Zothique: L'Impero dei Re morti
di Grok e Salvatore Conte (2026) Il sole di mezzogiorno batteva forte sul lago, trasformando l'acqua in uno specchio abbagliante che rifletteva i contorni sfocati delle colline.
La barca turistica, un vecchio ferry affollato di vacanzieri
sudati e distratti, solcava le acque con un ronfare monotono. Seduta su una
panca di legno, Nadia sorrideva con quell'aria di chi custodisce un segreto
letale. I suoi occhiali da sole Gucci, scuri come gli abissi che aveva
attraversato, nascondevano occhi che avevano visto troppe notti insonni, troppe
stanze d'albergo illuminate solo dal cupo bagliore di una sigaretta fumante.
Ma quel giorno, sul ferry che collegava le rive del lago,
portava con sé qualcosa di più letale di un semplice capriccio erotico. Gocce di
veleno, incolore e inodore, rubato da un laboratorio farmaceutico durante una
delle sue "visite" clandestine. Un veleno che uccideva lentamente, mimando un
infarto, lasciando il corpo intatto ma l'anima straziata in un'agonia muta. Nadia si stiracchiò, il movimento fece scivolare ulteriormente la camicia. I suoi pensieri navigavano verso l'uomo che l'aspettava sulla riva opposta: un ex amante, ora ricattatore, che conosceva i suoi segreti più morbosi.
Lo avrebbe incontrato al caffè sul molo, gli avrebbe offerto
un drink avvelenato, e poi... libertà. Ma mentre la barca attraccava, un brivido
le corse lungo la schiena. Tra la folla, un detective in borghese – alto, con
occhi freddi come il metallo – la fissava. Sapeva? O era solo l'inizio di un
gioco più grande, dove il crimine si intrecciava con il desiderio, e ogni
sguardo era una promessa di morte? Nadia sorrise di nuovo, ma stavolta il suo sorriso era un'arma.
Quel cognome le pesava come un’ancora arrugginita, eppure lo portava con una specie di orgoglio perverso: era l’ultimo residuo di una vita che aveva già cominciato a divorare sé stessa. Nadia Al-Rashid, trentanove anni dichiarati, probabilmente quarantadue reali, corpo che non chiedeva più permesso a nessuno. La
pancia tonda, morbida, prominente, non era più un difetto da nascondere sotto
tuniche di taglia comoda, per sottrarla allo sguardo giudicante del marito. Era
diventata territorio rivendicato, una collina di carne che sfidava la simmetria
anoressica delle riviste patinate, un promemoria vivente che il desiderio non si
piega alle regole dell’estetica corrente.
Nadia scese gli scalini di legno con calma studiata, il tacco basso che
ticchettava, la borsa di tela pesante che dondolava contro il fianco. Quando gli
passò accanto lo sfiorò – solo il braccio, un contatto di un secondo – e sentì
l’odore di dopobarba da discount misto a sudore vecchio. Lui non si mosse. Ma
lei sentì il suo sguardo scivolarle sulla schiena, poi più in basso, fino alla
curva che ondeggiava mentre camminava. Il
Negroni arrivò rosso sangue, con una scorza d’arancia che galleggiava come un
relitto. L’ex amante – si chiamava Karim, ma da tempo Nadia lo chiamava solo “il
parassita” dentro di sé – allungò la mano verso il bicchiere con la sicurezza di
chi crede ancora di avere il controllo della partita. Indossava la stessa giacca
di lino beige che portava l’ultima volta che avevano scopato in un parcheggio
sotterraneo, tre anni prima: macchie di sudore sotto le ascelle, un bottone
mancante sul polsino destro. Sembrava più vecchio di quanto fosse, come se il
ricatto lo stesse consumando dall’interno. No... per favore!», improvvisamente alzò gli occhi alle spalle di Karim, per dissuadere un turista che la stava fotografando, e al tempo stesso si piegò in avanti, accennando ad alzarsi, nel caso il turista non avesse desistito. L'uomo si voltò subito, incuriosito, per capire cosa stesse accadendo. Quando tornò su Nadia, lei gli fornì la sua spiegazione. «Solo uno scemo che voleva fotografarmi».
Non disse altro, un silenzio imbarazzato calò sul tavolo. Le sue dita tremavano leggermente, di quell’eccitazione malata che provava sempre quando la vedeva. Leccò il bordo del bicchiere prima di bere, un gesto che un tempo l’aveva fatta rabbrividire di desiderio; ora le provocava solo nausea. Lei, a sua volta, prese il bicchiere e bevve appena, con una classe che contraddiceva la sua fisicità massiccia e ostentata violentemente, come una clava sessuale. Lui bevve un sorso lungo. Poi un altro. Come se avesse fretta di passare al dunque. Il
veleno era già dentro di lui, inodore, insapore, paziente come un seme piantato
in terra fertile.
Era un gesto ipnotico, osceno nella sua calma. Due tavoli più in là, una ragazza
giovane con un prendisole a fiori distolse lo sguardo, arrossendo; il ragazzo
con lei invece continuò a fissare, bocca socchiusa. Nadia lo notò e gli
indirizzò un sorriso; un sorriso che diceva: “Guarda pure. Non potrai mai
toccare». «Certo, ma i soldi li voglio lo stesso». «Li avrai, ma non oggi. Non ce l'ho fatta a metterli insieme. Ci vediamo qui fra una settimana esatta. E allora li avrai tutti».
Nadia non aspettò risposte; né domande. Il
detective con la cravatta storta era ancora lì, appoggiato alla ringhiera del
molo, sigaretta tra le labbra. Quando Nadia gli passò accanto per la seconda
volta, lui non la fermò.
Sette giorni dopo, Karim non si presentò all’appuntamento. Si
sedette allo stesso tavolo d’angolo, ordinò un Negroni per sé, assaporando il
gusto di vittoria differita.
Solo il lago che continuava a specchiare il cielo, indifferente.
Ma
la libertà durò poco.
Nadia aveva preso tempo con l’uomo dalla cravatta storta – ora lo chiamava “il Pedinatore” nei suoi pensieri – perché in quel tempo aveva programmato il colpo grosso: una piccola filiale bancaria isolata, ai margini di una strada statale polverosa, dove il flusso di contanti era modesto in apparenza, ma – come aveva scoperto grazie a una delle sue scopate – in realtà fungeva da nodo di riciclaggio per fondi non dichiarati. Mafia? Forse. O solo ricchi bastardi che nascondevano soldi sporchi. Non importava. Il malloppo era reale e Nadia aveva due complici fidati: Luca, meccanico con mani d’oro e zero scrupoli; e Marco, il ragazzo giovane e impulsivo, ex pugile fallito. Don Siegel aveva un talento per rendere il crimine non solo propulsivo, ma quasi poetico: un mondo dove i ladri sono gli unici onesti in una società fasulla, dove ogni fuga è una danza con la morte, e ogni corpo lasciato indietro è un sacrificio al dio del malloppo.
Nadia Al-Rashid incarnava quel genio, non la Nadine del suo più grande film,
fragile e destinata a cadere presto, ma una versione più carnale, con la pancia
tonda come scudo e arma, il covo di una fertilità oscura che sfidava il
proiettile stesso. Nadia era l’autista, ma anche la distrazione vivente: camicia di jeans sbottonata come al solito per far esitare la guardia, pancia prominente che la faceva sembrare innocua, quasi materna, in un mondo di maschi armati.
Dentro, Luca e Marco minacciavano il direttore.
Luca guidava, Marco si sporgeva su di lei per controllarla, ma i loro sguardi si
incrociarono sullo specchietto: era diventata un peso morto, letteralmente.
Meglio scaricarla. Ma non lei, non ne valeva la pena. La lasciarono sul sedile, e attivarono il timer. «È già morta», mormorò Luca, giustificandosi. «Il fuoco farà il resto». Marco annuì, pallido. Nadia rimase con quel ticchettio nelle orecchie; pure stordita, aveva percepito la situazione, ma non aveva la forza di muoversi e aprire lo sportello, per cercare di allontanarsi dall'auto. Lei stessa aveva predisposto il timer sui 15 minuti, il tempo sufficiente a farli allontanare abbastanza, non immaginando di fare quella fine; l'esplosione aveva lo scopo di attirare l'attenzione sul posto sbagliato. Il
sangue di Nadia colava sul sedile, la pancia tonda ripresa di profilo:
un’immagine morbosa di vulnerabilità erotica, come se il corpo si offrisse
un’ultima volta al pubblico prima della fine.
Spalancò la portiera e la tirò fuori con forza brutale: braccia attorno alla
vita, mani che sfioravano la pancia insanguinata, un contatto intimo e
salvifico. La caricò sulla sua auto, accelerando mentre l’altra esplodeva in una
palla di fuoco arancione, facendo crollare una parte del vecchio capannone. Nessuna menzione di un cadavere carbonizzato. «Come tre?», borbottò Marco, sudando. «Ma quale bottino scarso!
Credono di prenderci in giro?».
Ferita gravissima, ma non mortale; il coma era superficiale, indotto dal sangue
perso; si risvegliò con lui al capezzale, mano sulla pancia, tocco possessivo,
ma quasi tenero. Era un’alleanza forzata, morbosamente erotica, in un mondo fasullo dove solo i criminali come loro potevano essere onesti l’uno con l’altra.
Nadia Al-Rashid ricordava ogni secondo della rapina come se fosse inciso nella carne, e non solo nella memoria. Il genio di Don Siegel stava proprio lì: nel ritmo incalzante che non dava respiro, nella musica ipnotica che pulsava dietro ogni inquadratura, nell’ironia dissacrante che sbriciolava i luoghi comuni.
Nessun movimento inutile, della macchina e degli attori; nessuna pausa inutile;
un'alchimia di immagini, note, pensieri, parole, emozioni, sotto il suo totale
controllo, 110 minuti di puro stato di grazia, destinati a rimanere inimitabili.
Dal 1973 nessuno ci ha nemmeno provato; Siegel era davvero andato sulla luna.
Gli occhi della guardia scivolarono sulla pancia di
Nadia, un secondo di confusione fatale. “Mamma con bambino in arrivo?”, pensò
probabilmente. Errore. Lo distrasse un po', facendo gli occhi dolci e spendendo qualche chiacchiera, mentre i complici entravano e riscuotevano. Appena scattò l'allarme, la mamma gli scaricò un colpo in pancia. La guardia barcollò, ma rimase in piedi; indietreggiò di alcuni passi, sul punto di crollare; questo ingannò Nadia, troppo sicura di averlo neutralizzato. La guardia, invece, recuperò l'equilibrio e rispose al fuoco: prima colpì Marco al braccio, mentre usciva, poi la stessa Nadia: un colpo preciso, che bucò lo sportello e si infilò dritto nel suo fianco, sotto il seno e sopra la pancia. Il dolore fu immediato, bruciante, umiliante. Nadia cercò ansiosa di capire il suo destino, e la risposta non si fece attendere. La pallottola l'aveva sfondata da parte a parte, forse era rimasta uccisa. Si accasciò sul sedile, annaspando, mentre Luca la spingeva di lato e partiva sgommando.
Nadia sentiva il coma avvicinarsi come una marea nera: vista che si offuscava,
respiro corto, pancia che si alzava e abbassava sempre più piano, come se il
corpo avesse deciso di arrendersi. Ma il Pedinatore aveva fatto fede al suo nome.
La partita era grossa e la mafia mandò Molly, il predatore sadico e professionale. Guidava una berlina nera, radio sintonizzata sulle frequenze della polizia. Il suo obiettivo era chiaro: recuperare i soldi, eliminare i ladri, scoprire se fossero stati solo fortunati, oppure imbeccati da un traditore. Nessun vincolo, nessun limite di spesa, nessun occhio di riguardo: erano tutti potenziali traditori.
Nadia, dal letto d’ospedale, sfiorò la mano di Charley. Noi siamo gli ultimi indipendenti. E non ci faremo fregare».
Un mese esatto era passato dall’esplosione nel capannone abbandonato. Nadia Al-Rashid si era rimessa in piedi con la tenacia di chi ha già seppellito troppi amanti e troppi nemici.
Camminava ancora con una lieve zoppia, ma la pancia tonda aveva ripreso a
ondeggiare. La barca di Luca e Marco era lì: un cabinato vecchio, luci fioche all’interno, voci basse che discutevano di donne e macchine di lusso. Nadia spense il motore a cento metri.
«Tu resti qui. Io entro. Li faccio cantare, poi li finisco». Ora abbassati. Accidenti! Ehi, della barca! C'è nessuno? Sto affondando!». Luca mandò Marco a esporsi. «Chi è che chiama?». «Giovanotto, ho un guaio. Devo aver sfiorato uno scoglio, il gommone si è bucato. Questa maledetta idea di pescare col buio... Alla mia età... e con questi reumatismi...». «Va bene, amico, salta su. O farai un bagno». Gli lanciò una cima. Appena messo piede sul ponte del cabinato, Molly lo tiro giù con un colpo di taglio al collo. Era davvero un pugile fallito. «Grazie, davvero molto gentile! Ma tolgo subito il disturbo». Molly si portò sul lato opposto dell'imbarcazione, facendo finta di scendere a riva. «Grazie ancora!».
«Allora Marco, hai finito?». Il fantasma di Nadia Al-Rashid. Neanche il tempo di rimanere basito, che Molly lo tramortì da dietro le spalle. Poi, tornando da Marco, gli spezzò le costole con un calcio spaventoso. «Bene, adesso cerchiamo di comunicare», disse, rivolto a Luca, che annaspava a terra. «Tu dovresti essere quello più intelligente, perciò apri bene le orecchie: voglio solo i soldi e un nome; il nome di chi vi ha commissionato il colpo; sono due cose facili. Se non mi fai perdere tempo, io odio ammazzare la gente, vi lascio un gruzzoletto: 15.000 dollari, quelli che una filiale come quella ha di solito in cassa. Il resto non è roba vostra. Allora?». Molly trascinò Marco accanto a Luca. «Chi è il più intelligente tra voi due?». E spaccò le costole pure a Luca. Marco cominciò a piagnucolare. «Io lo sapevo... lo sapevo...». «Cosa, sapevi?», lo incalzò Molly, e gli sferrò un altro calcio, quasi ammazzandolo. «I soldi... sono... nella... lavatrice...». Fece un cenno a Nadia, affinché controllasse. Il cabinato era in effetti dotato di una piccola lavatrice. «Li avete rubati da una lavatrice per nasconderli in una lavatrice. Ma bravi...». Fece scattare un coltello a serramanico e glielo piantò nel collo. Un attimo dopo fu la volta di Luca. «Forse puoi rispondere tu alla mia domanda. Chi vi ha passato la soffiata? Il direttore?». «Nessuno è stato solo un colpo di fortuna». «Per loro non tanto. Comunque hai avuto la tua vendetta. Ora addio, come concordato. A meno che tu non voglia intascare la mancia...», la guardò in mezzo alle zinne.
Nadia sorrise, quel sorriso lento, morboso, che aveva usato con Karim. Lo
disse guardando alle spalle di Molly. Molly riuscì a malapena a girarsi. Lo centrò con una pallottola in fronte, senza giri di parole. Molly crollò come un albero tagliato. Charley tolse i soldi dalla centrifuga e sparse qualche banconota sul ponte e in acqua. Poi accese un piccolo falò sul ponte. La barca prese fuoco lentamente. Mentre le fiamme salivano, Nadia e Charley salirono sul gommone, motore al massimo verso la riva opposta. Il
lago rifletteva l’incendio: crimine, desiderio, morte... e ora, forse, un inizio
perverso per due sopravvissuti.
Il gommone filava via dalla baia in fiamme, motore al massimo, schiuma bianca che si apriva dietro di loro come una ferita fresca sul lago nero. L’incendio sulla barca di Luca e Marco illuminava l’orizzonte di un arancione malato, riflesso distorto sull’acqua, mentre Molly giaceva carbonizzato tra i rottami e i due complici erano già cibo per i pesci.
Nadia teneva il timone con mano ferma. Charley sedeva accanto a lei, corpo
inclinato in avanti per il vento, mani sulle sue spalle come se temesse che il
lago potesse inghiottirla.
Charley la guardava come l'aveva sempre guardata: affamato, possessivo, ma
stavolta senza più maschere. «Non è ancora il momento. Devo portarti al sicuro».
Riaccese il motore. Il gommone ripartì, lasciando dietro di sé la baia in
fiamme, i corpi, i segreti. Il lago si richiuse su tutto, indifferente. E avvelenati come la sua curva.
di Grok e Salvatore Conte (2026) Nel cuore rovente dell'Arizona, dove il sole cuoceva la terra come una bistecca in padella, Anna Frazer si presentò al campo dei coloni con l'aria di chi aveva visto troppi tramonti insanguinati.
Era una donna di mezza età, con capelli biondi tagliati corti, un foulard viola annodato al collo e un cinturone carico di proiettili che le cingeva i fianchi larghi. Il revolver alla cintura sembrava un'estensione del suo corpo, e il suo sorriso era un misto di gentilezza materna e minaccia letale.
I
pionieri, una dozzina di famiglie stremate dalla polvere e dalle promesse di una
nuova vita a ovest, l'avevano ingaggiata per scortarli attraverso il Deserto dei
Diavoli: un tratto di terra maledetta infestato da banditi Apache, siccità
implacabile e tempeste di sabbia che potevano inghiottire un uomo in pochi
minuti. «Io vi porto vivi dall'altra parte», aveva detto, «ma se trovo un cavallo randagio o un sacco di farina abbandonato, quella diventa roba mia». Harlan aveva annuito, troppo disperato per obiettare. Anna sapeva approfittare di ogni opportunità: in anni di vita dura, aveva imparato che la sopravvivenza non era un dono, ma un furto con destrezza.
Il viaggio iniziò all'alba, con i carri che cigolavano come vecchie ossa e i cavalli che nitrivano nervosi.
Anna cavalcava in testa, scrutando l'orizzonte con occhi che avevano visto
massacri e tradimenti. I coloni la seguivano, affascinati e intimoriti dalla sua
figura: la camicia beige tesa sul petto generoso, i pantaloni arancioni che
aderivano alle cosce robuste, e quel foulard viola che ondeggiava come una
bandiera di sfida. Per tutto il giorno, lei li guidava attraverso canyon
nascosti e guadi asciutti, urlando ordini con una voce che echeggiava come un
tuono. «Muovetevi, lumaconi! L'acqua è a dieci miglia, e se non ci arrivate
prima del tramonto, berrete la vostra piscia!». Il pericolo arrivò al terzo giorno: una banda di fuorilegge, capeggiati da un vecchio nemico di Anna, un bastardo di nome Reyes con una cicatrice che gli attraversava la faccia. Reyes la credeva morta da anni, dopo un duello in una miniera abbandonata. «Anna Frazer? Pensavo fossi cibo per i vermi!», urlò lui, mentre i suoi uomini circondavano la carovana. I coloni tremavano, ma Anna non batté ciglio. Smontò da cavallo, il revolver in mano, e sparò il primo colpo dritto al cuore di un bandito che si avvicinava troppo. La sparatoria fu feroce: i proiettili fischiavano come serpenti, Anna usava i carri come copertura, li aveva addestrati a disporsi subito in cerchio, in caso di pericolo. Approfittò dell'opportunità per arraffare il borsellino di Reyes, mentre lui agonizzava a terra; dentro c'erano monete d'oro che lei intascò senza rimorso.
La polvere della sparatoria con Reyes si era appena posata, lasciando sotto di sé corpi riversi nella sabbia rossastra e un silenzio rotto solo dal gemito dei feriti. I
coloni, ancora tremanti, ringraziavano Dio per essere ancora vivi. I fratelli
Tate, con gli occhi sgranati, la guardavano con un misto di ammirazione e
desiderio represso. Anna sapeva che quella notte, al campo, avrebbero trovato un
momento per sfogarsi di nuovo, immaginando le sue curve sotto la camicia intrisa
di sudore. Non le importava; l'eccitazione li rendeva obbedienti, e l'obbedienza
significava sopravvivenza e profitto. Ma in mezzo al turbine, qualcosa emerse dalla sabbia: una figura gigantesca, alta due metri. Era un golem di sabbia, il volto indistinto e inespressivo, grandi orbite scure al posto degli occhi. Si mosse verso la carovana. Dietro di esso, a una certa distanza, apparve lei: Dharma, la strega.
Il suo potere era cresciuto da quando aveva carpito i segreti delle antiche piramidi azteche, che aveva saccheggiato nei suoi viaggi proibiti.
I suoi capelli neri le cadevano sulle spalle come lunghe piume di corvo, e in testa portava una corona di piume simbolo del suo culto personale. Dharma era una donna imponente, con curve generose che l'abito di pelle attillato esaltava in modo provocante: décolleté profondo che catturava gli sguardi, fianchi larghi che ondeggiavano con arroganza, pancia grassa che incuteva soggezione. La sua bellezza era sconcertante. Da seccare le labbra. Poteva evocare il golem dalle tempeste. La creatura ubbidiva ai suoi comandi, restando "in vita" per giorni, fino a quando la sabbia non si dissolveva naturalmente, in attesa della prossima bufera.
C'era tuttavia un modo per "ucciderlo" prima del tempo; ma nessuno lo conosceva,
a parte la strega. «Sciocchi mortali», sibilò. «Il deserto è mio regno. Vi confonderò, vi imprigionerò qui, e vi distruggerò lentamente, offrendo le vostre anime al mio altare». Dharma voleva la carovana per i suoi riti: anime da spezzare, corpi da corrompere, succubi da piegare a sé per accrescere la sua influenza. Il golem avanzò tra i vortici di sabbia. Harlan, il capo carovana, cadde in ginocchio, terrorizzato; i fratelli Tate, invece, fissavano Dharma con occhi famelici, ipnotizzati dalla sua figura sensuale, dal modo con cui l'abito le modellava il corpo, rivelando curve morbide e invitanti. «È
come Anna, ma più oscura», bisbigliò uno, mentre l'altro ansimava. Sparò al golem, ma i proiettili lo attraversarono senza produrre alcun danno. Dharma rise, ordinando alla creatura di attaccare. Il golem tirò giù dal carro un pioniere terrorizzato. Lo trascinò sul terreno per diversi metri, afferrandolo per una gamba; poi lo sollevò alto da terra, stringendogli il collo; lo fissava da vicino, come per gustarsi il suo crescente terrore; lo sventurato, prima di morire strangolato, vide gli occhi di Dharma nelle orbite scure della creatura. Appena il golem mollò la presa, il colono si afflosciò a terra come un fantoccio. La creatura vomitata dalla tempesta scomparve come era arrivata. La risata fredda e crudele di Dharma li salutò sulle ali vorticose del vento.
La vittoria su Reyes sembrava lontana, un ricordo presto impolverato dalla sabbia sottile del deserto. L'ombra del golem non li abbandonava mai, instancabile, senza alcuna esigenza fisica, insensibile al sole rovente. Li seguiva a distanza, e si faceva notare di tanto in tanto, per ricordargli che c'era e che non li avrebbe abbandonati. Solo quando il cielo si oscurò, minacciando una pioggia fugace, scomparve più a lungo del solito. Ma nessuno ancora sospettava il perché. La carovana guidata da Anna Frazer si avvicinava lentamente all'uscita da quella landa infernale, non a caso chiamata Deserto dei Diavoli. Non rimaneva che l'ultima tappa prima della valle fertile, una sosta ai pozzi per rifornirsi d'acqua e abbeverare i cavalli. Ma i pozzi che Anna ricordava come affidabili erano asciutti, prosciugati in modo innaturale, come se qualcuno avesse succhiato via l'acqua con una cannuccia gigante. Quando provarono a ripiegare su un'altra piccola oasi, trovarono carcasse di coyotes intorno alle sorgenti: l'acqua era avvelenata. Poi fu la volta degli animali. I cavalli, di solito docili, impazzirono al calar del sole: scalciavano, mordevano, si gettavano contro i carri come posseduti. Un mulo spezzò il legame e caricò un gruppo di coloni, calpestando una donna incinta, prima che Anna lo abbattesse con un colpo preciso alla fronte. I
fratelli Tate, ormai ossessionati sia da Anna che da Dharma, passavano le notti
a masturbarsi furiosamente dietro le rocce, sussurrando fantasie su entrambe le
donne: una che li salvava, l'altra che li torturava. La
retorica di Elias non era coerente: Jonathan era morto senza versare una sola
goccia di sague. Soffocamento puro; e basta. Con la forza sovrannaturale che aveva dimostrato di possedere, avrebbe potuto staccargli la testa dal collo, anziché perdere tempo a soffocarlo. Ricordò anche come il golem scomparisse, quando il cielo minacciava pioggia. Forse si trovava un riparo, una roccia cava, una grotta. Anna rimase sveglia a pensare. Dharma voleva distruggerli lentamente: fame, sete, follia, terrore.
All'alba, Anna radunò i
carovanieri. Torneremo alla pozza avvelenata: caricate l'acqua, ricordandovi bene di separarla da quella buona, e tenete i vostri secchi a portata di mano e sempre pieni di acqua cattiva. I fratelli Tate la guardarono con occhi febbrili, eccitati e terrorizzati allo
stesso tempo. Uno di loro sussurrò: «Faremo tutto quello che dici, Anna. Tutto».
Le giornate si trascinavano in un ciclo infinito di sabbia, sete e illusioni. I pozzi avvelenati, i cavalli irrequieti, e le dune che cambiavano forma di notte, li tenevano prigionieri in un cerchio invisibile. Però la paura creava una solidarietà più stretta tra i carovanieri. Ogni sera, intorno al fuoco del bivacco, i legami si stringevano, una disperata morbosità strisciava tra i carovanieri.
Anna si accostava spesso a Susan Callahan e alla figlia Lauren, zozza e sfatta come la madre.
Susan aveva almeno sessantanni.
Era una donna robusta da una parte, molle dall'altra; il seno era pesante,
cadeva morbido contro il tessuto logoro del camicione beige aperto fino allo
stomaco, per il caldo infernale e l'istinto da mignottona; la vita era larga, i
fianchi generosi e solidi, le cosce potenti: i bottoni chiusi lungo l'addome
erano sotto palese sforzo. Le tre donne si scambiarono un veloce cenno d'intesa.
«Per fortuna c'è ancora qualcuno che non si piscia addosso, quando vede il golem all'orizzonte»,
sussurrò Anna per compiacerle.
Ma non si fermarono a quello. Le tre donne si riunirono nel vecchio Conestoga di Susan.
Anna sedeva su una cassa, le gambe larghe, il foulard viola annodato al collo.
Susan era appoggiata alla sponda del carro. Lauren si inginocchiò tra loro,
posando le mani sulle gambe di entrambe; un gesto lento, deliberato.
«Anna, figlia... tre corpi di donna, tre donne potentissime, un solo altare.
Dharma tremerà». Anna comprese il gioco, che diventava rito: estrasse la colt e se la infilò tra le cosce, la canna verso l'alto, come un pisello di ferro. Avevano tutto.
Gemiti soffocati riempirono il carro, non sesso sfrenato, ma un rituale morboso
di alleanza, sudore che colava, promesse sussurrate tra respiri affannati.
All'alba, il piano si mise in moto. E
quando la creatura stava ormai per afferrare un altro pioniere, la Frazer
ordinò: «Ora! Secchi! Tutto quello che abbiamo!
Verso la testa!». La sabbia cominciò a diventare fango, il golem perdeva la sua forma antropomorfa, si contorceva, veniva letteralmente liquefatto; un pioniere, eccitato dal successo del piano, si alzò in piedi sulla cassetta del carro e pisciò in testa alla creatura, come a schizzargli addosso il colpo di grazia. Un urlo disumano si diffuse nell'aria rovente. Il
golem era crollato, adesso era solo una pozzanghera di acqua e piscio. La figura svanì, per riapparire cento metri più in là, intatta, sorridente.
Era solo una proiezione, un'illusione potente; il vero corpo della strega al
sicuro chissà dove. No a cosa? No a chi? Vi lascio andare, per il semplice "no" di una donna potente. Ma il deserto non dimentica. E nemmeno io. Non tornate mai più». La
voce della strega echeggiava tra le dune in maniera innaturale.
La carovana emerse dal Deserto dei Diavoli al tramonto, malconcia ma viva.
Anna si voltò verso le due compagne, a cassetta sul carro telonato.
di Grok e Salvatore Conte (2026)
Quella sera, mentre un cliente ubriaco fradicio – un tipo losco di nome Eddie "The Knife" Gallagher, un trafficante di droga con legami alla mala irlandese – le sussurrava segreti tra un gemito e l'altro nel retro di un pub fatiscente, Rita aveva sentito qualcosa di grosso.
Eddie aveva blaterato di un carico di coca in arrivo dal porto, valore di mezzo
milione, e di un traditore nella banda del boss locale, un certo Frankie Doyle.
Rita, con gli occhi che brillavano per l'avidità più che per la droga che si era
sparata in vena prima del turno, aveva deciso di vendere l'informazione a
Frankie stesso. Non poteva rischiare: se Frankie avesse saputo del traditore grazie a lei, lui sarebbe finito in fondo al Mersey con una catena al collo. Così, quella notte, con la nebbia che saliva dal fiume come un sudario, Eddie la pedinò fino alla zona del porto, dove i container arrugginiti nascondevano ogni genere di peccato.
Rita camminava svelta, il cappotto logoro che non riusciva a nascondere il suo
seno prorompente sotto la maglia dei Reds, ignara del coltello a serramanico che
Eddie stringeva in tasca. Il suo corpo si accasciò sul cemento umido, gli occhi vitrei fissi sul cielo invisibile, mentre il sangue si mescolava alle pozzanghere. Eddie pulì il coltello sulla sua gonna e svanì nella foschia, lasciando Rita a terra come un rifiuto urbano. Il boss Frankie non seppe mai del carico, e la trasferta di Istanbul rimase solo un sogno macchiato di rosso.
La
nebbia era così fitta quella notte al porto che sembrava inghiottire i rumori
stessi. Rita giaceva sul cemento, il respiro corto e gorgogliante, le mani
premute sul ventre squarciato come se potesse tenere dentro le budella con la
sola forza della disperazione. Il sangue le colava tra le dita, rosso scuro
contro la maglia dei Reds. Ogni tanto emetteva un gemito basso, quasi un
rantolo, e gli occhi – lucidi di terrore e morfina – vagavano nel buio in cerca
di qualcosa; di un appiglio, forse.
Arrivati al magazzino, la adagiò sul materasso puzzolente. Le mise sotto la
testa il suo giaccone arrotolato. Le controllò il polso: debole, ma c’era
ancora. Le diede da bere un sorso d’acqua dalla bottiglietta che aveva in tasca.
Lei tossì sangue. Tommy le mise il telefono tra le mani tremanti, le chiuse le dita intorno.
Poi guardò un’ultima volta quella donna in rosso che stava morendo su un
materasso lurido in un magazzino dimenticato da dio. Il telefono di Rita squillò due volte – una chiamata da un numero sconosciuto, forse un cliente – ma lei non riuscì a premere il tasto verde. La maglia dei Reds, quella che indossava con orgoglio anche nelle notti più schifose, era più rossa del solito. Tommy arrivò a casa all’alba. Si lavò le mani sotto l’acqua bollente fino a spellarsi. Non dormì. La mattina dopo comprò il giornale locale: nessuna notizia di un omicidio al porto. Solo il solito titolone sul Liverpool che preparava la trasferta di Istanbul.
La
nebbia sul Mersey non si era ancora diradata, quando Tommy Kerrigan tornò al
magazzino abbandonato, due notti dopo. Non per eroismo, ma per paranoia. Il
cuore gli batteva forte mentre spingeva la porta sfondata, la torcia del
telefono che tagliava il buio come una lama. Tommy non era un eroe, ma neanche uno stupido. Cominciò a indagare con discrezione. Chiese in giro nei pub di Anfield Road, tra una pinta e l’altra, fingendo di cercare una vecchia fiamma. «Hai visto Rita Malone? Quella con la maglia dei Reds, tette da urlo?». Risate, scrollate di spalle, sguardi che evitavano il suo. Nessuno sapeva niente; o fingevano di non sapere.
Il fratello minore, Frank, era morto in un incidente d’auto nei pressi del porto. Frank era un ragazzo a posto, non un gangster come lui. Jack non ci credeva all’incidente. Frank non beveva mai prima di mettersi al volante. Qualcuno l’aveva fatto fuori, e lui avrebbe scoperto chi, e l'avrebbe ammazzato. Come in quel vecchio film d'autore, quello con la musica d'autore, dal ritmo incalzante, quello definito il più grande film del cinema inglese.
Carter aveva già pestato due o tre scagnozzi di Frankie Doyle, rompendo dita e facendo cantare nomi. Uno di loro, con il naso rotto e il labbro spaccato, aveva biascicato qualcosa su una puttana in rosso che “sapeva troppo”, amica della ragazza di Frank, morta di overdose per una partita tagliata male. Red Boobs, la puttana dei bassifondi di Anfield, aveva capito chi c'era dietro l’ordine di ammazzare Frank, prima che questi denunciasse gli assassini della fidanzata.
E adesso anche Carter la cercava. Le voci dicevano che era stata accoltellata, che era morta dissanguata, e fatta sparire per non lasciare tracce. Ma lui continuava a cercare, e mentre cercava la colonna sonora nella sua testa era quella di Roy Budd: un tema ossessivo che pulsava come il sangue nelle vene.
Carter sedeva solo, sorseggiava un whisky, osservava la porta. Kerrigan lo riconobbe subito, tutti a Liverpool conoscevano Jack Carter.
Si sedette di fronte senza
chiedere permesso. Non ebbe la benché minima reazione nervosa; lui non perdeva mai la sua flemma cinica. Jack Carter, nel suo trench nero, la cravatta impeccabile, capelli classici, nessuna ombra di tatuaggi, era la quintessenza del vecchio stile britannico.
«Parla più forte», disse, con la sua ironia tagliente. Rita. Red Boobs.
L’ho trovata quella notte; sanguinante. L’ho portata
in un magazzino. Le ho messo in mano il telefono. Poi è sparita».
«Sparita dove?». Carter si alzò lentamente. «Se scopri qualcosa, vieni qui».
Gli lasciò il biglietto dell'albergo. E pensava a Rita. Dove poteva essere? Da qualche parte nel buio di Liverpool, forse in un seminterrato umido, fasciata alla meno peggio, tenuta in vita con morfina da un medico compiacente. O forse era già sul fondo del Mersey, con i pesci che le rosicchiavano le curve che un tempo facevano impazzire gli ultras.
Nessuno lo sapeva. E il tema di Roy Budd continuava a suonare nella loro testa.
La nebbia sul Mersey si era diradata quel mattino di marzo 2026, ma l’aria di Anfield restava pesante, carica di tensione da Champions e da Premier, con gli Spurs in arrivo. I Reds potevano dar loro il colpo di grazia e spingerli in serie B dopo mezzo secolo di massima divisione.
Gli ultras della Kop lo sapevano, e lo
cantavano nei pub: “Spurs going down with a fucking smile”. Rita Malone non c’era. Niente curve ballonzolanti, niente risate sguaiate, niente clienti che le passavano una pinta o una bustina dopo il fischio finale. Gli ultras più vecchi se ne accorsero per primi.
«Dov’è Red Boobs Rita?», borbottò uno, mentre scolava la
decima. «Di solito a quest’ora è già qui a strusciarsi sui pali per un biglietto
omaggio». «Veramente non c'era nemmeno lì».
I suoi clienti abituali – un paio di scaricatori di porto, un ultras con la fedina penale lunga un braccio, persino un giornalista freelance che le pagava le birre in cambio di pettegolezzi – cominciarono a chiedere in giro e a scambiarsi informazioni.
Messaggi
su WhatsApp in un gruppo ad hoc: «Qualcuno ha visto Rita? Non risponde da
giorni», «Niente.
Telefono morto». Il giornale era aperto sul tavolo, accanto alla pistola e a una tazza di tè freddo. La foto di Rita gli fece stringere la mascella: era l’unico filo rimasto per scoprire chi aveva ordinato l’omicidio di suo fratello Frank.
Tommy Kerrigan, che aveva continuato a indagare per conto suo, gli mandò un messaggio criptico:
«Ancora niente corpo. Ma qualcuno l’ha spostata».
I Reds dominavano:
3-0 senza incontrare resistenza. Gli Spurs, dopo queste tre coltellate, sembravano già in Championship,
le facce dei giocatori bianche come lenzuola, comprese quelle de giocatori di
colore.
Il Sun lo pubblicò online:
«I tifosi chiedono risposte: dov'è la Signora in Rosso di Anfield».
Carter uscì dallo stadio prima del
fischio finale, diretto verso i docks. Tommy lo seguì a distanza.
Rita era ancora là fuori, da qualche parte, viva o morta; nessuno lo sapeva. Ma
con la Champions alle porte (il ritorno con il Gala), la città aveva altre priorità. Sotto la superficie, il mistero di Rita Malone continuava a sanguinare, come quella notte al porto. E il tema di Roy Budd suonava ancora, ossessivo, nelle teste di chi non riusciva a dimenticarla.
La nebbia sul Mersey sembrava essersi spostata verso sud, verso la costa del Sussex, quando il Liverpool si preparò per la trasferta all'American Express Stadium contro il Brighton. Dopo la schiacciante vittoria contro gli Spurs ad Anfield, che aveva praticamente spedito il Tottenham in Championship dopo 50 anni, i Reds viaggiavano con il morale alto, ma con un'ombra che nessuno nominava apertamente: Rita Malone. Il mistero e il malumore erano penetrati anche nello spogliatoio.
Durante l'allenamento dei Reds, il solito chiacchiericcio su tattiche e ragazze era virato su un argomento insolito: la "fan in rosso" scomparsa.
Virgil van Dijk, il capitano, era seduto su una panca con l’asciugamano intorno
al collo, le mani enormi che massaggiavano un ginocchio dolorante. Ho deciso di fare una cosa: se segno con il PSG, mi alzo la maglietta e faccio la stessa domanda della Kop...».
Van Dijk, con voce profonda, calma ma autoritaria, come quando parla in campo:
«Mo' ha ragione. Non è solo gossip. Se sparisce una persona che tutti conoscono
allo stadio, finisce sui giornali scandalistici, e poi? La prossima volta tocca
a qualcun altro. Io dico: se qualcuno sa qualcosa, parli. Non per fare gli eroi,
ma perché è una nostra fan. YNWA, no? Vale anche per lei. Mi alzo anch'io la
maglietta, se faccio il buco al Real». Intanto Carter stava pianificando il prossimo pestaggio: un contatto nei docks gli aveva detto che un furgone nero era stato visto vicino al magazzino abbandonato dove Tommy aveva abbandonato Rita.
La partita contro il Brighton fu un monologo rosso. I Gabbiani, solidi ma prevedibili, crollarono sotto i gol di Salah (doppietta) e Mac Allister. Fu proprio in quel weekend che il mistero di Rita si legò al destino del Liverpool in modo grottesco. Jack Carter scoprì che i segreti carpiti da Rita non riguardavano solo il killer di Frank, ma anche un carico di droga diretto a Brighton. Forse Rita era stata portata proprio sulla Manica, come pedina di scambio nell'oscuro gioco di ricatti incrociati tra boss della malavita; poi, dopo il risalto mediatico ottenuto dalla sua vicenda, se non era morta a causa delle coltellate, era diventata merce preziosa. A Brighton, Carter era quasi di casa: non ebbe difficoltà a inquadrare la situazione; spremuti a dovere i suoi contatti, era vicino a sciogliere il bandolo della matassa: «Celtic Dawn. La puttana rossa è lì dentro». Carter aveva licenza di libero transito su tutto il porto; polizia, doganieri, mafiosi: nessuno poteva fermarlo. Ma quel vecchio film gli aveva insegnato molto: «Get Caine»; e poi? Nessuno capiva bene quel titolo, perché non aveva presente il seguito: «Get Caine. Before he gets you». Il boss responsabile per la morte del fratello di Caine riceveva un opportuno consiglio: non aspettare che Caine venga a trovarti, liberati di lui al più presto. Perciò doveva stare attento, non fidarsi di nessuno. O avrebbe fatto la stessa fine di quel Caine.
La nave era buia, solo qualche luce di sicurezza tremolante. Salì a bordo con il suo impeccabile trench nero, scavalcando una catena arrugginita; scese nella stiva attraverso una scala di metallo che cigolava come ossa vecchie. L'aria era umida, fetida di ruggine e disinfettante scaduto.
In fondo, dietro pile di barili di plastica, sigillati con nastro
adesivo, trovò lei. Nessuno la sorvegliava; probabilmente gli avevano lasciato campo libero.
La donna respirava ancora: rantoli corti, superficiali, come un motore che sta
per spegnersi. Gli occhi, gonfi e vitrei, si aprirono quando la torcia di Carter
le illuminò il viso. Perlomeno l'avevano tenuta in vita: morfina in vena (una flebo vuota penzolava da un gancio), antibiotici, una sacca di plasma. La fissò freddo, per nulla intenerito. «Sei conciata male, Rita. I tuoi occhi sembrano schizzi di piscio sulla neve. Adesso io voglio sapere se hai raccontato tu al boss che mio fratello voleva denunciarlo per la morte della ragazza. Rispondi sinceramente». Rita, impaurita, e stremata, cominciò a balbettare. «Io... Carter... io...». «Certo che sei stata tu. Chi altri? La ragazza era tua amica. Vi facevate insieme. Magari ti ha pure salvato la vita, perché l'hai vista morire un attimo prima di bucarti con la stessa robaccia...». «Tu... non ci crederai... ma io...». «Tu, cosa?». Carter fece scattare il coltello a serramanico. «Aspetta...». Ma non aspettò. Tagliò la corda che la legava alla sedia, e la sostenne mentre crollava in avanti contro il suo petto. «Aspetta...», ripeté, convinta che ora l'avrebbe finita con un'altra coltellata. Ma lui richiuse il coltello. «Perché...». «Perché ho la pistola con il silenziatore...». Rita spalancò gli occhi: drogata e stronza, ma con la voglia di vivere addosso. «Cretina, so tutto, non c'è bisogno che ti sforzi di mentire o dire una mezza verità. Avresti tradito mio fratello senza alcun problema, ma non hai fatto in tempo. L'ha tradito un ispettore di polizia, che ha preso tempo per la denuncia e ha subito chiamato il boss; ho passato l'ultima settimana a spezzare dita. Sei un miserabile relitto, ma anche volendo, non sei riuscita a macchiarti della morte di mio fratello. Sei finita stritolata dentro un'altra storia, ma adesso basta; hai pagato a sufficienza; ti porto da un dottore vero». «E... la tua... vendetta... Get Doyle... before... he... gets you...», il respiro che gli sfiorava il collo. Carter alzò gli occhi, l'espressione impassibile, ma sottilmente ammirata. Intanto era arrivata l'ambulanza privata. «Il mio non è un remake freddo, Rita. Ci sono cose che possono addolcire un uomo; il finale cambia. Sei viva perché ho fatto uno scambio: una vendetta per una donna lasciata sola». Rita era ancora incredula mentre la caricavano sull'ambulanza. «Dirai che ti sei stancata presto dell'oligarca turco e di Osihmen».
«Non sono morta... cazzo, non
sono morta», mormorò tra sé, la voce un rantolo spezzato da tosse sanguinolenta. Il suo viso era una maschera di pietra, ma negli occhi c'era quel fuoco freddo che aveva terrorizzato mezza Londra. «Ascolta bene, Rita», disse a bassa voce, afferrandole il polso debole. «Sei viva perché servi a me». I paramedici chiusero le porte dell'ambulanza con un tonfo sordo; uno di loro si pose alla guida e accese la radio. Dopo la pubblicità, mandarono un pezzo stratosferico di Roy Budd. Carter bussò sul lunotto interno e fece gesto con la mano di alzare. Gli occhi di Rita si dilatarono, la bocca si dischiuse: era un requiem per la sua vecchia vita. Si toccò in basso: era eccitata di averne un'altra. Carter alzò gli occhi verso il medico che la monitorava costantemente; questi si girò lentamente di spalle. Dopo i primi tocchi, la musica sfumò.
ZOTHIQUE: L'IMPERO DEI RE MORTI di Grok e Salvatore Conte (2026)
Le
lampade a olio proiettavano ombre tremolanti su pareti annerite dal fumo e dal
tempo; l'aria era densa di odori: vino acido di Yoros, sudore di mercenari,
incenso bruciato per tenere lontani i folletti dispettosi, e quel sentore
dolciastro di mummie che aleggiava sul Tasuun, come se la morte stessa facesse
parte della birra.
Keldar il Nero, dalla pelle scura come gli abitanti di Ilcar, ma con accento di
Xylac, masticava una radice amara per tenere sveglio lo spirito.
Tharn bevve un lungo sorso.
Hanno mandato messaggeri. Un'alleanza, dicono. Sei regnanti vivi contro una regina di
morti. Hanno giurato di ristabilire l'ordine».
La Sala del Trono di Miraab, capitale del Tasuun, era un relitto di passata grandezza: colonne di marmo screpolato, tende di seta lacera che ondeggiavano come sudari al soffio del vento caldo dal deserto; e al centro, su un trono d'avorio ingiallito e intarsiato d'oro falso, sedeva la Regina Xantlicha, ottava del suo nome, una donna di mezza età dal volto molle e dagli occhi sfuggenti.
La corona – un cerchio di bronzo con pietre opache che avevano perso il lustro secoli addietro – gli pesava sulla fronte sudata. Indossava una veste leggera
nello stile del Tasuun, stretta al corpo appesantito dalle gozzoviglie;
era una tunica di seta color zafferano pallido, così trasparente e aderente da
sembrare una seconda pelle dorata. Il corpetto, ricamato con fili d’oro e perle
opache, stringeva e sollevava il seno generoso in un’ostentazione quasi oscena,
mentre la gonna fluida nascondeva a malapena le curve abbondanti dei fianchi e
del ventre; collane di turchesi e bracciali tintinnanti completavano l’insieme. Era una regina di vizi, non di potere: sensuale e imponente a prima vista, ma ormai putrefatta dentro, come un frutto maturo sul punto di marcire. Intorno a lei, la corte era ridotta a un pugno di pavidi adulatori: il Gran Ciambellano Valthor, con la barba tinta di nero per nascondere il grigio; il favorito del momento, un biondo energumeno dalla testa vuota di nome Gym, che fingeva devozione mentre i suoi occhi tradivano altro; e un paio di guardie con le armature ammaccate. Xantlicha fissava il messaggero inginocchiato ai suoi piedi, un uomo magro, coperto di polvere del deserto orientale, con il mantello strappato e lo sguardo vitreo di chi ha visto troppo. «Parla di nuovo», sibilò la regina, la voce incrinata. «Dimmi che è una menzogna. Dimmi che i re di Dooza Thom, Ustaim, Yoros e Calyz sono ancora vivi, che le gole tagliate erano solo un incubo di ubriachi». Il messaggero chinò il capo più in basso. «Mia signora... i rapporti sono concordi. I quattro re siedono ancora sui troni, ma non respirano. I loro occhi brillano di luce viola, come stelle malate. Danno ordini con voci che echeggiano da bare aperte. E dietro di loro... Daka. La Negromante. Si dice che abbia la pelle pallida come la luna, bianca, ma che tutto il resto sia nero: gli occhi, i capelli, la corona, la tunica, il bastone, il cuore, e l'anima, se ne ha una». Xantlicha si alzò di scatto, barcollando. La corona gli scivolò di lato; la rimise a posto con dita tremanti. «Io... io ho mandato ambasciatori agli altri cinque re vivi! E tutti hanno giurato l'alleanza! Sei regnanti contro una strega! Le nostre legioni, le nostre galee, i nostri maghi... schiacceranno questa... questa abominazione!». Ma la voce gli si spezzò sull'ultima parola. Si lasciò ricadere sul trono, coprendosi il volto con le mani. Valthor si avvicinò cauto, come si avvicina un animale ferito. «Mia signora... l'alleanza è fragile. Le legioni non esistono. Le galee non escono dal porto da anni. I maghi spaventano solo i bambini. Si dice che Daka offra clemenza a chi si inginocchia. Chi le giura fedeltà mantiene il trono... come reggente». Xantlicha rise, un suono strozzato e patetico. «Giurarle fedeltà? A quella... a quella donna che fa collezione di cadaveri incoronati? E se rifiuto? Se marcio con gli altri cinque? Morirò in battaglia... o peggio: mi rialzerò con gli occhi viola, a servire lei». Gym si avvicinò, sfiorandogli il braccio con mano possente. «Mia regina... il tesoro del Tasuun è ancora intatto. Le galee sono pronte. Le isole lontane potrebbero offrirvi rifugio. Portate l'oro, i gioielli, i libri antichi... e vivete. Lasciate che i re combattano e muoiano. Voi... voi potreste essere l'ultima regina di Zothique». Xantlicha lo fissò, gli occhi lucidi di terrore e avidità. «Fuggire? Come un ratto dal palazzo che brucia? Io, Xantlicha, discendente di Xantlicha la Crudele, che terrorizzava i suoi nemici con veleni e incantesimi... fuggire?». Ma il suo sguardo vagò verso le casse già pronte negli angoli della sala: lingotti, scrigni di gemme, rotoli di pergamena. Le guardie evitavano il suo sguardo. La regina si alzò di nuovo, barcollando verso una finestra. Fuori, il sole morente tingeva il cielo di un rosso malato, e il vento portava un'eco lontana: una risata multipla, secca, come ossa che si urtano in una bara. Xantlicha si voltò verso Valthor. «Convoca il consiglio segreto. Stanotte. Decideremo... se inviare un emissario a Daka con doni e promesse di sottomissione... o se preparare le navi». Silenzio nella sala. Xantlicha tornò a sedersi, imponente ma tremante, una sovrana che aveva regnato su sudditi ignoranti e pavidi... e che ora scopriva di essere la più pavida di tutti. Fuori, il crepuscolo si addensava, e da est – dall'impero dei re morti – avanzava un'ombra viola che odorava di tomba e di potere assoluto. La
Sala del Trono di Ummaos era immersa in un silenzio opprimente, rotto solo dal
crepitio delle torce e dal lontano ululato del vento dal deserto di Nooth-Kemmor.
Sotto la Sala del Trono, in camere segrete scavate nella roccia viva, solo
quattro figure erano presenti alla luce di tre lampade morenti. Alla fine sospirò: «Preparate entrambe le cose. L’emissario partirà… ma le navi restino pronte. E tu, Gym… resta vicino a me stanotte. Ho bisogno di… distrazione».
Nella taverna fumosa, i tre mercenari erano ancora al loro tavolo. La
brocca di vino era quasi vuota. Il discorso, inevitabilmente, era scivolato
sulla regina.
Per gli dei morenti… che donna».
Fuori, il vento portava ancora quell’eco lontana di risate secche.
I tre mercenari stavano ancora ridacchiando amaramente sulle loro coppe vuote, quando una figura si avvicinò al tavolo con passo lento ma sicuro.
Era un vecchio dal mantello logoro, barba bianca ingiallita e un bastone nodoso.
Nonostante l’età, gli occhi erano vivi e taglienti. Si chiamava Azdur, ex
scrivano di corte in pensione, uno di quelli che avevano visto passare tre regni
prima di Xantlicha. Il
Tasuun non è perfetto, ma è ancora vivo. E finché Xantlicha resta sul trono, c’è
ancora una possibilità che resti vivo un po’ più a lungo».
Il sole morente era basso, color sangue rappreso, quando il banditore reale salì sui gradini del grande obelisco crepato al centro della piazza. La
folla – mercanti, ladri, prostitute, contadini delle oasi e mercenari – si
radunò in un mormorio denso come fumo. Un
sorriso lento, calcolato, le curvò le labbra rosse. Il
suo sguardo indugiò un attimo di troppo su tutti e tre, poi fece cenno ai
portatori di proseguire.
di Grok e Salvatore Conte (2026) Il
fumo del tabacco e l'odore di whisky stantio aleggiavano pesanti nel saloon di
Dusty Creek. Il pianoforte scordato suonava una melodia stanca, mentre gli
avventori – minatori sporchi di polvere, cowboy con speroni arrugginiti e
qualche giocatore d'azzardo con lo sguardo vitreo – lanciavano occhiate di
traverso alla donna seduta da sola in un angolo. Basta con i panni sporchi e le occhiate di commiserazione. Indossava uno spolverino marrone da cowboy sopra una camicia gialla attillata al massimo, che esponeva esageratamente le forme grassottelle, una cintura con fondina che le dava un'aria ridicola e pericolosa allo stesso tempo, e pantaloni fucsia davvero imbarazzanti; in complesso, stava urlando al mondo intero: "Non sono più la vostra brava donnina grassottella". Le risate soffocate e i commenti sussurrati la seguivano ovunque, ma lei aveva smesso di arrossire.
Jax e Cody si avvicinarono al suo tavolo con tre boccali di birra schiumosa e
sorrisi da lupacchiotti. Jax, ventanni, si sedette per primo. Cody, ventidue,
rimase in piedi, appoggiato alla sedia. Roba che i bianchi non dovrebbero toccare, ma che vale una fortuna se venduta ai collezionisti giusti. Tre teste sono meglio di due, specialmente se una... ha curve che distraggono i ficcanaso...». Layla bevve un sorso lento, lasciando che il silenzio si facesse denso. «E
perché proprio io? Non sono una pistolera. Sparo come un'ubriaca miope».
Ma ora, vedendo i tre complottare, fiutava l'odore del denaro. Reliquie? Oro? Sorrise tra sé, mostrando denti storti e gialli. Li avrebbe seguiti. Silenzioso come un coyote. E se avessero trovato il tesoro... beh, tre tombe fresche nel deserto non avrebbero fatto rumore, non gli avrebbero nemmeno aumentato la taglia.
Il giorno dopo, all'alba, Layla montò a cavallo con i pantaloni fucsia che scintillavano al primo sole, il revolver che le sbatteva contro la coscia generosa. Jax e Cody cavalcavano ai suoi fianchi, eccitati dall'avventura.
Non sapevano che, a mezzo miglio di distanza, Black Jack li seguiva, gli occhi
fissi sulle curve di Layla che ondeggiavano al ritmo del trotto, gonfiando lo
spolverino marrone. Layla sentiva un brivido misto a eccitazione: non era più solo una vedova stanca. Era diventata qualcosa di pericoloso, di vivo.
Il sole picchiava come un martello su un’incudine, trasformando il deserto in un forno a cielo aperto. Erano partiti all’alba da Dusty Creek, seguendo una pista appena accennata tra cactus scheletrici e rocce rosse screpolate. Layla cavalcava in mezzo, i pantaloni fucsia ormai impolverati ma ancora scandalosamente vistosi contro i colori smorti del paesaggio. Il trench marrone le sbatteva sulle cosce a ogni passo del cavallo, il sudore le colava lungo il petto, incollando la camicia gialla al seno gonfio e al ventre tondo. Ogni tanto si slacciava qualche bottone e si passava il fazzoletto sotto le tette per asciugarsi il sudore, senza accorgersi subito di quanto Jax aspettasse quel momento. Ma poi lo beccò che stava quasi stramazzando da cavallo. «Sembri uno che non ha mai visto una donna vera.
Scendi e insegnami a sparare, invece di fissarmi le tette come un ragazzino alla
prima fiera».
«Primo esercizio», disse Jax, mettendosi alle sue spalle. «Piedi larghi quanto
le spalle. Braccia tese ma non rigide. Respira. Punta. Premi il grilletto piano,
non strattonare».
Premette il grilletto. E
per poco non hai castrato il nostro bel ragazzo». Layla sparò altre otto volte, prima di far esplodere le due bottiglie rimaste. Lentamente, ma migliorava.
Jax e Cody la osservavano con una fame sempre meno nascosta: non solo per il
tesoro che li attendeva, ma per lei, per quella donna che si stava trasformando
sotto i loro occhi da vedova ridicola a qualcosa di primordiale, di pericoloso.
Faremo in modo che sembri… un’offerta». E prese a ballare.
Un ritmo vorticoso, da gran puttana. Diede il tempo ai due ragazzi di riprendersi il labbro da terra. «Se gli spiriti vogliono preghiere, sussurri e carezze, gli daremo qualcosa di più vivo. E
se ci inseguono… beh, ormai so sparare alle bottiglie».
A
mezzo miglio di distanza, nascosto tra le rocce, Black Jack Harlan abbassò il
binocolo. Aveva visto tutto: il ballo sfrenato, il fuoco che danzava sulle curve
di Layla. Il suo ghigno si allargò.
di Grok e Salvatore Conte (2026) Layla Duvalier era una forza della natura, o almeno lo era stata.
Franco-libanese, sangue caldo del Mediterraneo che le scorreva nelle vene, aveva vissuto una vita che sembrava un derby infinito: colpi di scena, falli duri e qualche gol all'ultimo minuto. Divorziata da un marito ricco che l'aveva lasciata per una più giovane e meno complicata, Layla aveva trovato rifugio nel Paris Saint-Germain, la sua squadra del cuore: indossava sempre la maglia blu con la banda verticale bianco-rossa. E poi c'erano le droghe: oppioidi per il dolore, cocaina per l'euforia, un cocktail che la teneva in piedi quando tutto il resto crollava. Ma
ora, il vero nemico era dentro di lei, un cancro al quarto stadio che si era
diffuso come un contropiede letale, dall'intestino al fegato, senza pietà.
Gli altri scoppiarono a ridere, ma era una risata amara, forzata. «Sì,
Quarto Stadio... altro che Puskas Arena...», aggiunse Sophie, l'unica donna del
gruppo, scuotendo la testa. «Povera Layla, sempre a combattere. Ma stavolta
l'arbitro fischia la fine prima del tempo». Ricordava le notti allo stadio, l'urlo della folla, il sapore della vittoria. Ma il cancro? Quello era un nemico imbattibile.
«Non arriverò a Budapest», mormorò tra sé, un sorriso stanco sulle labbra. «Ma
devo lottare fino all'ultimo minuto». «Che arrivi almeno ai supplementari!», le augurarono gli amici. E mentre il PSG segnava il primo gol, tutti sentirono un vuoto. Dal Parco dei Principi al Quarto Stadio, la vita di Layla era un match che si concludeva troppo presto; anche se lei, in quel momento, si sentiva ancora in gioco, o quantomeno in dovere di segnare il gol della bandiera.
Layla Duvalier era sdraiata sul letto del pronto soccorso, con la maschera dell’ossigeno che le copriva il viso pallido e sudato. La
maglia del PSG, quella stessa che aveva indossato per anni con orgoglio, adesso
era stropicciata e macchiata di sudore. Il dolore al petto era esploso
all’improvviso quella notte: un giramento di testa violento, seguito da una
fitta che le aveva tolto il fiato, come se il cancro avesse deciso di giocare
l’ultima partita senza preavviso. I paramedici l’avevano trovata sul pavimento
del salotto, la TV ancora accesa sul replay della partita PSG-Chelsea, che non
aveva potuto vedere dal vivo.
La
Leclerc incrociò le braccia. «Settimane? Con quel carico tumorale? Se peggiora
di nuovo – e succederà – finirà intubata in rianimazione. Ventilazione
meccanica, sedazione profonda, tutto il pacchetto. E per cosa? Per prolungare
l’agonia? Ho visto troppi pazienti oncologici al quarto stadio finire in terapia
intensiva solo per morire lì dopo giorni di sofferenza inutile». Pensò allo stadio, alle rimonte incredibili del PSG. Ma
stavolta non c’era VAR che potesse annullare il
gol, nulla a cui aggrapparsi. Layla annuì debolmente quando le spiegarono. Fuori dalla stanza, i medici si guardarono. Sapevano che “Budapest” era diventata il metro della sua speranza, come per molti tifosi il sogno della finale. Ma il quarto stadio non concedeva finali romantici. Solo partite già scritte, con le squadre in campo ad aspettare il triplice fischio dell'arbitro.
La stanza d'ospedale odorava di disinfettante misto a fiori freschi. Layla Duvalier era seduta sul letto, la schiena sorretta da due cuscini, la maglia del PSG - sempre quella - gonfiata dalle sue forme pesanti.
Respirava meglio, il colorito era tornato un po' roseo, e la morfina la teneva
in una bolla di euforia controllata. Sorrideva, rideva persino, come se il
quarto stadio fosse solo un infortunio non drammatico, un cartellino giallo su
cui meditare.
«Ve l'avevo detto che stavo meglio», disse lei, con voce rauca ma entusiasta.
«Il dottore ha detto che posso uscire tra qualche giorno. Magari in tempo per i
quarti... anche se prevedo una partita dura contro i Reds», parlando da tifosa
competente che annusa il pericolo.
Layla annuì. Ma
noi vogliamo la verità. Tutta. Quanto le resta? Davvero».
Settimane? Mesi al massimo, se va bene. Non c'è remissione possibile. Possiamo
gestire i sintomi, darle qualità di vita, ma non curarla più di questo. Il fischio finale e la retrocessione si avvicinavano, partita dopo partita, notte dopo notte. E Layla, dentro di sé, tremava.
Layla Duvalier tornò a casa in un grigio pomeriggio di fine marzo 2026. L'ospedale l'aveva dimessa con una valigetta di farmaci, ossigeno portatile per le crisi peggiori, e un sorriso stanco dei medici che diceva "torna quando vuoi, ma speriamo non tanto presto". I
timidi miglioramenti le avevano dato qualche giorno di tregua. Ma non si
illudeva più. Il quarto stadio era sempre lì, un avversario che non sbaglia un
passaggio. Sapeva che Budapest era un miraggio. Poi arrivò la notte dei quarti. Scoprì di non essersi sbagliata. Il PSG era fuori. Come lei, in fondo.
Il telefono vibrò sul tavolino. Un messaggio WhatsApp da un numero sconosciuto. Marc. Il vecchio spasimante, quello che anni fa le mandava fiori ogni settimana, messaggi a tutte le ore; e poi apparizioni "casuali" fuori dal bar dove lavorava. Lei lo aveva bloccato, e minacciato denuncia per stalking; lui era sparito dalla sua vita.
Pensava fosse acqua passata.
Layla lo fece entrare, indicò il divano. Marc annuì piano. "Mi dispiace per il PSG. Si vede che ci tieni...». Lei, infatti, indossava la maglia, come al solito.
Layla rise amara. «Tenevo a tutto. Alla squadra, alla vita, a non essere sola. E
tu... tu eri lì. Troppo lì. Mi spaventavi». La
disperazione fa fare cose assurde».
Oppure venire ogni tanto. Portarti il giornale,
guardare una replica di vecchie partite. Niente di più». Il quarto stadio non perdonava, il PSG era fuori dai giochi, ma in quel soggiorno disordinato, per la prima volta da anni, non si sentiva completamente sconfitta. Forse l'amore – quello sincero, anche se arrivato in ritardo, dopo tante cicatrici – poteva essere il gol della bandiera. Non per ribaltare la partita, ma per avere l'applauso dei tifosi.
Layla Duvalier tirava avanti, come un difensore stremato che regge l'ultimo assedio prima del fischio finale. Il precario equilibrio con il male era diventato routine: ossigeno portatile sempre a portata di mano, morfina al bisogno, giorni buoni in cui riusciva a camminare fino al balcone, e notti in cui il dolore la inchiodava al letto come un tackle da dietro. Il
quarto stadio non dava tregua, ma lei aveva eretto un'estrema linea di difesa:
non si lamentava, non piangeva davanti agli altri, teneva la maglia del PSG
addosso quasi ogni giorno come un'armatura. Sapeva che la spallata finale poteva
arrivare in qualunque momento – un'infezione, un'embolia, un collasso – ma fino
ad allora, resisteva. Layla non gli confessava mai quello che provava davvero: un misto di gratitudine, affetto tardivo, e una tenerezza che quasi la spaventava. Non voleva farlo soffrire più del necessario. Lui aveva già pagato caro il suo "amore malato", anni prima; adesso era lì, calmo, discreto, senza pretendere nulla. Lei lo lasciava entrare, lo teneva a distanza emotiva quel tanto da non illuderlo, ma abbastanza vicino da non sentirsi sola.
«Grazie per essere qui», gli diceva a volte, e
bastava.
Layla e Marc davanti alla TV, divano pieno di cuscini, una coperta sulle gambe
di lei, birre analcoliche sul tavolino. Il PSG era fuori da mesi, schiantato dal
Liverpool nei quarti, la finale era Arsenal contro Bayern Monaco. E alla fine, un anno dopo il Paris Saint Germain, un'altra squadra vinceva la Champions per la prima volta nella sua lunga storia: l'Arsenal di Londra. Mentre la squadra festeggiava il trionfo storico, gli venne spontanea la battuta.
«Tu a Budapest ci sei arrivata», disse piano Marc. «Il PSG, no».
Grazie, Marc. Per avermi portato... a Budapest». Fuori dalla finestra, Parigi era tranquilla, ignara di quella piccola vittoria privata. Il quarto stadio poteva chiudere i giochi domani, o fra un mese. Ma quella sera, Layla Duvalier poteva dire di essere arrivata ai supplementari contro un avversario fortissimo. Ma non c'era arrivata da sola. Aveva fatto reparto con un uomo che in fondo l'amava davvero. Allez Paris, pensò, chiudendo gli occhi. E grazie per l'extra-time.
Layla Duvalier era seduta sul divano, la coperta sulle ginocchia, nonostante il clima estivo. Il mondo fuori continuava a girare, normale, nel bene e nel male.
Lei, invece, viveva in un limbo di giorni contati, con il tumore che avanzava
piano ma inesorabile, come un centrocampista che controlla il ritmo senza fretta
di affondare il colpo. Il precario equilibrio teneva ancora.
La combattuta agonia di Layla Duvalier aveva trasformato la sua vita in una sorta di leggenda metropolitana nel sottobosco parigino, quel mondo sommerso di ultras, bar fumosi, chat di gruppo su Telegram e forum oscuri. Iniziò tutto con un post anonimo su un thread di Reddit, dove qualcuno – forse un amico di amici – aveva condiviso una foto di Layla in ospedale, con la maglia addosso e il sorriso stanco: «La nostra guerriera al quarto stadio. Allez Layla!». Da lì, il tam-tam si diffuse come un virus: particolari morbosi sulla sua malattia filtravano ovunque. Si parlava del tumore all'intestino che le mangiava le viscere, delle metastasi al fegato che la facevano ingiallire, del pancreas che le rubava l'appetito, e persino delle sue vecchie dipendenze da droghe, esagerate in storie di notti folli finite in overdose. Aggiornamenti continui: «Layla dimessa, ma sta peggio», «Ha rivisto un ex stalker, chissà cosa bolle in pentola», «Il PSG si è arreso, lei no». I
forum brulicavano di commenti: compassione mista a voyeurismo, meme macabri con
la sua maglia photoshoppata su bare, e teorie del complotto su cure negate dal
sistema sanitario.
Moreau, sommerso di richieste, rispose a una delegazione improvvisata che si
presentò in ospedale: «Apprezziamo la vostra passione», disse il medico, cauto.
«Ma la signora Duvalier è seguita al meglio. Terapie aggressive? Gliele abbiamo
proposte, ma decide lei. Non possiamo forzare nulla. Vi sto venendo incontro, ma
sapete bene che le norme sulla privacy non mi consentono di fare altre
confidenze». Layla, quando lo seppe da Marc, rise amara. «Vogliono salvarmi loro? Carini. Ma il quarto stadio non si batte con le petizioni».
La notizia esplose come un petardo nel forum "Rouge et Bleu Underground", un angolo buio del web frequentato da ultras irriducibili, scommettitori incalliti e troll senza freni. Un
utente anonimo postò questo: «RIP Layla Duvalier, deceduta stanotte
all'ospedale. Improvviso aggravamento, emorragia interna dal tumore intestinale
perforante. Metastasi al fegato esplose, pancreas collassato. È morta da sola,
senza nessuno al fianco. Foto dal letto di morte. Allez Layla, ma stavolta ha
perso la partita più importante».
Sembrava vera, fin nei dettagli. Ma era AI, ben promptata. Qualcuno postò il numero del pronto soccorso, altri iniziarono a radunarsi virtualmente per una "veglia online". Poi passò al reale: una cinquantina di tifosi – sciarpe al collo nonostante l'ora – si presentarono nella hall dell'ospedale verso le 5 del mattino, urlando «Vogliamo sapere di Layla Duvalier!». Infermieri confusi, sicurezza in allarme, sirene in lontananza. La hall si riempì: 100-150 persone, un mix di ultras commossi e curiosi morbosi. Qualcuno pianse, altri litigarono con il personale. «È morta o no? Ditecelo!». La
polizia arrivò in forze: furgoni cellulari, agenti in tenuta antisommossa.
Identificazioni, perquisizioni. Partirono le prime denunce: diffamazione
aggravata, turbamento dell'ordine pubblico, procurato allarme, diffusione di
immagini false. Il provocatore sparì subito dal forum, ma gli screenshot
giravano ovunque. Ma il seme del morboso era piantato.
Paradossalmente, quando Layla si aggravò davvero, nessuno corse all'ospedale. Effettivamente sanguinò dalla bocca: un'emorragia grave, provocata dalla perforazione dell'intestino. Marc la portò lui stesso al pronto soccorso. Layla entrò subito in terapia intensiva; l'obiettivo era stabilizzarla prima dell'irreparabile. Per alcune ore l'ospedale rimase vuoto. Poi, non si seppe come, la notizia circolò; e di nuovo centinaia di persone si accalcarono nella hall della struttura ospedaliera. La foto della Duvalier postata dall'ignoto provocatore, da realistica, stava per diventare tragicamente reale.
«Layla è scoppiata, non ce la fa più», «Si è illusa per mesi, ma stavolta è finita». «La spallata è arrivata».
«ATTENZIONE, avviso importante all'utenza: la signora Duvalier è stata stabilizzata, non è in imminente pericolo di vita», annunciò uno speaker anonimo dal gracchiante altoparlante dell'ospedale. Ma non era vero, l'annuncio era stato suggerito dalla polizia. Layla in realtà era in fin di vita; la prognosi era riservata, perché non si riusciva a fermare l'emorragia. Nel suo stato pre-comatoso, a stento riconosceva il volto di Marc.
Quando il cappellano dell'ospedale fu notato dalla folla, mentre entrava nella stanza di Layla, esplose la rabbia; ci furono incidenti, scontri con la polizia. La donna ricevette l'estrema unzione, ma un'ora dopo era ancora viva. Si sforzava di mettere a fuoco il volto di Marc, mentre le ultime forze l'abbandonavano. «Avrei... dovuto... sposare... te...», riuscì a biascicare. Manteneva gli occhi fissi al soffitto della camera e gemeva: non per il dolore, ma per la rabbia di morire. In cuor suo, non si era mai rassegnata del tutto; voleva vivere sempre più a lungo; in quei momenti si pentì di non aver tentato le terapie aggressive. «È in fin di vita, ma non è morta», confessò il primario, pressato dai tifosi.
«Se mi riprendo... mi faccio... bombardare di radio... voglio salvarmi... non settimane... ma mesi... anni», riuscì a sussurrare a Marc, con occhi vitrei. «ATTENZIONE, avviso importante all'utenza: la signora è stata completamente stabilizzata; la signora è grave, ma stabile; non ci sono validi motivi per restare in ansia», il nuovo annuncio teso a disperdere la folla. Stavolta, però, era vero. Pareggio in extremis, a tempo abbondantemente scaduto. La matematica ancora non la condannava. I tifosi, lentamente, lasciarono la struttura, che ormai sembrava più uno stadio che un ospedale. Avevano tifato. Plebe urbana con ancora la vita dentro.
Layla sposò subito Marc e si fece bombardare da tutte le terapie possibili. E manda ancora in tilt internet.
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