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Giulia

GIULIA

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2011-2018)

I. IL COLPO

II. NOTTE DA INCUBO

III. LA CURA

IV. NEBBIA ROMANA

V. L'AMBULANZA DIROTTATA

VI. RELIQUIE SACRE E PROFANE

VII. RESTAURO IMPEGNATIVO

VIII. AUTOPSIA PREVENTIVA

I

IL COLPO

Giulia inganna l’attesa mettendo gli occhi su Canaletto.

È proprio lui?

Il Direttore li rialza dalle carte.

«Vede… Signora… la cifra che lei richiede è molto elevata…

Pur tuttavia… sulla base delle referenze da lei presentate… potrei erogarle un congruo anticipo…», e muove a lato del Canaletto, in un tratto di laguna rimasto fuori dalla cornice; preme sulla parete et voilà… un mobile da liquori si spalanca e rivela l’interno di una cassaforte.

Il Direttore della prestigiosa finanziaria, con sede ai Parioli, preleva una corposa mazzetta verde con tanti pezzi da 100 e accenna ad allungarla verso di lei… per poi riavvicinarla seccamente a sé.

«Sempre che lei, Signora… si dimostri altrettanto disponibile… a offrire solide, corpose garanzie… a riscontro degli affidamenti…», argomenta con malcelati sottintesi il Direttore.

Malcelati come i seni di Giulia Frezzi.

La turbo cinquantenne è bella, accattivante, sportiva: si è presentata al Direttore con solidi argomenti, ben esposti attraverso un distinto trench nero espertamente allentato.

La sua esplosiva femminilità le permette di mostrarsi sempre in tiro, anche a cinquant'anni suonati.

Giulia va sempre forte, ha il turbo sottopelle.

«È proprio sicuro di non potermi dare di più?».

«Al contrario… posso darle molto, molto di più…», l’uomo la fissa quasi ipnotizzato. «Ma dipende... anche... dal suo atteggiamento…», distogliendo a fatica lo sguardo.

«Ha ragione.

Viste le sue titubanze, Signor Direttore… mi vedo costretta a esigere l’intero prestito…», la cinquantenne estrae dalla borsetta una pistola.

I capelli grigi sono giusti, eleganti sul trench nero, e poi si accordano meravigliosamente bene con alcuni dettagli della beretta.

«Non mi costringa a usarla, Direttore...».

«Ma lei… non può… come ha fatto a…».

«Io ho potuto, Direttore.

Metta tutto qua dentro e alla svelta», prende una ventiquattrore - rimasta aperta sulla scrivania - la svuota della cartaccia e gliela sbatte davanti.

Pur riluttante, il Direttore esegue.

«Bravo… adesso nel bagno.

Svelto… e non fiatare... o fai una brutta fine».

Lo chiude dentro e guarda da vicino il quadro.

«Peccato… è proprio lui…», sussurra tra sé la turbo cinquantenne.

Troppo complicato portarlo via adesso. Sarà per un’altra volta.

Giulia esce dall'ufficio del Direttore come programmato.

Tutto sembra filare liscio.

Alla porta d’ingresso c'è soltanto una guardia giurata ed è già addomesticata: si divide alla pari.

Il Direttore se ne sta buono e calmo in bagno, non ha ancora gridato, dev'essere impegnato...

«Signora… ha già fatto…?», le domanda la segretaria, impaziente di chiudere bottega, considerando che sono le 19:30 e che qui gli straordinari non si pagano.

«Tutto bene, grazie», e continua a camminare con passo deciso verso l’uscita, con la pistola rientrata nella borsetta.

Svolta l’angolo e si immette nel corridoio che porta fuori dalla Finanziaria, lanciando un cenno d’intesa al complice…

BANG

BANG

Due colpi di pistola esplodono improvvisi, investendola in pieno!

Gli occhi si sbarrano increduli…

Clyde l'ha tradita, la guardia non si accontenta, vuole tutto il piatto.

La sorpresa è assoluta: prima arrivano le pallottole - che le spingono indietro il bacino come due cazzotti nello stomaco - poi la paura.

Il primo sguardo di Giulia è più allibito che angosciato, più incredulo che incazzato, più perplesso che preoccupato: il volto si blocca in un’espressione di assorta meraviglia, quasi di morbosa curiosità per la sconcertante situazione.

Non può essere. Non può essere toccato a me.

Sembra il pensiero racchiuso in quello sguardo, nella bocca rimasta aperta, muta e parlante insieme.

È toccato proprio a lei, invece; e non di striscio.

La sorpresa lascia ben presto il posto alla realtà, una realtà permeata da un acre odore di morte che incombe opprimente.

BANG

BANG

La vendetta è la prima cosa che le viene in mente in questa nuova realtà.

La mano libera è scivolata nella borsetta.

Giulia risponde colpo su colpo.

La guardia giurata si lascia a sua volta sorprendere, troppo sicura di aver chiuso la partita.

Visto che ha il giubbotto antiproiettile, la Frezzi gli ha sparato in testa: quel che rimane della guardia si abbatte sulla moquette come una piantana urtata accidentalmente.

Le gambe reggono, il fisico c’è, la testa pure. Si va avanti. Anche se si è messa male.

La turbo cinquantenne - pur zavorrata da pesanti grammi di piombo - supera il cadavere della guardia, supera la porta e chiama l'ascensore, cercando di chiamare anche la salvezza.

Troverò una via di scampo.

Ne è certa. Sicura.

La sicurezza di chi non ha più niente da perdere.

La testa comincia a girarle, deve puntellarsi alla parete per tenersi in piedi.

Però il fisico c'è, è tanta roba.

E l’ascensore è arrivato.

È vuoto. Entra, spinge il pulsante e si puntella nell’angolo.

L’ascensore parte.

T come Terra, T come Tartaro.

Per un attimo si chiede dove stia andando.

Giulia sa che l’ascensore non si fermerà al piano terra.

«Io posso salvarla dal carcere, Signora.

Lei in fondo ha sparato per legittima difesa e salvo alcune formalità - un po’ trascurate - quei soldi potevano dirsi suoi…

E avrà anche il Canaletto. Ho visto come lo guardava…

Ma lei sarà mia. E mi firmerà una completa confessione a garanzia dell’accordo.

Ci sta?».

Il Direttore vuole fregarla a tutti i costi.

Un uomo tanto influente non avrebbe avuto difficoltà nell'accollare tutte le responsabilità a una guardia infedele.

Ma lei sarebbe stata sua. Come il Canaletto.

Undici piani dopo, le porte si riaprono.

E rivelano una bella donna di mezza età piegata in due, la faccia schiacciata sulla moquette, le mani intrise di sangue aggrappate al ventre.

Giulia sapeva che l’ascensore non si sarebbe fermato al piano terra.

«AAHHH…!!», esplode l’urlo d’orrore dell’attempata pariolina in attesa della cabina.

Viene chiamata un’ambulanza, la turbo cinquantenne andata a schiantarsi - bianca in volto come una statua di cera - viene sollevata e messa sulla barella, ma l’ascensore continua la corsa attraverso i piani interrati.

Il viaggio verso l’ospedale è tutto in salita.

È dura fermare la discesa, è dura cercare di risalire.

Fate presto... bastardi...

Fosse per me... io ci sto... Direttore...

Giulia sa che non sta respirando con i suoi polmoni, che non sta guardando con i suoi occhi e che non sta parlando con la sua bocca.

Mentre percorre il corridoio fatale, sospinta dai barellieri, i suoi occhi puntano il soffitto bianco, ma lei vede altro.

Si sente fluttuare, come se la barella fosse salita in gondola.

La gondola naviga.

E Giulia viene sbarcata.

Su quale sponda solo l’inferno lo sa.

L’ascensore risale lentamente al piano terra.

Quando la porta si apre, Giulia può finalmente vedere con i suoi occhi il soffitto bianco della sua stanza d’ospedale.

Dal momento in cui è entrata in quel maledetto ascensore, non si è mossa di mezzo metro, eppure ha percorso distanze abissali, elevate alla fatale potenza.

Tuttavia non si sente stanca nemmeno un po’.

Solo respirare conta.

Esserci.

Respirare ed esserci, starci, trovarsi ancora maledettamente, fottutamente in vita.

Già... esserci... ma dove, precisamente, Giulia?

Il piombo malsano che hai in corpo sta mescolando realtà e incubi con l'abilità di un prestigiatore: non c’è nessuna barella e non c’è nessun gondoliere; non c’è nemmeno nessuna ambulanza, sopra di te ci sono ancora le luci soffuse dell'ascensore, niente soffitti bianchi d'ospedale.

La tua realtà è ancora questo maledetto ascensore e tu rischi di creparci dentro.

«Uuhhh...», una fitta più dolorosa delle altre la riscuote come un bicchiere di whisky bevuto tutto d'un fiato, facendo svanire un po' di nebbia.

Bentornata, Giulia.

Alza gli occhi e basta, alzare la faccia è infatti troppo complicato, per riuscirci ci sarebbero voluti due buchi di meno in corpo, e nello sfondo sfocato che la morte le concede, riesce a vedere un paio di palle luminose.

Forse quello è il Paradiso...

Le ragazze cattive, però, si sa, vanno dappertutto tranne che in Paradiso; sei fuori strada, Giulia.

Allora sono gli occhi del Demonio che mi sta venendo incontro...

Ipotesi più verosimile per una ragazza cattiva come te, ma non è ancora quella giusta.

«Stupida... ti sei fatta fregare...», due mani che profumano di donna, ma comunque forti e decise, l'afferrano sotto le ascelle. «Forza... cerca di muovere questo culo!», le mani profumate sono riuscite a rimetterla in piedi.

«Dove... sono...?».

«Quasi all'inferno, se non ti dai una mossa».

Un passo strascicato alla volta e gli occhi del Demonio che si avvicinano lentamente.

«Un ultimo sforzo, bella», e con la punta della scarpa le spalanca la portiera dell'auto.

«Oohhh...!», mettere il culo sul sedile di pelle non è affatto indolore.

«Cerca di resistere, ti porto da un dottore».

«Leila...», anche nella penombra dell'agonia sa riconoscere quelle inconfondibili forme.

«Sì, Giulia... sono io...», la voce si fa rassicurante.

«Ma... co…come... face…vi... uhhh... a...», è sorprendente come la morte abbia il potere di riportare indietro nel tempo, di far regredire un adulto alla prima età, quando mettere insieme due parole è un'affannosa conquista.

«Ti ho seguito», le è già accanto dall'altra parte, al posto di guida.

«Mi... hai… se...segui...to...?», gli occhi interrogativi a cercarla nella penombra, che si fa sempre più buia.

«Sì... sapevo tutto...», gira la chiave e accende il motore. «Ma adesso non ha importanza», prima e seconda, e l'auto punta il muso verso l'uscita del garage. «Adesso importa solo portarti da un dottore».

II

NOTTE DA INCUBO

Il muso metallico della Giulia blu inizia a braccare il traffico, mentre i fari illuminano la strada bagnata dalla pioggia: erano quelli, Giulia, gli occhi del Demonio.

Storie di donne e di motori che si intrecciano come serpenti al suono dell'incantatore, dove un colpo di gas a farfalla aperta è vitale quanto un respiro preso a tette piene.

Leila dagli occhi nocciola e Giulia dagli occhi bianchi: il tuo destino, Frezzi, è legato a questi sguardi, a patto che tu stessa tenga aperti i tuoi.

«Salvatore, ho bisogno del tuo aiuto», il cellulare in una mano e il volante della Giulia nell'altra. «Fra cinque minuti sono da te», e continua a spingere. «Vedrai che ti rimetterà in sesto...», la guarda senza crederci molto.

«Mmhhh...», potrebbe essere un oppure anche un sono fottuta e lo sai, ma Leila si deve accontentare di un po' di consonanti lamentate a bocca chiusa: in queste condizioni nemmeno una turbo cinquantenne come Giulia Frezzi può essere molto loquace.

Due leggeri colpi di clacson e tre colpi d'abbaglianti diretti alla casa come concordato, e si accende subito una luce al secondo piano della bella villetta macchiata in più punti da mattoni rossi.

Il tempo di indossare qualcosa e in sequenza si accendono la luce delle scale, la lampada sopra la porta d'ingresso e i sei lampioncini, tre per lato, sistemati lungo il vialetto che attraversa il piccolo giardino antistante l'abitazione.

Un uomo alto e dalla figura importante esce dal cancelletto, cappotto col bavero alzato e passo sicuro.

«Ciao, Leila», si fa trovare già pronta, davanti al cofano della Giulia.

«Ciao, Salvatore», gli accenna un mezzo sorriso, che la notte oscura anche nell'altra metà. «La mia amica si è cacciata nei guai...», e apre la portiera lì dove Giulia, oltre che sul sedile, prova disperatamente a restare seduta anche sul bordo sempre più assottigliato della sua vita.

«Un paio di grossi guai, per essere un po' più precisi...

Cazzo...», l'espressione non si addice molto a un primario serio e stimato come Salvatore Carboni, medico chirurgo e proprietario di Villa Donatello, una delle cliniche private più esclusive della capitale, tirata su con anni di operazioni, e non solo chirurgiche. «Stavolta ti sei superata, Leila...», si rimette in piedi dopo essersi accucciato sopra la Frezzi, per darle una rapida e pietosa occhiata. «Questa volta mi hai portato una morta», la prognosi non è rassicurante. Per niente. «Qui ci vuole un becchino».

«Non vuoi nemmeno provarci? Un donnone cocciuto come questo, gonfio di carne e salute, può tirare avanti un altro po'», anche Leila è una tipa testarda.

«Lo stomaco della tua amica non esiste più, entrambi i colpi si sono concentrati lì: creperebbe prima ancora di arrivare in sala operatoria», richiude la portiera per non far ascoltare la diagnosi alla paziente, anche in situazioni come queste la deontologia professionale ha la sua importanza. «Mi dispiace, Leila», le prende le mani, portandola a sé, un po' per confortarla, un po' per sentirsi addosso le imponenti tette. «La tua amica è spacciata», e la stringe di più per godersi appieno quel corpo formoso.

«Pensavo che almeno tu potessi fare qualcosa...», più che un'ulteriore richiesta appare come una resa definitiva, un'alzata di mani davanti ai colpi giunti a segno.

Un lampo seguito da un tuono fa capire che sta per arrivare un altro temporale.

«Aspetta...», il primario sembra aver avuto un'illuminazione, forse dello stesso tipo di quella che ha appena rischiarato il cielo. «Malmstrom...», guarda Leila, ma vede tuttaltro.

«Malm... cosa...?».

«Certo... Malmstrom...», sbatte gli occhi e ritorna davanti a lei.

«Chi cazzo è? Parla, Salvatore!», lo prende per il bavero, stavolta portandolo lei verso di sé. «Giulia sta crepando, dimmi cosa significa!», il tono è duro proprio come il cazzo del professore, da quando ha sentito le sue grosse tette appoggiate addosso.

«Sì, vado subito al dunque», sa bene che il tempo è quasi scaduto. «Malmstrom è un medico radiato dall'albo per i suoi comportamenti non proprio etici, chiamiamoli così. Ma ora non c'è tempo per raccontare tutta la storia», fa una pausa e prende penna e taccuino dal taschino interno del cappotto. «Vai a questo indirizzo e digli che ti ho mandato io», le mette in mano un piccolo foglio appena strappato dal blocchetto. «È una villetta a due piani dall'aspetto abbandonato e lugubre, non puoi sbagliare».

«Ma...», Leila ha un milione di domande dentro.

«Niente ma. Non farmi domande. Vai e fai come ti ho detto», si parlano senza guardare all'interno della Giulia per paura che il tempo sia già scaduto. «Il traffico a quest'ora comincia a calare e con la tua macchina arrivi al civico che ti ho scritto in meno di 15 minuti».

«Grazie, Salvatore», e gli stampa un bacio sulla bocca. «Se Giulia si salverà, tornerò a darti il resto», gli passa una mano sotto, salutandolo così.

Solo adesso, guardandola, ha la certezza che il tempo non è ancora scaduto, anche se la parte superiore della clessidra contiene qualche granello di sabbia e basta.

La Giulia blu lascia sulla strada metà dei copertoni e parte come un urlo nella notte.

Aspetta, Leila.

Il professore avrebbe da dire ancora qualcosa, un'ultima cosa.

Malmstrom ti chiederà un prezzo molto alto per provare a salvare Giulia.

Ti chiederà la vita stessa di Giulia.

Ma la Giulia blu è già troppo lontana per ascoltare, è già a dieci minuti dalla destinazione rispetto ai quindici previsti.

Non gli resta che rientrare in casa, al professore.

In fondo chiedere la vita di una morta non è sconveniente.

È un affare comunque.

Si toglie il cappotto e buttandolo sul divano pensa a una scusa plausibile.

«Cos'è successo di tanto grave per venire a romperti i coglioni a casa, a quest'ora?».

«È colpa di quell'incapace di Caponi, non saprebbe gestire nemmeno un parto», si infila nel letto con l'incazzatura convincente di chi finge di essere incazzato.

«Te l'ho sempre detto di sceglierti qualche altro medico della clinica come vice».

«Hai ragione, amore. Domani stesso prenderò provvedimenti».

Clic.

E la luce si spegne, facendo buio all'immancabile televisione.

«Muoviti, maledizione!», anche se sta superando di almeno il doppio il limite di velocità, a Leila l'Opel Astra davanti a lei sembra ferma. «Fottiti, stronzo!», riesce al contempo a sorpassarla e a mettere fuori dal finestrino il dito medio, prendendosi come risposta un paio di colpi d'abbaglianti.

«Mhhh...», Giulia vorrebbe dire tante cose, ma deve accontentarsi di un brevissimo sunto.

Ha capito che è finita, però non vuole starci.

«Forza, Giulia!», Leila prende a destra, immettendosi in una stradina secondaria. «Ci siamo», la via è quella, adesso c'è da trovare il civico. «Dove diavolo è?».

Forse è questa, l'occhiata luminosa della Giulia va su una villetta a due piani dall'aspetto lugubre e inquietante, proprio come descritto da Carboni.

Leila accosta lungo il marciapiede e scende dall'auto, marcia in folle, freno a mano tirato, motore acceso e pronto.

È questa, è arrivata.

Ritorna verso la macchina sperando che non sia arrivata anche l'altra Giulia.

«Torno subito», Leila le mette il cartello in fronte con un bacio.

«Sto... cre...pan...do...», Giulia è ancora in corsa, anche se il suo traguardo è pericolosamente vicino; la turbo cinquantenne è giunta alle ultime curve.

«Ce la farai», la lascia sulla Giulia e ritorna verso l'edificio.

Due piani, uno più scalcinato dell'altro, senza nessuna luce, né in giardino - che approfitta dei lampioni stradali per far vedere cos'è - né all'interno dell'abitazione stessa.

Un solo campanello, senza nome e buio anche quello.

DRIN!

Almeno funziona.

DRIN!DRIN!DRIN!

«Che qualcuno apra, maledizione!», Leila crede di pensarlo e invece lo urla.

DRIN!DRIN!DRIN!

Fosse il motore di un’auto, l'avrebbe già fuso.

Giulia a parte, che continua a guardarla tenendo al caldo la sorella.

Finalmente si accende una luce.

«Sì, andiamo! Muoviti ad aprire!», grida ancora più forte e stavolta si rende conto di non pensarlo e basta.

Una luce che si accende, un'ombra che passa davanti alla finestra, il tempo di scendere una dozzina di scalini, e poi il rumore di una chiave che gira dentro la toppa.

Il cigolio di una porta che si apre e la sensazione nitida e realistica che possa uscire chiunque, dal dottor Frankenstein a Freddy Krueger.

«Il professor Malmstrom?». Silenzio. «È lei il professor Malmstrom?», deve farsi sentire anche più del vento, che si è rialzato in grandi folate.

A passi piccoli e zoppi la figura si avvicina al cancelletto.

«Sono io», prende dalla tasca della giacca una torcia e l'accende in faccia a Leila. «Lei invece chi è?», la voce è ferma, sicura, seppur sembri avere echi e richiami dell'aldilà, così come la figura, alta e ossuta; Il lampione dalla luce bianca accentua il pallore cimiteriale su un viso sfregiato da rughe che sembrano centenarie, mentre la testa completamente calva sembra rimandare a un moderno Nosferatu.

«Mi manda Salvatore...

Il professor Carboni, il primario di Villa Donatello», precisa subito, dandogli le generalità complete.

«Ah... il mio caro ex collega...».

«Ho una donna gravemente ferita in macchina», va subito al sodo. «E Salvatore mi ha dato il suo indirizzo, dicendo che lei è l'unico che può ancora salvarla».

Malmstrom apre il cancelletto e uscendo lo riaccosta dietro di sé.

«Cosa significa gravemente ferita?».

«Significa che si è presa due pallottole nello stomaco», un'altra donna sarebbe impaurita davanti a una figura così inquietante, ma lei no, ha già visto e combattuto abbastanza mostri da non spaventarsi più.

Malmstrom le fa cenno di spostarsi e senza dire nient'altro si incammina verso i fari lasciati accesi, apre la Giulia dal lato dov'è seduta la Frezzi e vede il significato di quei due colpi.

«Cyn...thia...ahh...», Giulia non sa più nemmeno distinguere un vecchio professore mal ingiacchettato dall'amica pettoruta e scollacciata.

«Non è una donna, è un donnone; sono sempre più rari.

E rischiano di estinguersi...», le controlla i buchi, «è rimasta senza stomaco, con l'adrenalina riesce a pompare sangue anche se ormai non ne ha più: è quasi morta», si rialza, ritrovandosi davanti Leila, che lo guarda con occhi nuovamente accesi di speranza.

Stavolta ti sei superata, Leila. Mi hai portato una morta.

Malmstrom a differenza di Salvatore le concede invece il quasi: e questo, per adesso, a lei basta.

«Prendi la macchina e fai il giro entrando da dietro», il professore le indica un pertugio sterrato di fianco alla villetta. «Qui i vicini non ci sono mai, ma ci sono sempre quando devono farsi i cazzi miei».

«Grazie, professore», Leila gli stringe velocemente le mani e si mette subito al volante della Giulia.

La sera è sempre più scura e qui è anche più buia di quello che può diventare con la notte, e l'unica luce sembra essere quella che si accende dietro la villetta per fare strada alla Giulia, che entra precisa e si ferma dentro il garage, con il muso quasi a toccare il muro.

E la luce si rispegne subito, riportando tutto nel buio.

Soprattutto i vicini curiosi.

III

LA CURA

«Mettiamo il donnone qui», Malmstrom esce da dietro una catasta di cose, dalle forme più svariate e strane, con una carrozzina. «Tirala fuori dall'auto», l'intero garage pare essere un enorme ritrovo di cose mai viste prima, una specie di raccoglitore dell'inimmaginabile.

«Uhhh...», Giulia si lamenta sottovoce, buon segno, è ancora viva.

«Vieni, tesoro», Leila riesce faticosamente a cingerla e il movimento le fa strabordare il grosso seno dalla camicetta. «Un ultimo sforzo, dai!», con Malmstrom che guarda tutto appoggiato ai manici della carrozzina, senza spostarsi di un centimetro, forse per non perdere il privilegio di quella posizione perfetta per godersi lo spettacolo di un bel paio di tette impegnate a salvare quelle dell'amica, una sorta di solidarietà tra donnoni.

«Cyn...thiaa...!», Giulia ha un mancamento, non ce la fa più a pompare un sangue che si è tutto perso nella sua pancia sempre più gonfia: solo la paura di morire la tiene ancora in vita. «Io... non so... come...», quasi piagnucolando riesce a mettere il culone da donnone sulla carrozzina.

Io non so come faccio ancora ad andare avanti...

È vero, Giulia, i granelli della clessidra sono finiti: fai bene a preoccuparti.

«Seguimi», Malmstrom apre una porta interna al garage e si incammina lungo un corridoio che conduce davanti a un ascensore, dando a Leila l'impressione di zoppicare in modo meno accentuato. «Scusa per il puzzo di morto», zoppica ancora, forse è solo una sua idea, «ma qua sotto non ci sono finestre», oppure lo spettacolo delle quattro tette ballonzolanti l'ha rinvigorito, dandogli nuovo slancio.

Preme il pulsante e le porte dell'ascensore si richiudono, lente e a scatti.

«Qua sotto ci sono solamente non cadaveri», l'ascensore scende di un piano.

«Non... cadaveri...?», Leila spinge fuori la carrozzina.

«Proprio così... non cadaveri», e spalanca una porta a due ante uguale a quelle delle sale operatorie. «Facciamo un po' di luce», preme una serie di interruttori e in sequenza si accendono alcune batterie di neon bianchi e asettici che si intonano perfetti alle pareti.

Leila lo segue dentro lo stanzone sgranando gli occhi, mentre un brivido la percorre da cima a fondo.

«Questi», di fronte a loro una distesa di panche d'acciaio disposte su due file e tutte coperte da teli bianchi che si alzano sinistramente dai pianali, lasciando facilmente intuire che c'è qualcuno sotto. «Puzzo di morto», Malmstrom si guarda attorno, fingendosi disgustato. «D'altra parte non si può pretendere di pestare una merda e poi di non sentirne il puzzo, vero?», un ghigno compiaciuto verso Leila come ad aspettare una sua conferma. «E qui di merde, come vedi, è pieno».

«Cosa diavolo sono...?», è impietrita, una Venere di Milo, ma con le braccia e le mani attaccate e scolpite alla carrozzina.

«Vieni», Malmstrom è già in mezzo alle due file di panche. «Voglio presentarti alcuni dei miei clienti», e allarga le braccia come fosse un imbonitore che sta presentando la sua merce migliore.

«Professore...», cerca di riscuotersi, «Giulia sta morendo!».

«Staccati dalla carrozzina», la invita con un gesto della mano. «Se il donnone non è morto finora, non morirà certo qui», sorride. «Qui non muore mai nessuno. Qui si ostinano a non voler morire», tira via il lenzuolo dalla panca che ha più sotto mano.

«Dio mio...», lascia la presa sulla carrozzina e si avvicina quel tanto che basta per riuscire a vedere quello che c'è sotto il telo.

«Ti presento Antoine Lassissé, milionario francese che dalla vita ha avuto tutto», Malmstrom fa una pausa quasi teatrale, «compreso un tumore al polmone», l'uomo è completamente nudo con le braccia ordinate lungo i fianchi. «Fumare fa male alla salute», lo guarda scuotendo la testa, «e al caro Antoine non bastavano due pacchetti al giorno».

Leila si sente mancare, ma non può svenire proprio adesso, c'è ancora da salvare la pelle a Giulia.

«È per questo che io non ho mai fumato in vita mia», anche se dall'aspetto non sembra averne beneficiato eccessivamente. «Questa invece è Romina Lopez, il mio pezzo più pregiato», Malmstrom tira via un altro lenzuolo.

«Una splendida trentenne latino-americana venuta in Europa, a est, per godere di privilegi e costumi occidentali: curioso, no?», la guarda rapito da tanta bellezza; diversamente da Lassissé, l'ha lasciata in abiti succinti. «Facili costumi, per la precisione; una prostituta di lusso: politici, banchieri, personaggi dell'alta finanza, gente che conta insomma. Tutti passati costosamente dal suo letto.

Ma a differenza di Antoine, la Signorina non ha mai fumato». Si rivolge a Leila, intuendone la curiosità: «Un cancro alle ovaie, uno dei peggiori: una punizione divina per tutto quello che è passato là sotto...», il tono è serio, Malmstrom non intende essere ironico.

«Non capisco...», Leila è più frastornata che impaurita.

«Cosa non capisci?».

«Tutto questo...», alza lo sguardo per vederlo negli occhi, «cosa c'entra tutto questo con Giulia?». Trova il coraggio di afferrargli le braccia: «Perché diavolo Carboni mi ha detto di venire da lei?», lo strattona per avere una risposta rapida e convincente.

«Presumo per salvare il donnone».

«E come? Facendomi vedere questa distesa di cadaveri?».

«Di non cadaveri», Malmstrom precisa con un lampo cattivo negli occhi. «Come hai detto che si chiama la tua amica?».

«Giulia».

«Ecco... Giulia sarà il nostro prossimo non cadavere», scansa Leila e si dirige verso la carrozzina. «Vediamo, Giulia... di farti diventare la più bella delle mie clienti», fissa gli occhi su di lei. «Senza offesa per Romina, si capisce.

Ma prima voglio darti un saggio delle mie tecniche», si rivolge di nuovo a Leila.

Malmstrom prepara una siringa e ne inietta il contenuto nel braccio di Romina.

«È ora di fare un giro su questa terra, Signora... e di spendere qualche spicciolo del tuo prezioso tempo».

«Ma cosa sta facendo...?».

«Ancora niente, perché vede... non basta uno stimolo fisiologico, occorre soprattutto un appiglio per l'anima...», il mortifero professore spinge dei pulsanti e aziona un curioso marchingegno meccanico. «La Signora è stata risucchiata - da un terribile vortice - in fondo al mare dei suoi peccati... è finita in un grosso cesso, come si dice da queste parti. E adesso bisogna che si tiri fuori, che si aggrappi a qualcosa...», detto-fatto, il macchinario azionato da Malmstrom movimenta un'asticella di metallo giallo e la sposta sopra la Lopez; quindi l'abbassa trasversalmente al tronco, all'altezza delle mani raccolte sul ventre; le sfiora quasi.

«Questo piccolo attrezzo, d'oro massiccio, ha una certa temperatura e una certa polarità elettromagnetica, tali da entrare in sintonia con la parte non visibile del corpo. È l'ancora della salvezza per questa puttana. E lei lo sa...!», in quel preciso momento le mani di Romina si stringono sull'asta di metallo.

Un'espressione allucinata si dipinge sul volto del professore.

Poco dopo si socchiudono gli occhi.

«Sei tornata, mia cara...», la voce di Malmstrom contrasta con il suo aspetto tenebroso e infame. Il tono è dolce e rapito. «Questa è Leila, scambiate qualche parola», e si fa da parte per favorire l'incontro.

Romina accenna ad alzarsi.

«Aiutami...», cerca un sostegno.

Anche se incredula, l'amica di Giulia aiuta la Lopez a mettersi seduta sul pancale, e poi ad alzarsi in piedi, pur appoggiata col sedere al bordo del catafalco d’acciaio.

«Io sono Romina...».

«Sì, me l'hanno detto».

Lo sguardo della Lopez, anche se ottenebrato dalla sua disperata condizione, cattura e uccide all'istante. Adesso Leila capisce perché alcuni dei più potenti banchieri se la sono contesa.

«Non voglio morire... non sono morta... non morirò...», parole liberatorie, quasi una professione di fede.

Non è morta del tutto, infatti. È un non cadavere.

«Forse riuscirai a guarire...», Leila cerca di scambiare qualche parola intanto che Malmstrom sembra finalmente occuparsi di Giulia.

«No... non ne ho per molto... il cancro mi ucciderà, alla fine... ma intanto - grazie a lui - spendo i miei ultimi giorni un po' per volta... centellinandoli come una buona annata di vino... giunta alle ultime bottiglie».

«Non c'è proprio nulla da fare per te?».

«No. Sono fottuta. Il cancro mi ha invaso. Neanche lui può salvarmi. Ogni risveglio può essere l'ultimo. Una banale complicazione può risultarmi fatale, può togliermi di mezzo. Sono agli sgoccioli. E forse ha ragione lui: me la sono cercata», con gli occhi sbarrati, persi nel vuoto.

«Mi dispiace», Leila sembra sincera.

«Il tumore alle ovaie non lascia scampo e io ce l'ho grosso come un palla da tennis».

«Sei proprio sicura che neanche lui possa fare qualcosa? Io gli ho affidato la mia amica. Si è beccata due pallottole nello stomaco...».

«Hai fatto bene, qualcosa di sicuro farà, a me ha dato la possibilità di vivere oltre la scadenza fissata dai migliori medici».

«Tu l'hai voluto fortemente, vero?».

«Vivere è tutto, Leila. Sfidare le sentenze altrui e della stessa morte. Combattere oltre ogni limite».

«Sei una guerriera, Romina».

«Forse. Oppure ho soltanto paura di crepare. O forse sono già crepata, qualche volta mi viene il dubbio», la voce è sempre più fluida, il linguaggio perfetto, quasi madrelingua.

«Non ti fa male?».

«Eccome... anche adesso... mi sento scoppiare da dentro...», e si comprime l’utero con entrambe le mani, spalancando la bocca.

«Tu hai molti soldi? Come fai a pagarlo?».

«Io lo pago con le mie ultime ore, a lui basta vedermi per godere, non mi ha mai chiesto denaro. Invece i miei amici, quando hanno saputo che era finita, mi hanno abbandonato, niente soldi per tentare le ultime cure. Così ho provato il tutto per tutto, un uomo dei servizi mi ha indirizzato a lui».

«Però se è tanto interessato a te, potrebbe non guarirti neanche se potesse, così da tenerti per sempre vicino a lui».

«Questo è ciò che fanno i comuni medici, per spillare soldi ai pazienti, ma lui è tutto fuorché un comune medico».

«Beh... speriamo che questo basti per salvare Giulia...».

Leila nota che Malmstrom sta spingendo la carrozzina.

«Cosa ha intenzione di fare?», lo blocca per un braccio.

«Salvarla… è questo che vuoi, no?».

«Come?».

«Rendendola come tutti gli altri».

«Adesso, professore, mi dice cosa diavolo vuole fare alla mia amica», Leila si spazientisce, piantandogli la canna di una calibro 38 all'altezza dello stomaco. «Oppure il prossimo cadavere sarà lei».

«Seguimi», per nulla intimorito, si volta staccandosi dal ferro della pistola, «e poi vattene; ma prima metti Romina su una carrozzina: è malferma sulle gambe, il male è aggressivo e non vorrei crepasse per una botta in testa».

Attese le due donne, Malmstrom si infila con la carrozzina di Giulia in un'apertura senza porta, con appena una tenda di plastica a coprire quello che c’è al di là.

«Per la tua amica questo sarà il sepolcro», un arredamento da studio medico e due lettini affiancati, l'uno più alto e grande dell'altro, e macchinari dall'aspetto ospedaliero a contornare la stanza illuminata freddamente, bianca al pari dello stanzone adiacente.

«Ohh...», Giulia, di tanto in tanto, conferma la sua presenza.

«Forse impiegherà più di tre giorni», Malmstrom inizia a digitare sui tasti dei macchinari dando le spalle a Leila, «ma resusciterà comunque», i led cambiano colore, da verde a rosso. «Scommetto che vuoi anche sapere come, vero?».

Leila annuisce, osservandolo in ogni suo movimento.

«Vedi… un bel po’ d’anni fa sono stato radiato dall'albo, ma penso che questo te l'abbia già detto l'esimio Carboni», una breve pausa per concedere un sorriso a sé stesso. «Quando si ha qualcosa di innovativo da proporre, si viene spesso accompagnati gentilmente alla porta, perché la novità fa sempre paura», tira fuori un paio di flaconi e altrettante siringhe dai mobiletti, «è come il buio e la luce: il buio è l'ignoto e fa paura, mentre la luce è il certo, il consolidato, e rassicura. Ma fanno finta di non capire che è più utile indagare l'ignoto rispetto al certo, concetto elementare e tuttavia più scomodo da accettare; e poi non bisogna interrompere la filiera della natura e nemmeno accelerarla».

«Interrompere la... cosa?», l'intelletto di Leila non va di pari passo con la sua strabordante procacità.

«La nascita, la vita e la morte: la filiera della natura», comincia ad attaccare Giulia a un primo macchinario, senza alzarla dalla carrozzina. «Un passaggio di questa filiera non è accettato dalla nostra società».

«E quale sarebbe questo passaggio?».

«La non morte, essere o non essere: ti ricorda niente, donna?», la guarda con una luce di folle soddisfazione, «lo stato appunto di non cadavere, quello in cui adesso condurrò Giulia».

«Mi spieghi bene cosa significa, gliel'ho già detto», la colt torna a puntare l'allampanata figura di Malmstrom.

«Ti spiego a patto che dopo esci da qui», è spazientito, «non voglio nessun vivo fra i piedi quando sono al lavoro».

«Me ne andrò solamente se mi darà una spiegazione convincente», è decisa, ha ripreso il pieno controllo di sé. «E se avrò la certezza di lasciare la mia amica in buone mani».

«Bene. Andrò al dunque senza starti a raccontare e spiegare tutti gli anni di studio per arrivare a questo, non credo...».

«Infatti non mi interessa, vedo che iniziamo a capirci, professore: vada al sodo e alla svelta, Giulia è stata tosta a reggere fin qui», la guarda, «ma adesso credo non ce la faccia più».

Bianca, gli occhi socchiusi e un rantolo continuo che sembra implorare una fine veloce, qualunque sia.

«Alla tua amica inietterò una sostanza che bloccherà le sue funzioni vitali allo stato in cui sono adesso, la fermerò un passo prima che varchi la Porta di Dite», la guarda facendo una pausa. «Prima che crepi, insomma», chiarisce il termine, immaginando l'ignoranza di Leila a riguardo. «Conclusi i dosaggi, attaccherò Giulia ai macchinari che le consentiranno di mantenere questo suo nuovo stato, e io di conseguenza avrò tutto il tempo necessario per rimetterla in sesto senza la frenesia della morte che mi picchia sulla spalla».

«Una specie di ibernazione, dunque...».

«Non bestemmiare», il tono è duro. «Il mio metodo non ha niente a che vedere con ibernazioni o cazzate simili», le punta un dito contro, la sua personale colt. «Questo non è un film di fantascienza, i miei metodi sono reali e funzionanti, e proprio per questo non accettati dalla società, te l'ho già detto: non si possono alterare gli equilibri, specialmente nella medicina e nella scienza, dove ci andrebbero di mezzo troppi interessi e troppa gente che conta».

«Ma cosa c'entrano tutti questi...», Leila si blocca per non sbagliarsi, «non cadaveri, o come li chiama lei, quelli là insomma, con Giulia? Cazzo, non ha un tumore, ma un paio di pallottole in corpo...».

«Posso comprendere la tua ignoranza, d'altronde con il tuo corpo immagino non sia stato necessario studiare troppo per assicurarsi un impiego remunerativo...».

«Lasci perdere i complimenti e continui», sono spazientiti entrambi, ma chi perde la pazienza avendo una pistola in mano è sempre il più pericoloso dei due.

«I miei pazienti e la tua amica si trovano nell'identica situazione», Malmstrom adesso fatica a mantenere un tono calmo. «Lassissé e Romina si sono affidati a me per sospendere le loro attività vitali “in attesa che qualcuno trovi la cura per i loro mali”, come suol dirsi, oppure semplicemente che ci si dimentichi di loro e non si venga a sapere come siano - eventualmente - guariti: andati a morire in una lontana clinica molto attenta alla privacy dei suoi pazienti… te la ricordi la tua… collega... Moana Pozzi?», un colpo di tosse a schiarirsi la voce, nervosa e divertita insieme. «Il cancro di Giulia sono quel paio di pallottole, e per salvarla è necessario mettere le sue funzioni vitali in stand-by. Te lo ripeto: è tutta una questione di tempo; lei ne ha poco a disposizione, mentre io ne necessito parecchio per rimetterla in piedi. E lo stato di non cadavere è una miniera di tempo prezioso».

«Forse lei è solamente un pazzo», Leila abbassa la pistola, fino a quel momento tenuta ad altezza uomo, «ma è l'unica possibilità che resta a Giulia», per poi farla sparire dietro la schiena: è il suo segno di resa, adesso la Frezzi è definitivamente nelle mani di Malmstrom.

«Vattene, ora. Di tempo ne abbiamo già perso fin troppo».

«Me ne vado, sicuro. Addio, Romina. Riguardati… ah, senti… quanto pensi di rimanere “sveglia”, diciamo così?».

«Voglio farmi un mese intero d’agonia, sempre di non vedere la morte in faccia…».

«Le voglio ridurre la massa principale», si intromette Malmstrom, «da palla da tennis deve diventare pallina da golf. Le farò guadagnare qualche settimana, da spendersi su più anni; rischia di sopravvivere ai medici che le hanno diagnosticato la malattia. E per fare questo mi farò assistere da altri medici radiati o in via di radiazione. Purché non si sappia in giro, ci tollerano. E ci tollerano perché può capitare a chiunque. Anche a loro. Ma non vorrei sollecitare troppo i tuoi neuroni…».

«Dunque ci sarai al mio ritorno, Romina… perché io me ne vado, ma tornerò presto…», Leila lo promette con implicazioni minacciose. «E spero che i suoi metodi funzionino, professore».

«Finora non si è mai lamentato nessuno», ritrova l'ironia.

«Lo spero per Giulia», esce dalla stanza parlandogli già di spalle, «e lo spero per lei, professor Malmstrom»; rifacendo il percorso al contrario, si ritrova a prendere l'ascensore e risale al piano terra.

«Io ci sarò…», quasi un sussurro dal piano di sotto.

VROOMMM!

La Giulia esce a culo all'indietro dal garage, e senza neppure far manovra è con il muso davanti al cancello della villetta, che si apre poco dopo.

L'auto ripercorre la stradina a fianco dell'abitazione e agguanta ruggendo la via asfaltata.

IV

NEBBIA ROMANA

È stanca, le luci della notte stentano a tenerla sveglia, guida svogliata e davanti a sé, al posto delle poche auto che incrocia e delle strade che attraversa, vede i lettini messi in fila con la figura di Malmstrom che attacca Giulia a uno dei suoi macchinari, finché una luce blu si fa notare lateralmente fra la monotonia scura dei colori, riportandola nell'abitacolo della Giulia.

«Cazzo!», i fari illuminano una figura quasi in mezzo alla strada che agita una paletta. «Sbirri...», batte un pugno sul volante. «Maledizione», accosta poco oltre il carabiniere, anche se è tentata di pigiare sull'acceleratore e tirare dritto, ma è meglio così, fermarsi per non rischiare una raffica di mitra dal secondo sbirro è la scelta giusta.

Stai calma, la mano va a toccare la pistola dietro la schiena, è solamente un controllo di routine, non possono collegarmi alla sparatoria in finanziaria, e allora rimette le mani sul volante.

«Salve, Signora», il carabiniere le parla dal vetro abbassato, entrando con gli occhi dentro l'abitacolo, fino alla sua ampia scollatura. «Favorisce gentilmente patente e libretto di circolazione?».

Sì, Leila, è solamente un controllo di due maledetti sbirri che non sanno come passare questa fottuta nottata.

«A lei», gli passa i documenti allargandosi i lembi della camicetta per fargli vedere bene le tette.

«La ringrazio...», pare riferito al gesto, piuttosto che ai documenti. «La faremo attendere soltanto pochi minuti», e passando davanti alla Giulia, per ammirarla in tutta la sua bellezza, ritorna alla volante, ormai a diesel, servendosi del cofano come scrivania.

Cosa cazzo controlli... è tutto in regola, il carabiniere con il mitra accende una torcia sul parabrezza, con la luce che dapprima si sofferma sul tagliando assicurativo per poi inquadrare il sedile del passeggero.

Maledizione… il fottuto sangue della Frezzi…, è il sedile dove Giulia ha cercato invano di crepare, striato di rosso come un tramonto africano.

«Scenda con le mani alzate!», lo sbirro afferra il mitra con entrambe le mani, lasciando cadere la torcia che va a illuminare l'asfalto.

BANG!BANG!BANG!

«Ahhh!», tre proiettili spaccano prima il vetro laterale e subito dopo il torace del carabiniere, Leila ha alzato le mani ma per sparargli contro.

«Roberto!», l'altro carabiniere ha appena il tempo di vedere il collega crollare a terra.

«All'inferno!», ingrana la marcia e pigia con tutta la sua forza sull'acceleratore. «Crepa, bastardo!».

BANG!BANG!

«Ohhh...!».

CRASH!

Il carabiniere è centrato in pieno dal muso della Giulia, rompe il parabrezza con la faccia e con una capriola mortale oltrepassa il tettuccio dell'auto per finire di schiena sull'asfalto retrostante. Stecchito.

«Crepate, bastardi...», Leila continua a pigiare sull'acceleratore, fregandosene di un semaforo lampeggiante.

«Uhhh...», stacca una mano dal volante e se la porta al seno, «quel figlio d'un cane... m'ha beccato... in pieno...», un buco per tetta, a condannarla di brutto.

Fa subito un'inversione scodando di potenza.

«Malmstrom... se sei capace... di salvare Giulia... uhhh...», fa un rapido paragone, «sarai capace... di salvare... anche me...», una mano che si sposta sulle ferite e l'altra sul volante, e un mezzo sorriso ad affiorarle dolorosamente sulle labbra. «Uhhh...», è costretta ad accostare, le pallottole fanno troppo male, il paragone si rivela infelice, non c'è nessuno ad aspettarla all'uscita dall'ascensore.

«Solo un momento... ohhh... giusto... per riprendere fiato...», sembra che parli con la Giulia, che con il motore acceso aspetta un colpo d'acceleratore per scatenare il branco di cavalli sfrenati nascosti sotto il cofano.

«Riprendo... fiato... e ripartiamo... bella... uhhh...», la fronte che si appoggia al volante, il grosso seno alle ginocchia, mentre fuori dai finestrini la notte si fa sempre più buia, con i lampioni che paiono scomparire in una nebbia inglese che non c'è da nessuna parte.

Fuori è freddo a quest'ora, resta lì al caldo della Giulia e non pensare più a niente, Leila, chiudi gli occhi e dormi, e vedi di fare dei bei sogni.

«Ora... si... ri...par...te...», ma la Giulia sa che per stanotte il suo parcheggio sarà quello, a pochi metri da uno dei tanti semafori lampeggianti e con una ruota sopra il marciapiede.

Con le sirene che convergono da tutti i sensi di marcia.

Un paparazzo è tra i primi ad arrivare sul posto.

È uno scoop.

La ventottenne Leila Buzzi, avvenente pregiudicata della mala romana, è rimasta uccisa in uno scontro a fuoco con i carabinieri, spirando al volante della sua Giulia d'epoca.

Apre lo sportello e scatta le prime foto.

   

La Buzzi è ripresa di profilo, con la fronte poggiata sul volante e il grosso seno che le arriva quasi sulle ginocchia, tendendo al massimo la camicetta ampiamente sbottonata.

Le braccia sono abbandonate lungo i fianchi.

Passando a un primo piano, la si osserva con gli occhi vitrei a fissare un semaforo che non diventerà mai verde, la bocca spalancata a cercare le ultime bolle d'aria, l'espressione sbigottita di chi non si aspettava di rimanere bloccata per sempre nel traffico.

Poco sotto, i due buchi sanguinolenti nella camicetta, che l'hanno condannata prima del giudice.

Gli ultimi spasmi rischiano di sfocare le foto. La Buzzi cerca disperatamente di aggrapparsi al volante, come a riprendere un minimo di controllo su sé stessa.

Ma la benzina è finita.

L'ambulanza sta arrivando adesso.

La Buzzi viene tirata fuori.

In molti si affollano intorno a lei.

C'è concitazione.

Tanti i suoi segreti ammiratori arrivati trafelati sul posto.

Si sta cercando di rianimarla con violente scariche di elettroshock.

Sembra, però, tutto inutile.

C'è chi porta il lenzuolo per coprirla.

Ma viene caricata ugualmente sull'ambulanza e riparte a tutta velocità, già cadavere, seguita da diverse auto private, che forse faranno pressioni ai medici per continuare a colpirla con scariche di elettroshock, fino alla completa distruzione del cuore.

Probabilmente il decesso verrà confermato all'ospedale, ma potrebbero passare diverse ore.

Nessuno scampo dunque per la Buzzi, ferita a morte nella sparatoria costata la vita anche a due carabinieri.

La quarantaseienne legata alla Banda della Magliana è riuscita ad allontanarsi dal luogo dello scontro - non si sa dove volesse andare - ma non ha fatto molta strada.

Le sue condizioni si sono subito aggravate.

Sentendo la morte, ha accostato l'auto ed è spirata dopo una lottata agonia, perché è riuscita a durare fin quasi all'arrivo dell'ambulanza.

È stata infatti rinvenuta agonizzante a bordo della sua auto, in preda a combattuti spasmi, dai primi soccorritori.

Il personale dell'ambulanza, giunto soltanto dopo, ha cercato di rianimarla, ma per lei non c'è stato nulla da fare, anche se si attende ancora l'ufficializzazione del decesso.

La Buzzi è stata comunque trasportata all'ospedale a sirene spiegate, forse per prevenire polemiche sulla lentezza dei soccorsi.

Diversi minuti di ritardo che forse le sono stati fatali.

L'autopsia dovrà chiarire se poteva essere salvata, o se i colpi che le hanno bucato i polmoni e sfiorato il cuore non le abbiano lasciato scampo.

V

L'AMBULANZA DIROTTATA

UN TAGLIANDO DOPO

Il rumore dei tacchi si interrompe davanti a una tomba, la più recente, non avendo ancora una lapide, solamente una croce piantata nel terriccio fresco e umido, con un nome e una data intarsiate nel legno.

Il tempo di una preghiera, un ricordo, o forse un rimpianto, e il rumore dei tacchi ricomincia a echeggiare sulle pietre del piccolo cimitero.

«Se non se ne va subito... quella li farà risvegliare tutti».

«Anche l’altra sulla carrozzina non è da meno. Speriamo non succeda niente, comunque... altrimenti dovremmo ammazzarci dal lavoro... per rimettere tutto a posto», lo spirito sopravvive anche nei cimiteri, il becchino è preoccupato mentre con lo sguardo accompagna il bel culo fino al cancello.

Dopo aver piegato e riposto la carrozzina nell’ampio cofano, apre la portiera e si accomoda, dando un'ultima occhiata dietro di sé.

Addio, Leila…

Mette in moto e la Giulia sparisce rapida dietro la prima curva.

«Leila Buzzi... 1972-2018...

Se era bona come le sue amiche, è un vero peccato che sia finita qua sotto così presto...».

«Perché non verifichiamo? Dev'essere ancora fresca».

I due si mettono subito al lavoro.

«Ma che cazzo di scherzo è?».

«È già successo... e in questi casi è meglio farsi i cazzi propri.

Rimettiamo tutto a posto, e chissenefrega...

Meglio per lei, in fondo, se trascina ancora il culo...».

«Come stai, Giulia?», la donna allunga una mano sulla gamba più vicina.

«Sto come un non cadavere, Kelly», si guarda nello specchietto del passeggero. «Ma a Leila è andata peggio...».

«Pensi che ti abbia seguito alla Finanziaria per fregarti?», la domanda parte da sé, senza neanche il bisogno di distogliere gli occhi dalla strada. «Lo sapevamo solo io, te, la guardia e lei».

«Non so se fosse d'accordo con la guardia o se mi abbia seguito per proteggermi; non sono abbastanza morta per saperlo», guarda su verso il cimitero, lontano già quattro tornanti, una macchia di croci in un quadro di colline. «Mi piace pensare che abbia voluto aiutarmi; ma forse sono solamente una stupida romantica».

«Io invece non sono per niente romantica, non lo sono mai stata», anche la risposta viene da sé, sguardo sempre dritto sulla strada.

«Lascia perdere, Kelly, adesso non ho la forza di discutere», le toglie la mano dalla gamba, mettendogliela sul cambio. «E poi se avesse voluto fregarmi, non mi avrebbe portato da Malmstrom salvandomi il culo».

«Non è detto. Forse si è pentita e ha cambiato idea, forse pensava che da quell'ascensore sarebbe uscita la guardia. Oppure... le sei piaciuta troppo per lasciarti morire...», Kelly è come un cane con l'osso in bocca, non demorde; è evidente che il rapporto fra le tre donne ha lasciato delle gelosie in sospeso.

«Basta, ti ho detto!», la Frezzi ha perso la pazienza, «piuttosto dimmi come diavolo hai fatto a riprendere la Giulia, e così alla svelta». La guarda. «Immagino che - fra le altre cose - tu abbia usato soprattutto quelle...».

«Più o meno, Giulia... le tette danno sempre una bella mano...», la biondona se le tira su compiaciuta, tornando di buonumore. «In fondo sono sempre state le nostre armi migliori, no?».

«Sì, insieme a questa», Giulia si tocca l'ascella, alludendo alla sua beretta, nascosta sotto il trench. «In effetti, quando mi allento l'impermeabile, ho a disposizione due bombe e una pistola...

Ma non bisogna essere prevedibili; quello stronzo l'ho ammazzato perché la beretta me l'ero messa nella borsetta, anziché nella fondina: non se l'aspettava».

«Comunque riprenderla è stato fin troppo facile, un gioco da ragazzi», o da ragazze cattive. «La parte difficile è stata un'altra».

DRIN!DRIN!DRIN!

Lo squillo del cellulare interrompe la conversazione fra le due donne.

«Sì... sono io...», la voce di Giulia pare subito interessata. «Bene... ottimo lavoro... ci vediamo domani al posto stabilito, tu occupati di portare l'acquirente, io mi farò portare insieme a lei».

«Non ti sembra troppo presto per rimetterti in pista...?», Kelly stavolta si distoglie dalla guida e la guarda perplessa.

«Difatti non mi rimetto in pista», batte il palmo della mano sul sedile. «È lei a tornarci…».

«Che significa, Giulia...? Spiegati meglio».

«Che ho appena venduto la Giulia e domani, come hai sentito, mi accompagnerai al passaggio di consegne».

«Ma, Giulia... pensavo la volessi per te... in fondo porta il tuo nome...», Kelly - sempre più perplessa - accosta a lato della piccola strada di campagna. «Allora? Che ha che non va?».

«Quest'auto è bella, ma pericolosa, quasi diabolica, oserei dire».

«Ma... cosa ti viene in mente?», forse la permanenza da Malmstrom l'ha suggestionata.

«Leila è morta qua sopra».

«A te ti ha salvato, però».

«Io mi sono salvata da sola, con la mia forza», è orgogliosa di non essere crepata nonostante due pallottole mortali nello stomaco. «Mi sentirò più tranquilla solo quando sarà passata a qualcun altro, perché adesso è come se fosse diventata mia; e non vorrei mi portasse male, che so... tipo farmi marcire in una discarica come ha fatto lei fino all'altro ieri...».

«L'esperienza da Malmstrom ti ha cambiato, Giulia. Non hai mai pensato a certe stranezze...».

«Mettici pure che ci faremo dei bei quattrini.

Oltre al suo valore normale, su questa macchina c'è la pelle di Leila, e questo ne triplica il prezzo».

«Ora ti riconosco...

Ti sai gestire sempre al meglio, Giulia; e hai fiuto per gli affari».

«Puoi dirlo... avevo detto a Tony di occuparsene, sapendo che ce l'avresti fatta, e quel vecchio bastardo è riuscito a venderla molto bene...».

«Tony è sempre il migliore quando si tratta di vendere della merce», Kelly sorride, dando l'impressione che anche lei in precedenza abbia concluso diversi affari con quel tipo.

«Già... sembra sia riuscito a imbambolare un pezzo grosso con gusti necrofili...».

«Sai che ti dico, allora?

Andiamo a farci l'ultima corsa alla faccia sua!», Kelly riparte con gli pneumatici che lasciano due tracce nere sull'asfalto, un autografo della Giulia. «Arriviamo giù e ci facciamo l'Appia a tutta velocità!», a volte il cambio di un’auto dà più eccitazione di un bel membro maschile.

«Quindi qual è stata la parte più difficile...?», Giulia vuole sapere il finale della storia, mentre la macchina fila veloce tra curve e brevi rettilinei.

«Beh... la parte più difficile è stata togliere tutto il tuo fottuto sangue dalla Giulia... a saperlo ce l'avrei lasciato».

«Un po' è rimasto…», Giulia le fa notare una piccola macchia di color rosso sfumato.

«Appunto… ma che cazzo di sangue hai?».

«Per non essere crepata quella notte ho di certo un sangue maledetto...».

«Sì, proprio così!», Kelly ne è convinta.

«E comunque... sono le cose intraviste quelle migliori...», la turbo cinquantenne si aggiusta l'invidiabile scollatura - nonostante il seno un po' cadente - che si apre nel trench.

Giulia si accende una sigaretta.

Il caso di Antoine Lassissé non l'ha impressionata più di tanto. Ormai si sente onnipotente.

Una tirata con il fumo che resta nell'abitacolo.

«L'acquirente non può lamentarsi: oltre alle sfumature del mio prezioso sangue, alle mie personali reliquie...», la turbo cinquantenne va sempre più forte... «riceverà a corredo dell'auto dei pezzi speciali: vetro laterale rotto da tre pallottole che hanno ammazzato uno sbirro, parabrezza sfondato dal secondo sbirro, umori vitali di donna morta al posto di guida; oltre - lo ripeto - al mio maledetto sangue appiccicato ovunque: donna quasi morta sul sedile del passeggero».

«Eh sì... gli vendi davvero un bel pacchetto completo, Giulia...».

«Full optional... maledizione del sangue compresa; ma questo è l'unico particolare che il nostro acquirente non conosce».

VROOM!

E la Giulia sgassa divertita, forse pensando a quanta morte e sangue spetteranno alle attuali inquiline - Kelly e la Frezzi - e al prossimo proprietario…

VI

RELIQUIE SACRE E PROFANE

L'ombra della Giulia passa veloce sopra l'asfalto della Prenestina, la strada che da alcuni millenni porta a Giunone Gabina.

Il luogo dell'incontro si trova proprio di fronte all'antico Tempio aggrappato alla collina.

La Giulia accelera senza quasi tener conto del piede di Kelly e sorpassa qualunque altra macchina le arrivi a portata di muso.

«Fra un centinaio di metri gira a destra, siamo arrivate», d'altra parte è l'ultima corsa con loro due e vuole farla ruggendo fino in fondo.

I cento metri abbondanti arrivano subito e Kelly decelera appena lavorando di sottosterzo: la coda della Giulia accompagna il movimento e si riassesta sulla nuova traiettoria come una pantera con tangenti tutte sue; la stradina laterale è infilata come fosse una curva panoramica.

«Piano, cazzo!», Giulia si lamenta più per il fondo sconnesso che per la manovra in sé, sottolineata dallo stridere degli pneumatici.

Per salvarla, Malmstrom le ha scavato buona parte della pancia, riducendole lo stomaco alle dimensioni di un mandarino: qualche postumo è comprensibile; d'altronde lo stomaco tornerà gradualmente ad allargarsi, se ne avrà il tempo.

Giulia usa ancora la carrozzina. Ma spera di liberarsene presto.

«Scusa... ma lo sai che ti prende la mano, no?».

La Giulia, dopo un divertito sterrato, è ormai con il muso sull’Aviosuperficie Fly Roma.

Oggi la piccola pista per amatori è quasi deserta, non c'è nessuno in giro.

Il cielo è plumbeo e minaccia di nuovo pioggia.

«Vai fino in fondo e fermati dopo l'hangar, l'incontro con Tony è fissato laggiù», Giulia sfila una sigaretta dal pacchetto fregandosene delle avvertenze, in fondo a un non cadavere la scritta il fumo uccide può solo far venir voglia di fumare.

«Neanche l'ombra di un ultraleggero», Kelly con lo sguardo passa in rassegna il cielo e la pista insieme. «Che oggi ci sia lo sciopero dei controllori di volo…?», sorride.

«Meglio così, meno gente fra i piedi», anche Giulia guarda attraverso il finestrino laterale, tirando una leggera boccata di fumo. «Fermati lì», indica un punto a lato dell'hangar, dove la strada si allarga in uno spazio sterrato, «a quanto pare siamo arrivate in anticipo». La Frezzi si tocca l'ascella per ricevere il contatto rassicurante della beretta: dopo quello che le è successo, non si fida più di niente e nessuno.

«Bene, così ho il tempo di tirare fuori la carrozzina e farti trovare bella-pronta quando arriva Tony», Kelly scende dall'auto andando ad aprire la bauliera.

È sempre un gran vedere, bionda, alta, con la camicetta di flanella a quadri - bianchi, neri e amaranto - sbottonata su due bombe impressionanti.

«Spero di rottamarla presto questa fottuta ferraglia», Giulia si accomoda imprecando.

Due auto intanto stanno arrivando dalla stessa strada appena percorsa dalla Giulia.

«Eccoli, riconosco la Mercedes di Tony», Kelly si sposta i capelli dal viso, oggi il vento sembra alzarsi al posto degli ultraleggeri. «Vecchia e lurida come lui».

La Mercedes grigio metallizzato si ferma davanti alle due donne, mentre la seconda auto, una Bmw nera con i finestrini oscurati, oltrepassa tutti andandosi a parcheggiare ai margini dello spiazzo, a una decina di metri dalla scena principale.

«Ehilà, ragazze!», un sorriso largo e finto, a partire dai denti, su una faccia sgualcita come un lenzuolo dopo che una troia ci ha scopato sopra per tutta la notte. «Vi trovo in piena salute…», uno sguardo nelle due scollature, sudicio come la carrozzeria dell'auto. «Come sempre, d'altra parte».

«Chi c’è nell'altra macchina?», Giulia è subito sospettosa, e tira una boccata nervosa.

La turbo cinquantenne, per un attimo, fa mancare la pompa a Tony.

«Come chi c’è, Giulia...?», la voce è ironica, si è ripreso. «C’è il futuro proprietario della Giulia blu; siamo qui per questo, no?».

«Allora digli di scendere», stare sulla carrozzina la innervosisce, «non ho tempo da perdere».

«Certo... non ti incazzare...», Tony fa un cenno verso la Bmw. «Su! È il momento di concludere l'affare!», alza la voce improvvisamente e un lampo gli attraversa lo sguardo prima che si butti inspiegabilmente a terra.

«Che diavolo...?!», Giulia, basita, guarda Tony rotolarsi lontano, poi si sente spingere verso il centro dello spiazzo, si volta verso Kelly e anche lei sparisce, e allora capisce tutto, un attimo prima che due sportelli si aprano contemporaneamente come sincronizzati al centesimo di secondo, facendo spuntare le canne di altrettanti mitra.

Non c'è nemmeno il tempo di avere paura della bua.

RAT-RAT-RAT

Uno dei due mitra spara subito!

I proiettili le piovono addosso incessantemente, con la furia di un temporale d'agosto, crivellandola di buchi senza pietà.

«AHHH...!!!», un grido animalesco esprime tutto il dolore, la rabbia e la sorpresa di Giulia Frezzi; esplode da una bocca incredula e già disperatamente in cerca d'aria.

Eppure, nonostante tutto, Giulia continua a stringere i manici della carrozzina, tentando una strenua resistenza, sia pur passiva.

Non può finire così, si ripete, non dopo quello che ha passato.

Kelly si umetta il labbro con la lingua.
Anche lei è basita da tanta efferatezza nei confronti della Frezzi.
Non che pensasse le consegnassero delle rose, ma un conto è immaginarsela morta, un conto è vederla crepare.

Anche Tony osserva in disparte.

Ha paura, purtroppo, che non si fermeranno.

D'altronde, ormai, non può fare più nulla per lei.
«NO!!», un altro urlo disperato esplode, quando vede il secondo mitra puntarla ancora.
Come se sperasse ancora di cavarsela, di potersi gestire la raffica a modo suo.

Alla turbo cinquantenne, in fondo, un bagno d'umiltà serviva.

RAT-RAT-RAT

Così, però, non avrà mai il tempo di imparare.

Non vogliono lasciarle scampo, evidentemente: anche il secondo mitra, infatti, fa sentire la sua voce crepitante!

L'hanno freddata!

«AARGHHH...!!!», un grido ancora più bestiale, carico di dolore per una fine ora sicura e non differibile.

Giulia sembra prendere una scossa elettrica ad alta tensione.
È finita proprio sulla sedia elettrica.
La condanna a morte che lo Stato le avrebbe risparmiato.

Vogliono proprio liquidarti, Giulia! Vogliono toglierti di mezzo!

Sferzata dalle pallottole, traballa penosamente sulla carrozzina; si stringe ancora ai manici, ma le dita diventano insensibili fino a non riconoscere più il tatto.

«Gghhh...», scivolano lentamente, costringendola a mollare quel suo ultimo, disperato appiglio alla vita, «M...a...l...e...d...e...t...t...i...», un sussurro rantolato lascia infine le sue labbra.

STOMP

È l'ultimo atto.

Il corpo scivola in avanti, la bocca si spalanca, la Frezzi ingoia letteralmente fango.

Come un'amazzone colpita a morte, viene disarcionata dal suo carro di guerra, finendo faccia a terra.

Striscia d’inerzia per un paio di metri, come a scaricare la tensione delle pallottole, sembra andare chissà dove, ma subito dopo si blocca, rovesciando pesantemente la testa, gli occhi fuori dalle orbite e un fiotto di sangue dal labbro.
Certo è che ha fatto il pieno di piombo: neanche la Giulia, ai bei tempi, ne ha mai ricevuto tanto.

Anche se il trench nero maschera bene, il numero di pallottole che l'hanno raggiunta è increscioso.

Stavolta la turbo cinquantenne ha fatto un frontale contro un muro di piombo.
Ostinata com’è, però, fa ancora la bava…
Qualche sussulto disperato, quasi involontario, prima che la fine la colga.
Non una bella scena.
Una gran donna così che muore senza scampo né soccorso.
Ma neanche la seconda raffica l’ha falciata del tutto.
È praticamente di ferro, il cuore - illeso - pompa a oltranza, nonostante i tanti colpi incassati.
Impossibile stimarli con precisione.
Con occhi vitrei e spalancati sembra chiedere pietà, che per lei non è un colpo di grazia in bocca, tuttaltro, ma una mano gentile che le tamponi qualche buco e l’accompagni all’inferno.
«Bel lavoro, ragazzi», Tony si è rialzato passandosi una mano sulla giacca per ripulirla dalla polvere e ne incrocia lo sguardo vuoto. «Avrà addosso una ventina di pallottole, forse di più».

Vuole vedere se ha ragione e per farlo la rovescia supina senza tanti complimenti: vuole mostrarsi un duro, ma in fondo non è un assassino, e la Frezzi gli fa pena.

Cerca di contarle, ma non è facile essere precisi quando un corpo è crivellato in questo modo.

Il trench è inzuppato di reliquie della divina, anche gialle e marroni.

Intanto ne approfitta per chiudersi nella mano, non visto, il mozzicone della Frezzi, ancora acceso, trattenendo una smorfia di dolore.

«Sì, una ventina, più o meno…».

«E senza fare un graffio alla macchina», precisa uno dei sicari, con una cicatrice che parte dalla tempia sinistra per scomparire fra la barba. «Proprio come ci avevi raccomandato».

«In questo vi ho aiutato io…», Kelly emerge dal profilo della Giulia, il luogo più sicuro in quel momento; e ci rimane addosso, seduta sul parafango - curve su curve - a stento di equivoci.

«Già, il Direttore sarà più che soddisfatto», Tony si sfila un cellulare dalla tasca dei pantaloni. «Diamogli subito la bella notizia».

Il tempo di selezionare il numero dalla rubrica e parte la chiamata.

«Signor Direttore... sono Tony...», un colpo di tosse, «è andato tutto come previsto, liscio come l'olio...», va subito al sodo, da sempre per lui il tempo è denaro.

«Bene... ottimo lavoro...», il tono tradisce un po' d'incertezza, il Direttore non sembra poi così compiaciuto. «Nessun dubbio?».

«Nessun dubbio».

«In fondo mi dispiace per quella puttana...», anche lui prova a fare il duro, «ma ho ricevuto ordini precisi: nel nostro giro non c'è scampo, se si punta troppo in alto.

Vale per chiunque. Non dimentichiamolo mai».

Il Direttore pareva in vena di sermoni.

Tony ha un brivido quando torna su di lei.

È ancora scossa da spasmi, con le braccia che tremano scomposte come appartenessero a una bambola elettrica in corto circuito, oppure a una malata di parkinson in fase acuta; gli occhi coperti dalla morte, che tralascia di chiuderli, rivolti al cielo plumbeo.

Giulia, d’altronde, è ormai abituata a fare la non cadavere.

«Andiamocene, Tony, meglio non perdere tempo».

«Sì, è vero…», finge una fretta che non ha e si avvicina alla sua auto, dopo aver lanciato un ultimo sguardo - stranamente ansioso - alla Frezzi, che non sembra muoversi più.

Cerca di cogliere qualche fremito, ma non se ne vedono.

«E il cadavere?».

Esita un attimo, in attesa che qualcun altro risponda.

«Lo prendo io».

Dall'hangar esce una figura allampanata, seguita da un'altra Mercedes grigio metallizzato, ma molto più pulita di quella di Tony.

È un carro funebre con i vetri oscurati, guidato da un'autista con gli occhi sbarrati, gli stessi di Giulia.

«Servizio espresso», ribadisce Malmstrom.

«Certo, certo, professore», i sicari si mettono praticamente sull'attenti, sbrigandosi a levare le tende: è come se avessero visto la iattura in persona.

Malmstrom è conosciuto da tutti nel giro buono. Anche se non ha buona fama.

Tra stridii di pneumatici, le tre macchine si incolonnano con la Giulia in testa, lasciando la Frezzi a guardare fisso il cielo vuoto, senza aeroplanini.

Perché cazzo non ti muovi più...

Ma come... ti credevi una divina...

Quel trench, però, dev'essere mio...

Un ultimo sguardo allo specchietto e la Mercedes di Tony, che chiude la piccola colonna, lascia la zona degli hangar, soddisfatto che l'ultima sigaretta della Frezzi sia già sua.

Ha una Giulia davanti e una dietro.

Quella blu scatta come una pantera, quella nera sembra aver preso venti pallottole in corpo.

Il cellulare fatto squillare un paio di volte come concordato e il cancello automatico si apre, lasciando entrare la Giulia che si parcheggia subito nell'ampio giardino della villa a tre piani, in mezzo a due fioriere di ciclamini.

«Buonasera, Direttore», Tony viene ricevuto nel lussuoso salone, costosi tappeti persiani sotto ai piedi e intere pareti di quadri d'autore. «Queste sono le chiavi...».

«Il pagamento nel solito modo».

«Sempre a disposizione, Direttore», quasi un inchino di reverenza, prima di andarsene a passi invecchiati dal salone.

Arriva davanti al cancello dando un'ultima occhiata alla macchina - come aveva fatto con l'altra Giulia - ed esce a piedi; in fondo tutti quei soldi valgono bene una camminata.

Il Direttore è solo, in casa ha sempre avuto posto solamente per le opere d'arte.

Si infila una giacca di velluto nero e scende in giardino, senza dare spiegazioni a nessuna moglie, uno dei vantaggi del vivere senza donne.

«Sei bellissima», passa una mano sul cofano della Giulia, l'ennesima opera d'arte che si aggiunge alla già ricca collezione. «Da questo momento sono il tuo nuovo proprietario», ignorando che è esattamente l'opposto.

«Hai fatto un affare, ma non dimenticare come ci sei riuscito…», Kelly Madison, la super biondona americana, 48 anni tenuti ben nascosti, si siede voluttuosa sul cofano ancora caldo; l’inconfondibile camicetta felpata a quadri, arcisbottonata.

«Come potrei…».

Solo, sì, ma con la puttana giusta.

«Se dovessi scegliere… chi terresti al tuo fianco… eh?».

Kelly è gelosa, o forse vuole solo scherzare.

«Io sono calda sempre, lei si sta già raffreddando…».

Parole un po’ troppo affrettate, di cui presto la bella Kelly avrebbe scoperto tutta la pericolosa ambiguità…

«Lei può sempre riaccendersi», le mostra allusivamente la chiave, «non invecchia mai e anzi col tempo diventa sempre più bella... mentre una bella donna non rimane tale per sempre e soprattutto - come Giulia Frezzi - rischia di non riaccendersi mai più...»

Il Direttore è ancora in vena di sermoni.

VII

RESTAURO IMPEGNATIVO

UNA REVISIONE DOPO

«Sei sicura di farcela da sola?».

«Certo», lo guarda decisa, apre la portiera e scende dall'auto. «Vattene, adesso; io ritorno con quella», indica la Giulia parcheggiata ai piedi della scalinata che conduce alla porta d'ingresso della villa.

«Mi dispiacerebbe se stavolta dovessi lasciarci la pelle del tutto... sei tutta rifatta, non dimenticarlo... anche se non in quel senso», il professore si protrae alla sua destra per continuare a vederla. «Lo sai, lì dentro adesso sei la mia preferita...».

«Stai tranquillo, prof», sorride, dandogli già le spalle, «rimarrò la tua preferita ancora per un bel po’, e non mi pento di essermi rifatta...», chiude la portiera e va a confondersi con la notte, rischiarata solamente dalla luce dei lampioncini interni alla villa, che l'accompagnano dal Direttore.

Parrucca folta, occhiali scuri e trench chiuso fino al collo: nessuno potrebbe riconoscerla, a parte il demonio. Si è spacciata per un'emissaria del Capo, l'eminenza grigia che dirige il Direttore.

Lo spero...

Mette in moto e riparte, guardandola scomparire oltre l'ampia porta d'ingresso.

«Salve... si accomodi...

Per caso ci siamo già incontrati?»

La turbo cinquantenne non riesce proprio a nascondersi.

«Mi scusi, le offro da bere...

Non ha caldo con il suo trench? Vuole mettersi comoda?».

La donna allenta un paio di bottoni.

Ed è lì che il Direttore sbarra gli occhi.

Si sono già incontrati.

Quando non era un fantasma.

E la beretta che adesso lo punta sulla fronte ne è la conferma.

«Come... è possibile? Cosa vuoi? Non fare... pazzie...».

«Tuttaltro.

Voglio che mi guardi in faccia prima di morire».

La rifatta Giulia si toglie gli occhiali e la parrucca.

La scena adesso si ripete alla perfezione.

Ma lui aveva già capito dalla scollatura.

«Stavolta non mi accontenterò dei tuoi soldi...».

«No... aspetta... Kelly!», la Madison dev'essere lì intorno, il Direttore invoca disperatamente il suo aiuto.

BANG

Ma è troppo tardi.

Il suo cervello finisce sui quadri.

«Che cazzo succede qui?», la biondona, intanto, è arrivata.

Ha una pistola in mano, ma è paralizzata dalla sorpresa.

«Mi hai risparmiato la fatica di cercarti».

BANG!BANG!

La Frezzi non ci pensa su due volte e fotte la Madison.

«Ahhh...!», incassa una-due volte e viene sbalzata di schiena contro la parete, scivolando giù fino a toccare terra con il sedere, una doppia scia di sangue sul muro, gli occhi fuori dalle orbite, un po' per il dolore, un po' per lo stupore di essere stata appena ammazzata.

«Maledetta… come hai fatto...», e si porta entrambe le mani al petto a tapparsi i buchi lasciati dai proiettili: uno per tetta.

Giulia ha deciso di non lasciarle scampo.

«Sono la divina Frezzi...».

Kelly alza a fatica lo sguardo.

«Mi hai fottuto…».

«Temo proprio di sì.

Addio, bionda...».

«Sei di nuovo mia... e stavolta rimarremo insieme, perché tu sei come me», la mano della Frezzi va a sfiorare la Giulia blu...

UEEE!UEEE!UEEE!

«Maledizione!», l'urlo delle sirene rompe il silenzio della villa e della notte. «Quella bastarda è riuscita a far scattare gli allarmi, era meglio se le mettevo una pallottola in fronte…

Devo sbrigarmi!».

Alla turbo cinquantenne non servono le chiavi per accendere il motore.

Ingrana la retromarcia e si para davanti al cancello.

«Apriti!», per sua fortuna il telecomando del cancello viene lasciato nell'auto.

«È scattato l'allarme nella villa del Massani: chi è il più vicino alla zona?», le sirene spione hanno già spifferato tutto.

«Sono Silvestrini, sono proprio attorno alla villa. Vado a effettuare un controllo».

Per proteggere le inestimabili opere d'arte contenute dentro e fuori la villa, il Direttore aveva collegato i sistemi d'allarme alla centrale delle guardie giurate, assicurandosi così una protezione ventiquattro ore su ventiquattro, uno scudo che lo faceva sentire al sicuro da ladri e malviventi.

Inutile, tuttavia, contro la Frezzi; d’altronde, una bella donna che ti spara in fronte è un fatto che non fa statistica, l’evento imprevedibile che sfida ogni schema logico.

«Si sta aprendo il cancello, dai fari sembrerebbe che stia uscendo un’auto».

«Gli allarmi sono ancora inseriti: stai attento, la cosa non mi piace per niente», il responsabile della centrale operativa mette in guardia il collega.

«Sì, questa storia non piace nemmeno a me», è di fronte al cancello quando i fari alti della Giulia lo abbagliano andandogli incontro.

BANG!BANG!

Due colpi in rapida successione, sparati dal finestrino abbassato, vanno a bucare la carrozzeria della Panda.

«Silvestrini! Cosa cazzo sta succedendo?! Ci sono degli spari?!».

«Maledizione...», l'uomo si tocca una gamba. «Sono stato colpito...».

«Cosa diavolo sta succedendo?! Rispondi, Silvestrini, per dio!».

«Centrale... mi hanno sparato contro... sono stato colpito a una gamba...», l'uomo comunica con la sala operativa attraverso la radiomobile.

«Stai calmo, mando subito un'ambulanza».

«Sto perdendo molto sangue... mi sento mancare...», cerca di fermare l'emorragia premendo il più possibile sull'arto. «Non ho avuto il tempo di reagire...».

«Chi ti ha sparato, Silvestrini?», la domanda è più che altro per non fargli perdere i sensi.

«Non lo so... è buio... troppo buio».

«Resisti… l'ambulanza sarà lì a momenti».

«Ma ho visto la macchina... una Giulia... colore blu... di quelle vecchie... quelle dei film...».

«Bravo Silvestrini, ora ci pensiamo noi. Vedi solamente di restare sveglio, intesi?».

«Sì, ci provo… ma…».

«Che succede? Silvestrini!».

«Il cancello… si è aperto ancora… ecco… esce un’altra auto…».

«Di che auto si tratta, Silvestrini?».

«È rossa... una Giulia... di quelle nuove...».

«Va bene, Silvestrini, rimani in collegamento, non addormentarti».

Eppure è così facile addormentarsi quando tutto è buio e silenzioso, com'è adesso dentro l'abitacolo della piccola auto di pattuglia.

A tutte le auto della polizia: ricercare una Giulia blu, vecchio tipo, con targa non identificata, nella zona est della città.

A bordo soggetti armati e pericolosi che hanno già sparato contro una guardia giurata.

Fare attenzione, ripeto, a bordo soggetti armati e pericolosi.

«Una fottuta guardia giurata, maledizione… un'altra...

Proprio adesso doveva passare quel bastardo…», la Frezzi impreca tra sé, dando gas alla Giulia.

Ma ormai è fatta.

Rallenta e si dissimula nel traffico.

La Giulia è blu come la notte, la pantera è nel suo habitat, la giungla urbana.

La Frezzi si rilassa accendendosi una sigaretta, dando una bella tirata.

Il fumo, per lei, è solo un mezzo pericolo adesso: Malmostrom, nel revisionarla completamente, le ha impiantato un polmone artificiale; tre delle diciannove pallottole l'avevano completamente distrutto.

Ma uno spaventoso stridore di gomme la scuote dal suo svuotamento post-adrenalinico: un’auto di grossa cilindrata scarta e sorpassa di continuo, accorciando velocemente la distanza.

Lo specchietto non porta buone notizie.

Ma potrebbe essere soltanto uno che ha fretta.

E invece…

Incredibile…

C’è una bionda al volante…

È alla guida di una Giulia rossa ultimo tipo, versione sportiva, una bestia mostruosa da 500 cavalli.

Tra le due ci sono 50 anni di differenza.

Le poche tv erano in bianco e nero e senza telecomando, i calcoli si facevano a mano, per telefonare si usavano i gettoni da una cabina pubblica, computer neanche a parlarne. Il primo rudimentale telecomando sembrò una meraviglia, ma questo avvenne quando la Giulia era ormai uscita di produzione.

Eppure basta buttare dentro una terza cattiva e si capisce subito che una Giulia TI del 1968 non è un vecchia tv in bianco e nero, simpatica ma superata.

È più simile a un'opera d'arte che non passa mai di moda, come la sua guidatrice di oggi, del resto; può ancora far male a tutte le auto in produzione oggi, come la sua guidatrice di stasera, del resto.

L’asfalto brucia, le gomme griffano la strada, le prospettive si deformano, i giri salgono, i battiti del cuore pure.

Non c’è ancora computer che sappia scrivere così bene.

La vecchia Giulia non è una tv in bianco e nero, preferisce decisamente il cinema ed è sempre sulla scena nel ruolo della protagonista, come la conduttrice di stasera ha mancato Hollywood solo per sbaglio.

Su un’autostrada, forse, la nuova Giulia la castigherebbe.

Ma qui ci troviamo in piena giungla urbana, dove l’asfalto è infido e la razza conta.

Siamo su Viale Palmiro Togliatti, dove le altre macchine sono birilli rettangolari tra due bisce indiavolate.

«Puttana…», il gentile pensiero della Frezzi è rivolto a Kelly.

Come diavolo…

L’ha lasciata a terra, moribonda.

E adesso se la ritrova indemoniata alla guida di un’auto con 500 cavalli nel motore.

Un miracolo?

No.

Cocaina.

Kelly ha sniffato e ritrovato le forze, come Al Pacino nel film Scarface.

Ha i polmoni pieni di sangue, ma anche tanta voglia di vendicarsi.

Furiosa come un toro, è pronta a incornare chi l’ha uccisa, sapendo di essere già morta.

C’è quasi, le è arrivata addosso.

Dopo l’acquedotto, l'affiancherà e la farà fuori; poi, se rimarrà tempo, chiamerà Tony e andrà a morire da lui.

Viale Palmiro Togliatti è infatti attraversato da un imponente acquedotto romano: diverse arcate si aprono sulla carreggiata, in entrambe le direzioni, anche se non tutte hanno la stessa ampiezza.

Non che i carri di Roma fossero più piccoli di quelli moderni, ma ce ne sono un paio che nell'800 furono consolidate alla base per evitare cedimenti e hanno quindi la campata ridotta.

Ce ne sono diverse così in tutta la città: famose quelle del Mandrione, che negli anni '70 furono le forche caudine (orizzontali) di spericolate gare della morte gestite dalla Banda della Magliana.

Alle auto venivano smontati i paraurti, per passare sotto l'arco alla maggiore velocità possibile, riducendo il rischio di un contatto.

Chi falliva veniva trasportato lontano, vicino a un grosso platano, e la cosa si riduceva a un semplice, sfortunato, fatale incidente stradale. Nessun vigile si azzardava a fare rilievi troppo scrupolosi, a notare la mancanza dei paraurti, o a fare rilievi sui rilievi.

Le due bisce procedono ormai a contatto, una dietro l’altra.

Roma è una vecchia città con tante stranezze e la nuova Giulia non le conosce ancora.

La Giulia blu passa precisa senza un graffio, la Giulia rossa capisce troppo tardi; i polmoni gonfi di sangue fanno il resto, annebbiando il cervello.

L’urto è bestiale, la Giulia spicca il volo atterrando sullo spartitraffico, quasi disintegrata.

La trappola della Frezzi è riuscita. Il travertino romano non si piega.

Nella giungla urbana i centimetri fanno la differenza.

C’è fumo, l’auto sta per esplodere insieme a ciò che rimane della bionda.

SCREEEK...

La Frezzi manda in testa-coda la vecchia tv in bianco e nero e riattraversa l’acquedotto.

Kelly è ormai crepata, ma non merita una fine così, se è ancora viva.

A dispetto delle condizioni esterne, l’abitacolo ha retto, i numerosi airbag hanno funzionato.

La Madison è cosciente.

La tira fuori, non senza fatica, e la carica sulla Giulia. Quella vecchia.

Nessun altro ha il coraggio di avvicinarsi.

La Frezzi riparte bruciando le gomme.

«Perché... l’hai fatto…?», la domanda non tarda ad arrivare.

!!KABOOM!!

La Giulia rossa esplode in questo momento.

«Hai sentito?

Per questo».

È troppo confusa per capire, ci vuole qualche concetto in più.

«Hai guidato bene, Kelly, ma la tua auto era inferiore, non ha fatto la storia e non poteva cambiarla...», la divina è in stato di grazia.

«Ora... che farai di me… guarda…», fa ballare dolorosamente, sotto gli occhi  rapiti della Frezzi, il grosso seno bucato due volte, che quasi straborda dalla camicetta sbottonata. «M’hai... ammazzato…».

«Ti porto da un amico».

«Io... voglio morire... da Tony…».

«Quel bastardo? Quello che mi ha fottuto?

Devo ammazzare anche lui, Kelly».

VIII

AUTOPSIA PREVENTIVA

La Frezzi si dirige al suo domicilio, l’obitorio di Malmstrom.

Kelly Madison, al suo fianco, è una maschera di cera, occhi vitrei e labbra livide.

Sta per crollare e la turbo cinquantenne lo sa. Per questo frusta la sua pantera.

Anche la bionda lascerà pelle e tette su questa macchina infernale.

«Giulia… non voglio... morire… come... una puttana...», sangue alla bocca e ormai in apnea, occhi fuori dalle orbite, disperata come soltanto una guerriera che sente la vita sfuggirle può essere.

«Calmati, Kelly, siamo arrivate», la compatisce, ma se l'è voluta.

La Frezzi suona il clacson. È inconfondibile, come tutto il resto.

Malmstrom entra subito in azione.

Adrenalina, ossigeno e plasma fresco.

Ma non ha ricevuto l'ordine di salvarla.

La divina lo comanda a bacchetta, ormai.

Intanto, il professore studia le cause della morte, per tenersi pronto nel caso di un ripensamento.

La sua collezione è in costante arricchimento.

«Giulia... vieni qui... non lasciarmi...», la voce è ansiosa, innaturale, Kelly si sente già morta e la Frezzi sa che ha ragione. «Voglio... rivedere... Tony... prima... di morire...».

«Se è il tuo ultimo desiderio, te lo concedo.

Ti permetterò di vederlo, ma scambierai la tua vita con la sua».

«Cosa... vuoi dire...».

«Lo capirai...».

La Frezzi l'ha lasciata sola con lui.

La Mercedes grigia è arrivata subito.

Anche se lurida, qualcosa tra loro c’è.

Intorno a loro i pancali dei non cadaveri.

«Fottuto... bastardo... non ti perdi... l'ultimo... giro... di Kelly... eh...».

«Ce la fai a dirmi come è andata? Voglio sapere tutto...».

«Ero... da Massani... ho sentito... uno sparo... sono andata... a vedere... e lei... mi ha bruciato...».

«Lei chi? Maledizione... perché cazzo non hai sparato per prima?!».

«Ho visto... il demonio...».

«Il demonio? Ma che cazzo dici...?».

«Non ci credi... finché... non lo vedi...».

«D'accordo, vai avanti...».

«Quando... se n'è andata... ho sniffato... un po' di roba... mi sono... tirata su... e l'ho inseguita... con la  Giulia... di Massani... quella rossa...

L'ho beccata... sulla Togliatti... le stavo addosso... ma poi... l'acquedotto... il maledetto... acquedotto...».

«Che è successo?».

«Ho fatto... il botto... l'auto... si è... disintegrata... ma lei... il demonio... mi ha... tirato fuori... prima... del botto finale... e... mi ha portato... qui...».

«Sei stata tosta, Kelly.

È una storia fica, gagliarda, peccato soltanto che finisca male...

Non ne hai per molto, vero, bionda?».

«Sono... all'ultimo giro... Tony...

Ma anche... se sei... un bastardo... sei... il mio uomo... e voglio... creparti... in faccia...».

«Rimarrò fino all'ultimo respiro, Kelly.

Ma tu avvisami un attimo prima...».

«Non so... forse... accadrà... all'improvviso... non so ancora... come si muore...».

«Sì, hai ragione, ma tu non pensarci, prova a non pensarci.

Io ti ricorderò, Kelly. Rimarrai mia per sempre...».

«Allora... scatta... scatta... tante foto... di Kelly Madison... mentre crepa... uccisa... da una puttana...».

«Sì... le faccio subito...», è estasiato, «poi mi dirai chi è stato».

Quasi non smette più.

Si scuote solo quando la vede aggravarsi.

«Ehi, bionda! Hai una brutta cera...».

«Anche tu... Tony...», lo sta avvertendo, ma lui non capisce.

«Ti faccio visitare da quel pazzo.

Dov'è...?», si guarda intorno inutilmente. «Professore...!».

«Non strillare, arrivo. I miei clienti non sopportano il rumore».

Malmstrom le somministra altra adrenalina, ma ormai è questione di poco.

«Professore, mi scusi...», l'inizio è viscido, «lei ha ritirato il corpo di quella donna... la Frezzi... se la ricorda?», Malmstrom se lo guarda come stesse bestemmiando, «vorrei chiederle...», sempre più viscido, «il corpo... si è tanto rovinato? Perché so che lei... riesce a conservarli bene...», viscido fino in fondo.

«È ancora in perfette condizioni».

«Allora... potrei vederlo...?».

Malmstrom se ne va.

Tony lo segue, disinteressandosi di Kelly, pensando che stia per condurlo al cadavere della Frezzi.

«E il trench...? Il trench nero che la divina indossava il giorno della festa... crivellato da venti colpi... ha conservato anche quello?», gli parla dietro le spalle.

Il professore si volta, fermandolo.

«Diciassette.

Torni dalla bionda.

E vedrà il corpo e il trench».

«Gliel'ha lasciato addosso? Lei è un genio, professore».

Tony torna sui propri passi, pregustando lo spettacolo.

Ma il tempo passa e non succede niente.

«Allora... professore... lo posso vedere... o no?», parla forte, cercando di capire dove si sia cacciato.

Un lenzuolo si alza e da un pancale scende un non cadavere.

Con una beretta nella mano.

«Eccolo...».

A Tony è cascato il labbro.

È rimasto paralizzato, con la bocca spalancata e senza labbro.

Troppe sorprese insieme.

La divina è di fronte a lui sulle proprie gambe, in tutto il suo splendore, e con il trench intatto.

È troppo lontano per notare il meticoloso restauro; non gli arriva nemmeno l'alito gelido; il pallore della tomba è neutralizzato dalle luci sepolcrali; gli occhi infernali - in tinta con il trench - sembrano semplicemente truccati con un eccesso di rimmel nero.

Neanche si accorge che con ogni probabilità tra poco sarà morto.

«La sai una cosa, Tony?».

Capisce che difficilmente otterrà una risposta, pertanto prescinde dal dialogo e prosegue da sola.

«Fino a pochi attimi fa, non vedevo l'ora di spararti.

Ma ora ho capito chi veramente sei.

La tua vita avrebbe permesso a Kelly di salvarsi.

Malmstrom sta aspettando un mio ordine prima di intervenire con i suoi metodi.

Avresti espiato tu per tutti e due.

Mi sarei accontentata».

«Io... io... non... non vo...levo... credimi...!», Tony ritrova faticosamente la parola.

«Lo dicono tutti, arrivati a questo punto.

Ma la cosa strana è che un bugiardo come te lo dice sul serio».

«Ma come... hai fatto... a...?

Io ho contato venti buchi».

«Tanti, certo. Ma ero ancora viva quando mi hanno caricato sull'ambulanza».

«Ambulanza?».

«Una croce sul tettuccio non basta a fare un carro funebre».

«Hai il diavolo dalla tua...».

Ed è ora che capisce le parole della bionda.

«Ma allora... hai sparato tu a Kelly!».

«E l'ho tirata fuori da un'auto che stava per esplodere.

E l'ho portata qui.

Ma adesso goditela, perché poi dovrà dormire.

E non fare scherzi, o potrei revocare la grazia».

La Frezzi va da Malmstrom e - come se pagasse Caronte - lo autorizza a procedere.

«Faccia un buon lavoro, prof».

«Non ti preoccupare, divina.

Si risveglierà al primo giro di chiave».

«Era proprio quello che intendevo».

E torna dalla Giulia, a fumarsi una sigaretta seduta sul cofano.

Curve su curve, una sola dominatrice.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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