Anna Frezzante è una
grossa puttana, una delinquente, uno squalo che nuota nel torbido mare di droga e
prostituzione, famosa nell'ambiente per i suoi camicioni allentati.
Ha
girato anche un paio di filmetti, ambientati a New York, dove interpreta
personaggi torbidi, ispirati a sé stessa.
Ha un giro di clienti
fissi, e sembra intoccabile.
Ma
non risponde al telefono e le sue amiche si preoccupano; in particolare una
certa Paola è la più insistente, è lei che dà l'allarme, ed è così che Anna viene rinvenuta cadavere nel suo appartamento, uccisa da un
colpo di pistola sparato a bruciapelo, anzi esploso dall'interno,
da dentro la vagina.
Omicidio o tragico incidente erotico, non si può
ancora dire con certezza. In ogni caso, però, non si può tentare niente, la Frezzante è morta da parecchie
ore, il Coroner verbalizza il decesso e prenota l'autopsia, passando la pratica
alla Squadra Omicidi per i rilievi scientifici.
Con il fine di evitare resse da parte dei numerosi contatti della donna, la notizia
della sua morte viene congelata: gli inquirenti parlano di trasferimento in
località segreta per motivi di sicurezza. Anche Paola, in pena per l'amica,
viene ingannata.
Tuttavia, per Anna Frezzante - 58 anni, divorziata,
alcuni precedenti
penali e un lavoro da segretaria come copertura - non c'è più niente da fare, la
bella signorona sbottonata, con un possente fisico da cessa,
è dichiarata cadavere e si attende solo il trasferimento della salma all'obitorio.
La notizia verrà data in un secondo momento: si parlerà di aggravamento improvviso
e tragica fine; in ogni caso, per l'importante prostituta i giochi sono chiusi; anche
per Paola non rimarrà che raggiungerla all'obitorio, quando ne conoscerà il
destino.
Adesso c'è un brusio professionale nel suo appartamento, le camere digitali
riprendono la vittima in ogni particolare. I tecnici sono in camice bianco per
non contaminare la scena del delitto.
Il corpo di Anna Frezzante giace su un letto a due piazze, a cosce larghe, la
bocca aperta, gli occhi sbarrati verso l'alto; il
tronco è ben arrotondato in tutte le sezioni, quasi un perfetto cilindro;
le lampade ultra-violette sparate addosso alla donna evidenziano
le tracce organiche: ne ha diverse, soprattutto sul camicione sbottonato fino allo
stomaco, l'unico indumento indossato dalla prostituta.
Nell'aria un commento tra il professionale e l’osceno: «L'omicida l'ha
innaffiata di sperma... l'avrà fatto prima, o dopo averla uccisa?».
La pallottola che ha tolto di mezzo Anna Frezzante è una medio calibro esplosa all'interno della vagina e
fuoriuscita dalla scapola.
«Ci sono altre tracce, qui... a parte il sangue...», dice il
collega, indicando la figa della massiccia 54enne, rimasta uccisa in quel modo strano.
«Normale, direi,
la signora era una zozzona...
Adesso, magari, sembra
un carico di pozzolana, ma dieci anni fa pare fosse la pin-up del quartiere, a
quanto dicono».
«Gran puttana, certo, ma farla passare per una pin-up... mi sembra un po' esagerato...».
Nonostante la brutta fine, gli occhi della donna sembrano quasi
distratti.
«Sembra rilassata», dice il fotografo, «sarà stata drogata?».
«Non vedo buchi sulle braccia».
«Guarda anche le caviglie e l'interno coscia: se si faceva, non avrebbe mai
rovinato il campo di gioco».
«A me sembra più una tipa da cocaina».
Il braccio viene palpato, osservato, ispezionato.
L'analisi prosegue, le
foto si accumulano nelle memorie degli apparecchi.
«Aveva famiglia?».
In giro non si vedono foto. L'appartamento è ordinato, quasi
asettico.
Il cellulare, ancora acceso, è sopra un mobile, accanto a dei libri.
«Il telefonino è bloccato», ci vorrà un po' per risalire al pin d'accesso.
«Senti... chiama il Nucleo Intercettazioni; devono fare un'analisi
dei campi magnetici e delle interferenze radio: scommetto che ci sono microcamere, la signora era
di certo un'esperta e avrà preso la precauzione di
registrarsi…».
«Dici?».
«Secondo me ha senso: ci dev'essere un sistema di registrazione;
magari, oltre a essere troia, vendeva video o ricattava i clienti». «Bona era bona... sotto questo camicione allentato devono essere caduti in
parecchi».
«Stavolta, però, è caduta lei...».
«Un eccesso di sicurezza, forse... capita alle donne così... si sentono
intoccabili, ma poi... vengono uccise...».
«La teoria del ricatto potrebbe spiegare perché è stata ammazzata...».
«Non lo so... un killer le avrebbe fatto un buco in fronte, non avrebbe lasciato
tracce...
Invece qui c'è molto DNA; potrebbe
trattarsi di un delitto passionale, o magari di un killer seriale...».
«Un amante geloso?».
«Geloso di questa? Sicuramente era bona... ma anche sfondata... e
compromessa... impossibile rimetterla in carreggiata o pensare di sposarla: di
uomini alle spalle pare ne avesse avuti parecchi, e sempre spremuti fino in
fondo...». «Di sicuro c'è che in carreggiata la signora non ci ritorna...».
«Riassumendo, cosa abbiamo qui?».
Guarda il corpo oscenamente stravaccato sul letto, il camicione sbottonato da
gran puttana, la chiazza di sangue intorno alla vagina.
«Abbiamo il cadavere di una donna bianca, piacente, anzi molto piacente, uccisa
per effetto di un colpo d'arma da fuoco, che ha attraversato il corpo da sotto a
sopra, interessando diversi organi vitali…
Il cadavere presenta un rigor mortis accentuato,
segno che la donna è stata uccisa da almeno 24 ore, forse 36; diciamo nel primo
pomeriggio di ieri».
Il collega prova a toccare un seno, anzi lo palpa decisamente, dopo aver
allentato un bottone della camicia; il turgore del capezzolo è consistente.
«Confermo...».
«Da come si presenta, la signora doveva essere in uno stato di profonda
eccitazione, nel momento in cui è stata uccisa».
«Credeva nel suo lavoro, evidentemente».
Il collega rimette il bottone com'era, chiuso, e il seno a posto, per non
rovinare quello che sembra un quadro d'autore con una modella perfetta per
l'occasione.
Il lavoro dei rilievi è finito, la squadra si ritira, lasciando i due operativi a
presidiare la scena e il cadavere.
«Guarda la bocca... mentre moriva, ha cercato aria fino all'ultimo...».
«Forse… oppure si stava godendo il momento…
Secondo me
l'assassino l'ha fatta prima godere con un lungo silenziatore innestato sulla
canna della pistola; e poi - esploso il colpo, con lei morente - l'ha fottuta; e solo dopo - ormai cadavere - l'ha schizzata col suo sperma
sul camicione».
«Dici? Sembra un
film...».
«Beh... la
bella signorona...
col camicione sbottonato... e il suo destino maledetto... sembra proprio un
personaggio da film».
«Comunque, di sicuro
l'Oscar non lo vince più.
Non ci resta che aspettare che cessi il rigor mortis…
e poi - fatto qualche altro scatto con i muscoli distesi - la consegniamo
all'obitorio».
«Un lusso per quello schifo di posto...
Senti... vogliamo girarla?».
«Cosa vuoi fare...?».
«Voglio girarla per vederle il culo».
«E magari farle delle foto extra, vero? Sei un maiale, caro collega...».
Anna sembra annoiata da questa sterile conversazione, gli occhi che
fissano il soffitto sembrano dire: «Che aspettate?».
Si avvicinano al cadavere, lo girano da un lato, e poi lo rovesciano
completamente, esponendone il grosso culo...
«La signorona è stata più volte visitata, vedo...».
«Vedo anch'io, collega...
E stavo pensando a una cosa...».
«A cosa?», dice assorto.
«Siamo gli ultimi a vedere questo corpo... e a poterlo toccare... ancora
non troppo freddo... potremmo trarne giovamento...».
«Fare altre foto solo
per noi, dici?».
«Anche...».
«Anche?!».
«I campioni sono stati presi e il cadavere verrà lavato per l'autopsia, che darà
un esito ovvio: fottuta da una pallottola che si è fatta una passeggiata per la
sua figa, l'utero, le budella, lo stomaco, il polmone e non so che altro...».
«Una fine tremenda, hai
ragione... ma pensa se il proiettile fosse uscito dalla testa... ci ritroveremmo
il cervello della signora sparso per la stanza...
Almeno
così ha avuto il tempo di stringere il culo...».
«La figa è di certo larga come un corridoio...», sogghigna.
«Tradiva i suoi uomini, ma al tempo stesso gli spremeva fior di quattrini; la Frezzante era una delinquente: spaccio,
estorsioni, truffe; non solo una prostituta di un certo livello, ma una
delinquente...». «Comunque non meritava di fare questa fine...».
Il collega prende una torcia elettrica e molto delicatamente la infila in quel posto.
«Visto? Ha preso di tutto nella sua carriera. E fra qualche ora, cessato il
rigor mortis, sarà ancora più largo».
«Fammi scattare questa foto!».
La torcia infilata nel culo della signora sta facendo consumare memoria ai
telefonini di entrambi.
«Da viva ci sarebbe costata cara... ma adesso... possiamo toglierci
qualche soddisfazione».
«Adesso che è crepata, dici?».
«Non può dirci di no...».
Si abbassa i pantaloni ed estrae la torcia.
«Uhmm! Ho inculato la signora!».
«Com'è?», chiede il collega, eccitato.
«Comodo, molto comodo...
Vuoi provare?», e sogghigna. «Guarda come si fa toccare, la troia…».
«Guardo, guardo...».
«Senti... mi fai una foto mentre le metto il cazzo in bocca?».
«Sì, ma così non sembra nemmeno morta...».
«Allora vuol dire che è una cessa-zombi...
Magari possiamo portarla davvero da un cultista del voodoo...
A me
farebbe dannatamente comodo...».
«Non sparare cazzate e continua...».
La conversazione fra i due prosegue, l'oltraggio al cadavere pure.
Anna è stata spostata,
girata, rivoltata.
La Frezzante è stata scopata e inculata.
I due se la sono passata e ripassata.
E da trapassata ha
di certo due
estimatori in più, le stanno palpando le tette, tirando i capezzoli... ma sempre
rimettendo a posto il camicione, che è una sorta di seconda pelle, la sua
divisa d'ordinanza da gran puttana.
«Proprio una grandissima puttana... faceva un mucchio di soldi, secondo me...
Vorrei tanto capire come abbia fatto l'assassino a metterle una pistola nella fregna».
«Scherzi? Questa è davvero facile.
È chiaro che la signora fosse una grande esperta di piselli; forse, però, non
altrettanto di armi e pistole; credo non sapesse che una pistola, a volte, può sparare anche senza
caricatore... perché non esiste un pisello che spari sperma senza palle...».
«Veramente ha diversi precedenti, era una deliquentona, oltre che un puttanone».
«Ma non un'armaiola...
Secondo me, l'assassino gliel'ha proposto come un gioco, ma poi ha fatto fuoco
con il colpo caricato in canna, dopo averle mostrato la pistola priva di
serbatoio per rassicurarla».
«Disgrazia od omicidio?».
«Omicidio, te l'ho detto: con un colpo perfettamente verticale, le avrebbe
spappolato il cervello... ma una leggera angolazione ha fatto sì che la
pallottola fuoriuscisse dal tronco».
«Quindi non è morta sul colpo...».
«No... e forse, nel pieno dell'eccitazione, non si è neppure accorta di quello
che stava accadendo... almeno non subito...».
I due, nonostante il cazzo di fuori, stanno tornando professionisti.
«Scusa un momento...», si masturba un attimo per tornare eretto, ed
esperto infilza la fica di Anna.
«Uhmmm, e il movente?».
«Soldi... non è una vendetta, perché l'assassino la uccide senza accanimento, anzi la
fa godere fino all'ultimo, le fa quasi un'anestesia pre-mortem».
«Ehi... la cassaforte l'abbiamo controllata?».
«Certo, ma non c'era niente...».
«Appunto!
Ma quanto è bona questa?
Non si sgonfia più? Quanto dura il rigor mortis?».
«A parte un bigliettino».
«Un bigliettino?».
«"Andata e venuta: Ultimo atto per la Sbottonata"; diceva questo.
Gli scienziati del distretto ci stavano ragionando sopra».
«Ma è il titolo di un video, no? Controlla se l'hanno già messo online...
Per me l'assassino aveva saputo che nella cassaforte teneva un mucchio di soldi;
facendosi raccomandare da qualcuno degli altri, si è finto
un cliente e le ha messo
in casa una minicamera; una volta individuata la combinazione della cassaforte, l'ha fatta fuori;
oppure gliel'ha fatta sputare mentre moriva; ed ecco perché non l'ha presa in
testa...»,
il poliziotto è quasi comico, mentre sta addosso ad Anna, con il cazzo infilato dentro il suo cadavere, ragionando sulle indagini.
«Scopare cadaveri sembra darti le idee giuste...
Per me è andata così...
ascolta...
La Frezzante è una
grossa puttana, molto sicura di sé, fissata con questi camicioni sbottonati.
Si sente un'Imperatrice,
l'erede di una grande donna del passato, non so quale.
Ha un
giro di clienti fissi, ma commette un errore imperdonabile: uno di questi nota la piccola cassaforte in cui custodisce la sua fortuna, e
ricostruisce la combinazione, guardandola di nascosto; a quel punto gli viene
un'idea.
Insegna alla donna un gioco erotico: introdursi in fregna il lungo silenziatore
di una bella pistola.
Per tranquillizzarla, le fa vedere che il caricatore non c'è, è stato rimosso.
La Frezzante, pensando solo ai soldi extra, sottovaluta il fatto che in certe
pistole si possa introdurre il colpo in canna e poi togliere il
caricatore...
Una Beretta con caricatore da 15 colpi, ad esempio, può sparare 16 colpi, prima
di essere ricaricata.
Inoltre il cliente ha intenzione di girare un video da rivendere a peso d'oro.
Che ne dici?».
«Dico che la Frezzante
non meritava di crepare, visto che è così bona... ohh...», e continua a
infilzarla.
«Da viva non te la saresti mai scopata...».
«Su questo ti do ragione, però mi incuriosisce ripensarla viva... un
bel carico di pozzolana in giro per la città...».
«Non a caso la pozzolana è definita un materiale inerte... e adesso è veramente
così: tutto combacia alla perfezione...
Comunque... incredibile, ma vero...
Sto scaricando il video... m'è costato 800 dollari sulla carta di credito».
I due quasi si scontrano con la testa, per guardarlo insieme sul cellulare, mentre Anna, gli
occhi sempre aperti, sembra annoiarsi; del resto, conosce già la storia.
«Guarda! Sta crepando adesso! È come se fosse
un film!», Anna sembra
quasi sporgersi per rivedere il finale.
«L'hai detto, amico... mi è diventato duro un'altra volta, nel rivedere la
protagonista!».
«Anche a me».
«Non può dirci di no, tanto…».
Ancora una volta il cadavere di Anna viene scopato e rivoltato.
«Queste sono donne da sposare... magari ne avessi trovata una così...».
Il poliziotto che ha messo il cazzo in bocca ad Anna, spinge forte, e
nel venire glielo ficca in gola... il collo della puttana quasi si spezza, lo spasmo si
trasmette al tronco.
«Ehi, amico...! Hai spinto troppo, se fosse stata viva, l'avresti ammazzata...».
«Ma che ha sputato?!».
«E che ne so?».
«Guarda... non si ferma...».
«Se c'è ancora attività, dobbiamo chiamare l'Unità di Rianimazione».
«Dopo tutto questo casino che abbiamo combinato?».
«Ascolta... se non l'avessimo sballottata un po', non avrebbe vomitato questa polpetta
di sangue... e quello che sta uscendo adesso».
«Sballottata un po'...?
Senti... cosa abbiamo
qui?
Una mezza dozzina di reati
e illeciti disciplinari, che però hanno contribuito a riattivare
qualcosa in questo cadavere da gran puttana...».
«Più o meno...».
«Senti... questa è morta e stecchita. Non mi gioco la carriera per un vomito di
cadavere».
«Sì, ma questo cadavere è un gran pezzo di fica...
Ho un'idea...
Anticipiamo il trasferimento all'obitorio... e parliamone con il doc; è un
amico; ha gli strumenti, l'ha già fatto in passato; so che in questi casi lui
parla di anomalie nei processi tafonomici, e con ciò giustifica tutto: la persona è
tecnicamente deceduta, dunque non si rischia niente; ma quelle anomalie sono da
verificare; lui ha il potere di rimandare la tumulazione fino a quando non siano
chiarite, mantenendo il soggetto in un regime di osservazione, durante il quale
prova a stimolarlo...
In realtà,
una volta mi ha
confidato che cerca solo delle cause apparenti... nel senso che - nei rarissimi casi di
risveglio - ogni volta aveva impiegato tecniche differenti, che falliscono nella
stragrande maggioranza dei casi; in sostanza, lui procede per tentativi, senza
alcuna logica; ecco perché
le ritiene delle semplici cause apparenti».
«In che senso, scusa?».
«Nel senso che sarebbe
la Matrix a decidere il risveglio, in maniera assolutamente casuale, attraverso
algoritmi specifici, oppure con riguardo all'efficacia della narrazione: se è
una bella fica, e ha ancora gente intorno, perché non risvegliarla? La famosa
favola, quella del bacio, non avendo un'effettiva tradizione letteraria a monte,
altro non sarebbe che una rivelazione dell'algoritmo, che d'altra parte è il
nome proprio di un matematico arabo, che ha introdotto nel mondo le cifre 0 e 1,
che sono alla base
della Matrix».
«Mi sembra abbastanza
folle.
Però
in effetti il cadavere non si sgonfia... il rigor mortis non può durare così
tanto, c'è qualcosa che non quadra.
«Allora, ci proviamo?».
«Ci proviamo.
Forza, Anna... hai un sequel da girare...».
TRE MESI DOPO LA FINE
«Dunque,
che abbiamo qui? Due sbirri che sbavano sui miei camicioni... e che magari mi
vogliono sposare...
Ma io sono solo una
puttana, ragazzi... una grossa puttana; o perlomeno, lo ero». È seduta sulla
poltrona, e indossa con la solita maestria il suo camicione rosa da puttana. «Ora mi ritrovo al
verde e senza un lavoro...
Un disastro, se non
fosse per voi due... che ci tenete tanto a me e a miei camicioni...
Ho come la sensazione
che tra noi tre ci sia stato qualcosa di intimo...».
I due si guardano
increduli.
«Anna... tu sei la più
potente signorona che abbiamo mai incontrato. Indistruttibile!», tanto per sviare il
discorso.
«Signorona un cazzo...
io sono una grossa puttana; o perlomeno, lo ero.
Di uomini ne ho fatti
impazzire tanti, ma voi li battete tutti.
Indistruttibile? Forse.
Ho una teoria a
riguardo e ve ne parlerò... anche le puttane pensano...
State attenti ad Anna
Frezzante... non è una tipa tanto raccomandabile... estorsione, spaccio,
truffe... e voi lo sapete; però neanche un giorno di galera, grazie alle mie tette e a tutto il
resto.
Dieci
anni fa ero ancora perfetta, ma sono una grossa fica anche a 54 anni.
La droga la
passo
agli altri, io non mi faccio; ci tengo a non rovinare il campo di gioco.
Dove ho sentito questa
espressione?
Non è da me, io non
seguo le partite.
Uno dei mie clienti un
giorno mi parlò di una certa Matrix. Mi incuriosì.
Sono
una vecchia puttana, ma so usare anche il cervello.
Il problema è che io
sono andata e venuta... sono crepata, capite?!
Chi è
che decide, allora?
Tutti
questi strani risvegli... gente che si risveglia nella bara... all'obitorio... o
con un cazzo in bocca...
Non sembrano esserci
regole. Chi governa il sistema?
Una
persona, più persone o un computer?
Un software che crea
storie, nel passato, nel presente e nel futuro, con qualche variante e qualche
sorpresa, e che - per fare questo - prende spunti dalle storie imbastite dai noi
stessi, personaggi che recitano a soggetto...».
«Niente male per una
donna che si definisce una grossa puttana...».
«Non ho ancora
capito come voi abbiate influito sulla mia storia, ma qualcosa avete fatto,
avete stuzzicato la Matrix, e la Matrix mi ha ributtato nella mischia.
Perché io ero
crepata... andata e venuta...
Ma state attenti... mi
piace spremere i maschi, usarli... e potrei farlo anche con voi...
Questa storia
in cui ho
perso il controllo... mi ossessiona... ho fallito... sono diventata cadavere...».
«Ci credo... con quella
pallottola che ti sei beccata...».
«E meno male che non
ti
è passata per il cervello...».
«Se sono viva, forse lo devo
a due sbirri cazzoni come voi.
Però
badate che ho inventato io i
camicioni sbottonati, nessuno li porta come me...».
NOVE MESI DOPO LA FINE
«Sono finita, ma devo
tirare avanti, convincere la Matrix a darmi più tempo».
È diventato il suo
mantra, la sua litania.
La pallottola che l'ha
tagliata in due le ha presentato il conto: un tumore galoppante all'intestino
arrivato presto allo stadio 3 e ora passato allo stadio 4.
La Frezzante tira
avanti con prelievi di ascite dalle budella e qualche pasticca.
Secondo certi
menagramo, dovrebbe essere già morta.
Ma la ferrea volontà
di vivere l'ha tenuta in piedi, a dispetto dei pronostici avversi.
I due sbirri le sono
rimasti vicini. Ma niente scopate. Non può più permetterselo, dopo il colpo che
l'ha devastata.
Anna Frezzante è
l'attrazione principale alla festa del boss.
Sempre puttana, con il
camicione rosa sbottonato aggressivamente, i capelli color ravanello in tinta
con il suo prezioso indumento, la signorona sembra non avere limiti.
Scampata
miracolosamente a un tentativo di omicidio, ora è malata terminale di cancro,
eppure si sbatte ancora nei migliori party del giro, mostrandosi in piena forma.
Il boss la fissa, a tu
per tu.
«Quanto
ti manca?».
«Sono finita, ma ho
imparato a gestirmi.
La morte...
cough... non è
imminente, ho ancora il controllo, un margine... cough... di sicurezza... che posso
gestire».
«E quando non ce
l'avrai più?».
«Improvviserò.
Sono finita, ma di
sicuro... cough... non voglio crepare.
Farò di tutto per
salvarmi».
«Insomma non c'è
pericolo che, da un momento all'altro,
arrivi
la notizia della tua fine...».
«Te l'ho detto, boss...
Adesso come adesso...
cough... non
sono in pericolo di vita, mi sto gestendo... cough... ho solo questa dannata
tosse...».
«È
arrivato al polmone?».
«No,
allo stomaco... è tosse che viene dallo stomaco...».
«Perdere una come
te, Anna, significa perdere molto...».
«Alla
fine della serata ti farò riaccompagnare a casa.
Voglio
essere costantemente informato sulle tue condizioni. Se hai bisogno di soldi,
dimmelo.
Per
quanto puoi tirare avanti?».
«Tra
non molto... cough... dovrò mettermi a letto.
Poi mi
gestirò con la radioterapia domiciliare... cough... bombardando le metastasi più
gravi... per
guadagnare tempo... cough... avrò difficoltà a respirare... ma sarò assistita...
cough... da due amici...».
«Sì,
quei due...
Se vai
in crisi, voglio essere informato.
Sarò al
tuo capezzale, Anna».
La
signorona annuisce.
Sa che
è finita e che le manca poco, perché è arrivato pure al pancreas.
La
radioterapia è molto rischiosa.
Ma
concederà solo a loro due il lusso di vederla morire.
«Sembrava stesse bene, l'altra sera: come è possibile?», questo è ciò che si
dirà in giro, quando si diffonderà la notizia che la potente Anna Frezzante è in fin
di vita nel proprio letto, con frequenti mancamenti; scatterà il panico tra i
tanti estimatori e una morbosa voglia di notizie, tra il timore che possa
arrivare la fatale conferma da un momento all'altro e l'illusoria speranza di
una disperata reazione della signorona sbottonata.
Intanto si raccomanda al Principe Azzurro. Non c'è altro da fare.
Melzi si avvicinò ancora di più al letto, la faccia quasi dentro la
scollatura del camicione sbottonato. Le due zinne enormi di Anna Frezzante,
pesanti e pallide, se ne stavano lì immobili ma stranamente tese, come se
fossero ancora piene di vita.
«Cazzo, senti qua...», mormorò, toccandole la zinna. «È ancora calda. Non è possibile. A quest’ora
la tetta dovrebbe essere fredda come il marmo».
L’ispettore Roveda era perplesso. «Non mi dirai che questa puttana sta giocando a fare la morta.
L’abbiamo trovata con un buco che le attraversa la figa e la scapola. Dovrebbe
essere più morta di mia suocera».
Melzi non rispose subito. Premette con più forza sul grosso ventre della donna.
La carne cedette appena, poi tornò su con una lentezza oscena, quasi voluttuosa.
All’improvviso, il seno destro ebbe un piccolo sussulto. Un tremito breve, quasi
impercettibile, ma netto. La zinna ballonzolò una volta sola, pesante.
«L’hai visto anche tu?», chiese Melzi con la voce rauca.
Roveda deglutì. «Sì... porca troia».
La mano di Melzi scese più in basso, fino alla grossa figa
ancora semiaperta dal colpo di pistola. Intorno al foro d’entrata la carne era
violacea e gonfia, ma non spenta. Anzi. Sembrava quasi tumida.
«Guarda...», sussurrò Melzi. «È ancora... ingrossata».
In quel momento la gamba sinistra di Anna Frezzante, grassa e bianca, si mosse
di qualche centimetro. Un movimento lento, come se stesse stiracchiando i
muscoli dopo una dormita pesante. Il piede rimase sospeso a mezz’aria per due
secondi, poi ricadde sul lenzuolo con un tonfo molle.
Roveda fece un salto indietro. «Questa non è morta, cazzo! Questa è...».
«Zitto», lo interruppe Melzi, con gli occhi lucidi. Appoggiò
la mano sulla pancia calda della signorona. Sentì qualcosa.
Un battito lontano. O forse solo il suo stesso sangue che pulsava nelle
orecchie.
La bocca di Anna, ancora socchiusa, lasciò uscire un piccolo rigurgito di saliva
mista a sangue. Un filo denso le colò sul mento e finì tra le zinne.
Melzi sorrise, un sorriso malato.
«Sai che ti dico, Roveda? Questa grandissima puttana... non ha ancora finito di
morire. E secondo me... non ha neanche finito di godere».
Il camicione sbottonato risalì ancora un po’, quasi volontariamente, scoprendo
del tutto il cespuglio nero e folto tra le cosce massicce.
Il silenzio osceno era rotto solo dal leggero ticchettio dell’orologio a parete.
Pochi minuti dopo, fece il suo ingresso nella stanza il dottor Giancarlo
Vespasiani, sostituto procuratore, cinquantotto anni, faccia da bulldog e pancia
da birra.
«Allora? Che cazzo di storia è questa?», sbottò Vespasiani senza neanche salutare.
«Mi avete fatto venire qui alle tre di notte per una puttana morta con un buco
nella fregna?».
Si avvicinò al letto e si bloccò di colpo. Lo sguardo gli cadde subito sulle zinne enormi di Anna Frezzante, ancora tese e pallide, che sporgevano dal
camicione sbottonato.
«Madonna santa...», mormorò.
Melzi, senza togliere la mano dalla pancia calda della donna, parlò con voce
bassa:
«Dottor Vespasiani, c’è un problema. Il rigor mortis non passa. Anzi, sembra
aumentare. Il corpo non si sgonfia. E… si muove».
In quel preciso istante, come per confermare, il seno di Anna ebbe un
sussulto. La zinna tremò, ballonzolò due volte, poi si
assestò con un movimento lento e osceno, quasi che volesse mettersi in mostra
davanti al nuovo arrivato.
Vespasiani fece un passo indietro, gli occhi sgranati.
«Ma che cazzo…?».
Roveda intervenne: «L’abbiamo visto tutti, dottore. Prima una gamba, poi il
seno… e guardi la pupilla: non si è spostata di un millimetro. Sembra che ci
stia fissando».
Il magistrato si avvicinò di nuovo, cauto. Si chinò sulla faccia di Anna. La
bocca della donna era socchiusa, un filo di bava rossastra che
colava lentamente tra le pieghe del doppio mento fino ad arrivare alla
scollatura.
Vespasiani allungò una mano e, quasi senza rendersene conto, afferrò il
capezzolo destro tra pollice e indice. Lo strinse leggermente.
La reazione fu immediata.
Il ventre di Anna Frezzante si contrasse con forza. Un rantolo basso, gutturale,
uscì dalla gola del “cadavere”. Le cosce massicce si aprirono di
qualche centimetro, come per riflesso.
«Porca puttana…», sussurrò Vespasiani, senza mollare il capezzolo. «Questa non è
morta. O almeno… non del tutto».
Melzi sorrise storto. «Secondo me sta ancora godendo, dottore. Anche da morta. È
una vera signorona sbottonata, di quelle che non mollano mai».
Vespasiani rimase lì, ipnotizzato, a guardare il corpo seminudo e abbondante di
Anna che, lentamente, sembrava riprendere possesso della stanza. Il camicione
rosa era mezzo aperto, come una tenda teatrale che si spalanca
sull’ultimo atto.
«Verbali niente per ora», ordinò il magistrato con voce roca. «Chiudete la
porta. E nessuno esca da questa stanza finché non capiamo che cazzo stia
succedendo».
Sulla parete, l’orologio continuava a ticchettare, indifferente.
Roveda girò la chiave nella serratura con un rumore secco. La stanza piombò in
un silenzio spesso, rotto solo dal respiro pesante dei tre uomini e dal leggero
cigolio del letto sotto il peso del corpo di Anna.
Vespasiani si tolse la giacca e la buttò su una sedia. Aveva la fronte sudata.
«Melzi, mi spieghi meglio questa storia. Questa qui ha un foro di proiettile che
le attraversa la fregna e la schiena… e ancora si muove?».
L'ispettore annuì, senza staccare gli occhi dal corpo.
«Guardi lei stesso, dottore».
Come se avesse capito, il cadavere di Anna Frezzante rispose. Le due zinne
enormi ebbero un movimento lento e ondulatorio
sotto il camicione rosa sbottonato fino allo stomaco. Ballonzolarono
pesantemente, quasi con arroganza, come facevano quando era viva e si
pavoneggiava per strada.
Vespasiani deglutì. Si avvicinò e appoggiò entrambe le mani sulle tette
dell'importante donna. Le strinse forte, affondando le dita nella carne ancora
calda.
«Cristo santo… sono dure. Non è possibile».
Un rantolo basso uscì dalla gola di Anna. La bocca si aprì di più, la lingua
spessa e violacea uscì appena tra le labbra carnose. Le cosce massicce si
allargarono ancora, scoprendo del tutto la figa devastata dal colpo di pistola.
Il sangue intorno al foro si era mescolato a un liquido più denso e lucido.
Melzi sussurrò: «Sta stillando… guardi. Sta ancora lubrificando».
Roveda, ormai completamente ipnotizzato, si mise ai piedi del letto. Allungò una
mano e toccò l’interno coscia della signorona. La carne tremò sotto le sue dita.
All’improvviso il bacino di Anna Frezzante si sollevò di qualche centimetro dal
materasso, in un movimento lento e osceno, come se stesse offrendosi. Le zinne
tremarono violentemente per lo sforzo.
Vespasiani aveva il fiato corto. Si slacciò i pantaloni senza dire una parola.
«Questa puttana… anche da morta è più troia di tutte le altre messe insieme»,
ringhiò.
Si posizionò tra le gambe aperte della donna e, con un colpo deciso, entrò
dentro di lei, spingendo attraverso la fregna rotta e la carne ancora calda. Il
corpo di Anna reagì con un sussulto più forte. Il ventre si contrasse, le zinne
ballonzolarono selvaggiamente.
Melzi e Roveda guardavano, ipnotizzati. Poi anche loro si avvicinarono.
La stanza si riempì di rumori umidi, rantoli, e del cigolio ritmico del letto.
Il camicione rosa faceva da sfondo osceno a quella scena grottesca.
Anna Frezzante — o quello che ne restava — non aveva ancora finito di essere una
vera signorona sbottonata.
La
stanza era impregnata di odore di sesso, sudore e sangue. Il corpo di Anna
Frezzante giaceva ancora sul letto, camicione rosa mezzo aperto, zinne enormi
che sembravano sollevarsi di mezzo millimetro, come se respirasse ancora un po’.
Vespasiani si stava riabbottonando i pantaloni, quando Melzi, con voce rauca ma
decisa, parlò: «Dottor Vespasiani… prima che lei arrivasse… io e Roveda
l’abbiamo scopata».
Roveda annuì, senza vergogna. «Sì. Tutti e due. Prima io, poi lui. Pensavamo
fosse morta stecchita. Era lì, con le cosce aperte, le zinne di fuori… non siamo
riusciti a resistere. Quella puttana da viva era una tentazione continua,
figuriamoci così».
Vespasiani li guardò per qualche secondo, poi scoppiò in una risata bassa e
grassa.
«Lo immaginavo. Si vedeva dalla chiazza fresca sulla pancia e dal modo in cui la
figa era ancora aperta. Tranquilli, non vi faccio nessuna menata. Anch’io,
appena l’ho vista… ho capito subito che tipo di donna era. Una vera signorona
sbottonata. Di quelle che neanche la morte ferma del tutto».
Si avvicinò di nuovo al letto e diede una pacca pesante sulla coscia carnosa di
Anna. Il corpo reagì con un piccolo tremito, e una zinna ballonzolò
pesantemente.
«Ora il problema è un altro», continuò il magistrato, grattandosi il mento.
«Questa troia non è né viva né morta. Il rigor mortis non passa, il corpo è
ancora caldo, la figa ancora lubrificata… e ogni tanto si muove. Che cazzo
facciamo?».
Melzi si sistemò il distintivo. «Potremmo tentare di rianimarla. Portarla in
ospedale, farle delle trasfusioni, vedere se c’è ancora attività cerebrale.
Tecnicamente ha un foro che le attraversa gli organi, ma… il corpo si comporta
in modo anomalo. Magari c’è ancora qualcosa».
Roveda scosse la testa. «Oppure la lasciamo finire qui. Chiudiamo la porta,
spegniamo le luci e la lasciamo andare…
Tanto, da viva era una delinquente di merda. Chi la piangerà?».
Vespasiani guardò il corpo di Anna. In quel momento la bocca della donna si aprì
leggermente e ne uscì un suono basso, quasi un gemito strozzato. Le pupille,
ancora fisse, sembravano puntate verso i tre uomini.
«Guardatela», mormorò il magistrato. «Anche adesso sta cercando di provocarci.
Le zinne si muovono, la pancia si contrae…
È
come se ci stesse dicendo: “Scopatemi ancora, brutti stronzi, tanto non ho
finito”». Fece una pausa, poi aggiunse: «Io dico di tenerla qui ancora un po'.
Proviamo a vedere cosa succede. Se si muove di più, magari tentiamo di
salvarla... se invece comincia a puzzare e a sgonfiarsi davvero, allora
confermiamo la morte e la mandiamo all’obitorio».
Melzi sorrise maligno. «E nel frattempo?».
Vespasiani si slacciò di nuovo i pantaloni.
«Nel frattempo… continuiamo a farle compagnia. Una donna così non va lasciata
sola».
Roveda annuì. «Giusto. Tanto il verbale lo scriviamo dopo».
Il camicione rosa di Anna Frezzante rimase spalancato, testimone silenzioso di
quella notte assurda.
Vespasiani si sedette sul bordo del letto.
«Sentite un po’», disse il magistrato con voce bassa. «Voi due la conoscevate da
prima, no? Nel giro della delinquenza e delle puttane… che cosa si diceva sulla
Frezzante? Raccontatemi qualche aneddoto. Voglio capire che tipo di troia era
davvero».
Roveda sorrise storto. «Ah, dottore… ne giravano tante su di lei. Era chiamta la
Sbottonata. Dicevano che fosse capace di farsi scopare da cinque albanesi di
fila senza battere ciglio, e poi di derubarli mentre dormivano. Una volta, nel
2018, ha fregato mezzo chilo di coca a un nigeriano solo usando le zinne. Gli ha
fatto un titjob così lungo che quello ha perso la testa e lei gli ha svuotato le
tasche».
Melzi ridacchiò. «Io ho sentito di peggio. Nel giro dicevano che una volta,
durante una retata, si è fatta trovare in un appartamento con tre clienti.
Mentre i colleghi sfondavano la porta, lei ha continuato a cavalcare l’ultimo
senza fermarsi, urlando “aspettate un minuto, sto venendo!”. Quando l’hanno
ammanettata aveva ancora il camicione sbottonato e lo sperma che le colava sulle
cosce. E rideva, la grandissima puttana».
Mentre parlavano, dalla gola di Anna uscì un sussurro rauco, quasi un gemito
strozzato: «Ancora…».
Vespasiani alzò un sopracciglio. «Avete sentito? Sta sussurrando. Non è più solo
un movimento… sta parlando».
Roveda si passò una mano sulla faccia. «Dottore, forse è meglio chiamare
qualcuno. Non un medico legale, eh… uno dei nostri. Conosco un certo dottor
Lojacono, un vecchio amico, ex medico della mutua radiato dall’ordine. Quello ha
visto di tutto: aborti clandestini, ferite d’arma atipiche, overdosi… magari ci
sa dire se questa qui sta per resuscitare o se sta solo tirando le cuoia in modo
strano».
«Chiamalo», ordinò Vespasiani. «Subito. Ma digli di venire senza fare domande».
In quel momento il telefono di Roveda squillò. Numero sconosciuto.
«Pronto?».
Una voce maschile anziana, agitata, parlò dall’altra parte: «Sono Giuseppe
Frezzante… il padre di Anna. Mia figlia non risponde da due giorni. Non è da
lei, anche se fa quella vita di merda… io le voglio bene lo stesso, è sempre la
mia bambina. Mi hanno detto che avete trovato una donna morta… per favore,
ditemi che non è lei. Ho un brutto presentimento».
Nella stanza calò un silenzio pesante.
Roveda guardò gli altri due, poi il corpo seminudo e ancora caldo della grossa
signora.
«Signor Frezzante…», rispose l'ispettore, cercando di mantenere la voce ferma.
«Stiamo verificando. La richiamo io appena sappiamo qualcosa».
Chiuse la chiamata.
I tre uomini si guardarono.
«Cazzo», mormorò Vespasiani. «Adesso ci manca pure il padre affezionato».
Il ventre di Anna si contrasse di nuovo, come se stesse ridendo silenziosamente.
I tre
uomini erano ormai completamente presi. Il corpo caldo, abbondante e ancora
reattivo di Anna Frezzante li stava facendo impazzire. Vespasiani non riusciva a
togliere le mani dalle sue zinne enormi, le palpava con forza, le stringeva, le
sollevava e le lasciava ricadere con un tonfo pesante e osceno.
«Cristo santo…», mormorò il magistrato, con la voce impastata. «Se riuscissimo a
salvarla… questa troia diventerebbe nostra. Completamente nostra».
Roveda annuì, mentre con due dita esplorava lentamente la figa ancora umida e
devastata dal proiettile.
«Esatto. La teniamo in un posto sicuro. La curiamo quel minimo che serve. Poi la
leghiamo a noi. Ricatto facile: prostituzione, traffico di droga, estorsione… ne
ha fatte tante. O va in galera, o continua a fare la nostra puttana personale.
Immaginatevela: sempre col camicione sbottonato, zinne fuori, pronta a servirci
quando vogliamo».
Melzi sogghignò. «Potremmo tenerla in quella casa di campagna di tuo cugino,
Vespasiani. La teniamo viva quel tanto che basta. Magari non cammina più bene,
ma le zinne e la bocca funzionano ancora… e da come si contrae, secondo me le
piace pure da mezza morta».
Vespasiani si fece serio per un attimo.
«Però c’è sempre l’inchiesta aperta. Un omicidio è un omicidio. Dobbiamo trovare
un colpevole. Secondo voi chi è stato? Qualche cliente incazzato? Un pusher a
cui ha fregato la roba? O magari uno dei suoi ex soci?».
Roveda scrollò le spalle. «Io punterei su quel serbo, Dragan. L’ultima volta che
l’ho vista viva litigava con lui per un carico di eroina».
Melzi aggiunse: «Oppure quel marocchino geloso… quello che diceva che Anna era
“la sua troia” e invece lei se la faceva con mezza città».
La discussione fu interrotta dal rumore della porta che si apriva. Entrò il
dottor Lojacono, un uomo sui sessantacinque anni, capelli unti, occhiali spessi
e una valigetta logora. Puzzava leggermente di sigaro e disinfettante.
«Che cazzo avete combinato stavolta?», borbottò, poi vide il corpo di Anna sul
letto: camicione rosa sbottonato, cosce larghe, zinne esposte, foro di
proiettile ancora visibile nella vagina.
Lojacono fischiò piano. «Madonna… la Frezzante. La Sbottonata in persona».
Si avvicinò senza fretta, infilò i guanti e cominciò a visitarla. Prima palpò il
ventre, poi le zinne, infine infilò due dita nella ferita vaginale, controllando
la traiettoria.
«Interessante…», mormorò. «Il proiettile ha attraversato l’utero e l'intestino,
ma il sanguinamento si è fermato da solo. Il cuore batte debolmente, la
temperatura è ancora 36.8. Questa non è una morta… è una donna in stato
crepuscolare. Una specie di coma profondo con reazioni spinali e… sessuali».
Vespasiani chiese subito: «Puoi salvarla?».
Lojacono rise sotto i baffi, mentre strizzava una zinna con la mano guantata.
«Salvarla del tutto no. Ma posso tenerla così… calda, reattiva e utile… ancora
per un bel po’. Dipende da quanto volete giocarci».
In quel momento il telefono di Roveda squillò di nuovo. Era di nuovo il padre di
Anna.
Lojacono guardò i tre uomini con un ghigno complice.
«Allora? Che decidiamo, signori? La facciamo morire ufficialmente… o la teniamo
come nostra bella troia sbottonata privata?».
Il corpo di Anna Frezzante ebbe un altro lungo sussulto, come se avesse capito
perfettamente ogni parola.
Il
dottor Lojacono si tolse la giacca, si infilò un paio di guanti nuovi e si chinò
sul corpo massiccio di Anna Frezzante con l’atteggiamento di chi sta esaminando
un pezzo di carne pregiata.
«Allora, vediamo che casino ha combinato quel bastardo», borbottò.
Allargò ancora di più le cosce pesanti della donna, osservando il foro d’entrata
nella vagina.
«Proiettile di medio calibro, sparato a bruciapelo dall’interno. È entrato dalla
vagina, ha attraversato l’utero, ha bucato l’intestino, ha sfiorato il fegato,
ha perforato un polmone e poi è uscito dalla scapola destra. Ha fatto un
percorso quasi perfetto dal basso verso l’alto. Miracolo che non abbia preso il
cuore o la testa».
Premette con due dita sulla pancia abbondante di Anna. Il ventre si contrasse
debolmente.
«Perforazione intestinale grave, peritonite in corso, emorragia interna
contenuta solo grazie alla sua costituzione da cessa di ferro. Il cuore batte a
38-40 battiti al minuto. È in coma profondo, ma i riflessi spinali e sessuali
sono incredibilmente attivi. Questa troia ha una voglia di vivere (e di scopare)
fuori dal normale».
Vespasiani chiese: «Quindi la possiamo tenere in vita?».
«Tenerla in vita, sì. Salvarla del tutto, no. Resterà paralizzata dalla vita in
giù, probabilmente incontinente, ma bocca, zinne e mani funzioneranno. Possiamo
spostarla nella casa di campagna di tuo cugino. Ho un’infermiera corrotta, la
Mariangela, una vecchia amica. Sa tenere la bocca chiusa e le piace questo
genere di… pazienti speciali. La nutriamo con flebo, antibiotici massicci,
antidolorifici e un po’ di morfina. La teniamo calda e reattiva».
In quel momento il telefono di Roveda squillò di nuovo. Era ancora Giuseppe
Frezzante, il padre.
Roveda mise in vivavoce.
«Pronto, signor Frezzante…».
La voce dell’uomo, anziana e tremante, riempì la stanza: «Allora? Avete notizie
di mia figlia Anna? È due giorni che non risponde! Lo so che fa quella vita… che
è una poco di buono, che si sbatte in giro col camicione sempre aperto… ma è
sempre la mia bambina! Ditemi la verità, per l’amor di Dio!».
Vespasiani fece un cenno a Roveda di rispondere.
«Signore… abbiamo trovato una donna che corrisponde alla descrizione di sua
figlia. È grave. Molto grave. È stata ferita con un’arma da fuoco. Stiamo
cercando di capire cosa sia successo».
Dall’altro lato si sentì un singhiozzo strozzato.
«Madonna mia… lo sapevo! Lo sentivo! Nonostante tutto quello che ha combinato…
io le voglio bene. È sempre stata una testa calda, una stronza, ma è sangue del
mio sangue. Portatemi da lei, vi prego…».
Anna, sul letto, emise in quel momento un sussurro rauco e prolungato: «Pa…pà…».
Il padre lo sentì chiaramente.
Intanto, dall’altra parte della città…
Dragan Jovanovic, il Serbo, camminava nervosamente nel suo appartamento.
«Ma che cazzo… perché non è uscita la notizia? Non ha avuto scampo quella
grandissima puttana. Perché non dicono niente in giro?».
«Allora, signori… decidiamo. La portiamo stanotte stessa nella casa di campagna.
Mariangela arriverà domattina. La teniamo in vita il tempo che vogliamo. Magari
riusciamo pure a farla ragionare… o a usarla come si deve».
Vespasiani sorrise.
«Portiamola via. Questa signorona sbottonata non è ancora finita».
Due
settimane dopo, nella casa di campagna, il salotto era immerso in una luce calda
e soffusa.
Anna
Frezzante era su una carrozzina, al centro della stanza, davanti al divano.
Sembrava invecchiata di 10 anni, ma era contentissima di non essere crepata.
Il suo camicione rosa (lo stesso che indossava la notte dell’omicidio) era
sbottonato fino allo stomaco, lasciando le zinne pesanti bene in vista, con la
linea del seno perfettamente delineata. Valeva davvero tanto.
Vespasiani, Roveda e Melzi erano seduti di fronte a lei, bicchieri di whisky in
mano.
«Guardatela…», mormorò Vespasiani con un sorriso malato. «La grande Sbottonata
ridotta su una carrozzina… e ancora ci fa venire voglia».
Anna mosse lentamente la testa verso di loro. Dalla gola uscì un sussurro rauco,
spezzato: «Stronzi… ancora mi volete…».
Roveda si alzò e si avvicinò alla carrozzina. Mise una mano dentro la scollatura
di Anna e le strinse una zinna con forza. Il corpo della donna ebbe un tremito,
la testa si inclinò leggermente all’indietro.
Nel
salotto della casa di campagna, la luce del tramonto filtrava dalle persiane
socchiuse, illuminando il corpo abbondante di Anna Frezzante, seduta sulla
carrozzina.
I tre uomini — Vespasiani, Roveda e Melzi — la guardavano in silenzio, quasi con
reverenza. Non era più solo una grossa puttana da scopare. Pian piano avevano
capito che quella donna era molto di più.
Vespasiani le accarezzava lentamente una zinna, quasi con tenerezza.
«Cazzo… non è una semplice troia», mormorò. «Questa qui negli anni ha accumulato
potere vero. Controllava metà del contrabbando nel quartiere. Aveva in pugno
assessori, carabinieri corrotti, grossi spacciatori. La chiamavano la Regina
Sbottonata. Dicevano che era intoccabile. Anche quando la arrestavano, usciva
sempre pulita… dopo un pompino al giudice».
Roveda annuì, ipnotizzato dal modo in cui il seno pesante di Anna si alzava e
abbassava.
«Io ho sentito che teneva un archivio. Foto, video, registrazioni. Roba che
poteva far cadere mezza Questura. Per questo Dragan ha cercato di ammazzarla:
aveva paura che lo stesse per fregare definitivamente».
Melzi le passò una sulla pancia morbida.
«Siamo malati di lei. Quasi innamorati, porca troia. Non è solo la figa o le
zinne… è il suo carisma. Anche adesso, mezza paralizzata e col piscio addosso,
ci tiene per le palle».
Anna Frezzante gli faceva fare tutto, come se fosse assente.
Ma
dentro di sé pensava: "Stronzi… mi credete in vostro potere, eh? Invece sono
ancora qui. Quel proiettile mi ha attraversato dalla figa alla scapola, ha
bucato tutto… utero, budella, polmone… e non mi ha preso il cuore. Miracolo? No.
Sono io che non voglio morire. Sono contenta. Sì, cazzo, sono contenta. Non
cammino più, piscio e cago nelle borse, ma respiro. E respiro potere. Questi tre
idioti mi terranno in vita perché gli faccio venire il cazzo duro. E io userò
anche questo".
Un sorriso debole, quasi impercettibile, le piegò le labbra carnose.
In quel momento il telefono di Vespasiani squillò. Era un contatto interno alla
Questura.
«C’è un giornalista che sta ficcando il naso in giro. Si chiama Marco Terenzi,
un free-lance investigativo. Sta facendo domande sulla morte di Anna Frezzante.
Dice che non ci crede. Sta scavando nel suo passato: le protezioni politiche, i
traffici, le storie di come usciva sempre vittoriosa da situazioni impossibili.
Parla di lei come di una leggenda».
Roveda imprecò. «Questo rompe i coglioni».
Vespasiani guardò Anna sulla carrozzina, il camicione rosa sbottonato fino
all’ombelico, le zinne pesanti esposte.
«Forse dobbiamo gestire anche lui. O forse… possiamo usarlo. Se Anna è ancora
viva e “preziosa”, magari la teniamo come nostra arma segreta. La Regina
Sbottonata non è finita».
Anna, dentro di sé, rise silenziosamente.
"Venite pure, giornalisti, poliziotti e magistrati… io sono ancora qui. Con le
mie zinne, il mio carisma e la mia voglia di vivere da grandissima puttana. E
questa carrozzina… è solo un nuovo trono".
Nel
salotto della casa di campagna l’atmosfera era diventata quasi religiosa. I tre
uomini guardavano Anna Frezzante sulla carrozzina come se fosse una reliquia
vivente.
Vespasiani le accarezzava lentamente una guancia, poi scese fino alla profonda
scollatura del camicione rosa.
«Dobbiamo alzare il livello», disse serio. «Questa qui non è più solo una troia
da scopare. È un pezzo raro. Un’arma segreta».
In quel momento il telefono di Vespasiani squillò. Rispose mettendo in vivavoce.
«Onorevole…», disse con tono rispettoso.
Dall’altra parte rispose una voce calda e profonda: l’onorevole Renato
Sarcinelli, ex sottosegretario, da molti anni invischiato nei giri di Anna.
«Vespasiani, che cazzo sta succedendo? Ho saputo che state tenendo in vita la
Frezzante. Quella donna è stata il mio portafortuna per parecchi anni. Mi ha
fatto eleggere tre volte, mi ha coperto con i magistrati, mi ha dato
informazioni su tutti i miei avversari. Se è ancora viva… voglio vederla».
Roveda e Melzi si scambiarono uno sguardo eccitato.
Vespasiani sorrise. «Onorevole, è viva. Paralizzata, con un buco che le
attraversa il corpo dalla figa alla scapola, ma è viva. E soprattutto… è ancora
lei. Il carisma non l’ha perso».
Sarcinelli rimase in silenzio qualche secondo, poi disse con voce roca:
«Tenetela in vita. A qualsiasi costo. Quella donna vale oro. Se si sparge la
voce che la Regina Sbottonata è sopravvissuta a un colpo del genere… diventerà
una leggenda. E le leggende si possono usare».
Dopo la chiamata, fu Melzi a parlare.
«Il giornalista Marco Terenzi sta scavando a fondo. Sta scrivendo un articolo
che la dipinge come una specie di mito: la donna che usciva sempre vincitrice,
anche dalle situazioni più schifose».
Roveda sogghignò, strizzando una zinna di Anna con forza. Il corpo di lei ebbe
un fremito.
«Perfetto», disse Vespasiani. «Lasciamolo scrivere. Anzi, facciamogli arrivare
qualche soffiata anonima. Più leggenda circola intorno a lei, più il suo valore
sale. Diventa intoccabile. Un pezzo unico. Chiunque pagherebbe una fortuna per
averla… anche solo per guardarla su quella carrozzina col camicione sbottonato».
Anna Frezzante ascoltava tutto senza reagire. Ma dentro di sé rideva.
"Brutti stronzi… mi state facendo diventare ancora più grande. Da puttana a
leggenda. E voi tre, più mi guardate, più vi innamorate. Pensate di
controllarmi? Io vi tengo tutti per le palle".
«Potremmo anche venderla, sapete?», disse Melzi. «A qualche milionario arabo o a
un politico russo invaghiti di lei e della sua storia. Pagherebbero milioni per
avere la famosa Sbottonata viva, anche su una carrozzina».
«Però… non so se avremmo il coraggio di cederla. Ormai siamo malati di questa
troia», rispose Vespasiani.
In quel momento Anna prese la parola.
«Nessuno mi venderà… io sono vostra… ma resto regina…».
I tre uomini rabbrividirono. Il potere di Anna Frezzante, anche ridotta così,
non era affatto finito.
BRENDON: LA
SUPER CAGNA
di
Claudio Chiaverotti e Salvatore Conte (1998-2024)
«Ehi! Brendon non si
separa da quella puttana neanche per un minuto...».
«E
perché dovrebbe?
Brendon si è fatto furbo: con Anna Frexa si è messo
a posto!».
«Faceva la troia di
lusso a Tull, era chiamata la Sbottonata...
A parte questo, è una buona a nulla; l’unica cosa che le riesce bene è farsi cascare addosso i
suoi camicioni... gira con la pistola, ma dubito che sappia usarla; pare che in molti
avessero
promesso di spanzarla a Tull, la sua pancia gonfia era un
richiamo irresistibile... ma qualche demone deve averla protetta, se è arrivata
fin qui.
Davvero, però, non capisco come
a quello scemo sia venuto in mente di tirarsela dietro... con 50
anni sul groppone e la panza da cessa!».
«Anna
è una seguace della Luna Nera e pare che Brendon, rinnegando le sue vecchie
battaglie, le abbia promesso
potere e sangue, pur di averla tutta per sé».
«Tutta per lui,
d'accordo, ma sempre sfondata e allargata... davanti e dietro... davvero
intende farci coppia fissa?».
«Lei
è più vecchia di lui, prima o poi Brendon si stancherà, ma al momento se la
tiene stretta».
«Però mi fa ridere: un'adepta della Luna Nera quella? Al massimo
una zoccola...».
«Vacci piano, non è una qualunque: era la Super Cagna di Tull, prima di mollare tutto per
quel bellimbusto.
Lo sai che ogni città della Nuova Inghilterra elegge una Super Cagna, no?
Certo... è un'elezione informale, fatta nei vicoli, nelle taverne, fatta di
chiacchiere e sborra, ma può dirsi un'elezione popolare a tutti gli effetti.
Credo abbia capito che ormai doveva prendersi un uomo, prima di una
coltellata nella panza...».
«Hai detto però che è troppo vecchia per lui...».
«Questo
è vero... la signora ha i suoi anni, ma non è decrepita; e per certi versi pare
indistruttibile.
Entrambi hanno capito di dover mettere la testa a posto e
di farsi
comodo a vicenda.
Lei
aveva bisogno di un appoggio per scalare la setta.
Lui di una
compagna fissa, da spremere fino in fondo, sia nelle indagini, sia per avere un
buco sicuro dove metterlo...».
«Anche due, se per
questo...».
«Beh, certo... una come
quella ce l'ha larghi tutti e due...».
«Sarà... ma a me
sembra sfatta, finita... una vacca senza cervello, destinata a finire male...».
«No,
non è finita.
Si
dice che la Sbottonata valga migliaia di regine e sia molto ricercata dai
collezionisti della Nuova Inghilterra: alchimisti, borgomastri, mercanti...
gente influente a cui interessano cose particolari...
Il
loro motto suona così: "Le cose belle sono poche, perciò vanno collezionate"».
«A me sembra una cessa
sfondata...».
«Non essere avventato,
amico mio.
Ha fatto zampillare più liquido lei che la fontana centrale di Adelphia!».
«Non ne discuto il
passato, ma il presente...».
«Donne così aumentano il
loro prestigio con il passare del tempo, anche perché difficilmente arrivano a
superare i 50 o i 60 anni...».
«Ti riferisci a delle
coltellate, profonde e ben messe, che le tolgono di mezzo prima del tempo?».
«Proprio a quelle, infatti.
In
genere, le ritrovano in qualche vicolo, o a pancia giù in un canale».
«Ma la Sbottonata l'ha
sempre fatta franca...».
«Vedo che cominci a
ragionare».
«Una puttana trasformata in mercenaria: niente male come strategia...».
«L'hai detto. E non una semplice puttana... ma una Super Cagna!».
«Bell'acquisto, allora...
«Puoi dirlo forte, amico
mio... andiamo a sbronzarci, dai...».
«Dopo questo lavoro,
voglio prendere una casa di lusso in centro-città.
Da lì voglio dominare il
mondo. Con te... Brendon...».
«Avrai tutto quello che
meriti, Anna. Basta cazzate, anch'io voglio potere; insieme, tu e io, non
falliremo...».
Quando lo scontro sembra
ormai finito, uno dei banditi ha un sussulto e accoltella Anna nel fianco.
Il colpo è mortale, ma
la Sbottonata non lo so ancora: lei pensa di salvarsi, mandando a cercare un
dottore o un alchimista.
Gli amici di Anna
accorrono al suo capezzale, sperando di trovarla ancora in vita, perché le
notizie che vengono diffuse non sono buone; nel frattempo, la donna
viene trasportata al piano di sopra, in una camera della locanda dove è avvenuto
il regolamento di conti.
Ad Anna
viene il dubbio di avere poco tempo, così chiede di far venire subito la figlia Klasta, che lavora in
un'altra locanda.
«Pensa a te, risparmia
il fiato, ne avrai bisogno...», le suggeriscono gli amici raccolti intorno a
lei.
Ma l'istinto materno è
troppo forte.
Tuttavia, quando le
viene detto che la figlia è troppo impegnata per venire da lei, Anna diviene
livida in volto...
«È solo una puttanella...
hh... hh...», detto questo, le manca il respiro!
I suoi amici sono presi
dal panico: pensavano avesse più tempo.
Le
sollevano il capo per farle bere qualcosa di forte.
Sono tutti in trance, di
fronte al suo camicione sbottonato fino allo stomaco.
Anna capisce che la
figlia è coinvolta nella rissa, che è stata lei a organizzare l'agguato e la sua
stessa morte.
E vuole la sua vendetta.
«Mettetemi su una sedia
con le ruote... e portatemi da mia figlia... voglio vederla morta...». Poi si
rivolge direttamente a Robert, uno dei suoi compagni più fidati: «Ora ho capito... lo so... siete tutti nel panico... e anch'io lo sono... non pensavo di
rimanere uccisa... ma ne ho per poco... hh... Klasta... mia
figlia... mi ha tolto di mezzo... vuole prendere il mio posto... hh... ma è solo una puttanella... portami da lei...».
«Ti
porterò da lei, Anna. Morirò proteggendoti.
Tu
sei la Sbottonata della Nuova Inghilterra.
Sono
pronto a morire al tuo fianco».
«Sei un bravuomo...
Robert... hh...».
«Anna...
devi essere pronta a tutto...
Ma se devi crepare, io
morirò con te...».
«Robert... io... non
voglio morire... non posso... perdere... il mio potere... hh... io... sono
potente... io... sono... la Sbottonata...».
«Anna, farò quello che
vorrai, per amore e rispetto verso di te.
Lei morirà e tu vivrai. So che
vorresti farlo con le tue stesse mani, ma lasciala a me, così che tu possa
vivere. Klasta è pazza e pericolosa. Io non ho paura di morire, se è per
servirti, Sbottonata...».
«Sei bravo... Robert...
ma io... ho paura... non voglio morire... hh... il panico... mi blocca... hh... io...
io godo... a toccarmi... le zinne...
Uccidila... e
toccami... prima... che sia troppo
tardi... hh... hh...».
Gli occhi della
Sbottonata si rivoltano dietro la testa. Anna sta perdendo il controllo.
«Anna! Non crepare, per
favore... io ti amo... tutti i tuoi amici ti amano... le tue tette sono
magnifiche... tu sei la Sbottonata!», Robert, completamente in trance, palpeggia
le tette di Anna, rimettendo poi a posto il camicione
allentato ad arte. «Klasta pagherà per quello che ha fatto! Te lo giuro, Anna! Se un telo di juta
calerà su di te, vorrà dire che un altro telo calerà su di me!».
Anna può ascoltare a stento ciò che le dice Robert.
Gli
occhi della Sbottonata sono fuori dalle orbite, è spaventata da morire.
Le
zinne sono imperlate di sudore freddo. Con la mano si afferra nervosamente a un
lembo del camicione, vicino al collo: ha paura di rimanere senza fiato da un
momento all'altro.
Probabilmente Anna ha
perfino dimenticato Klasta.
Con l'altra mano afferra
il braccio di Robert, cercando conforto, mentre sente la morte arrivare.
«Hh... Robert...
aiutami... dimmi la verità... hh... ma sii gentile... ho paura che... hh... hh....», Anna è completamente nel panico, mentre crepa come una lurida
puttana, accoltellata a morte in una taverna.
«Klasta
ha minacciato gli alchimisti della città, nessuno verrà ad aiutarti, Anna...».
«Allora sbrigati... uccidila... hh... e torna da me... hh...».
Robert non perde altro
tempo: insieme agli altri si dirige verso la
locanda dove lavora Klasta.
Lo scontro è immediato e
furioso.
Robert viene colpito a
morte, ma anche Klasta rimane uccisa.
La
Milizia non si intromette.
Gli
amici di Anna hanno
vinto, ma è soprattutto lei ad aver vinto.
Robert
le viene a morire sulle cosce, mentre gli alchimisti, liberi dalle minacce,
cercano di curarla.
«Anna...
l'ho fatto per te... la puttanella è morta... io sarò sempre con te... hh... hh...».
«Robert...
ho paura... io non
posso morire... hh... io sono... la Sbottonata... io... ho le
tette... hh... hh...», Anna si guarda intorno con ansia, cercando di intuire il
responso degli alchimisti, che però sembrano semplicemente aspettare.
Robert è morto e ora tocca a lei.
Gli
alchimisti escono costernati, Anna è rimasta a bocca
aperta, gli occhi fissi al tetto della stanza, con la faccia di Robert in mezzo alle
cosce morte.
Poco dopo entra la
lettiga della Milizia e porta via il corpo di Anna, coprendolo con un telo di
juta.
Un
braccio cade a penzoloni nel vuoto, suscitando orrore e clamore tra i presenti.
Dietro di lei, marcia la
lettiga con il corpo di Robert.
Lui gliel'aveva detto,
ma lei non ci aveva creduto.
«Stupida cagna! Pensava
di
salvarsi...».
Uscito il corpo,
rimangono i commenti.
E c'è già la fila
all'obitorio della Milizia, per rivederla un'ultima volta.
Il camicione è rimasto
sbottonato, ma le tette sono rigide come il marmo, anziché molli e a penzoloni
come al solito; il volto è pallido, completamente scolorito. Per il resto
sembra stia dormendo.
Il medico spiega al Capo
della Milizia che a uccidere Anna Frexa è stata una coltellata nel fianco,
che le ha provocato un'emorragia fatale.
«L'assassino è stato
ucciso a sua volta, il caso è chiuso...», conclude il Capo. «Dottore... mi tolga
una curiosità... Anna poteva salvarsi?».
«No. In questi casi c'è
poco da fare».
«Allora, doveva averlo
capito anche lei...».
«Non lo so, il panico in
certi casi impedisce di ragionare.
Penso abbia cercato di
ignorare il problema fino all'ultimo.
Ma non poteva fare
niente: è morta completamente dissanguata.
Se sollevate il
camicione, vedrete la pancia di Anna gonfia del suo stesso sangue. L'emorragia,
infatti, è stata per lo più interna».
«Una
brutta fine, anche per una come lei...
Puoi andare, adesso.
L'autopsia non è necessaria. Il caso è chiuso.
Fuori tutti! Lo
spettacolo è finito! E non si replica!», il Capo della Milizia fa sgombrare
amici e curiosi sopraggiunti in massa all'obitorio.
Anna viene di nuovo
ricoperta dal telo di juta.
Rimane in compagnia degli altri cadaveri, nello squallore dell'obitorio.
Ma
c'è una visita per lei.
Dal retro,
per discrezione, entra una figura di prestigio.
È il Borgomastro.
Per diffusa
consuetudine, spetta al primo magistrato l'incombenza di dare l'intimo saluto a chi
lascia il mondo dalla
città governata.
Certo, dipende dai casi.
Il magistrato ha facoltà di soprassedere.
Ma in questo,
non v'è ragione di rifiutare l'adempimento.
Tuttavia, data
l'eccitazione generale diffusasi in città per la gran troia rimasta uccisa,
il Borgomastro ha preferito non farsi notare troppo.
È lui che solleva di
nuovo il telo.
Rimane come ipnotizzato
a fissarla.
Poi si concentra sulla
ferita che l'ha uccisa.
«Stupida...», sibila tra
i denti. «Che fine...
Tanto non credo
che sentirai dolore...».
Il Borgomastro è venuto
all'obitorio con un coltellaccio da cucina, non troppo diverso da quello che ha
ucciso la Sbottonata.
La tentazione di
riprodurre l'omicidio è stata troppo forte.
Vuole vedere come sta
con il coltello immerso nel fianco.
Poi
seguirà il rito dell'intimo saluto, riservato ai primi magistrati.
«Lurida puttana...».
Il Borgomastro digrigna
i denti e sferra il colpo.
SZOCK!
«AHH!!».
Anna spalanca gli occhi e strilla!
«Ed è qui che mi risveglio,
tutta sudata...», si tocca il petto con fare da troia.
«Sei brava a raccontare
storie...».
«È un sogno, non una
storia...».
«Ce l'hai davvero una
figlia?».
«No».
«E questo Robert... chi
sarebbe?».
«Non lo so davvero, mai
conosciuto nessuno che gli somigli nemmeno un po'».
«Hai mai ucciso?».
«Qualche volta».
«Per rubare o per
difenderti?».
«C'è molta differenza?».
«Un po'».
«Quindi non ce n'è
molta...».
«Hai qualcosa in più
delle tette, Anna...».
«Ne dubitavi?».
«È
questo il sogno che ti ha convinta a cambiare vita?».
«Certo, non voglio finire male».
«Vuoi la mia
interpretazione?
La figlia è il tuo
passato, ciò che hai generato vivendo.
La tua stazza, la tua
potenza, la carne... il titolo di Sbottonata... e di Super Cagna...
tutto questo porta invidia... e poi c'è la vendetta di quelli che hai fatto
fuori...
Robert rappresenta il tuo desiderio di essere protetta e che hai riversato su di
me.
Un coltello si agita
pericolosamente intorno alla tua bella pancia... devi stare attenta, Anna...».
«Tu non faresti niente
per difendermi?», gli sbatte le zinne addosso.
«Non siamo sposati,
Anna... tu sei una zozzona... ce l'hai larga come la Porta di Adelphia... e io
non posso prendermi troppi rischi per te».
«Vuoi che me ne vada,
Brendon?».
«Non ho detto questo, ma
non voglio che tu faccia progetti a lungo termine».
«Guarda
che in molti vorrebbero essere al tuo posto, Brendy.
Non
vorrei ricordarti che in fondo sei solo un bellimbusto
che si è lasciato dietro un'infinità di vecchie troie e giovani puttanelle.
Hai portato sfortuna a un sacco di donne e io non voglio finire male per causa
tua».
«Hai deciso di
andartene?».
«Non ho detto questo.
Ma
stai attento, potresti perdermi e vedermi nelle braccia di un altro».
Lui le stringe i fianchi
larghi e le fa sentire il cazzo duro.
«Io
ti piaccio... sono la
tua zoccola, adesso, Brendon... io e te possiamo durare... non sono vecchia... e
non sono finita...
Nel culo, però...
ho bisogno del tuo cazzo nel culo...».
Anna non si toglie il
camicione nemmeno quando scopa.
Super Cagna, ma
soprattutto Sbottonata...
«Anna... ma quanto sei
bona?
Va a finire che non mi
stacco più...».
«A 60 anni... con una
panza tanta...», allarga le braccia per dare l'idea, «vedrai come ti
stacchi...!», e ride da cagna, sapendo che in realtà rimarrà bona a qualunque
età.
«Anna, sei una lurida vacca: anche a 60 anni farebbero la fila per pisciarti
dentro!», lui conferma.
«E tu, Brendon,
sei un grosso maiale... e anche furbo... hai capito che una come me non la trovi
più... e non te la fai scappare...
Zozzo!».
ANNA SI
MUOVE ANCORA
di
Salvatore Conte (2025)
Il colpo è andato liscio
come al solito. O quasi.
La banda di Fernando si rifugia oltre frontiera, in uno squallido villaggio
di peones senza neppure un nome.
Tra gli elementi di spicco che ha raccolto intorno a lui, c’è Anna Frazer, una vecchia bagascia che ha imparato a tirare con la pistola, una gringa
cinquantenne famosa per i suoi vistosi camicioni, attillati aggressivamente
intorno al corpo importante, con la pancia gonfia da grossa puttana che le
scoppia fuori e fa cagare sotto amici e nemici, basiti dalla massiccia imponenza
e classe aristocratica della donna.
Colpo dopo colpo, ha
messo su un mucchio di soldi.
Dopo anni di sangue e morte, però, qualcosa in lei è cambiato: dal grosso
mignottone che era, è diventata (anche) uno sciacallo ingordo.
Ad Anna piace saccheggiare i moribondi e sparargli il colpo di grazia.
Tutti i compagni si chiedono, quando toccherà a lei, cosa deciderà di fare:
chiamerà disperata un dottore, o sarà coerente con sé stessa e con la colt sotto
il mento si farà saltare il cervello?
La risposta sta per arrivare.
Anna, durante la rapina alla banca, è stata raggiunta da una pallottola al
petto.
È rimasta in sella, ma ormai non ce la fa più.
La
Frazer viene portata nella casa di quello che - per modo di dire - è l’alcalde del
povero villaggio, dove si spera di trovare un letto decente: lui e la moglie
vengono sfrattati.
Ormai la gran puttana non ha più il controllo, partono gli sfottò dei compagni.
«Tutti i tuoi soldi, Anna... che fine faranno?».
«Te lo ricordi quanti ne hai fatti fuori? Te li ricordi tutti? Erano tuoi
compagni, volevano vivere, ma tu gli hai chiuso gli occhi per sempre…».
«Loro nemmeno se lo aspettavano... sembrava volesse aiutarli… ma poi li finiva come bestie…».
I compagni la sfottono, mentre lei è moribonda, con una pallottola tra le zinne
che non le dà tregua.
«Bastardi... voglio un dottore... ohh… fate presto...», la potentissima Frazer ci crede, o almeno fa finta di crederci, per darsi ancora un tono.
«Proprio tu parli?
L'ultimo della serie, il povero Francisco, l'hai freddato appena ieri.
E aveva un buco in corpo esattamente come il tuo! A parte le zinne!», c’è quasi indignazione
per l’incoerenza di Anna.
«Io sono una sorca... ohh… non posso crepare così...
Francisco non aveva... due tette... come le mie... ahh....
Io sono Anna Frazer... io mi salvo sempre... ohh...».
«Tu sei una vacca, una cessa, una donna
finita!», stavolta è Fernando, il capo, a intervenire spazientito.
Se l’è presa nella banda, ma non se n’è mai fidato troppo: è una sorca perversa,
ambiziosa, pericolosa…
«Vaffanculo... brucia da impazzire... ahh… ahh… sto crepando...», con gli occhi
carichi di paura, fissi nel vuoto, finalmente lo ammette. «Ma sono ancora…
la più potente… bastardi... ohh…».
Anna allarga le cosce e lancia la sfida.
Se la faranno a turno, dandole l'estrema unzione a cazzo duro. «Basta... non ce la fa più... basta...! Sta schiattando...!».
«E
proprio io dovrei rimetterci?», protesta l'ultimo della fila.
«Se crepa, il gioco è finito.
Vediamo se riprende un po' di fiato…».
«Ma il dottore è stato chiamato?».
«Qui non ci sono dottori, ma tanto con quel buco in corpo è già morta».
«Io... io vi sento… bastardi… ahh… so che… che aspettate… la mia fine... ohh…
Anna... la bella Anna... è quasi arrivata... uhh...».
«No, aspetta... no...!».
«È inutile strillare... ohh… ohh… l'ho presa... in mezzo alle zinne... e devo crepare...
anche... se sono una sorca... ahh… e vi ho messo... tutti… a cazzo dritto… in
fila... muore… ohh... una grande donna… ohh... ohh... e neanche il dottore… avete chiamato...
ma tanto… il dottore… ohh… ohh… non può fare niente…». «Muore una grande puttana: questo è sicuro…».
«Visto che è arrivata... facciamola muovere un po', no?».
La prendono e la mettono sulla sedia a dondolo che sta di fronte al letto: un
oggetto piuttosto raffinato per un villaggio come quello.
Le tette grasse e la pancia gonfia di Anna ora danno il meglio di sé.
««AH-AH-AH…!!»», fragorose risate accompagnano la dimostrazione.
Fernando, da dietro, spinge sul binario con lo stivale, ma il corpo pesante e
ormai rigido di Anna frena il dondolio della sedia.
«È morta! Non si muove più! Anna è morta!».
«Chiamate il becchino!».
In effetti la donna ha spalancato la bocca e ha mandato fuori un rigurgito
rantolato: gli occhi fissi e sbalorditi della famosa pistolera, mai veramente
rassegnata a crepare, incutono ancora soggezione.
«Un momento!», esclama Fernando. «Ecco! Anna si muove ancora!».
Il
bandito ha sferzato la sedia.
La
donna ha avuto dei sussulti.
«È
vero!».
«Chiamate il prete!».
«Chiamate il curandero!».
«Chiamate chi vi pare!».
«Ma
fate presto!».
«La
signora ha tanta fretta!».
I suoi uomini stanno al gioco: Anna si è mossa, in fondo.
«Hh-hhh... cazzoni... c’è mancato poco…», ma la Frazer è viva per davvero (!), lei stessa ferma
con gli stivali le ultime vibrazioni della sedia, tra lo stupore della banda.
BANG
BANG
BANG
La macabra festicciola si ravviva: dall’esterno arriva il tuono degli
spari.
Nel villaggio è arrivata una banda rivale: hanno saputo del colpo e vogliono la
torta.
«Bastardi… spero vi ammazzino tutti… ohh…», Anna ha capito al volo,
forse è la morte ad aprirle la mente.
In effetti è una strage. I banditi di Fernando hanno messo mano alla tequila
troppo presto.
Pablo, l'ultimo della fila, torna da Anna, ferito a una spalla.
«Brava…», si complimenta, forse perché è ancora viva. «Anna… siamo rimasti
in pochi…».
«Morti?».
«Sì, morti…».
«Poco fa… li ho presi dentro…
E ora… ahh… sono morti…
Hanno riso di me… ohh… ohh…
Sto male… Pablo… uhh... ma loro… stanno peggio…», con un sorriso demoniaco sul volto e
gli occhi fissi al soffitto.
Il compagno va sulle tette di Anna, cercando di capire quanto le
rimanga: dal grosso buco sul camicione affiora di tutto, Pablo rimane attonito;
la donna è spacciata, per la vaccona è solo questione di tempo; un
tempo che lei sta allungando, grazie alla sua esperienza da vecchia bagascia.
«Devo portarti via da qui, verranno a cercare i dollari…».
«Pensa a te… idiota… ohh… nessuno tocca… Anna Frazer…
Oppure… ahh… ahh… porta via i dollari…».
«È una buona idea, ma qui verranno comunque, prima o poi.
Io me la squaglio, senza soldi, ma con la pelle addosso.
Tu che fai?».
«Io… io…», la donna è a un passo dalla fine.
«Mi dispiace, Anna. Non meriti questo…
Addio… forse riesci a stiracchiarti un altro po’…», le guarda il buco, le
zinne e la pancia per
l’ultima volta, rimanendo quasi incantato; si scuote a fatica, e se ne va dal retro, con una sola mazzetta di dollari, ficcata
nelle brache, addosso al cazzo duro: la vacca morente non lo lascia
indifferente. Rimarrebbe fino alla fine, ma deve pensare anche a sé stesso.
Passa davvero poco e la porta della stanza si apre.
«Toh!
Anna Frazer con un buco nel petto… bello grosso…
Ma non siamo stati noi...!
E ci sono pure i soldi!».
«Il sangue intorno è rappreso.
La grossissima vacca deve essersi bruciata durante la rapina… non è vero,
madame?».
«Comunque il dinero c’è, di lei possiamo fare a meno».
«C’è tutto?».
«Pare di sì, il sacco è strapieno».
«Di lei che ne facciamo?».
«A me sembra morta…».
«No… si muove ancora…».
«Toglila da questa dannata sedia, o non lo capiremo mai!».
Anna viene rimessa sul letto.
«Li avete... ammazzati tutti… ohhhh…», un rantolo spaventoso, più lungo degli
altri. «Bravi… erano dei bastardi… ahh…».
«E tu…vecchia mignottona… speri di salvarti?».
«Io… io…», Anna non riesce nemmeno a definirsi. Alterna momenti di relativa
lucidità ad altri in cui sembra perdere i sensi.
«Allora… la facciamo fuori?».
«Chi? Lei? Non vedi che è già morta?
Anna Frazer valeva migliaia di dollari, così un po’ meno, ma ne venderemo il
cadavere con tutto il camicione. Ha un solo buco in corpo: quello che
l’ha uccisa.
Intanto spartiamoci i dollari».
«Non ce n’è bisogno, cabrones!».
Pablo è riapparso nella stanza.
Ha capito che nella banda di Sancho sono rimasti solo in tre e dunque ha fiutato
il colpo grosso… i dollari… e la donna…
«Bastardo!», il luogotenente di Sancho reagisce. BANG
«Maledetta…», sussurra, mentre crolla a terra.
BANG
BANG
Gli altri due li fa fuori Pablo.
«Sei furbo… ohh… ma bada che… ahh… ahh… che… al villaggio… non ci siano altri…
furbi... come te… ohh...».
«E tu? Tu non sei furba?».
«No… io... io... sono una vacca… che crepa… ohh… ohh…», la grande mignotta si
contorce sul letto, rivoltandosi a pancia sotto, occultando la ferita e
mostrando il grosso culo.
A Pablo non sfugge il movimento della piccola derringer, rimasta in pugno alla
donna e
ora finita sotto il corpo.
«Non fare cazzate…».
Anna allarga il braccio, la pistola è rivolta contro il muro.
«Brava…».
«Hh… hhhh…», i rantoli gutturali della famosa pistolera non fanno presagire nulla di
buono, ma Pablo è contento che al momento sia ancora viva.
«Al villaggio deve pur esserci un curandero… forse potresti tentare qualcosa,
che ne dici?
Sei una grossa mignottona, potresti tirarla per le lunghe…
Anna…
Anna…?!».
Gira intorno al letto e la vede con la faccia schiacciata sul lenzuolo, la
bocca spalancata e gli occhi fissi, inespressivi.
La scuote, ma è rigida.
Anna è morta stecchita!
Ecco perché non si è sparata, ha sentito che la morte la stava precedendo.
«Puttana…», Pablo cerca di sminuirla, ora che c’è rimasta secca.
Lascerà qualche dollaro per il suo funerale.
Si volta e si lascia tutto alle spalle, Frazer compresa.
BANG
La derringer di Anna spara ancora.
Piccola, ma precisa. Grande, ma bucata.
«Hanno finito!», rassicura tutti l’alcalde.
Il curandero l’ha rivoltata supina.
Il cassamortaro le sta prendendo le misure.
Il frate aspetta al piccolo cimitero.
«La grande pistolera ha cagato dollari in abbondanza.
La vacca famelica ci ha gratificati.
Il dinero sarà nascosto nella sua bara.
Prendete le vanghe, scavate una fossa e tirate su una grande lapide.
Ma intanto baciate gli stivali alla vostra Signora e Padrona!».
DOPPIO NEMICO
di
Salvatore Conte (2024)
Pamela
Shoop è una grossa
puttana assassina.
Pesca
all'amo le sue vittime e poi le uccide; e se capita il galletto giusto, gli spreme
un po' di grana, prima del grill.
Il suo ultimo bersaglio,
un certo Robert, c'è cascato come un pesciolino.
La donna lo attira nel
bosco sul lago, e quindi tira fuori la pistola, quando tutti - al cinema - si sarebbero
aspettati il contrario.
Sorride da stronza all'uomo
di fronte a lei, per fargli capire che fregarlo è stato fin troppo facile.
«A me piace ammazzare...
ti sparerò un colpo in pancia e vedrò morirti lentamente...
Ma prima... hai un
lavoretto da fare...
Guarda sotto quelle
frasche...».
Robert non può che
obbedire.
Occultato sotto il
fogliame, c'è un badile. Il messaggio è chiaro.
La grande
zoccola si accende una sigaretta e lo fissa beffarda, mentre lui si scava la
fossa.
«Hai fatto un buon
lavoro, Robert: è tempo di morire e di rotolarci dentro lentamente...
Quanti anni mi dai?», un
vezzo della Big Whore, prima di sparargli.
A
volte rimangono fulminati e non hanno tempo per rispondere.
«45...
al massimo 48... in ogni
caso sei molto bella...».
«Ne ho 52, Robert, ma
sono sempre una gran puttana, una Big Whore... Questo è un titolo supremo, a cui
pochissime donne possono accedere.
Lo sai cosa significa?
Che io voglio essere la più grande...
In fondo mi dispiace che
tu debba morire, sembri un uomo gentile...».
«Pamela... mi
concederesti un ultimo desiderio?
Sei molto bella, anche a
52 anni. Scommetto che sei una grandissima mignotta. Fatti scopare, prima di
ammazzarmi...
Affare fatto?».
«Spiacente, ma non sei
nella condizione di concludere affari, Robert.
Però possiamo metterla
in un altro modo: lasciamo aperta questa fossa, e tu portami il cadavere della mia
più grande rivale. Ci finirà lei dentro, e tu sarai salvo.
Per garantirmi la tua
osservanza, indosserai un braccialetto programmato per inocularti - tempo 24 ore -
un veleno mortale e rapidissimo.
Se proverai a toglierti
il braccialetto, morirai subito.
Solo io posso inserire
il codice di sblocco. Sembra un comune orologio digitale; ma non lo è.
Hai 24 ore di tempo per
tornare qui con il cadavere di Anna Frazer: la Big Whore si chiama così.
Ti mostrerò una sua
immagine.
Dopo
aver servito nelle più squallide paninoteche, adesso lavora da McDonald's; avrai l'indirizzo.
Affare fatto?».
«Non penso di avere
molta scelta...
Ma sono sicuro che anche
tornando qui con il cadavere di questa Frazer, nella fossa ci finirò pure io...
D'altra parte, questa
donna potrebbe essere perfino più pericolosa di te, e io rimanerci secco in meno
di 24 ore.
Spero almeno che lei sia
più generosa di te e si faccia scopare prima di uccidermi...
Comunque, se sarò ancora
vivo, mi rivedrai qui, domani».
CLICK
«Bene. Sono le 18:54.
Non perdere tempo,
Robert.
E non risparmiare piombo
quando farai fuori Anna... quella troia è così grossa che può mangiare e
digerire una dozzina di colpi...».
«Farà indigestione di
piombo, te lo prometto».
Anna
Frazer sta servendo ai
tavoli di McDonald's come al solito.
È
sempre molto sicura di sé, sempre sbottonata. È un'attrazione per il ristorante, che infatti -
grazie a lei - incassa un mucchio di dollari.
E ora sta arrivando al
tavolo di Robert, per prendere il suo ordine.
«Che cosa gradisce?».
«Un menù Big Whore, per
cortesia...».
Anna lo capisce al volo, è abituata ai clienti che l'abbordano senza tanti giri
di parole.
La donna si siede di
fronte a lui.
Robert ha già pronta la
sua calibro 45 automatica e la punta - da sotto il tavolo - contro la pancia di
Anna.
È un calibro adatto
a lei, che è una specie di bisonte femmina, con la
camicia slacciata fino allo stomaco e il profilo di due zinne cedenti, portate senza reggiseno, sorrette solo dal grasso della pancia.
Robert ha il dito sul
grilletto, ma qualcosa lo blocca.
Anna è
bella e dolce,
nonostante sia - con tutta evidenza - una Big Whore.
C'è qualcosa in lei...
un'aria
da svagata strappona... da zoccola che non si prende troppo sul serio... che la rende simpatica... e al tempo stesso bagascia fino in fondo.
Pamela, invece, è troppo seria, troppo perfetta!
Anna percepisce il
nervosismo di Robert, capisce che qualcosa non quadra, e reagisce prontamente,
estraendo la sua pistola, nascosta sotto la camicia, tra i rotoli di ciccia
della pancia, puntandola contro l'uomo, pure lei da sotto il tavolo.
Il
rapido movimento non sfugge a Robert.
«Calmati... devo parlarti...».
Robert le racconta
tutto, a costo di giocarsi le sue ultime possibilità.
«Anna... sei in
terribile pericolo... una certa Pamela Shoop - o come si chiama davvero - ti vuole
morta. Mi ha mandato qui per ucciderti, ma non ho potuto...».
La Frazer non è affatto
sorpresa.
«Pamela
Shoop è il suo
vero nome. Una Big Whore ama la pubblicità. Se ha un problema con le divise
blu lo risolve a modo suo: un bocchino al Capitano e l'inchiesta schizza...
sul tavolo del detective più incapace del distretto... hai afferrato...?», la
grossa puttana sorride divertita. «Pamela ha già provato a farmi fuori, però devo
ammettere che con la tua aria da fesso mi avevi quasi fregata...
Ho un debito con te,
Robert. Ti aiuterò a salvarti e a far fuori Pamela Sh...oohh...!», d'improvviso Anna manda un gemito di dolore e serra
la mascella. «Anche tu devi sapere
qualcosa, Robert... la Shoop non è il mio unico nemico.
Ho un grosso cancro
all'intestino, molto aggressivo...
Non so quanto tempo mi
rimanga, ma so che non voglio morire.
Mi piaccio molto, mi
piacciono le mie tette, la mia carne abbondante e la moda che ho lanciato, fatta
di camicioni sbottonati portati fuori dai pantaloni.
So di essere una grossa
puttana, forse la più grande Big Whore, e posso tenermi il titolo ancora per
molti anni.
Anche la
Shoop è molto
bella, più di me, per certi versi...».
Robert è ormai impazzito
per Anna, anche se è condannata dal tumore.
Guardando il logo di
McDonald's, gli sembra di vedere le zinne della Big Whore.
«Di te mi piace tutto,
ma quest'aria da svampita, con cui giri per i tavoli, ti rende perfetta.
Secondo me, anche se
stai per diventare famosa, dovresti rimanere qui.
Non bisogna sradicarsi
dalle fonti del proprio potere...».
«Parli come una persona
saggia, Robert... anche tu non sei quel fesso che sembri».
L'uomo se la mangia con
gli occhi.
«Anna, tu sei la più
bella puttana che io abbia mai visto.
Io ti amo. Ci occuperemo
di Pamela e dei tuoi problemi medici. Mi piacerebbe morire per te. Comunque tu
farai il tuo film e diventerai una star.
Fidati di me, ho un
piano. Metteresti la tua vita nelle mie mani?».
«Robert, io mi fido di
te. Avresti potuto spararmi, ma non l'hai fatto.
Non
dimenticare, però, che mi è rimasto poco tempo: il tumore mi mangia le budella
giorno per giorno e per tirare avanti devo prendere queste maledette pillole,
che forse fanno ancora più male del cancro stesso.
Spero almeno di finire
il film.
Quale sarà la nostra
prossima mossa?
Domani mattina ho un
controllo medico molto importante: l'ecografia mostrerà l'avanzamento del
cancro rispetto all'ultima rilevazione; spero che abbia rallentato e che non arrivi
tanto presto al
pancreas, perché a quel punto ci sarebbe poco da fare.
Verrai con me, dal
medico?».
«Anna... io sono molto ricco. Sposami. Tu avrai tutta la mia ricchezza.
Io
posso procurarti i migliori dottori e tu supererai il cancro.
Ma
prima di questo, dobbiamo sconfiggere Pamela...
Mi sposerai?».
«Ti sposerò, Robert. Ho
bisogno del tuo aiuto e del tuo denaro.
Non dimenticare,
però, che tanta gente ricca
è crepata di cancro, nonostante i soldi spesi.
Io voglio sapere la verità: se è
finita, oppure no...».
«Anna... quella gente
non aveva il tuo fisico... io spenderò tutto il mio denaro per salvarti.
Ci sposeremo subito. Poi
ci occuperemo di Pamela insieme. Sono più preoccupato di questo nemico che
dell'altro. Pamela è una puttana assassina. Sappi, comunque, che io sono
disposto a morire per te, Anna.
So chi sei, Big Whore.
Io sono soltanto uno dei tanti per te, ma voglio dimostrarmi degno di essere tuo
marito...».
«Tu sai che sono una
grossa puttana, Robert. E che non posso cambiare.
In
ogni caso, noi ci sposeremo
subito; poi saprò dal mio dottore tutta la verità, e prima delle 18:54 di
domani noi faremo fuori Pamela Shoop, ma solo quando la zoccola avrà rivelato il
codice di sblocco del tuo braccialetto».
Anna e Robert vanno a
cercarsi un prete e si sposano.
L'uomo si chiede se
presto non servirà loro anche per l'estrema unzione.
Poi si
preparano all'azione.
Big Whore è spaventata
dal piano di Robert: dovrà fingersi morta, ricoperta di sangue finto, per
ingannare Pamela.
«In
fondo sei un'attrice, no?».
Anna è obbligata ad
accettare, se vuole sfruttare i soldi di Robert...
Big Whore è ancora sconcertata dal
responso degli esami medici, ottenuto in mattinata: il cancro continua a
crescere, aggressivo, e ha prodotto metastasi multiple nel fegato e le prime
macchie al pancreas.
Il medico non le
ha
detto tutta la verità, ma lei l'ha capita...
Con la rabbia che le
esplodeva dentro, Anna - con i soldi di Robert - ha subito prenotato una
radioterapia urgente: vuole reagire immediatamente e fare di testa propria,
anche se il medico l'ha avvisata che quella terapia potrebbe rivelarsi più
dannosa che utile...
«Stai tranquilla, le
proveremo tutte, amore... con tanti soldi si prende anche l'adrenocromo», il
marito ha subito cercato di lusingarla con qualche speranza.
Perfino da McDonald's
il capo del personale ha capito tutto, leggendo i giustificativi medici della
famosa dipendente...
L'avviso
di ricerca personale parla chiaro.
Come se non bastasse, i
produttori del suo film sono preoccupati che lei non riesca a completare le
riprese. Intanto hanno deciso di cancellare il sequel, "Il Ritorno di Big
Whore", e di conseguenza hanno modificato il copione del film in corso di
realizzazione,
appesantendo la caduta e facendo morire Big Whore nell'ultima scena, quando
la protagonista - alla guida di un'auto - viene raggiunta da una pallottola alla
schiena e spira in macchina, tra hamburger e patatine fritte, dopo aver sfondato
la vetrina di un fast-food...
In
questa scena
la cinecamera stacca sui curiosi che la fotografano con i loro cellulari:
"Guarda che zoccola... sbottonata fino all'ultimo...", dice uno a un
suo amico, mostrandogli una foto; "Giramela subito", risponde l'altro, mentre un
tizio le infila un centone in mezzo alle zinne, come si fa con le puttane nel
bel mezzo di uno show.
Sembra proprio
che Anna stia perdendo tutto!
«La grossa puttana è
morta?», chiede Pamela a Robert.
«È
fottuta, le ho riempito la pancia di piombo», l'uomo indica il corpo a
terra, la camicia è inzuppata di sangue.
«Ha
sofferto e chiesto pietà?».
Robert annuisce.
«Quante pallottole ci
sono volute per ammazzarla?».
«Sembra incredibile, ma
con 12 pallottole in corpo, dico 12, ancora singhiozzava...
Ho dovuto finirla con
altri due colpi nello stomaco...».
«Te l'avevo detto, no?
Aveva addosso un quintale di carne. L'importante è che sia finita.
L'unica Big Whore in circolazione adesso sono io...».
«Bene,
io ho fatto quello che dovevo fare.
Ora
sta a te darmi il codice...».
«È
giusto, questi erano i patti... il codice è... "credi-che-io-sia-fessa"...?».
Pamela
ha mangiato la foglia!
«Maledetto...! Volevi
fregarmi...!», la Shoop estrae una pistola dalla schiena e spara due colpi nella
pancia di Anna, che a sua volta sta puntando la sua verso di lei.
Robert
ha la possibilità di fottere Pamela, ma è succube anche di lei, e questo attimo di
esitazione permette alla Shoop di piazzargli tre colpi in corpo.
È
finita. Il titolo è davvero suo.
Big
Whore torreggia su Anna.
«Pamela... non voglio
morire... cough...», indebolita dal cancro, la Frazer sembra in fin di vita.
Colta dal panico, si
rivolta a pancia sotto, la faccia schiacciata sulla terra fresca.
Grassa e sconvolta,
sembra una balena spiaggiata.
«Non
ammazzarmi... ti prego...», la Frazer implora la sua rivale.
«Non
ho mai voluto farlo, Anna.
Mi
piace la tua carne...
Ero
anche in ansia per il tuo cancro, mi sono informata su tutte le tue visite.
Così
ho scoperto che Robert non faceva sul serio; come me, del resto.
Sei
messa veramente male.
E
stamattina è arrivata la sentenza di morte, Anna.
Con la
radioterapia non ci fai niente.
Se non
avessi provato a fottermi, te ne saresti andata via con Robert, e alle 18:54 avresti
capito che non c'è nessun veleno nel braccialetto.
E
invece hai voluto fare la stronza...!», le ringhia contro.
«Anna...», nel giro di un secondo Pamela cambia registro, preoccupata per la sorte dell'altra Big Whore; la rivolta supina e le
appoggia una mano sul buco allo stomaco, con un gesto di pura compassione. «Non
voglio che tu muoia, ti porterò via da qui...
Ho una
barca dietro quel grosso albero, raggiungeremo il mio covo e avrai plasma e
ossigeno... e ti sarò vicina quando il cancro ti farà secca...».
La
Shoop strabuzza gli occhi e si affloscia su Anna con un rantolo.
«Ci
sei rimasta... secca... prima tu... Pamela... cough...».
La
Frazer se la scrolla di dosso.
La
pallottola di Robert l'ha raggiunta alla schiena.
L'uomo
ha avuto un sussulto, ma adesso è morto.
Anna
striscia verso la barca di Pamela, con l'intento di raggiungere il vicino porticciolo, ma sviene
e il piccolo natante va alla deriva sul lago.
Un
pescatore solitario si avvicina e nota la grossa zoccola, riconoscendo subito in
lei la famosa cameriera di McDonald's.
Oggi
ha fatto pesca grossa.
L'abborda, nel senso letterale del termine, e prova a rianimarla con un secchio
d'acqua in faccia.
Anna
riprende conoscenza, ma come nel copione del film, è ormai cadavere.
Il
pescatore è un uomo corretto: grato per lo show finale della leggendaria
cameriera di McDonald's, le infila un centone in mezzo alle zinne.
E
rimane a guardarla, mentre lei finisce di crepare.
Poi
tornerà sulla sua barca e toglierà il disturbo, lasciando il cadavere alla
deriva, come l'aveva trovato.
In fin
dei conti, di nemico vero ne aveva uno solo: tanto valeva per
Wonder Whore concentrarsi su
quello.
Di
copioni, invece, quanti?
«Anna...!».
Pamela non si è data per vinta: affrontato lo shock, ha strisciato fino alla
sponda e adesso attira l'attenzione del pescatore.
«Ehi, c'è anche una tua amica... è la mia giornata fortunata...».
POW
No, per niente.
Pamela gli apre un buco in fronte, vuole Anna tutta per sé, sbottonata e
mignotta, vuole spremerla fino all'ultima goccia di sudore freddo.
La leggera corrente del lago la sta riportando a riva.
Deve solo aspettarla; intanto gonfia le zinne, anche lei sbottonata e mignotta.
In riva al lago c'è pure Robert; anche lui è giunto strisciando.
«Vai a prendere la macchina... faremo venire un medico... adesso... siamo una
famiglia...
E puntiamo lontano...».
DIABOLIK:
NATA CON LA CAMICIA
(SBOTTONATA)
di Salvatore Conte (2023)
Una coppia di giornalisti, esperti sommozzatori, in vacanza su una barca a
vela, avvistano una nave da recupero.
«Visto che argano a poppa?», dice lui, incuriosito.
«A proposito di poppe, sbaglio o quella sul ponte, nel suo classico camicione
rosa, è la signora Anna Frentzen?».
Il binocolo aiuta Gustavo ad ammirare i dettagli; fino a quando la signora si
ricompone.
«Comunque, se c’è lei, significa che intende prendere qualcosa di grosso…».
«Non sarebbe certo una novità», conclude sarcastica lei.
La signora Frentzen è una chiacchierata zoccola cinquantenne, sempre al
centro di scandali e loschi traffici.
I due giornalisti hanno sparso la voce e questa arriva presto all'orecchio di
Diabolik.
Il Re del Terrore non ci mette molto a unire i puntini.
«Quella zoccola deve ridarmi ciò che è mio!», esclama verso la sua Eva.
E dalle parole passa subito ai fatti.
Si introduce a bordo e penetra nella cabina della signora.
«Sai chi sono e ti avviso che la gran parte della refurtiva che hai recuperato mi appartiene!
Mi fu sottratta ingiustamente dalla Banda di King, quando era ancora alle prime
armi.
Naturalmente terrò conto delle spese che hai sostenuto».
«Sapevo che saresti arrivato...
Diabolik… non sono una stupida, né una mignotta troppo ingorda, e non
intendo rimetterci la pelle.
Non potrei mai dirti di no…
Ma perché prima non ne approfitti per una bella pompa?
Non ti piacciono i miei camicioni e le zinne a penzoloni?
Quella Eva dev’essere così noiosa, così perfetta…».
«Sei una bella cessa, Anna. Fosse per me ti assumerei come assistente.
Ma non costringermi ad ucciderti».
«Te l’ho detto: ti riprenderai ciò che è tuo.
So come rifarmi…».
Tuttavia, l’ergastolano da poco evaso, ex membro della Banda King, che le ha spifferato tutto,
sta origliando e ha mangiato la foglia.
Voleva farsi fare un bocchino, ma ora la cosa ha preso un'altra piega.
La zoccola di mare intende tradirlo per tenersi quel che rimarrà del bottino.
Ma lui ha deciso di non farsi fregare…
Ancora occultato, le punta alla schiena un fucile spara arpioni e preme il grilletto!
L’arpione trapassa Anna, spuntandole fuori dalla pancia!
Anche Diabolik è sbigottito.
Non pensa nemmeno a inseguire l’assassino, ma sostiene Anna e l’adagia su un
divanetto, di fianco, per ovvi motivi.
«Aiutami… Diabolik… ohh... ti prego… non voglio morire…hh-hhh...», supplica
Anna, in agonia.
Il colpo, però, è mortale, Diabolik se ne accorge subito.
L’avrebbe presa sul serio con sé, ma è troppo tardi.
In fondo ha avuto quello che meritava.
Era troppo corrotta.
A questo punto decide di dare la caccia all’assassino.
Gliela farà pagare, perché solo lui avrebbe dovuto ucciderla.
«Spiacente, Anna, ma stavi tirando la corda da troppo tempo: non sempre con
quattro bottoni slacciati si risolve tutto...».
Ben presto c’è clamore a bordo.
Bertran, l’ergastolano, è stato ritrovato con un pugnale nel cuore.
Anna, accasciata su un divanetto, con un arpione in corpo, che sotto il suo peso
ha sfondato anche il piano di seduta. La donna è rimasta con il culo in fuori
e la faccia schiacciata sul vellutino.
Subito scattano i soccorsi per la vecchia zoccola.
L’arpione viene estratto lentamente, tirandolo fuori dalla pancia, ma l’uncino
l’ha devastata e le budella esplodono fuori in maniera orripilante.
Non c’è scampo per la famosa mignottona.
La Frentzen annaspa inorridita, con gli occhi fissi sul tetto della cabina, tenuta a stento in vita,
grazie a una bombola da sub.
Viene chiamato un elicottero, ma non risponde nessuno.
Solo all’ennesimo tentativo risponde una sigla poco conosciuta.
Anna viene caricata a bordo, ma l’elicottero è molto piccolo e non c’è spazio
per nessun accompagnatore.
Quando viene chiamato l’Ospedale di Clerville, per sapere se la Frentzen sia
giunta viva, viene risposto che nessun elicottero è atterrato sulla piattaforma
di emergenza nelle ultime dodici ore.
«Ti prego di non offenderti, cara. Ma quando ho sentito che non riusciva a
crepare, ho pensato di siringarla e di prendermela. È una cessa di rara perfezione, con le sue
zinne a penzoloni e i camicioni sbottonati ad arte», spiega Diabolik ad Eva,
togliendosi la maschera e il camice da medico.
Eva annuisce.
«Piace anche a me, non devi scusarti.
Apprezzo le donne che non si arrendono».
«Allora la porto in coma e poi vediamo che farne».
«Non sarebbe male, come informatrice.
Rimarrà quantomeno invalida, su una sedia a rotelle, e potrà - sbottonandosi -
far sbottonare molte persone importanti…».
«Importanti siamo solo noi, Eva.
Quanto a lei, non solo sembra nata con la camicia, ma già sbottonata fino allo
stomaco, pronta per il domani…».
«Se è per questo, anch'io ho imparato qualcosa da lei…».
DIABOLIK:
PIOVRA SBOTTONATA
ALLUNGA LE ZINNE SU CLERVILLE!
di Salvatore Conte e Robert Kessler (2023)
La signorona cinquantenne Anna Frexhen, divorziata benestante, dall'aspetto
distinto e rassicurante, quasi dolce, è in realtà una grossa mignotta, che
grazie a camicioni slacciati e zinne cedenti, è sempre più inserita nei loschi
traffici di Clerville, ha le mani ormai su tutto, ed è perciò detta
"Piovra Sbottonata"!
Perfino Eva Kant, la
famigerata compagna di Diabolik, ne ha studiato i segreti...
La
Frexhen ha però
il fiato della Polizia di Clerville sul collo: si è allargata troppo (oltre ad
allentarsi).
Capisce quindi che
per lei è essenziale fare presa sull'Ispettore Ginko.
Al primo interrogatorio,
chiede di parlare da sola allo stimato poliziotto di Clerville e si slaccia due
bottoni di fronte a lui...
Ginko va subito nel
panico, il respiro si fa pesante e le tempie cominciano a pulsare. Anna gli
piace da impazzire, Altea è poca cosa al suo confronto: noiosa e prevedibile,
non ha mai saputo indossare una camicetta sbottonata.
Anna capisce subito
che il suo incantesimo ha funzionato e che Ginko si è ormai aggiunto alla lista
dei suoi succubi.
Non solo lo
utilizzerà per proteggere i suoi traffici illeciti, ma anche per eliminare
Diabolik ed Eva!
Ginko è completamente
soggiogato da Anna. Il pisello gli sgocciola dalla mattina alla sera, come un
tubo che perde.
Perfino in servizio
si masturba guardando le sue foto al cellulare.
Ora è spaventato
dall'eventualità che il Re del Terrore possa farla fuori con il suo famoso
pugnale volante...
Ma
durante i loro incontri intimi, la signora Frexhen gli ostenta la propria
sicurezza: «Nessuno può uccidermi, mio caro, nemmeno Diabolik. Non solo sono
sempre circondata da guardie del corpo, ma penso anche di piacergli. Eva è più
giovane di me, e ha le zinne più lunghe, è vero, però non ha la mia carne e non
conosce ancora tutti i segreti dei bottoni slacciati...
Perciò non devi
preoccuparti, amore mio...».
Tuttavia l'Ispettore
è preoccupato. Diabolik ed Eva sono letali. Uccidono per gioco. Anna è una
vecchia mignotta, mentre Eva è giovane e perfetta.
Ginko dà ordine ai
suoi uomini di tenere sotto controllo i movimenti di Piovra Sbottonata, fingendo
di volerla incastrare, ma in realtà con l'intenzione di difenderla.
Anna non trattiene
una grassa risata nel vederlo così protettivo nei suoi confronti, e si allenta
la camicia sotto i suoi occhi; quindi gli spinge la faccia in mezzo alle zinne
palpitanti: «Avanti... interrogale... sei qui per questo, no?», e continua a
ridere come una mignotta... l'importante per lei è mantenerlo succube...
La Piovra è ormai
un'ossessione per l'Ispettore Capo di Clerville; gli basta pensarla per pochi
attimi e il cazzo gli diventa subito duro: si alza dentro i pantaloni contro la
sua stessa volontà, mettendolo in imbarazzo, soprattutto con gli agenti-donna.
Ma la possanza e il sorriso sardonico della mignottona sono tali che lui non
sa proprio come resisterle.
Eva Kant comincia a
temere che anche Diabolik possa cadere vittima degli incantesimi da gran puttana
di Piovra Sbottonata.
Da una parte l'ammira
per l'abilità dei suoi espedienti, che lei stessa cerca di emulare, ma
dall'altra pensa che sia ora di farla finita con la vecchia mignotta...
C'è una busta per
l'Ispettore Ginko!
Contiene diverse fotografie... che ritraggono Anna mentre si fa scopare da
mezza dozzina di ragazzini... e un biglietto:
Questa è la vera Anna!
SVEGLIATI!
Anna è a letto con
Tony, un ragazzino di appena 15 anni.
«Se fai come ti dico,
potrai avermi quando vuoi... Diabolik non sospetterà di te... ti indicherò il
suo travestimento... farai finta di chiedergli qualche spicciolo...
e gli tirerai contro
un pallone... buttandoti a terra... come stessi giocando a fare il portiere...
tutto qui...».
La
Frexhen non si
fida di Diabolik.
Prima che lui provi a
uccidere lei, lei vuole finalmente toglierlo di mezzo con un pallone imbottito
di esplosivo, fatto brillare a distanza, da uno dei suoi sul teatro dell'azione.
Ancora non ha deciso se far morire il ragazzino, limitandosi a dare un
avvertimento al Re del Terrore, oppure se la pallonata sarà destinata a far
gol... o ancora se riterrà opportuno di informare Ginko su un possibile
attentato a Diabolik... in fondo i due avversari si rispettano, lei ancora una
volta farà colpo sull'Ispettore e Diabolik gli dovrà un favore, e di certo non
gli ucciderebbe la donna.
Anna ha diverse
opzioni a sua disposizione, ma la tentazione di eliminare Diabolik è forte...
Ginko
è rimasto basito dalle foto ricevute e intende chiedere spiegazioni ad Anna.
«Sei una puttana!
Questi ragazzini sono dei minorenni!», le urla contro, mentre gli sbatte sul
tavolino la busta.
«È vero, sono una
mignotta, amore mio, ma anche una donna dolce e onesta.
Non ti preoccupa il
fatto più grave? Che qualcuno mi stia spiando da molto vicino? E se cercassero
di uccidermi?
Quei ragazzini erano
molto poveri, facevano vita di strada, io sto dando loro delle opportunità e mi
prendo in cambio qualche sfizio: che c'è di male in questo? Ormai sono uomini e
con me imparano dalla migliore sulla piazza...», e ancora quella risata da
grossa mignotta...
«Sei ancora
arrabbiato?», Anna si muove verso di lui, con occhi malati e il solito camicione
sbottonato...
Ginko abbassa di
nuovo la testa verso le zinne da vecchia bagascia.
«Prendile... sono
tue...», è una bustarella fatta di carne palpitante.
«Hai ragione, Anna,
scusami, sono stato uno sciocco. La verità è che sono geloso di te.
E ora cercherò di
scoprire chi è stato...».
«Chi se non lui?».
«Maledetto... se
prova a toccarti...».
«Per ora ha solo
provato a dividerci, ma il rischio c'è...
Potrebbero ritrovarmi
con un coltello nella schiena...».
Ginko impallidisce.
«No... non può
essere...», è colto dal panico.
E le ride... stavolta
dentro di sé.
Dopo questo affronto,
Anna decide di eliminare Diabolik.
Il pallone andrà in
porta.
«Chiamami, se hai
notizie di quel lurido criminale...», sussurra all'Ispettore, pregustando la
notizia dalla sua stessa voce.
La
Frexhen va ad
aspettare la chiamata di Ginko al Luna Park di Clerville, dove possiede alcune
attrazioni, tra cui - ovviamente - la Piovra Gigante.
In
questo modo, in mezzo a tanta gente, tra cui non passerà certo inosservata, si
precostituirà un valido alibi, nel caso a qualcuno venga in mente di accusarla
dell'assassinio di Diabolik.
Anna utilizza la
piovra meccanica per smerciare droga. L'acquirente paga alla cassa un prezzo
maggiorato e ritira la merce, nascosta in un doppio fondo, mentre la piovra
agita i tentacoli.
È un sistema
perfetto, congegnato dalla stessa Anna.
Il solo poliziotto
che aveva cominciato a sospettare qualcosa, è stato trasferito al
controllo parcometri.
Anna è a bordo di un
vagoncino e per ingannare l'attesa si masturba con un cazzo finto, a forma di
tentacolo, proveniente dalla sua catena di sexy-shops.
Quando si fiderà
abbastanza di lui, gli parlerà del suo business più segreto: la Deadly Cock
Roulette...
Anna mette sotto
contratto vecchie puttane e giovani puttanelle, illudendole con facili guadagni.
Lo spettacolo va in scena di fronte a un pubblico molto selezionato e ricco, e
Piovra Sbottonata ci tira fuori un sacco di soldi.
Le donne scelgono un
cazzo finto da un mucchio di cazzi tutti uguali tra loro, sapendo che tra quelli
ce n'è uno che farà schizzare - anziché sborra - una lama d'acciaio nella loro
fica...
In un paio
d'occasioni, la stessa Anna ha voluto provare il crudele gioco, per provare la
perversa eccitazione di ritrovarsi una fredda lama nella fregna calda.
E adesso è molto
curiosa di vedere la faccia di Ginko, quando gli dirà che vuole riprovarci...
In realtà - a 50
anni, ricca e potente - non ha alcuna intenzione di rischiare ancora, ma vuole
scoprire - attraverso questa provocazione - se Ginko nasconda un lato di oscura
perversione nel suo carattere controllato e metodico...
Se lui non dovesse
nettamente opporsi a questa drammatica eventualità, vorrebbe dire che la
tentazione di vederla morente sarebbe più forte di una scopata. E la lascerebbe
ammutolita... sudata... quasi in trance...
Finalmente è lui...
«Dimmi, amore...».
«Mi manchi, ho voglia
di vederti».
«Anch'io».
«Purtroppo ho avuto
una chiamata urgente: c'è stato un attentato contro un ambasciatore straniero,
gli hanno lanciato una bomba, è morto; ed è morto pure un bambino che si trovava
lì vicino».
«Nessun dubbio
sull'identità della vittima?».
«Nessuno. Perché me
lo chiedi?».
«Solo curiosità da
mignotta.
Pensi allora di
raggiungermi più tardi?».
«No, che dici? Ho
voglia di leccarti le zinne. Non me ne frega niente di queste cazzate. Ho già
passato il caso a uno dei miei vice».
Ginko è completamente
cambiato.
«Hai fatto bene.
Nessuno deve mettersi
fra noi, tantomeno dei cadaveri.
Raggiungimi al Luna
Park, ho voglia di sentire il tuo respiro forzato, carico d'ansia... mentre
succhio zucchero filato».
Anna ha restituito il colpo a Diabolik, per ora nessuno si è fatto male.
CAZZATA MORTALE
di Salvatore Conte (2024)
«Puoi considerarlo fatto».
Anna aveva accettato l'incarico.
All'apice della carriera, la potente cinquantenne
era una grossa esperta tanto di uomini quanto di omicidi.
BANG
I due proiettili, sparati in rapida successione, raggiunsero la donna in pieno petto!
La bocca spalancata dipingeva bene la sua
rabbiosa disperazione!
Il corpo della bellona si inarcò all’indietro, ricadendo pesante sul cofano
anteriore di un'auto abbandonata, rimanendovi stravolto, con le braccia
distese - larghe e disperate - gli stinchi a penzoloni nel vuoto e le importanti tette
da super puttana - entrambe bucate - che gonfiavano ancora l'attillata maglietta
bianca, pur colando sangue a fiotti.
L'aveva schiantata, la partita era chiusa.
Nessuno scampo, nessuna pietà, nemmeno per una come Anna.
Scott si avvicinò alla donna.
Sapeva chi era.
La sicaria boccheggiava disperata con le braccia
larghe, ma non poteva muoversi da lì.
Era bloccata su quel cofano polveroso. Un rivolo
di sangue defluiva dal labbro.
I due colpi d’arma da fuoco, sparati in pieno
petto, non le avevano lasciato scampo.
Si avvicinò ancora.
Arrivato a stretto contatto, la guardò negli
occhi: le pupille erano annebbiate, tragicamente languide. Stava morendo,
respirava a fatica. Lui non aveva motivi né per finirla - per lei era stato business -
né per chiamarle un’ambulanza: meglio dimenticarla; gran donna, ma senza
un futuro.
La guardò consumarsi ancora per qualche secondo.
Sul volto tirato portava un’espressione esterrefatta,
sbigottita, per una fine che giungeva fulminea e totalmente imprevista, nemmeno
contemplata dalla superba mente.
Lei uccisa come una qualunque…
E intanto le due macchie rosse si erano allargate e confuse tra loro.
La bellona sembrava un grosso pesce
scaraventato su una spiaggia assolata da un pescatore crudele.
Le sirene della polizia cominciarono a ululare in lontananza.
Scott si voltò e scomparve tra i passanti.
All'arrivo della polizia, Anna era pressoché immobile: era come se fosse rimasta
inchiodata al cofano
dell’auto dalle due pallottole esplose contro di lei.
La donna moribonda stesa a braccia larghe era solo una misera controfigura
dell'Alice arrogante e sfrontata che aveva freddamente eliminato i
due contatti di Scott Glendall a Berlino Ovest.
L'ambulanza arrivò sul posto quando la bellona era ormai cadavere; in pochi concitati minuti venne intubata
e portata via, con un lenzuolo da obitorio che sembrava poterle calare sul volto
da un momento all'altro.
Tuttavia l’ambulanza procedeva a sirene spiegate,
anche se Anna era praticamente deceduta.
Scott attendeva la fatale conferma.
«Colpi d'arma da fuoco alla periferia di Berlino
Ovest: una donna
trasportata all'ospedale in fin di vita», il lancio del TG serale.
«E ora colleghiamoci con l’Ospedale Centrale…».
«Dunque... non si conosce ancora l’identità della donna rimasta mortalmente ferita al petto da due colpi d’arma da fuoco.
Quarantacinque anni circa, è giunta esanime in ospedale, ma è stata portata subito
in Rianimazione e poi in Terapia Intensiva. Fonti cliniche
parlano di condizioni disperate, che precludono un intervento chirurgico. Se vi saranno novità a
riguardo, chiederemo di nuovo la linea. Per il momento è tutto dall'Ospedale
Centrale di Berlino Ovest. A voi, Studio».
La notizia che la bella Anna c’era rimasta secca non tardò a
circolare nel suo giro. Era stata l’amante di alcuni uomini molto potenti.
Scott ricevette un paio di chiamate piuttosto dure: anche se si erano scontrati,
perché l’aveva fottuta? Perché aveva sparato per ucciderla, mandandola a morire
in ospedale?
Insomma, Scott Glendall era finito sotto accusa perché aveva fritto Anna,
cinquantottenne
molto avvenente e con amanti eccellenti, oltre che spietata sicaria.
La killer cinquantottenne era in effetti convinta che la sua provocante bellezza l’avrebbe protetta
meglio di un giubbotto antiproiettile.
Ma questo errore di presunzione si era rivelato fatale.
«Quando sparo, sparo per uccidere», spiegò Glendall, «anche se davanti alla
canna c’è una come Anna».
Eppure il capo non si rassegnava: chiese a Scott di andare subito all’ospedale
per prendere informazioni di prima mano sulla bellona e capire quanto davvero le
rimanesse.
Glendall non poteva rifiutarsi.
«Quell’idiota di Scott ha fottuto Anna! Due colpi in mezzo alle tette...», il
capo si stava sfogando con un suo collega. «Ora quella puttana sta crepando
all’ospedale, non c’è più niente da fare, mi hanno detto; non possono nemmeno
operarla».
«Cazzo… Anna era una tosta…».
«Infatti... però lei non se l’aspettava, ne sono convinto.
Anna era troppo sicura di
sé e quel cane l’ha ammazzata, le ha sgonfiato le tette…
E comunque... anche con due polmoni bucati... è riuscita ad arrivare in ospedale…».
A notte fonda arrivò la chiamata di Glendall.
«È uscita adesso. Le hanno ridotto i polmoni. Non potrà più correre, né agitarsi
troppo…».
«Sei uno stronzo, Scott. Ce la farà?».
«Se volete saperlo, capo, dovrete aspettare un paio d’ore. Le parlerò. Non mi
fido di quello che dicono i dottori. Devo guardarla negli occhi».
Era quasi l’alba quando Anna riprese conoscenza.
«Sono i capi che mi mandano, Anna; niente di personale, lo sai».
Lo squadrò risentita, ma la debolezza ebbe la meglio sul rancore.
«Dovrai ritirarti, ma la pelle è salva, no?».
Anna non riuscì a confermare.
«Posso dire ai vecchi che non hai intenzione di crepare?».
«Nessuna...», rispose flebilmente, senza troppa convinzione, con una brutta luce negli occhi scavati
dallo sforzo.
Era l'ombra della donna che aveva cercato di
fare la festa a Glendall.
Era stata colpita duro. Era stata colpita a
morte.
L'uomo la osservava mentre lei cercava di capire quante
possibilità avesse, con gli occhi latenti rivolti al soffitto.
Non sembrò trovarne molte.
«Scott...», lo chiamò.
«Parla...».
Anna scosse lievemente la testa, con occhi
interrogatori.
Voleva la conferma da lui.
La fissò, scuotendo lievemente la testa.
«Però puoi tentare. E se ne esci, sarà senza rancore...
anzi...», e non mancò il tipico sguardo allusivo. «Addio, Anna».
Poco dopo l’alba, al capo giunse un’altra chiamata.
«Mi ha guardato con troppo odio per essere già morta.
Con un po' di fortuna, fra tre o quattro settimane potrebbe ritornarvi utile.
Ma dovrete andarci adagio... evitando di
spremerla troppo.
Per vederla ho allungato dieci pezzi».
«Li riavrai.
Addio, Scott».
Le gelide parole del capo chiusero la breve comunicazione.
Scott Glendall fu ritrovato morto quattro settimane più tardi.
Ai più non interessò di conoscere il perché.
Ma qualcuno intuì che - con ogni probabilità - la cazzata di eliminare Anna gli era risultata fatale.