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Andrea Mantegna - Dido

Mantegna's

Dido

Judith

Cybele

Andrea Mantegna - Judith

Radcliffe treats two grisaille paintings, by Mantegna, both in Montreal's Museum of Fine Arts, of Judith and Dido as portraits of virtuous heroic women. The head of Dido matches a head in Mantegna's Introduction of Cybele, where the goddess is depicted in a marble bust. Mantegna designed a statue of Vergil in 1499 for the Gonzagas of Mantua, specifically for Isabella d'Este, a woman of zeal and erudition, but no marble sculptor could be found to execute the commission.

Alexander G. McKay (1992), McMaster University, Hamilton, Ontario

(about A. Radcliffe, "Two Early Romano-Mantuan Plaquettes", Studies in the History of Art 22 - 1989, 93-103)

Andrea Mantegna - Cybele

Non sì pietoso Enea, né forte Achille
fu, come è fama, né sì fiero Ettorre;
e ne son stati e mille a mille e mille
che lor si puon con verità anteporre:
ma i donati palazzi e le gran ville
dai descendenti lor, gli ha fatto porre
in questi senza fin sublimi onori
da l'onorate man degli scrittori.

Non fu sì santo né benigno Augusto
come la tuba di Virgilio suona.

L'aver avuto in poesia buon gusto
la proscrizion iniqua gli perdona.
Nessun sapria se Neron fosse ingiusto,
né sua fama saria forse men buona,
avesse avuto e terra e ciel nimici,
se gli scrittor sapea tenersi amici.

Omero Agamennòn vittorioso,
e fe' i Troian parer vili ed inerti;
e che Penelopea fida al suo sposo
dai Prochi mille oltraggi avea sofferti.
E se tu vuoi che 'l ver non ti sia ascoso,
tutta al contrario l'istoria converti
:
che i Greci rotti, e che Troia vittrice,
e che Penelopea fu meretrice.

Da l'altra parte odi che fama lascia
Elissa, ch'ebbe il cor tanto pudico;
che riputata viene una bagascia,
solo perché Maron non le fu amico.

Non ti maravigliar ch'io n'abbia ambascia,
e se di ciò diffusamente io dico.
Gli scrittori amo, e fo il debito mio;
ch'al vostro mondo fui scrittore anch'io.

Aeneas not so pious, nor of arm
So strong Achilles, Hector not so bold,
Was, as 'tis famed; and mid the nameless swarm,
Thousands and thousands higher rank might hold:
But gift of palace and of plenteous farm,
Bestowed by heirs of them, whose deeds they told,
Have moved the poet with his honoured hand,
To place them upon Glory's highest stand.

Augustus not so holy and benign
Was as great Virgil's trumpet sounds his name
,
Because he savoured the harmonious line.
His foul proscription passes without blame.
That Nero was unjust would none divine,
Nor haply would he suffer in his fame,
Though Heaven and Earth were hostile, had he known
The means to make the tuneful tribe his own.

Homer a conqueror Agamemnon shows,
And makes the Trojan seem of coward vein,
And from the suitors, faithful to her vows,
Penelope a thousand wrongs sustain:
Yet -- would'st thou I the secret should expose? --
By contraries throughout the tale explain
:
That from the Trojan bands the Grecian ran;
And deem Penelope a courtezan.

What fame Eliza, she so chaste of sprite,
On the other hand, has left behind her, hear!
Who widely is a wanton baggage hight,
Solely that she to Maro was not dear
,
Marvel not this should cause me sore despite,
And if my speech diffusive should appear.
Authors I love, and pay the debt I owe,
Speaking their praise; an author I below!

In rosso bruno sono da noi evidenziati,

a beneficio del cortese lettore,

alcuni momenti di particolare interesse.

Ludovico Ariosto (1474-1533), Orlando furioso

(XXXV, 25/28 - tran. William Stuart Rose)

Sul tema della "nobile follia", tanto cara a Virgilio, Ariosto, Cervantes, Busenello, è utilmente consultabile: "In margine a un giudizio di Cervantes: note sulla Pazzia ariostesca", di Pedro Garcez Ghirardi (Univ. de São Paulo).

Antonio (a Cleopatra): Tenendoci per mano andremo ove le anime si posano sui fiori e con lo splendente nostro aspetto meraviglieremo quei fantasmi: Didone e il suo Enea resteranno senza seguito, perché tutti accorreranno da noi.

Where Soules do couch on Flowers, wee'l hand in hand, And with our sprightly Port make the Ghostes gaze: Dido, and her Aeneas shall want Troopes, And all the haunt be ours.

William Shakespeare (1564-1616), Antonio e Cleopatra

(IV, 14 - trad. Francesco Franconeri)

Adriano: Tunisi non ebbe mai per regina una così meravigliosa...

Gonzalo: No, dai tempi di Didone, la vedova.

Antonio: Vedova? Miseria! Perché vedova Didone? Come sarebbe?

Sebastiano: Che sarebbe successo se avesse detto anche il vedovo Enea? Come siete suscettibile...

Adri.: Tunis was neuer grac'd before with such a Paragon to their Queene. Gon.: Not since widdow Dido's time. Ant.: Widow? A pox o'that: how came that Widdow in? Widdow Dido! Seb.: What if he had said Widdower Aeneas too? Good Lord, how you take it? Adri.: Widdow Dido said you? You make me study of that: She was of Carthage, not of Tunis. Gon.: This Tunis Sir was Carthage. Adri.: Carthage? Gon.: I assure you Carthage. Ant.: His word is more then the miraculous Harpe. Seb.: He hath rais'd the wall, and houses too. Ant.: What impossible matter wil he make easy next? Seb.: I thinke hee will carry this Island home in his pocket, and giue it his sonne for an Apple. Ant.: And sowing the kernels of it in the Sea, bring forth more Islands. Gon.: I. Ant.: Why in good time. Gon.: Sir, we were talking, that our garments seeme now as fresh as when we were at Tunis at the marriage of your daughter, who is now Queene. Ant.: And the rarest that ere came there. Seb.: Bate (I beseech you) widdow Dido. Ant.: O Widdow Dido? I, Widdow Dido.

William Shakespeare, La Tempesta

(II, 1 - trad. Francesco Franconeri)

Prospero: Falsissimo schiavo, che reagisci alla sferza e mai alla bontà. Pur essendo tu sporcizia, ti accolsi nella mia dimora e ti curai umanamente. Ti ospitai, finché tu non cercasti di violare l'onore della mia figliola.

Calibano: Ah, ah! Se solo ci fossi riuscito! Tu me l'impedisti, altrimenti a quest'ora avrei popolato l'isola di Calibani.

Prospero: Schiavo aborrito, in cui la bontà è senza effetto, essendo tu portato solo al male! Io ebbi compassione di te, mi preoccupai di farti parlare, ti insegnai questo e quello. Tu balbettavi con suoni confusi e vuoti, selvatici, come un animale; ed io ai tuoi pensieri donai le parole, affinché si facessero conoscere. Ma, nonostante quel che ti insegnai, nessun essere buono riusciva a viverti accanto, per via della tua natura malvagia. Feci bene, dunque, a relegarti su quella roccia, giacché avresti meritato un castigo più duro della prigione.

Calibano: Mi hai insegnato a parlare e ne ho tratto l'unico vantaggio di poter maledire. Ti venga la peste bubbonica per avermi insegnato a parlare!

William Shakespeare, La Tempesta

(I, 2 - trad. Francesco Franconeri)

- H.D. Gray, “Did Shakespeare write a tragedy of Dido?”, 1920;

- G.K. Paster, “Montaigne, Dido and The Tempest: “How Came That Widow In?””, 1984.

Nessun don Chisciotte per la regina Didone ?

- "Da chi, o a chi chiedete, signor cavaliere, questa assicurazione?", rispose la governante.

- "La chiedo a voi e da voi", replicò don Chisciotte; "perché né io son di marmo né voi di bronzo, e non sono le dieci del mattino, ma è mezzanotte, e forse un poco di più, credo, e in una stanza più chiusa e appartata di come doveva esser la grotta dove il traditore e cinico Enea si godé la bella e pietosa Didone".

- "Of whom and against whom do you demand that security, sir knight?", said the duenna.
- "Of you and against you I ask it", said Don Quixote; "for I am not marble, nor are you brass, nor is it now ten o'clock in the morning, but midnight, or a trifle past it I fancy, and we are in a room more secluded and retired than the cave could have been where the treacherous and daring AEneas enjoyed the fair soft-hearted Dido".

Lo alloggiarono in una camera a pianterreno, a cui servivano da cuoi dorati alle pareti delle vecchie sarge dipinte, come usano nei paesi. Su una di esse da una pessima mano era stato dipinto il ratto di Elena, quando lo sfrontato ospite la portò via a Menelao, e in un'altra c'era la storia di Enea e Didone, lei su di un'alta torre, in atto di far segni con un mezzo lenzuolo al fuggente ospite che sul mare se la stava filando su una fregata o un brigantino [*]. Don Chisciotte nelle due storie notò che Elena non era affatto scontenta di andarsene perché sotto sotto se la rideva maliziosamente; la bella Didone invece si vedeva che versava dagli occhi delle lagrime della grandezza di noci. Vedendo ciò, don Chisciotte disse:

- "Queste due signore furono sventuratissime nel non essere nate in quest'età, e io più infelice di tutti nel non esser nato nella loro; che se avessi incontrato questi signori, Troia non sarebbe stata incendiata, né Cartagine distrutta, poiché sarebbe bastato che io ammazzassi Paride per evitare tante disgrazie".

Raúl Anguiano - Don Quixote between Good and Evil - Acrylic mural (Mexico)They quartered him in a room on the ground floor, where in place of leather hangings there were pieces of painted serge such as they commonly use in villages. On one of them was painted by some very poor hand the Rape of Helen, when the bold guest carried her off from Menelaus, and on the other was the story of Dido and AEneas, she on a high tower, as though she were making signals with a half sheet to her fugitive guest who was out at sea flying in a frigate or brigantine. He noticed in the two stories that Helen did not go very reluctantly, for she was laughing slyly and roguishly; but the fair Dido was shown dropping tears the size of walnuts from her eyes. Don Quixote as he looked at them observed:

- "Those two ladies were very unfortunate not to have been born in this age, and I unfortunate above all men not to have been born in theirs. Had I fallen in with those gentlemen, Troy would not have been burned or Carthage destroyed, for it would have been only for me to slay Paris, and all these misfortunes would have been avoided".

Miguel de Cervantes (1547-1616), Don Chisciotte della Mancia

(II, 48, 71 - trad. Vittorio Bodini, tran. John Ormsby)

[*] La precisa identificazione qui proposta dal Cervantes è con l'Olimpia dell'Ariosto (O.f. X, 25; ribadita dal riferimento a Bireno/Enea in D.C. II, 57. Si noti che Olimpia sarà poi soccorsa da Orlando), a sua volta espressione letteraria tipicamente didonea, sebbene sviluppata, come nella più avanzata ermeneutica virgiliana, secondo l'indirizzo dell'Arianna di Catullo (e Ovidio). L'identificazione "circolare" che ne deriva, si armonizza in maniera mirabile con la dichiarazione - autenticamente virgiliana - di don Chisciotte [ndc].

Per una visione elaborata (ma limitata alla prima scrittura) delle "fuentes virgilianas del Quijote", si rimanda all'ermeneutica di Arturo Marasso download (864 Kb) (si ringrazia Biblioteca Virtual Miguel de Cervantes):

Itinerario virgiliano de la Primera parte del Quijote   Arturo Marasso: "Cervantes" (1947)   Itinerario virgiliano de la Segunda parte del Quijote

Si veda inoltre la catabasi didonea in Cervantes.

(Altisidora agli Inferi, D.C. II, 69-70)

Il fascino pericoloso di Didone (definizione di P. Todde e L. Mosti)

In realtà quei primi studi, grazie ai quali diventavo e sono diventato capace di leggere ciò che trovo scritto, e di scrivere io stesso quello che voglio, erano di molto maggior valore, in quanto più fondati di quelli per i quali dovevo ricordare il vagabondare di un certo qual Enea, dimenticando i vagabondaggi miei, e il piangere di Didone uccisasi per amore lasciandomi morire io stesso a te, o Dio vita mia, senza versare una lacrima, miserabile. Che cosa c'è, infatti, di più misero di un miserabile che non commisera se stesso e che sta a piangere la morte di Didone, che avveniva per amore di Enea, mentre non piange sulla morte propria, che avviene per mancanza di amore verso di te, Dio luce della mia mente, alimento interiore della mia anima, virtù fecondatrice della mia intelligenza e generatrice del mio pensiero? Non ti amavo e fornicavo lontano da te mentre mi risuonava d'intorno il plauso di tutti; amare, infatti, questo mondo è fornicazione e ad essa si plaude al punto che chi non fa così prova vergogna. Ebbene, io non piangevo per queste cose, ma piangevo Didone morta per aver volutamente cercato la fine con l'arma, mentre anch'io perseguivo le infime cose del creato abbandonando te: ero terra che si abbassava verso la terra. E se mi si proibiva di leggere quelle cose, soffrivo di non poter leggere cose di cui soffrire! Delìri di questo genere sono ritenuti studi più nobili e più utili di quelli grazie ai quali imparai a leggere e scrivere.

For those first lessons were better certainly, because more certain; by them I obtained, and still retain, the power of reading what I find written, and myself writing what I will; whereas in the others, I was forced to learn the wanderings of one Aeneas, forgetful of my own, and to weep for dead Dido, because she killed herself for love; the while, with dry eyes, I endured my miserable self dying among these things, far from Thee, O God my life. For what more miserable than a miserable being who commiserates not himself; weeping the death of Dido for love to Aeneas, but weeping not his own death for want of love to Thee, O God. Thou light of my heart, Thou bread of my inmost soul, Thou Power who givest vigour to my mind, who quickenest my thoughts, I loved Thee not. I committed fornication against Thee, and all around me thus fornicating there echoed "Well done! well done!" for the friendship of this world is fornication against Thee; and "Well done! well done!" echoes on till one is ashamed not to he thus a man. And for all this I wept not, I who wept for Dido slain, and "seeking by the sword a stroke and wound extreme," myself seeking the while a worse extreme, the extremest and lowest of Thy creatures, having forsaken Thee, earth passing into the earth. And if forbid to read all this, I was grieved that I might not read what grieved me. Madness like this is thought a higher and a richer learning, than that by which I learned to read and write.

Agostino d'Ippona (354-430), Le Confessioni

(I, 13 - trad. Aldo Landi; tran. Edward Bouverie Pusey)

Le frasi che hanno fatto la storia ma non l'astronomia, ovvero un pensiero piatto:

"Se si dimostrasse che la Terra è rotonda, tutto il cattolicesimo cadrebbe in errore"

Agostino d'Ippona

Una Didone machiavellica ?

Scendendo appresso alle altre preallegate qualità, dico che ciascuno principe debbe desiderare di essere tenuto pietoso e non crudele: non di manco debbe avvertire di non usare male questa pietà. Era tenuto Cesare Borgia crudele; non di manco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace et in fede. Il che se si considerrà bene, si vedrà quello essere stato molto più pietoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome del crudele, lasciò destruggere Pistoia. Debbe, per tanto, uno principe non si curare della infamia di crudele, per tenere e' sudditi sua uniti et in fede; perché, con pochissimi esempli sarà più pietoso che quelli e' quali, per troppa pietà, lasciono seguire e' disordini, di che ne nasca occisioni o rapine: perché queste sogliono offendere una universalità intera, e quelle esecuzioni che vengono dal principe offendono uno particulare. Et intra tutti e' principi, al principe nuovo è impossibile fuggire el nome di crudele, per essere li stati nuovi pieni di pericoli. E Virgilio, nella bocca di Didone, dice:

«Res dura, et regni novitas me talia cogunt
Moliri, et late fines custode tueri».

«Un duro stato e la novità del regno mi obbligano

a tali misure, e a vegliare con guardie su tutti i confini».

V. 1.563/4 - Canali

Non di manco debbe essere grave al credere et al muoversi, né si fare paura da sé stesso, e procedere in modo temperato con prudenza et umanità, che la troppa confidenzia non lo facci incauto e la troppa diffidenzia non lo renda intollerabile.

Nasce da questo una disputa: s'elli è meglio essere amato che temuto, o e converso. Rispondesi che si vorrebbe essere l'uno e l'altro; ma perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell'uno de' dua. Perché delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, ófferonti el sangue, la roba, la vita e' figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, e' si rivoltano. E quel principe che si è tutto fondato in sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina; perché le amicizie che si acquistano col prezzo, e non con grandezza e nobiltà di animo, si meritano, ma elle non si hanno, et a' tempi non si possano spendere. E li uomini hanno meno respetto a offendere uno che si facci amare, che uno che si facci temere; perché l'amore è tenuto da uno vinculo di obbligo, il quale, per essere li uomini tristi, da ogni occasione di propria utilità è rotto; ma il timore è tenuto da una paura di pena che non abbandona mai. Debbe non di manco el principe farsi temere in modo, che, se non acquista lo amore, che fugga l'odio; perché può molto bene stare insieme esser temuto e non odiato; il che farà sempre, quando si astenga dalla roba de' sua cittadini e de' sua sudditi, e dalle donne loro: e quando pure li bisognasse procedere contro al sangue di alcuno, farlo quando vi sia iustificazione conveniente e causa manifesta; ma, sopra tutto, astenersi dalla roba d'altri; perché li uomini sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. Di poi, le cagioni del tòrre la roba non mancono mai; e, sempre, colui che comincia a vivere con rapina, truova cagione di occupare quel d'altri; e, per avverso, contro al sangue sono più rare e mancono più presto.

«Tu corri, Enea, sí gran fortuna, e dormi?
Non senti qual ti spira aura seconda?
Dido cose nefande ordisce ed osa
certa già di morire, e d'ira accesa
a dire imprese è vòlta; e tu non fuggi,
mentre fuggir ti lece? A mano a mano
di legni travagliar vedrassi il mare,
di fochi il lito, e di furor le genti
incontra a te, se tu qui 'l giorno aspetti.
Via di qua tosto: da' le vele a' vènti.
Femina è cosa mobil per natura,
e per disdegno impetuosa e fera».

V. 4.560/70 - Caro

[...] Concludo adunque, tornando allo essere temuto et amato, che, amando li uomini a posta loro, e temendo a posta del principe, debbe uno principe savio fondarsi in su quello che è suo, non in su quello che è d'altri: debbe solamente ingegnarsi di fuggire lo odio, come è detto.

Niccolò Machiavelli (1469-1527), Il Principe

(XVII, De crudelitate et pietate; et an sit melius amari quam timeri, vel e contra)
[Della crudeltà e pietà e s'elli è meglio esser amato che temuto, o più tosto temuto che amato]

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