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Le biscione

LE BISCIONE

di Salvatore Conte ed Emiliano Caponi (2011-2019)

I. IL COLPO

II. NOTTE DA INCUBO

III. LA CURA

IV. NEBBIA ROMANA

V. A BOCCE FERME

VI. L'AMBULANZA DIROTTATA

VII. RELIQUIE SACRE E PROFANE

VIII. RESTAURO IMPEGNATIVO

IX. UN COVO DI BISCIONE

I

IL COLPO

Leila inganna l’attesa mettendo gli occhi su Canaletto.

È proprio lui?

Sbarra lo sguardo e si vede scarrozzata per la Laguna, su una bella gondola, padrona incontrastata...

La gondola però è di un nero funebre, l'atmosfera nebbiosa e sinistra.

E soprattutto l'acqua sembra colorarsi di un rosso intenso, un rosso-sangue.

Il gondoliere è vestito di scuro, non si riesce a scorgerne il volto.

Mah... suggestioni da città morta...

Intanto il Direttore li rialza dalle carte.

«Vede… signora… la cifra che lei richiede è molto elevata…

Pur tuttavia… sulla base delle referenze da lei presentate… potrei erogarle un congruo anticipo…», e muove a lato del Canaletto, in un tratto di Laguna rimasto fuori dalla cornice; preme sulla parete... et voilà… un mobile da liquori si spalanca e rivela l’interno di una cassaforte.

Il Direttore della prestigiosa finanziaria, con sede ai Parioli, preleva una corposa mazzetta... e accenna ad allungarla verso Leila… per poi riavvicinarla seccamente a sé.

«Sempre che lei, signora, si dimostri altrettanto disponibile… a offrire solide, corpose garanzie… a riscontro degli affidamenti…», argomenta con malcelati sottintesi il Direttore.

Malcelate come le grazie di Leila Frexhabal.

Sempre alle prese con qualche chilo di troppo, il collo gonfio per una tiroide che non funziona più tanto bene, la bella cinquantenne è però accattivante e sportiva: si è presentata al Direttore con solidi argomenti, ben esposti attraverso la profonda scollatura del trench nero.

«È proprio sicuro di non potermi dare di più?».

«Al contrario… posso darle molto, molto di più…», l’uomo la fissa quasi ipnotizzato. «Ma dipende anche da... dal suo atteggiamento…», distogliendo a fatica lo sguardo.

«Ha ragione.

Viste le sue titubanze, signor Direttore… mi vedo costretta a esigere l’intero prestito…», è il momento di ballare, la Frexhabal estrae una pistola dalla borsetta. «Non mi costringa a usarla, Direttore».

«Ma lei… non può…

Come ha fatto a…».

«Ho potuto, Direttore.

Metta tutto qua dentro e alla svelta», svuota della cartaccia una ventiquattrore rimasta aperta sulla scrivania e gliela sbatte davanti.

Pur riluttante, il Direttore esegue.

«Bravo… adesso nel bagno. Svelto… e non fiatare... o fai una brutta fine».

Lo chiude dentro e osserva da vicino il quadro.

Sembra proprio lui…

Ma è troppo complicato portarlo via adesso. Sarà per un’altra volta.

Leila esce dall'ufficio del Direttore come programmato.

Tutto sembra filare liscio.

Alla porta d’ingresso c'è soltanto una guardia giurata ed è già addomesticata: si divide alla pari.

Il Direttore se ne sta buono e calmo in bagno, non ha ancora gridato, dev'essere impegnato...

«Signora… ha già fatto…?», le domanda la segretaria, impaziente di chiudere bottega, considerando che sono le 19:30 e che qui gli straordinari non si pagano.

«Tutto bene, grazie», e continua a camminare con passo deciso verso l’uscita; la pistola è rientrata nella borsetta, le tette nel trench.

Svolta l’angolo e si immette nel corridoio che porta fuori dalla Finanziaria, lanciando un cenno d’intesa al complice…

BANG

Un colpo di pistola esplode improvviso e la raggiunge in pieno stomaco!

Gli occhi si sbarrano increduli…

Clyde l'ha tradita, la guardia non si accontenta, vuole tutto il piatto.

La sorpresa è assoluta: prima arriva la pallottola, che le spinge indietro il bacino come avesse preso un cazzotto in pancia; poi la paura.

Il primo sguardo di Leila è più allibito che angosciato, più incredulo che incazzato, più perplesso che preoccupato: il volto si cristallizza in un’espressione di assorta meraviglia, quasi di morbosa curiosità per la sconcertante situazione.

Non può essere, non può essere toccato a me.

Sembra davvero questo il pensiero racchiuso in quello sguardo, nella bocca rimasta aperta, muta e parlante insieme.

È toccato proprio a te, Leila.

La sorpresa lascia ben presto il posto alla realtà, una realtà permeata da un acre odore di morte che incombe opprimente.

BANG

La vendetta è la prima cosa che le viene in mente in questa nuova realtà.

La mano si è mossa all'interno della borsetta.

Leila risponde.

La guardia giurata si lascia a sua volta sorprendere, troppo sicura di aver chiuso la partita, o forse anch'essa ipnotizzata dallo sguardo ghiacciato di Leila Frexhabal.

Ma ci vuole altro per mandare al tappeto un donnone come lei.

Data la presenza del giubbotto antiproiettile, la libanese gli ha sparato in testa: quel che rimane della guardia si abbatte sulla moquette come una piantana urtata accidentalmente.

Le gambe reggono, il fisico c’è, la testa pure. Si va avanti.

La supercinquantenne - pur zavorrata da pesanti grammi di piombo - supera il cadavere del vigilante, supera la porta e chiama l'ascensore, cercando di chiamare anche la salvezza.

Dunque quel nocchiero era Caronte...

Ma troverò una via di scampo...

Caronte dovrà accontentarsi di un'infame guardia giurata.

Ne è certa. Sicura.

La sicurezza di chi non ha più niente da perdere.

La testa comincia a girarle, deve puntellarsi alla parete per tenersi in piedi.

Però il fisico c'è, ed è tanta roba.

L’ascensore è arrivato.

È vuoto. Entra, spinge il pulsante e si puntella nell’angolo.

L’ascensore parte.

Piano -1, sottoterra, praticamente all'inferno.

«Io posso salvarla dal carcere, signora.

Lei in fondo ha sparato per legittima difesa e salvo alcune formalità - un po’ trascurate - quei soldi potevano dirsi suoi…

E avrà anche il Canaletto. Ho visto come lo guardava…

Ma lei sarà mia. E mi firmerà una completa confessione a garanzia dell’accordo.

Ci sta?».

Il Direttore vuole fregarla a tutti i costi.

Un uomo tanto influente non avrebbe avuto difficoltà nell'accollare tutte le responsabilità a una guardia infedele.

Ma lei sarebbe stata sua. Come il Canaletto.

Le porte si riaprono.

E rivelano una bella cinquantenne piegata in due, la faccia schiacciata sulla moquette, le mani intrise di sangue premute sullo stomaco.

«AAHHH…!!», esplode lo stridulo urlo d’orrore dell’attempata pariolina in attesa della cabina.

Viene chiamata un’ambulanza, il donnone - bianco in volto come una statua di cera - viene caricato sulla barella.

Fate presto... bastardi...

Direttore... io ci sto... ci sto...!

Leila sa che non sta respirando con i suoi polmoni, che non sta guardando con i suoi occhi e che non sta parlando con la sua bocca.

Mentre percorre il corridoio fatale, sospinta dai barellieri, i suoi occhi puntano il soffitto bianco, ma lei vede altro.

Si sente fluttuare, come fosse in gondola.

E viene sbarcata.

Su quale sponda solo l’inferno lo sa.

E la gondola la traghetta ancora.

Leila può finalmente vedere il soffitto bianco della sua stanza d’ospedale.

Dal momento in cui è entrata in quel maledetto ascensore, non si è mossa di mezzo metro, eppure ha percorso distanze abissali, elevate alla fatale potenza.

E si sente tanto stanca.

Ma solo respirare conta.

Esserci.

Starci.

Respirare ed esserci, starci, ancora, maledettamente, fottutamente in vita.

Certo... esserci... ma dove, precisamente, Leila?

Il piombo assassino che hai in corpo sta mescolando realtà e incubi con l'abilità di un prestigiatore: non c’è nessuna barella e nessuna gondola; sopra di te ci sono le luci soffuse dell'ascensore, niente soffitti bianchi d'ospedale.

La tua realtà è ancora questo maledetto ascensore e tu rischi di creparci dentro.

«Uuhhh...», una fitta più dolorosa delle altre la scuote come avrebbe fatto un bicchiere di whisky bevuto tutto d'un fiato.

Bentornata, Leila.

Alza gli occhi e basta, alzare la faccia è infatti troppo complicato, per riuscirci ci sarebbe voluto un buco meno grande in corpo, e nello sfondo sfocato che la morte le concede, riesce a vedere un paio di palle luminose.

Forse quello è il paradiso...

Le ragazze cattive, però, si sa, in paradiso non ci vanno; sei fuori strada, Leila.

Allora sono gli occhi del demonio che mi sta venendo incontro...

Ipotesi più verosimile per una ragazza cattiva come te, ma non è ancora quella giusta.

«Stupida... ti sei fatta fregare...», due mani che profumano di donna, ma comunque forti e decise, l'afferrano sotto le ascelle, senza dimenticare la valigetta. «Forza... cerca di muovere questo culo!», le mani profumate sono riuscite a rimetterla in piedi.

«Dove... sono...?».

«Quasi all'inferno, se non ti dai una mossa».

Un passo strascicato alla volta e gli occhi del demonio che si avvicinano lentamente.

«Un ultimo sforzo, bella», e con la punta della scarpa le spalanca la portiera dell'auto.

«Oohhh...!», mettere il culo sul sedile di pelle non è affatto indolore.

«Cerca di resistere, ti porto da un dottore».

«Marianna...», anche nella penombra dell'agonia sa riconoscere le inconfondibili forme della sbottonata cinquantenne.

«Sì, Leila... sono io...», la voce si fa rassicurante.

È quella di Marianna Bocci: stessa età, stazza e cilindrata di Leila Frexhabal.

«Ma... co…come... face…vi... uhhh... a...», è sorprendente come la morte abbia il potere di riportare indietro nel tempo, di far regredire un adulto alla prima età, quando mettere insieme due parole è un'affannosa conquista.

«Ti ho seguito», le è già accanto dall'altra parte, al posto di guida.

«Mi... hai… se...seguito...?», gli occhi interrogativi a cercarla nella penombra, che si fa sempre più buia.

«Sì... sapevo tutto...», gira la chiave e accende il motore. «Ma adesso non ha importanza», prima e seconda, e l'auto punta il muso verso l'uscita del garage. «Adesso importa solo portarti da un dottore».

II

NOTTE DA INCUBO

Il muso metallico della Giulia blu inizia a braccare il traffico, mentre i fari illuminano la strada bagnata dalla pioggia: erano quelli, Leila, gli occhi del demonio.

Storie di donne e di motori che si intrecciano come serpenti al suono dell'incantatore, dove un colpo di gas a farfalla aperta è vitale quanto un respiro preso a tette gonfie.

Marianna dagli occhi sornioni e Giulia dagli occhi vitrei: il tuo destino, Leila, è legato a questi sguardi, a patto che tu stessa tenga acceso il tuo.

«Salvatore, ho bisogno del tuo aiuto», il cellulare in una mano e il volante della Giulia nell'altra. «Fra cinque minuti sono da te», e continua a spingere. «Vedrai che ti rimetterà in sesto...», la guarda senza crederci molto.

«Mmhhh...», potrebbe essere un "sì", o anche un "sono fottuta e lo sai", ma Marianna deve accontentarsi di un po' di consonanti lamentate a bocca chiusa: in queste condizioni nemmeno una supercinquantenne come Leila Frexhabal può essere molto loquace.

Due leggeri colpi di clacson e tre colpi d'abbaglianti diretti alla casa come concordato, e si accende subito una luce al primo piano della bella villetta macchiata in più punti da mattoni rossi.

Il tempo di indossare qualcosa e in sequenza si accendono la luce delle scale, la lampada sopra la porta d'ingresso e i sei lampioncini, tre per lato, sistemati lungo il vialetto che attraversa il piccolo giardino antistante l'abitazione.

Un uomo alto e dalla figura importante esce dal cancelletto, cappotto col bavero alzato e passo sicuro.

«Ciao, Marianna», si fa trovare già pronta, davanti al cofano della Giulia.

«Ciao, Salvatore», gli accenna un mezzo sorriso, che la notte oscura anche nell'altra metà. «La mia amica si è cacciata nei guai...», e apre la portiera lì dove Leila trema dal freddo.

«Guai calibro 38, se non erro...», la diagnosi, molto precisa, dopo averle allentato l'impermeabile. «Cazzo...», l'espressione non si addice molto a un primario serio e stimato come Salvatore Carboni, medico chirurgo e proprietario di Villa Donatello, una delle cliniche private più esclusive della capitale, tirata su con anni di operazioni, non solo chirurgiche. «Stavolta ti sei superata, Marianna...», la prende in disparte dopo essersi accucciato sopra la Frexhabal. «Questa volta mi hai portato una morta», la prognosi non è rassicurante. «Qui ci vuole un becchino».

«Non vuoi nemmeno provarci? È una donna in carne e ha voglia di salvarsi...», Marianna è un tipo testardo.

«Lo stomaco della tua amica non esiste più: non arriverebbe neanche in sala operatoria», richiude la portiera per non far ascoltare la diagnosi alla paziente, anche in situazioni come queste la deontologia professionale ha la sua importanza. «Mi dispiace, Marianna», le prende le mani, portandola a sé, un po' per confortarla, un po' per sentirsi addosso le tette. «La tua amica è spacciata», e la stringe di più per godersi appieno quel corpo formoso.

«Pensavo che almeno tu potessi fare qualcosa...», più che un'ulteriore richiesta appare come una resa, un'alzata di mani davanti a un colpo che non lascia scampo.

In quel mentre, un lampo seguito da un tuono fa capire che sta per arrivare un altro temporale.

«Aspetta...», il primario sembra aver avuto un'illuminazione, forse dello stesso tipo di quella che ha appena rischiarato il cielo. «Malmstrom...», guarda Marianna, ma vede tuttaltro.

«Malm... cosa...?».

«Certo... Malmstrom...», sbatte gli occhi e ritorna davanti a lei.

«Chi cazzo è? Parla, Salvatore!», lo prende per il bavero, stavolta portandolo lei verso di sé. «Leila sta crepando, dimmi cosa significa!», il tono è duro proprio come il cazzo del professore, da quando ha sentito le sue bocce e il ventre grasso appoggiati addosso.

«Sì, vado subito al dunque», sa bene che il tempo è quasi scaduto. «Malmstrom è un medico radiato dall'albo per i suoi comportamenti non proprio etici, chiamiamoli così. Ma ora non c'è tempo per raccontare tutta la storia», fa una pausa e prende penna e taccuino dal taschino interno del cappotto. «Vai a questo indirizzo e digli che ti ho mandato io», le mette in mano un piccolo foglio appena strappato dal blocchetto. «È una villetta dall'aspetto abbandonato e lugubre, non puoi sbagliare».

«Ma...», Marianna ha un milione di domande dentro.

«Niente ma. Non farmi domande. Fai come ti ho detto», si parlano senza guardare all'interno della Giulia per paura che il tempo sia già scaduto. «Il traffico a quest'ora comincia a calare e con la tua macchina arrivi al civico che ti ho scritto in meno di 15 minuti.

Dopo però ripassa, ti aspetto...».

«Grazie, Salvatore», e gli stampa un bacio sulla bocca. «Se Leila si salverà, tornerò a darti il resto», gli passa una mano sotto, salutandolo così.

Solo adesso, guardandola, ha la certezza che il tempo non è ancora scaduto, anche se la parte superiore della clessidra contiene qualche granello di sabbia e basta.

La Giulia lascia sulla strada metà dei copertoni e parte come un urlo nella notte.

Attenta, Marianna.

Il professore ha dimenticato di dirti qualcosa, a parte il fatto che ha perso la testa per te.

Malmstrom ti chiederà un prezzo molto alto per provare a salvare Leila.

Ti chiederà la vita stessa di Leila.

La Giulia, però, non ha incertezze, è già a dieci minuti dalla destinazione rispetto ai quindici previsti.

Non gli resta che rientrare dentro, al professore.

Deve decidersi a portarsi a casa la Bocci, o rischierà di diventare pazzo.

Se solo non fosse invischiata in inchieste molto pesanti...

Pur se non l'hanno mai condannata nemmeno per un divieto di sosta.

Prestigioso primario si separa dalla moglie per stringere una relazione con la discussa cinquantenne Marianna Bocci - vista anche in tv - due divorzi alle spalle, indagata per omicidio e rapina a mano armata.

Chi avrebbe più messo piede nella sua clinica? E poi... per quanti anni ancora la Bocci, già imbolsita, sarebbe rimasta piacente? L'età non era più quella giusta: nel giro di poco tempo sarebbe rimasto con un pugno di mosche, ritrovandosi accanto una vecchia stronza piena di problemi e che più di qualcuno avrebbe volentieri fatto fuori; le camicette sbottonate non avrebbero salvato la situazione, anzi avrebbero potuto peggiorarla, perché qualcuno dietro se lo sarebbe tirato fino a 90 anni.

No, non poteva funzionare.

Per Malmstrom, invece, chiedere la vita di una morta non era tanto rischioso.

Poteva essere un buon affare per tutti.

Lui avrebbe fatto bella figura con la sua Marianna, lei avrebbe conservato qualcosa della sua amica, il medico pazzo si sarebbe divertito, e l'amica stessa avrebbe salvato il salvabile.

Si toglie il cappotto e buttandolo sul divano pensa a una scusa plausibile.

«Cos'è successo di tanto grave per venire a romperti i coglioni a casa, a quest'ora?».

«È colpa di quell'incapace di Caponi, non saprebbe gestire nemmeno un parto», si infila nel letto con l'incazzatura convincente di chi finge di essere incazzato.

«Te l'ho sempre detto di sceglierti qualche altro medico della clinica come vice».

«Hai ragione, amore. Domani stesso prenderò provvedimenti».

Click!

La luce si spegne, facendo buio all'immancabile televisione; e al suo pensiero fisso.

«Muoviti, maledizione...», anche se sta superando di almeno il doppio il limite di velocità, a Marianna la macchina davanti sembra ferma. «Fottiti, stronzo!», riesce al contempo a sorpassarla e a mettere fuori dal finestrino il dito medio, prendendosi come risposta un paio di colpi d'abbagliante.

«Mhhh...», Leila vorrebbe dire tante cose, ma deve accontentarsi di un brevissimo sunto.

«Forza, Leila...», Marianna prende a destra, immettendosi in una stradina secondaria. «Ci siamo», la via è quella, adesso c'è da trovare il civico. «Dove diavolo è?».

Forse è questa... l'occhiata luminosa della Giulia va su una villetta dall'aspetto lugubre e inquietante, proprio come descritto da Carboni.

Marianna accosta lungo il marciapiede e scende dall'auto, marcia in folle, freno a mano tirato, motore acceso e pronto.

È questa, è arrivata.

Ritorna verso la macchina, sperando che non sia arrivata anche Leila.

«Torno subito», Marianna le mette il cartello in fronte con un bacio.

Due piani, uno più scalcinato dell'altro, senza nessuna luce, né in giardino - che approfitta dei lampioni stradali per far vedere cos'è - né all'interno dell'abitazione stessa.

Un solo campanello, senza nome e buio anche quello.

DRIN!

Almeno funziona.

DRIN!DRIN!DRIN!

«Che qualcuno apra, maledizione!», Marianna crede di pensarlo e invece lo urla.

DRIN!DRIN!DRIN!

Fosse il motore di un’auto, l'avrebbe già fuso.

Giulia a parte, che continua a guardarla tenendo al caldo Leila.

Finalmente si accende una luce.

«Sì, andiamo! Muoviti ad aprire!», grida ancora più forte e stavolta si rende conto di non pensarlo e basta.

Una luce che si accende, un'ombra che passa davanti alla finestra, il tempo di scendere una dozzina di scalini, e poi il rumore di una chiave che gira dentro la toppa.

Il cigolio di una porta che si apre e la sensazione nitida e realistica che possa uscire chiunque, dal dottor Frankenstein a Freddy Krueger.

«Il professor Malmstrom?». Silenzio. «È lei il professor Malmstrom?», deve farsi sentire più del vento, che si è rialzato a grandi folate.

A passi piccoli e zoppi la figura si avvicina al cancelletto.

«Sono io», prende dalla tasca della giacca una torcia e l'accende in faccia a Marianna. «Lei invece chi è?», la voce è ferma, sicura, seppur sembri avere echi e richiami dell'aldilà, così come la figura, alta e ossuta; il lampione dalla luce bianca accentua il pallore cimiteriale su un viso sfregiato da rughe che sembrano centenarie, mentre la testa completamente calva sembra rimandare a un moderno Nosferatu.

«Lei non vede la tv, professore...», quasi offesa per non essere stata riconosciuta, dopo le sue recenti comparsate. «Mi manda Salvatore... il professor Carboni, il primario di Villa Donatello», precisa subito, dandogli le generalità complete.

«Ah... il mio caro ex collega...».

«Ho una donna gravemente ferita in macchina», va subito al sodo. «E Salvatore mi ha dato il suo indirizzo, dicendo che lei è l'unico che possa ancora salvarla».

Malmstrom apre il cancelletto e uscendo lo riaccosta dietro di sé.

«Cosa significa gravemente ferita?».

«Significa che si è presa una pallottola nello stomaco», un'altra donna sarebbe impaurita davanti a una figura così inquietante, ma lei no, ha già visto e combattuto abbastanza mostri da non spaventarsi più.

Malmstrom le fa cenno di spostarsi e senza dire nient'altro si incammina verso i fari lasciati accesi, apre la Giulia dal lato dov'è seduta la Frexhabal e vede il significato di quel colpo.

«Marianna... ahh...», Leila non sa più nemmeno distinguere un vecchio professore mal ingiacchettato dall'amica scollacciata.

«È rimasta senza stomaco, con l'adrenalina riesce a pompare sangue anche se ormai non ne ha più: è quasi morta», si rialza, ritrovandosi davanti Marianna, che lo guarda con occhi nuovamente accesi di speranza.

Malmstrom, a differenza di Salvatore, le concede il quasi, e per il momento è sufficiente.

«Prendi la macchina e fai il giro, entrando da dietro», il professore le indica un pertugio sterrato di fianco alla villetta. «Qui i vicini non ci sono mai, ma ci sono sempre quando devono farsi i cazzi miei».

«Grazie, professore», Marianna gli stringe velocemente le mani e si mette subito al volante della Giulia.

La sera è sempre più scura e qui è anche più buia di quello che può diventare con la notte; l'unica luce sembra essere quella che si accende dietro la villetta per fare strada alla Giulia, che entra precisa e si ferma dentro il garage, con il muso quasi a toccare il muro.

La luce si rispegne subito, riportando tutto nel buio.

Compresi i vicini curiosi.

III

LA CURA

«Mettiamola qui», Malmstrom esce da dietro una catasta di cose, dalle forme più svariate e strane, con una carrozzina. «Tirala fuori dall'auto», l'intero garage pare essere un enorme ritrovo di cose mai viste prima, una specie di raccoglitore dell'inimmaginabile.

«Uhhh...», Leila si lamenta sottovoce; buon segno, è ancora viva.

«Vieni, tesoro», Marianna riesce faticosamente a cingerla e il movimento le fa strabordare il seno molle dalla camicetta, aggressivamente allentata fin quasi allo stomaco, senza niente sotto; ci tiene sempre ad imporsi e le piace strafare, un po' spaventata dall'età e dal grasso che avanzano insieme. «Un ultimo sforzo, dai!», con Malmstrom che guarda tutto appoggiato ai manici della carrozzina, senza spostarsi di un centimetro, forse per non perdere il privilegio di quella posizione, perfetta per godersi lo spettacolo di un bel paio di tette impegnate a salvare quelle dell'amica, quasi fossero ispirate da uno spirito di corpo tra donnoni.

«M...a...r...i...a...n...n...a...», Leila ha un mancamento, non ce la fa più a pompare: solo la paura di morire la tiene ancora in vita. «Io... non so... come...», quasi piagnucolando riesce a mettere il culo sulla carrozzina.

«Seguimi», Malmstrom apre una porta interna al garage e si incammina lungo un corridoio che conduce davanti a un ascensore, dando a Marianna l'impressione di zoppicare in modo meno accentuato. «Scusa per il puzzo di morto», zoppica ancora, forse è solo una sua idea, «ma qua sotto non ci sono finestre», oppure lo spettacolo delle quattro tette ballonzolanti l'ha rinvigorito, dandogli nuovo slancio.

Preme il pulsante e le porte dell'ascensore si richiudono, lente e a scatti.

«Qua sotto ci sono solamente non cadaveri», l'ascensore scende di un piano.

«Non... cadaveri...?», Marianna spinge fuori la carrozzina.

«Proprio così... non cadaveri», e spalanca una porta a due ante uguale a quelle delle sale operatorie. «Facciamo un po' di luce», preme una serie di interruttori e in sequenza si accendono alcune batterie di neon bianchi e asettici che si intonano perfetti alle pareti.

Marianna lo segue dentro lo stanzone sgranando gli occhi, mentre un brivido la percorre da cima a fondo.

«Questi...», di fronte a loro una distesa di panche d'acciaio disposte su due file e tutte coperte da teli bianchi che si alzano sinistramente dai pianali, lasciando facilmente intuire che ci sia qualcuno sotto. «Puzzo di morto», Malmstrom si guarda attorno, fingendosi disgustato. «D'altra parte non si può pretendere di pestare una merda e poi di non sentirne il puzzo, vero?», un ghigno compiaciuto verso Marianna come ad aspettare una sua conferma. «E qui di merde, come vedi, è pieno».

«Cosa diavolo sono...?», è impietrita, una Venere di Milo ben ingrassata, ma con braccia e mani attaccate; quasi non si avvede che il professore ha eseguito un'iniezione nel braccio di Leila.

«Vieni», Malmstrom è già in mezzo alle due file di panche. «Voglio presentarti alcuni dei miei clienti», e allarga le braccia come fosse un imbonitore che stia presentando la sua merce migliore.

«Professore...», cerca di riscuotersi, «Leila sta morendo!».

«Staccati dalla carrozzina», la invita con un gesto della mano. «Se la tua amica non è morta finora, non morirà certo qui», sorride. «Qui non muore mai nessuno. Qui si ostinano a non voler morire», tira via il lenzuolo dalla panca che ha più sotto mano.

«Dio mio...», lascia la presa sulla carrozzina e si avvicina quel tanto che basta per riuscire a vedere quello che c'è sotto il telo.

«Ti presento Antoine Lassissé, milionario francese che dalla vita ha avuto tutto», Malmstrom fa una pausa quasi teatrale, «compreso un tumore al polmone», l'uomo è completamente nudo con le braccia ordinate lungo i fianchi. «Fumare fa male alla salute», lo guarda scuotendo la testa, «e al caro Antoine non bastavano due pacchetti al giorno».

Marianna si sente mancare, ma non può svenire proprio adesso, c'è ancora da salvare la pelle a Leila.

«È per questo che io non ho mai fumato in vita mia», anche se dall'aspetto non sembra averne beneficiato eccessivamente. «Questa invece è Ilsa Von Sturm, il mio pezzo più pregiato», Malmstrom tira via un altro lenzuolo. «Una splendida donna ariana», la guarda rapito; diversamente da Lassissé, l'ha lasciata nella sua uniforme, sia pure ampiamente sbottonata. «Un cancro al pancreas... il peggiore», si rivolge ancora a Marianna, intuendone la curiosità. «Ma sono riuscito a sospenderlo appena in tempo, evitandole la capitolazione. Forse non ce la farà, ma almeno è sopravvissuta al suo capo. Infatti è morto l'anno scorso», il tono è serio, Malmstrom non intende essere ironico.

«Non capisco...», Marianna è più frastornata che impaurita.

«Cosa non capisci?».

«Tutto questo...», alza lo sguardo per vederlo negli occhi, «cosa c'entra tutto questo con Leila?». Trova il coraggio di afferrargli le braccia: «Perché diavolo Carboni mi ha detto di venire da lei?», lo strattona per avere una risposta rapida e convincente.

«Presumo per salvare la tua amica».

«E come? Facendomi vedere questa distesa di cadaveri?».

«Di non cadaveri...», Malmstrom precisa con un lampo cattivo negli occhi. «Come hai detto che si chiama la tua amica?».

«Leila».

«Ecco... Leila sarà il nostro prossimo non cadavere», scansa Marianna e si dirige verso la carrozzina. «Vediamo, Leila... di farti diventare la più bella delle mie clienti», fissa gli occhi su di lei. «Senza offesa per Ilsa, si capisce.

Ma prima voglio darti un saggio delle mie tecniche», si rivolge di nuovo a Marianna.

Malmstrom prepara una siringa e ne inietta il contenuto nel braccio di Ilsa.

«È ora di fare un giro su questa terra, Maggiore...».

«Ma cosa sta facendo...?».

«Lo vedrai presto...», indugiando apertamente sulla camicetta sbottonata della Bocci.

In quel preciso momento il non cadavere della Von Sturm viene scosso da un lungo fremito.

Un'espressione allucinata si dipinge sul volto del professore.

Poco dopo si socchiudono gli occhi.

«Sei tornata, mia cara...», la voce di Malmstrom contrasta con il suo aspetto tenebroso e infame. Il tono è dolce e rapito. «Questa è Marianna, scambiate qualche parola», e si fa da parte per favorire l'incontro.

Ilsa accenna ad alzarsi.

«Aiutami...», cerca un sostegno.

Anche se incredula, Marianna aiuta la Von Sturm a mettersi seduta sul pancale, e poi ad alzarsi in piedi, pur appoggiata col sedere al bordo del catafalco d’acciaio, bloccato a terra.

«Io sono Ilsa...».

«Sì, me l'hanno detto».

«Non voglio morire... non sono morta... non morirò...», quasi una professione di fede.

Non è morta del tutto, infatti. È un non cadavere.

«Forse riuscirai a guarire...», Marianna cerca di scambiare qualche parola intanto che Malmstrom sembra finalmente occuparsi di Leila.

«No... non ne ho per molto... il cancro mi ucciderà, alla fine... ma intanto - grazie a lui - spendo i miei ultimi giorni un po' per volta... centellinandoli come una buona annata di vino... giunta alle ultime bottiglie».

«Non c'è proprio nulla da fare per te?».

«No. Il cancro mi ha invaso, come quei fottuti alleati. Neanche lui può salvarmi. Sono agli sgoccioli», con gli occhi sbarrati, persi nel vuoto.

«Mi dispiace», Marianna sembra sincera. «Tu hai voluto resistere a ogni costo, vero?».

«Vivere è tutto, Marianna. Sfidare le sentenze altrui e della stessa morte. Combattere oltre ogni limite».

«Sei una guerriera, Ilsa».

«Forse. Oppure ho avuto soltanto paura di crepare. O forse sono già crepata... qualche volta mi viene il dubbio», la voce è sempre più fluida.

Marianna nota che Malmstrom sta spingendo la carrozzina.

«Cosa ha intenzione di fare?».

«Salvarla… è questo che vuoi, no?».

«Come?».

«Rendendola come tutti gli altri».

«Adesso, professore, mi dice cosa diavolo vuole fare alla mia amica», Marianna si spazientisce, piantandogli la canna di una beretta all'altezza dello stomaco. «Oppure il prossimo cadavere sarà lei».

«Seguimi», per nulla intimorito, si volta staccandosi dal ferro della pistola, «ma prima metti Ilsa su una carrozzina: è malferma sulle gambe, il male è aggressivo e non vorrei crepasse per una botta in testa».

Attese le due donne, Malmstrom si infila con la carrozzina di Leila in un'apertura senza porta, con appena una tenda di plastica a coprire quello che c’è al di là. «Per la tua amica questo sarà il sepolcro», un arredamento da studio medico e due lettini affiancati, l'uno più alto e grande dell'altro, e macchinari dall'aspetto ospedaliero a contornare la stanza illuminata freddamente, bianca al pari dello stanzone adiacente.

«Ohh...», Leila, di tanto in tanto, conferma la sua presenza.

«Forse impiegherà più di tre giorni», Malmstrom inizia a digitare sui tasti dei macchinari dando le spalle a Marianna, «ma resusciterà comunque», i led cambiano colore, da verde a rosso. «Scommetto che vuoi anche sapere come, vero?».

Marianna annuisce, osservandolo in ogni suo movimento.

«Vedi… un bel po’ d’anni fa sono stato radiato dall'albo, ma penso che questo te l'abbia già detto l'esimio Carboni», una breve pausa per concedere un sorriso a sé stesso. «Quando si ha qualcosa di innovativo da proporre, si viene spesso accompagnati gentilmente alla porta, perché la novità fa sempre paura», tira fuori un paio di flaconi e altrettante siringhe dai mobiletti, «è come il buio e la luce: il buio è l'ignoto e fa paura, mentre la luce è il certo, il consolidato, e rassicura. Ma fanno finta di non capire che è più utile indagare l'ignoto rispetto al certo, concetto elementare e tuttavia scomodo da accettare; e poi non bisogna interrompere la filiera della natura e nemmeno accelerarla».

«Interrompere la... cosa?», l'intelletto di Marianna non va di pari passo con la sua procacità.

«La nascita, la vita e la morte: la filiera della natura», comincia ad attaccare Leila a un primo macchinario, senza alzarla dalla carrozzina. «Un passaggio di questa filiera non è accettato dalla nostra società».

«E quale sarebbe questo passaggio?».

«La non morte, essere o non essere: ti ricorda niente, donna?», la guarda con una luce di folle soddisfazione. «Lo stato appunto di non cadavere, quello in cui adesso condurrò Leila».

«Mi spieghi bene cosa significa, gliel'ho già detto», la beretta torna a puntare l'allampanata figura di Malmstrom.

«Ti spiego a patto che dopo uscirai da qui», è spazientito, «non voglio nessun vivo fra i piedi quando lavoro».

«Me ne andrò solamente se mi darà una spiegazione convincente», è decisa, ha ripreso il pieno controllo di sé. «E se avrò la certezza di lasciare la mia amica in buone mani».

«Bene. Andrò al dunque senza starti a raccontare e spiegare tutti gli anni di studio per arrivare a questo; non credo che...».

«Infatti non mi interessa, vedo che iniziamo a capirci, professore: vada al sodo e alla svelta, Leila è stata tosta a reggere fin qui», la guarda, «ma adesso credo non ce la faccia più».

Bianca, gli occhi socchiusi e un rantolo continuo che sembra implorare una fine veloce, qualunque essa sia.

«Alla tua amica inietterò una sostanza che bloccherà le sue funzioni vitali allo stato in cui sono adesso, la fermerò un passo prima che varchi la Porta di Dite...», la guarda facendo una pausa. «Prima che crepi, insomma», chiarisce il termine, immaginando l'ignoranza di Marianna a riguardo. «Conclusi i dosaggi, attaccherò Leila ai macchinari che le consentiranno di mantenere questo suo nuovo stato, e io di conseguenza avrò tutto il tempo necessario per rimetterla in sesto senza che la morte mi picchi sulla spalla».

«Una specie di ibernazione, dunque...».

«Non bestemmiare», il tono è duro. «Il mio metodo non ha niente a che vedere con ibernazioni o idiozie simili», le punta un dito contro, la sua personale pistola. «Questo non è un film di fantascienza, i miei metodi sono reali e funzionanti, e proprio per questo non accettati dalla società, te l'ho già detto: non si possono alterare gli equilibri, specialmente nella medicina e nella scienza, dove ci andrebbero di mezzo troppi interessi e troppa gente che conta».

«Ma cosa c'entrano tutti questi...», Marianna si blocca per non sbagliarsi, «non cadaveri, o come li chiama lei, quelli là, insomma... con Leila?».

«Posso comprendere la tua ignoranza, d'altronde con il tuo corpo immagino non sia stato necessario studiare troppo per assicurarsi un impiego remunerativo...».

«Lasci perdere i complimenti e continui», sono spazientiti entrambi, ma chi perde la pazienza avendo una pistola in mano è sempre il più pericoloso dei due.

«I miei pazienti e la tua amica si trovano nell'identica situazione», Malmstrom adesso fatica a mantenere un tono calmo. «Lassissé e Ilsa si sono affidati a me per sospendere le loro attività vitali “in attesa che qualcuno trovi la cura per i loro mali”, come suol dirsi, oppure semplicemente che ci si dimentichi di loro e non si venga a sapere come siano guariti. Per tutti sono andati a morire in una lontana clinica molto attenta alla privacy dei suoi pazienti… te la ricordi la tua quasi collega... Moana Pozzi?», un colpo di tosse a schiarirsi la voce, nervosa e divertita insieme. «Il cancro di Leila è la pallottola che l'ha distrutta, e per salvarla è necessario mettere le sue funzioni vitali in stasi totale. Te lo ripeto: è tutta una questione di tempo; lei ne ha poco a disposizione, mentre io ne necessito parecchio per rimetterla in piedi. E lo stato di non cadavere è una miniera di tempo prezioso».

«Forse lei è solamente un pazzo», Marianna abbassa la pistola, fino a quel momento tenuta ad altezza uomo, «ma è l'unica possibilità che resta a Leila», per poi farla sparire dietro la schiena; è il suo segno di resa, adesso la Frexhabal è definitivamente nelle mani di Malmstrom.

«Vattene, ora. Non vorrei sollecitare troppo i tuoi neuroni…».

«Me ne vado, certo. Ma spero che i suoi metodi funzionino, professore...», l'auspicio di Marianna contiene implicazioni minacciose.

«Finora non si è mai lamentato nessuno», ritrova l'ironia.

«Lo spero per Leila», esce dalla stanza parlandogli già di spalle, «e lo spero per lei, professor Malmstrom. Mi rifarò viva presto...

Ah... nel garage troverà una valigetta: me la conservi, per favore».

Marianna saluta la non cadavere e risale al piano terra.

«Viva, morta, o non cadavere», quasi un sussurro dal sepolcro.

VROOMMM!

La Giulia esce a culo all'indietro dal garage, e senza neppure far manovra è con il muso davanti al cancello della villetta, che si apre poco dopo.

L'auto ripercorre la stradina a fianco dell'abitazione e agguanta ruggendo la via asfaltata.

IV

NEBBIA ROMANA

Sono piena di soldi, sarò presto la signora Carboni, mi compro tutti i giudici di Roma, starò fissa in tv.

È contenta, Marianna, ma anche tanto stanca.

Le luci della notte stentano a tenerla sveglia, guida svogliata, e davanti a sé - al posto delle poche auto che incrocia e delle strade che attraversa - vede i lettini messi in fila con la figura di Malmstrom che attacca Leila a uno dei suoi macchinari, finché una luce blu si fa notare lateralmente fra la monotonia scura dei colori, riportandola nell'abitacolo della Giulia.

«Cazzo...», i fari illuminano una figura quasi in mezzo alla strada che agita una paletta. «Sbirri... maledizione...», accosta poco oltre il carabiniere, anche se è tentata di pigiare sull'acceleratore e tirare dritto, ma è meglio così, fermarsi per non rischiare una raffica di mitra dal secondo sbirro è la scelta giusta.

Stai calma... la mano va a toccare la pistola dietro la schiena, è solamente un controllo di routine, non possono collegarmi alla sparatoria in finanziaria, la guardia aveva staccato l'impianto di videosorveglianza.

«Salve, signora», il carabiniere le parla dal vetro abbassato, entrando con gli occhi dentro l'abitacolo, fino alla sua spettacolare scollatura. «Ma lei è...? Complimenti, dal vivo è ancora più bella.

Devo chiederle patente e libretto di circolazione, ma è solo una formalità».

Sì, Marianna, è solamente un controllo di due maledetti sbirri che non sanno come passare questa fottuta notte.

«A lei», gli passa i documenti allargandosi i lembi della camicetta per fargli vedere bene le bocce.

«La ringrazio...», pare riferito al gesto, piuttosto che ai documenti. «La faremo attendere soltanto pochi minuti», e ritorna presso l'auto di servizio, ormai a diesel; chiamarla volante sarebbe un'offesa alla Giulia.

«Lascia stare, è Marianna Bocci... quella di "Pupe e Sfigati"».

Cosa cazzo controlli tu... è tutto in regola, te l'ha detto pure il tuo collega...

Il carabiniere con il mitra accende una torcia sul parabrezza, con la luce che dapprima si sofferma sul tagliando assicurativo, per poi inquadrare il sedile del passeggero.

Maledizione… il fottuto sangue della Frexhabal…

È infatti il sedile dove Leila ha cercato invano di crepare, striato di rosso come un tramonto africano.

«Scenda con le mani alzate!», lo sbirro afferra il mitra con entrambe le mani, lasciando cadere la torcia che va a illuminare l'asfalto.

BANG!BANG!BANG!

«Ahhh!», tre proiettili spaccano prima il vetro laterale e subito dopo il torace del carabiniere, Marianna ha alzato le mani ma per sparargli contro.

«Roberto!», l'altro carabiniere vede il collega crollare a terra. «Ferma!», parandosi davanti alla Giulia con la beretta d'ordinanza puntata contro la conducente.

«All'inferno!», la Bocci ingrana la marcia e pigia con tutta la sua forza sull'acceleratore.

BANG!BANG!

«Ohhh...!».

CRASH!

Il carabiniere è centrato in pieno dal muso della Giulia, rompe il parabrezza con la faccia e con una capriola mortale oltrepassa il tettuccio dell'auto per finire di schiena sull'asfalto retrostante. Stecchito.

«Bastardi...», Marianna continua a pigiare sull'acceleratore, fregandosene di un semaforo lampeggiante. «Uhhh...», stacca una mano dal volante e se la porta al seno, «quel figlio d'un cane... m'ha beccato... in pieno...», si accorge spaventata di avere un buco per tetta, a caldo, nella confusione, non aveva ancora capito.

Fa subito un'inversione di marcia scodando di potenza.

Deve sbrigarsi, non sono ferite che lasciano molto tempo.

Carboni la salverà, deve raggiungerlo subito.

La terrà nascosta, per lei farà qualunque cosa.

La Bocci non è più tanto lucida se non capisce di dover andare in ospedale, prima che sia troppo tardi.

«Uhhh...», è costretta ad accostare, le pallottole fanno troppo male. «Solo un momento... ohhh... giusto... per riprendere fiato...», sembra che parli con la Giulia, che con il motore acceso aspetta un colpo d'acceleratore per scatenare il branco di cavalli sfrenati nascosti sotto il cofano. «Riprendo... fiato... e ripartiamo... bella... uhhh...», la fronte che si appoggia al volante, il seno che si allunga sulle ginocchia, mentre fuori dai finestrini la notte si fa sempre più buia, con i lampioni che paiono scomparire in una nebbia inglese che non c'è da nessuna parte.

Fuori è freddo a quest'ora, resta lì al caldo della Giulia e non pensare più a niente, Marianna, chiudi gli occhi e dormi, e vedi di fare dei bei sogni.

«Ora... si... ri...par...te...», ma la Giulia sa che per stanotte il suo parcheggio sarà quello, a pochi metri da uno dei tanti semafori lampeggianti e con una ruota sopra il marciapiede.

V

A BOCCE FERME

Un paparazzo è tra i primi ad arrivare sul posto.

È uno scoop.

La cinquantenne Marianna Bocci, avvenente protagonista di cronaca rosa e nera, è rimasta uccisa in uno scontro a fuoco con i carabinieri, spirando al volante della sua Giulia d'epoca.

Apre lo sportello e scatta le prime foto.

   

La Bocci è ripresa di profilo, con la fronte poggiata sul volante e il seno molle che le arriva quasi sulle ginocchia, trattenuto a malapena dalla camicetta ampiamente allentata.

Le braccia sono abbandonate lungo i fianchi.

Passando a un primo piano, la si osserva con gli occhi vitrei a fissare un semaforo che non diventerà mai verde, la bocca spalancata a cercare le ultime bolle d'aria, l'espressione sbigottita di chi non si aspettava di rimanere bloccata per sempre nel traffico.

Poco sotto, i due buchi sanguinolenti stampati sulla camicetta, che l'hanno condannata prima del giudice.

Gli ultimi spasmi rischiano di sfocare le foto. La Bocci cerca disperatamente di aggrapparsi al volante, come a riprendere un minimo di controllo su sé stessa.

Ma la benzina è finita.

Non ce la fa.

Lo sterzo le sfugge di mano.

Gli ultimi rabbiosi sforzi, con cui cerca di sottrarsi al suo destino, risultano vani.

L'ambulanza sta arrivando solo adesso, insieme alle prime volanti della polizia e a tanti altri curiosi.

La Bocci viene tirata fuori.

In molti adesso si affollano intorno a lei.

C'è una drammatica concitazione!

È un segno molto preciso, inequivocabile!

Ma che fa la supercinquantenne? Sta a guardare?

Tanti i suoi segreti ammiratori arrivati trafelati sul posto, a bocce ancora calde.

Più qualche nemico, ovviamente.

Sembra di intravedere pure il professor Salvatore Carboni - secondo alcuni legato alla Bocci - che però sembra non volersi qualificare, rimanendo in disparte, mischiato ai curiosi.

Ha capito evidentemente che c'è poco da fare per la sua presunta amante.

E non intende compromettersi oltre per una donna tanto discussa.

È semaforo rosso fisso per Marianna Bocci, dunque.

Il professor Carboni raramente sbaglia diagnosi.

Per dovere d'ufficio, ai sensi di legge, i paramedici cercano di rianimarla con violente scariche di elettroshock.

Sembra, però, tutto inutile.

C'è chi porta il lenzuolo per coprirla.

Ma ancora non si può.

Sulle bocce, almeno... chiede un macabro buontempone, non si sa se per devozione o scherno, tanto sono confuse le idee.

Viene caricata sull'ambulanza e riparte a tutta velocità - benché cadavere - seguita da numerose auto private; sembra di vedere anche quella di Carboni, che forse cercherà di dare l'estremo addio alla donna che - secondo alcuni reportage scandalistici - avrebbe potuto diventare la sua seconda moglie.

Con ogni probabilità il decesso verrà ufficializzato all'ospedale, dopo ulteriori stimoli, e quindi non prima di un paio d'ore.

Nessuno scampo dunque per Marianna Bocci, ferita a morte nella sparatoria costata la vita anche a due carabinieri.

La discussa cinquantenne, esempio di bellezza giunonica, è riuscita ad allontanarsi dal luogo dello scontro a fuoco, ma non a fare molta strada.

Le sue condizioni si sono subito aggravate.

Sentendo la morte, ha accostato l'auto e ha provato in tutti i modi a tenersi aggrappata al volante, come alla stessa vita, ma è spirata dopo una lottata agonia, proprio sulle sirene dell'ambulanza.

Alla sua fine hanno assistito impotenti i primi soccorritori, che l'hanno rinvenuta morente a bordo della sua auto, in preda agli ultimi spasmi.

Il personale dell'ambulanza ha cercato di rianimarla, ma per lei non c'è stato nulla da fare, anche se l'ufficialità del decesso non è ancora arrivata.

La Bocci è stata trasportata all'ospedale a sirene spiegate, forse per prevenire polemiche sulla lentezza dei soccorsi.

Diversi minuti di ritardo, secondo alcune indiscrezioni, che forse le sono risultati fatali.

L'autopsia dovrà chiarire se poteva essere salvata, o se i due colpi che le hanno bucato i polmoni l'avessero già uccisa, negandole ogni possibilità di salvezza e togliendola di mezzo dopo tante polemiche, che ora certo troveranno nuovo slancio concentrandosi sulle circostanze della tragedia e non mancheranno di suscitare amarezza e rimpianti per la fine di una donna avvenente e ambiziosa come poche; morboso interesse, quindi, che potrebbe portare a un culto post-mortem con relativa imbalsamazione, qualora si raggiungessero le 100.000 firme.

Il prestigio strisciante di Marianna Bocci e la sua inopinata uccisione - pur se tecnicamente non si possa ancora parlare di decesso - hanno lasciato in secondo piano il sacrificio di due giovani carabinieri, a cui anzi taluni opinionisti contestano un eccesso tecnico nella reazione che è costata la vita alla sfortunata cinquantenne.

In migliaia aspetteranno l'annuncio fatale fuori dall'ospedale, consapevoli che le bocce sono ferme e che presto si faranno fredde, ma consolati di sapere che la salma sbottonata della Bocci sarà esposta pubblicamente in una teca di cristallo a prova di proiettile, seduta su un trono, nel luogo ove è spirata lottando.

VI

L'AMBULANZA DIROTTATA

Il rumore dei tacchi si interrompe davanti alla vetrina.

C'è la fila per vederla, ma i disabili hanno la precedenza.

Il tempo di una preghiera, un ricordo, o forse di un rimpianto, e i tacchi ricominciano a percuotere l'asfalto.

Dopo aver piegato e riposto la carrozzina nell’ampio cofano, apre la portiera e si accomoda, dando un'ultima occhiata dietro di sé.

Addio, Marianna…

Mette in moto e la Giulia sparisce rapida nel traffico.

«Come ti senti, Leila?», la donna allunga una mano sulla gamba più vicina.

«Mi sento come un non cadavere, Kelly», si guarda nello specchietto del passeggero. «Ma a Marianna è andata peggio...

Pensi che ti abbia seguito alla Finanziaria per fregarti?», la domanda parte da sé, senza neanche il bisogno di distogliere gli occhi dalla strada.

«Non so se fosse d'accordo con la guardia, o se mi abbia seguito per proteggermi; non sono abbastanza morta per saperlo.

Mi piace pensare che volesse aiutarmi; ma forse sono solamente una stupida romantica».

«Io invece non sono per niente romantica, non lo sono mai stata», anche la risposta viene da sé, sguardo sempre dritto sulla strada.

«Lascia perdere, Kelly, adesso non ho la forza di discutere», le toglie la mano dalla gamba, mettendogliela sul cambio. «E poi se avesse voluto fregarmi, non mi avrebbe portato da Malmstrom salvandomi il culo».

«Non è detto. Forse si è pentita e ha cambiato idea, forse pensava che da quell'ascensore sarebbe uscita la guardia. Oppure, le sei piaciuta troppo con quel buco nello stomaco... per guardarti morire senza fare niente... dovevi essere terribilmente sexy...», Kelly è come un cane con l'osso in bocca, non demorde.

«Basta, ti ho detto...», la Frexhabal ha perso la pazienza, «piuttosto dimmi come diavolo hai fatto a riprendere la Giulia». La guarda. «Immagino che - fra le altre cose - tu abbia usato soprattutto quelle...».

«Le tette danno sempre una bella mano...», la biondona se le tira su compiaciuta, tornando di buonumore. «In fondo, sono sempre state le nostre armi migliori, no?».

«Sì, insieme a questa», Leila allunga la mano sulla borsetta, alludendo alla sua beretta, nascosta dentro.

«Comunque riprenderla è stato fin troppo facile, un gioco da ragazzi», o da cattive ragazze. «La parte difficile è stata un'altra».

DRIN!DRIN!

Lo squillo del cellulare interrompe la conversazione fra le due donne.

«Sì... sono io...», la voce di Leila pare subito interessata. «Bene... ottimo lavoro... ci vediamo domani al posto stabilito, tu occupati di portare l'acquirente, io mi farò portare insieme a lei».

«Non ti sembra troppo presto per rimetterti in pista...?», Kelly stavolta si distoglie dalla guida e la guarda perplessa.

«Difatti non mi rimetto in pista», batte il palmo della mano sul cruscotto. «È lei a tornarci…».

«Che significa, Leila...? Spiegati meglio».

«Che ho appena venduto la Giulia, e domani, come hai sentito, mi accompagnerai al passaggio di consegne».

«Ma, Leila... pensavo la volessi per te...», Kelly - sempre più perplessa - accosta a lato. «Allora? Che ha che non va?».

«Quest'auto è bella, ma pericolosa, quasi diabolica, oserei dire».

«Ma... cosa ti viene in mente?», forse la permanenza da Malmstrom l'ha suggestionata.

«Marianna è morta qua sopra».

«A te ti ha salvato, però».

«Io mi sono salvata da sola, con la mia forza», è orgogliosa di non essere crepata malgrado una pallottola mortale nello stomaco. «Mi sentirò più tranquilla solo quando sarà passata a qualcun altro, perché dalla morte di Marianna è tornata mia».

«L'esperienza da Malmstrom ti ha cambiato, Leila. Non hai mai pensato a certe stranezze...».

«Mettici pure che ci faremo dei bei quattrini.

Oltre al suo valore normale, su questa macchina c'è la pelle di Marianna, e questo ne triplica il prezzo».

«Ora ti riconosco...

Ti sai gestire sempre al meglio, Leila; e hai fiuto per gli affari».

«Puoi dirlo... avevo detto a Tony di occuparsene, sapendo che ce l'avresti fatta, e quel vecchio bastardo è riuscito a venderla molto bene...».

«Tony è sempre il migliore quando si tratta di vendere della merce», Kelly sorride sorniona.

«Già... sembra sia riuscito a imbambolare un pezzo grosso con gusti necrofili...».

«Sai che ti dico, allora?

Andiamo a farci l'ultima corsa alla faccia sua!», Kelly riparte con gli pneumatici che lasciano due tracce nere sull'asfalto, un autografo della Giulia; a volte il cambio di un’auto dà più eccitazione di un bel membro maschile.

«Quindi qual è stata la parte più difficile...?», Leila vuole sapere il finale della storia.

«Beh... la parte più difficile è stata togliere tutto il tuo fottuto sangue dalla Giulia... oltre a quello della povera Marianna...

A saperlo ce l'avrei lasciato».

«Un po' è rimasto…», Leila le fa notare una piccola macchia di color rosso sfumato.

«Appunto… ma che cazzo di sangue hai?».

«Per non essere crepata quella notte ho di certo un sangue maledetto...».

«Io ne sono convinta», Kelly si dice d'accordo.

Leila si accende una sigaretta.
Il caso di Antoine Lassissé non l'ha impressionata più di tanto. Ormai si sente onnipotente.

VROOM!

E la Giulia si sfoga divertita, forse pensando ai bei culi che la stanno scaldando, o a quanta morte, sangue e belle donne accompagneranno ancora la sua strada...

VII

RELIQUIE SACRE E PROFANE

L'ombra della Giulia sfreccia sopra l'asfalto della Prenestina, la strada che da alcuni millenni porta a Giunone Gabina.

Il luogo dell'incontro si trova proprio di fronte all'antico Tempio aggrappato alla collina.

«Fra un centinaio di metri gira a destra, siamo arrivate».

Kelly decelera appena, lavorando di sottosterzo: la coda della Giulia accompagna il movimento e si riassesta sulla nuova traiettoria come una pantera padrona delle sue tangenti; la stradina laterale è infilata come fosse una curva panoramica.

«Piano, cazzo!», Leila si lamenta più per il fondo sconnesso che per la manovra in sé.

Per salvarla, Malmstrom le ha ridotto lo stomaco alle dimensioni di un mandarino: qualche postumo è comprensibile; Leila, infatti, usa ancora la carrozzina; d'altronde l'organo tornerà gradualmente ad allargarsi e presto la Frexhabal tornerà a camminare sulle proprie gambe. Salvo complicazioni.

«Scusa... ma lo sai che ti prende la mano, no?».

La Giulia, dopo un divertito sterrato, è ormai con il muso sull’Aviosuperficie Fly Roma.

Oggi la piccola pista per amatori è quasi deserta, non c'è nessuno in giro. Forse a causa del tempo.

Il cielo è infatti plumbeo e minaccia di nuovo pioggia.

«Vai fino in fondo e fermati dopo l'hangar, l'incontro con Tony è fissato laggiù», Leila sfila una sigaretta dal pacchetto fregandosene delle avvertenze, in fondo a un non cadavere la scritta "il fumo uccide" può solo far venir voglia di fumare. «A quanto pare siamo arrivate in anticipo».

La Frexhabal infila la mano nella tasca del trench per ricevere il contatto rassicurante della beretta: dopo quello che le è successo, la prudenza non è mai troppa.

«Bene, così ho il tempo di tirare fuori la carrozzina e farti trovare bella-pronta quando arriva Tony», Kelly scende dall'auto andando ad aprire la bauliera.

La quarantottenne italo-americana è sempre un gran vedere: bionda, alta, con la camicetta di flanella a quadri - bianchi, neri e amaranto - sbottonata su due bombe impressionanti.

«Spero di rottamarla presto questa fottuta ferraglia», Leila si accomoda imprecando.

Due auto intanto stanno arrivando sul posto.

«Eccoli...», Kelly si sposta i capelli dal viso, oggi il vento sembra alzarsi al posto degli ultraleggeri.

La Mercedes grigio metallizzato si ferma davanti alle due donne, mentre la seconda auto, una Bmw nera con i finestrini oscurati, oltrepassa tutti andandosi a parcheggiare ai margini dello spiazzo, a una decina di metri dalla scena principale.

«Ehilà, ragazze!», un sorriso largo e finto, a partire dai denti, su una faccia sgualcita come un lenzuolo dopo che una troia ci ha scopato sopra per tutta la notte. «Vi trovo in piena salute…», uno sguardo nelle due scollature, sudicio come la carrozzeria dell'auto. «Come sempre, d'altra parte».

«Chi c’è nell'altra macchina?», Leila è subito sospettosa, e tira una boccata nervosa.

La supercinquantenne, per un attimo, fa mancare la pompa a Tony.

«Come chi c’è, Leila...?», la voce è ironica, si è ripreso. «C’è il futuro proprietario della Giulia; siamo qui per questo, no?».

«Allora digli di scendere», stare sulla carrozzina la innervosisce, «non ho tempo da perdere».

«Certo... non ti incazzare...», Tony fa un cenno verso la Bmw. «Su! È il momento di concludere l'affare!», alza la voce improvvisamente e un lampo gli attraversa lo sguardo, prima di abbassarsi a raccogliere l'accendino che gli è sfuggito dalle mani.

«Che diavolo...?!», Leila, basita, si sente spingere verso il centro dello spiazzo, si volta verso Kelly e anche lei sparisce, e allora capisce tutto, un attimo prima che due sportelli si aprano contemporaneamente come sincronizzati al centesimo di secondo, facendo spuntare le canne di altrettanti mitra!

Tenta di estrarre la beretta, ma è troppo tardi: la fottono!

Non c'è nemmeno il tempo di avere paura della bua.

RAT-RAT-RAT

Uno dei due mitra spara subito!

I proiettili le piovono addosso con la furia di un temporale d'agosto, crivellandola di buchi senza pietà.

«AHHH...!!!», un grido animalesco esprime tutto il dolore, la rabbia e la sorpresa di Leila Frexhabal; esplode da una bocca incredula e già disperatamente in cerca d'aria.

Eppure, nonostante tutto, la cinquantenne continua a stringere i braccioli della carrozzina, tentando una strenua resistenza, sia pur passiva.

Non può finire così, si ripete, non dopo quello che ha passato.

Kelly si umetta il labbro con la lingua.
Anche lei è basita da tanta efferatezza nei confronti di Leila.
Non che pensasse le consegnassero delle rose, ma un conto è immaginarsela morta, un conto è vederla crepare.

Anche Tony osserva in disparte.

Ha paura, purtroppo, che non si fermeranno.
«NO!!», un altro urlo disperato esplode, quando vede il secondo mitra puntarla ancora.

RAT-RAT-RAT

Non vogliono lasciarle scampo, evidentemente.

«AARGHHH...!!!», un grido ancora più bestiale, carico di dolore per una fine ora sicura e indifferibile.

Sferzata dalle pallottole, traballa penosamente sulla carrozzina; si stringe ancora ai braccioli, ma le dita perdono sensibilità al tatto.

«Gghhh...», scivolano via lentamente, costringendola a mollare quell'ultimo, disperato appiglio alla vita. «M...a...l...e...d...e...t...t...i...», un sussurro rantolato lascia le sue labbra tremolanti.

STOMP

Il corpo scivola in avanti, la bocca si spalanca, Leila ingoia letteralmente fango.

Come un'amazzone d'alto rango disarcionata dal suo carro di guerra, la Frexhabal è finita faccia a terra.

Striscia d’inerzia per un paio di metri, come a sciogliere i nervi dalla tensione accumulata; sembra andare chissà dove, ma ben presto si blocca, rovesciando pesantemente la testa, gli occhi fuori dalle orbite e un fiotto di sangue dal labbro.
Certo è che ha fatto il pieno di piombo: neanche la Giulia, ai bei tempi, ne ha mai ricevuto tanto.
Ostinata com’è, però, si contorce a terra come una serpe, o meglio una grossa biscia, forse sognando ancora una via di scampo.
Qualche sussulto disperato, quasi involontario, prima di arrendersi, prima che la fine la sorprenda; perché è sempre una sorpresa, anche quando è scritta.
Non una bella scena.
Una bella donna che muore senza scampo né soccorso.
Ma neanche la seconda raffica l’ha falciata del tutto.
Leila è praticamente di ferro, il cuore - illeso - pompa a oltranza, nonostante i tanti colpi incassati.
Con occhi vitrei e spalancati sembra chiedere pietà, che per lei non è un colpo di grazia in bocca, ma una mano gentile che le tamponi qualche buco e l’accompagni all’inferno.
«Ne aveva di benzina in corpo questa puttana.

Ma ora è finita... bel lavoro, ragazzi!», Tony si è rialzato passandosi una mano sulla giacca per ripulirla dal terriccio, e ne incrocia lo sguardo vuoto. «Avrà addosso una dozzina di pallottole, forse di più».

Vuole vedere se ha ragione e per farlo la rigira supina con fin troppa delicatezza, quasi fosse di cristallo: non riesce a fare il duro, anche se in fondo è un assassino; e poi la Frexhabal gli fa pena.

Cerca di contarle, ma non è facile essere precisi quando un corpo è crivellato in questo modo.

D'altronde non se la sente di spogliarla: il trench nero è inzuppato di reliquie del santo puttanone, anche giallastre e marrognole.

Intanto ne approfitta per chiudersi nella mano, non visto, il mozzicone di sigaretta fumato dalla libanese, ancora acceso, trattenendo una smorfia di dolore.

«Sì, una dozzina», un colpo di tosse, «tredici per la precisione…».

«E senza fare un graffio alla macchina», precisa uno dei sicari, con una cicatrice che parte dalla tempia sinistra per scomparire fra la barba. «Proprio come ci avevi raccomandato».

«In questo vi ho aiutato io…», Kelly emerge dal profilo della Giulia, il luogo più sicuro in quel momento; e ci rimane addosso, seduta sul parafango, curve su curve, a stento di equivoci.

«Già, il Direttore sarà più che soddisfatto. C'è anche quello che cercavamo...», Tony tira fuori il cellulare dal taschino della giacca. «Diamogli subito la bella notizia».

Il tempo di selezionare il numero dalla rubrica e parte la chiamata.

In quei pochi istanti fissa soddisfatto il serbatoio della beretta di Leila, svuotato delle pallottole.

In fondo aveva infilato una chiave; quella di una cassetta di sicurezza contenente una valigetta ventiquattrore.

«Signor Direttore... sono Tony...», un altro colpo di tosse, «è andato tutto come previsto, liscio come l'olio...», va subito al sodo, da sempre per lui il tempo è denaro.

«Bene... ottimo lavoro...», il tono tradisce un po' d'incertezza, il Direttore non sembra poi così compiaciuto. D'altra parte non aveva scelta. O lei, o lui. Perché sopra di lui c'è qualcuno che non ammette errori. «Nessun dubbio?».

«Nessun dubbio».

Tony ha un brivido quando ritorna su di lei.

È ancora scossa da spasmi, con le braccia che tremano scomposte come appartenessero a una malata di parkinson in fase acuta; gli occhi coperti dalla morte, che tralascia di chiuderli, rivolti al cielo plumbeo.

Leila, d’altronde, è ormai abituata a fare la non cadavere.

«Andiamocene, Tony, meglio non perdere tempo».

«Sì, è vero…», finge una fretta che non ha e si avvicina alla sua auto, dopo aver lanciato un ultimo sguardo - stranamente ansioso - alla Frexhabal, che sembra non muoversi più.

Cerca di cogliere qualche fremito, ma non se ne vedono.

«E il cadavere?».

Esita un attimo, in attesa che qualcun altro risponda.

«Lo prendo io».

Dall'hangar esce una figura allampanata, seguita da un'altra Mercedes grigio metallizzato, ma molto più pulita di quella di Tony.

È un carro funebre con i vetri oscurati, guidato da un autista con gli occhi sbarrati, gli stessi di Leila.

«Servizio espresso», ribadisce Malmstrom.

«Certo, certo, professore», i sicari si mettono praticamente sull'attenti, sbrigandosi a levare le tende: è come se avessero visto la morte in persona.

Malmstrom è conosciuto da tutti nel giro. Ma non gode di buona fama.

Le tre macchine si incolonnano verso l'uscita con la Giulia in testa, lasciando la Frexhabal a guardare fisso il cielo vuoto, senza aeroplanini.

Perché cazzo non ti muovi più...

Ma come... ti credevi una strafica...

La tua ultima sigaretta è mia...

La tua pistola è mia...

E anche il tuo trench dev'essere mio...

Un ultimo sguardo allo specchietto e la Mercedes di Tony, che chiude la piccola colonna, lascia la zona degli hangar.

Il cancello automatico si apre, lasciando entrare la Giulia che si parcheggia subito nell'ampio giardino della villa a tre piani, in mezzo a due fioriere di ciclamini.

«Buonasera, Direttore», Tony viene ricevuto nel lussuoso salone, costosi tappeti persiani sotto ai piedi e intere pareti di quadri d'autore. «Queste sono le chiavi...».

«Il pagamento nel solito modo».

«Sempre a disposizione, Direttore», quasi un inchino di reverenza, prima di andarsene a passi viscidi dal salone.

Arriva davanti al cancello dando un'ultima occhiata alla macchina, ed esce a piedi; in fondo tutti quei soldi valgono bene una camminata.

Il Direttore è solo, in casa ha sempre avuto posto solamente per le opere d'arte.

Si infila una giacca di velluto nero e scende in giardino, senza dare spiegazioni a nessuna moglie, uno dei vantaggi del vivere senza donne.

«Sei bellissima», passa una mano sul cofano della Giulia, l'ennesima opera d'arte che si aggiunge alla già ricca collezione. «Da questo momento sono il tuo nuovo proprietario», ignorando che è esattamente l'opposto.

«Hai fatto un affare, ma non dimenticare come ci sei riuscito…».

Kelly, la superbiondona, si siede voluttuosa sul cofano ancora caldo; l’inconfondibile camicetta felpata a quadri, arcisbottonata.

Il Direttore è solo, con le sue opere d'arte.

A queste avrebbe aggiunto volentieri Leila Frexhabal, se non avesse puntato troppo in alto.

«Come potrei…».

Solo, sì, ma con la puttana giusta al suo fianco.

«Se dovessi scegliere… chi terresti parcheggiata vicino?». Kelly vuole darsi importanza, o forse soltanto scherzare. «Io sono calda sempre, lei si sta già raffreddando…».

Parole un po’ troppo affrettate, di cui presto la bella bionda avrebbe scoperto tutta la pericolosa ambiguità…

«Lei può sempre riaccendersi e riscaldarsi», le mostra allusivamente la chiave, «non invecchia mai e anzi col tempo diventa sempre più bella... mentre una bella donna non rimane tale per sempre e soprattutto - come Leila Frexhabal - può andare incontro a guasti prematuri e raffreddarsi per sempre...».

VIII

RESTAURO IMPEGNATIVO

«Sei sicura di farcela da sola?».

«Certo», lo guarda decisa, apre la portiera e scende dall'auto. «Vattene, adesso; io ritorno con quella», indica la Giulia parcheggiata in giardino.

«Mi dispiacerebbe se stavolta dovessi lasciarci la pelle del tutto... sei tutta rifatta, non dimenticarlo... anche se non in quel senso», il professore si protende alla sua destra per continuare a vederla. «Lo sai... lì dentro adesso sei la mia preferita...».

«Stai tranquillo, professore», sorride, dandogli già le spalle, «rimarrò la tua preferita ancora per un bel po’, e non mi pento di essermi rifatta...», chiude la portiera e va a confondersi con la notte, rischiarata solamente dalla luce dei lampioncini interni alla villa, che l'accompagnano dal Direttore.

Parrucca folta, occhiali da segretaria, e trench chiuso fino al collo: nessuno potrebbe riconoscerla, a parte il demonio. Si è spacciata per un'emissaria del Capo, l'eminenza grigia che dirige il Direttore.

«Salve... si accomodi...

Per caso ci siamo già incontrati?». La supercinquantenne non riesce proprio a nascondersi. «Mi scusi, le offro da bere...

Non ha caldo con il suo trench? Vuole mettersi comoda?».

La donna allenta un paio di bottoni.

Ed è lì che il Direttore sgrana gli occhi.

Si sono già incontrati.

Quando non era ancora un fantasma.

E la beretta che adesso lo punta sulla fronte ne è la conferma.

«Come... è possibile? Cosa vuoi? Non fare... pazzie...».

«Tuttaltro.

Voglio che mi guardi in faccia prima di morire».

La rifatta Leila si toglie gli occhiali e la parrucca.

La scena adesso si ripete alla perfezione.

Ma lui aveva già capito dalla scollatura.

«Stavolta non mi accontenterò dei tuoi soldi...».

«No... aspetta... Kelly!», la bionda dev'essere lì intorno, il Direttore invoca disperatamente il suo aiuto.

BANG

Ma è troppo tardi.

Il suo cervello finisce sui quadri.

«Che cazzo succede qui?», Kelly, intanto, è arrivata.

Ha una pistola in mano, ma è paralizzata dalla sorpresa.

BANG!BANG!

«Mi hai risparmiato la fatica di cercarti».

La Frexhabal non ci pensa su due volte e fotte la biondona.

«Ahhh...!», incassa e viene sbalzata di schiena contro la parete, scivolando giù fino a toccare terra con il sedere, una doppia scia di sangue sul muro, gli occhi fuori dalle orbite, un po' per il dolore, un po' per lo stupore di essere stata appena ammazzata.

«Maledetta… come hai fatto...», e si porta entrambe le mani al petto a tapparsi i buchi lasciati dai proiettili: uno per tetta.

«Sono di ferro...».

Kelly alza a fatica lo sguardo.

«Mi hai fottuto…».

«Temo proprio di sì».

«Sei di nuovo mia... e stavolta rimarremo insieme, perché tu sei come me», la mano della Frexhabal va a sfiorare la Giulia...

UEEE!UEEE!UEEE!

«Maledizione!», l'urlo delle sirene rompe il silenzio della notte. «Quella bastarda è riuscita a far scattare gli allarmi, era meglio se le piazzavo una pallottola in fronte…».

Leila ingrana la retromarcia e si para davanti al cancello.

«Apriti!», per sua fortuna il telecomando del cancello viene lasciato nell'auto.

«È scattato l'allarme nella villa del Massani: chi è il più vicino alla zona?», le sirene spione hanno già spifferato tutto.

«Sono Silvestrini, sono proprio attorno alla villa. Vado a effettuare un controllo».

Per proteggere le inestimabili opere d'arte contenute dentro e fuori la villa, il Direttore aveva collegato i sistemi d'allarme alla centrale delle guardie giurate, assicurandosi così una protezione ventiquattro ore su ventiquattro, uno scudo che lo faceva sentire al sicuro da ladri e malviventi.

Inutile, tuttavia, contro la Frexhabal; d’altronde, un non cadavere che ti spara in fronte è un fatto che non fa statistica, l’evento imprevedibile che sfida ogni schema logico.

«Si sta aprendo il cancello, dai fari sembrerebbe che stia uscendo un’auto».

«Gli allarmi sono ancora inseriti: stai attento, la cosa non mi piace per niente», il responsabile della centrale operativa mette in guardia il collega.

«Sì, questa storia non piace nemmeno a me», è di fronte al cancello quando i fari alti della Giulia lo abbagliano andandogli incontro.

BANG!BANG!

Due colpi in rapida successione, sparati dal finestrino abbassato, vanno a bucare la carrozzeria della Panda.

«Silvestrini! Cosa cazzo sta succedendo?! Ci sono degli spari?!».

«Maledizione...», l'uomo si tocca una gamba. «Sono stato colpito...».

«Cosa diavolo sta succedendo? Rispondi, Silvestrini, per dio!».

«Centrale... mi hanno sparato contro... sono stato colpito a una gamba...», l'uomo comunica con la sala operativa attraverso la radiomobile.

«Stai calmo, mando subito un'ambulanza».

«Sto perdendo molto sangue... mi sento mancare...», cerca di fermare l'emorragia premendo il più possibile sull'arto. «Non ho avuto... il tempo di reagire...».

«Chi ti ha sparato, Silvestrini?», la domanda è posta più che altro per non fargli perdere i sensi.

«Non lo so... è buio... troppo buio».

«Resisti… l'ambulanza sarà lì a momenti».

«Ma ho visto... la macchina... una Giulia... colore blu... di quelle vecchie... quelle dei film...».

«Bravo Silvestrini, ora ci pensiamo noi. Vedi solamente di restare sveglio, intesi?».

«Sì, ci provo… ma…».

«Che succede? Silvestrini!».

«Il cancello… si è aperto ancora… ecco… esce un’altra auto…».

«Di che auto si tratta, Silvestrini?».

«È rossa... una Giulia... di quelle nuove...».

«Va bene, Silvestrini, rimani in collegamento, non addormentarti».

Eppure è così facile addormentarsi quando tutto è buio e silenzioso, come adesso dentro l'abitacolo della piccola auto di pattuglia.

A tutte le auto della polizia: ricercare una Giulia blu, vecchio tipo, con targa non identificata, nel quadrante est della città. A bordo soggetti armati e pericolosi che hanno già sparato contro una guardia giurata.

«Una fottuta guardia giurata, maledizione… un'altra...

Proprio adesso doveva passare quel bastardo…», la Frexhabal impreca tra sé, dando gas alla Giulia.

Ma ormai il più è fatto.

Il Direttore è crepato e Kelly subirà la crudele beffa di morire sull'ambulanza.

Rallenta e si dissimula nel traffico.

La Giulia è blu come la notte, la pantera è nel suo habitat, la giungla urbana.

La Frexhabal si rilassa accendendosi una sigaretta, dando una bella tirata.

«Manca solo Tony...».

Il fumo, per lei, è solo un mezzo pericolo, adesso: Malmostrom, nel restaurarla quasi completamente, le ha impiantato un polmone artificiale; tre pallottole l'avevano completamente distrutto.

Uno spaventoso stridore di gomme la scuote dal suo svuotamento post-adrenalinico: un’auto di grossa cilindrata scarta e sorpassa di continuo, accorciando velocemente la distanza.

Lo specchietto non porta buone notizie.

Ma in fondo potrebbe essere soltanto uno che ha fretta.

E invece…

Incredibile…

C’è una bionda al volante… una biondona...

È alla guida di una Giulia rossa ultimo tipo, versione sportiva, una bestia mostruosa da 500 cavalli.

Tra le due ci sono 50 anni di differenza.

Le poche tv erano in bianco e nero e senza telecomando, i calcoli si facevano a mano, per telefonare si usavano i gettoni, computer neanche a parlarne. Il primo rudimentale telecomando sembrò una meraviglia, ma questo avvenne quando la Giulia era ormai uscita di produzione.

Eppure basta buttare dentro una terza cattiva e si capisce subito che una Giulia TI del 1968 non è un vecchia tv in bianco e nero, simpatica ma superata.

Può ancora far male, e tanto, a tutte le auto in produzione oggi.

L’asfalto brucia, le gomme griffano la strada, le prospettive si deformano, i giri salgono, i battiti del cuore anche.

La vecchia Giulia non è una tv in bianco e nero, preferisce decisamente il cinema ed è sempre sulla scena nel ruolo della protagonista.

Su un’autostrada, certo, la nuova Giulia si farebbe valere.

Ma qui ci troviamo in piena giungla urbana, dove l’asfalto è infido e la razza conta.

Siamo su Viale Palmiro Togliatti, dove le altre macchine sono birilli oblunghi tra due bisce indiavolate.

«Puttana…», il gentile pensiero di Leila è rivolto a Kelly.

Come diavolo…

L’ha lasciata a terra, moribonda.

E adesso se la ritrova indemoniata alla guida di un’auto con 500 cavalli nel motore.

Un miracolo?

No.

Cocaina.

Kelly ha sniffato e ritrovato le forze, come Al Pacino nel film Scarface.

Ha i polmoni pieni di sangue, ma anche tanta voglia di vendicarsi.

Furiosa come un toro, è ansiosa di incornare chi l’ha uccisa, sapendo di essere già morta.

C’è quasi, le è arrivata addosso.

Dopo l’acquedotto, l'affiancherà e la farà fuori; poi, se rimarrà tempo, chiamerà Tony e andrà a morire da lui.

Viale Palmiro Togliatti è infatti attraversato da un imponente acquedotto romano: diverse arcate si aprono sulla carreggiata, in entrambe le direzioni, anche se non tutte hanno la stessa ampiezza.

Non che i carri di Roma fossero più piccoli di quelli moderni, ma ce ne sono un paio che nell'800 furono consolidate alla base per evitare cedimenti e hanno quindi la campata ridotta.

Ce ne sono diverse così in tutta la città: famose quelle del Mandrione, che negli anni '70 furono il teatro di spericolate gare della morte gestite dalla Banda della Magliana.

Alle auto venivano smontati i paraurti, per passare sotto l'arco alla maggiore velocità possibile, riducendo il rischio di un contatto.

Chi falliva veniva trasportato lontano, vicino a un grosso platano, e la cosa si riduceva a un semplice, sfortunato incidente stradale. Nessun vigile si azzardava a fare rilievi troppo scrupolosi.

Le due bisce procedono ormai a contatto, una dietro l’altra.

Roma è una vecchia città con tante stranezze e la nuova Giulia non le conosce ancora.

La Giulia blu passa precisa senza un graffio, la Giulia rossa capisce troppo tardi; i polmoni gonfi di sangue fanno il resto, annebbiando il cervello.

L’urto è bestiale, la trappola della Frexhabal è riuscita. Il travertino romano non si piega.

Nella giungla urbana i centimetri fanno la differenza.

C’è fumo, l’auto sta per esplodere insieme a ciò che rimane della bionda.

SCREEEK...

La Frexhabal manda in testa-coda la vecchia tv in bianco e nero e si riavvicina all’acquedotto.

Kelly non merita una fine così, se è ancora viva. Ha fatto una grande corsa.

La ritrova sommersa dagli airbag, la tira fuori e la carica sulla Giulia. Quella vecchia.

La Frexhabal riparte bruciando le gomme.

«Perché... l’hai fatto…?», la domanda non tarda ad arrivare.

!!KABOOM!!

La Giulia rossa esplode in questo momento.

«Hai sentito?

Per questo».

È troppo confusa per capire, ci vuole qualche concetto in più.

«Hai guidato bene, Kelly, ma la tua auto era inferiore, non ha fatto la storia e non poteva cambiarla...».

«Ora... che farai... di me… guarda…», fa ballare dolorosamente, sotto gli occhi  rapiti della Frexhabal, il grosso seno bucato due volte, che quasi straborda dalla camicetta sbottonata. «M’hai... ammazzato…».

«Ti porto da un amico».

«Io... voglio... morire... da Tony…».

«Quel bastardo?

Devo ammazzare anche lui, Kelly».

IX

UN COVO DI BISCIONE

La Frexhabal si dirige presso l’obitorio di Malmstrom.

Kelly, al suo fianco, è una maschera di cera, occhi vitrei e labbra livide.

Sta per crollare e la supercinquantenne lo sa. Per questo frusta la sua pantera.

Altrimenti anche la bionda lascerà pelle e tette su questa macchina infernale.

«Leila… non voglio... morire… così...», sangue alla bocca e ormai in apnea, occhi fuori dalle orbite, disperata come soltanto una guerriera che sente la vita sfuggirle può essere.

«Calmati, Kelly, siamo arrivate».

La Frexhabal suona il clacson. È inconfondibile, come tutto il resto.

Malmstrom entra subito in azione.

Adrenalina, ossigeno e plasma fresco.

Ma non ha ricevuto l'ordine di salvarla.

Leila lo comanda a bacchetta, ormai.

Intanto, il professore studia le cause della morte, per tenersi pronto nel caso di un ripensamento.

La sua collezione è in costante arricchimento.

«Leila... vieni qui... non lasciarmi...», la voce è ansiosa, innaturale, Kelly si sente già morta e la Frexhabal sa che ha ragione. «Voglio... rivedere... Tony... prima... di morire...».

«Se è il tuo ultimo desiderio, te lo concedo.

Ti permetterò di vederlo, ma scambierai la tua vita con la sua».

«Cosa... vuoi... dire...».

«Lo capirai...».

La Frexhabal l'ha lasciata sola con lui.

La Mercedes grigia è arrivata subito.

Anche se lurida, qualcosa tra loro c’è.

«Fottuto... bastardo... non ti perdi... l'ultimo... giro... di Kelly...».

«Ce la fai a dirmi come è andata? Voglio sapere tutto...».

«Ero... da Massani... ho sentito... uno sparo... sono andata... a vedere... e lei... mi ha bruciato...».

«Maledizione... perché cazzo non hai sparato per prima?! Sei sempre stata la più svelta di tutte!

D'accordo, vai avanti...».

«Quando... la troia... se n'è andata... ho sniffato... un po' di roba... mi sono... tirata su... e l'ho inseguita... con la  Giulia... di Massani... quella rossa...

L'ho beccata... sulla Togliatti... le stavo addosso... ma poi... l'acquedotto... il maledetto... acquedotto...».

«Che è successo?».

«Ho fatto... il botto... ma lei... mi ha... tirato fuori... e... portato... qui...».

«Sei stata tosta, Kelly.

È una storia fica, gagliarda, peccato soltanto che vada a finire male...

A meno che Malmstrom non si decida ad aiutarci...».

«Sei... sei solo... un bastardo... ma sei... il mio uomo... e voglio... creparti... in faccia...».

«Rimarrò fino all'ultimo respiro, Kelly.

Ma tu avvisami... quando sarà il momento...».

«Non so... credo... accadrà... all'improvviso... non so ancora... come si muore...».

«Sì, hai ragione, ma tu non pensarci, prova a non pensarci.

Io... ti ricorderò, Kelly... conserverò la tua camicetta come una reliquia...».

«Allora... scatta... scatta... tante foto... alla tua Kelly... mentre crepa... uccisa... da una puttana...».

«Sì... lo faccio subito...», è estasiato.

Quasi non smette più.

Si scuote solo quando la vede aggravarsi.

«Ehi, bionda!

Ti faccio visitare da quel pazzo.

Professore...!».

«Non strillare, arrivo. I miei clienti non sopportano il rumore».

Malmstrom le somministra altra adrenalina, ma ormai è questione di poco.

«Kelly... abbiamo guadagnato un po' di tempo... sei contenta?».

«No... ho paura... non... voglio... morire... la mano... prendila... non sento... più... il mio... corpo... manca... poco...».

Un colpo di tosse. «Sei proprio sicura?».

«Sì... sto... morendo... io... non so... come... fare...».

«Avanti, Kelly, non fare stupidaggini... puoi trascinarti ancora...».

«La sai una cosa, Tony?», Leila fa capolino nel sepolcro di Malmstrom, con la beretta in pugno; capisce che difficilmente otterrà una risposta, pertanto prescinde dal dialogo e prosegue da sola. «Fino a pochi attimi fa, non vedevo l'ora di spararti.

Ma ora ho capito chi sei veramente.

La tua vita avrebbe permesso a Kelly di salvarsi.

Malmstrom sta aspettando un mio ordine prima di intervenire con i suoi metodi.

Avresti espiato tu per tutti e due.

Mi sarei accontentata».

«Io... io... non volevo... credimi...!».

«Lo dicono tutti, arrivati a questo punto.

Ma la cosa strana è che un bugiardo come te lo dica sul serio».

«Prima di morire... dimmi come hai fatto...

Io ho contato tredici buchi!».

«Tanti, certo. Ma ero ancora viva quando mi hanno caricato sull'ambulanza per l'autopsia preventiva».

«Ambulanza? Quale ambulanza?».

«Una croce sul tettuccio non basta a fare un carro funebre.

Ma adesso goditela, perché poi dovrà dormire.

E non fare scherzi, o potrei revocare la grazia».

La Frexhabal va da Malmstrom e lo autorizza a procedere.

«Faccia un buon lavoro, professore».

«Non ti preoccupare, bellezza: si risveglierà al primo giro di chiave.

Ma tu rimani la migliore».

«Lo so».

E torna dalla Giulia, a fumarsi una sigaretta seduta al volante.

C'è un'amica ad aspettarla.

È seduta di dietro con il suo compagno.

«Ha scelto la migliore, professor Carboni».

«Lo so, l'ho sempre saputo».

«Che spiegazione darà?».

«Un protocollo segreto di protezione, dato il suo ruolo in varie inchieste giudiziarie, da cui però uscirà pulita.

Ha reagito agli iper-stimoli bombardanti, si è riavuta dal coma e si è lentamente ristabilita, pur con qualche acciacco.

E ha deciso di sposarmi.

Ho già pagato Questore e Procuratore».

«Sentito, Marianna?

Carboni fa sul serio.

Tu fai la brava.

Abbottona le camicette...».

«Senti chi parla...».

«Ha ipotecato la clinica per te».

«Lo so.

Quello stronzo di carabiniere a momenti mi toglieva di mezzo.

Mi facevano foto mentre crepavo.

Ma non ho mai mollato del tutto.

E sapevo che prima o poi non si sarebbe accontentato di scoparmi come una puttana.

Non sono di cera e nemmeno lui».

«Nemmeno lei...».

E la Giulia ruggisce nella notte.

Lettore, se vuoi conoscere l'attrice che ha ispirato questo racconto, clicca qui.

Il racconto è un tributo alla sua bellezza, carisma, personalità.

Gli aspetti negativi sono introdotti per mere esigenze di ordine drammatico, narrativo, teleologico.

Il ruolo della protagonista va assimilato a quello dell'attrice rispetto a un film.

La devozione alla persona in questione, da parte dell'autore empirico, è implicita e assoluta.

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