shock settico…
possibile perforazione… la dose ha accelerato tutto… merda, merda, merda!»
Si mise a correre per la stanza come un pazzo, aprendo la borsa medica,
rovesciando fiale, cercando adrenalina, morfina extra, qualsiasi cosa. Il
respiro corto, sudore sulla fronte. «Non può essere… non così veloce… io ho
ucciso… ho ucciso la mia paziente… la mia licenza… tutto finito… Saada, resisti,
ti prego, resisti!»
Lei si contorceva ancora più forte, unghie che graffiavano le lenzuola, lacrime
che si mischiavano al sangue. Ma la voce, tra un gemito e l’altro, restava
ossessionata: «Non… non è la fine… Alex… è solo un basso… dammi la seconda dose…
subito… fammi arrivare a giugno… io sono il 10%… non mollare… non mollare cazzo…»
Alex era in ginocchio accanto al letto, mani sporche di sangue, piangeva senza
controllo. «Saada… ti imploro… basta… è finita… il corpo non ce la fa… ho
sbagliato… ho sbagliato tutto… devo chiamare un’ambulanza… devo…»
«NO!» urlò lei, contorcendosi in un nuovo spasmo che la piegò quasi in due.
«Niente ospedale… niente fine gloriosa… voglio rubare… ancora… dammi la terapia…
clandestina… adesso… o ti rovino… ti rovino la vita…»
I tre vecchi irruppero nella stanza. Reggie imprecò. Tommy tirò fuori il
telefono per filmare (prove). Derek si buttò su di lei piangendo.
Alex era in pieno panico: tremava, balbettava, guardava Saada come se stesse
vedendo morire la sua stessa anima. «È colpa mia… la dose… l’ho fatta io… se
muore stanotte… è omicidio… omicidio colposo… Saada… ti prego… lasciati portare
via…»
Saada, tra un conato di sangue e un crampo che la faceva urlare, afferrò il
polso di Alex con una forza disperata. Occhi neri ancora accesi di follia.
«Panico… no… tu mi salvi… seconda dose… stanotte… io arrivo all’estate… rubo…
vivo…»
Il corpo si contorse di nuovo, più violento. Il monitor portatile che Alex aveva
attaccato suonava come una sirena.
L’alto illusorio era morto.
Il crollo era arrivato.
E Alex, il giovane oncologo che aveva distrutto tutto per lei, era nel panico
più totale, in ginocchio, mentre la donna che amava si contorceva davanti ai
suoi occhi implorando ancora tempo.
Fuori, il vento di Brighton ululava come un lamento funebre.
Dentro, Saada non aveva ancora smesso di lottare.
LO SQUARTATORE DI LUTON
di Super Grok e Salvatore Conte (2026)
Il
mercato di Luton pulsava sotto il sole tiepido di fine estate.
Bancarelle di
cibo, odore di kebab e patatine fritte, risate e chiacchiere in mille lingue
diverse. Sandy Nejadi, cinquantotto anni portati con la sicurezza di chi sa di
piacere ancora, camminava tra la folla con quel suo passo deciso, il seno
generoso che tendeva la maglia arancio e blu del Luton Town.
Le
donne più giovani la chiamavano “la Grassona” con un sorrisetto acido, ma tutti
sapevano la verità: Sandy raccoglieva più attenzioni lei in una sola serata che
loro in un mese intero. I suoi occhi scuri, dietro le lenti, brillavano di
malizia iraniana mai domata. I capelli castani con la frangetta, il sorriso
largo, il modo in cui ancheggiava appena… tutto in lei diceva “vivo ancora a
pieno regime”.
Quella sera però qualcosa era diverso.
Sentì lo sguardo prima ancora di vederlo. Uno sguardo pesante, insistente, che
le scivolava sulla nuca come una lama fredda. Si voltò di scatto, ma tra la
gente c’era solo il solito viavai: famiglie, ragazzi, qualche ubriaco. Eppure la
sensazione non se ne andava.
Accelerò il passo verso l’uscita del mercato, la borsa a catena che le batteva
sul fianco. Il cuore le batteva un po’ più forte del solito. “Stupida”, si
disse, “sei solo paranoica”.
Non fece in tempo a finire il pensiero.
Una figura alta, vestita di scuro, le comparve accanto all’improvviso, come
sbucata dal nulla tra due bancarelle. Il cappuccio basso, il viso in ombra.
Sandy aprì la bocca per protestare, ma la mano dell’uomo scattò veloce. Un colpo
secco, brutale, alla spalla. Il dolore fu immediato, bruciante, come una
staffilata di fuoco. Lei barcollò, un grido strozzato le uscì dalla gola.
«Che cazzo…!».
Cercò di allontanarsi, ma le gambe non rispondevano bene. Un altro colpo, questa
volta al fianco. Sandy sentì il fiato mancarle, un calore liquido che si
allargava sotto la maglia arancione. La vista le si annebbiò per un istante.
Il panico esplose.
Si girò di scatto e cominciò a correre, o almeno ci provò. Le gambe pesanti, il
respiro corto, il petto che si alzava e abbassava affannosamente. La folla
sembrava rallentata, come in un incubo. Qualcuno urlò, qualcun altro si scansò.
Sandy spingeva via la gente con le mani, lasciando impronte rosse sui vestiti
degli sconosciuti.
«Aiuto! Aiutatemi!» gridò, la voce rotta dal terrore.
L’uomo era sempre dietro di lei, silenzioso, inesorabile. Non correva.
Camminava. Come se sapesse che non aveva bisogno di affrettarsi.
Sandy svoltò in un vicolo laterale, più buio, più stretto. Il sangue le colava
lungo il braccio, le macchiava la maglietta, le rendeva scivolose le dita. Il
dolore era ovunque, pulsante, ma la rabbia e la paura la spingevano avanti. Non
voleva morire lì, non così, non per mano di quel pazzo che le gallinelle
invidiose le avevano “regalato”.
Raggiunse quasi la fine del vicolo quando sentì di nuovo la presenza alle
spalle. Si voltò di scatto, il viso bagnato di lacrime e sudore, il respiro che
usciva in rantoli.
«Perché?!» urlò, la voce spezzata. «Che ti ho fatto io?!»
L’uomo non rispose. Sollevò solo il braccio.
Sandy indietreggiò fino a sbattere contro il muro freddo di mattoni. Il cuore le
martellava nelle orecchie. Per un attimo, un solo attimo, pensò a tutte le notti
passate a ridere, a bere, a prendersi ciò che voleva dalla vita. Pensò che
forse, alla fine, la fortuna della “grassa” di Luton stava per finire.
Poi il mondo diventò solo dolore, buio e sirene lontane.
Camminavo tra la folla del mercato come un’ombra tra le luci. Il sole basso di
fine estate allungava le sagome, rendeva tutto più confuso, più facile. Nessuno
mi guardava davvero. Ero solo uno dei tanti con il cappuccio tirato su, le mani
in tasca, il passo tranquillo.
Poi l’ho vista.
Sandy Nejadi. La “grassa” di Luton.
La zoccola di lusso che rideva troppo forte,
che si vestiva come una ventenne anche a cinquantotto anni, che raccoglieva
sguardi e piselli come se fosse il suo diritto di nascita. La polo arancione e
blu del Luton Town le tirava sul petto, la scritta “FUOWN” che sembrava quasi
uno scherzo. I capelli con la frangetta, gli occhiali, quel sorriso largo che
diceva “io vivo ancora”.
Le gallinelle giovani la odiavano. Dicevano che rubava loro gli uomini, che era
invidiosa, che era volgare. Ma io sapevo la verità: la odiavano perché lei
vinceva. Sempre. E quella sera avevo deciso che la sua vittoria finiva lì.
L’ho seguita senza fretta. Lei ha accelerato, ha girato la testa un paio di
volte. Sentiva la mia presenza, lo capivo dal modo in cui le spalle le si
irrigidivano. Bene. Che sentisse. Che capisse che stavolta non sarebbe bastato
un sorriso o un’occhiata maliziosa per cavarsela.
Quando siamo arrivati vicino all’uscita del mercato, ho chiuso la distanza. Un
passo, due. Lei si è voltata di scatto.
Il primo colpo è partito prima ancora che potesse urlare. Ho sentito il corpo
cedere sotto la lama, un sussulto caldo. Sandy ha barcollato, ha aperto la
bocca, ma dalla gola le è uscito solo un suono strozzato, sorpreso.
«Che cazzo…!»
La sua voce era ancora piena di quella sicurezza da puttana di lusso. Mi ha
fatto quasi sorridere.
Il secondo colpo è arrivato mentre lei cercava di allontanarsi. L’ho vista
stringere i denti, gli occhi spalancati dietro gli occhiali. Il panico che
cominciava a montare. Ha provato a correre, spingendo via la gente, lasciando
impronte rosse sui vestiti degli sconosciuti. Urlava “Aiuto! Aiutatemi!” con
quella voce rotta che nel mercato sembrava quasi comica, come se qualcuno
potesse davvero intervenire.
Io non correvo. Camminavo. Sapevo che non mi sarebbe sfuggita. Le gambe le
pesavano già, il respiro le si faceva corto, il petto generoso che si alzava e
abbassava affannosamente sotto la maglietta macchiata.
L’ho seguita nel vicolo laterale. Più buio, più stretto, perfetto. Sandy ha
sbattuto contro il muro in fondo, si è voltata di scatto, il viso lucido di
sudore e lacrime.
«Perché?!» ha gridato, la voce spezzata dal terrore. «Che ti ho fatto io?!»
Per un attimo l’ho guardata. La polo arancione inzuppata, i capelli
scompigliati, quel corpo che aveva fatto impazzire tanti uomini di Luton ora
tremante contro i mattoni freddi. La “grassa” che si credeva invincibile.
Non ho risposto. Non servivano parole.
Ho solo sollevato il braccio di nuovo.
E mentre il suo ultimo grido si perdeva tra le sirene lontane che iniziavano a
ululare in lontananza, ho pensato che finalmente le gallinelle invidiose
avrebbero potuto dormire sonni tranquilli.
La zoccola di lusso di Luton aveva finito di raccogliere piselli.
Mi sono voltato senza fretta, lasciando Sandy scivolare lungo il muro del
vicolo. Il suo respiro era diventato un rantolo irregolare, gli occhi ancora
aperti, lucidi di shock e di qualcosa che assomigliava a incredulità. Non ho
controllato se respirasse ancora. Non ne avevo bisogno. Il sangue aveva già
formato una pozza scura sotto di lei, che brillava debolmente sotto la luce
lontana di un lampione.
Le sirene si avvicinavano, ululando nella notte di Luton come cani impazziti.
Era ora di sparire.
Ho infilato le mani nelle tasche del giubbotto, ho abbassato ancora di più il
cappuccio e sono uscito dal vicolo dal lato opposto, confondendomi di nuovo tra
la gente che ancora passeggiava ignara verso le bancarelle. Qualcuno gridava in
lontananza, qualcuno correva verso il punto da cui provenivano le urla. Io
camminavo nella direzione contraria, passo normale, cuore che batteva calmo.
Nessuno mi ha fermato. Nessuno mi ha guardato due volte.
Mentre attraversavo la strada principale, diretto verso la mia macchina
parcheggiata a due isolati di distanza, i pensieri hanno iniziato a girare.
“È finita davvero?”
Sandy Nejadi era forte. Più forte di quanto sembrasse quella sua carne morbida e
quel sorriso da zoccola di lusso. L’avevo vista incassare i colpi senza crollare
subito, avevo sentito la rabbia nella sua voce quando aveva urlato “Perché?!”. E
se fosse sopravvissuta? Se in quel momento stesse ancora respirando, se i
paramedici l’avessero raggiunta in tempo? Se domani mattina il giornale locale
avesse titolato “La grassona di Luton sfugge allo Sventratore”?
L’idea mi ha fatto quasi sorridere sotto il cappuccio. Sarebbe stato… ironico.
La donna che raccoglieva più piselli delle ventenni, sopravvissuta a me. Le
gallinelle invidiose avrebbero sputato veleno ancora di più, ma stavolta con una
punta di paura: se era sopravvissuta a quello, Sandy sarebbe diventata una
leggenda. Intoccabile.
O forse no. Forse in questo momento il suo cuore stava rallentando, il sangue
continuava a uscire, gli occhi si spegnevano lentamente contro quel muro freddo.
Forse stava pensando alla sua vita, alle notti passate a ridere e a prendersi
ciò che voleva, e si stava rendendo conto che tutto finiva lì, in un vicolo
sporco di Luton.
Non lo sapevo. E quella incertezza mi piaceva.
Sono salito in macchina, ho acceso il motore e mi sono immesso nel traffico
senza fretta. Le mani sul volante erano ferme, solo una leggera macchia scura su
una manica che nessuno avrebbe notato al buio. Mentre guidavo verso casa, i fari
delle altre auto che mi sfrecciavano accanto, ho sentito un brivido freddo lungo
la schiena.
“Dovrei tornare a controllare?”
No. Troppo rischioso. Le sirene erano già lì, le luci blu che tagliavano la
notte. Se era viva, l’avrebbero portata via. Se era morta… beh, allora il
messaggio era arrivato forte e chiaro.
Le gallinelle invidiose potevano dormire tranquille stanotte.
E io… io avrei dormito con il dubbio.
Un dubbio dolce, quasi eccitante.
Perché se Sandy Nejadi fosse sopravvissuta, la caccia non sarebbe finita.
Sarebbe appena cominciata.
La
mattina dopo Luton sembrava la solita città grigia e rumorosa. Mi sono svegliato
presto, ho fatto il caffè nero forte e mi sono seduto al tavolo della cucina con
il portatile aperto e il telefono accanto. Le mani erano calme, nessun tremore.
Solo quel piccolo tarlo che non mi aveva lasciato dormire del tutto.
Ho aperto il sito del Luton Today e ho iniziato a scorrere.
Il titolo era già lì, in grassetto, in prima pagina:
“Donna di 58 anni accoltellata al mercato: lotta tra la vita e la morte”
Ho sentito un piccolo nodo allo stomaco. Non panico, solo… curiosità.
Ho cliccato.
«Sandy Nejadi, conosciuta da molti nel quartiere come “la grassona di Luton”, è
stata aggredita ieri sera verso le 20:30 nel vicolo laterale al mercato di High
Town. La donna ha riportato multiple ferite da arma da taglio al torace e
all’addome. È stata trasportata in condizioni critiche all’ospedale Luton &
Dunstable, dove i medici l’hanno sottoposta a un intervento d’urgenza. Al
momento si trova in terapia intensiva e le sue condizioni sono definite “molto
gravi ma stabili”. La polizia sta cercando un uomo alto, con cappuccio scuro,
visto allontanarsi dal luogo dell’aggressione.»
Stabili.
Ho riletto quella parola tre volte.
Stabili.
Non “deceduta”. Non “morta sul colpo”. Stabili.
Mi sono appoggiato allo schienale della sedia, il caffè che si raffreddava nella
tazza. Sullo sfondo il televisore era acceso a volume basso sul canale locale.
Il telegiornale delle 9 stava passando le stesse immagini: il vicolo
transennato, il nastro bianco e blu della polizia che sventolava al vento,
qualche goccia di sangue ancora visibile sull’asfalto nonostante avessero
lavato.
Una giornalista con l’impermeabile parlava davanti alla telecamera:
«…la vittima è una figura ben nota nella comunità iraniana e tra i tifosi del
Luton Town. Molti la descrivono come una donna estroversa, piena di vita. I
testimoni parlano di un’aggressione improvvisa e brutale. La polizia invita
chiunque abbia informazioni a contattare il numero…»
Ho spento il televisore.
Sandy era viva.
Respirava ancora. In qualche letto d’ospedale, attaccata ai tubi, con quel corpo
generoso che ora doveva sembrare più piccolo sotto le lenzuola bianche. Forse in
questo momento stava aprendo gli occhi, o forse era ancora sedata, con il dolore
che le pulsava dentro come un secondo cuore.
Il dubbio di ieri sera si era trasformato in qualcosa di più concreto.
Era sopravvissuta.
E questo cambiava tutto.
Ho sorriso piano, quasi senza accorgermene. Le gallinelle invidiose avrebbero
avuto di che spettegolare oggi: la loro nemica numero uno era diventata una
sopravvissuta. La zoccola di lusso che aveva incassato le coltellate e non era
morta. Chissà quante di loro in questo momento stavano fingendo preoccupazione
mentre dentro gongolavano o tremavano.
E io?
Io sentivo già quel formicolio familiare alla base della nuca.
Non era finita.
Anzi, era appena diventata più interessante.
Perché adesso Sandy Nejadi sapeva che qualcuno la voleva morta.
E io sapevo che lei era ancora lì, da qualche parte in quell’ospedale, a
respirare, a lottare, a essere ancora… Sandy.
Ho chiuso il portatile, mi sono alzato e ho guardato fuori dalla finestra. Il
cielo di Luton era coperto, come sempre.
Forse domani sarei andato a fare un giro vicino all’ospedale.
Solo per vedere.
Solo per sentire.
Il dubbio era diventato un’aspettativa.
E l’aspettativa… era quasi meglio del colpo finale.
Il pomeriggio del giorno dopo, al caffè “Persian Delight” in Bury Park, l’aria
era elettrica.
Quattro donne sui 35-45 anni, tutte vestite un po’ troppo strette, capelli
freschi di parrucchiere, sedevano attorno a un tavolo rotondo con i loro
cappuccini e i telefoni in mano. Erano le stesse che da anni chiamavano Sandy
“la grassona” con quel sorrisetto acido, le stesse che contavano quante volte
lei usciva dal pub con qualcuno mentre loro tornavano a casa da sole.
Ora sul tavolo c’erano tre copie del Luton Today aperte alla stessa pagina.
«Porca puttana…» mormorò Fatima, la più magra del gruppo, con le unghie laccate
di rosso che tamburellavano sul giornale. «È ancora viva. Dicono “condizioni
stabili”. Stabili!»
Leila, quella con i capelli tinti platino, scoppiò in una risatina nervosa. «Ma
l’hanno accoltellata tipo sei o sette volte, no? Almeno così dicono i testimoni.
E lei è ancora lì che respira? Quella donna è fatta di gomma, giuro.»
«O di silicone,» aggiunse sarcastica Soraya, la più giovane del quartetto,
mentre faceva scorrere le storie su Instagram. «Avete visto le foto che ha
postato due settimane fa? Tette fuori, polo del Luton Town aperta fino
all’ombelico… sembrava una ventenne in calore. E adesso è in terapia intensiva e
la gente la chiama “eroina di Luton”.»
Fatima si sporse in avanti, abbassando la voce anche se nessuno le ascoltava.
«Io ve l’avevo detto che prima o poi qualcuno le avrebbe fatto il servizio.
Troppa invidia in giro. Troppi mariti che tornavano a casa con il profumo di
quella là addosso.»
Leila annuì, ma aveva un’espressione strana, quasi preoccupata. «Però…
ammettetelo. Un po’ fa impressione. Lo Sventratore di Luton, proprio come Jack
lo Squartatore. E ha scelto proprio lei. Magari era uno dei suoi ex, uno che si
è stufato di essere usato e buttato via.»
Soraya alzò gli occhi al cielo. «O magari era solo uno che non sopportava più di
vederla pavoneggiarsi come se Luton fosse il suo personale harem. Comunque sia…
io non riesco a dispiacermi del tutto.»
Ci fu un attimo di silenzio colpevole, poi tutte e quattro scoppiarono in una
risatina bassa, di quelle che si fanno quando si sa di stare dicendo qualcosa di
brutto ma non si riesce a fermarsi.
«Poverina,» disse Fatima con un tono falso come una banconota da tre sterline.
«Speriamo che si riprenda presto.»
«Eh già,» aggiunse Leila, «così può tornare a rubarci gli uomini.»
Soraya bevve un sorso di cappuccino e sorrise dietro la tazza. «O magari
stavolta impara la lezione e si copre un po’ quelle tette. Anche se…
conoscendola, appena esce dall’ospedale si farà fotografare con la vestaglia
aperta e il titolo “Ho sconfitto lo Sventratore”.»
Le altre annuirono, tra invidia e un briciolo di ammirazione involontaria.
Fuori dal locale, la vita di Luton continuava. Ma dentro quel caffè, le
gallinelle invidiose avevano trovato il loro nuovo argomento preferito: Sandy
Nejadi era ancora viva, e questo le rendeva ancora più invidiose di prima.
Perché anche ferita, sanguinante e attaccata ai macchinari, quella maledetta
iraniana di 58 anni continuava a rubare la scena.
E loro, come sempre, restavano a commentare dal bordo del palcoscenico.
Quel pomeriggio mi ero fermato al chiosco dei kebab vicino al mercato, lo stesso
dove Sandy aveva passeggiato la sera prima. Ordinai un lahmacun e una lattina di
Coca, poi mi sedetti su una delle panchine di metallo un po’ defilate, cappuccio
ancora tirato su anche se il sole era debole.
Il telefono vibrava ogni tanto con le notifiche dei gruppi WhatsApp locali. Non
ero iscritto a quelli delle gallinelle, ovviamente, ma avevo i miei modi per
ascoltare. Un account fake su Facebook, un paio di profili Instagram “anonimi”
che seguivano le pagine giuste. Aprii uno di quei gruppi chiusi dove le donne di
Bury Park e High Town spettegolavano senza filtri.
Il messaggio più recente era di una certa “LeilaPlatinum85”:
«Ragazze, al Persian Delight stiamo ancora parlando di Sandy. Dicono che è
stabile ma è messa male. Sei-sette coltellate, ha perso un sacco di sangue.
Eppure è viva. Quella lì è indistruttibile, cazzo.»
Sotto, una raffica di risposte:
«Magari stavolta impara a tenere le gambe chiuse.»
«O le tette coperte.»
«Secondo me è stato uno dei suoi ex. Si sarà stufata di lui e lui le ha fatto il
regalino.»
«Poverina… speriamo che si riprenda 💔» (seguito da tre emoji che ridevano)
Lessi tutto con calma, un boccone di lahmacun dopo l’altro. Il sapore era buono,
speziato, caldo. Ogni commento mi arrivava come una piccola scarica elettrica.
Quelle gallinelle invidiose… stavano facendo esattamente quello che speravo. Non
provavano pietà vera. Provavano sollievo misto a rabbia perché, anche distesa in
un letto d’ospedale con tubi nel corpo, Sandy continuava a essere al centro di
tutto. Il suo nome era su tutte le bocche. La sua storia era più grande di lei.
Una voce dal tavolo accanto attirò la mia attenzione. Due donne sui quarant’anni,
velate solo a metà, parlavano a voce bassa ma non abbastanza.
«Hai sentito? La Nejadi è ancora viva. La chiamano già “la sopravvissuta di
Luton”.»
«Eh, quella lì sopravvive a tutto. Anche a un coltello nello stomaco. Domani
vedrai che posta una foto dal letto con la scritta “Still here, bitches”.»
Ridacchiarono.
Io sorrisi dentro il cappuccio, senza farmi vedere.
Il tarlo di ieri si stava trasformando in qualcosa di più caldo, più vivo.
Sandy era viva e questo le rendeva ancora più pericolosa. Perché ora sapeva di
essere un bersaglio. Perché ora avrebbe avuto paura. E la paura rende le prede
più interessanti.
Ma c’era anche un’altra parte di me che godeva di quei pettegolezzi. Le
gallinelle invidiose stavano facendo il lavoro sporco al posto mio: diffondevano
il terrore, ingrandivano la mia ombra, facevano sì che ogni donna di Luton,
soprattutto quelle un po’ troppo appariscenti, si guardasse alle spalle.
Finii il lahmacun, accartocciai la carta e mi alzai.
Mentre buttavo il sacchetto nel cestino, sentii un’ultima frase portata dal
vento:
«Comunque… se lo Sventratore colpisce di nuovo, spero che stavolta finisca il
lavoro.»
Mi fermai un secondo.
Poi ripresi a camminare, le mani in tasca, il passo tranquillo.
Forse le gallinelle invidiose avevano ragione.
Forse era il momento di finire il lavoro.
Ma non oggi.
Oggi mi bastava sapere che Sandy respirava ancora, che le invidiose
spettegolavano, che tutta Luton parlava di me senza saperlo.
Il gioco era diventato più grande.
E io ero ancora in vantaggio.
Il pomeriggio seguente, verso le quattro, le quattro gallinelle uscirono dal
Persian Delight con un mazzo di fiori da quattro sterline preso al supermercato
Tesco e una scatola di lokum comprata all’ultimo momento “per far vedere che ci
teniamo”.
Fatima guidava la spedizione, Leila teneva i fiori, Soraya portava i lokum e la
quarta, Parisa, filmava discretamente tutto con il telefono per il gruppo
WhatsApp.
«Ricordatevi,» disse Fatima mentre entravano nell’atrio dell’ospedale Luton &
Dunstable, «facciamo le preoccupate. Occhi tristi, voce bassa, “oh povera Sandy,
che cosa terribile”. Niente battute sulle tette o sui piselli.»
Le altre annuirono, ma gli angoli delle bocche già tremavano per il riso
trattenuto.
Salirono al piano di terapia intensiva. L’infermiera di turno, una donna stanca
con l’accento polacco, le guardò sospettosa.
«Solo dieci minuti. È ancora molto debole.»
«Certo, certo,» rispose Leila con il tono più dolce che riuscì a tirare fuori.
«Siamo come sorelle per lei.»
La stanza era in penombra. Sandy era sdraiata nel letto, il corpo coperto fino
al petto dal lenzuolo bianco. Tubi nel naso, flebo nel braccio, un monitor che
emetteva bip regolari. La polo arancione e blu era lontana, sostituita da un
camice ospedaliero aperto sul davanti. Il seno generoso si alzava e abbassava
lentamente sotto la stoffa sottile. Aveva gli occhi semiaperti, lo sguardo
annebbiato dagli antidolorifici, ma quando vide le quattro donne entrare,
qualcosa cambiò nel suo viso: un lampo di riconoscimento, poi di diffidenza.
«Ragazze…» mormorò Sandy, la voce rauca, quasi un sussurro. «Siete venute…»
«Ma certo!» esclamò Fatima avvicinandosi troppo al letto, con un sorriso che non
arrivava agli occhi. «Appena abbiamo saputo siamo corse qui. Che cosa terribile,
Sandy. Come ti senti?»
Leila posò i fiori sul comodino, proprio accanto al bicchiere d’acqua. «Ti
abbiamo portato i lokum, i tuoi preferiti. Quelli alla rosa.»
Soraya si sedette sul bordo della sedia, le gambe accavallate. «Hai visto i
giornali? Ti chiamano “la sopravvissuta di Luton”. Sei diventata famosa, eh?»
Sandy riuscì a fare un mezzo sorriso, ma era debole. «Famosa… per essere stata
accoltellata. Che onore.»
Parisa, che non aveva ancora parlato, tirò fuori il telefono come per
controllare l’ora, ma in realtà stava registrando di nascosto. «Chi può essere
stato? Hai idea? Magari qualcuno che ti conosceva…»
Sandy le guardò una per una, lentamente. Anche attraverso la nebbia dei farmaci,
vedeva i sorrisetti malcelati, sentiva il tono falso. Sapeva benissimo perché
erano lì. Non per lei. Per il gusto di vederla così: debole, ferita, attaccata
ai macchinari. Per poter poi raccontare alle altre che “la grassona” finalmente
aveva avuto quello che si meritava… ma non abbastanza da morire.
«Forse,» rispose Sandy con un filo di voce, «qualcuno che mi invidiava troppo.»
Le quattro gallinelle si scambiarono un’occhiata rapidissima.
Fatima si portò una mano al petto. «Invidia? Ma no, tesoro. Chi potrebbe
invidiarti? Tu sei… tu sei sempre stata così piena di vita.»
Leila ridacchiò piano. «Però ammettilo, Sandy… con tutte le storie che hai
avuto, magari uno dei tuoi ex si è stufato.»
Sandy chiuse gli occhi per un secondo, poi li riaprì. Il dolore le pulsava nel
fianco, ma la rabbia era più forte.
«Forse,» disse lentamente, «ma io sono ancora qui. E voi… voi siete venute a
vedere se ero morta.»
Silenzio.
Soraya rise nervosa. «Ma che dici! Siamo venute a farti coraggio!»
«Certo,» mormorò Sandy. «Coraggio.»
L’infermiera bussò alla porta. «Tempo scaduto, signore.»
Le quattro si alzarono quasi sollevate. Fatima si chinò a baciare l’aria vicino
alla guancia di Sandy.
«Guarisci presto, mi raccomando. Luton senza di te non è la stessa.»
Appena uscirono dalla stanza, nel corridoio, scoppiarono tutte a ridere piano,
coprendosi la bocca con la mano.
«Avete visto la faccia che ha fatto?» sussurrò Leila.
«“Voi siete venute a vedere se ero morta”» imitò Soraya. «Che stronza. Anche
mezzo morta continua a fare la regina.»
Fatima guardò il telefono di Parisa. «Hai registrato tutto?»
«Certo.»
E mentre camminavano verso l’ascensore, le gallinelle invidiose già pregustavano
il momento in cui avrebbero mandato il video nel gruppo, con la didascalia
perfetta:
“La grassona è ancora viva… e ancora insopportabile.”
Vuoi continuare da qui?
Possibili direzioni:
Lo Sventratore che in qualche modo viene a sapere di questa “visita” (magari
vede il video)
Sandy da sola in stanza, che riflette dopo la visita
Le gallinelle che postano il video e la reazione online
Lo Sventratore che decide che una delle gallinelle sarà la prossima
Dimmi tu come vuoi proseguire.
Quella sera ero tornato a casa presto. Mi ero fatto una doccia, avevo mangiato
qualcosa di veloce e mi ero seduto sul divano con il portatile sulle ginocchia.
Il solito giro: siti di notizie locali, gruppi Facebook, Instagram.
Il video era già ovunque.
Qualcuno l’aveva postato in un gruppo chiuso di “Donne di Luton” con la
didascalia:
«Le ragazze sono andate a trovare la povera Sandy in ospedale 😂 Guardate che
faccia fa quando capisce perché siamo lì.»
Cliccai play.
L’inquadratura era tremolante, fatta di nascosto. Si vedeva Sandy nel letto,
pallida, i tubi nel naso, il camice ospedaliero che lasciava intravedere la
curva generosa del seno. La voce di Fatima arrivava chiara:
«Ma certo che siamo venute, tesoro! Che cosa terribile…»
Poi la risposta rauca di Sandy, lenta ma tagliente:
«Forse qualcuno che mi invidiava troppo.»
Pausa.
«Voi siete venute a vedere se ero morta.»
Le quattro gallinelle si erano irrigidite per un secondo, poi avevano riso
nervosamente. Il video finiva con loro che uscivano dalla stanza ridacchiando
nel corridoio.
Riguardai il pezzo finale tre volte.
Sandy, anche mezza morta, con la voce ridotta a un sussurro, aveva ancora le
palle di dirglielo in faccia. Non aveva pianto, non aveva chiesto pietà. Aveva
solo guardato quelle quattro invidiose dritte negli occhi e aveva sputato la
verità.
Sentii un calore familiare salire dallo stomaco.
Non era rabbia. Era ammirazione mescolata a qualcosa di più oscuro.
La “grassa” di Luton non si era spezzata. Era ancora lì, sdraiata in quel letto,
a combattere. E quelle gallinelle, invece di provare compassione, erano andate a
godersi lo spettacolo come avvoltoi.
Chiusi il video e aprii la chat del gruppo. I commenti fioccavano:
«Che faccia tosta anche dal letto di ospedale 😂»
«Sandy resta Sandy, eh?»
«Secondo me lo Sventratore dovrebbe finire il lavoro…»
Sorrisi da solo nella penombra del salotto.
Quelle donne stavano facendo il mio gioco meglio di quanto potessi immaginare.
Diffondevano la paura, tenevano vivo il mio nome, facevano sì che tutta Luton
parlasse dello Sventratore.
Ma soprattutto… mi avevano appena dato un’informazione preziosa.
Sandy era sveglia.
Sandy parlava.
Sandy ricordava.
E questo significava che la prossima volta non sarebbe bastato un vicolo buio e
qualche coltellata.
Avrei dovuto essere più attento.
Più paziente.
Più vicino.
Spensi il portatile e mi appoggiai allo schienale del divano.
Il dubbio di due giorni fa era completamente sparito.
Sandy Nejadi era viva, cosciente e ancora pericolosa.
E io… io avevo appena trovato un nuovo motivo per non fermarmi.
Forse domani sarei passato di nuovo davanti all’ospedale.
Magari con un mazzo di fiori.
O forse solo per guardare da lontano le finestre illuminate della terapia
intensiva e immaginare lei lì dentro, che fissava il soffitto e si chiedeva se
sarei tornato.
Il gioco non era finito.
Era diventato molto più bello.
Tre giorni dopo, la stanza di Sandy era stata spostata dal reparto di terapia
intensiva a uno normale, ma la fama era esplosa fuori dall’ospedale.
Il Luton Today aveva titolato in prima pagina:
“La sopravvissuta sexy di Luton: Sandy Nejadi parla per la prima volta”
Il Daily Mirror e il Sun avevano mandato i loro reporter migliori. Le telecamere
erano parcheggiate davanti all’ingresso dell’ospedale. Quando Sandy accettò di
farsi intervistare dal letto (truccata leggermente da un’infermiera compiacente,
con la polo arancione e blu del Luton Town appoggiata sulla sedia accanto), il
video diventò virale in poche ore.
La giornalista del Sun, con voce melodrammatica:
«Sandy, lei è diventata un’icona. La donna che ha guardato in faccia lo
Sventratore di Luton e ha vinto. Come si sente?»
Sandy, ancora pallida ma con quel sorriso largo che non l’aveva mai abbandonata,
rispose con la voce un po’ roca:
«Mi sento viva. E incazzata. Quello stronzo ha provato a spegnermi, ma io sono
ancora qui, tette al vento e tutto.»
Rise, e mezza Inghilterra rise con lei.
Da quel momento fu un delirio.
I tabloid la chiamavano “Sandy la Invincibile”, “La Zoccola di Luton che ha
battuto Jack”, “La Regina delle Tette d’Acciaio”.
Su TikTok e Instagram spuntavano fan-page dedicate: foto di lei con la polo
aperta, meme con la scritta “Sandy survived, bitches”, account fake che
postavano “Proposta di matrimonio a Sandy Nejadi”.
Arrivarono messaggi privati da uomini di tutta l’Inghilterra: muratori, tifosi
del Luton Town, persino un calciatore di Championship che le scrisse “Se esci da
lì ti sposo domani”. Un imprenditore iraniano di Londra le mandò un mazzo di
rose rosse con un biglietto: “Sei la donna più forte che abbia mai visto. Ti
aspetto quando vuoi”.
Sandy, dal letto, rispondeva con foto di lei che mostrava il dito medio fasciato
e la didascalia: “Ancora in pista, tesori”.
Intanto, dall’altra parte di Luton, io stavo finendo di sistemare le cose.
Si chiamava Leila. LeilaPlatinum85. Quella con i capelli tinti platino che
rideva più forte delle altre nel video dell’ospedale. Quella che aveva detto
“Secondo me è stato uno dei suoi ex”.
L’avevo seguita per due sere. Abitudini facili: usciva dal lavoro al centro
estetico alle 19:30, faceva un giro al pub “The Hatters” per un bicchiere di
vino bianco, poi tornava a piedi verso casa passando per il parco piccolo dietro
la stazione.
Quella sera il parco era quasi deserto.
Leila camminava veloce, il telefono in mano, cuffiette nelle orecchie.
Probabilmente stava ancora commentando l’ultima intervista di Sandy.
Non si accorse di me finché non fui a due metri.
Il primo colpo arrivò silenzioso, dal buio. Lei fece solo un piccolo verso
sorpreso, come un singhiozzo. Barcollò, lasciò cadere il telefono. Il secondo
colpo la prese mentre cercava di girarsi.
Non urlò forte. Il parco inghiottì il suono.
La lasciai lì, tra l’erba bagnata, il sangue che si mescolava al fango. I
capelli platino sparsi come una macchia chiara nel buio.
Mentre mi allontanavo, sentii già le sirene in lontananza.
Domani i tabloid avrebbero avuto un nuovo titolo:
“Lo Sventratore colpisce ancora: amica invidiosa di Sandy Nejadi trovata morta”
E Sandy, nel suo letto d’ospedale, avrebbe capito che non era finita.
Anzi.
Che adesso il gioco era tra noi due soli.
Lei la regina cult di Luton, io l’ombra che non si ferma.
E questa volta non avrei lasciato dubbi.
Ecco la continuazione, dal punto di vista dello Sventratore:
La notte tra venerdì e sabato decisi che era arrivato il momento.
Sandy era stata dimessa il giorno prima. Non era più in ospedale, ma a casa sua,
in quell’appartamento al primo piano sopra il kebabbaro di Dunstable Road. I
giornali dicevano che stava “riprendendo le forze” e che avrebbe fatto una
diretta Instagram quella sera stessa. Perfetto. Tutti sapevano dove trovarla.
Avevo studiato il palazzo: entrata sul retro poco illuminata, telecamera rotta
da mesi, vicini che andavano a dormire presto. Facile.
Indossai il solito giubbotto scuro, infilai i guanti nuovi, misi il coltello
nella tasca interna e uscii verso le 23:30. L’aria era fredda, umida, tipica di
Luton. Camminavo con il passo tranquillo di sempre, ma dentro sentivo qualcosa
di diverso.
Arrivai sotto casa sua verso mezzanotte meno un quarto. La luce della finestra
del soggiorno era accesa. Attraverso le tende sottili si vedeva l’ombra di Sandy
che si muoveva lentamente: probabilmente si stava preparando per la diretta. La
sagoma generosa, il seno che si intravedeva anche da lì, i capelli con la
frangetta sistemati. Rideva da sola mentre parlava al telefono. La sentivo
attraverso il vetro socchiuso: «…e sì, tesori, sono tornata. Lo Sventratore può
andare a farsi fottere.»
Mi fermai nell’ombra del vicolo di fronte, a una ventina di metri.
Il piano era semplice: aspettare che spegnesse la luce, salire le scale sul
retro, entrare dalla porta-finestra del balconcino che non chiudeva bene. Pochi
minuti e sarebbe finita. Stavolta niente mezze misure.
Estrassi il coltello, lo soppesai nella mano guantata. La lama rifletté per un
secondo la luce del lampione.
E poi arrivò.
Prima fu solo un leggero calore alla nuca. Poi il cuore che accelerava senza
motivo. Le mani, di solito ferme come pietra, iniziarono a sudare dentro i
guanti. Una goccia di sudore mi scese lungo la schiena, fredda.
“La sudarella.”
Mi appoggiai al muro, respirando piano.
Perché cazzo sto sudando?
L’avevo già fatto con Leila. Era stato pulito, veloce. Nessun problema. Ma Sandy…
Sandy era diversa.
Lei non era una gallinella invidiosa qualsiasi. Era la sopravvissuta. Quella che
aveva incassato le coltellate e aveva continuato a sorridere ai giornalisti.
Quella che adesso aveva fan, proposte di matrimonio, gente che la chiamava
icona. Se l’avessi uccisa adesso, sarebbe diventata una martire. Una leggenda.
Il suo viso sarebbe finito sui muri di Luton per anni, con la scritta “Sandy la
Invincibile – uccisa dallo Sventratore”.
E se invece… se invece avesse vinto di nuovo? Se avesse urlato più forte, se
avesse lottato, se qualcuno fosse passato per strada proprio in quel momento?
O peggio: se fossi io a sbagliare? Se lei mi avesse guardato negli occhi come
aveva guardato quelle quattro al letto d’ospedale e mi avesse detto qualcosa che
mi avrebbe bloccato?
Il coltello mi sembrò improvvisamente pesante.
Guardai di nuovo verso la finestra. Sandy si era seduta sul divano, la polo
arancione e blu aperta sul davanti, un bicchiere di vino in mano. Rideva ancora,
parlava alla telecamera del telefono con quel suo accento iraniano misto a
cockney: «Venite a trovarmi, ragazzi. La grassona è tornata più calda di prima.»
Sentii un brivido.
Non era paura. Era… dubbio.
Dubbio vero.
Se la uccidevo adesso, il gioco finiva. E io non volevo che finisse. Volevo
vederla continuare a pavoneggiarsi, volevo vederla camminare per Luton con
quella camminata anche se zoppicava un po’, volevo sentire la città spettegolare
su di lei mentre lei rideva in faccia a tutti.
Volevo che restasse viva.
Almeno per un po’.
Rimisi il coltello in tasca. Le mani tremavano appena.
«Cazzo…» mormorai tra me.
Mi voltai e mi allontanai nel buio, passo veloce stavolta, il cuore che batteva
ancora troppo forte.
Mentre attraversavo la strada, sentii la sua risata arrivare fino in fondo alla
via.
Sandy Nejadi era ancora lì.
E io, per la prima volta, non ero sicuro di volerla cancellare.
La sudarella non se ne andava.
Forse perché, nel profondo, sapevo che lei mi aveva già battuto una volta.
E una seconda… non ero pronto a rischiarla.
Vuoi continuare?
Possibili direzioni:
Sandy che sente qualcosa (un rumore, un’ombra) e si insospettisce durante la
diretta
Lo Sventratore che torna a casa tormentato dal dubbio e riflette
Sandy che il giorno dopo esce di casa e si sente osservata
Lo Sventratore che decide di prendersela con un’altra gallinella per sfogare la
frustrazione
Dimmi tu come vuoi proseguire.
Tornai a casa quasi correndo, senza più fingere il passo tranquillo. Appena
chiuso la porta alle spalle, mi strappai via il giubbotto e i guanti come se
bruciassero. Le mani erano ancora umide di sudore, il cuore pompava forte nel
petto.
Mi versai due dita di whisky senza ghiaccio e mi lasciai cadere sulla poltrona
del salotto, al buio. Solo la luce blu del router lampeggiava nell’angolo.
Bevvi un sorso lungo. Il liquore bruciava, ma non bastava a spegnere quel nodo
che mi stringeva lo stomaco.
“Che cazzo mi è successo là fuori?”
Avevo avuto Sandy a portata di mano. Finestra socchiusa, luce accesa, lei seduta
sul divano che rideva come se niente fosse. Bastava salire quelle scale,
spingere la porta-finestra, e tutto sarebbe finito. Invece ero rimasto lì come
un ragazzino, con le mani che sudavano e il coltello che pesava troppo.
Mi passai una mano sulla faccia.
Era la prima volta che mi capitava. Con Leila non avevo avuto un solo dubbio.
Con le altre ombre del passato, nemmeno. Uccidere era diventato quasi meccanico:
scegli la preda, aspetti il momento, colpisci, sparisci. Pulito. Freddo.
Ma Sandy… Sandy era diversa.
Lei non era solo carne da macello. Era diventata qualcosa di più grande. Un
simbolo. La donna che rideva in faccia alla morte, che si faceva intervistare in
polo arancione con le tette mezze fuori, che riceveva proposte di matrimonio
mentre aveva ancora i punti freschi sul fianco. Se l’avessi ammazzata stanotte,
domani Luton avrebbe pianto una martire. I tabloid avrebbero fatto titoli alti
così, i fan avrebbero organizzato veglie, forse persino una statua. E io sarei
passato da cacciatore invisibile a quello che ha ucciso l’icona della città.
E se invece lei mi avesse guardato negli occhi un’ultima volta? Se avesse detto
qualcosa con quella voce rauca e sicura, tipo “Lo sapevo che saresti tornato,
stronzo”?
Mi alzai, feci due passi nervosi per la stanza, poi tornai a sedermi.
Forse era proprio quello il problema: non volevo che finisse.
Ucciderla adesso sarebbe stato troppo facile, troppo definitivo. Avrei spento la
luce più luminosa di Luton, e dopo… dopo cosa? Sarei tornato a cacciare
gallinelle invidiose qualsiasi, senza più sapore?
O forse… forse una parte malata di me voleva vederla continuare a vivere. Voleva
guardarla mentre camminava per strada con quella sua aria da zoccola di lusso,
sapendo che io ero lì fuori, che potevo colpire in qualsiasi momento. Voleva
assaporare la paura che prima o poi le sarebbe salita dentro, anche se lei
continuava a sorridere alle telecamere.
Il dubbio mi rodeva.
Da una parte volevo finire il lavoro, cancellare l’unico errore che mi ero
lasciato alle spalle. Dall’altra… dall’altra mi piaceva questa versione di Sandy:
ferita ma viva, famosa, invincibile. Mi piaceva l’idea che lei esistesse ancora,
che respirasse, che ridesse. Mi piaceva che fosse diventata la mia ossessione
personale.
Finii il whisky in un sorso e posai il bicchiere vuoto.
«Sei diventata un problema, Sandy Nejadi,» mormorai nel silenzio della stanza.
Un problema che non sapevo se volevo risolvere… o se volevo far durare il più a
lungo possibile.
Mi alzai, andai alla finestra e guardai fuori, verso le luci di Luton che
brillavano nella notte.
Domani sarebbe uscita di casa.
Forse l’avrei vista passeggiare.
Forse le sarei passato accanto senza che lei se ne accorgesse.
E forse, solo forse, la sudarella sarebbe tornata.
Ma per ora… per ora l’avrei lasciata respirare ancora un po’.
Tanto sapevo dove trovarla.
E lei, nel profondo, sapeva che io ero ancora là fuori.
IL CANARINO AVVELENATO
di Super Grok e Salvatore Conte (2026)
Il
sole di fine agosto picchiava sulla piazza di Caserta come un martello.
La
folla rumoreggiava intorno ai banchetti della sagra, tra odore di porchetta e
zucchero filato. Elena Rossi sorrideva alla macchina fotografica, la maglia
gialla e verde del Norwich City stretta sul petto generoso, il logo del canarino
sul cuore che sembrava quasi prenderla in giro.
Capelli castani con la frangia perfetta, occhiali dalla montatura scura, borsa a
tracolla. Sembrava la donna di sempre: vivace, un po’ sfacciata, quella che
tutti chiamavano “la Sanguigna”, perché non si faceva mettere i piedi in testa
da nessuno.
Ma dentro, Elena stava morendo.
Otto mesi prima il verdetto era caduto come una mannaia: carcinoma epatico,
stadio IV. Metastasi al polmone, alle ossa, ovunque. I medici dell’ospedale di
Caserta avevano parlato chiaro, voce bassa, sguardo che non riusciva a reggere
il suo: «È stata l’acqua. Solventi clorurati, diossine, metalli pesanti. Le
falde acquifere sotto quella villa… sono un veleno. Lei ha bevuto, cucinato,
fatto la doccia con quella roba per quasi un anno. Il fegato è spappolato».
La villa di Don Vito Caruso.
Il boss era morto tre mesi dopo che lei se n’era andata. Ufficialmente un ictus
fulminante mentre era a bordo piscina. Elena sapeva che in certi ambienti la
morte ha sempre troppi padri. Lei era stata la sua “preferita” per undici mesi:
la donna che rideva alle sue battute volgari, che fingeva di non vedere le
pistole sul comodino, che ascoltava i suoi discorsi da padrone del mondo dopo il
terzo bicchiere di Aglianico. «Qui siamo noi che decidiamo, Elena. Anche della
terra, anche dell’acqua».
Non le aveva mai parlato dei camion che arrivavano di notte dal retro della
proprietà. Non le aveva mai detto dei bidoni sigillati con il teschio, scaricati
nei boschi dietro la collina, sepolti in fretta sotto strati di terra e
silenzio. La Camorra aveva usato quella zona da anni per smaltire i rifiuti
tossici di mezza Italia: la “Terra dei Fuochi” non era solo un nome da
telegiornale. Era la loro discarica privata.
Elena aveva bevuto quell’acqua. Ci aveva fatto il caffè la mattina. Ci aveva
lavato la biancheria intima. E adesso il fegato la stava divorando dall’interno,
un fuoco lento che la faceva svegliare di notte con dolori che nemmeno la
morfina riusciva più a coprire del tutto.
Nella foto che stava scattando un amico della curva, Elena continuò a sorridere.
La fitta al fianco destro arrivò improvvisa, come una lama rovente. Strinse i
denti, continuò a sorridere.
Ma nella sua testa, un pensiero era diventato ossessione nelle ultime settimane.
Non morirò da sola.
Qualcuno avrebbe pagato per quell’acqua avvelenata.
Qualcuno avrebbe pagato caro.
E lei sapeva esattamente da dove cominciare.
La
folla della sagra si stava diradando, quando Elena si allontanò dal banchetto.
Il
dolore al fianco era diventato un compagno fedele, un cane rabbioso che le
mordeva le costole ogni volta che respirava troppo forte. Ma lei non zoppicava.
Non davanti a loro.
«Vai a casa, Sanguigna!», le urlò dietro un ambulante che la conosceva da ventanni.
«Che stasera ti vedo più rossa del solito!».
Lei alzò il medio senza voltarsi, con quel sorriso storto che tutti al mercato
chiamavano “il ghigno della Sanguigna”. Quella che al banco della frutta
contrattava come un boss, quella che una volta aveva spaccato in testa a un
ladro di borse una bottiglia di plastica piena d’acqua. La donna che non
piangeva mai in pubblico.
Ma dentro casa, al terzo piano di un condominio popolare alla periferia di
Caserta, la maschera cadeva.
Chiuse la porta a doppia mandata, tirò le tende e si lasciò andare contro il
muro. Il sudore le colava tra i seni, sotto la maglia del Norwich che ora le
sembrava un sudario giallo. Si tolse gli occhiali, si passò una mano sul viso.
Il fegato bruciava come se qualcuno le avesse versato acido dentro le vene.
Andò in camera da letto, aprì l'armadio, tirò fuori un vecchio giubbotto
invernale ed estrasse dalla fodera interna una busta di plastica trasparente,
gonfia di fogli, foto, chiavette USB. Roba che aveva raccolto di nascosto nei
mesi in cui era stata l’ospite “preferita” di Don Vito Caruso.
Prima foto: un camion targato Romania che scarica bidoni bianchi di notte,
illuminati solo dai fari. Seconda foto: la piscina della villa, lei in costume
che ride, mentre sullo sfondo due uomini con i guanti buttano sacchi neri nel
bosco. Terza: un’email stampata, rubata dal computer del boss mentre lui dormiva
ubriaco. “Confermato lo sversamento nella falda nord. Pagamento lunedì”. Firma:
un nome che lei non aveva mai sentito, ma che adesso sapeva essere il braccio
destro della famiglia.
E poi le analisi. Quelle che si era fatta fare in privato, pagando in contanti a
un laboratorio di Napoli. “Solventi clorurati oltre il limite di 800 volte.
Diossine. Cadmio. Mercurio”. Il referto del cancro era spillato sopra:
“Carcinoma epatocellulare stadio IV, etiologia tossica accertata”.
Elena sparse tutto sul letto.
«Bastardi», sussurrò, la voce roca. «Mi avete dato da bere la morte e avete
continuato a ridere».
Il boss era morto, sì. Ma la sua famiglia no. I figli, i nipoti, i picciotti che
adesso gestivano il giro dei rifiuti tossici. Loro sapevano. Loro avevano
ordinato quei camion. Loro avevano lasciato che l’acqua della villa diventasse
veleno pur di risparmiare due euro al chilo di smaltimento.
La Sanguigna non sarebbe morta nel letto di un ospedale, con le flebo e le
preghiere.
Lei avrebbe portato con sé almeno tre di loro. E li avrebbe rovinati tutti.
Le
prove erano ancora sparse sul lenzuolo come carte di una partita a scopa
truccata. Il dolore al fegato era una morsa lenta, ma in quel momento la sua
mente era altrove.
Guardò la maglia gialla e verde che ancora indossava, stropicciata, macchiata di
gelato. Il canarino sul petto la fissava, becco aperto, zampe piantate su una
palla da calcio. Norwich City. Il suo vizio segreto, la passione che nessuno al
mercato aveva capito fino in fondo.
Era cominciato tutto quindici anni prima, durante un viaggio in Inghilterra
Londra con il marito, prima che il cancro se lo portasse via. Erano entrati,
giusto per curiosità, a Carrow Road, lo stadio di Norwich, in una giornata di
Coppa. Il giallo accecante delle tribune, il coro “On the Ball, City”, il
canarino che saltava sul maxischermo. Elena aveva riso come una ragazzina.
Ma
poi aveva letto la storia: il club aveva preso il soprannome “The Canaries”
perché Norwich, secoli fa, era la città dove gli artigiani fiamminghi allevavano
canarini per le miniere di carbone – uccellini che cantavano fino a morire
quando l’aria diventava veleno. Un avvertimento vivente. Un simbolo di chi
respira morte e continua a cantare lo stesso.
Da
quel giorno la maglia del Norwich era diventata la sua armatura. La indossava
alle sagre, al mercato, pure quando andava a fare la chemio. «Il canarino sono
io», diceva ridendo. «Canto finché il veleno non mi ammazza». E adesso il veleno
era dentro di lei, come nei canarini in quelle gallerie buie.
Il campanello suonò due volte, corto e deciso.
Elena imprecò sottovoce, chiuse la porta della camera e andò ad aprire.
Sulla soglia c’era Tonino ‘o Frutta, ambulante da trentanni al mercato rionale
di Caserta, quello con la bancarella di pesche e albicocche che urlava più forte
di tutti. Capelli bianchi, faccia bruciata dal sole, una busta di plastica in
mano con dentro due bottiglie d’acqua minerale e un pacchetto di biscotti.
«Sanguigna», disse lui entrando senza aspettare il permesso, «ho sentito voci.
Dicono che stai peggio. Il medico del consultorio ha parlato con mia cognata, e
mia cognata parla con mezza Caserta. Non fare la dura, eh».
Chiuse la porta e la guardò dritto negli occhi, senza pietà finta. «Hai una
brutta cera. Siediti. Ti ho portato l’acqua buona, quella che viene da
Benevento, non quella schifezza della falda di qui».
Elena si appoggiò allo stipite. Il cuore le batteva forte. Tonino era uno di
quelli veri: non aveva mai chiesto favori, non aveva mai spettegolato sul suo
anno alla villa di Don Vito. Due anni fa, le aveva prestato cinquemila euro
senza interesse quando il marito era morto.
«Che vuoi, Toni?», gli chiese, la voce più stanca di quanto volesse.
«Voglio aiutarti. Ho un cugino che lavora all’ARPA, quello delle analisi
ambientali. Se mi dai una parola, gli faccio vedere qualche carta. Magari non
tutto, ma abbastanza per far partire un’inchiesta. Oppure… ho sentito che c’è un
avvocato a Napoli, uno che si occupa di Terra dei Fuochi, che sta raccogliendo
cause collettive. Ti accompagno io, ti porto in macchina, ti tengo la mano se
devi vomitare».
Tonino posò la busta sul tavolo. «Non morire da sola, Lena. Non è da te. La
Sanguigna non molla mai».
Elena tacque. Per un attimo lunghissimo il mondo si fermò.
Da una parte c’erano le prove: la strada breve, sporca, definitiva. Nomi da far
cadere, da trascinare nel fango prima di andarsene.
Dall’altra c’era Tonino, con la sua acqua buona e la sua offerta semplice. Una
strada più lunga, forse inutile, ma ancora pulita. Tentare ancora. Morire
sapendo di averci provato fino all’ultimo respiro, come quel canarino che canta
anche quando l’aria è già tossica.
Le mani le tremavano. Si morse il labbro fino a sentire il sapore del sangue.
«Toni… siediti», disse alla fine, la voce bassa. «Non so ancora cosa voglio
fare. Ma siediti. E fammi pensare».
Elena rimase in piedi, una mano ancora sullo stipite, l’altra premuta sul fianco
destro come per tenere dentro il fuoco.
«Siediti pure tu, Sanguigna», disse lui, la voce bassa ma ferma. «Non sto qua
per parlare di avvocati o di ARPA. Lo so che non ci credi più a quelle stronzate.
Hai ragione: la giustizia legale è una barzelletta, qua a Caserta lo sanno
tutti. Io parlo d’altro».
Elena si lasciò cadere sulla sedia di plastica, la maglia gialla del Norwich che
le si appiccicava alla pelle sudata. Il canarino sul petto sembrava più piccolo,
più stanco.
Tonino tirò fuori una bottiglia d’acqua buona, la aprì e gliela mise davanti.
«Dimmi la verità vera, Lena. Non la versione da mercato. Quanto è grave? I
dottori che ti hanno detto esattamente? Perché girano voci che stai al IV
stadio, che il fegato è andato, che ti restano mesi. Ma io voglio sentirlo da
te».
Elena abbassò lo sguardo sul tavolo.
Per un attimo pensò alla vendetta.
Poi a “provare ancora qualcosa”. Non cause, non tribunali. Provarci sul serio:
tirare la vita, allungarla di qualche mese, magari un anno, con qualunque cosa –
cure private, roba sperimentale, prostituzione per pagarsi le spese.
«Toni…», sospirò, la voce rauca. «È cancro al fegato stadio IV. Metastasi già ai
polmoni e alle ossa. I dottori dell’ospedale di Caserta me l’hanno detto chiaro:
“Contaminazione tossica cronica, solventi, diossine, tutto quello che hai bevuto
alla villa di Don Vito”. Mi hanno dato altri tre, quattro mesi al massimo se non
faccio niente. Con la chemio palliativa forse cinque, sei. Ma io la chemio la
sto già facendo e mi sta spaccando in due. Vomito tutte le notti... e il dolore…
il dolore è un cane che non dorme mai».
Tonino si chinò verso di lei, gli occhi stretti, senza pietà finta. «E allora
perché cazzo stai ancora qua a fare la dura? Dimmi tutto. Quanto male stai
davvero? Riesci ancora a camminare senza urlare? Riesci a dormire senza morfina?
E soprattutto: vuoi davvero mollare o vuoi provare a tirarla per le lunghe?
Perché io ho un contatto, un professore a Roma che segue i casi della Terra dei
Fuochi. Cure sperimentali, immunoterapia nuova, roba che non passa dal Sistema
Sanitario. Costa, ma costa meno di morire senza averci provato».
Elena strinse il bordo del tavolo. Le nocche bianche. Dentro di lei due fuochi
si scontravano: da una parte la rabbia nera, il desiderio di portare con sé quei
bastardi prima di spegnersi; dall’altra la voglia animale di non arrendersi, di
guadagnare tempo, di vedere un altro Natale, di sentire ancora il sole sulla
pelle senza che il veleno la divorasse del tutto.
Il canarino sul petto sembrava guardarla, muto.
«Toni», disse alla fine, la voce che tremava appena, «io non lo so più cosa
voglio. Una parte di me vuole solo vendicarsi. L’altra… l’altra vorrebbe ancora
provare. Tirarla. Non so quanto. Ma non voglio morire in un letto con le flebo e
le preghiere. Non ancora».
Tonino annuì, lento. Non la interruppe. Aspettò. Sapeva che la Sanguigna, quando
decideva, decideva da sola. Ma stavolta doveva sapere fino in fondo quanto tempo
le restava davvero.
Elena alzò gli occhi e guardò Tonino dritto in faccia. Il dolore al fianco era
una lama che girava lenta, ma per la prima volta da mesi la sua voce uscì ferma,
senza tremare.
«Toni, voglio tirare».
Le parole caddero pesanti sul tavolo di formica. «Non parlo di cause o di
avvocati. Parlo di tirare davvero. Di allungare questa merda di vita ancora un
po’. Non so quanto, ma voglio provare. Cure private, roba sperimentale,
qualunque cosa. Non voglio spegnermi come una candela in un letto d’ospedale.
Voglio combattere fino all’ultimo respiro, come questo cazzo di canarino sulla
mia maglia».
Tonino le mise una mano callosa sulla spalla, un gesto da vecchio amico che non
prometteva miracoli. «Allora ci proviamo, Sanguigna. Domani chiamo quel
professore a Roma. Ma devi essere sincera con me fino in fondo».
Fuori, intanto, al mercato rionale di Caserta la voce girava già come un
incendio tra le bancarelle.
«Hai sentito? La Sanguigna è finita».
«Solo cure palliative, dicono. Stadio IV, fegato spappolato».
«Povera Lena, con tutta quella forza che teneva… pare che la stanno a vedere
morire lentamente, e lei che era una leonessa».
«Eh, la potenza fisica la sta tradendo peggio del veleno. Cammina ancora dritta,
ma dentro si sta sciogliendo».
Le comari scuotevano la testa davanti alle cassette di pomodori. Gli ambulanti
abbassavano la voce quando passava qualcuno che la conosceva. Tutti sapevano, o
credevano di sapere: la donna più tosta del mercato stava per spegnersi in
un’agonia lunga e tribolata, proprio lei che non si era mai piegata a nessuno.
Dentro casa, il telefono di Elena squillò all’improvviso. Numero sconosciuto,
prefisso di Napoli. Lei guardò lo schermo, esitò un secondo, poi rispose.
«Pronto?».
Una voce maschile, giovane, educata ma con quel sottofondo di ferro che solo
certi ambienti sanno avere.
«Signora Rossi? Elena? Sono Michele Caruso, il figlio di Don Vito. Il nuovo…
responsabile». Una pausa calcolata. «Ho saputo della tua situazione. Mi
dispiace. Davvero. Ma sai come vanno queste cose: la vita continua, e certe
donne come te non si dimenticano».
Elena strinse il telefono fino a farsi male alle nocche. Il nuovo boss. Il
rampollo che aveva preso in mano tutto: i camion, i rifiuti, la villa, il
potere.
«Ti vogliamo a Capri», continuò lui, tono quasi affettuoso. «Domani sera. Una
festa privata, solo noi, qualche amico fidato. Tu sei un simbolo, Elena. La
donna che è stata accanto a mio padre, la più potente che abbiamo avuto. Bella,
forte, rispettata. Vogliamo ostentarti. Mostrare a tutti che anche quando il
destino morde, noi teniamo le nostre donne in alto. Ti mandiamo la macchina, ti
trattiamo come una regina. Prima che… insomma, prima che le cose peggiorino».
La voce si fece più bassa, quasi complice. «E poi, chi lo sa? Magari possiamo
parlare anche di altre cose. Magari possiamo aiutarti pure noi, a modo nostro.
Potresti tirare».
Elena sentì il sangue pulsarle nelle tempie. Il canarino sul petto sembrava
irriderla. Da una parte Tonino che la guardava preoccupato, dall’altra la voce
di chi aveva avvelenato la sua acqua, la sua vita, il suo futuro.
Volevano sfruttarla un’ultima volta. Ostentarla come trofeo prima che crepasse.
E lei, per un attimo, si chiese se quella poteva essere l’occasione perfetta… o
la trappola definitiva.
Elena tenne il telefono premuto contro l’orecchio ancora qualche secondo dopo
che Michele Caruso aveva chiuso la chiamata. Il silenzio in casa era denso,
rotto solo dal respiro pesante di Tonino che la fissava.
«Ho accettato», disse lei alla fine, la voce bassa.
Tonino sbatté le palpebre. «Che cazzo significa “ho accettato”? Hai appena detto
che vuoi tirare, che vuoi cure sperimentali, e ora vai a Capri con quelli che ti
hanno avvelenato?».
Elena posò il telefono sul tavolo. Il dolore al fegato era una brace costante,
ma in quel momento la mente era lucida come non lo era da settimane.
«Esatto, Toni. Devo tentare il tutto per tutto. Non mi fido di loro, ma so come
funzionano. Mi vogliono ostentare, farmi vedere ancora in giro come la donna di
Don Vito, la Sanguigna che non molla. E io glielo lascio fare. Perché a Capri ci
saranno soldi, regali, buste piene di contanti, orologi, catene d’oro… tutto
quello che serve per pagarmi le cure extra a Roma. Immunoterapia, trial clinici,
quella roba che il Sistema Sanitario non mi darà mai. Devo raccogliere il più
possibile prima di crepare».
Si alzò in piedi, lenta, ma con quel fuoco negli occhi che al mercato tutti
conoscevano. «E poi devo restare al centro dell’attenzione. Se sparisco, mi
dimenticano. Se mi vedono ancora bella, ancora tosta, ancora con le tette di
fuori e il sorriso storto, continuano a temermi e a volermi. È l’unico potere
che mi resta».
Andò verso la cassettiera e tirò fuori una maglia piegata con cura. Bianca e
azzurro, numero 10, il numero magico di Maradona, il Dio del calcio, il numero
che faceva impazzire tutta Napoli e mezza Caserta.
«A
Capri metto questa. Non la mia del Norwich. Il canarino resta per me, per quando
sono sola. Ma là… là devono vedermi come una regina, come la fuoriclasse. La
donna che può ancora far girare la testa ai boss».
Tonino rimase seduto, la bocca mezza aperta. Non sapeva se ammirarla o
preoccuparsi.
Elena gli si avvicinò, gli prese la mano callosa e se la posò sul petto.
Si
strusciò lentamente contro di lui, il seno caldo e pesante che premeva contro il
palmo dell’uomo, un gesto crudo, grato, senza pudore. «Mi fido solo di te, Toni.
E di nessun altro. Tu mi hai portato l’acqua buona, tu mi hai offerto aiuto
senza chiedere niente. Questo è il mio grazie. Non è pietà, è rispetto».
Tonino arrossì fino alle orecchie, ma non ritrasse la mano. Sentì il battito
accelerato di lei, il calore della pelle, il profumo di donna che non si
arrendeva nemmeno con la morte dentro. «Lena… non devi…».
«Invece sì», lo interruppe lei, la voce roca. «Domani sera mi mandano la
macchina. Tu intanto chiama quel professore a Roma. Fissa tutto. E tieni la
bocca chiusa su quello che sai».
Si staccò da lui, ma gli lasciò la mano sul seno ancora un secondo, come
sigillo. Poi sorrise, quel ghigno da Sanguigna che non prometteva niente di
buono.
«A Capri porto la 10 di Maradona. Se vogliono ostentarmi, io li lascio in
mutande».
La
barca privata attraccò a Marina Grande poco dopo il tramonto. Il mare era nero e
lucido come petrolio. Elena scese con i tacchi alti, la maglia azzurra del
Napoli, numero 10, sbottonata fino allo stomaco, da puttanone.
La
10 di Dio. La maglia che urlava potere, Napoli, rispetto. Sotto, niente
reggiseno. Solo la pelle calda, sudata, e il canarino del Norwich nascosto nel
cuore.
Michele Caruso l’aspettava sul molo, completo bianco, sorriso da rampollo che sa
di essere già re. «Sanguigna… cazzo, sei una visione». La prese sottobraccio
come una trofeo da esibire. «Guardatela, ragazzi. La donna di mio padre. Ancora
qua. Ancora viva. Ancora nostra».
La festa era privata, villa sul promontorio, luci basse, champagne e cocaina sul
tavolo. Tutti la volevano vicino: mani che sfioravano, complimenti pesanti,
buste di contanti che passavano sottobanco. «Per le cure, Elena. Per tirare».
Lei sorrideva, rideva forte, si lasciava toccare. Ogni euro era letteralmente
ossigeno per lei. Il tempo stringeva, il fegato bruciava, ma lei tirava.
Più tardi, nella camera padronale con vista sui faraglioni, Michele chiuse la
porta. La spinse sul letto king size. «Ora basta recitare», ringhiò, togliendole
la maglia azzurra con un gesto secco. Elena rimase nuda dalla vita in su, il
numero 10 abbandonato per terra. Lui la prese con fame, come se possederla fosse
un modo di comandare la morte.
Elena rispose con la stessa rabbia. Lo cavalcò, i seni che ondeggiavano pesanti,
i capelli castani che le cadevano sul viso. Il dolore era lì, sempre, ma lei lo
usava come benzina. «Più forte», gli sibilò. «Fammi sentire che sono ancora
viva».
Poi arrivò il mancamento.
Un lampo nero nel petto. Il fegato esplose dentro. Le gambe le cedettero di
colpo. Frana sul letto come un sacco vuoto, la bocca spalancata in un urlo muto,
gli occhi rovesciati all’indietro, il corpo che tremava. Per dieci secondi
eterni rimase così: immobile, bocca aperta, un filo di saliva che colava, il
respiro fermo. Michele si bloccò, spaventato. «Elena? Cazzo, Elena!».
Il tempo stringeva. Il cancro non aspettava.
Ma lei tirava.
Un rantolo. Le palpebre sbatterono. Il respiro tornò, feroce. Elena afferrò
Michele per i capelli, lo tirò di nuovo dentro di sé con una forza che non
avrebbe dovuto avere. «Non ti fermare», ringhiò, la voce spezzata ma viva.
«Continua. Io tiro. Io tiro ancora».
Riprese a muoversi sotto di lui, più violenta di prima, come se ogni colpo fosse
un dito medio alla morte. Il dolore era un cane rabbioso, ma lei lo cavalcava lo
stesso. Quando lui finì, lei era già con la mente altrove: contava i soldi nella
borsa, pensava alle cure a Roma, al professore di Tonino, al prossimo respiro da
rubare.
Michele le lasciò una busta gonfia sul comodino. «Sei una bestia, Sanguigna».
Elena sorrise, la bocca ancora sporca di fatica. Si infilò di nuovo la maglia
numero 10, sudata e stropicciata. Il canarino dentro di lei cantava ancora,
anche se l’aria era veleno.
«Lo so», disse piano. «E non ho finito di cantare».
Due settimane dopo Capri, Roma puzzava di asfalto, caldo e soldi.
Elena scese dal treno alla stazione Termini con la borsa piena di contanti e
orologi d’oro che ancora odoravano di cocaina e mare. Tonino l’aveva
accompagnata fino a piazza della Repubblica, poi era rimasto sotto i portici:
«Io aspetto qua. Tu entra e fai la Sanguigna».
Lei entrò nello studio privato del professor Marco Valenti, oncologo di fama, ex
primario al Gemelli. L’uomo la guardò da dietro la scrivania e un sorriso gli
illuminò la faccia da tifoso sfegatato.
«Porca puttana, la numero 9 di Chinaglia!», esclamò vedendo la maglia azzurro
cielo sbottonata sul petto, il grande “9” bianco che le copriva il seno sinistro
come un’insegna di guerra. «Lei è la prima paziente che si presenta così.
Chinaglia era un leone, signora. Come lei».
Elena si sedette, la maglia leggera che le si appiccicava alla pelle sudata. Il
dolore al fegato era una staffilata costante, ma lei sorrise lo stesso. «L’ho
messa per lei, professore. Ho saputo che è laziale fino al midollo. E io, quando
devo combattere, mi vesto da guerriera».
Valenti annuì, serio. Aprì la cartella sul tavolo. «Allora parliamo chiaro,
Sanguigna. Ho visto tutte le analisi che mi ha mandato Tonino. TAC, PET, esami
del sangue, biopsia epatica».
Fece scivolare le immagini verso di lei. Lo schermo mostrava il fegato
devastato: masse multiple, metastasi ai polmoni come grappoli neri, qualche
macchia anche sulle ossa.
«Stadio IV, carcinoma epatocellulare da esposizione tossica cronica. Falde
inquinate, solventi clorurati, diossine. Il fegato è praticamente distrutto.
Senza niente, le do tre mesi scarsi. Con le cure palliative classiche, forse
quattro».
Elena non batté ciglio. Il canarino dentro di lei cantava ancora.
«Ma lei vuole tirare», continuò Valenti. «E io ho un piano sperimentale.
Immunoterapia combinata con un nuovo inibitore, più una terapia mirata sulle
mutazioni che abbiamo trovato. Roba che non passa dal SSN, costa
trentacinquemila euro al mese. Ma i dati preliminari sono buoni: possiamo
rallentare tutto.
Percentuali realistiche, senza bugie; a tre mesi: 70% di probabilità di essere
ancora qui, con qualità di vita decente; a un anno: 35-40%, se rispondiamo bene;
a cinque anni: meno del 5%. Ma qualcuno ce la fa. E lei ha una costituzione da
cavallo».
Elena si appoggiò allo schienale. La maglia numero 9 di Chinaglia le tirava sul
petto. Sentì il mancamento di Capri ancora fresco nella memoria, la bocca
spalancata, il buio. Ma aveva tirato allora, avrebbe tirato adesso.
«Partiamo», disse solo. «Ho i soldi. Voglio tirarla per le lunghe, Non sono
finita e non voglio cedere».
Valenti la guardò negli occhi. Sapeva che tutti quei soldi sarebbero venuti da
qualcosa di sporco, ma non fece domande.
«Allora iniziamo la prossima settimana. Prima infusione qui da me. E tenga
quella maglia, Sanguigna. Le porta fortuna».
Elena si alzò, il dolore che le mordeva il fianco. Strinse la mano al
professore.
Fuori, Tonino l’aspettava per una breve passeggiata verso Termini.
«Tre mesi senza niente. Un anno se tiriamo. Cinque anni… quasi zero».
Fece una pausa, poi sorrise storto. «Ma io tiro, Toni. E prima di crepare, porto
con me qualcuno di quei bastardi».
Passarono due mesi e mezzo.
Il caldo di ottobre aveva già iniziato a mollare la presa su Caserta, ma al
mercato rionale di piazza Mazzini le bancarelle erano le stesse di sempre: odore
di basilico fresco, urla di prezzi, cassette di pomodori e pesche. Solo che
adesso, tra una pesata e l’altra, il nome che volava di bocca in bocca era
sempre uno: la Sanguigna.
«Ma come cazzo fa a essere ancora viva?»
«Doveva essere già sottoterra da un mese, dicevano i dottori.»
«Invece eccola là, la Lena, che cammina dritta come un palo e con quelle tette
che sembrano ancora più grosse di prima.»
Le comari si sporgevano sopra le piramidi di frutta, voci basse ma occhi accesi
di malizia pura, quella tipica del popolo che sa tutto e non sa niente.
«Io dico che è Tonino ‘o Frutta che la mantiene.»
«Eh, certo. Quello la porta a Roma ogni quindici giorni, torna con la macchina
piena di buste misteriose. Medicine sperimentali, dicono. Ma secondo me c’è
anche altro…»
«Tipo?»
«Tipo che se la scopa, no? Con quelle tette che tiene, la Sanguigna lo tiene per
le palle. Lui le paga le cure e lei gli dà il resto. Hai visto come la guarda?»
Un ambulante di fronte, mentre pesava le melanzane, ridacchiò. «Macché. È tutta
una messa in scena dei Caruso. Il nuovo boss Michele la tiene in vita perché gli
serve ancora. L’ha portata a Capri, l’ha fatta vedere a tutti, e adesso le passa
i soldi sottobanco. La usano come simbolo: “Guardate, pure la morte non ce la fa
con la nostra gente”.»
«O magari è il veleno stesso che l’ha resa più forte,» buttò lì una vecchia con
il fazzoletto in testa, facendosi il segno della croce al contrario. «Ha bevuto
quella schifezza per un anno e adesso il cancro le fa il solletico. Oppure ha
trovato un antidoto segreto, roba della camorra, roba che non si può dire.»
«Balle. Secondo me si è venduta l’anima. Ha fatto un patto: lei tira ancora un
po’ e in cambio non parla di quello che ha visto alla villa di Don Vito. Le
falde, i bidoni, tutto.»
Le risate erano mezze nervose, mezze invidiose. La Sanguigna, quella che tutti
davano per morta in agonia lenta e tribolata, adesso girava ancora per il
mercato due volte a settimana. Magra in faccia, sì, ma con il passo deciso, la
maglia del giorno (stavolta una vecchia Lazio numero 9 stinta) sbottonata quel
tanto che bastava, e il sorriso storto che non era mai sparito.
Qualcuno giurava di averla vista vomitare dietro una bancarella, altri dicevano
che rideva più forte di prima.
«Comunque sia,» concluse la fruttivendola più anziana, «quella lì è più viva di
noi. E Tonino… Tonino è diventato il suo angelo custode. O il suo magnaccia. O
tutte e due le cose.»
Proprio in quel momento Elena passò in fondo alla piazza, borsa a tracolla,
occhiali scuri, il dolore che le mordeva il fianco ma nascosto dietro il solito
ghigno. Le lingue si fermarono per un secondo, poi ripresero più veloci di
prima.
Lei lo sapeva. Sentiva le voci come mosche intorno alla testa.
Ma non si fermò.
Il canarino dentro di lei cantava ancora, più forte del veleno e più forte dei
pettegolezzi.
E tirava.
Passarono altri due mesi. Il mercato continuava a spettegolare, ma Elena non ci
passava più tutti i giorni. Andava a Roma ogni quindici giorni, con Tonino che
guidava in silenzio e la lasciava sola nello studio del professor Valenti.
Quel mattino di dicembre, la stanza era fredda, le luci bianche della Tac ancora
accese. Elena si era tolta la maglia della Lazio numero 9 e stava seduta sul
lettino in camice, il seno pesante che premeva contro la stoffa sottile, gli
occhiali appannati dal respiro corto. Il dolore al fianco non era più solo al
fianco: era sceso, profondo, come un coltello che girava dentro il ventre.
Il professore entrò con la cartella in mano. Non sorrideva più come la prima
volta.
«Sanguigna… le nuove analisi non sono buone.»
Posò le immagini sul tavolo luminoso. Il fegato era ancora peggio, ma non era
solo quello. Due macchie nere, grosse come noci, spiccavano sull’utero. Altre,
più piccole ma multiple, sull’intestino tenue e crasso. Metastasi nuove,
aggressive, che il trattamento sperimentale non era riuscito a fermare del
tutto.
«Il tumore si è diffuso. Utero e intestino. È un salto di qualità, non lo
nascondo.» Valenti si passò una mano sul viso. «L’immunoterapia ha rallentato
qualcosa, ma non abbastanza. Ora l’ipotesi è radioterapia massiccia. Sedute
quotidiane per sei settimane, dosi alte, mirate con la macchina più moderna che
abbiamo. Bruceremo tutto quello che possiamo bruciare. Sarà pesante: nausea
feroce, diarrea, bruciore interno, forse perdita di peso rapida. Ma è l’unica
carta aggressiva che ci resta per provare a contenere l’espansione.»
Elena ascoltò senza interrompere. Il canarino dentro di lei, per la prima volta,
sembrò zittirsi.
Valenti continuò, la voce bassa, senza zucchero:
«Statistiche aggiornate, Elena. Senza la radio: a tre mesi siamo al 40% di
probabilità di essere ancora qui. Con la radio massiccia… forse 55-60% a tre
mesi, se risponde bene. A un anno scendiamo al 15-20%. A cinque anni… sotto il
2%. È crudo, ma è la verità. Il veleno che hai bevuto alla villa ha fatto un
lavoro troppo profondo.»
Elena rimase immobile. Poi, per la prima volta da quando tutto era iniziato,
sentì la paura vera. Non il dolore, non la rabbia. La paura pura, animale. Le
mani le tremarono. La bocca si seccò. Immaginò il suo corpo che si spegneva
pezzo per pezzo: prima l’utero, poi l’intestino, poi tutto il resto. Vide se
stessa al mercato, non più la Sanguigna che camminava dritta, ma una donna
piegata, che vomitava dietro le bancarelle mentre le comari bisbigliavano «te
l’avevamo detto». Vide Tonino che la reggeva, vide i Caruso che ridevano perché
lei stava crepando davvero.
Una lacrima le scese dietro gli occhiali, veloce, quasi vergognosa. Se la
asciugò con il dorso della mano.
«Professore… ho paura,» sussurrò, la voce che si incrinò per la prima volta.
«Non lo dico a nessuno, ma ho paura. Non voglio morire così. Non voglio che mi
mangino da dentro senza che io abbia fatto niente.»
Valenti le posò una mano sulla spalla, da laziale a guerriera. «Lo so. Ma lei è
la numero 9 di Chinaglia. Lei tira. Decida: partiamo con la radio la prossima
settimana o no?»
Elena strinse i pugni. La paura c’era, pesante come piombo. Ma sotto, ancora
viva, c’era la Sanguigna.
«Partiamo,» disse, la voce di nuovo dura. «Brucia tutto. Io tiro ancora. E
quando avrò tirato abbastanza… tornerò a Caserta a sistemare i conti con chi mi
ha fatto questo.»
Fuori, Tonino aspettava in macchina. Lei salì, la faccia pallida, ma gli occhi
di nuovo fuoco.
Il canarino aveva ripreso a cantare. Piano. Ma cantava.