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La Cagna e il Disertore

Pallottola assassina

Queen of Spades

Cura calibro 38

Cavalcata con il morto

Alto rischio di estinzione

Niente da fare per la gran puttana

Fine undertaking

Zothique: L'ascesa di Baltea

Due grossi buchi

Asso di Picche

LA CAGNA E IL DISERTORE

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2014-2018)

Arizona, 1868.

Frida non resistette alla tentazione di togliersi la polvere di dosso, dopo la lunga cavalcata.

«Sono due dollari per la stanza e uno per il bagno, signora.

Anticipati…».

Tucson offriva molto di meglio, ma a lei bastava un posto fuori mano, in cui non si notasse troppo la sua presenza.

Questione, in effetti, non semplice.

Per Frida Zaqueiro non era facile passare inosservata.

Il nome delle praterie, quello portato dal vento e scambiato intorno ai falò dei bivacchi, non mentiva: in Arizona era la Cagna.

Un nomignolo in apparenza non troppo lusinghiero, ma che andava interpretato con una certa dose di affetto.

Dopo aver mollato il Biondo, uno pseudo-bounty-killer a cui aveva spillato un po’ di grana e con il quale aveva stretto una relazione durata pochi mesi, la bella Frida si era data a storie diverse. Lui c’era rimasto abbastanza male.

Una così non si trova una seconda volta. E non si dimentica.

Spennato il Biondo, il pollo giusto non si era fatto attendere. La Cagna proveniva da Phoenix, dove si era legata a un ricco notaio per conto del quale doveva depositare una grossa somma nella nuova banca di Casa Grande.

Era pericoloso per una donna muoversi da sola con tanto denaro addosso, ma lei aveva insistito per fare tutto da sé.

E alla Cagna era difficile dire di no.

Fu così che perse la strada e che si ritrovò molto più a sud di quanto in realtà dovesse: a Tuscon, per la precisione, e di fronte a quella stamberga, più precisamente ancora.

Il giorno dopo si sarebbe persa ancora più a sud, e forse sarebbe finita in Messico.

«Ecco, questo è l’ultimo, signora», annunciò il padrone della stamberga, che provvedeva da sé ai rari ospiti.

Poteva accomodarsi, il bagno era pronto.

«Va bene, grazie».

Finalmente poteva rilassarsi. Tutto era andato liscio. Il gonzo di turno era stato ripulito a dovere. I soldi erano davanti a lei, appesi alla sedia più vicina, nella bisaccia della sella.

E a portata di mano, per ogni evenienza, una rassicurante colt 45.

Nessuno avrebbe potuto immaginare che una banale bisaccia di cuoio potesse valere tanto; ossia 30.000 dollari…

La Cagna, giocando con l'acqua, si massaggiava dolcemente il prorompente seno, soddisfatta per la riuscita del piano.

   

 

La vasca era piazzata di fronte alla porta, chiusa e serrata dalla stessa Frida, tramite un malandato chiavistello.

La bella quarantenne intuì sinistramente che qualcosa non andava in quella posizione, anche se non non capiva cosa.

Sbang!

La porta!

Un bisunto soldato sudista sull’uscio!

Il padrone della stamberga!

Con un fucile a baionetta in mano!

L’uomo, dopo un attimo di esitazione, si avventò contro la donna a mollo nella vasca.

Sock!

«Uuugh…!».

Sorpresa e sofferenza si confusero nello stesso grido strozzato.

La Cagna era stata infilzata nello stomaco da una vecchia baionetta sudista!

Swish!

«Arghh…!», l’uscita fu perfino più dolorosa.

Lo pseudo-soldato, portandosi indietro l’arma, si ritrasse di due o tre passi: sembrava più stordito della stessa vittima.

L’acqua della vasca si stava tingendo di rosso e lui la osservava come ipnotizzato.

La Cagna capì subito di essersi imbattuta in un folle, uno dei tanti resi ancor più scemi dalla guerra.

Non poteva sapere dei soldi, stava guardando lei e non la bisaccia.

La Zaqueiro era sotto shock, ma si sforzava di ragionare e di recuperare lucidità il più in fretta possibile.

C’era più di una possibilità che il fucile fosse scarico, se era stato usato in quel modo. Era un vecchio modello, ormai superato; una di quelle cose che avevano portato la Confederazione allo sfacelo; quasi impossibile rifornirlo di munizioni; forse era appartenuto a un disertore; forse allo stesso scemo che gli stava di fronte, inebetito.

Si era rilassata troppo, si era fatta sorprendere, e non sembrava nemmeno finita: l’avrebbe colpita di nuovo.

Come una belva ferita, la Cagna allungò il braccio verso la sedia…

Bang!

Aveva mirato al cuore.

Tumb!

Il suo braccio era ancora fermo, perché il soldato stramazzò sul pavimento con un tonfo sordo, definitivamente congedato.

Quel tale faceva esercito a sé: renitente o disertore quando c’era da morire per la Confederazione, si era riscoperto soldato - abile e arruolato - con le sue belle e ignare clienti, a guerra finita da un pezzo.

La Cagna aveva risolto il primo dei suoi problemi, quello più imminente, ma ne rimaneva un altro, ancora aperto e sanguinante…

Nel Vecchio West gli spari di una colt erano normali come i colpi di clacson lo sarebbero stati un secolo più tardi; si sparava per fare baldoria, per spaventare i cani, per ammazzarsi e tante altre cose.

Nessuno si era allarmato all’esterno e nessun altro era presente all’interno del fatiscente hotel alla periferia di Tucson.

Per un attimo Frida ebbe la tentazione di mollare tutto e finire il bagno, di crepare comoda, nel suo stesso sangue.

Ma la Cagna si piaceva, le piaceva come era arrivata sulla soglia dei 50, e voleva proseguire ancora.

«Uhhh...», si aggrappò con entrambe le mani al bordo della vasca e si tirò su; il sangue in fin dei conti le faceva senso, visto che era il suo.

Uno specchio le restituì il suo corpo nudo, bello e con tanta carne, ma appena attraversato da una baionetta: un particolare tragico e sanguinolento, che stava incidendo negativamente sulla sua carriera di Cagna.

«Maledetto soldato...», la Zaqueiro abbassò gli occhi a guardarsi il taglio.

Sanguinava, ma non troppo, la ferita si era richiusa su sé stessa; quello che era successo dentro, però, rappresentava un'incognita mortale.

Forse posso ancora farcela, uscì dalla vasca e guardò la bisaccia.

Scendo giù con un mazzetto di bigliettoni e convinco qualcuno a portarmi alla svelta dal primo dottore.

Oppure monto sul mio cavallo e arrivo in Messico, addosso a un vecchio pueblo, dove sanno curarti bene senza nemmeno conoscere la forma dei dollari.

Tra questi pensieri, entrambe le mani scattarono sullo stomaco, occupandosi di tenere a bada il taglio.

Seppur ferita a morte, non voleva rimetterci neanche un dollaro.

Lo sguardo si spostò involontario sullo specchio: Frida Zaqueiro provò una vibrante eccitazione nell’osservarsi bella, viva e ancora in gioco, mentre - leggermente ingobbita - si teneva lo stomaco con le mani.

Sono troppo bella per morire così.

Un rumore alle sue spalle, un’ombra sullo specchio, e la Cagna si voltò per capire chi fosse entrato.

Sock!

«Ahhh!», la Zaqueiro scoprì amaramente di essersi voltata solamente per ricevere il secondo affondo di baionetta!

Non era entrato nessuno. Era entrata soltanto la punta della lama. E anche molto in fondo.

Tanta più rabbia che dolore nel suo urlo. Si era fatta sorprendere ancora.

Tumb!

Il soldato pazzo era stato richiamato da un sussulto di vita, l'ultimo, ed era riuscito a mettersi in piedi andandola a colpire nuovamente, prima di ricadere morto sul tappeto sfilacciato.

«Uhhh...», la Zaqueiro si appoggiò con le spalle alla parete e si guardò terrorizzata il petto: la baionetta le aveva infilzato il seno, quello destro, e sfilandosi dal vecchio fucile era rimasta lì, quasi a godersi eccitata quelle forme seducenti.

D’istinto portò una mano sulla lama e la strinse fra le dita con l'intenzione di strapparsela dal petto, ma le sue gambe divennero d'improvviso quelle di un fantoccio. O più precisamente di una grossa bambola.

E scivolò in terra rimanendo con la schiena appoggiata al muro.

«Ohhh...», una mano sullo stomaco e l’altra attaccata alla baionetta, mentre il petto si alzava e rialzava convulsamente: forse la Cagna respirava più velocemente per illudersi di non farsi raggiungere dalla morte.

Aveva accanto a sé tanti di quei soldi, ma non poteva comprare nessuna cura.

Frida ebbe un sussulto, qualcuno stava salendo le scale.

«Aiuto...», la voce era flebile, le ferite l'avevano resa afona.

«C’è qualcuno qui?»il nuovo giunto sembrava avere buon udito. «Dio mio…», entrato nella camera, si accucciò davanti a lei. «Cosa diavolo è successo?», lo sguardo passava dalla donna al corpo del soldato.

«Il padrone... uhhh... è entrato... e mi ha colpito... ohhh...».

«Stavolta Norman ha trovato pane per i suoi denti… a quanto vedo…

«Aiutami… ohhh… ho dei soldi…».

«Sì, certo… e dove…? Qua sotto, magari? Tiri più te che i mustang della Wells Fargo... bella vacchetta... senti la mia baionetta…», era passata dalla padella alla brace.

La Cagna decise allora di reagire: quello era un altro scemo, non un onesto farabutto con cui trattare.

Swish... zack!

Con un sol gesto, fulmineo, rabbioso e disperato, si strappò la baionetta dal petto e gliela conficcò nel collo, uccidendolo quasi sul colpo.

Appena il tempo di vederlo rantolare sulle assi del pavimento.

Ora veniva la parte più difficile…

Che fare di sé stessa?

Era ridotta male.

Aveva tanti soldi, ma non le servivano più.

Arriverò fino al mio cavallo e ci monterò sopra con 30.000 dollari addosso.

Si accartocciò in avanti e prese a strisciare.

Con una mano si portava dietro la bisaccia, con l’altra - protesa in avanti - si aggrappava al pavimento come stesse arrampicandosi lungo una parete; la vista andava e veniva, annebbiata dallo sforzo, dal sudore, e dal tanto sangue perduto; le gambe spingevano rabbiose il corpo, la Zaqueiro strisciava a mascelle serrate; dietro di lei, una scia di sangue e morte.

Sono quasi sulle scale, la salita sta per finire.

Ma la testa diventava sempre più pesante, la strada più in salita ancora, il cavallo più lontano.

Sono io che sto per finire. Dannazione, no!

«Norman…! Norman… vecchio pazzo! Dove ti sei cacciato?».

Il bounty-killer salì le scale. Era sulla pista di un assassino e cercava qualche ora di riposo.

«E tu chi cazzo sei…?!», vide la donna a terra, seguita da una scia di sangue.

Estrasse la pistola, forse l’assassino era ancora vicino.

Un’altra pista da seguire.

O la fine della pista.

Seguì il sangue ed entrò nella camera da bagno.

Trovò Norman Bates vestito di grigio.

In compagnia di un suo amico.

Tornò dalla donna, quelli erano stecchiti, lei aveva dei sussulti.

La faccia premuta contro le assi del pavimento, gli occhi vitrei e spaventati, la bocca spalancata: era crollata senza arrendersi.

La voltò supina e le diede da bere.

Questo tipo è la mia ultima possibilità. Gli farò fare quello che voglio io.

La cura rapida a base di alcol funzionò, perché la Zaqueiro riuscì a parlare...

«Aiutami… mettimi sul mio cavallo… ohhh… verso il Messico… ohhh…», la voce stirata e dolente.

«Che cosa…? Così... tutta nuda… e mezza morta...?».

«Così… fai presto…».

«Tu sei pazza, donna. Ma è affar tuo, non è te che cerco».

«Ne sei… proprio certo… ohhh…».

La guardò incuriosito.

«Come ti chiami?».

«Sono la Cagna…».

«Tu! La Cagna!

Ora capisco perché.

Come vuoi, ti metto sul tuo cavallo.

Ma ti prendo qualcosa».

La sollevò da terra, prendendo anche la bisaccia e la sottoveste, e mantenne la parola.

Frida Zaqueiro fu caricata sul suo cavallo, tutta nuda e mezza morta.

Le infilò addosso il vestitino nero a fiori e l'accompagnò fuori città, sulla pista per il Messico.

E la vide allontanarsi nel crepuscolo.

Si reggeva a stento sulla sella, piegata in due, mezza nuda e mezza morta.

Avrei potuto seminare cento dollari nel vento.

Ha detto di essere la Cagna.

Ma quel babbeo verrà gratis.

Cristo, è la Cagna! E fa la stessa strada del mio assassino.

Fu così che il bounty-killer spronò il cavallo e seguì la pista.

Una pista che portava all'inferno.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

PALLOTTOLA ASSASSINA

di Salvatore Conte (2014-2017)

«Sei assunto, Jack».

Tre parole per un incarico da 100.000 dollari.

Jack Thunder, ufficialmente un investigatore privato, deve recuperare due milioni di dollari sottratti all’Organizzazione in un colpo troppo fortunato.

Sembra la trama di “Charley Varrick”, ma certe cose avvengono sul serio.

Jack è affiancato da Kelly Cooper, una biondona curvilinea dalla pistola facile.

Di lei si dice che spari sempre due volte. Per essere sicura. E che usi pallottole scamiciate. Per essere sicura due volte.

Il due è comunque il suo numero: due tette così, infatti, non si dimenticano facilmente, sono un marchio di fabbrica.

I due soci alloggiano presso il motel di Leila Dobson.

50 anni suonati, 20 chili di troppo addosso, ma ancora una bella donna, cinica, subdola e disposta a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, incluso uccidere.

Il mitico camicione bianco avorio - sempre portato fuori dai jeans, a scenderle sui larghi fianchi - e una giacchettina nera: è così che si presenta a Jack Thunder; come la classica signora ingrassata che indossa capi larghi e di una taglia in più per cercare di nascondere i chili di troppo, anche se sono ottimamente spalmati su una carrozzeria di tutto rispetto.

Spesso la scollatura della camicetta scende invitante fino al terzo o quarto bottone; sempre ambiziosa, prepotente, nonostante le tette flaccide e pesantemente allungate; però quelle di Leila Dobson sanno ancora ammaliare, il segreto sta nel saperle portare bene, da grossa puttana.

E a lei riesce spontaneo.

Thunder è colpito, c’è qualcosa che gli sfugge, ma capisce subito di trovarsi di fronte a un donnone.

Tra una fase e l'altra dell'indagine, lui e la Dobson si incontrano, fanno sesso senza tariffa, benché vi siano pollastrelle molto più giovani negli immediati paraggi.

Anche la Cooper è lasciata in disparte, nonostante il corpo esplosivo e l’età più verde.

«Cerca di non farti ammazzare, Jack. Il tuo cazzo mi piace».

«Tu bada a te stessa, io so come fare per rimanere vivo».

«Anche io lo so. Sono protetta. Nessuno oserebbe toccarmi».

«Meglio non sentirsi troppo sicuri, Leila».

«Ti preoccupi per me?

Stiamo solo giocando un po’, Jack».

«Però è un bel gioco, pupa», e la zittisce con un bacio.

A volte le cose sono semplici, grossolane e lineari.

Ma funzionano.

Leila e Jack stanno funzionando da un paio di mesi, un’eternità in certi ambienti.

L’indagine procede a rilento, loro procedono sempre più spediti.

«Che cosa ci trovi in quella troia?», gli domanda un giorno la bella Kelly.

«Veramente non mi fa pagare un centesimo».

«Questo lo credi tu...

È troppo vecchia per te e c’è qualcosa in lei che non mi piace.

È già grossa come un bisonte, fra pochi anni sarà da buttare, fidati di me».

«Penso tu abbia ragione, ma è il presente che conta».

«Il presente ha tante facce, playboy...», e si rassetta allusivamente la maglietta, per poi scalare la marcia e scartare sulla corsia opposta, mettendo a segno un sorpasso azzardato.

«A te piacciono i sorpassi e le auto nuove, Kelly, ma spesso è più bella una vecchia carrozzeria che l’ultimo modello. In fatto di auto, sono un nostalgico. Vuoi mettere una Ford Torino del ‘74 con la robaccia che va in giro oggi? L’automobile è in crisi a causa di un design senza anima, gli automobilisti hanno più anima dei costruttori e non vogliono comfort, plastica e linee conformi, ma rumore, ferro e pezzi unici».

«Sarà pure come dici tu, ma le vecchie macchine si rompono molto più facilmente di quelle nuove...».

Per Jack Thunder il discorso finisce qui.

E poi questa sera Leila Dobson è particolarmente in tiro.

Tra i suoi amanti ci sono i boss della zona; ne ha appena servito uno.

Nonostante l’età non più giovane, i fianchi larghi e la cellulite, è sempre molto ricercata e si concede solo ai più potenti.

«Ehi, Jack, sono libera, tu che fai?», lo vede uscire dalla vettura guidata da Kelly Cooper.

«Ho finito anch’io, dove ce ne andiamo, bella?».

«Scarrozzami un po’, okay?».

«Okay».

«E se ti portassi via con me?», le chiede dopo un paio di curve.

«Dove?», sorridendo stupita.

«Dove cazzo ci pare».

«Ho qualche anno più di te, Jack. Penso troppi.

Sono vicina alla pensione, tu invece sei nel pieno della carriera».

«Donne come te non invecchiano mai, Leila.

Potrei invecchiare prima io».

«Comunque voglio un uomo con tanti soldi. Tu ce li hai?».

«Ne ho abbastanza. E ho anche altro...».

«Quello ce l’hanno tutti, Jack...».

«Anche due tette ce l’hanno tutte».

«Non mi staresti appresso, se fosse così semplice.

Tu cerchi qualcosa di speciale. E io ce l’ho. Anzi lo sono.

Paga e tutto il pacchetto sarà tuo».

«Voglia di ritirarti?».

«Voglia di fare la signora».

«Ne possiamo parlare, Leila. L’indagine non è finita e magari ci scappa il colpo grosso...».

«D’accordo, entra nel bosco.

Voglio farmi scopare a sangue sul sedile».

L’auto si ferma.

«Avanti, ho voglia di sentire il mio corpo trafitto…

Avanti, Jack! Fallo, per dio!».

E la Dobson è trafitta.

Ha fiutato puzza d'affare e ci si è messa d'impegno.

La sera dopo, la prestante cinquantenne ha bevuto. Le capita ormai troppo spesso.

E pensare che si era messa in tiro per Jack, con una bella tunichetta bianco avorio - molto stretta - in sostituzione del solito camicione.

L’alcol, come si sa, accende gli animi oltre il necessario.

Una lite su un pacchettino di droga fra Kelly e Leila, con Jack in disparte.

«Avevo detto 10.000 dollari, non uno di meno!».

«È roba che fa schifo, ne vale a malapena 2.000», le parti sono lontane.

«Se non tiri fuori i soldi, tu rimetti la roba sul tavolo e te ne vai, capito?».

«Ehi, mignottona, chi ti credi di essere?».

«Brutta carogna...», è un attimo, Leila mette la mano nella borsetta ed estrae una pistola.

BANG

La Dobson viene raggiunta in pieno stomaco, la pistola le sfugge dalle mani.

Kelly ha fatto fuoco!

«Cristo!», l’imprecazione di Jack.

Leila, senza un grido, barcolla all’indietro e finisce seduta sulla poltroncina senza nemmeno accorgersene, le braccia lungo i braccioli, in posizione impeccabile.

Unica nota stonata, la vistosa chiazza purpurea sul maglioncino da puttanone.

La Cooper ha sparato con una calibro 45.

L’espressione della Dobson è sbigottita, l’incredulità ha ancora la prevalenza sul panico.

Lei, la scaltra mignottona che si considerava intoccabile, è stata beccata in pieno.

«Fermati! Mettila via!», tuona Jack Thunder, temendo il secondo colpo di Kelly.

«Non avresti mai dovuto tirarla fuori, Leila», la rimprovera tagliente la Cooper, abbassando la pistola.

«Non dirmi che...», le chiede Thunder, avvicinandosi.

«È una pallottola scamiciata, Jack.

Per lei è l'ideale...

Altrimenti come la fermi una così?».

«L'hai ammazzata...!», impreca.

«Mi dispiace, Jack.

Non mi stava così antipatica come pensi tu.

Ma se l'è cercata...

Questa troia stava per spararmi, l'hai visto...».

La Dobson è impietrita, bloccata in una tragica meraviglia, che si va accompagnando a un oppressivo senso di paura, allarme e sconforto; in una parola: panico.

Non ha il coraggio di guardarsi il buco. Lo sente, ma non lo guarda.

Leila Dobson guarda fisso davanti a sé, cercando di ignorare un destino facile da vedere.

Intanto la macchia rossastra si è allargata.

«Ha bevuto, era su di giri… non voleva farlo...

Vattene ora, a lei penso io».

«È meglio se vieni anche tu. Chiameranno loro un’ambulanza...».

«Aspettami fuori».

«D’accordo, ma non metterci molto».

Thunder prende una mano a Leila e mette a fuoco la ferita: è tipicamente lacerata come per l'effetto di un proiettile a espansione, concepito per frammentarsi all'interno del bersaglio e portare - quando non alla morte immediata - alla morte per dissanguamento in un periodo più o meno lungo.

Fu inventato da un ufficiale inglese, di stanza in India, che si era stancato di dover ammazzare sempre i soliti ribelli. Gli indiani d'India avevano la pelle dura, si curavano le ferite e ricominciavano. Con la scamiciatura del proiettile, invece, le loro ferite risultavano incurabili.

Quando, però, anche i soldati inglesi risultarono incurabili per lo stesso ordine di motivi, allora una miracolosa convenzione internazionale dichiarò vietata la detta scamiciatura, almeno nell'uso bellico; rimaneva consentita nella caccia grossa.

«Ho… sbagliato… vero…?», la Dobson continua a guardare dritto, ma ha percepito gli occhi di Jack su di sé.

«Sì, hai sbagliato a prenderti questa pallottola».

Le replica della prestante cinquantenne non arriva.

La Dobson sembra seduta al posto di guida di un surreale veicolo diretto all’inferno: le mani che stringono decise le estremità dei braccioli, lo sguardo attento alla strada che scorre davanti, i tacchi degli stivali che si puntellano contro la scocca.

Quello che vede è il suo destino e non sa come fermarsi.

Entrano un paio di scagnozzi, richiamati dallo sparo.

«Che cazzo succede qui...?!».

«È stato… un incidente… potete… andare…», la Dobson li manda via.

«Chiamo io un’ambulanza...», anche Jack li tranquillizza.

Se ne vanno e lui le parla.

«Che cosa vuoi che faccia, Leila?», Jack va dritto al punto.

Proprio in quel mentre, un fiotto di sangue erutta dalla bocca semiaperta del donnone.

«Cristo… posso… ancora salvarmi… vero…?».

«Certo».

«Allora… chiama subito… una fottuta ambulanza… Cristo…».

BEEP

BEEP

Due colpi di clacson. È Kelly.

«Devo andare, Leila.

Stasera chiudo l’indagine.

Chiamo l’ambulanza dalla macchina e ti raggiungo più tardi all’ospedale…».

«No… aspetta… con me…».

«Non è igienico per me farmi trovare qui, Leila; dovresti capirlo.

Ma l’ambulanza arriverà subito, non devi preoccuparti».

Ed esce dalla camera, dopo un ultimo sguardo alla sua amante, inchiodata alla poltrona con la tunica bianca zuppa del proprio sangue.

«Era ora… stavo per andarmene».

«Fammi chiamare un'ambulanza».

«In ospedale c’arriva morta, Jack.

Lasciala perdere…».

«Dannazione…».

E torna sui propri passi, lasciando aperto lo sportello.

«Idiota…».

SKREEE…

Una ripartenza a razzo, lo sportello che si richiude da sé.

Thunder compone il 911 prima di rientrare.

«Jack… sei tornato…».

La ritrova come l’aveva lasciata.

Aggrappata ai braccioli, a soffrire sui tacchi, faccia tirata e petto che si solleva pesante.

E occhi che guardano lontano, assorti da un viaggio indicibile.

«L’ambulanza sta arrivando, Leila».

«Perché… sei tornato…».

«Non lo so».

«Prendimi... la mano... Jack...».

La chiazza sullo stomaco si è allargata a quasi tutto il ventre, il petto si solleva con grande pesantezza.

Lui le prende la mano e con l’altra le tampona il buco, utilizzando un fazzoletto, anche sapendo che dentro è ancora peggio.

«Io... non pensavo... che fosse... così grave...».

La Dobson ha realizzato la propria situazione, anche senza una lezione di balistica.

«In ospedale ti cureranno, Leila».

«Non voglio... finire male... Jack... te li ricordi… i nostri progetti…», con lo sguardo perso in un futuro che non c’è.

Ha le labbra viola e la lingua arricciata sotto il palato, si sforza di mantenere una parvenza di calma e autocontrollo.

«Ti ho chiesto di essere la mia donna, Leila, ma ora devi pensare ad altro».

«Sì... devo… curarmi... pensare… a me… e poi... dopo… pensare… a noi due... anche se… io… io…», pensieri sempre più labili e sconnessi.

La Dobson non è più sé stessa, non conclude la frase e frana in avanti.

Ma il clacson non suona.

«Leila!», Jack la sostiene e le riporta il dorso contro lo schienale.

Le braccia, però, sono cadute inerti sul grembo, con il palmo delle mani a vista; il collo è piegato e gli occhi annebbiati; il petto è pesantemente affossato, tutto sulla pancia.

«Che cazzo fai, Leila!».

UEEE…

UEEE…

L’ambulanza sta arrivando in questo momento.

Non si capisce nemmeno se è crepata, ma Kelly l'ha scamiciata di brutto.

Anche lui ha le idee confuse.

«Ora devo andarmene davvero, Leila», forse sta parlando a un cadavere.

Le dà un’ultima palpata alle tette, baciando le labbra violacee.

UEEE…

UEEE…

L'ambulanza riparte appesantita.

È difficile che Kelly abbia sbagliato pronostico sul conto di Leila, ma finché c’è sirena, c’è speranza: questo il pensiero di Jack mentre guida.

E adesso una notizia di cronaca: Leila Dobson, 52 anni, figura di spicco nel mondo della prostituzione, è rimasta coinvolta in un conflitto a fuoco. Le fonti ufficiali parlano di un incidente. In ogni caso, la Dobson, ferita a morte, è stata trasportata in fin di vita all’ospedale St. John di Los Angeles, dove si è cercato di stabilizzarne le condizioni. Al momento, comunque, secondo quanto riferito dai medici dell’ospedale, la donna non è operabile; pare, infatti, che sia stata raggiunta da un proiettile scamiciato, ossia a espansione; questo tipo di pallottola si frammenta in diverse schegge, producendo danni interni multipli e letali, non risolvibili con un singolo intervento. Pare che al capezzale della Dobson, sostenuta solo dalla disperazione e dal fisico prestante, siano giunte diverse figure di spicco della malavita organizzata. Secondo la polizia, però, sono presenti soltanto famigliari e curiosi. Vi terremo aggiornati.

Neanche arriva in ospedale che già la radio sa tutto.

Leila Dobson diventa la notizia morbosa del momento.

Diffondiamo ora un aggiornamento sulle condizioni di Leila Dobson, 52 anni, figura di spicco della prostituzione organizzata, ricoverata in fin di vita all’ospedale St. John di Los Angeles, a seguito di un conflitto a fuoco. Le condizioni della donna rimangono disperate. La Dobson è tenuta in vita grazie alla terapia intensiva, ma non è operabile. Una pallottola a espansione l'ha raggiunta allo stomaco, frammentandosi in diverse schegge letali; pare che una di queste abbia anche sfiorato il cuore. Si teme quindi il peggio nelle prossime ore. Leila Dobson, considerata una donna che non passa mai di moda, è assistita da diversi boss in odore di mafia, nonostante le secche smentite della polizia. Visto il grande interesse, interromperemo le trasmissioni nel caso giungessero, come ritenuto inevitabile, notizie fatali dal St. John.

«Fred... quella... m’ha fregato...», e cerca la sua mano.

Gliela prende: «Sì, sappiamo tutto, sarai vendicata, anche se la pistola l’hai tirata fuori tu…».

I boss si alternano al capezzale della Dobson.

Alla fine, però, rimane solo Jack. Il più costante.

Gli altri aspetteranno la notizia alla radio.

«Perché... non mi operano... Jack...».

«Leila... non è così semplice.

Kelly ti ha sparato un proiettile a espansione.

Ma almeno ti ha risparmiato il secondo colpo».

«Uno… è già troppo… quella carogna... voleva il tuo cazzo… Jack…», una risatina amara con la lingua sotto il palato.

«Io voglio te, Leila...».

«Ma adesso... sono ridotta... a una bruttura… vero...?».

«Sei sempre la numero uno», la mano nella propria.

«Ehm... signore... se non le dispiace, è meglio farla riposare…», è l’infermiera.

Thunder le rifila un centone e la manda a riposare.

«Siamo stati… bene… insieme… Jack…».

«Sarebbe bello riprovarci».

«Sì… io ci credo… Jack… ci credo… a noi due…».

«Non è quello che mi hai risposto prima della pallottola».

«Stupido… volevo… farti… soffrire…».

«E ci sei riuscita, almeno un po'...».

«Tu… potevi… friggermi…

Invece… sei tornato... indietro…

Tu… sei pazzo... di me... vero… Jack…?».

«È vero... lo sono.

Sei brava a lottare. Tu non molli mai, è così?».

«Sei carino… con me... Jack…».

La Dobson ha le palpebre pesanti, il petto si solleva con difficoltà.

Non le rimane molto da vivere.

«Jack… era per te...».

«Non ne ho bisogno.

Sei una combattente, Leila».

«Ho avuto… sfortuna…».

«Ormai è successo».

«Sì… è successo…

Kelly… pensava… che la storia… fosse... già conclusa… vero…?

Ma io… io… sono arrivata… qui… anche se ora…».

«Ora cerca di non sforzarti…».

«Sei bravo… con le parole… Jack…

Mi fai compagnia… mentre crepo…

Ma non è... così semplice...», gli occhi allucinati.

È una donna dura, incapace di piangere.

«Quella stronza… m’ha fregato… Jack…

Chiama l'infermiera... presto... sto crepando... fammi dare... qualcosa...», il tono pressante di chi si conosce bene.

Thunder sa che non scherza e richiama subito l'infermiera.

Anche se sono palliativi, si cerca di sostenerla.

Si sono ulteriormente aggravate le condizioni di Leila Dobson, 52 anni, figura di spicco della prostituzione metropolitana. La Dobson è rimasta coinvolta in una sparatoria, anche se la polizia continua a parlare di un incidente. La donna è moribonda all’ospedale St. John, ma non può essere operata, perché la pallottola che l'ha colpita si è frammentata in una decina di schegge, rendendo impraticabile un intervento chirurgico. Al suo capezzale si è tenuta una vera e propria processione di presunti boss mafiosi. La polizia ha lasciato fare, rigettando le illazioni. Vi terremo informati sulla sorte ormai segnata di Leila Dobson, la bella cinquantenne raggiunta allo stomaco da una pallottola assassina.

Una vibrazione nel taschino della giacca.

«Ci sentiamo dopo…».

«No, aspetta… ho sentito la radio, per la tua bella si mette male…».

«L'hai sempre saputo, no...?».

«Però non pensavo che sarebbe durata tanto, ha la pelle dura quel puttanone…».

«Qualche ora d’agonia non cambia la sostanza delle cose».

«Mi dispiace avertela sciupata, Jack. Mi ha costretto a sparare. Ma ricordati che le ho risparmiato il secondo colpo».

«Il primo era già fatale, lo sapevi».

«All’inizio non si può mai sapere, ecco perché sparo sempre due volte.

L’ho centrata in pieno, ma mi sono pentita subito. Te l’ho detto, mi dispiace».

«Non ci credo».

«Ti sbagli… quella troia mi è simpatica. Davvero.

Sensuale, ostinata e con le idee chiare».

«Solo adesso lo riconosci?».

«Meglio tardi che mai, no?

Tu che sei lì, quanto le rimane?».

«Secondo i medici, dovrebbe essere già morta».

«Cazzo, che pessimismo!

Io intanto proseguo l’inchiesta.

Ma aspetto te per chiuderla, okay?».

«Ci sentiamo dopo... vaffanculo, Kelly».

«Leila... ti stiamo dando tutto il possibile... ti stiamo sostenendo», è tornato da lei.

«Non voglio lasciarti... non voglio crollare... come sulla mia poltrona...

Non ho capito... più niente... è stato brutto... pensavo... di essere... già morta...

Ma tu... mi chiamavi... vero...?».

«È vero, accidenti.

Qui sei sostenuta, Leila. Puoi smentire tutti. Resistere».

«È difficile... Jack...».

«Ma so che ci proverai... fino in fondo...», e le tappa la bocca.

Un nostro ascoltatore ci chiede perché non abbiamo più parlato di Leila Dobson, la bella cinquantenne rimasta gravemente ferita in uno scontro a fuoco. Perché, dunque? Perché non ha fatto notizia. E noi mandiamo in onda solo musica e notizie, ragazzacci in ascolto...

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

Queen OF SPADES

di Salvatore Conte (2018)

La cinese entra nell’albergo proprio mentre comincia a piovigginare.
Un ometto con gli occhiali tondi e la cravatta siede dietro la reception.
Non appena la vede, trasale: «Santi numi... Minkoha!», esclama riconoscendola. «Avevano detto che eri morta!».
«Ti sembro morta?».

«Per niente!».
«Vorrei mangiare».

«Certo, certo... ti accompagno subito al miglior tavolo disponibile».

L'ometto si affretta ad entrare nella sala principale dell'albergo, seguito dalla cinese.

L'ambiente è diviso in tre zone: una con i tavoli del ristorante, una con i tavoli da gioco e in fondo un piccolo palcoscenico, dove si esibiscono alcune ragazze che cantano e ballano, accompagnate dalla musica del pianista.
La pistolera prende posto e viene subito servita.

Si guarda distrattamente intorno, quando una bella tipa, seduta ai tavoli da gioco, attira la tua attenzione.

Non c'è dubbio: è proprio Queen of Spades, una giocatrice professionista, estremamente veloce e pericolosa.
Minkoha Toy ha avuto a che fare con lei un paio di volte: nella prima si è fatta alleggerire di 1.000 dollari, ma nella seconda si è rifatta con gli interessi, ripulendo l'avversaria di 2.000 dollari; ed è certa che non lo abbia dimenticato.
D’un tratto, infatti, anche la cinese viene riconosciuta.
«Minkoha! Voglio te, Minkoha! A questo tavolo!».

La sfida è lanciata.

Queen of Spades è una bella vacca sui 45, gonfia e col seno a dir poco pesante, anche più di quello della cinese, che si dice - però - abbia barato, non si sa come...

«Vorrei giocare», dice Minkoha.
Queen of Spades indica la sedia vuota al tavolo da gioco.
«Via il cinturone», risponde con voce roca mentre beve whisky, «così evitiamo gesti impulsivi».
«D’accordo».
La cinese si slaccia il cinturone e lo appende alla sedia.

Il gioco va avanti per un po', la Donna di Picche è sotto di 500 dollari.

«Per me può bastare, ti ho spellato abbastanza, bellona».

«Maledetta cinese! Non ti lascerò andar via con i miei soldi!».
Queen si alza in piedi adirata, i suoi occhi sono gonfi di furore.
D’un tratto insinua la mano sotto il tavolo ed estrae una pistola Sharps Pepperbox a quattro canne!
Sembra avere tutta l'intenzione di sforacchiarla!
Ma la cinese, pur momentaneamente disarmata, le ribalta addosso il tavolo da gioco e guadagna il tempo necessario per estrarre a sua volta la pistola dal cinturone appeso alla sedia.

BANG

BANG

BANG
Il rimbombo dei colpi risuona in tutto il locale.
Sono tre, duri, uno per ogni tetta e quello finale alla base del collo per chiudere i giochi.
Le mani di Queen of Spades scattano disperate alla gola, le altre ferite sembrano niente al confronto.
Stramazza a terra paonazza, cercando di trattenere il fiotto di sangue che le sgorga dal collo.
Sta morendo sotto gli occhi di tutti.
In tanti si precipitano intorno a lei, cercando di aiutarla.
Come colui che viene strangolato, Queen sta morendo soffocata, poco a poco.
Le gambe scalciano con sempre minor forza.
Tutti si aspettano la resa da un momento all’altro.
Minkoha la guarda impassibile, mentre il vaccone tenta un'ultima resistenza.
Infatti è tutto inutile: le gambe si allungano inerti.
Gli occhi vitrei al soffitto.
La bocca spalancata.
Hai fatto un bel danno, Minkoha!
«Insistete, idioti».

Stranamente, la cinese esorta gli avventori a provarci ancora, con Queen of Spades.

«Questa puttana non crepa tanto facilmente».

In effetti la bellona ha ancora qualche sussulto, si sta giocando le ultime fiches.
«Chiamate un segaossa, non volevo ammazzarla».

Anche se dai suoi colpi non si direbbe; ma si sa, a sangue freddo cambia tutto.
«E un prete», si corregge subito, lo sa che c’è poco da fare per lei.
«Altre bende, presto!», i cowboy presenti continuano a premere tamponi sulla gola di Queen of Spades.
«Anzi, nessuno dei due, o finiranno di ammazzarla.
Siete bravi, proseguite voi.
Si è fermato il sangue?».
«Sta rallentando».
«Premete forte, si fermerà».
«Cosa succede qua? Chi ha sparato?».
È lo sceriffo Mitchell, con due vice.
«La cinese ha ucciso Queen of Spades», gli risponde qualcuno.
«Minkoha, dannazione! Sei in città da pochi minuti e hai già ammazzato un uomo?».
«In verità si tratta di una donna, stavolta.
Ma è stata legittima difesa, sceriffo. Non ha saputo perdere e ha cercato di uccidermi».
«È andata così?», domanda Mitchell ai presenti.
Gli altri giocatori annuiscono, mentre fissano il massiccio corpo di Queen of Spades, che si dibatte sul pavimento in fin di vita, lottando strenuamente per allungarsi l’agonia.
«Al solito... estrai per seconda e spari per prima...». Sputa sul pavimento e si rivolge ai suoi assistenti: «Portatela via e mettete sul conto di Minkoha l’onorario del becchino». Quindi ritorna sulla cinese: «Hai qualcosa in contrario?».
«Forse è meglio se prima la fate passare da un segaossa, non si sa mai».
«Beh, allora lo chiamerai e pagherai tu.
E vedi di lasciare questa città al più presto, per il tuo bene, e per il nostro».
«Penso di fermarmi in questo paese di gentiluomini solo pochi giorni, sceriffo».
«Sarà meglio».
Lo sceriffo se ne va.
«Portatela di sopra, verrò dopo a vedere come sta».
In effetti, ormai la curiosità se la mangia.
Fa passare un po’ di tempo, si fa un goccio al banco e poi sale.
Entra e si siede accanto a lei.
Il volto stravolto, di un bianco spettrale.
I pesanti seni immobili come due grosse pietre.
C’è sangue a macchie sparso dappertutto, sembra una scrofa scannata.
Ha un foulard da cowboy stretto al collo con dei tamponi sotto.
Tra i polmoni bucati dalle prime due pallottole, la ferita alla gola e il fazzoletto stesso, stretto a morte, la cinese si meraviglia non poco di come Queen of Spades possa ancora respirare, praticamente con la sola forza della disperazione.
Di sicuro non ci sta a crepare.
«Non provare a parlare, ti sarebbe fatale.
Parlo io.
Ho esagerato col piombo, ma so quanto sei pericolosa.
Perciò ho dovuto farlo.
Comunque, se rimani calma, non sei ancora morta.
Domattina all’alba, manderò segnali di fumo agli stregoni della zona.
Qualcuno verrà a portarti della medicina per farti dormire un po’.
Lascia perdere i segaossa: giocati quest'ultima carta e chissà… forse ne riparleremo, o ci scanneremo ancora.
Mi hai compreso?».
Le restituisce un battito di ciglia.
«Addio, Queen».
Ma prima di andarsene, la potente cinese le accarezza i seni pesanti (e pietrificati) e le sfiora le labbra con le proprie: è il suo modo per farle capire che la rispetta, da bella donna a bella donna.
E poi le volta le spalle, probabilmente per sempre.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

CURA CALIBRO 38

di Salvatore Conte (2010-2018)

Troppi uomini del suo clan erano caduti sotto i suoi colpi...

Prima li stordiva... poi li liquidava...

Erano tutti in soggezione, non si trovava nessuno disposto ad ammazzarla.

Era per questo che doveva pensarci lei.

Se era Medusa, lei sarebbe stata Perseo.

Paola stava ripassando per l'ennesima volta i dettagli del suo ambizioso progetto: avrebbe tolto di mezzo - per sempre - la mitica sicaria di Los Angeles...

Anna Frazer!

Era giunto il momento di saldarle il conto.

Una volta eliminata, ogni paragone sarebbe diventato inutile.

Anna viaggiava sui 48, ma ben nascosti: fisico prorompente, bellezza esemplare, modello perfetto di femminilità; in un certo qual modo, irritante sia per gli uomini che per le donne: inarrivabile per i primi, ineguagliabile per le seconde. Le sue camicette stile anni '70 contribuivano a svecchiarla.

Gli intensi occhi grigi pietrificano i malcapitati in un batter di ciglia.

«Non state lì a guardarla! Specie negli occhi!

Appena la intravedete, fate fuoco subito! O non lo farete più!», aveva raccomandato agli ultimi della lunga lista.

Ma anche quelli non l'avevano ascoltata.

Credevano esagerasse, avevano voluto verificare e se n'erano compiaciuti troppo tardi.

Oppure, deliberatamente, non avevano saputo rinunciare alla tentazione di guardarla, mentre moriva.

E così erano morti loro. Attimi fatali di distrazione, non perdonati dalla mitica killer.

Il fatale incontro si ebbe di notte, ai margini di una squallida area di sosta, malamente illuminata.

Erano completamente sole.

Anna osservava attenta Paola, mentre questa le veniva incontro a falcate lunghe ed eleganti, quasi a passo di danza. Aveva una valigetta nella mano.

La californiana sfoggiava una camicetta a quadri dai colori bene assortiti: le maxi tette la gonfiavano a meraviglia.

Anna doveva consegnare a Paola un milione di dollari e in cambio doveva ricevere un milione di dollari in pura cocaina colombiana.

Le due donne erano l’una di fronte all’altra.

Nessuna parola fu scambiata.

Gli sguardi si incrociarono impassibili, pregni d’una carica d’energia indefinibile, che soltanto donne di questo calibro possono addensare in sé.

«Hai portato la roba?», la californiana aprì l'incontro rimanendo seduta, con il suo tipico fare da trucida.

«E tu ce l’hai il grano?», Paola rispose a tono.

La biondona si alzò dal cofano, tirò fuori dall’auto una valigetta e l'appoggiò sul punto in cui poco prima era seduta.

Ciò fatto, la aprì: le ipnotiche mazzette da 100 dollari irradiarono il loro abbagliante verde petrolio sul volto di Paola, la quale però rimase intimamente indifferente, perché per lei la posta in gioco era superiore a qualunque cifra in dollari.

Era il suo turno: l'italiana appoggiò la valigetta sul cofano e la aprì, rivelandone il contenuto di sfolgorante polvere bianca. Le due valigette erano affiancate l’una all’altra: un milione di dollari in cocaina e un milione di dollari in dollari.

«Vuoi provarla?», Paola aveva ripreso in mano la valigetta con la roba e l’aveva sporta verso Anna.

La californiana fissò perplessa la rivale...

Gli occhi sornioni di Paola tradirono un guizzo maligno, ma ormai era tardi…

ZIP

All’interno della valigetta, sotto i sacchetti di cocaina, era stata piazzata una Beretta 9 mm. con silenziatore e colpo in canna, caricata con proiettili a espansione da caccia grossa; furono inventati da un ufficiale inglese di stanza in India, per evitare di sparare due volte allo stesso indiano; poi, quando gli indiani impararono a usarli contro gli inglesi, furono messi al bando e l’uso consentito solo per la caccia grossa.

E infatti, in quel momento, attraverso un congegno occulto, Paola aveva tirato il grilletto!

Il sibilo metallico del colpo accompagnò il dolore tranciante che costrinse Anna a guardarsi la pancia. Lasciò andare solo un grugnito morbido e quasi divertito, seguito da un gemito un po' più lungo: sembrava un languido tributo a una mano giocata bene.

La biondona era una trucida drogata e non aveva ancora capito che era rimasta uccisa!

Paola trovò irresistibile quella reazione così morbida, appena accennata, a un colpo tanto devastante.

Ripose la valigetta sul cofano dell’auto, perché ormai Anna era fuori gioco.

Prima era gonfia di eccitazione per la trappola mortale che aveva teso alla sua grande avversaria. Ora quell’eccitazione stava esplodendo in un’eruzione di pura lussuria.

Muovendosi verso la super bionda, che lentamente sarebbe morta, Paola veniva a esigere un premio ben guadagnato. Spinse la coscia fra le gambe di lei e raggiunse in brevissimo tempo l’apice del piacere: aveva fottuto la sua nemica e ne pretendeva gli ultimi, più preziosi afflati di potente sensualità femminile.

La rassegnata compostezza di Anna era tuttavia solo apparente: approfittando dell’estasi di Paola, estrasse dalla schiena il suo micidiale bowie e lo piantò fino al manico nello stomaco dell'italiana!

SZOCK

Paola mugolò per lo shock, il suo delirio estatico venne bruscamente troncato, le mani si chiusero sul pugnale, il busto si ingobbì in avanti.

I due corpi si separarono, Anna afferrò la valigetta di Paola, rimosse il fondo posticcio e impugnò avidamente la pistola. Ora aveva lei le carte migliori e le avrebbe giocate.

Guardò sprezzante la sua rivale e la spinse all’inferno.

ZIP

ZIP

Due colpi in rapida successione raggiunsero Paola all'addome. Cercò di rimanere in piedi, ma le gambe cedettero: era fottuta e lo sapeva.

Anche Anna, però, non poteva perdere tempo: caricò entrambe le valigette in macchina e decise un piano.

Aveva due milioni di dollari con sé. E un grosso buco nella pancia.

Forse era il momento di uscire, almeno per un po', da quel casino. Con una buona liquidazione...

Ma non poteva andare lontano da sola.

Doveva appoggiarsi a qualcuno.

E lei aveva l’uomo giusto. Uno che sbavava per lei.

Sarebbe andato tutto liscio. Ce l'avrebbe fatta anche questa volta.

Il sangue che le saliva in bocca, e le colava dal labbro, la scosse: doveva muoversi.

La californiana diede un ultimo sguardo a Paola che si contorceva a terra...

ZIP

Un colpo in mezzo alla fronte, per farla finita una volta per tutte.

Dal posto di guida, pronta a ripartire, chiamò Johnny.

Poi, con i denti digrignati per la feroce determinazione con cui voleva salvarsi, mise in moto e partì a razzo.

Mentre guidava, ripeteva tra sé che mai si sarebbe fatta fregare da una pallottola sparata da una stronza. Aveva i soldi, la droga e sé stessa: aveva tutto. Rimaneva la numero uno. Non poteva mollare. Ma doveva arrangiarsi senza finire in ospedale.

Poco dopo raggiunse il luogo convenuto con Johnny.

«Cazzo, Anna, ti hanno beccato!», esclamò l’uomo.

«Non è niente... ho il controllo… muoviamoci…».

Il piano era quello di arrivare dal dottor Parker, il medico della mala, uno che non si immischiava nelle faide dei clan.

Mentre Johnny guidava, la biondona si sbatteva al suo fianco, tenendo entrambe le mani ben premute sull’addome a tenere sotto controllo la sanguinolenta ferita inflittale da Paola.

Si era allentata la camicetta, le mancava l’aria, e la faceva mancare anche a Johnny.

I pesanti seni della biondona esplodevano in bella vista, come una cascata di fuoco bollente.

Lui la guardava irretito, inquieto, con la coda dell'occhio.

Lei percepiva il suo nervosismo.

«Ci sono... Johnny… non mi faccio fottere…», lo rassicurò Anna, digrignando i denti.

Pochi minuti dopo i due giunsero presso la casa-ambulatorio del dottor Parker, l'ultima spiaggia di chi aveva bisogno di farsi curare con molta discrezione.

«È conciata male...», disse Johnny, con Anna in braccio, entrando.

Parker gli indicò il letto ove adagiare la donna. La riconobbe subito. Anna era molto nota nel giro e non passava di certo inosservata.

«Qual è la mia parte?», chiese subito Parker.

«Quanto vuoi?», rispose freddo Johnny.

«Un milione di dollari. Anna è un pezzo grosso», fu l’esosa richiesta del medico.

«Lo avrai», replicò senza esitazioni Johnny, «ma devi rimetterla in sesto, chiaro?».

«Fammi lavorare, allora».

Pochi attimi dopo, il dottore rientrò nella stanza con un vassoio sanitario, carico di asciugamani, bende e presidi medici.

Si accostò a Anna e l'avvertì: «Sentirai un po' di dolore, ma è necessario...».

«Non ho paura… fai quello che devi…», ribatté la biondona, sempre sicura di sé.

E Parker non se lo fece ripetere...

BANG

Da sotto gli asciugamani, Anna vide esplodere una fiammata...

Quella di una calibro 38!

Contemporaneamente si sentì sfondare da un’altra pallottola!

Ancora un inganno…!

Il dottor Parker aveva pensato alla cura definitiva per Anna.

«Bastardo…», sibilò delusa fra i denti, puntando lo sguardo al soffitto.

A questo punto era finita, troppe cose erano andate storte.

Johnny si lanciò contro Parker. I due rotolarono a terra, lottando strenuamente corpo a corpo.

Anna li vedeva a malapena, le mani pigramente sull'addome, con poca convinzione, mentre altro sangue defluiva dalla bocca.

BANG

Si sentì uno sparo.

L’unico a rialzarsi da terra fu Johnny.

«Anna...!», esclamò costernato, in preda al panico, fuori di sé.

La biondona era fottuta.

Fissava il soffitto della stanza con le mani intrise di sangue, strette blandamente intorno all'addome.

Johnny era paralizzato: Anna colava sangue da ambo i lati della bocca, stava crepando e lui non sapeva cosa fare.

«Johnny… fammi un buco…».

Sembrava paradossale in quella condizione, ne aveva già due belli grossi.

«Subito, Anna…».

Due buchi per morire, uno per andare avanti.

Ciò fatto, le chiamò un'ambulanza, anche se sarebbe stato inutile.

Poteva consolarsi con due milioni di dollari, ma avrebbe preferito portarsi via Anna e lasciarne uno a Parker.

Per la biondona era finita, ma l’ultima parola l’avrebbe scritta un medico legale.

I suoi vitrei occhi verde bottiglia lo inseguirono fino all’alba, allorché le news del primo mattino lo lasciarono basito sul letto.

Non si poteva uccidere Anna con la sua stessa materia, ora l'aveva capito.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

CAVALCATA CON IL MORTO

di Salvatore Conte (2017)

Non posso negare che sia ansioso di rivederla.

Leila è una bella puttana, tutta carne.

Oltre che una spietata killer.

Ci abbiamo anche provato, ma non ha funzionato.

L’appuntamento è alla vecchia miniera.

Parto subito svantaggiato: lei si è portata uno scagnozzo.

E si fa anche aprire lo sportello: Leila si tratta sempre meglio.

«Avevamo detto solo io te».

«Cos’è? Sei geloso?

Hai portato il grano?».

«È nella mia macchina», accenno a rientrare nell’abitacolo.

«Non scomodarti… ci penserà lui…

Controlla».

FLOP

FLOP

Appena le volta le spalle, estrae la pistola come una pistolera - dalla tasca del giaccone - e lo fulmina alla schiena.

«Che significa?».

«Ero stanca di lui.

Darò la colpa a te.

Eri geloso.

Un colpo di testa.

Getta l’artiglieria a terra, avanti. Ma senza scherzi».

«E va bene…

Pensi di cavartela?

Sto acquistando per conto del Senatore, lo sai».

«Lo so».

Si avvicina.

Sulla punta del silenziatore, ancora fumante, mi spinge indietro fino al paraurti della mia macchina.

Con l’altro braccio, mi sdraia di schiena sul cofano.

È un pezzo di donna, forte come un toro.

«Prendimi...», si apre il giaccone, rivelando le sue mastodontiche tette.

Sotto non ha niente di niente.

Almeno sarà una bella morte.

Mi tira giù la zip e si serve da sola, con la canna puntata nel fianco.

«Non mi deludere…», con un colpo di tacchi sulla fiancata dell’auto a mo’ di speroni, sprona la bestia e inizia la cavalcata. «Forza… Black…», è il colore dei miei capelli, e della mia Mustang.

Il suo sguardo sopra di me a un alito dal mio, ed è questo - più dei morti che si porta dietro - che mi fa capire con chi mi sono messo.

Con il demonio.

E non è facile liberarsene.

Su e giù sopra di me e noi due sopra il cofano, le anche robuste che spingono dentro e fuori il mio membro, con la lamiera che si avvalla sotto il peso dei suoi chili e della sua libidine incattivita.

«Ohhh... godo... e ti faccio fuori...», da come sta gemendo penso davvero di avere i secondi contati.

«Fottutissimo… bastardo... vengo... ohhh...».

Sento la canna della pistola premere sul fianco: il tempo è scaduto.

Un pallino rosso sul cuore, ma è troppo presa per accorgersene.

ZING

Faccio appena in tempo a spostarla leggermente, con un’impennata del cazzo.

Voglio darle il tempo di finire la corsa.

Il colpo è arrivato, ma addosso all’altro polmone.

«Uhhh!

Cosa... caz…zo...».

La pistola scivola via come una saponetta, ma le sue mani piantate addosso a me continuano a sostenerla, tenendomela sopra come stesse ancora scopandomi.

Con l'unica differenza che adesso lo sta facendo senza più muoversi.

«Leila...», ha un grosso buco sulle pesanti tette rimaste a penzolarmi in faccia.

E il sangue mi sgocciola in bocca.

«F…r…e…d…», mi chiama dall’inferno, con la sua ultima bolla d'aria.

Ma il cavallo è ormai lanciato al galoppo.

Me la tengo addosso, rigida come un cadavere.

E galoppo.

Leila mi guarda con occhi vitrei, ma sembra godere anche lei.

«Leila…».

Sempre stata una gran cavalla la Dobbs.

Io sono arrivato, lei pure.

Possiamo sganciarci.

Ma non è affatto una cosa semplice.

Mi sforzo per alzarmi da quella posizione e provo a staccarmi di dosso Leila, che è diventata più pesante e immobile di una statua equestre: non vuole proprio saperne di separarsi da me.

Riesco finalmente a farla fuori e la lascio scivolare lungo il cofano dell'auto, sempre con le braccia tese e il corpo contratto nell'identica posizione assunta dopo essersi beccata le pallottola nel petto.

«Ma quanto c’hai messo?», chiedo a Leila, la mia socia.

«Tu quanto c’hai messo!».

«Non siete mai contente…

Cazzo, potevi beccarla alla spalla…».

«Non l'avrebbe nemmeno sentita.

Hai ancora dei rimpianti?

Prendo la roba».

Si illude, Leila non ha portato niente con sé.

Voleva fregarsi i soldi e basta, dando la colpa a un mio colpo di testa.

Ne approfitto per darle un’occhiata.

È in ginocchio, riversa sulla Mustang.

Guarda la luna, anche se non c’è.

Le metto due dita sul collo.

«È morta, ho mirato al cuore».

«M’era sembrato…».

«Che cosa?».

Ascolta… non c’è un cazzo là dentro.

C’ha fregato.

Facciamola sparire nella miniera: non la troveranno mai.

A lui lo bruciamo nell’auto: non lo conosce nessuno».

«La mia Mustang non si tocca…».

La volto e le abbottonò il giaccone fino al collo.

Sarà la sua body bag.

«Ti ha macchiato tutto il cofano…».

Sollevo il corpo e lo portiamo a braccia dentro la miniera.

C’è un carrello su rotaie.

La buttiamo là dentro.

È finita.

«Addio, Leila…», e lo spingo per la leggera discesa, facendogli acquistare velocità: è arrugginito, ma ancora funzionante.

Non so dove arrivi. Di sicuro all’inferno. Il posto giusto per lei.

«Ora non pensarci più», mi dice Leila.

Accendo una sigaretta.

Neanche il tempo di finirla che le viscere della terra rimbombano…

L’eco ha amplificato il rumore: sembrava un treno.

Il carrello è arrivato al capolinea.

E anche Leila.

Con la giusta umidità, si conserverà bene.

«Possiamo andare…», getto il mozzicone a terra.

«F…R…E…D…».

Io e Leila ci guardiamo interdetti.

Se l’ha sentito anche lei, non è frutto della mia suggestione.

«Ma ho mirato al cuore…».

Non ho il coraggio di dirle la verità.

«Forse il vento ha deviato il proiettile…».

«Non c’è vento questa notte, Fred».

«M’era sembrato prima di sentire un debole battito…».

«Perché non lo hai detto? Le avrei sparso il cervello sul cofano».

«Ascolta, Leila… riporta alla base la Mustang».

«Tu che vuoi fare?».

Non ho il coraggio di guardarla.

«Vuoi scherzare?

Chi vuoi che la senta?

Tra poco sarà tutto finito».

È per questo che comincio a correre.

In tasca ho sempre una torcia.

«Stupido idiota…».

Meglio togliersi in fretta dalla linea di tiro della mia socia.

«F…R…E…D…», continua a chiamare, da lì non può muoversi, se continuo a seguire le rotaie devo trovarla per forza.

È decisamente su un binario morto.

«Leila! Sto arrivando!».

Ma quanta strada ha fatto…

Dove si è cacciata…

«Leila!», ci sono.

Le allento subito il giaccone.

E le illumino il volto: primo piano sulla morte.

Bocca semiaperta, impastata di sangue, occhi che vagano assenti nel buio, un pallore spettrale sulla faccia e sul collo.

«Fred…», mormora piano, ha capito che sono arrivato.

«Leila… non parlare…», la ferita si è quasi coagulata.

È forte come un toro.

«Anche tu… non eri solo…».

«Hai sbagliato tutto, Leila».

«È un uomo… o una donna…», zitta, dannazione; ti si riapre la ferita.

«È finita… non lo hai… capito…».

«È un uomo».

Scuote lievemente il capo, non se la beve.

«Un uomo… non m’avrebbe… ammazzato…».

È sempre stata in gamba.

«Dimmi una cosa, Leila.

Sei venuta anche dopo lo sparo, vero?».

«S…ì…», con un lungo sussurro che mi fa bagnare.

«È stata una tua idea quella di fregarmi?».

«Il Senatore… ha già la roba… siamo amanti… avrebbe dato… la colpa a te… dovevi sparire… io cavarmela… con qualche graffio…».

«M’avresti sparato sul serio, quindi?».

«Sì…».

È un sì diverso dall’altro.

Cattiva fino in fondo.

Ma almeno sincera.

«E buttato qua dentro, magari?».

«Certo…».

«Ci sei riuscita lo stesso».

«Ma qui… ci rimango io…».

«Per quanto tu sia solo una cagna, Leila», le tampono il buco che ha ripreso a sanguinare, «ti porterò fuori da qui».

«Non voglio… la tua pietà…».

«E allora crepa…

Perché mi hai chiamato?».

«Ero al buio… sola…», adesso fa più fatica di prima a parlare.

Mi si aggrappa addosso, stremata.

«Fred… è finita… capisci…».

Le fa rabbia, la capisco.

È una bella donna a crepare, uccisa da un’altra bella donna.

«Bevi qualcosa…», ho sempre con me la mia fiaschetta. «Leila… che cosa non ha funzionato tra noi?».

«Tu sei… uno stronzo… e io… una vacca…».

«Ti ho dimostrato di essere anche un toro.

E anche tu sei una bella stronza.

Perciò non vedo perché non dovrebbe funzionare».

Ha un rigurgito di sangue dalla bocca, che mi ricorda il perché.

«Ascolta, Leila… adesso ti riporterò su.

Poi prenderai la tua decisione».

La risalita è maledettamente complicata, lei pesa come un bisonte, anche se è fatta bene.

Per controllarla meglio, l’ho messa con la faccia rivolta verso di me, invertendone la posizione nel vagoncino.

Sembra quasi divertirsi.

E si è completamente sbottonata il giaccone.

Alla fine potrei rimanerci secco io.

Sempre che Leila non sia rimasta su ad aspettarmi, pronta a spararmi.

Comunque manca poco, lo saprò presto.

«Fred…!», mi chiama all’improvviso, con voce soffocata.

Allarga un braccio e s’aggrappa al bordo argilloso della galleria.

Mi fa quasi rallentare, ma io non mi fermo.

È rimasta con il braccio a penzoloni, la bocca spalancata e gli occhi vitrei.

Il pesante seno affossato sul ventre.

Era all’ultima curva.

Io continuo a spingere.

Spingo talmente forte che faccio deragliare il carrelletto e lo guido fino alla sua auto.

L’afferro per il bavero del giaccone, ma mi fissa senza vedermi.

«A…N…I…T…A…!», faccio esplodere la mia rabbia, tanta fatica per niente.

Non c’è nessun rimbombo che possa aiutarmi, siamo sotto le stelle.

Ma è come una detonazione.

E pensare che lei aveva usato il silenziatore per liquidare il suo scagnozzo.

Ha ceduto da poco.

Non mi arrendo.

Apro il cofano e metto in moto; e tiro fuori il tappetino di gomma, che sta sotto la pedaliera.

Le tolgo gli stivali, la scarico dal vagoncino e la metto inginocchiata a terra, in una posizione simile a quella che aveva tenuto sul cofano della Mustang.

Solo che questa volta il cofano è aperto.

Le allungo un braccio su un polo della batteria, e sto per fare lo stesso con l’altro, avvolto nel tappetino isolante.

È l’ultima chance. Non ho altro.

Devo staccarla dopo un secondo, non di più.

SZUOM

I capelli bruni le si rizzano letteralmente in testa, è percorsa da un violento spasmo.

L’ho già staccata, ma ho ancora paura a toccarla.

Gli spasmi proseguono, forse ha funzionato.

«Che… caz…zo…», ha funzionato!

Tra noi no, ma con la batteria ha fatto scintille.

È incredula.

Guarda il cofano aperto della sua auto e sembra capire tutto.

«Sei stata assente per un po’, Leila.

Ricordi qualcosa di quei momenti?».

«Un urlo… ho sentito un urlo…».

«Che urlo?».

Mi risponde prima con gli occhi.

«Leila…», quasi incredula. «Dammi un bacio… Fred… e al diavolo tutto…».

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ALTO RISCHIO

DI ESTINZIONE

di Salvatore Conte (2017)

Da quando il tumore le ha scavato l’intestino, la specie di Sandy è ad alto rischio di estinzione, essendo lei uno degli ultimi esemplari rimasti.
Sta aspettando la fine nella villa di un’amica. Esce comunque spesso, rimanendo attiva fino all’ultimo.
Quella sera, però, si fa riaccompagnare prima del tempo.
«Non mi sento bene».
«Vuoi chiamare il dottore?».
«No, mi basta tornare a casa».
Sandy si aggrava nel proprio letto, respira con fatica.
Tutti sanno che deve crepare e che ha tirato la corda fin troppo a lungo.
Potrebbe essere la serata giusta.
Le amiche si affrettano a farle visita, il medico è già arrivato, le applica la maschera dell’ossigeno.
Non si riprende.
«C’è un’emorragia in corso», diagnostica il dottore.
Si decide se portarla in ospedale o meno.
Per il momento rimane lì.
«Non ci saranno problemi legali?».
«No, il suo status di malata terminale è ufficiale. Ha sempre detto, a me e a voi, di non gradire un ricovero. Se non ci ripensa, questa è la sua volontà.
Detto fra noi, se si toglie il pensiero è meglio».
«E se lo sta togliendo…?».
«Un’emorragia si sa quando parte, ma non quando finisce…».
Tutto intorno a lei, ai lati del letto, ci sono le sue amiche.
Le prendono le mani, la incoraggiano.
Lei fissa con occhi spenti il soffitto della camera. Sembra già cadavere e c’è chi piange e si spaventa.
«Sapevamo che non mancava molto…».
«Ma stasera stava così bene…».
«Succede sempre così. E poi la bellezza di Sandy ha offuscato gli effetti del cancro fino all’ultimo».
«Se superasse questa maledetta crisi, potrebbe tirare avanti ancora…».
«Ha detto il medico che è completamente invasa dal tumore. Al più guadagnerebbe pochi giorni».
«Meglio di niente».
«Illudersi è una brutta cosa».
«Ma lei sta lottando, lo sento».
«Sappiamo tutte che ha la pelle dura».
«La vita è una sfida che riserva sempre sorprese.
Per morire degnamente non si deve buttare via nemmeno un sospiro.
Nel guadagnare qualche giorno, il tumore potrebbe stabilizzarsi».
«Mi sembra del tutto impossibile».
«Mi risulta stia provando una nuova cura».
«Le ha provate tutte, se è per questo».
«Non tutte, se questa è nuova».
«Credi che a me non dispiaccia?».
«Anche Atossa fu data per spacciata da giovane e morì a quasi cent’anni».
«Atossa chi…?».

Gli ammonimenti di Catone sono giunti invano ai posteri.
La figlia di Ciro il Grande, l’Imperatrice di tutte le nazioni, che divorò il male divorante, deve sopportare l’incredulità dei posteri.
I tre ladroni in croce hanno potuto più di tutti gli eserciti.
Oh Atossa, oh Catone, malauguratamente credemmo che giammai vi sareste estinti!
Progressiva è la Storia, sì. Verso il basso.
Greci corrotti spacciano malattie per cure e cure per malattie.
Ma se Ulisse e Annibale ebbero diritto alla vendetta, che mai potrebbe commettere il nuovo Ultor?
D'altronde vale per Plinio ciò che egli disse di Catone: ben poco possono aggiungere al suo prestigio duemila anni di puntuali conferme, tanto preclaro il sommo ingegno e prossimo agli dei l'intelletto.

MOX·A·SAEVITIA·SECANDI·URENDIQUE·TRANSISSE·NOMEN·IN·CARNIFICEM

(NH.XXIX.13)

INTERDIXI·TIBI·DE·MEDICIS
Marcus Porcius Cato

(NH.XXIX.14)

MEDICOQUE·TANTUM·HOMINEM·OCCIDISSE·INPUNITAS·SUMMA·EST
(NH.XXIX.18)

«Zitte! Vuole togliersi la maschera...».

«Forse dirà qualcosa...».

Non molto, per la verità.

«Sta morendo!».

«Ma chi glielo fa fare?

Perché non si lascia andare?

Eppure ha 60 anni, no?».

«Sta aspettando qualcuno, non lo avete ancora capito?».

«E tu come lo sai?».

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

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La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

NIENTE DA FARE

PER LA GRAN PUTTANA

di Salvatore Conte (2017)

«Kelly rimarrà uccisa, ma è troppo presto per seppellirla».
Nella rapina ha preso una pallottola nello stomaco, però nessuno dei due ha il coraggio di finirla.
Perciò se la portano appresso.
Doveva essere l’arma di distrazione della piccola massa presente in banca, e così è stato fino a un certo punto.
Dopo, però, la guardia giurata - che cosa abbia giurato non lo sa nessuno, nemmeno l’FBI - ha pensato bene di intervenire, sparando per prima cosa a lei.
Forse aveva giurato di uccidere una bella donna.
La cosa, comunque, non gli ha certo giovato, poiché la guardia ha preceduto Kelly sulla barca di Caronte.
Non si torna indietro dalla Porta di Dite, contati i giorni e le ore, meglio goderne senza dispiacere gli dei.
La Maddox è una biondona sui 50, pesante di seno, morbida, rotonda, con la maglietta sempre attillata a maniera.

Non accennava né a invecchiare, né a sfasciarsi, prima della pallottola.

«Quel bastardo… m’ha fottuto…».
L’hai capito anche tu, bella. Di solito le belle non hanno cervello.
«Stai calma... arriviamo al covo e ti attacchiamo al respiratore: ti sentirai meglio».
«Cristo... perdo troppo sangue...!».
Frana di spalla contro il socio, per farsi commiserare un po’.
Le donne sono così.
Donald e la bella puttana occupano il sedile posteriore.
Angus è alla guida.
«Andiamo… premi sul buco… così… o rimarrai uccisa».
Non sembra fregargliene un cazzo.
Le allaccia le mani sullo stomaco e rimane a guardarla mentre crepa: figura ingobbita, volto pallido, mormorii incoerenti.
È la fine di Kelly Maddox.
Lo sa anche lei, e le donne non ci stanno a crepare senza ricevere un po' d'attenzione.
Didone pose il rogo nel punto più alto di Cartagine.
«Non morirò così...», sussurra, prima di inscenare una rabbiosa sfuriata.

               

La biondona sogna di mettersi in marcia verso la salvezza; a passi decisi; è sempre tracotante, nonostante il buco fatale.
«Ferma... ferma...! Non voglio crepare...!», urla disperata, mentre si stacca la mano dallo stomaco - tornando parzialmente alla realtà - e la mette in faccia ad Angus, insanguinata com'è.
«Dannata puttana: stai buona o ti faccio secca», Donald le fa sentire la canna della pistola sul fianco.
«Stronzo...!».
Quel gesto la fa infuriare ancora di più.
«Che vuoi farmi...?», lo strattona, ha ancora birra.
BANG
È partito un colpo!

Kelly strabuzza gli occhi e spalanca la bocca, tragicamente incredula di aver perso ogni influenza su di loro e di aver giocato così male le sue ultime chances.

"NO!", un grido esplode nella sua mente.

È stata eliminata senza tanti riguardi.

Adesso è fottuta sul serio!

Perdendo il controllo, si rovescia all'indietro, sbattendo a peso morto contro la portiera, le braccia inerti lungo i fianchi.
Ora la birra l'ha finita.
La gran puttana è fottuta!
«Ma che cazzo hai fatto?!
L'hai ammazzata!», anche se sembra biasimarlo, Angus ha ormai capito che è giunto il momento di sbarazzarsi di quella troia.
«Era isterica... non volevo farlo...
Fermati, dobbiamo scaricarla».
«E dove?
Arriviamo al torrente, almeno».
La strada diventa un ponticello.
Angus fa passare un'auto dal senso opposto.
Non c'è molto traffico.
Scendono e scaricano la bella troia.
Non ha mai esercitato, ma le donne - specie le bellone - vengono chiamate così.
Reminiscenze della prostituzione sacra.
Anticamente, le più belle donne della comunità - depositarie del potere femminile - assumevano infatti il ruolo di prostitute sacre, nel senso di offrire un supremo esempio, unendosi agli uomini a prescindere dalla valutazione dei singoli individui: dei, eroi, dignitari, uomini comuni; ben sapendo che la maggior parte d'essi mai avrebbe potuto arrivare a loro.
Un esercizio a tutti gli effetti religioso, mirato a legare la comunità intorno a principi indissolubili, tanto che - pur nella degenerazione dei costumi cristiani - rimane fortemente presente, a livello latente, nella coscienza di ogni bella donna e in quella sociale.
Una bellona non può essere sposata a un solo uomo. Lo sa.
Non può che andare oltre, deve sapersi dividere, differenziarsi, assumere diversi ruoli e responsabilità, perché è la maggiore potenza della comunità.
Non passa nessuno. Possono procedere tranquilli.
SPLASH

Kelly Maddox è scaricata.
La zona è rustica. Poco più a valle un pescatore ha lanciato l'amo.
Certo non si aspetta che il pesce sia così grosso.
La corrente è lieve, ha il tempo di entrare in acqua e portare a riva il corpo.
Spinge sul petto e soffia aria in bocca, senza alcun disagio e senza stancarsi, anzi ci prova gusto.
È una gran bella donna.
Quando ha la certezza che sia ancora viva, si interrompe e cerca di chiamare la polizia; ma la zona è rustica e il cellulare non ha campo.
Torna da lei e mette in moto il cervello, ma sembra ingolfato da troppi pensieri.
È una gran bella donna e ha due grossi buchi in pancia: la visione lo sconcerta.
La solleva tra le braccia e la carica in macchina, senza badare alle tracce indelebili che lascerà il sangue.
Kelly allunga la mano verso di lui.
«Niente ospedale... voglio... solo... crepare... in pace...».
L'ospedale era l'unico punto fermo, nella sua testa.
Se non lì, dove?
La pesca è stata esagerata, il boccone è troppo grosso per lui.
«A casa tua... tu... mi hai raccolto...».
Pescato, forse, sarebbe più corretto.
È confuso al punto di darle retta.
Vive solo, in un villino poco distante.
La trasporta fino al suo letto a due piazze.
Vive solo, ma dorme talvolta in compagnia.
«Che cosa devo fare?», le chiede, riconoscendo la sua sudditanza.
«Niente...».
«Solo una cosa».
Gli viene in mente che in bagno ha dell'ovatta.
Le tampona i buchi.
Poi le dà qualcosa da bere, di forte.
Piccoli gesti, forse inutili, ma che una donna in punto di morte sa apprezzare.
Niente spinge alla vita più del calore umano.
«M'hanno sfondato... quei bastardi...».
Non gli interessa sapere chi.
La sua attenzione è focalizzata su di lei.
Certo, qualcuno le ha sparato, per determinati motivi.
Ma a che servirebbe conoscere i particolari?
Di fronte a questa donna bellissima, mai vista da così vicino, tutto il resto scompare.
È più sotto shock lui che non lei.

«Ho un'amica che fa l'infermiera. È brava. E terrà la bocca chiusa. La chiamo?».
Annuisce.
«Mi serve... ossigeno...».
«Sì, certo, le dirò di portarlo».
«Presto... ho poco tempo...», l'ha lusingata e ora ha ripreso a sognare.
Con la maschera in faccia va decisamente meglio.
Dopo aver acceso la tv, non ci vuole molto a capire chi sia, tanto più che ha agito a volto scoperto, per la solita storia della distrazione di massa.
«Non m'importa di sapere quello che hai fatto.
Anche Annabel la pensa così.
Il destino ti ha portato.
E il destino non sbaglia.
Ubbidirò ai tuoi ordini».
«Come ti chiami...».
«Fred».
«Sono fottuta... Fred...», detto questo, si tira la maglietta già appesantita dal seno.

La Maddox muove la lingua, Fred capisce subito, come un cane - d'istinto - gli atti del padrone.
La bacia.
«Voglio... che il mio sangue... ti rimanga...».
«Ho capito», lo dice per convincersi, ma non è vero. Non ha capito.
Sono passati troppi secoli.
Però la segue con l'istinto, sa che vuole trasmettergli qualcosa.
Da quando l'uomo ha pensato troppo, ha perso il lume della ragione, come chi si sforza la vista di notte, quando basta aspettare il giorno.
Poche semplici cose sono da fare: riverire gli dei e astenersi dal far danni.
Come questi due grossi buchi in pancia, fatti a Kelly, che non le danno tregua.
Niente da fare per la gran puttana.
Questo è chiaro sia a lei che a loro.
Però si va avanti, come in un cerimoniale.
La Maddox se la stira tutta, fino alla fine.

Sta tremando, l'infermiera l'ha coperta e guarda allusivamente Fred, scuotendo furtivamente il capo.

«A...c...q...u...a...».

Le bestie hanno sete quando muoiono. La flebo non le basta. Forse vuole togliersi il sangue dalla gola.

Ma non riesce nemmeno più a bere.

L'acqua si versa ai lati della bocca.

È andata.

«Era ancora viva quando l'abbiamo gettata?», domanda Angus.

«Che importanza ha?».

Accende l'autoradio, sono ancora in fuga.

«Voglio sapere se hanno ritrovato il corpo».

«Non credo, la zona è poco abitata».

«Sono rimasti a quand'era ferita. Stanno controllando gli ospedali. Imbecilli».

«Dovrebbero controllare i torrenti».

«Il corpo non è stato ritrovato».

«Che importanza ha?».

«Fai sempre le stesse domande».

«Per forza, tu non rispondi...».

Non lo fa nemmeno questa volta, qualcosa lo rode.

«Era una bella puttana».

«Vero.

Lo sai con questi soldi quante ne possiamo avere?», scuote il sacco, per farglielo capire meglio.

«Come lei?».

«Più o meno come lei».

«Ne dubito».

«Parli come un innamorato.

Se ci tenevi tanto, perché non gliel'hai mai detto?».

Già... perché...

SCREEEK...

La macchina inchioda le gomme.

Colto alla sprovvista, Donald sbatte contro il sedile anteriore e rimbalza indietro.

BANG

Angus ha tutto il tempo di estrarre e sparare.

BANG

BANG

E di finirlo.

Entra in una stradina laterale e lo scarica in un fosso.

L'ha vendicata.

Ora deve fare i conti con sé stesso.

Rimonta in macchina e torna indietro, accettando il rischio.

La lascia vicino al ponticello e cammina lungo la sponda.

Quando se n'erano andati, il corpo di Kelly stava galleggiando sull'acqua, seguendo la corrente.

Qualcuno più a valle potrebbe averla vista.

Sulla riva ci sono un paio di pescatori.

Angus fa qualche domanda.

Uno non sa niente, è lì da poco.

«Però Fred di solito viene a pescare prima di me», si è voltato verso l'altro.

«Salve, Fred. Il suo amico mi ha detto che è qui da un po'».

«Io...?!», non è certo il tipo che sa mantenere il sangue freddo.

È tornato perché non reggeva la tensione. Ha lasciato Kelly ad Annabel.

Non essendoci campo, non può neppure essere avvisato, se la situazione precipita.

«Qualcosa non va, amico?».

«Joseph è un chiacchierone. Io sono qui da poco».

«È esattamente quello che ha detto, infatti...».

Lo tira su di peso e lo trascina dietro un arbusto, tenendo un occhio su Joseph, nel caso si allarmasse.

«Parla, o t'ammazzo...», la voce fredda e decisa è più minacciosa di un'arma.

«Sta morendo... lasciatela in pace...».

Morendo?

«Ma di chi parli?».

«Io...».

«Descrivila!».

«È molto bella...».

«È la più bella donna che tu abbia visto?», tanto per tagliare la testa al toro.

Annuisce.

È lei.

Angus cambia atteggiamento.

«Io non voglio farle del male.

Se l'hai aiutata, sei stato bravo.

L'hai vista e l'hai tirata fuori dall'acqua, vero?».

Annuisce.

«E non hai chiamato un'ambulanza?».

Scuote il capo.

«Quindi l'hai presa e portata dove?

Come stava, Cristo?!», gli parte uno sclero.

«Stava male. L'ho portata in un posto e ho chiamato un'amica che fa l'infermiera».

«Quale posto?».

È indeciso.

«Avanti... ho fatto il colpo con lei e se la cerco è per aiutarla.

Ho io i soldi...», gli mostra una mazzetta. «Sei stato bravo finora. Hai fatto le cose giuste».

«Sta molto male... è a casa mia».

«Andiamo... non perdiamo tempo.

Tranquillizza il tuo amico».

La ritrova attaccata alla maschera dell'ossigeno.

Qualcosa gli diceva che forse era ancora viva.

«Posso parlarle?».

«Solo pochi minuti».

Annuisce.

L'infermiera la stacca.

Le prende la mano per tranquillizzarla.

«Cane... bastardo...».

«Mi dispiace, Kelly. Pensavo fosse finita.

Sono contento di essermi sbagliato».

«Non ci credo... sei un bastardo...».

Le mette in mano la pistola.

«Dai... spara... è carica».

Angus si mette davanti alla canna.

«Se vuoi vendicarti, puoi farlo».

«Non ci credo... è scarica...».

BANG

La finestra va in frantumi.

Per fortuna il posto è isolato.

Fred e Annabel entrano di corsa.

«Calma... i soldi per le finestre non mancano e la buona stagione è cominciata.

Non c'è nessuno qua intorno, vero?».

Kelly ha spostato il tiro - per fortuna di Angus - e ha sparato.

«Sei matto... potevo ammazzarti...».

«L'avrei meritato.

Magari, però, quel salto ti ha fatto bene.

Ha fatto scattare qualcosa dentro di te... la voglia di non affogare...

Si dice che in ogni fiume, anche piccolo, sia presente uno spirito.

Hanno fatto tante storie per quel fiume degli indigeni maori.

Gli hanno dato la personalità giuridica.

Ma Cristo! Per i Latini il fiume Tevere era un Dio!

Abbiamo dimenticato tutto».

«Io crepo... e tu... parli di storia...

Da professore... col cazzo... che facevi... la grana...

Donald... dov'è...».

«L'ho ammazzato e buttato in un fosso.

Ti aveva sparato».

«I fossi... non hanno... uno spirito...».

«Sei una grossa puttana».

«Ora basta, mi dispiace», è rientrata l'infermiera.

Le applica la maschera e somministra un leggero sedativo.

«Cos'è quello?», Angus si riferisce al contenuto della flebo; sembra sangue, ma presenta filamenti verdi.

«È sangue sintetico, a viscosità relativa. Se la pressione scende - a causa di un'emorragia, per esempio - diventa quasi solido, riducendo al minimo la perdita.

Me l'ha fornito un amico. Anni addietro faceva il medico».

«Adesso, invece, cosa fa?».

«Poiché è stato radiato, adesso fa esperimenti. Di nascosto. Anche se lo sanno tutti».

«E funzionano?».

«Certo.

Se è stato radiato, vuol dire che è bravo.

Quelli che non capiscono niente, non li radiano».

«Non c'è niente da fare per lei, vero?».

«Che io sappia, no.

Però, al momento opportuno, passerà il mio amico, quello radiato.

E allora, chissà.

Fa esperimenti con i morti, ne ha ripreso più di qualcuno; figuriamoci con una così, che proprio morta non è».

«E quando arriva?».

«Quando non ci sarà più nulla da fare...».

«Non è meglio anticiparsi un po'?

Se è una questione di soldi...».

«È una questione di tempi, non di soldi.

Non manca molto, ormai.

La grossa puttana, come la chiama lei, ha la pelle molto dura.

La terapia del nostro scienziato è efficace solo in punto di morte.

Ma non si spaventi: la sua amica non diventerà uno zombi».

«Non vorrei doverlo radiare anche dalla vita, glielo faccia sapere, okay?».

Irritato, per allentare la tensione, schiocca un bacio in fronte a Kelly.

«Per lei non c'è proprio nulla da fare, amico.

Neanche il nostro scienziato potrebbe aiutarla...».

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

FINE UNDERTAKING

di Salvatore Conte (2017-2018)

«Cagna!».

«Maiale!».

BANG

BANG

THUD

Ha preso un colpo allo stomaco, ma non rinuncia ai dollari.

D’altronde è Romina Lopez, un puttanone calibro 45.

Ha fulminato El Puerco con una pallottola al cuore, senza concedergli la replica.

Dovevano dividere, ma sono prevalsi i disaccordi.

Non c’era abbastanza grano per un porco e una puttana.

Fuori del saloon, intanto, si spara ancora.

Neanche la ghost town è un posto sicuro.

La banda, già falcidiata durante la fuga, è ormai parte integrante della città.

La Lopez raggiunge il cavallo, tenendosi stretto il sacco con i dollari.

Raggiungerà un villaggio di uomini vivi e tenterà di procrastinare il lutto per sé stessa.

Ma uno dei suoi uomini, agonizzante a terra, non può fare a meno di notarla.

«Figlia di troia… vuoi salvarti solo tu…».

BANG

La raggiunge al fianco.

«Maledetto…!».

BANG

La puttana lo fredda.

Ma ha incassato un’altra pallottola da cimitero.

È piegata in due sulla sella, ammassata sopra il sacco dei dollari.

Ha preso piombo pesante.

Non ce la farà a raggiungere un villaggio.

Tanto vale rimanere.

THUD

E lasciarsi andare.

Frana a terra, cercando di accompagnare la caduta.

Si rovescia anche il sacco, rivelando il suo contenuto. Nel vento marcio della ghost town si rincorrono sterpaglie secche e dollari fruscianti.

Romina si predispone a strisciare e tenta di raggiungere la costruzione di fronte.

Non vuole crepare per strada come una puttana.

È il negozio del becchino, l’undertaker shop.

Posto ideale per morire: nel futuro si direbbe un cadavere a chilometri zero.

Ma la Lopez non se n'è ancora resa conto.

Per lei è uno stabile come un altro.

Ansimante, rabbiosa, cerca di non farsi scappare l'ultimo sospiro, mentre striscia come una serpe.

Adesso ai dollari non ci pensa più.

«Vai a prenderti le misure, Romina?».

«Tu… dovevo immaginarlo…».

«Già… io…».

Kelly Maddox, la biondona.

Ha aspettato i superstiti della banda, nascosta nella ghost town.

Sapeva che si sarebbero rifugiati qui…

El Puerco s’era tenuto un asso nella manica, ma all’inferno è inutile barare.

«Le misure… prendile per te…».

«Che vuoi dire?».

«Lo scoprirai presto…».

La Maddox non è l’unico asso sporco in circolazione.

In città c’è Django…

«Kelly! Siamo rimasti solo io e te!».

Cammina al centro della main street.

La invita a un regolare duello.

«Perché non ci mettiamo d’accordo?», la biondona tratta.

«Hai paura?

Perché non ti abbottoni la camicetta?».

«Vaffanculo, frocio!».

«Non c’è abbastanza grano per tutti e due, bellezza.

Ma se non crepi subito, ti dimostrerò il contrario.

Sarà un fine undertaking… come c’è scritto sull’insegna.

Sempre che ti piaccia il cazzo… alle lesbicacce non piace molto…».

«A proposito, lo sai che la tua troia sta crepando…?

Ti eri messo d’accordo con lei, vero?».

«È solo una puttana, non mi serve a molto».

La trattativa non ha portato a nulla.

La camicetta sbottonata non è bastata.

Bisogna calare le carte.

Sul piatto ci sono tanti dollari.

BANG

«Urghh…!!».

La forza d’urto della pallottola la fa ruotare su sé stessa.

La Maddox si ritrova il polmone destro bucato.

È riuscita a estrarre, ma non a sparare.

La sua colt è finita a terra prima di lei.

«Bionda, sei fregata!

Ma Django è di parola: avrai la tua bella sepoltura.

Prima ti ripasso con la mia pistola e poi con la colt.

Più o meno nello stesso punto… non te ne accorgerai nemmeno».

La Maddox frana sulle ginocchia, sempre di spalle al pistolero.

Lui si avvicina e la spinge in avanti.

THUD

Adesso è a terra.

La rovescia supina e la inforca.

Quindi la inclina di fianco e introduce la canna della colt nel buco libero.

Arriverà, si toglierà di mezzo, e farà fuoco.

Lei passerà dal godimento alla morte senza neppure accorgersene.

Eccolo… è quasi arrivato…

«Bionda… sei bona… bona…».

BANG

«Non sono… la tua puttana… lurido bastardo…».

Ma non riesce a sparare neanche una volta.

Crepa in malo modo, senza nemmeno liberarsi.

Romina non è stata magnanima: non gli ha concesso un fine undertaking.

L’arrivo è postumo, per così dire.

«Kelly… veniamoci incontro…».

La Lopez striscia verso la Maddox.

Solidarietà tra puttane.

«Come stai… bionda…».

«M’ha bucato il polmone… si sta riempiendo…», sputacchia sangue, infatti.

«Hai sempre l’altro…».

«Tu come stai…».

«Pensavo di stare male… prima di vedere te…».

«Mi hai salvato la pelle… mettiamoci insieme…».

«Prima… però… dobbiamo cercare… di non crepare…

Tu… ci provi…?».

«Io… ci provo…

E tu…?».

«Io… ci provo… bionda…».

E strisciano insieme verso il sacco dei dollari, che perde banconote come loro perdono sangue.

La vista ravvicinata della preziosa filigrana gli ridarà un po’ di colorito.

«In fondo… quell’idiota… aveva ragione… io… preferisco… una puttana… come te…».

Parte un bacio semifreddo, fra puttane che crepano.

Tra sangue, dollari e morte.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

ZOTHIQUE:

L'ASCESA DI BALTEA

di Salvatore Conte (2017-2018)

Come se uno partisse per il giro del mondo e dopo mezza lega lo fermassero per dargli un fiore: «Questo è il più bello che troverai».

Chi lo crederebbe?

Chissà quanti ne troverò, penserebbe chiunque. Visiterò le regioni più remote di Zothique, i posti più strani ed esotici.

E invece chiunque sbaglia.

Ha un senso viaggiare?

«Cercherò la donna più bella del mondo!», proclama l’eroe.

E dopo mezza lega incontra una contadinotta polposa e quasi beffarda che gli chiede se vuole acquistare i suoi prodotti.

Sei bella, sì, ma chissà quante ne incontrerò più belle di te, se il mondo è tanto grande. Il viaggio è appena iniziato.

«Mi dispiace, bella, ma non posso fermarmi a comprare i tuoi prodotti».

Le sorti, però, si fanno beffe dei mortali.

Quell’eroe - dopo aver girato tutto il mondo e visitato i luoghi più esotici - tornerà al suo villaggio senza aver trovato nessuna donna più bella della contadinotta che gli offriva i suoi prodotti a mezza lega da casa.

Una dea a chilometri zero, si sarebbe detto in un remotissimo tempo.

Abituato a evitare i pericoli, aveva inteso troppo poco della Prudentia, la dea tanto cara alla vetusta civiltà del sole biondo.

Non dunque, e non soltanto, la cura dei pericoli, unica accezione oggi conosciuta, ma la cura della giusta azione in relazione ai propri obiettivi.

Le cose che possono essere dipendono da minimi dettagli che sfuggono ai mortali: gli unici alleati sono il tempo e la conoscenza di sé.

Un eroe meno giovane non avrebbe congedato la contadinotta.

«Acquisterò tutti i tuoi prodotti, se tu acconsentirai ad accompagnarmi nel mio viaggio».

L’eroe meno giovane sarebbe tornato senza rimpianti.

Cercava ciò che aveva già trovato. Invero gli dei sono fra noi. Non cessano di insegnarci a vivere, fino alla morte.

La contadinotta a Psiom fa la cameriera e si chiama Baltea.

       

       

       

       

Bella come un frutto maturo, possente e sensuale come una dea in calore.

«Tu sanguini, vecchio!», esclama, all’indirizzo di un avventore.

«Lo so, la vecchia ferita si riapre, in talune occasioni».

«Una coltellata ricucita male?».

«In un certo senso…

È una vecchia ferita d’amore».

«Non ha senso sanguinare per una donna, se è una donna…», ridacchia maliziosa. «E poi le ferite d’amore non sanguinano… tu mi prendi in giro!», e ride ancora, divertita, allegra.

«Se mi fai ridere… mi fa più male…

Perché sanguinare non avrebbe senso?».

«Perché le donne…», sussurra, «sono tutte puttane…».

«Tu ne hai fatto sanguinare qualcuno?».

«Io? Se intendi un paio di stronzi che mi sbavano addosso…

Dai… mi sei simpatico: finisco il giro e poi mi descrivi la puttanella che ti ha fatto sanguinare…

Tu cosa prendi?».

«Quello che c’è: un piatto e da bere».

«E per la tua ferita? Un guaritore, un negromante… posso farli chiamare».

«Non servono».

La cameriera ritorna e si siede un attimo al suo tavolo.

«Allora… ti ascolto…», è curiosa, le hanno insegnato che i vecchi spesso custodiscono dei segreti.

«Era bella come una dea, solida come una contadinotta, morbida come una puttana, decisa come una guerriera…».

«È morta?».

«No, tuttaltro. Gode ottima salute».

«E come si chiama?».

«Giunona».

«Pensi che una donna così potrebbe fare strada?».

«Potrebbe governare buona parte di Zothique».

«Baltea… vuoi muovere il culo?».

«Devo andare, vecchio. Quella Giunona… è tanto meglio di me?».

«Per niente».

«Perché non torni, domani? Ti parlerò di un certo progetto…».

Baltea è affascinata dal potere e le parole del vecchio l’hanno lusingata.

Forse le storie che si raccontano sono vere.

Fatto sta che si rivedono.

È troppo malandato per pretendere qualcosa da lei, è un gioco senza rischi.

La bellezza non dura per sempre. Deve osare e raggiungere il potere senza indugi, a qualunque costo.

Non ci vuole molto a convincerla.

Avrà un esercito. E sarà reclutato nella necropoli del Delta, tra Psiom e Umbri, a cura di Minkoha, una potente negromante.

L’esercito sarà comandato da Bochro, un possente guerriero di razza bersek.

Per non destare sospetti, Baltea continua a servire nella malfamata locanda di Psiom; ma la sua mente è ormai altrove.

Presto i suoi cadaveri attaccheranno la cittadina, e lei ne farà la capitale del suo impero.

Conquistare Psiom e la vicina Umbri non è difficile.

Il difficile viene quando dalla capitale di Ustaim, Aramoam, giunge una potente armata a reprimere la secessione.

La battaglia è cruenta.

«Muori, cagna!».

SZOCK

Minkoha viene sorpresa e colpita a morte dallo spadone di un ufficiale nemico, che però esita - davanti alla bella negromante - dopo aver estratto la lama dal ventre, lorda di sangue e brandelli d’interiora.

Sa di averla uccisa e decide di non infierire, ormai svuotato del suo furore.

«Maledetto… non mi lasci scampo…», la strega ha paura, la spada si è infissa profonda, ha bevuto il suo sangue come una bestia feroce.

Mentre si abbranca la pancia, Minkoha perde il bastone del comando: le corna ricurve di Thasaidon si conficcano nel terreno fetido.

I cadaveri sbandano, sentono la fine della loro padrona.

La maga muove alcuni passi barcollanti, sotto gli occhi sbigottiti dell’ufficiale che l’ha uccisa; non credeva di riuscire ad ammazzarla, né che si trascinasse in giro sventrata in quel modo.

Minkoha si dirige - orrendamente aggrappata alla vita - verso uno dei tanti canali del Delta, mentre le budella le scoppiano dalla pancia.

L’ufficiale di Ustaim non fa nulla per fermarla.

SPLASH

Nonostante la massiccia presenza di alligatori, la negromante si fa cadere in acqua e si lascia trasportare dalla debole corrente: braccia e gambe larghe, trafitta a morte, non ne ha per molto.

Affanna disperata, con poca aria nei polmoni, ma continua a lottare: prima di crepare, vuole raggiungere Baltea.

Attirati dal sangue, numerosi coccodrilli convergono sulla preda, ma nessuno l’azzanna.

Ad un tratto, la negromante cerca di avvicinare la sponda.

C’è riuscita.

Si rovescia pancia a terra e prende a strisciare come una serpe di palude verso l’interno.

«Padrona avere problemi…».

L’hanno vista.

«Ne ho per poco… è entrata profonda… portatemi da Baltea…», mormora, fra le braccia dei cadaveri; è indebolita, deve aiutarsi con le parole.

Nonostante tutto, la battaglia è vinta: le truppe di Ustaim si ritirano.

Il Delta mefitico ha protetto Psiom.

Si racconterà di molti soldati dilaniati dai coccodrilli.

Il prezzo pagato, però, è alto: la caduta di Minkoha è la prima grave perdita dall’inizio della guerra.

La notizia della sua fine corre in un attimo.

Morente, è vegliata a vista da una multiforme folla: adepti, soldati, cadaveri; e naturalmente dall’Imperatrice.

Il suo assassino è stato catturato.

Vagava intontito fra i canali.

«Questo ufficiale dice di averti colpito con la sua spada: lo riconosci?».

È Bochro a chiederlo.

«È stato lui… ma… non uccidetelo…».

«Perché no?».

«Non l’ha fatto… con cattiveria…

Avrebbe… potuto… finirmi…

È pentito…».

«Tu! Sei pentito?».

«Io… io… non volevo…», sembra sincero, oltre che intontito.

«Portatelo via… e che sia controllato a vista.

Gli altri prigionieri nei canali!».

«No… fagli vedere… la mia morte…

Voglio parlargli…».

«Come vuoi».

«Mi hai ucciso… e io… ti ho maledetto…

Ma puoi salvarti… combattendo… per Baltea…

Come ti chiami…».

«Olmek».

«Quando… sarà il momento… sarai tu… a finirmi… avrai… un pugnale…».

«No. Io basta».

Minkoha allarga le mani insanguinate, esponendo le budella schizzate fuori dalla pancia.

«È finita… Olmek… hai colpito bene…

Anche una strega… come me… ha paura…

Devi finirmi… con un colpo al collo… da una parte… all’altra…

Morirò… quasi… all’istante…», con occhi trasognati.

«No. Io mi rifiuto».

«Lo farò da sola… allora…».

Baltea chiede al vecchio chi potrà sostituire la maga.

«Salkon! Minkoha è finita.

A chi consegnerà i suoi cadaveri?».

«A nessuno, potente Imperatrice».

«Che vuoi dire? Li controllerai tu?».

«No».

Le palpeggia il seno con le mani ossute, e se ne va.

Baltea rimane a fissarlo.

E torna a consolare Minkoha.

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Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

DUE GROSSI BUCHI

di Salvatore Conte (2017-2018)

Le pallottole fischiavano intorno a lei, ma Lola Ramos si considerava intangibile.

La bella puttana era a capo di una banda di scanna galline.

«Maledetti idioti!».

Doveva spremerli a fondo per ottenere qualcosa.

Lei era potente, formosa, bella, nessuno poteva resisterle.

E fare la puttana non le bastava più.

Visto che diversi uomini le avevano promesso cieca fedeltà fino alla morte, lei aveva deciso di metterli alla prova.

Aveva formato una banda e guadagnava bene tra rapine, estorsioni e furti.

Se qualche sceriffo diventava troppo curioso, lo blandiva con le sue grosse zinne.

L’unico problema era dato dalla feroce concorrenza; come in quel caso.

El Puerco era entrato in rotta di collisione da diversi mesi; e per di più voleva farsela a tutti i costi.

BANG

BANG

«Così ti dai una calmata, puttanaccia maldita!».

Era la greve voce del Puerco.

Aveva sorpreso Lola Ramos!

Il troione fu raggiunto per due volte dal piombo del messicano!

Nella confusione generale, non le aveva dato il tempo di accorgersi della minaccia.

Impietrita, abbassò gli occhi su di sé: vederli le fece ancor più male che l'averli sentiti.

Interdetta, aveva scoperto che anche le belle donne incassano pallottole, se vengono colpite.

Rialzò lo sguardo alla ricerca del suo mattatore e incontrò il ghigno beffardo del Puerco.

Rabbiosa e impaurita, tentò un disperato colpo di coda: montò al volo su un cavallo libero e lo spronò in direzione di El Paso, con l'intento di raggiungere un dottore prima dell'irreparabile.

In groppa all’animale, benché assalita da funesti pensieri, si lusingava di potercela fare.

Due pallottole non sono molte…

Devo rimanere calma…

A El Paso c’è un buon dottore, lo sceriffo chiuderà un occhio…

Uno dei suoi scanna galline, un certo Tom, aveva notato la sua fuga e le stava andando dietro.

La Ramos fu colta dal panico, faticava a respirare, si sentì perduta.

THUD

Rallentò l’andatura e si lasciò franare a terra, con un tonfo sordo.

Strisciò disperata verso un roccione e si tirò seduta contro la costa del masso, allacciandosi le braccia in pancia, cercando di riprendere il controllo.

Avevo lo sguardo annebbiato e sangue alla bocca.

In quel mentre, sentì arrivare un cavallo.

Voleva salvarsi a tutti i costi, si sarebbe fatta aiutare da chiunque fosse.

Sul cavallo c'era Tom.

Smontò subito e le fu accanto.

«Lola! Ti hanno colpito…!», il bandito sbiancò quasi quanto lei.

«Bruciano da morire…».

Il giovane si sciolse il fazzoletto dal collo e lo usò per tamponare i buchi della Ramos.

«Ma come è possibile? Chi è stato? Quando?», aveva fretta di fare domande, come potesse crepare da un momento all’altro.

«Idiota… è stato il Puerco… avete sparato... come cani…».

«Hai ragione, Lola, non valiamo molto. Ma ci siamo messi con te perché sei la più zozza puttana della terra. Non puoi crepare così! Abbiamo fatto i soldi! E hai sempre fottuto tutti!».

«Stavolta... sono fottuta io... idiota...

Non poteva andare... sempre bene…».

La Ramos non era stata fortunata: aveva un buco calibro 45 sia nello stomaco che nel fegato.

La potenza l’aiutava, ma il sorriso da grossa puttana si ero spento, eclissato dalla paura.

Vedeva la morte e non si sbagliava.

In quel mentre, di nuovo sentì arrivare un cavallo.

«Fermo… non sparare…».

Tom aveva messo mano alla fondina.

Era il Puerco.

«Ti propongo una tregua, bonita».

La Ramos annuì.

Anche tra fuorilegge c’erano zone franche.

«Sei pazzo a spararle addosso?

Guardala… è Lola Ramos!», Tom entrò in polemica, nonostante la tregua.

«Ehi, buono, gringo! Io non volevo…!».

«Basta… zitti… sto male…», li interruppe la gran puttana morente.

«Facciamola stare calma…», suggerì il Puerco all’orecchio di Tom. «Ehi, ragazzo… hai notato una cosa?».

«Cosa?».

«I capelli di Lola… sono diventati bianchi in un colpo solo…».

Tom guardò stupito, come la vedesse soltanto adesso.

«No… in due colpi…», rispose sottovoce, con impietoso umorismo nero.

«Avanti, bonita… vediamo che casino ho combinato…», le allargò le mani per constatare le ferite.

Erano brutte.

Non le lasciavano scampo.

«Bevi un goccio, dai...

È tequila, bonita!

È fottuta, figliolo…», aggiunse, rivolto a Tom.

«Voglio un dottore…», reagì la Ramos, quasi avesse sentito.

«Adesso lo chiamiamo subito».

«Che dici, le tolgo la cartucciera?».

«No, è più forte così, più donna…», rispose il messicano.

E un attimo dopo, di parola, raccolse un po’ di sterpaglie e diede fuoco.

Nella prateria il fumo si mostrava a distanze immense.

«Tuco…!», lo chiamava.

Il messicano tornò da lei.

«Brutto porco… ho paura… non voglio morire…», ansimava a bocca spalancata, con poca vita davanti; gli offrì la mano.

«Io non volevo, Lola… parola del Puerco», la raccolse. «Ho perso la testa, volevo solo darti una lezione…

Lo stregone sarà qui a momenti. L’ho chiamato. Ti terrà ferma e tranquilla.

Non ti faccio ammazzare, te lo giuro!».

«Stregone…», era una domanda.

«C’è sempre uno stregone da queste parti, Lola.

Non sono cani come i segaossa yankee. Sono veri stregoni.

Ti darà una droga, ti sentirai subito meglio…».

«Tuco…», gli franò addosso, in fin di vita.

«Lola!», l’esclamazione era di Tom.

«Ha paura, sta morendo di paura…», spiegò il messicano al giovanotto.

«Lola… ho un’idea… mettiamo insieme le nostre bande… che dici?».

«Non… voglio… morire…», balbettò a capo chino, contro il petto del Puerco.

«Lo stregone sta arrivando. E poi le ferite non sono tanto gravi».

Ma non era vero, perché stomaco e fegato - specie se combinati - non perdonavano.

Nemmeno una bella donna come Lola.

Le tamponava i buchi, ma non serviva a molto.

Continuò a farla bere, fino all’arrivo dello stregone.

In realtà era un eremita bianco.

«M’aspettavo un muso rosso…».

«Non mi sembra abbia tempo per scegliere…».

El Puerco gliela consegnò che sembrava cadavere.

«Anche se ho il muso bianco, ho imparato dagli indiani».

La drogò, lasciandola distesa su un fianco, in posizione fetale.

«Vediamo se tiene, è ridotta proprio male».

«Sono stato io, segaossa».

«Da queste parti è un bello spreco».

«Ho un po’ esagerato, pensavo che una puttana del genere nemmeno se ne accorgesse».

«Ha lo stomaco e il fegato bucati: la maggior parte delle vittime muore sul colpo, per lo shock; gli altri nel giro di pochi minuti; ne ho visti parecchi di cadaveri così e ho raccolto le testimonianze.

Ma non per andare dallo sceriffo…», guardò il messicano con aria allusiva.

«Dunque è una gran puttana?».

«Beh… pur non conoscendola… direi di sì».

«E i capelli bianchi? Prima non li aveva di certo così… non è affatto vecchia…».

«Quella è la pura di morire. L’ha fatta invecchiare dieci anni a pallottola.

Le puttane non ci stanno a crepare; si è sentita minacciata, perduta; ha dato fondo a tutte le sue ultime energie; prima di perdere la vita, se l’è letteralmente risucchiata».

«Ma io… non volevo… non ho mirato a punti vitali!».

«Lasciamola succhiare, vediamo se ha ancora birra.

Di più non ho imparato».

«Va bene, muso rosso. Vada come vada... era lo stesso una gran puttana».

La Ramos crepava in posizione fetale: come una nascitura, tentava fino all'ultimo di salvarsi, tornando alla vita.

E si spremette così tanto da perdere tutti i capelli.

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ASSO DI PICCHE

di Salvatore Conte (2017-2018)

Non è la pallottola di un vicesceriffo ad averla sfondata, ma quella di una puttana come lei: Queen of Spades, giocatrice d'azzardo che non disdegna le rapine.

Si sono azzannate come cagne rabbiose.

Erano rimaste soltanto loro due: potevano dividersi l'oro, ma si sono divise il piombo.

«Ehi! Hai bisogno di qualcosa?», la chiazza di sangue sullo stomaco è visibile da diversi metri.

«Fottiti… niño…».

Ma subito dopo ci ripensa, sa di aver bisogno d’aiuto.

Lui sembra un ragazzetto di campagna, ancora inoffensivo.

«Dai… mettimi giù…».

Scende dall’asinello e aiuta il pezzo di donna con la pancia bucata.

È Kelly Madison, una puttana da 10.000 dollari di taglia.

Non ci vuole molto a riconoscerla.

«L'ho presa allo stomaco…», confessa, una volta messa a terra. «Ma a lei… non è andata meglio…

Come ti chiami…».

«Pedro».

«A pensare… che sono fottuta… mi sento… la cagarella addosso... Pedro…».

«Kelly… devi tirare i freni e spremerti, se vuoi la salvezza…».

«Parli facile… tu…

Mi sembri… più vecchio… della tua età…».

«Parlo molto con gli anziani del villaggio.

Loro mi raccontano tutto».

«Pedro… quando sarà il momento… tu… mi ficcherai… una pallottola in bocca…

Sai sparare… vero…».

«Io… certo».

«Bene…

Adesso… voglio… farti vedere qualcosa…

Le bisacce… prendile…».

Il ragazzo va e torna.

La Madison ne apre una con la mano sporca di sangue.

«Sono dollari… dollari americani…».

«Sono un mucchio di soldi, Kelly».

«Ahh…», la Madison si piega su un fianco, stendendosi a pancia sotto.

I dollari l’ha pagati cari.

«Brucia da morire…

Quella bastarda… mi ha fottuto…».

Disperata, affonda con la faccia nella polvere.

«Non voglio morire… non voglio morire…!».

È isterica, sente la morte, non è in grado di opporsi.

«Pedro… non manca molto… non vado… da nessuna parte…».

«Io ho qualcosa da darti, se vuoi».

«Cosa…».

Le fa vedere un sacchetto.

«Me l’ha dato un vecchio.

Mi ha detto che un giorno mi sarebbe servito».

«Che roba è…».

«Non lo so».

«Aprilo… idiota…».

Kelly infila dentro le dita insanguinate e porta alla bocca il contenuto.

«Non ho niente… da perdere…

Se è veleno… tanto meglio…».

La pistolera perde gradualmente i sensi; ma non sembra morta; almeno, non del tutto.

«Poi mi ha detto che in quel caso avrei dovuto chiamarlo», il ragazzino le parla pur sapendo di non essere ascoltato.

Pedro accende un fuoco e spezza il fumo con la sua copertaccia bisunta.

E aspetta.

Poco dopo arriva qualcuno, ma non è il suo uomo.

Smonta da cavallo e torreggia sulla bionda, tenendo d'occhio il niño.

«La cercavo per proporle un colpo, ma non la trovo in buone condizioni, ragazzo.

Che cosa sai?».

«Io... l'ho incontrata quando era già ferita.

Ha parlato di una certa Queen...».

«Queen of Spades?».

«Sì! Ha detto che l'ha tolta di mezzo con un Asso di Picche».

«Da quanto mi dici, sembra che non si siano messe d'accordo: questo è il loro grande limite.

Non dovrebbero ammazzarsi tra donne.

E pensare che cercavo anche Queen, per un colpo a tre...

Dovrò ingaggiare degli uomini, giunto a questo punto.

E tu lo sei... un uomo?».

«Io so sparare, señor, ma non ho una pistola».

«Non basta una colt a fare un uomo, niño.

Ascoltami.

Hai chiamato uno stregone, non è vero?».

«Un vecchio del mio villaggio».

«Se conosco Queen come conosco Kelly, starà frignando da qualche parte, leccandosi le ferite.

Seguirò le tracce della bionda e la troverò.

È grossa come un bisonte, e qualcosa mi dice che non è ancora crepata.

Quando tornerò, se sarai riuscito a salvarla, o perlomeno ci avrai provato fino alla fine, allora sarai diventato un uomo».

L'Indio, guardando il giovane, rimonta in sella e scompare.

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