007: La raffica che non perdona
di Adriano Ziffer e Salvatore Conte (2024) QUESTO È UN RACCONTO INTERATTIVO LA PROTAGONISTA SEI TU Che tua sia un lettore, oppure una lettrice, poco importa: in questa avventura ti incarnerai (e non è impresa da poco) nella massiccia pistolera messicana, Chiquita Mendez.
Il testo è suddiviso in paragrafi numerati, alla fine dei quali ti verranno offerte delle opzioni tra cui scegliere, perché sarai tu a decidere che piega prenderà la storia. Tu e la sorte, perché ti serviranno anche due dadi a sei facce. Prima di iniziare l'avventura, studia le informazioni relative alla protagonista: le caratteristiche del personaggio influiranno sulle scelte realizzabili nel corso dell'azione. Tieni sempre aggiornato il conto dei Punti Vita che ti rimangono e tieni anche appunti sugli oggetti che eventualmente entreranno in tuo possesso nel corso della storia. Riconoscerai ciò che può essere preso, perché il testo lo indicherà con l'iniziale Maiuscola e il Fondo Colorato.
CHIQUITA MENDEZ
Caratteristiche: Estrarre (velocità di estrazione dell'arma): 12 Sparare (precisione di tiro con arma da fuoco): 11 Lottare (abilità nel corpo a corpo): 10
1. Lancia due dadi per te e aggiungi il tuo punteggio relativo a Estrarre. 2. Lancia due dadi per il tuo avversario e aggiungi il suo punteggio relativo a Estrarre. 3. Chi ottiene il punteggio più alto spara per primo. Se hai ottenuto tu il punteggio più alto, vai al punto 4; se il risultato più alto lo ha ottenuto il tuo avversario, vai al punto 5. In caso di punteggio pari, ripeti i lanci fino a sbloccare lo stallo. 4. Lancia due dadi per te e aggiungi il tuo punteggio relativo a Sparare. Colpisci l’avversario se ottieni un risultato pari a 15 o più (se lo colpisci, perde i Punti Vita pari alla differenza tra il tuo risultato e il numero 14; se i Punti Vita del tuo avversario scendono a zero, lo hai ucciso e il duello è finito, altrimenti tocca a lui sparare). Se non lo colpisci, vai al punto 5. 5. Lancia due dadi per il tuo avversario e aggiungi il suo punteggio relativo a Sparare. Ti colpisce se ottiene un risultato pari a 15 o più (perdi i Punti Vita pari alla differenza tra il suo risultato e il numero 14; se i tuoi Punti Vita scendono a zero, sei rimasta uccisa e hai perso, altrimenti tocca a te sparare). Se sei ancora viva, vai al punto 4.
1. Lancia due dadi per te e aggiungi il tuo punteggio relativo a Lottare. 2. Lancia due dadi per il tuo avversario e aggiungi il suo punteggio relativo a Lottare. 3. In caso di punteggio pari, ripeti i lanci fino a sbloccare lo stallo. 4. Chi ottiene il punteggio più alto riesce a colpire l’avversario e gli fa perdere i Punti Vita pari alla differenza tra il punteggio stesso e il numero 14, previa applicazione dei seguenti correttivi (a seconda del tipo di arma): -3 (mani nude); -2 (oggetto contundente); -1 (coltello/pugnale). 5. Si ipotizza che il colpo, a meno che non sia mortale, non metta fine al combattimento: chi lo subisce è in grado di riprendere la lotta. Ricomincia dal punto 1.
Ti stai dondolando oziosamente sull’amaca - appena fuori dal tugurio in cui vivi - mettendo a dura prova i rami che la sorreggono. Mentre rifletti svagatamente su come darti da fare, è il destino stesso a venirti incontro: un frenetico scalpitio di zoccoli ti scuote dal tuo sonnolento torpore. BANG BANG Due cavalli sparano a quello davanti. Stanno avvicinandosi alla tua stamberga, ma non sembrano intenzionati a fermarsi. Il cavallo dell’inseguito, però, viene raggiunto da un proiettile al collo e stramazza ventre a terra, disarcionando l’ometto in groppa. Nonostante tutto, questi non si perde d’animo: sarà la paura di lasciarci la pelle, ma in men che non si dica si getta verso il tuo capanno, alla disperata ricerca di un rifugio. «Aiuto! Aiuto!», grida isterico. I due inseguitori gli sono subito addosso. Smontano da cavallo e lo tengono sotto mira con le loro colt: «Ehi, fermo! Non puoi fuggire!». Vuoi farti gli affari tuoi e continuare a dondolarti sull’amaca (vai al 51), intervenire (hai sempre con te la tua colt) usando un po’ di cattiveria (vai all'83), o sfoderare il tuo fascino (vai al 19)? Se invece non hai le idee chiare, vai al 12.
«Satanasso ti pizzica il culo, eh…? E va bene… ho meglio da fare che spennare una vecchia gallina. Ma niente scherzi... alzati e cammina... avanti... una come te può tirarla per le lunghe, se vuole...». Geremia le dà una mano. Anche l’ultimo imprevisto pare risolto. Ti carichi il tesoro sulle robuste spalle e ti avvii all’uscita.
È fatta, è bella la luce! Geremia sprizza gioia da tutti i pori. L'unica a non sorridere è Jane Frexhi. È ridotta parecchio male, a stento arriverà da qualche segaossa. D'altra parte le hai dato un’ultima possibilità: sia pur moribonda ha rivisto la luce grazie a te. Anche se ha cercato di eliminarti, non la lascerai a sé stessa; è pur sempre una donna e una combattente. Forse non basterà a salvarla, ma almeno morirà con qualcuno accanto. La Frexhi, d'altronde, ambiziosa com’è, tenterà fino all'ultimo, perché la paura fa novanta... (si può verificare, infatti, al 90). Ma non è un tuo problema, Chiquita. Non sei tu a doverti preoccupare. «Sei stata brava, socia!». La missione è riuscita, Chiquita. Hai vinto!
«E allora?». Geremia inclina il capo da un lato. Sbatti le palpebre. «Come sarebbe a dire? Ti fanno schifo i soldi?». L’ometto alza un dito ossuto e fa cenno di no. «Non usare questi mezzucci con me, signorina». Le labbra rugose si distendono in un sorriso e il ditino punta il tuo petto. «Se tu che hai bisogno di soldi, visto che sono io a pagarti». Incrocia le braccia sul petto. «Il successo di questa operazione interessa più a te che a me». Fai per replicare, ma la sua logica non ti lascia molto spazio di manovra. Con uno sbuffo indispettito, giri sui tacchi e torni a studiare i geroglifici. Vuoi premere sulla figura dello scorpione gigante che sovrasta un uomo a terra (vai all' 84), sulla figura in cui l’uomo e lo scorpione sono separati da una riga verticale (vai al 63), o sulla figura dell’uomo inseguito da tre scorpioni (vai al 17)?
Un solo momento di esitazione sarebbe risultato fatale…! Non appena riemergete all’aperto, il tempio collassa definitivamente. Hai perso il tesoro, ma almeno hai salvato la pelle. Una fustona come te avrà altre occasioni per farsi ricca. E poi c’è sempre la paga promessa da Geremia. È lui l’imprenditore, è suo il rischio d’impresa. La tua paga deve pagartela comunque. Te la sei guadagnata, Chiquita. L'importante, adesso, è che siate fuori. Ma c'è un dubbio che ti assale e vuoi levartelo subito. «Geremia...». «Che c'è?». «Spiegami una cosa... Non ti sembra strano che un tempio vecchio di secoli sia crollato tutto insieme e proprio adesso?». «Sono cose che possono accadere, queste antiche strutture sono molto delicate e basta un niente per...». «Geremia...!», lo guardi dura. Lui sbuffa. «Forse Jane non era ancora cadavere...». «E con ciò?». «Sai... una volta... io e lei eravamo intimi...». «E allora?». «Devo averle raccontato qualcosa...». Lo guardi come se stessi per sparargli. «Deve essersi ricordata quella volta che le dissi... com'è che dissi... spesso i templi aztechi nascondono un meccanismo di autodistruzione all'interno della statua principale: stai attenta a non toccare niente... Sì, è così che le ho detto...». «Un colpo di coda della Frexhi!», concludi con una battuta azzeccata e un bel sorriso. Ormai lei è sepolta lì sotto e tu sei salva: puoi scherzarci su, Chiquita! Geremia, però, allontanandosi con te dal tempio si mostra stranamente inquieto, si volta spesso indietro, come ad aspettarsi qualcosa. È pur vero che il tesoro è andato perduto per sempre, ma lo scampato pericolo avrebbe dovuto infondergli una buona dose di sollievo. Chi vuole saperne di più, vada all'87.
«Non mi piace…». «Cosa?», Geremia ti risponde con una domanda. «Le lastre di pietra che formano il pavimento… davanti a noi… hanno una disposizione leggermente diversa dalle altre». «Pensi sia una cosa grave?». «Forse gravissima». «E allora? Che facciamo?». «È meglio non rischiare. Passiamo lungo i margini del corridoio, un passo alla volta…». «Basterà?», domanda l’ometto, visibilmente spaventato. «Lo scopriremo presto…». Prima che tu cominci a muoverti, ti sembra di cogliere un’ombra alle spalle di Geremia. Cerchi di affinare la vista in quella direzione, ma il buio non ti restituisce nulla. Avanzi cautamente lungo il margine del passaggio, cercando di evitare le lastre che non ti convincono. La tua poderosa stazza non ti aiuta, ma con molta pazienza, sei oltre. Per Geremia è molto più facile. Vai al 69.
Hai tanti pensieri nella testa... Le stelle sfocano piano piano e sprofondi in un sonno senza sogni. Recuperi 4 Punti Vita. Vai al 24.
Le tue dita si chiudono sul polso proteso dell'uomo, accarezzandone la pelle ruvida. Inclini il capo da un lato, senza smettere di sorridere. Il pistolero apre la bocca, tu stringi la presa e lo tiri verso di te: la tua fronte impatta sul suo viso con uno schianto secco. L'uomo cerca di arretrare, ma lo tieni per il polso. Alza l'arma e la tua mano libera scatta di taglio verso la sua trachea. Un secondo schiocco. Il sicario lascia cadere la pistola, rantolando. Lo strattoni e lasci la presa, mentre piroetti su te stessa ed estrai la colt. Vai al 10.
Durante il viaggio, ti senti osservata. Ti chiedi se sia solo una sensazione passeggera, oppure se quell’ometto non abbia altre carogne alle sue calcagna. Geremia, dal canto suo, cavalca al tuo fianco chino sul pomo: la sua loquacità svanita non appena montato in sella. Siete ormai a metà pomeriggio, quando il suolo diventa sempre più sabbioso e il terreno si incurva in tante dune. Geremia prende un sorso dalla borraccia, si pulisce la bocca col dorso della mano e si agita sulla sella, borbottando tra sé. Attendi un paio di minuti, prima di sbottare. «Allora?». Geremia si volta verso il tuo petto. «Dobbiamo andare verso sud-est». «I miei occhi sono qua sopra, nel caso ti fosse sfuggito». Alza lo sguardo. «La nostra direzione è comunque quella». Abbraccia l'orizzonte con un gesto. Ti accomodi meglio sulla sella e valuti le opzioni. Se prima di muoverti, preferisci studiare il terreno, vai all'82. Altrimenti scegli se proseguire dritto, addentrandoti tra le dune (vai al 16), o fare un giro più ampio, inerpicandoti sulle alture (vai al 74).
Ti volti verso Geremia, congelato sul posto. «Jane… Frexhi…», riesce infine a balbettare. La donna gonfia il petto, mettendo in mostra una scollatura che fa invidia persino a te. «Ti stupisci, piccolo uomo?». Avanza di un passo. «I soci fanno a metà di tutto». «Credevo…», Gerry fa una risatina flebile. «Credevo che fosse tutto finito». Qualcosa non torna. «Ehi, ma di che soci state parlando?», interrompi. Ha del magico il modo in cui entrambi ti ignorano. «Vuoi dire che tra due soci uno è di troppo?», commenta Jane. «Si può risolvere». Geremia deglutisce e prende fiato. «Chiquita…». «Tu pensa agli affari tuoi!», Jane si rivolge a te, gelida. «È una faccenda personale tra me e Gerry». «Chiquita…», geme ancora lui. Vuoi attaccare (vai al 18), discutere con Jane (vai al 33), o lasciare che siano i due a sbrigarsela (vai al 39)?
Il suo compagno volta le spalle al capanno e arma il cane della colt.
Devi combattere nuovamente,
Se vinci, vai al 56. Se i tuoi Punti Vita scendono sotto 10, vai al 43.
SZOCK La tua possanza non ti tradisce, Chiquita! Affondi il coltello nella gola di Jane Frexhi. Non ha saputo accontentarsi e ora rimarrà qui per sempre. La bella pistolera lascia cadere la lama e si porta le mani alla gola, cercando invano di fermare il fiotto di sangue. Mentre barcolla, ricarichi la colt. Vai al 38.
Agisci guidata dall'istinto e dal caso. Tira un dado: se ottieni 1-2, vai al 51; se ottieni 3-4, vai all'83; se ottieni 5-6, vai al 19.
Premi la mattonella. CLANG
Una trappola meccanica ancora efficiente dopo secoli. È concepita per stritolare la testa dell’intruso fra le chele di ferro dello scorpione guardiano. I destini dello scorpione e dell’uomo, infatti, non devono mai separarsi. Nel tuo caso, quelli che non devono separarsi sono testa e collo. Ti appiattisci contro la porta, il metallo gelido attraverso la camicetta sottile e le due chele ti colpiscono alla nuca. Perdi 4 Punti Vita. Scivoli a terra con un gemito, seno e viso schiacciati contro la porta, e rimani accasciata per quasi un minuto con il sangue che ti ribolle nelle orecchie. «Socia…?». Geremia. Come se già tu non stessi male. Scuoti il capo e ti rialzi. Piano piano metti a fuoco la stanza: le colonne, la porta, le chele, un ciuffo di capelli neri impastati di sangue sulle lame… «Tutto bene?». Sputi in terra. «La prossima volta vai avanti tu, Geremia». Senza attendere una risposta, gli volti le spalle, cercando di ignorare il pulsare sordo dietro la nuca. Puoi premere la mano sulle altre figure, ormai il pericolo dovrebbe essere passato. Vai al 59.
Un sibilo. Due tizzoni ardenti. L'animale che ti piomba addosso dal passaggio oscuro ha le fattezze di un gatto e le dimensioni di un lupo: un puma. Se hai Estrazione Rapida e la vuoi usare, vai all'80; se hai Rissa e la vuoi usare, vai al 58; se non hai nessuna di queste abilità, o non le vuoi usare, vai al 47.
Barcolli all'indietro e ti copri gli occhi con le mani. Silenzio. TI strofini le palpebre, respirando a fondo. Quando riapri gli occhi, il viso affilato di Geremia è davanti al tuo. «Tutto bene, socia?». Inclina il capo da un lato, studiandoti. Scuoti il capo. «Non è niente. Sono stata peggio». Ti passi una mano tra i capelli sudati. «Andiamo». «Da che parte?», ti rende la torcia e attende una risposta. Se vuoi andare a destra, vai al 14; se vuoi andare a sinistra, vai al 52.
«Andiamo avanti». Indichi la pista. «Prima arriviamo e meglio è». Geremia annuisce, le labbra serrate. Sproni il cavallo al passo e vi addentrate nelle dune. Il viaggio prosegue senza intoppi fino a sera, quando vi fermate e cercate un posto per accamparvi: il deserto è tale e quindi non avete che l'imbarazzo della scelta. Geremia si lascia cadere dalla sella con un gemito e inarca la schiena massaggiandosi il fondoschiena. Smonti agilmente, felice di non avere questi problemi; anzi, la lunga cavalcata ti ha sciolto i muscoli, dopo i lunghi giorni di inattività forzata. «Cos'è quello?». La voce del tuo compagno ti scuote. «Cosa? Dove?». La colt in pugno, ti avvicini a lui. «Lassù!». Il suo indice ossuto punta verso le colline a nord. «Ho visto un luccichio! L'ho visto, l'ho visto!». Gli cali una mano sulla spalla. «Silenzio!». Socchiudi gli occhi nella semioscurità, ma il deserto rimane fedele al suo nome. La spalla di Geremia scricchiola sotto la tua presa. «Ci stanno seguendo...». Togli la mano e rimetti la pistola nella fondina. «È una domanda… o un'affermazione?». L'ometto scuote la testa e serra le labbra. Non gli caverai nulla, per ora. Dopo un pomeriggio in sella vorresti solo riposare, ma sulla frontiera i pigri sono parenti dei morti. Vuoi arrampicarti a controllare (vai all'85), o ti accampi qui (vai al 68)?
I tre scorpioni nella figura sono di sostegno all’uomo, così come questo tempio era al servizio dei fedeli. Vai al 13.
Se Jane Frexhi scende sotto i 7 Punti Vita, vai al 26; se invece muore, vai al 38. Se muori tu, ma hai Scorpione Azzurro, vai al 22; altrimenti vai al 73. Se dopo tre turni di combattimento, non si verificano le condizioni suddette, i tamburi delle pistole sono ormai vuoti e spuntano i coltelli. Vai al 54.
Scivoli dall'amaca e avanzi ancheggiando verso i due sicari, mentre l'ometto si tuffa nel tuo capanno. I due ti osservano e si scambiano uno sguardo; le pistole strette in pugno sono puntate verso terra. «Hola muchachos!», le dita della tua mano destra scivolano lungo il cinturone, verso il calcio della pistola. Un pistolero muove un passo verso di te, ma il compagno lo afferra per un braccio e accenna con il capo al rifugio dell'ometto. «Stai indietro», ti sibila. Se resti dove sei, vai al 40. Se ti avvicini, vai all'86.
La vista ti si annebbia per un istante. «Geremia!». «Cosa?». «Reggimi la torcia, io...». L'ometto ti sfila la fiaccola dalle dita. Una folata di vento turbina attorno a te. Ti stai giusto chiedendo da dove vengano le correnti ora che siete sottoterra, quando ti fermi, interdetta: Geremia non è più nella sala, le pareti sono illuminate da quattro torce infisse in anelli di ferro e, davanti a te, c'è un murale. Sbatti le palpebre e l'immagine vacilla per un attimo. Vuoi guardarti attorno (vai al 37), o preferisci cercare di tornare alla realtà (vai al 15)?
Afferri il ramo di un arbusto e lo usi per non scivolare ulteriormente. Il fusto della pianta emette dei rumori poco rassicuranti, ma regge il tuo peso. Molli la presa e, un passo alla volta, guadagni il fondo del pendio. Avanzi nelle tenebre fino ai cavalli, ansiosa di accamparti. Geremia ti viene incontro, inarcando le sopracciglia. «Ebbene?». Vai al 68.
La pallottola di Jane Frexhi ti centra all'addome e barcolli all'indietro, addossandoti a una colonna. La tua avversaria si fa avanti, l'arma spianata.
Te la vedi brutta. O forse no. Dalla tua tasca proviene un bagliore azzurro, così intenso nella semioscurità che entrambe distogliete lo sguardo.
Estrai lo scorpione dalla tasca, la sua luce si affievolisce e la figurina si sgretola in cenere tra le tue dita (perdi Scorpione Azzurro). Jane Frexhi sbatte le palpebre e digrigna i denti: non si è ancora arresa. Riporta i tuoi Punti Vita a metà del valore iniziale, poi torna al 18 e finisci lo scontro, tirando nuovamente per l'iniziativa.
«Andiamo, Gerry, cosa vuoi che sia?». Avanzi di un passo e gli posi una mano sulla spalla, cercando di essere delicata. «Io davvero non saprei come fare, ma tu…», stringi impercettibilmente la presa sulle ossicine, «ma tu di certo hai studiato un sistema. Pensaci un attimo». Geremia rabbrividisce sotto la tua stretta, quindi annuisce appena e fa un passo verso le figure di bronzo, borbottando tra sé. Osserva per un istante i geroglifici, strizzando gli occhi, quindi torna verso di te. «I tre scorpioni». Indica con il pollice la porta dietro di sé. Guardi sopra la sua testa. «Devo premere quelli…?». Scuote il capo. «No, sono proprio quelli che non devi premere!». Arrischia un’occhiata alle proprie spalle e alza un dito ossuto. «I testi che ho consultato parlano sempre di uno scorpione. Uno solo, capisci!?». Lascia ricadere la mano lungo il fianco. «Tre scorpioni sono inconcepibili!». «Ma quindi quale devo premere?». «Ah, non lo so». Si stringe nelle spalle sottili. «Puoi anche fare testa e croce, se vuoi. Io non mi avvicino più». Capisci che sarà inutile insistere e ti avvii sbuffando. Vuoi premere sulla figura dello scorpione gigante che sovrasta un uomo a terra (vai all'84), sulla figura in cui l’uomo e lo scorpione sono separati da una riga verticale (vai al 63), o sulla figura dell’uomo inseguito da tre scorpioni (vai al 17)?
Il viaggio prosegue. Per non affaticare le cavalcature, procedi al passo, affiancata da Geremia. Ogni tanto lo guardi, aspettandoti istruzioni sulla direzione da tenere, ma l’ometto sembra soddisfatto così. È come se anche tu sapessi dove andare. «Dove vai?», stavolta te lo chiede. «Dove vuoi che vada?», rispondi a tono all’ometto. «Siamo arrivati, socia…». Rimani basita e ti guardi intorno. Con un minimo di attenzione in più, non ti ci vuole molto a intravedere - tra monumentali bracci di saguaro - i resti diroccati di una piccola costruzione. Geremia è già smontato. Ti attende accanto alla struttura.
«Certo, cosa credi…? Di parlare a una contadinella ignorante? Il Teocalli è la Casa di Dio. Ma qui non ne vedo». «Esatto e sbagliato, al tempo stesso. Il Teocalli degli antichi aztechi è la Casa di Dio. Esatto. Qui non ci sono teocalli. Sbagliato». Si prende il tempo di gustarsi la tua meraviglia. «Ce l’hai sotto i piedi, socia… Siamo in cima alla piramide». Anticipa la tua domanda. «Può essere stato un caso. I venti qui sono forti. Oppure un occultamento voluto dagli stessi aztechi per proteggere il tempio dai conquistadores. Oppure… perché no… il Dio ha voluto così. In ogni caso, qui il tempo ha letteralmente sepolto il passato; per fortuna nostra…». Non sei di buon umore come lui. Avverti una presenza incombente nell’aria. Ti domandi quale Dio ami così tanto la sabbia del deserto. E davanti ai tuoi occhi fissi, meditabondi, puntati a terra, uno scorpione affiora dalla sabbia e vi scompare poco più avanti. Ti riscuoti, a stento sei sicura di quello che hai visto. «Geremia… l’hai visto anche tu…?». «Che cosa?». «No, niente…». Forse è stato solo un parto della tua mente, forse qualcuno ha risposto alla tua silenziosa domanda. E se è stato qualcuno, è stato l’inquilino della casa… «Avanti… non perdiamo tempo…», Geremia sembra ringalluzzito dalla prospettiva di mettere le mani sul tesoro, e come fosse stata casa sua, si avvicina con disinvoltura all’ingresso della struttura. «Nessun altro l’ha scoperto… nessun altro…». È visibilmente soddisfatto. «Ci occorrono delle torce, Chiquita». Ti dai da fare e gli fai avere ciò che ha chiesto. L’esplorazione ha inizio. Ma puoi chiamarla discesa. Il clima secco ha mantenuto in buone condizioni la scalinata in pietra che scende all’interno del tempio. Sceso l’ultimo gradino, vi ritrovate in un’ampia sala. Ispezionate cautamente i margini della stessa e constatate l’esistenza di due aperture. Se ti soffermi a studiare la struttura, vai al 49; se vuoi lasciarti andare, vai al 20. Altrimenti, potete dirigervi a destra (vai al 14), o a a sinistra (vai al 52).
Ti volti verso Geremia, che ha sprecato il primo colpo della derringer e sta lottando contro l'animale, che lo ha azzannato al braccio sinistro. Ti muovi verso di lui, quando noti a terra un foglietto di carta, cadutogli assieme ad altre cose dalla borsa. Scarabocchiato sopra, c'è uno scorpione azzurro. Ti fermi, interdetta. Vai al 45.
Il tuo ultimo colpo è quello decisivo. La tua avversaria strabuzza gli occhi, lascia cadere l'arma e posa un ginocchio a terra. «Basta… ti prego… sto crepando…», Jane Frexhi ne ha abbastanza. Si è fatta molto più umile con la pancia bucata e ora cerca di trattare. Non è più tanto giovane e si tiene cara la pelle. La guardi in silenzio, mentre ricarichi la colt. Se decidi di non lasciarle scampo, dalle il colpo di grazia al 38; se pensi che per essere davvero grandi bisogna preoccuparsi di tenere in vita i propri nemici, vai al 2.
«Ehi, un momento, socia…», Geremia rimane fortemente perplesso. «Ti ho solo chiesto di andare avanti, per farmi rifiatare un po’… Io ti pago per scortarmi. Non sono un uomo d’azione, lo sai». «E se il pericolo venisse da dietro?». «Correrò il rischio, ma in questo momento è più facile che il pericolo si trovi davanti a noi». L’ometto non si fa convincere. Scegli se fermarti a osservare (vai al 32), o proseguire dritto (vai al 62).
Bang La derringer di Geremia unisce la sua voce al vostro duetto. Il proiettile sibila accanto alla testa del puma, sfiora il tuo orecchio e centra la parete. La bestia decide di averne abbastanza, si stacca da te e scompare su per la scalinata. Ti appoggi alla parete. «Grazie per l'aiuto». Geremia fa ruotare la pistola sul guardamano con un sogghigno soddisfatto, finché l'arma non cade a terra. In silenzio, si china a raccoglierla. Lo imiti, quindi vi avviate per il passaggio. Vai al 70.
Ti guardi intorno. Hai visto troppe frane nei canyon della Sierra Madre per non capire che tutta la baracca sta per crollare. Presto, prima di subito. Eppure un'occasione così ti capita una volta nella vita, se sei fortunata. Vuoi scappare (vai al 4), o raccogliere il tesoro (vai al 30)?
Afferri una delle statue ingioiellate e te la carichi in spalla con un grugnito. Geremia, bianco in viso, stringe al petto ossuto una manciata di amuleti. Nel terreno si apre una crepa seghettata. Non avete bisogno di altro incoraggiamento per mettervi a correre. O almeno questo è il piano. Il mondo ti cade letteralmente addosso. La tua avventura è finita, Chiquita. Hai preteso troppo da te stessa e dalla fortuna! Il tesoro sulle spalle ha rallentato fatalmente la tua fuga. Geremia muore con te. Jane Frexhi e il Dio Scorpione ti hanno tenuto con loro, per sempre!
«Non importa». Ti stringi nelle spalle, torreggiando su Geremia. «Abbiamo già perso troppo tempo: scendiamo». «Come sarebbe a dire “scendiamo”!?». Fai un profondo respiro, mettendo a dura prova i bottoni della camicetta. «Nel senso che adesso ti volti anche tu e ripercorri verso il basso questa scalinata». Indichi con la mano libera la stanza in fondo. «Oppure te ne resti lì fermo e io ti passo sopra». Geremia sorride. «Minaccia o proposta?». Il suo viso rugoso è reso ancora più grottesco dalla luce tremolante. «Per me è una promessa». Muovi un passo. Geremia strilla ed evita per un pelo che il tacco del tuo stivale gli schiacci il piede. Fa un passo indietro, scivola e fa tutte le scale di corsa cercando di riprendere l'equilibrio, finché atterra a sedere nella sala dell'affresco sotto di te. In pochi secondi lo raggiungi, ma con le tue gambe. Gli porgi una mano, che lui accetta senza fare storie, e lo alzi di peso. Geremia si spazzola il fondo dei calzoni, si aggiusta il cilindro che gli è rimasto in testa per miracolo e ti guarda scuotendo la testa. Gli sorridi, prima di avviarti, rimuginando sulla scaglia misteriosa. Vai al 70.
«Diablo! C’è uno scorpione su questa roccia…». «Cosa? Non avvicinarti…», ti ammonisce Geremia. «È dipinto, socio. Non è uno scorpione vero». «Ah beh… e allora cosa vuol dire?». «E io che ne so? Sono la tua scorta, non un’esperta di antichi graffiti…». «Non potrebbe essere un avvertimento?». «Lo credo anch’io, dobbiamo procedere con molta cautela…». Vai al 5.
Ti allontani dalla colonna che ripara Geremia. «Questi sono anche affari miei, vecchia gallina. Lui è il mio datore di lavoro». «Davvero? Una volta era il mio…». «Adesso non lo è più…», il tuo tono è di aperta sfida, il calore del sangue prende il sopravvento. «Sai cosa vuol dire questo?». Non giunge alcuna risposta. «Vuol dire che ti farai gli affari tuoi in questa bella fossa…», e ti mostra un sorriso da iena, cupo e agghiacciante; la pistola stretta in pugno, pronta a sparare. L’unico argomento rimasto è il piombo. Se vuoi imitare Geremia e cercare un riparo, vai al 46; se vuoi aprire il fuoco, vai al 18.
Jane ti ha fregato, Chiquita! È più vecchia di te, ma ancora letale. «Ti ho fottuto!», grida vittoriosa, mentre la sua lama guizza verso il tuo cuore. TUNK La punta del coltello affonda nella tua camicetta e si ferma lì. Jane ritrae l'arma, infilzata nel medaglione: sei salva! Per ora. Con un ringhio la Frexhi getta da parte il monile e si fa nuovamente sotto. Perdi Monile Dorato, torni al 54 e finisci il duello, ignorando la perdita di Punti Vita dell'ultimo scontro.
Volti le spalle al ghigno soddisfatto di Geremia e torni verso l’ingresso. Vuoi premere sulla figura dello scorpione gigante che sovrasta un uomo a terra (vai all' 84), sulla figura in cui l’uomo e lo scorpione sono separati da una riga verticale (vai al 63), o sulla figura dell’uomo inseguito da tre scorpioni (vai al 17)?
L’ultimo colpo abbatte il felino in una pozza di sangue, più che altro suo. Il predicatore nel tuo villaggio diceva sempre che voi uomini eravate la bestia più pericolosa del Creato. Quel vecchio Padre nemmeno immaginava quanto fosse vero. «Geremia», chiami il tuo compagno. «Accarezza il gattino». Il tuo socio avanza di un passo e sfiora la carcassa con la punta di una scarpa. «MIAO», urli tu.
Si poggia una mano sul petto e mormora qualcosa su una certa figlia. Lo ignori. Il puma morto è più interessante. Soprattutto per quello che ha attorno al collo: un monile dorato. Sfili la catena sopra la testa della bestia e la mostri a Geremia, che intanto si è ripreso. «Cos'è?». «Lo chiedo io a te», ribatti. Il piccoletto rumina, osservando il medaglione alla luce della torcia. «Ecco...». «Ecco cosa?», lo incalzi. «Si direbbe un monile d'epoca pre-colombiana, finito al collo di questa bestia per caso». «Come se avesse infilato il muso in un mucchio di questi aggeggi?». Osservi meglio il monile, ma presenta solo un disegno geometrico. Geremia si stringe nelle spalle sottili. Ignorandolo, ti metti al collo il gioiello, facendolo scivolare sotto la camicetta, fino a sparire fra i tuoi seni. Il corridoio vi attende. Acquisisci Monile Dorato e vai al 70.
Avanzi di un passo, la visione è realistica, al punto che senti l'odore della resina che brucia.
Alla sua sinistra, c'è una fila di figure umane, prostrate in adorazione; alla sua destra, un lungo corridoio costellato da torce accese. Ti avvicini per guardare meglio il disegno, quando il pungiglione azzurro si muove, staccandosi dalla parete. Vai al 15.
«Porta i miei saluti a Messer Satanasso!», prendi la mira e spari. BANG Dopo l’ennesimo colpo, Jane Frexhi stramazza a terra. Enough is enough, è troppo anche per una dura come lei. L’imprevisto è risolto. Geremia avrà tempo per spiegarti i dettagli. La Frexhi va a morire in un angolo, squittendo nel buio come un grosso ratto. C'è tempo per dare un'ultima occhiata in giro. RUMBLE Un boato scuote il tempio. C’è decisamente qualcosa che non va. E cominciano a piovere detriti dal soffitto! Se non è l’ira degli dei aztechi, sta di fatto che qualcuno ve la tira. «Muoviamoci, per dio!», chiami Geremia a gran voce. Ma forse è proprio un dio, il Dio-Scorpione, ad avercela con voi! Sembra ansioso di trattenervi con lui per sempre. C’è davvero poco tempo per riuscire a fuggire, tutto sembra crollare intorno a voi! Se cerchi di portare via il tesoro, vai al 55; se lo abbandoni e fuggi a gambe levate, vai al 4.
«Credevi fosse tanto facile liberarsi di me?», la pistolera lo fissa gelido. «Ti sei messo con questa puttana, ma ti è andata male, nanetto…». BANG Indirizzando il colpo con grande precisione, Jane sfiora Geremia lungo la guancia, terrorizzandolo. Il sangue comincia a colare come in una rasatura maldestra. «Il resto… dopo… E tu, puttana, fatti gli affari tuoi». La pistolera è veloce e ci sa fare. Più che una punizione per Geremia, è stato un colpo dimostrativo, sparato per intimorirti. Il tuo socio, comunque, coglie al volo il suggerimento e sgattaiola dietro una colonna. Sta a te, adesso, scegliere. Se decidi di attaccare, sfruttando la distrazione di Jane, vai al 72. Se preferisci discutere in altro modo, vai al 33.
Rimani immobile, sorriso dipinto in faccia e mani sul cinturone. Uno dei due uomini avanza verso il capanno. «Esci con le buone o con le cattive?». Bang Buona risposta. Il pistolero si tuffa a terra, punta l'arma verso il capanno e risponde al fuoco. «Aiuto!», strilla da dentro l'ometto.
Inizia il duello (Estrarre: 10; Sparare: 8; Punti Vita: 12). Se vinci, vai al 10.
Mentre ti aggiri per la sala, il tuo occhio è attirato dalle storie di pietra sulle colonne. Hanno stili diversi, ciò vuol dire che vi hanno lavorato differenti scultori, in tempi diversi, anche lontani fra loro. Il tema narrato è però sempre lo stesso: le scene incise rappresentano uomini o donne che si alzano da terra dopo che uno scorpione gigante li colpisce con la sua coda; questi individui, allora, si prostrano adoranti davanti all’animale. In sostanza sembrano scene di ringraziamento per insperate guarigioni. «Non tutti gli scorpioni vengono per nuocere…», sussurri fra te. E corri con la mente a quegli attimi fatali, in cui - ormai morente - fosti punta da uno scorpione, nei budelli della Sierra. Il medico aveva escluso collegamenti con la tua miracolosa guarigione, ma adesso hai la conferma che quello scorpione non fosse lì per caso… «Qui non c’è proprio niente, socia», Geremia ti scuote dai tuoi pensieri. «Né tesoro, né trappole». «No, forse qualcosa c’è…». «E cosa?», si riavvicina incuriosito. Lo fissi per un attimo. «C’è che dobbiamo andare dall’altra parte…». Non ti fidi, tieni per te quello che hai scoperto. In fondo anche lui ha occhi per guardare, come te. «Hai ragione, torniamo indietro». Sollevi la torcia. Dalla predella proviene un riflesso. «Aspetta». Geremia, vicino all’uscita, ti guarda da sopra la spalla. «E ora?». «Voglio esaminare la predella». Il tuo socio scuote la testa. «Hai appena detto che dovevamo andarcene». «E ci ho ripensato», sorridi. «Sai come siamo fatte noi ragazze». «No che non lo so». Il tuo sorriso si allarga. «Ci avrei giurato», sussurri, voltandoti verso il fondo della sala. Geremia sbuffa, ma lo ignori. Il luccichio è ancora visibile, ma nella penombra non capisci di cosa si tratti. Se vuoi controllare, vai al 64; se preferisci tornare indietro, vai al 67.
«Ci metterò solo un attimo!». Senza attendere risposta, ti giri e torni a inginocchiarti accanto alla predella. Allunghi la mano libera. Le tue dita si serrano su una superficie liscia e fredda. Fai scorrere i polpastrelli su di essa, quando una puntura ti strappa un grido di dolore. «Ahia!». Ritrai la mano e porti le dita alla bocca, il sapore del sangue sulla lingua. «Che ti avevo detto?», ridacchia Geremia. Lo ignori, allunghi di nuovo la mano e afferri più saldamente l’oggetto, quindi lo sollevi, ammirandolo alla luce della torcia.
«Sacro sudore di serpe…», mormora Geremia, sopra la tua spalla. Ti volti. «Dovresti smetterla di comparirmi da dietro senza preavviso, socio. Può far male alla salute». Gli piazzi la lama sotto gli occhi, senza smettere di sorridere. «Alla tua, ovvio». Geremia fa un passo indietro, lo sguardo catturato dal tuo ritrovamento. «Un coltello sacrificale!». Allunga una mano rugosa, ma tu ti raddrizzi, mettendo l’arma fuori dalla sua portata. «Eh no». Scuoti la testa. «Questo me lo tengo io». Infili il coltello nel cinturone, sul lato opposto rispetto alla fondina. Geremia si stringe nelle spalle, la luce nei suoi occhietti che si affievolisce. Quindi si volta e si avvia verso l’uscita. Acquisisci Coltello dello Scorpione e vai al 67.
Maledici il periodo di inattività forzata che ti ha resa lenta e ancora più pesante, mentre l'ultimo colpo del pistolero ti raggiunge. Barcolli, la colt quasi ti scivola dalle mani sudate; ti appoggi all'albero per reggerti. L'uomo sorride e ti punta contro l'arma. Chiudi gli occhi. Bang Li riapri. Il sicario è in piedi, fa un passo avanti e crolla a faccia in giù. Alle sue spalle, il viso pallido raggrinzito in una smorfia e una derringer fumante in mano, c'è l'ometto, che fa capolino dalla soglia. Tiri su col naso e ti raddrizzi, la mano sinistra premuta sulla vecchia ferita, adesso più dolorosa che mai. «Bene… adesso siamo pari», ti avvicini all’ometto barcollando sulle gambe. «Uno per uno, è vero, ragazza: siamo una società…». «Di cosa stai parlando?». «Del fatto che adesso mi ritrovo senza più aiutanti…». «Lavoravano per te?!». «Già… proprio così… È vero, potevo scegliere meglio, ma magari con te sarò più fortunato… Sempre che tu sia in grado di seguirmi, con quel…». «Con questo buco?», allarghi la mano dalla ferita, «non è niente, ne ho viste di peggio. Se i soldi sono buoni, ti seguirò fino all’inferno». «Non ti chiedo tanto, bella señorita, anche se non sarà una passeggiata». Mentre cerchi di rattopparti alla meglio le ferite, l’ometto ti snocciola la sua storia. Lui è Geremia Jacobs, il socio unico della “Jacobs Antiquities & Co.”, con prestigiosi negozi di antiquariato a Boston e Philadelphia. In ballo c’è un antico tesoro, sepolto nelle sabbie del deserto. 1.000 dollari è il compenso per fargli da scorta fino a destinazione e ritorno. 500 subito e 500 a lavoro finito. I buchi adesso fanno meno male. Vai all'8.
Rimani in piedi, mentre Geremia inizia a russare leggermente. Trascorri due ore a fissare le fiamme; ogni tanto ti alzi per sgranchirti e fai un giro dell'accampamento. Un coyote ulula lontano, ma niente vi disturba. Stai per andare a dormire anche tu, quando Geremia geme qualcosa. Ti avvicini all'ometto, inclinando il capo da una parte. Ha la fronte imperlata di sudore e la sua mano destra, scivolata fuori dalla coperta, si contrae ritmicamente. «Scorpione, scorpione...». Le parole sfuggono dalle sue labbra. «Scorpione azzurro... coyote...». Sbatti le palpebre e ti chini su di lui: può essere una coincidenza? Geremia si volta di scatto e biascica ancora qualcosa, poi tace. Attendi accovacciata per alcuni minuti, ma sembra non abbia intenzione di parlare. Ti sdrai accanto al fuoco, dalla parte opposta, e ti avvolgi nella coperta. Il sonno arriva subito. Recuperi 2 Punti Vita. Vai al 24.
«Aiuto!». La voce di Geremia è stridula quanto l’ululato di un coyote. Corri in suo aiuto mentre lui, con uno sforzo, piazza la canna della derringer contro la tempia dell'animale e preme il grilletto. La testa del coyote esplode, Geremia lascia cadere l'arma e crolla in ginocchio. Rinfoderi la colt. «Tutto bene?». «Benissimo». Muovendosi carponi, raccoglie gli oggetti scivolati dalla borsa durante la colluttazione. «Prossima domanda stupida?». «Mi sto solo preoccupando per te, socio». Sottolinei l'ultima parola. Geremia chiude la borsa, si siede sui talloni e alza lo sguardo su di te. «I coyotes non ci avrebbero attaccati, eh?». Scuote la testa, quindi si rialza. Ti mordi la lingua per non rispondergli a tono, ma devi ammettere che non ha tutti i torti: hai viaggiato per anni in queste terre e non hai mai visto coyotes attaccare due uomini. Che fossero davvero affamati? Accendi il fuoco e prepari una cena, mentre Geremia si applica una fasciatura al braccio. Mangiate in silenzio, dopodiché il tuo socio ti lancia un'occhiataccia e si corica sotto le coperte. Rimani a fissare le fiamme per alcuni minuti. Vuoi metterti a dormire anche tu (vai al 6), o preferisci restare sveglia (vai al 44)?
Alzi la sinistra, il palmo rivolto verso Jane. «Aspetta, cerchiamo di ragionare», accenni col pollice alla stanza dietro di te. «Qua c'è abbastanza roba per tutte e due», ignori il gemito di Geremia. «Stupida vacca!», ribatte la Frexhi, armando il cane. Estrai la pistola mentre lo sparo della tua avversaria riecheggia nella sala. Vai al 18, ma ricorda che hai perso automaticamente l'iniziativa.
Devi sbrigartela alla vecchia maniera, coltello e pugni contro zanne e artigli (Lottare: 15; Punti Vita: 14). Se vinci in tre scontri o meno, vai al 36; se ti occorrono più di tre scontri, vai al 28.
La pallottola centra l'animale a mezz'aria, facendolo ricadere in mezzo alla sala. Il puma emette un miagolio addolorato, poi scappa verso le scale, correndo su tre zampe. Rinfoderi la colt. «Che dici, socio?», chiedi a Geremia. «Lo ritroveremo presto?». Il tuo compagno rimane immobile, quindi si asciuga il sudore dalla fronte e scuote il capo. Vi avviate in silenzio. Vai al 70.
L'aria viziata del sotterraneo non copre del tutto un altro aroma, tenue ma pungente: un animale selvatico ha trovato rifugio qui. Ti guardi intorno. Il pavimento roccioso non rivela tracce, ma un mucchietto di sterco e un ciuffo di peli vicino alla galleria di destra confermano il tuo sospetto. Geremia non se ne è accorto e hai tutto l'interesse a lasciarlo all'oscuro. Se vuoi lasciarti andare, vai al 20. Altrimenti scegli se voltare a destra (vai al 14), o a sinistra (vai al 52).
«Andiamo, Geremia… non vorrai che mi rovini i tacchi… no?», gli sorridi senza rancore. Trasmetti la fiamma alle torce appese alla parete e al tempo stesso avanzi cautamente. Ti viene in mente una particolare versione del classico mito del minotauro. Te la raccontò un professore sequestrato dalla tua banda. In questa maliziosa versione la luce giocava un ruolo fondamentale, perché consentiva ai sacerdoti del labirinto, ove si credeva vivere il mostruoso essere, di leggere - sulle pareti dei corridoi sotterranei - minuscole indicazioni sul percorso da seguire, altrimenti invisibili. Non sarebbe dunque stato il leggendario filo di Arianna ad aiutare Teseo a uscire dal labirinto, ma questa preziosa informazione e le torce utili a sfruttarla. Arianna, in effetti, fu poi abbandonata dall’Eroe, come se avesse fallito o non fosse stata utile. Poco dopo, ricevi un’importante conferma: in mezzo al corridoio, scarsamente visibile, individui una coda stilizzata di scorpione. Sembra di ferro, grande più o meno come una navaja, posta a un metro abbondate da terra, ossia all’altezza del torace di un soggetto di media altezza. Avanzando con scarsa luce, o peggio correndo, sarebbe destinata a trafiggere il malcapitato… «Vista? Dobbiamo fare attenzione…», e continui ad accendere le fiaccole poste lungo il percorso, mantenendo alta la guardia. Poco oltre, vieni colta da una forte sensazione di pericolo, anche se non noti nulla di anormale, almeno a prima vista. Se hai Individuazione Tracce, vai al 5. Se decidi di fermarti e osservare meglio, vai al 32. Se preferisci non perdere tempo e proseguire normalmente, vai al 62. Se inviti Geremia a darti il cambio, mandandolo avanti, vai al 27.
L’ometto si ferma e si fermano pure quelli che lo inseguono. Oltre a fermarsi, si guardano intorno e ti vedono: d’altronde non hai certo una figura facile da nascondere. È evidente che devono farlo fuori e che preferiscono farlo in privato. E tu li disturbi. Non puoi continuare a ignorarli: pur infastidita, sei costretta a muoverti dall’amaca, o finirai male. Bang Appena il tempo di metterti dritta - con il pesante petto che ancora ti ballonzola nella camicetta - che uno sparo risuona nell’aria torrida. L’ometto ha fatto fuoco con la sua piccola derringer, centrando in fronte uno dei pistoleri, approfittando del diversivo che hai involontariamente creato. BANG E tu fai altrettanto…! L’altro pistolero si è voltato nella direzione sbagliata, e tu l’hai freddato al primo colpo. In fondo erano in due contro uno: adesso hanno avuto il fatto loro. Ti avvicini all’ometto con la colt spianata. Nella derringer c’è un altro colpo e non gli permetterai di usarlo. Lui riflette bene prima di fare mosse imprudenti. Accenna a mollare l’arma e tu annuisci. La derringer cade a terra. Vai al 56.
Il passaggio sbuca dopo pochi metri in una sala più ampia di quella da cui provenite. Due file di colonne istoriate partono dall'ingresso e arrivano fino a una predella sul fondo. Tutto è coperto da uno spesso strato di polvere e non sembrano esserci altre uscite. «Un tempio», sussurra Geremia. Rimani immobile, la torcia alta sopra la testa. «È la sala che cerchiamo?». «Così vicino alla superficie?». Stringe le labbra sottili. «Non credo. Però potrebbe esserci lo stesso un tesoro...». «O una trappola…». Vuoi esplorare questa sala (vai al 41), o imboccare l'altro passaggio (vai al 67)?
Il proiettile sibila sopra il puma e si perde nell'oscurità. L'animale balza verso di te, con un soffio di scherno. Vai al 47.
Inizia il Combattimento Corpo a Corpo. Avete entrambe il vostro coltello. Se hai Coltello dello Scorpione, puoi sfruttare la sua lama micidiale (nel calcolo dei danni non applicare correttivi, è come se stessi usando una pistola). Bada bene, la rabbia è tanta: la morte aleggia nell’aria!
Se Jane Frexhi scende sotto i 3 Punti Vita, vai al 26. Se muori e hai Monile Dorato vai al 34; altrimenti vai al 73. Se uccidi Jane, vai all'11.
«Il tesoro, svelto!», allunghi una mano verso Geremia, ma lui si ritrae. Dal soffitto crolla una pioggia di calcinacci. «Sei pazza!? Usciamo da qui!». Un boato più forte scuote la sala. «A mani vuote?», urli per sovrastare il frastuono. Geremia fa per risponderti, quando una colonna portante si spezza in due, rovinando al suolo. La polvere ti acceca per alcuni istanti e, quando riapri gli occhi, Geremia è addossato alla parete con le mani premute sulle orecchie. Se hai Scorpione Azzurro, vai al 65; se non lo hai, ma hai Sopravvivenza, vai al 29. Se non hai né Scorpione Azzurro, né Sopravvivenza, puoi prendere il tesoro (vai al 30), o scappare a gambe levate (vai al 4).
I due pendagli da forca sono morti. Per questa volta hai risparmiato al contribuente la paga del boia e il costo della corda. «Avanti… sputa il rospo», ora che il campo è libero, ti avvicini all’ometto e lo incoraggi a parlare, senza tanti fronzoli. «Beh, ecco… io-io… mi chiamo Geremia Jacobs, signora… e sono stato aggredito da questi due lestofanti. La ringrazio molto per avermi aiutato. Presso il più vicino paese, la proporrò per un encomio. Sa… io sono il socio unico della “Jacobs Antiquities & Co.” e la mia attività è molto rinomata sia a Boston che a Philadelphia…», sembra più alto del suo metro e cinquanta, adesso. «Gli altri soci che fine hanno fatto?». «Quali soci, mi scusi…». «Jacobs & Co… che fine hanno fatto i suoi compagni?». «Oh beh… veramente non ho mai avuto soci, ma suonava così bene che ho deciso di chiamarla così…». «Adesso vuole dirmi perché questi due volevano farle la pelle?». «Signora, mi scusi, non potrebbe…». Decidi di accontentarlo e rinfoderi la colt. «Se permette… io adesso sono molto stanco e di queste cose ne parlerò con lo Sceriffo del più vicino paese…». Ti muovi verso l’ometto e lo afferri per il bavero della camicia, alzandolo sulla punta delle scarpe con una mano sola. «Ascoltami bene, imbecille: qui di vicino non c’è assolutamente nulla, e tantomeno uno Sceriffo. Poco fa stavo riposandomi sulla mia amaca e per causa tua sono dovuta scendere. Non solo mi hai messo di malumore, signor socio unico, ma hai anche lasciato un mucchio di letame in giro. Ti mostrerò un badile; con quello scaverai due belle fosse e ci metterai dentro le carogne che ti sei portato dietro. E in questo frattempo mi racconterai tutto. Se alla fine sarò rimasta contenta, le fosse rimarranno due. Altrimenti… dovrai scavarne una terza», lo guardi fisso negli occhi, per fargli capire che non stai affatto scherzando. Le due fosse sono pronte, l’ometto ha scavato bene, e alla fine del lavoro sei rimasta abbastanza contenta. Non sai ancora se ha sputato tutto il rospo, ma un bel po’ di pezzi sono usciti fuori. Il signor Jacobs ha scelto i suoi collaboratori tra gli avanzi di galera dello Stato e questi hanno pensato bene di prendere in mano il gioco. Dopo, però, hanno incontrato te e l’ometto è rimasto senza collaboratori. Gli hai offerto di rimpiazzarli e lui ha accettato. In ballo c’è un antico tesoro sepolto nelle sabbie del deserto. 1.000 dollari è il prezzo del tuo onorario per fargli da balia fino a destinazione e ritorno. 500 subito e 500 a lavoro finito. La giornata non è poi cominciata così male. «Adesso hai una socia, Geremia». «Sarai tu la mia “Company”?», l'ometto accenna un sorriso. Lo fissi. «Solo in affari, amigo». Vai all'8.
«Ho trovato questa». La scaglia brilla sul tuo palmo calloso e impolverato. «Ne sai nulla?». Geremia avvicina il viso a pochi centimetri dall'oggetto, quindi si raddrizza di scatto. «No!». L'urlo riecheggia nella scalinata. Inclini il capo da un lato. «“No”, cosa?». «No», ripete lui. «E fin qui ci siamo». Ti chini verso di lui. «Si può sapere che ti è preso?». Il viso di Geremia assume un colore terreo. «Possiamo rimandare a dopo questa conversazione?». Ti raddrizzi. «Cambia qualcosa se rispondo “sì” o “no”?». Geremia scuote il capo. «No», geme. «Ma non ti preoccupare». Fa un respiro profondo e riacquista un po' di colore. «Al momento giusto saprai tutto». Questi sbalzi di umore cominciano a darti sui nervi. «Se lo dici tu...». Lui annuisce vigorosamente, il cilindro che ballonzola sulla testa appuntita. «Sì, fidati». Acquisisci Paillette e vai al 31.
Tu, però, non sei una preda come le altre! Afferri al volo le zampe della belva, ignorando i graffi (perdi 1 Punto Vita), e ti getti all'indietro, sperando che Geremia si scansi. L'animale, trascinato dal proprio slancio, vola sopra di te e atterra in fondo alla sala. Rotoli su un fianco estraendo la colt. Il puma è già sulle quattro zampe. Al soffio del felino, risponde il ruggito della pistola. Lancia due dadi e somma il tuo punteggio relativo a Sparare, oltre a eventuali bonus: se ottieni 17 o più, vai al 48; in caso contrario, vai al 53.
Con un lancinante cigolio, il portone si dischiude! Lo Scorpione Azzurro, con la sua potenza divina, sovrasta il destino dei mortali. Hai scelto bene, o sei stata fortunata… Varcate prudentemente la soglia, Geremia sempre attaccato al tuo sedere. E finalmente tanti rischi sono ora ripagati: davanti ai vostri occhi scintillano i tesori del tempio! Neanche la polvere dei secoli riesce a offuscarli. «Ce l’abbiamo fatta!», esclama Geremia. «È presto per dirlo…», una gelida voce femminile risuona a breve distanza. E non è la tua, Chiquita! Ti volti. Geremia, letteralmente attaccato alle tue sottane, viene proiettato di lato. Sulla soglia appare una figura massiccia. Per un attimo hai l’impressione di guardare in uno specchio. Ma è un attimo. E gli attimi passano. «Chi va là?». Parli a bassa voce, eppure tutto rimbomba. «Io». La donna avanza di un passo. È massiccia e corpulenta, quasi quanto te, ma ti supera di mezza testa. Ha anche una ventina d’anni più di te e pensi che potreste essere benissimo madre e figlia… se non fosse che tua madre la conosci bene. La donna ha un viso duro e scavato da alcune rughe, corti capelli biondicci e indossa un camicione rosa, impolverato dalla sabbia del deserto, aggressivamente allentato fino allo stomaco; intorno al collo spicca un foulard costellato di lustrini: un vezzo tipicamente femminile, ma insolito per una pistolera. Attorno ai fianchi massicci porta un cinturone, con la fondina sul ventre. È una professionista. Posa gli occhi gelidi sul tuo socio. «Allora, non mi saluti?». Se hai Paillette, vai al 78; altrimenti vai al 9.
Tenendo la torcia bene alta, risali i primi gradini. Il tacchettio delle scarpe di Geremia ti segue fino a metà della rampa. Ti fermi a prendere fiato, quando qualcosa brilla sul gradino davanti a te; ti chini e raccogli una piccola scaglia luccicante. Sbatti le palpebre. L'oggetto posato sul tuo palmo ha una sfumatura rosa ed è più o meno la metà della tua unghia. Non ne hai mai visto uno prima e non capisci cosa sia, anche se non sembra roba antica e dubiti che fosse lì quando siete scesi. «Allora», squittisce alle tue spalle Geremia. «Perché ti sei fermata?». Ti volti sulla scalinata. «Perché sì». «Non è una risposta». Vuoi mostrargli il tuo ritrovamento (vai al 57), o preferisci di no (vai al 31)?
Piroetti su te stessa e abbassi gli occhi su Geremia. «E invece tocca a te, socio». L’uomo ti fissa, gli occhi sbarrati e le labbra tese in un sorrisetto. «Hai sentito!?». «No». Ti chini su di lui, le mani sui fianchi. «Allora sturati le orecchie». Prendi fiato. «Ho detto che tocca a te scegliere come aprire questa porta». Ti raddrizzi con un grugnito. «Io ti guarderò le spalle». Geremia arretra di un passo, scuotendo la testa. «È pericoloso», mormora. «Non saprei proprio». Pare che tu debba fare un ulteriore sforzo per convincerlo. Vuoi usare le buone maniere (vai al 23), importi con la forza (vai al 76), o ricordargli dei tesori che vi attendono oltre la porta (vai al 3)?
Non vedi l’ora di arrivare alla fine del tunnel e chiudere la partita. SCRICK TUMP «Ahhh…!», l’urlo di Geremia. Tutto si è svolto in un attimo. Le lastre del pavimento si sono aperte sotto i tuoi piedi! Il tuo peso non ti ha certo aiutato. Se hai Sopravvivenza, vai al 75; altrimenti, vai al 79.
La linea che divide uomo e scorpione ti pare significativa: un confine fra te e il suo veleno. Vai al 13.
Attraversi la sala a lunghi passi, i tacchi dei tuoi stivali riecheggiano sul pavimento di pietra. La predella, invece, non è di pietra, come avevi pensato, ma di metallo brunito coperto dalla polvere dei secoli. Ti inginocchi, la torcia alta sopra di te. Il luccichio non viene dalla predella, ma da un oggetto metallico caduto dietro di essa. Allunghi una mano per prenderlo. «Non toccare!», urla Geremia. Ti volti di scatto, il suo viso a distanza di bacio dal tuo, il sangue che ti ribolle nelle orecchie, mentre l’eco dell’urlo si perde in lontananza. Sospiri e ti porti una mano al petto; il tuo cuore martella come una mandria di bisonti. Geremia ti fissa terreo. Poggi la mano libera sul pavimento e ti rimetti in piedi, torreggiando sull’ometto. «Si può sapere cos'hai da urlare?», sibili. «Meno male che avremmo dovuto agire in segreto». «Potrebbe essere pericoloso». Alzi gli occhi al soffitto. «Tutto è pericoloso qua dentro, nel caso ti fosse sfuggito. O ti sei scordato perché mi hai assunto?». Geremia ti volta le spalle. «Fai come credi». Se vuoi raccogliere l’oggetto misterioso, vai al 42; se vuoi uscire, vai al 67.
Dalla tua borsa proviene un bagliore azzurro e caldo. Il tessuto si gonfia fino a lacerarsi e la statuina di zaffiro casca a terra. Il pavimento ondeggia di nuovo e lo scorpione sembra muoversi. Sbatti le palpebre. No! Si è mosso davvero! La statuetta dimena le zampine e corre verso l'uscita della stanza, emettendo un tenue bagliore. Se la vuoi seguire, vai al 4; se vuoi restare per il tesoro, vai al 30.
Ricordi quando ti dissero che uno scorpione della Sierra - uno scorpione azzurro - ti aveva punto, facendoti perdere i sensi, sovrastando te e il tuo destino di donna morente. Vuoi premere sulla figura dello scorpione gigante che sovrasta un uomo a terra (vai all' 84), sulla figura in cui l’uomo e lo scorpione sono separati da una riga verticale (vai al 63), o sulla figura dell’uomo inseguito da tre scorpioni (vai al 17)? Se invece vuoi che sia Geremia a premere un geroglifico, vai al 61.
«Questa sala non mi convince, socio». Ti volti verso l'uscita. «Andiamo». «Mozione approvata», commenta Geremia, mentre ti precede verso la prima stanza. «Meglio non perdere altro tempo». La luce della torcia illumina l'ombra di una creatura a quattro zampe che scivola fuori dall'altro passaggio e scatta su per la scalinata. Sbatti le palpebre, ma è già sparita. Te la sei immaginata? «Fermo!», ordini a Geremia. L'ometto, una volta tanto, ubbidisce. «Cosa?». «Hai visto?». «Cosa?». Non sembra troppo loquace. «Non lo so. Ma aveva quattro zampe ed è salito per le scale». «Bene, quindi questo “qualcosa” non è più tra i piedi», si rallegra il piccoletto. «Finalmente un colpo di fortuna! Andiamo avanti», commenta, rimettendosi in cammino. Mentre passate davanti al murale, Geremia si arresta di colpo e per poco non lo travolgi. Il tuo socio incespica in avanti, reggendosi il cilindro con una mano e si volta per scoccarti un'occhiataccia. «Che hai, socio?». Geremia si porta un dito alle labbra. «Hai sentito?». La sua vocetta è ridotta a un sibilo. Tendi l'orecchio. «No. Cosa dovrei aver sentito?». «Una voce», sussurra, indicando le scale da cui siete scesi poco fa. «C'era qualcuno». «Allora vedi che avevo ragione!». «Ssst!», si porta un dito alle labbra, sibilando. «Il tuo “qualcosa” può aver incontrato il mio “qualcuno”!». Ti avvicini alla scalinata e guardi verso l'alto, ma la luce del sole non penetra fino a dove ti trovi e la tua torcia illumina solo pochi gradini. «Guarda che qui non c'è nessuno». Ti volti. «Te lo sarai immaginato». «Forse». Geremia sbuffa e infila la mano nella tasca del panciotto. «O forse no. Perché non vai a investigare?». La prospettiva di inerpicarti lassù non ti sorride affatto. «Perché non ci vai tu?». «No di certo». Incrocia le braccia sul petto ossuto. «Io ti seguo!». «E allora stammi dietro, ovunque io vada», concludi, avviandoti. Vuoi risalire le scale (vai al 60), o preferisci proseguire nel corridoio (vai al 70)?
Geremia sostiene il tuo sguardo per ben due secondi, prima di abbassare la testa e darti le spalle. In breve accendi un fuoco e cucini una cena frugale a base di pemmican e gallette. Mangiate in silenzio, quindi Geremia sbuffa qualcosa e si avvolge nella coperta. Pare che il turno di guardia tocchi a te! Vuoi infischiartene e andare a dormire (vai al 6), o preferisci vegliare fino a tardi (vai al 44)?
Proseguite, ora con più cautela, lungo il tunnel. Il passaggio prosegue a lungo e per alcuni minuti l'unico rumore che sentite è l'eco dei vostri passi. Anche la parlantina di Geremia sembra essersi spenta. Infine sbucate in una grande sala circolare. Ti fermi sulla soglia ed esamini con cura il pavimento, ma non vedi niente di sospetto. Entri. L'unica uscita è una doppia porta davanti a voi, incassata nel muro di pietra e fiancheggiata da due colonne. Il metallo brunito delle ante brilla debolmente alla luce della tua fiaccola. «La porta dello scorpione», mormora Geremia dietro di te. Ti volti. «Cosa dici?». Il tuo socio osserva rapito davanti a sé. «Ci siamo, ci siamo quasi...». «Di già?». Sbuffi. «Mi pare troppo facile». «Al contrario! Ora iniziano le difficoltà!». «Ovvero? Spiegati meglio». Geremia tossicchia e si schiarisce la voce. «Ecco, è una storia lunga e...». I suoi occhi non incrociano i tuoi. «Come dire...». «Prenditi il tempo che ti serve». Infili la torcia in un anello di ferro accanto all'entrata. «Non ho fretta». Incroci le braccia sul petto e sposti il peso su una gamba. «Allora, le mie ricerche mi hanno portato a scoprire questo tempio nascosto sotto terra nel Deserto di Gila e dedicato al culto dello Scorpione Azzurro», esordisce Geremia tutto d'un fiato. «Ma questo lo sai già, vero? Sì, esatto, è chiaro», prosegue, senza nemmeno darti il tempo di rispondere. «Il problema è che non sono stato in grado di stabilire cosa ci fosse dietro la porta dello scorpione». Indica l'ingresso alle tue spalle. «E, soprattutto, non ho capito come accedervi». «Ah...!». Le tue mani scivolano in basso, infili i pollici nel cinturone. «E me lo dici ora?». «Prima pareva brutto». Fai un respiro profondo, conti fino a dieci, quindi volti le spalle al tuo socio. Scuotendo la testa, marci verso le doppie porte, sollevando nuvolette di polvere a ogni passo. Le ante di bronzo sono alte meno di due metri e larghe altrettanto, prive di maniglie o leve; le colonne laterali sono formate da grossi blocchi squadrati, mentre il resto delle pareti è scavato nella nuda roccia. Fai scorrere i polpastrelli sulla superficie metallica, tiepida al tatto, e li ritrai sporchi di polvere. Aguzzi la vista, ti sposti di lato per non farti ombra da sola e guardi meglio: sì, sotto la polvere di secoli ci sono delle figure scolpite nel bronzo. Estrai dalla tasca un fazzoletto e inizi a strofinare, ignorando il gemito di Geremia; nel giro di un paio di minuti, hai liberato una superficie sufficiente a vedere i disegni: in effetti sono dei geroglifici. L’interpretazione è tutta da definire.
«È inutile spremersi troppo le meningi, tentiamo e basta», dici a Geremia. «Tentare… cosa…?», con voce tremula. «Sembra chiaro che bisogna premere sul geroglifico giusto…». «Cosa?! E se sbagliamo, che succede?», l’indignazione prevale sulla paura. «Succede che questo tempio diventerà la nostra tomba». «Un momento… sarai tu a premere…», e si nasconde dietro la tua massiccia e rassicurante sagoma. Se hai Occultismo, vai al 66. Vuoi premere sulla figura dello scorpione gigante che sovrasta un uomo a terra (vai all' 84), sulla figura in cui l’uomo e lo scorpione sono separati da una riga verticale (vai al 63), o sulla figura dell’uomo inseguito da tre scorpioni (vai al 17)? Se invece vuoi che sia Geremia a premere un geroglifico, vai al 61.
Vi inoltrate nel passaggio, che si rivela essere un lungo corridoio. La vostra torcia illumina una serie di fiaccole, appese al muro a intervalli regolari. Avvicini la fiamma a una di esse, quando un avvertimento di Geremia ti blocca. «Ferma!». Rimani con il braccio proteso. «Voglio solo fare luce». «Abbiamo già una fonte di luce», squittisce lui. «Non mi va di consumare ossigeno inutilmente». Vuoi seguire il suo consiglio (vai al 62), o fare di testa tua (vai al 50)?
Sarebbe più facile sradicare un palo del telegrafo ed è lui a indietreggiare di un passo. «Ma cosa...», spalanca gli occhi nel vedere la colt apparsa nella tua mano. Solleva l'arma e te la punta contro: combatti questo duello, nel quale hai già vinto l'iniziativa (Sparare: 8; Punti Vita: 12). Se vinci, vai al 10.
Ti riecheggiano in testa le parole del Viejo Tuco, un messicano che conoscesti anni fa: «Quando si spara, si spara; non si parla». Jane Frexhi non lo ha mai conosciuto. Peggio per lei! Mentre ride per la vigliaccheria del tuo socio, estrai la colt e gliela punti contro. Lei è svelta a reagire, ma non abbastanza. Vai al 18, ma ricorda che hai vinto automaticamente l'iniziativa.
Il colpo di Jane ti centra all'addome. Barcolli e ti addossi alla colonna. Non sei ancora finita. No. E allora perché la Frexhi abbassa l'arma, sputando a terra? Perché l'ululato di Geremia risuona sempre più flebile alle tue orecchie? Ti cedono le gambe e scivoli a sedere. Sbatti le palpebre. La tua avversaria si è voltata verso il tuo socio: è il momento. La vorresti cogliere di sorpresa, ma la tua arma sembra un macigno. Chiudi gli occhi e non li riapri più. Chi vuole controllare da vicino, vada all'89.
La strada che hai scelto è più lunga, ma anche più agevole per le cavalcature e, su alcuni tratti, potete anche azzardare un piccolo trotto. Proseguite per il resto del pomeriggio e, quando cala la sera, vi accingete ad accamparvi. Geremia, dolorante per la cavalcata, si siede su una roccia e lascia a te il compito di preparare l'accampamento. Scuoti il capo: a nord o a sud del confine, gli uomini sono sempre gli stessi.
Geremia salta in piedi. «Cos'è?». «Un coyote». L'ometto si guarda intorno, quando un secondo ululato, proveniente dalla direzione opposta, lo fa sobbalzare. «E questo?!». «Un altro coyote». «Sono... sono pericolosi?». Sospiri e ti passi una mano nei capelli impolverati. «Sono un pericolo per carogne e animali malati o deboli». Sorridi. «Ti senti chiamato in causa, socio?». Geremia ti si avvicina, guardandosi intorno. I due ululati risuonano ancora, questa volta più vicini. Il tuo socio rabbrividisce e infila la destra nella sacca di tela che porta a tracolla. Ti guardi intorno anche tu, la mano sul calcio della colt. Dalle tenebre sbuca un coyote che vi si lancia contro ringhiando. Alle tue spalle, un secondo ringhio ti comunica che anche il secondo animale vi sta attaccando. Geremia urla. «Spara!». La tua voce sovrasta gli ululati delle bestie. Hai a disposizione due tiri liberi contro il coyote, dopodiché la bestia ti sarà addosso e dovrai combattere corpo a corpo (Lottare: 7; Punti Vita: 9). Se lo sconfiggi entro il secondo round di corpo a corpo, vai al 25; altrimenti vai al 45.
Nonostante la caduta nel vuoto, il tuo istinto di sopravvivenza ti salva la vita. Riesci infatti a gettarti verso le pareti laterali del pozzo, quel tanto che basta per evitare la micidiale punta di ferro che attende - da chissà quanto tempo - il passaggio di un ospite indesiderato. Come poco prima, sembra la coda di uno scorpione. Ma è di ferro, da vicino la vedi bene. Te la cavi con qualche ammaccatura. E piano-piano riesci a risalire. Perdi 2 Punti Vita. Vai al 69.
La collera monta dentro di te. «Stammi bene a sentire…». Avanzi di un passo, ispirando a fondo. Il tuo petto mastodontico mette a dura prova i bottoni della camicetta. «Chiquita…» Geremia spalanca la bocca. «Ventiquattro ore fa ero sulla mia amaca a rilassarmi, quando tu sei arrivato a rompermi le uova nel paniere». La tua manona scatta in avanti e si chiude sul bavero di Geremia. «Ne ho abbastanza di pistoleri, deserti, scorpioni, trappole e indovinelli che mettono alla prova la mia intelligenza, la mia forza, la mia resistenza e soprattutto la mia pazienza!». Uno strattone e i piedi dell’ometto penzolano a mezz’aria. «Se non mi dai una risposta chiara prima di subito, prenderò quel tuo cappello e te lo farò mangiare crudo, con contorno di saguaro!». Apri la mano. Geremia crolla a terra come un burattino senza fili e si allontana strisciando sul sedere. Avanzi di un passo. «Questa volta mi hai sentito?», sussurri. Geremia alza le braccia tremanti davanti al viso. «Sì, sì!». «Alzati, su». L’omino si mette in piedi, ancora scosso. «Il problema è che non ne ho davvero idea», allarga le braccia. «E certo non posso pensare in queste condizioni…». Due grosse lacrime gli rotolano giù per le guance. Alzi gli occhi al cielo. Vuoi insistere (vai al 77), o ti arrendi alla pusillanimità del tuo socio (vai al 35)?
«Avanti». Afferri Geremia per un braccio. «Fallo e ti passa la paura». Con uno strattone lo fai incespicare fino alle porte. Geremia si gira a guardarti da sopra la spalla e tu scuoti il capo con aria severa: deve pensarci lui. L’ometto sospira, quindi allunga le dita e sfiora la lastra di bronzo. Mormora una cantilena, spostando di volta in volta il dito indice sulle tre immagini. All’improvviso tace, si stringe nelle spalle e preme la figura centrale. CLANG La sezione centrale di ciascuna colonna ruota su sé stessa e dalla parete scattano le chele dello scorpione!
È concepita per stritolare la testa dell’intruso fra le chele di ferro dello scorpione guardiano. Ci sono tanti tipi di scorpione, infatti, e solo quello azzurro dispensa la vita anziché la morte. Geremia è impietrito. Ma non stritolato. La morte l’ha solo sfiorato. È un intruso troppo basso per incarnare la figura del razziatore tipo. A farne le spese è stato il suo cappello a cilindro, trapassato da trenta centimetri di ferro rugginoso. Avanzi senza una parola, sfili il copricapo dalla lama e lo poggi con delicatezza sulla testa arruffata. L’unico suono sono i denti di Geremia, che battono come nacchere nel Dia de los Muertos. Puoi premere la mano sulle altre figure, ormai il pericolo dovrebbe essere passato. Vai al 59.
Ti volti istintivamente, ma Geremia non è più dietro di te. «Jane Frexhi…?! Sapevo che ci stavi seguendo!», strilla da dietro una colonna. «Ma che bravo. Esci da lì e fai l’uomo… se ti riesce». Geremia non risponde. Per una volta, non te la senti di biasimarlo. «Sei la sua nuova balia asciutta?», ti chiede Jane.
Non te ne sei accorta, ma ha già dimezzato la distanza tra voi. Vuoi attaccare (vai al 18), o discutere (vai al 33)?
È una trappola azteca. E tu ci sei finita dentro! SZOCK La punta dello scorpione, in ferro finemente lavorato, ti entra nella carne all’altezza dell’addome, ti trapassa, e fuoriesce dalla schiena… Sarà dura uscire da quel pozzo. La ferita è lacerante, il dolore straziante, ma - nonostante tutto - non ti arrendi. Hai commesso una grave ingenuità, ma il tuo fisico poderoso ti aiuta ancora una volta. Lentamente, molto lentamente, ti risollevi da terra, estraendoti da sola la coda dello scorpione dalla pancia sanguinolenta. E piano-piano, aiutata da Geremia, riesci a risalire al livello del passaggio. Perdi 15 Punti Vita. Vai al 69.
Ci vuole un gatto per batterne un altro in velocità e tu, cara Chiquita, sei molto più svelta di quanto sembri. La tua mano destra è già sul calcio della colt, alzi la coscia e spari attraverso la fondina. Lancia due dadi e somma il tuo punteggio relativo a Sparare, oltre a eventuali bonus: se ottieni 17 o più, vai al 48. In caso contrario, vai al 53.
Scivoli in avanti e rotoli per alcuni metri lungo il pendio, provocandoti alcune brutte escoriazioni (perdi 2 Punti Vita). Ti rialzi a fatica e cerchi di restare in piedi. Vai al 21.
In piedi sulle staffe, esamini il terreno. Nessun cavallo ferrato ha attraversato la pista di recente, ma molti animali vanno e vengono dalle alture, mentre il fondovalle desertico sembra poco trafficato. Vuoi proseguire dritto (vai al 16), o preferisci passare dalle alture (vai al 74)?
Rotoli giù dall'amaca, il braccio sinistro che attutisce la caduta e il destro che estrae la colt. I due sicari, sebbene sorpresi dalla tua prontezza, si voltano verso di te puntandoti contro le pistole. Resti in ginocchio, ti afferri il polso destro con la sinistra e spari. BANG Vai al 10.
Ma stavolta, almeno, non era indispensabile. La placca di bronzo scivola di lato, rivelando una piccola nicchia. Alla luce della torcia qualcosa di azzurro scintilla. Allunghi istintivamente la mano ed estrai Scorpione Azzurro. Un istante dopo la parete inizia a tremare. Vai al 59.
Imprecando contro le paranoie del tuo socio, ti inerpichi sul pendio in direzione delle alture. L'arrampicata è resa più difficile dalle tenebre: qui la notte scende in pochi minuti. Sbuffi, incespichi, ma finalmente guadagni la cima. Ti volti e guardi in basso: l'ometto è ancora più minuscolo da qui e aspetta immobile accanto ai due cavalli. Mai che gli venisse l'idea di preparare il bivacco... Alzi gli occhi al cielo ed esamini la zona: cactus, arbusti, terriccio, un mozzicone di sigaretta... Trattieni il respiro: a terra c'è un mozzicone bruciacchiato, ne sei certa.
Ti rialzi, spazzolandoti le ginocchia, e ti guardi intorno. Ormai la sera è calata e non troverai nessuna traccia. Scuoti il capo e ti accingi a ridiscendere il pendio; se l'arrampicata è stata difficile, la discesa al buio lo è di più. Allarghi le braccia per mantenere l'equilibrio, quando metti un piede in fallo: stai per rotolare a fondovalle. Tira due dadi (se hai Sopravvivenza, aggiungi 1 al risultato): se ottieni da 2 a 6, vai all'81; se ottieni 7 o più, vai al 21.
«Calma, amigos, calma». Inspiri a fondo, chinandoti un po' in avanti per mostrare la scollatura. «Non avrete paura di una chica?». I due non sorridono, ma tu avanzi a lunghi passi, le mani sempre sui fianchi. Il primo pistolero ti viene incontro e alza la mano, il palmo rivolto verso di te. «Ferma! Sei sorda?». È vicino, fin troppo. Se vuoi usare Rissa, vai al 7; altrimenti vai al 71.
«Si può sapere perché ti volti sempre indietro?», Chiquita stavolta non riesce a trattenersi. «E se fosse ancora viva? A me sembra di sentirla!».
«Sei pazzo? La Frexhi viva? L’ho imbottita di piombo e ha la gola tagliata.
In più le è piombato addosso un intero tempio azteco… Quella puttana è morta e sepolta!».
«Tu non capisci, Chiquita. Quella puttana... come la chiami tu... è un demonio…! Jane non molla mai... Di sicuro sappiamo che pur ferita a morte è riuscita a far crollare il tempio. Le macerie di un crollo lasciano sempre qualche pertugio abitabile al loro interno. Forse la gola non è stata troncata del tutto e il sangue tamponato con gli stessi calcinacci o con quello strano foulard che portava al collo: un demonio può farlo». Lettori, se siete pazzi come Geremia, andate all'88. Altrimenti, tornate al 4.
«Ma se anche fosse… supponiamo per un attimo che sia come dici tu. Che cosa te ne importa della Frexhi? Non le devi niente. E poi sarebbe impossibile tirarla su da là sotto. Senza contare che le rimarrebbe poco da vivere». «Ma almeno morirebbe con qualcuno accanto. E non di sete». «Secondo me, tu non me la racconti giusta. A te preme il tesoro. Ormai l’hai visto e non vuoi farne a meno. Per un attimo m’è venuto il dubbio che fossi diventato un sentimentale, ma io non ci casco, Geremia. Non mi piace scavare. Dovrai tornare con un reggimento di minatori. E io non ci sarò». «No, Chiquita! Tu devi credermi. Non sto pensando all’oro. Lei mi sta chiamando! Abbiamo poco tempo». «Che cosa vorresti fare, allora?». «Sei disposta ad accompagnarmi indietro?». «Indietro?». «Indietro».
Pur se i contorni della vicenda sono palesemente assurdi, da donna non può mostrarsi indifferente al destino di un’altra donna, non può lasciare a Geremia i panni dell’eroe compassionevole. I due ritornano nei pressi del tempio. La messicana smonta da cavallo e osserva il terreno. Si è formata un’ampia depressione, irregolare e gibbosa, e sicuramente molto instabile: il tempio, crollando su sé stesso, ha fatto sprofondare anche la terra soprastante. Sulla superficie, si intravedono diverse buche e cavità, di varia ampiezza. Chiquita si lega una corda sotto le spalle, assicurando l’altra estremità al cavallo, e si avventura verso una delle buche, per verificarne la profondità. Geremia osserva attento, dalla cresta della depressione. La messicana afferra un sasso e lo lancia nella cavità, rimanendo in ascolto. Sopraggiunge un rumore sonoro dopo diversi istanti: la pietra ha trovato altra pietra e molto in profondità. Chiquita deve ammettere fra sé che le congetture di Geremia hanno trovato un primo fondamento. «JANE…!», la messicana chiama a gran voce, infilando la bocca nel pertugio. Poco prima si sono sparate addosso l’un l’altra, hanno combattuto a morte. Ma sono donne, sono combattenti: a sangue freddo si ragiona in maniera diversa. Non arriva, però, alcuna risposta. «Ha la gola ferita, non può urlare, Chiquita!», Geremia quasi la rimprovera. «E allora…». BANG Uno sparo! «Laggiù!», Geremia indica il punto. La messicana si sposta, raggiungendo una cavità ancora più ampia. Stavolta e con una derringer d’emergenza si è fatta sentire!
IO E GEREMIA VOGLIAMO AIUTARTI! FRA POCO MANDERÒ GIÙ UN LAZO! QUANDO SEI PRONTA, TIRA!». Chiquita si sgancia la fune e la manda giù. La corda viene tirata debolmente. Jane Frexhi è in fin di vita, d’altronde è già un miracolo che sia sopravvissuta a piombo, ferro e pietra. Il lazo, comunque, è fatto per stringersi da sé, sotto le spalle della Frexhi. Pur morente, la pistolera è troppo esperta per lasciarsi sfuggire l’ultima occasione. Ha retto fino adesso per cercare a tutti i costi di salvarsi. Ha perfino invocato l’aiuto di Geremia, in maniera tutta femminile e misteriosa. Chiquita dà il segnale e il cavallo comincia a muoversi, la corda è presto in tiro. La spaventosa forza dell'animale, unita alla perizia di Chiquita, consente di riportarla su senza troppe difficoltà. Ce l’ha fatta! La Frexhi rivede la luce! Geremia si precipita nella depressione, rischiando di farla collassare definitivamente. «Jane!», esclama, vedendola da vicino. O sa recitare molto bene, o veramente non ha pensato all’oro. La Frexhi è irriconoscibile: una creatura primordiale di polvere, fango e sangue. E ha davvero il foulard con le paillettes legato stretto alla gola! Non riesce quasi a respirare. Per non morire dissanguata, ha rischiato di morire soffocata... Ma è riuscita nel suo disperato intento. Chiquita le allenta leggermente il foulard e la fa bere un po'. Poi passa a controllarle le ferite d'arma da fuoco. Gli occhi le brillano di un raggio crudele. La sua nemica non ha futuro. Ancora una volta, però, i presentimenti di Geremia si sono rivelati giusti: la Frexhi ha avuto la presenza di spirito di tamponarsi i buchi in pancia con la polvere dei calcinacci; un rimedio rischioso, ma efficace; buono per guadagnare un po' di tempo. Chiquita la prende in braccio - non c’è più odio in lei - e la trasporta, muovendosi con grande prudenza, fuori dalla depressione. Mentre la messicana allestisce un bivacco, Geremia le è subito addosso, le ripulisce il viso, facendolo tornare al suo splendore naturale, arricchito da un bel colore cadaverico. «Jane… come ti senti? Tu mi hai chiamato, vero?». «Sì…». «Come ti senti? Ce la fai a reggere?». «Non lo so…», la Frexhi guarda per aria, stordita; non sembra nemmeno respirare, il petto non si solleva proprio. «Non farla parlare», Chiquita interviene per ricordare a Geremia che la pistolera ha la gola a pezzi, e che la ferita potrebbe riaprirsi o allargarsi, uccidendola. Quindi lo tira in disparte. «Jane ha lo stomaco bucato, Geremia... senza contare la gola tagliata; non può sopravvivere», Chiquita avverte l'ometto. «Tu hai sparato per ucciderla...!», trattenendo a stento la rabbia. «Dimentichi che stava per ammazzarci... ero arrabbiata», si giustifica la messicana, che le aveva sparato in corpo - alla fine del duello - un colpo di grazia, quello fatale, allo stomaco. Geremia torna dalla Frexhi, irritato con la messicana, che gli ha sbattuto in faccia la realtà. «Che ti ha detto...», gli chiede Jane, sussurrando appena, per non sforzare la gola. «Che sei fottuta». «Lo sapevo già... quella puttana... ha voluto... ammazzarmi... ma io... non voglio crepare...», Geremia la guarda scettico, lei se ne accorge, ma non ribatte. «Aiutami... voglio girarmi...». «Perché...». «Sentirò meno dolore... idiota...». «Ma così non vedrò più il tuo seno...», le infila una mano dentro la camicetta, Geremia si fa audace. «Lo rivedrai... da morta...». Tra i due, tra la bella pistolera morente e l'ometto, c'è un rapporto morboso, fatto di dominio e sudditanza. Geremia aiuta Jane a mettersi pancia sotto. «Voglio che mi avvisi quando sarà il momento... ti prenderò la mano». «Va bene... rimani nei paraggi... non so... quando sarà...». E così, Geremia e Chiquita, dopo averla tirata fuori dal tempio crollato, sono costretti ad aspettare la sua fine. Entrambi osservano la patetica figura della Frexhi, distesa a pancia sotto: un donna che non si rassegna, una donna spietata, anche con sé stessa. Nonostante la gola quasi distrutta, i diversi buchi nella pancia, di cui almeno uno fatale, e un paio di costole piegate, spera ancora di salvarsi: è infatti lì che si spreme, fino all'ultima stilla di sangue. «Geremia...», un debole sussurro. Lo chiama. Forse è il momento. «Jane...!», lui corre subito. Il tono della voce è allarmato. «Sei stato carino... a tornare indietro...». «Chiquita ha detto che non devi parlare». «Quella puttana... mi ha... ammazzato...». «Anche lei è tornata indietro, l'ho convinta ad aiutarti. Ti ha ucciso in un leale duello». «Ma rimane... una puttana... io... muoio... da donna...». «Sei sempre stata molto al di sopra di tutte le altre, Jane». «È vero... nessun pistolero... mi hai mai... sparato addosso... solo una puttana... l'ha fatto... E ora... mi rimane poco...». «È il momento, Jane?», Geremia è spaventato. «No... io... voglio vivere... non finirà così... io... ci voglio... provare... Queste paillettes... mi hanno... tenuto in vita... e voglio... rimanerci...», si tocca eccitata il foulard, lusingata di ritrovarsi a vivere, dimenticando però - un po' scioccamente - i suoi mortali problemi. «Brava, Jane. Provaci», e la lascia. «Capisco il suo rancore. Ma io, a sangue caldo, non perdono nessuno. È stata lei a mettersi in mezzo. Potevamo trovare un accordo», la messicana offre le sue spiegazioni a Geremia, in disparte da Jane. «Tu non hai colpe, Chiquita. Ormai è andata così. Aspettiamo. Sei sicura di non poter far niente?». «No... non c'è niente da fare. Mi dispiace, Geremia: Jane è andata...», con un pizzico di sarcasmo femminile nella voce; e gonfiando con orgoglio il petto, ostentandogli le grosse tette. Evidentemente, però, l'ometto preferisce quelle della Frexhi, meno grosse, ma che lo intrigano di più, insieme a tutto il resto. «Io voglio tentare qualcosa, Chiquita. Questa è zona indiana. In città raccontano che lanciando segnali di fumo, possa sopraggiungere uno stregone. Tu conosci come inviare tali segnali?». «Certo che lo so fare, sono una ragazza sveglia io». «E allora fallo, ti prego». «E va bene...! Farò anche questo!». La messicana sbuffa, ma esegue. E l'attesa riprende...
«Lasciala perdere, è fottuta», Jane Frexhi richiama Geremia, che si attarda accanto al corpo di Chiquita, bucato da troppe pallottole, l'ultima delle quali l'ha centrato all'addome. «Portiamo via i pezzi migliori; poi torneremo con un carro e prenderemo il resto». «Ma... io non capisco se è morta...». «Che importanza ha... è fottuta, te l'ho detto: Jane Frexhi l'ha riempita di piombo... Mi dispiace per la tua puttanella, Gerry, ma ricordati che sei ancora in debito con me: hai cercato di fregarmi...». «No... davvero... ti spiegherò tutto. Ho solo avuto paura. Ma adesso torniamo insieme, vero?». «Se ti stacchi da quella troia...». «Va bene...». Ma proprio in quel momento, il corpo di Chiquita ha una convulsione, che incuriosisce la stessa Frexhi. «Questa puttana è ancora viva...». Sorprendentemente, la Frexhi si china sulla messicana e le tampona la bocca impastata di sangue. È un gesto idoneo a siglare la tregua. Sono due pistolere, hanno un loro codice. E sono anche donne. Quando il sangue si raffredda, non si spara più. «Tu non vuoi lasciarla qui, vero, Gerry?». «No. Certo che no. Ma è molto pesante...». «D'accordo... la prenderò io. Tu, però, prendi tutto il resto, okay?». «Okay, socia!». I tre tornano in superficie. Si allestisce un bivacco. Jane controlla le condizioni di Chiquita. «Non ne ha per molto...», confida a Geremia, in disparte. «Ma cosa...». BANG BANG La Frexhi fa appena in tempo a buttarsi giù. Geremia è talmente basso che non ne ha bisogno. L'esperta pistolera ha intravisto il riflesso del sole contro la canna di un winchester. Il bivacco è assediato da un gruppetto di banditi. L'hanno visti tornare su con l'oro e non intendono farselo sfuggire. Geremia e Jane si sono portati dietro una scia di criminali, curiosi di ficcare il naso nei loro affari, ben sapendo quanto ci sapessero fare. La Frexhi riesce a tener testa, praticamente da sola, a ben quattro banditi. Uno dopo l'altro, li fa fuori tutti con tiri di precisione. Manca solo l'ultimo, probabilmente il capo. BANG «Geremia...!». All'improvviso la Frexhi si volta verso l'ometto, il tono della voce è allarmato. Lui vede subito la macchia rossastra sullo stomaco. Jane è stata colpita! Ed è una di quelle ferite che non lasciano scampo! «Non voglio morire... spara... spara tu...». La Frexhi ha paura, vuole salvarsi, non rischia più. Si scioglie dal collo il foulard con le paillettes, lo appallottola e lo usa per tamponarsi il buco nello stomaco. Quindi s'acquatta al riparo e lascia a Geremia il compito di difendere il bivacco. Ben presto, però, il bandito superstite aggira il campo e lo sorprende alle spalle. «È finita, nanerottolo!». BANG Sì, è finita, ma non per Geremia. È la pistola di Chiquita ad aver cantato. Il capo dei banditi l'ha sottovalutata. La messicana non è ancora crepata. Il pendaglio da forca è raggiunto al cuore. Stramazza a terra con un grugnito soffocato. «Puttana...!», la messicana apostrofa così la Frexhi, rimproverandole di aver abbandonato la lotta. «Fottiti...», la risposta non si fa attendere. «Calma! Buone!», Geremia non ha nemmeno il tempo di godersi lo scampato pericolo e la vittoria. «Jane è ferita gravemente, Chiquita. Non è giovane come te, si è spaventata». «Magari... ci rimette... pure la pelle...». «Non scherzare, Chiquita. Voi siete le mie socie, cerchiamo di rimanere uniti. La messicana non ribatte, è ripiombata nel suo stato di tragica apatia. Geremia, con grande fatica, la carica di traverso sulla sella, perché dritta non ci sta. La Frexhi, sia pure a stento, è in groppa normalmente. «Jane... andiamo a trovarti un dottore». Geremia si ritrova con la Frexhi ferita a morte e Chiquita in fin di vita. Ha le bisacce piene d'oro, ma se incontra altri banditi è spacciato. Eppure adesso si sente importante: è lui il capo. Ogni tanto sfila indietro, con il suo cavallo, per affiancarsi alla Frexhi e controllarla da vicino. La pistolera è ingobbita sulla sella, le braccia incrociate sul ventre, il volto di un pallore mortale e un rivolo di sangue dal labbro. «Jane... tu ce la farai, vero?». «Claro. Non mi faccio fregare... Controlla Chiquita...». Geremia esegue stupito. Cosa gliene importa? Forse non vuole morire per prima, pensa. L'ometto solleva la testa alla messicana. Due occhi stravolti lo fissano. Gli rimane il dubbio. Solo quando si abbassano, capisce che la messicana c'è ancora, benché ridotta a una grossa carcassa. «Chiquita non sta tanto male, ce la farà anche lei», è il suo rapporto alla Frexhi. «A poche miglia da qui... c'è una ghost town... ci vive solo un vecchio stregone... nasconderai l'oro... e mi farai visitare...». «Va bene. Da che parte?». «A ovest...». Geremia si porta dietro due bei cadaveri. La ghost town è il posto più adatto per loro. Sa che Jane è colpita a morte e che non può averne per molto. Deve prepararsi a rimanere solo, anche se la bella Frexhi cercherà di rinviare il più a lungo possibile il momento fatale. «Geremia... che hai...», la voce di Jane è preoccupata; ha intuito più di qualcosa. «Niente... niente...». E adesso vuole sapere. «Ti dico che non è niente...». Non ha il coraggio di dirle ciò che pensa di lei. La vede lottare, speranzosa di trovare una via di scampo. Perciò evita l'argomento. «Jane... premi bene sulla ferita». «Sì... certo... tranquillo... Grazie...», ha capito che l'ha messa in guardia. «Geremia... tu pensi... cose brutte...?». glielo chiede con la speranza che lui neghi. «No... che cose brutte... per niente...», ma il tono è artificioso, imbarazzato. Non ricorda di aver mai sentito la Frexhi ringraziare qualcuno. «So che... è una brutta ferita... ma non voglio... rimanere uccisa... Non sarebbe giusto... ho fatto tanta strada... per arrivare... fino a qui...». «Hai solo bisogno di riposo, Jane». «È vero...», il loro colloquio finisce qui. Ma poco dopo lo chiama. Gli si appoggia contro. «Geremia... ho paura... sento che... qualcosa... non va... Mettimi giù...». Lui l'aiuta a scendere da cavallo. «Non pensavo... fosse così dura... Tu... hai visto... la mia morte... vero...». «No... davvero... non proprio la morte. Ho visto una luce sulla tua ferita. Cosa può essere...?». «Che sono fottuta...». E subito, quasi istericamente, si rovescia pancia sotto, per nascondere la ferita e combattere il presagio.
Le prova tutte; ma serviranno? «Non me l'avevi mai detto...». «Vive a Tucson... gestisce un emporio... ma anche lei... sa sparare... dille che sua sorella... ha lottato... fino all'ultimo... Questa è l'immagine... che una sorella maggiore... deve lasciare... Dalle anche... un po' d'oro... Non rimarrà stupita... me l'ha sempre detto... che se non smettevo... prima o poi... m'avrebbero bucato... Il mio foulard... dallo a lei... Dille... che sua sorella... è stata... tradita... dalla... pal...lot...to...la... di... un... ba...sta...», sembra una parola incompleta, ma è giusta così. «Jane!». La Frexhi rimane con la bocca aperta, come dovesse parlare ancora, ma ormai s'è capito quello che voleva dire. Un bastardo l'ha fottuta; come lei ne aveva fottuti tanti in precedenza.
L’ometto si ritrova solo, con due cadaveri al seguito. Prova a scuoterla con dei buffetti sulle guance, ma senza apparenti risultati.
Decide comunque di proseguire verso la ghost
town. Deve fare presto, perché finché i corpi sono caldi, forse una possibilità c'è ancora, se lo stregone è bravo. Geremia spera di poter dire a Louise Frexhi che la sorella l'aspetta in fin di vita e non cadavere. Ha intuito che tra le due i rapporti non erano idilliaci, ma che comunque Louise rimarrà scioccata dalla morte della sorella. Verrà certamente a piangere sul suo cadavere. Non lo farà seppellire fino a quel momento. Vorrà conoscere le sue ultime parole, e lui gliele farà sapere, sperando di ricordarsele. Geremia entra nella ghost town ed è subito avvicinato dallo stregone eremita, che sembra già sapere tutto. Cominciano gli strani riti intorno ai due corpi; e cure disperate. La polvere annuncia la visita di qualcun altro. Sulla main street della ghost town si profila la sagoma di una bella donna bruna. Guarda caso sembra avere lo stampo della Frexhi: sfrontatezza, corpo pieno, lineamenti decisi e uno speciale richiamo femminile, immediato e misterioso, che si stringe come un lazo intorno all'osservatore. «Jane!», il tono è disperatamente famigliare. Incredibile... è proprio lei. «Ma come è stato possibile?! Mia sorella non si fa fregare!». Geremia è incredulo. «Tu come fai a essere qui?». «Ho avuto un presentimento, ho sentito che lei era in pericolo; ricostruendo i suoi ultimi spostamenti, ho pensato a questa ghost town, perché è uno dei suoi rifugi preferiti. Ma non pensavo di... di...», non ha il coraggio di usare quelle parole. «Sta ancora lottando, Louise». Lo guarda con aria interrogativa. «Come fai a conoscere il mio nome?». «Mi ha parlato di te, prima di... e mi ha dato questo...», le consegna il foulard impregnato di sangue fraterno. Louise lo riceve incredula. «Dici che sta ancora lottando, ma a me sembra che...». «Non correre troppo, ragazza. Lo stregone è molto bravo. Ti ha mai parlato di lui?». «No». Geremia deglutisce. «Voglio sapere chi è stato e ammazzarlo». «L'assassino è già morto, l'ha ucciso quella ragazza messicana». «Dove è stata colpita mia sorella?», si vede una ferita allo stomaco, ma potrebbe non essere l'unica. «Ha preso un colpo allo stomaco, purtroppo fatale. Ha lottato, c'ha provato in tutti i modi, ma è spirata fra le mie braccia, parlandomi di te...». «Mamma!», si porta una mano alla bocca, per sottolineare l'emozione. «Ma io non mi sono arreso. Lei voleva arrivare qui, per farsi curare dallo stregone. Non ho perso tempo e ce l'ho portata. Sta provando a stimolarla. Anche la messicana è nelle stesse condizioni». Lo stregone guarda in direzione della nuova arrivata. Deve aver capito. Le fa un cenno e la fa avvicinare. «Tu parlare a suo orecchio. Dire tutto e niente, ma parlare sempre. Tu inteso?». «Ho capito, ho capito...». Il donnone comincia a sussurrare all'orecchio della sorella frasi più o meno coerenti. Lo stregone continua a ballare intorno a dei piccoli ossicini, che di tanto in tanto prende tra le mani e sparge a caso ai piedi della Frexhi maggiore. «Ah...!», la Frexhi minore reagisce incredula. Geremia sbarra gli occhi. Jane li ha riaperti. Anche se sono storditi, assenti, vitrei. Louise non crede ai propri. La mano del donnone si porta istintivamente sul buco allo stomaco che ha ucciso la sorella, ben marcato sulla camicetta rosa. Ma è presto per illudersi, può trattarsi di un sussulto, di uno spasmo tardivo. Le accarezza le guance e sono fredde. «Jane...», sussurra delusa, compatendola. Non è facile riprenderla, ha incassato un colpo fatale. Lo stregone deve lavorarci per ore. Per lei e Chiquita è un risveglio all'inferno.
Il viaggio di ritorno inizia subito: c'è urgenza di mettere in sicurezza il tesoro presso la banca di cui è cliente Geremia; la filiale più vicina si trova a Phoenix. La marcia a cavallo nel deserto procede in questa maniera: in testa cavalca Chiquita con al seguito la Frexhi, ingobbita sul proprio cavallo, al traino di quello della messicana; viene poi Geremia con a rimorchio un quarto cavallo: il tesoro ce l'ha tutto lui. La Mendez in fondo si diverte a scarrozzare per il deserto la carcassa bucherellata di Jane. Ogni tanto si volta a guardarla, sebbene mai ricambiata. La Frexhi è talmente ingobbita che è costretta a guardarsi le ginocchia. Abbastanza spesso Geremia le si affianca per controllare come sta: la camicetta è zuppa di sangue, i buchi sono brutti e i tamponi messi lì frettolosamente. A guardarla sembra già morta. All'ometto viene talmente il dubbio che allunga un braccio e le infila la mano nella camicetta. «Stronzo...». È viva. «Chiquita!». «Che c'è?». «Jane ha bisogno di una pausa». «Sarà lei a chiederlo, quando sarà». «E va bene...! Sono io che ne ho bisogno!» «Tra un po' ci fermeremo per la notte». Dopo non molto, la messicana arresta la piccola colonna. Geremia ne approfitta per consolare Jane. Chiquita prende atto che tra i due c'è una sorta di rapporto morboso, con alterni ruoli di dominio e sudditanza. «Il tesoro è enorme, vale una fortuna. Avrai anche tu qualcosa, non preoccuparti. So che mi avresti aiutato altrettanto bene di Chiquita, ma ho avuto paura e ho voluto fare di testa mia...», mentre le parla le sistema i tamponi sui buchi: semplici lembi di stoffa spruzzati con un po' d'alcol. «Quanto... sei disposto... a darmi...», sputacchiando bolle di sangue dalla bocca: la Frexhi, infatti, ha anche un buco nel polmone. «Quanto basta per sistemarti: smettiamola con questa vita... Potremmo fare dei progetti... io sono ricco, lo sai. E tu...». «Io...». «Tu sei bella, hai classe, sei la numero uno... e non sei ancora vecchia...». «Sempre se... non... non ci rimango... secca...». «Ma che dici... Una come te... Hai fatto bene ad arrenderti, o quella t'avrebbe sparato ancora. Così puoi cavartela». «Ne sei certo...», si tiene la mani sui buchi con esperta cura, come a controllare le pallottole. Se ne avesse una terza, userebbe pure quella. «Devi spremerti un po', ma ce la farai... sei un tipo tosto, una dura...». «Non farla parlare! Ha il polmone bucato», l'ammonisce Chiquita. «Ha ragione...». La mattina dopo la messicana lo ritrova ancor dormiente con la mano infilata dentro la camicetta di Jane, e non per tamponargli il buco nel polmone... La Frexhi ha passato una notte travagliata e se non si è ancora staccata di dosso la mano di Geremia, vuol dire che non è in grado di reggersi sulla sella.
Chiquita la carica di traverso sul cavallo, come in genere si fa con i cadaveri. D'altronde non c'è molta differenza. Da un po' non si sentono più i suoi lamenti. «Geremia, controlla le condizioni della carcassa». L'ometto a cavallo si affianca alla Frexhi e le solleva brutalmente la testa, tirandola per i capelli.
«Sembra andata! Controlli tu?». «Tra non molto saremo a Phoenix, ho finito di scarrozzarla. Vedremo lì cosa farne, se spedirla subito dal becchino, o farle fare una tappa dal segaossa». «Faremo così, allora». E la marcia del tesoro e della carcassa prosegue. Phoenix è quasi in vista. «G...e...r...r...y...», con stiracchiata voce oltretombale, quasi presagisse l'obiettivo, Jane ha un sussulto e invoca aiuto. La carcassa della Frexhi sgocciola sangue sulla pista. Polmone, fegato, utero: tre pallottole, tutte mortali. Non le manca niente per finire sotto un buon metro di terra fresca. Ma l'esperta pistolera rimane disperatamente aggrappata alla vita e al suo fisico massiccio, pur sapendo di essere già morta. Chiquita si ferma, smonta e lo guarda allusivamente. «Devi farlo tu... io le ho promesso di non farlo. Altrimenti ci creerà problemi a Phoenix. Tanto non ha nessuna possibilità». Si è fermata per farla finita. «La tiri giù, le dai l'ultimo bacio, le accosti la canna al fianco e spari: non se ne accorgerà neppure. Fine di una gran donna... Oppure prendi la coperta e gliela premi in faccia, tanto non respira quasi più». «Ma lei vuole tanto vivere... hai visto come si spreme?». «È tutto inutile, Geremia. Non può salvarsi. Ho sparato per uccidere. Pensavo crollasse molto prima. Ecco perché l'ho risparmiata. Ma adesso è tardi, dobbiamo entrare a Phoenix e mettere al sicuro il tesoro. O te ne sei scordato?». Quel pensiero rimette a posto le sue priorità. «Va bene, lo farò...». «Gerry...», quasi avesse presagito qualcosa, gli passa una mano sul volto e lo invita a un bacio. Lui è teso, tradisce il proprio nervosismo, il bacio è forzato e la mano sfiora il seno, senza insistere. Chiquita gli passa la coperta. Lui lo fa subito, con forza e determinazione, per il timore di ripensarci. La Frexhi reagisce disperatamente, con le sue ultime energie. Prova a divincolarsi, a scalciare e a strapparsi la coperta dalla faccia. Ma è tutto inutile. Le gambe perdono forza. E infine si distendono lunghe, ormai rilassate. Solo adesso Geremia si riprende la coperta. E rimane sconvolto nel guardare gli occhi sbarrati di Jane, fissi al cielo. «Hai dovuto farlo, non poteva andare lontano. Guarda i buchi, guarda il sangue. Era una donna stramorta che non accettava l'idea di scomparire. Basta un solo buco di quelli per uccidere, ma lei era un demonio: lo hai detto tu stesso. «Sì... un demonio...», sussurra trasognato. «Coughh...», un colpo di tosse fa da chiosa al concetto. La carcassa ha avuto un rigurgito.
Non riesce a parlare, ma annuisce. «D'accordo: rimettiamola in sella e bardiamola bene. Non devono vederla in queste condizioni. E poi è ricercata. La porterò in camera dal retro. Poi rimborserai le lenzuola all'hotel», Chiquita è costretta a rivedere il piano. Stavolta la coperta gliela mettono sulle spalle. È tardi per presentarsi direttamente in banca. «A chi la lasceremo domattina?». «Domattina...?», fa eco scettica Chiquita. «Al becchino». «Non dire così». «L'importante è che ho finito di scarrozzarla», conclude la messicana. Ma il destino è in agguato. Di buon mattino, una voce trafelata giunge dalla hall. «Stanno rapinando la banca! Chi ha una pistola corra fuori!». «E adesso?», domanda Geremia, mano nella mano con Jane. Chiquita gli risponde con occhi sbarrati... «Geremia... ti racconto una storia...», la Frexhi si spreme una volta di più e prende l'iniziativa.
«Una volta... m'ero beccata... una palla... nello stomaco...». «Risparmia il fiato, Jane!», quasi con tono di rimprovero. Chiquita non vuole tragedie davanti ai suoi occhi. «Vai avanti, Jane... voglio sapere cos'hai da dirmi...». «Stavo barcollando... allora vidi... una sedia a dondolio... Avevo tutti... intorno a me... Aspettavano... che io crepassi... sotto i loro occhi...». «La camicetta... era sempre sbottonata, Jane?». «Sempre...». Geremia deglutisce.
Ma poi... ho saputo che...
qualcuno... sfrenò la sedia... Ma io... no... Mi caricarono su una barella... ma... ci arrivai cadavere... dal dottore...». «Jane! Che vuol dire tutto questo?». Se sai rispondere a Geremia, la tua vittoria è completa, lettore!
di Grok e Salvatore Conte (2026)
La donna giace sul letto d’ospedale, il corpo
pesante sprofondato tra i cuscini bianchi e freddi. Il suo sguardo è spento,
fisso su un punto indefinito della stanza, mentre il bip ritmico del monitor
cardiaco scandisce il silenzio come un conto alla rovescia.
“Ho sempre pensato che avrei avuto più tempo… che avrei potuto
sistemare le cose”.
Sono seduto qui da ore, le mani strette tra le ginocchia, la schiena curva come se portassi tutto il peso del mondo sulle spalle. La stanza odora di disinfettante e di paura. Ogni tanto alzo gli occhi e la guardo: la mia Layla, la donna con cui ho condiviso trentanni di vita, adesso è lì, pallida come un lenzuolo, la pelle cerea che sembra quasi trasparente sotto la luce fredda dei neon.
Non riesco più a riconoscerla. La sua vitalità, quel
sorriso un po’ ironico che mi ha sempre fatto ridere anche nei giorni neri… è
sparito. Rimane solo questo corpo pesante che fatica a respirare, infilato in
quel vestito giallo che adesso sembra troppo allegro per questo
posto.
Sono il dottor Rossi, e in questo momento mi trovo di fronte a una delle
situazioni che odio di più nel mio lavoro: quando la medicina arriva al suo
limite e non può offrire che tempo e palliativi.
Ma non è ancora il momento.
Prima devo capire se lei è pronta a sentirlo.
Si chiama Marco, ha sessantadue anni, capelli grigi tagliati corti e due occhi
scuri che, da sempre, hanno guardato Layla con una tenerezza che nessuno ha mai
davvero capito fino in fondo.
Si ferma sulla soglia per un secondo, il
tempo di incassare il colpo: Layla è lì, sdraiata nel letto, il viso terreo, le
occhiaie profonde.
Si era sposata con l’altro, quello solido, quello “giusto”.
Marco aveva incassato il colpo, si era tenuto in disparte, aveva fatto il bravo
amico. Ma nel profondo aveva sempre sperato, in un angolo buio ed egoista del
cuore, che un giorno il marito potesse stancarsi, potesse allontanarsi, e che
lui potesse finalmente entrare nella sua vita non più come confidente, ma come
uomo.
Ho
appena ricevuto i risultati degli esami di questa mattina. La situazione si è
ulteriormente aggravata rispetto al ricovero di due giorni fa.
CA-125: salito a 1.850 U/mL (era già alto, ora in netta progressione).
Dopo un anno e mezzo di resistenza dignitosa (varie linee di
chemioterapia), siamo ora nella fase terminale della malattia.
«Dottore… io non voglio spegnermi di colpo o finire intubata.
Vorrei evitare le complicazioni più brutte… l’occlusione
completa, il soffocamento, il dolore lancinante. Vorrei tirare il più a lungo
possibile, con la testa lucida. È possibile? Mi dica la verità».
Nei giorni seguenti, la notizia della grave condizione di
Layla si diffonde rapidamente tra amici, conoscenti, parenti lontani e persino
tra il personale dell’ospedale. La stanza 214 diventa un piccolo centro di
mormorii, messaggi WhatsApp che volano, telefonate a bassa voce e sguardi
curiosi nei corridoi.
La voce si sparge velocemente tra infermieri, parenti, amici e
conoscenti: Layla non è solo “quella che resiste”, è diventata “quella che
resiste in modo strano, quasi erotico”.
La
luce del pomeriggio entrava obliqua dalla finestra della stanza 214, rendendo
ancora più evidente il pallore del viso di Layla. Il camicione giallo era
sbottonato fino al quarto bottone, come sempre. Il seno si alzava e si abbassava
con quel ritmo faticoso che ormai tutti avevano imparato a riconoscere.
Lo so. Ma in questo momento non posso occuparmene. Non posso
gestire anche i tuoi sentimenti. Devo concentrarmi solo su di me. Devo tirare.
Devo restare lucida e combattere. Se inizio a pensare a te, a noi, a quello che
avrebbe potuto essere… mi distraggo. E non me lo posso permettere».
di Grok e Salvatore Conte (2026)
Era una di quelle sere d’estate che puzzano di asfalto caldo e di desiderio
represso. La città sudava sotto i lampioni giallastri, e il commissariato di
zona sembrava un acquario torbido dove nuotavano pesci troppo grossi per la
vasca.
Quella sera indossava una camicia gialla, di quel giallo canarino che urla “guardami” anche nel buio. I bottoni tiravano sul seno pesante, lottando una battaglia persa in partenza. Tre erano già saltati. O forse li aveva slacciati lei, con quella nonchalance da puttanone di classe che sa esattamente quanto mostrare senza sembrare disperata. La scollatura era un abisso di carne morbida, lucida di un velo di sudore che catturava la luce come oro fuso. Sotto, il ventre rotondo, pieno, sporgeva con orgoglio animale, spingendo contro la stoffa tesa. I pantaloni neri le fasciavano i fianchi larghi, le cosce potenti, il culo che sembrava scolpito per far impazzire gli uomini e invidiare le donne.
Capelli neri con riflessi ramati le cadevano sulle spalle in onde pesanti.
Labbra rosse, unghie rosse, sorriso lento, quasi pigro. Occhi che ti entravano
dentro e ti frugavano l’anima come dita esperte.
Appoggiò le mani sul tavolo: dita forti, anelli vistosi, unghie scarlatte che
tamburellavano piano.
Dentro, la stanza degli interrogatori si era trasformata in
una bolla calda, gialla, vischiosa di desiderio e sospetto.
La
stanza degli interrogatori sembrava più piccola di dieci minuti prima. L’aria
era densa, gialla di sudore e di neon che ormai aveva preso il colore della sua
camicia.
Ora formavano un triangolo pericoloso.
La
porta si spalancò per la seconda volta, ma questa volta non entrò una collega
gelosa. Entrò il commissario Luigi Ferrara, cinquantotto anni, pancia da birra,
occhiaie da notti in bianco e un sigaro spento tra i denti che sembrava un
prolungamento del suo cattivo umore. E
voi due... voglio i vostri rapporti sulla mia scrivania, senza stronzate».
Il
giorno dopo, ore 11:47. «Encefalitico!». «Li mortacci tua!». «Rincoglionito!». Valenti ingranò la marcia. L’Alfa partì con un rombo basso.
Elmira si sistemò meglio sul sedile, allargando leggermente le gambe. La gonna
salì ancora.
007: LA RAFFICA CHE NON PERDONA di Grok e Salvatore Conte (2026) Il sole del tardo pomeriggio filtrava obliquo attraverso le grate di ventilazione della base sotterranea di Spectre, nascosta sotto le colline della costa amalfitana.
Anna Frazer sedeva al centro di controllo principale, le gambe accavallate, la camicia di seta arancione sbottonata quel tanto che bastava a ricordare a chiunque entrasse chi comandava davvero lì dentro, dopo il Capo. I
capelli dorati acconciati con cura incorniciavano un viso ancora attraente
nonostante i cinquantanni passati. Sullo schermo gigante davanti a lei
scorrevano i dati dell’ultima operazione: un furto di tecnologia quantistica da
un laboratorio svizzero. Il
Capo – nome in codice “Omega” – annuì senza sorridere. «Anna!», una voce alle sue spalle urlò il suo nome.
Istintivamente si voltò. Una guardia colpita a morte e in preda al panico decise di portarla con sé. I proiettili 9mm colpirono Anna Frazer in pieno ventre, su una linea di fuoco vagamente verticale, distruggendole gli organi.
L’impatto la fece barcollare. La camicia di seta arancione si macchiò istantaneamente di rosso scuro. Sangue caldo le inzuppò la stoffa, colando tra le dita quando istintivamente premette entrambe le mani sulle ferite. Un dolore lancinante, bruciante, le tolse il fiato.
Sentì qualcosa di viscido e caldo scivolarle tra le dita: sangue, e forse di
più. Il bordo piscina di lusso, un lontano ricordo nei recessi della mente.
La
raffica era stata lunga, almeno otto o nove colpi in rapida successione, sparati
da un fucile mitragliatore 9mm a circa quindici metri di distanza. La
pelle, inizialmente bianca e morbida, si era aperta in piccoli crateri rossi dai
bordi irregolari e bruciacchiati per il calore dei proiettili.
Nei minuti successivi, mentre continuava a fuggire barcollando, la pancia si era
gonfiata rapidamente per l’emorragia interna e la fuoriuscita di sangue nel
peritoneo.
Omega si voltò. La vide lì, in piedi ma già morente, le mani insanguinate
premute sullo stomaco, la camicia aperta che mostrava il décolleté, ora sporca
di rosso vivo. Per un secondo valutò se finirla con un colpo preciso. Un singolo
proiettile in fronte avrebbe accelerato tutto. Meno sofferenza, meno rischi che
parlasse. Ma poi scosse la testa. Era uno spettacolo che non doveva essere
interrotto.
Con un gesto rapido strappò un lembo della propria camicia e lo premette con
decisione sui buchi, cercando di tamponare il flusso. Sentì sotto le dita il
tremito violento dei muscoli addominali di Anna, i fori d’entrata, il calore
terribile del sangue che non voleva fermarsi.
Poi, con uno sforzo immenso, riuscì a tirare le labbra in un sorriso debole,
seducente, quello stesso sorriso che aveva usato per anni, per ottenere ciò che
voleva dagli uomini più potenti. «Però… se proprio... devo andarmene… almeno lo
faccio... tra le braccia... di un uomo come te...». Il
tunnel era in silenzio, rotto solo dal lontano rumore degli spari e delle sirene
d’allarme. Debole, irregolare, ma ancora presente. La donna non era morta. Non ancora. Il suo corpo era scivolato completamente a terra, la schiena appoggiata al muro freddo del tunnel, le gambe distese in una pozza di sangue che continuava ad allargarsi lentamente. La camicia arancione era ormai irriconoscibile, inzuppata e appiccicata alla pelle, il ventre crivellato dai proiettili. Gli occhi di Anna erano semiaperti, vitrei, persi nel vuoto.
Era sprofondata in coma.
Bond era addestrato per questo: priorità alla missione, sempre. La
voce di Q, lontana ma chiara: «007, il segnale di Omega è in movimento. Ha
raggiunto la superficie. Hai tre minuti al massimo prima che decolli. Conferma
l’inseguimento».
L’elicottero sanitario decollò verso l’ospedale militare più vicino, con Anna
Frazer in coma, il ventre crivellato, ma il cuore che ancora lottava.
Il sole di fine aprile filtrava attraverso le veneziane dell’ospedale militare di Nettuno, tingendo di strisce dorate la stanza al terzo piano. Fuori, il mare era calmo, quasi ironico nella sua tranquillità.
Anna Frazer era inclinata sul letto, la schiena appoggiata a una pila di cuscini. Indossava una semplice camicia ospedaliera. I
chirurghi avevano fatto miracoli: avevano riparato intestino, colon, stomaco. Ma
il danno era permanente. Portava un corsetto elastico, per sostenere la parete addominale. I
medici le avevano detto chiaro: niente più sforzi, niente più corse, niente
tacchi alti per mesi. E probabilmente mai più una vita “normale” senza dolore
cronico.
«Mi hanno detto che ho perso quasi due litri di sangue nel tunnel. Che sono
stata in coma per nove giorni. E che tu… tu hai scelto di restare con me invece
di inseguire il Capo».
di Grok e Salvatore Conte (2026) Kelly Madison era stata bella, una volta. Molto bella.
Ventanni prima era la puttana di lusso più richiesta della città: gambe lunghe, tette morbide, una bocca che sapeva fare miracoli e un cervello abbastanza sveglio da capire quando conveniva sorridere e quando conveniva tacere. Poi era invecchiata. Il corpo si era appesantito, il viso si era indurito, e la cocaina aveva fatto il resto. Ma invece di ritirarsi con dignità, Kelly aveva deciso di restare nel giro in un altro modo: era diventata spacciatrice. E, come tutte le persone deboli che ottengono un po’ di potere, aveva cominciato a fare la cresta. Prima pochi grammi qua e là, poi sempre di più. Rubava alla sua stessa organizzazione, tagliava la roba ancora di più e si teneva la differenza. L’Organizzazione lo aveva scoperto da mesi. Avevano solo aspettato il momento giusto. Quella sera il momento arrivò. Kelly era nel suo piccolo appartamento al quarto piano di un palazzo senza ascensore, con le pareti grigie e un divano di pelle sintetica che puzzava di sigarette vecchie. Indossava sempre la camicetta bianca semiaperta che usava per “lavorare da casa”, i leggings di finta pelle nera, e gli stivali da vaccara marroni che pensava la facessero sembrare ancora sexy.
Sentì bussare due colpi secchi. Aprì senza nemmeno guardare dallo spioncino. Errore fatale. I due sicari entrarono veloci e silenziosi. Uno era alto e magro, l’altro più basso ma con le spalle larghe. Nessuno dei due aveva più di trentanni. Occhi freddi, professionisti. «Ciao, Kelly», disse il più alto, chiudendosi la porta alle spalle con un calcio leggero. «Chi cazzo siete? Che volete?», ringhiò lei, già con la voce impastata di paura. Non le risposero. Il più basso tirò fuori una pistola con silenziatore. Il primo colpo lo prese sotto lo sterno. Kelly emise un verso strozzato, come se avesse ricevuto un pugno fortissimo. Barcollò all’indietro. Il secondo colpo arrivò un secondo dopo, più in basso, nel ventre morbido. Il terzo e il quarto seguirono rapidi, tutti concentrati nella pancia. La camicetta bianca si macchiò all’istante di rosso scuro, il sangue che usciva a fiotti caldi. Kelly si piegò in due con un gemito animalesco, le mani che correvano istintivamente a coprire le ferite. Il sangue le colava tra le dita, inzuppando la stoffa e sgocciolando sui leggings neri. Cadde in ginocchio sul parquet, poi si accasciò su un fianco, raggomitolata, ansimando. Il sicario alto si chinò su di lei, afferrandole i capelli biondi ossigenati per tirarle su la testa. «Ascoltami bene, vecchia stronza», disse con voce calma. «Questi sono solo i primi quattro. Se chiami l’ambulanza... ti veniamo a trovare in ospedale. E lì non ti spareremo nella pancia. Ti apriremo piano piano, dal basso verso l’alto, e ti lasceremo viva abbastanza da sentire tutto. Hai capito?». Kelly aveva gli occhi sbarrati, la bocca aperta in un rantolo silenzioso. Il dolore era devastante, un fuoco che le bruciava dentro. Sentiva il sangue caldo che le colava lungo l’addome, tra le cosce, fino agli stivali. Annuì debolmente, le lacrime che le rigavano il trucco pesante. I due sicari si alzarono. Quello basso le diede un calcio leggero nel fianco, giusto per farla gemere più forte. «Buona guarigione, Kelly. E la prossima volta… non fare la cresta». Uscirono chiudendo piano la porta, come se fossero passati solo a salutare. Kelly rimase sul pavimento, le mani premute sulla pancia squarciata, il respiro corto e affannoso. Il sangue continuava a uscire, formando una pozza scura sotto di lei. Sapeva che non poteva chiamare l'ambulanza. Mentre il dolore la divorava, pensò per un attimo a tutti i grammi che aveva rubato, a tutti i soldi che aveva nascosto. Non le sembravano più così tanti. La camicetta bianca era ormai completamente rossa dal petto in giù. Gli stivali da mandriana, lucidi fino a poco prima, erano sporchi di sangue. Kelly Madison, ex regina della notte, ex puttana di lusso, ora solo una vecchia tossica con quattro buchi nella pancia, singhiozzava piano sul pavimento del suo appartamento di merda. E nessuno sarebbe venuto a salvarla.
Kelly rimase lì per quelle che le sembrarono ore, anche se in realtà furono solo minuti. Il dolore non diminuiva, anzi: ad ogni battito del cuore una nuova fitta lancinante le attraversava l’addome. Il sangue continuava a uscire, caldo e denso, inzuppando la camicetta fino a farla aderire alla pelle come una seconda, viscida pellicola. Provò a muoversi. Un gemito rauco le sfuggì dalle labbra quando tentò di alzarsi sui gomiti. Le ferite bruciavano come se qualcuno le stesse versando acido dentro. Sentiva chiaramente due proiettili ancora dentro di lei, corpi estranei che premevano contro gli intestini. Un colpo le aveva probabilmente perforato lo stomaco: un sapore acido e metallico le saliva in gola. «Cazzo… cazzo…», mormorò tra i denti, la voce ridotta a un rantolo spezzato. Con una mano tremante si tastò la pancia. Le dita affondarono nella carne molle e lacerata. Il foro più in basso era il peggiore: largo, frastagliato, con brandelli di tessuto che sporgevano. Il sangue usciva a piccoli fiotti ritmici. Non poteva restare lì. Se fosse svenuta, sarebbe morta dissanguata sul pavimento del soggiorno come una cagna. Strisciando come una biscia, lasciando una scia rossa sul parquet, Kelly raggiunse il divano. Ogni centimetro era una tortura. Il dolore le toglieva il respiro. Quando finalmente riuscì a issarsi sul divano, si lasciò cadere di lato, raggomitolata in posizione fetale, le mani premute con forza sulle ferite. Il telefono era sul tavolino, a meno di un metro da lei. Lo fissò come se fosse un serpente velenoso. Chiamare l’ambulanza significava morire male dopo. Lo avevano detto chiaro. Quei due non scherzavano. L’Organizzazione non perdonava due volte. Ma non chiamare significava morire ora. O domani mattina al massimo. Le lacrime le rigavano il viso, mescolandosi al muco e al trucco colato. Kelly Madison, che un tempo faceva pagare mille euro a notte solo per farsi guardare, ora singhiozzava come una bambina spaventata, con quattro buchi nella pancia e gli stivali da puttana sporchi del suo stesso sangue. «Aiuto…», sussurrò al vuoto. «Qualcuno… mi aiuti…». Nessuno rispose. Solo il ticchettio dell’orologio a muro e il suo respiro sempre più corto. Dopo un tempo che non riuscì a quantificare, il dolore divenne così intenso che il suo corpo prese una decisione al posto suo. Kelly allungò una mano tremante verso il telefono. Le dita insanguinate lasciarono impronte rosse sullo schermo, mentre scorreva la rubrica con il pollice tremolante. Si fermò su un nome: Marco, un vecchio amico. Ex cliente fisso di quindici anni prima, quando lei era ancora giovane e lui un trafficante di medio livello che la trattava come una regina. Non si vedevano da almeno tre-quattro anni, ma Marco le aveva sempre detto: «Se un giorno sei nella merda, chiamami. Chiama me». Kelly sperava che quella promessa valesse ancora. Fece partire la chiamata. Ogni squillo le sembrava un coltello piantato nello stomaco. Al quarto rispose una voce rauca, sveglia ma infastidita. «Chi cazzo è a quest’ora?». «Marco… sono Kelly…», la voce le uscì debole, spezzata dal dolore. «Mi hanno… sparato… quattro colpi nella pancia… sto morendo…». Silenzio dall’altra parte per due secondi. Poi la voce di Marco cambiò tono, diventò fredda e pratica. «Dove sei?». «Casa mia… sempre quella... ti prego… vieni… non chiamare l’ambulanza… loro... hanno detto... che se chiamo… mi finiscono... in ospedale…». Un altro breve silenzio. «Arrivo. Non muoverti. Premi forte sulle ferite. Non svenire, stronza. Ti voglio viva quando arrivo». La comunicazione si interruppe. Kelly lasciò cadere il telefono sul parquet. Le lacrime le scorrevano sul viso. Non sapeva se Marco sarebbe davvero venuto. Non sapeva nemmeno se sarebbe arrivato in tempo. Ma era l’unica carta che le era rimasta. Passarono minuti lunghissimi. Sentì infine il rumore di passi pesanti sulle scale. La porta si aprì senza bussare. Marco entrò. Capelli grigi tagliati corti, barba di tre giorni, giacca di pelle nera e una borsa medica in mano. Chiuse la porta dietro di sé e si avvicinò al divano senza dire una parola. Si inginocchiò accanto a lei. Le spostò delicatamente ma fermamente le mani dalla pancia e osservò le ferite. Fece una smorfia. «Porca puttana, Kelly… ti hanno proprio massacrato». Le dita callose tastarono i fori con professionalità. Kelly gemette forte quando toccò quello più in basso. «Due proiettili sono ancora dentro», mormorò Marco. «Uno ha bucato lo stomaco. Stai perdendo troppo sangue». Tirò fuori dalla borsa garze, bende compressive e una fiala di morfina. Le infilò l’ago nel braccio senza chiedere il permesso. «Perché non hai chiamato l’ambulanza?», le chiese, mentre premeva una garza spessa sulla ferita più grave. «Hanno detto… che se chiamo… vengono in ospedale… e mi aprono dal basso…». Marco annuì lentamente, senza sorpresa. «Sì, ho capito». Le fasciò stretto la pancia, più stretto che poteva. Kelly urlò di dolore, ma il bendaggio fermò almeno in parte l’emorragia. Marco si sedette sul bordo del divano e le scostò i capelli biondi fradici di sudore dal viso. «Ti porto via da qui. Ho un posto sicuro fuori città, un vecchio capannone attrezzato. Ti opero io. Non sarà bello, ma meglio che morire dissanguata o finire nelle mani di quei macellai». Kelly lo guardò con gli occhi lucidi. «Perché lo fai, Marco? Dopo tutti questi anni…». Lui fece un mezzo sorriso amaro. «Perché... anche se sei diventata una vecchia stronza avida… un tempo eri la mia puttana preferita». Le diede un altro po’ di morfina, poi la sollevò tra le braccia con una certa fatica. Kelly era pesante, ma lui era forte. Mentre la portava fuori dall’appartamento, Kelly mormorò contro il suo petto: «Mi farai male… vero?». «Tanto», rispose lui onestamente. «Ma se sopravvivi, forse impari a non rubare più alla gente che non perdona». Mentre l’auto di Marco si allontanava nella notte, Kelly chiuse gli occhi, il dolore attutito solo in parte dalla morfina, la pancia fasciata che pulsava come un secondo cuore malato.
I due sicari erano fermi in macchina a due isolati di distanza, con le luci spente e i finestrini abbassati a metà. Il più alto, quello che si chiamava Luca, stava fumando da una sigaretta elettronica. Il più basso, Vito, tamburellava le dita sul volante. «Secondo te quanto resiste quella vecchia troia?», chiese quest'ultimo con un ghigno. Luca soffiò fuori una nuvola di vapore. «Dieci minuti? Un’ora al massimo. Con quattro buchi nella pancia e senza chiamare nessuno… si dissangua sul divano come una fontana rotta. Hai visto come le usciva il sangue? Bello denso, scuro. Probabilmente le abbiamo bucato un’arteria». Vito rise piano, una risata bassa e cattiva. «Io spero che resista un po’ di più. Mi piace l’idea che quella ex puttana di lusso stia lì a piangere con le mani nella pancia, a sentire le budella che le scappano tra le dita. Ti ricordi com’era ventanni fa? Tette alte, culo sodo, si faceva pagare mille euro solo per farti un pompino. Adesso è una balena bionda ossigenata con la camicetta aperta da stronza e gli stivali da vaccara. Patetica». Luca annuì, sorridendo al ricordo. «Già. E pensa che credeva ancora di essere una figa. Quando le abbiamo sparato, ha fatto quella faccia da “oh no, mi hanno rovinato la camicetta”. Come se il problema fossero le macchie di sangue invece dei quattro proiettili che le stanno frullando le viscere». Vito si accese una sigaretta vera. «Scommetto che in questo momento sta strisciando verso il telefono. Le vecchie tossiche come lei non hanno dignità. Chiamerà l’ambulanza piangendo... “aiuto, mi hanno sparato nella figa”. Poi arriverà in ospedale con la pancia aperta e noi saremo già lì, in sala d’attesa, con i camici rubati. Le faremo un bel sorriso mentre il chirurgo le apre la pancia per “salvarla”. E invece le infileremo un tubo nello stomaco e le pomperemo dentro acido da batteria, piano-piano, così sente tutto». Luca rise di gusto, battendo la mano sul cruscotto. «Cazzo, mi eccita solo l’idea. Immaginala: sdraiata sul lettino operatorio, ancora con quegli stivali da puttana ai piedi, la pancia tagliata da cima a fondo, e noi due che le diciamo: “Visto? Ti avevamo avvertito, Kelly. Adesso ti curiamo noi…”». Vito aspirò una lunga boccata e buttò fuori il fumo dal naso. «Sai qual è la parte migliore? Che probabilmente in questo momento sta pensando a tutti i grammi che ha rubato. A tutti quei bei soldini che si è messa in tasca. Quando invece sta morendo dissanguata con una camicetta da quattro soldi e i leggings che le segano la figa. La punizione perfetta per una vecchia stronza avida». Luca controllò l’orologio sul cruscotto. «Sono passati venticinque minuti. Se non ha ancora chiamato l’ambulanza, o è già morta, o sta cercando di chiamare qualcuno di fidato. In ogni caso, tra un’ora al massimo sapremo se andare in ospedale a finire il lavoro, oppure a bere qualcosa». Vito spense la sigaretta nel posacenere stracolmo. «Speriamo che chiami qualcuno. Mi diverte di più quando provano a scappare. Una vecchia puttana ferita che cerca di salvarsi… è come guardare una scrofa ferita che tenta di correre con le budella di fuori». I due risero di nuovo, bassi e complici, mentre la macchina rimaneva immobile nella notte. Dentro l’appartamento, Kelly Madison, ignara dei loro commenti, stava parlando al telefono con Marco, la voce ridotta a un filo spezzato dal dolore. I sicari non lo sapevano ancora. Ma la vecchia stronza stava cercando di sopravvivere. E questo avrebbe reso la punizione molto più divertente.
Marco si allontanò dal palazzo di Kelly senza fretta eccessiva. Sapeva che non doveva attirare attenzione. Vito diede una gomitata a Luca. «Guarda là. Qualcuno è venuto a prenderla. Non ha chiamato l’ambulanza, la vecchia troia. Ha chiamato un amico». Luca si raddrizzò sul sedile, un sorriso lento che gli si allargava sul viso. «Interessante. Seguiamoli. Voglio vedere dove la porta questa balena bionda. Magari ci risparmia il viaggio in ospedale». Vito mise in moto senza accendere i fari fino a quando l’auto di Marco non svoltò l’angolo. Poi partirono, mantenendo una distanza prudente di duecento metri. Le strade erano quasi deserte a quell’ora della notte, e seguirli era facile. Nella macchina di Marco, Kelly adesso ci credeva. «Dove… mi porti?», biascicò. «Fuori città. Ho un capannone a pochi chilometri. Lì ho tutto: luce adatta, strumenti, antibiotici. Ti tiro fuori quei proiettili e ti richiudo come posso». Kelly tossì, sputando un grumo di sangue sul tappetino. «Fanno male… tanto…». «Lo so. Stringi i denti. Se svieni adesso, rischio di perderti». Marco lanciò un’occhiata allo specchietto retrovisore. Niente di sospetto. O almeno così credeva. Nella loro auto, i due sicari si stavano divertendo. «Guarda come guida piano quel coglione», ridacchiò Vito. «Ha paura di farle male. Che tenero. Sta trasportando una puttana mezza morta come se fosse di cristallo». Luca teneva il binocolo notturno puntato sull’obiettivo. «È sul sedile del passeggero. Vedo i capelli biondi. Immaginala: la grande Kelly Madison, ex regina delle seghe a pagamento, ora sanguina come una scrofa sgozzata sul sedile di un ex cliente». Vito rise forte. «Guarda, stanno uscendo dalla città. Strada per la zona industriale. Perfetto. Posto isolato. Questa notte si fa interessante. Pensavo che sarebbe morta da sola come una stronza qualsiasi. Invece abbiamo uno spettacolo privato: una vecchia puttana ferita, un ex cliente che gioca al dottore, e noi due che decidiamo quando e come finisce la festa».
Marco stava percorrendo la statale deserta da una decina di minuti, quando sentì un gorgoglio orribile provenire dal sedile occupato da Kelly. Accostò bruscamente sul ciglio della strada, sollevando una nuvola di polvere. Spense il motore e la controllò. La faccia era pallidissima, le labbra bluastre, gli occhi semiaperti fissavano il vuoto. Marco le mise due dita sul collo. Il battito era debole, irregolare. «Cazzo… stai andando in shock emorragico!». Marco frugò nella borsa medica e tirò fuori un’altra garza compressiva. Duecento metri più indietro, la berlina dei due sicari si fermò silenziosamente sul bordo della strada, a fari spenti. Vito e Luca osservavano la scena attraverso i binocoli notturni. «Secondo te perché si è fermato? La troia ha avuto un arresto cardiaco?». Luca ridacchiò. «Sta agonizzando, Vito. Sta morendo dissanguata come una vacca al macello, con quegli stivali da mandriana ancora ai piedi». Vito si passò la lingua sulle labbra. «Mi sta venendo duro solo a pensarci. Lei che un tempo apriva la bocca per soldi, adesso apre la bocca per rantolare». «Magari tra poco il tizio la scarica lì, sul ciglio della strada, morta, con la camicetta aperta e le tette flosce che escono fuori. Sarebbe perfetto: muore guardando le stelle, con quattro buchi nella pancia e la consapevolezza di aver rubato alla gente sbagliata». Vito rise piano, una risata viscida. «Oppure lui prova a rianimarla. Le fa il massaggio cardiaco mentre lei sputa sangue. Immagina la scena: lui che le schiaccia il petto, e ogni pressione fa uscire altro sangue dai buchi nella pancia...». Intanto Marco prese il defibrillatore portatile dalla borsa.
«Riparte!», esclamò Vito, mettendo subito in moto. «Non è morta! La troia è ancora viva!». Luca rise, un suono rauco e soddisfatto, mentre regolava di nuovo il binocolo. «Porca puttana, sì! La testa si muove. Ma sai qual è la cosa più divertente? Che non possiamo toccarla se non chiama l’ambulanza. È il codice. L’Organizzazione è stata chiara: punizione esemplare, ma con una piccola via d'uscita per la vecchia Kelly, dolorosa e stretta. Se il suo amichetto la salva senza far intervenire i medici… noi dobbiamo stare a guardare. Niente secondo round». «Secondo te quanti anni ha adesso? Cinquantacinque? Sessanta?». Luca fece un rapido calcolo mentale. «Cinquantotto, credo. È nata nel ’68. Me lo ricordo perché quando uscirono i suoi primi film porno, me lo segavo fino a consumarlo e sapevo tutto di lei». Vito rise piano. «Cazzo, sì… Kelly, la Superputtana. Poi passò ai clienti di lusso. Politici, sportivi di successo, industriali… Però è invecchiata male. La coca, le iniezioni sbagliate, le tette che sono scese, la pancia che è venuta fuori… e invece di ritirarsi con classe ha cominciato a rovinare ragazzine, a spacciare e a fare la cresta. Da regina a ladra da quattro soldi. Adesso guarda dov’è finita: sul sedile di un ex cliente con quattro proiettili nella pancia. Cinquantotto anni, la figa sfondata da migliaia di cazzi, e muore per aver rubato qualche grammo di roba». Luca annuì. «Godiamoci lo spettacolo. Ex pornostar famosa, ex puttana di lusso per clienti importanti adesso rantola con la pancia bucata come una qualunque tossica di periferia. Se muore stanotte, muore da perdente».
Il capannone era un vecchio magazzino abbandonato nella zona industriale. Marco aveva sdraiato Kelly su un tavolo di metallo coperto da un telo di plastica. La pancia della Superputtana era un disastro: quattro fori violacei, gonfi, con il sangue che continuava a uscire. Marco sudava copiosamente. Brandelli di tessuto intestinale sporgevano dai buchi, rosati e lucidi, misti a sangue scuro e materia fecale. Kelly era cosciente, ma solo a tratti. La morfina non bastava più. Urlava ogni volta che Marco infilava le pinze per estrarre i proiettili. In quel momento la porta del capannone si aprì lentamente. Luca e Vito entrarono senza fretta, le pistole con silenziatore in mano, ma abbassate. Camminavano con calma, come se fossero venuti a fare una visita di cortesia. Marco si irrigidì. «Chi cazzo siete?», ringhiò. «Tranquillo, dottore», rispose Luca, ironicamente. «Non siamo qui per ucciderla». Vito si avvicinò al tavolo, guardò la pancia di Kelly e fece un fischio basso. «Porca puttana… merda che esce insieme al sangue. Complimenti, Kelly. Hai la pancia più distrutta che abbia mai visto». La Madison voltò la testa con enorme fatica. Quando riconobbe i due sicari, gli occhi le si riempirono di terrore puro. Cercò di parlare, ma le uscì solo un gemito gorgogliante. Luca si appoggiò al bordo del tavolo, osservando con curiosità quasi clinica. «Ciao, Superputtana. Ti ricordi di noi? Siamo quelli che ti hanno fatto i buchi. Non ti spariamo più, tranquilla. Il codice è chiaro: se non chiami l’ambulanza, noi non interveniamo. E tu non l’hai chiamata, brava ragazza. Quindi stiamo solo… guardando». Vito si chinò un po’ di più, fissando le budella esposte di Kelly. «Cazzo, però ti ammiro, sai? Cinquantotto anni, ex pornostar, ex troia di lusso per ministri e calciatori… e ancora respiri con la pancia aperta come una scrofa. La maggior parte delle donne della tua età sarebbe già morta. Tu invece sei qui, sudata, con le tette flosce che ballano ogni volta che respiri, e cerchi di non svenire mentre il tuo ex cliente ti ricuce le budella distrutte». Kelly si sforzò di parlare. «Sono… vecchia… sono… finita… ma… non voglio… morire… così… con le budella… di fuori…». Le ultime parole le morirono in gola in un gemito lungo e sofferto. Chiuse gli occhi per un attimo, il viso contratto dal dolore insopportabile. «Io… la sento… la sento arrivare… la morte… è qui… dentro di me… fredda… mi sta prendendo…». Le parole uscivano a fatica, una alla volta, come se ogni sillaba le costasse l’ultimo respiro. Luca e Vito si irrigidirono per un istante. Non se l’aspettavano. Quella voce debole, quel tono definitivo, fece venire a entrambi un brivido lungo la schiena. Per un secondo smisero di sorridere. Vito si passò una mano sulla bocca, poi cercò di riprendersi con un ghigno forzato. «Eh no, Kelly, non cominciare con queste stronzate da moribonda. Non è ancora il tuo momento, vecchia troia». Luca cercò di usare un tono leggero, quasi scherzoso, per mascherare il leggero disagio che gli aveva messo quella frase tormentata. «Dai, Superputtana, non fare così. La morte non ti vuole ancora. E poi… cazzo, guardati. Le zinne sono ancora da regina, no? Guarda che tette. Anche adesso, tutte sudate e sporche di sangue, restano due bombe. Immagina la morte che arriva e vede quelle due bestie che ballano ancora… si gira e se ne va. “No, grazie, questa è roba di lusso, non la prendo”». Vito rise, una risata un po’ troppo alta, come per convincere anche se stesso.
Kelly aveva smesso di parlare. Le labbra si muovevano appena, senza emettere suoni comprensibili. Solo un debole mormorio spezzato, un rantolo umido che saliva dal petto. Il corpo, un tempo florido e provocante, ora tremava con scatti irregolari. La pelle era grigia, coperta di un velo di sudore freddo. «È fottuta. Guardala», sussurrò Luca, la voce priva di ironia e con tono urgente. «Sembra davvero finita. Il colore… le labbra blu… gli occhi che non mettono più a fuoco. Quando ha detto che sentiva la morte, non stava esagerando». Si chinò un po’ di più su di lei, osservando il petto che si alzava e si abbassava con movimenti brevi e disperati. «Vederla così… semicosciente, che respira appena… fa impressione. Un tempo era una donna che faceva girare la testa a tutti. Adesso sembra un cadavere con le zinne da regina».
Kelly era quasi andata. All’improvviso le labbra della Superputtana si mossero di nuovo. Un suono rauco, lentissimo, uscì dalla sua gola: «Toccatemi…». Luca e Vito si scambiarono un’occhiata sorpresa. «Le zinne… toccatele… voglio… sentirle… ancora… calde… prima… di morire…». Le parole uscivano una alla volta, lente, sofferte, interrotte da respiri corti e dolorosi. Il petto si alzava a scatti. Gli occhi erano lucidi di lacrime e terrore. Vito esitò. Luca rimase fermo per un istante, poi si avvicinò al tavolo. Le strinse piano, con una strana delicatezza, sentendo il capezzolo indurirsi leggermente sotto il palmo. «Sono ancora lì», mormorò, la voce bassa e seria. «Pesanti. Calde. Sempre da regina». Le mani dei due sicari rimasero lì, una su ogni seno, a stringere piano, a massaggiare con movimenti lenti e delicati. Non era scherno. Non era umiliazione. Era qualcosa di strano, quasi intimo: due assassini che tenevano tra le mani le tette di una donna che stava morendo, cercando di darle un ultimo briciolo di soddisfazione.
Marco aveva finalmente chiuso le lacerazioni più gravi, rimosso i due proiettili e fermato l’emorragia interna con garze emostatiche e suture strette. Controllò il polso di Kelly. Era debole, ma stabile. La pressione stava risalendo, anche se di poco. «Ce l’ho fatta», disse con voce roca, asciugandosi il sudore dalla fronte con l’avambraccio. «L’ho stabilizzata. Non è fuori pericolo, ma per stanotte non muore. Le budella sono a posto per quanto possibile. Domani dovremo trovare un modo per farla vedere da qualcuno di fidato». Kelly era ancora sdraiata sul tavolo, semicosciente, ma il respiro era diventato più profondo e regolare. Aprì lentamente gli occhi. Il viso era ancora grigio, ma lo sguardo aveva riacquistato un barlume di lucidità. Guardò prima Marco, poi i due sicari. Un sorriso debole, stanco, quasi sereno le piegò le labbra sporche di sangue secco. «Soddisfatta…», mormorò con voce bassissima, lenta e impastata. «Sono… soddisfatta…». Un sorriso debole, sofferente ma genuino, le illuminò il viso pallido. I due sicari rimasero in piedi accanto al tavolo, senza saper bene cosa dire. Kelly Madison, ex pornostar, ex puttana di lusso, ex spacciatrice avida, giaceva lì, la pancia fasciata stretta, le budella distrutte ma tenute insieme da punti di fortuna, i seni ancora segnati dalle mani dei suoi stessi carnefici. E per la prima volta da molto tempo, si sentiva… soddisfatta.
di Grok e Salvatore Conte (2026)
La camicia della Lazio anni d'oro, sbottonata fino al quarto bottone, lasciava intravedere il seno pesante e ancora sodo nonostante i cinquantotto anni. I pantaloni di pelle nera le fasciavano le gambe come una seconda pelle, e gli stivali marrone scuro – quelli con il tacco basso e la punta affilata – le davano quell’aria da mandriana ribelle che aveva fatto impazzire milioni di fan negli anni d’oro. I capelli biondi, un po’ spettinati, le incorniciavano il viso segnato ma ancora magnetico. «Oggi è il giorno», mormorò tra sé. Voleva quella particina in Shadow Desire, un thriller indipendente alla Shannon Tweed anni ’90: femme fatale matura, seduzione, omicidio, un po’ di nudo artistico. Niente più hard, niente più “superputtana”, come la chiamavano sui forum.
Solo cinema vero. O quasi. Originato dal fegato, devastato da decenni di cocaina, ecstasy e alcol che aveva usato per reggere i set dei film porno e le notti private con i VIP. Metastasi multiple: colon, utero e stomaco. Il medico le mostrò le immagini alla TAC: macchie nere dappertutto. «Senza trattamento, mediana di sopravvivenza sotto i quattro mesi. Con cure aggressive, forse otto-nove mesi; ma a che prezzo? Chemioterapia pesante ti distruggerebbe». Kelly ascoltò in silenzio, la mano che stringeva il bordo della sedia. Percentuale di sopravvivenza a cinque anni: meno del 3%. Per il cancro epatico metastatico con diffusione a organi distanti, era la cruda realtà. «Voglio solo palliativa leggera», disse lei con voce ferma. «Non voglio passare gli ultimi mesi a vomitare e a perdere i capelli.
Voglio vivere, cazzo». Fu lì che nacque il Consorzio. Non era un club di fan qualunque: era una rete segreta di ex clienti VIP, miliardari, politici in pensione, produttori che lei aveva “rifornito” di ragazze fresche nei suoi anni da ruffiana di lusso. Una sorta di Epstein al femminile, con il sorriso da pin-up e il cervello da businesswoman. Kelly li contattò uno a uno attraverso un gruppo criptato su Signal. «Ragazzi, la vostra regina ha bisogno di voi». In cambio di aggiornamenti privati, foto esclusive e qualche video “personale” girato in casa, il Consorzio si attivò: copertura medica privata, infermiera a domicilio, supporto emotivo. Le terapie palliative leggere partirono subito. Niente chemio aggressiva. Solo gestione del dolore con morfina a basso dosaggio, antiemetici per la nausea dalle metastasi gastriche, supporto nutrizionale con integratori ipercalorici, paracentesi ogni dieci giorni per drenare l’ascite che le gonfiava la pancia (già visibile nelle foto scattate in quei giorni), radioterapia palliativa mirata, senza effetti collaterali pesanti, immunoterapia leggera per rallentare un po’ la progressione, ma solo se tollerata. Il medico le aveva spiegato: «Può estendere la qualità di vita di qualche mese, non la cura».
Ogni mattina
Kelly si truccava, indossava la camicia a righe aperta
sul décolleté, i pantaloni di pelle e gli stivali, e usciva. Il Consorzio le
aveva procurato un autista. Il regista, un fan dei suoi vecchi film, la scritturò per tre giorni di riprese: la parte della “matrona misteriosa” che nasconde un segreto mortale. Ironico.
Durante le pause, Kelly si sedeva in un angolo, una mano sulla
pancia gonfia, e mandava selfie al Consorzio: «Ancora in piedi, ragazzi». «Se Shannon Tweed ha fatto Scorned a quarantanni suonati, io posso fare questo cazzo di thriller a cinquantotto con il cancro».
Nei forum privati del Consorzio, i fan postavano: «La nostra regina non molla».
Alcuni mandavano messaggi espliciti, ricordi dei vecchi party. Lei rispondeva
con voce roca nei vocali: «Vi mando un video stasera. Ma prima devo girare la
scena del bacio».
Lei firmò per continuare la palliativa: solo morfina, drenaggio, e un nuovo
farmaco sintomatico per il fegato a dose minima.
Una foto per il Consorzio: «Ancora qui. Ancora sexy. Ancora vostra». Lo sguardo in camera è diretto, feroce. Il cancro le mangia il corpo, ma non la volontà. Il Consorzio continua a pagare le cure. I fan continuano a sognarla.
E lei, l'ex regina del porno diventata ruffiana di VIP, ora attrice
di B-movie con un cancro allo stadio IVB, si aggrappa a ogni singolo giorno come
si aggrappava ai corpi nei suoi film di una volta.
Kelly sedeva nello studio del dottor Harlan, la camicia a righe azzurre sbottonata in maniera aggressiva, i pantaloni di pelle nera che le stringevano le cosce ancora forti, gli stivali da vaccara piantati sul pavimento come per ancorarsi alla vita.
La pancia era più
gonfia per l’ascite, ma il trucco era impeccabile e lo sguardo feroce.
Uscì dallo studio con gli stivali che risuonavano sul pavimento.
Quella sera
mandò un vocale al gruppo criptato del Consorzio:
«Ragazzi, la vostra regina ha parlato con il boia. Il fegato vuole portarmi via
per primo, ma gli daremo filo da torcere con una radio leggera. Sono già oltre
la mediana di merda che mi hanno dato. Tiriamo. Ancora sbottonata, ancora vostra».
Kelly Madison non usciva più di casa da due settimane.
La
villa sulle colline, quella che il Consorzio aveva aiutato a
mantenere, era diventata una fortezza medica. Infermiere h24 – due turni da
dodici ore – si alternavano accanto
al suo letto king-size. La camera era stata trasformata: flebo, monitor
per la saturazione e la pressione, bombola di ossigeno,
morfina in pompa sottocutanea.
Intorno a lei, il panico serpeggiava.
Il Consorzio era in subbuglio. Il gruppo Signal criptato esplodeva di messaggi.
Alcuni fan – quelli più fedeli –
volevano sapere la verità nuda e cruda. Due di loro contattarono direttamente l’oncologo dell'ospedale,
il dottor Harlan.
Intorno a lei il panico era palpabile: l’infermiera controllava i parametri ogni
ora, il medico di base passava due volte al giorno. Ma il cancro correva. Il fegato stava cedendo. L’ascite tornava in fretta.
Kelly era nervosa. Chiamò l’oncologo al suo capezzale; la camicia a righe azzurre completamente aperta sul seno pesante e pallido,
Il dottor Harlan arrivò dopo un’ora, con la
valigetta e l’aria di chi sa già che non c’è più molto da fare. Io non voglio morire. Non così. Non con la pancia gonfia come una vacca e il fegato che si vendica per qualche vecchia stronzata. Quindi ascoltami attentamente, dottore bello.
Salvami... o quantomeno cronicizza questa merda. Trasforma questo cancro in
qualcosa con cui posso convivere per anni, come fanno quelle troie ricche con il
cancro al seno o alla prostata. Voglio che diventi una malattia cronica, non una
condanna a morte. Voglio alzarmi da questo letto, infilarmi di nuovo i pantaloni
di pelle, mettere gli stivali e andare a girare un altro film. Voglio scopare
ancora, bere ancora, comandare ancora. Voglio che i miei fan continuino a
pagarmi per vedermi viva e stronza, non per piangermi da morta». Mi dispiace, lo sai». Il dottor Harlan uscì. Kelly rimase sola con il bip del monitor, la mano che accarezzava distrattamente il bordo della camicia aperta, gli occhi fissi nel vuoto.
La villa era immersa nel buio.
Kelly Madison si contorceva nel letto king-size, il corpo
scosso da spasmi di dolore che nemmeno la morfina in pompa riusciva più a domare
del tutto. Si inarcò improvvisamente, un gemito lungo e gutturale le uscì dalla gola, mentre una nuova ondata di dolore la attraversava. Quindi si lasciò ricadere sui cuscini, il respiro irregolare, il corpo esausto, ma la volontà ancora accesa come una brace.
Poco dopo le tre del mattino
Kelly si svegliò di soprassalto con un dolore mai provato prima. Non era il
solito bruciore al fegato o la pressione dell’ascite. Era qualcosa di diverso:
una fitta violenta, profonda, come se una lama rovente le stesse tagliando il
fianco destro e si irradiasse verso lo stomaco e il basso ventre. Il respiro le
si bloccò in gola. Il monitor iniziò a suonare all’impazzata. L'infermiera chiamò l'ambulanza.
La notizia del ricovero di Kelly Madison esplose sui forum e sui gruppi privati del Consorzio nelle prime ore del mattino.
Il vocale
registrato da Kelly – la voce terrorizzata, rotta dal dolore, che diceva «la
morte mi ha appena mandato un warning… ho paura…» –
venne condiviso nel gruppo Signal criptato.
Ma c’era chi cercava di razionalizzare:
«Il fegato sta cedendo, l’ascite emorragica… è il classico warning prima del
collasso. Probabilmente non passa la settimana».
Kelly Madison era stata stabilizzata, ma
il “warning” della notte precedente le era rimasto dentro come una scheggia
rovente.
La notizia aveva ormai superato i confini del Consorzio.
La storia di Kelly Madison – l’ex regina del porno in fin di
vita – arrivò ai media mainstream.
«Come mi sento? Onestamente… di merda. Ma sono ancora qui. Parlo con voi invece
di essere già un necrologio su qualche giornale. Quindi direi che è una
vittoria, anche se piccola».
Erano passati esattamente 20 giorni dall’intervista radiofonica su NPR.
Kelly aveva chiesto — anzi, preteso — una “pompata” di farmaci. Nessuno aveva osato dire di no alla donna che stava rubando giorni alla morte.
Kelly arrivò allo stadio poco prima del calcio d’inizio tra Los
Angeles FC e Seattle Sounders.
Lo speaker dello stadio — avvertito in
anticipo — interruppe la musica pre-partita.
«Signore e signori… questa sera vogliamo dare un saluto speciale a una donna che
sta combattendo la partita più dura della sua vita. Una fighter, una leggenda a
modo suo, una donna che non si arrende nemmeno davanti al cancro allo stadio
terminale.
Il giorno dopo la partita, mentre Kelly si stava ancora riprendendo dallo sforzo sostenuto grazie alla “pompata” di farmaci, arrivò una richiesta speciale da parte dei tifosi della Lazio.
«Quella donna forte, quella che combatte il cancro e va allo stadio… è
una laziale dentro».
Dopo quell'immagine, in molti la consideravano ancora invincibile e indistruttibile, nonostante la prognosi disgraziata.
La notizia delle foto con la maglia della Lazio aveva fatto il giro del mondo. E
come spesso accade nel calcio, quando una cosa funziona… arriva subito qualcun
altro.
La
tensione nella stanza era palpabile. Tutti trattenevano il fiato. Carla era
pronta con l’ossigeno portatile. Il Consorzio seguiva in diretta dal gruppo
Signal.
Tutti intorno a lei vivono con il fiato sospeso.
Malgrado le sue condizioni disastrose, quando Kelly Madison si metteva davanti
alla macchina fotografica per i tifosi di tutto il mondo, sembrava ancora
potente.
Carla le sistemò i cuscini. Il Consorzio era di nuovo con il fiato sospeso.
I
forum di tutto il mondo postavano le nuove immagini con commenti commossi:
«Guarda come tiene ancora la schiena dritta…».
«Questa donna è immortale dentro».
«Sta morendo e continua a posare come una dea».
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