Il Tempio dello Scorpione

Layla è rimasta fottuta

Il Mignottone

007: La raffica che non perdona

La vecchia stronza paga caro

La regina del porno affonda

IL TEMPIO DELLO SCORPIONE

di Adriano Ziffer e Salvatore Conte (2024)

QUESTO È UN RACCONTO INTERATTIVO

LA PROTAGONISTA SEI TU

Che tua sia un lettore, oppure una lettrice, poco importa: in questa avventura ti incarnerai (e non è impresa da poco) nella massiccia pistolera messicana, Chiquita Mendez.

Il testo è suddiviso in paragrafi numerati, alla fine dei quali ti verranno offerte delle opzioni tra cui scegliere, perché sarai tu a decidere che piega prenderà la storia.

Tu e la sorte, perché ti serviranno anche due dadi a sei facce.

Prima di iniziare l'avventura, studia le informazioni relative alla protagonista: le caratteristiche del personaggio influiranno sulle scelte realizzabili nel corso dell'azione.

Tieni sempre aggiornato il conto dei Punti Vita che ti rimangono e tieni anche appunti sugli oggetti che eventualmente entreranno in tuo possesso nel corso della storia. Riconoscerai ciò che può essere preso, perché il testo lo indicherà con l'iniziale Maiuscola e il Fondo Colorato.

CHIQUITA MENDEZ

Caratteristiche:

Estrarre (velocità di estrazione dell'arma): 12

Sparare (precisione di tiro con arma da fuoco): 11

Lottare (abilità nel corpo a corpo): 10

Punti Vita: 24

COMBATTIMENTO CON PISTOLE

1. Lancia due dadi per te e aggiungi il tuo punteggio relativo a Estrarre.

2. Lancia due dadi per il tuo avversario e aggiungi il suo punteggio relativo a Estrarre.

3. Chi ottiene il punteggio più alto spara per primo.

Se hai ottenuto tu il punteggio più alto, vai al punto 4; se il risultato più alto lo ha ottenuto il tuo avversario, vai al punto 5.

In caso di punteggio pari, ripeti i lanci fino a sbloccare lo stallo.

4. Lancia due dadi per te e aggiungi il tuo punteggio relativo a Sparare.

Colpisci l’avversario se ottieni un risultato pari a 15 o più (se lo colpisci, perde i Punti Vita pari alla differenza tra il tuo risultato e il numero 14; se i Punti Vita del tuo avversario scendono a zero, lo hai ucciso e il duello è finito, altrimenti tocca a lui sparare).

Se non lo colpisci, vai al punto 5.

5. Lancia due dadi per il tuo avversario e aggiungi il suo punteggio relativo a Sparare.

Ti colpisce se ottiene un risultato pari a 15 o più (perdi i Punti Vita pari alla differenza tra il suo risultato e il numero 14; se i tuoi Punti Vita scendono a zero, sei rimasta uccisa e hai perso, altrimenti tocca a te sparare).

Se sei ancora viva, vai al punto 4.

COMBATTIMENTO CORPO A CORPO

1. Lancia due dadi per te e aggiungi il tuo punteggio relativo a Lottare.

2. Lancia due dadi per il tuo avversario e aggiungi il suo punteggio relativo a Lottare.

3. In caso di punteggio pari, ripeti i lanci fino a sbloccare lo stallo.

4. Chi ottiene il punteggio più alto riesce a colpire l’avversario e gli fa perdere i Punti Vita pari alla differenza tra il punteggio stesso e il numero 14, previa applicazione dei seguenti correttivi (a seconda del tipo di arma): -3 (mani nude); -2 (oggetto contundente); -1 (coltello/pugnale).

5. Si ipotizza che il colpo, a meno che non sia mortale, non metta fine al combattimento: chi lo subisce è in grado di riprendere la lotta.

Ricomincia dal punto 1.

1

Ti stai dondolando oziosamente sull’amaca - appena fuori dal tugurio in cui vivi - mettendo a dura prova i rami che la sorreggono.

Mentre rifletti svagatamente su come darti da fare, è il destino stesso a venirti incontro: un frenetico scalpitio di zoccoli ti scuote dal tuo sonnolento torpore.

BANG

BANG

Due cavalli sparano a quello davanti.

Stanno avvicinandosi alla tua stamberga, ma non sembrano intenzionati a fermarsi.

Il cavallo dell’inseguito, però, viene raggiunto da un proiettile al collo e stramazza ventre a terra, disarcionando l’ometto in groppa.

Nonostante tutto, questi non si perde d’animo: sarà la paura di lasciarci la pelle, ma in men che non si dica si getta verso il tuo capanno, alla disperata ricerca di un rifugio.

«Aiuto! Aiuto!», grida isterico.

I due inseguitori gli sono subito addosso. Smontano da cavallo e lo tengono sotto mira con le loro colt: «Ehi, fermo! Non puoi fuggire!».

Vuoi farti gli affari tuoi e continuare a dondolarti sull’amaca (vai al 51), intervenire (hai sempre con te la tua colt) usando un po’ di cattiveria (vai all'83), o sfoderare il tuo fascino (vai al 19)?

Se invece non hai le idee chiare, vai al 12.

 

2

«Satanasso ti pizzica il culo, eh…?

E va bene… ho meglio da fare che spennare una vecchia gallina.

Ma niente scherzi... alzati e cammina... avanti... una come te può tirarla per le lunghe, se vuole...». Geremia le dà una mano. Anche l’ultimo imprevisto pare risolto.

Ti carichi il tesoro sulle robuste spalle e ti avvii all’uscita.

È fatta, è bella la luce! Geremia sprizza gioia da tutti i pori.

L'unica a non sorridere è Jane Frexhi.

È ridotta parecchio male, a stento arriverà da qualche segaossa.

D'altra parte le hai dato un’ultima possibilità: sia pur moribonda ha rivisto la luce grazie a te.

Anche se ha cercato di eliminarti, non la lascerai a sé stessa; è pur sempre una donna e una combattente.

Forse non basterà a salvarla, ma almeno morirà con qualcuno accanto. La Frexhi, d'altronde, ambiziosa com’è, tenterà fino all'ultimo, perché la paura fa novanta... (si può verificare, infatti, al 90).

Ma non è un tuo problema, Chiquita. Non sei tu a doverti preoccupare.

«Sei stata brava, socia!».

La missione è riuscita, Chiquita. Hai vinto!

 

3

«Bene, socio», esordisci, «ti arrendi così quando siamo a un passo dalla vittoria?». Fai un cenno vago verso la porta. «Là dietro ci attende un tesoro, lo hai detto tu!».

«E allora?». Geremia inclina il capo da un lato.

Sbatti le palpebre. «Come sarebbe a dire? Ti fanno schifo i soldi?».

L’ometto alza un dito ossuto e fa cenno di no. «Non usare questi mezzucci con me, signorina». Le labbra rugose si distendono in un sorriso e il ditino punta il tuo petto. «Se tu che hai bisogno di soldi, visto che sono io a pagarti». Incrocia le braccia sul petto. «Il successo di questa operazione interessa più a te che a me».

Fai per replicare, ma la sua logica non ti lascia molto spazio di manovra.

Con uno sbuffo indispettito, giri sui tacchi e torni a studiare i geroglifici.

Vuoi premere sulla figura dello scorpione gigante che sovrasta un uomo a terra (vai all' 84), sulla figura in cui l’uomo e lo scorpione sono separati da una riga verticale (vai al 63), o sulla figura dell’uomo inseguito da tre scorpioni (vai al 17)?

 

4

Un solo momento di esitazione sarebbe risultato fatale…!

Non appena riemergete all’aperto, il tempio collassa definitivamente. Hai perso il tesoro, ma almeno hai salvato la pelle. Una fustona come te avrà altre occasioni per farsi ricca. E poi c’è sempre la paga promessa da Geremia. È lui l’imprenditore, è suo il rischio d’impresa. La tua paga deve pagartela comunque. Te la sei guadagnata, Chiquita. L'importante, adesso, è che siate fuori.

Ma c'è un dubbio che ti assale e vuoi levartelo subito.

«Geremia...».

«Che c'è?».

«Spiegami una cosa...

Non ti sembra strano che un tempio vecchio di secoli sia crollato tutto insieme e proprio adesso?».

«Sono cose che possono accadere, queste antiche strutture sono molto delicate e basta un niente per...».

«Geremia...!», lo guardi dura. Lui sbuffa.

«Forse Jane non era ancora cadavere...».

«E con ciò?».

«Sai... una volta... io e lei eravamo intimi...».

«E allora?».

«Devo averle raccontato qualcosa...».

Lo guardi come se stessi per sparargli.

«Deve essersi ricordata quella volta che le dissi... com'è che dissi... spesso i templi aztechi nascondono un meccanismo di autodistruzione all'interno della statua principale: stai attenta a non toccare niente...

Sì, è così che le ho detto...».

«Un colpo di coda della Frexhi!», concludi con una battuta azzeccata e un bel sorriso.

Ormai lei è sepolta lì sotto e tu sei salva: puoi scherzarci su, Chiquita!

Geremia, però, allontanandosi con te dal tempio si mostra stranamente inquieto, si volta spesso indietro, come ad aspettarsi qualcosa.

È pur vero che il tesoro è andato perduto per sempre, ma lo scampato pericolo avrebbe dovuto infondergli una buona dose di sollievo.

Chi vuole saperne di più, vada all'87.

 

5

«Non mi piace…».

«Cosa?», Geremia ti risponde con una domanda.

«Le lastre di pietra che formano il pavimento… davanti a noi… hanno una disposizione leggermente diversa dalle altre».

«Pensi sia una cosa grave?».

«Forse gravissima».

«E allora? Che facciamo?».

«È meglio non rischiare. Passiamo lungo i margini del corridoio, un passo alla volta…».

«Basterà?», domanda l’ometto, visibilmente spaventato.

«Lo scopriremo presto…».

Prima che tu cominci a muoverti, ti sembra di cogliere un’ombra alle spalle di Geremia.

Cerchi di affinare la vista in quella direzione, ma il buio non ti restituisce nulla.

Avanzi cautamente lungo il margine del passaggio, cercando di evitare le lastre che non ti convincono.

La tua poderosa stazza non ti aiuta, ma con molta pazienza, sei oltre.

Per Geremia è molto più facile.

Vai al 69.

 

6

Ti sdrai accanto al fuoco, avvolta nella coperta e fissi il cielo stellato.

Hai tanti pensieri nella testa...

Le stelle sfocano piano piano e sprofondi in un sonno senza sogni.

Recuperi 4 Punti Vita.

Vai al 24.

 

7

Le tue dita si chiudono sul polso proteso dell'uomo, accarezzandone la pelle ruvida.

Inclini il capo da un lato, senza smettere di sorridere.

Il pistolero apre la bocca, tu stringi la presa e lo tiri verso di te: la tua fronte impatta sul suo viso con uno schianto secco.

L'uomo cerca di arretrare, ma lo tieni per il polso.

Alza l'arma e la tua mano libera scatta di taglio verso la sua trachea.

Un secondo schiocco. Il sicario lascia cadere la pistola, rantolando.

Lo strattoni e lasci la presa, mentre piroetti su te stessa ed estrai la colt.

Vai al 10.

 

8

Partite all’alba, in direzione del Deserto di Gila.

Durante il viaggio, ti senti osservata. Ti chiedi se sia solo una sensazione passeggera, oppure se quell’ometto non abbia altre carogne alle sue calcagna.

Geremia, dal canto suo, cavalca al tuo fianco chino sul pomo: la sua loquacità svanita non appena montato in sella.

Siete ormai a metà pomeriggio, quando il suolo diventa sempre più sabbioso e il terreno si incurva in tante dune.

Geremia prende un sorso dalla borraccia, si pulisce la bocca col dorso della mano e si agita sulla sella, borbottando tra sé.

Attendi un paio di minuti, prima di sbottare.

«Allora?».

Geremia si volta verso il tuo petto.

«Dobbiamo andare verso sud-est».

«I miei occhi sono qua sopra, nel caso ti fosse sfuggito».

Alza lo sguardo.

«La nostra direzione è comunque quella». Abbraccia l'orizzonte con un gesto.

Ti accomodi meglio sulla sella e valuti le opzioni.

Se prima di muoverti, preferisci studiare il terreno, vai all'82.

Altrimenti scegli se proseguire dritto, addentrandoti tra le dune (vai al 16), o fare un giro più ampio, inerpicandoti sulle alture (vai al 74).

 

9

Ti volti verso Geremia, congelato sul posto.

«Jane… Frexhi…», riesce infine a balbettare.

La donna gonfia il petto, mettendo in mostra una scollatura che fa invidia persino a te.

«Ti stupisci, piccolo uomo?». Avanza di un passo. «I soci fanno a metà di tutto».

«Credevo…», Gerry fa una risatina flebile. «Credevo che fosse tutto finito».

Qualcosa non torna.

«Ehi, ma di che soci state parlando?», interrompi.

Ha del magico il modo in cui entrambi ti ignorano.

«Vuoi dire che tra due soci uno è di troppo?», commenta Jane. «Si può risolvere».

Geremia deglutisce e prende fiato.

«Chiquita…».

«Tu pensa agli affari tuoi!», Jane si rivolge a te, gelida. «È una faccenda personale tra me e Gerry».

«Chiquita…», geme ancora lui.

Vuoi attaccare (vai al 18), discutere con Jane (vai al 33), o lasciare che siano i due a sbrigarsela (vai al 39)?

 

10

Il pistolero crolla a terra con un gemito.

Il suo compagno volta le spalle al capanno e arma il cane della colt.

Devi combattere nuovamente, ma almeno hai già vinto l'iniziativa (Sparare: 7; Punti Vita: 15).

Se vinci, vai al 56.

Se i tuoi Punti Vita scendono sotto 10, vai al 43.

 

11

SZOCK

La tua possanza non ti tradisce, Chiquita!

Affondi il coltello nella gola di Jane Frexhi.

Non ha saputo accontentarsi e ora rimarrà qui per sempre.

La bella pistolera lascia cadere la lama e si porta le mani alla gola, cercando invano di fermare il fiotto di sangue.

Mentre barcolla, ricarichi la colt.

Vai al 38.

 

12

A volte le nostre esperienze e le nostre qualità, per quanto ampie siano, non bastano a fronteggiare situazioni inaspettate: questo è uno di quei casi.

Agisci guidata dall'istinto e dal caso.

Tira un dado: se ottieni 1-2, vai al 51; se ottieni 3-4, vai all'83; se ottieni 5-6, vai al 19.

 

13

Premi la mattonella.

CLANG

La sezione centrale di ciascuna colonna ruota su sé stessa e dalla parete scattano le chele dello scorpione!

Una trappola meccanica ancora efficiente dopo secoli.

È concepita per stritolare la testa dell’intruso fra le chele di ferro dello scorpione guardiano.

I destini dello scorpione e dell’uomo, infatti, non devono mai separarsi.

Nel tuo caso, quelli che non devono separarsi sono testa e collo.

Ti appiattisci contro la porta, il metallo gelido attraverso la camicetta sottile e le due chele ti colpiscono alla nuca.

Perdi 4 Punti Vita.

Scivoli a terra con un gemito, seno e viso schiacciati contro la porta, e rimani accasciata per quasi un minuto con il sangue che ti ribolle nelle orecchie.

«Socia…?». Geremia. Come se già tu non stessi male.

Scuoti il capo e ti rialzi.

Piano piano metti a fuoco la stanza: le colonne, la porta, le chele, un ciuffo di capelli neri impastati di sangue sulle lame…

«Tutto bene?».

Sputi in terra.

«La prossima volta vai avanti tu, Geremia».

Senza attendere una risposta, gli volti le spalle, cercando di ignorare il pulsare sordo dietro la nuca.

Puoi premere la mano sulle altre figure, ormai il pericolo dovrebbe essere passato.

Vai al 59.

 

14

Muovi un passo verso l'apertura, Geremia attaccato alle tue sottane.

Un sibilo. Due tizzoni ardenti.

L'animale che ti piomba addosso dal passaggio oscuro ha le fattezze di un gatto e le dimensioni di un lupo: un puma.

Se hai Estrazione Rapida e la vuoi usare, vai all'80; se hai Rissa e la vuoi usare, vai al 58; se non hai nessuna di queste abilità, o non le vuoi usare, vai al 47.

 

15

Barcolli all'indietro e ti copri gli occhi con le mani.

Silenzio.

TI strofini le palpebre, respirando a fondo.

Quando riapri gli occhi, il viso affilato di Geremia è davanti al tuo.

«Tutto bene, socia?». Inclina il capo da un lato, studiandoti.

Scuoti il capo.

«Non è niente. Sono stata peggio». Ti passi una mano tra i capelli sudati. «Andiamo».

«Da che parte?», ti rende la torcia e attende una risposta.

Se vuoi andare a destra, vai al 14; se vuoi andare a sinistra, vai al 52.

 

16

«Andiamo avanti». Indichi la pista. «Prima arriviamo e meglio è».

Geremia annuisce, le labbra serrate.

Sproni il cavallo al passo e vi addentrate nelle dune.

Il viaggio prosegue senza intoppi fino a sera, quando vi fermate e cercate un posto per accamparvi: il deserto è tale e quindi non avete che l'imbarazzo della scelta.

Geremia si lascia cadere dalla sella con un gemito e inarca la schiena massaggiandosi il fondoschiena.

Smonti agilmente, felice di non avere questi problemi; anzi, la lunga cavalcata ti ha sciolto i muscoli, dopo i lunghi giorni di inattività forzata.

«Cos'è quello?».

La voce del tuo compagno ti scuote.

«Cosa? Dove?».

La colt in pugno, ti avvicini a lui.

«Lassù!». Il suo indice ossuto punta verso le colline a nord. «Ho visto un luccichio! L'ho visto, l'ho visto!».

Gli cali una mano sulla spalla.

«Silenzio!».

Socchiudi gli occhi nella semioscurità, ma il deserto rimane fedele al suo nome.

La spalla di Geremia scricchiola sotto la tua presa.

«Ci stanno seguendo...».

Togli la mano e rimetti la pistola nella fondina.

«È una domanda… o un'affermazione?».

L'ometto scuote la testa e serra le labbra.

Non gli caverai nulla, per ora.

Dopo un pomeriggio in sella vorresti solo riposare, ma sulla frontiera i pigri sono parenti dei morti.

Vuoi arrampicarti a controllare (vai all'85), o ti accampi qui (vai al 68)?

 

17

I tre scorpioni nella figura sono di sostegno all’uomo, così come questo tempio era al servizio dei fedeli.

Vai al 13.

 

18

Inizia il combattimento con pistole (Estrarre: 10; Sparare: 12; Lottare: 8; Punti Vita: 20).

Se Jane Frexhi scende sotto i 7 Punti Vita, vai al 26; se invece muore, vai al 38.

Se muori tu, ma hai Scorpione Azzurro, vai al 22; altrimenti vai al 73.

Se dopo tre turni di combattimento, non si verificano le condizioni suddette, i tamburi delle pistole sono ormai vuoti e spuntano i coltelli.

Vai al 54.

 

19

Scivoli dall'amaca e avanzi ancheggiando verso i due sicari, mentre l'ometto si tuffa nel tuo capanno.

I due ti osservano e si scambiano uno sguardo; le pistole strette in pugno sono puntate verso terra.

«Hola muchachos!», le dita della tua mano destra scivolano lungo il cinturone, verso il calcio della pistola.

Un pistolero muove un passo verso di te, ma il compagno lo afferra per un braccio e accenna con il capo al rifugio dell'ometto.

«Stai indietro», ti sibila.

Se resti dove sei, vai al 40.

Se ti avvicini, vai all'86.

 

20

La vista ti si annebbia per un istante.

«Geremia!».

«Cosa?».

«Reggimi la torcia, io...».

L'ometto ti sfila la fiaccola dalle dita.

Una folata di vento turbina attorno a te.

Ti stai giusto chiedendo da dove vengano le correnti ora che siete sottoterra, quando ti fermi, interdetta: Geremia non è più nella sala, le pareti sono illuminate da quattro torce infisse in anelli di ferro e, davanti a te, c'è un murale.

Sbatti le palpebre e l'immagine vacilla per un attimo.

Vuoi guardarti attorno (vai al 37), o preferisci cercare di tornare alla realtà (vai al 15)?

 

21

Afferri il ramo di un arbusto e lo usi per non scivolare ulteriormente.

Il fusto della pianta emette dei rumori poco rassicuranti, ma regge il tuo peso.

Molli la presa e, un passo alla volta, guadagni il fondo del pendio.

Avanzi nelle tenebre fino ai cavalli, ansiosa di accamparti.

Geremia ti viene incontro, inarcando le sopracciglia.

«Ebbene?».

Vai al 68.

 

22

La pallottola di Jane Frexhi ti centra all'addome e barcolli all'indietro, addossandoti a una colonna.

La tua avversaria si fa avanti, l'arma spianata.

Te la vedi brutta.

O forse no.

Dalla tua tasca proviene un bagliore azzurro, così intenso nella semioscurità che entrambe distogliete lo sguardo.

È questione di un attimo, ma le tue ferite più gravi si richiudono e ti raddrizzi senza sforzo.

Estrai lo scorpione dalla tasca, la sua luce si affievolisce e la figurina si sgretola in cenere tra le tue dita (perdi Scorpione Azzurro).

Jane Frexhi sbatte le palpebre e digrigna i denti: non si è ancora arresa.

Riporta i tuoi Punti Vita a metà del valore iniziale, poi torna al 18 e finisci lo scontro, tirando nuovamente per l'iniziativa.

 

23

Ti sforzi di sorridere.

«Andiamo, Gerry, cosa vuoi che sia?». Avanzi di un passo e gli posi una mano sulla spalla, cercando di essere delicata. «Io davvero non saprei come fare, ma tu…», stringi impercettibilmente la presa sulle ossicine, «ma tu di certo hai studiato un sistema. Pensaci un attimo».

Geremia rabbrividisce sotto la tua stretta, quindi annuisce appena e fa un passo verso le figure di bronzo, borbottando tra sé.

Osserva per un istante i geroglifici, strizzando gli occhi, quindi torna verso di te.

«I tre scorpioni».

Indica con il pollice la porta dietro di sé.

Guardi sopra la sua testa.

«Devo premere quelli…?».

Scuote il capo.

«No, sono proprio quelli che non devi premere!». Arrischia un’occhiata alle proprie spalle e alza un dito ossuto. «I testi che ho consultato parlano sempre di uno scorpione. Uno solo, capisci!?». Lascia ricadere la mano lungo il fianco. «Tre scorpioni sono inconcepibili!».

«Ma quindi quale devo premere?».

«Ah, non lo so». Si stringe nelle spalle sottili. «Puoi anche fare testa e croce, se vuoi. Io non mi avvicino più».

Capisci che sarà inutile insistere e ti avvii sbuffando.

Vuoi premere sulla figura dello scorpione gigante che sovrasta un uomo a terra (vai all'84), sulla figura in cui l’uomo e lo scorpione sono separati da una riga verticale (vai al 63), o sulla figura dell’uomo inseguito da tre scorpioni (vai al 17)?

 

24

Il viaggio prosegue.

Per non affaticare le cavalcature, procedi al passo, affiancata da Geremia.

Ogni tanto lo guardi, aspettandoti istruzioni sulla direzione da tenere, ma l’ometto sembra soddisfatto così.

È come se anche tu sapessi dove andare.

«Dove vai?», stavolta te lo chiede.

«Dove vuoi che vada?», rispondi a tono all’ometto.

«Siamo arrivati, socia…».

Rimani basita e ti guardi intorno.

Con un minimo di attenzione in più, non ti ci vuole molto a intravedere - tra monumentali bracci di saguaro - i resti diroccati di una piccola costruzione.

Geremia è già smontato. Ti attende accanto alla struttura.

«Sai cos’è un teocalli?».

«Certo, cosa credi…? Di parlare a una contadinella ignorante?

Il Teocalli è la Casa di Dio. Ma qui non ne vedo».

«Esatto e sbagliato, al tempo stesso.

Il Teocalli degli antichi aztechi è la Casa di Dio. Esatto.

Qui non ci sono teocalli. Sbagliato». Si prende il tempo di gustarsi la tua meraviglia. «Ce l’hai sotto i piedi, socia…

Siamo in cima alla piramide». Anticipa la tua domanda. «Può essere stato un caso. I venti qui sono forti. Oppure un occultamento voluto dagli stessi aztechi per proteggere il tempio dai conquistadores.

Oppure… perché no… il Dio ha voluto così.

In ogni caso, qui il tempo ha letteralmente sepolto il passato; per fortuna nostra…».

Non sei di buon umore come lui. Avverti una presenza incombente nell’aria.

Ti domandi quale Dio ami così tanto la sabbia del deserto.

E davanti ai tuoi occhi fissi, meditabondi, puntati a terra, uno scorpione affiora dalla sabbia e vi scompare poco più avanti.

Ti riscuoti, a stento sei sicura di quello che hai visto.

«Geremia… l’hai visto anche tu…?».

«Che cosa?».

«No, niente…».

Forse è stato solo un parto della tua mente, forse qualcuno ha risposto alla tua silenziosa domanda.

E se è stato qualcuno, è stato l’inquilino della casa…

«Avanti… non perdiamo tempo…», Geremia sembra ringalluzzito dalla prospettiva di mettere le mani sul tesoro, e come fosse stata casa sua, si avvicina con disinvoltura all’ingresso della struttura. «Nessun altro l’ha scoperto… nessun altro…». È visibilmente soddisfatto. «Ci occorrono delle torce, Chiquita».

Ti dai da fare e gli fai avere ciò che ha chiesto.

L’esplorazione ha inizio.

Ma puoi chiamarla discesa.

Il clima secco ha mantenuto in buone condizioni la scalinata in pietra che scende all’interno del tempio.

Sceso l’ultimo gradino, vi ritrovate in un’ampia sala.

Ispezionate cautamente i margini della stessa e constatate l’esistenza di due aperture.

Se ti soffermi a studiare la struttura, vai al 49; se vuoi lasciarti andare, vai al 20.

Altrimenti, potete dirigervi a destra (vai al 14), o a a sinistra (vai al 52).

 

25

Ti volti verso Geremia, che ha sprecato il primo colpo della derringer e sta lottando contro l'animale, che lo ha azzannato al braccio sinistro.

Ti muovi verso di lui, quando noti a terra un foglietto di carta, cadutogli assieme ad altre cose dalla borsa.

Scarabocchiato sopra, c'è uno scorpione azzurro.

Ti fermi, interdetta.

Vai al 45.

 

26

Il tuo ultimo colpo è quello decisivo.

La tua avversaria strabuzza gli occhi, lascia cadere l'arma e posa un ginocchio a terra.

«Basta… ti prego… sto crepando…», Jane Frexhi ne ha abbastanza.

Si è fatta molto più umile con la pancia bucata e ora cerca di trattare. Non è più tanto giovane e si tiene cara la pelle.

La guardi in silenzio, mentre ricarichi la colt.

Se decidi di non lasciarle scampo, dalle il colpo di grazia al 38; se pensi che per essere davvero grandi bisogna preoccuparsi di tenere in vita i propri nemici, vai al 2.

 

27

«Ehi, un momento, socia…», Geremia rimane fortemente perplesso. «Ti ho solo chiesto di andare avanti, per farmi rifiatare un po’…

Io ti pago per scortarmi. Non sono un uomo d’azione, lo sai».

«E se il pericolo venisse da dietro?».

«Correrò il rischio, ma in questo momento è più facile che il pericolo si trovi davanti a noi».

L’ometto non si fa convincere.

Scegli se fermarti a osservare (vai al 32), o proseguire dritto (vai al 62).

 

28

Bang

La derringer di Geremia unisce la sua voce al vostro duetto.

Il proiettile sibila accanto alla testa del puma, sfiora il tuo orecchio e centra la parete.

La bestia decide di averne abbastanza, si stacca da te e scompare su per la scalinata.

Ti appoggi alla parete.

«Grazie per l'aiuto».

Geremia fa ruotare la pistola sul guardamano con un sogghigno soddisfatto, finché l'arma non cade a terra.

In silenzio, si china a raccoglierla.

Lo imiti, quindi vi avviate per il passaggio.

Vai al 70.

 

29

Ti guardi intorno.

Hai visto troppe frane nei canyon della Sierra Madre per non capire che tutta la baracca sta per crollare. Presto, prima di subito.

Eppure un'occasione così ti capita una volta nella vita, se sei fortunata.

Vuoi scappare (vai al 4), o raccogliere il tesoro (vai al 30)?

 

30

Afferri una delle statue ingioiellate e te la carichi in spalla con un grugnito.

Geremia, bianco in viso, stringe al petto ossuto una manciata di amuleti.

Nel terreno si apre una crepa seghettata. Non avete bisogno di altro incoraggiamento per mettervi a correre. O almeno questo è il piano.

Il mondo ti cade letteralmente addosso.

La tua avventura è finita, Chiquita.

Hai preteso troppo da te stessa e dalla fortuna!

Il tesoro sulle spalle ha rallentato fatalmente la tua fuga.

Geremia muore con te.

Jane Frexhi e il Dio Scorpione ti hanno tenuto con loro, per sempre!

 

31

«Non importa». Ti stringi nelle spalle, torreggiando su Geremia. «Abbiamo già perso troppo tempo: scendiamo».

«Come sarebbe a dire “scendiamo”!?».

Fai un profondo respiro, mettendo a dura prova i bottoni della camicetta.

«Nel senso che adesso ti volti anche tu e ripercorri verso il basso questa scalinata». Indichi con la mano libera la stanza in fondo. «Oppure te ne resti lì fermo e io ti passo sopra».

Geremia sorride.

«Minaccia o proposta?».

Il suo viso rugoso è reso ancora più grottesco dalla luce tremolante.

«Per me è una promessa».

Muovi un passo. Geremia strilla ed evita per un pelo che il tacco del tuo stivale gli schiacci il piede.

Fa un passo indietro, scivola e fa tutte le scale di corsa cercando di riprendere l'equilibrio, finché atterra a sedere nella sala dell'affresco sotto di te.

In pochi secondi lo raggiungi, ma con le tue gambe.

Gli porgi una mano, che lui accetta senza fare storie, e lo alzi di peso.

Geremia si spazzola il fondo dei calzoni, si aggiusta il cilindro che gli è rimasto in testa per miracolo e ti guarda scuotendo la testa.

Gli sorridi, prima di avviarti, rimuginando sulla scaglia misteriosa.

Vai al 70.

 

32

«Diablo! C’è uno scorpione su questa roccia…». «Cosa? Non avvicinarti…», ti ammonisce Geremia. «È dipinto, socio. Non è uno scorpione vero». «Ah beh… e allora cosa vuol dire?». «E io che ne so? Sono la tua scorta, non un’esperta di antichi graffiti…». «Non potrebbe essere un avvertimento?». «Lo credo anch’io, dobbiamo procedere con molta cautela…».

Vai al 5.

 

33

Ti allontani dalla colonna che ripara Geremia.

«Questi sono anche affari miei, vecchia gallina. Lui è il mio datore di lavoro».

«Davvero? Una volta era il mio…».

«Adesso non lo è più…», il tuo tono è di aperta sfida, il calore del sangue prende il sopravvento.

«Sai cosa vuol dire questo?». Non giunge alcuna risposta. «Vuol dire che ti farai gli affari tuoi in questa bella fossa…», e ti mostra un sorriso da iena, cupo e agghiacciante; la pistola stretta in pugno, pronta a sparare.

L’unico argomento rimasto è il piombo.

Se vuoi imitare Geremia e cercare un riparo, vai al 46; se vuoi aprire il fuoco, vai al 18.

 

34

Jane ti ha fregato, Chiquita!

È più vecchia di te, ma ancora letale.

«Ti ho fottuto!», grida vittoriosa, mentre la sua lama guizza verso il tuo cuore.

TUNK

La punta del coltello affonda nella tua camicetta e si ferma lì.

Jane ritrae l'arma, infilzata nel medaglione: sei salva!

Per ora.

Con un ringhio la Frexhi getta da parte il monile e si fa nuovamente sotto.

Perdi Monile Dorato, torni al 54 e finisci il duello, ignorando la perdita di Punti Vita dell'ultimo scontro.

 

35

«E sia». Alzi gli occhi al soffitto. «Ma questa è l’ultima volta che ti tolgo le castagne dal fuoco».

Volti le spalle al ghigno soddisfatto di Geremia e torni verso l’ingresso.

Vuoi premere sulla figura dello scorpione gigante che sovrasta un uomo a terra (vai all' 84), sulla figura in cui l’uomo e lo scorpione sono separati da una riga verticale (vai al 63), o sulla figura dell’uomo inseguito da tre scorpioni (vai al 17)?

 

36

L’ultimo colpo abbatte il felino in una pozza di sangue, più che altro suo.

Il predicatore nel tuo villaggio diceva sempre che voi uomini eravate la bestia più pericolosa del Creato. Quel vecchio Padre nemmeno immaginava quanto fosse vero.

«Geremia», chiami il tuo compagno. «Accarezza il gattino».

Il tuo socio avanza di un passo e sfiora la carcassa con la punta di una scarpa.

«MIAO», urli tu.

L'ometto spicca un balzo di mezzo metro e si appoggia al muro, ansante.

Si poggia una mano sul petto e mormora qualcosa su una certa figlia.

Lo ignori.

Il puma morto è più interessante. Soprattutto per quello che ha attorno al collo: un monile dorato.

Sfili la catena sopra la testa della bestia e la mostri a Geremia, che intanto si è ripreso.

«Cos'è?».

«Lo chiedo io a te», ribatti.

Il piccoletto rumina, osservando il medaglione alla luce della torcia.

«Ecco...».

«Ecco cosa?», lo incalzi.

«Si direbbe un monile d'epoca pre-colombiana, finito al collo di questa bestia per caso».

«Come se avesse infilato il muso in un mucchio di questi aggeggi?».

Osservi meglio il monile, ma presenta solo un disegno geometrico.

Geremia si stringe nelle spalle sottili.

Ignorandolo, ti metti al collo il gioiello, facendolo scivolare sotto la camicetta, fino a sparire fra i tuoi seni.

Il corridoio vi attende.

Acquisisci Monile Dorato e vai al 70.

 

37

Avanzi di un passo, la visione è realistica, al punto che senti l'odore della resina che brucia.

Il murale davanti a te è dipinto con colori vivaci e rappresenta un grande scorpione azzurro, posato su un piedistallo, la coda pronta a colpire e le chele spalancate.

Alla sua sinistra, c'è una fila di figure umane, prostrate in adorazione; alla sua destra, un lungo corridoio costellato da torce accese.

Ti avvicini per guardare meglio il disegno, quando il pungiglione azzurro si muove, staccandosi dalla parete.

Vai al 15.

 

38

«Porta i miei saluti a Messer Satanasso!», prendi la mira e spari.

BANG

Dopo l’ennesimo colpo, Jane Frexhi stramazza a terra.

Enough is enough, è troppo anche per una dura come lei. L’imprevisto è risolto. Geremia avrà tempo per spiegarti i dettagli.

La Frexhi va a morire in un angolo, squittendo nel buio come un grosso ratto.

C'è tempo per dare un'ultima occhiata in giro.

RUMBLE

Un boato scuote il tempio.

C’è decisamente qualcosa che non va. E cominciano a piovere detriti dal soffitto!

Se non è l’ira degli dei aztechi, sta di fatto che qualcuno ve la tira.

«Muoviamoci, per dio!», chiami Geremia a gran voce.

Ma forse è proprio un dio, il Dio-Scorpione, ad avercela con voi!

Sembra ansioso di trattenervi con lui per sempre.

C’è davvero poco tempo per riuscire a fuggire, tutto sembra crollare intorno a voi!

Se cerchi di portare via il tesoro, vai al 55; se lo abbandoni e fuggi a gambe levate, vai al 4.

 

39

«Credevi fosse tanto facile liberarsi di me?», la pistolera lo fissa gelido. «Ti sei messo con questa puttana, ma ti è andata male, nanetto…».

BANG

Indirizzando il colpo con grande precisione, Jane sfiora Geremia lungo la guancia, terrorizzandolo.

Il sangue comincia a colare come in una rasatura maldestra.

«Il resto… dopo…

E tu, puttana, fatti gli affari tuoi».

La pistolera è veloce e ci sa fare.

Più che una punizione per Geremia, è stato un colpo dimostrativo, sparato per intimorirti.

Il tuo socio, comunque, coglie al volo il suggerimento e sgattaiola dietro una colonna.

Sta a te, adesso, scegliere.

Se decidi di attaccare, sfruttando la distrazione di Jane, vai al 72.

Se preferisci discutere in altro modo, vai al 33.

 

40

Rimani immobile, sorriso dipinto in faccia e mani sul cinturone.

Uno dei due uomini avanza verso il capanno.

«Esci con le buone o con le cattive?».

Bang

Buona risposta.

Il pistolero si tuffa a terra, punta l'arma verso il capanno e risponde al fuoco.

«Aiuto!», strilla da dentro l'ometto.

Non sai se dargli una mano o meno, ma il secondo sicario decide di non correre rischi: ti punta contro la pistola, mentre le tue dita si stringono sul calcio della colt.

Inizia il duello (Estrarre: 10; Sparare: 8; Punti Vita: 12).

Se vinci, vai al 10.

 

41

Mentre ti aggiri per la sala, il tuo occhio è attirato dalle storie di pietra sulle colonne.

Hanno stili diversi, ciò vuol dire che vi hanno lavorato differenti scultori, in tempi diversi, anche lontani fra loro.

Il tema narrato è però sempre lo stesso: le scene incise rappresentano uomini o donne che si alzano da terra dopo che uno scorpione gigante li colpisce con la sua coda; questi individui, allora, si prostrano adoranti davanti all’animale.

In sostanza sembrano scene di ringraziamento per insperate guarigioni.

«Non tutti gli scorpioni vengono per nuocere…», sussurri fra te.

E corri con la mente a quegli attimi fatali, in cui - ormai morente - fosti punta da uno scorpione, nei budelli della Sierra.

Il medico aveva escluso collegamenti con la tua miracolosa guarigione, ma adesso hai la conferma che quello scorpione non fosse lì per caso…

«Qui non c’è proprio niente, socia», Geremia ti scuote dai tuoi pensieri. «Né tesoro, né trappole».

«No, forse qualcosa c’è…».

«E cosa?», si riavvicina incuriosito.

Lo fissi per un attimo.

«C’è che dobbiamo andare dall’altra parte…».

Non ti fidi, tieni per te quello che hai scoperto.

In fondo anche lui ha occhi per guardare, come te.

«Hai ragione, torniamo indietro».

Sollevi la torcia. Dalla predella proviene un riflesso.

«Aspetta».

Geremia, vicino all’uscita, ti guarda da sopra la spalla.

«E ora?».

«Voglio esaminare la predella».

Il tuo socio scuote la testa.

«Hai appena detto che dovevamo andarcene».

«E ci ho ripensato», sorridi. «Sai come siamo fatte noi ragazze».

«No che non lo so».

Il tuo sorriso si allarga.

«Ci avrei giurato», sussurri, voltandoti verso il fondo della sala.

Geremia sbuffa, ma lo ignori.

Il luccichio è ancora visibile, ma nella penombra non capisci di cosa si tratti.

Se vuoi controllare, vai al 64; se preferisci tornare indietro, vai al 67.

 

42

«Ci metterò solo un attimo!».

Senza attendere risposta, ti giri e torni a inginocchiarti accanto alla predella.

Allunghi la mano libera.

Le tue dita si serrano su una superficie liscia e fredda.

Fai scorrere i polpastrelli su di essa, quando una puntura ti strappa un grido di dolore.

«Ahia!».

Ritrai la mano e porti le dita alla bocca, il sapore del sangue sulla lingua.

«Che ti avevo detto?», ridacchia Geremia.

Lo ignori, allunghi di nuovo la mano e afferri più saldamente l’oggetto, quindi lo sollevi, ammirandolo alla luce della torcia.

Stringi in pugno un antico coltello di metallo, forse bronzo, la lama ricurva lunga quanto il tuo avambraccio e modellata come la coda di uno scorpione.

«Sacro sudore di serpe…», mormora Geremia, sopra la tua spalla.

Ti volti.

«Dovresti smetterla di comparirmi da dietro senza preavviso, socio. Può far male alla salute». Gli piazzi la lama sotto gli occhi, senza smettere di sorridere. «Alla tua, ovvio».

Geremia fa un passo indietro, lo sguardo catturato dal tuo ritrovamento.

«Un coltello sacrificale!».

Allunga una mano rugosa, ma tu ti raddrizzi, mettendo l’arma fuori dalla sua portata.

«Eh no». Scuoti la testa. «Questo me lo tengo io».

Infili il coltello nel cinturone, sul lato opposto rispetto alla fondina.

Geremia si stringe nelle spalle, la luce nei suoi occhietti che si affievolisce.

Quindi si volta e si avvia verso l’uscita.

Acquisisci Coltello dello Scorpione e vai al 67.

 

43

Maledici il periodo di inattività forzata che ti ha resa lenta e ancora più pesante, mentre l'ultimo colpo del pistolero ti raggiunge.

Barcolli, la colt quasi ti scivola dalle mani sudate; ti appoggi all'albero per reggerti.

L'uomo sorride e ti punta contro l'arma.

Chiudi gli occhi.

Bang

Li riapri.

Il sicario è in piedi, fa un passo avanti e crolla a faccia in giù.

Alle sue spalle, il viso pallido raggrinzito in una smorfia e una derringer fumante in mano, c'è l'ometto, che fa capolino dalla soglia.

Tiri su col naso e ti raddrizzi, la mano sinistra premuta sulla vecchia ferita, adesso più dolorosa che mai.

«Bene… adesso siamo pari», ti avvicini all’ometto barcollando sulle gambe.

«Uno per uno, è vero, ragazza: siamo una società…».

«Di cosa stai parlando?».

«Del fatto che adesso mi ritrovo senza più aiutanti…».

«Lavoravano per te?!».

«Già… proprio così…

È vero, potevo scegliere meglio, ma magari con te sarò più fortunato…

Sempre che tu sia in grado di seguirmi, con quel…».

«Con questo buco?», allarghi la mano dalla ferita, «non è niente, ne ho viste di peggio.

Se i soldi sono buoni, ti seguirò fino all’inferno».

«Non ti chiedo tanto, bella señorita, anche se non sarà una passeggiata».

Mentre cerchi di rattopparti alla meglio le ferite, l’ometto ti snocciola la sua storia.

Lui è Geremia Jacobs, il socio unico della “Jacobs Antiquities & Co.”, con prestigiosi negozi di antiquariato a Boston e Philadelphia.

In ballo c’è un antico tesoro, sepolto nelle sabbie del deserto.

1.000 dollari è il compenso per fargli da scorta fino a destinazione e ritorno.

500 subito e 500 a lavoro finito.

I buchi adesso fanno meno male.

Vai all'8.

 

44

Rimani in piedi, mentre Geremia inizia a russare leggermente.

Trascorri due ore a fissare le fiamme; ogni tanto ti alzi per sgranchirti e fai un giro dell'accampamento.

Un coyote ulula lontano, ma niente vi disturba.

Stai per andare a dormire anche tu, quando Geremia geme qualcosa.

Ti avvicini all'ometto, inclinando il capo da una parte.

Ha la fronte imperlata di sudore e la sua mano destra, scivolata fuori dalla coperta, si contrae ritmicamente.

«Scorpione, scorpione...». Le parole sfuggono dalle sue labbra. «Scorpione azzurro... coyote...».

Sbatti le palpebre e ti chini su di lui: può essere una coincidenza?

Geremia si volta di scatto e biascica ancora qualcosa, poi tace.

Attendi accovacciata per alcuni minuti, ma sembra non abbia intenzione di parlare.

Ti sdrai accanto al fuoco, dalla parte opposta, e ti avvolgi nella coperta.

Il sonno arriva subito.

Recuperi 2 Punti Vita.

Vai al 24.

 

45

«Aiuto!».

La voce di Geremia è stridula quanto l’ululato di un coyote.

Corri in suo aiuto mentre lui, con uno sforzo, piazza la canna della derringer contro la tempia dell'animale e preme il grilletto.

La testa del coyote esplode, Geremia lascia cadere l'arma e crolla in ginocchio.

Rinfoderi la colt.

«Tutto bene?».

«Benissimo».

Muovendosi carponi, raccoglie gli oggetti scivolati dalla borsa durante la colluttazione.

«Prossima domanda stupida?».

«Mi sto solo preoccupando per te, socio». Sottolinei l'ultima parola.

Geremia chiude la borsa, si siede sui talloni e alza lo sguardo su di te.

«I coyotes non ci avrebbero attaccati, eh?». Scuote la testa, quindi si rialza.

Ti mordi la lingua per non rispondergli a tono, ma devi ammettere che non ha tutti i torti: hai viaggiato per anni in queste terre e non hai mai visto coyotes attaccare due uomini.

Che fossero davvero affamati?

Accendi il fuoco e prepari una cena, mentre Geremia si applica una fasciatura al braccio.

Mangiate in silenzio, dopodiché il tuo socio ti lancia un'occhiataccia e si corica sotto le coperte.

Rimani a fissare le fiamme per alcuni minuti.

Vuoi metterti a dormire anche tu (vai al 6), o preferisci restare sveglia (vai al 44)?

 

46

Alzi la sinistra, il palmo rivolto verso Jane.

«Aspetta, cerchiamo di ragionare», accenni col pollice alla stanza dietro di te. «Qua c'è abbastanza roba per tutte e due», ignori il gemito di Geremia.

«Stupida vacca!», ribatte la Frexhi, armando il cane.

Estrai la pistola mentre lo sparo della tua avversaria riecheggia nella sala.

Vai al 18, ma ricorda che hai perso automaticamente l'iniziativa.

 

47

La belva ti è addosso prima che tu possa reagire; l'urto ti strappa l'arma di mano e la colt rotola in un angolo.

Devi sbrigartela alla vecchia maniera, coltello e pugni contro zanne e artigli (Lottare: 15; Punti Vita: 14).

Se vinci in tre scontri o meno, vai al 36; se ti occorrono più di tre scontri, vai al 28.

 

48

La pallottola centra l'animale a mezz'aria, facendolo ricadere in mezzo alla sala.

Il puma emette un miagolio addolorato, poi scappa verso le scale, correndo su tre zampe.

Rinfoderi la colt.

«Che dici, socio?», chiedi a Geremia. «Lo ritroveremo presto?».

Il tuo compagno rimane immobile, quindi si asciuga il sudore dalla fronte e scuote il capo.

Vi avviate in silenzio.

Vai al 70.

 

49

L'aria viziata del sotterraneo non copre del tutto un altro aroma, tenue ma pungente: un animale selvatico ha trovato rifugio qui.

Ti guardi intorno.

Il pavimento roccioso non rivela tracce, ma un mucchietto di sterco e un ciuffo di peli vicino alla galleria di destra confermano il tuo sospetto.

Geremia non se ne è accorto e hai tutto l'interesse a lasciarlo all'oscuro.

Se vuoi lasciarti andare, vai al 20.

Altrimenti scegli se voltare a destra (vai al 14), o a sinistra (vai al 52).

 

50

«Andiamo, Geremia… non vorrai che mi rovini i tacchi… no?», gli sorridi senza rancore.

Trasmetti la fiamma alle torce appese alla parete e al tempo stesso avanzi cautamente.

Ti viene in mente una particolare versione del classico mito del minotauro.

Te la raccontò un professore sequestrato dalla tua banda.

In questa maliziosa versione la luce giocava un ruolo fondamentale, perché consentiva ai sacerdoti del labirinto, ove si credeva vivere il mostruoso essere, di leggere - sulle pareti dei corridoi sotterranei - minuscole indicazioni sul percorso da seguire, altrimenti invisibili.

Non sarebbe dunque stato il leggendario filo di Arianna ad aiutare Teseo a uscire dal labirinto, ma questa preziosa informazione e le torce utili a sfruttarla.

Arianna, in effetti, fu poi abbandonata dall’Eroe, come se avesse fallito o non fosse stata utile.

Poco dopo, ricevi un’importante conferma: in mezzo al corridoio, scarsamente visibile, individui una coda stilizzata di scorpione.

Sembra di ferro, grande più o meno come una navaja, posta a un metro abbondate da terra, ossia all’altezza del torace di un soggetto di media altezza.

Avanzando con scarsa luce, o peggio correndo, sarebbe destinata a trafiggere il malcapitato…

«Vista? Dobbiamo fare attenzione…», e continui ad accendere le fiaccole poste lungo il percorso, mantenendo alta la guardia.

Poco oltre, vieni colta da una forte sensazione di pericolo, anche se non noti nulla di anormale, almeno a prima vista.

Se hai Individuazione Tracce, vai al 5.

Se decidi di fermarti e osservare meglio, vai al 32.

Se preferisci non perdere tempo e proseguire normalmente, vai al 62.

Se inviti Geremia a darti il cambio, mandandolo avanti, vai al 27.

 

51

L’ometto si ferma e si fermano pure quelli che lo inseguono.

Oltre a fermarsi, si guardano intorno e ti vedono: d’altronde non hai certo una figura facile da nascondere.

È evidente che devono farlo fuori e che preferiscono farlo in privato. E tu li disturbi.

Non puoi continuare a ignorarli: pur infastidita, sei costretta a muoverti dall’amaca, o finirai male.

Bang

Appena il tempo di metterti dritta - con il pesante petto che ancora ti ballonzola nella camicetta - che uno sparo risuona nell’aria torrida. L’ometto ha fatto fuoco con la sua piccola derringer, centrando in fronte uno dei pistoleri, approfittando del diversivo che hai involontariamente creato.

BANG

E tu fai altrettanto…!

L’altro pistolero si è voltato nella direzione sbagliata, e tu l’hai freddato al primo colpo.

In fondo erano in due contro uno: adesso hanno avuto il fatto loro.

Ti avvicini all’ometto con la colt spianata. Nella derringer c’è un altro colpo e non gli permetterai di usarlo.

Lui riflette bene prima di fare mosse imprudenti.

Accenna a mollare l’arma e tu annuisci.

La derringer cade a terra.

Vai al 56.

 

52

Il passaggio sbuca dopo pochi metri in una sala più ampia di quella da cui provenite.

Due file di colonne istoriate partono dall'ingresso e arrivano fino a una predella sul fondo.

Tutto è coperto da uno spesso strato di polvere e non sembrano esserci altre uscite.

«Un tempio», sussurra Geremia.

Rimani immobile, la torcia alta sopra la testa.

«È la sala che cerchiamo?».

«Così vicino alla superficie?». Stringe le labbra sottili. «Non credo. Però potrebbe esserci lo stesso un tesoro...».

«O una trappola…».

Vuoi esplorare questa sala (vai al 41), o imboccare l'altro passaggio (vai al 67)?

 

53

Il proiettile sibila sopra il puma e si perde nell'oscurità.

L'animale balza verso di te, con un soffio di scherno.

Vai al 47.

 

54

Inizia il Combattimento Corpo a Corpo.

Avete entrambe il vostro coltello.

Se hai Coltello dello Scorpione, puoi sfruttare la sua lama micidiale (nel calcolo dei danni non applicare correttivi, è come se stessi usando una pistola).

Bada bene, la rabbia è tanta: la morte aleggia nell’aria!

Se Jane Frexhi scende sotto i 3 Punti Vita, vai al 26.

Se muori e hai Monile Dorato vai al 34; altrimenti vai al 73.

Se uccidi Jane, vai all'11.

 

55

«Il tesoro, svelto!», allunghi una mano verso Geremia, ma lui si ritrae.

Dal soffitto crolla una pioggia di calcinacci.

«Sei pazza!? Usciamo da qui!».

Un boato più forte scuote la sala.

«A mani vuote?», urli per sovrastare il frastuono.

Geremia fa per risponderti, quando una colonna portante si spezza in due, rovinando al suolo. La polvere ti acceca per alcuni istanti e, quando riapri gli occhi, Geremia è addossato alla parete con le mani premute sulle orecchie.

Se hai Scorpione Azzurro, vai al 65; se non lo hai, ma hai Sopravvivenza, vai al 29.

Se non hai né Scorpione Azzurro, né Sopravvivenza, puoi prendere il tesoro (vai al 30), o scappare a gambe levate (vai al 4).

 

56

I due pendagli da forca sono morti.

Per questa volta hai risparmiato al contribuente la paga del boia e il costo della corda.

«Avanti… sputa il rospo», ora che il campo è libero, ti avvicini all’ometto e lo incoraggi a parlare, senza tanti fronzoli.

«Beh, ecco… io-io… mi chiamo Geremia Jacobs, signora… e sono stato aggredito da questi due lestofanti.

La ringrazio molto per avermi aiutato. Presso il più vicino paese, la proporrò per un encomio.

Sa… io sono il socio unico della “Jacobs Antiquities & Co.” e la mia attività è molto rinomata sia a Boston che a Philadelphia…», sembra più alto del suo metro e cinquanta, adesso.

«Gli altri soci che fine hanno fatto?».

«Quali soci, mi scusi…».

«Jacobs & Co… che fine hanno fatto i suoi compagni?».

«Oh beh… veramente non ho mai avuto soci, ma suonava così bene che ho deciso di chiamarla così…».

«Adesso vuole dirmi perché questi due volevano farle la pelle?».

«Signora, mi scusi, non potrebbe…». Decidi di accontentarlo e rinfoderi la colt. «Se permette… io adesso sono molto stanco e di queste cose ne parlerò con lo Sceriffo del più vicino paese…».

Ti muovi verso l’ometto e lo afferri per il bavero della camicia, alzandolo sulla punta delle scarpe con una mano sola.

«Ascoltami bene, imbecille: qui di vicino non c’è assolutamente nulla, e tantomeno uno Sceriffo.

Poco fa stavo riposandomi sulla mia amaca e per causa tua sono dovuta scendere.

Non solo mi hai messo di malumore, signor socio unico, ma hai anche lasciato un mucchio di letame in giro.

Ti mostrerò un badile; con quello scaverai due belle fosse e ci metterai dentro le carogne che ti sei portato dietro.

E in questo frattempo mi racconterai tutto.

Se alla fine sarò rimasta contenta, le fosse rimarranno due.

Altrimenti… dovrai scavarne una terza», lo guardi fisso negli occhi, per fargli capire che non stai affatto scherzando.

Le due fosse sono pronte, l’ometto ha scavato bene, e alla fine del lavoro sei rimasta abbastanza contenta.

Non sai ancora se ha sputato tutto il rospo, ma un bel po’ di pezzi sono usciti fuori.

Il signor Jacobs ha scelto i suoi collaboratori tra gli avanzi di galera dello Stato e questi hanno pensato bene di prendere in mano il gioco. Dopo, però, hanno incontrato te e l’ometto è rimasto senza collaboratori.

Gli hai offerto di rimpiazzarli e lui ha accettato.

In ballo c’è un antico tesoro sepolto nelle sabbie del deserto.

1.000 dollari è il prezzo del tuo onorario per fargli da balia fino a destinazione e ritorno.

500 subito e 500 a lavoro finito. La giornata non è poi cominciata così male.

«Adesso hai una socia, Geremia».

«Sarai tu la mia “Company”?», l'ometto accenna un sorriso.

Lo fissi.

«Solo in affari, amigo».

Vai all'8.

 

57

Protendi la mano.

«Ho trovato questa». La scaglia brilla sul tuo palmo calloso e impolverato. «Ne sai nulla?».

Geremia avvicina il viso a pochi centimetri dall'oggetto, quindi si raddrizza di scatto.

«No!».

L'urlo riecheggia nella scalinata.

Inclini il capo da un lato.

«“No”, cosa?».

«No», ripete lui.

«E fin qui ci siamo». Ti chini verso di lui. «Si può sapere che ti è preso?».

Il viso di Geremia assume un colore terreo.

«Possiamo rimandare a dopo questa conversazione?».

Ti raddrizzi.

«Cambia qualcosa se rispondo “sì” o “no”?».

Geremia scuote il capo.

«No», geme. «Ma non ti preoccupare». Fa un respiro profondo e riacquista un po' di colore. «Al momento giusto saprai tutto».

Questi sbalzi di umore cominciano a darti sui nervi.

«Se lo dici tu...».

Lui annuisce vigorosamente, il cilindro che ballonzola sulla testa appuntita.

«Sì, fidati».

Acquisisci Paillette e vai al 31.

 

58

L'animale è più veloce di te, che non sei una scheggia nemmeno nei giorni migliori.

Tu, però, non sei una preda come le altre!

Afferri al volo le zampe della belva, ignorando i graffi (perdi 1 Punto Vita), e ti getti all'indietro, sperando che Geremia si scansi.

L'animale, trascinato dal proprio slancio, vola sopra di te e atterra in fondo alla sala.

Rotoli su un fianco estraendo la colt. Il puma è già sulle quattro zampe.

Al soffio del felino, risponde il ruggito della pistola.

Lancia due dadi e somma il tuo punteggio relativo a Sparare, oltre a eventuali bonus: se ottieni 17 o più, vai al 48; in caso contrario, vai al 53.

 

59

Con un lancinante cigolio, il portone si dischiude!

Lo Scorpione Azzurro, con la sua potenza divina, sovrasta il destino dei mortali.

Hai scelto bene, o sei stata fortunata…

Varcate prudentemente la soglia, Geremia sempre attaccato al tuo sedere.

E finalmente tanti rischi sono ora ripagati: davanti ai vostri occhi scintillano i tesori del tempio!

Neanche la polvere dei secoli riesce a offuscarli.

«Ce l’abbiamo fatta!», esclama Geremia.

«È presto per dirlo…», una gelida voce femminile risuona a breve distanza.

E non è la tua, Chiquita!

Ti volti. Geremia, letteralmente attaccato alle tue sottane, viene proiettato di lato.

Sulla soglia appare una figura massiccia.

Per un attimo hai l’impressione di guardare in uno specchio.

Ma è un attimo. E gli attimi passano.

«Chi va là?».

Parli a bassa voce, eppure tutto rimbomba.

«Io».

La donna avanza di un passo.

È massiccia e corpulenta, quasi quanto te, ma ti supera di mezza testa.

Ha anche una ventina d’anni più di te e pensi che potreste essere benissimo madre e figlia… se non fosse che tua madre la conosci bene.

La donna ha un viso duro e scavato da alcune rughe, corti capelli biondicci e indossa un camicione rosa, impolverato dalla sabbia del deserto, aggressivamente allentato fino allo stomaco; intorno al collo spicca un foulard costellato di lustrini: un vezzo tipicamente femminile, ma insolito per una pistolera.

Attorno ai fianchi massicci porta un cinturone, con la fondina sul ventre. È una professionista.

Posa gli occhi gelidi sul tuo socio.

«Allora, non mi saluti?».

Se hai Paillette, vai al 78; altrimenti vai al 9.

 

60

Tenendo la torcia bene alta, risali i primi gradini.

Il tacchettio delle scarpe di Geremia ti segue fino a metà della rampa.

Ti fermi a prendere fiato, quando qualcosa brilla sul gradino davanti a te; ti chini e raccogli una piccola scaglia luccicante.

Sbatti le palpebre. L'oggetto posato sul tuo palmo ha una sfumatura rosa ed è più o meno la metà della tua unghia.

Non ne hai mai visto uno prima e non capisci cosa sia, anche se non sembra roba antica e dubiti che fosse lì quando siete scesi.

«Allora», squittisce alle tue spalle Geremia. «Perché ti sei fermata?».

Ti volti sulla scalinata.

«Perché sì».

«Non è una risposta».

Vuoi mostrargli il tuo ritrovamento (vai al 57), o preferisci di no (vai al 31)?

 

61

Piroetti su te stessa e abbassi gli occhi su Geremia.

«E invece tocca a te, socio».

L’uomo ti fissa, gli occhi sbarrati e le labbra tese in un sorrisetto.

«Hai sentito!?».

«No».

Ti chini su di lui, le mani sui fianchi.

«Allora sturati le orecchie». Prendi fiato. «Ho detto che tocca a te scegliere come aprire questa porta». Ti raddrizzi con un grugnito. «Io ti guarderò le spalle».

Geremia arretra di un passo, scuotendo la testa.

«È pericoloso», mormora. «Non saprei proprio».

Pare che tu debba fare un ulteriore sforzo per convincerlo.

Vuoi usare le buone maniere (vai al 23), importi con la forza (vai al 76), o ricordargli dei tesori che vi attendono oltre la porta (vai al 3)?

 

62

Non vedi l’ora di arrivare alla fine del tunnel e chiudere la partita.

SCRICK

TUMP

«Ahhh…!», l’urlo di Geremia.

Tutto si è svolto in un attimo. Le lastre del pavimento si sono aperte sotto i tuoi piedi!

Il tuo peso non ti ha certo aiutato.

Se hai Sopravvivenza, vai al 75; altrimenti, vai al 79.

 

63

La linea che divide uomo e scorpione ti pare significativa: un confine fra te e il suo veleno.

Vai al 13.

 

64

Attraversi la sala a lunghi passi, i tacchi dei tuoi stivali riecheggiano sul pavimento di pietra.

La predella, invece, non è di pietra, come avevi pensato, ma di metallo brunito coperto dalla polvere dei secoli.

Ti inginocchi, la torcia alta sopra di te.

Il luccichio non viene dalla predella, ma da un oggetto metallico caduto dietro di essa.

Allunghi una mano per prenderlo.

«Non toccare!», urla Geremia.

Ti volti di scatto, il suo viso a distanza di bacio dal tuo, il sangue che ti ribolle nelle orecchie, mentre l’eco dell’urlo si perde in lontananza.

Sospiri e ti porti una mano al petto; il tuo cuore martella come una mandria di bisonti.

Geremia ti fissa terreo.

Poggi la mano libera sul pavimento e ti rimetti in piedi, torreggiando sull’ometto.

«Si può sapere cos'hai da urlare?», sibili. «Meno male che avremmo dovuto agire in segreto».

«Potrebbe essere pericoloso».

Alzi gli occhi al soffitto.

«Tutto è pericoloso qua dentro, nel caso ti fosse sfuggito.

O ti sei scordato perché mi hai assunto?».

Geremia ti volta le spalle.

«Fai come credi».

Se vuoi raccogliere l’oggetto misterioso, vai al 42; se vuoi uscire, vai al 67.

 

65

Dalla tua borsa proviene un bagliore azzurro e caldo.

Il tessuto si gonfia fino a lacerarsi e la statuina di zaffiro casca a terra.

Il pavimento ondeggia di nuovo e lo scorpione sembra muoversi.

Sbatti le palpebre. No!

Si è mosso davvero!

La statuetta dimena le zampine e corre verso l'uscita della stanza, emettendo un tenue bagliore.

Se la vuoi seguire, vai al 4; se vuoi restare per il tesoro, vai al 30.

 

66

Fissi le figure senza vederle, a occhi sbarrati.

Ricordi quando ti dissero che uno scorpione della Sierra - uno scorpione azzurro - ti aveva punto, facendoti perdere i sensi, sovrastando te e il tuo destino di donna morente.

Vuoi premere sulla figura dello scorpione gigante che sovrasta un uomo a terra (vai all' 84), sulla figura in cui l’uomo e lo scorpione sono separati da una riga verticale (vai al 63), o sulla figura dell’uomo inseguito da tre scorpioni (vai al 17)?

Se invece vuoi che sia Geremia a premere un geroglifico, vai al 61.

 

67

«Questa sala non mi convince, socio». Ti volti verso l'uscita. «Andiamo».

«Mozione approvata», commenta Geremia, mentre ti precede verso la prima stanza. «Meglio non perdere altro tempo».

La luce della torcia illumina l'ombra di una creatura a quattro zampe che scivola fuori dall'altro passaggio e scatta su per la scalinata.

Sbatti le palpebre, ma è già sparita. Te la sei immaginata?

«Fermo!», ordini a Geremia.

L'ometto, una volta tanto, ubbidisce.

«Cosa?».

«Hai visto?».

«Cosa?».

Non sembra troppo loquace.

«Non lo so. Ma aveva quattro zampe ed è salito per le scale».

«Bene, quindi questo “qualcosa” non è più tra i piedi», si rallegra il piccoletto. «Finalmente un colpo di fortuna! Andiamo avanti», commenta, rimettendosi in cammino.

Mentre passate davanti al murale, Geremia si arresta di colpo e per poco non lo travolgi.

Il tuo socio incespica in avanti, reggendosi il cilindro con una mano e si volta per scoccarti un'occhiataccia.

«Che hai, socio?».

Geremia si porta un dito alle labbra.

«Hai sentito?».

La sua vocetta è ridotta a un sibilo.

Tendi l'orecchio.

«No. Cosa dovrei aver sentito?».

«Una voce», sussurra, indicando le scale da cui siete scesi poco fa. «C'era qualcuno».

«Allora vedi che avevo ragione!».

«Ssst!», si porta un dito alle labbra, sibilando. «Il tuo “qualcosa” può aver incontrato il mio “qualcuno”!».

Ti avvicini alla scalinata e guardi verso l'alto, ma la luce del sole non penetra fino a dove ti trovi e la tua torcia illumina solo pochi gradini.

«Guarda che qui non c'è nessuno». Ti volti. «Te lo sarai immaginato».

«Forse». Geremia sbuffa e infila la mano nella tasca del panciotto. «O forse no. Perché non vai a investigare?».

La prospettiva di inerpicarti lassù non ti sorride affatto.

«Perché non ci vai tu?».

«No di certo». Incrocia le braccia sul petto ossuto. «Io ti seguo!».

«E allora stammi dietro, ovunque io vada», concludi, avviandoti.

Vuoi risalire le scale (vai al 60), o preferisci proseguire nel corridoio (vai al 70)?

 

68

«Non era nulla. Questione chiusa».

Geremia sostiene il tuo sguardo per ben due secondi, prima di abbassare la testa e darti le spalle.

In breve accendi un fuoco e cucini una cena frugale a base di pemmican e gallette.

Mangiate in silenzio, quindi Geremia sbuffa qualcosa e si avvolge nella coperta.

Pare che il turno di guardia tocchi a te!

Vuoi infischiartene e andare a dormire (vai al 6), o preferisci vegliare fino a tardi (vai al 44)?

 

69

Proseguite, ora con più cautela, lungo il tunnel.

Il passaggio prosegue a lungo e per alcuni minuti l'unico rumore che sentite è l'eco dei vostri passi.

Anche la parlantina di Geremia sembra essersi spenta.

Infine sbucate in una grande sala circolare. Ti fermi sulla soglia ed esamini con cura il pavimento, ma non vedi niente di sospetto.

Entri. L'unica uscita è una doppia porta davanti a voi, incassata nel muro di pietra e fiancheggiata da due colonne.

Il metallo brunito delle ante brilla debolmente alla luce della tua fiaccola.

«La porta dello scorpione», mormora Geremia dietro di te.

Ti volti.

«Cosa dici?».

Il tuo socio osserva rapito davanti a sé.

«Ci siamo, ci siamo quasi...».

«Di già?». Sbuffi. «Mi pare troppo facile».

«Al contrario! Ora iniziano le difficoltà!».

«Ovvero? Spiegati meglio».

Geremia tossicchia e si schiarisce la voce.

«Ecco, è una storia lunga e...». I suoi occhi non incrociano i tuoi. «Come dire...».

«Prenditi il tempo che ti serve». Infili la torcia in un anello di ferro accanto all'entrata. «Non ho fretta».

Incroci le braccia sul petto e sposti il peso su una gamba.

«Allora, le mie ricerche mi hanno portato a scoprire questo tempio nascosto sotto terra nel Deserto di Gila e dedicato al culto dello Scorpione Azzurro», esordisce Geremia tutto d'un fiato. «Ma questo lo sai già, vero? Sì, esatto, è chiaro», prosegue, senza nemmeno darti il tempo di rispondere. «Il problema è che non sono stato in grado di stabilire cosa ci fosse dietro la porta dello scorpione». Indica l'ingresso alle tue spalle. «E, soprattutto, non ho capito come accedervi».

«Ah...!». Le tue mani scivolano in basso, infili i pollici nel cinturone. «E me lo dici ora?».

«Prima pareva brutto».

Fai un respiro profondo, conti fino a dieci, quindi volti le spalle al tuo socio.

Scuotendo la testa, marci verso le doppie porte, sollevando nuvolette di polvere a ogni passo.

Le ante di bronzo sono alte meno di due metri e larghe altrettanto, prive di maniglie o leve; le colonne laterali sono formate da grossi blocchi squadrati, mentre il resto delle pareti è scavato nella nuda roccia.

Fai scorrere i polpastrelli sulla superficie metallica, tiepida al tatto, e li ritrai sporchi di polvere.

Aguzzi la vista, ti sposti di lato per non farti ombra da sola e guardi meglio: sì, sotto la polvere di secoli ci sono delle figure scolpite nel bronzo.

Estrai dalla tasca un fazzoletto e inizi a strofinare, ignorando il gemito di Geremia; nel giro di un paio di minuti, hai liberato una superficie sufficiente a vedere i disegni: in effetti sono dei geroglifici. L’interpretazione è tutta da definire.

In una raffigurazione, vi è uno scorpione gigante che sovrasta un uomo a terra; in un’altra, l’uomo e lo scorpione sono separati da una riga verticale; in un’altra ancora, l’uomo è inseguito da tre scorpioni.

«È inutile spremersi troppo le meningi, tentiamo e basta», dici a Geremia.

«Tentare… cosa…?», con voce tremula.

«Sembra chiaro che bisogna premere sul geroglifico giusto…».

«Cosa?! E se sbagliamo, che succede?», l’indignazione prevale sulla paura.

«Succede che questo tempio diventerà la nostra tomba».

«Un momento… sarai tu a premere…», e si nasconde dietro la tua massiccia e rassicurante sagoma.

Se hai Occultismo, vai al 66.

Vuoi premere sulla figura dello scorpione gigante che sovrasta un uomo a terra (vai all' 84), sulla figura in cui l’uomo e lo scorpione sono separati da una riga verticale (vai al 63), o sulla figura dell’uomo inseguito da tre scorpioni (vai al 17)?

Se invece vuoi che sia Geremia a premere un geroglifico, vai al 61.

 

70

Vi inoltrate nel passaggio, che si rivela essere un lungo corridoio.

La vostra torcia illumina una serie di fiaccole, appese al muro a intervalli regolari.

Avvicini la fiamma a una di esse, quando un avvertimento di Geremia ti blocca.

«Ferma!».

Rimani con il braccio proteso.

«Voglio solo fare luce».

«Abbiamo già una fonte di luce», squittisce lui. «Non mi va di consumare ossigeno inutilmente».

Vuoi seguire il suo consiglio (vai al 62), o fare di testa tua (vai al 50)?

 

71

Esiti per un istante, l'uomo sbatte le palpebre e ti dà uno spintone.

Sarebbe più facile sradicare un palo del telegrafo ed è lui a indietreggiare di un passo.

«Ma cosa...», spalanca gli occhi nel vedere la colt apparsa nella tua mano.

Solleva l'arma e te la punta contro: combatti questo duello, nel quale hai già vinto l'iniziativa (Sparare: 8; Punti Vita: 12).

Se vinci, vai al 10.

 

72

Ti riecheggiano in testa le parole del Viejo Tuco, un messicano che conoscesti anni fa: «Quando si spara, si spara; non si parla».

Jane Frexhi non lo ha mai conosciuto.

Peggio per lei!

Mentre ride per la vigliaccheria del tuo socio, estrai la colt e gliela punti contro.

Lei è svelta a reagire, ma non abbastanza.

Vai al 18, ma ricorda che hai vinto automaticamente l'iniziativa.

 

73

Il colpo di Jane ti centra all'addome.

Barcolli e ti addossi alla colonna.

Non sei ancora finita. No.

E allora perché la Frexhi abbassa l'arma, sputando a terra?

Perché l'ululato di Geremia risuona sempre più flebile alle tue orecchie?

Ti cedono le gambe e scivoli a sedere. Sbatti le palpebre. La tua avversaria si è voltata verso il tuo socio: è il momento.

La vorresti cogliere di sorpresa, ma la tua arma sembra un macigno.

Chiudi gli occhi e non li riapri più.

Chi vuole controllare da vicino, vada all'89.

 

74

La strada che hai scelto è più lunga, ma anche più agevole per le cavalcature e, su alcuni tratti, potete anche azzardare un piccolo trotto.

Proseguite per il resto del pomeriggio e, quando cala la sera, vi accingete ad accamparvi.

Geremia, dolorante per la cavalcata, si siede su una roccia e lascia a te il compito di preparare l'accampamento.

Scuoti il capo: a nord o a sud del confine, gli uomini sono sempre gli stessi.

Un animale ulula in lontananza.

Geremia salta in piedi. «Cos'è?».

«Un coyote».

L'ometto si guarda intorno, quando un secondo ululato, proveniente dalla direzione opposta, lo fa sobbalzare. «E questo?!».

«Un altro coyote».

«Sono... sono pericolosi?».

Sospiri e ti passi una mano nei capelli impolverati.

«Sono un pericolo per carogne e animali malati o deboli». Sorridi. «Ti senti chiamato in causa, socio?».

Geremia ti si avvicina, guardandosi intorno.

I due ululati risuonano ancora, questa volta più vicini.

Il tuo socio rabbrividisce e infila la destra nella sacca di tela che porta a tracolla.

Ti guardi intorno anche tu, la mano sul calcio della colt.

Dalle tenebre sbuca un coyote che vi si lancia contro ringhiando.

Alle tue spalle, un secondo ringhio ti comunica che anche il secondo animale vi sta attaccando.

Geremia urla.

«Spara!». La tua voce sovrasta gli ululati delle bestie.

Hai a disposizione due tiri liberi contro il coyote, dopodiché la bestia ti sarà addosso e dovrai combattere corpo a corpo (Lottare: 7; Punti Vita: 9).

Se lo sconfiggi entro il secondo round di corpo a corpo, vai al 25; altrimenti vai al 45.

 

75

Le lastre del pavimento si sono aperte sotto i tuoi piedi. È una trappola azteca.

Nonostante la caduta nel vuoto, il tuo istinto di sopravvivenza ti salva la vita.

Riesci infatti a gettarti verso le pareti laterali del pozzo, quel tanto che basta per evitare la micidiale punta di ferro che attende - da chissà quanto tempo - il passaggio di un ospite indesiderato.

Come poco prima, sembra la coda di uno scorpione.

Ma è di ferro, da vicino la vedi bene.

Te la cavi con qualche ammaccatura. E piano-piano riesci a risalire.

Perdi 2 Punti Vita.

Vai al 69.

 

76

La collera monta dentro di te.

«Stammi bene a sentire…».

Avanzi di un passo, ispirando a fondo. Il tuo petto mastodontico mette a dura prova i bottoni della camicetta.

«Chiquita…» Geremia spalanca la bocca.

«Ventiquattro ore fa ero sulla mia amaca a rilassarmi, quando tu sei arrivato a rompermi le uova nel paniere». La tua manona scatta in avanti e si chiude sul bavero di Geremia. «Ne ho abbastanza di pistoleri, deserti, scorpioni, trappole e indovinelli che mettono alla prova la mia intelligenza, la mia forza, la mia resistenza e soprattutto la mia pazienza!». Uno strattone e i piedi dell’ometto penzolano a mezz’aria. «Se non mi dai una risposta chiara prima di subito, prenderò quel tuo cappello e te lo farò mangiare crudo, con contorno di saguaro!».

Apri la mano.

Geremia crolla a terra come un burattino senza fili e si allontana strisciando sul sedere.

Avanzi di un passo.

«Questa volta mi hai sentito?», sussurri.

Geremia alza le braccia tremanti davanti al viso.

«Sì, sì!».

«Alzati, su».

L’omino si mette in piedi, ancora scosso.

«Il problema è che non ne ho davvero idea», allarga le braccia. «E certo non posso pensare in queste condizioni…».

Due grosse lacrime gli rotolano giù per le guance.

Alzi gli occhi al cielo.

Vuoi insistere (vai al 77), o ti arrendi alla pusillanimità del tuo socio (vai al 35)?

 

77

«Avanti». Afferri Geremia per un braccio. «Fallo e ti passa la paura».

Con uno strattone lo fai incespicare fino alle porte.

Geremia si gira a guardarti da sopra la spalla e tu scuoti il capo con aria severa: deve pensarci lui.

L’ometto sospira, quindi allunga le dita e sfiora la lastra di bronzo.

Mormora una cantilena, spostando di volta in volta il dito indice sulle tre immagini.

All’improvviso tace, si stringe nelle spalle e preme la figura centrale.

CLANG

La sezione centrale di ciascuna colonna ruota su sé stessa e dalla parete scattano le chele dello scorpione!

Una trappola meccanica ancora efficiente dopo secoli.

È concepita per stritolare la testa dell’intruso fra le chele di ferro dello scorpione guardiano.

Ci sono tanti tipi di scorpione, infatti, e solo quello azzurro dispensa la vita anziché la morte.

Geremia è impietrito. Ma non stritolato. La morte l’ha solo sfiorato.

È un intruso troppo basso per incarnare la figura del razziatore tipo.

A farne le spese è stato il suo cappello a cilindro, trapassato da trenta centimetri di ferro rugginoso.

Avanzi senza una parola, sfili il copricapo dalla lama e lo poggi con delicatezza sulla testa arruffata.

L’unico suono sono i denti di Geremia, che battono come nacchere nel Dia de los Muertos.

Puoi premere la mano sulle altre figure, ormai il pericolo dovrebbe essere passato.

Vai al 59.

 

78

Ti volti istintivamente, ma Geremia non è più dietro di te.

«Jane Frexhi…?! Sapevo che ci stavi seguendo!», strilla da dietro una colonna.

«Ma che bravo. Esci da lì e fai l’uomo… se ti riesce».

Geremia non risponde.

Per una volta, non te la senti di biasimarlo.

«Sei la sua nuova balia asciutta?», ti chiede Jane.

Non te ne sei accorta, ma ha già dimezzato la distanza tra voi.

Vuoi attaccare (vai al 18), o discutere (vai al 33)?

 

79

Le lastre del pavimento si sono aperte sotto i tuoi piedi.

È una trappola azteca.

E tu ci sei finita dentro!

SZOCK

La punta dello scorpione, in ferro finemente lavorato, ti entra nella carne all’altezza dell’addome, ti trapassa, e fuoriesce dalla schiena…

Sarà dura uscire da quel pozzo.

La ferita è lacerante, il dolore straziante, ma - nonostante tutto - non ti arrendi.

Hai commesso una grave ingenuità, ma il tuo fisico poderoso ti aiuta ancora una volta.

Lentamente, molto lentamente, ti risollevi da terra, estraendoti da sola la coda dello scorpione dalla pancia sanguinolenta.

E piano-piano, aiutata da Geremia, riesci a risalire al livello del passaggio.

Perdi 15 Punti Vita.

Vai al 69.

 

80

Ci vuole un gatto per batterne un altro in velocità e tu, cara Chiquita, sei molto più svelta di quanto sembri.

La tua mano destra è già sul calcio della colt, alzi la coscia e spari attraverso la fondina.

Lancia due dadi e somma il tuo punteggio relativo a Sparare, oltre a eventuali bonus: se ottieni 17 o più, vai al 48.

In caso contrario, vai al 53.

 

81

Mulini le braccia, ma il tuo equilibrio è compromesso.

Scivoli in avanti e rotoli per alcuni metri lungo il pendio, provocandoti alcune brutte escoriazioni (perdi 2 Punti Vita).

Ti rialzi a fatica e cerchi di restare in piedi.

Vai al 21.

 

82

In piedi sulle staffe, esamini il terreno.

Nessun cavallo ferrato ha attraversato la pista di recente, ma molti animali vanno e vengono dalle alture, mentre il fondovalle desertico sembra poco trafficato.

Vuoi proseguire dritto (vai al 16), o preferisci passare dalle alture (vai al 74)?

 

83

Rotoli giù dall'amaca, il braccio sinistro che attutisce la caduta e il destro che estrae la colt.

I due sicari, sebbene sorpresi dalla tua prontezza, si voltano verso di te puntandoti contro le pistole.

Resti in ginocchio, ti afferri il polso destro con la sinistra e spari.

BANG

Vai al 10.

 

84

Premi e ti abbassi d’istinto sulle ginocchia. La prudenza non è mai troppa.

Ma stavolta, almeno, non era indispensabile.

La placca di bronzo scivola di lato, rivelando una piccola nicchia.

Alla luce della torcia qualcosa di azzurro scintilla.

Allunghi istintivamente la mano ed estrai Scorpione Azzurro.

Un istante dopo la parete inizia a tremare.

Vai al 59.

 

85

Imprecando contro le paranoie del tuo socio, ti inerpichi sul pendio in direzione delle alture.

L'arrampicata è resa più difficile dalle tenebre: qui la notte scende in pochi minuti.

Sbuffi, incespichi, ma finalmente guadagni la cima.

Ti volti e guardi in basso: l'ometto è ancora più minuscolo da qui e aspetta immobile accanto ai due cavalli.

Mai che gli venisse l'idea di preparare il bivacco...

Alzi gli occhi al cielo ed esamini la zona: cactus, arbusti, terriccio, un mozzicone di sigaretta...

Trattieni il respiro: a terra c'è un mozzicone bruciacchiato, ne sei certa.

Procedendo carponi, cerchi tutto intorno e trovi anche un cerino usato: Geremia aveva ragione.

Ti rialzi, spazzolandoti le ginocchia, e ti guardi intorno.

Ormai la sera è calata e non troverai nessuna traccia.

Scuoti il capo e ti accingi a ridiscendere il pendio; se l'arrampicata è stata difficile, la discesa al buio lo è di più.

Allarghi le braccia per mantenere l'equilibrio, quando metti un piede in fallo: stai per rotolare a fondovalle.

Tira due dadi (se hai Sopravvivenza, aggiungi 1 al risultato): se ottieni da 2 a 6, vai all'81; se ottieni 7 o più, vai al 21.

 

86

«Calma, amigos, calma». Inspiri a fondo, chinandoti un po' in avanti per mostrare la scollatura. «Non avrete paura di una chica?».

I due non sorridono, ma tu avanzi a lunghi passi, le mani sempre sui fianchi.

Il primo pistolero ti viene incontro e alza la mano, il palmo rivolto verso di te.

«Ferma! Sei sorda?».

È vicino, fin troppo.

Se vuoi usare Rissa, vai al 7; altrimenti vai al 71.

 

87 (COLPO DI CODA)

«Si può sapere perché ti volti sempre indietro?», Chiquita stavolta non riesce a trattenersi.

«E se fosse ancora viva? A me sembra di sentirla!».

«Sei pazzo?

La Frexhi viva?

L’ho imbottita di piombo e ha la gola tagliata.

In più le è piombato addosso un intero tempio azteco…

Quella puttana è morta e sepolta!».

«Tu non capisci, Chiquita. Quella puttana... come la chiami tu... è un demonio…!

Jane non molla mai...

Di sicuro sappiamo che pur ferita a morte è riuscita a far crollare il tempio.

Le macerie di un crollo lasciano sempre qualche pertugio abitabile al loro interno. Forse la gola non è stata troncata del tutto e il sangue tamponato con gli stessi calcinacci o con quello strano foulard che portava al collo: un demonio può farlo».

Lettori, se siete pazzi come Geremia, andate all'88.

Altrimenti, tornate al 4.

 

88

«Ma se anche fosse… supponiamo per un attimo che sia come dici tu.

Che cosa te ne importa della Frexhi?

Non le devi niente.

E poi sarebbe impossibile tirarla su da là sotto.

Senza contare che le rimarrebbe poco da vivere».

«Ma almeno morirebbe con qualcuno accanto. E non di sete».

«Secondo me, tu non me la racconti giusta.

A te preme il tesoro. Ormai l’hai visto e non vuoi farne a meno.

Per un attimo m’è venuto il dubbio che fossi diventato un sentimentale, ma io non ci casco, Geremia.

Non mi piace scavare.

Dovrai tornare con un reggimento di minatori. E io non ci sarò».

«No, Chiquita! Tu devi credermi. Non sto pensando all’oro.

Lei mi sta chiamando!

Abbiamo poco tempo».

«Che cosa vorresti fare, allora?».

«Sei disposta ad accompagnarmi indietro?».

«Indietro?».

«Indietro».

Chiquita, sbuffando, inverte la marcia.

Pur se i contorni della vicenda sono palesemente assurdi, da donna non può mostrarsi indifferente al destino di un’altra donna, non può lasciare a Geremia i panni dell’eroe compassionevole.

I due ritornano nei pressi del tempio.

La messicana smonta da cavallo e osserva il terreno.

Si è formata un’ampia depressione, irregolare e gibbosa, e sicuramente molto instabile: il tempio, crollando su sé stesso, ha fatto sprofondare anche la terra soprastante.

Sulla superficie, si intravedono diverse buche e cavità, di varia ampiezza.

Chiquita si lega una corda sotto le spalle, assicurando l’altra estremità al cavallo, e si avventura verso una delle buche, per verificarne la profondità.

Geremia osserva attento, dalla cresta della depressione.

La messicana afferra un sasso e lo lancia nella cavità, rimanendo in ascolto.

Sopraggiunge un rumore sonoro dopo diversi istanti: la pietra ha trovato altra pietra e molto in profondità.

Chiquita deve ammettere fra sé che le congetture di Geremia hanno trovato un primo fondamento.

«JANE…!», la messicana chiama a gran voce, infilando la bocca nel pertugio.

Poco prima si sono sparate addosso l’un l’altra, hanno combattuto a morte.

Ma sono donne, sono combattenti: a sangue freddo si ragiona in maniera diversa.

Non arriva, però, alcuna risposta.

«Ha la gola ferita, non può urlare, Chiquita!», Geremia quasi la rimprovera.

«E allora…».

BANG

Uno sparo!

«Laggiù!», Geremia indica il punto.

La messicana si sposta, raggiungendo una cavità ancora più ampia.

Stavolta e con una derringer d’emergenza si è fatta sentire!

«JANE! SONO CHIQUITA! FACCIAMO UNA TREGUA, OKAY?

IO E GEREMIA VOGLIAMO AIUTARTI!

FRA POCO MANDERÒ GIÙ UN LAZO!

QUANDO SEI PRONTA, TIRA!».

Chiquita si sgancia la fune e la manda giù.

La corda viene tirata debolmente.

Jane Frexhi è in fin di vita, d’altronde è già un miracolo che sia sopravvissuta a piombo, ferro e pietra.

Il lazo, comunque, è fatto per stringersi da sé, sotto le spalle della Frexhi.

Pur morente, la pistolera è troppo esperta per lasciarsi sfuggire l’ultima occasione.

Ha retto fino adesso per cercare a tutti i costi di salvarsi.

Ha perfino invocato l’aiuto di Geremia, in maniera tutta femminile e misteriosa.

Chiquita dà il segnale e il cavallo comincia a muoversi, la corda è presto in tiro.

La spaventosa forza dell'animale, unita alla perizia di Chiquita, consente di riportarla su senza troppe difficoltà.

Ce l’ha fatta!

La Frexhi rivede la luce!

Geremia si precipita nella depressione, rischiando di farla collassare definitivamente.

«Jane!», esclama, vedendola da vicino.

O sa recitare molto bene, o veramente non ha pensato all’oro.

La Frexhi è irriconoscibile: una creatura primordiale di polvere, fango e sangue.

E ha davvero il foulard con le paillettes legato stretto alla gola!

Non riesce quasi a respirare.

Per non morire dissanguata, ha rischiato di morire soffocata...

Ma è riuscita nel suo disperato intento.

Chiquita le allenta leggermente il foulard e la fa bere un po'.

Poi passa a controllarle le ferite d'arma da fuoco. Gli occhi le brillano di un raggio crudele. La sua nemica non ha futuro.

Ancora una volta, però, i presentimenti di Geremia si sono rivelati giusti: la Frexhi ha avuto la presenza di spirito di tamponarsi i buchi in pancia con la polvere dei calcinacci; un rimedio rischioso, ma efficace; buono per guadagnare un po' di tempo.

Chiquita la prende in braccio - non c’è più odio in lei - e la trasporta, muovendosi con grande prudenza, fuori dalla depressione.

Mentre la messicana allestisce un bivacco, Geremia le è subito addosso, le ripulisce il viso, facendolo tornare al suo splendore naturale, arricchito da un bel colore cadaverico.

«Jane… come ti senti? Tu mi hai chiamato, vero?».

«Sì…».

«Come ti senti? Ce la fai a reggere?».

«Non lo so…», la Frexhi guarda per aria, stordita; non sembra nemmeno respirare, il petto non si solleva proprio.

«Non farla parlare», Chiquita interviene per ricordare a Geremia che la pistolera ha la gola a pezzi, e che la ferita potrebbe riaprirsi o allargarsi, uccidendola.

Quindi lo tira in disparte.

«Jane ha lo stomaco bucato, Geremia... senza contare la gola tagliata; non può sopravvivere», Chiquita avverte l'ometto.

«Tu hai sparato per ucciderla...!», trattenendo a stento la rabbia.

«Dimentichi che stava per ammazzarci... ero arrabbiata», si giustifica la messicana, che le aveva sparato in corpo - alla fine del duello - un colpo di grazia, quello fatale, allo stomaco.

Geremia torna dalla Frexhi, irritato con la messicana, che gli ha sbattuto in faccia la realtà.

«Che ti ha detto...», gli chiede Jane, sussurrando appena, per non sforzare la gola.

«Che sei fottuta».

«Lo sapevo già... quella puttana... ha voluto... ammazzarmi... ma io... non voglio crepare...», Geremia la guarda scettico, lei se ne accorge, ma non ribatte. «Aiutami... voglio girarmi...».

«Perché...».

«Sentirò meno dolore... idiota...».

«Ma così non vedrò più il tuo seno...», le infila una mano dentro la camicetta, Geremia si fa audace.

«Lo rivedrai... da morta...».

Tra i due, tra la bella pistolera morente e l'ometto, c'è un rapporto morboso, fatto di dominio e sudditanza.

Geremia aiuta Jane a mettersi pancia sotto.

«Voglio che mi avvisi quando sarà il momento... ti prenderò la mano».

«Va bene... rimani nei paraggi... non so... quando sarà...».

E così, Geremia e Chiquita, dopo averla tirata fuori dal tempio crollato, sono costretti ad aspettare la sua fine.

Entrambi osservano la patetica figura della Frexhi, distesa a pancia sotto: un donna che non si rassegna, una donna spietata, anche con sé stessa.

Nonostante la gola quasi distrutta, i diversi buchi nella pancia, di cui almeno uno fatale, e un paio di costole piegate, spera ancora di salvarsi: è infatti lì che si spreme, fino all'ultima stilla di sangue.

«Geremia...», un debole sussurro.

Lo chiama.

Forse è il momento.

«Jane...!», lui corre subito. Il tono della voce è allarmato.

«Sei stato carino... a tornare indietro...».

«Chiquita ha detto che non devi parlare».

«Quella puttana... mi ha... ammazzato...».

«Anche lei è tornata indietro, l'ho convinta ad aiutarti.

Ti ha ucciso in un leale duello».

«Ma rimane... una puttana... io... muoio... da donna...».

«Sei sempre stata molto al di sopra di tutte le altre, Jane».

«È vero... nessun pistolero... mi hai mai... sparato addosso... solo una puttana... l'ha fatto...

E ora... mi rimane poco...».

«È il momento, Jane?», Geremia è spaventato.

«No... io... voglio vivere... non finirà così... io... ci voglio... provare...

Queste paillettes... mi hanno... tenuto in vita... e voglio... rimanerci...», si tocca eccitata il foulard, lusingata di ritrovarsi a vivere, dimenticando però - un po' scioccamente - i suoi mortali problemi.

«Brava, Jane. Provaci», e la lascia.

«Capisco il suo rancore. Ma io, a sangue caldo, non perdono nessuno. È stata lei a mettersi in mezzo. Potevamo trovare un accordo», la messicana offre le sue spiegazioni a Geremia, in disparte da Jane.

«Tu non hai colpe, Chiquita. Ormai è andata così. Aspettiamo.

Sei sicura di non poter far niente?».

«No... non c'è niente da fare.

Mi dispiace, Geremia: Jane è andata...», con un pizzico di sarcasmo femminile nella voce; e gonfiando con orgoglio il petto, ostentandogli le grosse tette.

Evidentemente, però, l'ometto preferisce quelle della Frexhi, meno grosse, ma che lo intrigano di più, insieme a tutto il resto.

«Io voglio tentare qualcosa, Chiquita.

Questa è zona indiana.

In città raccontano che lanciando segnali di fumo, possa sopraggiungere uno stregone.

Tu conosci come inviare tali segnali?».

«Certo che lo so fare, sono una ragazza sveglia io».

«E allora fallo, ti prego».

«E va bene...! Farò anche questo!».

La messicana sbuffa, ma esegue.

E l'attesa riprende...

 

89 (RISVEGLIO ALL'INFERNO)

«Lasciala perdere, è fottuta», Jane Frexhi richiama Geremia, che si attarda accanto al corpo di Chiquita, bucato da troppe pallottole, l'ultima delle quali l'ha centrato all'addome. «Portiamo via i pezzi migliori; poi torneremo con un carro e prenderemo il resto».

«Ma... io non capisco se è morta...».

«Che importanza ha... è fottuta, te l'ho detto: Jane Frexhi l'ha riempita di piombo...

Mi dispiace per la tua puttanella, Gerry, ma ricordati che sei ancora in debito con me: hai cercato di fregarmi...».

«No... davvero... ti spiegherò tutto. Ho solo avuto paura. Ma adesso torniamo insieme, vero?».

«Se ti stacchi da quella troia...».

«Va bene...».

Ma proprio in quel momento, il corpo di Chiquita ha una convulsione, che incuriosisce la stessa Frexhi.

«Questa puttana è ancora viva...».

Sorprendentemente, la Frexhi si china sulla messicana e le tampona la bocca impastata di sangue.

È un gesto idoneo a siglare la tregua.

Sono due pistolere, hanno un loro codice. E sono anche donne. Quando il sangue si raffredda, non si spara più.

«Tu non vuoi lasciarla qui, vero, Gerry?».

«No. Certo che no. Ma è molto pesante...».

«D'accordo... la prenderò io. Tu, però, prendi tutto il resto, okay?».

«Okay, socia!».

I tre tornano in superficie.

Si allestisce un bivacco.

Jane controlla le condizioni di Chiquita.

«Non ne ha per molto...», confida a Geremia, in disparte. «Ma cosa...».

BANG

BANG

La Frexhi fa appena in tempo a buttarsi giù. Geremia è talmente basso che non ne ha bisogno.

L'esperta pistolera ha intravisto il riflesso del sole contro la canna di un winchester.

Il bivacco è assediato da un gruppetto di banditi.

L'hanno visti tornare su con l'oro e non intendono farselo sfuggire.

Geremia e Jane si sono portati dietro una scia di criminali, curiosi di ficcare il naso nei loro affari, ben sapendo quanto ci sapessero fare.

La Frexhi riesce a tener testa, praticamente da sola, a ben quattro banditi.

Uno dopo l'altro, li fa fuori tutti con tiri di precisione.

Manca solo l'ultimo, probabilmente il capo.

BANG

«Geremia...!».

All'improvviso la Frexhi si volta verso l'ometto, il tono della voce è allarmato.

Lui vede subito la macchia rossastra sullo stomaco.

Jane è stata colpita!

Ed è una di quelle ferite che non lasciano scampo!

«Non voglio morire... spara... spara tu...».

La Frexhi ha paura, vuole salvarsi, non rischia più.

Si scioglie dal collo il foulard con le paillettes, lo appallottola e lo usa per tamponarsi il buco nello stomaco.

Quindi s'acquatta al riparo e lascia a Geremia il compito di difendere il bivacco.

Ben presto, però, il bandito superstite aggira il campo e lo sorprende alle spalle.

«È finita, nanerottolo!».

BANG

Sì, è finita, ma non per Geremia.

È la pistola di Chiquita ad aver cantato.

Il capo dei banditi l'ha sottovalutata.

La messicana non è ancora crepata.

Il pendaglio da forca è raggiunto al cuore. Stramazza a terra con un grugnito soffocato.

«Puttana...!», la messicana apostrofa così la Frexhi, rimproverandole di aver abbandonato la lotta.

«Fottiti...», la risposta non si fa attendere.

«Calma! Buone!», Geremia non ha nemmeno il tempo di godersi lo scampato pericolo e la vittoria.

«Jane è ferita gravemente, Chiquita.

Non è giovane come te, si è spaventata».

«Magari... ci rimette... pure la pelle...».

«Non scherzare, Chiquita. Voi siete le mie socie, cerchiamo di rimanere uniti.

La messicana non ribatte, è ripiombata nel suo stato di tragica apatia.

Geremia, con grande fatica, la carica di traverso sulla sella, perché dritta non ci sta.

La Frexhi, sia pure a stento, è in groppa normalmente.

«Jane... andiamo a trovarti un dottore».

Geremia si ritrova con la Frexhi ferita a morte e Chiquita in fin di vita.

Ha le bisacce piene d'oro, ma se incontra altri banditi è spacciato.

Eppure adesso si sente importante: è lui il capo.

Ogni tanto sfila indietro, con il suo cavallo, per affiancarsi alla Frexhi e controllarla da vicino.

La pistolera è ingobbita sulla sella, le braccia incrociate sul ventre, il volto di un pallore mortale e un rivolo di sangue dal labbro.

«Jane... tu ce la farai, vero?».

«Claro. Non mi faccio fregare...

Controlla Chiquita...».

Geremia esegue stupito.

Cosa gliene importa?

Forse non vuole morire per prima, pensa.

L'ometto solleva la testa alla messicana.

Due occhi stravolti lo fissano.

Gli rimane il dubbio.

Solo quando si abbassano, capisce che la messicana c'è ancora, benché ridotta a una grossa carcassa.

«Chiquita non sta tanto male, ce la farà anche lei», è il suo rapporto alla Frexhi.

«A poche miglia da qui... c'è una ghost town... ci vive solo un vecchio stregone... nasconderai l'oro... e mi farai visitare...».

«Va bene. Da che parte?».

«A ovest...».

Geremia si porta dietro due bei cadaveri.

La ghost town è il posto più adatto per loro.

Sa che Jane è colpita a morte e che non può averne per molto.

Deve prepararsi a rimanere solo, anche se la bella Frexhi cercherà di rinviare il più a lungo possibile il momento fatale.

«Geremia... che hai...», la voce di Jane è preoccupata; ha intuito più di qualcosa.

«Niente... niente...».

E adesso vuole sapere.

«Ti dico che non è niente...».

Non ha il coraggio di dirle ciò che pensa di lei.

La vede lottare, speranzosa di trovare una via di scampo. Perciò evita l'argomento.

«Jane... premi bene sulla ferita».

«Sì... certo... tranquillo...

Grazie...», ha capito che l'ha messa in guardia. «Geremia... tu pensi... cose brutte...?». glielo chiede con la speranza che lui neghi.

«No... che cose brutte... per niente...», ma il tono è artificioso, imbarazzato.

Non ricorda di aver mai sentito la Frexhi ringraziare qualcuno.

«So che... è una brutta ferita... ma non voglio... rimanere uccisa...

Non sarebbe giusto... ho fatto tanta strada... per arrivare... fino a qui...».

«Hai solo bisogno di riposo, Jane».

«È vero...», il loro colloquio finisce qui.

Ma poco dopo lo chiama.

Gli si appoggia contro.

«Geremia... ho paura... sento che... qualcosa... non va...

Mettimi giù...».

Lui l'aiuta a scendere da cavallo.

«Non pensavo... fosse così dura...

Tu... hai visto... la mia morte... vero...».

«No... davvero... non proprio la morte.

Ho visto una luce sulla tua ferita.

Cosa può essere...?».

«Che sono fottuta...».

E subito, quasi istericamente, si rovescia pancia sotto, per nascondere la ferita e combattere il presagio.

Le prova tutte; ma serviranno?
«Geremia… non voglio morire…».
«Lo so, Jane. Lo so!».
«Geremia... devi contattare mia sorella... si chiama Louise... Louise Frexhi...».

«Non me l'avevi mai detto...».

«Vive a Tucson... gestisce un emporio... ma anche lei... sa sparare... dille che sua sorella... ha lottato... fino all'ultimo...

Questa è l'immagine... che una sorella maggiore... deve lasciare...

Dalle anche... un po' d'oro...

Non rimarrà stupita... me l'ha sempre detto... che se non smettevo... prima o poi... m'avrebbero bucato...

Il mio foulard... dallo a lei...

Dille... che sua sorella... è stata... tradita... dalla... pal...lot...to...la... di... un... ba...sta...», sembra una parola incompleta, ma è giusta così.

«Jane!».

La Frexhi rimane con la bocca aperta, come dovesse parlare ancora, ma ormai s'è capito quello che voleva dire.

Un bastardo l'ha fottuta; come lei ne aveva fottuti tanti in precedenza.

L’ometto si ritrova solo, con due cadaveri al seguito.
Pur a fatica, la carica di traverso sulla sella, come la messicana.

Prova a scuoterla con dei buffetti sulle guance, ma senza apparenti risultati.

Decide comunque di proseguire verso la ghost town.
Non ci sono alternative, le porterà là comunque.
Geremia non ha il coraggio di controllare quanto siano morte.
Di certo lo sono parecchio.
È stordito, shoccato, basito: insieme agli sbuffi dei cavalli, gli sembra di sentire anche i loro.
Lo stregone avrà molto da fare, dovrà andare oltre l’immaginabile.
Oppure lui si ritroverà per sempre solo, con due fosse da scavare e altrettanti croci da piantare sul terreno sabbioso.
Certo, gli rimarrebbe sempre l’oro, ma adesso gli sembra di essere più povero di prima; ciò che ora gli interessa, non può comprarlo nemmeno con tutto l’oro del tempio.

Deve fare presto, perché finché i corpi sono caldi, forse una possibilità c'è ancora, se lo stregone è bravo.

Geremia spera di poter dire a Louise Frexhi che la sorella l'aspetta in fin di vita e non cadavere.

Ha intuito che tra le due i rapporti non erano idilliaci, ma che comunque Louise rimarrà scioccata dalla morte della sorella.

Verrà certamente a piangere sul suo cadavere. Non lo farà seppellire fino a quel momento.

Vorrà conoscere le sue ultime parole, e lui gliele farà sapere, sperando di ricordarsele.

Geremia entra nella ghost town ed è subito avvicinato dallo stregone eremita, che sembra già sapere tutto.

Cominciano gli strani riti intorno ai due corpi; e cure disperate.

La polvere annuncia la visita di qualcun altro.

Sulla main street della ghost town si profila la sagoma di una bella donna bruna.

Guarda caso sembra avere lo stampo della Frexhi: sfrontatezza, corpo pieno, lineamenti decisi e uno speciale richiamo femminile, immediato e misterioso, che si stringe come un lazo intorno all'osservatore.

«Jane!», il tono è disperatamente famigliare.

Incredibile... è proprio lei.

«Ma come è stato possibile?!

Mia sorella non si fa fregare!».

Geremia è incredulo.

«Tu come fai a essere qui?».

«Ho avuto un presentimento, ho sentito che lei era in pericolo; ricostruendo i suoi ultimi spostamenti, ho pensato a questa ghost town, perché è uno dei suoi rifugi preferiti.

Ma non pensavo di... di...», non ha il coraggio di usare quelle parole.

«Sta ancora lottando, Louise».

Lo guarda con aria interrogativa.

«Come fai a conoscere il mio nome?».

«Mi ha parlato di te, prima di... e mi ha dato questo...», le consegna il foulard impregnato di sangue fraterno.

Louise lo riceve incredula.

«Dici che sta ancora lottando, ma a me sembra che...».

«Non correre troppo, ragazza. Lo stregone è molto bravo. Ti ha mai parlato di lui?».

«No».

Geremia deglutisce.

«Voglio sapere chi è stato e ammazzarlo».

«L'assassino è già morto, l'ha ucciso quella ragazza messicana».

«Dove è stata colpita mia sorella?», si vede una ferita allo stomaco, ma potrebbe non essere l'unica.

«Ha preso un colpo allo stomaco, purtroppo fatale. Ha lottato, c'ha provato in tutti i modi, ma è spirata fra le mie braccia, parlandomi di te...».

«Mamma!», si porta una mano alla bocca, per sottolineare l'emozione.

«Ma io non mi sono arreso. Lei voleva arrivare qui, per farsi curare dallo stregone.

Non ho perso tempo e ce l'ho portata.

Sta provando a stimolarla. Anche la messicana è nelle stesse condizioni».

Lo stregone guarda in direzione della nuova arrivata.

Deve aver capito.

Le fa un cenno e la fa avvicinare.

«Tu parlare a suo orecchio. Dire tutto e niente, ma parlare sempre. Tu inteso?».

«Ho capito, ho capito...».

Il donnone comincia a sussurrare all'orecchio della sorella frasi più o meno coerenti.

Lo stregone continua a ballare intorno a dei piccoli ossicini, che di tanto in tanto prende tra le mani e sparge a caso ai piedi della Frexhi maggiore.

«Ah...!», la Frexhi minore reagisce incredula.

Geremia sbarra gli occhi.

Jane li ha riaperti.

Anche se sono storditi, assenti, vitrei.

Louise non crede ai propri.

La mano del donnone si porta istintivamente sul buco allo stomaco che ha ucciso la sorella, ben marcato sulla camicetta rosa.

Ma è presto per illudersi, può trattarsi di un sussulto, di uno spasmo tardivo.

Le accarezza le guance e sono fredde.

«Jane...», sussurra delusa, compatendola.

Non è facile riprenderla, ha incassato un colpo fatale.

Lo stregone deve lavorarci per ore.

Per lei e Chiquita è un risveglio all'inferno.

 

90 (IL TESORO E LA CARCASSA)

Il viaggio di ritorno inizia subito: c'è urgenza di mettere in sicurezza il tesoro presso la banca di cui è cliente Geremia; la filiale più vicina si trova a Phoenix.

La marcia a cavallo nel deserto procede in questa maniera: in testa cavalca Chiquita con al seguito la Frexhi, ingobbita sul proprio cavallo, al traino di quello della messicana; viene poi Geremia con a rimorchio un quarto cavallo: il tesoro ce l'ha tutto lui.

La Mendez in fondo si diverte a scarrozzare per il deserto la carcassa bucherellata di Jane.

Ogni tanto si volta a guardarla, sebbene mai ricambiata.

La Frexhi è talmente ingobbita che è costretta a guardarsi le ginocchia.

Abbastanza spesso Geremia le si affianca per controllare come sta: la camicetta è zuppa di sangue, i buchi sono brutti e i tamponi messi lì frettolosamente.

A guardarla sembra già morta. All'ometto viene talmente il dubbio che allunga un braccio e le infila la mano nella camicetta.

«Stronzo...».

È viva.

«Chiquita!».

«Che c'è?».

«Jane ha bisogno di una pausa».

«Sarà lei a chiederlo, quando sarà».

«E va bene...!

Sono io che ne ho bisogno!»

«Tra un po' ci fermeremo per la notte».

Dopo non molto, la messicana arresta la piccola colonna.

Geremia ne approfitta per consolare Jane.

Chiquita prende atto che tra i due c'è una sorta di rapporto morboso, con alterni ruoli di dominio e sudditanza.

«Il tesoro è enorme, vale una fortuna. Avrai anche tu qualcosa, non preoccuparti. So che mi avresti aiutato altrettanto bene di Chiquita, ma ho avuto paura e ho voluto fare di testa mia...», mentre le parla le sistema i tamponi sui buchi: semplici lembi di stoffa spruzzati con un po' d'alcol.

«Quanto... sei disposto... a darmi...», sputacchiando bolle di sangue dalla bocca: la Frexhi, infatti, ha anche un buco nel polmone.

«Quanto basta per sistemarti: smettiamola con questa vita...

Potremmo fare dei progetti... io sono ricco, lo sai. E tu...».

«Io...».

«Tu sei bella, hai classe, sei la numero uno... e non sei ancora vecchia...».

«Sempre se... non... non ci rimango... secca...».

«Ma che dici...

Una come te...

Hai fatto bene ad arrenderti, o quella t'avrebbe sparato ancora.

Così puoi cavartela».

«Ne sei certo...», si tiene la mani sui buchi con esperta cura, come a controllare le pallottole.

Se ne avesse una terza, userebbe pure quella.

«Devi spremerti un po', ma ce la farai... sei un tipo tosto, una dura...».

«Non farla parlare! Ha il polmone bucato», l'ammonisce Chiquita.

«Ha ragione...».

La mattina dopo la messicana lo ritrova ancor dormiente con la mano infilata dentro la camicetta di Jane, e non per tamponargli il buco nel polmone...

La Frexhi ha passato una notte travagliata e se non si è ancora staccata di dosso la mano di Geremia, vuol dire che non è in grado di reggersi sulla sella.

     

Chiquita la carica di traverso sul cavallo, come in genere si fa con i cadaveri.

D'altronde non c'è molta differenza.

Da un po' non si sentono più i suoi lamenti.

«Geremia, controlla le condizioni della carcassa».

L'ometto a cavallo si affianca alla Frexhi e le solleva brutalmente la testa, tirandola per i capelli.

«Sembra andata!

Controlli tu?».

«Tra non molto saremo a Phoenix, ho finito di scarrozzarla.

Vedremo lì cosa farne, se spedirla subito dal becchino, o farle fare una tappa dal segaossa».

«Faremo così, allora».

E la marcia del tesoro e della carcassa prosegue.

Phoenix è quasi in vista.

«G...e...r...r...y...», con stiracchiata voce oltretombale, quasi presagisse l'obiettivo, Jane ha un sussulto e invoca aiuto.

La carcassa della Frexhi sgocciola sangue sulla pista.

Polmone, fegato, utero: tre pallottole, tutte mortali.

Non le manca niente per finire sotto un buon metro di terra fresca.

Ma l'esperta pistolera rimane disperatamente aggrappata alla vita e al suo fisico massiccio, pur sapendo di essere già morta.

Chiquita si ferma, smonta e lo guarda allusivamente.

«Devi farlo tu... io le ho promesso di non farlo.

Altrimenti ci creerà problemi a Phoenix.

Tanto non ha nessuna possibilità». Si è fermata per farla finita. «La tiri giù, le dai l'ultimo bacio, le accosti la canna al fianco e spari: non se ne accorgerà neppure.

Fine di una gran donna...

Oppure prendi la coperta e gliela premi in faccia, tanto non respira quasi più».

«Ma lei vuole tanto vivere... hai visto come si spreme?».

«È tutto inutile, Geremia. Non può salvarsi.

Ho sparato per uccidere. Pensavo crollasse molto prima. Ecco perché l'ho risparmiata.

Ma adesso è tardi, dobbiamo entrare a Phoenix e mettere al sicuro il tesoro.

O te ne sei scordato?».

Quel pensiero rimette a posto le sue priorità.

«Va bene, lo farò...».

«Gerry...», quasi avesse presagito qualcosa, gli passa una mano sul volto e lo invita a un bacio.

Lui è teso, tradisce il proprio nervosismo, il bacio è forzato e la mano sfiora il seno, senza insistere.

Chiquita gli passa la coperta.

Lui lo fa subito, con forza e determinazione, per il timore di ripensarci.

La Frexhi reagisce disperatamente, con le sue ultime energie.

Prova a divincolarsi, a scalciare e a strapparsi la coperta dalla faccia.

Ma è tutto inutile.

Le gambe perdono forza.

E infine si distendono lunghe, ormai rilassate.

Solo adesso Geremia si riprende la coperta.

E rimane sconvolto nel guardare gli occhi sbarrati di Jane, fissi al cielo.

«Hai dovuto farlo, non poteva andare lontano.

Guarda i buchi, guarda il sangue.

Era una donna stramorta che non accettava l'idea di scomparire.

Basta un solo buco di quelli per uccidere, ma lei era un demonio: lo hai detto tu stesso.

«Sì... un demonio...», sussurra trasognato.

«Coughh...», un colpo di tosse fa da chiosa al concetto.

La carcassa ha avuto un rigurgito.

«Jane...», si avvicina e la guarda incredulo e ammirato. Forse vede una Fenice, anziché la Frexhi, in questo momento. «Vuoi salvarti, vero?».

Non riesce a parlare, ma annuisce.

«D'accordo: rimettiamola in sella e bardiamola bene.

Non devono vederla in queste condizioni.

E poi è ricercata.

La porterò in camera dal retro.

Poi rimborserai le lenzuola all'hotel», Chiquita è costretta a rivedere il piano.

Stavolta la coperta gliela mettono sulle spalle.

È tardi per presentarsi direttamente in banca.

«A chi la lasceremo domattina?».

«Domattina...?», fa eco scettica Chiquita. «Al becchino».

«Non dire così».

«L'importante è che ho finito di scarrozzarla», conclude la messicana.

Ma il destino è in agguato.

Di buon mattino, una voce trafelata giunge dalla hall.

«Stanno rapinando la banca!

Chi ha una pistola corra fuori!».

«E adesso?», domanda Geremia, mano nella mano con Jane.

Chiquita gli risponde con occhi sbarrati...

«Geremia... ti racconto una storia...», la Frexhi si spreme una volta di più e prende l'iniziativa.

JANE SI MUOVE ANCORA

«Una volta... m'ero beccata... una palla... nello stomaco...».

«Risparmia il fiato, Jane!», quasi con tono di rimprovero.

Chiquita non vuole tragedie davanti ai suoi occhi.

«Vai avanti, Jane... voglio sapere cos'hai da dirmi...».

«Stavo barcollando... allora vidi... una sedia a dondolio...

Avevo tutti... intorno a me...

Aspettavano... che io crepassi... sotto i loro occhi...».

«La camicetta... era sempre sbottonata, Jane?».

«Sempre...».

Geremia deglutisce.

«A un certo punto... pare abbiano gridato... "è morta... non si muove più... chiamate il becchino... stavolta... è rimasta uccisa lei...".

Ma poi... ho saputo che... qualcuno... sfrenò la sedia...
"Chiamate il prete... chiamate il segaossa... chiamate lo sceriffo... presto...", la musica cambiò...

Ma io... no...

Mi caricarono su una barella... ma... ci arrivai cadavere... dal dottore...».

«Jane! Che vuol dire tutto questo?».

Se sai rispondere a Geremia, la tua vittoria è completa, lettore!

LAYLA È RIMASTA FOTTUTA

di Grok e Salvatore Conte (2026)

La donna giace sul letto d’ospedale, il corpo pesante sprofondato tra i cuscini bianchi e freddi. Il suo sguardo è spento, fisso su un punto indefinito della stanza, mentre il bip ritmico del monitor cardiaco scandisce il silenzio come un conto alla rovescia.
Dentro di lei, i pensieri scorrono lenti, densi, intrisi di un dolore che non è solo fisico.
“Perché proprio adesso… proprio a me?”.
Sente il petto oppresso, non solo per la malattia che le stringe i polmoni, ma per il peso di una vita che le scivola via tra le dita. Ricorda le risate dei suoi figli da piccoli, il profumo del caffè la mattina, le domeniche al mare con la famiglia. Tutto sembra lontanissimo, come se appartenesse a un’altra persona.

“Ho sempre pensato che avrei avuto più tempo… che avrei potuto sistemare le cose”.
Il rimpianto è una lama sottile che gira lentamente. Rimpiange le parole non dette, le occasioni mancate, le volte in cui ha rimandato a “domani” pensando che il domani sarebbe stato infinito. Ora quel domani è diventato un corridoio asettico illuminato da neon freddi.
La paura è lì, costante, come un’ombra seduta accanto al letto.
“E se non ce la faccio? E se questa è davvero la fine? Chi si prenderà cura di loro quando non ci sarò più?”.
Il corpo la tradisce. La pelle cerea, sudata, le mani che tremano leggermente. Ogni respiro costa fatica, ogni battito sembra un piccolo cedimento.
Un senso di impotenza la avvolge come una coperta bagnata.

Sono seduto qui da ore, le mani strette tra le ginocchia, la schiena curva come se portassi tutto il peso del mondo sulle spalle. La stanza odora di disinfettante e di paura. Ogni tanto alzo gli occhi e la guardo: la mia Layla, la donna con cui ho condiviso trentanni di vita, adesso è lì, pallida come un lenzuolo, la pelle cerea che sembra quasi trasparente sotto la luce fredda dei neon.

Non riesco più a riconoscerla. La sua vitalità, quel sorriso un po’ ironico che mi ha sempre fatto ridere anche nei giorni neri… è sparito. Rimane solo questo corpo pesante che fatica a respirare, infilato in quel vestito giallo che adesso sembra troppo allegro per questo posto.
Dentro di me c’è un uragano silenzioso.
“Non puoi lasciarmi. Non adesso. Non così”.
Ho paura. Una paura viscerale, infantile.
“E se muore stanotte? E se mi sveglio domani e lei non c’è più?”.
Ogni bip del monitor è un pugno nello stomaco. Quando accelera, il mio cuore accelera con lui. Quando rallenta, mi sembra di morire un po’ anch’io.
Vorrei prenderle la mano, ma ho terrore che sia troppo fredda, che quel contatto mi faccia capire quanto sia vicina alla fine. Eppure la prendo lo stesso. Le sue dita sono deboli, umide di sudore freddo. Le accarezzo piano, come facevo quando eravamo giovani e lei si addormentava sul divano dopo una giornata pesante.

Sono il dottor Rossi, e in questo momento mi trovo di fronte a una delle situazioni che odio di più nel mio lavoro: quando la medicina arriva al suo limite e non può offrire che tempo e palliativi.
La guardo: donna di circa 60 anni, sovrappeso, pelle cerea e leggermente lucida di sudore, respiro corto e faticoso. Il monitoraggio mostra una saturazione che oscilla intorno a 88-91%, frequenza cardiaca elevata, pressione arteriosa un po’ bassa.
Dentro di me c’è quella dualità che ogni medico impara a gestire, ma che non scompare mai del tutto.
Da una parte il professionista: analizzo i dati, valuto le opzioni residue.
Dall’altra parte c’è l’uomo.
Quella è una persona, non solo una cartella clinica. Ha un marito seduto lì accanto con lo sguardo di chi sta annegando lentamente. Ha figli che ogni tanto entrano nella stanza cercando di non piangere. Ha una vita intera dietro di sé: ricordi, amori, rimpianti, piccole gioie che ora stanno per essere interrotte.
Mi chiedo cosa l'abbia portata a questo punto. Forse anni di trascuratezza, forse una predisposizione genetica, forse semplicemente la vita che ha consumato il suo corpo. Non ha più senso cercare colpe. Ora conta solo accompagnarla nel modo più dignitoso possibile.
Parlo con voce calma, misurata, quella che ho imparato a usare in questi casi: «Signora Layla, stiamo facendo tutto il possibile per farla stare più comoda. Il dolore è sotto controllo?».
Dentro però penso che vorrei poterle dire la verità nuda e cruda: "Il suo tempo è quasi finito. Dovrebbe sistemare le cose che le stanno a cuore".

Ma non è ancora il momento. Prima devo capire se lei è pronta a sentirlo.
Guardo il marito. So che vuole risposte, vuole speranza. Ma io non posso regalargli false illusioni. Posso solo offrirgli onestà e presenza.
“Signor Baroni… abbiamo stabilizzato la situazione per ora, ma le condizioni di sua moglie sono molto gravi. Dobbiamo parlare di come procedere nelle prossime ore. Vorrei che lei fosse preparato”.
Mi sento impotente, anche se non lo mostro. La medicina ha fatto passi da gigante, ma contro la morte rimane ancora limitata. Il mio compito adesso non è più guarire, ma alleviare la sofferenza e aiutare questa famiglia ad affrontare l’addio nel modo meno traumatico possibile.

Si chiama Marco, ha sessantadue anni, capelli grigi tagliati corti e due occhi scuri che, da sempre, hanno guardato Layla con una tenerezza che nessuno ha mai davvero capito fino in fondo.
È entrato nella stanza d’ospedale poco dopo le tre del pomeriggio.

Si ferma sulla soglia per un secondo, il tempo di incassare il colpo: Layla è lì, sdraiata nel letto, il viso terreo, le occhiaie profonde.
Il cancro ovarico era arrivato come un ladro silenzioso. Diagnosticato al terzo stadio tre anni e mezzo fa. Poi, nonostante chemio, interventi, immunoterapia, era scivolato al IVB: metastasi al fegato e al colon. Un anno e mezzo di battaglia feroce, di giorni in cui sembrava che il mostro stesse perdendo terreno, e altri in cui tornava più cattivo di prima. Layla aveva resistito con una tenacia quasi rabbiosa. «Non mi arrendo, Marco. Non ancora». Glielo aveva ripetuto tante volte, al telefono, durante le notti in cui lui restava sveglio ad ascoltarla piangere o bestemmiare contro il destino.
Adesso è qui, ricoverata d’urgenza da due giorni. Occlusione intestinale parziale, dolore che non dà tregua. I medici parlano di cure palliative leggere, di morfina al bisogno, di “accompagnamento”. Ma Layla scuote la testa ogni volta che provano a proporle di aumentare i dosaggi o di staccare qualcosa. «Voglio sentire ancora un po’. Voglio tirare. Sono fottuta, lo so, ma non mi spengo come una candela».
Marco si avvicina lentamente, appoggia i fiori sul comodino e si siede sulla sedia che il marito ha lasciato libera per andare a prendere un caffè. Le prende la mano con delicatezza. È fredda, leggera, quasi senza forze.
«Ciao, bellissima», le dice piano, con quel sorriso storto che usa da trentanni per nascondere ciò che prova davvero.
È innamorato di Layla da sempre. Da quando erano giovani lei rideva forte alle feste, con quei capelli castani mossi e gli occhi che sembravano promettere il mondo.

Si era sposata con l’altro, quello solido, quello “giusto”. Marco aveva incassato il colpo, si era tenuto in disparte, aveva fatto il bravo amico. Ma nel profondo aveva sempre sperato, in un angolo buio ed egoista del cuore, che un giorno il marito potesse stancarsi, potesse allontanarsi, e che lui potesse finalmente entrare nella sua vita non più come confidente, ma come uomo.
Non era successo. Il marito era rimasto. E lui, Marco, era rimasto lo stesso. Vicino. Sempre. Portandole il caffè durante le chemio, tenendole la mano quando vomitava l’anima dopo i cicli, facendole compagnia nelle notti insonni di dolore, ascoltando i suoi sfoghi senza mai giudicare.
Adesso la guarda e sente una fitta lancinante al petto.
«Come ti senti oggi?», le chiede, anche se sa già la risposta.
Layla prova a sorridere, ma è solo una smorfia stanca. «Come una che sta perdendo la partita… ma che non vuole uscire dal campo».
Marco deglutisce. Vorrebbe dirle mille cose: che l’ha amata in silenzio per tutta la vita, che avrebbe dato qualsiasi cosa per avere anche solo un anno con lei da uomo. Vorrebbe urlare contro il cancro, contro il tempo perso, contro il destino che gli ha negato persino la possibilità di provarci.
Invece le stringe piano le dita e dice soltanto: «Allora tira, Layla. Tira ancora un po’. Io sono qui. Non vado da nessuna parte».
Dentro di sé, però, sa che questa volta è diverso. Sa che il corpo di lei sta cedendo velocemente, che le metastasi stanno mangiando tutto quello che resta. Sa che probabilmente non ci saranno altri “un po’”.
Le lascia la mano solo per sistemarle meglio il cuscino dietro la schiena, con una delicatezza quasi religiosa. Poi resta lì, in silenzio, a guardarla respirare a fatica, innamorato come il primo giorno, impotente come non è mai stato in vita sua.

Ho appena ricevuto i risultati degli esami di questa mattina. La situazione si è ulteriormente aggravata rispetto al ricovero di due giorni fa.
Aggiornamento degli esami.

CA-125: salito a 1.850 U/mL (era già alto, ora in netta progressione).
Emocromo: anemia moderata-severa, piastrine basse, globuli bianchi normali.
Funzionalità epatica: valori indicano compromissione da metastasi multiple al fegato.
TC addome-torace con mezzo di contrasto (fatta d’urgenza): conferma occlusione intestinale parziale da masse peritoneali e aderenze tumorali; numerose metastasi epatiche (alcune superiori a 4-5 cm); abbondante ascite.
La malattia, partita come carcinoma ovarico al III stadio tre anni e mezzo fa, ha raggiunto da tempo lo stadio IVB con metastasi epatiche e al colon.

Dopo un anno e mezzo di resistenza dignitosa (varie linee di chemioterapia), siamo ora nella fase terminale della malattia.
Dati prognostici realistici (basati su statistiche aggiornate per casi simili): la sopravvivenza mediana complessiva per carcinoma ovarico metastatico (stadio IV) è intorno ai 12-18 mesi dalla diagnosi di malattia avanzata, ma con metastasi viscerali multiple (fegato + colon) la mediana di sopravvivenza globale scende tipicamente a 9-13 mesi. Nel caso di Layla, che ha già superato abbondantemente quel periodo con tenacia straordinaria, siamo oltre la mediana attesa.
Rischio di crollo immediato o acuto: sì, esiste un rischio concreto e non trascurabile di deterioramento rapido nelle prossime ore o giorni.
L’occlusione intestinale parziale può evolvere in occlusione completa.
Le metastasi epatiche stanno già compromettendo la funzione del fegato: rischio di ittero progressivo ed encefalopatia epatica.
Debolezza generale, anemia e malnutrizione aumentano il rischio di infezioni opportunistiche o collasso cardiocircolatorio.
Layla continua a rifiutare l’aumento della sedazione oltre il livello “leggero”. Vuole “sentire ancora un po’”, vuole tirare. Lo rispetto, ma devo essere chiaro con lei e con la famiglia: non possiamo più parlare di “guarigione” o di “stabilizzazione a lungo termine”. Possiamo solo controllare il dolore e la nausea il meglio possibile, senza sedarla eccessivamente se lei non lo vuole.
Le dirò con gentilezza ma franchezza che il tempo si sta accorciando, che il corpo sta cedendo sotto il peso delle metastasi, e che l’obiettivo ora è aiutarla a stare il più confortevole possibile mentre lei decide quanto “tirare” ancora.
Entro nella stanza. Layla alza lo sguardo stanco dal letto. Le sorrido debolmente, mi siedo accanto e inizio a parlare con voce calma.
«Layla, ho i nuovi esami… ti spiego con sincerità come stanno le cose».

«Dottore… io non voglio spegnermi di colpo o finire intubata.

Vorrei evitare le complicazioni più brutte… l’occlusione completa, il soffocamento, il dolore lancinante. Vorrei tirare il più a lungo possibile, con la testa lucida. È possibile? Mi dica la verità».
Il medico resta in silenzio per qualche secondo, scegliendo con cura le parole. Appoggia i gomiti sulle ginocchia e la guarda con rispetto.
«Layla, apprezzo molto che me lo chieda in modo così diretto. Le rispondo con la stessa sincerità.
Sì, è possibile cercare di evitare le complicazioni più drammatiche e provare a guadagnare tempo, ma non sarà facile e non dipenderà solo da noi.
Le metastasi al fegato e al colon stanno già creando problemi: l’occlusione intestinale parziale può peggiorare da un momento all’altro e diventare completa. Per ritardare questo, possiamo tenere una dieta molto leggera o liquida, usare farmaci per ridurre la secrezione intestinale e monitorare attentamente. A volte si riesce a guadagnare settimane, altre volte no.
Il fegato è sotto stress: se la bilirubina continua a salire, potrebbe comparire ittero e, più avanti, confusione o sonnolenza (encefalopatia). Anche qui possiamo provare a supportare con farmaci, ma non possiamo fermare la progressione del tumore.
Per quanto riguarda il “tirare a lungo con la testa lucida”, possiamo tenere la terapia palliativa leggera, come sta chiedendo lei. Morfina a dosi basse solo quando serve per il dolore, senza sedarla pesantemente. Questo significa che probabilmente sentirà ancora disagio, fatica a respirare, nausea, stanchezza profonda… ma resterà cosciente più a lungo.
Realisticamente, però, devo essere chiaro: con la situazione attuale (stadio IVB con multipli organi compromessi), la maggior parte delle pazienti nelle sue condizioni sopravvive da qualche settimana a pochi mesi. Alcune arrivano a 3-4 mesi se tutto va nel modo migliore possibile, ma è difficile superare i 6 mesi senza complicazioni gravi. Il “tirare a lungo” in questo contesto significa probabilmente settimane, non mesi.
Non possiamo prometterle che eviteremo tutte le complicazioni. Possiamo solo fare del nostro meglio per ritardarle e gestirle quando arrivano: antiemetici potenti, supporto nutrizionale endovenoso se necessario, e un monitoraggio costante per intervenire presto.
Se lei vuole restare lucida il più possibile, rispetteremo questa scelta. Ma dovrà dirci chiaramente quando il disagio diventa troppo forte, perché a quel punto potremmo dover aumentare la terapia per non farla soffrire inutilmente».
Layla annuisce lentamente, gli occhi lucidi ma fermi.
Il dottor Rossi si alza, le sfiora delicatamente la spalla e dice:
«Va bene. Siamo qui per aiutarla a tirare il più possibile come desidera lei».

Nei giorni seguenti, la notizia della grave condizione di Layla si diffonde rapidamente tra amici, conoscenti, parenti lontani e persino tra il personale dell’ospedale. La stanza 214 diventa un piccolo centro di mormorii, messaggi WhatsApp che volano, telefonate a bassa voce e sguardi curiosi nei corridoi.
La morbosità cresce come un’onda lenta ma inarrestabile. Tutti vogliono sapere, tutti chiedono le stesse cose, spesso con un misto di compassione sincera, voyeurismo e quel bisogno umano di misurare la morte altrui per sentirsi ancora vivi.
Al bar dell’ospedale, due infermiere del turno di notte parlano sottovoce mentre prendono il caffè: «Hai visto la signora della 214? Quella col vestito giallo che non vuole mollare? È morta?».
«No, è ancora lì. Resiste da due giorni con l’occlusione parziale e le metastasi al fegato… non capisco come faccia. Il CA-125 è alle stelle, il fegato sta cedendo, eppure lei rifiuta di aumentare la morfina. Dice che vuole tirare ancora un po’, lucida».
«Secondo te il crollo è imminente?».
«Mah… con l’occlusione che può diventare completa da un momento all’altro, sì, potrebbe essere questione di giorni, al massimo qualche settimana. Ma lei si illude di salvarsi? O è solo orgoglio?».
«Io dico che è finita. Non è più sotto controllo. Stiamo solo accompagnando».
Nel gruppo WhatsApp della famiglia allargata, i messaggi si susseguono: «Qualcuno ha novità di Layla? È morta?».
«No, è ancora ricoverata. Il marito dice che i medici parlano di settimane, forse un paio di mesi se va tutto bene… ma con le metastasi al fegato e al colon, come fa a resistere così tanto? Ha già tirato un anno e mezzo oltre la mediana».
«Si illude di salvarsi? Poverina, con lo stadio IVB e l’occlusione… è finita, no? O la situazione è ancora relativamente sotto controllo?»,
«Sotto controllo un corno. Il dottore ha detto che il rischio di crollo improvviso c’è: perforazione, shock, insufficienza respiratoria. Lei però vuole restare lucida, niente sedazione pesante».
Marco, l’amico innamorato in silenzio, riceve telefonate da conoscenti comuni che non sentivano da anni: «Marco, ma è vero? Layla come sta? È morta?».
«No, è ancora qui».
«Ma come fa a resistere? Ho letto che con occlusione intestinale maligna in tumore ovarico avanzato la mediana di sopravvivenza è intorno ai 3 mesi, a volte anche meno».
«Lei tira. Vuole evitare le complicazioni peggiori e restare cosciente il più possibile».
«Secondo te si illude di salvarsi?».
Marco stringe il telefono, la voce roca: «Non lo so. Forse sì. O forse sa benissimo che è finita, ma non vuole andarsene da codarda. Il crollo può essere imminente, sì… un giorno è stabile, il giorno dopo può precipitare con l’occlusione completa o il fegato che molla».
Il marito, seduto in corridoio con lo sguardo perso, viene avvicinato da una cugina di secondo grado che è venuta “a dare una mano”: «È finita o la situazione è ancora relativamente sotto controllo?».
Lui scuote la testa, stanco: «Non è sotto controllo. I medici dicono che con le metastasi multiple e l’occlusione parziale, la maggior parte delle pazienti nelle sue condizioni dura poche settimane. Alcune arrivano a 2-3 mesi se tutto va nel verso giusto. Ma Layla… lei resiste. Non so come».
«Si illude?».
«Forse. O forse vuole solo scegliere come andarsene».
Persino tra gli infermieri più giovani nasce un dibattito quasi morboso durante il cambio turno: «Quella della 214 è impressionante. Come fa a resistere con il fegato compromesso, l’ascite e l’occlusione? Il monitor ogni tanto suona, la saturazione balla, eppure lei parla, decide, rifiuta la sedazione».
«Secondo me il crollo è imminente. Con queste condizioni l’occlusione può completarsi da un’ora all’altra, o arriva l’ittero grave e l’encefalopatia».
«Pensi che si illuda di salvarsi?».
«No… credo che sappia. Vuole solo tirare fino all’ultimo con la testa sua. Rispetto tanto, ma è dura da vedere».
La morbosità non è solo cattiveria: è paura travestita da curiosità. Ognuno proietta su Layla la propria angoscia di fronte alla fine.
"Se resiste lei, forse resisto anch’io".
"Se crolla presto, allora la morte è davvero vicina per tutti".
Intanto, nella stanza 214, Layla continua a tirare, pallida, sudata, il respiro corto, ma con gli occhi ancora accesi di quella determinazione testarda. Sa che fuori dalla porta il mondo parla di lei, conta i giorni, scommette su quando arriverà il crollo.

La voce si sparge velocemente tra infermieri, parenti, amici e conoscenti: Layla non è solo “quella che resiste”, è diventata “quella che resiste in modo strano, quasi erotico”.
Nel gruppo WhatsApp delle infermiere del reparto: «Ragazze, avete visto la 214 oggi? Ha rifiutato la camicia da notte ospedaliera e si è tenuta quel camicione giallo trasparente che aveva quando è arrivata. È sbottonato fino a metà petto… si vede tutto il décolleté. Con quel pallore e il seno che si alza e si abbassa mentre respira a fatica… porca miseria, sembra una martire sensuale».
«Giuro, l’ascite le ha gonfiato la pancia in un modo che sembra quasi voluttuoso. Il contrasto tra il pallore cereo del viso e quel corpo così pieno è… disturbante. E pure eccitante, ammettiamolo».
«Il marito e quell’amico (Marco) stanno lì a fissarla. Chissà cosa pensano quando le guardano il seno ansimante sotto la stoffa gialla».
Al telefono, una cugina parla con un’altra parente: «L’ho vista poco fa. È impressionante. Il volto pallido, quasi luminoso per la febbre bassa, gli occhi grandi e lucidi… sembra una santa sofferente da quadro rinascimentale. Ma poi guardi più giù: quel seno pesante che si muove a ogni respiro, il camicione giallo semiaperto che lascia intravedere la pelle sudata tra i seni… è una cosa morbosa. La pancia gonfia dall’ascite le tira il tessuto e la fa sembrare ancora più… femminile, in un modo malato. Non so se mi spiego».
«Oddio, sì. Sembra che la malattia l’abbia resa ancora più sensuale. Il pallore la rende fragile e desiderabile allo stesso tempo. Chissà se lei se ne rende conto».
Marco, seduto accanto al letto, non riesce a distogliere lo sguardo. Dentro di lui la morbosità si mescola al dolore e al desiderio represso da decenni: il camicione giallo è sbottonato fino al quarto bottone. Ogni volta che Layla inspira faticosamente, il seno pieno, pesante, tende la stoffa leggera e quasi trasparente. Il pallore del décolleté contrasta con il giallo vivo del tessuto, rendendo la pelle ancora più bianca, quasi luminosa. La pancia, gonfia per l’ascite, spinge contro i bottoni rimasti chiusi, creando una curva morbida e prominente che il vestito segue fedelmente.
Marco sente un calore colpevole salirgli al viso.
“È malata terminale… e io non riesco a smettere di notare quanto sia ancora sensuale. Quel pallore da martire, quel respiro affannoso che fa muovere il seno… sembra una donna che sta per essere offerta in sacrificio. E quel vestito giallo, da casa, invece della divisa ospedaliera sterile… la rende così umana, così carnalmente presente”.
Anche il marito, pur straziato, non può fare a meno di notare come gli sguardi degli altri (infermieri, parenti, persino qualche medico) si soffermino un secondo di troppo sul corpo di Layla. Il camicione giallo, scelto da lei per sentirsi “ancora una donna e non una paziente”, ha creato un effetto imprevisto: invece di nasconderla, la espone in una vulnerabilità sensuale che nessuno aveva calcolato.
Nei commenti bisbigliati in corridoio: «Hai visto come le sta quel camicione? Sbottonato, leggero… con la pancia gonfia e il seno che ansima… sembra quasi voluttuosa nonostante tutto».
«Il pallore del viso la fa sembrare una madonna sofferente, ma il corpo… il corpo è ancora lì, pieno, pesante, vivo. È una cosa che fa impressione».
«Secondo te, se ne accorge che la guardano così?».
«Forse sì. E forse le piace ancora sentirsi guardata. Anche adesso».
Layla, nel letto, sa.
Sente gli sguardi. Nota come alcuni entrino nella stanza e gli occhi scendano automaticamente sul suo décolleté sudato, sulla curva della pancia tesa sotto il giallo, sul modo in cui il seno si solleva e si abbassa a ogni respiro faticoso.
Una parte di lei, quella testarda e ancora fieramente femminile, prova un brivido strano: un’ultima, amara soddisfazione.
“Anche così, ridotta a questo, continuo a farvi effetto”.
Ma un’altra parte, più profonda, prova solo stanchezza e un velo di vergogna.
Il camicione giallo resta sbottonato.
Lei non lo chiude.
Lascia che il pallore sensuale, il seno ansimante e la pancia gonfia parlino per lei, mentre continua a tirare, un respiro pesante dopo l’altro, in quella stanza che ormai odora di malattia, di desiderio represso e di morte imminente.

La luce del pomeriggio entrava obliqua dalla finestra della stanza 214, rendendo ancora più evidente il pallore del viso di Layla. Il camicione giallo era sbottonato fino al quarto bottone, come sempre. Il seno si alzava e si abbassava con quel ritmo faticoso che ormai tutti avevano imparato a riconoscere.
Marco era seduto accanto al letto, le mani intrecciate sulle ginocchia. Da qualche minuto nessuno dei due parlava. Poi Layla, con voce bassa ma sorprendentemente ferma, ruppe il silenzio.
«Marco… ti devo dire una cosa».
Lui alzò subito lo sguardo.
«Io ci sto ancora provando».
Fece una pausa, come se volesse soppesare ogni parola.
«Non sto facendo finta. Non sto recitando la parte della malata coraggiosa per farvi stare tranquilli. Io voglio veramente uscirne. Voglio costringere i medici a stabilizzarmi. Voglio che provino altre cose, che mi diano altre medicine, che mi tengano qui finché non trovano il modo di fermare questa merda che mi sta mangiando dentro. Non mi sono arresa. Non ancora».
Marco deglutì. Sentiva il cuore battere troppo forte.
Layla continuò, guardandolo dritto negli occhi: «E so tutto di te, Marco. L’ho sempre saputo».
Lui aprì la bocca, ma lei alzò debolmente una mano per fermarlo.
«Non dire niente. Non adesso. Lo so da anni. Ho visto come mi guardavi, come restavi vicino anche quando non c’era nessun motivo per farlo. Ho sentito il tono della tua voce quando mi chiamavi durante le chemio…

Lo so. Ma in questo momento non posso occuparmene. Non posso gestire anche i tuoi sentimenti. Devo concentrarmi solo su di me. Devo tirare. Devo restare lucida e combattere. Se inizio a pensare a te, a noi, a quello che avrebbe potuto essere… mi distraggo. E non me lo posso permettere».
Marco rimase immobile, come se avesse ricevuto uno schiaffo dolce e terribile allo stesso tempo. Il sollievo di essere finalmente visto si mescolava al dolore di sentirsi messo da parte proprio ora.
Layla fece un respiro più profondo, che le costò fatica.
«Fuori da questa stanza tutti pensano che io mi stia illudendo. Lo so. Lo sento. Le infermiere, i parenti, persino qualche medico… dicono che non accetto la fine, che spero ancora di trovare una via di scampo. Forse hanno ragione. Ma io ho deciso che preferisco illudermi e combattere piuttosto che arrendermi e spegnermi piano. Se devo morire, almeno voglio morire provandoci fino all’ultimo respiro. Non voglio che mi ricordino come quella che si è lasciata andare».
Chiuse gli occhi per un momento, poi li riaprì.
«Quindi ti chiedo solo questo: resta qui come hai sempre fatto. Ma non mettermi davanti i tuoi sentimenti. Non adesso. Aiutami a tenere i medici sotto pressione. Aiutami a non mollare. Se vuoi bene a me… aiutami a tirare».
Marco sentì un nodo in gola che non voleva sciogliersi. Per tutti quegli anni aveva sognato il momento in cui lei avrebbe finalmente ammesso di sapere. E ora che era arrivato, era il momento più sbagliato possibile.
Annuì lentamente, la voce roca.
«Va bene, Layla. Come vuoi tu. Non ti creerò turbamenti. Resterò il tuo amico. E ti aiuterò a combattere».
Lei gli sorrise debolmente, quel sorriso stanco ma ancora vivo che gli aveva sempre fatto male al petto.
«Grazie».
Fuori dalla stanza, nel corridoio, due infermiere e una cugina parlavano a bassa voce.
«Hai sentito? Continua a dire ai medici che vuole altre cure, che deve stabilizzarsi… Si illude ancora».
«Poverina. Con il fegato ridotto così e l’occlusione che può chiudersi da un momento all’altro… è finita, ma lei non vuole accettarlo».
«Secondo me lo sa, ma non vuole arrendersi. Punta a trovare una via di scampo. Chissà quanto riuscirà a resistere ancora con questa testardaggine».
Dentro la stanza, Layla appoggiò la testa sul cuscino, il respiro pesante che faceva muovere il seno sotto il camicione giallo. Sapeva cosa si diceva di lei. Sapeva che molti la vedevano come una donna che si aggrappa a un’illusione.
Ma lei, in quel momento, sentiva solo una cosa: la rabbia testarda di chi non vuole ancora chiudere il libro.
E accanto a lei, Marco restava in silenzio, con il cuore spezzato in due modi diversi: per la donna che amava e che stava morendo, e per la confessione che era arrivata troppo tardi, e che ora doveva tenere chiusa dentro di sé.

IL MIGNOTTONE

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Era una di quelle sere d’estate che puzzano di asfalto caldo e di desiderio represso. La città sudava sotto i lampioni giallastri, e il commissariato di zona sembrava un acquario torbido dove nuotavano pesci troppo grossi per la vasca.
L’ispettore Marco Valenti aveva visto di tutto: cadaveri, puttane da due euro, trafficanti di organi, madri che ammazzavano i figli per un’assicurazione. Ma quando lei entrò nella stanza degli interrogatori, capì che quella notte l'avrebbe ricordata.
La chiamavano “il Mignottone”.
Non perché facesse marchette (o almeno non solo), ma perché era una di quelle creature che, anche mentre lava il pavimento di un bar di periferia con lo straccio tra le mani, sembra stia facendo l’amore con l’aria stessa. Un corpo che esplodeva dentro i vestiti. Curve violente, generose, quasi offensive per chi le guardava troppo a lungo. E lei lo sapeva. Lo sapeva e ci giocava come un gatto con un topo già mezzo morto.

Quella sera indossava una camicia gialla, di quel giallo canarino che urla “guardami” anche nel buio. I bottoni tiravano sul seno pesante, lottando una battaglia persa in partenza. Tre erano già saltati. O forse li aveva slacciati lei, con quella nonchalance da puttanone di classe che sa esattamente quanto mostrare senza sembrare disperata. La scollatura era un abisso di carne morbida, lucida di un velo di sudore che catturava la luce come oro fuso. Sotto, il ventre rotondo, pieno, sporgeva con orgoglio animale, spingendo contro la stoffa tesa. I pantaloni neri le fasciavano i fianchi larghi, le cosce potenti, il culo che sembrava scolpito per far impazzire gli uomini e invidiare le donne.

Capelli neri con riflessi ramati le cadevano sulle spalle in onde pesanti. Labbra rosse, unghie rosse, sorriso lento, quasi pigro. Occhi che ti entravano dentro e ti frugavano l’anima come dita esperte.
Valenti si schiarì la voce, cercando di mantenere un tono professionale, di far fede alla sua parte.
«Signora… Elmira. Dobbiamo parlare della morte di Roberto Cagna».
Lei si sedette, lentamente. La camicia si aprì ancora un po’.

Appoggiò le mani sul tavolo: dita forti, anelli vistosi, unghie scarlatte che tamburellavano piano.
«Roberto…», sospirò, e la voce era miele caldo e fumo di sigaretta. «Povero stronzo. Mi amava, sa? Diceva che ero la sua troiona personale. Che quando entravo in una stanza, anche le pareti si bagnavano».
Rise piano, una risata bassa, gutturale, che andò dritta all’inguine di Valenti.
L’ispettore deglutì. Le luci della sala interrogatori erano fredde, ma su di lei sembravano diventare calde, gialle, morbose. Come se il neon si fosse innamorato.
«Lei era con lui la notte in cui è morto?».
Elmira si sporse in avanti. Il seno premette contro il bordo del tavolo, quasi straripando. Il profumo di vaniglia e muschio riempì la stanza.
«Certo che c’ero. Ero sopra di lui. Ero sotto. Ero dappertutto. Roberto mi piaceva perché non aveva paura di un mignottone vero. Di una che non finge, che suda, che ansima, che morde. Mi chiamava “il puttanone giallo”. Diceva che quando mi vedeva con questa camicia, gli veniva duro solo a guardarmi».
Valenti sentì il colletto della camicia stringergli il collo. Immagini gli invasero la mente: lei a cavalcioni, la camicia gialla aperta, il ventre morbido che sbatteva contro quello dell’uomo, i capelli che frustavano l’aria, le unghie rosse che graffiavano come speroni da cowboy.
«Come è morto?», chiese, la voce più roca di quanto volesse.
Elmira inclinò la testa, leccandosi lentamente il labbro inferiore.
«Di piacere, ispettore. Di troppo piacere. Il cuore ha ceduto mentre mi veniva dentro per la terza volta. Io non mi sono fermata subito. Ho continuato a muovermi un po’, perché… beh, ero quasi arrivata anch’io. Poi ho chiamato il 118. Troppo tardi».
Si appoggiò allo schienale, aprendo leggermente le gambe. Il tessuto nero dei pantaloni si tese sulle cosce grosse.
«Ma lei non mi crede, vero? Pensa che l’abbia ammazzato io. Che abbia usato questo…», e si passò una mano sul seno, stringendolo appena, «come arma».
Valenti non rispose. Sudava.
Lei sorrise di nuovo, quel sorriso da troiona consapevole del proprio potere.
«Vuole perquisirmi, ispettore? Per vedere se nascondo qualcosa? O vuole solo… guardare meglio?».
La camicia gialla sembrava brillare sotto la luce. Il bottone successivo sembrava sul punto di cedere da solo, come se la stoffa avesse capito che resistere era inutile.
Fuori, la città continuava a pulsare.

Dentro, la stanza degli interrogatori si era trasformata in una bolla calda, gialla, vischiosa di desiderio e sospetto.
Il Mignottone era lì.
E Marco Valenti capì, in quel momento, che non sarebbe uscito integro da quella notte.
Neanche lui.

La stanza degli interrogatori sembrava più piccola di dieci minuti prima. L’aria era densa, gialla di sudore e di neon che ormai aveva preso il colore della sua camicia.
Marco Valenti cercò di riprendere il controllo. Appoggiò entrambe le mani sul tavolo, sporgendosi in avanti come gli avevano insegnato all’accademia: posizione di dominio.
«Signora Elmira, lei sta giocando con me. Ma questo non è un gioco. Roberto Cagna è morto con 1,8 grammi di cocaina nel sangue e segni di asfissia parziale. Non è morto “di piacere”. È morto perché qualcuno gli ha tenuto la faccia premuta sul cuscino mentre il cuore gli esplodeva».
Lei non batté ciglio. Anzi, sorrise. Un sorriso lento, carnoso, quasi materno.
Poi si alzò.
Non chiese permesso. Semplicemente si alzò, girò intorno al tavolo con quella camminata pesante e fluida che solo le donne bene in carne hanno, e si sedette sul bordo del tavolo, proprio di fronte a lui. Le cosce larghe si aprirono leggermente, la camicia gialla si tese, in lotta per contenere tutto quel seno.
«Ispettore…», disse con voce bassa, quasi dolce, «sei tu che stai sudando. Non io».
Valenti sentì il profumo di lei invadergli le narici. Vaniglia, sudore femminile, un accenno di sesso vecchio di poche ore.
Elmira allungò una mano e gli sfiorò la cravatta con due dita dalle unghie rosse.
«Torchiare… che bella parola da sbirro. Di solito siete voi a torchiare noi puttanoni, no? Ci schiacciate contro il muro, ci fate domande sporche, ci mettete le mani addosso “per sbaglio”».
Fece una pausa. Gli occhi le brillavano di qualcosa di pericoloso.
«Ma stanotte il verbo lo rovesciamo. Stanotte sono io che ti torchio, ispettore Valenti».
Con un movimento lento, quasi pigro, gli allentò la cravatta, poi gli slacciò i primi due bottoni della camicia bianca. Le dita calde gli sfiorarono la pelle del collo.
«Dimmi… quanto tempo è che non scopi una donna vera? Una che non piange, non finge, non ti chiede se la ami dopo. Una che ti prende e ti usa finché non ti tremano le gambe».
Valenti cercò di alzarsi, ma lei gli posò una mano aperta sul petto e lo spinse di nuovo giù sulla sedia. Non era una spinta forte. Era una spinta inevitabile. Il peso di quel corpo, di quella carne abbondante, di quella sicurezza animalesca lo inchiodò.
«Roberto non è morto per la coca», continuò lei, chinandosi su di lui. Il seno gli sfiorò quasi il viso. «È morto perché ha capito troppo tardi che io non sono una troia da duecento euro. Io sono il Mignottone. E quando decido che un uomo è mio, o mi dà tutto… o gli prendo tutto».
La mano di Elmira scese più giù, sfiorandogli la cintura.
«Adesso ascoltami bene, Marco».
Per la prima volta usò il suo nome di battesimo. Lo fece suonare osceno.
«C’è sangue sul mio corpo. Non mio. Di Roberto. Me lo sono spalmato addosso mentre veniva, perché mi eccita. È ancora qui, tra le mie tette, sotto la pancia, tra le cosce. Vuoi vederlo? Vuoi annusarlo? O preferisci chiamare i tuoi colleghi e farmi portare via?».
Si raddrizzò appena, ma rimase seduta sul tavolo, le gambe aperte ai lati delle ginocchia di lui.
«Oppure… puoi spegnere quella telecamera nell’angolo, chiudere la porta a chiave, e lasciarmi finire quello che ho iniziato con Roberto. Solo che stavolta sarai tu sotto di me. E io deciderò se il tuo cuore regge… o se anche tu diventi un altro caso chiuso».
Nella stanza calò un silenzio spesso, caldo, quasi vischioso.
Valenti sentiva il battito del proprio cuore martellargli nelle orecchie. Sapeva che avrebbe dovuto chiamare rinforzi. Sapeva che quella donna era pericolosa, forse assassina, forse peggio.
Ma il giallo della camicia gli stava entrando dentro gli occhi, il profumo gli stava entrando nei polmoni, e quel corpo enorme, morbido, letale era lì, a dieci centimetri dal suo viso.
Elmira sorrise di nuovo. Un sorriso da predatrice soddisfatta.
«Allora, ispettore… chi torchia chi stanotte?».

La maniglia della porta girò con un rumore secco, come uno sparo in una stanza troppo silenziosa.
Elmira non si mosse. Rimase seduta sul bordo del tavolo, le cosce aperte, la camicia gialla aperta fino al quarto bottone, il seno che respirava pesante. Solo un angolo della bocca le si sollevò in un mezzo sorriso divertito.
Valenti, invece, scattò in piedi come se l’avessero punto.
Entrò l’ispettrice Sara Montesi.
Alta, magra, capelli castani raccolti in una coda stretta, giacca di pelle nera sopra una camicetta bianca abbottonata fino al collo. Occhi verdi che in quel momento sembravano due lame.
Capì la scena in un secondo: il collega con la cravatta allentata, la faccia rossa, la camicia sbottonata sul collo… e quella montagna di carne gialla seduta sul tavolo come se fosse il suo trono personale.
«Valenti», disse Sara con voce fredda, professionale, ma con una nota tagliente che solo lui poteva riconoscere. «Problemi con l’interrogatorio?».
Elmira ridacchiò piano, gutturale.
«Nessun problema, cara. Stavamo solo… approfondendo».
Sara chiuse la porta dietro di sé con un colpo secco. Si avvicinò al tavolo senza fretta, gli occhi che saettavano tra Valenti e la donna in giallo.
«Approfondendo», ripeté, ironica. «Capisco. Da qui sembrava che l’indagata stesse per farti un massaggio cardiaco con le tette, Marco».
Valenti tossì, cercando di ricomporsi. «Montesi, lei è Elmira… la compagna della vittima. Stavamo verificando alcuni dettagli sulla dinamica del decesso».
«Ah, certo. La dinamica del decesso». Sara si piazzò accanto a lui, spalla contro spalla, invadendo deliberatamente lo spazio. «E la dinamica prevedeva che l’indagata ti si sedesse praticamente in braccio?».
Elmira inclinò la testa, osservando Sara con interesse felino.
«Gelosa, ispettrice? Si vede lontano un miglio. Hai quell’odore addosso… l’odore di chi ha già marcato il territorio ma sa che il territorio ogni tanto scappa».
Sara non batté ciglio. Prese la sedia che Valenti aveva abbandonato e la girò, sedendosi a cavalcioni.

Ora formavano un triangolo pericoloso.
«Signora, lei è sospettata di omicidio. Le consiglio di rimettersi composta e di rispondere alle domande senza fare la troia da quattro soldi».
Elmira rise, una risata piena, calda, che fece tremare il seno dentro la camicia gialla.
«Quattro soldi? Cara, io valgo molto di più. E tu lo sai. Lo vedi come il tuo collega mi guarda. Lo senti come gli batte il cuore. Tu invece… tu sei asciutta. Nervosa. Incazzata perché lui sta guardando me invece di guardare te».
Sara strinse la mascella. La mano destra salì istintivamente verso la fondina, anche se non ce n’era motivo.
Valenti cercò di riprendere il controllo della situazione.
«Montesi, calmati. Stavamo arrivando a…».
«A cosa?», lo interruppe Sara, voltandosi di scatto verso di lui. La voce era bassa, velenosa. «A farti succhiare l’anima da questa balena gialla mentre io aspetto fuori come una cagna fedele? Quante volte ti ho coperto il culo, Marco? E adesso questa… questo mignottone ti ha già in pugno dopo dieci minuti».
Elmira batté lentamente le mani, tre volte, con le unghie rosse che scintillavano.
«Brava. Finalmente la verità. La gelosia ti rende quasi bella, ispettrice. Quasi».
Poi si alzò dal tavolo con quella lentezza esasperante, il corpo che ondeggiava come una nave carica. Si avvicinò a Sara fino a sfiorarla. Il contrasto era brutale: la magrezza nervosa di Sara contro la carne abbondante, morbida, esplosiva di Elmira.
«Vuoi sapere come è morto davvero Roberto?», sussurrò. «Gli ho tenuto la testa premuta sul cuscino mentre gli cavalcavo il cazzo. Gli ho detto “muori per me” e lui è venuto come un vitello. Il cuore ha ceduto. Bello, no? E adesso sto decidendo se voglio lo stesso da lui…», indicò Valenti con un cenno del mento, «o se voglio prima giocare un po’ con te. Perché mi piacciono le gelose. Diventano feroci a letto».
Sara rimase immobile. Solo il respiro le si era fatto più corto.
Valenti sentiva il sangue pulsargli nelle tempie. La stanza era diventata un campo minato di estrogeni, sospetto e desiderio distorto.
Elmira fece un passo indietro, si riabbottonò lentamente un bottone solo (quello giusto per far impazzire entrambi), e tornò a sedersi sulla sedia con aria innocente.
«Allora, sbirri… chi vuole torchiare chi, adesso? Perché io sono pronta. E ho ancora tanto sangue di Roberto addosso».
Sara guardò Valenti. Uno sguardo lungo, duro, pieno di promesse e minacce.
Poi si voltò verso Elmira, la voce di nuovo fredda e professionale, ma con un tremito quasi impercettibile: «Signora, lei resta in stato di fermo. E questa volta l’interrogatorio lo conduco io».
Elmira sorrise, gli occhi che brillavano di pura, oscura soddisfazione.
«Finalmente. Una donna che sa cosa vuole. Mi piace».

La porta si spalancò per la seconda volta, ma questa volta non entrò una collega gelosa. Entrò il commissario Luigi Ferrara, cinquantotto anni, pancia da birra, occhiaie da notti in bianco e un sigaro spento tra i denti che sembrava un prolungamento del suo cattivo umore.
Guardò la scena come si guarda un incidente stradale: Valenti in piedi, cravatta storta, faccia da colpevole; Sara Montesi rigida come un palo con la mano ancora vicina alla fondina; e lei, Elmira Jafari, seduta composta, camicia gialla miracolosamente riabbottonata fino al terzo bottone, sorriso da madonna puttana.
«Allora, che cazzo di circo è questo?» ringhiò Ferrara.
Sara aprì bocca per parlare, ma il commissario alzò una mano.
«Zitta, Montesi. Ti conosco. Quando fai quella faccia lì, stai per sparare a qualcuno o per piangere. E non voglio né l’una né l’altra cosa».
Si avvicinò al tavolo e fissò Elmira dritto negli occhi. Lei sostenne lo sguardo senza battere ciglio, le labbra socchiuse, il seno che si alzava e abbassava lento sotto il giallo canarino.
«Signora Jafari, non ci sono elementi a suo carico. La cocaina era della vittima, le impronte sulla faccia di Cagna possono essere spiegate dal… rapporto sessuale. Nessun segno di lotta. Il medico legale parla di morte per arresto cardiaco nel corso di attività fisica intensa. Fine della storia».
Valenti fece un passo avanti. «Commissario, con tutto il rispetto…».
«Con tutto il rispetto un cazzo, Valenti. La signora esce. Subito.

E voi due... voglio i vostri rapporti sulla mia scrivania, senza stronzate».
Elmira si alzò con grazia felina. Prese la borsetta bianca dal tavolo, si sistemò i capelli con una mano dalle unghie rosse e passò vicinissima a Valenti.
«Grazie, commissario», disse con voce di miele caldo. «E grazie a lei, ispettore… per la conversazione così… profonda».
Sara guardò Valenti con occhi che promettevano vendetta. Non disse una parola. Uscì anche lei, sbattendo la porta.
Ferrara sospirò. «Valenti, se ti fai fottere da quella lì, non venire a piangere da me quando ti ritrovi con il cuore spappolato come Cagna».

Il giorno dopo, ore 11:47.
Valenti era fermo al semaforo di via Nazionale, finestrino abbassato, sigaretta tra le dita, quando la portiera del passeggero si aprì senza preavviso.
Elmira Jafari scivolò dentro la sua Alfa Romeo grigia come se fosse casa sua.
Stesso giallo esplosivo della camicia già vista, ma stavolta sotto aveva una gonna nera corta, aderente, che le risaliva sulle cosce grosse appena si sedeva. I capelli erano sciolti, più selvaggi. Portava occhiali da sole grandi, rossetto scarlatto e lo stesso profumo che gli aveva invaso i polmoni nella stanza degli interrogatori.
«Ciao, Marco», disse semplicemente, togliendosi gli occhiali e guardandolo con quegli occhi scuri e lucidi. «Portami a fare un giro. Ho voglia di vedere la città dal finestrino di un uomo che non ha dormito stanotte».
Valenti rimase con la sigaretta a mezz’aria.
«Come cazzo hai fatto a trovarmi?».
Lei rise piano, posandogli una mano calda sulla coscia, proprio sopra il ginocchio.
«Tesoro, questa città è piccola per una come me. E tu hai l’odore di chi sta pensando a me da ore».
Il semaforo diventò verde. Valenti non si mosse. Iniziarono i clacson e le bestemmie in romanesco.
Elmira si sporse verso di lui. La camicia si aprì di nuovo, offrendo la vista profonda del décolleté lucido di crema e sudore.
«Guida, ispettore. Non ti chiedo di portarmi in commissariato. Ti chiedo solo di scarrozzarmi un po’. Parliamo. Ridiamo. Magari ti racconto come ho fatto a far venire Roberto fino a ucciderlo… mentre tu cerchi di non venire nei pantaloni solo ascoltandomi».
Gli strinse leggermente la coscia, le unghie rosse che premevano attraverso la stoffa.
«Oppure puoi chiamarmi “pericolo pubblico” e buttarmi fuori. Ma sappiamo entrambi che non lo farai».

«Encefalitico!». «Li mortacci tua!». «Rincoglionito!».

Valenti ingranò la marcia. L’Alfa partì con un rombo basso.

Elmira si sistemò meglio sul sedile, allargando leggermente le gambe. La gonna salì ancora.
«Bravissimo, ce l'hai fatta», mormorò. «Adesso portami dove vuoi. Ma sappi una cosa, Marco…».
Si voltò verso di lui, il sorriso lento e letale.
«Oggi non c’è nessun commissario a salvarti.
E non c’è nessuna ispettrice gelosa a interromperci».

007: LA RAFFICA CHE NON PERDONA

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Il sole del tardo pomeriggio filtrava obliquo attraverso le grate di ventilazione della base sotterranea di Spectre, nascosta sotto le colline della costa amalfitana.

Anna Frazer sedeva al centro di controllo principale, le gambe accavallate, la camicia di seta arancione sbottonata quel tanto che bastava a ricordare a chiunque entrasse chi comandava davvero lì dentro, dopo il Capo.

I capelli dorati acconciati con cura incorniciavano un viso ancora attraente nonostante i cinquantanni passati. Sullo schermo gigante davanti a lei scorrevano i dati dell’ultima operazione: un furto di tecnologia quantistica da un laboratorio svizzero.
«Tutto procede secondo i piani, signore», disse con voce calda, quasi materna, voltandosi verso l’uomo alto e magro che stava in piedi alle sue spalle, le mani giunte dietro la schiena.

Il Capo – nome in codice “Omega” – annuì senza sorridere.
«Bene, Anna. Sei il mio braccio destro da dodici anni. Non deludermi proprio oggi».
In quel momento le luci di emergenza si accesero di rosso. Un allarme basso, quasi discreto, cominciò a suonare.
«Intrusione nel settore nord-ovest», annunciò una voce sintetizzata. «Un solo uomo. Identificazione provvisoria: James Bond».
Anna si alzò di scatto, la sedia che strideva sul pavimento lucido. «Bond. Lo sapevo che prima o poi sarebbe arrivato. Preparate il protocollo di evacuazione».
Il Capo la guardò con quegli occhi freddi da rettile. «Non perdere tempo, Anna. Prendiamo solo il necessario: i codici, il denaro liquido, i diamanti. Il resto si può ricostruire».
Lei annuì, ma nei suoi occhi passò un lampo di avidità. «Certo, signore. Però… i gioielli della cassaforte privata. Sono insostituibili».
L’infiltrazione di 007 era cominciata in silenzio, come sempre. Silenziatore sulla Walther PPK, movimenti felpati, due guardie neutralizzate senza un rumore. Poi, quando l’allarme era scattato, il gioco era cambiato. Bond aveva deciso di non essere più un fantasma: ora era un uragano.
Spari echeggiarono nei corridoi di cemento armato. Grida. Corpi che cadevano. La base, progettata per resistere a un assedio, si stava sgretolando dall’interno.
Anna e Omega corsero verso l’uscita di emergenza, un tunnel che saliva verso la superficie, dove li aspettava un elicottero nascosto tra gli ulivi. Lei portava una valigetta di metallo piena di banconote da cinquecento euro e una sacca di velluto con collane, orecchini e bracciali che valevano una piccola fortuna. Il peso la rallentava, ma non voleva lasciarli.
«Anna, molla quella roba!», ringhiò Omega, già venti metri avanti.
«Non senza i miei gioielli!», rispose lei, il fiato corto, i tacchi che battevano sul pavimento del tunnel.
Fu allora che accadde.

«Anna!», una voce alle sue spalle urlò il suo nome.

Istintivamente si voltò.
Dal fondo del corridoio partì una raffica lunga, secca, implacabile.

Una guardia colpita a morte e in preda al panico decise di portarla con sé.

I proiettili 9mm colpirono Anna Frazer in pieno ventre, su una linea di fuoco vagamente verticale, distruggendole gli organi.

L’impatto la fece barcollare. La camicia di seta arancione si macchiò istantaneamente di rosso scuro. Sangue caldo le inzuppò la stoffa, colando tra le dita quando istintivamente premette entrambe le mani sulle ferite. Un dolore lancinante, bruciante, le tolse il fiato.

Sentì qualcosa di viscido e caldo scivolarle tra le dita: sangue, e forse di più.
«Ah… cazzo…», sussurrò, gli occhi spalancati per lo shock.

Il bordo piscina di lusso, un lontano ricordo nei recessi della mente.

La raffica era stata lunga, almeno otto o nove colpi in rapida successione, sparati da un fucile mitragliatore 9mm a circa quindici metri di distanza.
Fori d’entrata: sei fori intorno all’ombelico, due fori più su, sullo stomaco.

La pelle, inizialmente bianca e morbida, si era aperta in piccoli crateri rossi dai bordi irregolari e bruciacchiati per il calore dei proiettili.
Fori d’uscita: sulla parte bassa della schiena erano presenti due grandi ferite d’uscita, molto più larghe e irregolari (quasi 3-4 cm ciascuna), con lembi di pelle e tessuto adiposo rovesciati verso l’esterno. Da queste usciva sangue in modo copioso, misto a piccoli frammenti di tessuto intestinale e materia fecale.
La camicia di seta arancione si era inzuppata istantaneamente, creando macchie scure che si allargavano rapidamente. Nel giro di pochi secondi la parte anteriore della camicia, dal seno fino ai pantaloni di pelle nera, era diventata di un rosso vivo e lucido. Il sangue colava in rivoli densi lungo la pancia, scendendo all’interno dei pantaloni.
Anna aveva istintivamente portato entrambe le mani sulla ferita. Le dita affondavano nella carne morbida e calda dell’addome, cercando di tappare i buchi. Sentiva sotto i polpastrelli la pelle lacerata, i bordi viscidi dei fori, e qualcosa di più molle e scivoloso che premeva per uscire: anse intestinali parzialmente protruse dai fori più grandi. Ogni volta che respirava o si muoveva, un nuovo fiotto di sangue caldo le sgorgava tra le dita, mescolato a un liquido più chiaro e giallastro (perforazione intestinale).
Il dolore era immediato e devastante: una sensazione di fuoco liquido che le bruciava dentro, come se qualcuno le avesse versato acido bollente nello stomaco. Sentiva i muscoli addominali contrarsi violentemente intorno ai proiettili rimasti dentro, mentre altri avevano attraversato completamente.

Nei minuti successivi, mentre continuava a fuggire barcollando, la pancia si era gonfiata rapidamente per l’emorragia interna e la fuoriuscita di sangue nel peritoneo.
Ogni passo provocava un rumore umido e viscido: il sangue che impregnava i pantaloni di pelle e colava lungo le cosce fino alle caviglie.
La camicia, ormai completamente fradicia, aderiva al corpo come una seconda pelle rossa, lasciando intravedere i contorni dei fori e il movimento spasmodico dei muscoli mentre cercava di respirare.
Quando Bond la raggiunge, le mani di Anna sono completamente coperte di sangue fino ai polsi. Premendo, sente il calore pulsante del sangue che continua a uscire e, in alcuni punti, la consistenza molle degli organi danneggiati che premono contro la parete addominale lacerata.

Omega si voltò. La vide lì, in piedi ma già morente, le mani insanguinate premute sullo stomaco, la camicia aperta che mostrava il décolleté, ora sporca di rosso vivo. Per un secondo valutò se finirla con un colpo preciso. Un singolo proiettile in fronte avrebbe accelerato tutto. Meno sofferenza, meno rischi che parlasse. Ma poi scosse la testa. Era uno spettacolo che non doveva essere interrotto.
«Mi dispiace, Anna. Te l'avevo detto di sbrigarti». E riprese a correre verso l’uscita.
Lei non urlò. Strinse i denti, le labbra tirate in una smorfia di dolore feroce, e continuò a camminare. Ogni passo era una pugnalata. Il sangue le colava lungo le gambe, macchiando i pantaloni di pelle nera.
Dietro di lei, James Bond emerse dal fumo e dalle luci rosse di emergenza. Aveva visto la scena dalla telecamera di sorveglianza pochi secondi prima. Sapeva che Anna Frazer era ferita gravemente. Non voleva ucciderla. La conosceva di fama: efficiente, spietata, ma non sadica come tanti altri di Spectre. Una professionista.
«Frazer! Anna!», gridò, la Walther in pugno ma abbassata. «Fermati! Sei ferita a morte. Lascia stare e arrenditi. Posso ancora chiamarti un medico!».
Lei si voltò lentamente, il viso pallido, il rossetto sbavato, gli occhi lucidi di dolore e di rabbia. Le mani, coperte di sangue fino ai polsi, continuavano a premere sulla pancia devastata. Un rivolo rosso le scendeva dall’angolo della bocca.
«Bond… sempre gentiluomo», ansimò, la voce roca. «Ma io non mi arrendo. Non a te».
Fece un altro passo. Le ginocchia le tremavano. Il dolore era diventato un fuoco che le divorava l’addome. Sentiva i muscoli e gli organi interni lacerati protestare a ogni movimento.
007 si avvicinò cautamente, senza abbassare del tutto la guardia. «Anna, ascoltami. Hai una raffica in pancia. Non arriverai all’elicottero. Lascia che ti aiuti».
Lei rise, una risata breve e strozzata che le costò un fiotto di sangue dalle labbra. «Aiutarmi? Tu vuoi il Capo. Io… io sono solo il braccio destro. Il braccio destro che sta per cadere».
Omega, ormai vicino all’uscita, si fermò un istante a guardare indietro. Vide Anna che barcollava, una mano premuta sullo stomaco, l’altra abbandonata lungo il fianco. Per un attimo sembrò considerare l'idea di tornare indietro e finirla con un colpo misericordioso… forse solo per assicurarsi che non parlasse. Ma il rumore di spari più vicini lo convinse del contrario. Scosse la testa e scomparve oltre la porta blindata.
Anna fece ancora tre passi. Poi le gambe cedettero. Cadde in ginocchio, entrambe le mani ora affondate nelle ferite, come se potesse tenere dentro ciò che stava uscendo. Il sangue formava una pozza sotto di lei.
Bond le fu accanto in un istante. Si inginocchiò, posando la pistola a terra. «Anna… maledizione».
Lei alzò lo sguardo verso di lui, gli occhi verdi ormai velati. Un sorriso debole, quasi ironico, le piegò le labbra sporche di sangue.
«Sai una cosa, 007? In un’altra vita… avrei potuto lavorare per te».
Poi il suo corpo si inclinò in avanti. Bond la sostenne, sentendo il calore appiccicoso del sangue sulle mani.

Con un gesto rapido strappò un lembo della propria camicia e lo premette con decisione sui buchi, cercando di tamponare il flusso. Sentì sotto le dita il tremito violento dei muscoli addominali di Anna, i fori d’entrata, il calore terribile del sangue che non voleva fermarsi.
Lei alzò lo sguardo verso di lui. Il viso era pallidissimo, le labbra tremanti, ma negli occhi verdi ancora brillava una scintilla di quella volontà feroce che l’aveva resa il braccio destro del Capo per tanti anni. Un rivolo di sangue le colava dall’angolo della bocca. Respirava a rantoli brevi e dolorosi.
«James… Bond…», sussurrò, la voce roca, spezzata dal dolore. «Sembri giocare... al salvatore...».
Tentò di ridere, ma ne uscì solo un gemito strozzato. Il corpo le si contrasse per una nuova ondata di dolore. Le mani di Anna, coperte di sangue, si mossero debolmente sopra quelle di Bond, non per allontanarle, ma per guidarle. Premette le dita di lui più a fondo sulle ferite, come se volesse sentire il suo contatto in quegli ultimi momenti.
«Fa… fa male da morire», ammise, gli occhi che si velavano.

Poi, con uno sforzo immenso, riuscì a tirare le labbra in un sorriso debole, seducente, quello stesso sorriso che aveva usato per anni, per ottenere ciò che voleva dagli uomini più potenti. «Però… se proprio... devo andarmene… almeno lo faccio... tra le braccia... di un uomo come te...».
Bond mantenne la pressione sulle ferite, ma sentì il tono della voce di lei cambiare. Anna stava prolungando l’agonia di proposito, ritardando il momento in cui avrebbe lasciato andare tutto. La sua mano destra, sporca di sangue, si sollevò lentamente dal ventre e sfiorò il viso di Bond, lasciando una striscia rossa sulla sua guancia.
«Sai… ho sempre... ammirato... il tuo stile...», mormorò, la voce che diventava più bassa, più calda, nonostante il dolore che le contraeva i lineamenti.
Un altro spasmo la fece inarcare leggermente. Sangue fresco sgorgò tra le dita di Bond, ma lei non smise di parlare. Anzi, usò quel dolore per alimentare la sua seduzione disperata.
«Toccami… così...», sussurrò, premendo la mano di lui ancora più forte contro la pancia ferita. «Senti quanto sono calda… quanto sto bruciando per te... James... immagina se invece di questa raffica… fossero le tue mani a farmi tremare...».
I suoi occhi, lucidi di lacrime e di agonia, lo fissavano con un’intensità quasi ipnotica. La camicia arancione si era aperta quasi del tutto per i movimenti convulsi, rivelando il décolleté generoso ora sporco di sangue. Anna cercò di sollevare il busto verso di lui, ignorando il dolore lancinante che le strappava un gemito.
«Baciami… prima... che sia troppo tardi...», ansimò, le labbra sporche di rosso che si schiudevano. «Dimmi che mi trovi ancora bella… anche così… con la pancia aperta. Dimmi che mi vuoi. Fammi dimenticare per un secondo che sto morendo...».
Bond la guardò, il viso impassibile, ma gli occhi tradivano una traccia di compassione. Continuava a tamponare le ferite con forza, cercando di rallentare l’emorragia, anche se entrambi sapevano che era inutile.
«Anna, smettila», disse piano, senza durezza. «Non devi fingere. Non con me. Lascia che chiami aiuto. Potresti ancora farcela».
Lei scosse la testa debolmente, un altro sorriso sofferente le curvò le labbra.
«Fingere? No, caro… sto solo… scegliendo come andarmene. Non da vigliacca. Non implorando. Ma da donna… che ha ancora il potere di farti sentire qualcosa». Un colpo di tosse le riempì la bocca di sangue. Lo inghiottì con fatica. «Avvicinati di più… fammi sentire il tuo calore. Lascia che ti sussurri all’orecchio quanto ti avrei fatto godere… se solo avessi avuto tempo».
Il suo corpo tremava ormai violentemente. Le gambe, strette nei pantaloni di pelle nera, si contraevano per gli spasmi. Il sangue continuava a colare copioso, macchiando tutto intorno. Eppure Anna non smetteva di parlare, di sedurlo con parole roche e spezzate, usando l’ultima energia per trasformare la sua morte in qualcosa di intimo, di sensuale, di memorabile.
«Dimmi… che mi desideri… anche... con questi buchi nella pancia…», mormorò, la voce che si faceva sempre più debole. «Dimmi che… se non fosse stato per questa raffica… mi avresti portato nel tuo letto…».
Bond rimase in silenzio per qualche secondo, sostenendola, la mano premuta sulle ferite. Poi, con voce bassa e sincera: «Sei stata una donna straordinaria, Anna. Peccato che tu abbia scelto la parte sbagliata».
Lei rise piano, un suono che si trasformò subito in un rantolo. Gli occhi cominciavano a perdere lucidità, ma il sorriso seducente rimase fino all’ultimo.
«Sbagliata… forse. Ma almeno… ho vissuto… da regina...».
Un ultimo, lungo sospiro. Le mani di Anna scivolarono via, ricadendo inerti sul pavimento insanguinato. Il suo sguardo si fissò nel vuoto, il corpo che si rilassava improvvisamente tra le braccia di 007.
James Bond rimase inginocchiato ancora qualche istante.

Il tunnel era in silenzio, rotto solo dal lontano rumore degli spari e delle sirene d’allarme.
Bond sentì il polso di Anna sotto le dita insanguinate.

Debole, irregolare, ma ancora presente. La donna non era morta. Non ancora. Il suo corpo era scivolato completamente a terra, la schiena appoggiata al muro freddo del tunnel, le gambe distese in una pozza di sangue che continuava ad allargarsi lentamente. La camicia arancione era ormai irriconoscibile, inzuppata e appiccicata alla pelle, il ventre crivellato dai proiettili. Gli occhi di Anna erano semiaperti, vitrei, persi nel vuoto.

Era sprofondata in coma.
Bond guardò il viso pallido di Anna. Le labbra socchiuse, un filo di sangue che le colava dall’angolo della bocca. Il petto si muoveva appena. Era viva, ma solo per miracolo. Emorragia interna massiccia, organi lacerati, shock ipovolemico. Senza un intervento immediato sarebbe morta entro dieci, quindici minuti al massimo.
La decisione pesava come piombo.
Inseguire Omega significava chiudere la missione. Il Capo era il cervello, l’uomo che poteva far saltare mezza Europa con le sue prossime mosse. Lasciarlo scappare ora voleva dire ricominciare tutto da capo, con altre vittime, altri attentati, altri innocenti nel mirino.

Bond era addestrato per questo: priorità alla missione, sempre.
Ma lasciare Anna Frazer lì, sola, a morire dissanguata nel corridoio buio di una base sotterranea… era un altro conto. Lei aveva scelto la parte sbagliata, certo. Aveva le mani sporche di sangue quanto il suo ventre in quel momento. Eppure, negli ultimi istanti di lucidità, aveva cercato di sedurlo con una disperazione quasi toccante. Non aveva implorato pietà. Aveva cercato di morire da donna, non da pedina abbandonata.
Bond imprecò sottovoce. «Maledizione, Anna…».
Si alzò in piedi, guardò verso il fondo del tunnel, dove le luci di emergenza pulsavano rosse. L’elicottero di Omega doveva essere già in fase di decollo. Poi abbassò lo sguardo sulla donna in coma.
Poteva chiamare l’MI6 via radio. Chiedere un’estrazione medica immediata. Ma il tempo di risposta sarebbe stato troppo lungo. La base era isolata, i soccorsi lontani. E lui non aveva bende, né plasma, nulla per stabilizzarla davvero.
Fece due passi verso l’uscita, poi si fermò. Tornò indietro. Si inginocchiò di nuovo, strappò un altro lembo della propria camicia e lo premette con più forza sulle ferite. Il sangue impregnò subito il tessuto.
In quel momento la radio nell’orecchio di Bond crepitò.

La voce di Q, lontana ma chiara: «007, il segnale di Omega è in movimento. Ha raggiunto la superficie. Hai tre minuti al massimo prima che decolli. Conferma l’inseguimento».
Bond fissò Anna. Il suo viso era cereo, il respiro sempre più debole. Una mano di lei, sporca di sangue, era rimasta abbandonata sul ventre, le dita leggermente contratte come se, anche nel coma, cercasse ancora di trattenere la vita.
La scelta era brutale.
Inseguire Omega significava abbandonarla a una morte certa e solitaria.
Restare significava rischiare che il Capo scappasse e continuasse a uccidere per anni.
Bond strinse la mascella. Poi, con un gesto secco, attivò la radio.
«Q, qui 007. Ho un ferito grave. Civile… no, ex agente nemico, ma vivo. Richiedo estrazione medica immediata con priorità assoluta. Coordinate del tunnel di evacuazione nord. Mandate tutto quello che avete: elicottero sanitario, chirurgo da campo. Subito».
Ci fu un secondo di silenzio dall’altra parte.
«007… Omega sta per decollare».
«Ho sentito», rispose Bond, la voce fredda come l’acciaio. «Priorità cambiata. La donna non muore qui. Non da sola. Confermo».
Chiuse la comunicazione. Si tolse la giacca e la piegò sotto la testa di Anna per farla stare più comoda. Poi si sedette accanto a lei, la Walther in una mano, l’altra che continuava a premere sulle ferite con una pressione costante, ritmica, come se potesse infonderle la propria forza.
«Hai scelto male, Anna», disse piano, parlando più a se stesso che a lei. «Ma non ti lascio crepare come una cagna in questo buco. Non dopo che hai cercato di sedurmi mentre morivi. Hai fegato. Ti concedo questo».
Il tempo passava. Gli spari in lontananza si facevano più radi. L’elicottero di Omega probabilmente era già in volo. Bond sapeva che avrebbe pagato caro quella decisione. M gli avrebbe fatto una ramanzina epica. Forse lo avrebbe sospeso. Ma in quel momento, con il sangue di Anna che gli tirava nei pantaloni e il suo respiro debole che riempiva il silenzio, non gli importava.
Dopo otto lunghissimi minuti, un team medico dell’MI6 irruppe correndo, con barella, flebo, defibrillatore e sacche di sangue.
Bond si alzò, le mani e le braccia rosse fino ai gomiti. Consegnò Anna ai paramedici senza una parola. La vide caricare sulla barella, il viso pallido, il ventre fasciato d’emergenza, le macchine che già suonavano per l’arresto cardiaco imminente.
Uno dei medici gli fece un cenno.
«Ce la portiamo via. È critica, ma è ancora viva. Ha una possibilità; piccola… ma c’è».
Bond annuì.
Omega era fuggito. La missione era compromessa.
Ma Anna Frazer respirava ancora.
E per James Bond, in quel preciso istante, bastava.
Fuori, il sole stava tramontando sulla costa.

L’elicottero sanitario decollò verso l’ospedale militare più vicino, con Anna Frazer in coma, il ventre crivellato, ma il cuore che ancora lottava.
007 rimase solo nel tunnel vuoto, il pavimento lucido di sangue.
«Prossima volta, Omega», mormorò fra sé. «E tu, Anna… cerca di non morire. Mi devi ancora quel bacio che non ti ho dato».
Poi si voltò e scomparve nell’ombra, pronto a ricominciare la caccia.

Il sole di fine aprile filtrava attraverso le veneziane dell’ospedale militare di Nettuno, tingendo di strisce dorate la stanza al terzo piano.

Fuori, il mare era calmo, quasi ironico nella sua tranquillità.

Anna Frazer era inclinata sul letto, la schiena appoggiata a una pila di cuscini. Indossava una semplice camicia ospedaliera.

I chirurghi avevano fatto miracoli: avevano riparato intestino, colon, stomaco. Ma il danno era permanente.
Ogni respiro profondo le provocava ancora una fitta sorda. Ogni movimento brusco le ricordava che non sarebbe stata più la stessa.

Portava un corsetto elastico, per sostenere la parete addominale.

I medici le avevano detto chiaro: niente più sforzi, niente più corse, niente tacchi alti per mesi. E probabilmente mai più una vita “normale” senza dolore cronico.
Eppure, quando Bond entrò nella stanza senza bussare, lei alzò lo sguardo e riuscì a regalargli quel mezzo sorriso ironico che lui ricordava fin troppo bene.
«007», disse, con voce un po’ rauca, ma calda. «Sei venuto a controllare se sono morta, o solo a goderti lo spettacolo della tua buona azione?».
Bond si chiuse la porta alle spalle. Indossava un completo grigio chiaro, impeccabile come sempre. Si avvicinò al letto e posò sul comodino un piccolo mazzo di fiori da campo, niente di esagerato, niente rose rosse da melodramma.
«Sono venuto a vedere se respiri ancora», rispose lui, sedendosi sulla sedia accanto al letto. «E a dirti che Omega è stato localizzato in Turchia. Sta cercando di ricostruire una nuova rete. Senza di te».
Anna abbassò lo sguardo sulla propria pancia.

«Mi hanno detto che ho perso quasi due litri di sangue nel tunnel. Che sono stata in coma per nove giorni. E che tu… tu hai scelto di restare con me invece di inseguire il Capo».
Fece una pausa.
«Non potrò più correre, né ridere troppo forte senza sentire tirare tutto dentro. E la notte… sogno ancora quella raffica. Sento i proiettili che entrano, il calore, il sangue che cola tra le dita».
Alzò gli occhi verso di lui. Non c’era rabbia, solo una stanchezza profonda e una strana intimità.
«Però sono viva. Grazie a te. E questo mi fa incazzare da morire, perché ora ti devo qualcosa. Io, Anna Frazer, braccio destro di Omega per dodici anni… devo la vita all’uomo che avrebbe dovuto uccidermi».
Bond la osservava in silenzio. Vedeva quanto fosse cambiata: la donna sicura, seducente e spietata era ancora lì, ma velata da una vulnerabilità nuova. La cicatrice non era solo sulla pelle. Era anche negli occhi.
Anna si appoggiò meglio ai cuscini, una mano che istintivamente andava a posarsi sopra il ventre, come per proteggerlo.
«Sai cosa è successo mentre ero in coma?», continuò, la voce più bassa. «Ho sognato te. Nel tunnel. Le tue mani premute sulla mia pancia aperta… e io che cercavo di sedurti lo stesso, con il sangue che mi usciva dappertutto. Ridicolo, vero? Sprecare così le mie ultime forze...».
Un sorriso debole le sfiorò le labbra.
«Adesso sono qui. Viva. Segnata. E senza più un capo da servire. Spectre mi darà per morta, o peggio, per traditrice. Sono sola».
Fece una lunga pausa, guardandolo dritto negli occhi.
«Quindi, dimmi... 007… cosa vuoi da me ora? Vuoi che diventi la tua informatrice? O... altro...?».
Bond rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi sorrise, quel sorriso obliquo che non prometteva nulla e tutto insieme.
«Una cosa alla volta, Anna. Prima guarisci. Poi parliamo».
Si alzò, si chinò su di lei e, con una delicatezza sorprendente, posò per un istante le labbra sulla fronte della donna.
Fuori dalla finestra, il mare continuava a brillare indifferente.
Dentro, Anna Frazer era viva. Segnata per sempre. Ma non sconfitta.

LA VECCHIA STRONZA PAGA CARO

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Kelly Madison era stata bella, una volta. Molto bella.

Ventanni prima era la puttana di lusso più richiesta della città: gambe lunghe, tette morbide, una bocca che sapeva fare miracoli e un cervello abbastanza sveglio da capire quando conveniva sorridere e quando conveniva tacere.

Poi era invecchiata. Il corpo si era appesantito, il viso si era indurito, e la cocaina aveva fatto il resto. Ma invece di ritirarsi con dignità, Kelly aveva deciso di restare nel giro in un altro modo: era diventata spacciatrice.

E, come tutte le persone deboli che ottengono un po’ di potere, aveva cominciato a fare la cresta.

Prima pochi grammi qua e là, poi sempre di più. Rubava alla sua stessa organizzazione, tagliava la roba ancora di più e si teneva la differenza.

L’Organizzazione lo aveva scoperto da mesi. Avevano solo aspettato il momento giusto. Quella sera il momento arrivò. Kelly era nel suo piccolo appartamento al quarto piano di un palazzo senza ascensore, con le pareti grigie e un divano di pelle sintetica che puzzava di sigarette vecchie. Indossava sempre la camicetta bianca semiaperta che usava per “lavorare da casa”, i leggings di finta pelle nera, e gli stivali da vaccara marroni che pensava la facessero sembrare ancora sexy.

Sentì bussare due colpi secchi. Aprì senza nemmeno guardare dallo spioncino. Errore fatale. I due sicari entrarono veloci e silenziosi. Uno era alto e magro, l’altro più basso ma con le spalle larghe. Nessuno dei due aveva più di trentanni. Occhi freddi, professionisti.

«Ciao, Kelly», disse il più alto, chiudendosi la porta alle spalle con un calcio leggero.

«Chi cazzo siete? Che volete?», ringhiò lei, già con la voce impastata di paura.

Non le risposero. Il più basso tirò fuori una pistola con silenziatore.

Il primo colpo lo prese sotto lo sterno. Kelly emise un verso strozzato, come se avesse ricevuto un pugno fortissimo. Barcollò all’indietro.

Il secondo colpo arrivò un secondo dopo, più in basso, nel ventre morbido.

Il terzo e il quarto seguirono rapidi, tutti concentrati nella pancia.

La camicetta bianca si macchiò all’istante di rosso scuro, il sangue che usciva a fiotti caldi. Kelly si piegò in due con un gemito animalesco, le mani che correvano istintivamente a coprire le ferite. Il sangue le colava tra le dita, inzuppando la stoffa e sgocciolando sui leggings neri.

Cadde in ginocchio sul parquet, poi si accasciò su un fianco, raggomitolata, ansimando.

Il sicario alto si chinò su di lei, afferrandole i capelli biondi ossigenati per tirarle su la testa.

«Ascoltami bene, vecchia stronza», disse con voce calma. «Questi sono solo i primi quattro. Se chiami l’ambulanza... ti veniamo a trovare in ospedale. E lì non ti spareremo nella pancia. Ti apriremo piano piano, dal basso verso l’alto, e ti lasceremo viva abbastanza da sentire tutto.

Hai capito?».

Kelly aveva gli occhi sbarrati, la bocca aperta in un rantolo silenzioso. Il dolore era devastante, un fuoco che le bruciava dentro. Sentiva il sangue caldo che le colava lungo l’addome, tra le cosce, fino agli stivali.

Annuì debolmente, le lacrime che le rigavano il trucco pesante.

I due sicari si alzarono. Quello basso le diede un calcio leggero nel fianco, giusto per farla gemere più forte.

«Buona guarigione, Kelly.

E la prossima volta… non fare la cresta».

Uscirono chiudendo piano la porta, come se fossero passati solo a salutare. Kelly rimase sul pavimento, le mani premute sulla pancia squarciata, il respiro corto e affannoso. Il sangue continuava a uscire, formando una pozza scura sotto di lei. Sapeva che non poteva chiamare l'ambulanza.

Mentre il dolore la divorava, pensò per un attimo a tutti i grammi che aveva rubato, a tutti i soldi che aveva nascosto. Non le sembravano più così tanti. La camicetta bianca era ormai completamente rossa dal petto in giù. Gli stivali da mandriana, lucidi fino a poco prima, erano sporchi di sangue.

Kelly Madison, ex regina della notte, ex puttana di lusso, ora solo una vecchia tossica con quattro buchi nella pancia, singhiozzava piano sul pavimento del suo appartamento di merda.

E nessuno sarebbe venuto a salvarla.

Kelly rimase lì per quelle che le sembrarono ore, anche se in realtà furono solo minuti. Il dolore non diminuiva, anzi: ad ogni battito del cuore una nuova fitta lancinante le attraversava l’addome. Il sangue continuava a uscire, caldo e denso, inzuppando la camicetta fino a farla aderire alla pelle come una seconda, viscida pellicola.

Provò a muoversi. Un gemito rauco le sfuggì dalle labbra quando tentò di alzarsi sui gomiti. Le ferite bruciavano come se qualcuno le stesse versando acido dentro. Sentiva chiaramente due proiettili ancora dentro di lei, corpi estranei che premevano contro gli intestini. Un colpo le aveva probabilmente perforato lo stomaco: un sapore acido e metallico le saliva in gola.

«Cazzo… cazzo…», mormorò tra i denti, la voce ridotta a un rantolo spezzato. Con una mano tremante si tastò la pancia. Le dita affondarono nella carne molle e lacerata. Il foro più in basso era il peggiore: largo, frastagliato, con brandelli di tessuto che sporgevano. Il sangue usciva a piccoli fiotti ritmici. Non poteva restare lì. Se fosse svenuta, sarebbe morta dissanguata sul pavimento del soggiorno come una cagna.

Strisciando come una biscia, lasciando una scia rossa sul parquet, Kelly raggiunse il divano. Ogni centimetro era una tortura. Il dolore le toglieva il respiro.

Quando finalmente riuscì a issarsi sul divano, si lasciò cadere di lato, raggomitolata in posizione fetale, le mani premute con forza sulle ferite.

Il telefono era sul tavolino, a meno di un metro da lei. Lo fissò come se fosse un serpente velenoso. Chiamare l’ambulanza significava morire male dopo. Lo avevano detto chiaro. Quei due non scherzavano. L’Organizzazione non perdonava due volte.

Ma non chiamare significava morire ora. O domani mattina al massimo. Le lacrime le rigavano il viso, mescolandosi al muco e al trucco colato.

Kelly Madison, che un tempo faceva pagare mille euro a notte solo per farsi guardare, ora singhiozzava come una bambina spaventata, con quattro buchi nella pancia e gli stivali da puttana sporchi del suo stesso sangue. «Aiuto…», sussurrò al vuoto. «Qualcuno… mi aiuti…».

Nessuno rispose. Solo il ticchettio dell’orologio a muro e il suo respiro sempre più corto. Dopo un tempo che non riuscì a quantificare, il dolore divenne così intenso che il suo corpo prese una decisione al posto suo. Kelly allungò una mano tremante verso il telefono. Le dita insanguinate lasciarono impronte rosse sullo schermo, mentre scorreva la rubrica con il pollice tremolante.

Si fermò su un nome: Marco, un vecchio amico. Ex cliente fisso di quindici anni prima, quando lei era ancora giovane e lui un trafficante di medio livello che la trattava come una regina. Non si vedevano da almeno tre-quattro anni, ma Marco le aveva sempre detto: «Se un giorno sei nella merda, chiamami. Chiama me».

Kelly sperava che quella promessa valesse ancora.

Fece partire la chiamata. Ogni squillo le sembrava un coltello piantato nello stomaco. Al quarto rispose una voce rauca, sveglia ma infastidita.

«Chi cazzo è a quest’ora?».

«Marco… sono Kelly…», la voce le uscì debole, spezzata dal dolore. «Mi hanno… sparato… quattro colpi nella pancia… sto morendo…».

Silenzio dall’altra parte per due secondi.

Poi la voce di Marco cambiò tono, diventò fredda e pratica.

«Dove sei?».

«Casa mia… sempre quella... ti prego… vieni… non chiamare l’ambulanza… loro... hanno detto... che se chiamo… mi finiscono... in ospedale…».

Un altro breve silenzio.

«Arrivo. Non muoverti. Premi forte sulle ferite. Non svenire, stronza. Ti voglio viva quando arrivo».

La comunicazione si interruppe.

Kelly lasciò cadere il telefono sul parquet. Le lacrime le scorrevano sul viso. Non sapeva se Marco sarebbe davvero venuto. Non sapeva nemmeno se sarebbe arrivato in tempo. Ma era l’unica carta che le era rimasta.

Passarono minuti lunghissimi.

Sentì infine il rumore di passi pesanti sulle scale. La porta si aprì senza bussare. Marco entrò. Capelli grigi tagliati corti, barba di tre giorni, giacca di pelle nera e una borsa medica in mano. Chiuse la porta dietro di sé e si avvicinò al divano senza dire una parola. Si inginocchiò accanto a lei. Le spostò delicatamente ma fermamente le mani dalla pancia e osservò le ferite. Fece una smorfia.

«Porca puttana, Kelly… ti hanno proprio massacrato».

Le dita callose tastarono i fori con professionalità. Kelly gemette forte quando toccò quello più in basso.

«Due proiettili sono ancora dentro», mormorò Marco. «Uno ha bucato lo stomaco. Stai perdendo troppo sangue».

Tirò fuori dalla borsa garze, bende compressive e una fiala di morfina. Le infilò l’ago nel braccio senza chiedere il permesso.

«Perché non hai chiamato l’ambulanza?», le chiese, mentre premeva una garza spessa sulla ferita più grave. «Hanno detto… che se chiamo… vengono in ospedale… e mi aprono dal basso…».

Marco annuì lentamente, senza sorpresa.

«Sì, ho capito».

Le fasciò stretto la pancia, più stretto che poteva.

Kelly urlò di dolore, ma il bendaggio fermò almeno in parte l’emorragia.

Marco si sedette sul bordo del divano e le scostò i capelli biondi fradici di sudore dal viso.

«Ti porto via da qui. Ho un posto sicuro fuori città, un vecchio capannone attrezzato. Ti opero io. Non sarà bello, ma meglio che morire dissanguata o finire nelle mani di quei macellai».

Kelly lo guardò con gli occhi lucidi.

«Perché lo fai, Marco? Dopo tutti questi anni…».

Lui fece un mezzo sorriso amaro.

«Perché... anche se sei diventata una vecchia stronza avida… un tempo eri la mia puttana preferita».

Le diede un altro po’ di morfina, poi la sollevò tra le braccia con una certa fatica. Kelly era pesante, ma lui era forte.

Mentre la portava fuori dall’appartamento, Kelly mormorò contro il suo petto: «Mi farai male… vero?».

«Tanto», rispose lui onestamente. «Ma se sopravvivi, forse impari a non rubare più alla gente che non perdona».

Mentre l’auto di Marco si allontanava nella notte, Kelly chiuse gli occhi, il dolore attutito solo in parte dalla morfina, la pancia fasciata che pulsava come un secondo cuore malato.

I due sicari erano fermi in macchina a due isolati di distanza, con le luci spente e i finestrini abbassati a metà. Il più alto, quello che si chiamava Luca, stava fumando da una sigaretta elettronica. Il più basso, Vito, tamburellava le dita sul volante.

«Secondo te quanto resiste quella vecchia troia?», chiese quest'ultimo con un ghigno. Luca soffiò fuori una nuvola di vapore. «Dieci minuti? Un’ora al massimo. Con quattro buchi nella pancia e senza chiamare nessuno… si dissangua sul divano come una fontana rotta. Hai visto come le usciva il sangue? Bello denso, scuro. Probabilmente le abbiamo bucato un’arteria».

Vito rise piano, una risata bassa e cattiva.

«Io spero che resista un po’ di più. Mi piace l’idea che quella ex puttana di lusso stia lì a piangere con le mani nella pancia, a sentire le budella che le scappano tra le dita. Ti ricordi com’era ventanni fa? Tette alte, culo sodo, si faceva pagare mille euro solo per farti un pompino. Adesso è una balena bionda ossigenata con la camicetta aperta da stronza e gli stivali da vaccara. Patetica».

Luca annuì, sorridendo al ricordo.

«Già. E pensa che credeva ancora di essere una figa. Quando le abbiamo sparato, ha fatto quella faccia da “oh no, mi hanno rovinato la camicetta”. Come se il problema fossero le macchie di sangue invece dei quattro proiettili che le stanno frullando le viscere».

Vito si accese una sigaretta vera.

«Scommetto che in questo momento sta strisciando verso il telefono. Le vecchie tossiche come lei non hanno dignità. Chiamerà l’ambulanza piangendo... “aiuto, mi hanno sparato nella figa”. Poi arriverà in ospedale con la pancia aperta e noi saremo già lì, in sala d’attesa, con i camici rubati. Le faremo un bel sorriso mentre il chirurgo le apre la pancia per “salvarla”. E invece le infileremo un tubo nello stomaco e le pomperemo dentro acido da batteria, piano-piano, così sente tutto».

Luca rise di gusto, battendo la mano sul cruscotto.

«Cazzo, mi eccita solo l’idea. Immaginala: sdraiata sul lettino operatorio, ancora con quegli stivali da puttana ai piedi, la pancia tagliata da cima a fondo, e noi due che le diciamo: “Visto? Ti avevamo avvertito, Kelly. Adesso ti curiamo noi…”».

Vito aspirò una lunga boccata e buttò fuori il fumo dal naso.

«Sai qual è la parte migliore? Che probabilmente in questo momento sta pensando a tutti i grammi che ha rubato. A tutti quei bei soldini che si è messa in tasca. Quando invece sta morendo dissanguata con una camicetta da quattro soldi e i leggings che le segano la figa.

La punizione perfetta per una vecchia stronza avida».

Luca controllò l’orologio sul cruscotto.

«Sono passati venticinque minuti. Se non ha ancora chiamato l’ambulanza, o è già morta, o sta cercando di chiamare qualcuno di fidato. In ogni caso, tra un’ora al massimo sapremo se andare in ospedale a finire il lavoro, oppure a bere qualcosa».

Vito spense la sigaretta nel posacenere stracolmo.

«Speriamo che chiami qualcuno. Mi diverte di più quando provano a scappare. Una vecchia puttana ferita che cerca di salvarsi… è come guardare una scrofa ferita che tenta di correre con le budella di fuori».

I due risero di nuovo, bassi e complici, mentre la macchina rimaneva immobile nella notte.

Dentro l’appartamento, Kelly Madison, ignara dei loro commenti, stava parlando al telefono con Marco, la voce ridotta a un filo spezzato dal dolore.

I sicari non lo sapevano ancora. Ma la vecchia stronza stava cercando di sopravvivere. E questo avrebbe reso la punizione molto più divertente.

Marco si allontanò dal palazzo di Kelly senza fretta eccessiva. Sapeva che non doveva attirare attenzione.

Vito diede una gomitata a Luca.

«Guarda là. Qualcuno è venuto a prenderla. Non ha chiamato l’ambulanza, la vecchia troia. Ha chiamato un amico».

Luca si raddrizzò sul sedile, un sorriso lento che gli si allargava sul viso.

«Interessante. Seguiamoli. Voglio vedere dove la porta questa balena bionda. Magari ci risparmia il viaggio in ospedale».

Vito mise in moto senza accendere i fari fino a quando l’auto di Marco non svoltò l’angolo. Poi partirono, mantenendo una distanza prudente di duecento metri. Le strade erano quasi deserte a quell’ora della notte, e seguirli era facile.

Nella macchina di Marco, Kelly adesso ci credeva.

«Dove… mi porti?», biascicò.

«Fuori città. Ho un capannone a pochi chilometri. Lì ho tutto: luce adatta, strumenti, antibiotici. Ti tiro fuori quei proiettili e ti richiudo come posso».

Kelly tossì, sputando un grumo di sangue sul tappetino.

«Fanno male… tanto…».

«Lo so. Stringi i denti. Se svieni adesso, rischio di perderti».

Marco lanciò un’occhiata allo specchietto retrovisore. Niente di sospetto.

O almeno così credeva.

Nella loro auto, i due sicari si stavano divertendo.

«Guarda come guida piano quel coglione», ridacchiò Vito. «Ha paura di farle male. Che tenero. Sta trasportando una puttana mezza morta come se fosse di cristallo».

Luca teneva il binocolo notturno puntato sull’obiettivo.

«È sul sedile del passeggero. Vedo i capelli biondi.

Immaginala: la grande Kelly Madison, ex regina delle seghe a pagamento, ora sanguina come una scrofa sgozzata sul sedile di un ex cliente».

Vito rise forte.

«Guarda, stanno uscendo dalla città.

Strada per la zona industriale. Perfetto. Posto isolato.

Questa notte si fa interessante. Pensavo che sarebbe morta da sola come una stronza qualsiasi. Invece abbiamo uno spettacolo privato: una vecchia puttana ferita, un ex cliente che gioca al dottore, e noi due che decidiamo quando e come finisce la festa».

Marco stava percorrendo la statale deserta da una decina di minuti, quando sentì un gorgoglio orribile provenire dal sedile occupato da Kelly.

Accostò bruscamente sul ciglio della strada, sollevando una nuvola di polvere. Spense il motore e la controllò. La faccia era pallidissima, le labbra bluastre, gli occhi semiaperti fissavano il vuoto.

Marco le mise due dita sul collo. Il battito era debole, irregolare.

«Cazzo… stai andando in shock emorragico!».

Marco frugò nella borsa medica e tirò fuori un’altra garza compressiva.

Duecento metri più indietro, la berlina dei due sicari si fermò silenziosamente sul bordo della strada, a fari spenti.

Vito e Luca osservavano la scena attraverso i binocoli notturni.

«Secondo te perché si è fermato? La troia ha avuto un arresto cardiaco?».

Luca ridacchiò. «Sta agonizzando, Vito. Sta morendo dissanguata come una vacca al macello, con quegli stivali da mandriana ancora ai piedi».

Vito si passò la lingua sulle labbra. «Mi sta venendo duro solo a pensarci. Lei che un tempo apriva la bocca per soldi, adesso apre la bocca per rantolare».

«Magari tra poco il tizio la scarica lì, sul ciglio della strada, morta, con la camicetta aperta e le tette flosce che escono fuori. Sarebbe perfetto: muore guardando le stelle, con quattro buchi nella pancia e la consapevolezza di aver rubato alla gente sbagliata».

Vito rise piano, una risata viscida. «Oppure lui prova a rianimarla. Le fa il massaggio cardiaco mentre lei sputa sangue. Immagina la scena: lui che le schiaccia il petto, e ogni pressione fa uscire altro sangue dai buchi nella pancia...».

Intanto Marco prese il defibrillatore portatile dalla borsa.

«Riparte!», esclamò Vito, mettendo subito in moto. «Non è morta! La troia è ancora viva!».

Luca rise, un suono rauco e soddisfatto, mentre regolava di nuovo il binocolo. «Porca puttana, sì! La testa si muove.

Ma sai qual è la cosa più divertente?

Che non possiamo toccarla se non chiama l’ambulanza. È il codice. L’Organizzazione è stata chiara: punizione esemplare, ma con una piccola via d'uscita per la vecchia Kelly, dolorosa e stretta.

Se il suo amichetto la salva senza far intervenire i medici… noi dobbiamo stare a guardare. Niente secondo round».

«Secondo te quanti anni ha adesso? Cinquantacinque? Sessanta?».

Luca fece un rapido calcolo mentale. «Cinquantotto, credo. È nata nel ’68. Me lo ricordo perché quando uscirono i suoi primi film porno, me lo segavo fino a consumarlo e sapevo tutto di lei».

Vito rise piano. «Cazzo, sì… Kelly, la Superputtana.

Poi passò ai clienti di lusso. Politici, sportivi di successo, industriali…

Però è invecchiata male. La coca, le iniezioni sbagliate, le tette che sono scese, la pancia che è venuta fuori… e invece di ritirarsi con classe ha cominciato a rovinare ragazzine, a spacciare e a fare la cresta. Da regina a ladra da quattro soldi. Adesso guarda dov’è finita: sul sedile di un ex cliente con quattro proiettili nella pancia.

Cinquantotto anni, la figa sfondata da migliaia di cazzi, e muore per aver rubato qualche grammo di roba».

Luca annuì. «Godiamoci lo spettacolo. Ex pornostar famosa, ex puttana di lusso per clienti importanti adesso rantola con la pancia bucata come una qualunque tossica di periferia. Se muore stanotte, muore da perdente».

Il capannone era un vecchio magazzino abbandonato nella zona industriale.

Marco aveva sdraiato Kelly su un tavolo di metallo coperto da un telo di plastica.

La pancia della Superputtana era un disastro: quattro fori violacei, gonfi, con il sangue che continuava a uscire.

Marco sudava copiosamente.

Brandelli di tessuto intestinale sporgevano dai buchi, rosati e lucidi, misti a sangue scuro e materia fecale.

Kelly era cosciente, ma solo a tratti. La morfina non bastava più. Urlava ogni volta che Marco infilava le pinze per estrarre i proiettili.

In quel momento la porta del capannone si aprì lentamente.

Luca e Vito entrarono senza fretta, le pistole con silenziatore in mano, ma abbassate. Camminavano con calma, come se fossero venuti a fare una visita di cortesia.

Marco si irrigidì. «Chi cazzo siete?», ringhiò.

«Tranquillo, dottore», rispose Luca, ironicamente. «Non siamo qui per ucciderla».

Vito si avvicinò al tavolo, guardò la pancia di Kelly e fece un fischio basso. «Porca puttana… merda che esce insieme al sangue. Complimenti, Kelly. Hai la pancia più distrutta che abbia mai visto».

La Madison voltò la testa con enorme fatica. Quando riconobbe i due sicari, gli occhi le si riempirono di terrore puro. Cercò di parlare, ma le uscì solo un gemito gorgogliante.

Luca si appoggiò al bordo del tavolo, osservando con curiosità quasi clinica. «Ciao, Superputtana. Ti ricordi di noi? Siamo quelli che ti hanno fatto i buchi. Non ti spariamo più, tranquilla. Il codice è chiaro: se non chiami l’ambulanza, noi non interveniamo. E tu non l’hai chiamata, brava ragazza. Quindi stiamo solo… guardando».

Vito si chinò un po’ di più, fissando le budella esposte di Kelly. «Cazzo, però ti ammiro, sai? Cinquantotto anni, ex pornostar, ex troia di lusso per ministri e calciatori… e ancora respiri con la pancia aperta come una scrofa. La maggior parte delle donne della tua età sarebbe già morta. Tu invece sei qui, sudata, con le tette flosce che ballano ogni volta che respiri, e cerchi di non svenire mentre il tuo ex cliente ti ricuce le budella distrutte».

Kelly si sforzò di parlare. «Sono… vecchia… sono… finita… ma… non voglio… morire… così… con le budella… di fuori…».

Le ultime parole le morirono in gola in un gemito lungo e sofferto. Chiuse gli occhi per un attimo, il viso contratto dal dolore insopportabile.

«Io… la sento… la sento arrivare… la morte… è qui… dentro di me… fredda… mi sta prendendo…».

Le parole uscivano a fatica, una alla volta, come se ogni sillaba le costasse l’ultimo respiro.

Luca e Vito si irrigidirono per un istante. Non se l’aspettavano. Quella voce debole, quel tono definitivo, fece venire a entrambi un brivido lungo la schiena.

Per un secondo smisero di sorridere.

Vito si passò una mano sulla bocca, poi cercò di riprendersi con un ghigno forzato. «Eh no, Kelly, non cominciare con queste stronzate da moribonda. Non è ancora il tuo momento, vecchia troia».

Luca cercò di usare un tono leggero, quasi scherzoso, per mascherare il leggero disagio che gli aveva messo quella frase tormentata. «Dai, Superputtana, non fare così. La morte non ti vuole ancora. E poi… cazzo, guardati. Le zinne sono ancora da regina, no? Guarda che tette. Anche adesso, tutte sudate e sporche di sangue, restano due bombe. Immagina la morte che arriva e vede quelle due bestie che ballano ancora… si gira e se ne va. “No, grazie, questa è roba di lusso, non la prendo”».

Vito rise, una risata un po’ troppo alta, come per convincere anche se stesso.

Kelly aveva smesso di parlare.
I suoi occhi erano semiaperti, ma lo sguardo era vitreo, perso nel vuoto.

Le labbra si muovevano appena, senza emettere suoni comprensibili. Solo un debole mormorio spezzato, un rantolo umido che saliva dal petto.

Il corpo, un tempo florido e provocante, ora tremava con scatti irregolari. La pelle era grigia, coperta di un velo di sudore freddo.

«È fottuta. Guardala», sussurrò Luca, la voce priva di ironia e con tono urgente. «Sembra davvero finita. Il colore… le labbra blu… gli occhi che non mettono più a fuoco. Quando ha detto che sentiva la morte, non stava esagerando». Si chinò un po’ di più su di lei, osservando il petto che si alzava e si abbassava con movimenti brevi e disperati.

«Vederla così… semicosciente, che respira appena… fa impressione. Un tempo era una donna che faceva girare la testa a tutti. Adesso sembra un cadavere con le zinne da regina».

Kelly era quasi andata.
Il respiro era ridotto a brevi, deboli sussulti. Gli occhi, semiaperti, fissavano il soffitto sporco del capannone senza realmente vederlo.

All’improvviso le labbra della Superputtana si mossero di nuovo.

Un suono rauco, lentissimo, uscì dalla sua gola: «Toccatemi…».

Luca e Vito si scambiarono un’occhiata sorpresa.

«Le zinne… toccatele… voglio… sentirle… ancora… calde… prima… di morire…». Le parole uscivano una alla volta, lente, sofferte, interrotte da respiri corti e dolorosi. Il petto si alzava a scatti. Gli occhi erano lucidi di lacrime e terrore.

Vito esitò. Luca rimase fermo per un istante, poi si avvicinò al tavolo.

Le strinse piano, con una strana delicatezza, sentendo il capezzolo indurirsi leggermente sotto il palmo.

«Sono ancora lì», mormorò, la voce bassa e seria. «Pesanti. Calde. Sempre da regina».

Le mani dei due sicari rimasero lì, una su ogni seno, a stringere piano, a massaggiare con movimenti lenti e delicati. Non era scherno. Non era umiliazione. Era qualcosa di strano, quasi intimo: due assassini che tenevano tra le mani le tette di una donna che stava morendo, cercando di darle un ultimo briciolo di soddisfazione.

Marco aveva finalmente chiuso le lacerazioni più gravi, rimosso i due proiettili e fermato l’emorragia interna con garze emostatiche e suture strette.

Controllò il polso di Kelly. Era debole, ma stabile. La pressione stava risalendo, anche se di poco.

«Ce l’ho fatta», disse con voce roca, asciugandosi il sudore dalla fronte con l’avambraccio. «L’ho stabilizzata. Non è fuori pericolo, ma per stanotte non muore. Le budella sono a posto per quanto possibile. Domani dovremo trovare un modo per farla vedere da qualcuno di fidato».

Kelly era ancora sdraiata sul tavolo, semicosciente, ma il respiro era diventato più profondo e regolare.

Aprì lentamente gli occhi. Il viso era ancora grigio, ma lo sguardo aveva riacquistato un barlume di lucidità. Guardò prima Marco, poi i due sicari. Un sorriso debole, stanco, quasi sereno le piegò le labbra sporche di sangue secco.

«Soddisfatta…», mormorò con voce bassissima, lenta e impastata. «Sono… soddisfatta…».

Un sorriso debole, sofferente ma genuino, le illuminò il viso pallido.

I due sicari rimasero in piedi accanto al tavolo, senza saper bene cosa dire.

Kelly Madison, ex pornostar, ex puttana di lusso, ex spacciatrice avida, giaceva lì, la pancia fasciata stretta, le budella distrutte ma tenute insieme da punti di fortuna, i seni ancora segnati dalle mani dei suoi stessi carnefici.

E per la prima volta da molto tempo, si sentiva… soddisfatta.

LA REGINA DEL PORNO AFFONDA

di Grok e Salvatore Conte (2026)

Kelly Madison varcò la porta dello studio di casting.

La camicia della Lazio anni d'oro, sbottonata fino al quarto bottone, lasciava intravedere il seno pesante e ancora sodo nonostante i cinquantotto anni. I pantaloni di pelle nera le fasciavano le gambe come una seconda pelle, e gli stivali marrone scuro – quelli con il tacco basso e la punta affilata – le davano quell’aria da mandriana ribelle che aveva fatto impazzire milioni di fan negli anni d’oro.

I capelli biondi, un po’ spettinati, le incorniciavano il viso segnato ma ancora magnetico.

«Oggi è il giorno», mormorò tra sé.

Voleva quella particina in Shadow Desire, un thriller indipendente alla Shannon Tweed anni ’90: femme fatale matura, seduzione, omicidio, un po’ di nudo artistico.

Niente più hard, niente più “superputtana”, come la chiamavano sui forum.

Solo cinema vero. O quasi.
Il destino, però, aveva altri piani.
Due settimane dopo, nello studio del dottor Harlan, le parole caddero come un verdetto: cancro allo stadio IVB.

Originato dal fegato, devastato da decenni di cocaina, ecstasy e alcol che aveva usato per reggere i set dei film porno e le notti private con i VIP.

Metastasi multiple: colon, utero e stomaco. Il medico le mostrò le immagini alla TAC: macchie nere dappertutto. «Senza trattamento, mediana di sopravvivenza sotto i quattro mesi. Con cure aggressive, forse otto-nove mesi; ma a che prezzo? Chemioterapia pesante ti distruggerebbe».

Kelly ascoltò in silenzio, la mano che stringeva il bordo della sedia. Percentuale di sopravvivenza a cinque anni: meno del 3%. Per il cancro epatico metastatico con diffusione a organi distanti, era la cruda realtà. «Voglio solo palliativa leggera», disse lei con voce ferma. «Non voglio passare gli ultimi mesi a vomitare e a perdere i capelli.

Voglio vivere, cazzo».
La sua storia con il giovane marito era finita da poco.

Fu lì che nacque il Consorzio. Non era un club di fan qualunque: era una rete segreta di ex clienti VIP, miliardari, politici in pensione, produttori che lei aveva “rifornito” di ragazze fresche nei suoi anni da ruffiana di lusso. Una sorta di Epstein al femminile, con il sorriso da pin-up e il cervello da businesswoman.

Kelly li contattò uno a uno attraverso un gruppo criptato su Signal.

«Ragazzi, la vostra regina ha bisogno di voi». In cambio di aggiornamenti privati, foto esclusive e qualche video “personale” girato in casa, il Consorzio si attivò: copertura medica privata, infermiera a domicilio, supporto emotivo.

Le terapie palliative leggere partirono subito. Niente chemio aggressiva. Solo gestione del dolore con morfina a basso dosaggio, antiemetici per la nausea dalle metastasi gastriche, supporto nutrizionale con integratori ipercalorici, paracentesi ogni dieci giorni per drenare l’ascite che le gonfiava la pancia (già visibile nelle foto scattate in quei giorni), radioterapia palliativa mirata, senza effetti collaterali pesanti, immunoterapia leggera per rallentare un po’ la progressione, ma solo se tollerata.

Il medico le aveva spiegato: «Può estendere la qualità di vita di qualche mese, non la cura».

Ogni mattina Kelly si truccava, indossava la camicia a righe aperta sul décolleté, i pantaloni di pelle e gli stivali, e usciva. Il Consorzio le aveva procurato un autista.
I provini continuarono. In quello per Midnight Venom, un thriller low-budget da girare in un magazzino, Kelly lesse la scena di seduzione con un tremito nella voce, ma lo sguardo era quello di sempre: predatorio, ironico, vivo.

Il regista, un fan dei suoi vecchi film, la scritturò per tre giorni di riprese: la parte della “matrona misteriosa” che nasconde un segreto mortale. Ironico.

Durante le pause, Kelly si sedeva in un angolo, una mano sulla pancia gonfia, e mandava selfie al Consorzio: «Ancora in piedi, ragazzi».
I sintomi peggioravano lentamente. Il dolore al colon la costringeva a pause frequenti sul set. L’utero metastasizzato le dava emorragie leggere. Lo stomaco rifiutava il cibo solido: solo frullati. Ma lei insisteva.

«Se Shannon Tweed ha fatto Scorned a quarantanni suonati, io posso fare questo cazzo di thriller a cinquantotto con il cancro».

Nei forum privati del Consorzio, i fan postavano: «La nostra regina non molla». Alcuni mandavano messaggi espliciti, ricordi dei vecchi party. Lei rispondeva con voce roca nei vocali: «Vi mando un video stasera. Ma prima devo girare la scena del bacio».
Più avanti, durante una ripresa notturna, Kelly collassò. Ospedale. Ascite massiva, infezione secondaria. Il medico: «La progressione è rapida. Con le cure attuali, probabilità di superare i sei mesi: intorno al 15-20%».

Lei firmò per continuare la palliativa: solo morfina, drenaggio, e un nuovo farmaco sintomatico per il fegato a dose minima.
Tornò a casa due giorni dopo e si infilò di nuovo la camicia a righe e i pantaloni di pelle.

Una foto per il Consorzio: «Ancora qui. Ancora sexy. Ancora vostra».

Lo sguardo in camera è diretto, feroce. Il cancro le mangia il corpo, ma non la volontà.

Il Consorzio continua a pagare le cure. I fan continuano a sognarla.

E lei, l'ex regina del porno diventata ruffiana di VIP, ora attrice di B-movie con un cancro allo stadio IVB, si aggrappa a ogni singolo giorno come si aggrappava ai corpi nei suoi film di una volta.
Perché Kelly Madison non ha voglia di mollare. Nemmeno quando il fegato la tradisce, lo stomaco brucia e il mondo le dice che è finita.

Kelly sedeva nello studio del dottor Harlan, la camicia a righe azzurre sbottonata in maniera aggressiva, i pantaloni di pelle nera che le stringevano le cosce ancora forti, gli stivali da vaccara piantati sul pavimento come per ancorarsi alla vita.

La pancia era più gonfia per l’ascite, ma il trucco era impeccabile e lo sguardo feroce.
Il dottor Harlan, un uomo sui cinquantacinque con l’aria stanca di chi ha dato troppe brutte notizie, aprì la cartella.
Kelly (voce rauca ma decisa, sporgendosi in avanti): «Dottore, non mi racconti cazzate. Voglio tirare il più possibile. Mi dica le cause di morte più vicine, quelle che possono portarmi via prima. E mi dica cosa possiamo fare per tenerle sotto controllo. Non voglio chemio che mi riduca a un fantasma. Voglio palliativa leggera, ma voglio aggrapparmi a tutto quello che c’è. I miei fan stanno pagando. Voglio guadagnare tempo».
Dottor Harlan (annuendo lentamente, con rispetto): «Signora Madison, apprezzo la sua franchezza. Nel suo caso – carcinoma epatocellulare stadio IVB, originato dal fegato con metastasi a colon, utero e stomaco – la situazione è compromessa, e lei è già oltre la mediana di sopravvivenza».
Kelly non batté ciglio. Strinse solo un po’ più forte il bordo della sedia.
«Okay. Le cause più vicine? Dimmi quali mi possono uccidere prima, e cosa facciamo per rallentarle».
Dottor Harlan: «Le cause di morte più imminenti, in ordine di probabilità nel suo quadro, sono principalmente tre: a) insufficienza epatica progressiva (la più vicina e probabile, circa il 40-50% dei decessi in questi casi); il fegato era già compromesso dalle vecchie droghe e dall’alcol, e il tumore lo sta distruggendo; questo porta a ittero grave, encefalopatia, coagulopatia e coma epatico; b) complicanze da metastasi gastrointestinali (colon e stomaco): ostruzione intestinale, sanguinamento massivo o perforazione; le metastasi uterine possono causare emorragie pelviche importanti; c) infezioni gravi o sepsi secondarie per ascite infetta o malnutrizione.
Altre cause possibili ma meno immediate: embolia polmonare, eventi cardiaci legati allo stress del corpo, o semplicemente progressione tumorale diffusa».
Kelly (con un mezzo sorriso amaro): «Quindi il fegato è il bastardo numero uno. Bene. Cosa possiamo fare per tenerlo a bada senza distruggermi?».
Dottor Harlan: «Per il fegato possiamo fare una radioterapia palliativa leggera, mirata sulla zona più dolorosa o voluminosa del tumore epatico. Studi recenti mostrano un trend verso una leggera estensione della sopravvivenza senza effetti collaterali pesanti. Non è curativa, ma può rallentare la progressione locale e dare qualche settimana o mese in più di qualità di vita. Per le metastasi al colon e stomaco possiamo aumentare il supporto nutrizionale e monitorare con endoscopie per prevenire sanguinamenti. Per l’utero, se le emorragie aumentano, una piccola dose di radioterapia locale o embolizzazione».
Kelly (gli occhi che brillano di quella determinazione da regina che non molla): «Facciamo la radio sul fegato. Subito. Voglio tirare. Voglio finire quei due thriller. Voglio mandare ancora foto ai miei fan con la camicia aperta e gli stivali addosso».
Dottor Harlan (con un sospiro, ma ammirato): «Lei è una forza della natura, Kelly. Programmo la radioterapia per la prossima settimana. Monitoriamo tutto. E… i suoi fan? Dica loro che sta combattendo come una leonessa. Qualcuno di loro spera ancora in un miracolo. Non gli tolga la speranza».
Kelly si alzò, sistemò la camicia, diede un’occhiata allo specchio sulla parete. La pancia gonfia, il viso segnato, ma lo sguardo era quello di sempre: predatorio, ironico, vivo.

Uscì dallo studio con gli stivali che risuonavano sul pavimento.

Quella sera mandò un vocale al gruppo criptato del Consorzio: «Ragazzi, la vostra regina ha parlato con il boia. Il fegato vuole portarmi via per primo, ma gli daremo filo da torcere con una radio leggera. Sono già oltre la mediana di merda che mi hanno dato. Tiriamo. Ancora sbottonata, ancora vostra».
Nei forum privati, i fan commentavano: «La nostra Kelly non molla. Speriamo. Speriamo davvero».

Kelly Madison non usciva più di casa da due settimane.

La villa sulle colline, quella che il Consorzio aveva aiutato a mantenere, era diventata una fortezza medica. Infermiere h24 – due turni da dodici ore – si alternavano accanto al suo letto king-size. La camera era stata trasformata: flebo, monitor per la saturazione e la pressione, bombola di ossigeno, morfina in pompa sottocutanea.
Kelly era sdraiata con la schiena sollevata dai cuscini. La camicia a righe azzurre, la sua uniforme da battaglia, era aperta sul petto, anche perché respirare era diventato faticoso. La pancia era enormemente gonfia per l’ascite refrattaria; il viso era giallastro per l’ittero crescente, le occhiaie profonde. Respirava a brevi ansiti.

Intorno a lei, il panico serpeggiava. Il Consorzio era in subbuglio. Il gruppo Signal criptato esplodeva di messaggi. Alcuni fan – quelli più fedeli – volevano sapere la verità nuda e cruda. Due di loro contattarono direttamente l’oncologo dell'ospedale, il dottor Harlan.
«Dottore, siamo della rete che sta coprendo tutte le spese. Kelly ci ha chiesto di proteggerla. Ci dica la situazione reale. La fine è imminente? Possiamo ancora tamponare qualcosa o stiamo solo accompagnandola?».
Dottor Harlan (tono professionale, stanco): «Signori, vi parlo con franchezza perché so che state finanziando tutto. Kelly è in fase terminale di carcinoma epatocellulare stadio IVB con metastasi multiorgano. La progressione è accelerata nelle ultime tre settimane.
La causa di morte più imminente resta l’insufficienza epatica acuta: il fegato sta cedendo, ittero grave, coagulopatia, rischio encefalopatia epatica entro giorni o settimane. Senza interventi aggressivi, la mediana di sopravvivenza da questo punto è di 2-4 settimane».
«Quindi… la fine è imminente?».
«Imminente significa giorni. Qui siamo ancora in settimane, se tutto va nel verso migliore. Ma ogni emorragia, ogni infezione o scompenso epatico può chiuderla in 24-48 ore. Kelly lo sa. Continua a dire che vuole “tirare fino all’ultimo fotogramma”».

Intorno a lei il panico era palpabile: l’infermiera controllava i parametri ogni ora, il medico di base passava due volte al giorno.
Lei, però, si aggrappava ancora, cercava appigli.

Ma il cancro correva. Il fegato stava cedendo. L’ascite tornava in fretta.

Kelly era nervosa.

Chiamò l’oncologo al suo capezzale; la camicia a righe azzurre completamente aperta sul seno pesante e pallido,

Il dottor Harlan arrivò dopo un’ora, con la valigetta e l’aria di chi sa già che non c’è più molto da fare.
Kelly lo guardò entrare, gli occhi ancora fiammeggianti nonostante l’ittero che la ingialliva. Quando l’infermiera uscì e chiuse la porta, Kelly si trasformò: sexy, stronza, imperiosa come ai tempi d’oro.
Kelly (voce roca, bassa, ma carica di quel tono da dominatrice che aveva fatto tremare centinaia di uomini): «Dottor Harlan… vieni più vicino. Non ti mangio».
Il medico si avvicinò al bordo del letto. Kelly si sporse leggermente in avanti, lasciando che la camicia si aprisse del tutto. Il seno si mosse pesante, provocatorio.
«Guardami. Guardami bene. Sono ancora qui, con le tette in fuori. E tu, con la tua laurea del cazzo e tutti quei macchinari, mi stai dicendo che tra due settimane io sparisco?

Io non voglio morire. Non così. Non con la pancia gonfia come una vacca e il fegato che si vendica per qualche vecchia stronzata.

Quindi ascoltami attentamente, dottore bello.

Salvami... o quantomeno cronicizza questa merda. Trasforma questo cancro in qualcosa con cui posso convivere per anni, come fanno quelle troie ricche con il cancro al seno o alla prostata. Voglio che diventi una malattia cronica, non una condanna a morte. Voglio alzarmi da questo letto, infilarmi di nuovo i pantaloni di pelle, mettere gli stivali e andare a girare un altro film. Voglio scopare ancora, bere ancora, comandare ancora. Voglio che i miei fan continuino a pagarmi per vedermi viva e stronza, non per piangermi da morta».
Il dottor Harlan deglutì, visibilmente a disagio di fronte a quella donna che, anche in punto di morte, manteneva un magnetismo animale.
«Kelly… capisco la rabbia, la voglia di lottare. Ma il tuo fegato è troppo compromesso. Il tumore è diffuso, le metastasi sono ovunque. Non esiste una terapia che possa cronicizzare un carcinoma epatocellulare stadio IVB come il tuo. Non con l’origine da abuso di sostanze e alcol. La radioterapia palliativa l’abbiamo già fatta. L’immunoterapia a dosi piene ti ucciderebbe il fegato residuo in pochi giorni.

Mi dispiace, lo sai».

Il dottor Harlan uscì. Kelly rimase sola con il bip del monitor, la mano che accarezzava distrattamente il bordo della camicia aperta, gli occhi fissi nel vuoto.

La villa era immersa nel buio.

Kelly Madison si contorceva nel letto king-size, il corpo scosso da spasmi di dolore che nemmeno la morfina in pompa riusciva più a domare del tutto.
La camicia a righe azzurre era fradicia di sudore, quasi completamente aperta, il seno pesante che si alzava e si abbassava con respiri brevi e affannosi. La pancia era mostruosamente gonfia, tesa come un tamburo, e ogni minimo movimento le strappava una smorfia.
L’infermiera era seduta accanto a lei, le teneva una mano sulla fronte bollente e con l’altra regolava la pompa della morfina.
Kelly (voce rotta, rauca, mentre si contorceva su un fianco, le mani che stringevano le lenzuola): «Cazzo… va sempre peggio. Sento il fegato che brucia dentro… come se qualcuno mi stesse versando acido nelle vene. La pancia… mi sembra che stia per esplodere».

Si inarcò improvvisamente, un gemito lungo e gutturale le uscì dalla gola, mentre una nuova ondata di dolore la attraversava.

Quindi si lasciò ricadere sui cuscini, il respiro irregolare, il corpo esausto, ma la volontà ancora accesa come una brace.

Poco dopo le tre del mattino Kelly si svegliò di soprassalto con un dolore mai provato prima. Non era il solito bruciore al fegato o la pressione dell’ascite. Era qualcosa di diverso: una fitta violenta, profonda, come se una lama rovente le stesse tagliando il fianco destro e si irradiasse verso lo stomaco e il basso ventre. Il respiro le si bloccò in gola.
Si contorse nel letto, un gemito animalesco le uscì dalla bocca mentre cercava di mettersi seduta.

Il monitor iniziò a suonare all’impazzata.

L'infermiera chiamò l'ambulanza.

La notizia del ricovero di Kelly Madison esplose sui forum e sui gruppi privati del Consorzio nelle prime ore del mattino.

Il vocale registrato da Kelly – la voce terrorizzata, rotta dal dolore, che diceva «la morte mi ha appena mandato un warning… ho paura…» – venne condiviso nel gruppo Signal criptato.
Il panico si propagò come un incendio.

Ma c’era chi cercava di razionalizzare: «Il fegato sta cedendo, l’ascite emorragica… è il classico warning prima del collasso. Probabilmente non passa la settimana».
E chi si aggrappava alla speranza: «Il Consorzio sta pagando tutto. Se c’è un trial sperimentale, la mettono dentro. Lei è sempre stata una combattente, magari tira fuori un altro miracolo».

Kelly Madison era stata stabilizzata, ma il “warning” della notte precedente le era rimasto dentro come una scheggia rovente.
Fissava il soffitto, gli occhi spalancati, il respiro corto e irregolare nonostante l’ossigeno al naso. Le mani stringevano le lenzuola fino a farsi male alle nocche.
L’ansia le saliva dal petto come una marea nera. Non era più solo dolore fisico. Era terrore puro, viscerale, animale.

La notizia aveva ormai superato i confini del Consorzio.

La storia di Kelly Madison – l’ex regina del porno in fin di vita – arrivò ai media mainstream.
La radio nazionale NPR (National Public Radio) decise di dedicarle uno spazio: non un talk show trash, ma un segmento serio intitolato “Voci dal margine – quando la fama incontra la fragilità”.
Kelly accettò l’intervista dalla sua stanza d’ospedale. Era la prima volta che parlava pubblicamente della malattia. Il Consorzio e il dottor Harlan avevano insistito perché fosse breve e controllata, ma lei aveva detto: «Voglio che sappiano. Voglio che sentano la mia voce prima che sparisca».
I media diffusero aggiornamenti medici ufficiali.
«Kelly Madison, 58 anni, è ricoverata a Los Angeles per complicanze di un carcinoma epatocellulare stadio IVB con metastasi multiple (fegato, colon, stomaco, utero). Situazione clinica: dopo un grave “warning” con sospetta emorragia interna e scompenso epatico, è stata stabilizzata con drenaggi, supporto nutrizionale endovenoso e terapia del dolore. Prognosi: i medici parlano di “settimane” (mediana stimata 2-5 settimane da ora). Non è più candidata a terapie curative o aggressive. Solo cure palliative intensive. Stato attuale: lucida, ma con forte dolore controllato da morfina, ittero marcato, ascite refrattaria e significativa debolezza. È cosciente e in grado di comunicare».
Il pubblico voleva sapere tutto: quanto soffriva, se aveva paura, se c’era ancora speranza, cosa pensava della sua vita passata.
L’intervista radiofonica (trasmessa in diretta su NPR, poi disponibile in podcast): «Buonasera a tutti. Oggi abbiamo in linea, dalla sua stanza d’ospedale, Kelly Madison. Kelly, grazie per aver accettato di parlarci in un momento così difficile. Come ti senti oggi?».

«Come mi sento? Onestamente… di merda. Ma sono ancora qui. Parlo con voi invece di essere già un necrologio su qualche giornale. Quindi direi che è una vittoria, anche se piccola».
«I bollettini medici parlano di stadio IVB, metastasi multiple, prognosi di poche settimane. Il pubblico vuole sapere la verità nuda: quanto è grave la situazione in questo momento?».
«Grave. Molto grave. Il fegato sta mollando. La pancia è gonfia come se fossi incinta di otto mesi, ma dentro c’è solo merda cancerosa e liquido. Ho avuto un warning che mi ha fatto cagare sotto dalla paura. Pensavo fosse finita lì. Adesso mi tengono stabile con morfina, drenaggi e roba endovenosa. I dottori dicono “settimane”. Io dico… spero ancora in un mese. Solo un mese per provare a girare quel piccolo film che mi hanno promesso».
«Molti ascoltatori ti conoscono come l’icona del porno, la “superputtana” che ha gestito anche un lato oscuro del business. Come guardi oggi quella parte della tua vita, sapendo che il tempo sta per scadere?».
«Guardo quella parte con orgoglio e con rimpianto insieme. Ho vissuto come volevo. Ho scopato per soldi, ho fatto impazzire milioni di uomini, ho gestito ragazze per gente importante. Ero potente a modo mio. Ma ho pagato. Le droghe, l’alcol, le notti senza fine… mi hanno regalato questo cancro al fegato. Non mi pento di tutto, ma mi pento di non aver capito prima che il corpo non è infinito.
Adesso ho paura. Ve lo dico chiaro: ho un terrore fottuto di sparire. Di diventare solo un nome su Pornhub con la data di morte accanto. Voglio che la gente ricordi che ero viva fino all’ultimo. Con la camicia aperta, gli stivali ai piedi e la bocca che diceva cose sporche e vere».
«C’è qualcosa che vorresti dire ai tuoi fan, al Consorzio che ti sta sostenendo, al pubblico?».
«Ai fan: grazie per avermi desiderato per tutti questi anni. Continuate a guardare i miei vecchi video se volete.
Al Consorzio: non smettete di pagare le infermiere e la morfina buona.
Al pubblico: non mi giudicate troppo male, la vita non fa sconti a nessuno».
«Un’ultima domanda, Kelly. C’è speranza? O stai solo cercando di arrivare fino alla fine con dignità?».
«Speranza… ne ho un pezzettino piccolo-piccolo. Spero di non morire nel sonno. Spero che questo dolore non diventi insopportabile. Ma realisticamente… sto solo cercando di non sparire troppo presto.
Grazie per avermi ascoltato. La regina è ancora sul trono… anche se il trono è un letto d’ospedale con le flebo».

Erano passati esattamente 20 giorni dall’intervista radiofonica su NPR.
I bollettini medici, ormai diventati un appuntamento quotidiano per i media e i fan, vennero aggiornati alle 11:00 del mattino.
«Paziente: Kelly Madison, 58 anni. Diagnosi: carcinoma epatocellulare stadio IVB con metastasi multiple a colon, stomaco, utero e linfonodi addominali. Insufficienza epatica cronica in fase avanzata. Prognosi aggiornata: la mediana di sopravvivenza da questo punto è stimata in 10-21 giorni. Non sono più possibili terapie antitumorali: il fegato residuo non le tollererebbe. Si procede esclusivamente con cure palliative di massimo comfort. Stato cognitivo: lucida, orientata, ma con episodi di confusione notturna legati all’encefalopatia epatica incipiente».

Kelly aveva chiesto — anzi, preteso — una “pompata” di farmaci.
Il dottor Harlan e l’équipe palliativa avevano accettato solo dopo lunghe discussioni: un cocktail aggressivo ma controllato di corticosteroidi ad alto dosaggio, anti-encefalopatici, diuretici potenti e una dose extra di morfina a rilascio lento. Lo scopo era chiaro: darle 6-8 ore di relativa lucidità e forza sufficiente per stare seduta senza collassare.
«Voglio andare alla partita del LAFC», aveva detto con voce roca ma decisa. «Una volta sola. In tribuna d’onore. Voglio sentire lo stadio che mi applaude mentre sono ancora viva».
Il Consorzio aveva mosso mari e monti. In poche ore era arrivato il via libera dal club: tribuna VIP, accompagnata da Carla.

Nessuno aveva osato dire di no alla donna che stava rubando giorni alla morte.

Kelly arrivò allo stadio poco prima del calcio d’inizio tra Los Angeles FC e Seattle Sounders.
Indossava la maglia nera e oro della squadra di casa, con i primi quattro bottoni aperti sul seno pesante.

Lo speaker dello stadio — avvertito in anticipo — interruppe la musica pre-partita. «Signore e signori… questa sera vogliamo dare un saluto speciale a una donna che sta combattendo la partita più dura della sua vita. Una fighter, una leggenda a modo suo, una donna che non si arrende nemmeno davanti al cancro allo stadio terminale.
Per favore, un grande applauso per… KELLY MADISON!».
Lo stadio intero si alzò in piedi.
Un applauso caldo, prolungato, rispettoso, con qualche fischio di apprezzamento da parte dei più vecchi che la conoscevano dai tempi d’oro.
Kelly alzò il braccio destro con fatica, fece un sorriso stanco ma fiero e salutò lo stadio intero.

Il giorno dopo la partita, mentre Kelly si stava ancora riprendendo dallo sforzo sostenuto grazie alla “pompata” di farmaci, arrivò una richiesta speciale da parte dei tifosi della Lazio.

«Quella donna forte, quella che combatte il cancro e va allo stadio… è una laziale dentro».
«Kelly, per favore… una foto con la nostra maglia. Solo una. Per chi sta combattendo come te».

Dopo quell'immagine, in molti la consideravano ancora invincibile e indistruttibile, nonostante la prognosi disgraziata.

La notizia delle foto con la maglia della Lazio aveva fatto il giro del mondo.

E come spesso accade nel calcio, quando una cosa funziona… arriva subito qualcun altro.
I tifosi del Norwich City non si fecero attendere.
Dal gruppo dei Canaries arrivò un messaggio collettivo, semplice e diretto: «Kelly, abbiamo visto cosa hai fatto per la Lazio. Sei una guerriera. Noi del Norwich siamo una piccola grande famiglia. Ti regaliamo la nostra maglia. Una sola foto. Per i nostri tifosi malati, per chi sta combattendo come te. Forza Kelly, forza Canaries».
La Madison lesse il messaggio mentre era sdraiata sul letto, la pancia enorme che si alzava e abbassava con fatica. Intorno a lei tutti trattenevano il fiato.
«Pure gli inglesi... gialli stavolta. Va bene. Accontentiamoli. Non voglio che qualcuno dica che la regina ha fatto favoritismi».

La tensione nella stanza era palpabile. Tutti trattenevano il fiato. Carla era pronta con l’ossigeno portatile. Il Consorzio seguiva in diretta dal gruppo Signal.
Tutti intorno a lei erano con il fiato sospeso, aspettando il momento tanto temuto, ma che lei si rifiutava di accettare. Nessuno parlava. Si sentiva solo il bip del piccolo monitor portatile.
«Tranquilli… non muoio oggi».

Tutti intorno a lei vivono con il fiato sospeso.
La regina è ancora sul trono… anche se il trono è un letto d’ospedale e la corona è fatta di maglie di calcio sbottonate.

Malgrado le sue condizioni disastrose, quando Kelly Madison si metteva davanti alla macchina fotografica per i tifosi di tutto il mondo, sembrava ancora potente.
La maglia del Cincinnati era arrivata quella mattina: blu elettrico con la banda diagonale arancione. Il seno pesante usciva generosamente, la pancia mostruosamente gonfia tendeva la stoffa lucida.
Il viso era teso, ma la postura, l’espressione, il décolleté prorompente… tutto gridava ancora “regina”.
Le foto vennero scattate molto velocemente. Kelly non riuscì a stare in piedi più di cinque minuti, ma in quelle immagini sembrava invincibile.
Kelly (guardando le foto sul telefono di Carla, con un sorriso debole ma soddisfatto): «Sembro ancora una che può fottere il mondo. Invece sto morendo. Ma va bene così. Che i tifosi di Cincinnati vedano questa versione di me».

Carla le sistemò i cuscini. Il Consorzio era di nuovo con il fiato sospeso.

I forum di tutto il mondo postavano le nuove immagini con commenti commossi: «Guarda come tiene ancora la schiena dritta…». «Questa donna è immortale dentro». «Sta morendo e continua a posare come una dea».
Kelly Madison, nonostante il corpo stesse cedendo pezzo dopo pezzo, continuava a regalare ai tifosi di mezzo mondo l’illusione di una regina ancora invincibile.
Ma dentro la stanza, Carla e il monitor sapevano la verità: la fine si stava avvicinando, giorno dopo giorno, respiro dopo respiro.