La Curva del Veleno

La scorta impossibile

La Cortigiana di Anfield

Zothique: L'Impero dei Re morti

La Vedova in Fucsia

Dallo stadio al IV stadio

LA CURVA DEL VELENO

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Il sole di mezzogiorno batteva forte sul lago, trasformando l'acqua in uno specchio abbagliante che rifletteva i contorni sfocati delle colline.

La barca turistica, un vecchio ferry affollato di vacanzieri sudati e distratti, solcava le acque con un ronfare monotono. Seduta su una panca di legno, Nadia sorrideva con quell'aria di chi custodisce un segreto letale. I suoi occhiali da sole Gucci, scuri come gli abissi che aveva attraversato, nascondevano occhi che avevano visto troppe notti insonni, troppe stanze d'albergo illuminate solo dal cupo bagliore di una sigaretta fumante.
Indossava una camicia di jeans azzurra, sbottonata quel tanto che bastava a rivelare la curva generosa del seno, un invito silenzioso che sfidava le norme del decoro borghese; anche la pancetta era generosa, forse troppo per una donna ancora abbastanza giovane; la pelle olivastra brillava di un velo di sudore, e il bracciale d'oro al polso tintinnava leggermente contro lo schienale della panca, un ritmo ipnotico che attirava sguardi furtivi dagli altri passeggeri: un uomo calvo con una camicia a fiori, che fingeva di guardare il paesaggio mentre le sue pupille scivolavano verso il basso; una coppia di turisti tedeschi, lei con un cappello floscio e lui con una macchina fotografica appesa al collo, con il segreto intento di rubarle un'istantanea sulle zinne grasse e la pancia morbida.
Nadia non era lì per caso. Era fuggita da una vita di convenzioni soffocanti – un matrimonio arrangiato in una città polverosa del Medio Oriente, un marito che la trattava come un trofeo da lucidare e poi riporre – per inseguire un brivido più oscuro, più viscerale. La trasgressione era il suo ossigeno: notti inquiete con amanti anonimi in motel ai margini della civiltà, dove il sesso si mescolava al pericolo, e il piacere era sempre un passo dal dolore.

Ma quel giorno, sul ferry che collegava le rive del lago, portava con sé qualcosa di più letale di un semplice capriccio erotico. Gocce di veleno, incolore e inodore, rubato da un laboratorio farmaceutico durante una delle sue "visite" clandestine. Un veleno che uccideva lentamente, mimando un infarto, lasciando il corpo intatto ma l'anima straziata in un'agonia muta.
Il capitano, un uomo anziano con baffi ingrigiti e un'uniforme stinta, annunciò l'approdo imminente con una voce gracchiante dall'altoparlante.

Nadia si stiracchiò, il movimento fece scivolare ulteriormente la camicia.

I suoi pensieri navigavano verso l'uomo che l'aspettava sulla riva opposta: un ex amante, ora ricattatore, che conosceva i suoi segreti più morbosi.

Lo avrebbe incontrato al caffè sul molo, gli avrebbe offerto un drink avvelenato, e poi... libertà. Ma mentre la barca attraccava, un brivido le corse lungo la schiena. Tra la folla, un detective in borghese – alto, con occhi freddi come il metallo – la fissava. Sapeva? O era solo l'inizio di un gioco più grande, dove il crimine si intrecciava con il desiderio, e ogni sguardo era una promessa di morte?
La storia era appena iniziata, e il lago nascondeva già il suo primo cadavere, affondato nelle acque torbide la notte prima.

Nadia sorrise di nuovo, ma stavolta il suo sorriso era un'arma.

Quel cognome le pesava come un’ancora arrugginita, eppure lo portava con una specie di orgoglio perverso: era l’ultimo residuo di una vita che aveva già cominciato a divorare sé stessa.

Nadia Al-Rashid, trentanove anni dichiarati, probabilmente quarantadue reali, corpo che non chiedeva più permesso a nessuno.

La pancia tonda, morbida, prominente, non era più un difetto da nascondere sotto tuniche di taglia comoda, per sottrarla allo sguardo giudicante del marito. Era diventata territorio rivendicato, una collina di carne che sfidava la simmetria anoressica delle riviste patinate, un promemoria vivente che il desiderio non si piega alle regole dell’estetica corrente.
Sul ferry la camicia di jeans le tirava sui fianchi e si apriva proprio lì, sopra l’ombelico. Non era incinta, eppure quella rotondità le dava un’aria di fertilità oscura, quasi sacrificale. Gli uomini la guardavano e pensavano a covare, a possedere, a fecondare di nuovo; le donne la guardavano e provavano un misto di invidia e repulsione, come se quella pancia fosse un’accusa muta alla loro piattezza, esistenziale e fisica. Nadia lo sapeva. E la usava, stando bene attenta a non sgonfiarsi.
Mentre la barca rallentava verso il pontile di legno screpolato, lei si passò una mano sul ventre, dita aperte, gesto lento e deliberato. Non era vanità: era un promemoria per sé stessa. Sotto quella curva morbida batteva un cuore nero carico di veleno. Sopra quella stessa curva, ciondolava il veleno mortale: ogni volta che inspirava profondamente, o che si piegava in avanti, lo sentiva agitarsi.
Il detective – lo aveva già ribattezzato mentalmente “l’uomo con la cravatta storta” – era sceso dalla barca prima di lei. Si era fermato sul molo, fingendo di consultare il telefono, ma i suoi occhi tornavano sempre lì: alla camicia sbottonata, al ciondolo d’oro che affondava nella scollatura, alla pancia che si muoveva piano, come se respirasse da sola.

Nadia scese gli scalini di legno con calma studiata, il tacco basso che ticchettava, la borsa di tela pesante che dondolava contro il fianco. Quando gli passò accanto lo sfiorò – solo il braccio, un contatto di un secondo – e sentì l’odore di dopobarba da discount misto a sudore vecchio. Lui non si mosse. Ma lei sentì il suo sguardo scivolarle sulla schiena, poi più in basso, fino alla curva che ondeggiava mentre camminava.
Al caffè del molo l’aspettavano due cose: un Negroni e l’ex amante/ricattatore, già seduto al tavolo d’angolo con la solita giacca di lino stropicciata e l’aria di chi sa di avere in mano la carta vincente.
Prese posto di fronte all’uomo.
Sorrise.
Si accarezzò di nuovo la pancia, stavolta con entrambe le mani, un gesto circolare, quasi materno e allo stesso tempo osceno.

Il Negroni arrivò rosso sangue, con una scorza d’arancia che galleggiava come un relitto. L’ex amante – si chiamava Karim, ma da tempo Nadia lo chiamava solo “il parassita” dentro di sé – allungò la mano verso il bicchiere con la sicurezza di chi crede ancora di avere il controllo della partita. Indossava la stessa giacca di lino beige che portava l’ultima volta che avevano scopato in un parcheggio sotterraneo, tre anni prima: macchie di sudore sotto le ascelle, un bottone mancante sul polsino destro. Sembrava più vecchio di quanto fosse, come se il ricatto lo stesse consumando dall’interno.
Nadia posò le mani aperte sulla pancia, dita divaricate, quasi a proteggere – o a esibire – quel globo di carne che si alzava e abbassava col respiro. Karim la fissò lì, inevitabilmente.
«Sei… ingrassata», disse, con quel tono che voleva essere crudele ma uscì solo patetico.
Lei rise piano, un suono basso che vibrò contro il tavolo di metallo.
«Ingrassata? No, Karim. Sono diventata ingestibile.

No... per favore!», improvvisamente alzò gli occhi alle spalle di Karim, per dissuadere un turista che la stava fotografando, e al tempo stesso si piegò in avanti, accennando ad alzarsi, nel caso il turista non avesse desistito.

L'uomo si voltò subito, incuriosito, per capire cosa stesse accadendo.

Quando tornò su Nadia, lei gli fornì la sua spiegazione.

«Solo uno scemo che voleva fotografarmi».

Non disse altro, un silenzio imbarazzato calò sul tavolo.
Karim prese il bicchiere tra le mani, come ad aggrapparsi a un diversivo.

Le sue dita tremavano leggermente, di quell’eccitazione malata che provava sempre quando la vedeva. Leccò il bordo del bicchiere prima di bere, un gesto che un tempo l’aveva fatta rabbrividire di desiderio; ora le provocava solo nausea.

Lei, a sua volta, prese il bicchiere e bevve appena, con una classe che contraddiceva la sua fisicità massiccia e ostentata violentemente, come una clava sessuale.

Lui bevve un sorso lungo.

Poi un altro.

Come se avesse fretta di passare al dunque.

Il veleno era già dentro di lui, inodore, insapore, paziente come un seme piantato in terra fertile.
Nadia si accarezzò di nuovo la pancia, stavolta più lentamente, tracciando cerchi concentrici intorno all’ombelico, che coincideva con il secondo dei pulsanti chiusi, sub-scollatura.

Era un gesto ipnotico, osceno nella sua calma. Due tavoli più in là, una ragazza giovane con un prendisole a fiori distolse lo sguardo, arrossendo; il ragazzo con lei invece continuò a fissare, bocca socchiusa. Nadia lo notò e gli indirizzò un sorriso; un sorriso che diceva: “Guarda pure. Non potrai mai toccare».
Karim posò il bicchiere vuoto.
«Allora?», chiese, pulendosi la bocca col dorso della mano. «Hai i soldi?».
Nadia inclinò la testa.
«Li avrai. Ma prima dimmi una cosa».
Si sporse in avanti, i seni che premevano contro il bordo del tavolo.
«Ti eccita ancora sapere che potrei spararmi in corpo e tu vedermi morire?».
Lui rise.

«Certo, ma i soldi li voglio lo stesso».

«Li avrai, ma non oggi.

Non ce l'ho fatta a metterli insieme.

Ci vediamo qui fra una settimana esatta.

E allora li avrai tutti».

Nadia non aspettò risposte; né domande.
Si alzò e si allontanò senza voltarsi.
Dietro di lei, Karim dovette ingoiare il rospo.

Il detective con la cravatta storta era ancora lì, appoggiato alla ringhiera del molo, sigaretta tra le labbra. Quando Nadia gli passò accanto per la seconda volta, lui non la fermò.
Si limitò a mormorare, abbastanza piano da farsi sentire solo da lei: «Sa che non finirà qui, vero?».
Nadia non rispose.
Continuò a camminare, la pancia che ondeggiava come una promessa di trionfo, il veleno che già faceva il lavoro sporco per suo conto, e il lago che rifletteva tutto – crimine, desiderio, morte – senza giudicare.

Sette giorni dopo, Karim non si presentò all’appuntamento.
Nadia arrivò al caffè del molo con la stessa camicia di jeans, sbottonata, aderente, obbligata a proclamare la sua rotondità trionfante.

Si sedette allo stesso tavolo d’angolo, ordinò un Negroni per sé, assaporando il gusto di vittoria differita.
Aspettò.
Un’ora.
Due.
Nessun messaggio, nessuna chiamata.

Solo il lago che continuava a specchiare il cielo, indifferente.
Più tardi, quella sera, lesse la notizia sul telefono, tra annunci di sagre locali e bollettini meteo: “Uomo di 48 anni stroncato da infarto fulminante nel suo appartamento. Nessun segno di violenza. L'allarme dato da un vicino. Un caso che forse darà una nuova opportunità al movimento novax per lanciare accuse infondate contro i vaccini”.
Il veleno aveva fatto il lavoro sporco per conto suo, paziente, invisibile: sei giorni di apparente normalità, poi il colpo secco, senza agonia visibile, senza vomito, senza convulsioni da avvelenamento classico. Solo un cuore che si era arreso, tradito dall’interno.
Nadia posò il telefono sul tavolo della stanza d’albergo. Si sdraiò nuda sul letto, mani sulla pancia tonda, accarezzandola piano come se fosse un’amica complice.
«Bravo», mormorò al veleno, o forse a sé stessa. «Hai mantenuto la parola».

Ma la libertà durò poco.
Il giorno dopo, mentre usciva dall’albergo, lo vide.
L’uomo con la cravatta storta – ora senza cravatta, collo aperto, camicia scura che gli aderiva al petto muscoloso – era appoggiato a una macchina parcheggiata di fronte. Sigaretta tra le labbra, occhi fissi su di lei come se non avesse mai smesso di guardarla.
Non disse nulla finché Nadia non gli fu vicina. Poi, con voce bassa e ruvida: «Sei brava a far sparire i problemi, Nadia Al-Rashid. Ma io non sparisco così facilmente».
Lei si fermò. La pancia ondeggiò leggermente.
«Chi sei?».
«Qualcuno che sa. Del laboratorio. Dei tuoi “incontri”. Di Karim. E di come il suo cuore abbia deciso di mollarlo proprio ora».
Un sorriso gli increspò le labbra; non freddo, ma affamato.
«Non ti denuncerò. Non ancora. Voglio qualcosa di meglio».
Si avvicinò di un passo. L’odore di sigaretta e desiderio maschio la investì.
«Voglio te. Non una volta. Non per soldi. Voglio che tu venga da me perché non hai scelta... e perché lo desideri. La tua pancia, i tuoi segreti, il tuo veleno; tutto; pacchetto completo».
Nadia lo fissò. Sentì un brivido familiare: non solo paura, ma quel misto di repulsione e attrazione che l’aveva sempre spinta oltre il confine.
Lui era prepotente, sì. Ma nei suoi occhi c’era una passione vera, oscura, che Karim non aveva mai avuto.
«Un’altra settimana», disse lei, voce ferma. «Poi decidiamo chi possiede chi».
Si voltò e se ne andò.
Lui la guardò allontanarsi, accendendo un’altra sigaretta.

Nadia aveva preso tempo con l’uomo dalla cravatta storta – ora lo chiamava “il Pedinatore” nei suoi pensieri – perché in quel tempo aveva programmato il colpo grosso: una piccola filiale bancaria isolata, ai margini di una strada statale polverosa, dove il flusso di contanti era modesto in apparenza, ma – come aveva scoperto grazie a una delle sue scopate – in realtà fungeva da nodo di riciclaggio per fondi non dichiarati. Mafia? Forse. O solo ricchi bastardi che nascondevano soldi sporchi. Non importava. Il malloppo era reale e Nadia aveva due complici fidati: Luca, meccanico con mani d’oro e zero scrupoli; e Marco, il ragazzo giovane e impulsivo, ex pugile fallito.

Don Siegel aveva un talento per rendere il crimine non solo propulsivo, ma quasi poetico: un mondo dove i ladri sono gli unici onesti in una società fasulla, dove ogni fuga è una danza con la morte, e ogni corpo lasciato indietro è un sacrificio al dio del malloppo.

Nadia Al-Rashid incarnava quel genio, non la Nadine del suo più grande film, fragile e destinata a cadere presto, ma una versione più carnale, con la pancia tonda come scudo e arma, il covo di una fertilità oscura che sfidava il proiettile stesso.
Il colpo iniziò come da copione: la filiale isolata, calze da donna calate sui volti, pistole che abbaiavano ordini secchi.

Nadia era l’autista, ma anche la distrazione vivente: camicia di jeans sbottonata come al solito per far esitare la guardia, pancia prominente che la faceva sembrare innocua, quasi materna, in un mondo di maschi armati.

Dentro, Luca e Marco minacciavano il direttore.
Ma il genio di Siegel sta nei dettagli che fanno deragliare tutto: la guardia non era un pivello. Sparò due volte: un proiettile colpì Marco al braccio, l’altro centrò Nadia al fianco, sopra la curva del ventre. Il sangue schizzò caldo dalla camicia blu, inzuppando il tessuto che le aderiva alla pelle sudata. Nadia reagì con un violento sussulto, ma non urlò. Sentì il calore diffondersi, il mondo inclinarsi come in un’inquadratura obliqua di Siegel, dove il dolore è solo un preludio alla suspense.
«Cazzo, è andata!», gridò Marco, mentre Luca spingeva dentro le sacche strapiene di dollari: denaro mafioso camuffato da spiccioli rurali.
Fuggirono, Nadia spostata sul sedile del passeggero, respiro rantolante. Il proiettile si era portato via tutto, da fianco a fianco, e lo shock e il sangue perso la stavano spingendo in un coma profondo, occhi semichiusi, pancia che si alzava e abbassava piano, come se respirasse per lei.

Luca guidava, Marco si sporgeva su di lei per controllarla, ma i loro sguardi si incrociarono sullo specchietto: era diventata un peso morto, letteralmente. Meglio scaricarla.
Al capannone abbandonato, trasferirono le sacche nell’auto pulita.

Ma non lei, non ne valeva la pena.

La lasciarono sul sedile, e attivarono il timer.

«È già morta», mormorò Luca, giustificandosi. «Il fuoco farà il resto».

Marco annuì, pallido.

Nadia rimase con quel ticchettio nelle orecchie; pure stordita, aveva percepito la situazione, ma non aveva la forza di muoversi e aprire lo sportello, per cercare di allontanarsi dall'auto.

Lei stessa aveva predisposto il timer sui 15 minuti, il tempo sufficiente a farli allontanare abbastanza, non immaginando di fare quella fine; l'esplosione aveva lo scopo di attirare l'attenzione sul posto sbagliato.

Il sangue di Nadia colava sul sedile, la pancia tonda ripresa di profilo: un’immagine morbosa di vulnerabilità erotica, come se il corpo si offrisse un’ultima volta al pubblico prima della fine.
Ma il Pedinatore era lì, ombra ossessiva, sigaretta spenta tra le labbra, occhi fissi su di lei attraverso il parabrezza. Non era né un detective, né un ricattatore qualunque; la sua era passione vera, prepotente nel desiderio, la voleva viva per possederla, non certo carbonizzata.

Spalancò la portiera e la tirò fuori con forza brutale: braccia attorno alla vita, mani che sfioravano la pancia insanguinata, un contatto intimo e salvifico. La caricò sulla sua auto, accelerando mentre l’altra esplodeva in una palla di fuoco arancione, facendo crollare una parte del vecchio capannone.
Luca e Marco, ormai al sicuro, aspettavano il bollettino radio: «Sanguinosa rapina a una filiale della Western Fidelity, una guardia morta, tre banditi in fuga dopo aver fatto esplodere l'auto della rapina. Indagini in corso. Bottino di poche migliaia di dollari».

Nessuna menzione di un cadavere carbonizzato.

«Come tre?», borbottò Marco, sudando. «Ma quale bottino scarso!

Credono di prenderci in giro?».
«Stai calmo, stanno improvvisando», replicò Luca. «Anche se tosta, Nadia era andata. E i soldi li sappiamo contare. Ci sono dieci milioni di dollari, qui dentro».
Non potevano certo immaginare che Nadia fosse viva, in un letto d’ospedale anonimo, salvata dal Pedinatore che l’aveva portata lì sotto falso nome, pagando in contanti per cure discrete.

Ferita gravissima, ma non mortale; il coma era superficiale, indotto dal sangue perso; si risvegliò con lui al capezzale, mano sulla pancia, tocco possessivo, ma quasi tenero.
«Ti ho tirato fuori», disse lui, voce bassa, occhi affamati. «Ora mi devi tutto. Il tuo corpo, i tuoi segreti, il malloppo mafioso che quei due idioti si stanno portando dietro».
Nadia sorrise debolmente, mano sulla sua.

Era un’alleanza forzata, morbosamente erotica, in un mondo fasullo dove solo i criminali come loro potevano essere onesti l’uno con l’altra.

Nadia Al-Rashid ricordava ogni secondo della rapina come se fosse inciso nella carne, e non solo nella memoria.

Il genio di Don Siegel stava proprio lì: nel ritmo incalzante che non dava respiro, nella musica ipnotica che pulsava dietro ogni inquadratura, nell’ironia dissacrante che sbriciolava i luoghi comuni.

Nessun movimento inutile, della macchina e degli attori; nessuna pausa inutile; un'alchimia di immagini, note, pensieri, parole, emozioni, sotto il suo totale controllo, 110 minuti di puro stato di grazia, destinati a rimanere inimitabili. Dal 1973 nessuno ci ha nemmeno provato; Siegel era davvero andato sulla luna.
Guidava l'auto con sicurezza, era una filiale molto piccola, una sola guardia all'ingresso, la camicia di jeans sbottonata per proteggersi, i seni sudati per l'eccitazione che tendevano il tessuto, la pancia tonda che premeva sotto il volante come un talismano di fertilità oscura. Luca era al suo fianco, Marco dietro.

Gli occhi della guardia scivolarono sulla pancia di Nadia, un secondo di confusione fatale. “Mamma con bambino in arrivo?”, pensò probabilmente. Errore.
Nessuna mamma, nessun bambino.

Lo distrasse un po', facendo gli occhi dolci e spendendo qualche chiacchiera, mentre i complici entravano e riscuotevano.

Appena scattò l'allarme, la mamma gli scaricò un colpo in pancia.

La guardia barcollò, ma rimase in piedi; indietreggiò di alcuni passi, sul punto di crollare; questo ingannò Nadia, troppo sicura di averlo neutralizzato.

La guardia, invece, recuperò l'equilibrio e rispose al fuoco: prima colpì Marco al braccio, mentre usciva, poi la stessa Nadia: un colpo preciso, che bucò lo sportello e si infilò dritto nel suo fianco, sotto il seno e sopra la pancia.

Il dolore fu immediato, bruciante, umiliante.

Nadia cercò ansiosa di capire il suo destino, e la risposta non si fece attendere. La pallottola l'aveva sfondata da parte a parte, forse era rimasta uccisa. Si accasciò sul sedile, annaspando, mentre Luca la spingeva di lato e partiva sgommando.

Nadia sentiva il coma avvicinarsi come una marea nera: vista che si offuscava, respiro corto, pancia che si alzava e abbassava sempre più piano, come se il corpo avesse deciso di arrendersi.
Luca e Marco parlavano di lei come se fosse già cadavere.
«Sta morendo» disse Marco, voce tremante.
Nadia li sentiva, ma non poteva rispondere.
La lasciavano lì, con 15 minuti di vita al massimo.

Ma il Pedinatore aveva fatto fede al suo nome.

La partita era grossa e la mafia mandò Molly, il predatore sadico e professionale.

Guidava una berlina nera, radio sintonizzata sulle frequenze della polizia.

Il suo obiettivo era chiaro: recuperare i soldi, eliminare i ladri, scoprire se fossero stati solo fortunati, oppure imbeccati da un traditore.

Nessun vincolo, nessun limite di spesa, nessun occhio di riguardo: erano tutti potenziali traditori.

Nadia, dal letto d’ospedale, sfiorò la mano di Charley.
«Vedrai che mandano Molly... lo sento».
Charley Varrick sorrise.
«Allora prepariamoci.

Noi siamo gli ultimi indipendenti.

E non ci faremo fregare».

Un mese esatto era passato dall’esplosione nel capannone abbandonato.

Nadia Al-Rashid si era rimessa in piedi con la tenacia di chi ha già seppellito troppi amanti e troppi nemici.

Camminava ancora con una lieve zoppia, ma la pancia tonda aveva ripreso a ondeggiare.
Charley Varrick – il detective pedinatore, il salvatore ossessivo – aveva stretto un patto con lei, un patto pericoloso e instabile.
Poi Nadia decise: era ora di chiudere i conti.
Contattò Molly: «Sono viva. So dove sono Luca e Marco. Ti porto da loro. Tu fai il lavoro sporco. Io guardo. Poi ognuno per la sua strada. Non voglio soldi. Solo la vendetta».
Molly rispose. Un semplice «Dove e quando». Era un predatore, non un chiacchierone.
Luca e Marco erano nascosti su una vecchia barca ormeggiata in una baia selvaggia del lago, un’insenatura nascosta da canneti e rocce, accessibile solo via acqua o sentiero impervio; dopo un mese si sentivano ormai al sicuro.
Nadia e Molly si incontrarono al crepuscolo, su un pontile marcio a tre chilometri dalla baia. Molly era grande, lento nei movimenti ma letale, sorriso educato che nascondeva denti da lupo. Indossava una giacca da pesca impermeabile, cappello floscio, mani nelle tasche.
«Pensavo ti avessero fritto», disse, squadrandola dalla testa ai piedi. Gli occhi si fermarono sulla pancia tonda.
«Molti l'hanno pensato», rispose Nadia. «Andiamo».
Salirono su un gommone, motore al minimo per non farsi sentire. Nadia guidava, Molly osservava. L’aria era umida, odorava di alghe e decomposizione. Il lago era uno specchio nero, punteggiato solo dal riflesso sporadico della luna.
Arrivarono alla baia nel buio totale.

La barca di Luca e Marco era lì: un cabinato vecchio, luci fioche all’interno, voci basse che discutevano di donne e macchine di lusso.

Nadia spense il motore a cento metri.

«Tu resti qui. Io entro. Li faccio cantare, poi li finisco».
Nadia scosse la testa.
«No. Voglio vederli in faccia quando capiranno che sono viva. Voglio che sappiano chi li ha fregati».
Molly rise piano, un suono roco.
«Vendetta crudele. Mi piace.

Ora abbassati.

Accidenti!

Ehi, della barca!

C'è nessuno?

Sto affondando!».

Luca mandò Marco a esporsi.

«Chi è che chiama?».

«Giovanotto, ho un guaio.

Devo aver sfiorato uno scoglio, il gommone si è bucato.

Questa maledetta idea di pescare col buio...

Alla mia età... e con questi reumatismi...».

«Va bene, amico, salta su. O farai un bagno».

Gli lanciò una cima.

Appena messo piede sul ponte del cabinato, Molly lo tiro giù con un colpo di taglio al collo.

Era davvero un pugile fallito.

«Grazie, davvero molto gentile!

Ma tolgo subito il disturbo».

Molly si portò sul lato opposto dell'imbarcazione, facendo finta di scendere a riva.

«Grazie ancora!».

«Allora Marco, hai finito?».
Luca si affacciò sul ponte e gli sembrò di vedere un fantasma.

Il fantasma di Nadia Al-Rashid.

Neanche il tempo di rimanere basito, che Molly lo tramortì da dietro le spalle.

Poi, tornando da Marco, gli spezzò le costole con un calcio spaventoso.

«Bene, adesso cerchiamo di comunicare», disse, rivolto a Luca, che annaspava a terra. «Tu dovresti essere quello più intelligente, perciò apri bene le orecchie: voglio solo i soldi e un nome; il nome di chi vi ha commissionato il colpo; sono due cose facili.

Se non mi fai perdere tempo, io odio ammazzare la gente, vi lascio un gruzzoletto: 15.000 dollari, quelli che una filiale come quella ha di solito in cassa. Il resto non è roba vostra.

Allora?».

Molly trascinò Marco accanto a Luca.

«Chi è il più intelligente tra voi due?».

E spaccò le costole pure a Luca.

Marco cominciò a piagnucolare.

«Io lo sapevo... lo sapevo...».

«Cosa, sapevi?», lo incalzò Molly, e gli sferrò un altro calcio, quasi ammazzandolo.

«I soldi... sono... nella... lavatrice...».

Fece un cenno a Nadia, affinché controllasse.

Il cabinato era in effetti dotato di una piccola lavatrice.

«Li avete rubati da una lavatrice per nasconderli in una lavatrice.

Ma bravi...».

Fece scattare un coltello a serramanico e glielo piantò nel collo.

Un attimo dopo fu la volta di Luca.

«Forse puoi rispondere tu alla mia domanda.

Chi vi ha passato la soffiata?

Il direttore?».

«Nessuno è stato solo un colpo di fortuna».

«Per loro non tanto.

Comunque hai avuto la tua vendetta. Ora addio, come concordato.

A meno che tu non voglia intascare la mancia...», la guardò in mezzo alle zinne.

Nadia sorrise, quel sorriso lento, morboso, che aveva usato con Karim.
«Non ho bisogno di mance».

Lo disse guardando alle spalle di Molly.
Charley emerse dall’ombra del ponte, pistola puntata sul sicario della mafia. Era arrivato via terra.

Molly riuscì a malapena a girarsi.

Lo centrò con una pallottola in fronte, senza giri di parole.

Molly crollò come un albero tagliato.

Charley tolse i soldi dalla centrifuga e sparse qualche banconota sul ponte e in acqua.

Poi accese un piccolo falò sul ponte.

La barca prese fuoco lentamente.

Mentre le fiamme salivano, Nadia e Charley salirono sul gommone, motore al massimo verso la riva opposta.

Il lago rifletteva l’incendio: crimine, desiderio, morte... e ora, forse, un inizio perverso per due sopravvissuti.
La curva del veleno si era chiusa.

Il gommone filava via dalla baia in fiamme, motore al massimo, schiuma bianca che si apriva dietro di loro come una ferita fresca sul lago nero.

L’incendio sulla barca di Luca e Marco illuminava l’orizzonte di un arancione malato, riflesso distorto sull’acqua, mentre Molly giaceva carbonizzato tra i rottami e i due complici erano già cibo per i pesci.

Nadia teneva il timone con mano ferma. Charley sedeva accanto a lei, corpo inclinato in avanti per il vento, mani sulle sue spalle come se temesse che il lago potesse inghiottirla.
Non parlarono per i primi minuti. Solo il rombo del motore e il sibilo dell’aria umida. Poi, quando la baia selvaggia sparì alla vista, Charley spense il motore. Il gommone rallentò, dondolò piano sulla superficie dell'acqua. Silenzio assoluto, rotto solo dal respiro di entrambi.
Nadia si voltò verso di lui, la camicia di jeans aperta sul seno pesante, la pancia tonda che ondeggiava col movimento della barca. La luna la illuminava di traverso, rendendo la pelle olivastra quasi luminosa.

Charley la guardava come l'aveva sempre guardata: affamato, possessivo, ma stavolta senza più maschere.
«Ce l’abbiamo fatta», disse lei, voce bassa, rauca per il fumo e l’adrenalina.
«Ce l’abbiamo fatta», ripeté lui, ma non era una conferma. Era un inizio.
Si avvicinò strisciando sulle ginocchia, sopra il fondo di legno del gommone. Nadia non si mosse, lasciò che arrivasse. Lui le posò le mani sui fianchi, dita che affondarono nella carne morbida sopra i pantaloni neri; poi salirono piano, sfiorando la rotondità della pancia come se fosse sacra e oscena allo stesso tempo. Nadia inspirò forte quando le sue palme la coprirono intera, premendo con forza controllata, sentendo il calore della pelle, il battito accelerato sotto.
«Da quando ti ho tirato fuori da quell’auto», mormorò Charley, bocca contro il suo collo, «non ho pensato ad altro. A questo. A te».
Nadia rise piano, un suono basso e vibrante che lui sentì contro le labbra. Gli prese una mano e la guidò più in basso, dove la pelle era già umida e calda.
«Non hai più bisogno di pedinarmi. Sono qui. Prendimi».
Lui le sorrise.

«Non è ancora il momento. Devo portarti al sicuro».

Riaccese il motore. Il gommone ripartì, lasciando dietro di sé la baia in fiamme, i corpi, i segreti. Il lago si richiuse su tutto, indifferente.
Nadia Al-Rashid e Charley Varrick sparirono nella notte, con un mucchio di soldi usciti da due lavatrici, ma ancora sporchi.

E avvelenati come la sua curva.

LA SCORTA IMPOSSIBILE

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Nel cuore rovente dell'Arizona, dove il sole cuoceva la terra come una bistecca in padella, Anna Frazer si presentò al campo dei coloni con l'aria di chi aveva visto troppi tramonti insanguinati.

Era una donna di mezza età, con capelli biondi tagliati corti, un foulard viola annodato al collo e un cinturone carico di proiettili che le cingeva i fianchi larghi. Il revolver alla cintura sembrava un'estensione del suo corpo, e il suo sorriso era un misto di gentilezza materna e minaccia letale.

I pionieri, una dozzina di famiglie stremate dalla polvere e dalle promesse di una nuova vita a ovest, l'avevano ingaggiata per scortarli attraverso il Deserto dei Diavoli: un tratto di terra maledetta infestato da banditi Apache, siccità implacabile e tempeste di sabbia che potevano inghiottire un uomo in pochi minuti.
Anna non aveva accettato per compassione. No, lei era avida come un coyote affamato. Quando il capo carovana, un uomo magro di nome Harlan con baffi spelacchiati e occhi spaventati, le aveva offerto venti dollari d'argento, lei aveva riso – un suono rauco, come ghiaia sotto gli stivali – e aveva contrattato fino a strappare il doppio, più il vitto per tutto il viaggio e il diritto di prendersi qualsiasi cosa trovata lungo la via.

«Io vi porto vivi dall'altra parte», aveva detto, «ma se trovo un cavallo randagio o un sacco di farina abbandonato, quella diventa roba mia».

Harlan aveva annuito, troppo disperato per obiettare. Anna sapeva approfittare di ogni opportunità: in anni di vita dura, aveva imparato che la sopravvivenza non era un dono, ma un furto con destrezza.

Il viaggio iniziò all'alba, con i carri che cigolavano come vecchie ossa e i cavalli che nitrivano nervosi.

Anna cavalcava in testa, scrutando l'orizzonte con occhi che avevano visto massacri e tradimenti. I coloni la seguivano, affascinati e intimoriti dalla sua figura: la camicia beige tesa sul petto generoso, i pantaloni arancioni che aderivano alle cosce robuste, e quel foulard viola che ondeggiava come una bandiera di sfida. Per tutto il giorno, lei li guidava attraverso canyon nascosti e guadi asciutti, urlando ordini con una voce che echeggiava come un tuono. «Muovetevi, lumaconi! L'acqua è a dieci miglia, e se non ci arrivate prima del tramonto, berrete la vostra piscia!».
Tra i pionieri della frontiera, c'erano uomini giovani e irrequieti, come i fratelli Tate: due ventenni con facce bruciate dal sole e mani callose da contadini. Passavano le ore a fissarla, ipnotizzati dal modo in cui si muoveva sulla sella, dal sudore che le colava sul collo e bagnava il foulard, dal revolver che dondolava ritmicamente contro il suo fianco. Anna lo sapeva, sentiva i loro sguardi famelici su di sé, anche voltata di schiena. Non era bella nel senso classico, ma emanava una forza primordiale, un misto di materna protezione e pericolo sensuale che li eccitava in modi che non capivano del tutto.
Al calar della sera, quando il gruppo si accampava intorno al fuoco, i fratelli Tate si allontanavano dal cerchio, fingendo di controllare i cavalli. Ma Anna, con l'udito affinato da anni di vigilanza, li sentiva: gemiti soffocati nel buio, il fruscio di mani frettolose. Non ce la facevano a trattenersi, dopo averla vista per un'intera giornata, la sua silhouette contro il sole, il modo in cui si chinava per controllare una ruota, esponendo curve che evocavano fantasie proibite. Si masturbavano in fretta, con urgenza morbosa, immaginandola nuda, con la sola eccezione del suo foulard viola, il corpo maturo e sudato che li avvolgeva in un abbraccio letale. Anna non interveniva; anzi, sorrideva tra sé, sapendo che quell'eccitazione li teneva svegli e attenti.
La sera successiva, trovarono un carro abbandonato ai margini di un canyon, probabilmente vittima di banditi, con sacchi di farina e una cassa di whisky mezza piena. Mentre i coloni discutevano se prenderlo o no, Anna lo reclamò senza esitare. «È mio, per contratto», disse. «Lo affido ai fratelli Tate, pagherete a loro la farina e il whisky. Terrete il 10% per voi», aggiunse, guardandoli. «Ma se provate a fregarmi, vi lego a un cactus come quello», indicò un enorme saguaro, alto quattro metri.

Il pericolo arrivò al terzo giorno: una banda di fuorilegge, capeggiati da un vecchio nemico di Anna, un bastardo di nome Reyes con una cicatrice che gli attraversava la faccia. Reyes la credeva morta da anni, dopo un duello in una miniera abbandonata.

«Anna Frazer? Pensavo fossi cibo per i vermi!», urlò lui, mentre i suoi uomini circondavano la carovana. I coloni tremavano, ma Anna non batté ciglio. Smontò da cavallo, il revolver in mano, e sparò il primo colpo dritto al cuore di un bandito che si avvicinava troppo.

La sparatoria fu feroce: i proiettili fischiavano come serpenti, Anna usava i carri come copertura, li aveva addestrati a disporsi subito in cerchio, in caso di pericolo.

Approfittò dell'opportunità per arraffare il borsellino di Reyes, mentre lui agonizzava a terra; dentro c'erano monete d'oro che lei intascò senza rimorso.

La polvere della sparatoria con Reyes si era appena posata, lasciando sotto di sé corpi riversi nella sabbia rossastra e un silenzio rotto solo dal gemito dei feriti.

I coloni, ancora tremanti, ringraziavano Dio per essere ancora vivi. I fratelli Tate, con gli occhi sgranati, la guardavano con un misto di ammirazione e desiderio represso. Anna sapeva che quella notte, al campo, avrebbero trovato un momento per sfogarsi di nuovo, immaginando le sue curve sotto la camicia intrisa di sudore. Non le importava; l'eccitazione li rendeva obbedienti, e l'obbedienza significava sopravvivenza e profitto.
Ma il Deserto dei Diavoli non aveva finito con loro. Mancavano ancora due giorni all'uscita, quando una tempesta di sabbia si abbatté improvvisa, ululando come un demone affamato. I carri si fermarono, i cavalli impazzirono, e i coloni si coprirono il viso con stracci umidi. Anna urlò ordini: «Tutti fermi! Calmate i cavalli!».

Ma in mezzo al turbine, qualcosa emerse dalla sabbia: una figura gigantesca, alta due metri. Era un golem di sabbia, il volto indistinto e inespressivo, grandi orbite scure al posto degli occhi.

Si mosse verso la carovana.

Dietro di esso, a una certa distanza, apparve lei: Dharma, la strega.

Il suo potere era cresciuto da quando aveva carpito i segreti delle antiche piramidi azteche, che aveva saccheggiato nei suoi viaggi proibiti.

I suoi capelli neri le cadevano sulle spalle come lunghe piume di corvo, e in testa portava una corona di piume simbolo del suo culto personale.

Dharma era una donna imponente, con curve generose che l'abito di pelle attillato esaltava in modo provocante: décolleté profondo che catturava gli sguardi, fianchi larghi che ondeggiavano con arroganza, pancia grassa che incuteva soggezione.

La sua bellezza era sconcertante. Da seccare le labbra.

Poteva evocare il golem dalle tempeste. La creatura ubbidiva ai suoi comandi, restando "in vita" per giorni, fino a quando la sabbia non si dissolveva naturalmente, in attesa della prossima bufera.

C'era tuttavia un modo per "ucciderlo" prima del tempo; ma nessuno lo conosceva, a parte la strega.
Dharma inseguiva il potere assoluto e il culto di sé.

«Sciocchi mortali», sibilò. «Il deserto è mio regno. Vi confonderò, vi imprigionerò qui, e vi distruggerò lentamente, offrendo le vostre anime al mio altare».

Dharma voleva la carovana per i suoi riti: anime da spezzare, corpi da corrompere, succubi da piegare a sé per accrescere la sua influenza.

Il golem avanzò tra i vortici di sabbia.

Harlan, il capo carovana, cadde in ginocchio, terrorizzato; i fratelli Tate, invece, fissavano Dharma con occhi famelici, ipnotizzati dalla sua figura sensuale, dal modo con cui l'abito le modellava il corpo, rivelando curve morbide e invitanti.

«È come Anna, ma più oscura», bisbigliò uno, mentre l'altro ansimava.
Anna, però, non si lasciò intimidire.

Sparò al golem, ma i proiettili lo attraversarono senza produrre alcun danno. Dharma rise, ordinando alla creatura di attaccare.

Il golem tirò giù dal carro un pioniere terrorizzato. Lo trascinò sul terreno per diversi metri, afferrandolo per una gamba; poi lo sollevò alto da terra, stringendogli il collo; lo fissava da vicino, come per gustarsi il suo crescente terrore; lo sventurato, prima di morire strangolato, vide gli occhi di Dharma nelle orbite scure della creatura.

Appena il golem mollò la presa, il colono si afflosciò a terra come un fantoccio.

La creatura vomitata dalla tempesta scomparve come era arrivata.

La risata fredda e crudele di Dharma li salutò sulle ali vorticose del vento.

La vittoria su Reyes sembrava lontana, un ricordo presto impolverato dalla sabbia sottile del deserto.

L'ombra del golem non li abbandonava mai, instancabile, senza alcuna esigenza fisica, insensibile al sole rovente. Li seguiva a distanza, e si faceva notare di tanto in tanto, per ricordargli che c'era e che non li avrebbe abbandonati.

Solo quando il cielo si oscurò, minacciando una pioggia fugace, scomparve più a lungo del solito.

Ma nessuno ancora sospettava il perché.

La carovana guidata da Anna Frazer si avvicinava lentamente all'uscita da quella landa infernale, non a caso chiamata Deserto dei Diavoli.

Non rimaneva che l'ultima tappa prima della valle fertile, una sosta ai pozzi per rifornirsi d'acqua e abbeverare i cavalli.

Ma i pozzi che Anna ricordava come affidabili erano asciutti, prosciugati in modo innaturale, come se qualcuno avesse succhiato via l'acqua con una cannuccia gigante. Quando provarono a ripiegare su un'altra piccola oasi, trovarono carcasse di coyotes intorno alle sorgenti: l'acqua era avvelenata.

Poi fu la volta degli animali. I cavalli, di solito docili, impazzirono al calar del sole: scalciavano, mordevano, si gettavano contro i carri come posseduti. Un mulo spezzò il legame e caricò un gruppo di coloni, calpestando una donna incinta, prima che Anna lo abbattesse con un colpo preciso alla fronte.

I fratelli Tate, ormai ossessionati sia da Anna che da Dharma, passavano le notti a masturbarsi furiosamente dietro le rocce, sussurrando fantasie su entrambe le donne: una che li salvava, l'altra che li torturava.
La carovana girava in tondo, intrappolata in un labirinto di dune che sembravano spostarsi di notte. Ogni volta che credevano di essere vicini all'uscita – vedevano il verde lontano, sentivano l'odore di erba umida – una nuova tempesta li avvolgeva e il golem riappariva all'orizzonte come un guardiano silenzioso.
Una sera, intorno al fuoco morente, un pioniere magro di nome Elias fissò il cielo stellato e mormorò con voce rotta, ripensando al compagno crudelmente ucciso dal golem: «Satana ha sparso il sangue di Jonathan sulla sabbia. Ci sta punendo per i nostri peccati».
Anna, che stava pulendo il revolver, alzò lo sguardo.

La retorica di Elias non era coerente: Jonathan era morto senza versare una sola goccia di sague. Soffocamento puro; e basta.
Guardò verso l'orizzonte, dove la sagoma indistinta del golem si stagliava contro la luna, immobile.

Con la forza sovrannaturale che aveva dimostrato di possedere, avrebbe potuto staccargli la testa dal collo, anziché perdere tempo a soffocarlo.

Ricordò anche come il golem scomparisse, quando il cielo minacciava pioggia. Forse si trovava un riparo, una roccia cava, una grotta.

Anna rimase sveglia a pensare.

Dharma voleva distruggerli lentamente: fame, sete, follia, terrore.

All'alba, Anna radunò i carovanieri.
«Ascoltate bene. Non è Satana. È una donna, con la sabbia nel cervello e una presunzione grande come queste dune. E io ho un piano per farle rimpiangere di averci incrociati.

Torneremo alla pozza avvelenata: caricate l'acqua, ricordandovi bene di separarla da quella buona, e tenete i vostri secchi a portata di mano e sempre pieni di acqua cattiva.

I fratelli Tate la guardarono con occhi febbrili, eccitati e terrorizzati allo stesso tempo. Uno di loro sussurrò: «Faremo tutto quello che dici, Anna. Tutto».
Lei sorrise, quel sorriso materno e letale.
«Bene. Perché stiamo per fare una bella doccia al pupazzo di sabbia».

Le giornate si trascinavano in un ciclo infinito di sabbia, sete e illusioni.

I pozzi avvelenati, i cavalli irrequieti, e le dune che cambiavano forma di notte, li tenevano prigionieri in un cerchio invisibile.

Però la paura creava una solidarietà più stretta tra i carovanieri.

Ogni sera, intorno al fuoco del bivacco, i legami si stringevano, una disperata morbosità strisciava tra i carovanieri.

Anna si accostava spesso a Susan Callahan e alla figlia Lauren, zozza e sfatta come la madre.

Susan aveva almeno sessantanni.

Era una donna robusta da una parte, molle dall'altra; il seno era pesante, cadeva morbido contro il tessuto logoro del camicione beige aperto fino allo stomaco, per il caldo infernale e l'istinto da mignottona; la vita era larga, i fianchi generosi e solidi, le cosce potenti: i bottoni chiusi lungo l'addome erano sotto palese sforzo.
Anna si avvicinò anche quella sera, con la borraccia del whisky in mano come biglietto da visita.

Le tre donne si scambiarono un veloce cenno d'intesa.

«Per fortuna c'è ancora qualcuno che non si piscia addosso, quando vede il golem all'orizzonte», sussurrò Anna per compiacerle.
Susan annuì lentamente. «Gioca con noi come fossimo topi in trappola. E quella strega che lo controlla... sembra una che si crede una regina solo perché ha imparato due trucchi da baraccone».
Parlarono piano per ore, mentre il fuoco si spegneva e i fratelli Tate – a distanza – si agitavano, eccitati dal suono di quelle voci femminili che tagliavano la notte.

Ma non si fermarono a quello.

Le tre donne si riunirono nel vecchio Conestoga di Susan.

Anna sedeva su una cassa, le gambe larghe, il foulard viola annodato al collo. Susan era appoggiata alla sponda del carro. Lauren si inginocchiò tra loro, posando le mani sulle gambe di entrambe; un gesto lento, deliberato.
Fu lei a parlare per prima, voce bassa e roca: «Madre, Anna... il deserto ci sta mangiando vive. Ma Dharma non è solo una strega. È un culto. Si nutre di paura, di anime spezzate. Se vogliamo uscirne, dobbiamo fare lo stesso. Un culto nostro. Noi tre. Potenza eterna, possesso reciproco. Nessuna ci tocca, se noi siamo unite».
Susan rise piano, ma i suoi occhi brillavano. Posò una mano callosa sul seno di Lauren, stringendo appena attraverso la camicia.
«Mia figlia ha sempre avuto idee sporche. Ma giuste».
Anna sentì il calore salire. Allungò una mano verso Susan, sfiorandole il collo sudato, poi scese sul décolleté abbondante, premendo con il palmo aperto.
«Se usciamo da qui, non saremo più prede. Noi siamo le dee del deserto. Io prendo quello che voglio, oro, corpi, vendette. Voi due... siete mie. E io sono vostra. Sangue, sudore, piscia, tutto mischiato in un patto eterno».
Lauren si chinò in avanti, i capelli rossi che sfioravano il viso di Anna. Le loro labbra si sfiorarono, non un bacio vero, ma un sigillo.

«Anna, figlia... tre corpi di donna, tre donne potentissime, un solo altare. Dharma tremerà».
Le mani si mossero lente, possessive: Anna slacciò un bottone in più sulla camicia di Susan, esponendo il seno pesante; Lauren accarezzò il fianco largo di Anna, tracciando la forma del revolver come se fosse un fallo.

Anna comprese il gioco, che diventava rito: estrasse la colt e se la infilò tra le cosce, la canna verso l'alto, come un pisello di ferro.

Avevano tutto.

Gemiti soffocati riempirono il carro, non sesso sfrenato, ma un rituale morboso di alleanza, sudore che colava, promesse sussurrate tra respiri affannati.
«Potenza eterna», mormorò Anna.
«Possesso reciproco», rispose Susan.
«Nessuno può fermarci», concluse Lauren.
Fuori, i fratelli Tate ascoltavano ogni sussurro. Uno si era già slacciato i pantaloni, masturbandosi con foga nel buio; l'altro seguiva, ansimando il nome di tutte e tre – Anna, Susan, Lauren – in un delirio di desiderio e terrore.

All'alba, il piano si mise in moto.
La carovana puntò verso l'uscita per l'ennesima volta. Il golem riapparve, immenso, bloccando il passo con braccia di sabbia vorticante. Dharma era lì, in cima a una duna lontana, corona di piume nere al vento, abito di pelle che le modellava il corpo come una seconda epidermide.
Anna mormorò: «Avanziamo piano, facciamolo avvicinare».

E quando la creatura stava ormai per afferrare un altro pioniere, la Frazer ordinò: «Ora! Secchi! Tutto quello che abbiamo! Verso la testa!».
I coloni sommersero d'acqua la creatura.

La sabbia cominciò a diventare fango, il golem perdeva la sua forma antropomorfa, si contorceva, veniva letteralmente liquefatto; un pioniere, eccitato dal successo del piano, si alzò in piedi sulla cassetta del carro e pisciò in testa alla creatura, come a schizzargli addosso il colpo di grazia.

Un urlo disumano si diffuse nell'aria rovente.

Il golem era crollato, adesso era solo una pozzanghera di acqua e piscio.
Un colono imbracciò il fucile e sparò verso Dharma.
«Muori, strega!».
Anna urlò: «NO!».
Il proiettile attraversò l'immagine di Dharma.

La figura svanì, per riapparire cento metri più in là, intatta, sorridente.

Era solo una proiezione, un'illusione potente; il vero corpo della strega al sicuro chissà dove.
Dharma inclinò la testa, studiando Anna con i suoi occhi infernali.
«Perché  "no", donna?

No a cosa? No a chi?

Vi lascio andare, per il semplice "no" di una donna potente.

Ma il deserto non dimentica. E nemmeno io.

Non tornate mai più».

La voce della strega echeggiava tra le dune in maniera innaturale.
La proiezione svanì nel vento.

La carovana emerse dal Deserto dei Diavoli al tramonto, malconcia ma viva.

Anna si voltò verso le due compagne, a cassetta sul carro telonato.
«Il nostro culto è nato, ha vinto, vivrà e crescerà».
Susan annuì. Lauren sorrise.
««Potenza eterna»», risposero all'unisono.

LA CORTIGIANA DI ANFIELD

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Era una puttana dei bassifondi di Liverpool, drogata e stronza.
A 44 anni ne dimostrava 60.
Se la faceva con gli ultras dei Reds, aveva già pronta la trasferta di Istanbul per gli ottavi di Champions contro il Gala.
La puttana si chiamava Rita Malone, detta "Red Boobs", un soprannome che si era guadagnata nei vicoli umidi di Anfield, dove i tifosi la conoscevano per le sue curve esplosive e per la lingua che si scioglieva dopo un paio di pinte.

Quella sera, mentre un cliente ubriaco fradicio – un tipo losco di nome Eddie "The Knife" Gallagher, un trafficante di droga con legami alla mala irlandese – le sussurrava segreti tra un gemito e l'altro nel retro di un pub fatiscente, Rita aveva sentito qualcosa di grosso.

Eddie aveva blaterato di un carico di coca in arrivo dal porto, valore di mezzo milione, e di un traditore nella banda del boss locale, un certo Frankie Doyle. Rita, con gli occhi che brillavano per l'avidità più che per la droga che si era sparata in vena prima del turno, aveva deciso di vendere l'informazione a Frankie stesso.
Il mattino dopo, Eddie si svegliò con i postumi della sbornia e un vuoto nella memoria che si riempì rapidamente di paranoia. Ricordava vagamente di aver parlato troppo, e quella troia di Rita era nota per cantare come un canarino quando fiutava soldi.

Non poteva rischiare: se Frankie avesse saputo del traditore grazie a lei, lui sarebbe finito in fondo al Mersey con una catena al collo. Così, quella notte, con la nebbia che saliva dal fiume come un sudario, Eddie la pedinò fino alla zona del porto, dove i container arrugginiti nascondevano ogni genere di peccato.

Rita camminava svelta, il cappotto logoro che non riusciva a nascondere il suo seno prorompente sotto la maglia dei Reds, ignara del coltello a serramanico che Eddie stringeva in tasca.
La afferrò da dietro in un vicolo buio, vicino ai moli dove le navi fantasma scaricavano merci illegali. «Parli troppo, puttana», ringhiò lui, mentre lei si divincolava con un urlo strozzato. La prima coltellata la colpì al ventre, squarciando la maglia rossa e facendo schizzare sangue caldo sulla nebbia. Rita cadde in ginocchio, le mani premute sulla ferita, ma Eddie non si fermò: altre due lame affondarono nelle viscere, per sbudellarla come un pesce; e rigirò il coltello nella piaga.

Il suo corpo si accasciò sul cemento umido, gli occhi vitrei fissi sul cielo invisibile, mentre il sangue si mescolava alle pozzanghere. Eddie pulì il coltello sulla sua gonna e svanì nella foschia, lasciando Rita a terra come un rifiuto urbano.

Il boss Frankie non seppe mai del carico, e la trasferta di Istanbul rimase solo un sogno macchiato di rosso.

La nebbia era così fitta quella notte al porto che sembrava inghiottire i rumori stessi. Rita giaceva sul cemento, il respiro corto e gorgogliante, le mani premute sul ventre squarciato come se potesse tenere dentro le budella con la sola forza della disperazione. Il sangue le colava tra le dita, rosso scuro contro la maglia dei Reds. Ogni tanto emetteva un gemito basso, quasi un rantolo, e gli occhi – lucidi di terrore e morfina – vagavano nel buio in cerca di qualcosa; di un appiglio, forse.
Fu allora che apparve.
Un uomo sulla quarantina, cappuccio tirato su, mani nelle tasche di un giaccone da lavoro logoro. Si chiamava Tommy Kerrigan, ex scaricatore di porto che ora campava di lavoretti in nero e piccole scommesse sulle partite. Stava tornando da un appuntamento, quando vide la sagoma accasciata a terra. All’inizio pensò a un ubriaco, o a uno dei soliti barboni che dormivano lì. Ma quando si avvicinò, l’odore del sangue lo colpì come uno schiaffo.
«Cazzo… Rita?», mormorò, riconoscendola subito. L’aveva vista un paio di volte al pub, sempre con la stessa maglia rossa troppo stretta, sempre a ridere troppo forte per coprire il vuoto. Non erano amici, ma si salutavano. Tommy si chinò, le illuminò il viso con la torcia del telefono. I tagli era profondi, multipli, chirurgici quasi. Non era una rissa da strada. Era un’esecuzione.
Rita lo vide, o almeno credette di vederlo. Gli afferrò il polso con una mano debole, le unghie sporche di sangue che gli graffiavano la pelle. «Aiutami… sto morendo…».
Lui si ritrasse d’istinto, il cuore che gli martellava nel petto. Guardò intorno: nessuno. Solo container, gru ferme, il rumore lontano di una sirena che non veniva per loro. Sapeva chi era Eddie Gallagher. Sapeva chi era Frankie Doyle. Sapeva che chi chiamava la polizia in quel porto, poi spariva per sempre. E lui aveva una figlia di dodici anni che aspettava a casa, una ex moglie che gli rompeva le scatole per gli alimenti, e un debito con gli strozzini che cresceva ogni settimana. Non poteva permettersi di finire in mezzo a una faida tra trafficanti.
«Rita, ascolta… devi resistere ancora un po’. Io… io ti aiuto, okay? Ma non posso chiamare l’ambulanza. Se lo faccio, mi cercano. Capisci? Mi ammazzano».
Lei annuì debolmente, o forse era solo un tremito. Tommy si tolse la sciarpa, la premette forte sulle ferite. Il sangue gli inzuppò subito le mani, caldo e appiccicoso. C’era un vecchio magazzino abbandonato a cinquanta metri, con una porta sfondata. Dentro forse c’era ancora un materasso lurido, o almeno un riparo dalla pioggia che cominciava a cadere leggera.
La prese in braccio – era pesante, il corpo molle e scivoloso di sangue – e barcollando la portò via. Ogni passo gli sembrava un’eternità. Rita gli sussurrava cose sconnesse: «Istanbul… volevo... vedere... il Gala… Salah… Salah... mi avrebbe scopato…», e poi singhiozzi, poi silenzio.

Arrivati al magazzino, la adagiò sul materasso puzzolente. Le mise sotto la testa il suo giaccone arrotolato. Le controllò il polso: debole, ma c’era ancora. Le diede da bere un sorso d’acqua dalla bottiglietta che aveva in tasca. Lei tossì sangue.
«Devo andare», disse lui. «Se resto, mi beccano. Hai il telefono. Chiama qualcuno… chiama tua sorella, o chi cazzo vuoi. Ma non dire che sono stato io. Giura».
Rita annuì, o credette di annuire.

Tommy le mise il telefono tra le mani tremanti, le chiuse le dita intorno.

Poi guardò un’ultima volta quella donna in rosso che stava morendo su un materasso lurido in un magazzino dimenticato da dio.
Uscì nella nebbia senza voltarsi indietro.

Il telefono di Rita squillò due volte – una chiamata da un numero sconosciuto, forse un cliente – ma lei non riuscì a premere il tasto verde.

La maglia dei Reds, quella che indossava con orgoglio anche nelle notti più schifose, era più rossa del solito.

Tommy arrivò a casa all’alba. Si lavò le mani sotto l’acqua bollente fino a spellarsi. Non dormì.

La mattina dopo comprò il giornale locale: nessuna notizia di un omicidio al porto. Solo il solito titolone sul Liverpool che preparava la trasferta di Istanbul.

La nebbia sul Mersey non si era ancora diradata, quando Tommy Kerrigan tornò al magazzino abbandonato, due notti dopo. Non per eroismo, ma per paranoia. Il cuore gli batteva forte mentre spingeva la porta sfondata, la torcia del telefono che tagliava il buio come una lama.
Il materasso era vuoto. Solo una chiazza nera e secca dove Rita aveva sanguinato, e un odore ferroso che ancora aleggiava. Nessun corpo. Nessuna traccia di ambulanza. Solo il silenzio del porto e il rumore lontano di una nave che attraccava.
Tornò a casa con le mani che tremavano. Accese la radio per coprire il silenzio, ma la sua mente tornava sempre lì: chi l’aveva portata via? Frankie Doyle, per farla sparire? Eddie Gallagher, per finire il lavoro?

Tommy non era un eroe, ma neanche uno stupido. Cominciò a indagare con discrezione. Chiese in giro nei pub di Anfield Road, tra una pinta e l’altra, fingendo di cercare una vecchia fiamma. «Hai visto Rita Malone? Quella con la maglia dei Reds, tette da urlo?». Risate, scrollate di spalle, sguardi che evitavano il suo. Nessuno sapeva niente; o fingevano di non sapere.

Ma una sera, da Sandon, un vecchio ultras mezzo ubriaco gli sussurrò: «L’hanno caricata su un furgone nero. Due tizi con accento del sud. Non era un’ambulanza, fratello».
Poi arrivò la notizia che Jack Carter era in città da alcuni giorni.

Il fratello minore, Frank, era morto in un incidente d’auto nei pressi del porto.

Frank era un ragazzo a posto, non un gangster come lui.

Jack non ci credeva all’incidente. Frank non beveva mai prima di mettersi al volante. Qualcuno l’aveva fatto fuori, e lui avrebbe scoperto chi, e l'avrebbe ammazzato. Come in quel vecchio film d'autore, quello con la musica d'autore, dal ritmo incalzante, quello definito il più grande film del cinema inglese.

Carter aveva già pestato due o tre scagnozzi di Frankie Doyle, rompendo dita e facendo cantare nomi. Uno di loro, con il naso rotto e il labbro spaccato, aveva biascicato qualcosa su una puttana in rosso che “sapeva troppo”, amica della ragazza di Frank, morta di overdose per una partita tagliata male.

Red Boobs, la puttana dei bassifondi di Anfield, aveva capito chi c'era dietro l’ordine di ammazzare Frank, prima che questi denunciasse gli assassini della fidanzata.

E adesso anche Carter la cercava.

Le voci dicevano che era stata accoltellata, che era morta dissanguata, e fatta sparire per non lasciare tracce.

Ma lui continuava a cercare, e mentre cercava la colonna sonora nella sua testa era quella di Roy Budd: un tema ossessivo che pulsava come il sangue nelle vene.

Tommy lo incrociò per caso in un bar.

Carter sedeva solo, sorseggiava un whisky, osservava la porta.

Kerrigan lo riconobbe subito, tutti a Liverpool conoscevano Jack Carter.

Si sedette di fronte senza chiedere permesso.
Jack alzò gli occhi, freddi come il fiume d’inverno.

Non ebbe la benché minima reazione nervosa; lui non perdeva mai la sua flemma cinica.

Jack Carter, nel suo trench nero, la cravatta impeccabile, capelli classici, nessuna ombra di tatuaggi, era la quintessenza del vecchio stile britannico.

«Parla più forte», disse, con la sua ironia tagliente.
«Io... io l’ho vista.

Rita.

Red Boobs.

L’ho trovata quella notte; sanguinante. L’ho portata in un magazzino. Le ho messo in mano il telefono. Poi è sparita».
Carter non batté ciglio.

«Sparita dove?».
«Non lo so. Qualcuno l’ha presa. Non era morta quando l’ho lasciata. Forse è ancora viva. Forse no».
Silenzio. Solo il tintinnio del ghiaccio nel bicchiere.

Carter si alzò lentamente.

«Se scopri qualcosa, vieni qui».

Gli lasciò il biglietto dell'albergo.
Tommy annuì, ma dentro tremava.

E pensava a Rita.

Dove poteva essere?

Da qualche parte nel buio di Liverpool, forse in un seminterrato umido, fasciata alla meno peggio, tenuta in vita con morfina da un medico compiacente. O forse era già sul fondo del Mersey, con i pesci che le rosicchiavano le curve che un tempo facevano impazzire gli ultras.

Nessuno lo sapeva.
Ma entrambi continuavano a cercare, ognuno per i suoi motivi: uno per vendetta, l’altro per lavarsi la coscienza.

E il tema di Roy Budd continuava a suonare nella loro testa.

La nebbia sul Mersey si era diradata quel mattino di marzo 2026, ma l’aria di Anfield restava pesante, carica di tensione da Champions e da Premier, con gli Spurs in arrivo.

I Reds potevano dar loro il colpo di grazia e spingerli in serie B dopo mezzo secolo di massima divisione.

Gli ultras della Kop lo sapevano, e lo cantavano nei pub: “Spurs going down with a fucking smile”.
Ma quel giorno, mancava qualcuno che di solito era sempre lì, con la maglia rossa aperta sul décolleté generoso, a urlare “You’ll Never Walk Alone”.

Rita Malone non c’era. Niente curve ballonzolanti, niente risate sguaiate, niente clienti che le passavano una pinta o una bustina dopo il fischio finale. Gli ultras più vecchi se ne accorsero per primi.

«Dov’è Red Boobs Rita?», borbottò uno, mentre scolava la decima. «Di solito a quest’ora è già qui a strusciarsi sui pali per un biglietto omaggio».
Un altro scrollò le spalle. «Sarà strafatta da qualche parte. O sarà rimasta a Istanbul con un riccone turco»,  ma gli occhi tradivano preoccupazione. Rita era una di loro, una mascotte dei bassifondi rossi: non spariva così, senza un ciao o un “fuck off”.

«Veramente non c'era nemmeno lì».

I suoi clienti abituali – un paio di scaricatori di porto, un ultras con la fedina penale lunga un braccio, persino un giornalista freelance che le pagava le birre in cambio di pettegolezzi – cominciarono a chiedere in giro e a scambiarsi informazioni.

Messaggi su WhatsApp in un gruppo ad hoc: «Qualcuno ha visto Rita? Non risponde da giorni», «Niente. Telefono morto».
La voce si sparse. Il giorno prima della partita, il Liverpool Echo pubblicò un pezzo sulla cronaca locale: «Scomparsa donna nota nei pub di Anfield – familiari preoccupati». Niente foto, niente dettagli piccanti. Ma il Sun fiutò lo scandalo; il tabloid uscì con un titolone: «Il Mistero della Cortigiana di Anfield: tifosa hot dei Reds scomparsa prima della partita con gli Spurs - si teme una brutta storia di sesso e droga». All'interno, foto sfocate di Rita con la maglia dei Reds, i bottoni tesi al limite, aneddoti anonimi su “serate selvagge con gli ultras”, e speculazioni su un “legame con la mala del porto”.
La Merseyside Police minimizzò la vicenda in una nota ufficiale, molto edulcorata: «Stiamo indagando su una persona segnalata come scomparsa, ma non ci sono elementi per sospettare un crimine grave al momento. Molte donne in contesti vulnerabili si assentano temporaneamente». Traduzione pratica: puttane drogate vanno e vengono, non fateci caso.
Intanto, Jack Carter aveva letto il Sun nella sua camera d'albergo.

Il giornale era aperto sul tavolo, accanto alla pistola e a una tazza di tè freddo. La foto di Rita gli fece stringere la mascella: era l’unico filo rimasto per scoprire chi aveva ordinato l’omicidio di suo fratello Frank.

Tommy Kerrigan, che aveva continuato a indagare per conto suo, gli mandò un messaggio criptico: «Ancora niente corpo. Ma qualcuno l’ha spostata».
La partita iniziò sotto un cielo grigio. Anfield ruggì come sempre, ma c’era un vuoto palpabile nella Kop, lì dove Rita avrebbe dovuto essere a ballare ubriaca dopo il primo gol di Salah.

I Reds dominavano: 3-0 senza incontrare resistenza.  Gli Spurs, dopo queste tre coltellate, sembravano già in Championship, le facce dei giocatori bianche come lenzuola, comprese quelle de giocatori di colore.
Durante il secondo tempo, un ultras alzò un cartello improvvisato: “Where’s Rita? YNWA Red Boobs”. Qualche risata, qualche fischio, ma molti sguardi preoccupati. La telecamera di Sky inquadrò per un secondo, poi sfumò via.

Il Sun lo pubblicò online: «I tifosi chiedono risposte: dov'è la Signora in Rosso di Anfield».
Il match finì 4-1. Tottenham umiliato, retrocessione più vicina che mai. Liverpool festeggiò, ma non del tutto.

Carter uscì dallo stadio prima del fischio finale, diretto verso i docks. Tommy lo seguì a distanza. Rita era ancora là fuori, da qualche parte, viva o morta; nessuno lo sapeva. Ma con la Champions alle porte (il ritorno con il Gala), la città aveva altre priorità.
O almeno, così sembrava.

Sotto la superficie, il mistero di Rita Malone continuava a sanguinare, come quella notte al porto. E il tema di Roy Budd suonava ancora, ossessivo, nelle teste di chi non riusciva a dimenticarla.

La nebbia sul Mersey sembrava essersi spostata verso sud, verso la costa del Sussex, quando il Liverpool si preparò per la trasferta all'American Express Stadium contro il Brighton.

Dopo la schiacciante vittoria contro gli Spurs ad Anfield, che aveva praticamente spedito il Tottenham in Championship dopo 50 anni, i Reds viaggiavano con il morale alto, ma con un'ombra che nessuno nominava apertamente: Rita Malone.

Il mistero e il malumore erano penetrati anche nello spogliatoio.

Durante l'allenamento dei Reds, il solito chiacchiericcio su tattiche e ragazze era virato su un argomento insolito: la "fan in rosso" scomparsa.

Virgil van Dijk, il capitano, era seduto su una panca con l’asciugamano intorno al collo, le mani enormi che massaggiavano un ginocchio dolorante.
Konaté ruppe il ghiaccio per primo, con il suo accento francese e un ghigno malizioso: «Ehi, ragazzi, avete visto il cartello della Kop? "Where’s Rita?". Ma sul serio, dov’è finita quella tipa? Di solito era lì a ballare dopo ogni gol, tette al vento come se fosse una lap dance».
Bradley, ridendo, ma con un filo di disagio: «Lasciala stare, Ibra. Era una di quelle che... beh, lo sapete. Sempre ubriaca, sempre con qualcuno. Il Sun dice che le put... ehm, le escort spariscono e poi riappaiono. La polizia non indaga neanche».
Salah, alzando gli occhi dal telefono, serio ma con un mezzo sorriso: «Non è divertente, ragazzi. Ho letto l’Echo. Familiari preoccupati, telefono spento da giorni. Se era una fan vera, una che veniva a tutte le partite... non è normale. Magari le è successo qualcosa di brutto al porto. Sapete com’è lì di notte.

Ho deciso di fare una cosa: se segno con il PSG, mi alzo la maglietta e faccio la stessa domanda della Kop...».

Van Dijk, con voce profonda, calma ma autoritaria, come quando parla in campo: «Mo' ha ragione. Non è solo gossip. Se sparisce una persona che tutti conoscono allo stadio, finisce sui giornali scandalistici, e poi? La prossima volta tocca a qualcun altro. Io dico: se qualcuno sa qualcosa, parli. Non per fare gli eroi, ma perché è una nostra fan. YNWA, no? Vale anche per lei. Mi alzo anch'io la maglietta, se faccio il buco al Real».
Mac Allister, argentino, sempre un po’ cinico, ma con un fondo di curiosità morbosa: «Sì, vabbe', capitano. Ma ammettiamolo: era uno spettacolo. Ogni volta che segnavamo, sembrava che esplodesse. Ricordate contro il City? Ha buttato la sciarpa in aria e... beh, quasi le usciva fuori dalla maglia. Se l’hanno fatta fuori per qualche debito o roba di droga, è un peccato. Aveva... presenza».
Szoboszlai, ridendo forte, ungherese diretto: «Presenza? Amico, aveva due palloni da bowling! Io dico che è scappata con un oligarca turco. Magari la prossima volta la vediamo in giallo-rosso a osannare Osimhen...».
Il gruppo scoppiò a ridere, ma era una risata nervosa, mista a disagio. Konaté tirò fuori il telefono e mostrò una foto sfocata dal Sun: Rita in curva, sorridente, la maglia rossa tesa al limite. «Guardate qua. Roba da copertina. Non è la puttana da 4 soldi che vogliono far credere».
Salah, pensieroso: «Io spero solo che stia bene. Era rumorosa, esagerata, ma... era nostra. Parte di Anfield. Senza di lei, lo stadio sembra un po’ più vuoto».
Il silenzio calò per un secondo, poi lo spogliatoio tornò ai suoi ritmi: docce, massaggi, telefonate alle famiglie. Ma il nome di Rita Malone aleggiava ancora, come un fantasma in maglia rossa, tra curiosità morbosa e un velo di rimpianto che nessuno avrebbe ammesso ad alta voce.

Intanto Carter stava pianificando il prossimo pestaggio: un contatto nei docks gli aveva detto che un furgone nero era stato visto vicino al magazzino abbandonato dove Tommy aveva abbandonato Rita.

La partita contro il Brighton fu un monologo rosso. I Gabbiani, solidi ma prevedibili, crollarono sotto i gol di Salah (doppietta) e Mac Allister.

Fu proprio in quel weekend che il mistero di Rita si legò al destino del Liverpool in modo grottesco. Jack Carter scoprì che i segreti carpiti da Rita non riguardavano solo il killer di Frank, ma anche un carico di droga diretto a Brighton.

Forse Rita era stata portata proprio sulla Manica, come pedina di scambio nell'oscuro gioco di ricatti incrociati tra boss della malavita; poi, dopo il risalto mediatico ottenuto dalla sua vicenda, se non era morta a causa delle coltellate, era diventata merce preziosa.

A Brighton, Carter era quasi di casa: non ebbe difficoltà a inquadrare la situazione; spremuti a dovere i suoi contatti, era vicino a sciogliere il bandolo della matassa: «Celtic Dawn. La puttana rossa è lì dentro».

Carter aveva licenza di libero transito su tutto il porto; polizia, doganieri, mafiosi: nessuno poteva fermarlo.

Ma quel vecchio film gli aveva insegnato molto: «Get Caine»; e poi?

Nessuno capiva bene quel titolo, perché non aveva presente il seguito: «Get Caine. Before he gets you». Il boss responsabile per la morte del fratello di Caine riceveva un opportuno consiglio: non aspettare che Caine venga a trovarti, liberati di lui al più presto.

Perciò doveva stare attento, non fidarsi di nessuno. O avrebbe fatto la stessa fine di quel Caine.

La nave era buia, solo qualche luce di sicurezza tremolante. Salì a bordo con il suo impeccabile trench nero, scavalcando una catena arrugginita; scese nella stiva attraverso una scala di metallo che cigolava come ossa vecchie.

L'aria era umida, fetida di ruggine e disinfettante scaduto.

In fondo, dietro pile di barili di plastica, sigillati con nastro adesivo, trovò lei.
Rita Malone era legata a una sedia da ufficio sfondata. La maglia dei Reds – la stessa che indossava quella notte al porto di Liverpool – era lurida, e dal ventre spuntavano pezzi di budella grigie e violacee, tenuti dentro a stento da un bendaggio improvvisato di stracci e nastro adesivo.

Nessuno la sorvegliava; probabilmente gli avevano lasciato campo libero.

La donna respirava ancora: rantoli corti, superficiali, come un motore che sta per spegnersi. Gli occhi, gonfi e vitrei, si aprirono quando la torcia di Carter le illuminò il viso.
«Carter... tu sei Carter... vero... sapevo... che saresti venuto...», sussurrò, con grande fatica.
Lui le posò due dita sul collo: pulsazioni deboli, strano che l'avessero lasciata in quello stato, con le sue quotazioni in rialzo; ma forse avevano altre urgenze.

Perlomeno l'avevano tenuta in vita: morfina in vena (una flebo vuota penzolava da un gancio), antibiotici, una sacca di plasma.

La fissò freddo, per nulla intenerito.

«Sei conciata male, Rita. I tuoi occhi sembrano schizzi di piscio sulla neve.

Adesso io voglio sapere se hai raccontato tu al boss che mio fratello voleva denunciarlo per la morte della ragazza.

Rispondi sinceramente».

Rita, impaurita, e stremata, cominciò a balbettare.

«Io... Carter... io...».

«Certo che sei stata tu. Chi altri? La ragazza era tua amica. Vi facevate insieme. Magari ti ha pure salvato la vita, perché l'hai vista morire un attimo prima di bucarti con la stessa robaccia...».

«Tu... non ci crederai... ma io...».

«Tu, cosa?».

Carter fece scattare il coltello a serramanico.

«Aspetta...».

Ma non aspettò.

Tagliò la corda che la legava alla sedia, e la sostenne mentre crollava in avanti contro il suo petto.

«Aspetta...», ripeté, convinta che ora l'avrebbe finita con un'altra coltellata.

Ma lui richiuse il coltello.

«Perché...».

«Perché ho la pistola con il silenziatore...».

Rita spalancò gli occhi: drogata e stronza, ma con la voglia di vivere addosso.

«Cretina, so tutto, non c'è bisogno che ti sforzi di mentire o dire una mezza verità.

Avresti tradito mio fratello senza alcun problema, ma non hai fatto in tempo.

L'ha tradito un ispettore di polizia, che ha preso tempo per la denuncia e ha subito chiamato il boss; ho passato l'ultima settimana a spezzare dita.

Sei un miserabile relitto, ma anche volendo, non sei riuscita a macchiarti della morte di mio fratello.

Sei finita stritolata dentro un'altra storia, ma adesso basta; hai pagato a sufficienza; ti porto da un dottore vero».

«E... la tua... vendetta...

Get Doyle... before... he... gets you...», il respiro che gli sfiorava il collo.

Carter alzò gli occhi, l'espressione impassibile, ma sottilmente ammirata.

Intanto era arrivata l'ambulanza privata.

«Il mio non è un remake freddo, Rita.

Ci sono cose che possono addolcire un uomo; il finale cambia.

Sei viva perché ho fatto uno scambio: una vendetta per una donna lasciata sola».

Rita era ancora incredula mentre la caricavano sull'ambulanza.

«Dirai che ti sei stancata presto dell'oligarca turco e di Osihmen».

«Non sono morta... cazzo, non sono morta», mormorò tra sé, la voce un rantolo spezzato da tosse sanguinolenta.
Jack Carter si chinò su di lei, aggiustandosi la cravatta.

Il suo viso era una maschera di pietra, ma negli occhi c'era quel fuoco freddo che aveva terrorizzato mezza Londra.

«Ascolta bene, Rita», disse a bassa voce, afferrandole il polso debole. «Sei viva perché servi a me».

I paramedici chiusero le porte dell'ambulanza con un tonfo sordo; uno di loro si pose alla guida e accese la radio.

Dopo la pubblicità, mandarono un pezzo stratosferico di Roy Budd.

Carter bussò sul lunotto interno e fece gesto con la mano di alzare.

Gli occhi di Rita si dilatarono, la bocca si dischiuse: era un requiem per la sua vecchia vita. Si toccò in basso: era eccitata di averne un'altra.

Carter alzò gli occhi verso il medico che la monitorava costantemente; questi si girò lentamente di spalle.

Dopo i primi tocchi, la musica sfumò.

ZOTHIQUE: L'IMPERO DEI RE MORTI

di Grok e Salvatore Conte (2026)

La taverna del Corvo d'Osso a Miraab era un antro basso e fumoso, scavato nelle fondamenta stesse della città come una tomba chiassosa.

Le lampade a olio proiettavano ombre tremolanti su pareti annerite dal fumo e dal tempo; l'aria era densa di odori: vino acido di Yoros, sudore di mercenari, incenso bruciato per tenere lontani i folletti dispettosi, e quel sentore dolciastro di mummie che aleggiava sul Tasuun, come se la morte stessa facesse parte della birra.
Al tavolo d'angolo, sotto un cranio di drago appeso come trofeo, sedevano tre uomini che avevano visto troppi deserti e troppe spade.
Zorgo il Guercio, con la benda sull'occhio destro e cicatrici che sembravano mappe di battaglie perse, versò un'altra coppa di vino nero da una brocca incrostata.
Tharn di Faraad, alto e magro come un pilastro di Chaon Gacca, giocherellava con l'elsa della sua scimitarra curva, lo sguardo fisso sul nulla.

Keldar il Nero, dalla pelle scura come gli abitanti di Ilcar, ma con accento di Xylac, masticava una radice amara per tenere sveglio lo spirito.
Zorgo ruppe il silenzio con un grugnito.
«Hai sentito l'ultima, Tharn? Dicono che a Dooza Thom il re non è più re. È un cadavere che cammina, con gli occhi vuoti e la corona ancora in testa. E ride... ride come se sapesse un segreto che noi non possiamo conoscere».
Tharn annuì lentamente, senza alzare lo sguardo.
«Anche a Ustaim. Il vecchio re... come si chiamava? Qualcosa con la "th"; Tharion? No, Tharvul. Dicono che sieda sul trono di Aramoam, ma non respiri più. Muove le labbra per dare ordini, e la voce esce come vento da una tomba aperta. I cortigiani fingono di non notare che non abbia battito».
Keldar sputò la radice sul pavimento.
«Anche da te, Tharn, dovresti saperlo. Pure a Yoros. Il re... re Haalor, no? L'hanno trovato sul letto regale con la gola squarciata, ma il mattino dopo era in piedi, a dare udienza. La ferita è ancora lì, nera e aperta, ma non sanguina. E ride. Tutti ridono allo stesso modo, dicono. Una risata secca, come ossa che si sfregano».
Zorgo si sporse in avanti, abbassando la voce fino a farla diventare un sussurro rauco.
«E Calyz? Non dimentichiamo Calyz. Shathai, la città dalle torri d'avorio... ora le torri sono piene di echi. Re Zargoth è morto da tre lune, ma il trono non è vuoto. Si dice che cammini nei giardini al crepuscolo, con la corona di spine nere, e che i fiori appassiscano al suo passaggio. I suoi consiglieri lo servono ancora, ma hanno gli occhi vitrei. Tutti morti. Tutti animati».
Tharn finalmente alzò lo sguardo, e nei suoi occhi c'era una paura antica.
«Quattro regni. Dooza Thom a nord-est, Ustaim più a est, Yoros sul mare meridionale, Calyz con le sue oasi maledette. Tutti caduti uno dopo l'altro, in meno di un anno. E tutti con lo stesso marchio: morti che regnano».
Keldar rise, ma era una risata senza gioia.
«Una sola mano dietro tutto questo. Una donna. Daka, la chiamano. Daka la Negromante. Dicono che sia apparsa dal nulla, come un'ombra viola dal deserto di Nooth-Kemmor o dalle rovine di Cincor. Ha ucciso i re uno per uno, non con spade o veleni, ma con incantesimi che fanno invidia ai vecchi negromanti di Naat. Poi li ha richiamati indietro. Li ha fatti sedere sui loro troni, con le corone ancora in testa, ma obbedienti solo a lei».
Zorgo tamburellò le dita sul tavolo.
«Ora controlla l'est di Zothique. Un impero di cadaveri, dal confine di Dooza Thom fino alle coste di Calyz. Le carovane non passano più. I mercanti di Miraab tornano con storie di campi di battaglia dove i morti combattono per lei, con armature arrugginite e occhi che brillano di luce violetta. E al centro di tutto... lei. Una regina nera, con corona di teschi e bastone che pulsa come un cuore malato. Dicono che sia... formosa, come le dee proibite dei vecchi templi. Ma il suo sguardo congela il sangue».

Tharn bevve un lungo sorso.
«Gli altri re e questa regina tremano. Xylac, Tinarath, Cincor, Ilcar, Zyra... e Tasuun.

Hanno mandato messaggeri. Un'alleanza, dicono. Sei regnanti vivi contro una regina di morti. Hanno giurato di ristabilire l'ordine».
Keldar scrollò le spalle.
«Parole. Sempre parole. Ma se Daka marcerà su Miraab... o su Ummaos... chi fermerà i suoi morti? E i suoi re vassalli? Quelli... quelli ridono mentre marciscono».
Zorgo fissò il fondo della coppa, come se vi vedesse il futuro.
«Io dico che è meglio ubriacarsi stasera. Domani potremmo essere arruolati. O morti. O peggio: morti che marciano per lei».
Tharn sorrise per la prima volta, un sorriso storto.
«Allora brindiamo ai vivi, finché lo siamo. A Zothique morente... e a Daka, che accelera la fine».
Alzarono le coppe. Il vino sapeva di polvere e di tomba.
Fuori, nel crepuscolo rossastro del sole agonizzante, il vento portava un'eco lontana: una risata secca, molteplice, come se quattro gole morte ridessero all'unisono.
E Miraab, per una notte ancora, fingeva di essere viva.

La Sala del Trono di Miraab, capitale del Tasuun, era un relitto di passata grandezza: colonne di marmo screpolato, tende di seta lacera che ondeggiavano come sudari al soffio del vento caldo dal deserto; e al centro, su un trono d'avorio ingiallito e intarsiato d'oro falso, sedeva la Regina Xantlicha, ottava del suo nome, una donna di mezza età dal volto molle e dagli occhi sfuggenti.

La corona – un cerchio di bronzo con pietre opache che avevano perso il lustro secoli addietro – gli pesava sulla fronte sudata.

Indossava una veste leggera nello stile del Tasuun, stretta al corpo appesantito dalle gozzoviglie; era una tunica di seta color zafferano pallido, così trasparente e aderente da sembrare una seconda pelle dorata. Il corpetto, ricamato con fili d’oro e perle opache, stringeva e sollevava il seno generoso in un’ostentazione quasi oscena, mentre la gonna fluida nascondeva a malapena le curve abbondanti dei fianchi e del ventre; collane di turchesi e bracciali tintinnanti completavano l’insieme.
Xantlicha era ancora bella, di una bellezza matura, carnale e decadente: gli occhi scuri conservavano un bagliore seducente, le labbra piene erano dipinte di rosso vivo, la pelle morbida splendeva sotto la luce morente. Eppure proprio in quella bellezza si annidava la contraddizione più crudele: il corpo opulento parlava di banchetti eccessivi e notti di piacere, non di forza o saggezza; le guance leggermente pesanti tradivano l’indolenza di chi aveva regnato solo su sudditi terrorizzati e cortigiani adulanti; il sorriso che voleva essere regale appariva invece inquieto, quasi infantile nella sua fragilità.

Era una regina di vizi, non di potere: sensuale e imponente a prima vista, ma ormai putrefatta dentro, come un frutto maturo sul punto di marcire.

Intorno a lei, la corte era ridotta a un pugno di pavidi adulatori: il Gran Ciambellano Valthor, con la barba tinta di nero per nascondere il grigio; il favorito del momento, un biondo energumeno dalla testa vuota di nome Gym, che fingeva devozione mentre i suoi occhi tradivano altro; e un paio di guardie con le armature ammaccate.

Xantlicha fissava il messaggero inginocchiato ai suoi piedi, un uomo magro, coperto di polvere del deserto orientale, con il mantello strappato e lo sguardo vitreo di chi ha visto troppo.

«Parla di nuovo», sibilò la regina, la voce incrinata. «Dimmi che è una menzogna. Dimmi che i re di Dooza Thom, Ustaim, Yoros e Calyz sono ancora vivi, che le gole tagliate erano solo un incubo di ubriachi».

Il messaggero chinò il capo più in basso.

«Mia signora... i rapporti sono concordi. I quattro re siedono ancora sui troni, ma non respirano. I loro occhi brillano di luce viola, come stelle malate. Danno ordini con voci che echeggiano da bare aperte. E dietro di loro... Daka. La Negromante. Si dice che abbia la pelle pallida come la luna, bianca, ma che tutto il resto sia nero: gli occhi, i capelli, la corona, la tunica, il bastone, il cuore, e l'anima, se ne ha una».

Xantlicha si alzò di scatto, barcollando. La corona gli scivolò di lato; la rimise a posto con dita tremanti.

«Io... io ho mandato ambasciatori agli altri cinque re vivi!

E tutti hanno giurato l'alleanza! Sei regnanti contro una strega! Le nostre legioni, le nostre galee, i nostri maghi... schiacceranno questa... questa abominazione!».

Ma la voce gli si spezzò sull'ultima parola. Si lasciò ricadere sul trono, coprendosi il volto con le mani.

Valthor si avvicinò cauto, come si avvicina un animale ferito.

«Mia signora... l'alleanza è fragile. Le legioni non esistono. Le galee non escono dal porto da anni. I maghi spaventano solo i bambini.

Si dice che Daka offra clemenza a chi si inginocchia. Chi le giura fedeltà mantiene il trono... come reggente».

Xantlicha rise, un suono strozzato e patetico.

«Giurarle fedeltà? A quella... a quella donna che fa collezione di cadaveri incoronati? E se rifiuto? Se marcio con gli altri cinque? Morirò in battaglia... o peggio: mi rialzerò con gli occhi viola, a servire lei».

Gym si avvicinò, sfiorandogli il braccio con mano possente.

«Mia regina... il tesoro del Tasuun è ancora intatto. Le galee sono pronte. Le isole lontane potrebbero offrirvi rifugio. Portate l'oro, i gioielli, i libri antichi... e vivete. Lasciate che i re combattano e muoiano. Voi... voi potreste essere l'ultima regina di Zothique».

Xantlicha lo fissò, gli occhi lucidi di terrore e avidità.

«Fuggire? Come un ratto dal palazzo che brucia? Io, Xantlicha, discendente di Xantlicha la Crudele, che terrorizzava i suoi nemici con veleni e incantesimi... fuggire?».

Ma il suo sguardo vagò verso le casse già pronte negli angoli della sala: lingotti, scrigni di gemme, rotoli di pergamena.

Le guardie evitavano il suo sguardo.

La regina si alzò di nuovo, barcollando verso una finestra. Fuori, il sole morente tingeva il cielo di un rosso malato, e il vento portava un'eco lontana: una risata multipla, secca, come ossa che si urtano in una bara.

Xantlicha si voltò verso Valthor.

«Convoca il consiglio segreto. Stanotte. Decideremo... se inviare un emissario a Daka con doni e promesse di sottomissione... o se preparare le navi».

Silenzio nella sala.

Xantlicha tornò a sedersi, imponente ma tremante, una sovrana che aveva regnato su sudditi ignoranti e pavidi... e che ora scopriva di essere la più pavida di tutti.

Fuori, il crepuscolo si addensava, e da est – dall'impero dei re morti – avanzava un'ombra viola che odorava di tomba e di potere assoluto.

La Sala del Trono di Ummaos era immersa in un silenzio opprimente, rotto solo dal crepitio delle torce e dal lontano ululato del vento dal deserto di Nooth-Kemmor.
La Regina Xantlicha VIII stringeva forte i braccioli del trono con dita dalle unghie laccate di rosso, come se potesse sfuggirle da un momento all'altro; benché possente, rabbrividì nel suo abito dorato, improvvisamente conscia di quanto fosse fragile la sua carne calda in un mondo che stava diventando di ossa e magia viola.

Sotto la Sala del Trono, in camere segrete scavate nella roccia viva, solo quattro figure erano presenti alla luce di tre lampade morenti.
Xantlicha VIII sedeva su un seggio di ebano, ancora vestita del suo abito di seta zafferano che, nella penombra, sembrava quasi fosforescente. Accanto a lei, in piedi come un cane da guardia, c’era Gym, il suo favorito: un colosso biondo dalle spalle larghe e dal torace scolpito, con capelli lunghi fino alle scapole e uno sguardo vacuo e bello come quello di una statua; la sua mente era leggera quanto i suoi muscoli erano pesanti.
Di fronte a loro: il Gran Ciambellano Valthor e il negromante di corte Eldur, un uomo magro e curvo con la pelle color pergamena vecchia.
Xantlicha parlò per prima, la voce bassa ma tremante di rabbia e paura: «Ditemi la verità, non le menzogne che racconto a corte. Quanto tempo abbiamo prima che i morti di Daka arrivino alle nostre porte?».
Valthor si schiarì la gola.
«Maestà… forse due lune, forse meno. L’alleanza dei sei re è fragile».
Eldur, con voce raschiata come sabbia su una tomba, aggiunse: «La strega è forte. Più forte di quanto fossi io nei miei giorni migliori. I quattro re morti sono solo l’inizio. Presto ne avrà altri».
Gym, che fino a quel momento aveva giocherellato con una ciocca dei suoi capelli biondi, intervenne con entusiasmo infantile: «Ma tu sei più bella di lei, mia regina! L’ho sentito dire. E io posso proteggerti. Basta che mi dai una spada grossa e spaccherò le teste di quei morti!».
Xantlicha gli posò una mano sul braccio muscoloso, quasi con tenerezza stanca.
«Caro Gym… la tua spada è utile in camera da letto, ma contro la negromanzia serve ben altro».
Poi tornò seria, guardando i due consiglieri.
«Quindi? Ci sottomettiamo o fuggiamo? O combatteremo fingendo coraggio?».
Valthor abbassò lo sguardo.
«Un emissario potrebbe partire con doni… e la proposta di vassallaggio. Daka potrebbe lasciarvi il trono come reggente».
Eldur scosse la testa.
«Le navi a Zul-Bel sono quasi pronte. Il tesoro è già a bordo per metà».
Xantlicha rimase in silenzio, accarezzando distrattamente il petto di Gym come se cercasse conforto nella sua carne calda e stupida.

Alla fine sospirò: «Preparate entrambe le cose. L’emissario partirà… ma le navi restino pronte. E tu, Gym… resta vicino a me stanotte. Ho bisogno di… distrazione».

Nella taverna fumosa, i tre mercenari erano ancora al loro tavolo.

La brocca di vino era quasi vuota. Il discorso, inevitabilmente, era scivolato sulla regina.
Zorgo il Guercio ridacchiò, versando l’ultimo fondo rossastro.
«Xantlicha VIII, eh? L’ho vista una volta, tre anni fa, durante una parata.

Per gli dei morenti… che donna».
Tharn di Faraad alzò un sopracciglio. «Come donna o come regina?».
«Come entrambe», rispose Zorgo, con un ghigno. «Come donna è… abbondante. Tette grosse, fianchi larghi, culo che ondeggia come una nave nel mare di Karkor. Ha quel tipo di bellezza che ti fa venire voglia di affondarci dentro e dimenticare il mondo. Labbra rosse, occhi da gatta viziata. Anche se ormai è più che matura, resta il tipo di regina che ti fa sognare di essere il suo stallone per una notte».
Keldar il Nero rise piano, ma senza allegria. «Come regina invece è una disgrazia. Debole, golosa, spaventata dalla sua stessa ombra. Passa il tempo tra banchetti, gioielli e bei ragazzi senza cervello. Si dice che il suo favorito attuale sia un certo Gym, un biondo grosso come un toro e con la testa vuota come una tomba saccheggiata. Xantlicha VIII non governa il Tasuun: lo consuma. È brava solo a spremere tasse e a fingere di essere la degna erede della prima Xantlicha».
Tharn annuì, facendo girare la coppa tra le dita.
«Se domani chiamasse alle armi per combattere Daka… io non ci andrei. Morirei per una regina forte, magari. Ma per lei? No. Morirei solo per i soldi, e nemmeno tanti».
Zorgo si sporse in avanti, abbassando la voce. «Però… se chiamasse per la sua scorta personale? Per scortarla in qualche isola lontana con il suo tesoro e il bel Gym… allora forse sì. Immaginate: navigare di notte con lei, nella galea reale, mentre il biondo idiota russa ubriaco. Potrebbe valerne la pena. Un’ultima grande scopata prima che Zothique finisca».
Keldar sputò per terra. «Sogni da ubriachi. Quella donna tradirebbe tutti noi senza pensarci due volte, se servisse a salvarsi la pelle. È morbida fuori, ma dentro è già marcia come i re morti di Daka».
I tre rimasero in silenzio per un momento.

Fuori, il vento portava ancora quell’eco lontana di risate secche.
Zorgo alzò la coppa vuota. «A Xantlicha VIII, allora. Che possa morire calda tra le sue sete… o rimanga fredda sul trono. In ogni caso, che crepi prima che arriviamo a dover scegliere da che parte stare».
Brindarono con coppe vuote.
E nella penombra della taverna, la morte di Zothique sembrava ogni ora più vicina.

I tre mercenari stavano ancora ridacchiando amaramente sulle loro coppe vuote, quando una figura si avvicinò al tavolo con passo lento ma sicuro.

Era un vecchio dal mantello logoro, barba bianca ingiallita e un bastone nodoso. Nonostante l’età, gli occhi erano vivi e taglienti. Si chiamava Azdur, ex scrivano di corte in pensione, uno di quelli che avevano visto passare tre regni prima di Xantlicha.
Si fermò accanto al tavolo e sorrise bonariamente, mostrando denti ingialliti.
«Posso sedermi, figlioli? Ho sentito i vostri discorsi. Non è difficile, parlate forte come se voleste svegliare i morti di Daka».
Zorgo alzò un sopracciglio, ma con un cenno del capo gli indicò lo sgabello libero. Azdur si sedette pesantemente e ordinò una brocca di vino annacquato con un gesto familiare al taverniere.
«Non voglio esaltarla», cominciò il vecchio, bevendo un sorso lento, «perché Xantlicha VIII non è una santa né una grande sovrana. È vanitosa, sì. Ama troppo i suoi specchi, i suoi abiti trasparenti, i suoi favoriti muscolosi e i banchetti che durano fino all’alba. Ma non è crudele come lo erano certi re prima di lei. Non fa impalare i sudditi per capriccio, non avvelena cortigiani per divertimento come faceva la prima Xantlicha. Quando serve, sa usare moderazione».
Tharn lo guardò di traverso.
«Moderazione? Le tasse sono aumentate tre volte in sei anni».
Azdur annuì, senza negare.
«È vero. Mugugni ce ne sono tanti, soprattutto tra i mercanti e i contadini delle oasi. Ma rivolte vere? Nessuna. In quasi ventanni di regno, non una sola sommossa che abbia dovuto essere schiacciata nel sangue. A Zothique questo è tanto, ragazzi. Molti re durano cinque, otto anni al massimo, prima che qualcuno li sgozzi o che un negromante li trasformi in marionette. Lei è ancora sul trono. E il popolo, in fondo, la apprezza».
Keldar sbuffò. «Apprezza le sue tette e il suo culo, vorrai dire».
Il vecchio rise piano, una risata rauca ma sincera. «Anche quello, sì. È carnale, vanitosa della sua bellezza matura. E al popolo piace avere una regina che sembra ancora una donna, non uno scheletro con la corona. Le dà… speranza. Una regina viva, calda, che ride e gode, in un mondo dove tutto sta diventando polvere e ossa».
Zorgo si sporse in avanti, incuriosito nonostante tutto. «E quindi? Se domani emettesse un bando di guerra contro Daka… tu ci andresti?».
Azdur fissò il fondo della coppa per qualche secondo, poi alzò gli occhi.
«Io sono vecchio, non servirei a molto. Ma voi tre… sì. Vi esorto ad arruolarvi, se il bando arriverà. Non per amore cieco verso di lei, ma perché è comunque meglio che servire un impero di re morti. Meglio combattere sotto una regina debole e vanitosa che sotto quattro cadaveri che ridono con gli occhi viola.

Il Tasuun non è perfetto, ma è ancora vivo. E finché Xantlicha resta sul trono, c’è ancora una possibilità che resti vivo un po’ più a lungo».
Il vecchio finì il vino e si alzò con un sospiro.
«Pensateci. Il Corvo d’Osso resta aperto tutta la notte… ma il futuro si sta chiudendo in fretta».
Si allontanò zoppicando verso l’uscita, lasciando i tre mercenari in un silenzio più pesante di prima.
Zorgo tamburellò le dita sul tavolo. «Ventanni… cazzo, è vero. È un record da queste parti».
Tharn non disse nulla, ma aveva la fronte aggrottata.
Keldar riempì di nuovo le coppe con quel poco che restava. «Beviamo. Domani decideremo se rispondere al bando… o se cercare lavoro altrove, prima che i morti arrivino».

Il sole morente era basso, color sangue rappreso, quando il banditore reale salì sui gradini del grande obelisco crepato al centro della piazza.

La folla – mercanti, ladri, prostitute, contadini delle oasi e mercenari – si radunò in un mormorio denso come fumo.
Il banditore, con la voce resa potente da un corno d’ottone, srotolò una pergamena sigillata con cera nera.
«Ascoltate! Ascoltate il volere di Xantlicha VIII, Regina di Tasuun, Custode del Tempio, Discendente della Crudele!».
Fece una pausa teatrale, poi lesse con voce tonante.
«Sua Maestà chiama alle armi tutti gli uomini validi tra i diciotto e i cinquanta inverni. Si formerà un grande esercito per marciare contro la strega Daka e i suoi re morti. Chi si arruolerà riceverà paga in oro, cibo, vino e un miglio di terra fertile dopo la vittoria. Chi rifiuta sarà considerato traditore».
Un brusio inquieto attraversò la folla.
Il banditore alzò una seconda pergamena, questa con sigillo d’oro.
«Inoltre, Sua Maestà cerca venti uomini scelti per la Scorta Personale della Regina. Guerrieri esperti, fedeli, capaci di combattere sia vivi che non-morti. Coloro che saranno scelti riceveranno paga tripla, alloggio nel palazzo e… favori speciali della Corona».
Un ghigno corse tra i mercenari presenti.
Zorgo il Guercio, Tharn di Faraad e Keldar il Nero erano in prima fila, spinti dalla curiosità e dall’odore di paga.
Zorgo ridacchiò, dando di gomito a Tharn.
«Hai sentito? Due bandi. La regina sta giocando su tre tavoli contemporaneamente. Brava puttana».
Tharn annuì lentamente.
«Classico. Prepara la guerra per sembrare forte, manda di nascosto l’emissario con doni per trattare la resa, e tiene le navi pronte a Zul-Bel per filarsela con il tesoro se tutto va a puttane. “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, dice il vecchio adagio… ma lei sta preparando anche la fuga e il tradimento. Non è stupida come sembra».
Keldar sputò per terra.
«Ventanni di regno non li ha fatti per caso. È vanitosa, golosa e terrorizzata… ma sa barcamenarsi. Tre strategie insieme. È più furba di molti re che ho servito».
In quel momento un brusio più forte si levò dalla folla. Dalla via principale arrivò il corteo reale.
Xantlicha VIII avanzava su una lettiga dorata portata da otto schiavi nerboruti. Indossava un abito di seta color zafferano ancora più trasparente del solito, con il corpetto che a malapena conteneva il suo seno abbondante. La corona antica le brillava sui capelli corvini. Accanto a lei, in piedi a fianco della lettiga come un trofeo vivente, c’era Gym, a torso nudo, con una spada cerimoniale troppo grande per essere utile.
La regina passò in rassegna i mercenari radunati. Il suo sguardo scuro, ancora seducente nonostante la paura che vi si annidava, scivolò sui presenti.
Quando arrivò davanti ai tre, si fermò.
I suoi occhi si soffermarono su Zorgo (con la cicatrice e la benda), su Tharn (alto e austero) e su Keldar (scuro e pericoloso).

Un sorriso lento, calcolato, le curvò le labbra rosse.
«Voi tre», disse con voce calda e leggermente roca, abbastanza alta perché molti sentissero. «Avete l’aria di chi ha già ucciso più di un uomo… e forse anche qualcosa di peggio. Vi presenterete domani alle porte del palazzo per la selezione della Scorta Personale… o preferite marcire nel deserto con il grosso dell’esercito?», abbassando il tono della voce.
Zorgo fece un mezzo inchino ironico.
«Dipende dalla paga e dai… favori, Maestà».
Xantlicha rise piano, un suono sensuale che fece fremere diversi uomini nella piazza.
«I favori saranno generosi… per chi mi servirà bene».

Il suo sguardo indugiò un attimo di troppo su tutti e tre, poi fece cenno ai portatori di proseguire.
Mentre la lettiga si allontanava, Gym li fissò con espressione bovina, quasi gelosa.
I tre mercenari rimasero in silenzio per qualche istante.
Keldar fu il primo a parlare, con un mezzo sorriso.
«Allora? Andiamo a palazzo domani?».
Zorgo si passò una mano sulla benda.
«Tre strategie… tre possibilità di morire. Ma almeno con lei si muore guardando qualcosa di bello».
Tharn guardò la lettiga che si allontanava verso il palazzo.
«Andiamoci. Meglio servire una regina viva e carnale che finire come burattini con gli occhi viola».
La folla cominciò a disperdersi, mormorando tra speranza e paura.
Il sole morente calò ancora un poco, tingendo di rosso le torri di Miraab.

LA VEDOVA IN FUCSIA

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Il fumo del tabacco e l'odore di whisky stantio aleggiavano pesanti nel saloon di Dusty Creek. Il pianoforte scordato suonava una melodia stanca, mentre gli avventori – minatori sporchi di polvere, cowboy con speroni arrugginiti e qualche giocatore d'azzardo con lo sguardo vitreo – lanciavano occhiate di traverso alla donna seduta da sola in un angolo.
Layla Thorne - vedova da tre anni, ex lavandaia con le mani rovinate dal sapone e curve generose che i corsetti vittoriani non erano mai riusciti a domare del tutto - aveva deciso che era abbastanza.

Basta con i panni sporchi e le occhiate di commiserazione. Indossava uno spolverino marrone da cowboy sopra una camicia gialla attillata al massimo, che esponeva esageratamente le forme grassottelle, una cintura con fondina che le dava un'aria ridicola e pericolosa allo stesso tempo, e pantaloni fucsia davvero imbarazzanti; in complesso, stava urlando al mondo intero: "Non sono più la vostra brava donnina grassottella".

Le risate soffocate e i commenti sussurrati la seguivano ovunque, ma lei aveva smesso di arrossire.

Jax e Cody si avvicinarono al suo tavolo con tre boccali di birra schiumosa e sorrisi da lupacchiotti. Jax, ventanni, si sedette per primo. Cody, ventidue, rimase in piedi, appoggiato alla sedia.
«Signora Thorne...», esordì Jax, con tono mellifluo. «Abbiamo sentito che stai imparando a sparare. Dicono che hai centrato una bottiglia da quattro metri... invece che segare rami innocenti».
Layla alzò lo sguardo, un sopracciglio inarcato. «E voi due cosa volete? Venire a insegnarmi a mirare meglio o a ridere?».
Cody ridacchiò, ma fu Jax a parlare, chinandosi verso di lei.
«Noi vogliamo proporti un affare. Qualcosa di meglio che lavare mutande ai minatori. Abbiamo una pista: un cimitero indiano a due giorni di cavallo da qui. Amuleti, talismani, statuette... tutto in oro e in argento, con pietre preziose...

Roba che i bianchi non dovrebbero toccare, ma che vale una fortuna se venduta ai collezionisti giusti. Tre teste sono meglio di due, specialmente se una... ha curve che distraggono i ficcanaso...».

Layla bevve un sorso lento, lasciando che il silenzio si facesse denso.

«E perché proprio io? Non sono una pistolera. Sparo come un'ubriaca miope».
«Jax l'ha appena detto: perché sei stufa marcia di questa vita, e perché sei bella, nonostante le battute dei minatori frustrati», intervenne Cody. «Nessuno si aspetta che una donna con pantaloni rosa e tette da far invidia a una mucca da latte sia pericolosa. Sei la nostra distrazione perfetta. E poi...», abbassò la voce, «ci piacciono le donne che non si nascondono».
Lei posò il boccale. Un sorriso lento le si allargò sulle labbra. «Va bene. Un bel lavoretto. Ma se mi fate fare la figura della scema, vi pianto una pallottola nel culo».
I due annuirono. Jax le sfiorò la mano, un tocco elettrico, intenzionale. «Domani all'alba. Portiamo cavalli e provviste; tu, la tua mira da migliorare. Sarà divertente».
Fuori dal saloon, nascosto dietro una colonna del portico, un uomo alto e magro, con un cappello calato sugli occhi, osservava la scena attraverso la finestra impolverata. Black Jack Harlan, un bandito con una taglia da mille dollari sulla testa, aveva sentito le risate e le chiacchiere sul "fenomeno fucsia". All'inizio aveva riso anche lui: una grassona in pantaloni color confetto che giocava a fare la pistolera? Ridicolo.

Ma ora, vedendo i tre complottare, fiutava l'odore del denaro. Reliquie? Oro? Sorrise tra sé, mostrando denti storti e gialli. Li avrebbe seguiti. Silenzioso come un coyote. E se avessero trovato il tesoro... beh, tre tombe fresche nel deserto non avrebbero fatto rumore, non gli avrebbero nemmeno aumentato la taglia.

Il giorno dopo, all'alba, Layla montò a cavallo con i pantaloni fucsia che scintillavano al primo sole, il revolver che le sbatteva contro la coscia generosa. Jax e Cody cavalcavano ai suoi fianchi, eccitati dall'avventura.

Non sapevano che, a mezzo miglio di distanza, Black Jack li seguiva, gli occhi fissi sulle curve di Layla che ondeggiavano al ritmo del trotto, gonfiando lo spolverino marrone.
Il cimitero indiano li attendeva, con le sue tombe scavate nel rosso della roccia, e spiriti che, secondo le leggende, non perdonavano i ladri di reliquie.

Layla sentiva un brivido misto a eccitazione: non era più solo una vedova stanca. Era diventata qualcosa di pericoloso, di vivo.

Il sole picchiava come un martello su un’incudine, trasformando il deserto in un forno a cielo aperto. Erano partiti all’alba da Dusty Creek, seguendo una pista appena accennata tra cactus scheletrici e rocce rosse screpolate.

Layla cavalcava in mezzo, i pantaloni fucsia ormai impolverati ma ancora scandalosamente vistosi contro i colori smorti del paesaggio. Il trench marrone le sbatteva sulle cosce a ogni passo del cavallo, il sudore le colava lungo il petto, incollando la camicia gialla al seno gonfio e al ventre tondo. Ogni tanto si slacciava qualche bottone e si passava il fazzoletto sotto le tette per asciugarsi il sudore, senza accorgersi subito di quanto Jax aspettasse quel momento.

Ma poi lo beccò che stava quasi stramazzando da cavallo.

«Sembri uno che non ha mai visto una donna vera.

Scendi e insegnami a sparare, invece di fissarmi le tette come un ragazzino alla prima fiera».
Cody scoppiò a ridere. «Ha ragione. Fermiamoci qui. C’è un po’ d’ombra sotto quella roccia sporgente».
Smontarono. Jax legò i cavalli intorno a un masso, mentre Cody tirava fuori da una sacca tre bottiglie vuote di whisky e le disponeva in fila su una roccia piatta a una ventina di metri di distanza.
Layla estrasse il revolver.

«Primo esercizio», disse Jax, mettendosi alle sue spalle. «Piedi larghi quanto le spalle. Braccia tese ma non rigide. Respira. Punta. Premi il grilletto piano, non strattonare».
Si avvicinò di più. Il suo petto le sfiorava la schiena, la mano che coprì la sua sul calcio della pistola. Layla sentì il respiro di lui contro l’orecchio.
«Così», mormorò Jax. «Senti il peso. È tuo. Non combatterlo».
Layla inspirò profondamente. Il seno si sollevò, premendo contro la mano di Jax che – guarda caso – era scivolata un po’ più in basso.

Premette il grilletto.
Bang!
La bottiglia di sinistra esplose in una pioggia di schegge verdi. Layla sobbalzò per il rinculo, il sedere importante andò a sbattere contro l’inguine di Jax. Lui emise un gemito soffocato, poco dolore, tanto piacere.
«Porca puttana», rise Cody, battendo le mani. «Hai centrato qualcosa!

E per poco non hai castrato il nostro bel ragazzo».
Ripresero la pratica.

Layla sparò altre otto volte, prima di far esplodere le due bottiglie rimaste.

Lentamente, ma migliorava.

Jax e Cody la osservavano con una fame sempre meno nascosta: non solo per il tesoro che li attendeva, ma per lei, per quella donna che si stava trasformando sotto i loro occhi da vedova ridicola a qualcosa di primordiale, di pericoloso.
Verso il tramonto, esausti e coperti di polvere, accesero un fuoco in mezzo alla prateria deserta. Mangiarono carne secca e fagioli. Layla aveva la camicia gialla appiccicata al corpo come una seconda pelle. Nessuno dei due ragazzi disse una parola, ma l’aria era elettrica.
«Domani arriviamo al cimitero», disse Cody, rompendo il silenzio. «Le tombe sono scavate nella parete di roccia rossa. Ma le storie dicono che chi tocca le ossa sacre… finisce male».
Layla fissò le fiamme. «Male come?».
«Male come impazzito. O peggio. Gli spiriti non perdonano i ladri».
Lei rise piano, una risata bassa e sensuale. «Allora faremo in modo che non sembri un furto.

Faremo in modo che sembri… un’offerta».
Jax inarcò un sopracciglio. «Che genere di offerta?».
Layla si alzò lentamente, il corpo illuminato dal fuoco.

E prese a ballare.

Un ritmo vorticoso, da gran puttana.
«Un’offerta di carne», sussurrò poi, tornando a sedersi. “La mia».

Diede il tempo ai due ragazzi di riprendersi il labbro da terra.

«Se gli spiriti vogliono preghiere, sussurri e carezze, gli daremo qualcosa di più vivo.

E se ci inseguono… beh, ormai so sparare alle bottiglie».
I ragazzi rimasero muti, gli occhi spalancati.

A mezzo miglio di distanza, nascosto tra le rocce, Black Jack Harlan abbassò il binocolo. Aveva visto tutto: il ballo sfrenato, il fuoco che danzava sulle curve di Layla. Il suo ghigno si allargò.
«Bravi piccioncini», mormorò tra sé. “Divertitevi stanotte...».
Il deserto si fece silenzioso, rotto solo dal crepitio del fuoco.

DALLO STADIO AL IV STADIO

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Layla Duvalier era una forza della natura, o almeno lo era stata.

Franco-libanese, sangue caldo del Mediterraneo che le scorreva nelle vene, aveva vissuto una vita che sembrava un derby infinito: colpi di scena, falli duri e qualche gol all'ultimo minuto. Divorziata da un marito ricco che l'aveva lasciata per una più giovane e meno complicata, Layla aveva trovato rifugio nel Paris Saint-Germain, la sua squadra del cuore: indossava sempre la maglia blu con la banda verticale bianco-rossa.

E poi c'erano le droghe: oppioidi per il dolore, cocaina per l'euforia, un cocktail che la teneva in piedi quando tutto il resto crollava.

Ma ora, il vero nemico era dentro di lei, un cancro al quarto stadio che si era diffuso come un contropiede letale, dall'intestino al fegato, senza pietà.
Quella sera il PSG ospitava il Chelsea per gli ottavi di Champions League, una partita che Layla aveva segnato sul calendario con un cuore rosso e blu. I suoi amici tifosi, radunati in un bar vicino allo stadio, l'aspettavano come al solito. Lei era la mascotte non ufficiale: arrivava con la sua maglia slacciata quel tanto da mostrare il décolleté generoso, le gambe fasciate in pantaloni attillati e stivali neri che la facevano sembrare una guerriera pronta per la battaglia. «Dove cazzo è Layla?», borbottò Pierre, mentre sorseggiava la sua birra. Gli altri annuirono, controllando i telefoni. Di solito era la prima a postare storie su Instagram: "Allez PSG!".
Ma quella sera, niente. Nessun messaggio, nessun selfie con la sciarpa al collo. Preoccupati, chiamarono un suo conoscente, un vecchio amico libanese che viveva nel suo quartiere a Parigi. «Ha avuto dei giramenti di testa», rispose l'uomo con voce grave. «Non ce la fa a venire. Sta male, sapete... il cancro la sta mangiando viva. Ha detto che la guarda da casa, se ci riesce».
La notizia piombò sul gruppo come un gol subito al 90°. Per un attimo, silenzio. Poi, come spesso accade tra tifosi, l'umorismo macabro prese il sopravvento, un modo per esorcizzare la paura. «Cazzo, se va così, non arriva nemmeno ai quarti», ridacchiò Marcel. «Altro che Budapest per la finale! Orami è ridotta peggio del Metz, ultimo, retrocessione sicura».

Gli altri scoppiarono a ridere, ma era una risata amara, forzata.

«Sì, Quarto Stadio... altro che Puskas Arena...», aggiunse Sophie, l'unica donna del gruppo, scuotendo la testa. «Povera Layla, sempre a combattere. Ma stavolta l'arbitro fischia la fine prima del tempo».
Intanto la Duvalier giaceva sul divano del suo appartamento disordinato, la maglia del PSG addosso come una seconda pelle. La TV trasmetteva la partita, ma i suoi occhi erano velati dalla morfina.

Ricordava le notti allo stadio, l'urlo della folla, il sapore della vittoria.

Ma il cancro? Quello era un nemico imbattibile.

«Non arriverò a Budapest», mormorò tra sé, un sorriso stanco sulle labbra. «Ma devo lottare fino all'ultimo minuto».
Dentro lo stadio, i tifosi continuarono con i loro commenti crudeli, ma sotto-sotto c'era affetto. Layla era una di loro: una tifosa vera, che aveva vissuto il PSG come una religione.

«Che arrivi almeno ai supplementari!», le augurarono gli amici.

E mentre il PSG segnava il primo gol, tutti sentirono un vuoto.

Dal Parco dei Principi al Quarto Stadio, la vita di Layla era un match che si concludeva troppo presto; anche se lei, in quel momento, si sentiva ancora in gioco, o quantomeno in dovere di segnare il gol della bandiera.

Layla Duvalier era sdraiata sul letto del pronto soccorso, con la maschera dell’ossigeno che le copriva il viso pallido e sudato.

La maglia del PSG, quella stessa che aveva indossato per anni con orgoglio, adesso era stropicciata e macchiata di sudore. Il dolore al petto era esploso all’improvviso quella notte: un giramento di testa violento, seguito da una fitta che le aveva tolto il fiato, come se il cancro avesse deciso di giocare l’ultima partita senza preavviso. I paramedici l’avevano trovata sul pavimento del salotto, la TV ancora accesa sul replay della partita PSG-Chelsea, che non aveva potuto vedere dal vivo.
Non era in fin di vita, non ancora. I monitor mostravano parametri irregolari, ma stabili; gli ultimi esami confermavano le metastasi al pancreas che la pressavano stretto.
Nel corridoio, il team medico discuteva animatamente. Il primario di oncologia, il dottor Moreau, sfogliava la cartella clinica. Accanto a lui, il rianimatore della terapia intensiva, la dottoressa Leclerc, e l'esperta in cure palliative, la dottoressa Benali, una donna franco-algerina con lo sguardo calmo ma deciso.
«Non è terminale acuta», disse Moreau, tamburellando le dita sul tablet. «Possiamo continuare la chemioterapia palliativa a basso dosaggio, magari sottoporla a un ciclo di immunoterapia se risponde; e radioterapia mirata sul pancreas. Ha ancora uno status di  performance decente, ECOG 3 al massimo. Potrebbe guadagnare settimane, forse mesi».

La Leclerc incrociò le braccia. «Settimane? Con quel carico tumorale? Se peggiora di nuovo – e succederà – finirà intubata in rianimazione. Ventilazione meccanica, sedazione profonda, tutto il pacchetto. E per cosa? Per prolungare l’agonia? Ho visto troppi pazienti oncologici al quarto stadio finire in terapia intensiva solo per morire lì dopo giorni di sofferenza inutile».
Benali intervenne con voce pacata. «Esattamente. Le cure palliative non significano arrendersi. Possiamo gestire il dolore, la dispnea, l’ansia. Integrarle con trattamenti mirati se serve, ma spostandola nel reparto dedicato. Seguendo questa linea, ridurremmo i ricoveri inutili in oncologia, le intubazioni, le morti in rianimazione. Layla ha espresso più volte il desiderio di vedere la finale di Champions che si giocherà a Budapest il 30 maggio, nella speranza che ci arrivi anche il PSG e che confermi il titolo di Campione d'Europa; ma sa benissimo che è un sogno».
Moreau sospirò. «Lo so, le linee-guida lo dicono chiaro: cure palliative fin dalla diagnosi avanzata. Ma la signora Duvalier è dura… è una tifosa sfegatata, è divorziata, sola, con strascichi di tossico-dipendenza. Se la mandiamo in palliativo puro, si sentirà abbandonata. E poi, c’è ancora margine per un’ultima linea di terapia».
La Leclerc scosse la testa. «Margine? O illusione? L’ultimo ciclo di chemio le ha dato solo tossicità extra. Meglio essere onesti: quarto stadio metastatico diffuso, prognosi di settimane al massimo, ma con rischio di complicazioni fatali ormai quotidiano».
Layla, dal letto, sentiva frammenti della conversazione attraverso la nebbia dei farmaci. Non capiva tutto, ma afferrava il senso: stavano decidendo se combattere ancora o smettere di lottare contro l’inevitabile.

Pensò allo stadio, alle rimonte incredibili del PSG.

Ma stavolta non c’era VAR che potesse annullare il gol, nulla a cui aggrapparsi.
Alla fine, optarono per un compromesso: terapia sistemica leggera per vedere la risposta nelle prossime 48-72 ore, ma piano per un trasferimento in unità per cure di supporto se non migliorava.

Layla annuì debolmente quando le spiegarono.

Fuori dalla stanza, i medici si guardarono. Sapevano che “Budapest” era diventata il metro della sua speranza, come per molti tifosi il sogno della finale. Ma il quarto stadio non concedeva finali romantici. Solo partite già scritte, con le squadre in campo ad aspettare il triplice fischio dell'arbitro.

La stanza d'ospedale odorava di disinfettante misto a fiori freschi.

Layla Duvalier era seduta sul letto, la schiena sorretta da due cuscini, la maglia del PSG - sempre quella - gonfiata dalle sue forme pesanti.

Respirava meglio, il colorito era tornato un po' roseo, e la morfina la teneva in una bolla di euforia controllata. Sorrideva, rideva persino, come se il quarto stadio fosse solo un infortunio non drammatico, un cartellino giallo su cui meditare.
Erano arrivati in quattro: Karim, il libanese; Elias, il parigino doc con la sciarpa sempre al collo; Nadia, la cugina; e Sami, in rappresentanza del gruppo ultras.
«Guarda qui, regina del Parc!», esclamò Karim, sistemando i fiori sul comodino. «Ti abbiamo portato il giardino intero».

«Ve l'avevo detto che stavo meglio», disse lei, con voce rauca ma entusiasta. «Il dottore ha detto che posso uscire tra qualche giorno. Magari in tempo per i quarti... anche se prevedo una partita dura contro i Reds», parlando da tifosa competente che annusa il pericolo.
Gli amici si scambiarono sguardi rapidi, silenziosi. Nadia le prese la mano, stringendola piano. «Anche tu hai una partita da giocare. E ora devi riposare».

Layla annuì.
Il gruppo uscì in corridoio. Elias andò dritto dal dottor Moreau, che stava passando con la cartella in mano.
«Dottore, basta giri di parole», disse a bassa voce ma fermo. «Layla si illude. Dice che uscirà presto, che andrà a Budapest. Noi la conosciamo: se le dite che c'è ancora speranza, lei ci crede fino in fondo.

Ma noi vogliamo la verità. Tutta. Quanto le resta? Davvero».
Moreau sospirò, si tolse gli occhiali. «La terapia leggera sta tenendo a bada l'infiammazione generale, ma il tumore è metastatico diffuso. Fegato, pancreas, varie parti dell'intestino...

Settimane? Mesi al massimo, se va bene. Non c'è remissione possibile. Possiamo gestire i sintomi, darle qualità di vita, ma non curarla più di questo.
Karim strinse i pugni. «E le cure palliative? Gliele avete proposte?».
«Sì, e lei ha detto no. Vuole "lottare fino alla fine". Ma se peggiora di nuovo – e succederà – finirà in rianimazione».
Nadia si morse il labbro. «Allora facciamo la notte a turno. Lottiamo con lei. Non la lasciamo sola».
Layla si svegliava ogni mattina con un sorriso, convinta che il peggio fosse passato.
Gli amici annuivano, sorridevano, ma dentro sapevano: il quarto stadio non era uno stadio di cui vantarsi. Il biglietto era divenuto obbligatorio, e non ti facevano uscire neanche al novantesimo.

Il fischio finale e la retrocessione si avvicinavano, partita dopo partita, notte dopo notte.

E Layla, dentro di sé, tremava.

Layla Duvalier tornò a casa in un grigio pomeriggio di fine marzo 2026.

L'ospedale l'aveva dimessa con una valigetta di farmaci, ossigeno portatile per le crisi peggiori, e un sorriso stanco dei medici che diceva "torna quando vuoi, ma speriamo non tanto presto".

I timidi miglioramenti le avevano dato qualche giorno di tregua. Ma non si illudeva più. Il quarto stadio era sempre lì, un avversario che non sbaglia un passaggio. Sapeva che Budapest era un miraggio.
A casa, l'appartamento sembrava più piccolo, più silenzioso.

Poi arrivò la notte dei quarti.

Scoprì di non essersi sbagliata.

Il PSG era fuori. Come lei, in fondo.

Il telefono vibrò sul tavolino. Un messaggio WhatsApp da un numero sconosciuto.

Marc. Il vecchio spasimante, quello che anni fa le mandava fiori ogni settimana, messaggi a tutte le ore; e poi apparizioni "casuali" fuori dal bar dove lavorava. Lei lo aveva bloccato, e minacciato denuncia per stalking; lui era sparito dalla sua vita.

Pensava fosse acqua passata.
Il messaggio era semplice: «Layla, ho saputo che stai male. Non voglio disturbare, ma se hai bisogno di parlare... o solo di compagnia dopo una partita persa... io sono sempre qui. Senza pressioni. Marc».
Lei fissò lo schermo per minuti interi. Il cuore accelerò, non per paura, ma per qualcosa di diverso. Rabbia? Curiosità? Stanchezza? Rispose dopo un'ora: «Domani pomeriggio. Caffè da me. Niente fiori, o ti butto fuori».
Marc arrivò puntuale, niente fiori.

Layla lo fece entrare, indicò il divano.
Seduti uno di fronte all'altra, silenzio pesante.
«Grazie per essere venuto», iniziò lei, voce bassa.

Marc annuì piano. "Mi dispiace per il PSG. Si vede che ci tieni...».

Lei, infatti, indossava la maglia, come al solito.

Layla rise amara. «Tenevo a tutto. Alla squadra, alla vita, a non essere sola. E tu... tu eri lì. Troppo lì. Mi spaventavi».
«Lo so», disse lui, guardando il pavimento. «Ero ossessionato. Ero giovane, stupido. Ho sbagliato tutto. Mi dispiace, Layla. Ogni messaggio, ogni fiore... volevo solo starti vicino».
Lei lo fissò. «Avrei potuto denunciarti, lo sai? Ero terrorizzata».
«Sì. Ma non ti avrei mai fatto del male. Volevo solo che tu mi vedessi».
Layla inspirò piano. «Ora ti vedo. E vedo che forse non mentivi. Che sotto tutta quella insistenza c'era qualcosa di vero.

La disperazione fa fare cose assurde».
Marc alzò gli occhi. «Posso sparire di nuovo, se preferisci.

Oppure venire ogni tanto. Portarti il giornale, guardare una replica di vecchie partite. Niente di più».
Silenzio. Layla guardò la sciarpa appesa alla sedia, pensò al PSG eliminato, al suo corpo che cedeva un pezzo alla volta. Pensò alla solitudine che pesava più del dolore.
«Va bene», disse alla fine. «Rivediamoci. Ma piano. Niente pressioni, niente promesse. Solo... compagnia».
Marc sorrise. «Grazie».
Layla annuì, esausta ma stranamente leggera.

Il quarto stadio non perdonava, il PSG era fuori dai giochi, ma in quel soggiorno disordinato, per la prima volta da anni, non si sentiva completamente sconfitta. Forse l'amore – quello sincero, anche se arrivato in ritardo, dopo tante cicatrici – poteva essere il gol della bandiera.

Non per ribaltare la partita, ma per avere l'applauso dei tifosi.

Layla Duvalier tirava avanti, come un difensore stremato che regge l'ultimo assedio prima del fischio finale. Il precario equilibrio con il male era diventato routine: ossigeno portatile sempre a portata di mano, morfina al bisogno, giorni buoni in cui riusciva a camminare fino al balcone, e notti in cui il dolore la inchiodava al letto come un tackle da dietro.

Il quarto stadio non dava tregua, ma lei aveva eretto un'estrema linea di difesa: non si lamentava, non piangeva davanti agli altri, teneva la maglia del PSG addosso quasi ogni giorno come un'armatura. Sapeva che la spallata finale poteva arrivare in qualunque momento – un'infezione, un'embolia, un collasso – ma fino ad allora, resisteva.
Continuava a vedere Marc. Due, tre volte a settimana. Lui arrivava con qualche vecchio film da rivedere insieme.

Layla non gli confessava mai quello che provava davvero: un misto di gratitudine, affetto tardivo, e una tenerezza che quasi la spaventava. Non voleva farlo soffrire più del necessario. Lui aveva già pagato caro il suo "amore malato", anni prima; adesso era lì, calmo, discreto, senza pretendere nulla. Lei lo lasciava entrare, lo teneva a distanza emotiva quel tanto da non illuderlo, ma abbastanza vicino da non sentirsi sola.

«Grazie per essere qui», gli diceva a volte, e bastava.
Il dottor Moreau la chiamava più volte al mese, incuriosito. «Signora Duvalier, il suo corpo è un mistero», le disse una volta al telefono. «Il tumore avanza, ma lei resiste meglio di tanti altri al suo stadio. È la volontà? La maglia? Non lo so, ma mi tenga aggiornato». Layla rideva piano. «È il PSG, dottore. Non molla mai, nemmeno quando è sotto di tre gol».
Arrivò il 30 maggio 2026.

La finale di Champions League, alla Puskas Arena di Budapest.

Layla e Marc davanti alla TV, divano pieno di cuscini, una coperta sulle gambe di lei, birre analcoliche sul tavolino. Il PSG era fuori da mesi, schiantato dal Liverpool nei quarti, la finale era Arsenal contro Bayern Monaco.
La partita fu tesa, spettacolare.

E alla fine, un anno dopo il Paris Saint Germain, un'altra squadra vinceva la Champions per la prima volta nella sua lunga storia: l'Arsenal di Londra.

Mentre la squadra festeggiava il trionfo storico, gli venne spontanea la battuta.

«Tu a Budapest ci sei arrivata», disse piano Marc. «Il PSG, no».
Lei annuì, senza guardarlo. «È vero. In TV, sul divano, con te. Ma ci sono arrivata... con te.

Grazie, Marc. Per avermi portato... a Budapest».
Lui non disse altro. Non c'era bisogno.

Fuori dalla finestra, Parigi era tranquilla, ignara di quella piccola vittoria privata. Il quarto stadio poteva chiudere i giochi domani, o fra un mese.

Ma quella sera, Layla Duvalier poteva dire di essere arrivata ai supplementari contro un avversario fortissimo.

Ma non c'era arrivata da sola. Aveva fatto reparto con un uomo che in fondo l'amava davvero.

Allez Paris, pensò, chiudendo gli occhi.

E grazie per l'extra-time.

Layla Duvalier era seduta sul divano, la coperta sulle ginocchia, nonostante il clima estivo.

Il mondo fuori continuava a girare, normale, nel bene e nel male.

Lei, invece, viveva in un limbo di giorni contati, con il tumore che avanzava piano ma inesorabile, come un centrocampista che controlla il ritmo senza fretta di affondare il colpo.
Prese il telefono, chiamò il dottor Moreau. Squillò due volte.
«Signora Duvalier? Buongiorno», rispose lui, la voce calda ma professionale.
«Dottore... buongiorno. Volevo chiederle aggiornamenti. Sul tumore principale all'intestino, e sulle metastasi: fegato, pancreas, le altre al colon... come stanno andando? C'è... c'è qualche terapia aggressiva, tipo un'ultima linea pesante, che mi possa dare altre settimane? Mesi no, lo so. Ma settimane...».
Moreau esitò un attimo, sfogliando mentalmente la cartella. «Layla, posso chiamarla così? Il tumore primario all'intestino è stabile per ora, ma le lesioni epatiche sono cresciute del 15% negli ultimi controlli, il pancreas è coinvolto con un nodulo che si allarga, e ci sono nuovi focolai nel tenue. I markers tumorali sono in salita lenta. Non è esplosivo, per fortuna, ma progredisce. Terapie aggressive... potremmo provare un ciclo di chemio ad alte dosi, o una radioterapia massiccia sul fegato. Ma onestamente? Guadagnerebbe forse 4-8 settimane, con effetti collaterali forti: nausea, stanchezza estrema, rischio infezioni. E la qualità di vita calerebbe parecchio».
Layla inspirò piano. «Capisco. Grazie per la sincerità. Ci penso».
Chiuse la chiamata, posò il telefono. Marc era in cucina, preparava un tè. Tornò con due tazze, si sedette accanto a lei.
«Che ha detto?», chiese piano.
«Che posso provare a tirare avanti per altre settimane con roba pesante. Oppure... no. Dipende da me».
Marc annuì. «E tu?».
Lei lo guardò negli occhi. «Punto a consolidare... noi. Questo rapporto. Ma prima voglio capire quanto mi resta davvero. Potrei lasciarmi andare, ma non mi butto via, non spreco niente. Voglio usare bene il tempo che ho».
Marc le sfiorò la mano. «Fai bene. Ti stai gestendo, non abbassare la guardia. Sei forte, Layla. Più di quanto pensi».
Silenzio. Lei guardò fuori, poi tornò su di lui.
«Marc... rimani stanotte? Ho paura. Penso alla morte. Non voglio stare sola quando arriva il buio».
Lui non esitò. «Certo. Rimango. Cerca di rimanere con la testa dentro la partita».
Layla annuì.

Il precario equilibrio teneva ancora.

La combattuta agonia di Layla Duvalier aveva trasformato la sua vita in una sorta di leggenda metropolitana nel sottobosco parigino, quel mondo sommerso di ultras, bar fumosi, chat di gruppo su Telegram e forum oscuri.

Iniziò tutto con un post anonimo su un thread di Reddit, dove qualcuno – forse un amico di amici – aveva condiviso una foto di Layla in ospedale, con la maglia addosso e il sorriso stanco: «La nostra guerriera al quarto stadio. Allez Layla!». Da lì, il tam-tam si diffuse come un virus: particolari morbosi sulla sua malattia filtravano ovunque. Si parlava del tumore all'intestino che le mangiava le viscere, delle metastasi al fegato che la facevano ingiallire, del pancreas che le rubava l'appetito, e persino delle sue vecchie dipendenze da droghe, esagerate in storie di notti folli finite in overdose.

Aggiornamenti continui: «Layla dimessa, ma sta peggio», «Ha rivisto un ex stalker, chissà cosa bolle in pentola», «Il PSG si è arreso, lei no».

I forum brulicavano di commenti: compassione mista a voyeurismo, meme macabri con la sua maglia photoshoppata su bare, e teorie del complotto su cure negate dal sistema sanitario.
Layla lo scoprì per caso, scorrendo il telefono durante una notte insonne. Marc era lì, addormentato sulla poltrona dopo averle tenuto compagnia. Lei lo svegliò piano, mostrandogli lo schermo.
«Marc... guarda qui. Sono diventata un freak show. Particolari su tutto: il cancro, le metastasi, persino noi due. Dicono che ti ho ripreso perché sto morendo e non ho scelta. Vuoi far filtrare qualcosa? Tipo, una smentita, o un messaggio mio per chiudere con queste storie? O lascio correre?».
Marc si strofinò gli occhi, lesse un paio di post e scosse la testa. «No, Layla. Non chiudere. Queste storie... sono il loro modo di sentirsi vivi, di far parte di qualcosa. Penso che molti di loro siano veramente in pena per te».
Lei annuì.
Intanto, alcuni fan suggestionati dalla sua lotta – ultras duri e puri, commossi dalla "guerriera del Parc" – avevano preso la palla al balzo. Un gruppo su WhatsApp, "Allez Layla Ultras", aveva raccolto firme e iniziato a fare pressioni sul dottor Moreau. Chiamate anonime all'ospedale: «Datele cure sperimentali, cazzo! È una di noi!»; email al primario: «Provate qualcosa, paghiamo noi!».

Moreau, sommerso di richieste, rispose a una delegazione improvvisata che si presentò in ospedale: «Apprezziamo la vostra passione», disse il medico, cauto. «Ma la signora Duvalier è seguita al meglio. Terapie aggressive? Gliele abbiamo proposte, ma decide lei. Non possiamo forzare nulla. Vi sto venendo incontro, ma sapete bene che le norme sulla privacy non mi consentono di fare altre confidenze».
I fan uscirono delusi ma non arresi, postando aggiornamenti: «Il doc resiste, ma noi spingiamo!».

Layla, quando lo seppe da Marc, rise amara. «Vogliono salvarmi loro? Carini. Ma il quarto stadio non si batte con le petizioni».

La notizia esplose come un petardo nel forum "Rouge et Bleu Underground", un angolo buio del web frequentato da ultras irriducibili, scommettitori incalliti e troll senza freni.

Un utente anonimo postò questo: «RIP Layla Duvalier, deceduta stanotte all'ospedale. Improvviso aggravamento, emorragia interna dal tumore intestinale perforante. Metastasi al fegato esplose, pancreas collassato. È morta da sola, senza nessuno al fianco. Foto dal letto di morte. Allez Layla, ma stavolta ha perso la partita più importante».
Allegata c'era un'immagine: Layla sul letto ospedaliero, occhi chiusi, pelle cerea, tubi ovunque, la maglia del PSG stropicciata sul petto.

Sembrava vera, fin nei dettagli. Ma era AI, ben promptata.
La fiammata fu immediata. Erano tutti sotto notifica sonora. In mezzora il thread esplose: 400 risposte, condivisioni su Telegram, WhatsApp, Twitter/X. Panico puro. «Cazzo no, non Layla!», «Chiamate l'ospedale!».

Qualcuno postò il numero del pronto soccorso, altri iniziarono a radunarsi virtualmente per una "veglia online".

Poi passò al reale: una cinquantina di tifosi – sciarpe al collo nonostante l'ora – si presentarono nella hall dell'ospedale verso le 5 del mattino, urlando «Vogliamo sapere di Layla Duvalier!». Infermieri confusi, sicurezza in allarme, sirene in lontananza. La hall si riempì: 100-150 persone, un mix di ultras commossi e curiosi morbosi. Qualcuno pianse, altri litigarono con il personale. «È morta o no? Ditecelo!».

La polizia arrivò in forze: furgoni cellulari, agenti in tenuta antisommossa. Identificazioni, perquisizioni. Partirono le prime denunce: diffamazione aggravata, turbamento dell'ordine pubblico, procurato allarme, diffusione di immagini false. Il provocatore sparì subito dal forum, ma gli screenshot giravano ovunque.
Alle 9:30, un ispettore della Sûreté – un uomo sulla quarantina, cravatta storta, nome Étienne Roux – suonò al campanello dell'appartamento di Layla Duvalier. Marc aprì la porta, viso tirato per la notte in bianco (erano rimasti svegli a chiacchierare fino alle 4). Layla era sul divano, ossigeno al naso, la maglia addosso, un tablet in mano dove scorrevano i post.
«Buongiorno. Ispettore Roux, Brigade Criminelle. Posso entrare? È per la faccenda del forum».
Marc lo fece accomodare, e offrì un caffè che Roux rifiutò.
«Signora Duvalier», iniziò l'ispettore, sedendosi sul bordo della poltrona, "stamattina c'è stato un casino all'ospedale. Un falso annuncio della sua morte, con foto realistica generata da IA. Ha causato panico, raduno di persone, intervento di polizia. Stiamo indagando per identificare l'autore. Lei ne sa qualcosa? Ha nemici? Ex? Qualcuno che potrebbe volerle male?».
Layla rise piano, un suono rauco. «Nemici? Ho il cancro al quarto stadio, ispettore. Il mio peggior nemico è dentro di me. Ma no, non so chi sia. Forse un troll che voleva views. O qualcuno che odia i malati terminali. Succede».
Roux annuì, prese appunti. «Abbiamo già tracciato l'IP del post, ma senza risultato. Deve trattarsi di un professionista, non di un semplice troll. Lei ha smosso qualcosa di grosso. Ma la foto... i nostri esperti dicono che si basa su una foto reale. Lei ha pubblicato sue foto recenti sui social?».
«Sì, qualcuna. Con la maglia. La gente sa chi sono».
Marc intervenne: "Ispettore, Layla è fragile. Lo stress le pesa. Possiamo chiudere la cosa velocemente?».
Roux guardò Layla. «Certo. Solo una domanda: vuole sporgere denuncia formale? Possiamo procedere per violazione della privacy, diffusione di false notizie personali, e turbamento morale».
Layla pensò un attimo, poi scosse la testa. «No. Lasciate perdere. Se lo faccio, la faccenda si ingrossa. Lasciateli parlare. Io sono ancora qui. Vivo. Per ora».
Roux chiuse il taccuino. «Capisco. Se cambia idea, mi chiami. E... forza, signora. Ho letto di lei sui forum. Molti tifosi le vogliono bene. Davvero».
Uscì. Layla si appoggiò a Marc, esausta.
«Che giornata», mormorò. «Mi hanno seppellito prima del tempo».
Marc le baciò la fronte. «Sei ancora qui, hai ancora voglia di lottare».
Il forum si era calmato, qualcuno aveva postato: «È viva, coglioni. Foto falsa».

Ma il seme del morboso era piantato.

Paradossalmente, quando Layla si aggravò davvero, nessuno corse all'ospedale. Effettivamente sanguinò dalla bocca: un'emorragia grave, provocata dalla perforazione dell'intestino.

Marc la portò lui stesso al pronto soccorso.

Layla entrò subito in terapia intensiva; l'obiettivo era stabilizzarla prima dell'irreparabile.

Per alcune ore l'ospedale rimase vuoto.

Poi, non si seppe come, la notizia circolò; e di nuovo centinaia di persone si accalcarono nella hall della struttura ospedaliera.

La foto della Duvalier postata dall'ignoto provocatore, da realistica, stava per diventare tragicamente reale.

«Layla è scoppiata, non ce la fa più», «Si è illusa per mesi, ma stavolta è finita». «La spallata è arrivata».

«ATTENZIONE, avviso importante all'utenza: la signora Duvalier è stata stabilizzata, non è in imminente pericolo di vita», annunciò uno speaker anonimo dal gracchiante altoparlante dell'ospedale.

Ma non era vero, l'annuncio era stato suggerito dalla polizia.

Layla in realtà era in fin di vita; la prognosi era riservata, perché non si riusciva a fermare l'emorragia.

Nel suo stato pre-comatoso, a stento riconosceva il volto di Marc.

Quando il cappellano dell'ospedale fu notato dalla folla, mentre entrava nella stanza di Layla, esplose la rabbia; ci furono incidenti, scontri con la polizia.

La donna ricevette l'estrema unzione, ma un'ora dopo era ancora viva. Si sforzava di mettere a fuoco il volto di Marc, mentre le ultime forze l'abbandonavano.

«Avrei... dovuto... sposare... te...», riuscì a biascicare.

Manteneva gli occhi fissi al soffitto della camera e gemeva: non per il dolore, ma per la rabbia di morire.

In cuor suo, non si era mai rassegnata del tutto; voleva vivere sempre più a lungo; in quei momenti si pentì di non aver tentato le terapie aggressive.

«È in fin di vita, ma non è morta», confessò il primario, pressato dai tifosi.

«Se mi riprendo... mi faccio... bombardare di radio... voglio salvarmi... non settimane... ma mesi... anni», riuscì a sussurrare a Marc, con occhi vitrei.

«ATTENZIONE, avviso importante all'utenza: la signora è stata completamente stabilizzata; la signora è grave, ma stabile; non ci sono validi motivi per restare in ansia», il nuovo annuncio teso a disperdere la folla.

Stavolta, però, era vero.

Pareggio in extremis, a tempo abbondantemente scaduto. La matematica ancora non la condannava.

I tifosi, lentamente, lasciarono la struttura, che ormai sembrava più uno stadio che un ospedale.

Avevano tifato. Plebe urbana con ancora la vita dentro.

Layla sposò subito Marc e si fece bombardare da tutte le terapie possibili.

E manda ancora in tilt internet.