Layla Zikhoque vuole potere

La Fioraia di Kingsport

Alla ricerca dell'oscuro Kadath

Ad alto rischio di estinzione

La Bestia di Bering

Blue Jersey, Cuore Nero

LAYLA ZIKHOQUE VUOLE POTERE

di Salvatore Conte (2024)

APRILE 1922

«Mi sento in pericolo, Fred.

Ho bisogno di una guardia del corpo, ma non ho soldi per pagarti.

Però so che ti piaccio... perciò non penso che vorresti vedermi morta».

«C'è qualcuno a cui non piaci?».

«Non credere... gli altri mi considerano una puttana, tu qualcosa in più».

«Chi è che ti minaccia?».

«Ancora non lo so di preciso».

«Ho i miei turni al lavoro, lo sai.

Come faccio a starti appresso?».

«Ascolta, Fred... da questa storia ho intenzione di uscire con un bel mucchio di quattrini: quanto basta per sistemarci... prenditi una settimana di ferie... fai il carino...».

La camicia sbottonata e le zinne da mignotta di Layla sono argomenti più che convincenti.

«Domani mi accompagnerai all'ospedale di Danvers.

Voglio parlare con un tale».

«Va bene, passo a prenderti io, poi mi sistemo da te».

Si avvicina.

«Strizza, strizza pure...».

È così che lo paga.

«Stai attento, Fred: Layla pensa solo ai cazzi suoi; ne ha già bruciati parecchi… si pensa la più grande fica del Massachusetts e fa la stronza.

Stai dunque attento che i suoi rotoli di ciccia in panza, e il grasso da stronza, non ti si squaglino in faccia...

Un ultimo avviso, Fred: nota il reggiseno contenitivo; se la vedi nuda, le zinne le vanno a finire sotto le ginocchia...».

«Niente, ha perso completamente la ragione...

Non sono riuscita a cavargli niente».

«Cosa speravi ti dicesse?».

«Non lo so, ma è un tizio che aveva scoperto qualcosa».

«A differenza delle tue zinne, ti mantieni abbottonata, Layla».

«Non credevo che un gangster potesse avere dello spirito...».

«Dove si va, adesso, boss?».

«Voglio mostrarti una cosa, andiamo a casa...».

«Ho acquistato questo libro in una battuta all’asta.
Quella sera non avevo un cazzo da fare, e per ammazzare il tempo ho curiosato là dentro; nessuno si faceva avanti e così ho preso questo libro per pochi dollari.
Dal giorno dopo, però, sono cominciate strane cose».
«Per esempio?».
«Telefonate mute, strani rumori dalle finestre, la sensazione di essere pedinata».
«Layla… tu colleghi tutto questo al libro, ma a me sembra più verosimile collegarlo a te stessa…
Voglio dire che qualcuno deve averti notato, e dato che sei una grossa fica, ne è rimasto impressionato. Hai scatenato in lui un’ossessione, perciò ti segue, senza avere il coraggio di manifestarsi.
È un fenomeno abbastanza comune di questi tempi…».
«Sei un gangster o un sociologo, Fred?
Non si tratta di un ammiratore timido, c’è molto di più nell’aria.
Sono una fica, ma ho anche il cervello.
A qualcuno interessa questo libro, perciò lo tengo nascosto».
«Avrebbe potuto acquistarlo…».
«Forse non voleva esporsi».
«Come pensi di muoverti?».
«L’hai detto. Vorrei muovermi, per costringerli a fare qualche passo falso.
Questi circoli esoterici credono che esistano luoghi frequentati da entità demoniache.

Senti cosa scrive un poeta pazzo che loro venerano come un profeta, un certo Lovecraft, in merito alle aree interne del Massachusetts:

I vecchi abitanti sono andati via e agli stranieri non piace abitare in questa regione. Ci hanno provato i franco-canadesi, come pure gli italiani, ed anche i polacchi sono arrivati e ripartiti. Non sono andati via a causa di qualcosa che si può vedere, udire o toccare, ma per qualcosa che si può immaginare. Non è un posto buono per fantasticare, e la notte non porta sonni tranquilli.

Se andiamo da quelle parti, sicuramente qualcuno si farà avanti».
«E tu che ci guadagni?».
«Potere… Fred… potere… e con il potere si fanno i dollari… sono stanca di fare marchette a vecchi panzoni».
«Hai le idee chiare, bellezza».
«Tu mi coprirai le spalle, sono convinta che il tommy-gun faccia male pure ai demoni…».

«Da dove si comincia?».

«Da un coltivatore, un tipo strano; si dice che dalle sue parti avvengano cose misteriose...».

«E chi è che lo dice?».

«Le voci...».

«Layla, a me i misteri non piacciono. I miei obiettivi sono tangibili.

Tuttavia, poiché le tue zinne sono altrettanto tangibili... per me nessun problema.

Dammi l'indirizzo e ti scarrozzo da questo tale, bambola...».

     

     

«Sta facendo un mucchio di soldi, da quando questa scheggia di asteroide è piombata sulla sua proprietà...».

«Ma proprio nel pozzo si è infilata? Mi puzza...».

«Certo, è tutto molto strano, Fred...

Pare che questo vapore abbia una forma di intelligenza, probabilmente ha scelto di abitare nel pozzo».

«È pazzesco».

«Te l'ho detto... sono le cose pazzesche a dare potere.

Tu sei abituato a risolvere tutto con una scarica di Tommy, ma scommetto che servirebbe a poco contro questa cosa...».

«Però servirebbe, eccome, contro qualcuno che volesse fregarci l'idea...».

«È per questo che sei qui, Fred...

Sai... finita questa storia... con i soldi fatti, mi piacerebbe andarmene a Venezia, in gondola...

Lì comandava il Doge, una volta.

Lo sai come si chiama un Doge femmina?

Lo so, è una domanda difficile, a cui di certo non puoi rispondere.

E allora rispondo a me stessa: si chiama Dogaressa.

Ebbene, io sarò la Dogaressa di Venezia!».

«Come vuoi procedere?».

«Entreremo in società con Nahum.

Gli faremo un'offerta che non potrà rifiutare».

«Pare ci voglia ficcare il naso anche la Miskatonic University... potrebbero ottenere l'esproprio a danno di Nahum».

«Parlerai con il Rettore e gli garantirai una percentuale, se terrà buoni i suoi parrucconi.

Potranno venire qui come tutti gli altri curiosi, ma solo pagando il biglietto».

GIUGNO 1922

«Nahum è morto e io ho un tumore all'utero!

Quel vapore uccide!».

«Lasciamo perdere questa storia, Layla. È andata male.

Domani ti fai ricoverare al St. Mary».

«Il tuo piombo è rimasto in canna, Fred.

Ho sbagliato i miei calcoli, ma non mollo facilmente.

Non sono finita. Non farò la fine di Nahum».

«Certo che no, cara. Il St. Mary ti rimetterà a posto, vedrai».

È ancora convinta di salvarsi, quando entra in ospedale.

DICEMBRE 1922

«Non voglio crepare, Fred...».

Il tumore ha camminato, non le ha dato tregua.

Le hanno asportato l'utero, ma Layla presenta metastasi allo stomaco, al fegato, all'intestino e al pancreas.

La situazione si è fatta disperata.

Qualcuno sussurra la parola più terrorizzante: "giorni..."; che vuol dire "si tratta ormai di giorni", non più di mesi, né di settimane.

Layla Zikhoque è ormai irriconoscibile.

«Quel vapore malato mi ha distrutto...».

«Calma, non correre.

Sei seguita dalla Miskatonic.

Tu non rimarrai uccisa».

«No, Fred. Ho paura. Il tumore mi sta mangiando.

Potrei avere una crisi acuta e non riprendermi più».

«No, non è possibile, cara. Qui al St. Mary hanno la Terapia Intensiva e tante altre cose.

Tu non rimarrai uccisa».

«Il tumore va avanti, Fred. Non può tornare indietro. È solo questione di tempo; di poco tempo...

Il tumore al pancreas è micidiale. Sono arrivata alla fine, Fred».

«No, non ci credo. Non sei così grave.

Il boss mi chiede spesso di te. Sei una donna famosa e prestigiosa».

«Chiede perché ha capito che mi manca poco. La mia morte farà rumore.

Ci saranno centinaia di persone al St. Mary, quando sarò in fin di vita».

«Ti va di fare un giro in carrozzella?».

«Va bene, facciamogli vedere che mi sbatto ancora in giro...».

«Così mi piaci, cara...».

«Ormai mi vedo in Terapia Intensiva... sono molto preoccupata...».

 «Adesso, però, sorridi... non devono vederti troppo angosciata».

«Sì, hai ragione, in molti aspettano la mia fine. Ma io li farò soffrire.

Spesso, però, vedo anche l'Obitorio del St. Mary...».

«Tu là non ci finisci, Layla».

«E chi lo dice? Devo abituarmi all'idea, invece.

Ho finito di fare la stronza e di sbattermi in giro, Fred...».

«Questo è ancora da vedere, cara.

Intanto, sorridi, no?».

«Perché non ci sposiamo, Fred?

In genere, in questi casi, è la mossa della disperazione».

«Per me va bene».

«Rimarrai presto vedovo, però».

«Io non ne sono convinto.

Domani hai quella visita importante...».

«Sì, ma non ci spero molto.

Credo che il gioco sia andato un po' troppo avanti, Fred. Sono alle corde, ormai».

«Intanto, però, ti sei fatta vedere in giro.

Hai rassicurato i tuoi ammiratori».

«Credi che non sappiano?».

«Tu sei in cura, Layla. Ci può essere una svolta in qualunque momento».

«L'unica svolta possibile è quella verso l'Obitorio, lo sai bene, Fred.

Faremo bene a sposarci senza perdere tempo.

Voglio morire come tua moglie».

«E va bene. Ma così mi spaventi».

«Anche tu devi abituarti all'idea, caro.

Fai conto che un tommy-gun mi tolga di mezzo...».

«Prima che la situazione precipiti, saremo marito e moglie, Layla».

«Bene, ora l'hai capito.

Riportami a letto, perché sono fiacca.

Dopo l'annuncio capiranno che non ho più tempo».

«E invece tu andrai avanti, con la potenza del tuo fisico».

«Non lo so, vedremo...».

Per Layla Zikhoque, adesso, il potere è campare qualche giorno in più.

LA FIORAIA DI KINGSPORT

di Salvatore Conte (2024)

Kingsport, 1936

«Mi offri da bere, bell'uomo?».

Alza gli occhi e non ha dubbi.

«Certo... siedi...

Cosa ti faccio portare?».

«Un whisky, doppio...».

«Un doppio whisky e una birra, grazie».

«Io faccio la fioraia, e tu?».

«Io, l'impiegato del catasto, ad Arkham».

«Quindi sei di passaggio...».

«Il tempo di cercare notizie su mio fratello; è venuto da queste parti, ed è scomparso».

«Hai già preso alloggio?».

«Ancora no, la locanda è al completo».

«Perché non vieni da me?

Abito in centro, ti troverai bene, sono una donna sola...

Un po' spompata, ma non finita...».

«Lo vedo, lo vedo...».

«E allora...?», con voce morbida.

«Allora va bene... mi fa piacere, ti ringrazio».

«Domani ti farò visitare la città, con me non rimarrai deluso...».

«Lo penso anch'io».

«Ecco, questo è l'argine principale del Miskatonic.

Ma ci sono altri bracci che si addentrano nella città, creando un effetto romantico».

«Quanti anni hai?».

«63, ma portati bene».

«Io ne ho 25 di meno».

«E allora?».

«Mi spieghi come fai a essere così bona? Non sembri una donna che sta per diventare anziana...».

«Non mi sono mai accorta di diventare vecchia.

Piaccio sempre di più».

«Ci credo...

In questa piccola città ti conosceranno tutti...».

«Infatti...

Ma a me piace conoscere persone nuove e interessanti».

«Insomma su mio fratello non sai proprio dirmi niente?».

«No, te l'ho detto.

È normale che tuo fratello sia importante per te, ma sei sicuro che non sia un po' stronzo?».

«Perché dici questo?».

«Beh... è quello che ho sentito in giro. Kingsport è un piccolo centro.

Però non so dirti altro».

«Andiamo a bere qualcosa?».

«Verrai a trovarmi ad Arkham?».

«Raramente mi muovo da Kingsport. Questo è il mio mondo...

Rimani tu, qui. O torna a trovarmi».

«Una donna come te mi interessa molto...».

«Fermati da me, allora. Divideremo le spese. E andrai ad Arkham con il treno».

«Sono contento di averti incontrato, Layla.

Sono venuto qui per una ricerca dolorosa, ma ho scoperto il più bel fiore della costa...».

«Il più grosso, vorrai dire...

Mi sono gonfiata parecchio in questi ultimi anni».

«Hai la carne giusta, Layla, sei possente...».

«Se intendi grassa, hai ragione».

«Scherzi?».

«Modestamente sono ancora al top, lo so...

E non accenno a invecchiare...».

«Domani facciamo un giro?».

«Non posso muovermi troppo, ho il negozio da mandare avanti...».

«Ehi, Fred...

Non sei curioso di sapere che fine abbia fatto la tua amica?».

«Ma chi è lei?».

«Il problema non è chi sia io, ma chi è lei, appunto...

Vuoi sapere qualche parte di verità, o ti vanno bene le fregnacce che ti ha raccontato la pupa?».

«Ma insomma... che fregnacce? Non capisco...».

«È slang... mio caro impiegato del catasto.

Su andiamo... basta chiacchiere...

Una macchina ci aspetta fuori dal villaggio».

Il misterioso passante gli mostra la canna di una pistola; una Luger 1908, per la precisione.

«Si rivesta, avvocato.

Meglio per lei se sparisce, dimenticando tutto».

A lui piace farlo sulla spiaggia.

La zona è tranquilla, il tempo è grigio, l'acqua sporca; la teleferica della vecchia torbiera scarica in mare le scorie.

Oggi, però, la zona è meno tranquilla del solito.

Era meglio se andava in tribunale.

L'avvocato capisce subito l'antifona e non si mette a discutere.

Layla è una grossa mignotta, non c'era da fidarsi, ma non ha saputo resistere.

Prima di andare via, tira fuori qualche dollaro, ma lei protesta.

«Ehi! Voglio più soldi, hai capito? Io valgo tanto... sono ancora al top...».

«Non agitarti, Papessa, non serve...

Stavolta sarai pagata in un altro modo...».

«Ehi... che volete farmi...».

«Ammazzarti».

Il killer le mostra una Luger calibro 9.

Dalla parte della canna.

«No! Non potete farlo... sono la Papessa di Dagon!».

«Appunto...».

POW

«Come vedi, l'abbiamo fatto.

Ma è solo un anticipo...

E adesso corri, puttana... corri... cerca di salvarti!».

«La vedi quanto corre? Vuole salvarsi.

È quel punto bianco sulla spiaggia. Si porta addosso il camicione che ti piace tanto...

Vieni... andiamo a vedere da vicino».

L'ultrasessantenne incassa, si piega in due, ma rimane in piedi, e comincia a correre... scosciata e sbottonata...

Ha capito che si mette male, però vuole salvarsi.

Ha indosso soltanto il suo camicione bianco, da puttana di alto rango, allacciato al massiccio corpo da pochi bottoni all'altezza dello stomaco, e un paio di stivali neri richiesti dall'avvocato.

Pur barcollando, e quasi cadendo, si dirige verso la teleferica.

È una grossa struttura che movimenta carrelli stracolmi di detriti, provenienti da una cava sulle colline. Il giro di boa avviene intorno a un imponente pilone, affondato in acqua a 100 metri dalla riva.

In quel punto i carrelli si scaricano a mare, rendendolo grigio anche quando il cielo è blu; quindi ritornano vuoti alla cava, pronti a farsi un altro giro; in questo tratto sono carrelli di carico, mentre dopo aver superato la cava sono carrelli di scarico.

I tre sicari la seguono da una trentina di metri.

C'è anche Fred con loro. Li ha raggiunti insieme allo sconosciuto che lo ha agganciato.

Layla arranca.

Non può fuggire, non può chiedere aiuto.

La zona è deserta, specie in una giornata grigia come quella di oggi. Gli operai della cava sono troppo lontani.

La donna ha fatto qualche metro in salita, ai margini della spiaggia, cercando un'improbabile via di scampo, ma non ce la fa più; si abbandona stremata contro un pilone della teleferica, lo abbraccia come giunta a una sorta di traguardo, senza una coppa da alzare; i carrelli le passano vicino, pochi centimetri sopra la testa.

«Ma perché le fate questo?

Lasciatela stare!».

«Ma sentilo...

Adesso te lo spieghiamo perché, poi sarà il tuo turno...

Ma prima la pupa deve finire nel carrello di scarico... in bocca a Dagon...».

«NO!», urla disperata.

POW

POW

POW

POW

POW

POW

Altri sei colpi in rapida successione, al bersaglio grosso, per non lasciarle scampo. Un plotone di esecuzione formato da un solo uomo.

Sette colpi in totale.

«L'ultimo, in testa, è per te, ragazzo».

La Luger 1908, infatti, porta nel serbatoio otto colpi calibro 9.

Layla incassa, tarantolata, come in un accesso di isterismo, e dopo qualche attimo scivola di schiena lungo il pilone.

Finisce con il culo a terra, lo sguardo sbarrato, la camicia ridotta a una groviera sanguinolenta.

«Ora saprai tutto.

Aveva molti difetti, ma uno li superava tutti e le è stato fatale: non aveva giurato fedeltà al Fuhrer... e al Reich...!

Ha sventrato tuo fratello come un pesce lesso, lo ha sacrificato a Dagon, ignorando completamente il Fuhrer!

Adesso, però, che la Papessa è morta, avremo un nuovo Arcivescovo di Dagon che terrà sacrifici in onore del Reich.

E tu, stronzo... ti sei bevuto le fregnacce di questa mignotta...

Guardala...

Guarda la fine che ha fatto...».

Layla ha ancora qualche sussulto, la bocca impastata di sangue.

«Andrete su vagoni separati.

Avanti... caricala tu stesso!

E poi... sdraiati su quello successivo.

Non sentirai niente.

Sarà un attimo.

Tuo fratello, invece, ha sofferto, e molto, a causa di questo mignottone...».

Fred esegue. Non ha scelta.

Carica Layla sul primo carrello in arrivo. È la sua ultima fatica. Benché sia l'assassina di suo fratello, si eccita al contatto con il corpo grasso e caldo.

Poi si rassegna a seguirla, montando su quello successivo.

POW

Lo sparo giunge puntuale.

Però vede ancora Layla davanti a sé.

Perché lo sparo non è quello di una Luger calibro 9.

Il colpo viene da un fucile e ha ammazzato il sicario; la vittima sacrificale è al momento salva.

Il custode della cava ha sentito i colpi ed è venuto a vedere.

Un eccesso di sicurezza da parte dei sicari nazisti, cultisti di Dagon.

Gli altri tre si danno alla fuga, non possono competere contro un fucile, per i noti e ben ovvi motivi.

Ma non c'è tempo per il custode di tornare indietro e fermare la teleferica.

SPLASH

Prima Layla.

SPLASH

E poi Fred.

Un bel tuffo a mare, insieme a tanta torba di scarto.

L'uomo si guarda intorno e avvista la donna.

Va alla deriva a pancia in su, fa il morto a galla molto bene.

Si domanda cosa fare, nuotando già nella sua direzione.

La trascina a riva, con l'aiuto delle onde; non capisce se sia cadavere o meno.

«Ma questa è Layla!», esclama il custode, giunto a riva.

La donna ha la bocca spalancata come quella di un pesce spiaggiato, gli occhi ghiacciati, l'espressione intorbidita.

«Come l'hanno ridotta?!»

«Le hanno sparato addosso per ucciderla», spiega Fred, come se il custode non avesse gli occhi. «Ma forse... è ancora viva?».

Un rantolo.

«Sì, è ancora viva, ma non credo per molto.

Sta arrivando una barca, dobbiamo raggiungere in fretta l'ospedale».

«Fred... ohh... ora sai tutto... uhh... perdonami...».

«Hai pagato abbastanza, Layla... cerca di salvarti...».

«Voglio... ohh... voglio vivere con te... fate presto... uhh...».

Layla è attaccata alla bombola dell'ossigeno, la mano in quella di Fred.

L'hanno imbottita di whisky, ma c'è preoccupazione a bordo.

Faranno salire il medico sulla barca, non rischieranno di portarla a terra.

Una folla si raccoglie sul molo di Kingsport.

La voce corre in un attimo.

Layla, è in fin di vita, forse già morta mentre tutti ne parlano.

«È ancora viva, calma!», esclama il capitano del peschereccio.

«Largo! Fate largo al medico!».

Dal vicino ospedale arrivano sacchette di plasma e vari medicinali.

L'ambulanza aspetta la donna sul molo.

«Finalmente la portano via!».

«Fate largo! Layla ha fretta!».

«Layla parte per l'ospedale!».

Ci vuole tempo prima che una barella, circondata da ali di folla, la trasporti sul veicolo.

Sono stati minuti di panico e notizie contrastanti.

Si è temuto il peggio, che Layla morisse sulla barca.

Si dice che la tragedia sia rinviata di poco, c'è tanta preoccupazione in città.

Ma almeno in ospedale c'è la terapia intensiva.

C'è tanta preoccupazione.

Per la fioraia, ma soprattutto per la Papessa.

ALLA RICERCA DELL’OSCURO KADATH

di Salvatore Conte (2024)

Quando la vedeva, veniva sopraffatto dalla pienezza e dall’ansia di un ricordo quasi svanito, dal dolore di cose perdute, e dal bisogno ossessionante di ricordare di nuovo quello che una volta doveva essere stato estremamente importante per lui, anche se non sapeva dire in quale remota epoca o incarnazione.

Di problemi ne aveva già abbastanza, ma da quando ha scoperto che un tumore aggressivo le sta bucando le budella, è rimasta sconvolta al punto da non riuscire più a fare niente.
Anna Frezzante è una grossa stronza con 50 anni addosso e modi e faccia da Rita Hayworth di periferia; attira su di sé l'attenzione di un vasto pubblico, ma i bottoni del camicione rimangono chiusi quasi per tutti, provocando la frustrazione di chi rimane spettatore.
D'altronde, nel 1948 nessuno si aspettava di incontrare Rita Hayworth nei corridoi del cinema; però quando si vede la carne - e non un'immagine proiettata sullo schermo - le aspettative cambiano; anche se poi, in fondo, si tratta della stessa esperienza; ma questo lo sanno in pochi.
Adesso, però, la signora è costretta a uscire allo scoperto: ha bisogno di alleati per affrontare la malattia, di sicuro non vuole crepare come una stronza, né per un proiettile di rimbalzo, né per un tumoraccio.
I bottoni potrebbero allentarsi più del solito; ma in ogni caso non potrà mai accontentare tutti: ecco perché hanno inventato il cinema; per accontentare, lusingare o illudere - come preferite - non una, non due, non dieci, non centomila, ma miliardi di persone.
Chi non ha mai visto la Signora di Shangai? Nessuno.
Chi l'ha vista? Al traguardo del centenario, nel 2048, l'avranno vista almeno quindici miliardi di persone.
In più, rispetto alla Frezzante, né l'età, né un tumore potranno scalfire quell'immagine.

Quando si svegliò per la terza volta su quella scalinata che non aveva ancora disceso con Anna e su quelle strade immerse nel tramonto non ancora attraversate con Anna, pregò a lungo e con fervore gli dei del Sogno che meditano nascosti dalle nuvole sullo sconosciuto monte Kadath, nel gelido deserto in cui nessun uomo osa avventurarsi.
Ma gli dei non risposero, non mostrarono alcuna pietà, né espressero alcun segno favorevole quando li pregò in sogno e li invocò con suppliche attraverso i barbuti sacerdoti Nasht e Kaman-Thah, il cui tempio oscuro come una caverna sorge non lontano dai Portali del mondo diurno, con al centro una colonna di fiamme.

Al contrario, parve che le sue preghiere ottenessero tuttaltro effetto perché, dopo aver formulato la prima, non gli fu più concesso di contemplare quella meravigliosa donna e la città degna di lei, come se le tre occhiate che le aveva lanciato fossero state solo degli incidenti o delle sviste che non rientravano nei piani o nei desideri degli dei.
Alla fine, stanco di sognare quelle zinne sbottonate che risplendevano nel tramonto, non riuscendo a dormire né a risvegliarsi per liberare la mente da loro, Carter decise di entrare coraggiosamente dove nessun uomo era mai stato prima, e sfidò le tenebre del Gelido Deserto, dove lo Sconosciuto Kadath, coperto dalle nuvole e incoronato di stelle ignote, custodisce in segreto, avvolgendolo nella notte, il Castello d’Onice dei Grandi Antichi.

La Frezzante è disposta a ricontattare un certo Sal Barone, a suo tempo scartato, perché per lei si farebbe in quattro, ma è lui stesso ad anticiparla…
«Ho saputo che non te la passi tanto bene, Anna…», con un certo rancore.
«Non sei carino, Sal… la vecchia Anna ha bisogno di cure…».
«Che posso fare per te?», tornando galante.
«Ho bisogno di qualcuno che mi stia appresso.
Ho fatto un po’ la stronza, Sal, però…».
«Va bene, va bene, acqua passata».
Riagganciato.

«Perché hai voluto incontrarmi qui?», gli chiede. «Non ho ancora intenzione di buttarmi».
«Te lo spiego dentro.

Non fare sempre la difficile...».
Dal Ponte di Ariccia si spostano all’interno di Parco Chigi.
C’è tanta gente a passeggio.
«Allora? Che ha di speciale questo posto?
Io sto crepando, e tu mi porti per fratte?».
«Hai chiesto il mio aiuto, o no? Fidati…
Ci vediamo con un tale».
Anna e Sal attraversano l’antico portale del parco.
«Siamo arrivati.

Ci aspetta lì dentro…».

«Dentro quel buco?».
Anna è indecisa, quell’antro incute soggezione.
«Avanti, non fare la stronza…».
«Cos’è questo ronzio?
E quella luce…?
Che succede là dentro?».
«Lo scopriremo presto».

Dall’antro esce una coppia, lui è un tipo ambiguo, barbuto, lei una con la carne giusta e la faccia da zoccolona.

Le presentazioni e qualche sguardo d’intesa.

«Non è che facevi la vigilessa, Layla?».

«No, perché?».

Si cammina.
«Se sei stanca, torniamo indietro, Anna».

«Non sono stanca».
«Scusi… sa indicarmi l’uscita?», un tizio chiede informazioni a Sal.
«Di là, deve passare sotto l’arco quadrato».
«Anch’io ricordavo questo, ma l’arco non riesco a trovarlo, e ci sono altre persone che non trovano l’uscita».
«Strano… quante persone saranno?».
«Quattro o cinque…».
«Siamo un bel gruppo, allora».
«Mi scusi… non ho capito…».
«Niente, niente… se ci fossimo persi da soli, sarebbe stato peggio, no?».
«Ma come si fa a perdersi a due passi dal centro di Ariccia?
Il palazzo è talmente grande che basterà vederlo per orientarsi…».
«Certo, certo, ma lei riesce a vederlo Palazzo Chigi?», Sal non si sforza nemmeno di provarci.
«Da qui non si vede, ma se ci spostiamo un po’, lo vedremo sicuramente».
«Mia moglie è stanca, lei faccia un tentativo, io l’aspetterò qui.
Però… attenzione… non si allontani troppo, e se possibile raduni anche gli altri…».
Tempo dieci minuti e il tizio ritorna con cinque persone.
«Niente… il palazzo non si vede da nessuna parte…».
«A questo punto chiamiamo il 112: ci prenderanno in giro, ma almeno usciremo da qui».
«Ha ragione… però sul mio cellulare non c’è segnale».
«Volete farmi credere che nessuno ha il segnale?», domanda Sal, giocando sul velluto.
«Scommetto che tu sai quello che sta accadendo…», gli sussurra Anna.

«Ascoltate, signori: tra non molto sarà buio, qualcuno verrà a cercarci; ma nel frattempo dobbiamo rimanere calmi e uniti.
Il bosco intorno a noi potrebbe diventare pericoloso, se non rimaniamo in gruppo.
Il mio amico Frank ha esperienza di escursioni: propongo di affidarci a lui».
Frank è il compagno della zoccolona.

«Finalmente!

È mai possibile che due persone adulte si perdano in un Parco così piccolo?

Le uscite sono contabilizzate e ne mancavano appunto due».

Sal Barone rimane basito.

La donna in uniforme che sta parlando è la copia esatta di Anna.

Dai gradi sulla spallina, corrispondenti a quelli di Maggiore, dev'essere il Comandante dei Vigili di Ariccia.

«Sono il Maggiore Anna Frezzante, Comandante della Polizia Municipale di Ariccia», è lei stessa che conferma tutto, rivolgendosi a Frank.

«Come due? Noi siamo dieci...», replica Barone.

«E tu che ci fai qui?

Non avevi detto che eri al lavoro?».

«Ma io...».

«Dai, dopo mi spieghi. Il custode sta aspettando noi per chiudere e inserire gli allarmi.

«Ti senti bene, Anna?».

«Certo, perché me lo chiedi?».

«Nessun fastidio, nessun problema?».

«Sei scemo, o cosa?».

«Oh! Il Ponte! È cascato! Ferma le macchine!».

«Il Ponte...? Sono dieci anni che è stato demolito, era orrendo.

«Ah... un lapsus, scusa.

Senti, Anna... ma io e te... non è che...».

«Cosa?».

E intanto la Frezzante lo fa salire in macchina.

«Mi dai uno strappo?».

«Stasera sei scemo».

«Tanto penso che Frank abbia la sua macchina...

Vedo che la prendi larga... forse il traffico... d'altronde se non lo sai tu...».

«Poi mi dici se ti è cascato un ramo in testa, nel Parco».

La Frezzante guida la macchina.

Sale per Monte Cavo. È una strada buia, completamente oscura.

«Questa è una bella zona, peccato per quelle mostruose antenne».

«È vero, sembra ancora impossibile che siamo riusciti ad abbatterle».

«Bella questa villetta in legno.

Immagino che da qui si veda bene Rocca di Papa e tutta Roma».

«È il posto che fa per noi, Sal.

Sopra a tutto.

Vicino a niente».

AD ALTO RISCHIO

DI ESTINZIONE

di Salvatore Conte (2024)

Da quando il tumore le ha scavato l’intestino, la specie di Pamela Shoop è ad alto rischio di estinzione, essendo lei uno degli ultimi esemplari rimasti.

È arrivata allo Stadio 4 con sintomi contenuti, ma tante crisi di panico.

«Non sono finita», ripete all'infinito la gran signora, in questi brutti momenti, specchiandosi a figura intera con il camicione sbottonato fino allo stomaco, godendo di sé stessa e sperando che la sua possanza sia in grado di salvarla.

Tecnicamente risulta ancora in cura, ma con le sue metastasi - al fegato e allo stomaco - si può fare davvero poco.

Lei ringrazia Dio che non sia ancora arrivato al pancreas e tira avanti, senza perdersi nessuna terapia, con la paura addosso di crollare da un giorno all'altro.

Passa il tempo sui propri referti, senza capirci molto, e guardando le statistiche di sopravvivenza, senza crederci molto.

Bona com'è, i medici fanno di tutto per accontentarla, ma non possono nasconderle la realtà.

Pamela tiene tutti con il fiato sospeso.

Sono decine le persone che vanno a trovarla, diverse delle quali importanti e molto interessate.

Pamela non si aspettava di avere tanto seguito.

Il suo pensiero fisso è capire quanto tempo le rimanga davvero.

Malgrado tutto, i sintomi non sono intollerabili, il suo fisico solido e possente riesce ancora ad adattarsi.

Pamela è incredula di essere viva, se ripensa al contenuto dei suoi referti.

È ancora in grado di fare una vita quasi normale, e questo la lusinga molto.

«A me non è sembrata al Quarto Stadio».

«Che t'aspettavi? Che le uscissero i vermi dalle orecchie?».

«Voglio dire che è ancora in gran forma...».

«Se intendi "bona", non c'è dubbio.

Ma è depressa, quasi intontita, non hai visto?».

«Devono essere i sedativi che prende.

Nel complesso, però, pensavo stesse peggio».

«Il tumore è una malattia nascosta, non un morbillo con macchie rosse sul volto; neanche i medici sanno con esattezza cosa succeda nelle budella di Pamela...».

I due amici si scambiano le loro opinioni, dopo una visita di cortesia alla malata.

«Ma in sostanza quanto tempo le rimane?».

«Non si sa».

«Lei ci crede ancora?».

«Non penso.

Pamela dice una cosa giusta: se si fanno calcoli, si rischia di finire male.

Lei vive alla giornata».

«Non salta una terapia, però».

«Questo è un altro discorso: Pamela ha una paura fottuta di morire, cerca di guadagnare tempo e di non crepare per una stupida complicazione».

«Martedì, per andare in ospedale, si fa accompagnare da noi: è la svolta che aspettavamo?».

«Penso proprio di sì: la nostra strategia sta funzionando.

Gli altri attaccano troppo frontalmente, noi invece non la mettiamo in imbarazzo; però dobbiamo stare attenti a non perdere la sua fiducia, okay?».

«Okay...

E chi la molla a quella...».

«Anche con la pancia piena di merda...?».

«Le zinne e la faccia da troia sono sempre quelle...».

«È incredibile l'impegno che ci mette: vorrebbe stupire tutti e salvarsi, ma non ci riesce, anzi la salvezza è sempre più un miraggio».

«È già molto che non sia ricoverata in terapia intensiva... la povera Pamela...».

«Infatti... però sta per cascarci dentro.

Non sarà un'esperienza piacevole, né per lei, né per i tanti che aspetteranno notizie col fiato sospeso, temendo ogni minuto il peggio...».

«Al momento, però, non ci sono sintomi troppo preoccupanti.

La vecchia sa gestirsi molto bene».

«È solida e vuole vivere, le proverà tutte fino alla fine.

Fa controlli in continuazione, il quadro attuale è stabile.

La Shoop ce la giochiamo se arriva al pancreas o alle ovaie».

«La signora andrebbe su tutte le furie...

Parliamoci chiaro: è convinta di salvarsi, le hanno promesso una radioterapia mirata sulle masse tumorali più pericolose; per fortuna ci dice tutto».

«È seguita molto bene, a nessuno piacerebbe vederla in rianimazione, o all'obitorio...

Pamela è convinta di poter trovare il bandolo della matassa. Rimarrà delusa quando la situazione le sfuggirà di mano. E avrà molto paura.

Non credo a questa storia della radioterapia mirata: l'hanno solo lusingata.

Il cancro se la sta mangiando, e presto dovrà ricoverarsi con tutta l'urgenza del caso, se non vuole soccombere».

«Comunque ne sappiamo più noi che i figli: quelli credono che il tumore sia ancora alla fase iniziale...».

«Per la madre non c'è più niente da fare e quelli pensano a viaggiare...».

DRIN... DRIN...

«Zitto, è Pamela...».

«Allora?».

«Ci vuole da lei. Subito».

«Non si sente bene?».

«Ha paura. Non riesce a dormire.

Pensa al futuro...

Dentro di sé ha capito la fine che le tocca...

Ma non vuole accettarla, e non vuole parlarne con i figli».

«E secondo te quelli non hanno capito che la madre è moribonda?».

«Capito, o no, se ne accorgeranno presto».

«Andiamo a consolare la signora...».

«Ovviamente le diciamo che è tutto sotto controllo...

I malati terminali devono capire un po' alla volta che non c'è più niente da fare».

«Per lei sarà dura...».

«Per lei e per tutti i suoi spasimanti: vedendola ancora reattiva e impegnata, nessuno ha capito come non solo Pamela, ma l'intera specie si trovi ad alto rischio di estinzione».

«Mi ricorda un gioco...

Se lo ritrovo, ci giochiamo con la signora in via di estinzione...

A me, però, sembra ancora impossibile che Pamela Shoop rimanga uccisa...

Sono convinto che anche in coma continuerà a provarci!».

«E sul passato oscuro della Shoop, che mi dici?».

«Di quei viaggetti, per combinare grosse zozzate...?

Ieri sera, in effetti, ha ammesso più di qualcosa...

Del resto, l'aria da stronza ce l'ha...».

«E se qualcuno gliel'avesse promessa?».

«Beh, allora le farebbe solo un piacere... viste le sue condizioni».

«Veramente lei è ancora convinta di trovare una via di scampo; magari di prendere il volo e raggiungere una clinica di lusso...».

«Sì, come no... il lusso non la salva di sicuro».

«Il killer ha infierito con numerose pallottole, forse perché la vittima non sembrava ancora stroncata.

A un certo punto la donna non è più riuscita ad assorbire i colpi, e allora il killer si è fermato. Non c'era più gusto. Il lavoro sembrava finito.

Penso sia andata così: se riprende conoscenza, ce lo dirà lei.

A voi ha raccontato qualcosa dei suoi trascorsi a Las Vegas?».

«No, Ispettore. Assolutamente niente».

«Va bene, per il momento può bastare.

Ma... non lasciate la città».

«Certo... noi da qui non ci muoviamo».

«È lo stesso Ispettore che veniva a trovarla: devono conoscersi, forse a causa di precedenti inchieste».

«Sì, la incoraggiava a fare tutte le visite e le terapie».

«Ma nel frattempo qualcuno l'ha imbottita di piombo sotto il suo naso: mica tanto sveglio l'Ispettore Callaghan...».

«Almeno, però, dovendola aprire, l'hanno ripulita...».

«Se esce dalla Rianimazione, la trasferiscono in Oncologia per un nuovo ciclo di terapie: forse non tutti i mali vengono per nuocere...».

«Ragazzi... sto perdendo la speranza...

Ho visto come mi guardano tutti.

Faccio la fine della puttana... l'ho capito...».

«Le cure proseguono, Donna Shoop.

I malati terminali, ammessi alle sole cure palliative, si trovano in un altro reparto: si chiama Degenza Indefinita.

Voi ricevete le terapie urgenti del reparto di Oncologia, siete in partita; anche perché questi medici non fanno sconti: devono far quadrare i conti e se un malato non risponde, lo spostano in quattro e quattr'otto».

«Non lo so... ho paura.

Se va avanti ancora, sono finita.

La metastasi alle ovaie è micidiale. Mi condanna...

Ho tanta paura...

Aspetti-aspetti... speri... in qualche miglioramento... ma il tempo passa... e poi ti dicono che è finita».

«Donna Shoop, se avete superato le pallottole, supererete anche le metastasi; le ovaie si possono togliere».

«La fate facile voi...».

«Dunque un grosso collezionista, che lei chiama sponsor, l'ha presa in carico».

«Era impossibile che qualcuno non la notasse, prima o poi.

Però non ci ha fatto fuori».

«Beh... no, di noi si fida».

«La vuole portare in Egitto per tentare un rito di guarigione e salvezza».

«È un famoso occultista, ha classe, non sfigura accanto a Pamela».

«Naturalmente un'esperta infermiera, con tutte le attrezzature necessarie, farà parte della spedizione».

«Logico, Pamela può avere problemi in qualunque momento.

E questo Biederbeck non ha certo problemi di soldi.

Per tutti gli altri, la Shoop andrà all'estero a tentare le ultime disperate cure».

«Povera Pamela... solo il Faraone può salvarla, ormai...».

«Sì, il più grande collezionista di tutti i tempi!».

LA BESTIA DI BERING

di Salvatore Conte (2024)

«Credo di avere un'idea migliore: ci penso io ad ammorbidire la puttanella...», Pamela Shoop esce allo scoperto e fa la sua proposta a mister Thorne.

«E perché dovrei andarmene in pensione?».

«Capitano Hunter, per me può anche restare su questa bagnarola, purché tenga a bada i suoi figlioletti...».

La Shoop si è presentata sulla Black Drum come la lurida bagascia che è: camicione sbottonato fino allo stomaco e faccia da stronza.

«Mister Thorne vuole cominciare subito, le chiacchiere sui Vampiri del Mare non ci interessano.

Ci spaventano molto di più i cercatori d'oro abusivi, ed è per questo che non possiamo perdere tempo...».

Glenn Hunter, il capitano del dragatore Black Drum, nonché padre di Donna e Joe, non cede ai ricatti e tenta il colpo con un'immersione notturna.

Però gli va storta, uno squalo molto aggressivo lo attacca e gli leva la pelle.

Malgrado il grave lutto che colpisce i due ragazzi, la Shoop, sbottonata e aggressiva come sempre,  si preoccupa solo di mandare avanti il gioco di Travis Thorne, uno squallido trafficante che tiene per le palle il figlio di Hunter.

L'accordo è fatto: il dragatore dei fratelli Hunter è pronto a prendere il mare; Joe è il capitano.

Il resto dell'equipaggio è composto dal veterano Jonas Papajohn, dalla recluta Owen Powers, e dalla potente e famosa Pamela Shoop, in qualità di osservatrice.

La sua presenza a bordo viene segnalata alla Capitaneria di Porto, come si fa con le personalità e le autorità di un certo rango.

Tuttavia, il vero osservatore sembra Jonas, che non riesce proprio a staccarsi da quelle zinne sbottonate.

Mister Thorne sarà aggiornato via radio dalla donna, e se del caso, verrà a controllare di persona i risultati del lavoro.

La Black Drum ha un'autonomia pressoché illimitata: a parte le abbondanti scorte di viveri e carburante, produce energia dai pannelli solari montati sul tetto del cabinato, dispone di un impianto di desalinizzazione dell'acqua e di valide attrezzature per operare qualunque riparazione si renda necessaria.

Il lavoro procede bene, l'oro c'è, il suo luccichio si riflette negli occhi avidi di Pamela. La donna mente al suo principale sulle quantità estratte, non ha intenzione di dividere con nessuno.

Nella zona, però, continuano i misteriosi avvistamenti di grossi volatili scuri come la notte e gli inconsueti attacchi da parte di squali assassini.

La Capitaneria di Porto aggiorna i natanti sulla situazione e invita alla prudenza.

«Ascolta, Pamela... anch'io li ho visti... ho visto la Bestia di Bering.

Su di loro si racconta una leggenda. Li chiamano i Vampiri del Mare. Abitano in fondo all'oceano, negli abissi; e non si fanno vedere per lunghi periodi di tempo; ma quando qualcosa li disturba, allora vengono allo scoperto e attaccano; forse sono state proprio le nostre ricerche, gli esplosivi di profondità che abbiamo usato a disturbarli...

Sono dei grossi pipistrelli, o dei pinguini assassini, e si dice che abbiano una lunga coda che termina con un rostro, come quello di un arpione... ti sfondano la pancia e ci depositano un uovo; poco importa se muori subito o no, tempo poche ore e l'uovo si dischiude, liberando un piccolo mostro che ti divora le budella... uccidono e si riproducono nello stesso momento... forse è per questo che di tanto in tanto escono allo scoperto... per riprodursi; in questo caso, non saremmo noi i responsabili».

«Joe... non dirmi che credi davvero a queste sciocchezze...!

Sei grande, ormai. Dimostramelo...».

La Shoop si sta lavorando Joe Hunter, in modo da dividere i due fratelli.

D'altra parte, Donna se la intende con Owen.

Al momento rimane fuori Jonas, ma Pamela lancia qualche bocconcino pure a lui, tanto per avere la maggioranza sulla barca.

«Avremmo bisogno di una scorta, e tu in particolare. La tua pancia è particolarmente invitante. Non voglio che tu rimanga uccisa. Sei molto bella...».

«Non succederà. So badare a me stessa.

Per precauzione faremo distribuire degli arpioni a tutto l'equipaggio; tu avrai in dotazione anche la pistola lanciarazzi: se occorre, mi proteggerai.

Però ascoltami, Joe... questo tratto di mare è una vera miniera d'oro...

Domani metteremo in acqua la lancia e andremo a depositarlo in banca; lungo il percorso nasconderemo la metà dell'oro su un isolotto qua vicino... conosco la zona; quella sarà la nostra riserva personale, non dovrai parlarne con nessuno, nemmeno con tua sorella...

Allora? Giuralo...».

«Te lo giuro, Pamela. Sarà il nostro segreto».

«Bene, adesso infilami il tuo arpione nelle budella...».

E gli ride in faccia, come la grossa mignottona che è.

«Pamela è rimasta ferita, è grave!», strilla a squarciagola Joe Hunter, dalla lancia.

La donna è stata arpionata da una Bestia di Bering, dopo che i due avevano nascosto l'oro sottratto all'azienda.

È spuntata fuori all'improvviso e l'ha colpita.

Dopo qualche attimo di panico, Joe ha risposto con il lanciarazzi e ha messo in fuga la bestia.

La Shoop sta perdendo molto sangue, ma il peggio deve ancora venire, ormai ha capito cosa l'aspetti.

«Non possiamo provare a estrarre l'uovo?», suggerisce Owen.

«No, così la uccidiamo...», risponde Jonas.

«Facciamo venire un elicottero! Subito!», strilla ansioso Joe.

«La Capitaneria non risponde!», replica poco dopo la sorella.

«Uccidetelo... presto...!», urla impazzita Pamela, che vede un feto mostruoso rosicchiarle avidamente le budella.

SZOCK

Con una secca coltellata, Jonas affonda il colpo sul nascituro, come su una mela nel cesto della frutta.

L'orrenda prole è eliminata, ma Pamela è dilaniata...

«Ho paura... ho paura...», sussurra disperata.

Joe le tiene la mano, ma c'è poco da fare.

«Aiutami... Jonas... uccidilo...».

Lentamente gli occhi di Pamela si fissano sul tetto della cabina.

«Penso sia morta...», l'epitaffio di Owen.

«No... il cuore batte... molto debolmente...», lo smentisce Donna, molto lucida, che le ha sentito il polso. «Andate a prendere la bombola da sub.

Presto!».

Pamela è praticamente in terapia intensiva.

Impacchi di ghiaccio sulle budella dilaniate per rallentare l'emorragia, l'ossigeno in faccia, le gambe alzate per mandarle sangue al cuore.

Anche se è una stronza, e lo sanno tutti, è comunque una bella donna, una donna di classe.

Nel cofano d'emergenza della Black Drum, ci sono anche delle sacche di plasma e delle flebo.

La Shoop riprende conoscenza, ma è stordita, gli occhi vagano sul soffitto della nave.

«State attenti... sono qui intorno...».

Pamela non si sbaglia, l'attacco è massiccio ed improvviso.

Sono almeno una dozzina.

Sbattono contro la porta e le vetrate.

Cercano di entrare.

L'equipaggio imbraccia gli arpioni.

SBAM

La porta ha ceduto!

«Fermi...», sussurra Pamela, con voce flebile. «È qui per me...».

Il Vampiro del Mare avanza verso la donna.

La coda vibra minacciosa nell'aria, pronta a colpire.

SZOCK

Con uno sforzo quasi sovrumano, Pamela gli ha piantato l'arpione in corpo, prima che il Vampiro facesse altrettanto, troppo sicuro di avere davanti a sé una preda abbattuta e rassegnata.

La Bestia di Bering non gli ha lasciato scampo.

E gli altri si involano.

BLUE JERSEY, CUORE NERO

di Super Grok e Salvatore Conte (2026)

Si chiamava Ethan Harrington, ventisei anni appena compiuti, ultimo rampollo di una dinastia che aveva fatto fortuna con i semiconduttori negli anni '80, e poi diversificato in varie attività.

Alto, capelli castani classici, indossava quasi sempre un trench nero, come se fosse una seconda pelle: sobrio, costoso, leggermente fuori moda; il genere di capo che urla "non ho bisogno di dimostrare niente", mentre dimostra tutto.

Accanto a lui, appoggiata con troppa confidenza al suo braccio, c'era lei: Marisa "Mari" Rinaldi, quarantanove anni dichiarati, cinquantatre probabili, milanese trapiantata a Los Angeles da ventanni.

Moglie di un produttore di serie TV che l'aveva mollata per una influencer, tirava avanti con gli alimenti, spennando polli lungo la strada.

Il fisico era ancora notevole, ma tenuto insieme con la colla.

La maglietta del Chelsea – sbottonata aggressivamente per esporre il pezzo forte della casa – non era una scelta casuale: l'aveva comprata perché i Blues avevano conquistato il titolo di campioni del mondo nella finale giocata a New York; e Mari la indossava come se il trofeo le appartenesse, pur se in una differente categoria: quella delle super fiche; perché questo si considerava.
Si erano conosciuti sei mesi prima a una mostra di arte contemporanea a Beverly Hills. Due chiacchiere imbastite ad arte, un drink, un invito a casa sua, sulle colline di Hollywood. Da lì era stato facile: Ethan era estasiato dalle sue forme gonfie, la bellezza matura ed esotica, i suoi modi da vecchia diva che lottava per rimanere sulla breccia; e Mari aveva un talento innato per fiutare i portafogli gonfi e le insicurezze profonde.
Ora vivevano una routine dorata. Lei spendeva, lui pagava, zitto, contento.

E le rivolgeva la sua domanda ossessiva: «Mi spieghi come ha fatto tuo marito a lasciarti?».

Lei, che era stronza, ma assolutamente intelligente, gli rispondeva questo: «Sai, Ethan, me lo sono chiesto anch'io. Le spiegazioni degli altri non mi hanno mai convinto. Poi a una festa ho incontrato un tale che me l'ha spiegato in due secondi, guardandomi mezza volta. Era un ingegnere informatico. "Algoritmi", mi disse. Lo guardai perplessa, allora lui illustrò il concetto: "Nessun uomo potrebbe concepire per un solo istante l'idea di lasciarla, signora; dunque non parliamo di uomini"; non aggiunse altro, ma credo si richiamasse alle teorie della Matrix, secondo cui la maggior parte degli individui sarebbero computer antropomorfi altamente realistici, privi di anima e capacità di valutazione; un po' come nel film "Westworld"; peccato fosse calvo e con occhiali spessi mezzo pollice, altrimenti...».

Marisa gli mentiva, come faceva spesso; perché l'ingegnere era un bell'uomo, ma a stipendio fisso. Il resto, però, era vero.

I genitori di Ethan, dal canto loro, avevano smesso di fingere cortesia.

La madre, Patricia Harrington, lo chiamava tre volte a settimana: «Quella donna ha trentanni più di te, Ethan. È una sanguisuga. Ti sta prosciugando». Il padre, Richard – l'uomo che aveva costruito l'impero con le sue mani e zero scrupoli – era più diretto. Durante una cena di famiglia, mentre Mari era in bagno a ritoccarsi il rossetto, aveva guardato il figlio negli occhi e aveva detto, calmo: «Se non la molli entro la fine del mese, faccio in modo che sparisca. Una rapina finita male, un'overdose, un pazzo; robe che succedono tutti i giorni a Los Angeles. Nessuno farà troppe domande per una straniera con troppi vizi e un passato oscuro».
Ethan aveva riso, nervoso. Pensava fosse una minaccia da film.

Ma conosceva suo padre: quando Richard Harrington diceva "faccio in modo", di solito significava che aveva il numero di telefono giusto già salvato in rubrica.
Quella sera, Ethan la guardava mentre lei si toglieva gli stivali neri. Il telefono vibrò: messaggio dal padre.
«Hai tempo fino a fine mese. Dopo, decido io».
Ethan spense lo schermo. Mari si avvicinò, gli mise le braccia al collo: «Amore, domani andiamo da Cartier? Ho visto un bracciale che sarebbe perfetto per me…».
Lui sorrise, ma dentro di sé sentiva lo scatto di una sicura che veniva esclusa.

Erano le due di notte, le luci di Hollywood Hills tremolavano oltre la vetrata come lucciole morenti. Ethan era seduto sul bordo del letto king-size, camicia sbottonata, telefono in mano ma schermo spento, non voleva rileggere l'ultimo messaggio del padre.

Mancavano undici giorni.
Mari era in piedi davanti allo specchio a figura intera, ancora con quella maledetta maglia del Chelsea aperta sul davanti, jeans attillati e stivali buttati in un angolo. Si stava togliendo il trucco con un dischetto imbevuto, movimenti lenti, quasi teatrali. Lo guardava di riflesso.
«Sai, amore», iniziò con quella voce roca da mignottone, «io non sono una santa. Lo sai, no?».
Ethan alzò gli occhi. «Lo so».
Lei rise piano, una risata che finiva in tosse. Buttò il dischetto nel cestino. «Stronza patentata, ecco cosa sono. Da sempre. Ma non solo per i soldi, eh. Quelli aiutano, certo. Però c'è di più». Si voltò, si avvicinò, si sedette sul letto accanto a lui, ginocchia che sfioravano le sue. «Alcol, per esempio. Cominciai a sedici anni, con lo spumante rubato dal frigo di mia madre. Poi è diventato vodka, poi tequila, poi robe che non si nominano nei party eleganti. E la coca... beh, quella è arrivata dopo il divorzio dal produttore».
Lui la fissava. Voleva interromperla, ma non riusciva. C'era qualcosa di nuovo nella sua voce: non la solita recita da femme fatale, ma una crepa vera.
«Ho provato a smettere», continuò lei. «Qualche volta ci riesco. Quando sto bene. Con te sto bene. Mi fai sentire viva, Ethan. Giovane. Desiderata. Non è solo per i soldi. È per questo». Gli prese una mano, la posò sul suo petto, sopra il leone blu. «L'età? È un numero. Io ti do esperienza, potenza, zero rimorsi. Tu mi dai... te, Ethan. C'è amore nei tuoi occhi. Non sono una puttana per te. Sì, ti piace mostrarmi agli amici, ma ci tieni a me, sei geloso di me. E non credo che le cose cambieranno col tempo.

Non hai degli algoritmi in testa, no?».
Ethan si riprese la mano, per pensare più liberamente.

E pensò. Mio padre non la vede così. Per lui sei un investimento fallito, un rischio da eliminare. Undici giorni.

Ma disse solo: «Mari, io...».
«Shh...». Lei gli mise un dito sulle labbra. «Non dire niente stasera. Solo pensaci. Io posso cambiare. Per te. Reset vero. Niente più bugie. Rimaniamo insieme, e ti giuro che divento la versione migliore di me stessa. La stronza con il cuore».
Lui annuì, ma era un riflesso. Dentro, il countdown ticchettava più forte. Si alzò, prese il telefono dalla tasca. «Vado a fumare una sigaretta sul balcone».
Fuori, l'aria era fresca. Compose il numero di Jake, ex Marine, amico dai tempi del college, ora contractor privato, uno che "risolveva problemi" senza fare troppe domande. Squillò due volte.
«Ethan, fratello. È tardi. Tutto okay?».
«No. Non proprio». Ethan inspirò profondo. «Ho bisogno di parlarti. Di una cosa... delicata. Domani? In persona».
Dall'altro display, una pausa. Poi: «Capito. Dove e quando?».
Ethan guardò attraverso la vetrata: Mari si era sdraiata sul letto, maglia ancora addosso, occhi chiusi come se dormisse già. Sembrava vulnerabile. Sembrava umana.
«Domani pomeriggio. Al solito posto a Venice».
Riattaccò. Il vento portava via il fumo della sigaretta.

Pensò alla maglia blu, al cuore nero di Marisa, all'arrogante PSG sconfitto dal giovane, inesperto Chelsea.

Ethan arrivò con venti minuti di anticipo.

Il “solito posto” era una panchina, abbastanza defilata, situata nei pressi del Venice Skate Park.

Se libera, si sedevano. Se occupata, valeva come punto d'incontro e poi camminavano.

Jake era già lì. Sulla panchina.
Ethan si sedette accanto a lui.

L'amico non si voltò subito.
«Fratello», disse Jake, alla fine, voce rauca come ghiaia sotto gli stivali. «Sembri di merda. Peggio dell’ultima volta, dopo quella festa a Malibu».
Ethan si passò una mano sul viso. «Dieci giorni, Jake. Mio padre mi ha dato tempo fino alla fine del mese. Dice che se non mollo Mari... farà in modo che sparisca. Rapina finita male, roba pulita. Ha già i contatti, lo so».
Jake emise un fischio basso. «Tuo padre non bluffa. Ricordi quando comprò quella start-up che gli stava sul cazzo? Il fondatore “si trasferì” in Costa Rica. Pulito».
«Lo so. Ma non voglio arrivare a quello. Mari... ieri sera mi ha aperto un pezzo di sé. Dipendenze, alcol, coca, fallimenti. Dice che può cambiare, per me. Che l’età non conta. Che la faccio sentire viva». Fece una pausa. «E una parte di me ci crede. È una stronza, sì, ma... umana. Vulnerabile. Non so se riesco a lasciarla andare così».
Jake si girò finalmente verso di lui, togliendosi gli occhiali. Occhi freddi, valutativi. «Quindi? Vuoi che la convinca io a mollarti? O che tenga d’occhio tuo padre? O...».
Ethan deglutì. «Voglio opzioni. Alternative. Non sono abbastanza lucido per decidere da solo».
Jake rise secco, senza allegria. «Proteggerla da Richard Harrington? Buona fortuna. Quell’uomo ha più soldi di Dio e meno scrupoli del Diavolo. Ma okay, parliamo delle altre opzioni.

Uno: la fai sparire tu per un po’. Reset serio, fuori dal radar. Io conosco un posto in Arizona, discreto, ex militari gestiscono la sicurezza. Costa, ma tu i soldi li hai.

Due: la metti sotto pressione finanziaria. Tagli i fondi, vedi se resta, o se va via.

Tre...», esitò. «Non mi viene in mente altro.

Tu un tre ce l'hai?».

«No».

«Allora decidi in fretta tra uno e due, Ethan. Dieci giorni diventano nove domani. E comunque evita di mandarla in giro da sola. Non vorrei che tuo padre giocasse d'anticipo».
Ethan annuì, ma il cuore gli pesava come piombo.

Pensò a Mari, sdraiata sul letto con la maglia blu del Chelsea, al trofeo conquistato l’anno prima, alla sua indiscutibile potenza da Campionessa del Mondo, alla sua mancanza di scrupoli. Cuore nero, jersey blu. Lui intrappolato in mezzo.

«Ok, ci penso», disse alla fine.

Ethan si era alzato dalla panchina.

Jake era rimasto seduto.

Poi lei apparve.
Si fermò a tre metri dalla panchina, testa leggermente inclinata. Sorriso obliquo, da attrice che sa di aver rubato la scena.
«Ragazzi, c’è qualcosa che dovrei sapere?».
Ethan si bloccò. Il sangue gli salì alla testa in un secondo. «Mari… come…».
«Oh, tesoro, non fare quella faccia. Non sono una principiante». Fece due passi avanti, si sedette sulla panchina: spalle dritte, ginocchia unite, mani appoggiate sulle cosce. Teatro puro. Gli indicò lo spazio rimasto libero.

Ethan tornò a sedersi.
Jake non si mosse. La studiò per cinque secondi buoni: il modo in cui teneva il mento alto nonostante tutto, il lampo divertito negli occhi, la sicurezza di chi sa di avere appena ribaltato il tavolo.

Capì, in quel momento, perché Ethan non riusciva a mollarla. Non era solo sesso, tenerezza, o passione malata. Era il carisma di una donna che trasformava ogni disastro in uno spettacolo. Una stronza con il giusto timing.
Ethan balbettò: «Non è come pensi. Stavamo solo…».
Mari lo ignorò. Adesso fissava Jake. «Ex Marine, giusto? Piacere. Io sono la sanguisuga di Malibu».
L'amico di Ethan inclinò la testa, un mezzo sorriso. «Piacere mio, signora Rinaldi. Io sono Jake».
«Puoi chiamarmi Mari». Poi si voltò verso Ethan, gli posò una mano sul ginocchio. «Ascolta, amore. Non sono una stupida. So che tuo padre vuole la mia testa su un piatto d’argento. So che hai pochi giorni per decidere se salvarmi o lasciarmi affondare. Ma io ho un’idea migliore».
Fece una pausa teatrale, guardò prima uno poi l’altro.
«Fingiamo di lasciarci. Lui si tranquillizza. E noi… ci vediamo di nascosto. Facciamo calmare le acque, poi si vedrà».
Ethan la fissava, bocca socchiusa.
Mari continuò, abbassando la voce ma non il tono ironico: «Cuore ripulito, sì. Lo faccio davvero. Per te. Ma…», si strinse nelle spalle, un gesto da commedia all’italiana. «Non mi farai morire di fame, spero. Cuore ripulito, sì, ma povera in canna, no. Qualche regalino, un bonifico mensile discreto, niente di esagerato. Quanto basta per farmi campare senza dovermi sbattere con uomini falliti. Affare fatto?».
Jake emise un suono che poteva essere una risata soffocata o un grugnito di rispetto. «È geniale», disse piano. «Semplice, sporco, efficace. Tuo padre compra la storia del “l’ho mollata, sto crescendo”, tu hai tempo per ragionare, lei resta viva e lontana dai radar».
Ethan sentiva il cuore battergli nelle orecchie. Guardò Jake, che alzò le spalle come a dire: decidi tu, fratello.

Poi guardò lei: impenetrabile, sontuosa, carnale.

Smarrì completamente ogni filo logico.

«Okay», disse alla fine, fingendo di averci pensato. «Proviamo».
Mari si chinò e gli sfiorò le labbra con un bacio veloce.

«Il piano è buono. Ma c’è un buco. Dove ti nascondi?

Se papà mangia la foglia, manderà qualcuno a cercarti. E se ti trova…».
Mari incrociò le braccia. «Quindi? Mi metti in un bunker sotterraneo in Nevada?».
Jake si schiarì la gola. «No. Ma serve un posto sicuro».
Ethan annuì lentamente. «Hai ragione. Tu hai quella casa a Topanga Canyon, no? Quella che usavi prima di trasferirti a Venice. È isolata, ben protetta, autosufficiente».
«Forse per la signora è troppo... isolata».

«Non è detto che sia un male», puntualizzò Marisa.

«Jake, ascoltami. Non per sempre. Solo per qualche mese, finché non capiamo se papà molla la presa o no. Lei sta lì, e tu pure stai lì.

Se hai da fare, ci diamo il cambio; e comunque è casa tua, senza grossi valori in giro, immagino... una rapina non sarebbe credibile, papà ha in mente un lavoro pulito, da città assassina, niente di rurale, non è il suo terreno».

Jake si passò una mano sulla nuca, chiaramente combattuto.

Guardò Mari di sfuggita. Lei lo stava fissando con quegli occhi scuri, tra il divertito e il cinico. C’era qualcosa in quello sguardo – un misto di sfida, zozzeria da vecchia mignotta, e il carisma magnetico che aveva steso Ethan fin dal primo giorno – che lo fece esitare più del previsto.
«Cazzo», borbottò Jake alla fine. «Va bene. Ma regole chiare. Niente casino in casa mia. Niente feste, niente pacchi da Cartier che arrivano al cancello».
Mari rise, una risata vera stavolta, non quella roca da sigaretta. «Affare fatto, Marine. E magari… ti preparo un risotto vero, alla milanese...».

Jake scosse la testa, ma c’era l’ombra di un sorriso. «Vedremo».
Ethan li guardò entrambi. Sentì una stretta allo stomaco; non gelosia, non esattamente; forse la vista del mare aperto.

Mari da Jake. Jake che accettava, imbarazzato ma incuriosito. E lui, in mezzo, a pagare il conto mensile e a sperare che il padre non fiutasse l’inganno.