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La Signora della Guerra

Per qualche bacio in più

Agente Doug Jameson: la "Dottrina Asiatica" è tua

COVID-35

Il Buono, il Brutto, la Bruca

LA SIGNORA DELLA GUERRA

di Matthew Tusk e Salvatore Conte

(da live roleplay, 31 dicembre 2019 - 1° gennaio 2020)

Non ci sono soltanto loro: i Signori della Guerra.

In Congo, Anna Frazer è la Signora della Guerra.

Per i suoi uomini vale una sola regola: saper reggere e gestire il piombo, e tornare alla base, sempre e comunque, non importa quanto piombo si sia mangiato.
Verrebbe da chiedersi, però, se anche lei sappia incassare.

E se lo chiedono anche loro: i suoi uomini.

«Abbastanza, non dico che sia una corazzata, ma - quantomeno - non crolla come una puttana al secondo o terzo colpo», questa una delle tante opinioni sussurrate intorno al bivacco.

L'occasione buona giunge presto.

La giungla è un brutto posto, non c'è rispetto per nessuno, nemmeno per una bella amazzone come Anna Frazer.

Il clima è teso, il ritmo è frenetico.

Tre-quattro colpo sono sufficienti...

Quantomeno a rallentarla.

Ma ce ne vuole un altro paio per metterla col culo a terra.

È fatta, Anna Frazer è fatta.
Isolata dai suoi uomini in fuga, con tanto piombo in corpo e qualcuno che la cerca per saldarle il conto.

Adesso bisognerà vedere se almeno si useranno modi da gentleman per affondarla.
Un killer di buone maniere le siederebbe accanto e le offrirebbe una sigaretta,
prima di finirla con due colpi al petto.

Ma dovrebbe meritarseli.

Perché altrimenti la farebbe sudare fino in fondo.

Anna annaspa: sente la fine. Almeno un paio di colpi devono essere mortali.

C'è il rischio che la situazione precipiti in fretta.

Giusto il tempo di un'ultima sigaretta...

E se invece facesse storie, cercando di salvarsi? Se provasse a farsi tamponare i buchi e a chiedere pietà come una vecchia troia?
Forse per Matthew Tusk sarebbe anche meglio, Anna Frazer sarebbe infatti in suo dominio.

Sarebbe stato in grado di illuderla in merito a un possibile accordo.

Sebbene lei, in cuor suo, avrebbe dovuto capire la situazione, trattandosi solo di una questione di tempo, non le sarebbe costato nulla provarci.

L'illusione di salvarsi è troppo forte per chiunque. Lo è anche per la Signora della Guerra.

L'ha riconosciuto in mezzo alle raffiche; si conoscono.

Un signorino della guerra, per certi versi. Ma forte e palestrato, con gusti ambivalenti.

«Ehi... Matty... che ti sei messo in testa...? Di fottermi...?

Ci sei andato vicino...

Ma non sono finita... posso ancora tentare...».

Lei è appoggiata con la schiena a un tronco d'albero, la testa piegata sul petto.

Lui spunta fuori dalla macchia, con il mitra spianato.

Appena lo vede si allenta altri due bottoni della camicetta, ormai zuppa di sangue.

Preferisce questo a un altro tipo di reazione: ha i riflessi allentati, toccare la pistola servirebbe solo a farsi sparare addosso, e a schizzare all'inferno.

Preferisce tirar fuori le sue armi più pericolose, senza correre altri rischi.
«Ascolta, Anna... hai bisogno di cure. Dimmi dove si trova il carico d'armi e ti tampono per bene tutte le ferite. Ho della morfina con me: ti sentirai subito meglio...».

«Il gioco... lo comandi tu... Matt...», affanna. «Quelle armi... all'inferno... non mi servono più...».

Anna Frazer parla. E di corsa.

Lui, intanto, le infila le mani nella camicetta allentata e le tampona le zinne pulsanti voglia di vivere.

Quando ha finito di parlare, le tampona come promesso anche il resto e le fa una siringa di morfina.

«Che vuoi fare... di me... eh...?», gli chiede, senza riuscire a nascondere la sua ansia mortale.
«Adesso ti faccio vedere», si allenta i pantaloni e se la prende.

Lei ci sta. Resistere servirebbe a poco. Ma soprattutto vuole convincerlo a non freddarla.

Anna non è mai stata molto umile in vita sua.

Si sente sempre una gran fica ed è convinta di potersi ancora salvare.

Ma è anche molto furba. Lui sembra aspettare il momento topico per concederle il colpo di grazia.

Lei non sembra molto interessata.

Anna inventa una fitta terribile di dolore e si rovescia su un fianco, spezzandogli il ritmo.

Matt rimane piuttosto deluso: potrebbe facilmente imporsi, palestrato com'è, ma ha capito il messaggio.

Vuole proprio salvarsi, a tutti i costi. Le prova tutte.

Non le interessa scopare, ma tenerlo sulla corda, evitando di mandarlo troppo in estasi.

D'altronde le donne leggono negli uomini, i moribondi nel futuro: perciò una donna moribonda è davvero una veggente in questi casi...
Intanto si fa desiderare, cerca di commuoverlo, poi tenterà anche di strappargli una chiamata d'emergenza all'elicottero nero: è una sorta di eliambulanza mercenaria, anonima, che svolge questo servizio dietro pagamento a qualunque milizia lo richieda.

«E va bene, Anna... ho capito quello che hai in mente». Esce un attimo e depone il telefono satellitare a qualche metro di distanza. «Adesso fammi venire, poi diventerà tuo. Chiamati l'elicottero», la voce è fredda, ma la Signora della Guerra intravede la salvezza: è questo ciò che conta per lei.

Adesso è lei che ha fretta.

Lui esce di nuovo e la Frazer comincia disperatamente a strisciare come una grossa biscia verso l'apparecchio.

Per una nelle sue condizioni non è facile coprire quei metri.

Matt si gode tranquillo la scena: la scia si sangue che le fa da ombra mentre struscia e ancheggia.

Una volta, una mercenaria morente usò gli ultimi attimi per chiamare la figlia...

È curioso di vedere cosa farà Anna: anche lei ha una figlia. Lui si informa sempre molto bene sui suoi obiettivi, prima di colpire...
La Frazer mormora qualcosa.

Ha paura di non farcela: di certo è un'imprecazione ed è facile capire chi ne sia il destinatario...

Improvvisamente lo schermo del telefono si illumina, ma non è facile per lei - con gli occhi appannati dalla morte - leggere cosa dica.

Matt si avvicina velocemente, un occhio sull'apparecchio per controllare chi stia chiamando, un orecchio sulle labbra della stronza: «Hai qualcosa da dirmi? Parla forte, non ho sentito bene...», la prende anche in giro.
Ma Anna Frazer è una vigliacca, in fondo: vuole salvarsi a tutti i costi, non osa ripetere le sue maledizioni a un orecchio tanto vicino.
«Forza, dillo!», diventa minaccioso.
Ma poi col piede avvicina il telefono.

«Aspetta...», sussurra Anna. Ha paura, capisce che fa sul serio e che non deve farlo incazzare troppo.

Per un attimo gli occhi della Signora si rianimano, la Frazer cerca di leggere sul piccolo schermo.

Forse è il nome del suo assassino, anche se è un termine improprio nella giungla: cacciatore è più adatto.
«Eebbene... era tutta una trappola. Sei stata giocata, hai fatto troppo rumore ultimamente».

«Aspetta...», ancora quella parola: la mente è annebbiata, pensare le costa un dolore fisico. «Aspetta...
digli che...».

La fissa, divertito.

La sua agonia lo eccita.
«Che... sono morta... ma non farlo...», le parole sono sconnesse: la buona sintassi è un lusso che non può più permettersi. «Rispondi... dammi una prova... che... mi ami... che... sei stato... obbligato... a farlo...», non ha più fiato. «Ti ricordi... mia figlia...? La conoscesti... a Kinshasa...».
Matt si siede dietro di lei, così può farla sdraiare sul petto. «Fallo per lei...».
L'uomo si accende una sigaretta.
«Cosa vuoi che faccia per lei?».
«Non uccidere... sua madre...
Se ti piace... avrai anche lei...».
Matt avvicina la sigaretta alle labbra della Frazer.
Senza dire parola.
La Signora della Guerra tira una boccata: anche la tossicità del fumo non è più un problema per lei...

Poi la sputacchia via insieme al sangue che ha in bocca: forse quella sigaretta le fa paura; sa quanto Matt sia pericoloso, e che difficilmente tradirà il suo committente.

Non vuole esprimere nessun ultimo desiderio.

Non vuole dargli alibi, anche ammesso che abbia una coscienza.

Vuole tentare ancora di persuaderlo.
Deve riprendere a parlare...
«Una foglia... ce l'hai... una foglia... di quelle buone...».
Deve coinvolgerlo.
Spingerlo a investire su di lei.

Matt, però, non appare minimamente interessato in quello che dice; tuttavia - per una sorta di estremo rispetto - le consegna quello che ha chiesto. Inoltre le ritampona per bene il seno nudo, colpito da una pallottola. Anna sembra l'amazzone ferita di Fidia.

La Frazer è lusingata, forse è riuscito a giocarlo, forse si riporta a casa la pelle: un paio di pallottole possono ucciderla, ma è lucida, c'è ancora un po' di tempo.
Lui, però,continua a non esprimersi, a ogni boccata che dà alla sigaretta ne offre una anche a lei.
La Signora della Guerra si ricopre il seno con la camicetta.
Un gesto strano.
Quasi pudico.
Mastica la foglia, ma rifiuta la sigaretta.
«Non ho... molto tempo... cosa... hai risposto... al... al tuo... committente...».
«Niente, non gli ho risposto niente. Sai benissimo qual è il destino che ti attende.

Adesso vedi di crepare con un briciolo di dignità, mi hai stancato».
Matt fa scorrere la sua pistola sul fianco sinistro di Anna, premendo la canna appena sotto la mammella.
«No... aspetta...! Non farlo...!».
«Fai in fretta, il tempo è denaro».
«Mi... avevi promesso... di aiutarmi...».

«Ti ho promesso di tamponarti i buchi e l'ho fatto.

Non di risparmiarti».
«Dammi il telefono... ti prego...».

Matt le mette in mano l'apparecchio.

Ma lei mangia subito la foglia. Un'altra.
«Fai presto e non fare scherzi, altrimenti farò in modo che tua figlia a Natale riceva in dono la tua testa».
«Chiama tu... ti prego...
Ho le mani sporche...
Ma non lei... chiamami... un'ambulanza...». Anna è costretta a rilanciare, cerca di imporsi in qualche modo. Ancora non vuole pensare che lui osi premere quel dannato grilletto. «L'elicottero nero...».

«Sì, ho capito».
«Chiama tu...».
Matt scorre tra i contatti e avvia la chiamata.

E le appoggia il telefono all'orecchio.
Con la mano, intanto, lei cerca delicatamente di spostare la canna della pistola dal proprio fianco.
«Parlaci tu...».
Ma l'uomo gliela preme addosso con ancora maggior forza, è irremovibile.
Anna sente una voce rispondere.
Poi un boato, proveniente dall'arma di Matt.
«Col cazzo, puttana!».

E contemporaneamente, con gesto trionfante e rabbioso, le strappa dal collo una delle piastrine gemelle di riconoscimento.
«No...», ha ancora la forza di sussurrare... delusa, mortalmente delusa...
Matt si rialza di colpo, facendola rovesciare a terra.
Anna scalcia disperata a vuoto, quasi una reazione automatica: anche una come lei deve predisporsi rapidamente a morire.
«Per...ché....», balbetta, con gli occhi ormai fissi.
«Muoio... rimango uccisa...», sussurra Anna, scuotendo il bacino per l'ultima volta, rimanendo a bocca spalancata dopo l'ultimo concetto.

Sa che la sta ascoltando.

Sa che la chiamata è partita.

La posizione viene acquisita in automatico.
L'elicottero nero partirà subito.

Il protocollo d'intervento non prevede l'annullamento della chiamata; spesso il telefono cade in mani sbagliate; l'elicottero parte e va: è la legge della giungla.

E gode anche di una certa immunità: è vietato sparargli addosso, perché un giorno potrebbe servire a chiunque.
Troverà il suo cadavere, almeno?
Non sa se vada consegnato al committente come prova.
O se basteranno delle foto.
Se arrivano a meno di un'ora dalla sua morte, l'ambulanza cercherà di rianimarla: applicano infatti protocolli segreti ancora sperimentali.
I risultati vanno a finire ad Area 51.
Anna è conciata male, ma è fortunata (forse).
Matt ha l'obbligo di scattare soltanto delle fotografie al suo corpo; tuttavia il committente è una persona d'esperienza: vuole che vengano fatte in condizioni di luce più che buona per affermare oltre ogni ragionevole dubbio che si tratti della persona in questione; inoltre Matt realizza un primo piano del buco nel fianco: è evidente come debba trattarsi del colpo di grazia.
Tutto questo è sufficiente, le fa una dozzina di foto e - prima di andarsene - le imprime la suola dello scarpone in faccia, facendola girare dall'altra parte, benché ormai rigida.
Il suo addio alla bella puttana, perché lo guardava fisso con occhi di rimprovero.

La puttana che voleva scambiare la figlia per la propria vita...
Non ci sono più le madri di una volta.

Però era davvero una bella puttana.

Peccato averla fritta, sembra pensare Matt, mentre si allontana.
Si volta indietro un'ultima volta e gli sembra di vedere ancora un sussulto provenire dal corpo.

In ogni caso la testa è tornata nella posizione di prima, come rispondesse al comando di una molla.
Matt scuote il capo, scettico.

Missione compiuta: è questo ciò che conta.

Poteva farle scoppiare il cervello, se avesse fatto la brava, e fumato tranquilla l'ultima sigaretta; ma ha preferito lottare fino alla fine.

Doveva sapere che sarebbe comunque morta in meno di due ore: dove pensava di andare con quel piombo in corpo?

A piangere da chi?

Certo, due ore sono tante quando stai per morire. Pensi di fare ancora tante cose.

Sorride.

Una mezzoretta, comunque, tra gemiti e colpi d'anca, se l'è presa.

Il cacciatore continua a marciare solitario, quando le pale di un elicottero cominciano a frullare in lontananza, molto oltre la sua testa.

A questo punto la curiosità quasi lo uccide più delle pallottole che Anna avrebbe voluto piazzargli addosso.

Matt decide di rimanere nascosto nei paraggi e vedere cosa fanno i paramedici.
Non perché siano semplici infermieri, ma perché medici radiati dall'albo, invischiati negli azzardati esperimenti di Area 51.
È come se volesse veder stilare il certificato di morte della Signora, che ha fritto su commissione.

Ma rischia di rimanere deluso.
Perché questa è gente che non emette certificati di morte.
Perché per loro non esiste.
Non c'è una reale differenza tra vita e morte.
Atterrano nella radura vicino e compaiono sul posto con svariati macchinari.
Procedono senza alcuna esitazione o conciliabolo tra loro.
La circondano e le mettono addosso di tutto.

Poi una scarica fortissima.

E lui che pensava di averla fritta...

Loro sanno che qualcuno è lì, che li sta spiando, hanno strumenti molto sofisticati.

Ma non ha importanza, se quel qualcuno non interferisce.

Matt la vede portare via, ma non capisce se le gambe hanno avuto un sussulto, se è stata una reazione meccanica alle scariche elettriche.
«Rassegnati, puttana... non ti salverai...», mormora con freddezza, ma anche un pizzico di ammirazione, quasi un augurio a provarci ancora, e un po' di rammarico per non esserci.

I paramedici di Area 51 sono altamente professionali.

Nessuno conosce con esattezza i loro metodi, ma è ipotizzabile che Anna Frazer sia stata rianimata e sospesa in un coma profondissimo.

Cosa rimarrà di lei non è dato saperlo.

Ma la sua pelle non è ancora appesa alla parete.

E un compromesso più stretto di questo, tra vittima e cacciatore, non si è davvero mai visto.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PER QUALCHE BACIO IN PIÙ

di Emiliano Caponi (2020)

I vecchi sdentati che vivono fra i cactus saguaro all’ombra delle rocce rosse, giurano che al di là del confine trasformano l’acqua in vino e che un giorno non troppo lontano potranno berne anche loro fino a sbronzarsi, ma non sanno che sono solamente miraggi, come le oasi di acqua che s’illudono di vedere in fondo all’orizzonte.

Qui, ai piedi delle Superstition Mountains, non c’è niente che appare com’è veramente, anche le croci sono diverse, ne sa qualcosa Tom Mullen, un rapinatore di banche venuto apposta dalla vecchia Europa per morire nel Far West, una scelta discutibile anche per un irlandese bevitore di birre e dal grilletto troppo nervoso per non trovare prima o poi qualcuno più irrequieto di lui.
La sua di croce difatti non odora di legno marcio ma puzza di terra rovente, e quattro lacci stretti ai polsi e alle caviglie sono i chiodi che ce lo piantano sopra, fosse nato in Arizona Gesù Cristo sarebbe morto così.
La pelle inizia presto a puzzargli di bruciato, con la bocca che cerca disperatamente liquidi e la gola infuocata che deglutisce polvere calda, basterebbe solo che qualche goccia di sudore gli colasse fino alla bocca, ma invece gli scivolano sul viso senza neanche avvicinarsi alle labbra.
Il calore gli ha già cucito le palpebre sugli occhi, ma è solo un vantaggio che gli risparmia di guardare le coreografie svolazzanti che i corvi stanno iniziando ad allestire sopra di lui.
Può sentirli gracchiare, ma questo sa sopportarlo, le urla della guerra erano di gran lunga peggiori.
C’è un rumore però che pare non c’entrarci nulla con il casino che fanno quei maledetti uccellacci, un rumore che puzza di zoccoli ferrati, l’essere crocifisso a terra lo rende percettivo come gli indiani che auscultano il terreno per leggere l’arrivo del nemico.
«Un cavallo…», le parole sussurrate gli aprono dolorosamente i lati della bocca.
Lo scalpiccio degli zoccoli scuote sempre più il terreno finché pare entrargli direttamente negli orecchi.
Il nitrito dell’animale adesso è sopra di lui e nell’aria si sente la puzza del suo fiato, qualcuno scende dalla sella.
«Aiutatemi…», un’ombra si frappone fra lui e il sole, mentre una colata d’acqua fresca gli finisce subito sul viso.
«Ti hanno proprio conciato male, irlandese…», una mano gli alza la testa. «Su, bevi», il povero Cristo scola la borraccia con un’unica sorsata, senza prendere fiato. «Vacci piano, non è una pinta di birra», gliela stacca a fatica dalla bocca. «Potresti prendere una sbronza».
«Peggy…?», la donna lo fa scendere dalla croce tagliando con un coltellaccio i quattro lacci che lo legavano a terra.
BANG!
BANG!
Mentre un paio di corvi finiscono i loro voli coreografici in mezzo ai cactus saguaro.
«Li ho sempre odiati questi maledetti uccellacci».
«Peggy Sue… certo che sei te…», prova a mettersi seduto. «Solamente tu potresti odiare gli uccelli al punto di sprecare un paio di pallottole per loro».
«Il senso dell’umorismo è l’unica cosa che mi è sempre piaciuta di te», gli passa un pezzo di stoffa bagnato sulle palpebre. «Insieme alla tua taglia».
«Piano, maledizione… non stai lucidando gli zoccoli del tuo cavallo!», riesce a riaprire dolorosamente gli occhi.
«Mi vedi adesso, dannato irlandese?».
«Hai sempre la più bella scollatura del West, Peggy Sue…».
«Ti ho appena schiodato dalla croce e ridato la vista, dannazione oggi sono proprio in vena di miracoli», si rimette in piedi davanti, lasciandosi guardare in tutta la sua imponenza.

Quasi cinquant’anni, occhi grigi e capelli corvini sotto le spalle, un corpo ancora sodo con tutte le forme al posto giusto, specialmente quelle che le aprono la camicetta fino al quarto o quinto bottone.
Vent’anni passati a fare la cacciatrice di taglie l’hanno inevitabilmente mantenuta in forma.
«Vedo che qualcuno voleva darti in pasto ai corvi».
«Già, ma la mia pellaccia è troppo dura per i loro beccacci».
«Chi voleva farti redimere nel Gesù Cristo dell’Arizona?».
«Janet…la vacca di Tucson», risponde deciso mentre si rialza aggrappandosi alla sua mano. «Dovevo fare un colpo insieme alla sua banda, giù in città. Invece mi ha accoppato», abbassa la testa, il sole dà ancora troppa noia per incrociare il suo sguardo giallo. «L’ultima cosa che mi ricordo è che mi sono svegliato già legato a terra, e poi le parole di quella maledetta pistolera: quando ripasserò di qui sarai solamente carne irlandese grigliata. Ha riso sguaiata ed è risalita a cavallo andandosene in una nuvola di polvere che mi ha fatto mangiare fino all’ultimo granello… che possa crepare all’inferno.
Piuttosto, come mai passavi da queste parti? Ho avuto solo un gran colpo di culo o cosa?».
«Forse sei solamente un uomo fortunato».
«Non direi», allarga le braccia mostrando i pochi lembi di stoffa rimasti addosso. «Escludendo quando incontro te, ovviamente», le entra dentro la scollatura, fino a sganciarle con lo sguardo anche il quarto bottone.
«Lasciale stare, non sono più roba tua da anni», la vanità di una donna spesso è pari alla sua insensibilità. «Comunque la tua botta di culo è un biglietto che ho trovato nella sacca del mio cavallo mentre era legato fuori a un saloon».
«Sarebbe a dire?», distoglie lo sguardo da lei, per non incorrere in altre violazioni di proprietà.
«C’era scritto che se volevo incassare la tua taglia, oggi avrei solamente dovuto fare una cavalcata fino qui», tira fuori la pistola dalla fondina guardandosi intorno. «Ma adesso muovi il culo, questa situazione non mi piace per niente, scommetto mezzo bottone della mia camicetta che Janet non è lontana».
«Ma se voleva fregarmi, perché non mi ha portato dal primo sceriffo incassando la taglia, invece di lasciarmi crepare nel deserto?».
«Sa che una cacciatrice di taglie segue sempre ogni traccia, ha fatto in modo di attirarmi volutamente qui», infila il piede nella staffa.
«Ma perché proprio tu? E per quale dannato motivo dovrebbe lasciarti riscuotere la mia taglia al posto suo?».
«Per prendere due piccioni con una fava, idiota di un irlandese», lo aiuta a salire dietro di lei. «Io e Janet abbiamo un vecchio conto in sospeso e credo si sia finalmente decisa a regolarlo.
Prendi questa, io ho il mio fucile», gli passa la colt. «Di certo non tarderà a farsi viva», picchia entrambi gli speroni contro la carne dell’animale facendolo partire al galoppo.
«La prima cittadina è a una ventina di miglia, arrivati lì saremo al sicuro», oltre al bere, Tom ha anche il vizio dell’illusione.
«Venti miglia sono troppo distanti quando c’è in giro una tipa come Janet», si sistema il cappello. «C’è solo da sperare che sbagli il primo colpo».
Il cavallo galoppa veloce, una macchia nera su un quadro giallo che occupa tutta la parete del deserto, sbuffa, sbava, nitrisce al dolore degli speroni, ma sa che è impossibile correre più veloce del destino, specialmente se ti insegue da cinque anni.
«Sento il suo profumo», Peggy Sue annusa l’aria che le sbatte sul viso. «È vicina, forse ci tiene già sotto tiro».
«Sembra che la conosci bene quella maledetta».
«Quello che basta per sapere che ha già il fucile carico».
«Dobbiamo arrivare al canyon, lì avremo più possibilità di riparo!», urla più forte del vento, con le mani saldate ai suoi fianchi arrotondati.
«Bisogna solo sperare che sbagli almeno il primo colpo».
BANG!
Ma Janet ha sempre avuto una mira infallibile, fino da quando si divertiva da bambina a seccare i serpenti a sonagli a più di cinquanta metri di distanza.
«Ahhh!!», il proiettile arriva da lontano, invisibile, a tradimento, scaraventa Peggy Sue giù dal cavallo con la forza di una spinta a dieci mani, e lei rotola nella polvere, avvolgendosi su sé stessa, come quei serpenti velenosi.
«Maledizione!», Tom prova a prendere le redini, ma l’animale imbizzarrito dallo sparo si impenna e lo disarciona facendolo cadere una ventina di metri più avanti.
Si rimetti in piedi vedendo in lontananza una figura a cavallo.
«Che tu sia dannata!», non è difficile riconoscere la vacca di Tucson. «Vai all’inferno!».
BANG!
Quando un uomo con la pistola incontra una donna col fucile, l'uomo con la pistola è un uomo morto.
Tom ritorna fra la polvere, con una pallottola in pancia.
«Mia dolce cacciatrice di taglie…», sfila gli stivali dalle staffe scivolando dal cavallo. «È passato tanto tempo», adesso è Peggy Sue ad avere un’ombra che si sovrappone fra lei e il sole. «Ma sapevi che prima o poi ci saremo rincontrate».

Janet, la vacca di Tucson, quarantacinque anni portati eroticamente a spasso per tutta l’Arizona, pantaloni dentro gli stivali neri e una camicetta bianca che lascia sempre aperta per mostrare il suo grasso fisico da ex ballerina di saloon e camere a ore, con un seno che balla anche senza carillon.
«Janet… mi hai beccato in pieno… maledizione…», la pallottola le ha fatto saltare preciso il bottone che le avrebbe aperto Tom, il modo più doloroso per improvvisare uno striptease nel deserto.
«Non volevo beccarti così bene», si accuccia accanto a lei. «Ma purtroppo faccio centro anche quando cerco di sbagliare mira».
«Perché Janet…?», si morde il labbro superiore per cercare di contenere il bruciore della ferita.
«Ricordi quella sgualdrinella a Durango? Betty, mi pare si chiamasse», si toglie un fazzoletto dal collo mettendoglielo a coprire il buco. «Mi lasciasti in quel lurido hotel scappando con lei in Messico».
«È una lunga storia Janet… non volevo… fui costretta…».
«Siamo costrette solo a morire», la guarda, facendole capire che questa costrizione adesso sta toccando a lei. «Avevamo i soldi, tutto, l’Arizona era ai nostri piedi», la voce si fa malinconica. «Ma soprattutto avevamo noi».
«Non volevo… io…», volta il viso di lato.
«Tu, cosa, Peggy…?».
«Io… ho sempre amato solamente te…», gira lo sguardo nuovamente verso di lei cercandole gli occhi.
«Anche io ti ho sempre amato», le passa dolcemente una mano fra i capelli sudati. «Ma hai rovinato tutto».
«Forse posso ancora cavarmela… riscuotiamo la taglia dell’irlandese… e andiamo in Messico…», ci prova fino all’ultimo respiro, l’amore in fondo dovrebbe vincere su tutto, anche sulle pallottole roventi che bruciano più della passione.
«L’irlandese?», l’ombra di un sorriso sulle labbra. «Non sporco il mio cavallo per metterci sopra il suo cadavere, sai bene che mi è solo servito per arrivare a te, adesso è affare loro», fa un cenno con il capo verso il cielo.
«Anche io… uhhh… mi lascerai… a quegli uccellacci…?».
«No, Peggy… la tua pelle è troppo profumata e morbida per essere lasciata ai corvi, ti porterò con me per poi seppellirti lungo il sentiero che porta alle creste delle Superstition Mountains, in un punto che conosco solo io, così ogni tanto saprò dove portarti qualche fiore. Magari delle rose gialle, sono ancora i tuoi fiori preferiti, vero?», si rialza in piedi, mettendo il dito sul grilletto del fucile.
«Janet… non farlo… ti supplico…», si para con una mano, vedere la morte in faccia non è mai un bello spettacolo.
«Ti amo troppo per vederti soffrire».
BANG!
BANG!
Due spari scuotono il silenzio del deserto, inaspettati e senza preavviso, come due tuoni esplosi in un cielo assolato e arido di pioggia.
«Tu…! Maledetto irlandese…», Janet si porta entrambe le mani sull’addome. «Ti avevo ucciso…».
«Ti sbagli, vaccona…», Tom è appoggiato alle rocce, diversi metri più avanti. «Una pallottola non basta per ammazzare un irlandese, dovresti saperlo».
«Crepa all’inferno!», alza il fucile prendendolo in parola, ma le due pallottole che si è beccata la rallentano troppo per vincere il duello.
BANG!
«Uhhh!».
Quando un uomo con la pistola incontra una donna col fucile, l'uomo con la pistola è un uomo morto.
Eccezioni a parte.
«Janet… no!», Peggy Sue allunga una mano verso di lei, come in un ultimo, estremo, disperato tentativo di protezione, ma è troppo tardi, il piombo dell’irlandese l’ha già scaldata più del sole dell’Arizona.
«Peggy…», cade in ginocchio in mezzo alle sue gambe allargate. «Non ti avrei… mai…sparato…», il tempo di un sussurro per poi finire precisamente sopra di lei, due corpi che combaciano alla perfezione in ogni punto, gambe su gambe, seno su seno, viso su viso.
«Bacia…mi…», e labbra su labbra.
«Sì… per sempre…», e le bocche cominciano a baciarsi freneticamente, convulsamente, furiosamente, selvagge e disperatamente passionali.
Quando un uomo ama una donna, spesso nasce la vita.
Ma quando una donna ama un’altra donna, la vita quasi sempre diventa immortalità.

PARECCHI ANNI DOPO

I vecchi sdentati continuano a vivere fra i cactus saguaro sotto l’ombra delle rocce rosse, e spergiurano sempre che un giorno ormai vicino andranno al di là del confine dove sanno come si fa a trasformare l’acqua in vino.
«Dammene un altro, e stavolta lo voglio pieno il bicchiere, dannato spilorcio!», la richiesta gliela sputa in faccia.
«Per oggi il tuo credito è terminato, ubriacone di un irlandese».
«Se sai raccontarmi qualche vecchia storia, te li offro io un paio di bicchieri belli pieni», un tipo seduto sullo sgabello accanto si rivolge a lui parlando da sotto il cappello.
«Dove ci siamo visti, straniero?», si gira per guardarlo bene in faccia. «Il tuo brutto muso l’ho già incontrato da qualche parte».
«Non credo vecchio, sto andando oltre il confine, qui sono solamente di passaggio».
«Qui siamo tutti di passaggio… eh-eh-eh…», ride sdentato. «E la maggior parte sono già passati, anzi trapassati…».
«Sei spiritoso, vecchio, ma ti ho chiesto se hai una storia abbastanza interessante per me», alza la tesa del cappello da cowboy per vederlo meglio.
«Eppure ti ho già visto da qualche parte», continua a fissarlo.
«Ti ho detto che non è possibile», lo guarda duro facendogli capire che è meglio non insistere.
«Ho capito, mi devo sbagliare», si rigira verso il bancone. «E comunque per un paio di giri gratis racconterei la mia vita da quando sono nato a quando tirerò le cuoia, perbacco!».
«Non m’interessa ascoltare tutta la tua vita, me ne basta solo un pezzetto».
«Cosa sei, una specie di scribacchino venuto dalla grande città per scrivere come si crepa qui ai confini del mondo?», l’oste ridacchia asciugando i bicchieri.
«Forse. Allora, vecchio? Ce l’hai o no una storia interessante da raccontarmi?».
«Hai sentito, Sal? Lo straniero continua a chiedermi se ho una storia abbastanza interessante da raccontare», sputa aria in terra. «Beh, cowboy, drizza bene le orecchie e stammi a sentire, per tutti i diavoli dell’Arizona! Di storie interessanti da raccontare ne avrei quante ne vuoi», si pulisce la bocca con il dorso della mano. «Storie di sporchi nordisti contro sudici sudisti, storie di rapine alle banche quando per farlo bisognava avere le palle grosse come i cactus saguaro e dure come le rocce rosse, storie di pallottole prese e restituite», guarda verso l’oste. «Restituite sempre con gli interessi, giusto, Sal? Potrei raccontartene una a caso, straniero, e ci farei comunque bella figura», si fa serio. «Ma oggi voglio essere generoso e ti racconterò l’unica storia che non potrò mai scordarmi, neanche diventassi rimbambito come Jack il maniscalco».
«Allora incomincia», lo straniero tira su i gomiti dal bancone e si volta verso di lui.
«Bene, cowboy», biascica un po’ per schiarirsi la voce. «La storia che ti racconto mi capitò un bel po’ di anni fa, quando ero giovane, perché per tutti i diavoli sono stato anch’io giovane! Rapinavo banche a quel tempo, a volte in proprio e a volte in società, diciamo così. Un bel giorno bussò alla mia porta Janet, la vacca di Tucson, una sventola di donna che faceva il mio stesso mestiere…
Mi propose di rapinare insieme una piccola banca in una cittadina dove lo sceriffo si girava dall’altra parte se vedeva tipi come me, un colpo facile come bere una pinta di birra tutta d’un sorso.
Accettai subito, pensando che dopo magari avremo anche festeggiato insieme, e di solito dove c’era la vacca di Tucson le feste erano sempre indimenticabili, non so se rendo l’idea, straniero».
«La rendi, vecchio», tira giù un sorso di tequila.
«Ma quella maledetta non aveva nessuna intenzione di rapinare una banca insieme e la festa voleva farla a me e basta, mi usò solamente per compiere una vendetta personale, io ero il verme attaccato al suo amo. Così mi accoppò a tradimento e mi ritrovai legato nel bel mezzo del deserto, con i corvi che si litigavano per occupare il posto migliore al tavolo del mio banchetto. Messo a essiccare al sole, con le palpebre già chiuse sugli occhi e la carne che cominciava a puzzarmi di stufato, pregai Iddio per farmi crepare più alla svelta possibile», si tocca il crocifisso attaccato al collo. «Ma per quale dannato motivo avrebbe dovuto accontentare le suppliche di un bandito come me? Infatti non lo fece, così non solo non crepai alla svelta, ma per dirla tutta non crepai per niente, eh-eh-eh…», si pulisce gli occhi come li sentisse ancora bruciare. «Magari lo fece solo perché potessi raccontare questa fottuta storia».
«Poteva essere una buona motivazione».
«L’unica, straniero. Ad ogni modo prima che il sole finisse la mia cottura, una bambola ebbe la bella idea di farsi un giretto da quelle parti e dato che c’era di tagliare le corde che mi legavano a terra», alza il bicchiere come a brindare. «Peggy Sue, una mia vecchia fiamma, più bollente delle rocce attaccate alle Superstition Mountains, la mia cacciatrice di taglie preferita, un corpo con più curve di un sentiero di montagna, che io sia dannato se non era così!».
«Doveva essere anche sensitiva per trovarti nel bel mezzo del deserto…».
«Sei impaziente, straniero… buon segno, significa che la storia è interessante sul serio. Peggy comunque non era affatto una medium, era solamente stata indirizzata lì da un biglietto anonimo: se voleva intascare la mia taglia, non doveva fare altro che venire nel punto indicato. Ma era appunto una trappola della vaccona, e lei lo capì subito. Salimmo a cavallo per levarci alla svelta di torno, ma non riuscimmo nel nostro buon proposito di arrivare nella cittadina più vicina, perché un paio di colpi di fucile ci disarcionarono entrambi, prima lei e subito dopo io. Ero ferito gravemente, ma quella maledetta non mi aveva ammazzato», batte un pugno sul bancone. «Peggy era a terra, una ventina di metri distante da me, con un grosso buco nello stomaco, con Janet in piedi a farle ombra. Ascoltai tutto, parola per parola, e stentavo a credere quello che sentivo, la cacciatrice di taglie e la vaccona di Tucson, due delle più belle sventole di tutto il West, erano amanti! Capisci, cowboy? Quelle due se la intendevano insieme! Quanto spreco, per tutti i diavoli e i satanassi dell’inferno!», butta giù un'altra sorsata di whisky. «E c’era dell’altro, Peggy aveva piantato in asso Janet per una puttanella, questo era il motivo del suo desiderio di vendetta, e io appunto ero il vermicello infilzato nell’amo che dimenandosi aveva attirato il pesce», muove il mignolo per rendere bene l’idea. «La pallottola mi bruciava dentro la pancia come l’inferno, ma la vacca non poteva passarla liscia, non so come ma riuscii a rimettermi in piedi e con le ultime forze rimaste le sparai un paio di colpi, ma la pupa era dura, tentò di rispondere al fuoco e mi toccò sparare un’altra volta per accopparla».
«Tutti a bersaglio, vero, irlandese?», l’oste sorride sapendo a memoria la risposta.
«Certo che sì! A quel tempo avevo una discreta mira. Ricordo che la gran vacca cadde in avanti e finì pari pari addosso a Peggy Sue, neanche il sarto del Diavolo avrebbe saputo cucirle una sopra all’altra con così tanta precisione», fa una pausa guardando improvvisamente nel vuoto. «E sai anziché crepare cosa si misero a fare quelle due?».
«Dimmelo tu, vecchio».
«Cominciarono a baciarsi… in un modo che non avevo mai visto», lo guarda fisso. «Freneticamente, convulsamente, furiosamente, selvagge e disperatamente passionali, ecco come si baciarono quel giorno, Janet, la gran vacca di Tucson, e Peggy Sue, la cacciatrice di taglie», si passa la mano sugli occhi. «E sai un’altra cosa, straniero? Appoggiato alle rocce, mentre le guardavo, mi pentii di avere ammazzato Janet», talvolta i rimorsi inumidiscono lo sguardo più del whisky.
Tira un lungo respiro e ricomincia.
«Proseguirono a baciarsi, fregandosene di tutto, anche delle pallottole che avevano in corpo, e che io sia dannato se non fui costretto a svenire per non continuare a vedere quella scena».
Sta per piangere, ma lo straniero non gli dà il tempo di farlo.
«Bravo vecchio, sei stato di parola», si infila la mano in una delle tante tasche del suo trench marrone. «Hai raccontato una storia davvero originale», lascia cadere sul bancone una manciata di monete. «I due bicchieri di whisky te li sei meritati tutti».
«Ti ringrazio, straniero», il tintinnio del metallo sembra averlo ridestato da quei rimorsi. «Ma la storia non è ancora finita…», biascica un po’ di saliva per raschiarsi via il pianto che gli stava salendo dalla gola. «Prepara la bottiglia, dannato oste, adesso arriva la parte migliore», gli occhi tornano vivi e pronti per terminare il racconto. «Rimasi svenuto per poco meno di un’ora, difatti quando rinvenni il sole era sempre alto e bruciava ancora maledettamente, come la mia ferita che cercai subito di tamponare con un pezzo di stoffa strappato da quello che era rimasto della mia camicia. Rimessomi in piedi, guardai in direzione di Peggy Sue e Janet, e sai cosa diavolo vidi, straniero? Niente, non vidi assolutamente niente. Allora feci qualche passo fermandomi esattamente nel punto dove avrei dovuto trovarle morte, una sopra all’altra, ma di loro non c’era nessuna traccia, sparite! Se non avessi visto il sangue rimasto in terra, avrei perfino messo in dubbio che quelle due maledette fossero mai esistite», fa una pausa per riprendere fiato. «Invece la ferita mi confermava che c’era stata una bella sparatoria e che soprattutto avevo bisogno di un dottore, così in qualche modo riuscii a salire in groppa al cavallo di Peggy, mentre quello di Janet ci seguì, restando sempre qualche metro dietro. Fu un’altra discreta fortuna che i due cavalli fossero rimasti nelle vicinanze».
«La fortuna non esiste, stavano solamente aspettando le loro padrone», lo straniero lo interrompe. «I cavalli sono bestie fedeli, al contrario dell’uomo».
«Può essere, amico mio, comunque mi misi in marcia lentamente, e che io bruci all’inferno se non è così, lungo tutte le venti miglia che mi separarono dalla prima cittadina, delle due donne non vidi nessuna traccia, niente di niente, due cadaveri dissolti fra la polvere del deserto».
«Magari non erano due cadaveri», il cowboy lo fissa.
«Con tutto quel piombo addosso, cos’altro potevano essere?», l’oste finisce di asciugare un bicchiere.
«Due fantasmi», il vecchio guarda entrambi dando l’impressione di non vedere nessuno dei due. «In fondo è quello che penso da oltre trent’anni».
«E nessuno le ha più viste in giro?», l’uomo alza di nuovo la tesa del cappello dagli occhi, vuole vedere bene la risposta.
«Nessuno, anche se in tanti giurano il contrario».
«Sarebbe a dire?».
«Che in certe giornate particolarmente roventi, quando il sole è a picco sulle rocce, diversi cowboy che si sono trovati a cavalcare nei luoghi dove ci fu la sparatoria, giurano sulle loro madri di avere visto due donne a cavallo baciarsi in fondo all’orizzonte», guarda uno strano amuleto che indossa al polso. «Ma questa è una terra di miraggi e di stregonerie».
«E te, vecchio? Le hai mai viste?».
«Io sono quello che l’ha viste più volte».
«Oste, dagli la migliore bottiglia di whisky che hai», gli mette in mano un pugno di banconote. «Sono venuto dall’altra parte del mondo per ascoltare proprio una storia così».
«Che intendi, straniero?».
«Che ti sei meritato una bella sbronza», prende da una tasca un piccolo sacchetto chiuso da un laccio nero e lo mette sul bancone. «E anche questo».
«Spero che dentro ci sia una bella manciata d’oro… eh-eh-eh…».
«C’è qualcosa di molto più prezioso, un antico portafortuna».
«E cosa diavolo dovrei farmene di un maledetto portafortuna?».
«Portartelo con te dentro la bara, ti servirà».
«Che sia maledetto, quando sei sotto tre metri di terra significa che la fortuna ti ha già abbandonato», mostra i pochi denti rimasti. «E poi una volta di là non servono certo più i portafortuna».
«Sbagli, vecchio, questo dipende da chi incontri nell’aldilà», si alza dallo sgabello avviandosi verso l’uscita. «A volte sono più pericolosi gli incontri con i morti che quelli con i vivi».
«Sentito, Sal…? Questo straniero deve avere qualche rotella fuori posto, per tutti i diavoli!».
«Tom Mullen, ho paura che nel tuo aldilà incontrerai almeno un paio di persone molto pericolose», apre le porte del saloon lasciando entrare una spada di sole che taglia precisa la faccia del vecchio.
«Ma come diavolo…?», il vecchio irlandese sobbalza sullo sgabello. «Mi ha chiamato per nome… come fa a sapere come mi chiamo…?».
«Forse gliel’ho detto io».
«No, dannato oste! Non gli hai detto un bel niente! E nemmeno io», si alza in piedi. «Aspetta, maledetto straniero! Dimmi come accidenti fai a sapere il mio nome!», prova a correre verso l’uscita, ma ha le gambe di un vecchio. «Ehi! Dico a te!! Perché mi hai chiamato Tom Mullen?!», ma lo straniero è già oltre la nuvola di polvere alzata dagli zoccoli del suo cavallo.
«Sal… aiutami a tornare al bancone…», si aggrappa con entrambe le mani al legno delle porte basculanti.
«Vieni qua, vecchio, prima che ti stecchisca un infarto», lo riaccompagna al bancone.
«Un po’ d’acqua… dammi un bicchiere d’acqua…».
«Un bicchiere d’acqua? Maledetto vecchiaccio, ci sono voluti dieci anni di whisky e tequila per sentirti chiedere un po’ d’acqua!».
«Dammi questo dannato bicchiere d’acqua, stupido di un oste», si sbottona nervosamente la camicia. «Fammi vedere cosa diamine c’è qui dentro», apre il sacchetto lasciato dallo straniero e tira fuori un orologio da taschino legato a una catenella d'oro.
«Per tutti i diavoli…», lo apre e sbianca più della luna quando risplende piena sopra la creste dentellate delle Superstition Mountains. «Lei?! Ma allora lo straniero è…», sembra vedere l’inferno, con le fiamme che gli salgono in faccia dall’orologio. «Capito, dannato oste?», beve l’acqua tutta d’un fiato, seppur la mano tremolante e senza più controllo gliela faccia rovesciare metà addosso. «Lo ricordo bene… si diceva che prima di cambiare gusti quella maledetta avesse lasciato in giro un dannato marmocchio…».
«Cosa stai farneticando, Tom?».
«Farneticando?», lo sguardo è diventato improvvisamente alienato, folle, con gli occhi che guizzano da ogni parte. «Ecco dove avevo già visto la sua faccia! È suo figlio, per tutti i diavoli! Capisci, stupido oste?!».
«Calmati, o stavolta ci lasci la pelle davvero!», va al di là del bancone tentando di tranquillizzarlo.
«Quella dannata sgualdrina… è da quel giorno che vuole regolare i conti con me…», suda, mentre il viso diventa improvvisamente cianotico. «Aria… mi manca l’aria, Sal…», scivola sul pavimento con le mani a tenersi il petto che si alza e abbassa convulsamente.
«Ehi, vecchio irlandese!», si accuccia su di lui. «Non avrai mica intenzione di crepare nel mio saloon?!».
«Janet… sei riuscita ad ammazzarmi anche da morta…», gli occhi fissano l’oste, scambiandolo per una sventola dai capelli rossi che gli sorride soddisfatta.
«Qualcuno corra a chiamare Doc, maledizione!», ma il dottore è sempre troppo lontano quando un uomo è già morto.
Sei riuscita ad ammazzarmi anche da morta, sì, Tom, l’ha appena fatto, ma lo sapevi da trent’anni che sarebbe finita così.
Avrebbe preferito metterti un paio di pallottole in corpo, ma all’inferno non è permesso sparare, i colpi avrebbero rimbombato troppo, per questo si è dovuta accontentare di farti crepare così.
La vendetta è un piatto da servire freddo, ma a volte bisogna persino congelarlo per farlo resistere alle temperature dell’Arizona.
«Dovevi crepare proprio nel mio saloon, dannato irlandese».
E Janet ha sempre conosciuto perfettamente l’arte della conservazione.

EPILOGO

Lo straniero si ferma in mezzo ai cactus saguaro, in un punto preciso.
«Buono, Spark!», il cavallo si impenna impaurito, una paura invisibile che solo un animale sa vedere. «Calmati!», tira con forza le redini riuscendo a fatica a rabbonirlo. «Su, da bravo!», gli liscia il muso e scende dalla sella.
Si inginocchia sul terreno e come gli antichi sciamani inizia una cantilena che lo porta in uno stato di trance, uno spazio onirico dove il corpo diventa un rozzo contenitore di sangue, ossa e pelle, lasciando solamente l’anima a vegliare sull’universo dell’ignoto e dell’irreale.
Vola sopra le creste dentellate delle Superstition Mountains e guarda oltre la storia della magia, scrutando le sue origini nelle caverne millenarie nate prima dell’uomo stesso, e vede tutto, ogni albero, ogni roccia, ogni animale, ogni piccola e singola essenza dello spirito.
In mezzo alla sua cantilena sa riconoscere la voce del deserto che gli sussurra di tempi lontani, d’amore, di morte, di pallottole e di baci, quasi dei bisbigli, ma così nitidi e vicini da farlo rabbrividire.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

AGENTE DOUG JAMESON

LA "DOTTRINA ASIATICA" È TUA

di Gérard de Villiers e Salvatore Conte (1980-2020)

Avevo un nuovo fascicolo.
Abu Dhabi era inquieta. Non era più un tranquillo feudo di periferia.
La “Dottrina Asiatica” della Cina non l’aveva risparmiata.

23 marzo 2008, domenica.
Partii con un colloquio alla nostra Ambasciata. I cugini inglesi avevano perso due agenti, due giovani donne infiltrate fra le cortigiane di uno sceicco cadetto, cugino dello Sceicco al trono.
Erano state individuate ed eliminate.
Chiesi al Capo operazioni dell’ MI5 come fosse avvenuto l’inserimento.
«Noi ci eravamo dati da fare perché una delle ruffiane abituali dello Sceicco, una libanese di nome Leila, sapesse che c’erano sul mercato due ragazze pronte a partire per il Medio Oriente, purché ci fosse da guadagnare molto».
«Come avete fatto?».
«Oh, il sistema classico», continuò il cugino. «Tramite una ragazza che aveva già lavorato con quella Leila e con la quale noi avevamo dei rapporti. Quando Leila è venuta a Londra per il “reclutamento”, quella ragazza le ha presentato Vera e Julie, le nostre agenti. Il resto è stato facile. Leila le ha fatte venire ad Abu Dhabi. Hanno conosciuto Khalid Bin Rashid, il cugino dello Sceicco, a una festa in casa della libanese. Poi lui le ha invitate a passare un po’ di tempo nel suo palazzo. Credo che avessero conquistato una posizione privilegiata nella sua intimità».
Mentre l’inglese aggiungeva qualche dettaglio, la mia mente aveva ormai ottenuto quello che cercava: una pista che portasse diretta al cuore del problema. E quella pista si chiamava Leila.
Una donna che sfruttava altre donne, che era la cerniera delle bassezze indigene, non poteva non sapere ciò che stava avvenendo. Probabilmente non era affatto un personaggio di spicco nella recita, ma doveva conoscerne gran parte del copione.
D’altronde quale agente inglese avrebbe rincorso una puttana libanese? Se all’Agenzia davano a me i fascicoli marroni, era perché scavavo bene nella merda.
Ora il rischio era che la merda sparisse troppo presto nelle fogne, perché se un inglese non avrebbe capito cosa fare, i cinesi lo avrebbero capito presto.
«Mi ascolta, Mr. Nolan?», il cugino aveva capito che non lo stavo ascoltando.
«Sì, certo, Mr. Phoenix. Parlare con lei mi è stato utile. Ora se permette…».
Non fui molto anglosassone, ma lui comprese lo stesso.
Quando rimasi solo con il mio Capo operazioni, un tale di nome Ralph Nader, che forse pensava di essere in vacanza, gli dissi che per un po’ non mi sarei fatto vedere, salvo emergenze. Ma prima doveva organizzarmi un aggancio con la Leila di cui si era parlato.

E subito. Perché rischiavo di arrivare tardi sulla preda, più tardi di altri.

Rimase a riflettere. E poi scelse la pedina da cui partire.
Non persi tempo nel recarmi al Golden Falcon, un ristorante indiano nel cuore di Abu Dhabi.

Infatti mi venne incontro un indiano col turbante, dagli occhi di bragia e dai denti bianchissimi: «Ha prenotato, signore?».

Il ristorante, decorato con vetri e miniature indiane, era completamente vuoto.
«Vorrei vedere il signor Mufti. Per organizzare una cena».
«Vado a vedere se c’è», mi rispose il cameriere.
Qualche secondo dopo fece la sua comparsa un uomo che poteva essere l’egiziano di Nader. Gli strinsi la mano: «Vengo da parte di Pete», era la parola in codice della rete di Nader.
«Mi segua», e mi condusse sul retro del locale, fino alla cantina.
Maneggiando fittiziamente una bottiglia, mi chiese cosa avrei preferito per una buona cena.
«Vino libanese. Non l’hanno inventato loro? Il classico Tanit. O il nuovo Leilat... ne ho sentito parlare: che gusto ha?».
«È una donna molto attraente, ma ha imboccato la china discendente», l’egiziano non aveva retto la metafora, però era bravo con le rime. «Pare sia stata Miss Libano, qualche tempo fa. Ma attento! È dinamite. Farebbe qualunque cosa per il denaro. Inoltre, è certo manipolata da uno o più servizi segreti. Riceve un mucchio di gente, del posto e stranieri. Ci sono sempre belle ragazze a casa sua. Organizza incontri con gli sceicchi e gli emiri, ed è in contatto con le reti europee della prostituzione di lusso».
«La conosce personalmente?».
«Chi non la conosce? E poi qui bisogna conoscere tutti».
«Potrebbe presentarmela?».
L’egiziano sorrise imbarazzato.
«Non è facile. Potrebbe insospettirsi. Finora la mia copertura è stata perfetta, non devo commettere imprudenze».
«E se io fossi con una bella ragazza…?».
«Sarebbe diverso», ammise l’egiziano. «Si potrebbe organizzare la faccenda. Ma le serate da Leila sono talvolta un po’ particolari. La sua amica non deve scandalizzarsi se qualcuno le chiede chiaro e tondo di stendersi su un letto».
«A questo ci penso io».
«Allora telefonerò a Leila dicendole che c’è una ragazza da mettere nel suo giro. Poi sarà lei stessa a mettersi in contatto con lei. È più sicuro così.
Come si chiama la ragazza?».
«Lauren. Ma bisogna far presto, capito?».
L’egiziano annuì.
Il colloquio era finito e la bottiglia tornò al suo posto.
Quella sera stessa, in albergo, abbordai una ragazzona bionda che viaggiava in comitiva con altri giovani. Una connazionale, formosa e svitata. Il fruscio dei dollari mi rese affascinante come George Clooney e una mazzetta da 5.000 convinse la ragazza a mollare la comitiva.

La ribattezzai Lauren e le spiegai cosa mi aspettavo da lei. Doveva solo accompagnarmi a una festa e tirarsela un po’. Ma prima era probabile che dovesse incontrare la padrona di casa ed essere gentile con lei, dicendole che in cambio di molti soldi l’avrebbe seguita anche nel deserto. Le mostrai il mio tesserino da dirigente bancario, per rassicurarla sul mio status sociale. Volevo solo divertirmi un po’. Uscire dal tetro grigiore della banca.
Con il poco tempo a disposizione non si poteva fare di più.

24 marzo 2008, lunedì.
Aspettavo che Leila si facesse viva, trastullandomi con la biondona nella piscina dell’albergo.

Finalmente una donna si sistemò su una sdraio a bordo piscina. Ancora non sapevo se fosse libanese, ma poteva essere la bandiera un po' ingiallita del Libano.

La sconosciuta indossava un copricostume bianco, aveva un seno più che abbondante, i fianchi piuttosto pesanti e le gambe abbronzate, polpose e lunghe. Un sorriso rassicurante, ma di una che sa il fatto suo era compatibile con una ruffiana di lungo corso. La donna si muoveva con gesti studiati, sentendosi osservata. Accese con cura una sigaretta e si immerse nella lettura di una rivista francese.

Ero abbastanza indeciso: per certi versi, sembrava proprio una ex puttana; per altri, il volto da simpatica pacioccona, quasi da principessa, mi lasciava perplesso. Speravo comunque che fosse Leila.
Mandai Lauren a tastare il terreno. La ragazzona si sdraiò accanto alla sconosciuta, che cominciò a osservarla con la coda dell’occhio.
Mi avvicinai.
La presunta libanese puntò la sigaretta verso i capelli di Lauren ed esclamò con voce calda: «Bel colore! È il suo?».
«Al 100%», rispose la bionda.
«Non ci sono molte ragazze carine e bionde come lei, in questo paese», disse la sconosciuta. «Rischia di farsi rapire».
«Oh, ma io non sono sola», ribatté Lauren.
L’altra sfoderò il suo caldo sorriso.
«Mi chiamo Leila. Vivo qui da molto tempo e forse potrei esserle utile, se ha qualche problema. Conosco molta gente».
«Io mi chiamo Lauren. Lei è molto gentile».
Era fatta. Era lei. Salvo che non fosse un abboccamento. Ma una così non era facile da imitare. Ex Miss Libano o no, emanava una sensualità bestiale.
Le lasciai parlare un po’. Poi decisi di entrare in scena.
«Ti presento Leila», disse Lauren, non appena mi vide accanto a lei. «È la mia nuova amica».
Leila mi porse la mano. «Buongiorno», lo disse con voce così sensuale da far bestemmiare un arcivescovo. Splendida creatura. Anche se stava sformando. Il seno era cadente, il collo gonfio, le gambe più che paffute. Ma gli occhi caldi e profondi non sembravano quelli di una puttana.
«Leila, lei è davvero affascinante. Io sono Mike».
La libanese mi fulminò indurendo lo sguardo, che solo un attimo prima sembrava quello di una sempliciotta giocherellona.
«Credo che Lauren e io ci intenderemo molto bene. L’ho invitata, se lei permette, a una cena in cui mancano le belle ragazze. Domani sera».
Lauren fece una smorfietta da bambina offesa: «Ma io non posso lasciare solo Mike. Non sarebbe carino», recitava bene la sua parte.
«Si vede subito che è una brava ragazza», disse Leila, con formula di circostanza.
Le cose andavano fin troppo bene.

La libanese attese qualche secondo prima di abbozzare il suo accattivante sorriso e accettare le condizioni: «Comunque, lei è il benvenuto. Ma non intendevo imporle una cena in cui non conosce nessuno. Sono miei amici. Ci sono molte persone del luogo, e so che gli stranieri si trovano spesso a disagio con loro».
«Mi piace molto conoscere gente nuova».
Leila si alzò, conscia del fascino non troppo latente che si sprigionava dal suo corpo, sebbene decisamente appesantito rispetto al passato.
«In tal caso, appuntamento a domani sera», disse. «Ho già spiegato alla sua amica dove abito».
«È gentile a invitarci», disse Lauren.
Leila sorrise di nuovo.
«Mi piace avere intorno facce nuove».
Mi rivolse uno sguardo languido e si allontanò con uno studiatissimo passo ancheggiante, forse non più molto adatto per lei.
«Ben fatto, Lauren».
La ragazza fece una smorfia: «Mi chiedo se non sia lesbica. Sapessi quanti complimenti mi ha fatto! In ogni caso, non le piacciono molto gli uomini.
Se è sesso che cerchi, non preferisci farlo con me…? A me sembra sorpassata. Si porta appresso un bel po’ di cellulite…».
«Che cosa fa nella vita?».
«Oh, ha molti soldi… credo che nella sua vita ci siano un paio di uomini ricchissimi. Dev’essere stata molto bella. Ma mi sembra che tu sia arrivato tardi…», accompagnò le parole con un risolino malizioso.
«Meglio tardi che mai, okay? Ora rilassati…».
Il piano era partito bene, ma potevano ancora infilarvisi parecchi granelli di sabbia.

25 marzo 2008, martedì.
Leila avvolse Lauren in uno sguardo goloso, poi si voltò verso di me, col suo sorriso luminoso.
«La sua amica è davvero bellissima! Non si vedono spesso ragazze così, ad Abu Dhabi».
«La sua modestia è degna del suo inimitabile fascino», ribattei in tono galante, chinandomi a baciare la mano alla libanese.
L’appartamento era piccolo, arredato in modo molto moderno, con piante verdi dappertutto, tappezzerie cangianti e comodi divani. L’impianto stereo diffondeva una musica dolce.

C’erano già una mezza dozzina di uomini baffuti, tra i quali il direttore delle Middle East Airlines e un arabo in dishdasha. Più tre ragazze, evidentemente indigene, vestite piuttosto male, ma spudoratamente truccate.

Leila era, con Lauren, la più eccitante. L’arabo in dishdasha si mangiava letteralmente con gli occhi la ragazzona bionda.
Improvvisamente una musica araba sostituì gli Spandau Ballet.

Poco dopo, Leila inscenò da sola una specie di raffinata danza del ventre.
La libanese si dondolava con estrema lentezza, le braccia alzate, le mani che si toccavano dietro la nuca. Molto eretta, petto in fuori. La cosa più sensuale era il movimento delle anche. Scatti laterali, smorzati, inframmezzati da improvvise ondulazioni in avanti e indietro, come se la danzatrice non riuscisse a controllare i muscoli.

Leila girava lentamente su sé stessa, come una statua sulla base. Con il suo sorriso caldo e rassicurante fisso sulle labbra vellutate. Seguiva perfettamente la musica, dondolando al ritmo del tamburello.

A poco a poco tutti gli invitati le si strinsero intorno, sedendosi sul tappeto.

Leila cominciò lentamente ad allargare i piedi, come se una gamba invisibile divaricasse le sue, aprendo lo spacco del vestito fino alle cosce.

Il suo corpo continuava a essere agitato da fremiti, ma le anche non si muovevano più. Il ventre scattava in avanti a ogni colpo di tamburello.

La libanese aveva assunto ora un’espressione estatica, quasi dolorosa. Il ritmo dei tamburelli accelerava. A poco a poco, Leila cominciò a piegarsi all’indietro, come se non avesse colonna vertebrale. I seni le spuntavano dal décolleté, il tessuto sottolineava ogni muscolo del suo ventre e le procaci rotondità dei suoi fianchi. Tutti trattenevano il respiro. Con un’ultima scossa e una specie di gemito, Leila si immobilizzò nell’attimo stesso in cui finiva la musica.

Gli applausi scrosciavano, mentre lei si rialzava lentamente.

Non avevo mai visto mimare l’amore in quel modo.
E pensare che avrei dovuto ammazzarla, se non mi avesse dato quello che volevo.
Leila pareva spossata, un sorriso stranamente spento le tirava i lineamenti sensuali. I seni le si sollevavano ancora tumultuosamente.

All’improvviso, vidi il suo sguardo rianimarsi. Senza nemmeno rimettersi le scarpe, Leila si avviò alla porta. Era entrato un arabo con una lunga dishdasha bianca. La kefiah copriva in parte un viso molle, dai tratti regolari e gli occhi sporgenti. Giovanissimo. Leila abbracciò il nuovo venuto, lo prese per mano e lo condusse in mezzo alla stanza.
«Siamo molto onorati della visita del mio amico, lo sceicco Khalid Bin Rashid», disse.
Il cugino dello Sceicco regnante sugli Emirati. Un beota manipolato dai gialli. Era arrivato. Per lui erano morte due agenti inglesi. Leila lo conosceva bene. Era usata o complice, con la speranza di salire posizioni a corte.
Entro quella sera avrebbe vuotato il sacco.
Il giovane sceicco si guardava intorno, sorridendo timidamente. Poi posò lo sguardo su Lauren e non lo distolse più. Leila continuava a sorridergli. Infine lo riprese per mano e me lo portò vicino: «Un mio amico, Mr. Mike Nolan, dirigente di banca. Con la sua affascinante amica, Lauren».
Lo sceicco mi guardò appena, ma prese nella sua la mano della bionda e la tenne stretta: «Lei è davvero stupenda. Posso invitarla a danzare?».
A illuminare la stanza era rimasto un candeliere posato sul tavolo. Le coppie che danzavano erano sagome confuse. Lo sceicco non si era praticamente mai staccato da Lauren. In piedi, accanto alle tende, fingevano di ballare.
Per ora tutto filava liscio.
Stavo bevendo qualcosa, quando si avvicinò Leila. La libanese mi tese una mano, costringendomi ad alzarmi dal divano: «Mi faccia ballare», disse con la sua voce sensuale.
Ci ritrovammo all’angolo opposto a quello dello sceicco. Leila era piuttosto alta. I tamburelli continuavano, lancinanti, accompagnando canti arabi sincopati. La libanese mi passò le braccia intorno al collo, dicendo: «Si lasci guidare, è una danza per donne». Un’altra danza estremamente sensuale. Solo i ventri si toccavano. Il tessuto leggero di Leila frusciava contro l’alpaga.
Era il fruscio della vipera, ma l’aquila stava per piombare su di lei.
«Le piace?», mormorò la vipera.
A poco a poco ci allontanammo nel corridoio. Vidi una coperta di zebra su un grande letto, in una camera debolmente illuminata. Leila sollevò il viso verso di me. La baciai.

Allacciati l’uno all’altra entrammo nella camera. Leila si lasciò cadere sul letto e disse con voce roca: «Presto, prima che il disco finisca».
Una vera puttana.
Fu un amplesso breve e selvaggio.

Con una vera puttana.
Leila si rialzò, dicendo: «È stato meraviglioso».
Mi chiesi con quanti uomini avesse fatto la stessa cosa così, tra due porte, pensando ad altro. Ma perché me lo chiedevo?
Tornammo nel soggiorno, abbracciati come se avessimo appena terminato di ballare.
Nessuno danzava più. Cercai con lo sguardo Lauren. Era sparita, e con lei era sparito lo sceicco Khalid Bin Rashid.
La vecchia puttana libanese m’aveva fregato, ma le avrei messo in conto anche questo.
Leila scoppiò in una risata nervosa e, forzando un po’ troppo il tono divertito, disse: «Se non tornerà, le permetto di venire da me a lamentarsene. Sarò felice di rivederla».
«Mi accompagna in albergo?».
Il volto della donna si irrigidì: «Mi dispiace, devo mettere in ordine l’appartamento: attendo altre visite.
Ma se non ricorda la strada, posso aiutarla».
«Non mi sembra così difficile».
«E invece lo è, perché ci sono dei lavori in corso. Abu Dhabi è sempre un enorme cantiere. Uscendo da qui dovrà girare a sinistra in Schikal Square, poi in Sheikh Khalifa Street, di fronte al Nihal. Là dovrà attraversare un cantiere, ma eviterà così di fare un lungo giro».
Sembrava un vigile del traffico, ma era solo una vecchia puttana libanese.
Qualcosa non tornava.
«Motivo in più perché lei mi accompagni. La prego, non ci vorrà molto. La farò tornare in taxi».
«Non insista, per favore. Se farà come le ho detto, tornerà in albergo senza alcun problema».
Mi guardai intorno. Eravamo soli. Il colpo era stato organizzato bene. Gli invitati se n’erano andati contemporaneamente allo sceicco e alla sua bionda conquista. E questo rappresentava per me la migliore delle opportunità.
«Non dimentichi di chiamarmi se dovesse sentirsi troppo solo…».
Quando la donna si mosse verso la porta d’ingresso, la brutalizzai sbattendola con le spalle al muro; un attimo dopo le puntai alla gola il coltellino nascosto nel tacco della scarpa: «Ascolta, Leila… hai superato i 45 anni dopo una vita di merda: cerca di non farti ammazzare come una stupida in meno di un secondo…», e le feci sentire il morso dell’acciaio sulla base del collo.
Era sbiancata. Con le pupille contorte cercava di individuare l’arma che sentiva premere contro di sé.
«Non fare un movimento, non parlare. Non sono qui per ucciderti, altrimenti l’avrei già fatto. Tu sei comunque una donna morta. Se farai ciò che ti dico, ne uscirai pulita, senza un secondo graffio. Altrimenti la tua carriera di puttana finisce con la nostra bella scopata».
Era troppo tesa per ascoltare il senso delle mie parole.
«Sto sprecando tutte queste parole perché in fondo mi sei piaciuta e spero tu non sia tanto stupida da farti ammazzare».
Era terrorizzata.
Sudava freddo.
Le lasciai qualche secondo di respiro, per farla calare nella situazione, tenendole sempre il coltello premuto contro il collo, di piatto.
«Lo sai per chi lavoro?».
Allontanai leggermente il coltello per darle modo di parlare.
«Ti prego… ti prego…», mi supplicava, con gli occhi eccitati di paura.
«Lo sai per chi lavoro?», ripetei la domanda.
Lei scosse la testa. Una lacrima di disperazione le rigò il volto.
«Hai mandato a morire due ragazze inglesi.
Lo sai per chi lavoro?
Ma tu sei solo una puttana. Se vuoti il sacco e non fai cazzate, ti metto sotto protezione. Se mi fai incazzare, ti squarto, hai capito?», le strinsi forte il collo con la mano libera dal coltello. Le feci mancare il respiro per una decina di secondi.

Mi ripugnò farlo, non mi piaceva mettere le mani addosso a una donna.

Ma dovevo metterle paura sul serio.
Poi l'afferrai per il braccio e la trascinai fuori dall’appartamento.
Non c’era quasi nessuno in giro. La spinsi nella mia Mercedes, sul posto di guida. Io salii dietro. Le feci subito indossare la cintura di sicurezza. Poi recuperai la Beretta, innestai il silenziatore e portai il colpo in canna. Quindi le passai le chiavi dell’auto.
«Guida tu. Vai piano. Se cerchi di fregarmi, non ti accorgerai neppure di morire».
«Ti prego, abbassa la pistola. Non voglio farmi ammazzare...», sussurrò, con ritrovato controllo.
«Riga dritto e non ti succederà niente». Abbassai la pistola.
Mise in moto e raggiunse la strada principale. «Dove devo andare?», mi chiese.
«Al mio albergo. Lo conosci. Taglia per il cantiere di cui mi hai parlato».
«Ma…».
«Niente “ma”. Fa' come ti dico e non superare i 50».
Leila stava sudando mentre guidava. Perle di sudore le costellavano il collo e il petto fino a scomparire nel décolleté.
Quella non era più la paura di me.
Una puttana come lei, esperta di vita e di uomini, doveva aver capito che non ero un assassino.

Quella era un’altra paura.
Era la paura di finire nella stessa trappola in cui voleva far cadere me.
Rallentò e accostò sulla destra, senza alcun preavviso.
«Chi ti ha detto di fermarti?».
«Ascoltami, Mike… io sono sola qui ad Abu Dhabi… la mia vita non vale niente per loro.

Se parlo, sono morta. Lo capisci?».
Stava ritrovando lucidità.

Se non altro, era in gamba, questa Leila.
Si voltò verso di me, tirandosi su il vestitino e scoprendo le cosce.

Una vera puttana.
«Quanto manca al cantiere?».
«È a 200 metri, dietro l’angolo».
«Come pensano di eliminarmi? In quanti sono?».
«Non lo so. Ti giuro, non lo so. Io dovevo solo suggerirti di tagliare per il cantiere», cercò di addolcire le parole con uno sguardo languido e una sensuale, animalesca vibrazione del ventre.
Lo spionaggio giallo funzionava sempre meglio.
Mi avevano già individuato. Lauren era in pericolo, ma essendo un’ochetta, autentica, avrebbero scoperto che era pulita, che l’avevo soltanto usata. Non avrebbero sparso altro sangue per nulla.
Invece Leila l’avrebbero ammazzata senza neanche pensarci mezza volta.
Musi gialli e sceicchi degli Emirati non avrebbero mai permesso a una puttana straniera di giocare alcun ruolo. L’avevano semplicemente usata, come io avevo fatto con la bionda.
Se ora l’aveva capito davvero, non mi avrebbe creato problemi. Se era intelligente quanto puttana, non solo non avrebbe cercato di fuggire, ma avrebbe dovuto preoccuparsi che non fossi io ad abbandonare lei.
«Andiamo a bere qualcosa, Leila.
Un pub all’inglese. Ce ne sarà uno, no?».
La vidi tirare un sospiro di sollievo e riprendere la marcia con un'inversione a U.
In un locale pubblico l’avrei definitivamente compromessa, da quel momento sarebbe stata in mio potere, e se il mio fiuto non mi ingannava, mi avrebbe portato sull’obiettivo.
«Ha aperto da poco», mi disse, prima di entrare.
Le coprii le spalle con la mia giacca e la condussi a un tavolo isolato, perché i segni sul collo erano piuttosto visibili.
La Beretta era in un borsello da uomo.

«Mi dispiace, Leila», non volevo scoprire le carte, né tranquillizzarla troppo, ma rivedere quei segni, sul suo bel collo, mi fece sentire dannatamente in colpa; anche se, in fondo, sarebbe stata complice del mio omicidio.

«Non è niente...», lo disse abbassando gli occhi. Probabilmente non aveva mai conosciuto la vera gentilezza da parte di un uomo.

Me lo confessò così, in quella strana occasione, benché le avessi fatto del male. Paradossi di una vita di merda.

Ordinammo un paio di birre. Lei vuotò il suo boccale in pochi secondi.
«Veramente non dovrei bere. Sono ingrassata.
Tu che dici, Mike?», mi guardò come solo una navigata ruffiana poteva fare.
«Diciamo che non morirai di anoressia.
Il mio compito è cercare di evitarti altre morti spiacevoli.
Il tuo, quello di vuotare il sacco.

E di scusarmi per quei segni», ancora non riuscii a mordermi la lingua.

Di nuovo lo sguardo di Leila si fece meno professionale, per così dire.
«Conosci una morte piacevole?».
«Quando abbiamo scopato, non mi sarei accorto di morire».
«Se è il tuo modo di essere galante con una donna, sei un fenomeno…».
«Sapevi che avrebbero ammazzato le ragazze inglesi?».
«No, te lo giuro».
«Rispondi, evitando di giurare. Chi ha ordinato la loro morte?».
«Posso solo sospettarlo, certe cose non le vengono di sicuro a dire a una puttana libanese come me: lo sai anche tu, vero?», si stava facendo scudo della sua stessa professione.
«Ma tu sei anche molto furba. E avida. Ti sei prestata senza ritegno».
«Mike, non sono più una ragazzina. Non manca molto alla mia pensione, se riesco ad arrivarci, e devo sfruttare gli ultimi anni che mi restano».
«Stasera non sembravi tanto arrugginita.
Chi ha ordinato la loro morte?».
«Voglio sapere come pensi di tirarmi fuori.
E voglio vedere dei soldi. Tanti soldi».
Aveva ripreso coraggio. Anche troppo.
Col collo libero, aveva ripreso a sprizzare veleno.
Era inutile farne una questione di principio. Dovevo tirarla dalla mia parte. Senza perdere tempo o andare troppo per il sottile. Il gioco valeva l’investimento. Il colpo dei gialli poteva essere vicino. E lei doveva toccare con mano che non mi muovevo per mio conto.
Mi ripresi la giacca, ormai si era seduta, e le mostrai fugacemente una mazzetta da 5.000 dollari; spiccioli per una come lei. E le mollai sul tavolo una carta di credito amex gold special, per poi riprendermela: «Stasera sei senza tasche, quindi li terrò io per te. Ma sono tuoi. Resti con me finché non ho finito, poi ti puoi rifare una vita in un centinaio di Stati, Vaticano e Cuba esclusi; oppure puoi rimanere nel giro, una puttana avida come te potrebbe ancora servirmi in futuro».
«Chi pagherebbe la mia nuova vita?».
«Il mio datore di lavoro, ma tutto dipenderà dal mio rapporto».
Estrassi dalla tasca dei pantaloni quello che sembrava un comune telefono cellulare e composi davanti a lei quello che sembrava un comune messaggio.
«La tua condanna a morte è già firmata. Solo io posso salvarti dai tuoi amici e dai tuoi nemici. Quindi non fare cazzate; te l’ho detto: ho provato gusto a scoparti. Di sicuro non rimarrai disoccupata, la tua carriera sarà ancora lunga, se vivrai abbastanza».
«Sono ancora la migliore, Mike».

La paura la rendeva ancora più sfrenata.
Mi si appiccicò addosso e prese a toccarmi il sesso. Per fortuna i tavoli dell'Ally Pally Corner poggiavano su grosse botticelle oblunghe che garantivano uno schermo perfetto; e lei era molto botticelliana.
«Non voglio morire… capisci?
Aiutami... e sarò tua. Soltanto tua…», sussurrò con tono pressante.
Ormai era compromessa ed era costretta a puntare su di me.
Ma dovevo stare in guardia: non avrebbe esitato a tradirmi, se poteva trarne un profitto maggiore.
«Non mi fido di donne come te.

Perciò niente rapporti impegnati, okay?».

Mi squadrò negli occhi: sapeva che stavo mentendo. Mi rimproverò seria.

Era dannatamente seria. O così mi parve. Stavo perdendo delle certezze.

Da vicino gli occhi erano nocciola profondo, un brutto colore.
«Come vuoi».
Lasciò in pace il mio sesso e tornò al suo posto.
«Chi ha ordinato la loro morte?».
«Lo sceicco è manipolato».
«Quale sceicco?».
«Lo sceicco Khalid Bin Rashid».
«Perché è manipolato? E da chi?».
«Una ragazza egiziana si è infilata nella sua corte. Ha preso in mano quasi tutto. Le lascia far tutto. Lui è un debole, capisci?».
«Come si chiama questa ragazza?».
«Amina».
«Chi c’è dietro Amina?».
«Non lo so».
Ma lo sapevo io.
«Lo sceicco Rashid è ambizioso? Vuole il trono del cugino?».
«Certo che lo vuole. Lo vuole con tutte le sue forze. Ma è troppo stupido per riuscirci da solo…».
Era verissimo.
«Avanti, tira fuori il resto».
«Una sera, a una festa…»

«Sì, c'era una volta...», la interruppi.

Lei sorrise di quel sorriso rassicurante e caldo.

Distolsi lo sguardo e sbuffai. La cosa evolveva negativamente.

Non c'era più panico nella sua voce.

«Il capitano Numeiry, il capo della sicurezza personale dello Sceicco al potere, si è lasciato scappare qualcosa con una delle mie ragazze. Era ubriaco. Ha vagheggiato di nuovi orizzonti, di un nuovo inizio. Ha mormorato “Umm Shaif”.
Non mi chiedere come, ma ho collegato quell’informazione a degli strani movimenti nel porto di Dubai. Forse lo sai, ma quando io mi sbottono… in molti perdono la testa… e si sbottonano a loro volta…».
«Ma non gli riesce di essere belli come te…
Vai avanti».
«Pare insomma che fra tre giorni, il 28 marzo, lo Sceicco che comanda questo paese di citrulli sarà a Umm Shaif, per il fastoso Cinquantennale del primo schizzo di petrolio da quella fottuta piattaforma; e da Dubai potrebbero arrivare degli ospiti indesiderati, magari su una piccola barca…».
«Cazzo...».
La baciai in bocca. Mi aveva convinto.
Scrissi un altro messaggio, del tutto speciale.

Poi tornai a concentrarmi su di lei.

Questa Leila era dannatamente in gamba. Anche troppo.

Cominciai a guardarla sotto un'altra ottica.

Ma ora era tempo di andarsene.
Benché una Mercedes super lusso come quella che usavo fosse ad Abu Dhabi quello che una Ford T era a New York cento anni prima, feci mettere in moto da un cameriere, dicendogli di sgassare un bel po', perché faceva bene agli iniettori.
In realtà faceva bene alla mia salute.
C'erano tanti modi di farlo, ma era meglio evitare i più comuni. I gialli usavano manovalanza locale, non degli artisti. Infatti odiavano tutto quello che esprimesse qualcosa di originale o un barlume di individualità.
In fondo anche Leila era una puttana speciale, e speravo che questo alla fine costasse loro molto caro.
Giunti in albergo per la strada più lunga, sprangai la porta della camera con un mobiletto, e apposi del plastico, dosato per eliminare eventuali intrusi, sul bordo interno della stessa porta.
«Se devi fuggire, non passare per la porta, Leila. O non faresti molta strada».
Era utile farle capire che non lavoravo per mio conto, che c’era un metodo nella mia azienda.
Lei non tardò a entrare in azione. Mi fece sdraiare e si mise in ginocchio sopra di me. Non trascurava di mettere a punto le ultime clausole della sua assicurazione sulla vita, benché avesse ancora i segni della mia mano sul collo.

Fu in quel momento che la fermai.

Prima di salire mi ero fatto dare della crema lenitiva.

La feci distendere e gliela spalmai sul collo.

«Mi dispiace... non avrei dovuto».

«Sembrano parole strane, dette da un duro come te».

«Non lo sono, Leila. È solo lavoro. Non mi sento certo migliore quando faccio del male a una donna».

«Una donna? Una donna qualunque, Mike?».

La vipera alzava la testa e diventava un cobra.

«Non ho detto qualunque».

«Comunque mi hai commosso, agente Mike.

Sappilo, se dovesse accadermi qualcosa».

«Non ti succederà niente. Andrà tutto bene.

Adesso a nanna, tesoro».
Senza farglielo capire fino all’ultimo, le ammanettai un polso alla spalliera del letto.
Lei rimase costernata, ma non protestò esplicitamente.
Era troppo stanca. Si addormentò in pochi minuti.
La mia Beretta dormiva sul lato opposto, sotto il cuscino.
Dopo un paio d’ore, mi svegliò: «Mike, posso andare in bagno?».
Accesi l'abatjour, avviandomi pigramente a toglierle le manette, quando mi accorsi che il letto era vuoto e che la luce in bagno era accesa…
Controllai l’impulso d’ira.
Mi aveva svegliato lei. In fondo mi aveva chiesto il permesso. La porta della camera era chiusa. Il bagno non aveva finestre. La chiave delle manette era al mio polso. La Beretta al suo posto. Non c’era ostilità. Rimasi fermo. Dal bagno giungevano rumori rituali. Aspettai che ricomparisse. Mi guardò appena. Tornò a letto e si rimise le manette!
Oltre ad essere una splendida sgualdrina, possedeva una certa vena di ironia, e questo rischiava di peggiorare le cose.

Fui tentato di lasciarla così.

In effetti spensi la luce e tornai a dormire.

Ma solo per dieci secondi.

Accesi la luce e la liberai.
Era stato meglio di una scopata.

26 marzo 2008, mercoledì.
«Colazione in camera, per favore. Stanza 49».
Avevo disinnescato il plastico, riponendolo in cassaforte, e liberato la porta.
«Veramente io non ho ordinato nessuna colazione, deve esserci un errore», il mio vicino di stanza si stava lamentando con il cameriere.
Aveva ragione: c’era un errore.
Aprii la porta e uscii sul corridoio, dopo un’occhiatina curiosa alle due estremità.
«Sono spiacente, ho sbagliato nel dare il numero di stanza. La colazione è per la 47».
Chiarito l’equivoco, posai il vassoio sul letto e assaggiai per primo.
Leila mi strappò dalla bocca il croissant e mi guardò incuriosita.
«Tutto bene?».
«Ci sono veleni che agiscono dopo molte ore», le dissi.
Finì lei il cornetto e poi si ingozzò con tutto il resto. Aveva una fame del diavolo.

«Insomma, se ho ben capito sei un agente segreto», disse, sussurrando, con moine da Bond-girl ben stagionata, «quindi avrai un modo per valutare i rischi, no? Altrimenti nelle mani di chi mi sono messa?».
«Tutto dipende dai nemici del nostro simpatico vicino di stanza: spero siano preferibili ai nostri…

Adesso che hai finito, però, dobbiamo andare, Leila».
«E dove? Io non mi muovo da qui!».
«Andiamo in ufficio. Quando sei in gioco, non devi avere paura. Gli altri devono averne».
«Parli come se fossi sotto addestramento…
Ma a me interessa solo salvare la pelle.
Dopo ti mollo e torno alla mia vecchia vita, capito?».
Stava calcando i toni. Voleva provocarmi.
«Adesso sei sotto la mia protezione, dopo farai quello che vorrai».
Non avevo tempo per giocare con una vecchia puttana libanese.
Le lanciai una delle mie camicie e una tuta da ginnastica.
Le stava bene tutto.
La camicia era deliziosamente increspata dal suo pesante seno.
Io non l’avevo mai portata così bene.

«D'accordo, facciamo un salto in piscina, okay?».
A bordo vasca feci la conoscenza di una bella donna greca, Xenia Frexhi.

Faceva la rappresentante di gioielli e teneva sempre con sé, legata al polso da una manetta d’acciaio, una valigetta rigida contenente il suo campionario.
Leila ne era molto incuriosita. Le due scambiarono qualche parola. Per certi versi erano più che somiglianti.
«A me non sembra tanto esperta di gioielli. Forse dovrei cambiare mestiere, credo di saperne molto più di lei…», mi disse la libanese, in disparte. Ma a me la cosa non interessava. Stavo aspettando reazioni dalla base.
Ero stranamente teso, cercai di rilassarmi sulla sdraio.
Leila faceva il bagno. Era dentro fino al collo.
Xenia si piazzò accanto a me.
La conversazione andava a rilento, poi ebbe un’impennata: «Oh, cavolo! Ho un appuntamento. Può farmi un favore?», e prima ancora che me ne rendessi conto, mi aveva allacciato la valigetta al polso.
«Solo il tempo di andare un minuto al bagno, non ho nessun altro di cui fidarmi. Lei è un angelo!», e filò via.
Non mi andava che non avesse aspettato il mio assenso. E se fosse stata una pistola? Avevo abbassato la guardia. Improvvisamente sentii la mancanza della mia Beretta, che avevo lasciato nella cassaforte della camera.
Ma ormai era andata.
In quel momento, Leila uscì dall’acqua. Era entrata fino al collo, forse per non bagnarsi i capelli, che aveva raccolto sopra le spalle.

Aveva uno sguardo cattivo negli occhi. «Dove è andata quella tipa?», mi domandò, come fosse lei il capo.
«Di là, al bagno».
«Mike, i bagni delle donne sono dall’altra parte…».
Una lampadina rossa, grande più o meno come il New Jersey, si accese nella mia testa: «Cristo!».
Leila aveva capito prima di me e magari l'aveva pure lasciata fare.

Si sfiorò allusivamente il collo.

Ci guardammo fissi. Il tempo si fermò. Il mio ultimo tempo.
Controllai il panico.
Forse avrei potuto afferrarle il braccio; o forse no, mi sarebbe sfuggita.

E obbligarla a mostrarmi la sua tecnica, costringendola a salvarmi insieme a sé stessa.

Ma non lo feci.

Volevo una risposta.

Ci sono cose per cui vale la pena morire.

Cose che bisogna sapere subito.

«Stai fermo, stronzo...»

Si passò una mano in testa e tirò fuori una forcina di metallo.
Era fredda e concentrata.

Intanto, con la coda dell’occhio, vidi che la Frexhi era tornata e si era tuffata in piscina, come niente fosse.
La notò anche Leila.
«Stai fermo, è qui per vederci crepare, in acqua non corre rischi».
L’espressione estasiata della libanese anticipò di una frazione di secondo il click liberatorio: era fatta.
«Buttati a terra, presto», dissi a Leila, poi mi mossi verso il bordo della piscina: «Signora Frexhi, qui c’è qualcosa che le appartiene», e lanciai la valigetta in acqua a qualche metro da lei.
Gli occhi della donna si caricarono di orrore. Era la conferma che cercavo.

Xenia Frexhi non cercò affatto di recuperare i preziosi gioielli, ma al contrario cominciò disperatamente a nuotare verso il bordo della vasca, per uscire il più in fretta possibile dalla piscina, mentre la valigetta continuava a galleggiare sulla superficie dell'acqua.

«Tutti fuori! Via! Buttatevi a terra! Sta per esplodere una bomba!», provai a salvare qualcuno, mentre tornavo su Leila, allontanandomi con lei.

Un’esplosione pazzesca fece tremare il suolo.

L’onda d’urto infranse i vetri dei piani bassi.

Era un casino mai visto da quelle parti.

Urla di panico si alzavano ovunque, ma nella zona della bomba non si vedevano corpi.

Neanche quello, non certo esile, di Xenia Frexhi...

Forse stava scappando in questo momento, ma non avevo tempo per lei.

«Mi hai salvato il culo, Cristo!».

«Solo per interesse, cosa credi...».

Il suo sorriso, però, rassicurante e luminoso come non mai finora, raccontava altro.

Aveva temperamento, Leila. Non era una donna comune.

Anche di più: sembrava addestrata.

«Lavori per qualcuno?».

«No. Libera professionista...», ma ancora i suoi occhi si beffavano di me. «Te l’avevo detto o no che quella donnaccia puzzava di marcio lontano un miglio?
Dovresti avere più fiducia in me…».
«Vuoi dire che aspiri a una carriera nella mia azienda?».
«Non ci penso proprio...

Voglio solo evitare di finire ammazzata».

Stavolta fui io a guardarla serio.

«Okay, Mike, non ho paura...».

«Chi è Mike? Uno che ti sbava addosso?».

Le strinsi i fianchi e aspettai la sua reazione.

Niente violenza, stavolta. Era qualcosa di personale.

«Stronzo... mi hai fatto male...».

«Sei un boccone molto grosso, Leila.

E non potevo farti scappare...».

Dopo quel bacio l'adrenalina m'era schizzata alle stelle.

«Ragioni come un uomo di queste parti...».

Mi stava facendo sentire come fossi io il puttaniere.

Leila era una grossa sorpresa.

«Era un modo di dire... le circostanze... il lavoro... il dovere...».

Mi fissava, non se la beveva.

«Andiamo... sei una donna, Leila... non c'è nessun addestramento per questo».

«Basta così, Mike. Non mi devi alcuna spiegazione.

Penso tu debba passare in ufficio, adesso».

«Sì, è così. Andiamo a vestirci, Leila».
Ormai si era abituata alle mie camicie.

La feci arrivare fino a Nader.

La riconobbe subito. Non era difficile.

Mi guardò perplesso.

«Mi ha salvato la vita.

In ogni caso andrà protetta», l'adrenalina mi giocava brutti scherzi.

Il Capo operazioni mandò giù il boccone, perché aveva troppo bisogno di me in quel momento.

Con Nader intendevo mettere a punto un piano, dal momento che non avevo ricevuto istruzioni.
Lui infatti era indeciso sul da farsi. La patata era troppo bollente per un tipo che evidentemente si era abituato a scrivere rapporti filigranati, senza avere il polso della situazione reale. Non era certo il solo. D’altra parte, se era finito negli Emirati, non doveva essere un talento.
La questione centrale era data dal fatto che non sapevamo se i gialli avrebbero sospeso il colpo.
Tuttavia, ormai, ne sapevamo abbastanza.
Nader, alla fine, concordò sul da farsi.
L’Ambasciatore avrebbe chiesto un colloquio urgentissimo e top secret con lo Sceicco regnante. Il Capo operazioni lo avrebbe accompagnato.
L’idea era quella di mandare un sosia dello Sceicco sulla piattaforma. In ogni caso, però, occorreva prevenire l’attentato.
Squadre di artificieri avrebbero ispezionato in segreto la grande installazione petrolifera, nel caso i gialli avessero altre carte oltre a quella dell’imbarcazione carica di esplosivo.
Per bloccare quest’ultima, sarebbe entrata in azione la portaerei Saratoga, che incrociava al largo degli Emirati.
Elicotteri d’assalto, con espressa autorizzazione dello Sceicco, avrebbero intercettato tutte le imbarcazioni sospette e non sospette. Naturalmente i gialli avrebbero utilizzato manovalanza araba.
Se nessun pesciolino fosse caduto nella rete, gli artificieri avrebbero rinvenuto delle cariche “made in China” sui piloni della struttura.
Non potevamo far brutta figura con lo Sceicco. Era già pronta una rivendicazione via Al Jazeera e un leak controllato sulla “Dottrina Asiatica” dell’Impero giallo.
Il giorno stesso lo Sceicco avrebbe fatto piazza pulita del suo entourage, a cominciare dal cugino, passando per il suo infedele capitano della sicurezza.
In genere venivano decapitati dopo un processo sommario che durava meno di una partita a tennis in tre set.
Ricordai a Nader che c’era da recuperare la nostra connazionale, soprannominata Lauren, e da mettere il sale sulla coda a quella Xenia Frexhi.
Mangiammo un boccone per strada e ritornammo all'albergo.

Era difficile che riprovassero a farmi fuori, perché ormai avevo passato la palla. Leila invece rimaneva una bocca da tappare.

28 marzo 2008, venerdì.
Il “fine operazioni” giunse tempestivo sul mio ricevitore criptato, simile a un cellulare.
Il resto lo avrei appreso direttamente dai giornali, o in un briefing d’aggiornamento a Langley.
Quel che contava era che l’azienda mi aveva messo in libertà.
Quando si arrivava alla fine, era meglio sparire il più in fretta possibile dalla scena, e tenersi puliti per nuovi fascicoli.
Il resto lo gestiva il Capo operazioni locale, con il braccio diplomatico.
Salvo urgenze, seguiva un periodo di riposo. Poi si riprendeva con un po’ di addestramento, salvo urgenze. E infine arrivava un nuovo fascicolo, salvo passare dietro a una scrivania.
La piscina era ancora inagibile.
Leila si accontentava di prendere il sole.
Sarei rientrato con altri manager della banca di copertura.
Il "fine operazioni" non poneva condizioni. Anche la libanese era libera.
Evidentemente l’operazione era andata bene e i riscontri erano stati più che sufficienti a convincere lo Sceicco regnante che stava per perdere vita e potere a causa di suo cugino, manovrato da potenze straniere, di colore giallo e bandiera rossa.
Sarebbe seguita una veloce decapitazione.
Leila poteva quindi scegliere un qualunque paese civile.
Al suo arrivo avrebbe trovato un mio collega e una nuova identità.
Anche quella sera, a cena, continuammo a servirci al buffet, non prendendo mai le stesse cose.
Il problema non era più attuale, ma esisteva un movente che non passa mai di moda e che si chiama vendetta. In Cina ne sono dei cultori.
«Domani rientro», le dissi.
Seguì un lungo silenzio.

Leila continuò a mangiare come non le avessi neppure parlato..
«Tu puoi scegliere qualunque paese in cui l’azienda abbia una filiale ben avviata».

Poco dopo, con studiata indifferenza, si alzò dal tavolo e si diresse verso l’uscita della sala ristorante.
La seguii immediatamente. Avevo la Beretta nell’ascellare, sotto la giacca.
La libanese raggiunse il bar dell’albergo e ordinò uno scotch.
Il barman era un tipo che non avevo mai visto prima.
«Mi dispiace, Leila. Io…», nel protendermi verso di lei, rovesciai il bicchiere.
Il barman fu solerte nel servirne un altro. Forse troppo.
Afferrai il bicchiere e glielo misi davanti agli occhi.
«Vuole bere con noi, amico?», dissi al giovane.
«Io non bevo, signore», rispose con un inglese stentato. Un po’ troppo stentato per un albergo di quella categoria.
«Quante marche di scotch avete? Perché ha scelto proprio questo?».
Non rispondeva. Esitava.
Lo presi per il bavero della giacca. Ero nervoso.
«Rispondi…».
«Io... non so…».
«Bevi…», gli portai il bicchiere alle labbra, lui si ritrasse di scatto, io gli gettai il liquido sulla faccia, la sua bocca era semi aperta.
La sua reazione fu tale da togliermi ogni dubbio.
Era sbiancato dal panico, gli occhi erano pieni di terrore.
Gli lasciai libero il bavero.
Cominciò a sputare per terra; il liquido gli aveva bagnato le labbra, forse era entrato in bocca.
Dopo mezzo minuto cominciò a barcollare.
Attirai l’attenzione di un altro inserviente: «Il suo collega sta male, chiami un medico».
Ma il barman era ormai paonazzo. Si era portato le mani alla gola. Un muco biancastro gli colava dal labbro.
Poco dopo stramazzò a terra.
Era la fine che avrebbe fatto Leila.
La guardai. Lei guardò me.

Il seguito lo lasciai al Direttore dell'albergo.

«Ti va se torniamo in quel pub inglese?».

Annuì appena, non era scossa più di tanto.
Intorno alla botticella, gli occhi nocciola mi fissarono.
«Alla tua vittoria, Mike...», alzò il boccale di birra per festeggiarmi. «A che ora parte il tuo aereo?».
«Nel pomeriggio».
«Io ho scelto l’Italia, se non hai altri consigli».
«Ti troverai bene».
«Posso fidarmi dei tuoi colleghi?».
«Ciecamente. Però non abbassare mai la guardia, specie i primi tempi».
«Mi hai salvato la vita stasera, te ne sei accorto?».
«Anche tu l'hai fatto. Da queste parti sembra diventata ordinaria amministrazione.

I segni sul collo stanno andando via», cambiai repentinamente argomento.
«Quelli sì.

Questa camicia me la lasci?».
«Certo. Ti sta troppo bene per togliertela».

«Dunque, Mike, sei disposto a scaricarmi così...».

«Non so di chi parli. Mi chiamo Doug».

«Doug o Mike, che differenza fa?».

«Fa molta differenza.

Per chi lavori, Leila?».

«Mi chiamo Hanna.

E lavoro per rendermi indipendente».

«Qualche volta ci si innamora di una donna e poi si scopre che è una puttana. Oppure ci si avvantaggia sin dall'inizio e poi si scopre che invece è una donna».

«Oppure di un uomo e si scopre che è un bastardo».

«C'è niente che io possa fare per farti perdere il tuo volo, Leila?».

«Potresti chiedermi di perderlo».

«Vorrei che tu lo perdessi e ne prendessi un altro per... non so...».

«Sempre che tu perda il tuo».

«Mai pensato di prendere quell'aereo, Leila. Ti ho conosciuto con questo nome e mi piace».

«Hai temperamento, Doug. Lasciamo perdere il bastardo che ho conosciuto...», allungò la mano verso di me. E mi sorrise.

Era impossibile resistere a quel sorriso.

«Una libanese indipendente... lo sai chi è stata l'ultima?».

«No. Tu lo sai?».

«Ne ha di anni... si chiamava Didone...».

Sorrise ancora, ma in maniera diversa.

«Prima o Seconda?».

Non c'era nessuno specchio. Solo i suoi occhi nocciola.

Affinché vedessi io stesso la mia espressione basita.

Per la storia si era trattato di un breve viaggio d’affari di un bancario americano negli Emirati, ripartito poi in compagnia di una bella donna libanese, conosciuta sul posto.
Niente di straordinario. Nessun legame, nemmeno lontano, con la decapitazione per cospirazione del cugino dello Sceicco regnante e dei suoi complici nella congiura.
E tanto meno nessun legame con la “Dottrina Asiatica” dell’Impero cinese.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.
Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.
Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.
Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.
La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

COVID-35

di Kenneth Sterling, Howard Phillips Lovecraft e Salvatore Conte (1935-2020)

Prima di riposare scriverò qualche appunto per preparare il rapporto. Ciò che ho trovato è tanto singolare, così in contrasto con tutte le esperienze passate, da meritare una descrizione precisa.
Sono giunto al campo di atterraggio principale di Venere il 18 marzo, tempo terrestre; VI, 9 del calendario del pianeta. Poiché ero nel gruppo più numeroso, agli ordini di Miller, ho preso il mio equipaggiamento, l’orologio regolato sulla rotazione leggermente più rapida di Venere, e sono stato sottoposto alle solite esercitazioni con la maschera.
Dopo due giorni, mi hanno dichiarato abile al servizio.
Lasciata la postazione della Compagnia dei Cristalli a Terra Nova verso l’alba del VI, 12, ho seguito il percorso verso Sud, che Anderson aveva tracciato in volo. Lavoravo in coppia con una collega. Avevo saputo, prima di partire, che era sgradita a molti, e perciò alla fine dovevano averla affibbiata a me che ero appena arrivato. Dicevano che avesse paura di trasportare i cristalli e cercasse quindi di convincere il compagno di lavoro a caricare anche i suoi. In ogni caso, procedere era faticoso, perché dopo la pioggia quelle giungle sono sempre quasi invalicabili. Deve essere l’umidità a conferire alle liane ed ai rampicanti una tale robustezza coriacea, che bisogna lavorare di machete per dieci minuti, per reciderli. Verso mezzogiorno era un poco più asciutto, e la vegetazione era diventata morbida ed elastica, così che il machete la tagliava con maggiore facilità: ma non sono riuscito egualmente a migliorare la velocità media. Le maschere ad ossigeno Carter sono pesanti: portarne una è sufficiente per sfinirsi. Una maschera Dubois, con la riserva a filtro al posto dei tubi, fornirebbe un’aria egualmente pura, e il peso sarebbe la metà. Tuttavia, nonostante lo sforzo, non avevo chiesto il cambio alla collega. So che non è prevista alcuna esenzione per le donne, ma avevo preferito così.

Si chiama Hanna Lekbal, e proviene dal Dipartimento terrestre della Fenicia. È decisamente sovrappeso, più giunonica che venusiana, per così dire; perfino la tuta di protezione, piuttosto ampia, assumeva forme rotonde. Prima di lasciare la base mi aveva mostrato una sua foto scattata sulla Terra alcuni anni prima. Era meno grassa e molto elegante, quasi affascinante. Lo aveva fatto con un pizzico di nostalgia, almeno credo; non so dire se per sé stessa o per la Terra.

Comunque il detector dei cristalli sembrava funzionare benissimo, e indicava costantemente una direzione che confermava il rapporto di Anderson. È strano come funziona quel principio di affinità... senza le imposture delle vecchie bacchette dei rabdomanti in uso sulla Terra. Deve esserci un grande giacimento di cristalli nel raggio di millecinquecento chilometri, anche se immagino che quei dannati uomini-lucertola continuino a sorvegliarlo e a difenderlo. Forse pensano che noi siamo sciocchi, a venire su Venere per cercare quella roba, così come noi li consideriamo stupidi perché si prostrano nel fango appena ne vedono un pezzo, o perché ne tengono una grande massa su un piedistallo nel loro tempio. Vorrei che adottassero una nuova religione, perché non utilizzano i cristalli e si limitano ad adorarli. Se non fosse per i motivi teologici, ci lascerebbero prendere tutto quel che vogliamo, e anche se avessero imparato ad estrarne l’energia, ce ne sarebbero pur sempre abbastanza per il loro pianeta, e anche per la Terra. Io, per esempio, sono stanco di girare alla larga dai depositi principali e di limitarmi a cercare i singoli cristalli nei letti dei fiumi che scorrono attraverso la giungla. Una volta o l’altra proporrò di spazzare via questi pezzenti scagliosi con un bell’esercito inviato da casa.
Una ventina di astronavi basterebbe a portare qui truppe sufficienti per compiere l’impresa. È impossibile chiamare «uomini» quei dannati cosi, nonostante le loro «città» e le loro torri. Non sanno far niente, solo costruire, e usare, spade e dardi avvelenati; e non credo che le loro cosiddette «città» siano qualcosa di più dei formicai e delle dighe dei castori. Dubito che possiedano un linguaggio vero e proprio... tutte quelle teorie sulla comunicazione psicologica per mezzo dei tentacoli che hanno sul petto mi sembrano sciocchezze. Ciò che confonde la gente è la loro postura eretta, ma è soltanto una casuale somiglianza con l’uomo terrestre.
Mi piacerebbe molto potermi aggirare per una giungla venusiana, una volta tanto, senza dover stare in guardia contro i loro agguati e senza dover schivare i loro maledetti dardi. Può darsi che fossero davvero bravi e buoni prima che noi cominciassimo a prendere i cristalli, ma adesso sono un brutto guaio, con quel loro vizio di lanciare dardi e di tagliare le nostre condutture dell’acqua. Mi convinco sempre più che possiedano un sesto senso speciale, come i nostri detector dei cristalli. A quanto se ne sa, non hanno mai dato fastidio ad un uomo, se non porta addosso dei cristalli: si limitano a spiarlo da lontano.
Verso l’una del pomeriggio, poco c’è mancato che un dardo mi strappasse via il casco, e per un attimo ho temuto che mi avesse perforato il tubo dell’ossigeno. Quei furbissimi diavoli non avevano fatto il minimo rumore: ma erano in tre, e mi stavano venendo addosso. Stranamente non avevano puntato su Hanna, ma si erano concentrati su di me. Comunque li ho sistemati tutti con una sventagliata della mia pistola lanciafiamme, perché, sebbene il loro colore si confondesse con quello della giungla, ho potuto scorgere il movimento tra le piante rampicanti. Uno di loro era alto due metri e mezzo, e aveva un muso che sembrava quello di un tapiro. Gli altri due erano normali di statura, intorno al metro e dieci. Hanno solo il vantaggio numerico... basterebbe un solo reggimento di lanciafiamme per sistemarli. È strano, comunque, che siano divenuti la razza dominante del pianeta: ma su Venere non ci sono esseri più alti degli akman e degli skorah (animali che strisciano), o dei tukah volanti dell’altro continente... a meno che, naturalmente, quelle buche nel Pianoro Dioneo non nascondano qualcosa.

Verso le due l’ago del mio detector si è girato verso Occidente, indicando la presenza di cristalli isolati avanti e sulla destra. Collimava con i dati forniti da Anderson, e perciò ho cambiato direzione, dopo aver mostrato il display alla collega; la Compagnia forniva un solo decoder a coppia, e l'avevo preso io, perché nonostante fossi appena tornato su Venere, avevo più esperienza della Lekbal.

Procedere era più difficile, non solo perché il terreno era in salita, ma perché gli animali e le piante carnivore erano più numerosi. Ogni tanto mi voltavo per controllare se la collega si trovasse in difficoltà. Forse non avrei dovuto, non era professionale, e poi non era certo un tipo fragilino.

Mentre avanzavo, continuavo a fare a pezzi gli ugrat e a calpestare gli skorah, e la mia tuta di pelle era chiazzata dai daroh che scoppiavano, arrivando da tutte le parti. La luce del Sole era anche peggio, a causa dei vapori, e non riusciva affatto a prosciugare il fango.

Ogni volta che muovevo un passo, il mio piede affondava di una dozzina di centimetri, e ogni volta che lo risollevavo si sentiva un risucchio. Vorrei che qualcuno inventasse una tuta protettiva per questo clima, e che non fosse di cuoio. Naturalmente, la stoffa marcirebbe; ci vorrebbe un sottile tessuto metallico che non si lacerasse... come la superficie di questo rotolo per appunti, che non imputridisce mai... ecco, andrebbe bene qualcosa del genere.

Stavolta anche Hanna doveva fare la sua parte: aveva impugnato il machete e menava fendenti come una veterana. Come buona prassi in quei casi, si era portata spalla a spalla con me, per evitare di tranciarmi i tubi dell'aria. Non era una sprovveduta.

Abbiamo mangiato verso le tre e trenta, ammettendo che inghiottire attraverso la maschera quelle squallide tavolette nutrienti si possa chiamare «mangiare». Poco dopo ho notato un netto cambiamento nel paesaggio: i fiori sgargianti dall’aria velenosa cambiavano colore e diventavano spettrali. I contorni delle cose luccicavano ritmicamente; ed erano apparsi puntini luminosi che danzavano secondo lo stesso tempo, lento e costante. Poi, anche la temperatura, mi è parso, ha cominciato a fluttuare all’unisono con un tambureggiare pulsante.
Sembrava che l’universo intero pulsasse profondamente e regolarmente, e quel ritmo riempiva ogni angolo dello spazio, e fluiva nel mio corpo e nella mia mente. Ho perduto il senso dell’equilibrio e ho cominciato a barcollare in preda alle vertigini, e le cose non sono cambiate quando ho chiuso gli occhi e mi sono coperto gli orecchi con le mani.
Comunque, avevo ancora la mente limpida, ed in pochi minuti ho capito che cos’era successo.
Avevo incontrato almeno una di quelle curiose piante del miraggio, sul cui conto tanti dei nostri uomini raccontano storie strane. Anderson mi aveva avvertito e mi aveva descritto il loro aspetto dettagliatamente: lo stelo peloso, le foglie spinose ed i fiori chiazzati le cui esalazioni gassose, apportatrici di sogni, penetrano oltre ogni tipo di maschera esistente.
Ricordando quello che era accaduto a Bailey tre anni fa, per un momento sono stato colto dal panico, e ho cominciato a correre barcollando nel mondo folle e caotico che le esalazioni della pianta avevano intessuto attorno a me. Poi ho recuperato il buon senso, e ho capito che era sufficiente mi allontanassi dai fiori pericolosi, dirigendomi dalla parte opposta della sorgente delle pulsazioni, aprendomi un sentiero alla cieca e ignorando ciò che sembrava vorticare attorno a me, fino a quando fossi uscito sano e salvo dal raggio entro il quale si facevano sentire gli effetti della pianta.
Benché tutto roteasse minacciosamente, ho cercato di avviarmi nella direzione giusta e di aprirmi la strada per procedere. Ma il mio percorso doveva essere tutt’altro che diritto, perché mi è parso che trascorressero ore prima di sentirmi libero dall’influenza della pianta del miraggio. A poco a poco le luci danzanti hanno cominciato a sparire, e lo scenario lucente e spettrale ha assunto un aspetto solido.

Quando mi sono sentito al sicuro ho guardato l’orologio e sono rimasto sbalordito nel vedere che erano solo le quattro e venti. Sebbene mi sembrasse che fosse trascorsa un’eternità, quell’intera esperienza non aveva consumato più di mezz’ora.

Improvvisamente mi sono ricordato di Hanna. Mi sono guardato intorno e non l'ho vista.

Assalito da un senso di colpa, mi sono chiesto come avessi potuto abbandonarla così.

Era pur sempre una collega, una donna, e con me si era comportata bene, fino a quel momento.

Dovevo farmi forza e tornare sui miei passi.

Se si era fatta imbambolare dalla pianta, sarebbe stata in pericolo: le piante carnivore l'avrebbero catturata e divorata. E di certo, grassa com'era, ne avrebbero goduto.

Se mantenevo la calma, avrei ritrovato i miei passi con facilità, seguendo il sentiero da me stesso tracciato; quindi, da un certo punto in poi, avrei dovuto trovarne un altro: quello aperto da Hanna, più o meno volontariamente.

Concentrandomi solo su di lei, ho cominciato a correre, sperando che non fosse ormai troppo tardi per farlo.

La mia corsa, però, è durata poco...

Accidenti, quasi ci siamo fracassati le maschere!

«Ma sei impazzito?», parlava attraverso il microfono, naturalmente.

«Hanna! Stai bene?!», non ho trattenuto il sollievo, quando l'ho rivista.

«Bene? Mi hai piantata in asso su due piedi, e hai cominciato a correre come un pazzo.

Io non ci riesco con tutta questa roba addosso.

Io sto bene, ma tu?».

Lei sembrava non essersi accorta di niente, come immune agli effetti della pianta.

«Okay, scusami... ho perso il controllo. Tu, sicura di stare bene?

Hai mai sentito parlare della pianta del miraggio?».

«No, non mi sembra...».

Però aveva una strana luce negli occhi. Non credo fosse del tutto sincera.

«Non fa niente. Devi sapere comunque che è una pianta molto pericolosa. È in grado di produrre vertigini e allucinazioni; anche se tu, fortunatamente, non ne sei stata colpita».

«Ti importa qualcosa di me?».

«Certo che m'importa, che discorsi sono?».

«Se abbiamo le maschere, come fa questa pianta a influenzarci?».

«Infatti è un mistero. Forse emana delle particolari radiazioni non rilevabili dai nostri scanner. Radiazioni che sarebbero in grado di alterare il nostro sistema nervoso, spingendoci a correre all'impazzata, fino a lasciarci senza respiro, oppure lasciandoci in balia delle piante carnivore».

«E io perché ne sarei immune?».

«Non lo so. Anche ai tempi del Covid-19, secoli fa, molti soggetti risultavano immuni a quel tipo di radiazione, specialmente le donne. Fu scambiata per un virus all'inizio.

Anche qui azzardo un'ipotesi: forse se il sistema nervoso è già assorbito da altro, è in grado di non farsi condizionare da questo impulso.

Scusa se te lo chiedo, Hanna. Tu hai qualche pensiero fisso in testa?».

«Intanto ho paura di morire in questo schifo di posto. Ma ho bisogno di crediti e non posso smettere.

E poi... insomma... sono affari miei, credo».

«Certo, scusami».

«No, a te posso dirlo. Ma agli altri non piaccio.

Quello stronzo mi ha mollato. E ho tanta rabbia in corpo da far fuori un lucertolone a mani nude».

«Allora non tutti i mali vengono per nuocere...

Ma chi può essere tanto pazzo da mollare... ehm, scusa».

«Continua».

«Insomma... da mollare una donna come te...».

Mi ha squadrato come se mi vedesse per la prima volta da quel momento.

«Senti, forse è meglio riprendere, che dici?».

«Hai ragione».

Ho ripreso la marcia, nella direzione indicata dal detector, ed ho impiegato tutte le mie energie per migliorare la velocità media. La giungla era ancora fitta, anche se gli animali erano meno numerosi. Una volta, un fiore carnivoro ha inghiottito il mio piede destro e lo ha tenuto così stretto che ho dovuto liberarlo a coltellate, facendo il fiore a pezzi, prima che si decidesse a mollare la presa.

«Accidenti, capitano tutte a te...!», il sorriso divertito di Hanna mi aveva raggiunto attraverso il casco.

Da quel momento ho cominciato a dubitare di lei, perché mi è sembrato assurdo che qualcuno l'avesse mollata. Con ogni probabilità è stata lei a chiudere la sua precedente relazione. Forse era qualcos'altro a tenere impegnata la sua mente.

Dopo meno di un’ora dall'incidente con la pianta del miraggio, ho visto che la vegetazione si andava diradando e alle cinque, dopo aver attraversato una fascia di felci arboree quasi priva di sottobosco, siamo usciti in un ampio pianoro muscoso.

Ho cominciato a procedere rapidamente, e dalle oscillazioni dell’ago del mio detector ho capito di essere ormai relativamente vicino ai cristalli che cercavamo. Era strano, perché quasi tutti si trovano nei fiumi della giungla, non è facile reperirne tra queste colline erbose.
Il terreno continuava a salire, e finiva in una cresta. Siamo arrivati in cima verso le cinque e trenta, e ho visto davanti a me una pianura molto vasta: in distanza si scorgevano delle foreste. Senza il minimo dubbio, quello era il pianoro che cinquanta anni fa Matsugawa aveva scoperto dall’alto: nelle nostre carte viene chiamato "Eryx", oppure "Altopiano Ericino".

Ma quello che mi ha fatto balzare il cuore nel petto è stato un particolare minore, che non poteva essere molto lontano dal centro esatto della piana.
Era un unico punto luminoso, che sfolgorava nella nebbia e sembrava trarre una luminescenza penetrante e concentrata dai raggi del Sole giallognoli e soffocati dai vapori. Quello, senza dubbio, era il cristallo che cercavo... probabilmente non era più grande di un uovo di gallina, eppure conteneva l’energia sufficiente per riscaldare una città per un anno intero. Mentre guardavo quel bagliore lontano, non mi stupivo più che i miserabili uomini-lucertola venerassero i cristalli. Eppure non hanno la più vaga idea dell’energia che contengono.
Mi sono messo a correre, cercando di raggiungere al più presto possibile quella scoperta insperata; tuttavia ho smesso subito, perché la Lekbal non riusciva a starmi appresso.

Ho provato un senso d’irritazione quando il muschio saldo ha lasciato il posto ad una fanghiglia fine, costellata qua e là da chiazze di erbacce e di rampicanti. Ma ho continuato a camminare, guazzando nel fango senza farci caso, quasi senza pensare a guardarmi intorno, in cerca dei furtivi uomini-lucertola.

Era molto improbabile che ci tendessero un agguato in quello spazio aperto.

Mentre avanzavo, la luce davanti a me sembrava diventare più grande e più fulgida. Allora ho cominciato a notare qualche stranezza. Evidentemente era un cristallo della qualità migliore, e la mia euforia cresceva ad ogni passo.
A partire da questo punto devo cercare di essere molto preciso nel mio rapporto, perché ciò che ho da raccontare riguarda fatti senza precedenti, anche se facilmente riscontrabili.

Stavo camminando veloce, spinto da un’impazienza crescente, ed ero arrivato a un centinaio di metri dal mio cristallo, situato su di un leggero rialzo nel fango onnipresente, il che era un po’ strano... quando all’improvviso una forza soverchiante mi ha colpito il petto e le nocche dei pugni stretti, e mi ha scagliato riverso nel fango. Lo scroscio della caduta è stato terrificante, e il terreno morbido e la presenza di erbacce non sono bastati a evitarmi un tremendo colpo alla testa.

Per un momento sono rimasto disteso, troppo sbalordito per riflettere.

Poi, quasi meccanicamente, mi sono rialzato, e di nuovo quasi prendevo un'altra botta, scontrandomi con Hanna, che si trovava accanto a me.

Era illesa. La sua tuta era relativamente pulita.

Quindi ho cominciato a ripulire la mia dal fango e dalla schiuma.
Non avevo la minima idea di quel che era accaduto. Non avevo visto nulla che avesse potuto causare quell’urto, e anche adesso non vedevo niente.

Possibile che fossi semplicemente scivolato sul fango? Il dolore alle nocche delle dita ed al petto mi impediva di crederlo.

Oppure quell’incidente era un’illusione, creata da qualche pianta del miraggio nascosta lì intorno?

Non mi pareva probabile, perché non avevo nessuno dei sintomi abituali, e lì vicino non c’erano posti in cui una pianta così tipica e sgargiante potesse nascondersi. Se fossi stato sulla Terra, avrei pensato ad una barriera d’energia: ma in quella regione, priva di esseri umani, un’idea del genere era assurda.
Quando finalmente mi sono ripreso, ho deciso di indagare con molta prudenza.

«Vado avanti io, tu rimani qui».

«È da Terra Nova che vai avanti tu», Hanna mi prendeva pure in giro.

Visti i risultati, forse avrei dovuto mandare avanti lei, ma sarebbe stato troppo pericoloso.

Tendendo il più possibile il coltello davanti a me in modo che fosse il primo a sentire la strana forza, mi sono avviato di nuovo verso il cristallo luminoso, preparandomi ad avanzare passo per passo con grande lentezza. Al terzo passo sono stato arrestato dall’urto della punta del coltello contro una superficie apparentemente solida, che esisteva dove i miei occhi non vedevano niente.
Sono arretrato per un attimo, ma poi ho ripreso coraggio. Ho teso la mano sinistra inguantata, e ho accertato la presenza di una sostanza solida invisibile, o di un’illusione tattile di materia solida davanti a me. Muovendo la mano, ho scoperto che la barriera era ampia, liscia quasi come il vetro, e non c’era traccia di giunture. Facendomi coraggio, ho tentato un altro esperimento. Mi sono sfilato un guanto e ho toccato la cosa con una mano nuda. Era davvero dura e vitrea, di un freddo che contrastava curiosamente con l’aria circostante. Ho aguzzato lo sguardo nel tentativo di scorgere qualche traccia dell’ostacolo, ma non sono riuscito a vedere nulla di nulla. La sostanza non aveva neppure poteri di rifrazione, a giudicare dall’aspetto indeformato del paesaggio che si stendeva più oltre. L’assenza dei poteri di riflessione era dimostrata dalla mancanza dell’immagine del sole su un punto qualunque della barriera.

Una curiosità bruciante ha cominciato a sostituirsi ad ogni altro sentimento, e ho ampliato il più possibile le mie indagini. Tastando con le mani, ho scoperto che la barriera si estendeva dal suolo fino ad un punto più alto di quello che potevo raggiungere, e che si allargava indefinitamente su entrambi i lati. Quindi era un muro... anche se non riuscivo a indovinare di cosa fosse fatto e quale funzione avesse.

Ho pensato di nuovo alla pianta del miraggio e alle visioni che induceva, ma mi è bastato ragionare un attimo per togliermi l’idea dalla testa.
Colpendo con forza la barriera con l’impugnatura del coltello e sferrando calci con i pesanti stivali, ho cercato di interpretare i suoni che ottenevo. Facevano pensare al cemento, anche se al tocco la sostanza mi era sembrata più simile al vetro o al metallo.
Senza alcun dubbio, mi trovavo di fronte alla cosa più strana in cui mi fosse mai capitato di imbattermi.

A parte Hanna, ovviamente.

Ci scambiavamo spesso dei cenni. C'era intesa. E fiducia.
Dopo questo, la prima mossa logica consisteva nel farmi un’idea delle dimensioni del muro.

Il problema dell’altezza sarebbe stato difficile da risolvere, se non impossibile: ma forse potevo accertarne in fretta la lunghezza e l’estensione. Protendendo le braccia e toccando sempre la barriera, ho cominciato a spingermi gradualmente verso sinistra, cercando di ricordare bene da che parte andavo. Dopo un certo numero di passi ho concluso che il muro non era diritto; stavo seguendo l'arco di un cerchio o di un’ellisse.

Hanna mi seguiva da vicino: i lucertoloni avrebbero potuto attaccare in qualunque momento; perciò non dovevamo mai separarci. In gamba com'era, guardava dalla parte opposta alla mia.

Poi la mia attenzione è stata attirata da qualcosa di completamente diverso... qualcosa che aveva a che fare con il cristallo ancora lontano, l’oggetto della nostra ricerca.
Ho detto che già da una distanza maggiore la posizione dell’oggetto luminoso mi era sembrata indefinibilmente strana... era posato su un leggero rialzo in mezzo al fango.
Adesso, ad una distanza di un centinaio di metri, nonostante la nebbia, vedevo bene che cos’era quel rialzo. Era il corpo di un uomo che portava la tuta di cuoio della Compagnia dei Cristalli: giaceva riverso sul dorso, con la maschera a ossigeno semisepolta nel fango a una spanna di distanza.

Nella mano destra, premuta convulsamente sul petto, stava il cristallo che mi aveva condotto fin lì: uno sferoide di dimensioni incredibili, così grosso che le dita del morto non riuscivano a racchiuderlo. Anche a quella distanza vedevo che l’uomo non era morto da molto tempo. Si scorgevano poche tracce di putrefazione: e ho pensato che in quel clima il particolare significava che la morte poteva risalire al massimo al giorno precedente.

Le odiose mosche farnoth avrebbero cominciato ben presto ad affollarsi sul cadavere.

Mi sono chiesto chi potesse essere quell’uomo.

Sicuramente non si trattava di qualcuno che avevo visto in quel viaggio. Doveva essere uno dei veterani, partito da tempo in missione ed arrivato in quella zona indipendentemente dalla ricognizione di Anderson. Adesso giaceva là, dimentico di tutti i suoi guai, ed i raggi del grande cristallo filtravano tra le sue dita irrigidite.
Per cinque minuti almeno sono rimasto immobile a fissarlo, sbalordito e pieno d’apprensione.

Vedendomi assorto, Hanna si è avvicinata e deve averlo visto anche lei.

Mi stava prendendo una strana paura, e avevo provato l’impulso irragionevole di fuggire.

Ma con lei accanto ho ritrovato una certa lucidità, non fosse altro per non mostrarmi debole.

D'altra parte non potevano essere stati i viscidi uomini-lucertola a ucciderlo, perché stringeva ancora il cristallo che aveva trovato. C’era qualche nesso con il muro invisibile? Dove aveva trovato il cristallo? Lo strumento di Anderson ne aveva indicato uno nella zona molto prima che quell’uomo fosse morto. Allora ho cominciato a considerare la barriera invisibile come qualcosa di sinistro, e mi sono scostato con un brivido, tirando indietro anche la Lekbal.

Eppure sapevo che dovevo sondare il mistero con maggiore rapidità e con maggiore scrupolo, proprio a causa di quella tragedia.

Forse Hanna lo conosceva.

«Siamo troppo lontani, Frank. Non so se lo conosco».

La collega mi ha risposto intuendo la mia curiosità.
All’improvviso, ritornando al problema che mi stava di fronte, ho pensato ad un possibile mezzo per controllare l’altezza del muro, o almeno per scoprire se si estendeva indefinitamente verso l’alto oppure no. Ho afferrato una manciata di fango, ho lasciato che si asciugasse fino ad acquisire una certa consistenza, e poi l’ho scagliato in alto, verso la barriera trasparente. Ad un’altezza di circa quattro metri ha urtato la superficie invisibile con uno scroscio risonante, e subito si è disintegrato colando verso il basso, in rivoli che si dissolvevano con sorprendente rapidità. Era chiaro che il muro era molto alto.

Una seconda manciata di fango, scagliata con un’angolazione anche più stretta, ha colpito la superficie ad un’altezza di cinque metri e mezzo dal suolo, ed è scomparsa rapidamente come la prima.
Allora ho chiamato a raccolta tutte le mie forze e mi sono preparato a lanciare una terza manciata il più in alto possibile. Ho fatto scolare il fango, poi l’ho premuto per asciugarlo, e l’ho lanciato quasi verticalmente, tanto che ho temuto che non raggiungesse neppure l’ostacolo. Invece lo ha raggiunto, e questa volta ha superato la barriera ed è ricaduto nella fanghiglia con uno spruzzo violento. Finalmente avevo un’idea approssimativa dell’altezza del muro, perché era chiaro che la palla di fango l’aveva superato intorno ai sei metri.
Era evidentemente impossibile scalare un muro verticale piatto e liscio alto sei metri.

Quindi, dovevo continuare a girare intorno alla barriera nella speranza di trovare una porta, o una specie di interruzione. L’ostacolo formava un cerchio completo, o qualche altra figura geometrica chiusa, oppure era soltanto un arco o un semicerchio?

Questo è il labirinto costruito da Dedalo cretese dal quale nessuno che vi entrò poté uscire, eccetto Teseo aiutato dal filo d'Arianna

Ho ripreso ad avanzare lentamente verso sinistra, passando le mani in su e in giù sopra la superficie invisibile, per cercare qualche finestra o qualche altra minuscola apertura.

Prima di cominciare, ho cercato di segnare la mia posizione di partenza scavando con i piedi un buco nel fango, mi sono però accorto che era troppo liquido per serbare un’impronta.
Comunque, ho valutato approssimativamente la posizione, notando un’alta cicadea, nella foresta lontana, che sembrava in linea retta rispetto al cristallo.

Se non c’erano né porte né varchi, avrei potuto capire quando avevo compiuto il periplo del muro.

Non avevo percorso molta strada quando mi sono convinto che la curvatura indicava un recinto circolare dal diametro di un centinaio di metri, purché il disegno fosse regolare. Il che significava che il morto giaceva presso la parete, in un punto quasi di fronte al tratto dal quale avevo cominciato l’esplorazione. Era appena all’interno o appena all’esterno del recinto? Avrei potuto accertarlo ben presto.
Mentre giravo lentamente attorno alla barriera, senza trovare aperture di sorta, né porte né finestre, ho deciso che il cadavere si trovava all’interno.

Visti più da vicino, i lineamenti del morto apparivano vagamente inquietanti. Trovavo qualcosa di allarmante nella sua espressione, nello sguardo fisso di quegli occhi vitrei.

Quando gli sono arrivato molto vicino, mi è parso che fosse Dwight, un veterano che non avevo mai conosciuto personalmente, ma che qualcuno mi aveva indicato un anno prima. Il cristallo che stringeva era certamente magnifico... l’esemplare più grande che avessi mai visto.

Quindi mi sono voltato in direzione di Hanna.

«È un certo Dwight. Il nome non me lo ricordo. Non gli sono mai piaciuta».

Il tono della Lekbal era freddo e inquietante non meno del morto.

Comunque era lui. Veterano, ma non abbastanza. Il cinismo della mia collega doveva avermi contagiato.

Mi ero avvicinato il più possibile al cadavere, tanto che avrei potuto toccarlo, se non ci fosse stata di mezzo la barriera, quando con la mano sinistra ho incontrato uno spigolo nella superficie invisibile. In un attimo ho scoperto che c’era un’apertura, larga circa un metro, che si estendeva dal suolo fino ad un’altezza superiore a quella che potevo raggiungere.

Non c’erano porte, né tracce di cardini.

«C'è un'apertura, Hanna.

Te la senti di entrare?».

«Vai avanti tu, però...», e mi ha fulminato con il suo sorriso.

«Rimani vicina».

Quindi, senza altre esitazioni, sono passato e ho mosso due passi verso il corpo prostrato, disposto ad angolo retto rispetto al passaggio da cui ero entrato, in quello che sembrava essere un corridoio privo di porta.

Ho provato un nuovo senso di curiosità nello scoprire che l’interno dell’ampio recinto era diviso da pareti.
Mi sono chinato per esaminare il cadavere, ed ho scoperto che non recava tracce di ferite. La cosa non mi ha sorpreso molto, poiché il fatto che il cristallo fosse ancora lì escludeva l’intervento degli indigeni. Mentre mi guardavo intorno in cerca di qualche possibile causa della morte, i miei occhi si sono posati sulla maschera dell’ossigeno che stava vicino ai piedi del morto. Lì c’era qualcosa di veramente significativo. Senza quella difesa, nessun essere umano poteva respirare l’atmosfera di Venere per più di
trenta secondi; e Dwight evidentemente aveva perduto la sua. Era probabile che l’avesse allacciata senza troppa cura, e il peso dei tubi aveva allentato le cinghie... qualcosa che non capiterebbe mai con una maschera Dubois a filtro. Il mezzo minuto non era bastato all’uomo per chinarsi e per recuperare la sua protezione, o forse il contenuto di cianogeno nell’atmosfera era in quel momento anormalmente elevato.
Probabilmente, l’uomo era troppo occupato ad ammirare il cristallo... dovunque lo avesse trovato. Sembrava che se lo fosse appena tolto dalla tasca della giacca, che aveva la falda sbottonata.
Poi ho cominciato a districare l’enorme cristallo dalle dita del suo defunto scopritore: era un compito reso molto difficile dalla rigidità del cadavere. Lo sferoide era più grosso di un pugno e brillava come se fosse vivo, nei raggi rossastri del sole che si avviava verso il tramonto.

Quando ne ho toccato la superficie lucente, sono stato scosso da un brivido involontario, come se prendendo quell’oggetto prezioso avessi trasferito su di me stesso il destino che aveva colpito il precedente possessore.

In quel momento ho guardato Hanna, che ha risposto perplessa, captando la mia inquietudine.

Comunque, le mie angosce si sono placate presto, ed ho chiuso con cura il cristallo nella tasca della mia tuta di cuoio. La superstizione non è mai stata tra i miei pregi.
Ho coperto il viso dell’uomo con il suo casco, mi sono rialzato e - precedendo Hanna - sono ritornato indietro, attraverso il varco invisibile, verso il corridoio d’ingresso del grande recinto.
La curiosità si è riaccesa in me e mi sono stillato il cervello, formulando ipotesi circa il materiale che lo formava, la sua origine e la sua funzione. Non potevo credere, neppure per un istante, che fosse stato eretto da mani umane. Le nostre prime astronavi sono arrivate su Venere solo settantacinque anni fa, e gli unici terrestri sul pianeta sono sempre stati quelli insediati a Terra Nova. Del resto, tra le realizzazioni umane non figura un solido perfettamente trasparente come la sostanza di quella costruzione. Si possono escludere tranquillamente eventuali invasioni terrestri preistoriche su Venere, e quindi dovevo pensare che il muro fosse stato costruito dagli indigeni. C’era stata una razza dimenticata di esseri estremamente evoluti che aveva preceduto gli uomini-lucertola nel dominio di Venere?

Nonostante le loro complesse città, mi sembrava difficile attribuire agli pseudo-rettili una creazione del genere. Doveva esserci stata un’altra razza, molti eoni prima, e forse quel muro era la sua ultima reliquia. O forse, le spedizioni future troveranno rovine di eguale origine? La funzione di quella struttura sfugge ad ogni ipotesi... ma il suo materiale stranissimo ed in apparenza poco pratico incute un senso di religioso timore.

«Tu che ne pensi, Hanna?».

«Non lo so. Ma è strano che sia morto proprio qui».

Era una giusta osservazione...

Ma la curiosità è stata troppo forte.
Quando mi sono reso conto di non essere in grado di risolvere quei problemi, ho deciso che potevo soltanto esplorare la struttura invisibile. Le camere ed i corridoi si estendevano certamente sulla piana di fango: ed ero convinto che una migliore conoscenza della planimetria potesse condurre a qualcosa di significativo.

«Io vorrei tornare dentro, collega».

«Collega? Mi hai sempre chiamato Hanna, finora».

Era vero. Forse non volevo coinvolgerla. Non so. La collega mi condizionava.

«Scusami, Hanna. Vorrei tornare dentro e può essere pericoloso. Tu aspettami qui, va bene?».

«È pericoloso anche fuori. Vuoi mollarmi anche tu?», il tono si era inasprito.

Allora era vero.

«Ho pensato fosse più pericoloso seguirmi».

«Probabilmente lo è. Ma almeno non morirò sola», in quel momento non riconoscevo più la collega dal sorriso sfolgorante.

«Hanna... ci proteggeremo a vicenda...».

Ha cominciato a fissarmi con i suoi occhi profondi che sembravano incrinare lo schermo del casco.

Quindi ha allungato una mano.

L'ho presa.

Il cristallo nella tasca, Hanna.

Ma non potevo fermarmi. Forse era presto per fermarmi.

Perciò sono ritornato a tentoni all’ingresso, mi sono spinto oltre il cadavere, ed ho cominciato ad avanzare lungo il corridoio, verso la parte più interna, dalla quale era probabilmente venuto l’uomo. Più tardi avrei esaminato il passaggio che avevamo appena lasciato.

Mi tenevo Hanna molto vicino, in modo che non corressimo il rischio di perderci.

Brancolando come un cieco nonostante la luce nebbiosa del sole, sono avanzato, lentamente. Poco dopo il corridoio si piegava bruscamente, e cominciava a procedere a spirale verso il centro, in curve sempre più strette.

Ogni tanto, al tatto, scoprivo un passaggio trasversale privo di porta; e molte volte ho incontrato crocicchi dai quali si irradiavano due, tre, o quattro strade divergenti. In questi casi, sceglievo sempre il percorso interno, che pareva formare la continuazione di quello che stavamo percorrendo. Avrei avuto tempo di esaminare le diramazioni, quando fossimo tornati indietro.

Mi è molto difficile descrivere questa strana esperienza... percorrere le vie invisibili di una struttura invisibile eretta da mani dimenticate su di un pianeta alieno!
Finalmente, sempre brancolando e incespicando, ho sentito che il corridoio terminava in uno spiazzo.

Ho potuto stabilire che ci trovavamo in una camera circolare dal diametro di circa tre metri; e calcolando la posizione del morto rispetto a certi punti di riferimento nella foresta lontana, ho dedotto che la camera si trovava al centro dell’edificio, o molto vicino ad esso.

Dalla stanza partivano cinque corridoi, oltre a quello da cui eravamo entrati io e Hanna, ma ho tenuto in mente quest’ultimo, riferendomi al cadavere e ad un certo albero che sorgeva vicino all’orizzonte.
Nella camera non c’era nulla di particolare: il fondo era del solito fango onnipresente.
Mi sono chiesto se qualche parte dell’edificio avesse un tetto, ed ho ripetuto il mio esperimento lanciando verso l’alto una palla di fango. Ho scoperto subito che non esisteva nessuna copertura. Se mai era esistita, era crollata ormai da molto tempo, perché non ho mai inciampato in tracce di macerie o di mattoni dispersi. E neppure Hanna.

Riflettendo meglio, mi è sembrato strano che quella struttura apparentemente primordiale non fosse ingombra di macerie crollate, non presentasse squarci nelle pareti né altri segni consueti lasciati dalle ingiurie del tempo.
Che cos’era? Che cos’era stata? Di cos’era fatta? Perché non vi erano tracce di blocchi separati nelle pareti vitree, sorprendentemente omogenee? Perché non c’erano tracce di porte, né all’interno né all’esterno?

Sapevamo soltanto che era un edificio rotondo, privo di tetto e di porte, fatto di un materiale duro, liscio, perfettamente trasparente, che non creava effetti di rifrazione né di riflessione; aveva un diametro di cento metri, molti corridoi, ed una piccola stanza circolare al centro. Più di questo non avremmo potuto scoprire, con un’indagine diretta.
Poi ho osservato che il sole stava calando basso, ad Occidente: era un disco d’oro-ruggine che galleggiava in un alone scarlatto ed arancione sopra gli alberi all’orizzonte, velati dalla foschia.

Era chiaro che dovevamo affrettarci, se volevamo trovare un posto per dormire su terreno asciutto, prima che venisse buio.

In precedenza avevo pensato che ci saremmo potuti accampare sull’orlo solido e muscoso del pianoro, vicino alla cresta dalla quale avevo avvistato per la prima volta il cristallo luminoso; con la speranza, naturalmente, che la fortuna ci salvasse da un’aggressione degli uomini-lucertola.

Sono sempre stato convinto che dovremmo andare in giro in gruppi di almeno tre persone, in modo che qualcuno possa montare di guardia mentre gli altri dormono: ma gli attacchi notturni sono così rari che la Compagnia non se ne preoccupa. Sembra che quei bruti scagliosi non ci vedano bene, di notte, neppure con le loro stranissime torce a luminescenza.
Ho ritrovato il passaggio dal quale eravamo arrivati, e mi sono avviato verso l’uscita della struttura, controllando continuamente la posizione di Hanna, perché stava arrivando il crepuscolo e non dovevamo perdere contatto per nessun motivo.

Avrei continuato un altro giorno quell’esplorazione.

Procedendo a tentoni lungo il corridoio a spirale, ed avendo come sole guide la memoria, un senso d’orientamento generico e alcune indefinite chiazze di erbacce sulla pianura, ben presto mi sono ritrovato vicinissimo al cadavere.

Adesso c’erano due o tre mosche farnoth che volavano attorno al volto coperto dal casco, ed ho capito che stava cominciando il processo della putrefazione. Con un gesto futile ed istintivo ho alzato la mano per scacciare quell’avanguardia dei becchini... quando mi sono accorto di una cosa strana e sorprendente. Una parete invisibile ha bloccato il mio braccio, e mi ha fatto capire che, nonostante la cura con la quale ero ritornato sui miei passi, non eravamo arrivati esattamente nel corridoio in cui stava il morto.

Ci trovavamo invece in un corridoio parallelo, poiché senza dubbio avevo svoltato ad una biforcazione sbagliata fra i passaggi intricati alle mie spalle.
Nella speranza di scoprire un varco che conducesse all’uscita, ho continuato ad avanzare, ma ho finito per trovarmi davanti ad un muro cieco. Quindi, dovevamo ritornare alla camera centrale e ricominciare daccapo il percorso.

Hanna mi stava guardando preoccupata.

«Se con me avessi avuto Arianna, tutto questo non sarebbe accaduto...», in quel momento ho cercato di sdrammatizzare.

Non sapevo dove avessi commesso l’errore, esattamente.

Ho guardato per terra, nella speranza che fossero rimaste miracolosamente le nostre impronte, ma subito ho capito che il fango semiliquido conservava le orme solo per pochissimi istanti. Non ho avuto difficoltà a ritornare alla camera centrale, e quando sono giunto lì ho riflettuto meticolosamente sul percorso che portava all’esterno. Prima mi ero tenuto troppo sulla destra. Questa volta, avrei svoltato a sinistra, a qualche biforcazione... decidendo sul momento.
Mentre riprendevo ad avanzare a tentoni, mi sentivo sicuro di aver avuto ragione; perciò ho svoltato a sinistra, al bivio che ricordavo. Ho continuato a procedere a spirale, badando a non deviare nei corridoi che incrociavamo. Ma ben presto, con grande irritazione, mi sono accorto che stavamo passando a considerevole distanza dal morto; era evidente che quel corridoio raggiungeva la barriera esterna in un punto ben diverso.
Nella speranza che potesse esistere un’altra apertura nella metà del perimetro ancora inesplorato, sono andato avanti per parecchi passi, ma ho nuovamente incontrato una barriera solida. Era chiaro che il piano dell’edificio era molto più complicato di quanto avessi immaginato.
Mi sono chiesto se fosse il caso di ritornare ancora al centro o di provare con qualcuno dei corridoi laterali che si estendevano nella direzione del cadavere.

Ho guardato Hanna, nella speranza che le venisse un'intuizione a questo riguardo.

Ma lei ha scosso lievemente il casco: nessuna intuizione. Come Arianna era un disastro.

Però non c'era un minotauro da combattere. Non visibile, almeno.

Se sceglievo quella seconda alternativa, di provare ad avvicinarmi al corpo del povero Dwight, avrei corso il rischio di dimenticare la mia ubicazione; quindi avrei fatto meglio a non tentarlo, a meno di trovare un sistema di lasciare dietro di me una traccia visibile.

Certo, potevo lasciare Hanna sul posto, ma avrei corso il rischio di perdere contatto con lei.

Non era il caso di peggiorare la situazione o metterla in ulteriore pericolo.

Sarebbe stato un grosso problema, non riuscire nemmeno a tornare al centro della struttura, e mi sono tormentato la mente per cercare una soluzione.

A quanto pareva non avevamo addosso nulla che potesse lasciare un segno su una cosa qualsiasi, né oggetti che potessimo disseminare, o fare a pezzettini e sparpagliare.
La mia penna non faceva alcun effetto sul muro invisibile, e non potevamo certo seminare le nostre preziose tavolette nutrienti. Se anche fossimo stati disposti a sacrificarle, non ne avremmo avute abbastanza... e per giunta sarebbero subito sprofondate nel fango semiliquido.

Mi sono frugato nelle tasche, in cerca di un taccuino antiquato, del tipo che viene spesso usato ufficiosamente su Venere, sebbene la carta imputridisca rapidamente nell’atmosfera del pianeta; avrei potuto strapparne le pagine, farle a pezzetti e seminarle...

Ma non l’ho trovato. Era ovviamente impossibile lacerare il metallo duro e sottile di questo rotolo immarcescibile, e in quanto ai miei indumenti non offrivano la minima possibilità. Nella peculiare atmosfera di Venere non potevo rinunciare a cuor leggero alla mia robusta tuta di cuoio, e dato il clima nessuno usava portare biancheria; né ovviamente potevo pretendere che lo facesse Hanna.

Ho cercato di impiastricciare il fango sulle lisce pareti invisibili dopo averlo schiacciato il più possibile per farne scolare l’acqua: mi sono però accorto che scivolava e spariva rapidamente, come le manciate che avevo scagliato in aria per misurare l’altezza della barriera.

Alla fine ho tirato fuori il coltello ed ho tentato di incidere una linea sulla fantomatica superficie vitrea... qualcosa che avrei potuto riconoscere al tocco, anche se non avrei potuto vederla da lontano.

Ma è stato tutto inutile, perché la lama non ha neppure scalfito quell’inquietante materiale sconosciuto.
Risultati vani tutti i tentativi di lasciare una traccia, ho di nuovo cercato la camera centrale, facendo ricorso alla memoria. Sembrava che ritornare a quella stanza fosse più facile che allontanarsene seguendo un percorso predeterminato, e non ho faticato a ritrovarla. Questa volta ho elencato sul rotolo tutte le svolte ed ho tracciato un rozzo diagramma ipotetico del nostro cammino, segnando tutti i corridoi divergenti.
Naturalmente, era un lavoro lentissimo ed esasperante, poiché dovevo determinare ogni cosa con il tatto, e le possibilità di errore erano infinite: ma ero convinto che, a lungo andare, ne sarebbe valsa la pena.

«Posso aiutarti, Frank?».

«Lo stai già facendo».

«E come?».

«Con la tua presenza».

«Ingombro, vorrai dire...».»

«Hanna, non abbiamo tempo per scherzare. Non c'è niente in te che non vada bene.

«Il labirinto ti ha reso galante?».

«Il labirinto...? Che labirinto?».

«Come che labirinto?».

Le donne...

Hanna aveva ragione. Avevo sì pensato scherzosamente alla mitica figura di Arianna, ma non credevo potesse davvero trattarsi di un labirinto.

Il lungo crepuscolo di Venere si era ormai addensato quando siamo arrivati alla camera centrale; tuttavia speravo ancora di raggiungere l’uscita prima che scendesse l’oscurità.

Ho confrontato il diagramma con i ricordi precedenti, e mi sono convinto di aver individuato l’errore; perciò mi sono avviato di nuovo, fiducioso, lungo il corridoio invisibile.

Ho svoltato a sinistra più avanti rispetto ai tentativi precedenti, ed ho cercato di prender nota delle varie giravolte sul rotolo degli appunti, caso mai mi fossi sbagliato ancora.

Mentre scendeva l’oscurità, potevo scorgere la forma scura del cadavere, che adesso era circondato da un nugolo ripugnante di mosche farnoth. Ben presto, senza dubbio, i sificligh che vivono nel fango sarebbero sgusciati fuori per completare quell’opera orribile.

Mi sono avvicinato al corpo con una certa ripugnanza, preparandomi a scavalcarlo, quando ho urtato contro una parete, ed ho compreso che ci eravamo smarriti di nuovo.
Allora mi sono reso conto di aver perso completamente il filo.

Le complicazioni di questo edificio erano troppe perché fosse possibile risolverle con disinvoltura, e probabilmente avrei dovuto effettuare un controllo scrupoloso, prima di poterne uscire.

Comunque, ci tenevo ad arrivare in un posto asciutto prima che scendesse l’oscurità completa; perciò sono tornato ancora una volta al centro ed ho cominciato una serie abbastanza fatua di tentativi e di errori, prendendo appunti alla luce della mia lampada tascabile, impugnata da Hanna.

Ho presto notato con vivo interesse che non causava riflessi, neppure lo scintillio più fioco, sulle pareti trasparenti che ci circondavano. Comunque v’ero preparato, dato che non avevo mai visto formarsi, in quello strano materiale, un’immagine lucente del sole stesso.
Stavo ancora brancolando quando l’oscurità è diventata totale.

«Hanna... rimani vicino...».

«Sono qui, Frank», il suo tono era calmo, contrariamente al mio.

Una nebbia pesante ha velato gran parte delle stelle e dei pianeti, ma si vedeva chiaramente la Terra: era un puntolino brillante, verdazzurro, a Sud-Est. Aveva appena superato l’opposizione, e vista attraverso un telescopio doveva essere uno spettacolo splendido. Riuscivo persino a distinguere la luna, accanto ad essa, ogni volta che i vapori si diradavano momentaneamente.

Adesso era impossibile notare il cadavere che costituiva il mio solo punto di riferimento; e per questo sono ritornato nella camera centrale, dopo qualche giravolta sbagliata. Tutto sommato, avremmo dovuto rinunciare alla speranza di dormire su terreno asciutto. Non potevamo far niente sino a giorno, e tanto valeva che ci adattassimo.
Sdraiarsi nel fango non era certo piacevole, ma avevamo addosso le nostre tute.

Avevo dormito in condizioni anche peggiori, in certe spedizioni precedenti, e adesso lo sfinimento sarebbe servito a vincere la ripugnanza. Però mi dispiaceva per Hanna. Le avrei permesso volentieri di appoggiarsi a me, ma temevo che avrebbe equivocato la cosa.

«Se vuoi appoggiarti a me, fallo pure».

Molto stranamente è stata lei stessa a propormelo.

«No di certo. Sei molto gentile, ma preferisco sia tu a sporcarti il meno possibile.

Appoggiati a me e riposati... io prenderò qualche appunto».

A questo punto ho potuto dirglielo.

Perciò adesso sono qui, accovacciato nella fanghiglia della camera centrale, e scrivo questi appunti sul mio rotolo, alla luce della lampada elettrica.

C’è addirittura qualcosa di divertente in questa strana situazione senza precedenti.

Perduto in un edificio privo di porte... un edificio che non riesco a vedere!

E in compagnia di Hanna! Il suo peso mi è lieve.

Senza dubbio ne usciremo domattina presto e dovremmo arrivare a Terra Nova, con il cristallo, nel tardo pomeriggio. Certo, è una meraviglia, e splende in modo sorprendente anche nella luce fioca di questa lampada.
L’ho appena tirato fuori per esaminarlo. Nonostante sia stanchissimo, stento ad addormentarmi; per questo sto scrivendo così a lungo. Adesso devo smettere. Non c’è molto pericolo di venire infastiditi dai maledetti indigeni, in un posto simile. Quello che proprio non mi va è il cadavere... ma per fortuna la maschera ad ossigeno ci salva dagli effetti peggiori. Sto usando con molta parsimonia i cubetti di clorato. E così Hanna. Lei dorme profondamente. È stanca.

Adesso butterò giù un paio di tavolette nutrienti e mi metterò anch'io a dormire. Continuerò più tardi.

VI, 13, pomeriggio.

Ho trovato più difficoltà di quante ne prevedessi.

Siamo ancora nell’edificio e dovrò lavorare in fretta e con intelligenza se vorremo dormire all’asciutto, stanotte. Ho impiegato parecchio tempo ad addormentarmi, ed oggi mi sono svegliato solo verso mezzogiorno. Hanna mi ha lasciato riposare.

Anzi avrei dormito anche di più, se non ci fosse stato il fulgore del sole, attraverso la nebbia.

Il cadavere era un gran brutto spettacolo: brulicava di sificligh ed era avvolto da un nugolo di mosche farnoth. Qualcosa aveva scostato il casco dalla faccia, ed era meglio non guardarla.
Alla fine mi sono scrollato ed asciugato, ho inghiottito un paio di tavolette nutrienti, ed ho messo un nuovo cubetto di clorato di potassio nell’elettrolizzatore della maschera.
Consumo i cubetti molto lentamente, ma vorrei averne una scorta maggiore. Dopo la dormita mi sentivo assai meglio ed immaginavo di uscire presto dall’edificio.

A quanto sembrava, però, c’erano giravolte e incroci che non riuscivo a rendere nei miei rozzi diagrammi, ed ho cominciato a provare un miscuglio di rabbia e di scoraggiamento.

Ogni volta sbattevo contro un maledetto muro...!

Ero esausto, quasi disperato.

«Ora basta, Frank! Non capisci?».

«Cosa...?», Hanna si era improvvisamente incollerita; c'era da capirla, in fondo.

«Il labirinto è mutante, vivente. Non troveremo mai una via d'uscita...».

«Ma... come sarebbe possibile una cosa del genere?», sono rimasto basito.

«Non lo so esattamente. Ma sento che è così. E i fatti lo dimostrano.

Non vedi quanto è facile tornare nella stanza centrale? Invece uscire sembra impossibile...

Dobbiamo rimettere il cristallo al suo posto, Frank. O moriremo entrambi qui, come Dwight».

«Cosa?! Ma è un cristallo meraviglioso...

D'accordo, tanto vale provare.

Se dovessimo uscirne, potremmo sempre tornare in un altro momento».

«No, Frank. Non va bene. Dobbiamo imparare la lezione.

Altrimenti, anche uscendo, non torneremmo vivi a Terra Nova».

«Che vuoi dire, Hanna? Spiegati».

«È meglio lasciarli dove stanno, i lucenti cristalli preziosi. Appartengono soltanto a Venere. Il nostro pianeta, in realtà, non ne ha bisogno, e penso che abbiamo violato una legge oscura e misteriosa, una legge profondamente sepolta negli arcani del cosmo, quando abbiamo cercato di impadronircene. Chi può dire quali forze tenebrose, potenti e onnipresenti animino i rettili che custodiscono in modo tanto strano il loro tesoro?

Lasciamo a Venere ciò che appartiene esclusivamente a Venere».

«Facciamo una prova, prima».

Come al solito, sono tornato facilmente nella stanza centrale e ho deposto il cristallo a terra.

Poi ho cercato di riavvicinarmi al cadavere.

Ma anche stavolta sono andato sbattere contro un muro!

«Non disperare, Frank.

Proviamo qui...».

«Qui, dove? Le ho provate tutte!».

Mi sono voltato verso di lei e... incredibilmente Hanna era fuori!

Quindi mi sono affrettato a raggiungerla per la via più breve e semplice.

«Ma come hai fatto?

Hanna come Arianna, allora!», l'avrei baciata se non avessimo avuto i caschi in testa.

Era il crepuscolo, eravamo usciti appena in tempo, nell'ultima luce del giorno.

«Adesso andiamocene, Frank. E riteniamoci fortunati.

Finisci pure i tuoi appunti. Ma non farli mai vedere a nessuno.

Anzi li darai a me.

Li mostrerò io a chi è in grado di capire».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.
Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.
Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.
Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.
La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

IL BUONO, IL BRUTTO, LA BRUCA

di Salvatore Conte (2017-2020)

Chana s’era beccata una pallottola nello stomaco; in attesa che facesse il suo corso, uccidendola, aveva strisciato - pancia sotto - lungo la main street, cercando di raggiungere un obiettivo qualunque; il saloon della ghost town.

Aveva ceduto a pochi passi dal defunto stabile, piegando sfinita la testa, senza però toccare terra nemmeno con la fronte o il naso.

La formosa pistolera rimasta colpita a morte nella famosa sfida finale con il Buono - detto il Biondo - e il Brutto - detto Tuco - era infatti tanto formosa da poggiarsi a terra sui propri seni e di riuscire a muoversi facendo leva su questi, come un gigantesco bruco.

Pertanto, pur cedendo e chinando il capo sconfitta, la faccia era rimasta sollevata da terra, sfiorando la polvere solo con i capelli biondi.

La bella Chana - detta Golden Boots e ironicamente da ciò Golden Boobs - si considerava invincibile, ma la pallottola era entrata nello stomaco e non le aveva lasciato scampo.

BANG

A sparare era stato il Buono; anche perché il Brutto si era ritrovato con la pistola scarica.

Le sue condizioni erano apparse subito gravi.

Aveva strabuzzato gli occhi e compreso di essere alla fine.

D’altronde la bellona voleva l’oro della ghost town tutto per sé; e adesso paga un prezzo altissimo per la sua ambizione.

La gambe fremono nervosamente, ma ormai la grossa bionda ha ceduto, la testa piegata in giù, a 90 gradi rispetto al tronco, a sua volta poggiato a terra sui grandi seni; le mani strette sulla pancia, a cercare disperatamente di tappare il buco fatale aperto dal Biondo.

Ormai cinquantenne, era sempre uscita indenne, o con ferite rimediabili, dalle sue sfide.

Stavolta, però, Chana ha trovato la pallottola giusta.

Lo stomaco non perdona nemmeno una pistolera di grosso calibro come lei.

«Ehi, Chana… non ti tocco, altrimenti mi sa che è peggio…», le dice il Brutto. «Il Biondo è stato proprio cattivo a bucarti la pancia… l'ho visto, sai, dove ti ha preso...

Ehi, Chana... non dirmi che sei già morta...».

«T…u…c…o…», sussurra disperata, cercando di rialzare la testa.

L’aiuta lui, prendendola per lo scalpo biondo; senza tanti complimenti.

Quella che vede è una faccia sconfitta, che cerca di suscitare compassione.

«Chana… tu sai dove ti ha preso quel bastardo…».

«Lo… so... lo... sto…ma…co…», la gran puttana risponde con un filo funereo di voce.

«Hai preso una brutta pallottola, allora… ma non si può mai dire fino alla fine…», la incoraggia, anche se sa che c’ha rimesso la pellaccia.

C'è poco da fare.

Tuco molla la presa, un po' alla volta, e la testa si affloscia tragicamente in giù, come prima.

«Chana… ascolta… il Biondo è stato onesto: mi ha lasciato metà dell'oro; e anche tu avrai delle monete… eh… sei contenta?».

«S…t…o… m…a…l…e…».

«Avanti, Bruca… se molli adesso… è finita!

Non rimarrai a bocca asciutta, te lo prometto: c’è un po’ d’oro anche per te, brucona bella…».

Chana è inchiodata lì: muove ancora gli stivali d'oro, sfregando il terriccio secco, ma non riesce a spostarsi.

«Ne hai ammazzati tanti, ma stavolta è toccato a te…», mormora fra sé il Brutto, rialzandosi in piedi, consapevole dell’amaro destino della gran puttana, bucata a morte dal Biondo.

È la Bruca, detta Chana.

«Su... bevi… non darla vinta a quel cattivo del Biondo…».

Tuco ha trovato una vecchia bottiglia all’interno del saloon e ha versato il whisky dentro una ciotola, affinché la gran puttana possa bere a testa in giù, come una cavalla.

E Chana beve…

«T…u…c…o…», sussurra disperata, cercando di non farsi sorprendere dalla fine.

«Hai bevuto, brava», controllando la ciotola. «Adesso mando qualche segnale, così ti fai vedere il buco.

E fai fesso il Biondo…».

«S...b...r...i…g...a…t...i…».

«Sì, certo che mi sbrigo… tu, però, devi tirare i freni… o schizzi dritta all'inferno, cattivona bella...».

Chana ne ha per poco, ma Tuco ci prova lo stesso.

La Bruca combatte a terra, piantata sui grossi seni, con i freni disperatamente tirati. Il Brutto ha preferito non muoverla.

La tragedia di Chana sta per compiersi.

La bellona è stata uccisa da una pallottola nello stomaco, sparata dal Biondo.

«Ehi, Chana! Non ti basta la mia cartuccia?».

«Biondo!», esclama il Brutto. «Sapevo che saresti tornato…».

«E io che avrebbe lottato, prima di cedere.

Ma è troppo tardi per gli stregoni, Tuco…

L’ho presa piena».

«Hai sparato per ucciderla?!».

«Era pericolosa».

«Potevi lasciarle una possibilità… è solo una grossa puttana…».

«B…i…o…n…d…o…», il gutturale mormorio della pistolera morente.

«Chana! Sei sempre un gran spettacolo… anche in punta di tette!».

«M…a…l…d…i…t…o…», la gran puttana ricambia il complimento.

«L’hai fatta bere?».

«S’è scolata una ciotola di whisky…».

«Bueno: scenderà allegra all’inferno».

In lontananza appare una nuvola di polvere.

Sono i musi rossi.

Chana si aggrappa a Manitù.

La Bruca lotta fino alla fine, piantata sui propri seni, con i freni tirati a morte.

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